giovedì 23 giugno 2005

il 15 giugno, Liberazione: ha pubblicato la rettifica chiesta da Paolo Izzo

Caro direttore, nel suo giornale di sabato 11 giugno è apparso un articolo riguardante la posizione di Massimo Fagioli sui referendum (pag.6) che riprende alcuni brani della mia intervista con lo psichiatra dal titolo "La legge 40 violenta il rapporto uomo - donna e nega ogni idea di trasformazione", pubblicata in esclusiva da Nuova Agenzia Radicale il 26 maggio scorso.
Sarebbe cosa gradita, per completezza di informazione e anche per restituire il pensiero di Fagioli interamente e correttamente (la frase «lo Stato deve togliersi di mezzo nei rapporti privati addirittura intimi e in particolare nel rapporto uomo - donna, per esempio, che Liberazione ha attribuito a Emanuele Severino, è in realtà dello stesso Fagioli) che lei trovasse il modo nei prossimi giorni di rettificare la notizia citando la fonte. La ringrazio per l'attenzione e la saluto caramente

Paolo Izzo

L'articolo di sabato nella versione originale:

http://www.liberazione.it/giornale/050611/pdf/XX_6-PRP-2.pdf

...e il paginone delle lettere con la rettifica, pubblicato mercoledì:

http://www.liberazione.it/giornale/050615/pdf/XX_12-LET-1.pdf

Radetsky all'attacco

ilmanifesto.it 22 giugno 2005
Dopo la procreazione, l'aborto
Presentato a Roma dal cardinal Ruini e dal presidente del senato Marcello Pera, il libro di Joseph Ratzinger «L'Europa di Benedetto». Una sfida ai laici e un attacco esplicito alla 194
IAIA VANTAGGIATO

ROMA . Non parte certo sottotono la campagna vaticana contro la legge 194. Passato agli atti - con onore - il trionfo del referendum sulla procreazione assistita, il cardinale Camillo Ruini raccoglie il tributo dovuto e lancia la sua prossima sfida chiamando a raccolta l'Europa intera, invitandola a serrare i ranghi contro la legge sull'aborto: «un piccolo omicidio che ci porta a smarrire l'identità umana e a far prevalere il diritto sulla forza sulla forza del diritto». Di fronte a lui, una platea d'eccezione: quella riunitasi ieri a Roma a palazzo Wedekind - storica sede del quotidiano Il Tempo - per la presentazione dell'ultimo libro del cardinale Joseph Ratzinger nonché prima fatica editoriale del nuovo papa Benedetto XVI.

La sala è accaldata e sin troppo gremita ma fa indubbiamente impressione vedere in prima fila - gomito a gomito e abili nel non rivolgersi la parola per circa due ore - un repubblicano storico come Giorgio La Malfa e un ex repubblichino come Mirko Tremaglia cui non manca di rendere omaggio più di un rappresentante dell'aristocrazia papalina. Per fortuna che a salvare l'estetica arriva Pierferdinando Casini, l'astensionista numero due, secondo solo al presidente del senato Marcello Pera - cui si deve peraltro l'introduzione al libro di Ratzinger - al quale è però destinato il posto d'onore: quello alla destra di Ruini.

Ed è a Pera che vengono riservati gli unici due applausi a scena aperta. Il primo quando, sornione, afferma - a proposito della differenza tra atei e agnostici - che «Dio non sopporta l'astensione. Lo sapevo da prima ma mi sono ben guardato dal dirlo». Il secondo quando recita l'ormai noto refrain della differenza tra laicità e laicismo e critica uno stato - quello per il quale riveste gli abiti di presidente del senato - incapace di accettare veli o crocefissi in nome di un non meglio identificato universalismo dei valori.

Ma il parterre è troppo ghiotto per non dargli un'occhiata anche perché è lì - tra politici navigati e nuovi arrivati, porporati e cappellani - che si sta giocando la prossima partita. Anzi le prossime: aborto, riaffermazione delle radici cristiane dell'Europa e salto di qualità di una religione che - visti anche gli ultimi risultati referendari - non si accontenta più di essere relegata nella sfera del privato ma si dichiara determinata ad affrontare l'agone pubblico e politico. Giovan Battista Re - sino a due mesi fa, tra i papabili - è fra i primi ad arrivare. Chiarificatore è illuminante del futuro clima politico è lo scambio di battute con l'ex presidente del Comitato di Bioetica: «Sui referendum avete fatto un ottimo lavoro». Eminenza, è la risposta, non è che l'inizio. Scendendo di grado - le gerarchie sono pur sempre gerarchie - la bionda Francesca Martini della Lega Nord sembra godersi tutti i complimenti del cappellano di Montecitorio: «Onorevole, ottimo lavoro. Può sedersi qui». Neanche il tempo di una risposta - «Non è che l'inizio» - e l'onorevole Martini è costretta a rinunciare all'ambita postazione in prima fila a causa di sopraggiunte complicazioni: quello è il posto di Andreotti e non sarà certo un'esponente della Lega a fare retrocedere di una fila il senatore a vita.

Presenti in platea anche una silenziosa Alessandra Mussolini, i ministri La Loggia e Stanca, i parlamentari Sanza, Gasparri e Volontè. Manca la sinistra che ai richiami del papa - nonostante la batosta elettorale - si rifiuta di rispondere.

Eppure è ai laici che il libro di Ratzinger si rivolge come una sfida: vivete come se dio esistesse. Quanto ai valori - sembra essere sottinteso - ci pensiamo noi. A sottolinearlo sono - da un unico pulpito - Camillo Ruini, Marcello Pera e Bruno Vespa, scelto non troppo a sorpresa come moderatore dell'incontro: «Abbiamo sbagliato - afferma Vespa, manco si trattasse di un membro del conclave - ad accettare l'articolo 52 della Carta europea (quello relativo ai concordati, ndr) e a non pretendere nel preambolo di quella stessa Carta la menzione delle radici cristiane dell'Europa».

Ratzinger è un papa d'eccezione, non ama le conversioni forzate e non crede che ci sia in atto una battaglia di civiltà tra religioni monoteistiche. Il vero scontro - chiosano all'unisono Pera e Ruini commentando il suo libro - è tra una razionalità scientista e positivista che pretende di essere universale e autosufficiente da un lato e le grandi culture storiche dall'altro, cristianesimo compreso. Tra un'idea di uomo ridotto a prodotto della natura e come tale trattato (l'embrione?) e quella di una fede che ora come non mai pretende di esprimersi anche pubblicamente.

Il giochino è tutto qua: lasciate che i laici vengano a me e lasciate che rimangano laici. La Chiesa non ha bisogno di nuove conversioni ma solo di altri voti. In vista, chissà, di una revisione della 194 o di una ripassata della legge 40.

I piccoli omicidi di Ratzinger
«Il dramma morale, la decisione per il bene o per il male,comincia dallo sguardo, dalla scelta di guardare il volto dell'altro o meno. Perché oggi si rifiuta quasi unanimamente l'infanticidio, mentre si è diventati quasi insensibili all'aborto? Forse solo perché nell'aborto non si vede il volto di chi verrà condannato a non vedere mai la luce». (Tratto da: Joseph Ratzinger, L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, introduzione di Marcello Pera, Cantagalli editore)
una segnalazione di Paolo Izzo

anche Liberazione, martedì 21, ha pubblicato un articolo sul festival di Pesaro


per vedere la pagina in pdf cliccare qui: http://www.liberazione.it/giornale/050621/pdf/XX_11-CUL-02.pdf

obiezione di coscienza

Yahoo! Sanità mercoledì 22 giugno 2005,
Obiezione di coscienza: fin dove spingersi
Il Pensiero Scientifico Editore

L’obiezione di coscienza in medicina apre nuove questioni non ancora esplorate. Non esiste solo il diritto al rifiuto di fornire una pratica medica ma anche il diritto di non facilitare il paziente che intende fare qualcosa in contrasto con la coscienza del medico?
Questo la spinosa questione che viene dagli Stati Uniti: una riflessione in corso tra medici, infermieri ed operatori sanitari su cosa voglia dire veramente svolgere il lavoro secondo la propria coscienza. In alcuni stati della federazione la riflessione si è già trasformata in legge: è il diritto all’astensione. In Italia questo diritto di non-decidere che ha valore di decisione è stato di recente evocato e applicato in occasione del referendum sulla fecondazione medicalmente assistita.
L’ultimo numero del New England Journal of Medicine affronta il problema in un interessante editoriale. Cosa vuol dire “agire secondo coscienza” di fronte a richieste di aborto, eutanasia, suicidio assistito, riproduzione medicalmente assistita, ricerche su cellule staminali? Può voler dire oltre che rifiutarsi di praticare l’aborto, per esempio, anche rifiutarsi di prescrivere la pillola del giorno dopo, astenersi dal fornire tutte le informazioni ad un paziente che si pensa voglia fare una scelta in contrasto con la coscienza dell’operatore. Un pediatra, per esempio, si potrebbe rifiutare di dire al paziente che sono disponibili dei vaccini contro la varicella perché per produrli sono stati usati tessuti proveniente da feti abortiti.
“Le questioni di coscienza sono insidiose. Alcune interpretazioni personali finiscono per diventare leggi universali” avverte l’editoriale del NEJM. Gli operatori rivendicano il loro diritto di agire secondo coscienza ma questo potrebbe essere lesivo nei confronti dei pazienti. In Wisconsin un farmacista che personalmente riteneva la contraccezione una forma di aborto si è rifiutato di dare ad una donna la pillola anticoncezionale e anche di restituirle la ricetta in modo che potesse andare a comprare il farmaco da un’altra parte. In Wisconsin questo farmacista non è punibile per legge perché ha esericitato il suo diritto, pervisto dalla legge, di astenersi dalla partecipazione alla problematica del malato.
Questo è un esempio e potrebbe essere anche un’estremizzazione; tuttavia il problema della espressione delle libertà singole rimane, compatibilmente con il rispetto delle libertà altrui, come si diceva un tempo.

Fonte: Charo AR. The celestial fire of coscience. Refusing to deliver medical care. NEJM 2005;24:2471-3.

Usa, ricerca sulle staminali
braccio di ferro tra la presidenza e i singoli Stati

Tempomediconline - Tempo Medico n. 797 23 giugno 2005
USA: gli Stati scendono in campo
Sulla scia della California altri Stati finanziano programmi di ricerca sulle staminali
di Donatella Poretti

Gli Stati Uniti sono in pieno fermento. La notizia della prima clonazione terapeutica riuscita in Corea del Sud e i primi passi dei ricercatori di Newcastle in Gran Bretagna sembrano aver prodotto una ulteriore accelerazione, per evitare di restare a guardare i progressi fatti all'estero. Il paese pioniere per eccellenza non se lo può permettere.
Il 24 maggio il Congresso, con 238 voti a favore e 194 contrari, ha approvato lo Stem Cell Research Enhancement Act, la proposta di legge del deputato repubblicano del Delaware Mike Castle e della democratica del Colorado Diane DeGette che prevede di estendere i finanziamenti federali anche alle linee embrionali ottenute dopo il 2001, data limite fissata dalla Casa Bianca, e derivate da embrioni in eccedenza delle cliniche di fecondazione assistita. E mentre il provvedimento è passato al Senato, il presidente George W. Bush ha preannunciato che opporrà il suo primo veto dopo 5 anni alla Casa Bianca: "Sono contrario all'uso del denaro dei contribuenti per sostenere studi e promuovere un tipo di scienza che distrugge la vita per "salvare la vita"".
Ma il denaro dei contribuenti ha già iniziato a confluire in alcuni programmi per la ricerca con le staminali embrionali voluti, e votati, dai singoli Stati. La California ha fatto da apripista: dopo il voto dello scorso novembre su Proposition 71, ha iniziato a muovere i primi passi l'Istituto per la medicina rigenerativa, in attesa dell'arrivo della prima tranche di quei finanziamenti che nel giro di 10 anni toccheranno la cifra record di 3 miliardi di dollari. La gara è aperta e altri Stati, per non restare indietro e subire l'esodo dei propri ricercatori, delle aziende del biotech e dell'indotto, sono scesi in pista: New Jersey, Washington, Connecticut, Michigan, Massachusetts.
Il governatore democratico del New Jersey, Richard Codey, seguendo il modello californiano vorrebbe vendere 230 milioni di dollari in obbligazioni per la ricerca sulle cellule staminali. Con la più grande concentrazione di aziende farmaceutiche, che hanno contribuito nel 2003 all'economia dello stato con circa 24 miliardi di dollari, il New Jersey si organizza per non perderle.
La Camera dello stato di Washington ha approvato il progetto per lo sviluppo economico della scienza chiamato Life Science Discovery Fund. L'idea, sostenuta anche dalla governatrice Christine Gregoire, è quella di creare un fondo di 350 milioni di dollari che lo stato preleverà dall'industria del tabacco e che elargirà in bonus annuali da 35 milioni a partire dal 2008.
Nel Connecticut Camera e Senato hanno approvato alla fine di maggio un provvedimento che stanzia 100 milioni di dollari in 10 anni per la ricerca con le staminali embrionali. Il governatore Jodi Rell ha già dichiarato il suo accordo.
La governatrice del Michigan Jennifer Granholm ha proposto di destinare 2 miliardi di dollari alla ricerca con le staminali embrionali, ma per far questo c'è bisogno di modificare l'attuale legislazione che vieta i finanziamenti statali. Il voto è atteso per novembre.
In Massachusetts il parlamento ha approvato una legge che ancora non stanzia direttamente fondi, ma elimina le norme che vietavano finanziamenti alla ricerca con le staminali embrionali e alla clonazione terapeutica. A nulla è valso il veto apposto dal governatore Mitt Romney che, pur dichiarandosi a favore della ricerca con le staminali embrionali, voleva limitare la ricerca a quelle derivate da embrioni sovrannumerari. Il prossimo passo, preannuncia il presidente del Senato Robert Travaglini, sarà una legge per stabilire fondi ad hoc.

di tutt'erbe un fascio

Adnkronos 23.6.05
DISABILI: 700 MILA GLI ITALIANI CON MALATTIE PSICHICHE

Roma, 23 giu. (Adnkronos) - Sono 700 mila gli italiani affetti da disabilità psichiche. Il dato è emerso stamani nel corso del seminario organizzato dalle onlus ad un anno dalla istituzione della figura dell'amministratore di sostegno. Il nuovo strumento non riguarda soltanto questo campione di italiani ma, come è stato rilevato nel corso del convegno, tutti coloro che si trovano in difficoltà nell'esercizio dei propri diritti, quindi anche anziani, persone che possono essere indotte a compromettere il proprio patrimonio, ma anche alcolisti, tossicodipendenti, soggetti colpiti da ictus, malati terminali e più in generale persone non autosufficienti.

mercoledì 22 giugno 2005

Silenzio tra due pensieri, il film di Payami
in una recensione del Messaggero

questo film era già stato segnalato sul blog con una recensione tratta da Il Messaggero

ilmessaggero.it 14 giugno 2005
Payami: «Il mio film “contro”, per combattere le censure»
di ROBERTA BOTTARI

ROMA - Mentre noi parliamo di censura, il film in questione, Silenzio tra due pensieri di Babak Payami, non è stato vietato ai minori: è stato proprio sequestrato, dal governo iraniano. Il regista è stato arrestato e costretto a fuggire dal paese mediorientale. «Ancora oggi - afferma Babak Payami - nessuno mi ha comunicato ufficialmente le ragioni del sequestro dell’originale e, quando ho chiesto chi mi interrogava se aveva visto il mio film, ha risposto che non ce n’era bisogno...». Silenzio tra due pensieri arriva finalmente in Italia, grazie all’Istituto Luce, che lo distribuisce in una quindicina di copie da venerdì. Presentato 2 anni fa alla Mostra di Venezia, si tratta del terzo film del cineasta, dopo One more day e Il voto è segreto. Il negativo è ancora in mano alle autorità locali, quello che vediamo dunque è ciò che il regista era riuscito a mettere in salvo prima del sequestro. Ogni volta che lo vede, Payami, viene colto da violenti mal di stomaco: «Non è il mio film, è quel che resta. Ma serve a far conoscere una realtà». Il film racconta la storia di una donna che viene risparmiata da un’esecuzione, perché vergine. Secondo una credenza, le vergini, se muoiono, vanno in Paradiso. E i killer non la vogliono solo morta: la vogliono anche dannata. Si pone così un bel problema. Per risolverlo, il leader spirituale costringe il boia a sposare la ragazza affinché, consumato il matrimonio, si possa finalmente procedere con l’esecuzione. Ma l’uomo, di fronte alla vittima-moglie, precipita nel dubbio. «Il silenzio del titolo - spiega il regista - è il momento in cui un individuo, o un’intera società, si risveglia da una convinzione cieca. Questo mio film è un viaggio nell’indecisione. Non parla di religione, ma di come questa può essere utilizzata per ingannare la gente: non mi stupisce che in Iran non lo abbiano gradito. Ma queste forme di repressioni sono inutili. L’ho detto anche a chi mi ha interrogato: prendetevi questo film e io ne girerò un altro, arrestatemi e un altro regista lo farà al posto mio. Comunque vada, sarò io a vincere questa battaglia».



presa d'atto
che giornale il Giornale...

una segnalazione di Paolo Izzo

ilGiornale.it

Il «non riconciliato» Bellocchio protagonista alla Mostra di Pesaro
Cinzia Romani


Roma. Come una signora matura e ben conservata, la 41ª edizione della Mostra internazionale del Nuovo cinema di Pesaro (25 giugno – 3 luglio) non rinnega i propri scapigliati trascorsi, ma li rammemora con forza. Così quest'anno palpiti e premi andranno, nel quadro di un Evento Speciale, all'icona per eccellenza di ogni ribellismo giovanile, a quel Marco Bellocchio da Piacenza che, stavolta, sarà giubilato come soltanto agli artisti scomparsi si conviene.
Al regista di Buongiorno, notte, infatti, gli organizzatori della Mostra conferiranno la cittadinanza onoraria di Pesaro, la sera del 2 luglio. Senza contare che del cineasta in rivolta permanente (sedabile per intervalli nel quieto borgo etrusco di Barbarano Romano, dove l'enfant terribile possiede una casa) sarà proposta una retrospettiva-lampo. Con particolare focus sul rapporto tra Bellocchio e il suo cinementore (all'epoca, si disse «plagiatore») Massimo Fagioli, nel '68 promotore della Nuova Psichiatria. Da Il diavolo in corpo (1986) a Il sogno delle farfalle (1994), pellicole costruite su ispirazione del Fagioli-pensiero, molto in voga quasi quarant'anni fa. «Sono tutt'altro che riconciliato: resto un ribelle che sceglie una lotta senza spargimento di sangue» conferma Bellocchio, già portavoce del discutibile Fagioli.
(...)

Marco Bellocchio anche su Il Tempo

Il Tempo martedì 21 giugno 2005
PESARO Alla Mostra in primo piano autori e attori italiani

UN DOPPIO anniversario segnerà la 41esima Edizione della Mostra di Pesaro. Il quarantesimo compleanno del Festival e, purtroppo, il primo anno senza Lino Micciché, ideatore e direttore per le prime 24 edizioni. La Mostra del Nuovo Cinema si aprirà e si chiuderà all'insegna del cinema italiano: sabato 25 giugno le autorità di Pesaro conferiranno la cittadinanza onoraria ad Amedeo Pagani, produttore vicino allo spirito della Mostra, il 2 luglio verrà allestita una tavola rotonda con Marco Bellocchio.(V. S.)

violenze contro le donne

La Stampa 22 Giugno 2005
LA DENUNCIA DI TELEFONO ROSA
«Spesso le vittime sono mogli e fidanzate
E gli stupratori sono quasi sempre recidivi»


ROMA. Da diciotto anni, l’associazione Telefono Rosa accoglie migliaia di donne che cercano aiuto, appoggio legale o anche solo una parola di conforto. Sono 7500 telefonate all’anno. «E una cosa la possiamo dire: in Italia la violenza di carattere sessuale è in deciso aumento», sostiene Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente dell’associazione. «Sia dentro le mura di casa, sia fuori. Con una differenza: le donne sposate o fidanzate denunciano con più convinzione lo stupro. Quelle violentate all’esterno hanno più remore. Sentiamo troppo spesso di donne che vengono da noi disperate, psicologicamente distrutte, senza aver trovato il coraggio di parlarne in famiglia, e tantomeno con la polizia. A volte, arrivano dopo che sono passati anni dai fatti».
Che il fenomeno delle violenze sia in crescita, lo dicono anche i numeri ufficiali. Sembrerebbe però una particolarità del Centro-Nord. Vi risulta?
«Non tanto. Anzi. Diciamo che, forse, al Sud sono ancora oggi meno disponibili a denunciare le violenze. Spesso sono le famiglie che non vogliono andare al processo. Non se la sentono di portare in piazza lo stupro. E’ un fenomeno culturale da non sottovalutare».
Si dice: merito anche della nuova legge.
«Bah, la legge andrebbe ripensata: abbiamo scoperto che il 75% dei condannati per stupro, appena uscito dal carcere lo rifà. Evidentemente durante la detenzione non si lavora per il loro recupero. Costa troppo».
E ora si parla soltanto degli stranieri. Secondo Telefono Rosa, quanto incidono nella crescita delle violenze in Italia?
«Guardi, ho qui davanti le schede relative a questo primo trimestre 2005. Su 260 casi che riguardano donne italiane, sommando stupri e molestie, gli episodi con immigrati sono circa un 10 per cento: cinque denunce di stupro e 16 di molestia. Significa che, negli altri 239 casi, i protagonisti sono uomini italiani. Su altri 40 casi con donne straniere, ci sono soltanto due stupri e una molestia a opera di immigrati; i restanti 37 casi riguardano italiani. Mi sembrano dati che parlano chiaro. Andiamoci piano a dare contro gli stranieri. Gli ultimi casi ci dicono piuttosto sullo spirito del branco, che colpisce indifferentemente adolescenti italiani e non. Lo straniero, quando è solo, al limite, può essere più molesto di un coetaneo italiano».
Le vostre ricerche dicono che, nel 27% dei casi, la violenza è senza motivo.
«Sì, è l’aspetto che più mi colpisce. I giovani cercano l’affermazione del proprio io nella prepotenza fisica e verbale. Ma qui il discorso è lungo...».

sinistra
l'intervista di Barenghi a Bertinotti su La Stampa di oggi

La Stampa 22 Giugno 2005
Intervista a Bertinotti
Riccardo Barenghi

ROMA. SE gli chiedi quanti voti pensa di prendere alle primarie, non risponde. Anzi, risponde così: «Questo non si dice». Fausto Bertinotti è il leader politico che nel centrosinistra molti guardano con timore (o terrore), timore che rifaccia a Prodi lo stesso scherzetto del ‘98. Ma il Bertinotti di oggi non assomiglia affatto a quello di sette anni fa, è un’altra persona. Dopo la ritrovata unità della coalizione, il segretario di Rifondazione sprizza addirittura ottimismo.
Prodi resta il leader, si fanno le primarie, poi il programma, poi forse il governo. Ma dopo aver rischiato di precipitare nell’abisso, questa soddisfazione così ostentata da tutti non le sembra un po’ esagerata, artificiale?
«Proprio perché usciamo da un periodo in cui tutto congiurava per il peggio, in cui sembrava che si fosse perduto il lume della ragione, tanto più si tira il fiato. Oltretutto mi pare che ne siamo usciti nel modo giusto, ossia con l’intenzione di costruire l’Unione, una coalizione con una forza propria. E le primarie sono una tappa fondamentale di questo percorso».
Però accanto alle primarie avete anche deciso di costituire un direttorio composto dai nove segretari dei partiti, una sorta di messa sotto tutela di Prodi?
«Neanche per sogno. Io penso a una vera e propria fase costituente della nostra Unione, che deve reggersi su due gambe: la legittimazione popolare da un lato e la forza dei partiti dall’altro».
La prima tappa della legittimazione popolare saranno appunto le primarie di ottobre. Un gioco un po’ truccato, tutti sanno che il leader sarà Prodi ancora prima di votare.
«Ma in ogni competizione l’esito non è mai scontato. E poi non c’è solo il problema di chi vince, ma anche di come si vince. Di cosa insomma si mette in campo, quali idee-forza, quale impostazione politica generale. Che si può affermare anche senza vincere».
In altre parole, lei pensa di perdere ma di ottenere un risultato tale da condizionare la politica del vostro governo?
«Io mi candido per dare una presenza, un’impostazione di sinistra alla coalizione. Non un programma contro un altro, quello lo faremo tutti insieme (e non a caso l’assemblea per vararlo è stata fissata due mesi dopo le primarie). Ma appunto l’ispirazione che dovrà guidare la politica del nostro eventuale governo».
Per arrivarci però non avete bisogno solo delle primarie per legittimare il leader e misurare i rapporti di forza interni, ma anche di firmare un accordo addirittura dal notaio, un patto di sangue che deve tenervi insieme. Lei ha anche detto che è disponibile a concedere al leader dell’Unione il potere di vita e di morte sul suo governo. Un’Unione che ha bisogno di tali e tante formalità per stare insieme non dà la sensazione di un’unità reale.
«Possiamo anche dire che si tratta di superfetazioni, i patti, i notai, tutte cose ridondanti e anche un po’ ridicole. Ma la cosa importante è il messaggio che vogliamo dare al popolo della sinistra, cioè che proveremo in tutti i modi a governare insieme per cinque anni. E che se non dovessimo riuscirci, diciamo da subito no a pasticci o inciuci e sì alle elezioni. Ovviamente il potere di scioglimento del Parlamento resta nelle mani del Capo dello Stato, ma il nostro è un impegno politico al quale io attribuisco un grande valore».
Mastella propone addirittura che nessuno voti mai contro il governo, al massimo ci si può astenere.
«Questa è una sua opinione. A me non interessano le gabbie procedurali, non hanno significato. Conta la politica. E la politica significa essere capaci di governare insieme».
Ma se Rifondazione si trovasse in dissenso su un provvedimento del governo di cui fa parte, voterebbe contro?
«Non voglio fasciarmi la testa prima di rompermela. Se si arrivasse a un caso del genere, saremmo alla rottura e al fallimento. Io però scommetto sull’impegno (mio e degli altri) di arrivare fino in fondo con un programma condiviso. Penso che non sia più tempo di traccheggiare o di galleggiare. O si vince alla grande, nel senso che si vincono le elezioni ma poi si vince soprattutto la sfida di un governo diverso. Oppure si perde, altrettanto alla grande».
Primarie, legittimazione popolare, superpoteri del leader: l’impressione però è che il populismo berlusconiano si sia infiltrato anche nel vostro campo.
«Forse. Ma il pericolo maggiore che io vedo oggi non è questo bensì il suo opposto. Ossia il distacco dei dirigenti dal popolo, un riflesso elitario, la costruzione di un recinto aristocratico – anche un po’ saccente – in cui il ceto politico si rinchiude. Ben venga allora il popolo. Perché se l’Unione non si dà come suo compito fondamentale quello di costruire il Popolo delle riforme, magari decidendo anche quale debba essere il suo blocco sociale di riferimento, allora perderemmo anche vincendo».

L'Unità 22 Giugno 2005
Nelle primarie dell’Unità Prodi è al 72%
Bertinotti secondo con quasi il 20%
Di Pietro è terzo con il 3,1% dei consensi e Pecoraro Scanio è al 2,8%. Tantissime e-mail
di Mara Anastasia / Roma

L’URNA ON-LINE dell’Unità ha raccolto ieri in poche ore più di 2.000 voti. Un risultato che ha dato a Romano Prodi un gradimento amplissimo, il 71.9%. Con un largo distacco Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione, che non raggiunge il 20 per cento. Segue Antonio Di Pietro con il 3. 1%, Alfonso Pecoraro Scanio, dei Verdi, con il 2.8 per cento; gli incerti sono 2.4%. Quando abbiamo aperto in rete l’urna, Mastella ancora non aveva annunciato la sua possibile discesa nel campo delle primarie: presto inseriremo anche il suo nome.

Il Foglio 22.6.05
Fassino: “Non vincerà Bertinotti, ne sono sicuro”

Così ieri Piero Fassino parlando delle primarie dell’8 e 9 ottobre: “Vincerà Prodi” e non c’è problema se ci sono altri candidati perché “se si crede nella democrazia non si ha paura dei suoi strumenti”. Le primarie, continua, saranno “aperte”: “Abbiamo interesse a un’investitura di Prodi che sia la più ampia possibile”. Intanto la segreteria della Quercia ieri s’è detta “soddisfatta” dell’accordo nel centrosinistra, ma ha specificato che “l’Ulivo resta in campo”. Quella nell’Unione “non è soltanto una pace”, ma “un accordo per il futuro”. E’ il parere di Prodi: “C’è un programma che ci lega a comportamenti che sono del tutto nuovi”.

Rita Levi Montalcini

ANSA Mercoledì 22 Giugno 2005, 15:49
MEDICINA: LEVI MONTALCINI, LA RICERCA DEVE ESSERE LIBERA

(ANSA) - TORINO, 22 GIU - ''Non si può mettere il lucchetto alla ricerca scientifica, anche se è necessario regolare l'uso che se ne fa per evitare di danneggiare la società e il pianeta''. Lo ha detto il premio Nobel Rita Levi Montalcini, aprendo la giornata dedicata alla medicina e al suo rapporto con la cittadinanza, ''Medici: ieri, oggi, domani'', organizzato dall'Ordine della provincia di Torino. E' stata anche l' occasione per presentare il ''prestito d'onore'' per giovani medici, iniziativa unica in Italia.
Levi Montalcini ha ammesso che la situazione della ricerca nel nostro paese non è facile, nonostante le enormi potenzialità della medicina italiana, e ha detto che l'impegno scientifico deve essere volto a nuove scoperte, ma anche all'aiuto di chi ha bisogno: ''Spero che i giovani vedano nella scienza l'unico modo per far fronte alle tragedie che affliggono il mondo, in particolare l'Africa e il sud del pianeta''. Riguardo al recente referendum sulla procreazione assistita, Levi Montalcini ha affermato: ''L'astensione non e' stata giusta, io ero per quattro sì, ma chi non era d'accordo poteva almeno andare a votare no''. ''Forse - ha proseguito - non si doveva chiedere alla gente di confrontarsi con questioni cosi' complesse o perlomeno i quesiti dovevano essere posti in maniera piu' semplice''. (ANSA).

Poincaré e Einstein

La Stampa TuttoScienze 22.6.05
LA STORIA DI DUE GENI CHE SI IGNORARONO A VICENDA
Francesco De Pretis

IL giugno 1905 probabilmente dal punto di vista scientifico è stato il mese più fecondo: il matematico francese Jules Henri Poincaré presentava il 5 giugno all'Accademia delle Scienze di Parigi una nota di quattro pagine, intitolata "Sur la dynamique de l'électron"; il 30 giugno un allora sconosciuto impiegato dell'ufficio brevetti di Berna di nome Albert Einstein, vedeva pubblicato sui prestigiosi "Annalen der Physiks" un articolo dal nome "Zur Elektrodynamik bewegter Körper". Con questi due scritti ebbero finalmente risposta gli interrogativi sorti più di trent'anni prima, all'indomani dell'apparizione dell'opera di Maxwell, che avevano tolto il sonno a molti uomini di scienza. Nel 1873 il fisico scozzese James Clerk Maxwell, riassumendo gli studi compiuti durante tutto l'arco del XIX secolo, aveva esposto un modello matematico - quattro celebri equazioni - che forniva una corretta spiegazione delle interazioni elettromagnetiche fra corpi. Contrariamente alla concezione della meccanica newtoniana, queste equazioni però introducevano il concetto di invarianza rispetto al sistema di riferimento scelto, dal quale discendeva la costanza della velocità della luce per ogni possibile osservatore: un'affermazione non di poco conto, che faceva andare letteralmente in frantumi le fondamenta concettuali della fisica classica, destando sgomento nel mondo scientifico del tempo. Maxwell stesso, conscio dello sconvolgimento epocale sollevato dal proprio lavoro, cercò subito una soluzione, rifacendosi al concetto di etere, un ipotetico mezzo imponderabile, elastico e trasparente che si supponeva riempire l'universo per poter così spiegare le modalità di trasmissione delle onde elettro-magnetiche e l'interazione di forze a distanza. Conferme sperimentali sull'esistenza dell'etere però non arrivarono, anzi un famoso esperimento (1881-1887) dovuto ai fisici Michelson e Morley riconobbe valida l'assunzione di costanza della velocità della luce, che risultò non essere influenzata dal «vento dell'etere»: le conclusioni a cui erano pervenuti i due scienziati statunitensi scatenarono nuovi dibattiti e congetture. Per rendere ragione all'esperimento di Michelson-Morley, il fisico irlandese George Fitzgerald ipotizzò nel 1889 che le lunghezze di corpi che si muovessero a velocità prossima a quella della luce, si dovessero accorciare. Hendrik Lorentz, geniale fisico olandese, arrivò nel 1892 allo stesso risultato, che prese il nome di contrazione di Fitzgerald-Lorentz. Continuando su questo filone di ricerca, un altro fisico irlandese, Joseph Larmor, e poi lo stesso Lorentz (1899), scrissero una serie di equazioni, oggi note come trasformazioni di Lorentz, che sostituivano le trasformazioni galileiane della fisica classica: da esse risultava l'invarianza della velocità della luce per ogni sistema di riferimento possibile, ma anche - fatto del tutto rivoluzionario - uno sfasamento temporale fra due sistemi di riferimento in moto uno rispetto all'altro. Proprio partendo dal carattere non più assoluto del tempo, ecco inserirsi sulla scena la riflessione di Poincaré: un anno prima, veniva pubblicato "La mésure du temps" (1898), uno scritto nel quale lo scienziato francese meditava sull'impossibilità della simultaneità temporale di due eventi. Nel 1900, al Congresso di Parigi, Poincaré tenne la celebre "Conférence sur l'existence de l'éther", nella quale pose una sistematica e decisa critica al concetto di etere di Maxwell e nel 1904, alla conferenza di Saint-Luis (USA), propose un problema relativistico nuovamente legato al tempo, oggi conosciuto come paradosso degli orologi. Profondo conoscitore della fisica classica, Poincaré era convinto della sostanziale veridicità del principio di relatività galileiana, cioè dell'impossibilità di dimostrare il moto assoluto. Così, nello scritto del 5 giugno 1905, partendo dall’impossibilità di dimostrare il moto assoluto, riprese le riflessioni di Lorentz e mostrò che le sue trasformazioni formavano un gruppo assieme con le rotazioni, da esse dedusse la contrazione delle lunghezze e osservò acutamente che anche la legge di gravitazione universale doveva essere ripensata se le onde gravitazionali si propagavano alla velocità della luce. Questo testo fu poi ampliato da Poincaré e inviato ai "Rendiconti del circolo matematico di Palermo" (23 luglio), un periodico siciliano di scienza, il cui direttore, amico di Poincaré, pubblicò lo scritto nel gennaio del 1906. Il 30 giugno 1905 apparve il testo di Einstein, il quale, partendo da due postulati iniziali (principio di relatività galileiana e invarianza della velocità della luce in ogni sistema di riferimento), desumeva le trasformazioni di Lorentz e perveniva ai medesimi risultati ottenuti da Poincaré: questo scritto ha l'indubbio pregio di grande una chiarezza e semplicità, e di completare coerentemente il quadro di fondazione della nuova meccanica relativistica. Così pochi giorni fra due pubblicazioni di tale portata storica potrebbero stupire ma la simultaneità nella storia della scienza non è poi tanto rara: Newton e Leibniz elaborarono indipendentemente il calcolo infinitesimale verso la fine del XVII secolo, Bolyai, Gauss e Lobatchevsky contribuirono alla nascita delle geometrie non euclidee negli stessi anni del XIX secolo, ciascuno - almeno inizialmente - all'insaputa degli altri. Al di là di sterili polemiche sulla paternità della Relatività ristretta (fu un mutuo concorso fra Lorentz, Poincaré ed Einstein), il nome di Einstein fu legato indissolubilmente alla teoria della Relatività piuttosto per i lavori che il fisico tedesco produsse dopo (per essi fu decisivo l'incontro con Minkowski e l'italiano Ricci Curbastro); a lui va il merito - nel 1916 - di aver esteso la meccanica relativistica anche ai sistemi non inerziali e di aver compreso che sotto di essa vi è qualcosa di molto più complesso, un impianto teorico che si basa sulla geometria dello spazio e del tempo, una geometria dell'universo che Einstein individuò nel modello di spazio curvo di Riemann. Nonostante sia Poincaré che Einstein fossero giunti ai medesimi risultati, la reazione di entrambi sfociò in una sorta di dignitosa indifferenza: il nome di Poincaré appare solo una volta negli scritti di Einstein, quello di Einstein mai nelle carte di Poincaré, che nel 1912 morì improvvisamente. Questa freddezza fra i padri della Relatività ristretta ebbe però una infelice conclusione: Lorentz, amico di vecchia data di Poincaré, nella commissione scientifica per il Nobel del 1921, fece assegnare il prestigioso premio ad Einstein ma solo per lo scritto del 1905 legato allo studio sull’effetto foto-elettrico: un lavoro sì di grande importanza ma non rivoluzionario come la Relatività.

il prof. Severino a Cosenza

Gazzetta del Sud 22.6.05
Il pensiero medievale nella magistrale dissertazione di Emanuele Severino a Cosenza
Filosofia, la grande eresia dell'uomo
Lo straordinario tentativo di sintesi di Tommaso d'Aquino
Federica Longo

Un viaggio tra “Utopia e conoscenza” nel nome di Federico II, stupor mundi e immutator mirabilis, dove stupore del mondo significava anche elemento destabilizzante per l'ordine costituito. E tale fu l'immutator mirabilis, se si pensa alla profonda incisione culturale che ha lasciato nella storia con la sua curia magna, che fu scuola madre della lingua italiana e avanguardia nell'arte e nella scienza. Ma soprattutto fucina di pensieri e sperimentazioni culturali che rompevano schemi e rigide tradizioni. L'iniziativa promossa dalla Telecom nella sua tappa cosentina, si dipana tra il razionale e il magico. Per le vie della città fermenti di artifici spettacolari colorano l'atmosfera. I teatranti si esercitano nell'arte di spostare indietro le lancette del tempo, a quel trenta gennaio del 1222, quando a Federico imperatore «splendida di sole e festante di popolo dovette apparire Cosenza». Mentre, nella sala convegni della biblioteca Nazionale, un pubblico di appassionati attende una magistrale lezione sulla filosofia medievale. E non appena l'accademico dei Lincei, Emanuele Severino, fa il suo ingresso, un riverente silenzio accompagna il suo arrivo. Il filosofo indugia e, prima di salire in cattedra, si accomoda al di qua del sipario, quasi a cercare un'altra prospettiva, quasi per guardare le cose da una nuova angolazione. Da subito, lo studioso dichiara di volersi sottrarre ad una accentuazione accademica del tema e inizia la sua dissertazione a partire da una riflessione sul sapere filosofico. «La filosofia non è qualcosa di astratto o estraneo rispetto ai problemi reali e pratici – esordisce Severino – ma, al contrario, essa nasce perché l'uomo tenta di costruire un senso del mondo all'interno del quale cerca una risposta al dolore, alla morte, all'angoscia dell'esistenza». La filosofia come possibilità di dare significato e accettabilità alle condizioni estreme della vita. «Essa – continua – stabilisce la scacchiera sulla quale s'intrecciano tutti i giochi che costituiscono la storia dell'occidente». Le categorie filosofiche di spazio, tempo, unicità e molteplicità sono individuate come la struttura fondante dell'occidente, nei suoi aspetti culturali non meno che in quelli pratici. «Con la successiva comparsa del cristianesimo – spiega Severino – fenomeno fondamentale per comprendere l'essenza della filosofia medievale, riaffiora l'atteggiamento del mito. Un atteggiamento connotato da un'incapacità di rispondere alla domanda sul perché il senso del mondo sia quello che ci si rappresenta come tale». Il perché al quale la filosofia, «questa grande eresia dell'uomo», accompagna fin dalla sua nascita la ricerca della verità e che diventerebbe, con l'irrompere del cristianesimo, l'antagonista della fede. Sul terreno del confronto tra fede e ragione, un tema nel quale siamo profondamente immersi, sottolinea il filosofo, si concentra il senso autentico del pensiero medievale. Una diatriba che conduce dritti al laceramento che l'Europa di questi giorni sta vivendo. La Francia del no alla costituzione, l'Italia del post-referendum che sperimenta il riaffacciarsi del cattolicesimo nella vita politica, la Spagna di Zapatero alle prese con i difensori della cristianità. Segni di un ritorno all'integralismo cattolico o di una lotta tra élite culturali che strumentalizzano le masse? Quelle masse inerti e sempre pronte a conformarsi al “si deve”, al “si fa” heideggeriano, o profondamente intrise di uno spirito gregario, incapaci di lasciare che la volontà si affermi. E il dipanarsi della matassa che dal medioevo conduce ai giorni nostri non può non passare attraverso la sintesi proposta da Tommaso d'Aquino. «Uno straordinario tentativo – spiega Severino – di tenere fermi due lati, la fede e la ragione, che si presentano come assolutamente antitetici». La teoria della conciliazione e dell'armonia tra filosofia e cristianesimo, elaborata da quel gigante del pensiero che fu Tommaso, afferma lo studioso, conduce a «un'irrimediabile aporia, drammaticamente attuale». Un'aporia che o fa del cristianesimo una verità di ragione o della ragione una verità di fede. E, affrettandosi a prendere le distanze da possibili accuse di ateismo, il filosofo afferma: «Sia l'ateo che l'amico di Dio intendono tutti noi come il nulla». Il mondo tanto per il credente quanto per colui che nega Dio sarebbe un caos al quale l'uomo viene sottratto solo mediante l'azione creatrice o il caso. «L'uomo viene collocato nel sepolcro del nulla per poter essere salvato». Da questa volontà di salvare l'uomo dopo averlo originariamente annullato, Severino si allontana. E oltre il nichilismo, oltre il drammatico urlo di Nietzsche che annunciava terrorizzato il tramonto degli idoli, il filosofo audacemente conclude: «L'uomo è infinitamente di più di quello che crede di essere e c'è qualcosa di infinitamente più grande di ciò che lungo tutta la storia del pensiero è stato chiamato Dio». Una nuova prospettiva, una rottura con la tradizione del pensiero che annuncia sullo sfondo nuove domande e altri abissali perché.

da Maria e Salomé, ai roghi delle streghe, alla psichiatria

Il Tempo 21.6.05
Nei secoli l’intolleranza religiosa divenne un problema psichiatrico
di VALENTINA CORRER

«Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria». (Vangelo secondo Luca 1, 26-28) Era Elisabetta, madre di Giovanni, ad essere al sesto mese di gravidanza, Maria lo seppe solo dopo l'Annunciazione e si recò da lei, vi rimase per i tre mesi restanti, poi Elisabetta partorì. Sei mesi dopo nacque quindi Gesù, il 25 dicembre. Otto giorni prima delle calende di gennaio; sei mesi prima nacque Giovanni, otto giorni prima delle calende di luglio, il 24 giugno. In quel giorno si festeggia San Giovanni Battista (l'Evangelista è il 27 dicembre). Al 24 giugno è legata una leggenda medioevale, quella di Salomè, figlia di Erodiade. Si dice che dopo aver danzato chiese, sotto consiglio della madre, la testa del Battista che le fu portata ancora in vita su un vassoio. Come punizione per aver causato la morte di Giovanni Salomè fu costretta all'infinito a vagare, volando su una scopa. Durante la notte che precede il 24 giugno, notte di veglia come per il Natale, si dice che gruppi di streghe si aggirino, sorvolino la basilica di San Giovanni a cavallo di una scopa tutte dirette ad un grande sabba annuale. Per difendersi da tanto influsso maligno si ricorreva al fuoco (da qui nascono i falò della notte di San Giovanni), all'acqua (specialmente la rugiada a cui sono attribuiti vari racconti legati alla fertilità) e alle erbe consacrate al santo (con poteri di protezione dal malocchio). In questo giorno si mangiano lumache (per difendersi dalle infedeltà e dai litigi) e si raccolgono le noci non ancora mature per farne del liquore, il nocino. E non è un caso che il più famoso albero di noci sia proprio quello di Benevento, albero intorno al quale si dice si raccogliessero le streghe, leggenda dalle antiche radici che risale all'epoca longobarda. Così recita un poemetto ottocentesco napoletano "Un gran noce di grandezza immensa germogliava d'estate e pur d'inverno; sotto di questa si tenea gran mensa da streghe, stregoni e diavoli d'Inferno". Benevento, città di origine del leggendario liquore Strega, il cui produttore Alberto Strega è promotore e finanziatore dell'omonimo noto premio letterario istituito nel 1947, che si svolge proprio il 24 giugno. Ma strega non è solo sinonimo di simpatiche leggende, superstizioni, gatti neri, scope, buffi cappelli e fortunate serie televisive. Vaste sono le pagine di storia dedicate alla caccia delle streghe, che con l'ausilio di veri processi sulla base di false testimonianze estorte tramite tortura, causarono la morte di migliaia di innocenti, soprattutto donne. La caccia alle streghe nasce nel XV secolo e prosegue per tutto il XVI e XVII, l'ultimo processo celebrato in Italia è dei primi del XVIII. È del 1486 il Malleus Maleficarum dei frati tedeschi Jacob Sprenger e Heinric Kramer, vero e proprio manuale del caso. È sicuramente il 1600 il secolo che più si è prestato a questo genere di persecuzioni, il secolo della Controriforma. Per lo più accusate di stregoneria erano le donne, proprio il Malleus termina così "la stregoneria deriva dalla lussuria della carne, che nelle donne è insaziabile". Le streghe, donne pericolose, oggetto di morbose attrazioni sessuali, capaci di causare l'infertilità, avide di bambini non battezzati da sacrificare al diavolo. Molte accusate erano infatti tutte quelle che avevano a che fare con i neonati, levatrici e bambinaie. In clima di Controriforma la stregoneria era un reato contro l'ordinamento della religione, il processo e la condanna a morte poi garantivano l'espiazione del peccato e la purificazione tramite il rogo. Ma verso il XVIII secolo, con la fine dei processi alle streghe, andando verso l'Illuminismo, la stregoneria passa da problema teologico a disturbo psichiatrico, risultato di un pensiero razionalista e tutti i casi connessi riempiono i trattati di medicina mentale. Sono soprattutto il diritto, la giustizia, il processo ad essere il centro del problema. Era inammissibile accettare una confessione ottenuta tramite tortura, si doveva garantire la giustizia. Beccaria e Verri si pronunciano fermamente contro la tortura, definendola una pena inutile, scrive Beccaria ne Dei delitti e delle pene "Qual è il fine politico delle pene? Il terrore degli altri uomini". Questo è sicuramente il risvolto comune a qualsiasi tipo di persecuzione, in qualsiasi tempo. Scriveva Arthur Miller nel 1953 un testo chiamato "Il crogiuolo" altrimenti conosciuto come "Le streghe di Salem". Riferendosi ad una caccia alle streghe del 1692, Miller metteva in evidenza le analogie con il clima di persecuzione iniziato dal senatore McCarthy contro l'ideologia comunista di cui lo stesso scrittore fece esperienza. Due società a confronto accomunate dalla stessa assurda caccia ad innocenti, alimentate dalla bigotteria e dall'odio.

archeologia
il vetro più antico del mondo

Le Scienze 21.06.2005
Il vetro più antico del mondo
Identificato un sito di fabbricazione del vetro nell'antica città reale di Ramses II


Nell'antichità, il vetro era qualcosa di molto raro e prezioso: chi sapeva come fabbricarlo possedeva dunque una tecnologia molto potente. Alcuni frammenti scoperti nell'odierno Iraq suggeriscono che la produzione di vetro sia cominciata attorno al 1500 a. C. in Mesopotamia e che per molti secoli sia rimasta un segreto accuratamente custodito. O almeno così si pensava.
Un nuovo studio rivela ora che gli antichi egiziani erano già in grado di produrre vetro pochi anni dopo i mesopotamici, e che usavano questa tecnologia per estendere la propria influenza attraverso il Mediterraneo e il Medio Oriente. La scoperta è stata descritta il 17 giugno sulla rivista "Science".
Alcuni artefatti disseppelliti nella parte orientale del delta del Nilo mostrano che in quella regione il vetro veniva prodotto a partire da materie prime attorno al 1250 avanti Cristo. Gli artefatti sono stati trovati presso l'antica capitale del faraone Ramses II. Le rovine rappresentano il più antico sito di fabbricazione di vetro conosciuto al mondo, l'unico che risale all'età del bronzo.
Le scoperte mostrano anche i metodi usati per produrre il vetro antico. "Per la prima volta - afferma Thilo Rehren dell'University College di Londra, co-autore dello studio - possiamo spiegare dove e come lo fabbricavano".

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martedì 21 giugno 2005

Marco Bellocchio a Pesaro

cineuropa.org
http://www.cineuropa.org/newsdetail.aspx?lang=it&documentID=52522
Festival – Italia
Tutto Bellocchio a Pesaro


(...)
Ma il pezzo forte della Mostra di Pesaro sembra essere la retrospettiva completa di Marco Bellocchio. A cura di Adriano Aprà e co-organizzato con la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, sarà un viaggio attraverso quarant'anni di storia del cinema italiano che sarà completato da una tavola rotonda sul regista e da due volumi monografici di cui uno fotografico (co-editato dal Centro Sperimentale di Cinematografia). "La completezza e la puntualità di questa retrospettiva mi commuovono", commenta Marco Bellocchio. "C'è una parte della mia storia personale e cinematografica che non era mai stata affrontata prima e che di solito la critica scavalca: il periodo della mia controversa collaborazione con lo psicoterapeuta Massimo Fagioli. Non mi sono mai sentito un perseguitato, ma dal 1985 si è scatenata una serie di attacchi alle mie scelte personali. Rivendico le mie posizioni anti-istituzionali, che continuano ancora oggi".

Adnkronos 20.6.05 - 14:14
CINEMA: MARCO BELLOCCHIO, RICONCILIATO CON LA CRITICA, MA RESTO UN RIBELLE

Roma, 20 giu. (Adnkronos) - ''Non mi sento perseguitato, ma credo che dietro alcune mie decisioni personali, dal 1985 in poi, ci sia stata molta confusione e incomprensione. Finalmente anche su questi aspetti del mia vita e del mio lavoro si potrà fare chiarezza''. A parlare è Marco Bellocchio, al quale la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro (in programma dal 25 giugno al 3 luglio) dedica quest'anno l'Evento Speciale. Al regista sarà reso omaggio con una retrospettiva completa delle sue opere (film, cortometraggi e lungometraggi), una tavola rotonda e con la pubblicazione di due volumi, attraverso i quali si affronta per la prima volta anche il suo approccio psicanalitico alla Settima Arte e la collaborazione con l'analista Fagioli per ''Il diavolo in corpo''.

in Spagna
il governo socialista non ha proprio nessuna paura della chiesa cattolica

da aprileonline.info
E in Spagna...

(...)
A fine anno scade la proroga dei finanziamenti di Stato alla Chiesa cattolica e il governo del premier socialista potrebbe decidere di tagliare i fondi pubblici alla Chiesa con cui è ai ferri più che corti. L’avvertimento arriva, con una intervista al quotidiano barcellonese “La Vanguardia”, dal guardasigilli Juan Fernando Lopez Aguilar, difensore dell’allargamento dei diritti civili. A fine anno scade l’ultima proroga della disposizione transitoria dell’attuale sistema di finanziamento ecclesiale, pattuito nell’87 tra la Conferencia Episcopal Espanola (Cee) e l’ex governo socialista del premier Gonzalez. Allora le gerarchie religiose si impegnarono, nel giro di 3 anni, ad autofinanziarsi con l’apporto volontario dei fedeli dello 0,5 per cento della loro dichiarazione dei redditi sulle persone fisiche (in Italia è lo 0,8). Un compromesso, però, mai rispettato negli ultimi 15 anni. Lo Stato, sia con Gonzalez che con il premier popolare Aznar, ha sempre anticipato mensilmente (quest’anno 11,78 milioni di euro, su 141,46 previsti per il 2005), molto più di quanto versavano i fedeli. E non ha mai chiesto indietro la differenza tra la somma anticipata e quella incassata. Un gap a fondo perduto pari, solo tra l’88 ed il 2002, a 450,89 milioni di Euro. In questo contesto, Aguilar suona la carica: “La realtà è che l’apporto dei fedeli non è sufficiente, non arriva neppure al 70%. Quest’anno abbiamo sborsato 35 milioni di euro in più”. E subito dopo, avverte: “L’Esecutivo e la Chiesa sanno che questa situazione non è sostenibile all’infinito. È razionale che convochiamo una negoziazione che potrebbe aver luogo quando scadrà l’ultima proroga, alla fine di quest’anno”. Calendario alla mano, significa che l’ accordo sulla riforma del sistema di finanziamento ecclesiastico deve essere concluso prima della redazione della Finanziaria 2006, nel prossimo autunno. Ma c’è di più. Il ministro alla Giustizia, da cui dipende il decisivo sottosegretariato agli Affari religiosi, paventa anche tutta una serie di notevolissime riduzioni fiscali per i religiosi “che occorre negoziare”. Quali? Esenzione dell’Iva (concessa dall’89 contro il parere della Ue), imposte sui beni immobili, successioni, donazioni. Spiega Lopez Aguilar: “Dobbiamo essere capaci di mettere sul tavolo queste questioni senza che si dica che ci scontriamo con la Chiesa. Non dobbiamo dimenticarci che è una situazione eccezionale della Chiesa cattolica, di cui non usufruiscono altre confessioni costituzionalmente equiparate”. Insomma, è la resa dei conti del governo con la Conferenza episcopale.(...)

e alle elezioni il governo si rafforza anche
(dalla mailing list dell'UAAR):

«Zapa sta andando bene elettoralmente.
Ieri ci sono state anche le elezioni regionali in Galizia, una regione tradizionalmente di destra, dove il PP nel 2001 aveva la maggioranza assoluta ( 51.6% ) e il PSOE era al 21,8%. I risultati di ieri sono stati un calo del PP al 44,9% e una crescita del Psoe al 32,5% (= crescita di più del 50%).
In seggi +8 al Psoe, - 4 al PP e -4 al partito nazionalista galiziano (BNG).
Al momento BNG e Psoe insieme fanno i 38 seggi che danno la maggioranza.
Adesso sono in attesa del voto degli immigrati in Argentina».

Flores d’Arcais
«La Vittoria di Dio»

L'Unità 21 Giugno 2005
La Vittoria di Dio
Paolo Flores d’Arcais

È trascorsa appena una settimana, e la politica ufficiale ha ripreso il suo tran-tran, come se nulla fosse successo. Eppure, nelle urne (astenendosi dalle urne, anzi), ha vinto Dio. Evento di un certo rilievo, che sarebbe utile pensare a fondo.
Ha vinto Dio. Non il Dio universale, di tutti i credenti, però. Non il Dio dei valdesi, che avevano invitato civilmente al voto (contro la vigente legge). Non il Dio degli ebrei, tenuto rigorosamente estraneo alla tenzone referendaria.
E neppure il Dio di preti cattolici che prendono sul serio il vangelo: alla don Gallo (e tanti come lui). Che a votare ci sono andati, senza licenza de' superiori ma in obbedienza alla propria coscienza. In quel week-end ha vinto un solo Dio: il Dio della Chiesa cattolica nella sua accezione strettamente gerarchica. Il Dio di Joseph Ratzinger e Camillo Ruini, insomma.
A voler essere onesti, o per lo meno esatti, quel Dio non ha vinto da solo. Da solo non ce l'avrebbe fatta. Ha vinto in alleanza con l'astensionismo abituale, ormai al trenta per cento nelle consultazioni politiche e oltre il quaranta in quelle referendarie (le rarissime volte che riescono). E con l'ondata popolare di panico verso la scienza, nuovo e sottovalutato oscurantismo di massa.
Ma l'astensionismo abituale, a volerlo ascoltare (anziché esorcizzare come “fisiologico”), parla della crisi della democrazia, della rappresentanza che diventa finzione, del monopolio partitocratico autoreferenziale (felicemente intrecciato ai poteri forti, economico-finanziari, checché strilli la retorica populista d'ordinanza).
Il panico verso la scienza rifiuta invece in radice la distinzione tra scienza/conoscenza e uso tecnologico della medesima. Come se fosse ragionevole biasimare il fuoco e la ruota, strumenti di progresso esponenziale, visto che celebrano fasti mostruosi nella tortura e successivo auto-da-fé degli eretici.
Le conoscenze sul nucleo atomico e sul genoma non sono responsabili di Nagasaki o di ogni futuro dottor Mabuse. Accusare la scienza è un modo comodo per auto-assolverci dalla nostra responsabilità di cittadini, e/o un modo pericoloso di occultarci la nostra impotenza di cittadini di fronte alla video-partitocrazia dei politici di mestiere che ha monopolizzato e sequestrato la nostra sovranità (ormai solo putativa).
Questo vero e proprio odio teologico (e sospetto popolare) contro la scienza, nasconde in realtà la paura di fare i conti con la verità del disincanto: la mancanza di un senso iscritto nel cosmo e della storia umana, il dovere, insopportabile, di essere i creatori della nostra norma, di essere autonomi - autos-nomos - premessa per essere cittadini. La paura di affrontare il finito irrimediabile dell'esistenza.
Da questo dolore di essere individui, gettati in un universo insensato, la spinta a rifugiarsi in ogni nicchia di illusione e autoinganno. Il proliferare a metastasi di ogni occultismo e superstizione.
Ma il rifugio doveva essere proprio la democrazia, il nostro destino riappropriato per autos-nomos, sovranità autonoma di tutti e di ciascuno, orizzonte di potere simmetrico e riconoscimento reciproco, anche nel conflitto. I “realisti” bollano tutto ciò di utopia: democrazia è mera circolazione di elités, tecnica di governo, il resto è poesia.
Ma se questa poesia viene meno (è il solo fondamento di legittimità delle democrazia!), se nella democrazia ridotta a simulacro viene meno anche la possibilità di lottare-per, ecco dilagare la rassegnazione di massa, il cinismo degli individui/replicanti, l'indifferenza alla cosa pubblica, resa estranea (privata!) dall'Opa riuscita dell'establishment video-partitocratico.
La democrazia sottratta sottrae speranza di “dare senso”. L'impotenza di ciascuno rende s-catenato (rispetto al controllo democratico) l'uso della scienza, e l'hybris di profitto che l'accompagna. La sfiducia nella scienza e nel voto si alimentano a vicenda, in spirale viziosa (magari fosse solo un circolo).
La sinergia tra i tre fenomeni - clericale, partitocratico, superstizioso - costituisce la nuova santa alleanza oscurantista contro la democrazia presa sul serio. Se ne esce solo con un grande progetto di controffensiva politica e culturale di segno democratico-illuminista.
L'alternativa cattolica (l'«Etsi Deus daretur» a cui Papa Ratzinger invita anche i non credenti, quando si tratti di fare le leggi, e il bacio della pantofola intimato dagli atei devoti) sottovaluta il futuro assai prossimo di questo ritorno trionfante di Dio sulla scena pubblica. Perché vale poi per qualsiasi Dio, non in esclusiva per il Dio di Ratzinger e Ruini. E ogni religione pretende coincidenza tra ciò che detta la propria fede e ciò che sarebbe natura umana.
Se per Ruini la cellula fecondata che si è duplicata alcune volte (la morula) è già persona, e dunque omicidio usarla, per un'altra fede la natura condanna la trasfusione, o ammette la poligamia. E chi deciderà su quale sia natura? La maggioranza? A metà del secolo, nelle nostre metropoli, sarà probabilmente islamica.
La convivenza futura è possibile solo nel riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni persona (la madre, non il feto. E ciascuno di noi rispetto alla propria vita, compresa la decisione di eutanasia e relativo aiuto). Dunque, più che mai: Etsi Deus non daretur.

21 giugno 2005, ore 18.15
Bologna, piazza San Domenico 13
Biblioteca Monumentale del Convento San Domenico
Mons. Carlo Caffarra Arcivescovo di Bologna
Paolo Flores d'Arcais direttore di MicroMega
In controversia su:
ETSI DEUS NON DARETUR:
dittatura del relativismo o premessa di libertà democratiche?
in occasione della presentazione del volume
Joseph Ratzinger - Paolo Flores d'Arcais, Dio esiste? Un confronto su verità, fede, ateismo
(supplemento di MicroMega 2/2005)

Carlo Flamigni: «le ragioni di una sconfitta»
la disobbedienza civile

L'Unità 21 Giugno 2005
Le ragioni di una sconfitta
Carlo Flamigni

L’impegno che mi sembra più urgente a pochi giorni da questa cocente sconfitta referendaria consiste nell'avviare una seria e onesta analisi critica.
Se saremo in grado di farlo potremo anche lavorare efficacemente per il futuro, sia per le nuove battaglie culturali che, temo, saranno all'ordine del giorno nel nostro paese, che per percorrere tutte le altre strade legittimamente disponibili per arrivare ad una legge sulla procreazione assistita migliore della 40/2004.
Le ragioni di questa sconfitta sono molte, mi sembra che almeno su questo ci sia accordo. C'è anche una classifica dei perdenti: i malati, le coppie sterili, le persone che soffrono e sperano. Anche tra chi si è adoperato per far vincere il sì c'è una sorta di scala di valori: le associazioni dei pazienti, le donne dei democratici di sinistra e dell'ulivo innanzitutto; e poi i radicali, gli esponenti della destra che si sono giocati mezza fortuna politica. Ci sarà da riflettere per tutti.
Adesso, in questo articolo, su questo giornale, voglio ragionare su un problema che mi sembra prevalente: una parte di quel 75% di assenti (dovrò pure sottrarre la quota di assenteismo fisiologico da referendum) ha espresso un parere critico, negativo, sulla ricerca scientifica. Forse ha paura della scienza, forse non ama gli scienziati. A una Festa dell'Unità un compagno mi ha detto: “siete arroganti come i preti”.
Ebbene voglio riflettere sulla mia arroganza e voglio ragionare sulla scienza: cos'è, come dovrebbe essere, come la dovrebbero vedere i cittadini.
La scienza è un grande investimento sociale, forse il più importante di tutti. La società investe nella scienza perché spera di ricavarne vantaggi: per sé, per i suoi figli più deboli e più sofferenti, per tutti. La società vuole che le nuove conoscenze prodotte rendano la vita degli uomini migliore e non può accettare il rischio che i prodotti del sapere possano essere dannosi per l'uomo. Così, lascia libera la scienza di esplorare l'ignoto, perché un occhio che scruta non può fare male a nessuno; chiede invece di poter esercitare un controllo sulle cose che la tecnica produce, perché una mano che fruga può far male, e come.
Ciò significa lasciare ad ogni ricercatore la più ampia sfera di decisioni autonome compatibili con l'interesse dell'umanità. Ciò significa anche che la scienza deve garantire la società in merito alla trasparenza e alla sincerità e per farlo deve darsi una struttura normativa. In questo modo, la scienza diviene un modello di produzione della conoscenza e le sue norme sociali sono inseparabili da quelle che riguardano i principi e il metodo della conoscenza scientifica: non si può separare l'idea che gli scienziati hanno su ciò che dovrebbe essere considerata la verità, dai modi in cui operano per raggiungerla.
I valori e le norme che garantiscono il funzionamento della scienza sono stati descritti da Robert Merton in quattro imperativi istituzionali: il comunitarismo, l'universalismo, il disinteresse e lo scetticismo organizzato.
Altri filosofi della scienza hanno aggiunto l'originalità, la creatività, la cooperazione, la trasparenza.
Queste norme e questi valori dovrebbero consentire ai ricercatori il massimo di una libertà virtuosa, ma è ovvio che - come tutte le attività dell'uomo - anche la scienza ha le sue devianze. Ad esempio le norme che ho descritto valgono per la scienza accademica, quella - solo per fare un esempio - che si svolge nelle università, mentre non si ritrova costantemente nella scienza post-accademica, quella - sempre per fare un esempio - che è promossa da qualsiasi tipo di potere economico. Se cessa il mecenatismo dello stato, se la ricerca accademica non viene adeguatamente sostenuta, può accadere che “l'altra scienza” tracimi e occupi spazi non suoi. È accaduto, accadrà ancora.
Bisogna evitare che accada.
Io credo che della scienza i cittadini si possano fidare, credo in una scienza al servizio dell'uomo. Per far credere l'opposto, sono state dette calunnie, sostenute menzogne, negate verità lapalissiane. Non esiste l'eugenetica che sa fare bambini più belli; nessuno mangia gli embrioni o li spalma sul pane, nemmeno noi comunisti. Se le fecondazioni assistite fossero tutto il male che si è detto di loro, non vedo perché dovremmo sporcarci le mani e tradire il nostro impegno con la società. Sentite cosa mi ha detto il 10 giugno l'onorevole Olimpia Tarzia, vicepresidente del Movimento per la vita, durante la trasmissione radiofonica “Nove in punto” di Radio24: “… il volere andare a produrre più embrioni quando non servono fa venire veramente il dubbio di interessi diversi rispetto a quelli della coppia, ma di avere embrioni disponibili per avere le mani libere su un discorso di ricerca e di sperimentazione c'è dietro una serie di interessi economici che vorrei ricordare tutte le tecniche di clonazione sono coperte da brevetti ….”.
Sono calunnie: sfido l'onorevole Tarzia a dimostrare che una sola parola di quanto ha detto è vera. Se non è in grado di farlo, allora ha mentito.
A questo punto è giusto chiedersi: cosa è successo?
Perché sembra essere passata l'idea che gli scienziati operino in oscure caverne alterando quello che c'è di più sacro nella natura dell'uomo? Perché ha prevalso il timore della clonazione? Perché, soprattutto, così poche persone hanno recepito il messaggio che molti di noi cercavano di inviare alla società, così pochi hanno recepito la richiesta di solidarietà, di compassione nei confronti della sofferenza e della malattia? Perché sono stati ascoltati gli imbonitori che ci spiegavano che una speranza di vita conta più di una, due, molte vite e non chi denudava il proprio dolore davanti alla comunità chiedendo solidarietà e conforto?
Non credo sia stata l'adesione ai principi della morale cattolica a creare questa bizzarria. Credo invece che a dimostrare ostilità nei confronti della scienza sia stata una generale disposizione della coscienza collettiva degli uomini che chiamerò, per semplicità, la morale di senso comune. Questa morale, che si forma per molteplici influenze dentro ognuno di noi, è particolarmente restia ad accettare i cambiamenti e persino le proposte di cambiamenti che la scienza propone, ma ha ugualmente un rapporto utile ed efficace con la scienza perché è sensibile a quelle che vengono definite “le intuizioni delle conoscenze possibili” quando riesce a trovare, in esse, indicazioni chiare sui vantaggi impliciti e tranquillità nei riguardi dei rischi probabili.
È in questa morale che siamo inciampati, è con questa morale che dobbiamo dialogare in avvenire. Dialogare tutti, nessuno escluso. Penso che chi è mancato soprattutto al proprio compito siamo stati noi, medici, biologi e ricercatori, che non abbiamo dedicato il tempo necessario alla comunicazione della conoscenza, alla promozione della cultura, utilizzando le vie consuete e inventandone di nuove. Ed è mancato il mondo politico, soprattutto quello al quale mi riferisco personalmente, che avrebbe dovuto fare del tema del rapporto tra società e scienza uno dei suoi punti di riferimento costanti. Tra l'altro, sono convinto che il rapporto tra morale di senso comune e intuizione delle conoscenze possibili debba essere mantenuto vivo ed efficace da un'etica non dogmatica, laica, capace di adattarsi rapidamente al nuovo, di riconoscere gli elementi di mistificazione e di rischio, di non inchiodare la società a un concetto antistorico di natura, ma di salvaguardare al contempo la dignità di tutti gli esseri umani. Su questa etica laica è stata fatta molta confusione e lo stesso concetto di laicità è stato travisato in modo curioso, fino ad assolverlo nel caso consenta la pacifica espressione dei princìpi religiosi: anche quando questi non sono condivisi, cardinale Ruini? Anche quando si fanno preferire dallo stato ignorando la sofferenza di altre ideologie parimenti dignitose? Tra i princìpi della laicità c'è il rispetto delle convinzioni religiose di tutti, nella consapevolezza, però, che dalla fede - da qualsiasi fede - non possono arrivare prescrizioni e soluzioni, anche e soprattutto in materia di bioetica.
Ho detto che avrei ragionato anche sulla mia arroganza e lo faccio. So dove ho sbagliato e me ne scuso. Mi sono lasciato invischiare in diatribe inutili, ho perso di vista le cose importanti, quelle che avrei dovuto ripetere e ripetere e ripetere: c'è gente che soffre, pensate a loro; c'è gente che vuole la vostra solidarietà, dategliela.
Era purtroppo tardi per fare divulgazione, la promozione di cultura richiede tempo, uomini, mezzi. Forse è bene che smettiamo tutti di scrivere, per un po'. Ragioniamo invece su come si può agire positivamente. Come Maurizio Mori ed io abbiamo sostenuto nel nostro libro, siamo alle soglie di un mutamento di paradigmi.
Questa, in fondo, è stata una scaramuccia.
Ma niente tornerà ad essere come prima.

L'Unità 21.6.05
Fecondazione, gli scienziati scrivono a Ciampi
Appello di 110 ginecologi: «La legge va cambiata oppure faremo disobbedienza civile». La destra insorge

ROMA Chi pensava che l’esito del referendum avesse tappato la bocca al movimento che si è creato per modificare la legge 40 ha fatto male i suoi conti. L’ultima polemica, infatti, è solo di ieri: stavolta il fronte degli astensionisti - dal Comitato Scienza e Vita al ministro Gianni Alemanno - è insorto davanti a una lettera appello al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi firmata da 110 tra professori e ginecologi responsabili dei centri di procreazione con la quale chiedono immediate modifiche alla legge in Parlamento. «Le uniche possibilità alternative - annunciano i firmatari- saranno il ricorso alla magistratura e disobbedienze civili». A renderlo noto nei giorni scorsi è stata l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Dure le critiche: Alemanno definisce la lettera un gesto «antidemocratico», mentre il Comitato definisce la disobbedienza «illiberale».
«Oggi sentiamo che il nostro lavoro - scrivono dal canto loro i firmatari - è divenuto pressoché impossibile da svolgere se non pagando un prezzo inaccettabile: tradire il giuramento di Ippocrate e principalmente il buon senso di padre di famiglia». I punti della legge 40 in contrasto con la deontologia medica sono, secondo gli esperti: il divieto di ricorrere alla fecondazione assistita per le coppie fertili anche se portatrici di malattie trasmissibili, come l'aids; l'obbligo di trasferire tutti gli embrioni prodotti in un unico contemporaneo impianto, anche nel caso di rischi di gravidanze trigemine; il divieto di selezionare gli embrioni da impiantare qualora, a seguito di una diagnosi preimpianto, risultassero malati, in presenza della volontà della coppia di ricorrere all'aborto terapeutico in caso d'impianto. «Non vogliamo certo eludere la legge o ingannarla», dicono, ma «sentiamo l'urgenza di affermare, assumendocene in toto la responsabilità, il rispetto di una legge superiore, che riguarda la lettera della Costituzione, i nostri principi deontologici e la nostra coscienza». Pronta la replica del Comitato Scienza e Vita: «Non c'è nulla di liberale nella minaccia di disobbedienza civile contro la legge 40 paventata da 110 esperti, in una lettera inviata al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi». Sarebbe, secondo il Comitato, «l'ennesima sortita del fronte referendario che, pur sonoramente battuto dalle urne, fa finta di non capire il valore effettivo di quel non voto espresso da quasi il 75 per cento degli elettori italiani in tema di procreazione medicalmente assistita».
Secondo il ministro, invece, «la pretesa dei “110 esperti” che hanno scritto al presidente Ciampi per ignorare i clamorosi risultati dei referendum sulla fecondazione assistita, non può non essere giudicata come un gesto di cultura antidemocratica».