Galileo, Agosto 2003
NEUROSCIENZE
Oltre gli occhi
di Giovanna Dall'Ongaro
Con circa 150.000 movimenti al giorno, l'occhio ha un'attività motoria più intensa di quella cardiaca. Mentre il cuore infatti scandisce 60 battiti al minuto, la vista può andare al ritmo di quattro o cinque movimenti al secondo. Tanti ne servono infatti per osservare un'immagine. Si tratta di rapidissime occhiate, dette "saccadi", di cui l'osservatore è inconsapevole e che permettono la percezione dell'oggetto. Nonostante questo "terremoto" oculare, però, noi riusciamo ad avere un'immagine stabile del mondo. Come è possibile? Uno studio della facoltà di Psicologia dell'Università Vita-Salute del San Raffaele, getta nuova luce sul processo che permette al cervello di stabilire se siamo noi o sono gli oggetti a muoversi. Galileo ha intervistato Concetta Morrone che, insieme a David Melcher ha condotto la ricerca, i cui risultati verranno pubblicati sul numero di agosto di "Nature Neuroscience".
Nonostante l'esistenza di numerosi studi sui movimenti oculari e sulla percezione delle immagini, ancora non riusciamo, viene proprio da dirlo, a "vederci chiaro". Resta da spiegare soprattutto il comportamento del cervello. Che cosa avete scoperto a riguardo?
"L'abilità dimostrata dal cervello nel fornire un'immagine stabile del mondo, nonostante la particolare 'turbolenza' della percezione visiva, è nota già dall'anno 1000. Fu uno studioso persiano, Al Hazen, il primo a notarla. Ma finora ancora non si era riusciti a capire come ciò fosse possibile. Il nostro studio cerca di colmare proprio questa lacuna e contraddice quanto finora si era creduto".
Che cosa si pensava che accadesse?
"Fino a oggi si riteneva che, nella percezione di un'immagine, il cervello si creasse come delle 'telecamere' capaci di muoversi insieme agli occhi. Si pensava, cioè, che ogni neurone fosse collegato a gruppi specifici di fotorecettori, le cellule incaricate di ricevere la luce, e che a ogni neurone fosse associata una porzione di mondo".
Ossia il cervello che segue lo sguardo. Invece non è così?
"No. Almeno secondo i nostri dati. Il cervello è in grado di elaborare le informazioni provenienti dal campo visivo, indipendentemente dalla posizione dello sguardo. La telecamera è quindi solidale con il mondo esterno e non con gli occhi. I neuroni effettuano una sorta di "rimappatura" collegandosi ad altri fotorecettori, anche se l'occhio si muove. E' come se si creasse una sorta di traccia, di memoria, anche se il termine non è corretto, a cui il cervello si rivolge nonostante l'occhio cada da tutt'altra parte. Tutto ciò accade a livello sensoriale precoce, cioè a una primissima analisi del segnale visivo e non, come si era creduto finora, a un alto livello cognitivo".
La capacità della mente umana di sintonizzarsi sul mondo esterno vale anche per gli altri sensi?
"Sembrerebbe proprio di sì. Sia nel nostro paese sia negli Stati Uniti sono in corso diverse ricerche a riguardo. Per ora si tratta ancora di esperimenti condotti sulle scimmie, ma presto si passerà all'essere umano. Comunque i risultati sembrano confermare quanto dimostrato per la percezione visiva. Da alcune prime indagini sull'udito, per esempio, emergono importanti analogie con la nostra ricerca. Anche in questo caso infatti c'è una ragione per cui continuiamo a percepire il suono dallo stesso luogo, nonostante il movimento della testa o del corpo intero, ed è che il cervello si collega in qualche modo con la realtà esterna, indipendentemente dalla posizione dell'orecchio".
Questa scoperta sembra avere anche delle implicazioni filosofiche. E' un aspetto a cui avete pensato?
"Le riflessioni filosofiche non ci competono. Quello che sicuramente ci sentiamo di dire è che si è fatto un passo avanti nello svelare i misteri e le abilità della mente umana. Grazie alle nostre ricerche si potranno anche curare alcune patologie legate all'instabilità della percezione visiva che affliggono bambini che hanno riportato delle lesioni alla nascita. E questo ci basta".
Magazine, 1 agosto 2003 © Galileo
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 29 luglio 2003
sul caso di Amina
Repubblica Roma 29.7.03
Un libro dedicato alla lotta di Amina
Ci sarà anche Danjo Eguche, ambasciatore nigeriano, oggi in Campidoglio per la presentazione del libro "Amina Lawal", con le immagini dell´installazione di sabbia, stoffe e colori, che il Comune ha chiesto all´artista Maria Dompé di dedicare alla lotta della donna nigeriana contro la condanna alla lapidazione. Alla cerimonia parteciperanno Maria Dompé, Lidia Ravera e gli assessori Mariella Gramaglia, andata alla prima udienza con migliaia di firme di solidarietà, e Gianni Borgna. Il processo d´appello sarà il 27 agosto.
Un libro dedicato alla lotta di Amina
Ci sarà anche Danjo Eguche, ambasciatore nigeriano, oggi in Campidoglio per la presentazione del libro "Amina Lawal", con le immagini dell´installazione di sabbia, stoffe e colori, che il Comune ha chiesto all´artista Maria Dompé di dedicare alla lotta della donna nigeriana contro la condanna alla lapidazione. Alla cerimonia parteciperanno Maria Dompé, Lidia Ravera e gli assessori Mariella Gramaglia, andata alla prima udienza con migliaia di firme di solidarietà, e Gianni Borgna. Il processo d´appello sarà il 27 agosto.
Hans Jonas
Repubblica 29.7.03
MARTEDÌ, 29 LUGLIO 2003
A dieci anni dalla scomparsa esce la sua autobiografia
Quella cotta per la Arendt di Hans Jonas
si rividero a New York dove entrambI insegnavano
ma lei gli disse che amava Heidegger
di Paola Sorge
La notorietà arrivò tardi per Hans Jonas: il filosofo aveva 75 anni quando «Il principio responsabilità - Un´etica per la civiltà tecnologica» - un libro che ebbe una diffusione rapida e vastissima come pochi altri nel mondo del pensiero - gli diede fama internazionale; da allora, era il 1979, il pensatore originario di Monchengladbach che aveva studiato con Husserl e Heidegger, l´insegnante entusiasta e appassionato che faceva della filosofia qualcosa di vivo e affascinante, divenne estremamente popolare, onnipresente nei dibattiti sul futuro del mondo.
La sua intensa vita che abbraccia quasi tutto il Novecento (dal 1903 al 1993) la racconta lui stesso in maniera semplice e disarmante in un volume uscito ora in Germania (Hans Jonas: Erinnerungen, ed. Insel, pagg. 500); nulla di accademico né di costruito nelle memorie di questo grande filosofo che paiono piuttosto le confidenze di un amico che sente il bisogno di confessarsi, di rivelare con estrema franchezza non solo le tappe del suo iter intellettuale - dalla analisi della spiritualità antica a quella della tecnologia moderna fino alla preoccupazione per il futuro dell´umanità - , ma anche le sue vicende personali, gli aspetti meno conosciuti della sua formazione e della sua carriera, i lati oscuri della sua personalità. Jonas rievoca con dovizia di particolari la sua infanzia, il rapporto con il padre, un agiato fabbricante tessile che stenta a capire le aspirazioni e le tensioni spirituali del figlio e il suo impegno per il sionismo, il tenero legame con la madre e la ferita sempre aperta per la sua tragica morte a Auschwitz; come la maggior parte dei suoi compagni di studi, Hans prova una forte attrazione per Hannah Arendt, conosciuta a Marburg nel 1924, ma lei gli confessa subito la sua relazione con Heidegger per non illuderlo e ne fa il suo confidente e amico per la vita. La descrizione dell´ambiente universitario di Friburgo e poi di Marburg e delle lezioni tenute dai due grandi, allora mitici maestri di Jonas, Husserl e Heidegger, è a dir poco disincantata. Il primo, fondatore della fenomenologia, riteneva che tutti i pensatori dell´era moderna, da Descartes in poi, non erano riusciti a risolvere certi problemi della consapevolezza o della teoria della conoscenza perché non conoscevano il suo metodo, l´unico che dava soluzioni. Tra l´altro, si diverte a ricordare Jonas, era presente alle lezioni la moglie di Husserl che, come un cerbero, controllava che gli studenti fossero attenti e prendessero appunti. Quanto a Heidegger, il giovane Hans ne riconosce il grande valore e la suggestione esercitata dalla sua personalità, ma non esita a dichiarare che spesso non lo capiva: il suo messaggio era cifrato, destinato a pochi iniziati e inoltre, intorno a lui, si avvertiva un´atmosfera «malsana» dovuta agli adoratori del filosofo.
«Non riuscivo a sopportare quella congrega di cultori di Heidegger dall´atteggiamento bigotto e altezzoso» - osserva Jonas ricordando i seminari frequentati a Marburgo dal 1924 - «essi credevano di possedere la verità rivelata: quella non era filosofia ma qualcosa di settario, quasi una nuova fede...». Queste prime, sgradevoli impressioni saranno poi rafforzate dal celebre discorso tenuto da Heidegger nel '33 in favore di Hitler e dal suo vergognoso comportamento nei riguardi di Husserl. In realtà per il giovane studente pieno di ideali, che credeva che la filosofia dovesse proteggere l´uomo da errori, migliorarlo e nobilitarlo, l´inaspettata adesione del grande filosofo al nazismo non significa solo il crollo di un idolo, ma anche il fallimento catastrofico della filosofia stessa, «la bancarotta del pensiero filosofico». Dopo la guerra Hans Jonas si distaccherà definitivamente dalla filosofia dell´esistenzialismo contrapponendole la «filosofia della vita»; a differenza della Arendt, non perdonerà mai colui che ritiene il più profondo pensatore del suo tempo, anche se accetterà di incontrarlo brevemente nel 1969, in occasione del suo ottantesimo compleanno. «Ma tra noi ci fu solo uno scambio di ricordi del tempo di Marburg», nota Jonas. Dopo la notizia dell´avvento di Hitler al potere appresa durante un´allegra festa in maschera, Hans si rifugia a Gerusalemme, partecipa alla seconda guerra mondiale arruolandosi nell´esercito inglese, combatte in Italia, a Taranto, a Forlì, a Udine, e rimane piacevolmente sorpreso nel constatare che la popolazione protegge e nasconde gli ebrei in barba alle leggi razziali. Quando nel '45 torna in Germania e vede le città tedesche rase al suolo - città fantasma che sembravano paesaggi lunari, piene di crateri e di rovine - , prova una gioia incontenibile per la vendetta che si è compiuta: «E´ qualcosa che non vorrei mai più provare», confessa Jonas, « ma che non voglio tacere». E, senza remore aggiunge che per molti anni quello è stato per lui il momento di più intensa felicità. «Oggi non lo potrei più dire «, nota il filosofo « perché nella mia vita ho vissuto momenti ben più felici».
A New York, dove dal 1955 ha la cattedra di filosofia, ritrova Hannah Arendt e frequenta la sua cerchia di amici a Manhattan fino a quando la pubblicazione degli articoli della scrittrice sul processo di Eichmann a Gerusalemme lo sconvolge profondamente: Jonas non crede ai suoi occhi, non riesce a capacitarsi delle dure critiche mosse dalla Arendt agli stessi ebrei, del tono tagliente e sarcastico da lei usato nei loro confronti, della sua posizione antisionista. Lo scontro fra i due amici di un tempo è inevitabile: Hans rimprovera a Hannah - che non ha mai letto la Bibbia - la sua ignoranza sulla religione e sulla storia ebraica antica, tenta inutilmente di farla desistere dalle sue posizioni, si rifiuta infine di vederla. Solo dopo due anni riprenderà i contatti con la donna da lui stesso definita «un genio dell´amicizia».
MARTEDÌ, 29 LUGLIO 2003
A dieci anni dalla scomparsa esce la sua autobiografia
Quella cotta per la Arendt di Hans Jonas
si rividero a New York dove entrambI insegnavano
ma lei gli disse che amava Heidegger
di Paola Sorge
La notorietà arrivò tardi per Hans Jonas: il filosofo aveva 75 anni quando «Il principio responsabilità - Un´etica per la civiltà tecnologica» - un libro che ebbe una diffusione rapida e vastissima come pochi altri nel mondo del pensiero - gli diede fama internazionale; da allora, era il 1979, il pensatore originario di Monchengladbach che aveva studiato con Husserl e Heidegger, l´insegnante entusiasta e appassionato che faceva della filosofia qualcosa di vivo e affascinante, divenne estremamente popolare, onnipresente nei dibattiti sul futuro del mondo.
La sua intensa vita che abbraccia quasi tutto il Novecento (dal 1903 al 1993) la racconta lui stesso in maniera semplice e disarmante in un volume uscito ora in Germania (Hans Jonas: Erinnerungen, ed. Insel, pagg. 500); nulla di accademico né di costruito nelle memorie di questo grande filosofo che paiono piuttosto le confidenze di un amico che sente il bisogno di confessarsi, di rivelare con estrema franchezza non solo le tappe del suo iter intellettuale - dalla analisi della spiritualità antica a quella della tecnologia moderna fino alla preoccupazione per il futuro dell´umanità - , ma anche le sue vicende personali, gli aspetti meno conosciuti della sua formazione e della sua carriera, i lati oscuri della sua personalità. Jonas rievoca con dovizia di particolari la sua infanzia, il rapporto con il padre, un agiato fabbricante tessile che stenta a capire le aspirazioni e le tensioni spirituali del figlio e il suo impegno per il sionismo, il tenero legame con la madre e la ferita sempre aperta per la sua tragica morte a Auschwitz; come la maggior parte dei suoi compagni di studi, Hans prova una forte attrazione per Hannah Arendt, conosciuta a Marburg nel 1924, ma lei gli confessa subito la sua relazione con Heidegger per non illuderlo e ne fa il suo confidente e amico per la vita. La descrizione dell´ambiente universitario di Friburgo e poi di Marburg e delle lezioni tenute dai due grandi, allora mitici maestri di Jonas, Husserl e Heidegger, è a dir poco disincantata. Il primo, fondatore della fenomenologia, riteneva che tutti i pensatori dell´era moderna, da Descartes in poi, non erano riusciti a risolvere certi problemi della consapevolezza o della teoria della conoscenza perché non conoscevano il suo metodo, l´unico che dava soluzioni. Tra l´altro, si diverte a ricordare Jonas, era presente alle lezioni la moglie di Husserl che, come un cerbero, controllava che gli studenti fossero attenti e prendessero appunti. Quanto a Heidegger, il giovane Hans ne riconosce il grande valore e la suggestione esercitata dalla sua personalità, ma non esita a dichiarare che spesso non lo capiva: il suo messaggio era cifrato, destinato a pochi iniziati e inoltre, intorno a lui, si avvertiva un´atmosfera «malsana» dovuta agli adoratori del filosofo.
«Non riuscivo a sopportare quella congrega di cultori di Heidegger dall´atteggiamento bigotto e altezzoso» - osserva Jonas ricordando i seminari frequentati a Marburgo dal 1924 - «essi credevano di possedere la verità rivelata: quella non era filosofia ma qualcosa di settario, quasi una nuova fede...». Queste prime, sgradevoli impressioni saranno poi rafforzate dal celebre discorso tenuto da Heidegger nel '33 in favore di Hitler e dal suo vergognoso comportamento nei riguardi di Husserl. In realtà per il giovane studente pieno di ideali, che credeva che la filosofia dovesse proteggere l´uomo da errori, migliorarlo e nobilitarlo, l´inaspettata adesione del grande filosofo al nazismo non significa solo il crollo di un idolo, ma anche il fallimento catastrofico della filosofia stessa, «la bancarotta del pensiero filosofico». Dopo la guerra Hans Jonas si distaccherà definitivamente dalla filosofia dell´esistenzialismo contrapponendole la «filosofia della vita»; a differenza della Arendt, non perdonerà mai colui che ritiene il più profondo pensatore del suo tempo, anche se accetterà di incontrarlo brevemente nel 1969, in occasione del suo ottantesimo compleanno. «Ma tra noi ci fu solo uno scambio di ricordi del tempo di Marburg», nota Jonas. Dopo la notizia dell´avvento di Hitler al potere appresa durante un´allegra festa in maschera, Hans si rifugia a Gerusalemme, partecipa alla seconda guerra mondiale arruolandosi nell´esercito inglese, combatte in Italia, a Taranto, a Forlì, a Udine, e rimane piacevolmente sorpreso nel constatare che la popolazione protegge e nasconde gli ebrei in barba alle leggi razziali. Quando nel '45 torna in Germania e vede le città tedesche rase al suolo - città fantasma che sembravano paesaggi lunari, piene di crateri e di rovine - , prova una gioia incontenibile per la vendetta che si è compiuta: «E´ qualcosa che non vorrei mai più provare», confessa Jonas, « ma che non voglio tacere». E, senza remore aggiunge che per molti anni quello è stato per lui il momento di più intensa felicità. «Oggi non lo potrei più dire «, nota il filosofo « perché nella mia vita ho vissuto momenti ben più felici».
A New York, dove dal 1955 ha la cattedra di filosofia, ritrova Hannah Arendt e frequenta la sua cerchia di amici a Manhattan fino a quando la pubblicazione degli articoli della scrittrice sul processo di Eichmann a Gerusalemme lo sconvolge profondamente: Jonas non crede ai suoi occhi, non riesce a capacitarsi delle dure critiche mosse dalla Arendt agli stessi ebrei, del tono tagliente e sarcastico da lei usato nei loro confronti, della sua posizione antisionista. Lo scontro fra i due amici di un tempo è inevitabile: Hans rimprovera a Hannah - che non ha mai letto la Bibbia - la sua ignoranza sulla religione e sulla storia ebraica antica, tenta inutilmente di farla desistere dalle sue posizioni, si rifiuta infine di vederla. Solo dopo due anni riprenderà i contatti con la donna da lui stesso definita «un genio dell´amicizia».
itinerari
Repubblica Milano 29.7.03
Quello specchio d´acqua che incantò Nietzsche
«Un delizioso piccolo lago ai piedi del Monte Rosa, un´isola ben situata sulle acque calmissime, civettuola e semplice». Così scriveva lo scrittore francese Honoré de Balzac del Lago d´Orta, il più romantico d´Italia, a due passi dalla sponda piemontese del "cugino" Lago Maggiore. Un luogo di grande fascino che ha ispirato anche Browning e Nietzsche, il quale nel 1882 soggiornò per qualche giorno sulle sue rive assieme alla bella e giovanissima Lou Salomé, visitando anche il Sacro Monte che si erge alle spalle. Un´atmosfera di spiritualità, silenzio, raccoglimento mistico avvolge l´Isola di San Giulio (la si raggiunge in battello da Orta), dominata dal convento, dove si è insediata la comunità delle monache Benedettine, e dalla Basilica fondata nel 390 e poi modificata nei secoli successivi. Suggestiva è la leggenda secondo la quale l´Isola era un tempo abitata da un grosso serpente che aveva distrutto ogni cosa. La pace tornò quando Giulio, un santo che sapeva comandare alle acque, si avvicinò al lago e stese il suo mantello facendo dileguare il feroce animale. A pochi chilometri da Milano (per raggiungerlo ci vuole circa un´ora di macchina), il Lago d´Orta, con le sue bellezze paesaggistiche che paiono uscire da un acquarello e le belle ville patrizie, val bene una gita. E, se il visitatore è appassionato di gastonomia, non mancherà di assaggiare la classica mortadella ortese e il tapulon, piatto tipico a base di carne di asino.
(p.z.)
Quello specchio d´acqua che incantò Nietzsche
«Un delizioso piccolo lago ai piedi del Monte Rosa, un´isola ben situata sulle acque calmissime, civettuola e semplice». Così scriveva lo scrittore francese Honoré de Balzac del Lago d´Orta, il più romantico d´Italia, a due passi dalla sponda piemontese del "cugino" Lago Maggiore. Un luogo di grande fascino che ha ispirato anche Browning e Nietzsche, il quale nel 1882 soggiornò per qualche giorno sulle sue rive assieme alla bella e giovanissima Lou Salomé, visitando anche il Sacro Monte che si erge alle spalle. Un´atmosfera di spiritualità, silenzio, raccoglimento mistico avvolge l´Isola di San Giulio (la si raggiunge in battello da Orta), dominata dal convento, dove si è insediata la comunità delle monache Benedettine, e dalla Basilica fondata nel 390 e poi modificata nei secoli successivi. Suggestiva è la leggenda secondo la quale l´Isola era un tempo abitata da un grosso serpente che aveva distrutto ogni cosa. La pace tornò quando Giulio, un santo che sapeva comandare alle acque, si avvicinò al lago e stese il suo mantello facendo dileguare il feroce animale. A pochi chilometri da Milano (per raggiungerlo ci vuole circa un´ora di macchina), il Lago d´Orta, con le sue bellezze paesaggistiche che paiono uscire da un acquarello e le belle ville patrizie, val bene una gita. E, se il visitatore è appassionato di gastonomia, non mancherà di assaggiare la classica mortadella ortese e il tapulon, piatto tipico a base di carne di asino.
(p.z.)
da Le Scienze (ed.it. dello Scientific American)... sulla depressione
Le Scienze 24.07.2003
Un gene raddoppia il rischio di depressione
Scoperto il legame fra una proteina del cervello e un disturbo psichico
Fra le persone che hanno vissuto più eventi stressanti nell'arco di 5 anni, il 43 per cento di chi possiede una determinata versione di un gene sviluppano uno stato di depressione, contro soltanto il 17 per cento di chi ha un'altra versione dello stesso gene. Lo afferma una ricerca finanziata in parte dal National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti. I soggetti che presentano la versione "corta", o sensibile allo stress, del gene trasportatore della serotonina sono risultati inoltre ad alto rischio di depressione se avevano subito abusi da bambini. Invece, a prescindere da quanti eventi stressanti avessero vissuto o sopportato, le persone con la versione "lunga", o protettiva, non erano soggetti alla depressione più di coloro cui erano stati risparmiati simili eventi difficili.
Secondo Avshalom Caspi, Terrie Moffitt e colleghi dell'Università del Wisconsin e del King’s College di Londra, la variante breve del gene sembra conferire una vulnerabilità agli stress, eventi come la perdita del lavoro, la rottura con il partner, la morte di una persona cara, o una malattia prolungata. Il gene codifica per 5-HTT, la proteina nei neuroni che ricicla il messaggero chimico serotonina dopo che è stato secreto nella sinapsi. Poiché la più diffusa e prescritta classe di antidepressivi agisce bloccando questa proteina, il gene è stato uno dei principali sospettati per i disturbi dell'umore e l'ansia. Eppure il suo legame con la depressione aveva eluso ogni identificazione in otto precedenti studi.
"Abbiamo trovato la connessione - spiega Moffitt - solo perché abbiamo indagato sugli eventi stressanti nel passato dei partecipanti allo studio. Alcuni di questi eventi ambientali cruciali, che possono includere infezioni, tossine e anche traumi psicosociali, possono essere la chiave per svelare i segreti della genetica psichiatrica".
Lo studio è stato descritto in un articolo pubblicato sul numero del 18 luglio della rivista "Science".
Caspi, A. et al. Influence of life stress on depression: moderation by a polymorphism in the 5-HTT gene. Science, 301, 385 - 389, (2003).
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Un gene raddoppia il rischio di depressione
Scoperto il legame fra una proteina del cervello e un disturbo psichico
Fra le persone che hanno vissuto più eventi stressanti nell'arco di 5 anni, il 43 per cento di chi possiede una determinata versione di un gene sviluppano uno stato di depressione, contro soltanto il 17 per cento di chi ha un'altra versione dello stesso gene. Lo afferma una ricerca finanziata in parte dal National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti. I soggetti che presentano la versione "corta", o sensibile allo stress, del gene trasportatore della serotonina sono risultati inoltre ad alto rischio di depressione se avevano subito abusi da bambini. Invece, a prescindere da quanti eventi stressanti avessero vissuto o sopportato, le persone con la versione "lunga", o protettiva, non erano soggetti alla depressione più di coloro cui erano stati risparmiati simili eventi difficili.
Secondo Avshalom Caspi, Terrie Moffitt e colleghi dell'Università del Wisconsin e del King’s College di Londra, la variante breve del gene sembra conferire una vulnerabilità agli stress, eventi come la perdita del lavoro, la rottura con il partner, la morte di una persona cara, o una malattia prolungata. Il gene codifica per 5-HTT, la proteina nei neuroni che ricicla il messaggero chimico serotonina dopo che è stato secreto nella sinapsi. Poiché la più diffusa e prescritta classe di antidepressivi agisce bloccando questa proteina, il gene è stato uno dei principali sospettati per i disturbi dell'umore e l'ansia. Eppure il suo legame con la depressione aveva eluso ogni identificazione in otto precedenti studi.
"Abbiamo trovato la connessione - spiega Moffitt - solo perché abbiamo indagato sugli eventi stressanti nel passato dei partecipanti allo studio. Alcuni di questi eventi ambientali cruciali, che possono includere infezioni, tossine e anche traumi psicosociali, possono essere la chiave per svelare i segreti della genetica psichiatrica".
Lo studio è stato descritto in un articolo pubblicato sul numero del 18 luglio della rivista "Science".
Caspi, A. et al. Influence of life stress on depression: moderation by a polymorphism in the 5-HTT gene. Science, 301, 385 - 389, (2003).
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
da Le Scienze (ed.it. dello Scientific American)... sull'autismo
Le Scienze 24.07.2003
Autismo e sviluppo del cervello
Le vaccinazioni in età infantile non sarebbero responsabili del disturbo
I neonati la cui testa comincia di colpo a crescere rapidamente sembrerebbero più a rischio di autismo. Lo indicano i risultati di uno studio che suggerisce come il disturbo, sempre più comune nei paesi industrializzati, potrebbe forse essere dovuto a connessioni mancanti nei cervelli che si espandono troppo velocemente. La ricerca sembra inoltre fornire nuove prove secondo cui le vaccinazioni in tenera età non sarebbero una causa di autismo, come altri scienziati avevano invece ipotizzato.
Lo studio, condotto da Eric Courchesne e colleghi dell'Università della California di San Diego, ha coinvolto 48 pazienti autistici. Il 59 per cento ha presentato una crescita accelerata del cranio - e presumibilmente un'espansione del cervello - a cominciare dall'età di due mesi fino a un'età compresa fra i quattro e i dodici mesi. I risultati, pubblicati sulla rivista "Journal of the American Medical Association", indicano che il cranio dei bambini autistici può passare da essere più piccolo del 75 per cento dei bambini fino a essere più grande dell'84 per cento al termine dell'improvviso sviluppo.
"Questa rapida crescita si verifica in un breve periodo di tempo, - spiega Courchesne - e dunque non può essere causata da eventi che hanno luogo più tardi, come le vaccinazioni contro gli orecchioni, il morbillo o la rosolia, o dall'esposizione a sostanze tossica durante l'infanzia".
In passato, le vaccinazioni e l'esposizione a veleni ambientali come il mercurio sono state considerate come una possibile causa di autismo. Uno studio nei mesi scorsi aveva indagato su una possibile componente genetica legata al cromosoma 15. Ora, la questione fondamentale per i ricercatori è capire se la rapida crescita del cervello - che in teoria è troppo veloce perché si formino le connessioni neurologiche vitali - sia la causa o soltanto un sintomo dell'autismo. Il disturbo di solito viene diagnosticato più tardi, non prima dell'età di due anni.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A
Autismo e sviluppo del cervello
Le vaccinazioni in età infantile non sarebbero responsabili del disturbo
I neonati la cui testa comincia di colpo a crescere rapidamente sembrerebbero più a rischio di autismo. Lo indicano i risultati di uno studio che suggerisce come il disturbo, sempre più comune nei paesi industrializzati, potrebbe forse essere dovuto a connessioni mancanti nei cervelli che si espandono troppo velocemente. La ricerca sembra inoltre fornire nuove prove secondo cui le vaccinazioni in tenera età non sarebbero una causa di autismo, come altri scienziati avevano invece ipotizzato.
Lo studio, condotto da Eric Courchesne e colleghi dell'Università della California di San Diego, ha coinvolto 48 pazienti autistici. Il 59 per cento ha presentato una crescita accelerata del cranio - e presumibilmente un'espansione del cervello - a cominciare dall'età di due mesi fino a un'età compresa fra i quattro e i dodici mesi. I risultati, pubblicati sulla rivista "Journal of the American Medical Association", indicano che il cranio dei bambini autistici può passare da essere più piccolo del 75 per cento dei bambini fino a essere più grande dell'84 per cento al termine dell'improvviso sviluppo.
"Questa rapida crescita si verifica in un breve periodo di tempo, - spiega Courchesne - e dunque non può essere causata da eventi che hanno luogo più tardi, come le vaccinazioni contro gli orecchioni, il morbillo o la rosolia, o dall'esposizione a sostanze tossica durante l'infanzia".
In passato, le vaccinazioni e l'esposizione a veleni ambientali come il mercurio sono state considerate come una possibile causa di autismo. Uno studio nei mesi scorsi aveva indagato su una possibile componente genetica legata al cromosoma 15. Ora, la questione fondamentale per i ricercatori è capire se la rapida crescita del cervello - che in teoria è troppo veloce perché si formino le connessioni neurologiche vitali - sia la causa o soltanto un sintomo dell'autismo. Il disturbo di solito viene diagnosticato più tardi, non prima dell'età di due anni.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A
lunedì 28 luglio 2003
cinese all'Esquilino, preside il prof. Federico Masini
La Stampa VivereRoma 24 Luglio 2003
La Facoltà di Studi Orientali si è trasferita a piazza Vittorio
L´Esquilino parla cinese al banco e sui banchi
Il preside Masini: «Un quartiere stimolante»
di Licia Pastore
La misteriosa cultura degli ideogrammi cinesi, e le affascinanti influenze dell'estremo Oriente, pervadono entrando nella ex caserma Sani. L'edificio di fine `800, completamente ristrutturato dal Comune, si trova nel cuore dell'Esquilino ed ospita ormai da qualche mese quello che potrebbe definirsi il primo ed unico esperimento di convivenza tra la realtà accademica e una comunità cinese: i 5000 metri quadrati e il cortile dell´ex caserma, infatti, saranno condivisi tra Università e mercato dell'abbigliamento degli ex ambulanti di piazza Vittorio.
Loro, gli accademici, sbarcati all´Esquilino quando è stata trasferita la Facoltà di Studi Orientali, sono arrivati nel quartiere in silenzio. Una discrezione massima proprio come è consuetudine orientale. La facoltà si porta dietro duemila studenti de La Sapienza, 12 aule, un corpo docenti multietnico e un preside di 42 anni (il più giovane d'Italia), Federico Masini, che non è di origine cinese ma, pur essendo romano, è quasi come se lo fosse per lo stile che lo contraddistingue. È alla guida della Facoltà di Studi Orientali dal marzo del 2001, è laureato in filosofia. Ha studiato in Cina per 10 anni e a lungo a Berkeley negli Stati Uniti.
All´ex caserma Sani sorge la prima Facoltà di Studi Orientali Nello stesso edificio presente anche il mercato degli ex ambulanti
Duemila studenti de La Sapienza, 12 aule, un corpo docenti multietnico 3 E il più giovane preside d´Italia, Federico Masini
L´esperimento felice
Cinesi e università a piazza Vittorio si studia convivenza
«Quando il Rettore mi propose questo posto - spiega Federico Masini - capii subito l'importanza di avere qui una struttura universitaria che potesse anche contribuire alla riqualificazione in corso dell'intera zona».
Affacciandosi alle finestre della ex caserma Sani, si vedono solo negozi ed insegne cinesi, arabe e indiane. Sembra di essere catapultati direttamente in una piccola Chinatown. Per i corridoi della facoltà, ragazzi dai tratti assolutamente europei leggono testi con pagine stampate a ideogrammi e altre lingue «impossibili».
Come si annuncia la convivenza tra le due comunità, quella accademica e comunità cinese? «In questa struttura, con posizione strategica - racconta il preside Masini - non ci voleva venire nessuno. Ho pensato subito che sarebbe stata una situazione di grande vantaggio per gli studenti. Le università che insegnano materie orientali non hanno mai trovato collocazione tra grandi masse di immigrati».
Il progetto del preside Masini si propone anche come obiettivo di entrare in contatto con la realtà circostante fornendo così alla comunità un punto di riferimento di sviluppo culturale ed interculturale.
«Verrà creato per gli immigrati - dice - uno "sportello" culturale, gestito dagli studenti, che potrebbero così fare direttamente esperienza, acquisendo crediti per il loro curriculum».
La Facoltà ha un'offerta formativa molto ricca. Si insegnano, oltre al cinese e al giapponese, anche arabo, ebraico, persiano, hindi, urdu, tibetano moderno, sanscrito, bengali e coreano, ma non mancano insegnamenti di lingue «classiche» come assiriologia, sanscrito. «Esistono altri corsi di laurea analoghi a questo a Venezia e a Napoli, ma questa è l'unica Facoltà di Studi Orientali in Italia». I piani di studio prevedono anche altri insegnamenti come letteratura, storia e politica. E aprono buone possibilità di sbocchi professionali, anche perché per ora si contano circa 100 laureati l'anno. Una cooperativa di studenti ha aperto una libreria che procura testi in lingua sia ai residenti sia agli studenti. «Nella mia classe - conclude Masini - ci sono ragazzi cinesi di seconda generazione che parlano la lingua, ma non la scrivono e vengono qui per studiarla». Molto successo oltre al cinese e al giapponese, ha pure il coreano che ha riscosso grande interesse negli ultimi anni.
La Facoltà di Studi Orientali si è trasferita a piazza Vittorio
L´Esquilino parla cinese al banco e sui banchi
Il preside Masini: «Un quartiere stimolante»
di Licia Pastore
La misteriosa cultura degli ideogrammi cinesi, e le affascinanti influenze dell'estremo Oriente, pervadono entrando nella ex caserma Sani. L'edificio di fine `800, completamente ristrutturato dal Comune, si trova nel cuore dell'Esquilino ed ospita ormai da qualche mese quello che potrebbe definirsi il primo ed unico esperimento di convivenza tra la realtà accademica e una comunità cinese: i 5000 metri quadrati e il cortile dell´ex caserma, infatti, saranno condivisi tra Università e mercato dell'abbigliamento degli ex ambulanti di piazza Vittorio.
Loro, gli accademici, sbarcati all´Esquilino quando è stata trasferita la Facoltà di Studi Orientali, sono arrivati nel quartiere in silenzio. Una discrezione massima proprio come è consuetudine orientale. La facoltà si porta dietro duemila studenti de La Sapienza, 12 aule, un corpo docenti multietnico e un preside di 42 anni (il più giovane d'Italia), Federico Masini, che non è di origine cinese ma, pur essendo romano, è quasi come se lo fosse per lo stile che lo contraddistingue. È alla guida della Facoltà di Studi Orientali dal marzo del 2001, è laureato in filosofia. Ha studiato in Cina per 10 anni e a lungo a Berkeley negli Stati Uniti.
All´ex caserma Sani sorge la prima Facoltà di Studi Orientali Nello stesso edificio presente anche il mercato degli ex ambulanti
Duemila studenti de La Sapienza, 12 aule, un corpo docenti multietnico 3 E il più giovane preside d´Italia, Federico Masini
L´esperimento felice
Cinesi e università a piazza Vittorio si studia convivenza
«Quando il Rettore mi propose questo posto - spiega Federico Masini - capii subito l'importanza di avere qui una struttura universitaria che potesse anche contribuire alla riqualificazione in corso dell'intera zona».
Affacciandosi alle finestre della ex caserma Sani, si vedono solo negozi ed insegne cinesi, arabe e indiane. Sembra di essere catapultati direttamente in una piccola Chinatown. Per i corridoi della facoltà, ragazzi dai tratti assolutamente europei leggono testi con pagine stampate a ideogrammi e altre lingue «impossibili».
Come si annuncia la convivenza tra le due comunità, quella accademica e comunità cinese? «In questa struttura, con posizione strategica - racconta il preside Masini - non ci voleva venire nessuno. Ho pensato subito che sarebbe stata una situazione di grande vantaggio per gli studenti. Le università che insegnano materie orientali non hanno mai trovato collocazione tra grandi masse di immigrati».
Il progetto del preside Masini si propone anche come obiettivo di entrare in contatto con la realtà circostante fornendo così alla comunità un punto di riferimento di sviluppo culturale ed interculturale.
«Verrà creato per gli immigrati - dice - uno "sportello" culturale, gestito dagli studenti, che potrebbero così fare direttamente esperienza, acquisendo crediti per il loro curriculum».
La Facoltà ha un'offerta formativa molto ricca. Si insegnano, oltre al cinese e al giapponese, anche arabo, ebraico, persiano, hindi, urdu, tibetano moderno, sanscrito, bengali e coreano, ma non mancano insegnamenti di lingue «classiche» come assiriologia, sanscrito. «Esistono altri corsi di laurea analoghi a questo a Venezia e a Napoli, ma questa è l'unica Facoltà di Studi Orientali in Italia». I piani di studio prevedono anche altri insegnamenti come letteratura, storia e politica. E aprono buone possibilità di sbocchi professionali, anche perché per ora si contano circa 100 laureati l'anno. Una cooperativa di studenti ha aperto una libreria che procura testi in lingua sia ai residenti sia agli studenti. «Nella mia classe - conclude Masini - ci sono ragazzi cinesi di seconda generazione che parlano la lingua, ma non la scrivono e vengono qui per studiarla». Molto successo oltre al cinese e al giapponese, ha pure il coreano che ha riscosso grande interesse negli ultimi anni.
giovedì 24 luglio 2003
dalla tricotillomania alla schizofrenia...
Il Gazzettino Mercoledì, 23 Luglio 2003
LA NOSTRA MENTE
Tra i mali la tricotillomania, la cleptomania, il gioco d'azzardo patologico, l'esibizionismo, il feticismo, il voyeurismo
Le piccole-grandi patologie della vita quotidiana
Queste malattie rispondono, sostanzialmente, allo stesso trattamento farmacologico dei disturbi ossessivi compulsivi
Malattie diverse con radice comune: il concetto di "spettro"
Prof. dott. Antonio Augusto Rizzoli
In fisica "spettro" significa la distribuzione dell'intensità d' una radiazione in funzione dell'energia, della frequenza o di altre grandezze fisiche. Vi sono molte malattie psichiatriche che differiscono tra loro per intensità e ampiezza sintomatologica, ma che sembra abbiano radici comuni. Si è cercato, soprattutto con l'aiuto della genetica, di allineare queste malattie lungo un cosiddetto "spettro".
L'esempio più evidente viene da quello che viene chiamato "Spettro Ossessivo-Compulsivo" e che mette lungo un continuo malattie come le tricotillomania (il vezzo di strapparsi i capelli), la cleptomania, il gioco d'azzardo patologico, la piromania (quello, meno simpatico, di appiccare incendi), l'esibizionismo, il feticismo (l'essere eccitati sessualmente da cose), il voyeurismo (l'essere eccitati sessualmente dal poter ammirare, non visti, nudità altrui), l'anoressia e la bulimia, il dismorfismo corporeo, o quella malattia che fa erompere il soggetto, pieno di tic, soprattutto facciali, in esclamazioni oscene con agitazione psicomotoria e che prende il nome da quel neurologo francese dal nome proustiano di Georges Eduard Albert Brutus Gilles de La Tourette (1855-1909), che la descrisse per primo, entrando a vele spiegate in quell'Olimpo della neurologia, negato a molti. In queste malattie, così diverse, hanno un grande ruolo sia le ossessioni (il dover pensare a certe cose) che le compulsioni (il dover fare certe cose) che sono elementi sintomatologici tipici del cosiddetto Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). E infatti queste malattie sono collegate e vicine al Disturbo Ossessivo Compulsivo in quanto in ognuna di loro esistono, in varia misura, sia ossessioni che compulsioni. Del resto questi disturbi, così eterogenei tra loro, presentano vuoi dei pensieri intrusivi che il soggetto non vorrebbe avere, vuoi dei comportamenti ripetitivi e disturbanti che la persona si sente obbligata a mettere in atto, nonostante essa le critichi e si senta invasa da angoscia. E' interessante notare che tutte queste malattie rispondono, sostanzialmente, allo stesso trattamento farmacologico dei Disturbi Ossessivi Compulsivi (DOC) ove l'accoppiata inibitore del reuptake della serotonina più triciclico (in pratica Maveral più Anafranil) è in grado di guarire perfettamente i pazienti.
Un altro "spettro" in psichiatria è quello dei Disturbi Schizofrenici. Come noto la schizofrenia ( o meglio le malattie raggruppate sotto questo nome) è il grande problema della psichiatria, essendo la malattia più studiata e più controversa del secolo. Nel 1976 Kety introdusse il concetto di "spettro" avendo notato che i figli di genitori schizofrenici, adottati da non schizofrenici, sviluppavano la schizofrenia. In molti disturbi psicotici le alterazioni biochimiche, morfologiche e funzionali , nonché le determinanti genetiche, erano assai simili. Così si considerarono componenti dello "spettro" schizofrenico il Temperamento (tratti) Schizoide e Schizotipico, i Disturbi di Personalità Schizoide e Schizotipico, la Schizofrenia (simplex, disorganizzata, paranoide, indifferenziata, residua), il Distubo Schizoaffettivo, il Disturbo Psicotico Breve, il Disturbo Delirante (forme "atipiche").
Come per lo spettro dei Disturbi DOC anche qui la terapia con i nuovi neurolettici (la clozapina, l'olanzapina, la quetiapina, lo ziprasidone) si è dimostrata perfettamente in grado di combattere e prevenire ogni sintomo e ogni ricaduta apportando in tal modo un altro ed originale contributo, quello farmacologico ("ex juvantibus"), al concetto di "spettro" che è così convalidato.
LA NOSTRA MENTE
Tra i mali la tricotillomania, la cleptomania, il gioco d'azzardo patologico, l'esibizionismo, il feticismo, il voyeurismo
Le piccole-grandi patologie della vita quotidiana
Queste malattie rispondono, sostanzialmente, allo stesso trattamento farmacologico dei disturbi ossessivi compulsivi
Malattie diverse con radice comune: il concetto di "spettro"
Prof. dott. Antonio Augusto Rizzoli
In fisica "spettro" significa la distribuzione dell'intensità d' una radiazione in funzione dell'energia, della frequenza o di altre grandezze fisiche. Vi sono molte malattie psichiatriche che differiscono tra loro per intensità e ampiezza sintomatologica, ma che sembra abbiano radici comuni. Si è cercato, soprattutto con l'aiuto della genetica, di allineare queste malattie lungo un cosiddetto "spettro".
L'esempio più evidente viene da quello che viene chiamato "Spettro Ossessivo-Compulsivo" e che mette lungo un continuo malattie come le tricotillomania (il vezzo di strapparsi i capelli), la cleptomania, il gioco d'azzardo patologico, la piromania (quello, meno simpatico, di appiccare incendi), l'esibizionismo, il feticismo (l'essere eccitati sessualmente da cose), il voyeurismo (l'essere eccitati sessualmente dal poter ammirare, non visti, nudità altrui), l'anoressia e la bulimia, il dismorfismo corporeo, o quella malattia che fa erompere il soggetto, pieno di tic, soprattutto facciali, in esclamazioni oscene con agitazione psicomotoria e che prende il nome da quel neurologo francese dal nome proustiano di Georges Eduard Albert Brutus Gilles de La Tourette (1855-1909), che la descrisse per primo, entrando a vele spiegate in quell'Olimpo della neurologia, negato a molti. In queste malattie, così diverse, hanno un grande ruolo sia le ossessioni (il dover pensare a certe cose) che le compulsioni (il dover fare certe cose) che sono elementi sintomatologici tipici del cosiddetto Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). E infatti queste malattie sono collegate e vicine al Disturbo Ossessivo Compulsivo in quanto in ognuna di loro esistono, in varia misura, sia ossessioni che compulsioni. Del resto questi disturbi, così eterogenei tra loro, presentano vuoi dei pensieri intrusivi che il soggetto non vorrebbe avere, vuoi dei comportamenti ripetitivi e disturbanti che la persona si sente obbligata a mettere in atto, nonostante essa le critichi e si senta invasa da angoscia. E' interessante notare che tutte queste malattie rispondono, sostanzialmente, allo stesso trattamento farmacologico dei Disturbi Ossessivi Compulsivi (DOC) ove l'accoppiata inibitore del reuptake della serotonina più triciclico (in pratica Maveral più Anafranil) è in grado di guarire perfettamente i pazienti.
Un altro "spettro" in psichiatria è quello dei Disturbi Schizofrenici. Come noto la schizofrenia ( o meglio le malattie raggruppate sotto questo nome) è il grande problema della psichiatria, essendo la malattia più studiata e più controversa del secolo. Nel 1976 Kety introdusse il concetto di "spettro" avendo notato che i figli di genitori schizofrenici, adottati da non schizofrenici, sviluppavano la schizofrenia. In molti disturbi psicotici le alterazioni biochimiche, morfologiche e funzionali , nonché le determinanti genetiche, erano assai simili. Così si considerarono componenti dello "spettro" schizofrenico il Temperamento (tratti) Schizoide e Schizotipico, i Disturbi di Personalità Schizoide e Schizotipico, la Schizofrenia (simplex, disorganizzata, paranoide, indifferenziata, residua), il Distubo Schizoaffettivo, il Disturbo Psicotico Breve, il Disturbo Delirante (forme "atipiche").
Come per lo spettro dei Disturbi DOC anche qui la terapia con i nuovi neurolettici (la clozapina, l'olanzapina, la quetiapina, lo ziprasidone) si è dimostrata perfettamente in grado di combattere e prevenire ogni sintomo e ogni ricaduta apportando in tal modo un altro ed originale contributo, quello farmacologico ("ex juvantibus"), al concetto di "spettro" che è così convalidato.
«Dal mondo egizio all´antica Grecia, ai romani per giungere fino al '900 di Musil»
Repubblica 23.7.03
NEL MITO DI ISIDE E DELLA TRASGRESSIONE
Perché la divinità femminile si impose su tutte le altre
Ecco la dea che sarebbe piaciuta a Hollywood
Nell´enfasi regale sposò il fratello Osiride
Il ritratto che ne fece Apuleio nelle Metamorfosi [l'Asino d'Oro ndr]
Un libro dedicato alla religione dei misteri la racconta nelle diverse epoche
Dal mondo egizio all´antica Grecia, ai romani per giungere fino al '900 di Musil
Una figura femminile tragica e moderna le cui gesta ci affascinano
di NADIA FUSINI
Il mondo del mito è per me un mondo materno, antico e confuso. Ha il tono leggendario della parola materna; in senso letterale, intendo. Mia madre racconta così del suo passato, in modo leggendario; vertigini del tempo si aprono nelle sue storie che mi lasciano come di fronte al mistero ammutolita. Se rimango stordita è perché non capisco se è proprio vero quello che racconta e tra le varie versioni dello stesso episodio non so mai a quale credere, se a quella che vuole che la bisnonna materna fosse fuggita dalle montagne tra Sansepolcro e Arezzo con un artista del circo, o se invece era la sorella della bisnonna e l´amante non era un acrobata, no, era il padrone del circo... E la nonna paterna, o la bisnonna, lei era russa, ma com´era finita in Maremma? Migrazioni di popoli? O di simboli? Pure fantasie? E perché proprio quelle? Di una cosa però sono certa riguardo a mia madre: c´è un contenuto di verità nei suoi racconti, e se non coincide con il loro contenuto di realtà, questo fatto li rende semmai più intriganti.
Non accade la stessa cosa coi personaggi del mito? Il racconto mitico non è in effetti né meno ombroso, né meno confuso. Prendete ad esempio la figura di Iside, le sue storie, o leggende: secondo alcuni Iside è figlia di Ermes, secondo altri è figlia di Prometeo. C´è chi la identifica con Cerere. Altri ancora sostengono che Osiride e Iside sono figli di Zeus e Era, dèi che appartengono a una specie di seconda repubblica, posteriore a quel rimodernamento del cielo che fu opera di Crono. In certe tradizioni, per la molteplicità dei suoi poteri, Iside è chiamata myrionima, e tra i molti nomi il primo è quello di Demetra. Ma è anche chiamata Core-Persefone-Proserpina. In uno dei quattro inni incisi sui pilastri ai lati dell´ingresso del santuario di Iside a Madinet Madi nel Faiyum la si definisce "inventrice di ogni vita." O "Iside salvatrice". In molte leggende la si paragona a Io. Tra gli animali la vacca le è sacra, e quindi intoccabile e perciò esclusa dal sacrificio. Alla dea si offrono piuttosto buoi. O tori e cervi. Ama la pecora, e perciò non si veste di lana: l´Iside di Nemi possedeva una vera e propria parure in puro lino: tunica e mantello, stola; la cintura era d´oro...
Il mistero di Iside lo racconta in modo mirabile il secondo volume sulle Religioni dei Misteri che la Fondazione Valla ha mandato alle stampe a cura di Paolo Scarpi (pagg. XLVII-616, euro 27). Nel primo (recensito su queste pagine da Salvatore Settis) la raccolta di testi, amplissima, e unica al mondo, delle Religioni dei misteri riguardava Eleusi, il dionisismo, l´orfismo. In questo volume Paolo Scarpi, con la collaborazione di Benedetta Rossignoli, raccoglie quanto c´è di conosciuto sui misteri di Samotracia e di Andania e sui misteri di epoca ellenistica e romana: Iside, Cibele e Attis, e il mitraismo. Ci muoviamo prima per mare, in quello che si chiama oggi Mar di Tracia, approdando in un´isola, al di là della quale per i Greci cominciava la barbarie. E´ un´isola straniera, con un´oscura lingua rituale, e dèi oscuri, che Erodoto chiamava Cabiri, che significherebbe "grandi"; il culto dei quali dèi prevedeva la forma dell´iniziazione e della contemplazione, come a Eleusi.
Poi ci ritroviamo in una piccola città della Messenia, nel cuore del Peloponneso, ad Andania. Con Iside dall´Egitto ci apriamo all´immenso mondo imperiale romano, perché i misteri di Iside ebbero una spettacolare fortuna, trasportando l´icona della dea a una fama hollywoodiana.
E´ in questa sezione dedicata a Iside (curata in modo impeccabile da Benedetta Rossignoli) che mi sono attardata condotta con mano ferma dall´eccellente studiosa. E così ho appreso che in origine, all´epoca dei faraoni, i rituali che vedevano come protagonisti Iside e Osiride erano legati al processo di successione dinastica. Si accompagnava così il trapasso nell´Aldilà del faraone e insieme si celebrava l´insediamento del nuovo signore d´Egitto. In origine, al centro del mito e del rito c'era il mistero del potere, e della vita e della morte e della sopravvivenza del potente. In altri termini, affinché con il terremoto della morte non vacillassero le fondamenta stesse della vita si immaginò una storia che vedeva in Iside la sorella - prima che la sposa di Osiride - la quale Iside sposando Osiride lo elevava al trono. Osiride, però, veniva ucciso dal fratello, che a sua volta veniva ucciso dal figlio di Iside e Osiride... L´enfasi sulla consanguineità era centrale nella teologia regale; si risolveva così, con il genos, il problema del passaggio; passaggio di potere, passaggio dalla vita alla morte.
Fu Tolomeo I a rivitalizzare il culto della divina coppia fraterna Iside-Osiride, al fine di ristabilire un nesso di continuità ideale tra le pratiche cultuali della tradizione faraonica e la politica dinastica dei Tolomei: il matrimonio tra Tolomeo II e la sorella Arsinoe, celebrato da Teocrito nell´Idillio 17, ne è esempio. Negli atteggiamenti esteriori e nell´esercizio del potere, Arsinoe anticipa le regine Cleopatra II e III, fino all´ultima discendente dei Lagidi, Cleopatra VII; rispetto a loro i detentori del potere di sesso maschile sono pallide controfigure. Cleopatra VII (tanto per intenderci, quella shakespeariana) vanterà la memoria di una discendenza diretta dalla prima sovrana d´Egitto, vale a dire Iside.
L´elemento fondamentale del rito di passaggio non sparisce nelle trasformazioni posteriori; rimane anzi fortemente impresso nelle successive riprese del mito, mentre lo sviluppo del corpus dottrinario religioso che si compie in età ellenistica è frutto del rimodellamento che trova la sua espressione più completa nell´esperienza narrata da Apuleio nell´undicesimo libro delle Metamorfosi.
Per Apuleio Iside Regina è soprattutto madre, soccorritrice; con tale titolo la invocano gli iniziati ai suoi misteri. E per tali accenti col tempo la pratica cultuale dedicata alla dea subirà una evoluzione in senso cristiano: il suo ruolo di madre in età tardo-antica è avvertito come anticipazione delle prerogative fondamentali della figura mariana. Frequente in età ellenistico-romana sarà la raffigurazione della dea in trono che allatta Oro e proprio questo tipo iconografico produrrà una forma di sincretismo cultuale tra Iside e Maria.
E´, ripeto, in Apuleio - nel più bel romanzo dell´antichità che porta la sua firma: le Metamorfosi o L´asino d´oro - che si documenta appieno la tendenza universalistica che il culto isaico ha ormai assunto, a testimonianza del processo di assimilazione e sovrapposizione intercorso tra Iside e le diverse figure femminili del mondo mediterraneo. Iside è la dea panthea, assimilata e sovrapposta per identità di funzioni e per sfere di competenza ad altre divinità femminili variamente distribuite nel panorama geografico antico dalla Grande Madre frigia di Pessinunte a Ecate, passando per Persefone e Demetra. Nello stesso tempo rimane numen unicum, superiore alle altre dee.
Il vero nome di questa grande divinità è Iside regina, e con tale nome Lucio prega l´essenza divina della realtà tutta al termine della sua metamorfosi; sì, proprio lei, la sorella e sposa del re Osiride, sulla quale in origine si fondava il principio della regalità egiziana, ora è soprattutto madre. Madre della realtà: «Io degli dèi e delle dee rappresento l´aspetto uniforme e col mio cenno governo i culmini radiosi del cielo, i salubri venti del mare, i silenzi carichi di pianto degli Inferi» - così parla Iside, in Apuleio.
Via via leggendo le testimonianze raccolte con acribìa da Benedetta Rossignoli si ha la conferma dell´indeterminazione, dell´inafferrabilità, dell´evanescenza dei misteri. E´ qui che i misteri somigliano ai racconti di mia madre. La tradizione, v´è chi ha detto, è anche e soprattutto tradimento, e sullo sfondo dei misteri di Iside chi abbia l´orecchio iniziato non può non avvertire l'affiorare di un fraintendimento greco e poi greco-romano dei complessi mitico-rituali altri, stranieri; e straniero è l´Egitto. Per non parlare del fraintendimento degli autori cristiani.
Ed è qui che io - educata come sono a pensare che la vera natura di qualcosa coesiste con la sua propria origine, sì che per conoscerne l´essenza si deve riandare alla sua origine; fervida credente nel legame tra Wesen e Ursprung - mi sono detta: ma qual è il gesto di Iside, in origine? Quale il gesto - anzi, l´azione vera e propria, l´atto drammatico che le è proprio?
Iside era la sorella di Osiride e sua sposa. Alla morte di Osiride, per mano del suo Caino, che cosa fa Iside? Vaga alla ricerca del cadavere del fratello-sposo. La sua ricerca straziante fa dire a Erodoto: «Iside nella lingua greca è Demetra». Così Erodoto coglie la somiglianza dell´azione tra le due figure, Demetra in cerca della figlia, Iside del fratello. Ma Iside somiglia a Demetra, quanto somiglia ad Antigone. O se somiglia alla madre, è perché della madre, ma in quanto sorella e sposa, ripete quel gesto fondante dell´identità della creatura vivente che è la restituzione del corps morcelé all´intero dell´immagine. Atto che secondo Lacan pertiene allo sguardo materno in quella "fase dello specchio" assolutamente centrale allo sviluppo umano.
A ognuno dei pezzi del corps morcelé di Osiride Iside diede sepoltura, moltiplicando cenotafi sul corpo del mondo: questo il suo gesto salvifico. Iside raccoglie il corpo spezzettato del fratello-sposo. «L´unico resto di Osiride che Iside non trovò fu il suo membro virile; era stato, infatti, immediatamente gettato nel fiume e mangiato dal lepidoto, dal fagro e dall´ossirinco, che tra i pesci sono, per gli Egiziani, le creature più aborrite. Ma Iside fece una riproduzione in sostituzione dell´organo genitale e consacrò il fallo, e in suo onore gli Egiziani celebrano ancora oggi una festa», racconta Plutarco.
E´ interessante allora osservare come questo "tipo-femmina" (per riprendere un´espressione della sapiente Lou Andreas Salomé, donna particolarmente versata nella conoscenza dei misteri femminili), il tipo, cioè, della "sorella-sposa" venga progressivamente oscurato dal tipo "materno", la sposa che si fa madre e in quanto madre protegge, conserva, raccoglie. E non a caso proprio Lou Andreas-Salomé (lei che si volle sorella e sposa degli uomini che amò, tra gli altri Nietzsche) in un suo scritto che uscì nel 1914 su Imago col titolo Zum Typus Weib, accenna a un "narciso femminile" che si realizzerebbe per certe donne nell´amore fraterno, o sororale per l´uomo. Iside, mi chiedo, non potrebbe essere il "tipo" di questo amore fraterno incestuoso?
Di questo amore potrei fare vari esempi d´epoca moderna. Giovanni e Annabella in «Peccato che fosse puttana» di John Ford è il primo che mi viene in mente. Siamo in Inghilterra in epoca post-shakespeariana, e per un drammaturgo non è facile sopravvivere; sopravvivere, intendo, alla morte di Shakespeare. E cosa fa Ford? Volendo raccontare la storia di un amore impossibile, non scrive la patetica storia di Romeo e Giulietta, divisi per via dell´odio familiare. Scrive, invece, la cruenta tragedia di due giovani che si amano e congiungono nel più tabuico degli amori, perché sono fratello e sorella. E sapete come si discolpa il libertino Giovanni? Dice che proprio perché sono fratello e sorella si devono amare, così è stato deciso nel grembo materno. Pare di sentire Plutarco - che dopo tutto era conosciuto in Inghilterra - quando afferma: «Iside e Osiride, da parte loro, si amavano e la loro unione si compì prima ancora della nascita, nel buio del ventre materno». Un altro esempio è la coppia Tom e Maggie de Il mulino sulla Floss. Siamo nell´Ottocento e la colta, coltissima George Eliot - donna emancipata quante altre mai ai tempi - con tutte le storie che si può inventare, che cosa va a raccontare? L´amore incestuoso, con tragico annegamento, di un fratello e una sorella, la quale muore per salvare il fratello che muore con lei.
Né meno interessante è osservare che tipo di miti (nel senso proprio di storie, di trame) vanno a cercare nel Novecento uomini alla ricerca dell´ "altro stato", uomini votati al "possibile" - uomini come Musil, voglio dire. Il racconto umano quasi sempre prevede padri e figli, come insegnano Aristotele e Freud, ma se ci sono com´è naturale padri e figli in Kakania, nell´uomo senza qualità i figli non combattono i padri. Anzi, Ulrich proclama il proprio amore per il padre. Non ha gelosia. E´ Oreste. E va a cercare la sua Elettra, che si chiama Agathe.
Ma la faccia nascosta di Oreste è quella di Narciso. Oreste è preoccupato di ritrovare la sorella maggiore Elettra e di unirsi a lei, come Narciso alla propria immagine. Narciso non vuole né uccidere suo padre, né giacere con sua madre, vuole non essere figlio di nessuno, essere solo con se stesso, costituire la propria origine.
Cioè a dire, in epoca moderna, la legge della coppia incestuosa è mortifera. Sterile. Più si avvicinano, più il fratello e la sorella si ritrovano soli. Il frutto della fraternità è il vuoto, la solitudine. Mentre l´unione di Iside e Osiride era fruttuosa. Ma a quei tempi e in quei luoghi, come racconta Diodoro Siculo: «La legislazione contemplava il matrimonio tra fratelli per il successo ottenuto da Iside; costei, infatti, sposò il fratello Osiride e dopo la sua morte fece voto con un giuramento di non accettare altra unione coniugale, vendicò l´assassinio del compagno e regnò trascorrendo il resto della sua vita nel più assoluto rispetto delle leggi, divenendo motivo dei più grandi e numerosi benefici per tutti gli uomini». Chissà se era l´Egitto il nuovo regno che Ulrich e Agathe volevano fondare?
NEL MITO DI ISIDE E DELLA TRASGRESSIONE
Perché la divinità femminile si impose su tutte le altre
Ecco la dea che sarebbe piaciuta a Hollywood
Nell´enfasi regale sposò il fratello Osiride
Il ritratto che ne fece Apuleio nelle Metamorfosi [l'Asino d'Oro ndr]
Un libro dedicato alla religione dei misteri la racconta nelle diverse epoche
Dal mondo egizio all´antica Grecia, ai romani per giungere fino al '900 di Musil
Una figura femminile tragica e moderna le cui gesta ci affascinano
di NADIA FUSINI
Il mondo del mito è per me un mondo materno, antico e confuso. Ha il tono leggendario della parola materna; in senso letterale, intendo. Mia madre racconta così del suo passato, in modo leggendario; vertigini del tempo si aprono nelle sue storie che mi lasciano come di fronte al mistero ammutolita. Se rimango stordita è perché non capisco se è proprio vero quello che racconta e tra le varie versioni dello stesso episodio non so mai a quale credere, se a quella che vuole che la bisnonna materna fosse fuggita dalle montagne tra Sansepolcro e Arezzo con un artista del circo, o se invece era la sorella della bisnonna e l´amante non era un acrobata, no, era il padrone del circo... E la nonna paterna, o la bisnonna, lei era russa, ma com´era finita in Maremma? Migrazioni di popoli? O di simboli? Pure fantasie? E perché proprio quelle? Di una cosa però sono certa riguardo a mia madre: c´è un contenuto di verità nei suoi racconti, e se non coincide con il loro contenuto di realtà, questo fatto li rende semmai più intriganti.
Non accade la stessa cosa coi personaggi del mito? Il racconto mitico non è in effetti né meno ombroso, né meno confuso. Prendete ad esempio la figura di Iside, le sue storie, o leggende: secondo alcuni Iside è figlia di Ermes, secondo altri è figlia di Prometeo. C´è chi la identifica con Cerere. Altri ancora sostengono che Osiride e Iside sono figli di Zeus e Era, dèi che appartengono a una specie di seconda repubblica, posteriore a quel rimodernamento del cielo che fu opera di Crono. In certe tradizioni, per la molteplicità dei suoi poteri, Iside è chiamata myrionima, e tra i molti nomi il primo è quello di Demetra. Ma è anche chiamata Core-Persefone-Proserpina. In uno dei quattro inni incisi sui pilastri ai lati dell´ingresso del santuario di Iside a Madinet Madi nel Faiyum la si definisce "inventrice di ogni vita." O "Iside salvatrice". In molte leggende la si paragona a Io. Tra gli animali la vacca le è sacra, e quindi intoccabile e perciò esclusa dal sacrificio. Alla dea si offrono piuttosto buoi. O tori e cervi. Ama la pecora, e perciò non si veste di lana: l´Iside di Nemi possedeva una vera e propria parure in puro lino: tunica e mantello, stola; la cintura era d´oro...
Il mistero di Iside lo racconta in modo mirabile il secondo volume sulle Religioni dei Misteri che la Fondazione Valla ha mandato alle stampe a cura di Paolo Scarpi (pagg. XLVII-616, euro 27). Nel primo (recensito su queste pagine da Salvatore Settis) la raccolta di testi, amplissima, e unica al mondo, delle Religioni dei misteri riguardava Eleusi, il dionisismo, l´orfismo. In questo volume Paolo Scarpi, con la collaborazione di Benedetta Rossignoli, raccoglie quanto c´è di conosciuto sui misteri di Samotracia e di Andania e sui misteri di epoca ellenistica e romana: Iside, Cibele e Attis, e il mitraismo. Ci muoviamo prima per mare, in quello che si chiama oggi Mar di Tracia, approdando in un´isola, al di là della quale per i Greci cominciava la barbarie. E´ un´isola straniera, con un´oscura lingua rituale, e dèi oscuri, che Erodoto chiamava Cabiri, che significherebbe "grandi"; il culto dei quali dèi prevedeva la forma dell´iniziazione e della contemplazione, come a Eleusi.
Poi ci ritroviamo in una piccola città della Messenia, nel cuore del Peloponneso, ad Andania. Con Iside dall´Egitto ci apriamo all´immenso mondo imperiale romano, perché i misteri di Iside ebbero una spettacolare fortuna, trasportando l´icona della dea a una fama hollywoodiana.
E´ in questa sezione dedicata a Iside (curata in modo impeccabile da Benedetta Rossignoli) che mi sono attardata condotta con mano ferma dall´eccellente studiosa. E così ho appreso che in origine, all´epoca dei faraoni, i rituali che vedevano come protagonisti Iside e Osiride erano legati al processo di successione dinastica. Si accompagnava così il trapasso nell´Aldilà del faraone e insieme si celebrava l´insediamento del nuovo signore d´Egitto. In origine, al centro del mito e del rito c'era il mistero del potere, e della vita e della morte e della sopravvivenza del potente. In altri termini, affinché con il terremoto della morte non vacillassero le fondamenta stesse della vita si immaginò una storia che vedeva in Iside la sorella - prima che la sposa di Osiride - la quale Iside sposando Osiride lo elevava al trono. Osiride, però, veniva ucciso dal fratello, che a sua volta veniva ucciso dal figlio di Iside e Osiride... L´enfasi sulla consanguineità era centrale nella teologia regale; si risolveva così, con il genos, il problema del passaggio; passaggio di potere, passaggio dalla vita alla morte.
Fu Tolomeo I a rivitalizzare il culto della divina coppia fraterna Iside-Osiride, al fine di ristabilire un nesso di continuità ideale tra le pratiche cultuali della tradizione faraonica e la politica dinastica dei Tolomei: il matrimonio tra Tolomeo II e la sorella Arsinoe, celebrato da Teocrito nell´Idillio 17, ne è esempio. Negli atteggiamenti esteriori e nell´esercizio del potere, Arsinoe anticipa le regine Cleopatra II e III, fino all´ultima discendente dei Lagidi, Cleopatra VII; rispetto a loro i detentori del potere di sesso maschile sono pallide controfigure. Cleopatra VII (tanto per intenderci, quella shakespeariana) vanterà la memoria di una discendenza diretta dalla prima sovrana d´Egitto, vale a dire Iside.
L´elemento fondamentale del rito di passaggio non sparisce nelle trasformazioni posteriori; rimane anzi fortemente impresso nelle successive riprese del mito, mentre lo sviluppo del corpus dottrinario religioso che si compie in età ellenistica è frutto del rimodellamento che trova la sua espressione più completa nell´esperienza narrata da Apuleio nell´undicesimo libro delle Metamorfosi.
Per Apuleio Iside Regina è soprattutto madre, soccorritrice; con tale titolo la invocano gli iniziati ai suoi misteri. E per tali accenti col tempo la pratica cultuale dedicata alla dea subirà una evoluzione in senso cristiano: il suo ruolo di madre in età tardo-antica è avvertito come anticipazione delle prerogative fondamentali della figura mariana. Frequente in età ellenistico-romana sarà la raffigurazione della dea in trono che allatta Oro e proprio questo tipo iconografico produrrà una forma di sincretismo cultuale tra Iside e Maria.
E´, ripeto, in Apuleio - nel più bel romanzo dell´antichità che porta la sua firma: le Metamorfosi o L´asino d´oro - che si documenta appieno la tendenza universalistica che il culto isaico ha ormai assunto, a testimonianza del processo di assimilazione e sovrapposizione intercorso tra Iside e le diverse figure femminili del mondo mediterraneo. Iside è la dea panthea, assimilata e sovrapposta per identità di funzioni e per sfere di competenza ad altre divinità femminili variamente distribuite nel panorama geografico antico dalla Grande Madre frigia di Pessinunte a Ecate, passando per Persefone e Demetra. Nello stesso tempo rimane numen unicum, superiore alle altre dee.
Il vero nome di questa grande divinità è Iside regina, e con tale nome Lucio prega l´essenza divina della realtà tutta al termine della sua metamorfosi; sì, proprio lei, la sorella e sposa del re Osiride, sulla quale in origine si fondava il principio della regalità egiziana, ora è soprattutto madre. Madre della realtà: «Io degli dèi e delle dee rappresento l´aspetto uniforme e col mio cenno governo i culmini radiosi del cielo, i salubri venti del mare, i silenzi carichi di pianto degli Inferi» - così parla Iside, in Apuleio.
Via via leggendo le testimonianze raccolte con acribìa da Benedetta Rossignoli si ha la conferma dell´indeterminazione, dell´inafferrabilità, dell´evanescenza dei misteri. E´ qui che i misteri somigliano ai racconti di mia madre. La tradizione, v´è chi ha detto, è anche e soprattutto tradimento, e sullo sfondo dei misteri di Iside chi abbia l´orecchio iniziato non può non avvertire l'affiorare di un fraintendimento greco e poi greco-romano dei complessi mitico-rituali altri, stranieri; e straniero è l´Egitto. Per non parlare del fraintendimento degli autori cristiani.
Ed è qui che io - educata come sono a pensare che la vera natura di qualcosa coesiste con la sua propria origine, sì che per conoscerne l´essenza si deve riandare alla sua origine; fervida credente nel legame tra Wesen e Ursprung - mi sono detta: ma qual è il gesto di Iside, in origine? Quale il gesto - anzi, l´azione vera e propria, l´atto drammatico che le è proprio?
Iside era la sorella di Osiride e sua sposa. Alla morte di Osiride, per mano del suo Caino, che cosa fa Iside? Vaga alla ricerca del cadavere del fratello-sposo. La sua ricerca straziante fa dire a Erodoto: «Iside nella lingua greca è Demetra». Così Erodoto coglie la somiglianza dell´azione tra le due figure, Demetra in cerca della figlia, Iside del fratello. Ma Iside somiglia a Demetra, quanto somiglia ad Antigone. O se somiglia alla madre, è perché della madre, ma in quanto sorella e sposa, ripete quel gesto fondante dell´identità della creatura vivente che è la restituzione del corps morcelé all´intero dell´immagine. Atto che secondo Lacan pertiene allo sguardo materno in quella "fase dello specchio" assolutamente centrale allo sviluppo umano.
A ognuno dei pezzi del corps morcelé di Osiride Iside diede sepoltura, moltiplicando cenotafi sul corpo del mondo: questo il suo gesto salvifico. Iside raccoglie il corpo spezzettato del fratello-sposo. «L´unico resto di Osiride che Iside non trovò fu il suo membro virile; era stato, infatti, immediatamente gettato nel fiume e mangiato dal lepidoto, dal fagro e dall´ossirinco, che tra i pesci sono, per gli Egiziani, le creature più aborrite. Ma Iside fece una riproduzione in sostituzione dell´organo genitale e consacrò il fallo, e in suo onore gli Egiziani celebrano ancora oggi una festa», racconta Plutarco.
E´ interessante allora osservare come questo "tipo-femmina" (per riprendere un´espressione della sapiente Lou Andreas Salomé, donna particolarmente versata nella conoscenza dei misteri femminili), il tipo, cioè, della "sorella-sposa" venga progressivamente oscurato dal tipo "materno", la sposa che si fa madre e in quanto madre protegge, conserva, raccoglie. E non a caso proprio Lou Andreas-Salomé (lei che si volle sorella e sposa degli uomini che amò, tra gli altri Nietzsche) in un suo scritto che uscì nel 1914 su Imago col titolo Zum Typus Weib, accenna a un "narciso femminile" che si realizzerebbe per certe donne nell´amore fraterno, o sororale per l´uomo. Iside, mi chiedo, non potrebbe essere il "tipo" di questo amore fraterno incestuoso?
Di questo amore potrei fare vari esempi d´epoca moderna. Giovanni e Annabella in «Peccato che fosse puttana» di John Ford è il primo che mi viene in mente. Siamo in Inghilterra in epoca post-shakespeariana, e per un drammaturgo non è facile sopravvivere; sopravvivere, intendo, alla morte di Shakespeare. E cosa fa Ford? Volendo raccontare la storia di un amore impossibile, non scrive la patetica storia di Romeo e Giulietta, divisi per via dell´odio familiare. Scrive, invece, la cruenta tragedia di due giovani che si amano e congiungono nel più tabuico degli amori, perché sono fratello e sorella. E sapete come si discolpa il libertino Giovanni? Dice che proprio perché sono fratello e sorella si devono amare, così è stato deciso nel grembo materno. Pare di sentire Plutarco - che dopo tutto era conosciuto in Inghilterra - quando afferma: «Iside e Osiride, da parte loro, si amavano e la loro unione si compì prima ancora della nascita, nel buio del ventre materno». Un altro esempio è la coppia Tom e Maggie de Il mulino sulla Floss. Siamo nell´Ottocento e la colta, coltissima George Eliot - donna emancipata quante altre mai ai tempi - con tutte le storie che si può inventare, che cosa va a raccontare? L´amore incestuoso, con tragico annegamento, di un fratello e una sorella, la quale muore per salvare il fratello che muore con lei.
Né meno interessante è osservare che tipo di miti (nel senso proprio di storie, di trame) vanno a cercare nel Novecento uomini alla ricerca dell´ "altro stato", uomini votati al "possibile" - uomini come Musil, voglio dire. Il racconto umano quasi sempre prevede padri e figli, come insegnano Aristotele e Freud, ma se ci sono com´è naturale padri e figli in Kakania, nell´uomo senza qualità i figli non combattono i padri. Anzi, Ulrich proclama il proprio amore per il padre. Non ha gelosia. E´ Oreste. E va a cercare la sua Elettra, che si chiama Agathe.
Ma la faccia nascosta di Oreste è quella di Narciso. Oreste è preoccupato di ritrovare la sorella maggiore Elettra e di unirsi a lei, come Narciso alla propria immagine. Narciso non vuole né uccidere suo padre, né giacere con sua madre, vuole non essere figlio di nessuno, essere solo con se stesso, costituire la propria origine.
Cioè a dire, in epoca moderna, la legge della coppia incestuosa è mortifera. Sterile. Più si avvicinano, più il fratello e la sorella si ritrovano soli. Il frutto della fraternità è il vuoto, la solitudine. Mentre l´unione di Iside e Osiride era fruttuosa. Ma a quei tempi e in quei luoghi, come racconta Diodoro Siculo: «La legislazione contemplava il matrimonio tra fratelli per il successo ottenuto da Iside; costei, infatti, sposò il fratello Osiride e dopo la sua morte fece voto con un giuramento di non accettare altra unione coniugale, vendicò l´assassinio del compagno e regnò trascorrendo il resto della sua vita nel più assoluto rispetto delle leggi, divenendo motivo dei più grandi e numerosi benefici per tutti gli uomini». Chissà se era l´Egitto il nuovo regno che Ulrich e Agathe volevano fondare?
storia dell'unione sovietica
Repubblica 23.7.03
Lenin e la nave dei filosofi
I segreti della "nave dei filosofi" così Lenin epurò gli intellettuali
L´ex Kgb svela i documenti sulla deportazione via mare nel 1922 di 300 personalità scomode per il regime
La storia della deportazione di centinaia di intellettuali definiti "controrivoluzionari"Furono cacciati dal loro paese: fecero carriera nei migliori atenei del mondo
Si pose perfino il problema di far pagare ai deportati il biglietto per il viaggio
MOSCA dal nostro corrispondente Aberto Stabile
UNA SERA di settembre del 1922 il mercantile tedesco "Oberburgmeister Haken" salpò dal porto di Pietrogrado, oggi San Pietroburgo, per una destinazione tenuta segreta, nel Baltico. La nave, che le autorità sovietiche avevano preso in affitto da un armatore tedesco, portava un carico straordinario, anch´esso circondato dal massimo riserbo. Armi? Veleni? Materiale bellico? Niente di tutto questo.
A bordo c´era, invece, il fior fiore degli atenei, delle professioni, dell´intellighenzia, come scrivevano i santoni del potere sovietico nei loro paranoici rapporti: storici, filosofi, letterati, i quali, lungi dall´aver svolto una qualche attività eversiva, venivano accusati d´aver espresso «sentimenti contrari» alla rivoluzione, al comunismo, ai dogmi marxisti. Quanto bastava, in quel tempo di ossessionanti furori, per essere arrestati e condannati all´esilio fuori dalla Russia vita natural durante.
La "Nave dei filosofi", come è stata definita dallo studioso Mikhail Glavatskij in un saggio uscito nel 2002, è oggi una mostra molto istruttiva su una delle pagine più vergognose della storia sovietica. Attraverso i documenti tratti dagli Archivi di Stato, dell´Fsb e del Cremlino, che hanno collaborato alla realizzazione della mostra, si capisce, ad esempio, come la mania persecutoria di uno Stalin, sublimata al punto da concepire lo sterminio sistematico degli oppositori, non fosse un caso di follia individuale, ma il risultato di una prassi e di una tecnica del potere che aveva in Lenin il suo ideatore.
Siamo nella primavera del 1922. Dopo cinque anni di regime rivoluzionario il paese è allo stremo. La carestia infierisce sul Volga, l´arteria vitale della Russia. Il cosiddetto "Comunismo di guerra" non è in grado di sfamare la popolazione. Il malumore si diffonde nelle campagne e nelle città, nelle Università e tra le categorie professionali. Per cercare di puntellare l´edifico che minaccia di crollare, Lenin è costretto a inventarsi la Nuova politica economica (Nep), che di fatto legittima il ritorno all´iniziativa privata.
Ma nel momento stesso in cui il regime sembra aprirsi, ecco evocato il fantasma del «nemico interno», la famigerata borghesia pronta a approfittare della momentanea difficoltà dei bolscevichi per riacciuffare il potere. Questo nemico, opportunista e velleitario, veste i panni dei docenti universitari, degli studenti, degli intellettuali, dei professionisti, dei medici (ecco un altro chiodo fisso del regime, i congiurati in camice bianco) che nelle assemblee d´Istituto, nelle riunioni di categoria e sui giornali clandestini rivendicano maggiore libertà.
Il vertice del partito è colto di sorpresa dalla rivolta della società civile. Ma a Lenin non manca, ancora, la lucidità necessaria per fronteggiare il fenomeno. Con calligrafia minuta, obliqua, supponente, il "lìder maximo", scrive a Kurskij, commissario per la Giustizia, un biglietto in cui propone che nel nuovo codice penale venga allargata la possibilità di applicare la pena di morte, mediante fucilazione, ma al tempo stesso, in determinati casi, di sostituire la pena capitale con l´esilio perpetuo, mediante deportazione.
È chiaro che Lenin pensa già a disfarsi dell´intellighenzia. Tant´è che il 19 maggio scrive al grande architetto dell´apparato repressivo, Felix Dzerzhinskij: «A proposito della deportazione all´estero degli scrittori e dei professori che aiutano la controrivoluzione, propongo l´istituzione di una commissione composta dal Gpu (il servizio di sicurezza dell´epoca, n.d.r.) e da intellettuali, che perlustri le pubblicazioni non comuniste e raccolga informazioni sul lavoro dei docenti e degli scrittori». E propone che a guidare il gruppo di lavoro sia una persona «intelligente, colta e accurata».
Trotskij, spietato, parla di «prevenzione umana». Perché, dice, se la situazione dovesse peggiorare, «saremmo costretti a fucilarli tutti». Con perfetta, spaventosa efficienza vengono istituiti gli Uffici di Collaborazione, un nome un programma, e stilati i primi elenchi di esiliandi.
Il 22 giugno, il Politburo emana l´ordine aberrante di deportare tutti i medici in Asia: alcuni subito, altri dopo un´indagine sulla «diffusione della letteratura illegale», un terzo gruppo a scaglioni. Il 16 luglio, Lenin in convalescenza dopo il primo ictus cerebrale, scrive a Stalin di accelerare le deportazioni. Le liste dei deportati vengono continuamente aggiornate prima di essere sottoposte al vertice. Improvvisamente - ed è un dettaglio che nella tragedia che si sta consumando ha una sua comicità - si pone il problema dei "costi". A pagare il prezzo del viaggio verso l´esilio devono, per decreto, essere gli stessi esuli. Ma la maggior parte di essi non ha più soldi. La dirigenza sottopone allora a Lenin il quesito se deve in questo caso lo Stato affrontare le spese. Alla fine lo farà. Ai deportati sarà permesso di portare soltanto gli effetti personali e l´equivalente di 50 rubli in oro. Alle ambasciate viene ordinato di non assumere personale reclutato nei ranghi degli espatriati.
Ma chi sono le vittime di quest´impressionante macchina repressiva? Storici e giuristi come Aleksandr Kizevetter e Venedikt Mikotin, scrittori e letterati, come Jakop Apushin, Mikhail Osorgin, Yulij Ajkhenvald, filosofi come Nikolaj Losskij, Lev Karsavin, Semion Franck, Nikolai Berdjaev, che nel 30 raggiungerà la cattedra di Teologia di Cambridge, Sergheij Bulgagov, Pjotr Struve, il filosofo e musicologo Ivan Lapshin, il segretario di Aleksandr Kerenski, Pitirim Sorokin, che le sue qualità porteranno ad Harvard.
Sono più di trecento a finire nelle celle della famigerata Butirka. L´unica forma di garanzia per gli arrestati è un breve interrogatorio secondo uno stampato, uguale per tutti. «Cognome: Berdjaev. Nome e patronimico: Nikolaj Aleksandrovich. Età: 48 anni. Origine: ex nobile. Occupazione: scrittore e studioso Stato civile: sposato. Stato patrimoniale: non ho proprietà. Domanda: Dica, cittadino Berdjaev, quali sono i suoi giudizi sulla struttura dello Stato sovietico e sul sistema proletario? Risposta: Per le mie convinzioni non posso avere un punto di vista di classe e ritengo ugualmente limitata ed egoista sia l´ideologia della nobiltà che quella borghesia che quella del proletariato. Il mio punto di vista è quello dell´uomo e dell´umanità cui deve subordinarsi qualsiasi limitazione di classe e di partito».
I primi di settembre, il primo gruppo di deportati prende il treno alla volta di Riga. Un secondo treno parte diretto a Berlino. A fine settembre salpa la nave "Oberburgermeister Haken". Un mese dopo, la nave "Preussen".
Lenin e la nave dei filosofi
I segreti della "nave dei filosofi" così Lenin epurò gli intellettuali
L´ex Kgb svela i documenti sulla deportazione via mare nel 1922 di 300 personalità scomode per il regime
La storia della deportazione di centinaia di intellettuali definiti "controrivoluzionari"Furono cacciati dal loro paese: fecero carriera nei migliori atenei del mondo
Si pose perfino il problema di far pagare ai deportati il biglietto per il viaggio
MOSCA dal nostro corrispondente Aberto Stabile
UNA SERA di settembre del 1922 il mercantile tedesco "Oberburgmeister Haken" salpò dal porto di Pietrogrado, oggi San Pietroburgo, per una destinazione tenuta segreta, nel Baltico. La nave, che le autorità sovietiche avevano preso in affitto da un armatore tedesco, portava un carico straordinario, anch´esso circondato dal massimo riserbo. Armi? Veleni? Materiale bellico? Niente di tutto questo.
A bordo c´era, invece, il fior fiore degli atenei, delle professioni, dell´intellighenzia, come scrivevano i santoni del potere sovietico nei loro paranoici rapporti: storici, filosofi, letterati, i quali, lungi dall´aver svolto una qualche attività eversiva, venivano accusati d´aver espresso «sentimenti contrari» alla rivoluzione, al comunismo, ai dogmi marxisti. Quanto bastava, in quel tempo di ossessionanti furori, per essere arrestati e condannati all´esilio fuori dalla Russia vita natural durante.
La "Nave dei filosofi", come è stata definita dallo studioso Mikhail Glavatskij in un saggio uscito nel 2002, è oggi una mostra molto istruttiva su una delle pagine più vergognose della storia sovietica. Attraverso i documenti tratti dagli Archivi di Stato, dell´Fsb e del Cremlino, che hanno collaborato alla realizzazione della mostra, si capisce, ad esempio, come la mania persecutoria di uno Stalin, sublimata al punto da concepire lo sterminio sistematico degli oppositori, non fosse un caso di follia individuale, ma il risultato di una prassi e di una tecnica del potere che aveva in Lenin il suo ideatore.
Siamo nella primavera del 1922. Dopo cinque anni di regime rivoluzionario il paese è allo stremo. La carestia infierisce sul Volga, l´arteria vitale della Russia. Il cosiddetto "Comunismo di guerra" non è in grado di sfamare la popolazione. Il malumore si diffonde nelle campagne e nelle città, nelle Università e tra le categorie professionali. Per cercare di puntellare l´edifico che minaccia di crollare, Lenin è costretto a inventarsi la Nuova politica economica (Nep), che di fatto legittima il ritorno all´iniziativa privata.
Ma nel momento stesso in cui il regime sembra aprirsi, ecco evocato il fantasma del «nemico interno», la famigerata borghesia pronta a approfittare della momentanea difficoltà dei bolscevichi per riacciuffare il potere. Questo nemico, opportunista e velleitario, veste i panni dei docenti universitari, degli studenti, degli intellettuali, dei professionisti, dei medici (ecco un altro chiodo fisso del regime, i congiurati in camice bianco) che nelle assemblee d´Istituto, nelle riunioni di categoria e sui giornali clandestini rivendicano maggiore libertà.
Il vertice del partito è colto di sorpresa dalla rivolta della società civile. Ma a Lenin non manca, ancora, la lucidità necessaria per fronteggiare il fenomeno. Con calligrafia minuta, obliqua, supponente, il "lìder maximo", scrive a Kurskij, commissario per la Giustizia, un biglietto in cui propone che nel nuovo codice penale venga allargata la possibilità di applicare la pena di morte, mediante fucilazione, ma al tempo stesso, in determinati casi, di sostituire la pena capitale con l´esilio perpetuo, mediante deportazione.
È chiaro che Lenin pensa già a disfarsi dell´intellighenzia. Tant´è che il 19 maggio scrive al grande architetto dell´apparato repressivo, Felix Dzerzhinskij: «A proposito della deportazione all´estero degli scrittori e dei professori che aiutano la controrivoluzione, propongo l´istituzione di una commissione composta dal Gpu (il servizio di sicurezza dell´epoca, n.d.r.) e da intellettuali, che perlustri le pubblicazioni non comuniste e raccolga informazioni sul lavoro dei docenti e degli scrittori». E propone che a guidare il gruppo di lavoro sia una persona «intelligente, colta e accurata».
Trotskij, spietato, parla di «prevenzione umana». Perché, dice, se la situazione dovesse peggiorare, «saremmo costretti a fucilarli tutti». Con perfetta, spaventosa efficienza vengono istituiti gli Uffici di Collaborazione, un nome un programma, e stilati i primi elenchi di esiliandi.
Il 22 giugno, il Politburo emana l´ordine aberrante di deportare tutti i medici in Asia: alcuni subito, altri dopo un´indagine sulla «diffusione della letteratura illegale», un terzo gruppo a scaglioni. Il 16 luglio, Lenin in convalescenza dopo il primo ictus cerebrale, scrive a Stalin di accelerare le deportazioni. Le liste dei deportati vengono continuamente aggiornate prima di essere sottoposte al vertice. Improvvisamente - ed è un dettaglio che nella tragedia che si sta consumando ha una sua comicità - si pone il problema dei "costi". A pagare il prezzo del viaggio verso l´esilio devono, per decreto, essere gli stessi esuli. Ma la maggior parte di essi non ha più soldi. La dirigenza sottopone allora a Lenin il quesito se deve in questo caso lo Stato affrontare le spese. Alla fine lo farà. Ai deportati sarà permesso di portare soltanto gli effetti personali e l´equivalente di 50 rubli in oro. Alle ambasciate viene ordinato di non assumere personale reclutato nei ranghi degli espatriati.
Ma chi sono le vittime di quest´impressionante macchina repressiva? Storici e giuristi come Aleksandr Kizevetter e Venedikt Mikotin, scrittori e letterati, come Jakop Apushin, Mikhail Osorgin, Yulij Ajkhenvald, filosofi come Nikolaj Losskij, Lev Karsavin, Semion Franck, Nikolai Berdjaev, che nel 30 raggiungerà la cattedra di Teologia di Cambridge, Sergheij Bulgagov, Pjotr Struve, il filosofo e musicologo Ivan Lapshin, il segretario di Aleksandr Kerenski, Pitirim Sorokin, che le sue qualità porteranno ad Harvard.
Sono più di trecento a finire nelle celle della famigerata Butirka. L´unica forma di garanzia per gli arrestati è un breve interrogatorio secondo uno stampato, uguale per tutti. «Cognome: Berdjaev. Nome e patronimico: Nikolaj Aleksandrovich. Età: 48 anni. Origine: ex nobile. Occupazione: scrittore e studioso Stato civile: sposato. Stato patrimoniale: non ho proprietà. Domanda: Dica, cittadino Berdjaev, quali sono i suoi giudizi sulla struttura dello Stato sovietico e sul sistema proletario? Risposta: Per le mie convinzioni non posso avere un punto di vista di classe e ritengo ugualmente limitata ed egoista sia l´ideologia della nobiltà che quella borghesia che quella del proletariato. Il mio punto di vista è quello dell´uomo e dell´umanità cui deve subordinarsi qualsiasi limitazione di classe e di partito».
I primi di settembre, il primo gruppo di deportati prende il treno alla volta di Riga. Un secondo treno parte diretto a Berlino. A fine settembre salpa la nave "Oberburgermeister Haken". Un mese dopo, la nave "Preussen".
mercoledì 23 luglio 2003
dal domenicale del Sole del 13.7
(ricevuti da Paola D'Ettole)
IL SOLE 24 ORE 13-07-2003
SCIENZA e FILOSOFIA
Spoletoscienza
… Uri Geller il peggior nemico della razionalità?
di Pino Donghi
Si conclude oggi Spoletoscienza 2003, con i Big Red di Raffaello D'Andrea impegnati in un minitorneo di Calcio-Robot, allestito in diretta durante una sessione iniziata venerdÏ con il titolo «Mente, corpo e linguaggio: che cosa ne pensano i robot?». Altri esperimenti tra intelligenza artificiale, scienze cognitive, filosofia del linguaggio sono svolti da Loc Steels, direttore del Sony computer laboratory di Parigi. Ne discutono Remo Bodei, Mauro Ceroti, Paolo Fabbri, Remo Goidieri, Giulio Giorello. Proprio in questi giorni esce per Laterza il volume che raccoglie gli interventi di Spoletoscienza 2002 intitolato «Il governo della scienza». Pubblichiamo ono stralcio dall'introduzione di Pino Donghi, direttore della Fondazione Sigma-Tau che organizza la manifestazione (di Pino Donghi)
Confesso di provare simpatia per Uri Geller, il sensitivo paranormale che piega chiavi e cucchiaini con la forza del pensiero. Non perché lo conosca o lo abbia mai incontrato o visto all'opera, tantomeno in ragione di una curiosità verso i fenomeni paranormali e gli spettacoli di magia e illusionistici, che infatti non ho. L'inclinazione a considerare con divertimento l'epopea che esplode sicura di se al solo cliccare l'ormai immancabile sito www.origeller.com (un sito dove s'impara che «il caso Geller» è stato studiato da scienziati che hanno lavorato con Albert Einstein... e che Uri «is also related to Sigmund Freod»!!) si manifesta paradossalmente ogni qualvolta lui e l'infinita accolita dei suoi simili viene presa di mira dal Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale con sede a Padova. Tanto lo sguardo penetrante del paranormale ha il potere di indurmi il sorriso quanto trovo deprimente la seriosa attività del Comitato. e non già perché non vi sia ragione di denunciare la colossale truffa sottesa a ogni passeggiata sui carboni ardenti, a ogni piegamento di metallo, più o meno nobile. Di paranormale in questi normalissimi trucchi non c'è, infatti, traccia alcuna, così come non ce n'è nella capacità di prevedere gli eventi del futuro, sia in forma preveggente sia in quella, giustificata astrologicamente, dagli innumerevoli oroscopisti. ciò che trovo sconfortante, nella puntigliosa quanto sterile denuncia che a ogni inizio d'anno il Cicap rinnova sulla stampa, per radio e in televisione, con riguardo alle previsioni mancate, agli oroscopi sballati, agli oracoli infrantisi contro la dura realtà dei fatti, e la confusione tra logica veridittiva e desiderio di certezze, tra metodo sperimentale e bisogno di destino. Con questi argomenti Paolo Fabbri criticava, già qualche anno fa, un volume redatto per dimostrare le falsità dell'astrologia: che non è "falsa" semplicemente perché non può essere "vera", perché non può essere giudicata, appunto, sulla base di una logica vero-falso che intrinsecamente non le appartiene ancorché superficialmente vi si riferisca. Colui il quale crede nell'oroscopo del giorno, si rivolge all'indovino o al guaritore, si affida alle carte o ai fondi del caffè non è un seguace del metodo sperimentale, non si ispira al principio di falsificazione: anela una certezza assoluta, desidera sapere, in anticipo, ciò che e certo sia scritto da qualche parte, un destino che è suo e che vuole indipendente dalla propria responsabilità. Siccome quel destino non gli è più dato o non lo cerca più in esclusiva nella fede religiosa, pure non smette di averne bisogno, e se lo va a cercare dovunque vi sia chi glielo promette; e se quest'ultimo, al di là di un'assai discutibile eppur non impossibile buonafede, è un truffatore, chi vi si rivolge vuole credervi, ha bisogno di credere e non sarà certo il cipiglio dei soci fondatori del Cicap che gli aprirà gli occhi. Cosa c'entrano infatti Uri Geller e il Cicap con il governo della scienza? Nulla appunto, e del resto nessuna responsabilità ha il primo per il ritardo con cui la società civile comprende le ragioni della scienza, con buona pace del secondo che non mi pare possa vantare meriti speciali per la diffusione delle medesime. e visto che ci siamo: che dire di Croce? Non meriterebbe anche Don Benedetto, giunti noi nel XXI secolo, di essere lasciato in pace? Semmai la scienza non riesce a emanciparsi dalla sufficienza del filosofo napoletano, e solo agli occhi di chi non la conosce e non la pratica.
Il Sole 24 ORe S.p.a. - © Tutti i diritti riservati
IL SOLE 24 ORE 13.7.03
RELIGIONI E SOCIETA'
Teologia comparata - I lavori del gesuita Xavier Tilliette sui rapporti tra Bibbia e pensiero occidentale Il sacro spiegato ai filosofi Il ricorso al testo fondamentale della cristianità nelle letture che ne hanno fatto grandi pensatori e scrittori: da Kierkegaard a Marx e Kafka
di Gianfranco Ravasi
Tra le centinaia di libri che ricevo, ogni tanto s'infiltra qualche manuale scolastico, il più delle volte per me di scarso interesse. Non così è stato quando ho ricevuto «La radice biblica» di Piero Stefani, un libro che sicuramente appartiene a quel genere (ci sono persino i "suggerimenti" per ulteriori esercitazioni e cenni bibliografici al termine di ogni capitolo), tant'è vero che è pubblicato dalle edizioni scolastiche Bruno Mondadori. Ebbene, quel volume, in modo didattico ma anche con un gusto saporoso che non sempre intride quel genere di testi, cerca di mostrare come alcune categorie capitali della cultura non possano essere profondamente illustrate senza il ricorso al "grande codice" della Bibbia. Creazione, liberazione, memoria e testimonianza, la relazione con l'altro, la ricerca della verità, la povertà sono perlustrate in tutte le loro strutture esistenziali e nelle loro iridescenze simboliche attraverso il loro manifestarsi letterario e artistico attraverso i secoli, un manifestarsi che in filigrana rivela la matrice biblica. Questa premessa piuttosto contingente ci è utile per abbozzare il ritratto di un personaggio stimolante, il gesuita francese Xavier Tilliette, grande studioso di Schelling al quale ha dedicato una monumentale monografia (Schelling. Une philosophie en devenir, 2 volumi, Vrin, Paris 1992, II ed.) e una splendida biografia (Schelling. Biographie, Calmann-Lévy, Paris 1999), ma pronto a spaziare su tutto l'idealismo tedesco, approdando anche a pensatori di tutt'altra impronta come Jaspers, Merleau-Ponty e Lequier. Tuttavia ciò che lo ha reso noto a un pubblico più vasto è la sua costante analisi dei nessi tra la filosofia occidentale moderna e la Bibbia e la teologia cristiana. La sua bibliografia comprende, infatti, una significativa serie di titoli che, da diverse angolature, conferma l'insonne (e spesso insospettato) confronto che il pensiero filosofico ha aperto con la cultura e la spiritualità cristiana. Tilliette, che tra l'altro adotta una prosa sempre brillante, si è di nuovo affacciato nelle librerie con due saggi che fioriscono da corsi accademici tenuti durante il suo trentennale insegnamento all'Università Gregoriana di Roma e che sanno tener conto di un dato spesso ignorato. C'è, infatti, un'oscillazione frequente tra letteratura e filosofia: Goethe, Dostoevskij, Novalis, Holderlin, Kafka, ad esempio, rivelano una robusta mente speculativa sotto l'incandescenza poetica del loro scritto, come Agostino, Kierkegaard, Solov'ev, Nietzsche, Lequier (il "Kierkegaard" francese, capace di un'"esegesi lirica") affidano la loro riflessione teorica a una prosa scintillante. Il primo saggio a cui vorremmo accennare è emblematico già nel titolo, «I filosofi leggono la Bibbia», titolo ambizioso che viene risolto ricorrendo a una galleria di modelli, tenendo conto anche del fatto che «il Libro dei libri Ë un libro di libri» e quindi «un prodotto multiplo e arborescente che si presta a numerose letture». Tra le figure bibliche esaminate si potrebbe segnalare un trittico che ha in Abramo, Giobbe e nelle tentazioni di Cristo un campo di esercitazione continuamente scavato. Si pensi solo al cosiddetto «sacrificio di Abramo» (Genesi 22) e al mirabile Timore e tremore di Kierkegaard, che condizionerà al riguardo sia Kafka sia Chestov, ma anche Raissa Maritain e Kolakowski. Tuttavia - avverte Tilliette - si tratta di «una meditazione di cui i filosofi non hanno l'esclusiva» e lo attesta ricorrendo allo Swann di Proust, al Biberkopf del Berlino Alexanderplatz di Doblin, al poeta cristiano Pierre Emmanuel, all'ebreo Claude Vigée e a Thomas Mann, sempre per quell'osmosi tra poesia e pensiero di cui sopra si diceva. In finale al volume ci si imbatte in due capitoli, molto originali, sulla «Bibbia parodistica» (non certo nel senso etimologico positivo delle "parodie" bachiane, riprese ri-creatrici di testi). … quella che lo studioso definisce come «feticizzazione della Bibbia», una sorta di «estetica o retorica della derisione» che si consuma in Bruno Bauer, in Marx e in Engels (si pensi solo alla «Sacra Famiglia», scritta in collaborazione dagli ultimi due!) ma che tocca un suo acme tutto particolare in «Nietzsche», calamitato da un "Hass-Liebe", un instancabile odio-amore per il Crocifisso contro il cui "vangelo" viene lanciato un "disvangelo" (alla "buona-novella" si oppone la "cattiva novella" di Zarathustra, un "contro-vangelo"). Sono pagine molto forti, sempre ritmate su una galassia di rimandi, di evocazioni, di citazioni, protese a riconoscere l'insopprimibile presenza della «pietra di scandalo» delle Scritture, un po' come confessava Blok al termine del suo poema «I Dodici»: «perché mai Cristo? Davvero Cristo? Ma più il mio esame era attento, più distintamente vedevo Cristo. Annotai allora sul diario: Purtroppo Cristo. Purtroppo proprio Cristo!». Una parola anche per l'altra opera, «La Chiesa nella filosofia», un saggio impostato a trilogia, a causa della genesi didattica dello scritto, frutto di un corso accademico triennale. Anche in questo caso assistiamo a uno scorrimento: ci sono, infatti, teologi come Mohler, Newman, Solov'ev o Guardini che rivelano una potente capacita speculativa e ci sono filosofi come Leibniz, Hegel e lo stesso Kant vivacemente attirati dalla teologia, per non parlare poi degli espliciti interessi religiosi di pensatori come Blondel e Maritain. Come in altre opere Tilliette aveva ricercato una cristologia filosofica, così ora egli si dedica a individuare un'ecclesiologia filosofica. Non si tratta di una mera filosofia della religione o di un'ecclesiologia secolarizzata che esamina il fenomeno "Chiesa" sociologicamente o storicamente inteso, amputato della sua dimensione teologica e soprannaturale. Entrambe le componenti, intrecciate tra loro, la storica e la trascendente, il mysterium societatis, come lo chiamava Gaston Fessard (uno dei pensatori considerati), sono oggetto dell'analisi filosofica che tenta di mostrarne o di contestarne «la pertinenza, l'inevitabilità, la fondatezza». Ne nasce, così, l'idea Ecclesiae che è l'idea di Chiesa ma anche la Chiesa in idea. Sempre, comunque, con l'attenzione a non confondere filosofia e teologia, memori del monito di Schelling: «Occorre mantenere castamente la frontiera».
Xavier Tilliette, «I filosofi leggono la Bibbia», Queriniana, Brescia 2003, pagg. 242, 18,50
Xavier Tilliette, «La Chiesa nella filosofia», Morcelliana, Brescia 2003, pagg. 272, 20,50
Dello stesso autore ricordiamo:
«Filosofi davanti a Cristo», Queriniana, Brescia 1989; «La cristologia idealista», Queriniana, Brescia 1993;
«La settimana santa dei filosofi», Morcelliana, Brescia 2003 (II ed.);
«Il Cristo dei non-credenti e altri saggi di filosofia cristiana», Ave, Roma 1994;
«Il Cristo della filosofia», Morcelliana, Brescia 1997;
«Jesus romantique», Desclée, Paris 2002.
Si veda anche: Piero Stefani, «La radice biblica», Bruno Mondadori, Milano 2003, pagg. 222, 8,80.
Il Sole 24 ORE S.p.a. - © Tutti i diritti riservati
IL SOLE 24 ORE 13-07-2003
RELIGIONI E SOCIETA'
Islamica
Tutto il mondo arabo in un libro
Seyed Farian Sabahi
La casa editrice Oxford University Press ha pubblicato due volumi divulgativi per fare conoscere il mondo musulmano. La prima opera da segnalare è un utilissimo dizionario dell'Islam di facile consultazione. Oltre duemila voci, in ordine alfabetico, permettono al lettore di conoscere eventi, personaggi, correnti religiose e politiche degli ultimi due secoli. Rispetto agli altri dizionari disponibili nelle biblioteche e nelle librerie, nell'Oxford Dictionary of Islam si possono leggere anche le biografie di personaggi recentemente apparsi sulla scena politica internazionale. Dal presidente iraniano Muhammad Khatami al saudita Osama Bin Laden. Un volume di consultazione che può servire anche alle case editrici italiane, sempre più spesso alle prese con la pubblicazione di volumi - di cui alcuni tradotti dal francese e dall'inglese - in cui i termini arabi, persiani e turchi sono traslitterati nei modi più fantasiosi. Il secondo volume - anch'esso divulgativo - dato alle stampe dalla Oxford University Press è What Everyone Needs to Know about Islam. In questo libro John Esposito, professore di religione e affari internazionali alla Georgetown University, risponde a una serie di domande sulla fede, sulle pratiche religiose, sui rapporti con le altre religioni, sulla cultura e sulle tradizioni. Senza tralasciare argomenti come la violenza e il terrorismo, il controllo delle nascite, il sistema bancario islamico e i rapporti con l'Occidente.
«The Oxford Dictionary of Islam», a cura di John L. Esposito, Oxford University Press, New York, 2003, pagg. 360, £ 30,00;
John L. Esposito, «What Everyone Needs to Know about Islam», Oxford University Press, New York, 2003, pagg. 204, £ 11.99.
Il Sole 24 ORE S.p.a. - © Tutti i diritti riservati
IL SOLE 24 ORE 13-07-2003
SCIENZA e FILOSOFIA
Spoletoscienza
… Uri Geller il peggior nemico della razionalità?
di Pino Donghi
Si conclude oggi Spoletoscienza 2003, con i Big Red di Raffaello D'Andrea impegnati in un minitorneo di Calcio-Robot, allestito in diretta durante una sessione iniziata venerdÏ con il titolo «Mente, corpo e linguaggio: che cosa ne pensano i robot?». Altri esperimenti tra intelligenza artificiale, scienze cognitive, filosofia del linguaggio sono svolti da Loc Steels, direttore del Sony computer laboratory di Parigi. Ne discutono Remo Bodei, Mauro Ceroti, Paolo Fabbri, Remo Goidieri, Giulio Giorello. Proprio in questi giorni esce per Laterza il volume che raccoglie gli interventi di Spoletoscienza 2002 intitolato «Il governo della scienza». Pubblichiamo ono stralcio dall'introduzione di Pino Donghi, direttore della Fondazione Sigma-Tau che organizza la manifestazione (di Pino Donghi)
Confesso di provare simpatia per Uri Geller, il sensitivo paranormale che piega chiavi e cucchiaini con la forza del pensiero. Non perché lo conosca o lo abbia mai incontrato o visto all'opera, tantomeno in ragione di una curiosità verso i fenomeni paranormali e gli spettacoli di magia e illusionistici, che infatti non ho. L'inclinazione a considerare con divertimento l'epopea che esplode sicura di se al solo cliccare l'ormai immancabile sito www.origeller.com (un sito dove s'impara che «il caso Geller» è stato studiato da scienziati che hanno lavorato con Albert Einstein... e che Uri «is also related to Sigmund Freod»!!) si manifesta paradossalmente ogni qualvolta lui e l'infinita accolita dei suoi simili viene presa di mira dal Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale con sede a Padova. Tanto lo sguardo penetrante del paranormale ha il potere di indurmi il sorriso quanto trovo deprimente la seriosa attività del Comitato. e non già perché non vi sia ragione di denunciare la colossale truffa sottesa a ogni passeggiata sui carboni ardenti, a ogni piegamento di metallo, più o meno nobile. Di paranormale in questi normalissimi trucchi non c'è, infatti, traccia alcuna, così come non ce n'è nella capacità di prevedere gli eventi del futuro, sia in forma preveggente sia in quella, giustificata astrologicamente, dagli innumerevoli oroscopisti. ciò che trovo sconfortante, nella puntigliosa quanto sterile denuncia che a ogni inizio d'anno il Cicap rinnova sulla stampa, per radio e in televisione, con riguardo alle previsioni mancate, agli oroscopi sballati, agli oracoli infrantisi contro la dura realtà dei fatti, e la confusione tra logica veridittiva e desiderio di certezze, tra metodo sperimentale e bisogno di destino. Con questi argomenti Paolo Fabbri criticava, già qualche anno fa, un volume redatto per dimostrare le falsità dell'astrologia: che non è "falsa" semplicemente perché non può essere "vera", perché non può essere giudicata, appunto, sulla base di una logica vero-falso che intrinsecamente non le appartiene ancorché superficialmente vi si riferisca. Colui il quale crede nell'oroscopo del giorno, si rivolge all'indovino o al guaritore, si affida alle carte o ai fondi del caffè non è un seguace del metodo sperimentale, non si ispira al principio di falsificazione: anela una certezza assoluta, desidera sapere, in anticipo, ciò che e certo sia scritto da qualche parte, un destino che è suo e che vuole indipendente dalla propria responsabilità. Siccome quel destino non gli è più dato o non lo cerca più in esclusiva nella fede religiosa, pure non smette di averne bisogno, e se lo va a cercare dovunque vi sia chi glielo promette; e se quest'ultimo, al di là di un'assai discutibile eppur non impossibile buonafede, è un truffatore, chi vi si rivolge vuole credervi, ha bisogno di credere e non sarà certo il cipiglio dei soci fondatori del Cicap che gli aprirà gli occhi. Cosa c'entrano infatti Uri Geller e il Cicap con il governo della scienza? Nulla appunto, e del resto nessuna responsabilità ha il primo per il ritardo con cui la società civile comprende le ragioni della scienza, con buona pace del secondo che non mi pare possa vantare meriti speciali per la diffusione delle medesime. e visto che ci siamo: che dire di Croce? Non meriterebbe anche Don Benedetto, giunti noi nel XXI secolo, di essere lasciato in pace? Semmai la scienza non riesce a emanciparsi dalla sufficienza del filosofo napoletano, e solo agli occhi di chi non la conosce e non la pratica.
Il Sole 24 ORe S.p.a. - © Tutti i diritti riservati
IL SOLE 24 ORE 13.7.03
RELIGIONI E SOCIETA'
Teologia comparata - I lavori del gesuita Xavier Tilliette sui rapporti tra Bibbia e pensiero occidentale Il sacro spiegato ai filosofi Il ricorso al testo fondamentale della cristianità nelle letture che ne hanno fatto grandi pensatori e scrittori: da Kierkegaard a Marx e Kafka
di Gianfranco Ravasi
Tra le centinaia di libri che ricevo, ogni tanto s'infiltra qualche manuale scolastico, il più delle volte per me di scarso interesse. Non così è stato quando ho ricevuto «La radice biblica» di Piero Stefani, un libro che sicuramente appartiene a quel genere (ci sono persino i "suggerimenti" per ulteriori esercitazioni e cenni bibliografici al termine di ogni capitolo), tant'è vero che è pubblicato dalle edizioni scolastiche Bruno Mondadori. Ebbene, quel volume, in modo didattico ma anche con un gusto saporoso che non sempre intride quel genere di testi, cerca di mostrare come alcune categorie capitali della cultura non possano essere profondamente illustrate senza il ricorso al "grande codice" della Bibbia. Creazione, liberazione, memoria e testimonianza, la relazione con l'altro, la ricerca della verità, la povertà sono perlustrate in tutte le loro strutture esistenziali e nelle loro iridescenze simboliche attraverso il loro manifestarsi letterario e artistico attraverso i secoli, un manifestarsi che in filigrana rivela la matrice biblica. Questa premessa piuttosto contingente ci è utile per abbozzare il ritratto di un personaggio stimolante, il gesuita francese Xavier Tilliette, grande studioso di Schelling al quale ha dedicato una monumentale monografia (Schelling. Une philosophie en devenir, 2 volumi, Vrin, Paris 1992, II ed.) e una splendida biografia (Schelling. Biographie, Calmann-Lévy, Paris 1999), ma pronto a spaziare su tutto l'idealismo tedesco, approdando anche a pensatori di tutt'altra impronta come Jaspers, Merleau-Ponty e Lequier. Tuttavia ciò che lo ha reso noto a un pubblico più vasto è la sua costante analisi dei nessi tra la filosofia occidentale moderna e la Bibbia e la teologia cristiana. La sua bibliografia comprende, infatti, una significativa serie di titoli che, da diverse angolature, conferma l'insonne (e spesso insospettato) confronto che il pensiero filosofico ha aperto con la cultura e la spiritualità cristiana. Tilliette, che tra l'altro adotta una prosa sempre brillante, si è di nuovo affacciato nelle librerie con due saggi che fioriscono da corsi accademici tenuti durante il suo trentennale insegnamento all'Università Gregoriana di Roma e che sanno tener conto di un dato spesso ignorato. C'è, infatti, un'oscillazione frequente tra letteratura e filosofia: Goethe, Dostoevskij, Novalis, Holderlin, Kafka, ad esempio, rivelano una robusta mente speculativa sotto l'incandescenza poetica del loro scritto, come Agostino, Kierkegaard, Solov'ev, Nietzsche, Lequier (il "Kierkegaard" francese, capace di un'"esegesi lirica") affidano la loro riflessione teorica a una prosa scintillante. Il primo saggio a cui vorremmo accennare è emblematico già nel titolo, «I filosofi leggono la Bibbia», titolo ambizioso che viene risolto ricorrendo a una galleria di modelli, tenendo conto anche del fatto che «il Libro dei libri Ë un libro di libri» e quindi «un prodotto multiplo e arborescente che si presta a numerose letture». Tra le figure bibliche esaminate si potrebbe segnalare un trittico che ha in Abramo, Giobbe e nelle tentazioni di Cristo un campo di esercitazione continuamente scavato. Si pensi solo al cosiddetto «sacrificio di Abramo» (Genesi 22) e al mirabile Timore e tremore di Kierkegaard, che condizionerà al riguardo sia Kafka sia Chestov, ma anche Raissa Maritain e Kolakowski. Tuttavia - avverte Tilliette - si tratta di «una meditazione di cui i filosofi non hanno l'esclusiva» e lo attesta ricorrendo allo Swann di Proust, al Biberkopf del Berlino Alexanderplatz di Doblin, al poeta cristiano Pierre Emmanuel, all'ebreo Claude Vigée e a Thomas Mann, sempre per quell'osmosi tra poesia e pensiero di cui sopra si diceva. In finale al volume ci si imbatte in due capitoli, molto originali, sulla «Bibbia parodistica» (non certo nel senso etimologico positivo delle "parodie" bachiane, riprese ri-creatrici di testi). … quella che lo studioso definisce come «feticizzazione della Bibbia», una sorta di «estetica o retorica della derisione» che si consuma in Bruno Bauer, in Marx e in Engels (si pensi solo alla «Sacra Famiglia», scritta in collaborazione dagli ultimi due!) ma che tocca un suo acme tutto particolare in «Nietzsche», calamitato da un "Hass-Liebe", un instancabile odio-amore per il Crocifisso contro il cui "vangelo" viene lanciato un "disvangelo" (alla "buona-novella" si oppone la "cattiva novella" di Zarathustra, un "contro-vangelo"). Sono pagine molto forti, sempre ritmate su una galassia di rimandi, di evocazioni, di citazioni, protese a riconoscere l'insopprimibile presenza della «pietra di scandalo» delle Scritture, un po' come confessava Blok al termine del suo poema «I Dodici»: «perché mai Cristo? Davvero Cristo? Ma più il mio esame era attento, più distintamente vedevo Cristo. Annotai allora sul diario: Purtroppo Cristo. Purtroppo proprio Cristo!». Una parola anche per l'altra opera, «La Chiesa nella filosofia», un saggio impostato a trilogia, a causa della genesi didattica dello scritto, frutto di un corso accademico triennale. Anche in questo caso assistiamo a uno scorrimento: ci sono, infatti, teologi come Mohler, Newman, Solov'ev o Guardini che rivelano una potente capacita speculativa e ci sono filosofi come Leibniz, Hegel e lo stesso Kant vivacemente attirati dalla teologia, per non parlare poi degli espliciti interessi religiosi di pensatori come Blondel e Maritain. Come in altre opere Tilliette aveva ricercato una cristologia filosofica, così ora egli si dedica a individuare un'ecclesiologia filosofica. Non si tratta di una mera filosofia della religione o di un'ecclesiologia secolarizzata che esamina il fenomeno "Chiesa" sociologicamente o storicamente inteso, amputato della sua dimensione teologica e soprannaturale. Entrambe le componenti, intrecciate tra loro, la storica e la trascendente, il mysterium societatis, come lo chiamava Gaston Fessard (uno dei pensatori considerati), sono oggetto dell'analisi filosofica che tenta di mostrarne o di contestarne «la pertinenza, l'inevitabilità, la fondatezza». Ne nasce, così, l'idea Ecclesiae che è l'idea di Chiesa ma anche la Chiesa in idea. Sempre, comunque, con l'attenzione a non confondere filosofia e teologia, memori del monito di Schelling: «Occorre mantenere castamente la frontiera».
Xavier Tilliette, «I filosofi leggono la Bibbia», Queriniana, Brescia 2003, pagg. 242, 18,50
Xavier Tilliette, «La Chiesa nella filosofia», Morcelliana, Brescia 2003, pagg. 272, 20,50
Dello stesso autore ricordiamo:
«Filosofi davanti a Cristo», Queriniana, Brescia 1989; «La cristologia idealista», Queriniana, Brescia 1993;
«La settimana santa dei filosofi», Morcelliana, Brescia 2003 (II ed.);
«Il Cristo dei non-credenti e altri saggi di filosofia cristiana», Ave, Roma 1994;
«Il Cristo della filosofia», Morcelliana, Brescia 1997;
«Jesus romantique», Desclée, Paris 2002.
Si veda anche: Piero Stefani, «La radice biblica», Bruno Mondadori, Milano 2003, pagg. 222, 8,80.
Il Sole 24 ORE S.p.a. - © Tutti i diritti riservati
IL SOLE 24 ORE 13-07-2003
RELIGIONI E SOCIETA'
Islamica
Tutto il mondo arabo in un libro
Seyed Farian Sabahi
La casa editrice Oxford University Press ha pubblicato due volumi divulgativi per fare conoscere il mondo musulmano. La prima opera da segnalare è un utilissimo dizionario dell'Islam di facile consultazione. Oltre duemila voci, in ordine alfabetico, permettono al lettore di conoscere eventi, personaggi, correnti religiose e politiche degli ultimi due secoli. Rispetto agli altri dizionari disponibili nelle biblioteche e nelle librerie, nell'Oxford Dictionary of Islam si possono leggere anche le biografie di personaggi recentemente apparsi sulla scena politica internazionale. Dal presidente iraniano Muhammad Khatami al saudita Osama Bin Laden. Un volume di consultazione che può servire anche alle case editrici italiane, sempre più spesso alle prese con la pubblicazione di volumi - di cui alcuni tradotti dal francese e dall'inglese - in cui i termini arabi, persiani e turchi sono traslitterati nei modi più fantasiosi. Il secondo volume - anch'esso divulgativo - dato alle stampe dalla Oxford University Press è What Everyone Needs to Know about Islam. In questo libro John Esposito, professore di religione e affari internazionali alla Georgetown University, risponde a una serie di domande sulla fede, sulle pratiche religiose, sui rapporti con le altre religioni, sulla cultura e sulle tradizioni. Senza tralasciare argomenti come la violenza e il terrorismo, il controllo delle nascite, il sistema bancario islamico e i rapporti con l'Occidente.
«The Oxford Dictionary of Islam», a cura di John L. Esposito, Oxford University Press, New York, 2003, pagg. 360, £ 30,00;
John L. Esposito, «What Everyone Needs to Know about Islam», Oxford University Press, New York, 2003, pagg. 204, £ 11.99.
Il Sole 24 ORE S.p.a. - © Tutti i diritti riservati
una sentenza della Consulta, e le opinioni di Cancrini e Corleone
(segnalato da Lia Pallone)
L'Unità, 19 luglio 2003
Innovativa sentenza della Corte Costituzionale: fino a ieri chi veniva prosciolto per infermità aveva davanti a sé solo l'ospedale psichiatrico. Cancrini: sentenza rilevante, così è possibile il recupero
"Non solo il carcere per i malati di mente che commettono reati"
di Marco Montrone
ROMA. Qual è il destino di chi commette un reato ma viene "prosciolto per vizio totale di mente"? Fino ad ieri se era socialmente pericoloso gli era concessa solo una via: l'ospedale psichiatrico giudiziario. Da oggi, ha un'alternativa: il giudice potrà adottare misure di sicurezza meno segreganti, come la libertà vigilata. A patto che si riesca a curare e tutelare la persona interessata, controllando contemporaneamente la sua pericolosità sociale.
E' quanto ha deciso la Consulta, che con la sentenza n. 253 ha dichiarato incostituzionale l'art. 222 del codice penale nella parte in cui imponeva al giudice sempre e solo la decisione del ricovero in un ospedale psichiatrico.
"E' una sentenza rilevante - dichiara con soddisfazione lo psichiatra e psicoterapeutica Luigi Cancrini - E' giusto che il giudice, consigliato da consulenti capaci, possa ragionare in direzione del recupero della persona malata, dando importanza più al disturbo che al reato.
Certo, alcune volte l'internamento può essere utile e questo avviene quando la persona ha un bisogno di contenimento, di riorganizzazione dall'esterno dei suoi comportamenti, ma in altre situazioni l'ospedale è inutile e addirittura controproducente".
A rivolgersi alla Consulta era stato il Gup del Tribunale di Genova, chiamato a pronunciarsi sulla responsabilità penale di un imputato di violenza sessuale aggravata e lesione personale, ritenuto, in sede di perizia, totalmente incapace di intendere e di volere per infermità psichica. Il giudice aveva fatto osservare che la rigidità dell'art. 222 impediva l'adozione di misure idonee a difendere la collettività e insieme a curare adeguatamente un soggetto pericoloso ma penalmente irresponsabile.
La Corte Costituzionale gli ha dato ragione, fissando i seguenti paletti:
1) "la situazione dell'infermo di mente che abbia compiuto atti costituenti oggettivamente reato, ma non sia responsabile penalmente in forza della sua infermità, è per molti versi assimilabile a quella di una persona bisognosa di specifica protezione come il minore";
2) "per l'infermo di mente l'automatismo di una misura segregante e totale come il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario imposta pur quando essa appaia in concreto inadatta, infrange l'equilibrio costituzionalmente necessario e viola esigenze essenziali di protezione dei diritti della persona, nella specie del diritto alla salute".
Gli infermi di mente, hanno sostenuto i giudici, "non solo penalmente responsabili e dunque non possono essere destinatari di misure aventi un contenuto anche solo parzialmente punitivo". Per loro c'è bisogno di "misure a contenuto terapeutico", in grado di "contenere la pericolosità e tutelare la collettività da ulteriori possibili manifestazioni". Tanto più, ha osservato la Consulta, che "le esigenze di tutela della collettività non potrebbero mai giustificare misure tali da recare danno, anziché vantaggio, alla salute del paziente". Ciò sarebbe "non ammissibile".
Nell'occasione i giudici hanno "bacchettato" il legislatore, colpevole di essere rimasto inerte "in un campo caratterizzato da scelte risalenti nel tempo e mai riviste alla luce dei principi costituzionali e delle acquisizioni scientifiche", invitandolo a intraprendere "la strada di un ripensamento del sistema delle misure di sicurezza, con particolare riguardo a quelle previste per gli infermi di mente autori di fatto di reato, e ancor più di una riorganizzazione delle strutture e di un potenziamento delle risorse".
Un avvertimento, quello della Corte Costituzionale, che trova pienamente d'accordo Franco Corleone dei Verdi, che nel 1996 aveva presentato una proposta di legge che prevedeva l'abolizione dell'art. 222 e una radicale riforma del concetto di imputabilità. Non aveva senso evitare all'infermo il carcere, per poi "punirlo con la restrizione ed il trattamento di un contesto psichiatrico".
"Spero - ha dichiarato Corleone - che questo sia il primo passo per riformare interamente il sistema psichiatrico giudiziario".
L'Unità, 19 luglio 2003
Innovativa sentenza della Corte Costituzionale: fino a ieri chi veniva prosciolto per infermità aveva davanti a sé solo l'ospedale psichiatrico. Cancrini: sentenza rilevante, così è possibile il recupero
"Non solo il carcere per i malati di mente che commettono reati"
di Marco Montrone
ROMA. Qual è il destino di chi commette un reato ma viene "prosciolto per vizio totale di mente"? Fino ad ieri se era socialmente pericoloso gli era concessa solo una via: l'ospedale psichiatrico giudiziario. Da oggi, ha un'alternativa: il giudice potrà adottare misure di sicurezza meno segreganti, come la libertà vigilata. A patto che si riesca a curare e tutelare la persona interessata, controllando contemporaneamente la sua pericolosità sociale.
E' quanto ha deciso la Consulta, che con la sentenza n. 253 ha dichiarato incostituzionale l'art. 222 del codice penale nella parte in cui imponeva al giudice sempre e solo la decisione del ricovero in un ospedale psichiatrico.
"E' una sentenza rilevante - dichiara con soddisfazione lo psichiatra e psicoterapeutica Luigi Cancrini - E' giusto che il giudice, consigliato da consulenti capaci, possa ragionare in direzione del recupero della persona malata, dando importanza più al disturbo che al reato.
Certo, alcune volte l'internamento può essere utile e questo avviene quando la persona ha un bisogno di contenimento, di riorganizzazione dall'esterno dei suoi comportamenti, ma in altre situazioni l'ospedale è inutile e addirittura controproducente".
A rivolgersi alla Consulta era stato il Gup del Tribunale di Genova, chiamato a pronunciarsi sulla responsabilità penale di un imputato di violenza sessuale aggravata e lesione personale, ritenuto, in sede di perizia, totalmente incapace di intendere e di volere per infermità psichica. Il giudice aveva fatto osservare che la rigidità dell'art. 222 impediva l'adozione di misure idonee a difendere la collettività e insieme a curare adeguatamente un soggetto pericoloso ma penalmente irresponsabile.
La Corte Costituzionale gli ha dato ragione, fissando i seguenti paletti:
1) "la situazione dell'infermo di mente che abbia compiuto atti costituenti oggettivamente reato, ma non sia responsabile penalmente in forza della sua infermità, è per molti versi assimilabile a quella di una persona bisognosa di specifica protezione come il minore";
2) "per l'infermo di mente l'automatismo di una misura segregante e totale come il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario imposta pur quando essa appaia in concreto inadatta, infrange l'equilibrio costituzionalmente necessario e viola esigenze essenziali di protezione dei diritti della persona, nella specie del diritto alla salute".
Gli infermi di mente, hanno sostenuto i giudici, "non solo penalmente responsabili e dunque non possono essere destinatari di misure aventi un contenuto anche solo parzialmente punitivo". Per loro c'è bisogno di "misure a contenuto terapeutico", in grado di "contenere la pericolosità e tutelare la collettività da ulteriori possibili manifestazioni". Tanto più, ha osservato la Consulta, che "le esigenze di tutela della collettività non potrebbero mai giustificare misure tali da recare danno, anziché vantaggio, alla salute del paziente". Ciò sarebbe "non ammissibile".
Nell'occasione i giudici hanno "bacchettato" il legislatore, colpevole di essere rimasto inerte "in un campo caratterizzato da scelte risalenti nel tempo e mai riviste alla luce dei principi costituzionali e delle acquisizioni scientifiche", invitandolo a intraprendere "la strada di un ripensamento del sistema delle misure di sicurezza, con particolare riguardo a quelle previste per gli infermi di mente autori di fatto di reato, e ancor più di una riorganizzazione delle strutture e di un potenziamento delle risorse".
Un avvertimento, quello della Corte Costituzionale, che trova pienamente d'accordo Franco Corleone dei Verdi, che nel 1996 aveva presentato una proposta di legge che prevedeva l'abolizione dell'art. 222 e una radicale riforma del concetto di imputabilità. Non aveva senso evitare all'infermo il carcere, per poi "punirlo con la restrizione ed il trattamento di un contesto psichiatrico".
"Spero - ha dichiarato Corleone - che questo sia il primo passo per riformare interamente il sistema psichiatrico giudiziario".
martedì 22 luglio 2003
la ricerca sulla percezione visiva
Corriere della sera 22.7.03
Gli occhi si muovono cinque volte al secondo ma il meccanismo permette di non avere visioni mosse
Scoperto il «fermo-immagine» nel cervello
La ricerca del San Raffaele di Milano e del Cnr di Pisa
E’ come un meccanismo di fermo-immagini: così il nostro cervello può vedere il mondo esterno come qualcosa di stabile. I ricercatori dell’Istituto San Raffaele di Milano e del Cnr di Pisa hanno così risolto un quesito che riguarda la nostra capacità di vedere le cose e che ancora non aveva trovato una spiegazione. Già nel 1083 uno studioso persiano, Al Haze, aveva notato che il cervello è capace di ricostruire immagini ferme a partire da una serie di singole «occhiate», con rapidi spostamenti dell’occhio da un punto all’altro di un oggetto. Da allora scienziati e fisiologi hanno cercato di comprendere il meccanismo che sta alla base di questa particolarità percettiva, senza riuscirci. Ecco allora la domanda da cui sono partiti i ricercatori italiani: perché i nostri occhi, che si muovono 4-5 volte al secondo (cioè 150 mila volte al giorno, una quantità superiore persino ai battiti del nostro cuore), riescono a vedere le cose ferme? Perché, in altre parole, il mondo non ruota insieme a loro? Risponde Concetta Morrone, la psicologa che ha firmato il lavoro sulla rivista Nature Neuroscience con David Melcher, un ricercatore americano che ha scelto di lavorare in Italia: «Il mondo ci sembra fermo - dice - perché mentre muoviamo gli occhi, il cervello continua a elaborare informazioni che provengono da una stessa posizione».
Tutto ciò sembra paradossale perché si sa che i singoli neuroni rispondono a stimoli provenienti da zone ben precise nello spazio e se gli occhi si muovono dovrebbero farlo anche le immagini che vediamo.
Ma il complesso esperimento di percezione visiva, ricostruito dai ricercatori, ha permesso loro di concludere che ogni neurone continua a rimanere sensibile alla stessa posizione proprio come se fosse dotato di un fermo-immagini che «fissa» la visione.
Ricadute pratiche della scoperta? «Mediche e tecnologiche», dice Concetta Morrone, che ipotizza un aiuto, per esempio, ai pazienti che per le conseguenze di un ictus vedono «mosse» le immagini dal mondo esterno.
A. Bz.
Il Giorno 22.7.03
Il segreto degli occhi: la telecamera virtuale
nel nostro cervello
di Paola D'Amico
I nostri occhi non sono semplici telecamere. Sono invece la somma di più obiettivi puntati sulla realtà che, attraverso una magia della mente, ci consegnano un'immagine del mondo stabile.
Fino ad oggi si pensava che, nella percezione di un'immagine, il cervello si creasse come delle telecamere capaci di muoversi insieme agli occhi. Non è così. Ricercatori del San Raffaele hanno tentato di dare una risposta al quesito: se i nostri occhi sono in movimento perpetuo (si muovono 4-5 volte al secondo, 150mila volte al giorno) come è possibile che il mondo stesso non ruoti assieme a loro, come accade con una telecamera, ma continua ad essere percepito come qualcosa di stabile?
In parole più semplici: come è possibile che noi guardiamo il mondo da una piattaforma mobile, camminiamo, saltiamo, corriamo, e gli oggetti che ci circondano continuiamo a vederli fermi nella loro esatta posizione?. Che è poi ciò che ci differenzia dal robot o da una telecamera, appunto.
Attraverso un complesso esperimento di percezione visiva, i ricercatori del San Raffaele hanno dimostrato il mondo sembra fermo perchè «mentre muoviamo gli occhi il cervello continua a elaborare informazioni che provengono dalla stessa posizione - spiega la professoressa Concetta Morrone, della facoltà di Psicologia del San Raffaele, che ha firmato lo studio pubblicato sul numero di agosto di Nature Neuroscience con David Melcher -. Crea cioè una sorta di telecamera solidale non con gli occhi ma con il mondo esterno».
Metà del nostro cervello è dedicato alla visione. E la ricerca prova che i meccanismi, nel cervello dell'adulto, sono dinamici, si adattano cioè ad ogni sguardo. Perchè il cervello ha una potenzialità di organizzazione infinita. «La percezione di una figura - prosegue la psicologa - viene costruita tramite una serie di singole occhiate, con rapidi spostamenti dell'occhio da un punto all'altro dell'oggetto. Ognuno di questi piccolissimi movimenti oculari genera un movimento dell'immagine retinica sulla superficie dell'occhio ma senza darci la sensazione che il mondo si muova. L'uomo è cioè inconsapevole di tali spostamenti, sia del cambiamento dell'inquadratura dell'immagine sia del diverso punto di osservazione che ciò comporta».
Sulla retina abbiamo come tante minuscole fotocellule che si spostano con l'occhio ma, fissato un oggetto, dopo lo spostamento tornano a fissarlo: l'immagine stabile è il risultato della rielaborazione da parte del cervello dei due fotogrammi successivi.
«Ora è chiaro il meccanismo, dobbiamo trovare la "macchinetta" che consente di ricalibrare l'immagine, un marchingegno che sta ad unn livello sensoriale precoce, non a un livello cognitivo ma a una primissima analisi del segnale visivo da parte del cervello».
Gli occhi si muovono cinque volte al secondo ma il meccanismo permette di non avere visioni mosse
Scoperto il «fermo-immagine» nel cervello
La ricerca del San Raffaele di Milano e del Cnr di Pisa
E’ come un meccanismo di fermo-immagini: così il nostro cervello può vedere il mondo esterno come qualcosa di stabile. I ricercatori dell’Istituto San Raffaele di Milano e del Cnr di Pisa hanno così risolto un quesito che riguarda la nostra capacità di vedere le cose e che ancora non aveva trovato una spiegazione. Già nel 1083 uno studioso persiano, Al Haze, aveva notato che il cervello è capace di ricostruire immagini ferme a partire da una serie di singole «occhiate», con rapidi spostamenti dell’occhio da un punto all’altro di un oggetto. Da allora scienziati e fisiologi hanno cercato di comprendere il meccanismo che sta alla base di questa particolarità percettiva, senza riuscirci. Ecco allora la domanda da cui sono partiti i ricercatori italiani: perché i nostri occhi, che si muovono 4-5 volte al secondo (cioè 150 mila volte al giorno, una quantità superiore persino ai battiti del nostro cuore), riescono a vedere le cose ferme? Perché, in altre parole, il mondo non ruota insieme a loro? Risponde Concetta Morrone, la psicologa che ha firmato il lavoro sulla rivista Nature Neuroscience con David Melcher, un ricercatore americano che ha scelto di lavorare in Italia: «Il mondo ci sembra fermo - dice - perché mentre muoviamo gli occhi, il cervello continua a elaborare informazioni che provengono da una stessa posizione».
Tutto ciò sembra paradossale perché si sa che i singoli neuroni rispondono a stimoli provenienti da zone ben precise nello spazio e se gli occhi si muovono dovrebbero farlo anche le immagini che vediamo.
Ma il complesso esperimento di percezione visiva, ricostruito dai ricercatori, ha permesso loro di concludere che ogni neurone continua a rimanere sensibile alla stessa posizione proprio come se fosse dotato di un fermo-immagini che «fissa» la visione.
Ricadute pratiche della scoperta? «Mediche e tecnologiche», dice Concetta Morrone, che ipotizza un aiuto, per esempio, ai pazienti che per le conseguenze di un ictus vedono «mosse» le immagini dal mondo esterno.
A. Bz.
Il Giorno 22.7.03
Il segreto degli occhi: la telecamera virtuale
nel nostro cervello
di Paola D'Amico
I nostri occhi non sono semplici telecamere. Sono invece la somma di più obiettivi puntati sulla realtà che, attraverso una magia della mente, ci consegnano un'immagine del mondo stabile.
Fino ad oggi si pensava che, nella percezione di un'immagine, il cervello si creasse come delle telecamere capaci di muoversi insieme agli occhi. Non è così. Ricercatori del San Raffaele hanno tentato di dare una risposta al quesito: se i nostri occhi sono in movimento perpetuo (si muovono 4-5 volte al secondo, 150mila volte al giorno) come è possibile che il mondo stesso non ruoti assieme a loro, come accade con una telecamera, ma continua ad essere percepito come qualcosa di stabile?
In parole più semplici: come è possibile che noi guardiamo il mondo da una piattaforma mobile, camminiamo, saltiamo, corriamo, e gli oggetti che ci circondano continuiamo a vederli fermi nella loro esatta posizione?. Che è poi ciò che ci differenzia dal robot o da una telecamera, appunto.
Attraverso un complesso esperimento di percezione visiva, i ricercatori del San Raffaele hanno dimostrato il mondo sembra fermo perchè «mentre muoviamo gli occhi il cervello continua a elaborare informazioni che provengono dalla stessa posizione - spiega la professoressa Concetta Morrone, della facoltà di Psicologia del San Raffaele, che ha firmato lo studio pubblicato sul numero di agosto di Nature Neuroscience con David Melcher -. Crea cioè una sorta di telecamera solidale non con gli occhi ma con il mondo esterno».
Metà del nostro cervello è dedicato alla visione. E la ricerca prova che i meccanismi, nel cervello dell'adulto, sono dinamici, si adattano cioè ad ogni sguardo. Perchè il cervello ha una potenzialità di organizzazione infinita. «La percezione di una figura - prosegue la psicologa - viene costruita tramite una serie di singole occhiate, con rapidi spostamenti dell'occhio da un punto all'altro dell'oggetto. Ognuno di questi piccolissimi movimenti oculari genera un movimento dell'immagine retinica sulla superficie dell'occhio ma senza darci la sensazione che il mondo si muova. L'uomo è cioè inconsapevole di tali spostamenti, sia del cambiamento dell'inquadratura dell'immagine sia del diverso punto di osservazione che ciò comporta».
Sulla retina abbiamo come tante minuscole fotocellule che si spostano con l'occhio ma, fissato un oggetto, dopo lo spostamento tornano a fissarlo: l'immagine stabile è il risultato della rielaborazione da parte del cervello dei due fotogrammi successivi.
«Ora è chiaro il meccanismo, dobbiamo trovare la "macchinetta" che consente di ricalibrare l'immagine, un marchingegno che sta ad unn livello sensoriale precoce, non a un livello cognitivo ma a una primissima analisi del segnale visivo da parte del cervello».
Luigi Cancrini, sul gene della depressione
Il Messaggero Martedì 22 Luglio 2003
I RISULTATI DI UNA RICERCA
La depressione è colpa di un gene ma ha radici nei traumi infantili
di LUIGI CANCRINI
LA RICERCA pubblicata da Science sull’origine genetica dei disturbi depressivi è una ricerca importante. Basata su uno studio longitudinale durato venticinque anni, essa ha permesso infatti di verificare l’idea per cui il 43 per cento degli individui che presentano una certa versione (corta) di un tratto ben definito di Dna presentano una difficoltà speciale di elaborazione degli eventi traumatici. Dando luogo spesso, per questa via, ad episodi di tipo depressivo.
La prima riflessione da fare, di fronte ad una ricerca come questa, è relativa all’importanza fondamentale che essa ribadisce, dandola per scontata, al trauma. Gli episodi rilevanti di depressione sono sempre e comunque collegati dai ricercatori, infatti, al verificarsi di fatti traumatici, ad esperienze di perdita o di lutto. E’ da qui che si parte comunque quando quello cui ci si trova di fronte è un episodio depressivo come la clinica e l’esperienza degli psicoterapeuti ha dimostrato ormai da decenni.
Un secondo punto di riflessione, mi pare, riguarda i numeri. Verificare che il 43 per cento di una certa popolazione va incontro ad un episodio depressivo e che il 17 per cento di quella che non ha quel tipo di diversità genetica può comportarsi in modo analogo significa essenzialmente due cose. Che vi sono molte situazioni, il 57 per cento dei casi, in cui l’esistenza di fattori protettivi evita che l’anomalia genetica si manifesti (si esprima, nel senso dei biologi) e che molte altre ve ne sono in cui la difficoltà di elaborare il trauma e la depressione che segue tale difficoltà si verificano anche in assenza di anomalia genetica: in assenza, stavolta, dei fattori protettivi di cui sopra.
La ricerca clinica offre elementi importanti oggi per valutare la natura di questi fattori. Difficile e dura dal punto di vista emozionale, l’infanzia dei futuri depressi è un’infanzia regolarmente segnata dalle difficoltà dei genitori e dal verificarsi di eventi pesanti che il bambino ha vissuto dall’interno di una condizione di solitudine. Al modo in cui sono sicuramente la solitudine e la mancanza di un sostegno valido dal punto di vista emotivo le concause più rilevanti di quello che si caratterizzerà un giorno come episodio depressivo grave dell’adulto: come ci raccontano ogni giorno le persone che non hanno avuto uno spazio per ”dare parole” al loro dolore.
Quello che ne possiamo concludere provvisoriamente oggi, forse, è che, applicata agli uomini e al funzionamento della mente, la genetica può proporre solo frammenti di verità elementari. Senza riscontri pratici di grande rilievo. Quella cui dobbiamo pensare di più, infatti, è l’importanza dei fattori ambientali: per la possibilità che essi hanno di proteggere dal rischio genetico, prima di tutto, e per la possibilità che abbiamo, in secondo luogo, di controllarli e di modificarli. Adottando schemi intelligenti di comportamento. Mettendoci in mente con tutta la chiarezza possibile, che il modo migliore di proteggere un bambino dalla depressione di oggi o di domani è la nostra capacità di stare con lui nei momenti di difficoltà modulando in modo attento e intelligente l’affetto con cui lo facciamo crescere.
Quella con cui vorrei concludere è una fantasia che potrebbe essere alla base forse di altre ricerche. La variante corta del tratto di Dna considerata dai ricercatori di Science è responsabile, secondo loro, di un particolare difetto nella produzione di serotonina. Se questo è vero e se il 57 per cento degli individui il cui cervello funziona male su questo punto non sviluppa la depressione, però, quello che noi possiamo pensare, ipotizzare, è che un contesto educativo adeguato può rendersi utile anche a livello di biochimica del cervello. Un’idea che apre scenari affascinanti, mi pare, sull’interazione complessa fra la nostra vita mentale e il nostro corpo. Dando senso all’idea per cui quest’ultimo reagisce attivamente agli stimoli offerti da quella: inesplicabilmente collegando tra loro, vita dopo vita, l’evoluzione della specie e quella dell’individuo.
I RISULTATI DI UNA RICERCA
La depressione è colpa di un gene ma ha radici nei traumi infantili
di LUIGI CANCRINI
LA RICERCA pubblicata da Science sull’origine genetica dei disturbi depressivi è una ricerca importante. Basata su uno studio longitudinale durato venticinque anni, essa ha permesso infatti di verificare l’idea per cui il 43 per cento degli individui che presentano una certa versione (corta) di un tratto ben definito di Dna presentano una difficoltà speciale di elaborazione degli eventi traumatici. Dando luogo spesso, per questa via, ad episodi di tipo depressivo.
La prima riflessione da fare, di fronte ad una ricerca come questa, è relativa all’importanza fondamentale che essa ribadisce, dandola per scontata, al trauma. Gli episodi rilevanti di depressione sono sempre e comunque collegati dai ricercatori, infatti, al verificarsi di fatti traumatici, ad esperienze di perdita o di lutto. E’ da qui che si parte comunque quando quello cui ci si trova di fronte è un episodio depressivo come la clinica e l’esperienza degli psicoterapeuti ha dimostrato ormai da decenni.
Un secondo punto di riflessione, mi pare, riguarda i numeri. Verificare che il 43 per cento di una certa popolazione va incontro ad un episodio depressivo e che il 17 per cento di quella che non ha quel tipo di diversità genetica può comportarsi in modo analogo significa essenzialmente due cose. Che vi sono molte situazioni, il 57 per cento dei casi, in cui l’esistenza di fattori protettivi evita che l’anomalia genetica si manifesti (si esprima, nel senso dei biologi) e che molte altre ve ne sono in cui la difficoltà di elaborare il trauma e la depressione che segue tale difficoltà si verificano anche in assenza di anomalia genetica: in assenza, stavolta, dei fattori protettivi di cui sopra.
La ricerca clinica offre elementi importanti oggi per valutare la natura di questi fattori. Difficile e dura dal punto di vista emozionale, l’infanzia dei futuri depressi è un’infanzia regolarmente segnata dalle difficoltà dei genitori e dal verificarsi di eventi pesanti che il bambino ha vissuto dall’interno di una condizione di solitudine. Al modo in cui sono sicuramente la solitudine e la mancanza di un sostegno valido dal punto di vista emotivo le concause più rilevanti di quello che si caratterizzerà un giorno come episodio depressivo grave dell’adulto: come ci raccontano ogni giorno le persone che non hanno avuto uno spazio per ”dare parole” al loro dolore.
Quello che ne possiamo concludere provvisoriamente oggi, forse, è che, applicata agli uomini e al funzionamento della mente, la genetica può proporre solo frammenti di verità elementari. Senza riscontri pratici di grande rilievo. Quella cui dobbiamo pensare di più, infatti, è l’importanza dei fattori ambientali: per la possibilità che essi hanno di proteggere dal rischio genetico, prima di tutto, e per la possibilità che abbiamo, in secondo luogo, di controllarli e di modificarli. Adottando schemi intelligenti di comportamento. Mettendoci in mente con tutta la chiarezza possibile, che il modo migliore di proteggere un bambino dalla depressione di oggi o di domani è la nostra capacità di stare con lui nei momenti di difficoltà modulando in modo attento e intelligente l’affetto con cui lo facciamo crescere.
Quella con cui vorrei concludere è una fantasia che potrebbe essere alla base forse di altre ricerche. La variante corta del tratto di Dna considerata dai ricercatori di Science è responsabile, secondo loro, di un particolare difetto nella produzione di serotonina. Se questo è vero e se il 57 per cento degli individui il cui cervello funziona male su questo punto non sviluppa la depressione, però, quello che noi possiamo pensare, ipotizzare, è che un contesto educativo adeguato può rendersi utile anche a livello di biochimica del cervello. Un’idea che apre scenari affascinanti, mi pare, sull’interazione complessa fra la nostra vita mentale e il nostro corpo. Dando senso all’idea per cui quest’ultimo reagisce attivamente agli stimoli offerti da quella: inesplicabilmente collegando tra loro, vita dopo vita, l’evoluzione della specie e quella dell’individuo.
che noia...
Repubblica 22.7.03
Trattati, manualetti, esercizi: l´Europa tenta di riapprendere l´arte della lentezza. Per buttare fuori i cattivi pensieri e lasciarci con noi stessi
La noia ci salverà la vita
Rallentare, fare sempre meno: ormai è una filosofia
L´iperattivismo, la voglia di muoversi senza sosta ora passano di moda
di VERA SCHIAVAZZI
ROMA - Rallentare. Affrontare la paura del vuoto e diventarne consapevoli o, meglio ancora, passare a quella «presa di incoscienza» che, da sola, vale più di mille sedute di autoanalisi. Fare sempre meno, fare poco, fino ad arrivare a non far nulla del tutto. L´estate 2003 punta verso la noia, una noia non casuale, elevata al rango di filosofia. In Europa le si dedicano trattati, come la «Piccola filosofia» del norvegese Lars Svendsen. Negli Stati Uniti la si traduce in manualetti pronti per l´uso, come i dieci esercizi inventati da Karen Salmansohn per «Cambiare interamente la propria vita senza fare assolutamente nulla». Tutto si basa sul fatto che si debba riapprendere ciò che gli occidentali hanno dimenticato, ovvero il silenzio, la riflessione, il vuoto fisico e mentale che - proprio come il digiuno dal cibo disintossica e aiuta ad espellere le tossine - servono a buttar fuori cattivi pensieri e a lasciarci soli con noi stessi.
I percorsi di avvicinamento possono essere i più diversi: c´è chi approfondisce il problema come ha fatto Svendsen durante un anno sabbatico, partendo da Kierkegaard per arrivare ad Heidegger (per ragioni solo in parte misteriose, tutti i filosofi si sono annoiati prima o poi), e chi, come la sua collega francese Catherine Laroze, ha realizzato un´operazione di marketing producendo ciò che pareva impossibile, ovvero un libro fotografico sul tema che in Francia è già un oggetto di culto. Certo, l´iperattivismo, la frenesia, l´ossessione di arrivare e di muoversi senza sosta, appaiono destinati a diventare fuori moda come confermano ricercatori di tendenze e stilisti: «Ricominceremo presto a invidiare chi non ha bisogno di lavorare, chi può vivere di rendita o, al contrario, è in grado di ridurre a tal punto i suoi consumi da potersi permettere di fare poco per mantenersi... Dalla moda usciranno a poco a poco i tessuti e i materiali tecnici creati per evocare la performance, il movimento, l´energia». Che annoiarsi sia un modo come un altro per cercare di fermare, o almeno di addomesticare il tempo che passa, lo sanno del resto, da sempre, i pre-adolescenti ai quali la noia è consigliata, prescritta e imposta. Ma uno studio condotto in Germania da un gruppo di sociologi berlinesi ha dimostrato che, tra gli adulti, oltre l´80 per cento non è in grado di ricordare l´ultima volta nella quale ha trascorso almeno sei ore, sonno escluso, senza compiere nessuna attività «finalizzata».
Alla lunga, hanno sostenuto i tedeschi, l´eccessiva rapidità può penalizzare la qualità delle idee: teorie complesse non possono essere concepite, né tantomeno verificate, in pochi minuti o in pochi giorni, e la noia rappresenta una pausa eccellente. L´esercizio di rallentare, svuotare le proprie giornate appare più facile per le donne, per chi ha oltre cinquant´anni, per tutti quelli che vi colgono una giustificazione sociale alla propria pigrizia (le vacanze, ma anche un lutto, un licenziamento, una malattia, o una ragione ideologica, come spostarsi a piedi per non inquinare).
Da non dimenticare, la lentezza amorosa, il «torpore estivo degli affetti» descritto da Laroze: d´estate si possono talora condividere le vacanze o le scappatelle, ma non restare perennemente connessi come si fa durante l´anno, tra una telefonata e una mail. Che cosa resterà in settembre di tutto ciò? Due regali di non poco conto: un´agenda più smilza (quella stracolma di annotazioni è stata classificata tra i dieci oggetti femminili più ineleganti) e la capacità di pensare in silenzio per qualche minuto ogni giorno. Che, una volta imparata, non si perde più.
Trattati, manualetti, esercizi: l´Europa tenta di riapprendere l´arte della lentezza. Per buttare fuori i cattivi pensieri e lasciarci con noi stessi
La noia ci salverà la vita
Rallentare, fare sempre meno: ormai è una filosofia
L´iperattivismo, la voglia di muoversi senza sosta ora passano di moda
di VERA SCHIAVAZZI
ROMA - Rallentare. Affrontare la paura del vuoto e diventarne consapevoli o, meglio ancora, passare a quella «presa di incoscienza» che, da sola, vale più di mille sedute di autoanalisi. Fare sempre meno, fare poco, fino ad arrivare a non far nulla del tutto. L´estate 2003 punta verso la noia, una noia non casuale, elevata al rango di filosofia. In Europa le si dedicano trattati, come la «Piccola filosofia» del norvegese Lars Svendsen. Negli Stati Uniti la si traduce in manualetti pronti per l´uso, come i dieci esercizi inventati da Karen Salmansohn per «Cambiare interamente la propria vita senza fare assolutamente nulla». Tutto si basa sul fatto che si debba riapprendere ciò che gli occidentali hanno dimenticato, ovvero il silenzio, la riflessione, il vuoto fisico e mentale che - proprio come il digiuno dal cibo disintossica e aiuta ad espellere le tossine - servono a buttar fuori cattivi pensieri e a lasciarci soli con noi stessi.
I percorsi di avvicinamento possono essere i più diversi: c´è chi approfondisce il problema come ha fatto Svendsen durante un anno sabbatico, partendo da Kierkegaard per arrivare ad Heidegger (per ragioni solo in parte misteriose, tutti i filosofi si sono annoiati prima o poi), e chi, come la sua collega francese Catherine Laroze, ha realizzato un´operazione di marketing producendo ciò che pareva impossibile, ovvero un libro fotografico sul tema che in Francia è già un oggetto di culto. Certo, l´iperattivismo, la frenesia, l´ossessione di arrivare e di muoversi senza sosta, appaiono destinati a diventare fuori moda come confermano ricercatori di tendenze e stilisti: «Ricominceremo presto a invidiare chi non ha bisogno di lavorare, chi può vivere di rendita o, al contrario, è in grado di ridurre a tal punto i suoi consumi da potersi permettere di fare poco per mantenersi... Dalla moda usciranno a poco a poco i tessuti e i materiali tecnici creati per evocare la performance, il movimento, l´energia». Che annoiarsi sia un modo come un altro per cercare di fermare, o almeno di addomesticare il tempo che passa, lo sanno del resto, da sempre, i pre-adolescenti ai quali la noia è consigliata, prescritta e imposta. Ma uno studio condotto in Germania da un gruppo di sociologi berlinesi ha dimostrato che, tra gli adulti, oltre l´80 per cento non è in grado di ricordare l´ultima volta nella quale ha trascorso almeno sei ore, sonno escluso, senza compiere nessuna attività «finalizzata».
Alla lunga, hanno sostenuto i tedeschi, l´eccessiva rapidità può penalizzare la qualità delle idee: teorie complesse non possono essere concepite, né tantomeno verificate, in pochi minuti o in pochi giorni, e la noia rappresenta una pausa eccellente. L´esercizio di rallentare, svuotare le proprie giornate appare più facile per le donne, per chi ha oltre cinquant´anni, per tutti quelli che vi colgono una giustificazione sociale alla propria pigrizia (le vacanze, ma anche un lutto, un licenziamento, una malattia, o una ragione ideologica, come spostarsi a piedi per non inquinare).
Da non dimenticare, la lentezza amorosa, il «torpore estivo degli affetti» descritto da Laroze: d´estate si possono talora condividere le vacanze o le scappatelle, ma non restare perennemente connessi come si fa durante l´anno, tra una telefonata e una mail. Che cosa resterà in settembre di tutto ciò? Due regali di non poco conto: un´agenda più smilza (quella stracolma di annotazioni è stata classificata tra i dieci oggetti femminili più ineleganti) e la capacità di pensare in silenzio per qualche minuto ogni giorno. Che, una volta imparata, non si perde più.
sociologi e religioni
Repubblica Torino 22.7.03
I sociologi e le divinità Quattro giorni di dibattito
In trecento da tutto il mondo a discutere di religioni
Dio, Allah, il Buddha e poi tutti gli altri modi di chiamare la divinità. Dall´altra parte, invece, gli uomini di tutto il mondo, e soprattutto i giovani che nel terzo millennio si confrontano con la voglia di fede e di verità. In mezzo, da ieri sino a venerdì, i quasi trecento sociologi e studiosi arrivati a Torino per la XXVIIma Conferenza della Società internazionale di sociologia delle religioni.
Un appuntamento voluto con forza da Franco Garelli, docente torinese di Sociologia dei processi culturali, e che segna un´occasione prestigiosa per la nostra città nel mondo del dopo 11 settembre 2000, dei rinnovati fondamentalismi religiosi, della globalizzazione e di guerre che, per bocca di George W. Bush come di Saddam Hussein, si ammantano di giustificazioni religiose o addirittura della "volontà divina".
Il tema scelto per questa edizione, "Religione e generazioni", guarda soprattutto alla realtà giovanile dell´esperienza di fede. E le ricerche che affrontano il fenomeno in molte latitudini del globo e davanti a fedi diverse, sembrano indicare, a sorpresa, tendenze comuni. «Tra i giovani si attenua l´ateismo - ha spiegato Garelli presentando la Conferenza - e se manca una pratica assidua nei riti e nell´approfondimento del proprio credere, cresce invece la disponibilità verso la religione come una riserva di vita, come un possibilità esistenziale a disposizione».
Da oggi tavole rotonde e sessioni, tra il cinema Massimo e la facoltà di Scienze politiche di via Verdi (e con escursioni a Damanhur o nelle Langhe), cercheranno di spiegare tutto ciò. In una città dove gli anni dell´emigrazione extracomunitaria, forse di più che in tante altre realtà italiane, hanno sottolineato i problemi della diversità ma anche le conquiste dell´integrazione.
(e. b.)
I sociologi e le divinità Quattro giorni di dibattito
In trecento da tutto il mondo a discutere di religioni
Dio, Allah, il Buddha e poi tutti gli altri modi di chiamare la divinità. Dall´altra parte, invece, gli uomini di tutto il mondo, e soprattutto i giovani che nel terzo millennio si confrontano con la voglia di fede e di verità. In mezzo, da ieri sino a venerdì, i quasi trecento sociologi e studiosi arrivati a Torino per la XXVIIma Conferenza della Società internazionale di sociologia delle religioni.
Un appuntamento voluto con forza da Franco Garelli, docente torinese di Sociologia dei processi culturali, e che segna un´occasione prestigiosa per la nostra città nel mondo del dopo 11 settembre 2000, dei rinnovati fondamentalismi religiosi, della globalizzazione e di guerre che, per bocca di George W. Bush come di Saddam Hussein, si ammantano di giustificazioni religiose o addirittura della "volontà divina".
Il tema scelto per questa edizione, "Religione e generazioni", guarda soprattutto alla realtà giovanile dell´esperienza di fede. E le ricerche che affrontano il fenomeno in molte latitudini del globo e davanti a fedi diverse, sembrano indicare, a sorpresa, tendenze comuni. «Tra i giovani si attenua l´ateismo - ha spiegato Garelli presentando la Conferenza - e se manca una pratica assidua nei riti e nell´approfondimento del proprio credere, cresce invece la disponibilità verso la religione come una riserva di vita, come un possibilità esistenziale a disposizione».
Da oggi tavole rotonde e sessioni, tra il cinema Massimo e la facoltà di Scienze politiche di via Verdi (e con escursioni a Damanhur o nelle Langhe), cercheranno di spiegare tutto ciò. In una città dove gli anni dell´emigrazione extracomunitaria, forse di più che in tante altre realtà italiane, hanno sottolineato i problemi della diversità ma anche le conquiste dell´integrazione.
(e. b.)
Slavoj Zizek (2)
il manifesto 22.7.03
POLITICA O QUASI
Ma di che sesso è il soggetto post-edipico?
di IDA DOMINIJANNI
«Oggigiorno assistiamo a un cambiamento non meno radicale di quello con cui si è passati dall'ordine patriarcale premoderno legittimato dal Maschile e dal Femminile come principi cosmici all'ordine patriarcale moderno che ha introdotto il concetto astratto-universale di uomo». Questa volta lo Zizek politico si fa attendere non poco dietro lo Zizek filosofo, e bisogna rincorrerlo lungo i tortuosi percorsi della sua eccentrica difesa del soggetto cartesiano (una difesa per modo di dire, in realtà) prima di trovarlo. Ma quando arriva, alla fine del suo ambizioso «trattato di ontologia politica», colpisce come sempre nel segno, e certo individua il problema, se non le risposte. Il problema è la costellazione di senso comune (un senso comune filosofico, politico, culturale) che egemonizza, soprattutto in campo progressista, l'interpretazione del tumultuoso cambiamento del mondo contemporaneo. Una costellazione che diagnostica (e prescrive) il passaggio in atto, grosso modo, come segue: dall'Uno ai molti, dal soggetto cartesiano alle soggettività molteplici, dall'identità alle differenze, dalla politica dello stato nazionale e della ridistribuzione alla post-politica delle minoranze e del riconoscimento, e via dicendo. Di questa costellazione - anzi, di questa «grande narrazione» post-moderna insediatasi al posto delle grandi narrazioni moderne di cui il primo post-modernismo decretò la fine - Zizek non è convinto; e certo il merito principale del suo «trattato», in controtendenza col senso comune di cui sopra, consiste nel denunciare che essa, lungi dal contrastare come pretenderebbe l'onda dominante, la segue, la cavalca e la legittima, al massimo la «democratizza», senza coglierne la radice e quindi senza riuscire a ribaltarla. Dove sta questa radice? Sta appunto in un cambiamento epocale dell'ordine simbolico, che Zizek non esita a connotare con la parola «fine» in luogo dell'abusata (e usurata) «crisi», e nel cambiamento altrettanto epocale dello statuto della soggettività che ne consegue. Fine dell'Edipo, fine del patriarcato, fine dell'«efficacia simbolica» del Grande Altro che detta la legge da seguire e da trasgredire. Il Padre non è più l'ideale dell'io, il portatore dell'autorità simbolica che interdice il godimento dicendo «non devi»; è una padre «osceno» che comanda di godere dicendo «puoi». Ma se l'autorità paterna garantiva, come già vide Horkheimer negli anni Trenta, la crescita di un soggetto critico e capace di ribellione, il padre «osceno» mette al mondo figli con la sindrome di Peter Pan, eterni adolescenti privi di obbligazioni morali, che per trasgredire il comandamento di fare ciò che vogliono si mettono nella posizione del servo, del dominato, del masochista: la sintomatologia corrente dell'autosfruttamento nel lavoro (modello Microsoft), della perversione sessuale (pratiche sadomaso, piercing etc), dell'indifferenza sentimentale, parla da sé.
Alla catastrofe dell'ordine simbolico patriarcale fa riscontro dunque un soggetto all'apparenza riflessivo, capace di scegliere, multiforme, nomade, ma in realtà nuovamente «assoggettato» a rinnovate forme di dominio. Colpa dei postmodernisti, dei teorici della «società del rischio» alla Beck, nonché «delle femministe», è per Zizek di non vedere l'effetto combinato della catastrofe simbolica e della deformazione del soggetto post-edipico: o illudendosi di avere ancora a che fare con il soggetto razionale moderno, o riconvocando continuamente - nelle rivendicazioni del riconoscimento delle minoranze ad esempio - un'autorità simbolica che non c'è più. Non basta: Zizek imputa altresì a tutti questi suoi interlocutori, nonché alla sinistra post-socialista e democratica nelle sue varie espressioni, una ulteriore responsabilità: la rimozione di ciò che resta fisso nell'infinita e mobile fluidità del panorama postmoderno, ovvero «la logica inesorabile del capitale». Sul punto non potrebbe essere più chiaro: non si tratta di negare la creatività e la produttività della «postpolitica» contemporanea, con la sua capacità di politicizzare ambiti prima privati come la sessualità, le relazioni interpersonali, l'ambiente; si tratta di ridare centralità e «primato» alla politicità dell'economia, «non a scapito delle forme di politicizzazione postmoderne, ma per creare le condizioni per una loro maggiore efficacia».
Psicoanalisi e marxismo: per fronteggiare il soggetto post-edipico e per combattere l'apparente fluidificazione democratica del capitale la ricetta di Zizek, uno degli interpreti del presente più originali di cui disponiamo, non potrebbe essere più classica; anche se il suo uso di questa classica ricetta si rivela decisamente altro dagli standard della tradizione, e va a parare su una «esortazione a osare» e a «non cedere sul proprio desiderio» che non piacerebbe a molti marxisti e nemmeno a molti freudiani o lacaniani. Grande essendo la sua considerazione dell'elaborazione femminista, tuttavia, mi resta da fargli qualche obiezione di fondo. Di che sesso è infatti il soggetto post-edipico di cui Zizek parla? Non c'è traccia nel suo trattato ontologico di questa domanda, né della risposta. Ma l'ordine simbolico edipico-patriarcale di cui Zizek giustamente vede la fine ordinava la posizione dei due sessi; e se quell'ordine è finito, è anche - soprattutto - perché uno dei due ha cambiato posizione. La libertà femminile non è l'ultimo dei fattori che provoca la fine del patriarcato, e non è senza conseguenze né sull'ordine simbolico post-patriarcale né sulla costituzione - sessuata - del soggetto post-edipico. Lettore accurato, ammiratore e critico, di Judith Butler e della sua teoria performativa del gender, demolitore spietato delle teorie neoessenzialiste del sesso, Zizek non vede però altre posizioni nel panorama politico e teorico femminista. Da un confronto con il pensiero della differenza italiano - l'unico che abbia messo a tema, come lui, la fine del patriarcato, ma anche, diversamente da lui e da Horkheimer, l'emergere di un'autorità simbolica femminile non speculare a quella paterna - l'ontologia politica del presente di Zizek avrebbe potuto trarre probabilmente qualche idea tiklish in più.
POLITICA O QUASI
Ma di che sesso è il soggetto post-edipico?
di IDA DOMINIJANNI
«Oggigiorno assistiamo a un cambiamento non meno radicale di quello con cui si è passati dall'ordine patriarcale premoderno legittimato dal Maschile e dal Femminile come principi cosmici all'ordine patriarcale moderno che ha introdotto il concetto astratto-universale di uomo». Questa volta lo Zizek politico si fa attendere non poco dietro lo Zizek filosofo, e bisogna rincorrerlo lungo i tortuosi percorsi della sua eccentrica difesa del soggetto cartesiano (una difesa per modo di dire, in realtà) prima di trovarlo. Ma quando arriva, alla fine del suo ambizioso «trattato di ontologia politica», colpisce come sempre nel segno, e certo individua il problema, se non le risposte. Il problema è la costellazione di senso comune (un senso comune filosofico, politico, culturale) che egemonizza, soprattutto in campo progressista, l'interpretazione del tumultuoso cambiamento del mondo contemporaneo. Una costellazione che diagnostica (e prescrive) il passaggio in atto, grosso modo, come segue: dall'Uno ai molti, dal soggetto cartesiano alle soggettività molteplici, dall'identità alle differenze, dalla politica dello stato nazionale e della ridistribuzione alla post-politica delle minoranze e del riconoscimento, e via dicendo. Di questa costellazione - anzi, di questa «grande narrazione» post-moderna insediatasi al posto delle grandi narrazioni moderne di cui il primo post-modernismo decretò la fine - Zizek non è convinto; e certo il merito principale del suo «trattato», in controtendenza col senso comune di cui sopra, consiste nel denunciare che essa, lungi dal contrastare come pretenderebbe l'onda dominante, la segue, la cavalca e la legittima, al massimo la «democratizza», senza coglierne la radice e quindi senza riuscire a ribaltarla. Dove sta questa radice? Sta appunto in un cambiamento epocale dell'ordine simbolico, che Zizek non esita a connotare con la parola «fine» in luogo dell'abusata (e usurata) «crisi», e nel cambiamento altrettanto epocale dello statuto della soggettività che ne consegue. Fine dell'Edipo, fine del patriarcato, fine dell'«efficacia simbolica» del Grande Altro che detta la legge da seguire e da trasgredire. Il Padre non è più l'ideale dell'io, il portatore dell'autorità simbolica che interdice il godimento dicendo «non devi»; è una padre «osceno» che comanda di godere dicendo «puoi». Ma se l'autorità paterna garantiva, come già vide Horkheimer negli anni Trenta, la crescita di un soggetto critico e capace di ribellione, il padre «osceno» mette al mondo figli con la sindrome di Peter Pan, eterni adolescenti privi di obbligazioni morali, che per trasgredire il comandamento di fare ciò che vogliono si mettono nella posizione del servo, del dominato, del masochista: la sintomatologia corrente dell'autosfruttamento nel lavoro (modello Microsoft), della perversione sessuale (pratiche sadomaso, piercing etc), dell'indifferenza sentimentale, parla da sé.
Alla catastrofe dell'ordine simbolico patriarcale fa riscontro dunque un soggetto all'apparenza riflessivo, capace di scegliere, multiforme, nomade, ma in realtà nuovamente «assoggettato» a rinnovate forme di dominio. Colpa dei postmodernisti, dei teorici della «società del rischio» alla Beck, nonché «delle femministe», è per Zizek di non vedere l'effetto combinato della catastrofe simbolica e della deformazione del soggetto post-edipico: o illudendosi di avere ancora a che fare con il soggetto razionale moderno, o riconvocando continuamente - nelle rivendicazioni del riconoscimento delle minoranze ad esempio - un'autorità simbolica che non c'è più. Non basta: Zizek imputa altresì a tutti questi suoi interlocutori, nonché alla sinistra post-socialista e democratica nelle sue varie espressioni, una ulteriore responsabilità: la rimozione di ciò che resta fisso nell'infinita e mobile fluidità del panorama postmoderno, ovvero «la logica inesorabile del capitale». Sul punto non potrebbe essere più chiaro: non si tratta di negare la creatività e la produttività della «postpolitica» contemporanea, con la sua capacità di politicizzare ambiti prima privati come la sessualità, le relazioni interpersonali, l'ambiente; si tratta di ridare centralità e «primato» alla politicità dell'economia, «non a scapito delle forme di politicizzazione postmoderne, ma per creare le condizioni per una loro maggiore efficacia».
Psicoanalisi e marxismo: per fronteggiare il soggetto post-edipico e per combattere l'apparente fluidificazione democratica del capitale la ricetta di Zizek, uno degli interpreti del presente più originali di cui disponiamo, non potrebbe essere più classica; anche se il suo uso di questa classica ricetta si rivela decisamente altro dagli standard della tradizione, e va a parare su una «esortazione a osare» e a «non cedere sul proprio desiderio» che non piacerebbe a molti marxisti e nemmeno a molti freudiani o lacaniani. Grande essendo la sua considerazione dell'elaborazione femminista, tuttavia, mi resta da fargli qualche obiezione di fondo. Di che sesso è infatti il soggetto post-edipico di cui Zizek parla? Non c'è traccia nel suo trattato ontologico di questa domanda, né della risposta. Ma l'ordine simbolico edipico-patriarcale di cui Zizek giustamente vede la fine ordinava la posizione dei due sessi; e se quell'ordine è finito, è anche - soprattutto - perché uno dei due ha cambiato posizione. La libertà femminile non è l'ultimo dei fattori che provoca la fine del patriarcato, e non è senza conseguenze né sull'ordine simbolico post-patriarcale né sulla costituzione - sessuata - del soggetto post-edipico. Lettore accurato, ammiratore e critico, di Judith Butler e della sua teoria performativa del gender, demolitore spietato delle teorie neoessenzialiste del sesso, Zizek non vede però altre posizioni nel panorama politico e teorico femminista. Da un confronto con il pensiero della differenza italiano - l'unico che abbia messo a tema, come lui, la fine del patriarcato, ma anche, diversamente da lui e da Horkheimer, l'emergere di un'autorità simbolica femminile non speculare a quella paterna - l'ontologia politica del presente di Zizek avrebbe potuto trarre probabilmente qualche idea tiklish in più.
in guardia, secondo il manifesto c'è un nuovo «eroe della cultura» per la sinistra: Slavoj Zizek (1)
il manifesto 22.7.03
La necessaria follia del pensare
La rinuncia della sinistra politica a proporre un'alternativa alla realtà spettrale del capitalismo globale. Finalmente pubblicato «Il soggetto scabroso», l'opera più ambiziosa del filosofo sloveno Slavoj Zizek Heidegger, Balibar, Badiou, Butler, Beck. Filosofi, filosofe e studiosi così diversi tra loro, ma accomunati dall'assenza di una politica della liberazione all'altezza della miseria del presente
di SANDRO CHIGNOLA
Come evadere dal circuito spettrale del capitalismo globale e dal suo doppio ideologico? Come agire un gesto di liberazione che sia realmente politico e in grado di evitare il gioco al massacro del costante venire a patti con quella che, nelle retoriche del riformismo e della «sinistra di governo», ci viene presentata come la realtà, come l'inscalfibile orizzonte di riferimento sul quale misurare validità e legittimità dell'azione? Ciò che Heidegger, i teorici postalthusseriani (Balibar, Rancière, Laclau, Badiou), il femminismo decostruzionista (Butler), i sociologi della «società del rischio» (Giddens, Beck, per non parlare delle retoriche liberal del multiculturalismo) hanno in comune, è, per Slavoj Zizek, la cui opera più ambiziosa viene infine messa a disposizione del lettore italiano (Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica, Raffaello Cortina Editore, pp. 500, € 37), il rifiuto a confrontarsi con l'ontologia e ciò che da quello stesso rifiuto consegue: la mancanza di radicalità nel pensare una politica di liberazione all'altezza della miseria del presente.
Nell'interpretazione di Zizek, la scena contemporanea è dominata da due opposti e complementari modi di venire a patti con la perdita catastrofica che segue al «collasso del marxismo» del 1989: da un lato l'insistenza sulla forma vuota, la pura retorica dei principi feticisticamente attardata in difesa dei capisaldi della socialdemocrazia; dall'altro l'accettazione delle regole del capitalismo globale come necessità che fa legge, il Full Monty della sinistra blairiana ed ulivista, l'«andare fino in fondo» nello spogliarsi di ogni residua istanza capace di sostenere un'alternativa alle logiche del capitale.
Quanto rende possibile una tale impasse, è, per Zizek, il disconoscimento della scena originaria nella quale viene posto il problema del soggetto: non il suo venire a mancare, come lo interpretano le filosofie del postmoderno, il suo indebolirsi e scomparire come agente della trasformazione, ma il suo identificarsi con la mancanza stessa, con l'eccedenza che lo fonda come da sempre «out-of-joint», scardinato alla propria realtà, come incompleto, «vuoto».
Applicando alla filosofia politica contemporanea l'analisi lacaniana del problema della soggettività nell'idealismo tedesco, Zizek mira ad un doppio risultato. Da un lato assumere la centralità dello scarto in cui si costituisce la soggettivazione - mossa, quest'ultima, che gli permette di sganciare il problema del soggetto da ogni coinvolgimento con l'ordine della totalità e dell'immediatezza, evitando così l'errore di postulare una posizione di semplice esteriorità tra il soggetto e il positivo, tra il contingente e l'universale, tra l'«escluso» che pretende l'accesso e l'ordine di rapporti che lo esclude -; dall'altro l'interpretazione della filosofia politica contemporanea come formazione fondamentalmente difensiva.
Ogni ontologia è intrinsecamente politica, per Zizek, perché fondata da un atto «soggettivo» di decisione, che presenta la duplice caratteristica di essere sempre disconosciuto e contingente. L'idea della realtà come «Tutto autosufficiente» (anche quella del soggetto agente di una trasformazione possibile) va kantianamente rifiutata come paralogismo, perché quello che appare come un limite epistemologico dell'umana capacità di comprendere la realtà (il fatto che essa possa solo e sempre essere percepita a partire da una prospettiva finita e temporale) è la condizione ontologica costitutiva della realtà stessa. Come in Fichte (la nozione di Anstoß) o in Hegel (il negativo dialettico), la resistenza che il soggetto incontra non è una resistenza esterna (l'inerzia dell'ordine della realtà), ma lacanianamente ex-tima, fondativa della stessa realtà del soggetto, e proprio per questo eccedente/eccessiva rispetto alla sua stessa padronanza di sé. C'è, in altri termini, un momento di follia necessaria implicato sulla scena del cogito.
E' questo presupposto ciò che permette a Zizek di aprire un confronto radicale con il pensiero critico contemporaneo. Badiou e Laclau «ontologizzano» immediatamente il soggetto come effetto del loro platonismo di fondo. Rancière, muovendo dall'opposizione tra quelle che egli chiama la politique/police e la politique, tende a sovrastimare, stabilizzandolo, lo iato postulato tra l'ordine esistente e gli interventi parziali per mezzo dei quali viene data voce a le tort. Butler, teorica della differenza sessuale, finisce con l'identificare quest'ultima alla norma simbolica che determina ciò che uomo e ciò che è donna. Balibar si dimostra incapace di sottrarsi ad un habermasismo paradossale, nella misura in cui accetta l'universalità come orizzonte finale della politica, anche dopo aver posto l'attenzione sullo scarto che esiste tra le declaratorie formali del diritto e la domanda di egaliberté che insiste a sovvertirle dall'interno.
Rifiutando l'ontologia, il confronto con l'abisso che costituisce il soggetto sul fondo di una divisione, tutte queste posizioni approdano per Zizek ad una doppia paralisi. Sul lato teoretico, col postulare comunque - come effetto di una definizione sostanziale del soggetto - una forma dell'universale all'interno della quale le lotte vengono indebolite come semplici lotte per il riconoscimento. Sul lato politico, con lo sfuggire la posizione che obbliga ad assumersi la responsabilità politica della verità e della sua articolazione sovversiva.
Che la filosofia contemporanea rappresenti una formazione eminentemente difensiva, lo dimostra per Zizek non soltanto il modo attraverso il quale essa evita di interrogarsi sullo statuto reale del soggetto, ma il suo stesso autoconfinarsi in un atteggiamento da «sinistra kantiana» incapace di sostenere il passage à l'acte. In Balibar, in Rancière, in Badiou, la politicizzazione della situazione viene fatta dipendere dall'eccedenza di un universale impossibile che agisce da ideale regolatore.
Attenta a mantenere ed a rilanciare la differenza tra l'ordine delle cose e il suo impossibile compimento, questa posizione si condanna tuttavia anticipatamente al fallimento. Essa sopravvaluta l'ordine positivo dell'essere, lasciandosi sfuggire il fatto che l'ordine dell'essere non è mai dato in modo semplice, ma che è esso stesso fondato su un qualche Atto precedente: su di una separazione, una scissione. Quest'ultima è per Zizek ciò che comunque permane (a partire dallo stesso Soggetto) come la condizione irredimibile che sostiene ogni ordine dell'essere.
Questo a sua volta significa, che l'atto intrinsecamente divisorio per cui la situazione viene politicizzata (soggettivando l'esclusione, la parte di chi non ha parte), non può limitarsi - pena la condanna a quello stesso circuito isterico del desiderio già rimproverato da Lacan ai contestatori del Maggio francese - a sostenere una posizione di semplice critica o di denuncia. Occorre che il gesto tradizionale della critica dell'ideologia venga rovesciato, riconoscendo nell'infimo dell'ordine concreto l'unico punto della sua universalità e nell'oscenità della decisione in cui si costituisce il Soggetto il supplemento che permette di agire politicamente in conformità alla legge del desiderio.
Quello che Zizek chiama il protokantismo implicito della filosofia contemporanea - la posizione dell'«anima bella» in cui la critica si rinchiude per riflettere il luogo di un'eccedenza dell'idea di giustizia che paradossalmente finisce con l'assumere l'autoconsistenza dell'ordine della realtà - deve essere denunciato come il limite di un discorso sull'universale che rifiuta di assumersi la responsabilità politica della verità.
Una conoscenza oggettiva della realtà è impossibile, per Zizek, perché ogni sistema di norme (compreso quello che fonda la specifica legalità del conoscere) è costitutivamente sospeso dall'eccezionalità che lo fonda. Solo negando il proprio coinvolgimento immediato nella realtà, elaborando il lutto materiale del proprio prendere parte ad essa, il soggetto si insedia nella squilibrata posizione di esteriorità che gli permette di assumere la realtà come «oggetto» e quindi di dominarla. La patogenesi del soggetto implica una scissione ed un irriducibile antagonismo. E questo a sua volta significa, che solo in quel punto d'esclusione può emergere la «cornice» universale, la forma trascendentale che rende possibile il conoscere, e quindi la stessa «realtà».
Sul lato politico, questo implica una serie di conseguenze immediate. Innanzitutto, che l'uiversale del diritto può materializzarsi solo come effetto di una presa di parola parziale. La verità di una situazione emerge solo a partire dall'antagonismo che la squilibra e dalla faglia che la attraversa come sua soglia interna di rottura. E poi, che di questa rottura, della propria partecipazione sempre parziale alla situazione, occorre assumersi la piena responsabilità politica.
Il kantismo irriflesso della filosofia critica contemporanea può essere superato per Zizek solo in nome di una politica leninista della verità. Assumendo fino in fondo la parzialità della propria presa di parola e sopportando il disagio di doverne sostenere il peso. La realtà spettrale del capitale globale va ricondotta all'atto che la fonda (una precisa distribuzione dei rapporti di forza nella lotta di classe) e valutata negli effetti di violenza e di deprivazione materiale attraverso i quali essa si riproduce. Una politica di liberazione non può evitare di assumere su di sé l'onere di sospenderne la norma - quella che il commentatore liberal accetta come la normalità della valorizzazione, la linearità del suo funzionamento - e di sostenere fino in fondo la parte che le è propria: quella di accettare di sporcarsi le mani per affrontare l'osceno di una democrazia-a-venire che, per essere tale, deve attraversare il crudo della rivoluzione.
La necessaria follia del pensare
La rinuncia della sinistra politica a proporre un'alternativa alla realtà spettrale del capitalismo globale. Finalmente pubblicato «Il soggetto scabroso», l'opera più ambiziosa del filosofo sloveno Slavoj Zizek Heidegger, Balibar, Badiou, Butler, Beck. Filosofi, filosofe e studiosi così diversi tra loro, ma accomunati dall'assenza di una politica della liberazione all'altezza della miseria del presente
di SANDRO CHIGNOLA
Come evadere dal circuito spettrale del capitalismo globale e dal suo doppio ideologico? Come agire un gesto di liberazione che sia realmente politico e in grado di evitare il gioco al massacro del costante venire a patti con quella che, nelle retoriche del riformismo e della «sinistra di governo», ci viene presentata come la realtà, come l'inscalfibile orizzonte di riferimento sul quale misurare validità e legittimità dell'azione? Ciò che Heidegger, i teorici postalthusseriani (Balibar, Rancière, Laclau, Badiou), il femminismo decostruzionista (Butler), i sociologi della «società del rischio» (Giddens, Beck, per non parlare delle retoriche liberal del multiculturalismo) hanno in comune, è, per Slavoj Zizek, la cui opera più ambiziosa viene infine messa a disposizione del lettore italiano (Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica, Raffaello Cortina Editore, pp. 500, € 37), il rifiuto a confrontarsi con l'ontologia e ciò che da quello stesso rifiuto consegue: la mancanza di radicalità nel pensare una politica di liberazione all'altezza della miseria del presente.
Nell'interpretazione di Zizek, la scena contemporanea è dominata da due opposti e complementari modi di venire a patti con la perdita catastrofica che segue al «collasso del marxismo» del 1989: da un lato l'insistenza sulla forma vuota, la pura retorica dei principi feticisticamente attardata in difesa dei capisaldi della socialdemocrazia; dall'altro l'accettazione delle regole del capitalismo globale come necessità che fa legge, il Full Monty della sinistra blairiana ed ulivista, l'«andare fino in fondo» nello spogliarsi di ogni residua istanza capace di sostenere un'alternativa alle logiche del capitale.
Quanto rende possibile una tale impasse, è, per Zizek, il disconoscimento della scena originaria nella quale viene posto il problema del soggetto: non il suo venire a mancare, come lo interpretano le filosofie del postmoderno, il suo indebolirsi e scomparire come agente della trasformazione, ma il suo identificarsi con la mancanza stessa, con l'eccedenza che lo fonda come da sempre «out-of-joint», scardinato alla propria realtà, come incompleto, «vuoto».
Applicando alla filosofia politica contemporanea l'analisi lacaniana del problema della soggettività nell'idealismo tedesco, Zizek mira ad un doppio risultato. Da un lato assumere la centralità dello scarto in cui si costituisce la soggettivazione - mossa, quest'ultima, che gli permette di sganciare il problema del soggetto da ogni coinvolgimento con l'ordine della totalità e dell'immediatezza, evitando così l'errore di postulare una posizione di semplice esteriorità tra il soggetto e il positivo, tra il contingente e l'universale, tra l'«escluso» che pretende l'accesso e l'ordine di rapporti che lo esclude -; dall'altro l'interpretazione della filosofia politica contemporanea come formazione fondamentalmente difensiva.
Ogni ontologia è intrinsecamente politica, per Zizek, perché fondata da un atto «soggettivo» di decisione, che presenta la duplice caratteristica di essere sempre disconosciuto e contingente. L'idea della realtà come «Tutto autosufficiente» (anche quella del soggetto agente di una trasformazione possibile) va kantianamente rifiutata come paralogismo, perché quello che appare come un limite epistemologico dell'umana capacità di comprendere la realtà (il fatto che essa possa solo e sempre essere percepita a partire da una prospettiva finita e temporale) è la condizione ontologica costitutiva della realtà stessa. Come in Fichte (la nozione di Anstoß) o in Hegel (il negativo dialettico), la resistenza che il soggetto incontra non è una resistenza esterna (l'inerzia dell'ordine della realtà), ma lacanianamente ex-tima, fondativa della stessa realtà del soggetto, e proprio per questo eccedente/eccessiva rispetto alla sua stessa padronanza di sé. C'è, in altri termini, un momento di follia necessaria implicato sulla scena del cogito.
E' questo presupposto ciò che permette a Zizek di aprire un confronto radicale con il pensiero critico contemporaneo. Badiou e Laclau «ontologizzano» immediatamente il soggetto come effetto del loro platonismo di fondo. Rancière, muovendo dall'opposizione tra quelle che egli chiama la politique/police e la politique, tende a sovrastimare, stabilizzandolo, lo iato postulato tra l'ordine esistente e gli interventi parziali per mezzo dei quali viene data voce a le tort. Butler, teorica della differenza sessuale, finisce con l'identificare quest'ultima alla norma simbolica che determina ciò che uomo e ciò che è donna. Balibar si dimostra incapace di sottrarsi ad un habermasismo paradossale, nella misura in cui accetta l'universalità come orizzonte finale della politica, anche dopo aver posto l'attenzione sullo scarto che esiste tra le declaratorie formali del diritto e la domanda di egaliberté che insiste a sovvertirle dall'interno.
Rifiutando l'ontologia, il confronto con l'abisso che costituisce il soggetto sul fondo di una divisione, tutte queste posizioni approdano per Zizek ad una doppia paralisi. Sul lato teoretico, col postulare comunque - come effetto di una definizione sostanziale del soggetto - una forma dell'universale all'interno della quale le lotte vengono indebolite come semplici lotte per il riconoscimento. Sul lato politico, con lo sfuggire la posizione che obbliga ad assumersi la responsabilità politica della verità e della sua articolazione sovversiva.
Che la filosofia contemporanea rappresenti una formazione eminentemente difensiva, lo dimostra per Zizek non soltanto il modo attraverso il quale essa evita di interrogarsi sullo statuto reale del soggetto, ma il suo stesso autoconfinarsi in un atteggiamento da «sinistra kantiana» incapace di sostenere il passage à l'acte. In Balibar, in Rancière, in Badiou, la politicizzazione della situazione viene fatta dipendere dall'eccedenza di un universale impossibile che agisce da ideale regolatore.
Attenta a mantenere ed a rilanciare la differenza tra l'ordine delle cose e il suo impossibile compimento, questa posizione si condanna tuttavia anticipatamente al fallimento. Essa sopravvaluta l'ordine positivo dell'essere, lasciandosi sfuggire il fatto che l'ordine dell'essere non è mai dato in modo semplice, ma che è esso stesso fondato su un qualche Atto precedente: su di una separazione, una scissione. Quest'ultima è per Zizek ciò che comunque permane (a partire dallo stesso Soggetto) come la condizione irredimibile che sostiene ogni ordine dell'essere.
Questo a sua volta significa, che l'atto intrinsecamente divisorio per cui la situazione viene politicizzata (soggettivando l'esclusione, la parte di chi non ha parte), non può limitarsi - pena la condanna a quello stesso circuito isterico del desiderio già rimproverato da Lacan ai contestatori del Maggio francese - a sostenere una posizione di semplice critica o di denuncia. Occorre che il gesto tradizionale della critica dell'ideologia venga rovesciato, riconoscendo nell'infimo dell'ordine concreto l'unico punto della sua universalità e nell'oscenità della decisione in cui si costituisce il Soggetto il supplemento che permette di agire politicamente in conformità alla legge del desiderio.
Quello che Zizek chiama il protokantismo implicito della filosofia contemporanea - la posizione dell'«anima bella» in cui la critica si rinchiude per riflettere il luogo di un'eccedenza dell'idea di giustizia che paradossalmente finisce con l'assumere l'autoconsistenza dell'ordine della realtà - deve essere denunciato come il limite di un discorso sull'universale che rifiuta di assumersi la responsabilità politica della verità.
Una conoscenza oggettiva della realtà è impossibile, per Zizek, perché ogni sistema di norme (compreso quello che fonda la specifica legalità del conoscere) è costitutivamente sospeso dall'eccezionalità che lo fonda. Solo negando il proprio coinvolgimento immediato nella realtà, elaborando il lutto materiale del proprio prendere parte ad essa, il soggetto si insedia nella squilibrata posizione di esteriorità che gli permette di assumere la realtà come «oggetto» e quindi di dominarla. La patogenesi del soggetto implica una scissione ed un irriducibile antagonismo. E questo a sua volta significa, che solo in quel punto d'esclusione può emergere la «cornice» universale, la forma trascendentale che rende possibile il conoscere, e quindi la stessa «realtà».
Sul lato politico, questo implica una serie di conseguenze immediate. Innanzitutto, che l'uiversale del diritto può materializzarsi solo come effetto di una presa di parola parziale. La verità di una situazione emerge solo a partire dall'antagonismo che la squilibra e dalla faglia che la attraversa come sua soglia interna di rottura. E poi, che di questa rottura, della propria partecipazione sempre parziale alla situazione, occorre assumersi la piena responsabilità politica.
Il kantismo irriflesso della filosofia critica contemporanea può essere superato per Zizek solo in nome di una politica leninista della verità. Assumendo fino in fondo la parzialità della propria presa di parola e sopportando il disagio di doverne sostenere il peso. La realtà spettrale del capitale globale va ricondotta all'atto che la fonda (una precisa distribuzione dei rapporti di forza nella lotta di classe) e valutata negli effetti di violenza e di deprivazione materiale attraverso i quali essa si riproduce. Una politica di liberazione non può evitare di assumere su di sé l'onere di sospenderne la norma - quella che il commentatore liberal accetta come la normalità della valorizzazione, la linearità del suo funzionamento - e di sostenere fino in fondo la parte che le è propria: quella di accettare di sporcarsi le mani per affrontare l'osceno di una democrazia-a-venire che, per essere tale, deve attraversare il crudo della rivoluzione.
Franco Rodano, il maestro del «catto-comunismo», l'uomo per il quale il «compromesso storico» era troppo poco
il manifesto 22.7.03
SINISTRA
L'utopia di Rodano
di VALENTINO PARLATO
Vent'anni fa, il 21 luglio del 1983, moriva Franco Rodano e oggi, nell'ondata del postmoderno e nel decadimento politico e culturale della sinistra, il suo nome ha un suono tra i più anziani e solo tra rari giovani. Del tutto diversa era la situazione quando noi anziani di oggi eravamo giovani. Allora l'uomo Franco Rodano suscitava fascino, in verità un po' enigmatico: questa persona coltissima e profondamente cristiana, che politicamente era comunista e non per ragioni di classe, ma piuttosto di liberazione dell'uomo. Con una scomunica ad personam, poi ritirata ai tempi di Giovanni XXIII, ma sempre cristiano e comunista, limpidamente, senza mai nessuna confusione democristiana. Un uomo di ottime frequentazioni cattoliche e laiche, era sodale di Raffaele Mattioli, l'illuminato presidente della Comit, ma che ha sempre rifiutato la cosiddetta ascesa sociale: mai parlamentare, mai presidente di un qualche ente, ma sempre e solo Franco Rodano, ricercato, discusso, ma sempre apprezzato, anche dagli avversari. Anche di lui va detto «lo stile è l'uomo». E il suo era uno stile produttivo di pensiero, suscitatore di discussioni e ricerche. Aveva cominciato, giovanissimo, al Liceo Visconti di Roma, dove ostentava («fiammeggiante» diceva Giorgio Coppa allora mio capo alla Cna) il distintivo dell'azione cattolica, fondatore del Movimento dei comunisti cattolici, ispiratore del crociano Spettatore italiano e direttore di Dibattito politico, rivista alla quale collaboravano i giovanissimi Giuseppe Chiarante e Lucio Magri e poi, negli anni `60, fondatore con Claudio Napoleoni della prestigiosa Rivista trimestrale. Un grande lavoro, un capitale di pensiero, oggi piuttosto trascurato.
La questione cattolica - se ne parla anche oggi in rapporto alla difficile costituzione europea - rimane centrale, culturalmente e politicamente. E davanti a questo problema il lavoro di Rodano può aiutare. Di fronte alla questione cattolica, Rodano non è affatto un sostenitore del «compromesso storico», che per certi significava il degrado della grande questione nell'ambito riduttivo della «solidarietà nazionale», una mezzadria con la Dc. In un articolo apparso tempo fa su Critica marxista, Lucio Magri dà una interpretazione convincente del pensiero di Franco Rodano: «Il rapporto con la Chiesa, sia come comunità di fede che come istituzione, senza mediazioni di un partito cattolico... rappresentava un'occasione e una garanzia per depurare il movimento comunista non solo dell'ateismo scientista, ma anche di una visione totalizzante della rivoluzione politica e sociale (il mito del regno dei cieli sulla terra e di una storia senza alienazioni)... Corrispettivamente il movimento comunista era il portatore necessario di una trasformazione della società che non si presentasse... come inveramento e compimento della razionalità illuministica, della rivoluzione borghese, ma anche e soprattutto come loro rovesciamento dialettico, e perciò offrisse un fondamento storico e materiale ad un mondo in cui la persona umana diventasse centro e misura, liberata dalla reificazione capitalistica, e perciò stesso base reale di un pieno sviluppo di un cristianesimo, non integralista, ma consapevole, diffuso, praticabile». La posizione di Rodano è radicalmente e discutibilmente antiborghese è perciò piuttosto eversiva in un'epoca di borghesia trionfante.
Questo il terreno di lavoro anticipato da Rodano, certamente discutibile, ma oggi nel postfordismo e nella crescita del lavoro cosiddetto cognitivo, può essere più realistico di quanto non fosse venti anni fa: come a dire che l'uomo non è solo quel che mangia e che tra la struttura e la sovrastruttura i rapporti sono assai più complessi di quanto non fosse nel marxismo che abbiamo imparato da giovani. Soltanto che oggi attraversiamo una fase di crisi politica e culturale nella quale il valore più alto è la forza, cioè la guerra diffusa a tutti i livelli. Contro gli Hobbes di oggi forse Franco Rodano può darci un aiuto.
Questo penso oggi, ma tanti anni fa quando fui invitato a cena da Franco Rodano, insieme con Aniello Coppola, e quella cena era un po' un esame d'ammissione, ritengo di essere stato bocciato.
SINISTRA
L'utopia di Rodano
di VALENTINO PARLATO
Vent'anni fa, il 21 luglio del 1983, moriva Franco Rodano e oggi, nell'ondata del postmoderno e nel decadimento politico e culturale della sinistra, il suo nome ha un suono tra i più anziani e solo tra rari giovani. Del tutto diversa era la situazione quando noi anziani di oggi eravamo giovani. Allora l'uomo Franco Rodano suscitava fascino, in verità un po' enigmatico: questa persona coltissima e profondamente cristiana, che politicamente era comunista e non per ragioni di classe, ma piuttosto di liberazione dell'uomo. Con una scomunica ad personam, poi ritirata ai tempi di Giovanni XXIII, ma sempre cristiano e comunista, limpidamente, senza mai nessuna confusione democristiana. Un uomo di ottime frequentazioni cattoliche e laiche, era sodale di Raffaele Mattioli, l'illuminato presidente della Comit, ma che ha sempre rifiutato la cosiddetta ascesa sociale: mai parlamentare, mai presidente di un qualche ente, ma sempre e solo Franco Rodano, ricercato, discusso, ma sempre apprezzato, anche dagli avversari. Anche di lui va detto «lo stile è l'uomo». E il suo era uno stile produttivo di pensiero, suscitatore di discussioni e ricerche. Aveva cominciato, giovanissimo, al Liceo Visconti di Roma, dove ostentava («fiammeggiante» diceva Giorgio Coppa allora mio capo alla Cna) il distintivo dell'azione cattolica, fondatore del Movimento dei comunisti cattolici, ispiratore del crociano Spettatore italiano e direttore di Dibattito politico, rivista alla quale collaboravano i giovanissimi Giuseppe Chiarante e Lucio Magri e poi, negli anni `60, fondatore con Claudio Napoleoni della prestigiosa Rivista trimestrale. Un grande lavoro, un capitale di pensiero, oggi piuttosto trascurato.
La questione cattolica - se ne parla anche oggi in rapporto alla difficile costituzione europea - rimane centrale, culturalmente e politicamente. E davanti a questo problema il lavoro di Rodano può aiutare. Di fronte alla questione cattolica, Rodano non è affatto un sostenitore del «compromesso storico», che per certi significava il degrado della grande questione nell'ambito riduttivo della «solidarietà nazionale», una mezzadria con la Dc. In un articolo apparso tempo fa su Critica marxista, Lucio Magri dà una interpretazione convincente del pensiero di Franco Rodano: «Il rapporto con la Chiesa, sia come comunità di fede che come istituzione, senza mediazioni di un partito cattolico... rappresentava un'occasione e una garanzia per depurare il movimento comunista non solo dell'ateismo scientista, ma anche di una visione totalizzante della rivoluzione politica e sociale (il mito del regno dei cieli sulla terra e di una storia senza alienazioni)... Corrispettivamente il movimento comunista era il portatore necessario di una trasformazione della società che non si presentasse... come inveramento e compimento della razionalità illuministica, della rivoluzione borghese, ma anche e soprattutto come loro rovesciamento dialettico, e perciò offrisse un fondamento storico e materiale ad un mondo in cui la persona umana diventasse centro e misura, liberata dalla reificazione capitalistica, e perciò stesso base reale di un pieno sviluppo di un cristianesimo, non integralista, ma consapevole, diffuso, praticabile». La posizione di Rodano è radicalmente e discutibilmente antiborghese è perciò piuttosto eversiva in un'epoca di borghesia trionfante.
Questo il terreno di lavoro anticipato da Rodano, certamente discutibile, ma oggi nel postfordismo e nella crescita del lavoro cosiddetto cognitivo, può essere più realistico di quanto non fosse venti anni fa: come a dire che l'uomo non è solo quel che mangia e che tra la struttura e la sovrastruttura i rapporti sono assai più complessi di quanto non fosse nel marxismo che abbiamo imparato da giovani. Soltanto che oggi attraversiamo una fase di crisi politica e culturale nella quale il valore più alto è la forza, cioè la guerra diffusa a tutti i livelli. Contro gli Hobbes di oggi forse Franco Rodano può darci un aiuto.
Questo penso oggi, ma tanti anni fa quando fui invitato a cena da Franco Rodano, insieme con Aniello Coppola, e quella cena era un po' un esame d'ammissione, ritengo di essere stato bocciato.
Iscriviti a:
Post (Atom)