Corriere della Sera 7.4.04
MAX WEBER E L'ANIMA DEL CAPITALE
Intervista a Guido Rossi
In contrasto con Marx pensava che in economia pesassero anche le credenze spirituali
Un secolo fa usciva un'opera che coniugava l'accumulo di danaro con l'etica protestante
La dottrina religiosa della predestinazione spingeva i calvinisti a cercare nel successo un segno divino
Sombart dimostrò però che nello sviluppo dell'Europa centrale gli ebrei avevano avuto un ruolo essenziale
Una forte etica del lavoro, tipica per esempio del caso giapponese, ha favorito lo sviluppo economico
Adam Smith era anche lui un filosofo morale prima di essere un economista e usava metafore poetiche
di FEDERICO RAMPINI
MILANO. Nell´èra dei crac Enron e Parmalat, la "questione morale" è tornata al centro delle analisi sulla nostra economia di mercato. La grave crisi attuale è una sorta di omaggio postumo all´importanza di un´opera originalissima, che esattamente cento anni fa stabiliva per la prima volta un nesso forte tra i valori morali condivisi da una società, e la sua capacità di sviluppo economico: L´etica protestante e lo spirito del capitalismo del tedesco Max Weber, uno dei fondatori della sociologia moderna.
Weber faceva risalire il successo dell´economia capitalista in America (concentrata inizialmente a Boston e negli Stati del New England) al ruolo del calvinismo. La dottrina religiosa della predestinazione spingeva i suoi seguaci a cercare nel successo economico i segni terreni del favore divino e della futura salvezza. D´altra parte il rigore puritano vietava all´imprenditore di godersi i suoi profitti spendendoli in lussi e capricci mondani. L´etica del lavoro calvinista innescava un circolo virtuoso di abnegazione, parsimonia e reinvestimento dei profitti nell´impresa. Uno scenario molto diverso da quello a cui assistiamo con gli scandali finanziari di oggi, e non a caso l´America è la prima a chiedersi dove sia finita l´etica protestante nella sua attuale classe dirigente. Una riflessione sull´opera di Weber un secolo dopo diventa obbligata, anche per chiedersi se una efficiente economia di mercato possa davvero sopravvivere senza valori. Ne parliamo in questa intervista con Guido Rossi, giurista e docente di filosofia del diritto.
Professor Rossi, L´etica protestante nasce anzitutto con un´ambizione di analisi storica. Weber quando ne pubblica i primi capitoli nel 1904 cerca di individuare quali siano le circostanze favorevoli allo sviluppo originario del capitalismo, e ritiene di individuarle nel sistema di valori e regole di comportamento di alcune comunità protestanti, in particolare quelle che si richiamano a Calvino. Proprio questo approccio storico, però, è quello che dalla prima pubblicazione di quell´opera ha suscitato più critiche, e sembra decisamente invecchiato.
«In effetti non ha resistito alla lettura critica di altri autori come Werner Sombart e Fernand Braudel. Sombart dimostrò che nello sviluppo capitalistico dell´Europa centrale un ruolo essenziale lo avevano svolto gli ebrei. Braudel fece giustamente risalire le prime forme di economia capitalista alle città mercantili dell´Italia pre-rinascimentale, come Genova e Firenze dove nacque la moderna attività bancaria: dunque all´interno di una cultura cattolica, non protestante».
Un altro francese, lo storico Jacques Le Goff, nel suo celebre saggio sul Purgatorio ha dimostrato che la Chiesa cattolica sul finire del Medioevo adottò un atteggiamento più duttile verso l´usura, quindi verso il profitto. Fino al commercio delle indulgenze e alla invenzione teologica del Purgatorio che, in un certo senso, monetizzando il perdono dei peccati, creano un incentivo al guadagno e una legittimazione dell´attività imprenditoriale...
«Oggi quindi dal punto di vista storico la tesi di Weber è defunta. Il capitalismo europeo nacque in casa nostra, sulle rive del Mediterraneo, non in Olanda o nel New England come credeva Weber. Inoltre la sua era una visione viziata inizialmente dall´eurocentrismo. Ai nostri occhi contemporanei, l´insistenza sul ruolo del calvinismo non regge di fronte a fenomeni storici come lo sviluppo capitalistico nel Giappone dei samurai, o nella Cina confuciana. Evidentemente altre fedi religiose, altri sistemi di valori possono creare un terreno egualmente fertile e favorevole all´attività d´impresa».
C´è un altro aspetto del saggio di Weber che ha resistito meglio alla prova del tempo, e che merita ancora oggi attenzione. L´etica protestante infatti nasce anche come confutazione del materialismo. Rifiuta cioè l´idea di Karl Marx che la religione e la cultura siano una "sovrastruttura" ideologica storicamente determinata dalle ragioni dell´economia, dai rapporti di classe, dallo stadio di sviluppo del capitale. Anzi, Weber inverte la relazione. Afferma la tesi che un certo sistema di valori (pre-capitalistico, come la religione) ha creato un habitat favorevole allo sviluppo del capitalismo.
«Questo rimane l´insegnamento più interessante di Weber: l´idea della centralità del sistema di credenze. Questo vale, tra l´altro, non solo per l´etica protestante ma anche per quella del samurai o del confucianesimo. C´è una base comune nelle società che si sono mostrate più adatte alla fioritura del capitalismo, ed è appunto l´esistenza di una forte etica del lavoro, un insieme di regole collettive accettate e rispettate che agevolano il meccanismo di accumulazione della ricchezza. Questo rappresenta uno stacco rispetto a sistemi precedenti, come il feudalesimo, che si erano dimostrati inadatti a creare sviluppo. Questo concetto di Weber ci interpella ancora oggi: l´importanza del ruolo dell´etica nell´economia di mercato».
L´etica protestante e lo spirito del capitalismo nello sfidare la visione marxista contiene anche un interessante paradosso: per prosperare, l´economia di mercato ha bisogno di conservare in vita un sistema di valori che ha origini pre-capitalistiche, cioè la religione. Anche Adam Smith, il primo vero teorico del capitalismo, era un filosofo morale prima di essere un economista. Dipinse il mercato come una "mano invisibile" che usa gli egoismi e le avidità individuali per finalizzarli a un bene comune; ma aveva anche in mente una società regolata dal senso morale.
«Smith era un conoscitore di Shakespeare e prese in prestito l´immagine della mano invisibile dal Macbeth: prima dell´uccisione di Banco, Lady Macbeth si appella alla notte con la sua mano "sanguinosa e invisibile". Smith, che aveva un forte senso dell´ironia, usò quella metafora per smontare l´egocentrismo e la mania di grandezza degli imprenditori. I capitalisti non devono illudersi di essere i protagonisti dell´economia, in realtà sono solo piccoli ingranaggi di un meccanismo molto più grande di loro: questo era uno dei significati della sua mano invisibile. L´altro significato è comune a Smith, De Mandeville, Montesquieu, Machiavelli: il vizio privato diventa pubblica virtù, la cupidigia del singolo può servire ad arricchire la società. Basta ricordare la Favola delle Api di De Mandeville. Montesquieu ne aveva dato una traduzione nella sfera politica quando aveva sostenuto che in una monarchia l´amore della gloria personale, il desiderio dell´onore, fa muovere tutto il corpo sociale, sicché ognuno credendo di perseguire i suoi interessi opera in realtà per il bene comune. Lo stesso Keynes diceva: grazie alla possibilità del guadagno, alcune pericolose tendenze degli uomini possono essere incanalate verso risultati più innocui. E aggiungeva: è meglio che un uomo eserciti, sfoghi la sua tirannia e crudeltà sul proprio conto in banca piuttosto che su suoi concittadini. Ma in questo senso la visione weberiana che esalta l´origine "mistica" del capitalismo finanziario oggi non riesce più a descrivere la realtà sociale che abbiamo sotto gli occhi. Le cronache degli scandali finanziari di questi giorni ci offrono uno spettacolo ben diverso dalla frugale etica calvinista degli imprenditori che Weber aveva davanti agli occhi. La cupidigia individuale, senza un´etica per disciplinarla, non è più una virtù ma un peccato disgregante e distruttivo. Nel dilagare del conflitto d´interessi si spezza l´equivalenza tra vizio privato e virtù sociale».
Nelle sue opere successive all´Etica protestante, per esempio nella sua Storia generale dell´economia, Weber è andato oltre nell´analisi delle pre-condizioni necessarie al buon funzionamento del capitalismo. Oltre alla morale, ha indicato tra gli ingredienti essenziali lo Stato di diritto, cioè un sistema di leggi certe e affidabili, una burocrazia statale efficiente per applicarle. Ha scritto che un sano capitalismo non può fiorire in società dove c´è troppa differenza tra "insider" e "outsider". Ha finito per rivedere perfino il ruolo esclusivo del protestantesimo. Nelle sue opere più tarde Weber insisteva meno sull´originalità calvinista, mentre sottolineava soprattutto l´importanza di una religione universalistica come origine della nozione della cittadinanza universale, quindi dell´eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Etica e senso delle regole, certezza del diritto e controllo sociale da parte di una magistratura forte: sono ricette che non hanno perso rilevanza.
«Il pensiero di Max Weber nell´Etica Protestante, è stato molto semplificato e poi divulgato come una formuletta vincente. È vero che le posizioni di Weber furono poi molto più articolate. Ritengo che gettarono le premesse verso un sistema dove il peso si sposta completamente sulla teoria della giustizia, che poi fa parte della morale. Fu, infatti, lo stesso Weber a sottolineare le asimmetrie informative del capitalismo e a chiarire che "appare ancor oggi all´osservatore spregiudicato che un basso salario ed un alto profitto stanno in correlazione e che tutto ciò che si paga di più per salario deve significare una corrispondente diminuzione del profitto". Questa frase sembra a me anticipare il principio di differenza, uno dei fondamenti della teoria della giustizia di John Rawls. L´abbandono dello Stato di diritto e delle sue istituzioni, a favore di un´autoregolamentazione che crede solo nelle virtù del mercato ed è scettica sulle regole favorisce, com´è stato ampiamente provato, anche il crimine organizzato che è appunto il lato oscuro dell´ordinamento del mercato creato solo dai privati. Ed è allora che la giustizia diventa la più pubblica e la più giuridica delle virtù. Fu lo stesso Max Weber infine a sottolineare che per un nuovo ordine mondiale è indispensabile un´etica della responsabilità. Lo fece in una conferenza agli studenti tenuta non molto prima di morire, a Monaco, nel cruento inverno del 1918-1919. Concludeva allora che l´etica della convinzione e l´etica della responabilità "si completano a vicenda e solo congiunte formano il vero uomo, quello che può avere la vocazione della politica". La tesi finale di Weber era che il capitalismo fosse un modo per evitare la totale rovina della società, rovina che allora era sempre incombente per lo sconquassato assetto interno e internazionale. Ma al capitalismo finanziario attuale si rimprovera, in una illuminante contraddizione, di essere invece egli stesso la causa della rovina della società».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 7 aprile 2004
martedì 6 aprile 2004
dalla Libreria Amore e Psiche
la videocassetta n.16
delle
LEZIONI DI CHIETI 2002
del prof. MASSIMO FAGIOLI
(l’ultima del 2002)
e
il n. 2/2004 de
"IL SOGNO DELLA FARFALLA"
__________________________________
STRATAGEMMA
MAWIVIDEO DA CHIETI
MAWIVIDEO.IT
è disponibile la registrazione audio/video della 4ª lezione
del Prof. MASSIMO FAGIOLI
dall'Università di Chieti
il DVD di "a un millimetro dal cuore"
di Iole Natoli
di Iole Natoli
LIBRERIA AMORE E PSICHE
e a Firenze da
STRATAGEMMA
il DVD del film "A UN MILLIMETRO DAL CUORE"
di IOLE NATOLI
è in vendita anche da
MEL BOOKSTORE LIBRERIA
via Nazionale 252 / 255 Roma
questa libreria ha esposto un bel cartello con su scritto, MEL BOOKS CONSIGLIA, la copertina del dvd, la poesia, la sinossi del film e la recensione di Donatella Coccoli. E tutto ciò senza nessuna sollecitazione ma solo perchè alla direttrice è piaciuto maltissimo il corto, e addirittura pensa di organizzare anche una serata con proiezione
l'Occidente al saccheggio dei tesori di Bagdad
una segnalazione di P. Cancellieri
Il Messaggero Martedì 6 Aprile 2004
Iraq, il saccheggio dell'Occidente
Disastro archeologico
Per fermare le ruberie su commissione
chiesto l'embargo sulle acquisizioni
Gli archeologi contro saccheggio e commercio dei tesori iracheni
di PAOLO MATTHIAE
«GLI OGGETTI sottratti nel saccheggio del Museo di Bagdad sono stati circa 14.000, ma questa cifra è superata da quanto, ogni giorno, viene trafugato negli scavi clandestini nella sola Babilonia, tra Bagdad e Bassora, da circa un anno». Questa agghiacciante affermazione è stata pronunciata da uno dei più autorevoli archeologi americani, McGuire Gibson, professore ordinario di Archeologia del Vicino Oriente antico nel prestigioso Istituto Orientale dell’Università di Chicago, davanti ad un’attonita platea di colleghi di tutto il mondo all’Università Libera di Berlino, dove si è appena concluso il IV Congresso internazionale di archeologia del Vicino Oriente antico.
La sconvolgente comunicazione è stata accompagnata da una non meno impressionante documentazione fotografica aerea, compiuta per mezzo di elicotteri militari americani, in cui comparivano decine e decine di importanti centri archeologici della Babilonia, sforacchiati impietosamente per estensioni vastissime e senza pause: tra questi siti sono città antichissime e famosissime del mondo sumerico ed accadico, come Lagash, Umma, Badtibira, Zabalam, Isin. Come già era stato annunciato in maniera più frammentaria e meno sistematica da giornalisti americani ed inglesi che avevano fatto fotografie mentre decine di scavatori clandestini infuriavano sui luoghi più importanti dell’archeologia mesopotamica, centinaia di persone - è stato affermato con chiarezza - sono impegnate, su commissione di potenti organizzazioni, in questa sistematica devastazione e in questo inaudito saccheggio di un territorio vastissimo e ricchissimo di reperti storici di straordinario valore.
Se questa situazione dipende certo dalla pressoché totale mancanza di controllo del territorio da parte delle forze militari di occupazione anglo-americane, fatta eccezione per alcuni settori di pochi centri urbani maggiori, altre notizie ed altre immagini non sono state meno sconvolgenti. Così la desolante fotografia della sala del trono del palazzo di Sennacherib a Ninive, alla periferia di Mossul, con i resti dei celebri rilievi assiri, in parte ancora in posto, fatti a pezzi e sparsi sul pavimento; così la sconcertante notizia che un quartiere di comando delle forze britanniche si è installato sulle colline che ricoprono l’antica Kish, la città sede di ben quattro dinastie antichissime da cui sorse l’astro di Sargon di Accad; così anche l’immagine, incredibile, della facciata del Museo di Bagdad centrata, sopra il portale d’ingresso al centro del prospetto che rievoca una tipica architettura assira, da una cannonata di quegli stessi carri armati americani che non si mossero a protezione dei tesori del museo.
E’ stato difficile seguire i lavori di un congresso, peraltro fruttuosissimo, con oltre 500 partecipanti da più di 35 paesi, con la mente rivolta alle splendide scoperte siro-tedesche sulla cittadella di Aleppo e iraniane nella regione di Jiroft e con il cuore gonfio di angoscia per lo strazio senza limiti e senza fine del patrimonio storico della Mesopotamia. La tenacia degli archeologi di tutto il mondo per riscoprire, studiare e conservare, comunque, il patrimonio culturale della più antica umanità urbanizzata e l’esecrazione per lo scempio inimmaginabile della culla della civiltà nella terra dei due fiumi hanno fatto sì che, alla fine del Congresso, sia stata resa pubblica una “Dichiarazione di Berlino”.
In essa sono state riaffermate con vigore la necessaria e insostituibile autonomia delle autorità culturali di ogni Paese nella protezione del patrimonio culturale del proprio territorio secondo la legalità internazionale; l’improcrastinabile necessità della presenza dell’Unesco nel coordinare aiuti e collaborazioni urgenti, efficaci e consistenti che facciano fronte alle devastazioni in corso; la piena responsabilità delle potenze d’occupazione nella tutela e nella salvaguardia dei beni del patrimonio culturale nei territori di un Paese occupato secondo le convenzioni e le dichiarazioni dello stesso Unesco. Nel documento compare anche un forte appello affinché tutti i Paesi aderenti all’Onu, attraverso opportuni provvedimenti legislativi e operazioni di polizia, si impegnino non solo a bloccare l’entrata e l’acquisizione di qualunque oggetto di interesse archeologico e storico proveniente dal territorio iracheno, ma anche a restituirlo immediatamente e senza condizioni alla Repubblica dell’Iraq. Di fronte ad una situazione di una gravità senza precedenti per l’ampiezza, la sistematicità e l’intensità del fenomeno degli scavi clandestini e del saccheggio del patrimonio archeologico dell’umanità, che peraltro ha riscontri diffusi in molte regioni del pianeta a livelli comunque forti pur se di minore drammaticità, anche ciò che è sempre stato considerato un’irrealizzabile utopia appare oggi come una realistica, anche se difficilissima, necessità: il divieto formale, promulgato e sancito dalle organizzazioni internazionali, del commercio degli oggetti archeologici.
Se è vero, infatti, che l’umanità non può più tollerare, per interessi di mercato e cioè di profitto individuale, che beni di straordinaria importanza per la collettività universale siano dilapidati come fogli spietatamente strappati di un libro, che è il libro stesso della storia dell’umanità, questo scempio non può che essere arrestato attraverso una proibizione responsabile, esplicita ed unanime. E’ stata questa la proposta, tanto audace quanto temeraria, ma forse ormai assai meno utopistica di quanto possa parere, che ha avanzato con coraggio un archeologo tedesco, M. Mueller-Karpe, nel congresso berlinese, alla fine dei lavori. E’ certo un’utopia, ma, se non è già troppo tardi, forse il tempo è venuto che, come per l’ambiente naturale del pianeta, così per il patrimonio culturale, siano prese decisioni drastiche.
Il Messaggero Martedì 6 Aprile 2004
Iraq, il saccheggio dell'Occidente
Disastro archeologico
Per fermare le ruberie su commissione
chiesto l'embargo sulle acquisizioni
Gli archeologi contro saccheggio e commercio dei tesori iracheni
di PAOLO MATTHIAE
«GLI OGGETTI sottratti nel saccheggio del Museo di Bagdad sono stati circa 14.000, ma questa cifra è superata da quanto, ogni giorno, viene trafugato negli scavi clandestini nella sola Babilonia, tra Bagdad e Bassora, da circa un anno». Questa agghiacciante affermazione è stata pronunciata da uno dei più autorevoli archeologi americani, McGuire Gibson, professore ordinario di Archeologia del Vicino Oriente antico nel prestigioso Istituto Orientale dell’Università di Chicago, davanti ad un’attonita platea di colleghi di tutto il mondo all’Università Libera di Berlino, dove si è appena concluso il IV Congresso internazionale di archeologia del Vicino Oriente antico.
La sconvolgente comunicazione è stata accompagnata da una non meno impressionante documentazione fotografica aerea, compiuta per mezzo di elicotteri militari americani, in cui comparivano decine e decine di importanti centri archeologici della Babilonia, sforacchiati impietosamente per estensioni vastissime e senza pause: tra questi siti sono città antichissime e famosissime del mondo sumerico ed accadico, come Lagash, Umma, Badtibira, Zabalam, Isin. Come già era stato annunciato in maniera più frammentaria e meno sistematica da giornalisti americani ed inglesi che avevano fatto fotografie mentre decine di scavatori clandestini infuriavano sui luoghi più importanti dell’archeologia mesopotamica, centinaia di persone - è stato affermato con chiarezza - sono impegnate, su commissione di potenti organizzazioni, in questa sistematica devastazione e in questo inaudito saccheggio di un territorio vastissimo e ricchissimo di reperti storici di straordinario valore.
Se questa situazione dipende certo dalla pressoché totale mancanza di controllo del territorio da parte delle forze militari di occupazione anglo-americane, fatta eccezione per alcuni settori di pochi centri urbani maggiori, altre notizie ed altre immagini non sono state meno sconvolgenti. Così la desolante fotografia della sala del trono del palazzo di Sennacherib a Ninive, alla periferia di Mossul, con i resti dei celebri rilievi assiri, in parte ancora in posto, fatti a pezzi e sparsi sul pavimento; così la sconcertante notizia che un quartiere di comando delle forze britanniche si è installato sulle colline che ricoprono l’antica Kish, la città sede di ben quattro dinastie antichissime da cui sorse l’astro di Sargon di Accad; così anche l’immagine, incredibile, della facciata del Museo di Bagdad centrata, sopra il portale d’ingresso al centro del prospetto che rievoca una tipica architettura assira, da una cannonata di quegli stessi carri armati americani che non si mossero a protezione dei tesori del museo.
E’ stato difficile seguire i lavori di un congresso, peraltro fruttuosissimo, con oltre 500 partecipanti da più di 35 paesi, con la mente rivolta alle splendide scoperte siro-tedesche sulla cittadella di Aleppo e iraniane nella regione di Jiroft e con il cuore gonfio di angoscia per lo strazio senza limiti e senza fine del patrimonio storico della Mesopotamia. La tenacia degli archeologi di tutto il mondo per riscoprire, studiare e conservare, comunque, il patrimonio culturale della più antica umanità urbanizzata e l’esecrazione per lo scempio inimmaginabile della culla della civiltà nella terra dei due fiumi hanno fatto sì che, alla fine del Congresso, sia stata resa pubblica una “Dichiarazione di Berlino”.
In essa sono state riaffermate con vigore la necessaria e insostituibile autonomia delle autorità culturali di ogni Paese nella protezione del patrimonio culturale del proprio territorio secondo la legalità internazionale; l’improcrastinabile necessità della presenza dell’Unesco nel coordinare aiuti e collaborazioni urgenti, efficaci e consistenti che facciano fronte alle devastazioni in corso; la piena responsabilità delle potenze d’occupazione nella tutela e nella salvaguardia dei beni del patrimonio culturale nei territori di un Paese occupato secondo le convenzioni e le dichiarazioni dello stesso Unesco. Nel documento compare anche un forte appello affinché tutti i Paesi aderenti all’Onu, attraverso opportuni provvedimenti legislativi e operazioni di polizia, si impegnino non solo a bloccare l’entrata e l’acquisizione di qualunque oggetto di interesse archeologico e storico proveniente dal territorio iracheno, ma anche a restituirlo immediatamente e senza condizioni alla Repubblica dell’Iraq. Di fronte ad una situazione di una gravità senza precedenti per l’ampiezza, la sistematicità e l’intensità del fenomeno degli scavi clandestini e del saccheggio del patrimonio archeologico dell’umanità, che peraltro ha riscontri diffusi in molte regioni del pianeta a livelli comunque forti pur se di minore drammaticità, anche ciò che è sempre stato considerato un’irrealizzabile utopia appare oggi come una realistica, anche se difficilissima, necessità: il divieto formale, promulgato e sancito dalle organizzazioni internazionali, del commercio degli oggetti archeologici.
Se è vero, infatti, che l’umanità non può più tollerare, per interessi di mercato e cioè di profitto individuale, che beni di straordinaria importanza per la collettività universale siano dilapidati come fogli spietatamente strappati di un libro, che è il libro stesso della storia dell’umanità, questo scempio non può che essere arrestato attraverso una proibizione responsabile, esplicita ed unanime. E’ stata questa la proposta, tanto audace quanto temeraria, ma forse ormai assai meno utopistica di quanto possa parere, che ha avanzato con coraggio un archeologo tedesco, M. Mueller-Karpe, nel congresso berlinese, alla fine dei lavori. E’ certo un’utopia, ma, se non è già troppo tardi, forse il tempo è venuto che, come per l’ambiente naturale del pianeta, così per il patrimonio culturale, siano prese decisioni drastiche.
Ebla a Roma
una segnalazione di P. Cancellieri
Il Messaggero Martedì 6 Aprile 2004
Roma festeggia i quarant’anni di Ebla
di MARIA GRAZIA FILIPPI
PRIMA le città nascevano soltanto accanto alle acque dei grandi fiumi. Dopo le città furono di terra, di agricoltura estensiva e di oliveti sterminati. In mezzo c’è Ebla, la città siriana più famosa al mondo grazie agli scavi di Paolo Matthiae, il professore dell’ateneo romano “La Sapienza” che dal 1964 ha indagato anno per anno, ogni anno, la collina di Tell Mardikh, fino a scoprire quello che nessuno prima aveva scoperto. Cioè che con Ebla, nel terzo millennio avanti Cristo, si rivoluziona il concetto stesso di città. Ieri e oggi “La Sapienza”, ma più in generale il mondo scientifico, festeggiano questo quarantennale e i prestigiosi ritrovamenti avvenuti nel frattempo. E lo fanno alla maniera degli studiosi. Cioè con una due giorni di convegni (ieri al Rettorato, oggi all’Accademia Nazionale dei Lincei) fitta di interventi, moltissimi di archeologi stranieri venuti a tributare ad Ebla proprio questo ruolo di unicum e al suo scopritore quello di sapiente lettore dei messaggi dell’antichità. E già ieri mattina si respirava aria di scavi e sole a picco dai resoconti dell’ultima campagna di scavo effettuata, come sempre da 40 anni a questa parte, dal mese di giugno a quello di ottobre. «L’ultimo anno è servito a portare definitivamente alla luce il Palazzo Meridionale – ha spiegato Matthiae – nel quale abbiamo riconosciuto la residenza del Gran Visir, un alto dignitario della corte che svolgeva il delicatissimo compito di coordinatore dei messaggeri. Tanto che nel palazzo è stata ritrovata una scuderia con vasche per far abbeverare i cavalli utilizzati per gli spostamenti». Ma insieme al Palazzo Meridionale, 1200 metri quadrati completamente scavati, è emersa anche la certezza che la cittadella di Ebla, che domina dalla collina, era circondata da un anello di palazzi e templi che si stendevano ai suoi piedi «e in questo senso proseguiranno gli interventi, partendo già dalla prossima missione con un saggio esplorativo al quale seguiranno gli scavi veri e propri». Novità in vista anche per il parco archeologico di Ebla, già attivo dal 2002 quando si inaugurò un’area che copriva il 60% delle architetture scavate e restaurate. «La prossima missione, in partenza per giugno, continuerà i restauri delle strutture restanti con l’intento di portarli a termine entro due anni – ha spiegato ancora Matthiae – interventi delicati studiati per rendere leggibili gli edifici e la loro storia». Contemporaneamente si completeranno i tre itinerari che, all’interno dei 60 ettari di superficie complessiva, permetteranno di visitare l’antica città siriana, con percorsi di breve, media e lunga durata.
Il Messaggero Martedì 6 Aprile 2004
Roma festeggia i quarant’anni di Ebla
di MARIA GRAZIA FILIPPI
PRIMA le città nascevano soltanto accanto alle acque dei grandi fiumi. Dopo le città furono di terra, di agricoltura estensiva e di oliveti sterminati. In mezzo c’è Ebla, la città siriana più famosa al mondo grazie agli scavi di Paolo Matthiae, il professore dell’ateneo romano “La Sapienza” che dal 1964 ha indagato anno per anno, ogni anno, la collina di Tell Mardikh, fino a scoprire quello che nessuno prima aveva scoperto. Cioè che con Ebla, nel terzo millennio avanti Cristo, si rivoluziona il concetto stesso di città. Ieri e oggi “La Sapienza”, ma più in generale il mondo scientifico, festeggiano questo quarantennale e i prestigiosi ritrovamenti avvenuti nel frattempo. E lo fanno alla maniera degli studiosi. Cioè con una due giorni di convegni (ieri al Rettorato, oggi all’Accademia Nazionale dei Lincei) fitta di interventi, moltissimi di archeologi stranieri venuti a tributare ad Ebla proprio questo ruolo di unicum e al suo scopritore quello di sapiente lettore dei messaggi dell’antichità. E già ieri mattina si respirava aria di scavi e sole a picco dai resoconti dell’ultima campagna di scavo effettuata, come sempre da 40 anni a questa parte, dal mese di giugno a quello di ottobre. «L’ultimo anno è servito a portare definitivamente alla luce il Palazzo Meridionale – ha spiegato Matthiae – nel quale abbiamo riconosciuto la residenza del Gran Visir, un alto dignitario della corte che svolgeva il delicatissimo compito di coordinatore dei messaggeri. Tanto che nel palazzo è stata ritrovata una scuderia con vasche per far abbeverare i cavalli utilizzati per gli spostamenti». Ma insieme al Palazzo Meridionale, 1200 metri quadrati completamente scavati, è emersa anche la certezza che la cittadella di Ebla, che domina dalla collina, era circondata da un anello di palazzi e templi che si stendevano ai suoi piedi «e in questo senso proseguiranno gli interventi, partendo già dalla prossima missione con un saggio esplorativo al quale seguiranno gli scavi veri e propri». Novità in vista anche per il parco archeologico di Ebla, già attivo dal 2002 quando si inaugurò un’area che copriva il 60% delle architetture scavate e restaurate. «La prossima missione, in partenza per giugno, continuerà i restauri delle strutture restanti con l’intento di portarli a termine entro due anni – ha spiegato ancora Matthiae – interventi delicati studiati per rendere leggibili gli edifici e la loro storia». Contemporaneamente si completeranno i tre itinerari che, all’interno dei 60 ettari di superficie complessiva, permetteranno di visitare l’antica città siriana, con percorsi di breve, media e lunga durata.
Harvard: la rimozione... chimica
MEDICINA/ TESTATA UNA PILLOLA PER DIMENTICARE CATTIVI RICORDI
APCOM 05/04/2004 - 22:35
Harvard vuol curare traumi dei soldati e vittime del terrorismo
New York, 5 apr. (Apcom) - Stress, incidenti, traumi, dolori: presto dimenticarli potrebbe esser semplice come bere un bicchier d'acqua. Il centro di ricerca del Massachusetts General Hospital di Boston sta sperimentando un farmaco in grado di far pulizia tra i cattivi ricordi, curarli come oggi facciamo con la tosse e il raffreddore.
La pillola per dimenticare, cui la rivista dell'universit? di Harvard dedica un lungo approfondimento, sarebbe destinata alle persone che soffrono per le conseguenze di esperienze traumatiche come i ricordi di guerra, che hanno subito stupri, le vittime di bombardamenti o di terribili incidenti automobilistici, ustioni, pestaggi, lutti, tutti apparentemente impossibile da lasciarsi alle spalle.
Incubi e i disordini post traumatici fino ad oggi sono stati curati per mezzo della psicoterapia, non sempre in grado di alleviare le sofferenze dei pazienti e con periodi di cura molto lunghi. Roger Pitman, docente di psichiatria presso la scuola di medicina di Harvard ritiene che queste persone possano essere aiutate da nuovi farmaci in fase di sperimentazione.
"Credo - ha spiegato il professore - che presto troveremo una cura in grado di ridurre i disordini post traumatici in maniera sostanziale". Pitman e i suoi colleghi stanno testando una sostanza chiamata propranolol su 41 persone che hanno sperimentato incidenti automobilistici, aggressioni o traumi abbastanza seri da essere stati trattati dal pronto soccorso del Massachusetts General Hospital. L'obiettivo e' capire se il farmaco, a sei settimane dell'episodio, sia in grado di avere un effetto positivo sulla salute del paziente.
Tre mesi dopo il fatto i pazienti trattati con placebo avevano ancora paura di entrare in un'automobile. I pazienti avevano ancora incubi, sudori notturni e il polso accelerato tutte le volte che si sedevano dietro il volante, specialmente nel luogo dell'incidente. Quanti al contrario erano stati trattati con propranolol avevano meno problemi.
I risultati della sperimentazione sarebbero sorprendenti: a 90 giorni dall'incidente le vittime sono tornate in ospedale per un controllo. 22 avevano assunto propranolol quattro volte al giorno per dieci giorni mentre 14 di esse sono state curate con un placebo. Ai pazienti e' stato quindi fatto ascoltare un nastro in cui avevano in precedenza raccontato l'incidente. Quanti erano stati curate dal farmaco non hanno mostrato particolari reazioni al nastro, quelli trattati con placebo hanno invece avuto un ulteriore shock nel ricordo del dramma.
Pitman e' convinto che il propranolol possa essere usato in futuro per curare i soldati traumatizzati dai combattimenti in Iraq e in Afghanistan, le vittime di aggressioni sessuali, anche i bambini, e quelle di attentati terroristici. Ma per il momento Pitman raccomanda prudenza, prima di poter commercializzare il farmaco occorre estendere i test a un numero maggiore di persone.
copyright @ 2004 APCOM
APCOM 05/04/2004 - 22:35
Harvard vuol curare traumi dei soldati e vittime del terrorismo
New York, 5 apr. (Apcom) - Stress, incidenti, traumi, dolori: presto dimenticarli potrebbe esser semplice come bere un bicchier d'acqua. Il centro di ricerca del Massachusetts General Hospital di Boston sta sperimentando un farmaco in grado di far pulizia tra i cattivi ricordi, curarli come oggi facciamo con la tosse e il raffreddore.
La pillola per dimenticare, cui la rivista dell'universit? di Harvard dedica un lungo approfondimento, sarebbe destinata alle persone che soffrono per le conseguenze di esperienze traumatiche come i ricordi di guerra, che hanno subito stupri, le vittime di bombardamenti o di terribili incidenti automobilistici, ustioni, pestaggi, lutti, tutti apparentemente impossibile da lasciarsi alle spalle.
Incubi e i disordini post traumatici fino ad oggi sono stati curati per mezzo della psicoterapia, non sempre in grado di alleviare le sofferenze dei pazienti e con periodi di cura molto lunghi. Roger Pitman, docente di psichiatria presso la scuola di medicina di Harvard ritiene che queste persone possano essere aiutate da nuovi farmaci in fase di sperimentazione.
"Credo - ha spiegato il professore - che presto troveremo una cura in grado di ridurre i disordini post traumatici in maniera sostanziale". Pitman e i suoi colleghi stanno testando una sostanza chiamata propranolol su 41 persone che hanno sperimentato incidenti automobilistici, aggressioni o traumi abbastanza seri da essere stati trattati dal pronto soccorso del Massachusetts General Hospital. L'obiettivo e' capire se il farmaco, a sei settimane dell'episodio, sia in grado di avere un effetto positivo sulla salute del paziente.
Tre mesi dopo il fatto i pazienti trattati con placebo avevano ancora paura di entrare in un'automobile. I pazienti avevano ancora incubi, sudori notturni e il polso accelerato tutte le volte che si sedevano dietro il volante, specialmente nel luogo dell'incidente. Quanti al contrario erano stati trattati con propranolol avevano meno problemi.
I risultati della sperimentazione sarebbero sorprendenti: a 90 giorni dall'incidente le vittime sono tornate in ospedale per un controllo. 22 avevano assunto propranolol quattro volte al giorno per dieci giorni mentre 14 di esse sono state curate con un placebo. Ai pazienti e' stato quindi fatto ascoltare un nastro in cui avevano in precedenza raccontato l'incidente. Quanti erano stati curate dal farmaco non hanno mostrato particolari reazioni al nastro, quelli trattati con placebo hanno invece avuto un ulteriore shock nel ricordo del dramma.
Pitman e' convinto che il propranolol possa essere usato in futuro per curare i soldati traumatizzati dai combattimenti in Iraq e in Afghanistan, le vittime di aggressioni sessuali, anche i bambini, e quelle di attentati terroristici. Ma per il momento Pitman raccomanda prudenza, prima di poter commercializzare il farmaco occorre estendere i test a un numero maggiore di persone.
copyright @ 2004 APCOM
tre stralci da Il Mattino:
il sogno, i bambini, e Boncinelli
ricevuti da Sandra Mallone
il Mattino 5.4.04
Neuroscienze
Il sogno? È un gioco di molecole
di EVELINA PERFETTO
Sogno dunque sono. Anche quando, come accade nel sonno, la coscienza è interamente annullata, il nostro cervello continua a lavorare in modo incredibilmente complesso. Ed il risultato di questo lavoro sono appunto i sogni. Che tutti gli esseri umani sognino e che i sogni abbiano avuto un ruolo a volte fondamentale nella storia dell'umanità (basti pensare alla loro influenza su movimenti religiosi, rappresentazioni artistiche e teorie scientifiche) era ben noto da sempre. Eppure solo in questi ultimi anni i progressi delle neuroscienze hanno cominciato a chiarire in termini scientifici che cosa siano i sogni, quali parti del cervello ne sono responsabili e quanto i sogni siano importanti non solo per lo sviluppo della «struttura più complessa esistente in natura», come è stato definito il cervello, ma anche per mantenerne l'efficienza durante tutta la vita.
Un lucido ed affascinante resoconto di questi progressi viene fatto da J. Allan Hobson nel suo ultimo libro «La scienza dei sogni» (Mondadori, 170 pp, 8,40 euro). Docente di psichiatria all'Harvard Medical School e direttore del Neurophysiology laboratory al Massachusetts Mental health Center di Boston, Hobson è uno dei più famosi e seguiti psichiatri americani. «La svolta paradigmatica nello studio dei sogni - dice Hobson - si è verificata quando siamo passati dall'analisi dei contenuti all'analisi della forma dei sogni. Mentre i precedenti studiosi, a cominciare da Freud, si sono chiesti che cosa significa il sogno, noi abbiamo cercato di capire quali siano le caratteristiche del sogno, ovvero dell'attività mentale che avviene durante il sonno, e le sue differenze dall'attività mentale della veglia». Insomma, come funziona il cervello che dorme.
Le fasi di attivazione cerebrale nel sonno sono state definite dai neurologi fasi Rem (rapido movimento oculare) perché sono associate ad un rapido movimento degli occhi, oltre che ad alcune nette variazioni dell'elettroencefalogramma e dell'elettromiogramma, che misura il tono muscolare. Durante una normale dormita notturna, le fasi Rem si verificano periodicamente ad intervalli di 90 minuti ed occupano da 1,5 a 2 ore per notte. Chiunque viene svegliato durante o immediatamente dopo una fase Rem è in grado di raccontare nitidamente il sogno che stava facendo. Senza un brusco risveglio, la memoria del sogno può svanire e per questo molti credono di aver passato lunghe notti senza sogni.
Ma la scoperta forse più sorprendente è che, quando nel sonno il cervello si autoattiva (si attiva cioè senza uno stimolo proveniente dall'ambiente esterno) ed entra in una fase Rem, muta le sue autoistruzioni chimiche, bloccando la liberazione di due neurotrasmettitori, la noradrenalina e la serotonina, che sono fortemente implicate nelle principali funzioni della veglia, quali attenzione, memoria e pensiero riflessivo. Viene invece attivato il sistema colinergico, che utilizza un altro neurotrasmettitore, l'acetilcolina. Il sogno è dunque la conseguenza di «un gioco di molecole» finemente autoregolato dal cervello e geneticamente predeterminato, perché innato. Con buona pace di poeti, profeti, mistici, astrologi ed anche dei seguaci di Freud.
Ma perché sogniamo? «Per riordinare le informazioni nella nostra testa - spiega Hobson - e sbarazzarci di memorie obsolete, per aggiornare i ricordi ed incorporare nuove esperienze nei nostri sistemi di memoria. In pratica, per far continuare a crescere il cervello durante tutta la vita».
Edoardo Boncinelli
Fase Rem, in un neonato addormentato il «film» dura otto ore al giorno
Sognare un mondo che ancora non si conosce. È quanto forse accade non solo ai cuccioli d'uomo ma anche ai gattini, ai cagnolini ed alle scimmiette. Come hanno dimostrato una serie di ricerche, già alla trentesima settimana di gestazione il feto umano passa circa 24 ore al giorno in uno stato di attivazione cerebrale che costituisce un primo livello di sonno Rem, quello appunto che nell'adulto è sempre associato all'attività onirica. Dopo la nascita, non meno della metà delle 16 ore di sonno giornaliero che trascorre un neonato sono un inequivocabile stato di sonno Rem. In pratica, il cervello di ogni neonato è in uno stato di sogno per almeno otto ore al giorno.
Ma perché i piccoli hanno durante il sonno un'attività cerebrale molto maggiore rispetto a quella che avranno da adulti? «Per prepararsi - spiega Edoardo Boncinelli - a vivere la realtà, per far crescere il cervello in modo corretto. Grazie a questo lavoro onirico ante litteram, i neuroni fanno le prove generali del loro funzionamento. Per esempio, nella retina e poi nella corteccia visiva si formano in continuazione immagini per tenere in esercizio le cellule destinate a vedere. E questo accade per tutti gli organi di senso. È come se il cervello dei neonati fosse capace di farsi un film per mettere a punto gli strumenti e gli scenari necessari ad affrontare l'ambiente esterno».
Il neonato ha una coscienza, ha percezioni, emozioni e memorie primordiali ma non possiede un linguaggio e quindi non è in grado di elaborare quello che gli psicologi chiamano «pensiero proposizionale» o simbolico. Anche se fosse in grado di raccontarlo, il suo «film quotidiano» sarebbe dunque completamente diverso da quelli che ci sceneggiamo durante i sonni di adulti. Racconti di sogni simili a quelli dell'adulto cominciano a comparire a circa tre anni, quando i piccoli hanno acquisito un vocabolario sufficiente all'elaborazione del pensiero proposizionale. I sogni dei bambini diventano sempre più complessi fino a circa sette anni, poi è come se la fantasia onirica subisse un rallentamento ed i loro sogni diventano uguali a quelli degli adulti.
Ma cosa accade agli adulti che tornano ad avere una «memoria bambina», ovvero incompleta, perchè affetti da gravi forme di amnesia permanente? Una ricerca dell'Harvard Medical School ha dimostrato che questi soggetti sognano esattamente come le persone normali, pur non ricordando nulla di quanto era loro accaduto il giorno prima e che in realtà era l'argomento dei sogni. Il cervello, anche se in parte danneggiato, riesce comunque a memorizzare il materiale necessario alle sue personalissime sceneggiature.
INTERVISTA A EDOARDO BONCINELLI
«Psicoterapia, intuizioni geniali ma meglio la pratica che la teoria»
Nel 1900, Sigmund Freud pubblica «Il sogno», primo best-seller della letteratura scientifica mondiale. Con parole accessibili anche ai non esperti, Freud spiega che il sogno è l'appagamento velato di un desiderio inconscio rimosso, le cui radici risalgono quasi sempre alle lontane esperienze dell'infanzia, e quali sono le tecniche psicoterapeutiche per abbattere le barriere dell'inconscio.
«Oltre che essere un grande scienziato - dice Edoardo Boncinelli - Freud aveva enormi capacità drammaturgiche ed è stato il più efficace divulgatore delle sue teorie». Noto per le sue ricerche di biologia molecolare dello sviluppo, Boncinelli, che oggi dirige la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste, è stato anche un analista junghiano ed è uno dei migliori divulgatori scientifici italiani. Nel suo ultimo libro, «Il posto della scienza», Mondatori, analizza lo «stato dell'arte» teorico e pratico dell'impresa scientifica, dalla sua capacità di svelare i misteri della natura alla sua utilità nel cambiare la sfera del quotidiano.
Professor Boncinelli, che cosa è rimasto della scienza inventata da Freud?
«Culturalmente è rimasto tantissimo perchè i miti della psicanalisi sono ormai entrati nella quotidianità, oltre che nella letteratura e nella filosofia. Per quanto riguarda la clinica, ovvero il trattamento dei pazienti, è ormai evidente che tutti i tipi di psicoterapia (freudiana, junghiana, adleriana, rogersiana, cognitiva, umanistica ed altro) hanno più o meno la stessa efficacia. Sono utilissime per certi disturbi, come le nevrosi, ed anche nei casi di gravi psicosi, quali la schizofrenia e le forme maniaco-depressive, oggi si tende ad associare il trattamento farmacologico con la psicoterapia. Ma poiché tutte queste psicoterapie sortiscono lo stesso effetto benefico, le loro basi teoriche, per quanto elaborate ed a volte geniali, non hanno nessuna importanza».
Che cosa significa? Che la pratica psicoterapeutica si è dimostrata migliore della teoria?
«Un bravo psicoterapeuta si comporta sempre nella stessa maniera, a qualsiasi scuola appartenga: ascoltando il paziente, non condannandolo mai, facendogli vedere i possibili aspetti di ogni questione ed offrendogli una spalla su cui appoggiarsi fino a quando le cose non vadano meglio».
Lo psicoterapeuta ha dunque la funzione di un interlocutore fidato ed imparziale?
«Certo, anche perchè purtroppo gli amici sono diventati rarissimi. Oggi si parla tanto di tutto, ma raramente di cose importanti. Anche nei talk show si fanno sempre gli stessi discorsi. E' sempre più difficile trovare qualcuno capace di ascoltare, di avviare un valido contradittorio e di far vedere l'altra faccia della medaglia. Questo accade perché c'è poco tempo e molta ipocrisia».
Per Freud, i desideri sono spesso di natura erotica poiché le pulsioni sessuali sono le più rimosse. Ma oggi, al tempo del Viagra e del sesso on line, è ancora valido questo fondamento della teoria psicanalitica?
«Oggi gli impulsi sessuali non sono inibiti palesemente, ma in realtà l'ipocrisia la fa ancora da padrona. E' cambiata invece la tipologia dei pazienti che si rivolgono alla psicanalisi e che una volta erano per la maggior parte nevrotici, ora sono soprattutto depressi ed ansiosi».
il Mattino 5.4.04
Neuroscienze
Il sogno? È un gioco di molecole
di EVELINA PERFETTO
Sogno dunque sono. Anche quando, come accade nel sonno, la coscienza è interamente annullata, il nostro cervello continua a lavorare in modo incredibilmente complesso. Ed il risultato di questo lavoro sono appunto i sogni. Che tutti gli esseri umani sognino e che i sogni abbiano avuto un ruolo a volte fondamentale nella storia dell'umanità (basti pensare alla loro influenza su movimenti religiosi, rappresentazioni artistiche e teorie scientifiche) era ben noto da sempre. Eppure solo in questi ultimi anni i progressi delle neuroscienze hanno cominciato a chiarire in termini scientifici che cosa siano i sogni, quali parti del cervello ne sono responsabili e quanto i sogni siano importanti non solo per lo sviluppo della «struttura più complessa esistente in natura», come è stato definito il cervello, ma anche per mantenerne l'efficienza durante tutta la vita.
Un lucido ed affascinante resoconto di questi progressi viene fatto da J. Allan Hobson nel suo ultimo libro «La scienza dei sogni» (Mondadori, 170 pp, 8,40 euro). Docente di psichiatria all'Harvard Medical School e direttore del Neurophysiology laboratory al Massachusetts Mental health Center di Boston, Hobson è uno dei più famosi e seguiti psichiatri americani. «La svolta paradigmatica nello studio dei sogni - dice Hobson - si è verificata quando siamo passati dall'analisi dei contenuti all'analisi della forma dei sogni. Mentre i precedenti studiosi, a cominciare da Freud, si sono chiesti che cosa significa il sogno, noi abbiamo cercato di capire quali siano le caratteristiche del sogno, ovvero dell'attività mentale che avviene durante il sonno, e le sue differenze dall'attività mentale della veglia». Insomma, come funziona il cervello che dorme.
Le fasi di attivazione cerebrale nel sonno sono state definite dai neurologi fasi Rem (rapido movimento oculare) perché sono associate ad un rapido movimento degli occhi, oltre che ad alcune nette variazioni dell'elettroencefalogramma e dell'elettromiogramma, che misura il tono muscolare. Durante una normale dormita notturna, le fasi Rem si verificano periodicamente ad intervalli di 90 minuti ed occupano da 1,5 a 2 ore per notte. Chiunque viene svegliato durante o immediatamente dopo una fase Rem è in grado di raccontare nitidamente il sogno che stava facendo. Senza un brusco risveglio, la memoria del sogno può svanire e per questo molti credono di aver passato lunghe notti senza sogni.
Ma la scoperta forse più sorprendente è che, quando nel sonno il cervello si autoattiva (si attiva cioè senza uno stimolo proveniente dall'ambiente esterno) ed entra in una fase Rem, muta le sue autoistruzioni chimiche, bloccando la liberazione di due neurotrasmettitori, la noradrenalina e la serotonina, che sono fortemente implicate nelle principali funzioni della veglia, quali attenzione, memoria e pensiero riflessivo. Viene invece attivato il sistema colinergico, che utilizza un altro neurotrasmettitore, l'acetilcolina. Il sogno è dunque la conseguenza di «un gioco di molecole» finemente autoregolato dal cervello e geneticamente predeterminato, perché innato. Con buona pace di poeti, profeti, mistici, astrologi ed anche dei seguaci di Freud.
Ma perché sogniamo? «Per riordinare le informazioni nella nostra testa - spiega Hobson - e sbarazzarci di memorie obsolete, per aggiornare i ricordi ed incorporare nuove esperienze nei nostri sistemi di memoria. In pratica, per far continuare a crescere il cervello durante tutta la vita».
Edoardo Boncinelli
Fase Rem, in un neonato addormentato il «film» dura otto ore al giorno
Sognare un mondo che ancora non si conosce. È quanto forse accade non solo ai cuccioli d'uomo ma anche ai gattini, ai cagnolini ed alle scimmiette. Come hanno dimostrato una serie di ricerche, già alla trentesima settimana di gestazione il feto umano passa circa 24 ore al giorno in uno stato di attivazione cerebrale che costituisce un primo livello di sonno Rem, quello appunto che nell'adulto è sempre associato all'attività onirica. Dopo la nascita, non meno della metà delle 16 ore di sonno giornaliero che trascorre un neonato sono un inequivocabile stato di sonno Rem. In pratica, il cervello di ogni neonato è in uno stato di sogno per almeno otto ore al giorno.
Ma perché i piccoli hanno durante il sonno un'attività cerebrale molto maggiore rispetto a quella che avranno da adulti? «Per prepararsi - spiega Edoardo Boncinelli - a vivere la realtà, per far crescere il cervello in modo corretto. Grazie a questo lavoro onirico ante litteram, i neuroni fanno le prove generali del loro funzionamento. Per esempio, nella retina e poi nella corteccia visiva si formano in continuazione immagini per tenere in esercizio le cellule destinate a vedere. E questo accade per tutti gli organi di senso. È come se il cervello dei neonati fosse capace di farsi un film per mettere a punto gli strumenti e gli scenari necessari ad affrontare l'ambiente esterno».
Il neonato ha una coscienza, ha percezioni, emozioni e memorie primordiali ma non possiede un linguaggio e quindi non è in grado di elaborare quello che gli psicologi chiamano «pensiero proposizionale» o simbolico. Anche se fosse in grado di raccontarlo, il suo «film quotidiano» sarebbe dunque completamente diverso da quelli che ci sceneggiamo durante i sonni di adulti. Racconti di sogni simili a quelli dell'adulto cominciano a comparire a circa tre anni, quando i piccoli hanno acquisito un vocabolario sufficiente all'elaborazione del pensiero proposizionale. I sogni dei bambini diventano sempre più complessi fino a circa sette anni, poi è come se la fantasia onirica subisse un rallentamento ed i loro sogni diventano uguali a quelli degli adulti.
Ma cosa accade agli adulti che tornano ad avere una «memoria bambina», ovvero incompleta, perchè affetti da gravi forme di amnesia permanente? Una ricerca dell'Harvard Medical School ha dimostrato che questi soggetti sognano esattamente come le persone normali, pur non ricordando nulla di quanto era loro accaduto il giorno prima e che in realtà era l'argomento dei sogni. Il cervello, anche se in parte danneggiato, riesce comunque a memorizzare il materiale necessario alle sue personalissime sceneggiature.
INTERVISTA A EDOARDO BONCINELLI
«Psicoterapia, intuizioni geniali ma meglio la pratica che la teoria»
Nel 1900, Sigmund Freud pubblica «Il sogno», primo best-seller della letteratura scientifica mondiale. Con parole accessibili anche ai non esperti, Freud spiega che il sogno è l'appagamento velato di un desiderio inconscio rimosso, le cui radici risalgono quasi sempre alle lontane esperienze dell'infanzia, e quali sono le tecniche psicoterapeutiche per abbattere le barriere dell'inconscio.
«Oltre che essere un grande scienziato - dice Edoardo Boncinelli - Freud aveva enormi capacità drammaturgiche ed è stato il più efficace divulgatore delle sue teorie». Noto per le sue ricerche di biologia molecolare dello sviluppo, Boncinelli, che oggi dirige la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste, è stato anche un analista junghiano ed è uno dei migliori divulgatori scientifici italiani. Nel suo ultimo libro, «Il posto della scienza», Mondatori, analizza lo «stato dell'arte» teorico e pratico dell'impresa scientifica, dalla sua capacità di svelare i misteri della natura alla sua utilità nel cambiare la sfera del quotidiano.
Professor Boncinelli, che cosa è rimasto della scienza inventata da Freud?
«Culturalmente è rimasto tantissimo perchè i miti della psicanalisi sono ormai entrati nella quotidianità, oltre che nella letteratura e nella filosofia. Per quanto riguarda la clinica, ovvero il trattamento dei pazienti, è ormai evidente che tutti i tipi di psicoterapia (freudiana, junghiana, adleriana, rogersiana, cognitiva, umanistica ed altro) hanno più o meno la stessa efficacia. Sono utilissime per certi disturbi, come le nevrosi, ed anche nei casi di gravi psicosi, quali la schizofrenia e le forme maniaco-depressive, oggi si tende ad associare il trattamento farmacologico con la psicoterapia. Ma poiché tutte queste psicoterapie sortiscono lo stesso effetto benefico, le loro basi teoriche, per quanto elaborate ed a volte geniali, non hanno nessuna importanza».
Che cosa significa? Che la pratica psicoterapeutica si è dimostrata migliore della teoria?
«Un bravo psicoterapeuta si comporta sempre nella stessa maniera, a qualsiasi scuola appartenga: ascoltando il paziente, non condannandolo mai, facendogli vedere i possibili aspetti di ogni questione ed offrendogli una spalla su cui appoggiarsi fino a quando le cose non vadano meglio».
Lo psicoterapeuta ha dunque la funzione di un interlocutore fidato ed imparziale?
«Certo, anche perchè purtroppo gli amici sono diventati rarissimi. Oggi si parla tanto di tutto, ma raramente di cose importanti. Anche nei talk show si fanno sempre gli stessi discorsi. E' sempre più difficile trovare qualcuno capace di ascoltare, di avviare un valido contradittorio e di far vedere l'altra faccia della medaglia. Questo accade perché c'è poco tempo e molta ipocrisia».
Per Freud, i desideri sono spesso di natura erotica poiché le pulsioni sessuali sono le più rimosse. Ma oggi, al tempo del Viagra e del sesso on line, è ancora valido questo fondamento della teoria psicanalitica?
«Oggi gli impulsi sessuali non sono inibiti palesemente, ma in realtà l'ipocrisia la fa ancora da padrona. E' cambiata invece la tipologia dei pazienti che si rivolgono alla psicanalisi e che una volta erano per la maggior parte nevrotici, ora sono soprattutto depressi ed ansiosi».
James Joyce
una segnalazione di P. Cancellieri
Il Messaggero
Lunedì 5 Aprile 2004
Foto, libri, documenti: tutto Joyce rivive in un museo a Trieste
Trieste ricorda con un museo James Joyce, che vi soggiornò dal 1904 al 1921. Il museo, una particolare struttura che verrà inaugurata il prossimo 8 maggio, sorgerà proprio accanto al museo di Italo Svevo, che di Joyce fu grande amico.
Lo spazio espositivo sarà dedicato allo studio di Joyce ed alle sue opere. Ci sarà un biblioteca, molti documenti, fotografie e più di 700 immagini storiche di Trieste e Pola su cd, così i visitatori potranno fare un “tour virtuale” degli indirizzi più importanti del soggiorno di Joyce a Trieste.
Il Messaggero
Lunedì 5 Aprile 2004
Foto, libri, documenti: tutto Joyce rivive in un museo a Trieste
Trieste ricorda con un museo James Joyce, che vi soggiornò dal 1904 al 1921. Il museo, una particolare struttura che verrà inaugurata il prossimo 8 maggio, sorgerà proprio accanto al museo di Italo Svevo, che di Joyce fu grande amico.
Lo spazio espositivo sarà dedicato allo studio di Joyce ed alle sue opere. Ci sarà un biblioteca, molti documenti, fotografie e più di 700 immagini storiche di Trieste e Pola su cd, così i visitatori potranno fare un “tour virtuale” degli indirizzi più importanti del soggiorno di Joyce a Trieste.
Pablo Neruda
Corriere della Sera 6.4.04
Un uomo alto e stanco. Un poeta, dicono...
di Paolo Falla
Un uomo alto e stanco. Un poeta, dicono. Certamente un senatore comunista cileno perseguitato dal suo Paese, guardato a vista dalle polizie occidentali. Quando arriva in Italia, nel mite autunno del 1950, Pablo Neruda si è lasciato alle spalle un’avventurosa fuga attraverso la Cordigliera delle Ande e l’approdo a Parigi, ospite di Picasso: non sospetta la fortuna che avrà la sua opera ma soprattutto la generosa protezione che gli sarà offerta dagli intellettuali italiani, prima ancora che una sola delle sue liriche fosse pubblicata in italiano. Nei primi mesi viaggia tra Milano, Firenze, Siena, Genova, Venezia: ospite di scrittori che organizzano letture pubbliche dei suoi versi e municipalità di sinistra che lo nominano cittadino onorario. Un cittadino senza documenti, espulso dal Cile che ne reclama l’arresto e guardato a vista da una polizia «che non mi ha mai maltrattato, ma che mi seguiva instancabile». A Roma viene assistito da Fulvia e Antonello Trombadori che lo nascondono a casa della nonna di Fulvia. A Venezia, stufo di avere gli agenti addosso, tenta una fuga sulla gondola a motore del sindaco comunista, lasciando i poliziotti ad arrancare sui remi.
Mentre Renato Guttuso e Carlo Levi se lo contendono per due ritratti, nel gennaio 1952 il ministero dell’Interno decide di liberarsi di questo cileno ingombrante e firma un decreto di espulsione. Ma non riuscirà a farlo partire, con gli agenti incaricati della scorta, sopraffatti alla stazione Termini da una folla di scrittori e artisti: nei tumulti rimangono coinvolti Guttuso e Levi, Moravia e la moglie Elsa Morante che non esita a «colpire col suo ombrellino di seta la testa di un poliziotto». Finirà all’italiana, col ritiro di quel provvedimento vigliacchetto da parte di un ministero preoccupato che Neruda se ne stesse buono, lontano dai riflettori. L’unione tra l’ipocrisia democristiana e la solidarietà comunista gli regalerà i sei mesi vissuti a Capri, quel «tempo memorabile», dove potrà vivere a pieno l’amore con la nuova compagna Matilde Urrutia e portare a termine «un libro d’amore appassionato e doloroso, pubblicato poi a Napoli, anonimo, Los versos del capitán . Anonimo per rispetto alla moglie, Delia del Carril, da cui si stava separando, tirato in cinquanta rarissimi esemplari, grazie a una colletta: cinquemila lire offerte da quarantaquattro intellettuali comunisti, da Guttuso a Giorgio Napolitano, da Maurizio Valenzi al pittore Paolo Ricci, ad Antonello Trombadori.
Il «tour» italiano di Pablo Neruda, la sua scoperta di un Paese «che mi sembrava semplicemente favoloso» non possono che essere il punto di partenza delle celebrazioni, volute dall’ambasciata del Cile e sostenute da un prestigioso comitato scientifico, per il centenario della nascita del poeta, avvenuta a Parral nella regione meridionale del Cile, «terra di ghiacciai e di vulcani» il 12 luglio 1904. Saranno sedici le città che offriranno un omaggio, dalla proiezione di video e documentari, alla presentazione dei libri, a recital di poesia a teatro. Il Corriere della Sera ha appena pubblicato nella sua collana «Poesia» una antologia dedicata al poeta cileno, mentre l’editore Passigli di Firenze è impegnato nella proposta dell’intera opera, in trentaquattro volumi.
Un posto di rilievo in questo anno dedicato a Neruda spetta a Roma che al poeta «dell’amore e della civiltà» - ha ricordato l’assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna - dedicherà una «maratona poetica» dal 14 settembre al 16 ottobre e una mostra ispirata all’autobiografia Confesso che ho vissuto . Ma il centenario di Neruda potrà regalare qualcosa di più di una pur appassionata e ricca serie di appuntamenti: la riflessione su quel biennio di esule in una Italia di un uomo che sarebbe diventato un Premio Nobel solo vent’anni dopo. In una Italia squassata dal conflitto appena concluso, oppressa dalle diffidenze della Guerra fredda, eppure colma di slanci di entusiasmo e di speranza.
Un uomo alto e stanco. Un poeta, dicono...
di Paolo Falla
Un uomo alto e stanco. Un poeta, dicono. Certamente un senatore comunista cileno perseguitato dal suo Paese, guardato a vista dalle polizie occidentali. Quando arriva in Italia, nel mite autunno del 1950, Pablo Neruda si è lasciato alle spalle un’avventurosa fuga attraverso la Cordigliera delle Ande e l’approdo a Parigi, ospite di Picasso: non sospetta la fortuna che avrà la sua opera ma soprattutto la generosa protezione che gli sarà offerta dagli intellettuali italiani, prima ancora che una sola delle sue liriche fosse pubblicata in italiano. Nei primi mesi viaggia tra Milano, Firenze, Siena, Genova, Venezia: ospite di scrittori che organizzano letture pubbliche dei suoi versi e municipalità di sinistra che lo nominano cittadino onorario. Un cittadino senza documenti, espulso dal Cile che ne reclama l’arresto e guardato a vista da una polizia «che non mi ha mai maltrattato, ma che mi seguiva instancabile». A Roma viene assistito da Fulvia e Antonello Trombadori che lo nascondono a casa della nonna di Fulvia. A Venezia, stufo di avere gli agenti addosso, tenta una fuga sulla gondola a motore del sindaco comunista, lasciando i poliziotti ad arrancare sui remi.
Mentre Renato Guttuso e Carlo Levi se lo contendono per due ritratti, nel gennaio 1952 il ministero dell’Interno decide di liberarsi di questo cileno ingombrante e firma un decreto di espulsione. Ma non riuscirà a farlo partire, con gli agenti incaricati della scorta, sopraffatti alla stazione Termini da una folla di scrittori e artisti: nei tumulti rimangono coinvolti Guttuso e Levi, Moravia e la moglie Elsa Morante che non esita a «colpire col suo ombrellino di seta la testa di un poliziotto». Finirà all’italiana, col ritiro di quel provvedimento vigliacchetto da parte di un ministero preoccupato che Neruda se ne stesse buono, lontano dai riflettori. L’unione tra l’ipocrisia democristiana e la solidarietà comunista gli regalerà i sei mesi vissuti a Capri, quel «tempo memorabile», dove potrà vivere a pieno l’amore con la nuova compagna Matilde Urrutia e portare a termine «un libro d’amore appassionato e doloroso, pubblicato poi a Napoli, anonimo, Los versos del capitán . Anonimo per rispetto alla moglie, Delia del Carril, da cui si stava separando, tirato in cinquanta rarissimi esemplari, grazie a una colletta: cinquemila lire offerte da quarantaquattro intellettuali comunisti, da Guttuso a Giorgio Napolitano, da Maurizio Valenzi al pittore Paolo Ricci, ad Antonello Trombadori.
Il «tour» italiano di Pablo Neruda, la sua scoperta di un Paese «che mi sembrava semplicemente favoloso» non possono che essere il punto di partenza delle celebrazioni, volute dall’ambasciata del Cile e sostenute da un prestigioso comitato scientifico, per il centenario della nascita del poeta, avvenuta a Parral nella regione meridionale del Cile, «terra di ghiacciai e di vulcani» il 12 luglio 1904. Saranno sedici le città che offriranno un omaggio, dalla proiezione di video e documentari, alla presentazione dei libri, a recital di poesia a teatro. Il Corriere della Sera ha appena pubblicato nella sua collana «Poesia» una antologia dedicata al poeta cileno, mentre l’editore Passigli di Firenze è impegnato nella proposta dell’intera opera, in trentaquattro volumi.
Un posto di rilievo in questo anno dedicato a Neruda spetta a Roma che al poeta «dell’amore e della civiltà» - ha ricordato l’assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna - dedicherà una «maratona poetica» dal 14 settembre al 16 ottobre e una mostra ispirata all’autobiografia Confesso che ho vissuto . Ma il centenario di Neruda potrà regalare qualcosa di più di una pur appassionata e ricca serie di appuntamenti: la riflessione su quel biennio di esule in una Italia di un uomo che sarebbe diventato un Premio Nobel solo vent’anni dopo. In una Italia squassata dal conflitto appena concluso, oppressa dalle diffidenze della Guerra fredda, eppure colma di slanci di entusiasmo e di speranza.
cosa era accaduto prima
Corriere della Sera 6.4.04
IL CASO 7 APRILE / A 25 anni dalla maxi-retata che lo portò in carcere con Toni Negri e Franco Piperno, a colloquio con l’ex leader di Autonomia operaia
«I giudici avevano ragione, teorizzavamo la lotta armata»
Scalzone: Calogero sbagliò a pensare a una cupola del terrorismo. Ma un tumulto sociale spinse una forte minoranza a una sorta di guerra civile
di Giovanni Bianconi
PARIGI - «Eh già, venticinque anni... Le mie nozze d’argento con l’inizio della morte civile», dice tirando il fumo dell’ennesima sigaretta. Ma «morte civile» è un’espressione stonata in bocca a Oreste Scalzone, che in questo quarto di secolo ha continuato a parlare, scrivere e inveire. Meglio dire «le ultime ore di libertà vissute nel suo Paese», visto che allora cominciò un periodo di galera e di latitanza che dura ancora oggi, mentre è in prima fila nella battaglia contro l’estradizione del suo amico Cesare Battisti. Coincidenza curiosa: l’udienza della Corte d’appello di Parigi per decidere il destino dell’ergastolano italiano rifugiato in Francia è convocata proprio per domani, 7 aprile, data simbolo per la storia giudiziaria e politica d’Italia; quel giorno del 1979 scattò la maxi-retata contro i capi dell’Autonomia operaia accusati di associazione sovversiva, banda armata e - alcuni - di essere i veri capi delle Brigate rosse. Tra loro i principali leader del disciolto gruppo di Potere operaio: Toni Negri, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Emilio Vesce.
Scalzone venne arrestato a Roma, nella sede della rivista Metropoli : «Dovevo scrivere una lettera sull’amnistia e un reportage sui funerali bolognesi di Barbara Azzaroni, una compagna del '68 passata a Prima Linea, uccisa in uno scontro a fuoco». Non scrisse niente perché la sera era già a Regina Coeli: «Cominciò il giro delle carceri, da Roma a Padova, poi Rebibbia, gli "speciali" di Cuneo e Palmi, Termini Imerese, poi ancora Rebibbia e Regina Coeli».
Davanti al pubblico ministero di Padova che coordinava l’inchiesta, Pietro Calogero, Scalzone cominciò a difendersi ponendo lui le domande: «Né rifiuto del giudice né difesa tecnica di fronte a chi ti accusa per quello che sei e non per ciò che hai fatto: io posso aver fatto questo, questo e questo, lei che cosa sceglie? Dopodiché tocca a lei trovare le prove, non a me dimostrare che non è vero». Allora il rivoluzionario sfidava il suo «inquisitore»; oggi, 25 anni dopo, rilegge i fatti così: «Calogero e gli altri hanno sbagliato per eccesso, ma anche per difetto. Il complotto, la cupola del terrorismo che tira le fila di tutte le sigle con Toni Negri nella parte del Grande Vecchio era una fantasma dietrologico, e dunque un eccesso. Ma l’esistenza di un tumulto sociale che noi tentavamo di organizzare, la teorizzazione della lotta armata anche se diversa da quella praticata dalle Br, compresi reati come rapine e gambizzazioni, erano tutte cose vere. Forse più diffuse e capaci di diffondersi di quanto immaginavano i magistrati». Nell’inchiesta «7 aprile», insomma, c’era del vero almeno sul piano storico, poiché esisteva «un vasto terreno di illegalità e militarizzazione che ha spinto una forte minoranza a una sorta di guerra civile a bassa intensità, ed era logico che lo Stato la contrastasse».
Il problema è - secondo il rivoluzionario di allora - che le prove portate dai magistrati (non solo a Padova, ma anche a Roma e Milano) non corrispondevano ai fatti come s’erano svolti o si potevano provare: «"Nego l’addebito ma non me ne sento diffamato" dissi allora e confermo oggi. Sono responsabile di altre azioni della stessa natura». Sarebbe a dire? «Partecipai alla prima rapina in banca nel ’72, forzandomi a non pensare che cosa ne avrebbero detto gli altri dirigenti del gruppo; lo feci perché i soldi per la rivoluzione non potevano arrivare dai salari degli operai ma andavano presi dov’erano, e per contrastare l’attrazione fatale esercitata su tanti compagni dalla clandestinità. Entrai io con un compagno, armato di pistola. Negli anni successivi partecipai altre due o tre volte. E se pure ho avuto la fortuna di non dover sparare a qualcuno, mi sento la corresponsabilità diretta soprattutto di alcuni ferimenti firmati con sigle diverse, tra il ’74 e il ’76. Per esempio un’azione sul piazzale della Marelli contro il responsabile delle guardie; il giorno dopo ci fu lo sciopero ma noi eravamo lì a dire "né una lacrima né un minuto di salario per il capo degli sbirri padronali"».
Altri tempi, in cui c’erano pure i delitti firmati dalle Br. Ma Scalzone - risulta dalle stesse inchieste giudiziarie - stava su un’altra linea: «Eravamo contro l’attacco al cuore dello Stato perché sostenevamo che lo Stato non ha cuore. Era una questione teorica, non morale: se il tiranno non è una persona ma un sistema, l’omicidio politico è oltretutto inutile. Quindi non aver ucciso non è solo fortuna, ma questo non mi attribuisce alcuna legittimità etica superiore rispetto a chi abbia ucciso. Anzi, sono consapevole che con parole e scritti posso aver evitato dei morti, ma anche averne provocati degli altri».
Mentre la giustizia italiana faceva il suo corso, il leader di Autonomia operaia scarcerato per motivi di salute («giunsi a pesare 39 chili, mi vennero un’ischemia e l’epatite») scappò all’estero: «Stava arrivando una nuova ondata di pentiti, mandai un messaggio ai compagni in prigione e organizzai l’espatrio. In Corsica mi portò Gian Maria Volonté con la sua barca. Dalla Francia, che allora estradava in un amen, giunsi in Danimarca attraverso il Belgio e l’Olanda. Solo dopo la vittoria di Mitterrand arrivai a Parigi, l’11 novembre 1981». Da allora Scalzone è un abitante della capitale francese: «A 57 anni è la città in cui ho vissuto di più nella mia vita». Qui ha subìto un arresto di 40 giorni prima che venisse negata l’estradizione e ha avuto notizia delle condanne italiane - quelle definitive arrivano a circa 12 anni di carcere - che cadranno in prescrizione alla fine di settembre. Allora potrebbe tornare in Italia da uomo libero, «ma l’esilio non mi pesa, anzi mi ha dato più di quanto mi ha tolto. E poi è proprio il rientro da libero che sono disposto a giocarmi offrendomi come ostaggio volontario».
Ora il discorso ritorna sui latitanti «rifugiati» che la Francia potrebbe estradare: «Vent’anni fa hanno moltiplicato condanne e condannati perché c’era un "crimine collettivo continuato" che metteva in pericolo la democrazia; oggi costruiscono l’identikit di un assassino trincerandosi dietro il comprensibile mancato perdono delle vittime e dei loro familiari». Sta parlando di Battisti e del nuovo «7 aprile» che vi aspetta?
«Sì. E anche dell’alibi che si sono fatti per non parlare più di amnistia. Ma il perdono serve solo per la grazia, non per la soluzione politica che spetta al Parlamento. Comunque il caso Battisti riguarda la Francia e la parola data da questo Stato, la cosiddetta dottrina Mitterrand che nemmeno la destra francese di Chirac aveva sconfessato fino all’estradizione di Paolo Persichetti. Mitterrand voleva evitare che qualche centinaio di persone gettate nella clandestinità riprendessero la lotta armata qui o da qui; rinnegarla oggi significa dire che sbagliò chi allora decise di posare le armi».
IL CASO 7 APRILE / A 25 anni dalla maxi-retata che lo portò in carcere con Toni Negri e Franco Piperno, a colloquio con l’ex leader di Autonomia operaia
«I giudici avevano ragione, teorizzavamo la lotta armata»
Scalzone: Calogero sbagliò a pensare a una cupola del terrorismo. Ma un tumulto sociale spinse una forte minoranza a una sorta di guerra civile
di Giovanni Bianconi
PARIGI - «Eh già, venticinque anni... Le mie nozze d’argento con l’inizio della morte civile», dice tirando il fumo dell’ennesima sigaretta. Ma «morte civile» è un’espressione stonata in bocca a Oreste Scalzone, che in questo quarto di secolo ha continuato a parlare, scrivere e inveire. Meglio dire «le ultime ore di libertà vissute nel suo Paese», visto che allora cominciò un periodo di galera e di latitanza che dura ancora oggi, mentre è in prima fila nella battaglia contro l’estradizione del suo amico Cesare Battisti. Coincidenza curiosa: l’udienza della Corte d’appello di Parigi per decidere il destino dell’ergastolano italiano rifugiato in Francia è convocata proprio per domani, 7 aprile, data simbolo per la storia giudiziaria e politica d’Italia; quel giorno del 1979 scattò la maxi-retata contro i capi dell’Autonomia operaia accusati di associazione sovversiva, banda armata e - alcuni - di essere i veri capi delle Brigate rosse. Tra loro i principali leader del disciolto gruppo di Potere operaio: Toni Negri, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Emilio Vesce.
Scalzone venne arrestato a Roma, nella sede della rivista Metropoli : «Dovevo scrivere una lettera sull’amnistia e un reportage sui funerali bolognesi di Barbara Azzaroni, una compagna del '68 passata a Prima Linea, uccisa in uno scontro a fuoco». Non scrisse niente perché la sera era già a Regina Coeli: «Cominciò il giro delle carceri, da Roma a Padova, poi Rebibbia, gli "speciali" di Cuneo e Palmi, Termini Imerese, poi ancora Rebibbia e Regina Coeli».
Davanti al pubblico ministero di Padova che coordinava l’inchiesta, Pietro Calogero, Scalzone cominciò a difendersi ponendo lui le domande: «Né rifiuto del giudice né difesa tecnica di fronte a chi ti accusa per quello che sei e non per ciò che hai fatto: io posso aver fatto questo, questo e questo, lei che cosa sceglie? Dopodiché tocca a lei trovare le prove, non a me dimostrare che non è vero». Allora il rivoluzionario sfidava il suo «inquisitore»; oggi, 25 anni dopo, rilegge i fatti così: «Calogero e gli altri hanno sbagliato per eccesso, ma anche per difetto. Il complotto, la cupola del terrorismo che tira le fila di tutte le sigle con Toni Negri nella parte del Grande Vecchio era una fantasma dietrologico, e dunque un eccesso. Ma l’esistenza di un tumulto sociale che noi tentavamo di organizzare, la teorizzazione della lotta armata anche se diversa da quella praticata dalle Br, compresi reati come rapine e gambizzazioni, erano tutte cose vere. Forse più diffuse e capaci di diffondersi di quanto immaginavano i magistrati». Nell’inchiesta «7 aprile», insomma, c’era del vero almeno sul piano storico, poiché esisteva «un vasto terreno di illegalità e militarizzazione che ha spinto una forte minoranza a una sorta di guerra civile a bassa intensità, ed era logico che lo Stato la contrastasse».
Il problema è - secondo il rivoluzionario di allora - che le prove portate dai magistrati (non solo a Padova, ma anche a Roma e Milano) non corrispondevano ai fatti come s’erano svolti o si potevano provare: «"Nego l’addebito ma non me ne sento diffamato" dissi allora e confermo oggi. Sono responsabile di altre azioni della stessa natura». Sarebbe a dire? «Partecipai alla prima rapina in banca nel ’72, forzandomi a non pensare che cosa ne avrebbero detto gli altri dirigenti del gruppo; lo feci perché i soldi per la rivoluzione non potevano arrivare dai salari degli operai ma andavano presi dov’erano, e per contrastare l’attrazione fatale esercitata su tanti compagni dalla clandestinità. Entrai io con un compagno, armato di pistola. Negli anni successivi partecipai altre due o tre volte. E se pure ho avuto la fortuna di non dover sparare a qualcuno, mi sento la corresponsabilità diretta soprattutto di alcuni ferimenti firmati con sigle diverse, tra il ’74 e il ’76. Per esempio un’azione sul piazzale della Marelli contro il responsabile delle guardie; il giorno dopo ci fu lo sciopero ma noi eravamo lì a dire "né una lacrima né un minuto di salario per il capo degli sbirri padronali"».
Altri tempi, in cui c’erano pure i delitti firmati dalle Br. Ma Scalzone - risulta dalle stesse inchieste giudiziarie - stava su un’altra linea: «Eravamo contro l’attacco al cuore dello Stato perché sostenevamo che lo Stato non ha cuore. Era una questione teorica, non morale: se il tiranno non è una persona ma un sistema, l’omicidio politico è oltretutto inutile. Quindi non aver ucciso non è solo fortuna, ma questo non mi attribuisce alcuna legittimità etica superiore rispetto a chi abbia ucciso. Anzi, sono consapevole che con parole e scritti posso aver evitato dei morti, ma anche averne provocati degli altri».
Mentre la giustizia italiana faceva il suo corso, il leader di Autonomia operaia scarcerato per motivi di salute («giunsi a pesare 39 chili, mi vennero un’ischemia e l’epatite») scappò all’estero: «Stava arrivando una nuova ondata di pentiti, mandai un messaggio ai compagni in prigione e organizzai l’espatrio. In Corsica mi portò Gian Maria Volonté con la sua barca. Dalla Francia, che allora estradava in un amen, giunsi in Danimarca attraverso il Belgio e l’Olanda. Solo dopo la vittoria di Mitterrand arrivai a Parigi, l’11 novembre 1981». Da allora Scalzone è un abitante della capitale francese: «A 57 anni è la città in cui ho vissuto di più nella mia vita». Qui ha subìto un arresto di 40 giorni prima che venisse negata l’estradizione e ha avuto notizia delle condanne italiane - quelle definitive arrivano a circa 12 anni di carcere - che cadranno in prescrizione alla fine di settembre. Allora potrebbe tornare in Italia da uomo libero, «ma l’esilio non mi pesa, anzi mi ha dato più di quanto mi ha tolto. E poi è proprio il rientro da libero che sono disposto a giocarmi offrendomi come ostaggio volontario».
Ora il discorso ritorna sui latitanti «rifugiati» che la Francia potrebbe estradare: «Vent’anni fa hanno moltiplicato condanne e condannati perché c’era un "crimine collettivo continuato" che metteva in pericolo la democrazia; oggi costruiscono l’identikit di un assassino trincerandosi dietro il comprensibile mancato perdono delle vittime e dei loro familiari». Sta parlando di Battisti e del nuovo «7 aprile» che vi aspetta?
«Sì. E anche dell’alibi che si sono fatti per non parlare più di amnistia. Ma il perdono serve solo per la grazia, non per la soluzione politica che spetta al Parlamento. Comunque il caso Battisti riguarda la Francia e la parola data da questo Stato, la cosiddetta dottrina Mitterrand che nemmeno la destra francese di Chirac aveva sconfessato fino all’estradizione di Paolo Persichetti. Mitterrand voleva evitare che qualche centinaio di persone gettate nella clandestinità riprendessero la lotta armata qui o da qui; rinnegarla oggi significa dire che sbagliò chi allora decise di posare le armi».
l'immagine interna
una intervista di CARLO PATRIGNANI al prof. Garroni
La chiave per comprendere come funzionano la mente umana ed il pensiero umano, è l'immagine interna, largamente indeterminata, punto di contatto con l'esterno, organizzatrice di tutti i dati che ricaviamo dalla nostra esperienza di vita: visivi, uditivi, tattili, gustativi, olfattivi ma soprattutto sensibili, quelli che acquisiamo con la sensibilità non solo fisica. È la suggestiva tesi che il 78enne filofoso kantiano, Emilio Garroni, già ordinario, dal 1964, di Estetica alla Facoltà di Lettere e Filosofia presso l'Università "La Sapienza" di Roma, oggi in pensione, espone nel libro "Immagine interna e figura" che a breve darà alle stampe ed al quale sta lavorando da un paio d'anni. Una novità importante, anche se non assoluta. Se infatti si differenzia da una cultura che ha escluso l'immagine ("tempo perso", rispose Freud ad Abraham che lo invitava a prenderla in considerazione) da ogni ricerca, è proprio sulle immagini e la loro formazione che si fonda l'Analisi Collettiva di Massimo Fagioli. Le immagini, dunque, per Garroni, sono tanta parte del nostro essere che si caratterizza non per la stazione eretta né per il linguaggio articolato, "ma per l'immagine interna, che è profondamente diversa dalla figura: quest'ultima - ci spiega Garroni - è chiara, nitida, ha i contorni definiti, mentre l'altra è largamente indeterminata e deriva dal biologico". Non è nè anima né spirito. "Anche gli animali hanno un'immagine interna - osserva poi Garroni - che segnala pericoli, fa riconoscere le cose, fa scovare la preda o fa ritrovare la tana, secondo movimenti preordinati, prefissati". E, sovente, li porta a fare errori, "anche se - avverte il filosofo - statisticamente non sono ostativi alla loro sopravvivenza". Gli uccelli rapaci si lanciano in picchiata a terra se vedono una macchia chiara muoversi: la riconoscono come preda ma in realtà è un fazzoletto. Oppure i fenicotteri che vanno sempre a bere in un posto e muoiono inghiottiti dal petrolio. "Noi invece non sbagliamo in virtù della nostra immagine interna che ci permette di distinguere immediatamente le cose sulla base di interpretazioni di solito corrette: solo se interpretiamo male la realtà sbagliamo e in quel caso - chiarisce Garroni - è perché ci portiamo dentro, dai primi anni di vita, immagini distorte che riaffiorano in determinate situazioni". L'immagine interna largamente indeterminata è un mix di immagini formatesi nei primi anni di vita e di quanto ci viene dal contatto col mondo esterno, dal rapporto con gli altri, dalla cultura. "Accanto a quest'immagine interna che c'è da supporre si formi alla nascita, ben prima della coscienza e del principio di realtà, c'è la figura definita, determinata, visibile: essa è - annota Garroni - la realizzazione esterna di come parliamo, scriviamo, ci muoviamo". Ed allora il pensiero, il linguaggio derivano sempre dall'immagine interna che non è spirito né anima. "Non si può non pensare che il pensiero - afferma Garroni - come il linguaggio derivino proprio dall'immagine interna: o meglio, il linguaggio presuppone l'immagine interna e viceversa, c'è una correlazione tra immagine interna e linguaggio". Immagini dunque come pensiero e linguaggio. "Dobbiamo studiare l'immagine interna per comprendere come funziona o non funziona la mente ed il pensiero - conclude Garroni. L'animale quando aggredisce lo fa per la sopravvivenza, per la difesa: non ha consapevolezza dell'altro e non fa quindi del male per il piacere di farlo come come capita invece, ma nei casi patologici, all'uomo, il quale ha consapevolezza di quanto fa".
La chiave per comprendere come funzionano la mente umana ed il pensiero umano, è l'immagine interna, largamente indeterminata, punto di contatto con l'esterno, organizzatrice di tutti i dati che ricaviamo dalla nostra esperienza di vita: visivi, uditivi, tattili, gustativi, olfattivi ma soprattutto sensibili, quelli che acquisiamo con la sensibilità non solo fisica. È la suggestiva tesi che il 78enne filofoso kantiano, Emilio Garroni, già ordinario, dal 1964, di Estetica alla Facoltà di Lettere e Filosofia presso l'Università "La Sapienza" di Roma, oggi in pensione, espone nel libro "Immagine interna e figura" che a breve darà alle stampe ed al quale sta lavorando da un paio d'anni. Una novità importante, anche se non assoluta. Se infatti si differenzia da una cultura che ha escluso l'immagine ("tempo perso", rispose Freud ad Abraham che lo invitava a prenderla in considerazione) da ogni ricerca, è proprio sulle immagini e la loro formazione che si fonda l'Analisi Collettiva di Massimo Fagioli. Le immagini, dunque, per Garroni, sono tanta parte del nostro essere che si caratterizza non per la stazione eretta né per il linguaggio articolato, "ma per l'immagine interna, che è profondamente diversa dalla figura: quest'ultima - ci spiega Garroni - è chiara, nitida, ha i contorni definiti, mentre l'altra è largamente indeterminata e deriva dal biologico". Non è nè anima né spirito. "Anche gli animali hanno un'immagine interna - osserva poi Garroni - che segnala pericoli, fa riconoscere le cose, fa scovare la preda o fa ritrovare la tana, secondo movimenti preordinati, prefissati". E, sovente, li porta a fare errori, "anche se - avverte il filosofo - statisticamente non sono ostativi alla loro sopravvivenza". Gli uccelli rapaci si lanciano in picchiata a terra se vedono una macchia chiara muoversi: la riconoscono come preda ma in realtà è un fazzoletto. Oppure i fenicotteri che vanno sempre a bere in un posto e muoiono inghiottiti dal petrolio. "Noi invece non sbagliamo in virtù della nostra immagine interna che ci permette di distinguere immediatamente le cose sulla base di interpretazioni di solito corrette: solo se interpretiamo male la realtà sbagliamo e in quel caso - chiarisce Garroni - è perché ci portiamo dentro, dai primi anni di vita, immagini distorte che riaffiorano in determinate situazioni". L'immagine interna largamente indeterminata è un mix di immagini formatesi nei primi anni di vita e di quanto ci viene dal contatto col mondo esterno, dal rapporto con gli altri, dalla cultura. "Accanto a quest'immagine interna che c'è da supporre si formi alla nascita, ben prima della coscienza e del principio di realtà, c'è la figura definita, determinata, visibile: essa è - annota Garroni - la realizzazione esterna di come parliamo, scriviamo, ci muoviamo". Ed allora il pensiero, il linguaggio derivano sempre dall'immagine interna che non è spirito né anima. "Non si può non pensare che il pensiero - afferma Garroni - come il linguaggio derivino proprio dall'immagine interna: o meglio, il linguaggio presuppone l'immagine interna e viceversa, c'è una correlazione tra immagine interna e linguaggio". Immagini dunque come pensiero e linguaggio. "Dobbiamo studiare l'immagine interna per comprendere come funziona o non funziona la mente ed il pensiero - conclude Garroni. L'animale quando aggredisce lo fa per la sopravvivenza, per la difesa: non ha consapevolezza dell'altro e non fa quindi del male per il piacere di farlo come come capita invece, ma nei casi patologici, all'uomo, il quale ha consapevolezza di quanto fa".
lunedì 5 aprile 2004
Shanghai
Le Monde Diplomatique
LA CINA STA CAMBIANDO
Shanghai senza tetto né legge
È nella concessione francese di Shanghai che ebbe luogo, nel luglio 1921, il primo congresso del Partito comunista cinese. Ora questa megalopoli al centro dei mutamenti socio-economici dell'immenso paese, è diventata la prima «città globale cinese». Oggi ospita 56 sedi di multinazionali, 91 società d'investimento e 106 centri di ricerca industriali stranieri, che investono senza posa nel miglioramento delle infrastrutture e ottengono profitti straordinari. Tuttavia, questa formidabile mutazione che intreccia comunismo e capitalismo porta gravi conseguenze. Nella sua corsa al verticismo, Shanghai ha sacrificato interi quartieri: sarebbero 2,5 milioni gli abitanti espulsi dall'inizio degli anni '90. La libertà economica concessa alle classi medie in una società civile asservita al potere politico, produce inoltre un individualismo crescente nella grande società urbana. Se i valori collettivi non hanno più prezzo, non c'è dubbio che avranno un costo.
Philippe Pataud Célérier
Operai che lavorano. Una giovane donna che fluttua su un'onda rosa e blu e una forza vorticosa aspira il suo corpo nell'orbita voluttuosa di sifoni e sciacquoni; sanitari in ceramica sorgono con freschezza dalle scogliere: «American Standard», annuncia il nuovo cartellone pubblicitario sul ciglio della circonvallazione periferica. Qualche metro più giù ci sono curiosi che si affollano davanti a un nastro di sicurezza. Con questo tipo di nastro si delimita l'irruzione dell'insolito in un luogo, la vittima di un incidente sdraiata a terra, un palazzo che rischia di crollare. Niente di simile qui. Niente tranne un ristorante solidamente piantato fra le macerie. La sala principale è devastata.
Delle ombre piangono. Come fa l'edificio a stare ancora in piedi in questo quartiere completamente distrutto? Probabilmente per caso.
Quindi le autorità non sbagliano a tenere lontani i curiosi con questi nastri rossi e bianchi che di solito segnalano qualcosa che giace a terra, e non qualcosa che è ancora in piedi.
Una donna anziana racconta: «Questa mattina sono venuti degli uomini molto presto. Hanno rotto tutto: le sedie, i tavoli, i piatti, la vetrina. Il cuoco è stato aggredito. Il proprietario non se ne vuole più andare perché dopo aver accettato di vendere il proprio ristorante, l'amministrazione comunale ha ridotto a metà l'indennità che gli aveva promesso!» Che cosa può fare? A chi tenta di rimanere nella casa in cui abita da quattro generazioni vengono tagliate acqua e luce! Se si ha un impiego pubblico si rischia di perdere il lavoro, di farsi perseguitare da tipi loschi che durante il giorno portano in testa il berretto militare. «I promotori immobiliari pagano gli straordinari ai poliziotti! A mia figlia hanno dato un nuovo alloggio a venti chilometri da qui. Da quel momento non ha più lavoro. Consegnava i giornali! Che ne sarà di lei?».
La scena si svolge lungo il fiume Suzhou, non lontano dalla stazione di Zhabei, quartiere proletario a nord di Shanghai, dove apparvero i primi sindacati operai tra il 1924 e il 1927 sullo sfondo delle industrie tessili (1). Malraux ne La Condition humaine scriveva: «A Chapei hanno proclamato lo sciopero generale!» I comunisti ingoiavano cianuro per sfuggire ai nazionalisti tra il fischio delle locomotive.
Oggi il rumore delle ruspe copre la voce degli espropriati.
Sui quindici milioni di abitanti permanenti di questa città-provincia, e più precisamente sui circa dieci milioni che occupano i dieci distretti urbani del centro della città, già 2,5 milioni sarebbero stati espropriati a partire dagli anni '90 (2).
Qui sulla riva nord, il lungo fiume più ricercato per via della sua esposizione in pieno sole, le autorità hanno steso uno striscione: «Proteggiamo il nostro popolo! Sono ottant'anni che il Partito conduce con successo la stessa politica!» Un secondo dice: «Miglioriamo le nostre vite! Miglioriamo i nostri quartieri!» Le emittenti televisive sono state chiamate a mostrare l'insalubrità anarchica di questo quartiere popolare particolarmente affollato. Una giovane donna ha testimoniato davanti alle telecamere: «Le nostre case sono marce! Preferisco abitare in un grattacielo e vedere ogni giorno il sole! C'è anche l'acqua corrente! Basta con la schiavitù dei vasi da notte!».
Senza distruzione niente costruzioni! Poi tutti, dall'agente immobiliare a quello amministrativo, hanno denunciato la vecchiezza degli edifici. Gli abitanti, quasi provando vergogna, sono stati invitati a firmare la cessione della loro casa in cambio di una indennità forfettaria o di un rialloggio amministrativo in qualità di affittuari o proprietari - lo spazio abitabile viene calcolato a seconda del tipo di alloggio distrutto - in questi immensi grattacieli che invadono la periferia come foruncoli.
Fino agli anni '80, l'alloggio, distribuito ai salariati gratuitamente o in cambio di un affitto simbolico, era parte integrante della politica sociale dello stato. Questo sistema - abolito nel 1998 - permetteva alle imprese statali di compensare i bassi salari versati. Questa agevolazione in natura aveva però una contropartita: il guadagno proveniente dagli affitti non poteva assorbire le spese di mantenimento degli immobili. Con il rarefarsi delle loro fonti di reddito, molte imprese statali frenavano la propria politica di rimodernamento e nel 1979 la superficie abitabile si riduceva a 4 metri quadrati per persona. L'ora delle ristrutturazioni suonava la fine degli investimenti non redditizi.
Ma come trasformare una prestazione sociale in bene commerciale in modo di attirare investitori privati? «Su spinta di Deng Xiaoping, la riforma economica negli anni '80 ha trasformato il valore fondiario in rendita differenziale, spiega Zhang Liang, architetto e urbanista (3). Il prezzo al metro quadro ormai dipende da criteri multipli: geografici (centro, periferia, vicinanza alla metropolitana...) economici (a seconda della destinazione: uffici, alloggi o spazi verdi), sociali (quartieri con una reputazione più o meno buona)...» «Bu po bu li! - Senza distruzione niente costruzione!» La speculazione immobiliare riprende a proprio vantaggio la formula di Mao del periodo della rivoluzione culturale. «La politica della tabula rasa permette di erigere grattacieli, di aumentare la superficie degli alloggi infittendo il costruito», continua Zhang. Le costruzioni, molto più redditizie delle indennità di esproprio, vengono stabilite dalle autorità locali e pagate dai promotori immobiliari che si preoccupano ben poco del rispetto delle leggi. Gli azionisti di molte società immobiliari non sono forse quadri locali?
«300.000 yuan a famiglia (4)? Un indennizzo che permetta l'acquisto di un appartamento di 90 metri quadri al di là della terza circonvallazione periferica?» Liu sorride amaramente al programma ufficiale: ha ricevuto solo 120.000 yuan - 40.000 yuan a persona - sulla base massima di tre membri a famiglia - come risarcimento della casetta ormai distrutta che possedeva in riva al Suzhou. Una somma non negoziabile che egli ha però preferito all'alloggio altrimenti riservatogli: «Una zona periferica mal collegata e senza scuola per la mia unica figlia. L'indennità mi permette di pagare un affitto presso degli amici che abitano ancora nel quartiere e di salvaguardare il mio impiego di guardia giurata alla posta centrale di Suzhou. È impossibile comprare qui visto che il prezzo al metro quadro è vicino ai 5.000 yuan».
Liu sa che a volte i compensi sono meno equi. Così è successo a un abitante che è stato indennizzato meno (100.000 yuan) perché la sua proprietà - di una superficie doppia di quella di Liu - era destinata alla creazione di uno spazio verde. Come fosse vegetazione... un giardinetto che porta a un nuovo centro d'affari. Una riqualificazione che non ha dato luogo a nessun compenso supplementare a dispetto del metro quadro rivenduto a tre volte di più dal promotore e non più su uno ma su trenta piani.
«L'amministrazione comunale sa rompere abilmente la solidarietà che potrebbe creare dei legami tra gli espropriati, spiega Liu. Chi accetta immediatamente il compenso in natura può scegliere tra vari alloggi meno lontani dal centro». Per gli altri la procedura è nota a tutti: avvertimenti, persecuzioni, minacce, espulsioni. E come sanzione della propria resistenza, un'ingiustizia ancora più grande. «Vede quei tetti in rovina laggiù? Il promotore è fallito e l'amministrazione comunale non ha i soldi per indennizzare o trovare alloggi decenti per gli abitanti di cui ha fatto distruggere le case. Sono già due anni che vivono in mezzo alle macerie, dietro il muro che l'amministrazione comunale ha tirato su per non spaventare i clienti dei vicini alberghi o i futuri proprietari delle abitazioni di domani».
Perché lungo il Suzhou, i complessi residenziali crescono veloci come il bambù. I nomi suonano anglosassoni: «Brillant city», «Rhine City». Nel punto preciso in cui il fiume descrive una larga curva - una topografia favorevole agli affari perché la sua rotondità è propizia tanto quanto la pancia di Buddha - si stagliano due enormi grattacieli.
«Solo uno yuan! Guardate che ricchezza!». Un uomo, operaio disoccupato, si rivolge ai passanti proponendo loro un binocolo. «Guardate!» I due grattacieli sono stati costruiti da una società immobiliare di Hong Kong. Su cento metri di altezza, trentadue piani propongono duecento otto appartamenti ammobiliati da 120 a 165 metri quadrati, con cucina equipaggiata, vari bagni di un bianco immacolato e saloni doppi. L'edificio possiede degli spazi collettivi esclusivi: giardini, piscina, palestra. Il prezzo al metro quadro è tra i 7000 e i 17.000 yuan. Un avvocato in cerca di guai Gli appartamenti sono stati acquistati in meno di un anno. Gli acquirenti sono essenzialmente hongkonghesi, stranieri - che dall'agosto del 2001 possono acquistare a proprio nome - o nuovi ricchi di provincia, soprattutto di Wenzhou (nello Zhejiang). Altri preferiscono affittare: in media dai 10.000 ai 13.000 yuan al mese. Prezzi esorbitanti paragonati ai 1.000 o 2.000 yuan per un appartamento classico o ai 50 - 100 yuan di affitto mensile pubblicizzati per le migliaia di casette che stanno per essere distrutte intorno al Riverside. Perché all'ombra dei due grattacieli è previsto uno spazio verde.
Il fiume Suzhou si disindustrializza. Le sue acque vengono depurate per la felicità degli investitori e dei futuri residenti. «Sì, il quartiere migliora, ammette Liu, ma noi non ne potremo godere. Ci mettono alla porta per via dei nostri salari bassi. E noi non possiamo far valere i nostri diritti».
Un'ingiustizia sofferta tanto più duramente dato che la corruzione è allo stesso livello del dinamismo immobiliare. Di una vitalità senza pari quest'ultimo, «visto l'effetto di ripresa che si è combinato con la pressione della popolazione - ogni cinque anni si aggiunge l'equivalente di una Francia - per lottare contro il formidabile sottosviluppo degli alloggi e dell'infrastruttura immobiliare ereditata da Mao», commenta l'economista Jean-François Huchet (5). Il giornale pechinese China Business faceva notare recentemente che l'88% delle 479 vendite fondiarie realizzate a Shanghai tra il 2001 e il 2003 sono state effettuate al di fuori delle aste pubbliche richieste dalla legge (6).
«È vero che legalità ed equità vanno d'accordo raramente. La legge - spiega un giurista cinese parafrasando Voltaire - è diventata un puro artificio a esclusivo servizio dei potenti». Sono rari gli avvocati che difendano i diritti di chi è stato privato dell'alloggio. Col pretesto di far prevalere l'utilità pubblica contro gli interessi privati, i tribunali respingono sistematicamente le istanze delle parti in causa, mentre queste non reclamano che l'applicazione della legge. Come quella che impone al promotore di ricostruire in periferia, per le famiglie trasferite, il doppio dei metri quadri demoliti in centro, ciò che raramente è rispettato. Il caso «Zheng Enchong» è piuttosto emblematico di questa atmosfera perniciosa. Dopo aver difeso i diritti di almeno 500 famiglie espropriate - senza mai aver vinto un'unica causa! - Zheng Enchong, avvocato di Shanghai di 54 anni, si è visto ritirare la licenza. E peggio ancora è stato arrestato nel giugno 2003 per divulgazione di segreti di stato a un'organizzazione straniera, ovvero Human Rights in China (7). Nel novero dei segreti trasmessi illegalmente c'erano informazioni riguardanti uno sciopero proclamato in una fabbrica di prodotti alimentari di Shanghai.
I dirigenti avevano annunciato il licenziamento di gran parte degli operai con, a saldo di tutto, un'indennità forfettaria di 30.000 yuan. Proteste, manifestazioni, dispersioni, ritorsioni. L'unità speciale di investigazione dell'ufficio della Sicurezza pubblica di Shanghai viene mobilitata affinché proceda all'analisi grafologica di un biglietto appeso all'interno della fabbrica: «Non ho più niente da mangiare, voglio spargere del veleno». Per aver mandato queste informazioni via fax, l'avvocato è stato condannato a tre anni di prigione il 29 ottobre 2003. È vero che la nozione di segreto di stato è sempre stata estremamente elastica in Cina: un'elasticità particolarmente marcata quando consente di mettere fuori combattimento un avvocato popolare, combattivo e ingombrante.
Perché, questa volta, per difendere le famiglie espropriate illegalmente, Zheng Enchong non ha esitato a denunciare le pratiche fraudolente di un promotore immobiliare piazzato molto in alto: Zhou Zhengyi, undicesima fortuna cinese secondo la rivista Forbes (2002). Quest'ultimo è amico di Huang Ju, membro del comitato permanente dell'Ufficio politico, organo supremo del partito. Una nomina che Huang deve a Jiang Zemin, ex segretario generale del Partito comunista cinese (ed ex sindaco di Shanghai), che si era curato di assicurarsi il controllo del Comitato - nominando cinque membri su nove - prima di cedere il posto al suo rivale, l'attuale segretario del Pcc e presidente della Repubblica Hu Jintao.
Alcuni espropriati tentano il ricorso gerarchico «salendo a Pechino» per portare la loro petizione direttamente a Hu Jintao, dopo aver eluso la Sicurezza pubblica di Shanghai, mobilitata dalle autorità locali alla stazione di Zhabei e all'arrivo del treno a Pechino.
Alcuni tra i più disperati non hanno esitato a immolarsi nel fuoco nella piazza del Popolo. (8). È un'immagine disastrosa per il regime.
L'avvocato è scarcerato.
È intervenuto Hu Jutao?
Queste ingiustizie sono tuttavia vissute con ancora meno fatalismo dato che il ventaglio di persone depredate è composto sia dalle persone comuni che dagli acquirenti coscienti dei loro diritti e pronti a tutto per difendere il loro nuovo status di proprietari così come il valore economico della loro acquisizione; e che non esitano a organizzarsi in associazioni per difendere i loro interessi collettivi generati non più dall'appartenenza a «una stessa classe ma uno stesso posto (9)».
Colpo di scena: il 19 novembre 2003, la Corte d'appello ha annullato la sentenza che condannava Zheng. Che ci sia dietro l'influenza di Hu Jintao, che cerca di scalzare l'autorità di Jiang Zemin, l'influente rivale e attuale presidente della Commissione centrale militare?
Oppure la volontà comune delle più alte istanze di cominciare a moralizzare gli affari, garanzia della stabilità sociale e della crescita economica di cui il settore immobiliare è uno dei fermenti essenziali? Tutto questo, in ogni caso, non cancella l'emendamento proposto alla fine del 2003 dalla direzione del Partito al Congresso affinché il diritto al rispetto della proprietà privata sia ormai inscritto nella costituzione del paese. Una novità dopo cinquant'anni, così redatta secondo l'agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina: «La proprietà privata ottenuta legalmente non deve essere violata». A conferma dell'adagio cinese secondo cui le leggi vengono imposte quando la virtù dei governanti finisce... o si confonde con la loro nuova legittimità: mantenere la crescita.
Dopo venticinque anni di riforme economiche, il passaggio riuscito a un'economia di mercato, non può più ignorare alcuni dei suoi ingranaggi, come il rispetto della proprietà privata, e coloro che li fanno girare per il benessere del partito, i milioni di piccoli imprenditori privati, quei «contro-rivoluzionari» armati dal sedicesimo congresso del Pcc, nel novembre 2002, sotto lo sproloquio ampolloso di «forze produttive avanzate». Nel frattempo «la pianificazione urbana ha aggravato il dislivello sociale attraverso una contrapposizione sempre più marcata tra il centro e la periferia. C'è sempre meno mescolanza sociale in queste città che si uniformano a colpi di schemi direttivi riprodotti all'infinito».
Conclude Zhang Liang urbanista-architetto. Urbanizzazione intensiva, distruzione progressiva della struttura familiare, pauperizzazione non compensata dalla solidarietà familiare: come reagiranno un domani questi grandi insiemi senza identità?
note:
* Giornalista, autore di Xi, parce que ce n'en est que le commencement, che verrà pubblicato a settembre nelle edizioni Nil (Parigi).
(1) I sindacati operai furono distrutti da Chiang Kai-shek sostenuto dalla banda della Mano Verde e dall'alta borghesia di Shanghai. Vedi Marie-Claire Bergère, Histoire de Shanghai, Fayard, Parigi, 2002.
(2) Shanghai è contemporaneamente una città-provincia urbana e rurale di 6.340 km2 e anche il centro della città con i suoi dieci distretti urbani: Yangpu, Hongkou, Zhabei, Putuo, Changning, Jing'an, Huangpu, Xuhui, Luwan, Nanshi. A questi 15 milioni di residenti bisogna aggiungere quasi tre milioni di migranti sprovvisti di carta di residenza ma altrettanto coinvolti nelle espulsioni.
(3) Zhang Liang, La Naissance du concept de patrimoine en Chine, Editions Recherches Ipraus, Parigi, 2003. Bisogna distinguere il diritto di proprietà, di cui lo stato cinese è l'unico titolare dal 1949, dal diritto di uso del suolo che invece può essere ceduto.
La legge del 1987 ha trasferito alle amministrazioni comunali l'iniziativa e i guadagni delle cessioni in affitto - da 30 a 90 anni - dei diritti di utilizzo del suolo.
(4) 10,63 yuan Rmb valgono un euro.
(5) «Vingt cinq ans de réforme en Chine: Révolution économique, conservatisme politique», Esprit, Paris febbraio 2004.
(6) «China's urban renewal brings protests, police», David J. Lynch; USA Today, McLean (Virginia), 14 novembre 2003.
(7) «The legal time bomb of urban redevelopment», Liu Qing, China Rights Forum, n° 2, www.HRIChina.org, 2003. Vedi anche: La Chronique (mensile della sezione francese di Amnesty International, «Spécial Chine», gennaio 2004).
(8) Si contarono tre tentativi di questo tipo in cinque settimane (agosto e settembre 2003).
(9) Vedi Luigi Tomba, «Creating an Urban Middle-class: Social engineering in Beijing» in The China Journal, Canberra, n° 51, gennaio 2004.
(Traduzione di P. B.)
LA CINA STA CAMBIANDO
Shanghai senza tetto né legge
È nella concessione francese di Shanghai che ebbe luogo, nel luglio 1921, il primo congresso del Partito comunista cinese. Ora questa megalopoli al centro dei mutamenti socio-economici dell'immenso paese, è diventata la prima «città globale cinese». Oggi ospita 56 sedi di multinazionali, 91 società d'investimento e 106 centri di ricerca industriali stranieri, che investono senza posa nel miglioramento delle infrastrutture e ottengono profitti straordinari. Tuttavia, questa formidabile mutazione che intreccia comunismo e capitalismo porta gravi conseguenze. Nella sua corsa al verticismo, Shanghai ha sacrificato interi quartieri: sarebbero 2,5 milioni gli abitanti espulsi dall'inizio degli anni '90. La libertà economica concessa alle classi medie in una società civile asservita al potere politico, produce inoltre un individualismo crescente nella grande società urbana. Se i valori collettivi non hanno più prezzo, non c'è dubbio che avranno un costo.
Philippe Pataud Célérier
Operai che lavorano. Una giovane donna che fluttua su un'onda rosa e blu e una forza vorticosa aspira il suo corpo nell'orbita voluttuosa di sifoni e sciacquoni; sanitari in ceramica sorgono con freschezza dalle scogliere: «American Standard», annuncia il nuovo cartellone pubblicitario sul ciglio della circonvallazione periferica. Qualche metro più giù ci sono curiosi che si affollano davanti a un nastro di sicurezza. Con questo tipo di nastro si delimita l'irruzione dell'insolito in un luogo, la vittima di un incidente sdraiata a terra, un palazzo che rischia di crollare. Niente di simile qui. Niente tranne un ristorante solidamente piantato fra le macerie. La sala principale è devastata.
Delle ombre piangono. Come fa l'edificio a stare ancora in piedi in questo quartiere completamente distrutto? Probabilmente per caso.
Quindi le autorità non sbagliano a tenere lontani i curiosi con questi nastri rossi e bianchi che di solito segnalano qualcosa che giace a terra, e non qualcosa che è ancora in piedi.
Una donna anziana racconta: «Questa mattina sono venuti degli uomini molto presto. Hanno rotto tutto: le sedie, i tavoli, i piatti, la vetrina. Il cuoco è stato aggredito. Il proprietario non se ne vuole più andare perché dopo aver accettato di vendere il proprio ristorante, l'amministrazione comunale ha ridotto a metà l'indennità che gli aveva promesso!» Che cosa può fare? A chi tenta di rimanere nella casa in cui abita da quattro generazioni vengono tagliate acqua e luce! Se si ha un impiego pubblico si rischia di perdere il lavoro, di farsi perseguitare da tipi loschi che durante il giorno portano in testa il berretto militare. «I promotori immobiliari pagano gli straordinari ai poliziotti! A mia figlia hanno dato un nuovo alloggio a venti chilometri da qui. Da quel momento non ha più lavoro. Consegnava i giornali! Che ne sarà di lei?».
La scena si svolge lungo il fiume Suzhou, non lontano dalla stazione di Zhabei, quartiere proletario a nord di Shanghai, dove apparvero i primi sindacati operai tra il 1924 e il 1927 sullo sfondo delle industrie tessili (1). Malraux ne La Condition humaine scriveva: «A Chapei hanno proclamato lo sciopero generale!» I comunisti ingoiavano cianuro per sfuggire ai nazionalisti tra il fischio delle locomotive.
Oggi il rumore delle ruspe copre la voce degli espropriati.
Sui quindici milioni di abitanti permanenti di questa città-provincia, e più precisamente sui circa dieci milioni che occupano i dieci distretti urbani del centro della città, già 2,5 milioni sarebbero stati espropriati a partire dagli anni '90 (2).
Qui sulla riva nord, il lungo fiume più ricercato per via della sua esposizione in pieno sole, le autorità hanno steso uno striscione: «Proteggiamo il nostro popolo! Sono ottant'anni che il Partito conduce con successo la stessa politica!» Un secondo dice: «Miglioriamo le nostre vite! Miglioriamo i nostri quartieri!» Le emittenti televisive sono state chiamate a mostrare l'insalubrità anarchica di questo quartiere popolare particolarmente affollato. Una giovane donna ha testimoniato davanti alle telecamere: «Le nostre case sono marce! Preferisco abitare in un grattacielo e vedere ogni giorno il sole! C'è anche l'acqua corrente! Basta con la schiavitù dei vasi da notte!».
Senza distruzione niente costruzioni! Poi tutti, dall'agente immobiliare a quello amministrativo, hanno denunciato la vecchiezza degli edifici. Gli abitanti, quasi provando vergogna, sono stati invitati a firmare la cessione della loro casa in cambio di una indennità forfettaria o di un rialloggio amministrativo in qualità di affittuari o proprietari - lo spazio abitabile viene calcolato a seconda del tipo di alloggio distrutto - in questi immensi grattacieli che invadono la periferia come foruncoli.
Fino agli anni '80, l'alloggio, distribuito ai salariati gratuitamente o in cambio di un affitto simbolico, era parte integrante della politica sociale dello stato. Questo sistema - abolito nel 1998 - permetteva alle imprese statali di compensare i bassi salari versati. Questa agevolazione in natura aveva però una contropartita: il guadagno proveniente dagli affitti non poteva assorbire le spese di mantenimento degli immobili. Con il rarefarsi delle loro fonti di reddito, molte imprese statali frenavano la propria politica di rimodernamento e nel 1979 la superficie abitabile si riduceva a 4 metri quadrati per persona. L'ora delle ristrutturazioni suonava la fine degli investimenti non redditizi.
Ma come trasformare una prestazione sociale in bene commerciale in modo di attirare investitori privati? «Su spinta di Deng Xiaoping, la riforma economica negli anni '80 ha trasformato il valore fondiario in rendita differenziale, spiega Zhang Liang, architetto e urbanista (3). Il prezzo al metro quadro ormai dipende da criteri multipli: geografici (centro, periferia, vicinanza alla metropolitana...) economici (a seconda della destinazione: uffici, alloggi o spazi verdi), sociali (quartieri con una reputazione più o meno buona)...» «Bu po bu li! - Senza distruzione niente costruzione!» La speculazione immobiliare riprende a proprio vantaggio la formula di Mao del periodo della rivoluzione culturale. «La politica della tabula rasa permette di erigere grattacieli, di aumentare la superficie degli alloggi infittendo il costruito», continua Zhang. Le costruzioni, molto più redditizie delle indennità di esproprio, vengono stabilite dalle autorità locali e pagate dai promotori immobiliari che si preoccupano ben poco del rispetto delle leggi. Gli azionisti di molte società immobiliari non sono forse quadri locali?
«300.000 yuan a famiglia (4)? Un indennizzo che permetta l'acquisto di un appartamento di 90 metri quadri al di là della terza circonvallazione periferica?» Liu sorride amaramente al programma ufficiale: ha ricevuto solo 120.000 yuan - 40.000 yuan a persona - sulla base massima di tre membri a famiglia - come risarcimento della casetta ormai distrutta che possedeva in riva al Suzhou. Una somma non negoziabile che egli ha però preferito all'alloggio altrimenti riservatogli: «Una zona periferica mal collegata e senza scuola per la mia unica figlia. L'indennità mi permette di pagare un affitto presso degli amici che abitano ancora nel quartiere e di salvaguardare il mio impiego di guardia giurata alla posta centrale di Suzhou. È impossibile comprare qui visto che il prezzo al metro quadro è vicino ai 5.000 yuan».
Liu sa che a volte i compensi sono meno equi. Così è successo a un abitante che è stato indennizzato meno (100.000 yuan) perché la sua proprietà - di una superficie doppia di quella di Liu - era destinata alla creazione di uno spazio verde. Come fosse vegetazione... un giardinetto che porta a un nuovo centro d'affari. Una riqualificazione che non ha dato luogo a nessun compenso supplementare a dispetto del metro quadro rivenduto a tre volte di più dal promotore e non più su uno ma su trenta piani.
«L'amministrazione comunale sa rompere abilmente la solidarietà che potrebbe creare dei legami tra gli espropriati, spiega Liu. Chi accetta immediatamente il compenso in natura può scegliere tra vari alloggi meno lontani dal centro». Per gli altri la procedura è nota a tutti: avvertimenti, persecuzioni, minacce, espulsioni. E come sanzione della propria resistenza, un'ingiustizia ancora più grande. «Vede quei tetti in rovina laggiù? Il promotore è fallito e l'amministrazione comunale non ha i soldi per indennizzare o trovare alloggi decenti per gli abitanti di cui ha fatto distruggere le case. Sono già due anni che vivono in mezzo alle macerie, dietro il muro che l'amministrazione comunale ha tirato su per non spaventare i clienti dei vicini alberghi o i futuri proprietari delle abitazioni di domani».
Perché lungo il Suzhou, i complessi residenziali crescono veloci come il bambù. I nomi suonano anglosassoni: «Brillant city», «Rhine City». Nel punto preciso in cui il fiume descrive una larga curva - una topografia favorevole agli affari perché la sua rotondità è propizia tanto quanto la pancia di Buddha - si stagliano due enormi grattacieli.
«Solo uno yuan! Guardate che ricchezza!». Un uomo, operaio disoccupato, si rivolge ai passanti proponendo loro un binocolo. «Guardate!» I due grattacieli sono stati costruiti da una società immobiliare di Hong Kong. Su cento metri di altezza, trentadue piani propongono duecento otto appartamenti ammobiliati da 120 a 165 metri quadrati, con cucina equipaggiata, vari bagni di un bianco immacolato e saloni doppi. L'edificio possiede degli spazi collettivi esclusivi: giardini, piscina, palestra. Il prezzo al metro quadro è tra i 7000 e i 17.000 yuan. Un avvocato in cerca di guai Gli appartamenti sono stati acquistati in meno di un anno. Gli acquirenti sono essenzialmente hongkonghesi, stranieri - che dall'agosto del 2001 possono acquistare a proprio nome - o nuovi ricchi di provincia, soprattutto di Wenzhou (nello Zhejiang). Altri preferiscono affittare: in media dai 10.000 ai 13.000 yuan al mese. Prezzi esorbitanti paragonati ai 1.000 o 2.000 yuan per un appartamento classico o ai 50 - 100 yuan di affitto mensile pubblicizzati per le migliaia di casette che stanno per essere distrutte intorno al Riverside. Perché all'ombra dei due grattacieli è previsto uno spazio verde.
Il fiume Suzhou si disindustrializza. Le sue acque vengono depurate per la felicità degli investitori e dei futuri residenti. «Sì, il quartiere migliora, ammette Liu, ma noi non ne potremo godere. Ci mettono alla porta per via dei nostri salari bassi. E noi non possiamo far valere i nostri diritti».
Un'ingiustizia sofferta tanto più duramente dato che la corruzione è allo stesso livello del dinamismo immobiliare. Di una vitalità senza pari quest'ultimo, «visto l'effetto di ripresa che si è combinato con la pressione della popolazione - ogni cinque anni si aggiunge l'equivalente di una Francia - per lottare contro il formidabile sottosviluppo degli alloggi e dell'infrastruttura immobiliare ereditata da Mao», commenta l'economista Jean-François Huchet (5). Il giornale pechinese China Business faceva notare recentemente che l'88% delle 479 vendite fondiarie realizzate a Shanghai tra il 2001 e il 2003 sono state effettuate al di fuori delle aste pubbliche richieste dalla legge (6).
«È vero che legalità ed equità vanno d'accordo raramente. La legge - spiega un giurista cinese parafrasando Voltaire - è diventata un puro artificio a esclusivo servizio dei potenti». Sono rari gli avvocati che difendano i diritti di chi è stato privato dell'alloggio. Col pretesto di far prevalere l'utilità pubblica contro gli interessi privati, i tribunali respingono sistematicamente le istanze delle parti in causa, mentre queste non reclamano che l'applicazione della legge. Come quella che impone al promotore di ricostruire in periferia, per le famiglie trasferite, il doppio dei metri quadri demoliti in centro, ciò che raramente è rispettato. Il caso «Zheng Enchong» è piuttosto emblematico di questa atmosfera perniciosa. Dopo aver difeso i diritti di almeno 500 famiglie espropriate - senza mai aver vinto un'unica causa! - Zheng Enchong, avvocato di Shanghai di 54 anni, si è visto ritirare la licenza. E peggio ancora è stato arrestato nel giugno 2003 per divulgazione di segreti di stato a un'organizzazione straniera, ovvero Human Rights in China (7). Nel novero dei segreti trasmessi illegalmente c'erano informazioni riguardanti uno sciopero proclamato in una fabbrica di prodotti alimentari di Shanghai.
I dirigenti avevano annunciato il licenziamento di gran parte degli operai con, a saldo di tutto, un'indennità forfettaria di 30.000 yuan. Proteste, manifestazioni, dispersioni, ritorsioni. L'unità speciale di investigazione dell'ufficio della Sicurezza pubblica di Shanghai viene mobilitata affinché proceda all'analisi grafologica di un biglietto appeso all'interno della fabbrica: «Non ho più niente da mangiare, voglio spargere del veleno». Per aver mandato queste informazioni via fax, l'avvocato è stato condannato a tre anni di prigione il 29 ottobre 2003. È vero che la nozione di segreto di stato è sempre stata estremamente elastica in Cina: un'elasticità particolarmente marcata quando consente di mettere fuori combattimento un avvocato popolare, combattivo e ingombrante.
Perché, questa volta, per difendere le famiglie espropriate illegalmente, Zheng Enchong non ha esitato a denunciare le pratiche fraudolente di un promotore immobiliare piazzato molto in alto: Zhou Zhengyi, undicesima fortuna cinese secondo la rivista Forbes (2002). Quest'ultimo è amico di Huang Ju, membro del comitato permanente dell'Ufficio politico, organo supremo del partito. Una nomina che Huang deve a Jiang Zemin, ex segretario generale del Partito comunista cinese (ed ex sindaco di Shanghai), che si era curato di assicurarsi il controllo del Comitato - nominando cinque membri su nove - prima di cedere il posto al suo rivale, l'attuale segretario del Pcc e presidente della Repubblica Hu Jintao.
Alcuni espropriati tentano il ricorso gerarchico «salendo a Pechino» per portare la loro petizione direttamente a Hu Jintao, dopo aver eluso la Sicurezza pubblica di Shanghai, mobilitata dalle autorità locali alla stazione di Zhabei e all'arrivo del treno a Pechino.
Alcuni tra i più disperati non hanno esitato a immolarsi nel fuoco nella piazza del Popolo. (8). È un'immagine disastrosa per il regime.
L'avvocato è scarcerato.
È intervenuto Hu Jutao?
Queste ingiustizie sono tuttavia vissute con ancora meno fatalismo dato che il ventaglio di persone depredate è composto sia dalle persone comuni che dagli acquirenti coscienti dei loro diritti e pronti a tutto per difendere il loro nuovo status di proprietari così come il valore economico della loro acquisizione; e che non esitano a organizzarsi in associazioni per difendere i loro interessi collettivi generati non più dall'appartenenza a «una stessa classe ma uno stesso posto (9)».
Colpo di scena: il 19 novembre 2003, la Corte d'appello ha annullato la sentenza che condannava Zheng. Che ci sia dietro l'influenza di Hu Jintao, che cerca di scalzare l'autorità di Jiang Zemin, l'influente rivale e attuale presidente della Commissione centrale militare?
Oppure la volontà comune delle più alte istanze di cominciare a moralizzare gli affari, garanzia della stabilità sociale e della crescita economica di cui il settore immobiliare è uno dei fermenti essenziali? Tutto questo, in ogni caso, non cancella l'emendamento proposto alla fine del 2003 dalla direzione del Partito al Congresso affinché il diritto al rispetto della proprietà privata sia ormai inscritto nella costituzione del paese. Una novità dopo cinquant'anni, così redatta secondo l'agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina: «La proprietà privata ottenuta legalmente non deve essere violata». A conferma dell'adagio cinese secondo cui le leggi vengono imposte quando la virtù dei governanti finisce... o si confonde con la loro nuova legittimità: mantenere la crescita.
Dopo venticinque anni di riforme economiche, il passaggio riuscito a un'economia di mercato, non può più ignorare alcuni dei suoi ingranaggi, come il rispetto della proprietà privata, e coloro che li fanno girare per il benessere del partito, i milioni di piccoli imprenditori privati, quei «contro-rivoluzionari» armati dal sedicesimo congresso del Pcc, nel novembre 2002, sotto lo sproloquio ampolloso di «forze produttive avanzate». Nel frattempo «la pianificazione urbana ha aggravato il dislivello sociale attraverso una contrapposizione sempre più marcata tra il centro e la periferia. C'è sempre meno mescolanza sociale in queste città che si uniformano a colpi di schemi direttivi riprodotti all'infinito».
Conclude Zhang Liang urbanista-architetto. Urbanizzazione intensiva, distruzione progressiva della struttura familiare, pauperizzazione non compensata dalla solidarietà familiare: come reagiranno un domani questi grandi insiemi senza identità?
note:
* Giornalista, autore di Xi, parce que ce n'en est que le commencement, che verrà pubblicato a settembre nelle edizioni Nil (Parigi).
(1) I sindacati operai furono distrutti da Chiang Kai-shek sostenuto dalla banda della Mano Verde e dall'alta borghesia di Shanghai. Vedi Marie-Claire Bergère, Histoire de Shanghai, Fayard, Parigi, 2002.
(2) Shanghai è contemporaneamente una città-provincia urbana e rurale di 6.340 km2 e anche il centro della città con i suoi dieci distretti urbani: Yangpu, Hongkou, Zhabei, Putuo, Changning, Jing'an, Huangpu, Xuhui, Luwan, Nanshi. A questi 15 milioni di residenti bisogna aggiungere quasi tre milioni di migranti sprovvisti di carta di residenza ma altrettanto coinvolti nelle espulsioni.
(3) Zhang Liang, La Naissance du concept de patrimoine en Chine, Editions Recherches Ipraus, Parigi, 2003. Bisogna distinguere il diritto di proprietà, di cui lo stato cinese è l'unico titolare dal 1949, dal diritto di uso del suolo che invece può essere ceduto.
La legge del 1987 ha trasferito alle amministrazioni comunali l'iniziativa e i guadagni delle cessioni in affitto - da 30 a 90 anni - dei diritti di utilizzo del suolo.
(4) 10,63 yuan Rmb valgono un euro.
(5) «Vingt cinq ans de réforme en Chine: Révolution économique, conservatisme politique», Esprit, Paris febbraio 2004.
(6) «China's urban renewal brings protests, police», David J. Lynch; USA Today, McLean (Virginia), 14 novembre 2003.
(7) «The legal time bomb of urban redevelopment», Liu Qing, China Rights Forum, n° 2, www.HRIChina.org, 2003. Vedi anche: La Chronique (mensile della sezione francese di Amnesty International, «Spécial Chine», gennaio 2004).
(8) Si contarono tre tentativi di questo tipo in cinque settimane (agosto e settembre 2003).
(9) Vedi Luigi Tomba, «Creating an Urban Middle-class: Social engineering in Beijing» in The China Journal, Canberra, n° 51, gennaio 2004.
(Traduzione di P. B.)
la storia antica nelle scuole
Corriere della Sera 5.4.04
Follia e saggezza, i «tesori» dell’agorà di Atene
Il periodo storico delle civiltà greca e romana è uno tra i più affascinanti che io abbia studiato. Provo a dare qualche accenno del perché, sperando che le mie divagazioni non siano troppo azzardate. Innanzitutto per le divinità, dotate di una umana follia o di una altrettanto umana saggezza. Per i miti che alla religione politeista fanno da corollario, da Narciso a Edipo: attraverso la rappresentazione fantastica ci aiutano tuttora a capire qualcosa di noi stessi. Per la modernità di alcuni aspetti sia culturali che politici, così come per le intuizioni e la sistematicità nello studio delle scienze. La geometria è ancora in larga misura euclidea, il diritto romano continua a far sudare gli universitari. Eratostene con un paio di meridiane misurò la circonferenza terrestre, ottenendo un risultato così preciso che il margine di errore risulta intorno all’1 per cento. Le filosofie più analizzate? La platonica e l'aristotelica. E come scordare la letteratura: chi in preda a crisi romantiche non ha citato seppur inconsapevolmente il «dammi mille baci» di Catullo? Purtroppo arrivarono i Macedoni per i greci, e per i romani il fatidico 476, e iniziò il Medioevo. Nonostante la maggiore vicinanza temporale, con i medievali invece non mi ci sono riconosciuta. La consapevolezza dell’importanza per la nostra identità dei contributi classici non nasce da un giorno all’altro, cresce con lo studio ripetuto dalle elementari alle superiori, ogni volta con un maggiore approfondimento. La mia sorellina entra ora alle medie e la storia greca l’ha fatta a 8 anni. Dopo aver letto le nuove indicazioni nazionali per i piani di studio, che non prevedono lo studio della storia antica alle medie, supplico in ginocchio: fatele studiare l’agorà di Atene prima di torturarla con la liberazione del Santo Sepolcro.
Follia e saggezza, i «tesori» dell’agorà di Atene
Il periodo storico delle civiltà greca e romana è uno tra i più affascinanti che io abbia studiato. Provo a dare qualche accenno del perché, sperando che le mie divagazioni non siano troppo azzardate. Innanzitutto per le divinità, dotate di una umana follia o di una altrettanto umana saggezza. Per i miti che alla religione politeista fanno da corollario, da Narciso a Edipo: attraverso la rappresentazione fantastica ci aiutano tuttora a capire qualcosa di noi stessi. Per la modernità di alcuni aspetti sia culturali che politici, così come per le intuizioni e la sistematicità nello studio delle scienze. La geometria è ancora in larga misura euclidea, il diritto romano continua a far sudare gli universitari. Eratostene con un paio di meridiane misurò la circonferenza terrestre, ottenendo un risultato così preciso che il margine di errore risulta intorno all’1 per cento. Le filosofie più analizzate? La platonica e l'aristotelica. E come scordare la letteratura: chi in preda a crisi romantiche non ha citato seppur inconsapevolmente il «dammi mille baci» di Catullo? Purtroppo arrivarono i Macedoni per i greci, e per i romani il fatidico 476, e iniziò il Medioevo. Nonostante la maggiore vicinanza temporale, con i medievali invece non mi ci sono riconosciuta. La consapevolezza dell’importanza per la nostra identità dei contributi classici non nasce da un giorno all’altro, cresce con lo studio ripetuto dalle elementari alle superiori, ogni volta con un maggiore approfondimento. La mia sorellina entra ora alle medie e la storia greca l’ha fatta a 8 anni. Dopo aver letto le nuove indicazioni nazionali per i piani di studio, che non prevedono lo studio della storia antica alle medie, supplico in ginocchio: fatele studiare l’agorà di Atene prima di torturarla con la liberazione del Santo Sepolcro.
domenica 4 aprile 2004
Cina: il disago mentale tra i giovani
Reuters
Cina, sono 30 milioni gli adolescenti con disturbi psicologici
PECHINO (Reuters) - Trenta milioni di adolescenti in Cina soffrono di disturbi mentali o psicologici a causa della modernizzazione forsennata della società, stima il ministero della Sanità.
"I problemi mentali e psicologici fra i giovani sono divenuti più importanti adesso che il paese si sta rapidamente trasformando in una società moderna", ha dichiarato il ministero.
"Circa 30 milioni di adolescenti cinesi con meno di 17 anni soffrono di problemi psicologici a un livello più o meno intenso".
La Lega della gioventù comunista, il ministero della Sanità, quello dell'Educazione e il Zhongguo Qingnian Bao, il quotidiano della gioventù, hanno lanciato congiuntamente venerdì scorso un programma educativo per porre rimedio a questo fenomeno.
Cina, sono 30 milioni gli adolescenti con disturbi psicologici
PECHINO (Reuters) - Trenta milioni di adolescenti in Cina soffrono di disturbi mentali o psicologici a causa della modernizzazione forsennata della società, stima il ministero della Sanità.
"I problemi mentali e psicologici fra i giovani sono divenuti più importanti adesso che il paese si sta rapidamente trasformando in una società moderna", ha dichiarato il ministero.
"Circa 30 milioni di adolescenti cinesi con meno di 17 anni soffrono di problemi psicologici a un livello più o meno intenso".
La Lega della gioventù comunista, il ministero della Sanità, quello dell'Educazione e il Zhongguo Qingnian Bao, il quotidiano della gioventù, hanno lanciato congiuntamente venerdì scorso un programma educativo per porre rimedio a questo fenomeno.
il prof. Umberto Galimberti in trasferta:
Amore e Psiche, l'Erotica di Platone, greci e cristiani (e Freud)
Libertà 4.4.04
CASTELLARQUATO
Pubblico folto alla conferenza su “Amore e Psiche”, col regista Munaro
«L'Erotica, il sacro che abita l'uomo»
Il filosofo Galimberti dagli antichi greci a Freud
di Eleonora Bagarotti
Amore e psiche: dall'esperienza sensoriale del teatro corporeo dello spettacolo del Lemming di Massimo Munaro all'approfondimento filosofico di Umberto Galimberti, che l'altra sera, in un gremitissimo Museo Archeologico di Castellarquato, cattura l'attenzione del pubblico per ben due ore e mezza, riscuotendo calorosi applausi. E per parlare di Amore e psiche, così come di qualsiasi altro ipotetico argomento, Galimberti parte dai greci, che oltre ad aver inventato di tutto hanno anche frequentazioni con l'irrazionale, con quella dimensione che Freud chiamerà, molto tempo dopo, “inconscio”. I greci hanno a che fare con il sacro, un sacro che nulla ha a che fare con Dio ma con la sessualità e l'aggressività, che si fondono e confluiscono (Freud parla di “fusione delle pulsioni” ma i greci già ne parlano fin dall'antichità). Queste due forze - Amore e Morte - sono potentissime e, infatti, è la “natura” a decidere per l'uomo: decide quando ci innamoriamo e quando moriamo; decide a prescindere dalla struttura dell'Io e della ragione umana. Lo spettacolo del Lemming, al quale Galimberti ha assistito prima della conferenza, si colloca in questa dimensione del sacro, a differenza di altri generi teatrali che oggi non hanno nulla a che vedere con il sacro, come ribadisce il regista Munaro che affianca il filosofo sul finire della conferenza. Un sacro che, per i greci come per Galimberti, non ha a che fare con Dio. Gli uomini, che sono lacerati e divisi, quando compiono atti sessuali si pongono nell'ottica di una maggior conoscenza: questo è fare l'amore. A partire da Platone, che viene erroneamente riletto come cristiano, e invece l'“amore platonico”, comunemente usato per intendere qualcosa di astratto, è molto erotico poiché per il greco (e dunque per Platone) prima di tutto c'è la natura, non Dio, e la natura è più forte di tutto. Mentre per i cristiani è Dio che dà i comandamenti e gli ordini, dai quali derivano il concetto del peccato e della trasgressione, per il greco la trasgressione è vista come l'“oltrepassare il limite”. L'Erotica di Platone, dunque, è seria... altro che “amore platonico”! Tanto che Platone iscrive l'amore nella follia (manía): ciò è molto importante poiché Platone costruisce la razionalità dell'Occidente. Nel Simposio, egli dice che i beni più grandi ci vengono dati dalla follia: la “divina follia” (theîa manía), dove «le cose trasgrediscono le loro definizioni e si offrono come irradiazioni di immagini rinvianti a quell'ulteriorità di senso che anche le più comuni esperienze non cessano di diffondere, quando sfuggono al controllo dell'anima razionale». Per questo la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, quando smaniano, fanno un gran bene alla Grecia, più di quanto possano fare col ragionamento. Quindi Platone sospetta che l'Erotica appartenga alla follia e alla sacralità. Anche il “popolo” lo sa: quando dice «mi fai perdere la testa» nel far l'amore, dice qualcosa di platonico. Socrate, noto perché dice di non sapere e che in realtà sa di non sapere, fa comprendere che il filosofo, a differenza del sapiente, è “colui che non sa e cerca”. Le cose d'amore, Socrate le impara da una donna, Diotima, nonostante la filosofia nasca in un circolo di omosessuali. Quindi la “donna” ha una qualità di conoscenza sacra e folle che gli uomini non hanno. E Galimberti insiste parecchio sul fatto che affiderebbe alla “donna”, e non all'“uomo”, la frequentazione con l'Erotica e con le cose sacre: dall'aggressività alla dimensione dionisiaca poiché amore e psiche sono in stretto contatto con il femminile. L'amore di cui parla Socrate non ha la forma di sentimento umano, bensì quella della possessione: con la passione, infatti, l'Io subisce e non agisce, cade in possesso di Amore. E ancora Socrate, nella casa di Agatone, narra la nascita di Eros da Penía e Póros. Di Eros, Platone dice che è filosofo e come i filosofi non possiedono conoscenza e cercano, così gli amanti non possiedono l'amato. Questa è una struttura tragica dell'uomo, però è anche la condizione per cui si vive: secondo Galimberti, infatti, si muore perché non si desidera più. L'amore conosce il dono ma non il contratto (che è sociale) e l'Erotica desidera solo l'assenza. Il conosciuto smette di essere erotico. L'Erotica ha una funzione di interprete e traduce agli Dei le parole degli umani e agli uomini le parole degli Dei. A condizione che noi pensiamo in modo greco e non cristiano, gli Dei non stanno alle regole della ragione, non hanno neppure un'identità (Zeus è ora vento, ora fulmine, ora toro...) mentre l'identità è il principio della ragione. Gli Dei appartengono al sacro e gli uomini hanno paura degli Dei, del sacro: per questo offrono loro dei sacrifici, per tenerli lontani, così come noi temiamo la follia che ci abita. Solo l'Erotica ci mette in contatto con gli Dei che abbiamo, numerosi, dentro di noi. E per “erotica” s'intende anche il linguaggio tra una madre e il figlio, che è basato su una comprensione erotica, non decodificabile né riconducibile ad altro. Infine, Galimberti sottolinea l'errata immagine dell'erotismo e del corpo che oggi ci bombarda, influenzandoci e rendendoci altro da noi, ribadendo l'importanza di scegliere individualmente un differente pensiero: dallo spegnere la televisione al rifiuto di una ricerca estetica massacrante e finta, secondo i cliché imposti dalla banalizzazione che oggi impera ma nulla ha che fare con la natura, quella dell'uomo. E, di conseguenza, con la sua parte erotica, dunque sacra.
CASTELLARQUATO
Pubblico folto alla conferenza su “Amore e Psiche”, col regista Munaro
«L'Erotica, il sacro che abita l'uomo»
Il filosofo Galimberti dagli antichi greci a Freud
di Eleonora Bagarotti
Amore e psiche: dall'esperienza sensoriale del teatro corporeo dello spettacolo del Lemming di Massimo Munaro all'approfondimento filosofico di Umberto Galimberti, che l'altra sera, in un gremitissimo Museo Archeologico di Castellarquato, cattura l'attenzione del pubblico per ben due ore e mezza, riscuotendo calorosi applausi. E per parlare di Amore e psiche, così come di qualsiasi altro ipotetico argomento, Galimberti parte dai greci, che oltre ad aver inventato di tutto hanno anche frequentazioni con l'irrazionale, con quella dimensione che Freud chiamerà, molto tempo dopo, “inconscio”. I greci hanno a che fare con il sacro, un sacro che nulla ha a che fare con Dio ma con la sessualità e l'aggressività, che si fondono e confluiscono (Freud parla di “fusione delle pulsioni” ma i greci già ne parlano fin dall'antichità). Queste due forze - Amore e Morte - sono potentissime e, infatti, è la “natura” a decidere per l'uomo: decide quando ci innamoriamo e quando moriamo; decide a prescindere dalla struttura dell'Io e della ragione umana. Lo spettacolo del Lemming, al quale Galimberti ha assistito prima della conferenza, si colloca in questa dimensione del sacro, a differenza di altri generi teatrali che oggi non hanno nulla a che vedere con il sacro, come ribadisce il regista Munaro che affianca il filosofo sul finire della conferenza. Un sacro che, per i greci come per Galimberti, non ha a che fare con Dio. Gli uomini, che sono lacerati e divisi, quando compiono atti sessuali si pongono nell'ottica di una maggior conoscenza: questo è fare l'amore. A partire da Platone, che viene erroneamente riletto come cristiano, e invece l'“amore platonico”, comunemente usato per intendere qualcosa di astratto, è molto erotico poiché per il greco (e dunque per Platone) prima di tutto c'è la natura, non Dio, e la natura è più forte di tutto. Mentre per i cristiani è Dio che dà i comandamenti e gli ordini, dai quali derivano il concetto del peccato e della trasgressione, per il greco la trasgressione è vista come l'“oltrepassare il limite”. L'Erotica di Platone, dunque, è seria... altro che “amore platonico”! Tanto che Platone iscrive l'amore nella follia (manía): ciò è molto importante poiché Platone costruisce la razionalità dell'Occidente. Nel Simposio, egli dice che i beni più grandi ci vengono dati dalla follia: la “divina follia” (theîa manía), dove «le cose trasgrediscono le loro definizioni e si offrono come irradiazioni di immagini rinvianti a quell'ulteriorità di senso che anche le più comuni esperienze non cessano di diffondere, quando sfuggono al controllo dell'anima razionale». Per questo la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, quando smaniano, fanno un gran bene alla Grecia, più di quanto possano fare col ragionamento. Quindi Platone sospetta che l'Erotica appartenga alla follia e alla sacralità. Anche il “popolo” lo sa: quando dice «mi fai perdere la testa» nel far l'amore, dice qualcosa di platonico. Socrate, noto perché dice di non sapere e che in realtà sa di non sapere, fa comprendere che il filosofo, a differenza del sapiente, è “colui che non sa e cerca”. Le cose d'amore, Socrate le impara da una donna, Diotima, nonostante la filosofia nasca in un circolo di omosessuali. Quindi la “donna” ha una qualità di conoscenza sacra e folle che gli uomini non hanno. E Galimberti insiste parecchio sul fatto che affiderebbe alla “donna”, e non all'“uomo”, la frequentazione con l'Erotica e con le cose sacre: dall'aggressività alla dimensione dionisiaca poiché amore e psiche sono in stretto contatto con il femminile. L'amore di cui parla Socrate non ha la forma di sentimento umano, bensì quella della possessione: con la passione, infatti, l'Io subisce e non agisce, cade in possesso di Amore. E ancora Socrate, nella casa di Agatone, narra la nascita di Eros da Penía e Póros. Di Eros, Platone dice che è filosofo e come i filosofi non possiedono conoscenza e cercano, così gli amanti non possiedono l'amato. Questa è una struttura tragica dell'uomo, però è anche la condizione per cui si vive: secondo Galimberti, infatti, si muore perché non si desidera più. L'amore conosce il dono ma non il contratto (che è sociale) e l'Erotica desidera solo l'assenza. Il conosciuto smette di essere erotico. L'Erotica ha una funzione di interprete e traduce agli Dei le parole degli umani e agli uomini le parole degli Dei. A condizione che noi pensiamo in modo greco e non cristiano, gli Dei non stanno alle regole della ragione, non hanno neppure un'identità (Zeus è ora vento, ora fulmine, ora toro...) mentre l'identità è il principio della ragione. Gli Dei appartengono al sacro e gli uomini hanno paura degli Dei, del sacro: per questo offrono loro dei sacrifici, per tenerli lontani, così come noi temiamo la follia che ci abita. Solo l'Erotica ci mette in contatto con gli Dei che abbiamo, numerosi, dentro di noi. E per “erotica” s'intende anche il linguaggio tra una madre e il figlio, che è basato su una comprensione erotica, non decodificabile né riconducibile ad altro. Infine, Galimberti sottolinea l'errata immagine dell'erotismo e del corpo che oggi ci bombarda, influenzandoci e rendendoci altro da noi, ribadendo l'importanza di scegliere individualmente un differente pensiero: dallo spegnere la televisione al rifiuto di una ricerca estetica massacrante e finta, secondo i cliché imposti dalla banalizzazione che oggi impera ma nulla ha che fare con la natura, quella dell'uomo. E, di conseguenza, con la sua parte erotica, dunque sacra.
Albert Einstein
Corriere della Sera 4.4.04
Sarà lanciato il 17 aprile dalla base di Vandenberg
Un satellite verificherà le teorie di Einstein
L'esperimento si avvale di una delicatissima strumentazione, quattro sfere di quarzo che si muovono dentro campi magnetici (Ap)
LOS ANGELES - Le teorie di Albert Einstein sull'universo saranno testate direttamente nello spazio da un satellite della Nasa che sarà lanciato in orbita il 17 aprile. L'esperimento, organizzato dall'Agenzia spaziale Usa e dall'Università di Stanford, sarà condotto senza la presenza di astronauti a bordo. Il satellite Gravity Probe-B, in partenza dalla base aerea di Vandenberg in California, studierà le defomazioni del tessuto spazio-temporale che, secondo lo scienziato tedesco, sarebbero causate dalla presenza di grandi campi gravitazionali. Per farlo utilizzerà delicatissimi giroscopi, formati da sferette di quarzo grandi come palline da ping pong che ruotano in campi magnetici a una temperatura prossima a quella dello zero assoluto. Alcuni degli effetti previsti da Einstein nel 1916 sono già stati osservati, ma non tutti sono stati ancora verificati sperimentalmente. L'esperimento era stato ideato già nel 1959, ma più volte rinviato per la difficoltà di metterne a punto la delicatissima strumentazione.
Sarà lanciato il 17 aprile dalla base di Vandenberg
Un satellite verificherà le teorie di Einstein
L'esperimento si avvale di una delicatissima strumentazione, quattro sfere di quarzo che si muovono dentro campi magnetici (Ap)
LOS ANGELES - Le teorie di Albert Einstein sull'universo saranno testate direttamente nello spazio da un satellite della Nasa che sarà lanciato in orbita il 17 aprile. L'esperimento, organizzato dall'Agenzia spaziale Usa e dall'Università di Stanford, sarà condotto senza la presenza di astronauti a bordo. Il satellite Gravity Probe-B, in partenza dalla base aerea di Vandenberg in California, studierà le defomazioni del tessuto spazio-temporale che, secondo lo scienziato tedesco, sarebbero causate dalla presenza di grandi campi gravitazionali. Per farlo utilizzerà delicatissimi giroscopi, formati da sferette di quarzo grandi come palline da ping pong che ruotano in campi magnetici a una temperatura prossima a quella dello zero assoluto. Alcuni degli effetti previsti da Einstein nel 1916 sono già stati osservati, ma non tutti sono stati ancora verificati sperimentalmente. L'esperimento era stato ideato già nel 1959, ma più volte rinviato per la difficoltà di metterne a punto la delicatissima strumentazione.
Ebla
La Repubblica 3.4.04
Intervista a Paolo Matthiae
La città introvabile che è diventata una realtà
Lunedì un convegno a Roma celebra la fine di un grande enigma L'archeologo la scoprì nel '64: gli scavi ricchi di sorprese durano da allora. I recuperi non finiscono mai: dalla terrazza dei leoni all'immenso archivio. Fu il re degli Ittiti Mursili I nel 1600 a.C. a farla sparire per sempre
di SERGIO FRAU
C'era una stella nel III millennio avanti Cristo: Ebla. Si era persa nel fango, però. Eclissata da almeno 3600 anni. Ne era rimasto giusto qualche bagliore - fossilizzato con le sue roboanze d' epoca - nei testi d'Oriente del XXIV secolo a. C.: «Mai dalla fondazione dell' umanità nessun re tra i re aveva preso Armanum ed Ebla...». Altre due, tre righe in cuneiforme e poco altro. Sembra quasi una fiaba questa di Monsieur Ebla, al secolo Matthiae Paolo: scopritore della «città che non c'era più». Invece, ormai, è storia, questa sua. Una storiona vera, ma di quelle ottocentesche alla Vivant Denon, alla Schliemann... Inizia giusto 40 anni fa, nel 1964. Per questo, da lunedì, Roma gli fa festa con un convegno di orientalisti. Allora, il professor Matthiae, mica era ancora accademico dei Lincei, né preside della facoltà di scienze umanistiche de La Sapienza dove oggi ha la cattedra di archeologia del Vicino Oriente. No: era solo un laureato di 24 anni. Ma allievo prediletto di Sabatino Moscati che l'aveva spedito giù in Siria per cercarvi il posto giusto dove aprire un nuovo cantiere archeologico per la facoltà. Zona di tesori, quella levantina... All'inizio degli anni '30 del 1900 - con i francesi di Schaeffer - era saltata fuori Ugarit. A metà di quello stesso decennio André Parrot aveva cominciato a estrarre sorprese da Mari. Alla fine del Trenta, Leonard Woolley ritrova Alalakh, «il regno dimenticato». Matthiae: «Fu quella una scoperta importantissima: con le sue architetture, la sua urbanistica, la sua arte segnalò al mondo l'esistenza di una cultura paleosiriana del tutto sconosciuta prima». Queste cose Matthiae - allora, giù in missione - se le era appena studiate con passione. Non solo: già due anni prima, nel 1962, all'Archeologico di Aleppo si era lasciato affascinare da un poderoso bacino lustrale a due vasche assai ben scolpito che tutti, lì, datavano al primo millennio. Lui capì che, invece, era da collocare tra la fine del III e gli inizi del II e che era indizio forte di una realtà palaziale e di un grande potere. S' informò sulla sua provenienza: Tell Mardikh, gli fu risposto. Un'ora di pista sabbiosa e... Gli era poi bastato camminarci sopra, a quella collina calcarea disseminata di antichi cocci, per rendersi conto che valeva la pena di tenerla a mente. Matthiae: «La ricordo come fosse ieri, quella prima perlustrazione: avevo appena terminato la mia tesi sull'arte figurativa siriana nell'età del medio e tardo bronzo, e quel bacino lustrale, quei frammenti sul tell, mi riportavano alle epoche alte che avevo schedato per laurearmi. Il posto mi affascinò all'istante: si capiva che sotto sotto nascondeva un possente insediamento...». Pensare lì Ebla, però, non era lecito, allora: il fior fiore dell' orientalismo, infatti, si era già pronunciato, sentenziando su tre collocazioni differenti dove la città scomparsa potesse essere rintracciata. Questione apertissima, dunque. «Sembra strano dirlo oggi» racconta il professore «ma io misurando a grandi passi quel colle ho avuto immediatamente la sensazione che potesse trattarsi della città perduta e mai ritrovata: la misteriosa Ebla. Ero poco più di un ragazzo, però, allora. E quei grandi sacerdoti - tracciando le loro rotte di ricerca possibile - avevano disegnato un arco che andava dal nord-est al nord-ovest di Aleppo. Quel mio sito, invece, era proprio agli antipodi di tutte quelle loro certezze: 60 chilometri a Sud di Aleppo». Ci sono voluti anni, 14 anni, per passare dalla sensazione alla certezza: «Man mano che scavavamo, ci rendevamo conto che - come cronologia, come struttura, come posizionamento - Tell Mardikh era quasi la materializzazione di quel poco che di Ebla si sapeva: che fosse proprio lei, Ebla? Non c' erano prove». A volte - si sa - il cielo aiuta... Quella volta, nel 1968, ci pensò Ishtar, la dea sacra dell' amor profano di lì, a venire in soccorso agli archeologi italiani: grazie al torso di una statua in basalto che le era stata offerta, con tanto di iscrizione integra, si uscì dal dubbio. In cuneiforme c'era la dedica del donatore a Ishtar: Ibbit-Lim, Re di Ebla. Matthiae: «Uno dei maggiori misteri della topografia storica dell' Antico oriente era ormai risolto». Così, dal 1968, Ebla c'è: c'è di nuovo. Quei 70 ettari, per un quarto già scavati, hanno ricominciato da tempo a raccontarci la loro storia: se ne sanno i fasti; si conoscono, ormai, le elaboratissime processioni dei reali che riempivano giorni interi di simbolismi e cerimoniali; è riapparso il palazzo reale, e anche il loro pantheon con un superdio - Kura - ancora enigmatico; se ne sanno i traffici, le alleanze... Ora si sa pure che è stato Sargon il primo a piegarla, e suo nipote Naram-Sin a tenerla poi con pugno di ferro. Sarà però Mursili I, re degli Ittiti, a calare giù dalla Turchia, nel 1600 a. C. e farla sparire per sempre. Sia Matthiae che lo squadrone di specialisti che ogni anno, per 100 giorni l'anno, lo affianca negli scavi d'estate, sanno bene che lì, le sorprese non finiscono mai: una volta saltano fuori recipienti con nomi di faraoni; un'altra la terrazza dei leoni; d'improvviso riappaiono archivi di 17 mila tavolette; un'altra ancora un vero tesoro di lapislazzuli... Altri stupori, poi - d'inverno - dalle traduzioni, dalle riflessioni, dalle analisi, come quella che ha certificato afghani i lapislazzuli trovati lì... Quarant'anni di scavi e sorprese. Portati bene, però: e ora è venuto il momento di festeggiare. Si è già cominciato al Pergamon Museum di Berlino, lunedì scorso, con un convegnone rituale di studi di archeologia orientale di cui gli italiani sono stati promotori nel 1998. Si prosegue lunedì, qui a Roma - nell'Aula Magna de "La Sapienza", il 5; il 6 all' Accademia dei Lincei - dove 17 specialisti (solo stranieri, arrivati da ogni parte del mondo) spiegheranno come questa missione italiana abbia ridisegnato non solo le conoscenze della Siria Interna ma anche l'antichissima civiltà che - solo 40 anni fa - non c'era più. Non c'era ancora... Ignace J. Gelb, un grande dell' antichistica, sintetizzò: «Gli italiani a Ebla hanno scoperto una nuova storia, una nuova lingua, una nuova cultura». Matthiae: «Forse è questa la soddisfazione maggiore che Ebla mi ha regalato in questi anni: ci ha permesso di restituire - innanzitutto ai Siriani, ma anche al mondo degli studiosi - un polo di ricerca in più. La ricordo bene la Siria dei miei 20 anni: «terra di passaggio e nient'altro» si era sempre detto tra gli archeologi...». Crocevia di carovane, noi: gente buona a chiedere tariffe e fornire viveri» si descrivevano loro stessi, i Siriani. Con Ebla e le sue scoperte è cambiato tutto: prima, a sorpresa, è arrivata la consapevolezza popolare di esserci già, nel III millennio a. C. Poi - man mano che il ventre della città ci restituiva testi elaborati, sculture raffinatissime, primati architettonici - si è radicato lì, un po' in tutti, anche il momento dell' orgoglio: «Non solo c'eravamo anche noi, nel III millennio, ma eravamo grandi, grandissimi»...». Talmente grandi che, a un certo punto, Ebla e i suoi portenti cominciarono, persino, a dare fastidio. Il mondo degli studiosi da quasi un secolo era sotto shock per quello che saltava fuori dagli scavi d'Oriente: tavolette cuneiformi che raccontavano diluvi assai precedenti ai copyright biblici, il dio El già presente nella fenicissima Ugarit... E ora, quest'altra Ebla, un oggetto misterioso che - quasi a dispetto di ogni sapere consolidato - non solo restituiva un tempio come quello di Salomone (con tanto di tripartizione e Sancta Sanctorum), più antico di oltre un millennio; ma anche frasi, déi e racconti tipicamente biblici: da Sodoma e Gomorra in su... «Il tempio era vero» racconta il professore, «Le frasi bibliche, invece, no: soltanto una svista dei traduttori». C'era, comunque, il fatto che quest'Ebla dei primati architettonici era stata distrutta nel 1600 a. C. E, rimasta sigillata sottoterra, non poteva certo aver avuto rapporti con gli Ebrei stanziati lì sui monti della Palestina almeno mezzo millennio dopo, dal 1100 a. C. in poi... Già c'era quella storia assai scomoda riportata dalla Bibbia su Salomone che, per costruirsi il tempio, aveva dovuto chiederlo ai Fenici di Tiro... E quell'altra, allora? Con Abramo che affittava il terreno dai locali per poterci seppellire la moglie Sara... Roba tutta verbalizzata nella Bibbia, però, quella: ormai digerita e metabolizzata. Erano, invece, tutte queste antichissime sorprese che potevano arrivare da Ebla a riaprire, lì in zona, il triste gioco del «c'ero prima io», ormai spietato in quelle terre dolenti... Dava fastidio, insomma, Ebla. Matthiae: «Passai anni a smorzare quelle «leggende» di una Bibbia eblaita. Ora - adesso che finalmente 10 volumi raccolgono un quarto di quel che il cuneiforme della città ci ha restituito - polemiche e avversioni si sono placate. Del resto l'archeologia è scienza che unisce, non divide: riscoprendo antiche connessioni spesso avvicina anche gli studiosi diversissimi che se ne occupano. L'amore di sapere, di confrontare dati, di integrare conoscenze differenti, costringe a metter da parte casacche politiche per ragionare in libertà. Era quest'aspetto che affascinava Sinopoli...». E la voce si fa rimpianto per quel suo studente-mecenate, scomparso il giorno prima di laurearsi con lui, con una tesi sulle origini dell'architettura in Mesopotamia. Se è un sogno, questa archeologia del rispetto che Matthiae propugna, è comunque un gran bel sogno. Il professore prosegue così: «Proprio qui da noi, nel Mediterraneo, sarebbe indispensabile capirlo del tutto quel nostro passato comune: l'archeologia può farsi strumento primario di fratellanza, di rispetto, di convivenza. Possibile che non tutti lo capiscano?».
Intervista a Paolo Matthiae
La città introvabile che è diventata una realtà
Lunedì un convegno a Roma celebra la fine di un grande enigma L'archeologo la scoprì nel '64: gli scavi ricchi di sorprese durano da allora. I recuperi non finiscono mai: dalla terrazza dei leoni all'immenso archivio. Fu il re degli Ittiti Mursili I nel 1600 a.C. a farla sparire per sempre
di SERGIO FRAU
C'era una stella nel III millennio avanti Cristo: Ebla. Si era persa nel fango, però. Eclissata da almeno 3600 anni. Ne era rimasto giusto qualche bagliore - fossilizzato con le sue roboanze d' epoca - nei testi d'Oriente del XXIV secolo a. C.: «Mai dalla fondazione dell' umanità nessun re tra i re aveva preso Armanum ed Ebla...». Altre due, tre righe in cuneiforme e poco altro. Sembra quasi una fiaba questa di Monsieur Ebla, al secolo Matthiae Paolo: scopritore della «città che non c'era più». Invece, ormai, è storia, questa sua. Una storiona vera, ma di quelle ottocentesche alla Vivant Denon, alla Schliemann... Inizia giusto 40 anni fa, nel 1964. Per questo, da lunedì, Roma gli fa festa con un convegno di orientalisti. Allora, il professor Matthiae, mica era ancora accademico dei Lincei, né preside della facoltà di scienze umanistiche de La Sapienza dove oggi ha la cattedra di archeologia del Vicino Oriente. No: era solo un laureato di 24 anni. Ma allievo prediletto di Sabatino Moscati che l'aveva spedito giù in Siria per cercarvi il posto giusto dove aprire un nuovo cantiere archeologico per la facoltà. Zona di tesori, quella levantina... All'inizio degli anni '30 del 1900 - con i francesi di Schaeffer - era saltata fuori Ugarit. A metà di quello stesso decennio André Parrot aveva cominciato a estrarre sorprese da Mari. Alla fine del Trenta, Leonard Woolley ritrova Alalakh, «il regno dimenticato». Matthiae: «Fu quella una scoperta importantissima: con le sue architetture, la sua urbanistica, la sua arte segnalò al mondo l'esistenza di una cultura paleosiriana del tutto sconosciuta prima». Queste cose Matthiae - allora, giù in missione - se le era appena studiate con passione. Non solo: già due anni prima, nel 1962, all'Archeologico di Aleppo si era lasciato affascinare da un poderoso bacino lustrale a due vasche assai ben scolpito che tutti, lì, datavano al primo millennio. Lui capì che, invece, era da collocare tra la fine del III e gli inizi del II e che era indizio forte di una realtà palaziale e di un grande potere. S' informò sulla sua provenienza: Tell Mardikh, gli fu risposto. Un'ora di pista sabbiosa e... Gli era poi bastato camminarci sopra, a quella collina calcarea disseminata di antichi cocci, per rendersi conto che valeva la pena di tenerla a mente. Matthiae: «La ricordo come fosse ieri, quella prima perlustrazione: avevo appena terminato la mia tesi sull'arte figurativa siriana nell'età del medio e tardo bronzo, e quel bacino lustrale, quei frammenti sul tell, mi riportavano alle epoche alte che avevo schedato per laurearmi. Il posto mi affascinò all'istante: si capiva che sotto sotto nascondeva un possente insediamento...». Pensare lì Ebla, però, non era lecito, allora: il fior fiore dell' orientalismo, infatti, si era già pronunciato, sentenziando su tre collocazioni differenti dove la città scomparsa potesse essere rintracciata. Questione apertissima, dunque. «Sembra strano dirlo oggi» racconta il professore «ma io misurando a grandi passi quel colle ho avuto immediatamente la sensazione che potesse trattarsi della città perduta e mai ritrovata: la misteriosa Ebla. Ero poco più di un ragazzo, però, allora. E quei grandi sacerdoti - tracciando le loro rotte di ricerca possibile - avevano disegnato un arco che andava dal nord-est al nord-ovest di Aleppo. Quel mio sito, invece, era proprio agli antipodi di tutte quelle loro certezze: 60 chilometri a Sud di Aleppo». Ci sono voluti anni, 14 anni, per passare dalla sensazione alla certezza: «Man mano che scavavamo, ci rendevamo conto che - come cronologia, come struttura, come posizionamento - Tell Mardikh era quasi la materializzazione di quel poco che di Ebla si sapeva: che fosse proprio lei, Ebla? Non c' erano prove». A volte - si sa - il cielo aiuta... Quella volta, nel 1968, ci pensò Ishtar, la dea sacra dell' amor profano di lì, a venire in soccorso agli archeologi italiani: grazie al torso di una statua in basalto che le era stata offerta, con tanto di iscrizione integra, si uscì dal dubbio. In cuneiforme c'era la dedica del donatore a Ishtar: Ibbit-Lim, Re di Ebla. Matthiae: «Uno dei maggiori misteri della topografia storica dell' Antico oriente era ormai risolto». Così, dal 1968, Ebla c'è: c'è di nuovo. Quei 70 ettari, per un quarto già scavati, hanno ricominciato da tempo a raccontarci la loro storia: se ne sanno i fasti; si conoscono, ormai, le elaboratissime processioni dei reali che riempivano giorni interi di simbolismi e cerimoniali; è riapparso il palazzo reale, e anche il loro pantheon con un superdio - Kura - ancora enigmatico; se ne sanno i traffici, le alleanze... Ora si sa pure che è stato Sargon il primo a piegarla, e suo nipote Naram-Sin a tenerla poi con pugno di ferro. Sarà però Mursili I, re degli Ittiti, a calare giù dalla Turchia, nel 1600 a. C. e farla sparire per sempre. Sia Matthiae che lo squadrone di specialisti che ogni anno, per 100 giorni l'anno, lo affianca negli scavi d'estate, sanno bene che lì, le sorprese non finiscono mai: una volta saltano fuori recipienti con nomi di faraoni; un'altra la terrazza dei leoni; d'improvviso riappaiono archivi di 17 mila tavolette; un'altra ancora un vero tesoro di lapislazzuli... Altri stupori, poi - d'inverno - dalle traduzioni, dalle riflessioni, dalle analisi, come quella che ha certificato afghani i lapislazzuli trovati lì... Quarant'anni di scavi e sorprese. Portati bene, però: e ora è venuto il momento di festeggiare. Si è già cominciato al Pergamon Museum di Berlino, lunedì scorso, con un convegnone rituale di studi di archeologia orientale di cui gli italiani sono stati promotori nel 1998. Si prosegue lunedì, qui a Roma - nell'Aula Magna de "La Sapienza", il 5; il 6 all' Accademia dei Lincei - dove 17 specialisti (solo stranieri, arrivati da ogni parte del mondo) spiegheranno come questa missione italiana abbia ridisegnato non solo le conoscenze della Siria Interna ma anche l'antichissima civiltà che - solo 40 anni fa - non c'era più. Non c'era ancora... Ignace J. Gelb, un grande dell' antichistica, sintetizzò: «Gli italiani a Ebla hanno scoperto una nuova storia, una nuova lingua, una nuova cultura». Matthiae: «Forse è questa la soddisfazione maggiore che Ebla mi ha regalato in questi anni: ci ha permesso di restituire - innanzitutto ai Siriani, ma anche al mondo degli studiosi - un polo di ricerca in più. La ricordo bene la Siria dei miei 20 anni: «terra di passaggio e nient'altro» si era sempre detto tra gli archeologi...». Crocevia di carovane, noi: gente buona a chiedere tariffe e fornire viveri» si descrivevano loro stessi, i Siriani. Con Ebla e le sue scoperte è cambiato tutto: prima, a sorpresa, è arrivata la consapevolezza popolare di esserci già, nel III millennio a. C. Poi - man mano che il ventre della città ci restituiva testi elaborati, sculture raffinatissime, primati architettonici - si è radicato lì, un po' in tutti, anche il momento dell' orgoglio: «Non solo c'eravamo anche noi, nel III millennio, ma eravamo grandi, grandissimi»...». Talmente grandi che, a un certo punto, Ebla e i suoi portenti cominciarono, persino, a dare fastidio. Il mondo degli studiosi da quasi un secolo era sotto shock per quello che saltava fuori dagli scavi d'Oriente: tavolette cuneiformi che raccontavano diluvi assai precedenti ai copyright biblici, il dio El già presente nella fenicissima Ugarit... E ora, quest'altra Ebla, un oggetto misterioso che - quasi a dispetto di ogni sapere consolidato - non solo restituiva un tempio come quello di Salomone (con tanto di tripartizione e Sancta Sanctorum), più antico di oltre un millennio; ma anche frasi, déi e racconti tipicamente biblici: da Sodoma e Gomorra in su... «Il tempio era vero» racconta il professore, «Le frasi bibliche, invece, no: soltanto una svista dei traduttori». C'era, comunque, il fatto che quest'Ebla dei primati architettonici era stata distrutta nel 1600 a. C. E, rimasta sigillata sottoterra, non poteva certo aver avuto rapporti con gli Ebrei stanziati lì sui monti della Palestina almeno mezzo millennio dopo, dal 1100 a. C. in poi... Già c'era quella storia assai scomoda riportata dalla Bibbia su Salomone che, per costruirsi il tempio, aveva dovuto chiederlo ai Fenici di Tiro... E quell'altra, allora? Con Abramo che affittava il terreno dai locali per poterci seppellire la moglie Sara... Roba tutta verbalizzata nella Bibbia, però, quella: ormai digerita e metabolizzata. Erano, invece, tutte queste antichissime sorprese che potevano arrivare da Ebla a riaprire, lì in zona, il triste gioco del «c'ero prima io», ormai spietato in quelle terre dolenti... Dava fastidio, insomma, Ebla. Matthiae: «Passai anni a smorzare quelle «leggende» di una Bibbia eblaita. Ora - adesso che finalmente 10 volumi raccolgono un quarto di quel che il cuneiforme della città ci ha restituito - polemiche e avversioni si sono placate. Del resto l'archeologia è scienza che unisce, non divide: riscoprendo antiche connessioni spesso avvicina anche gli studiosi diversissimi che se ne occupano. L'amore di sapere, di confrontare dati, di integrare conoscenze differenti, costringe a metter da parte casacche politiche per ragionare in libertà. Era quest'aspetto che affascinava Sinopoli...». E la voce si fa rimpianto per quel suo studente-mecenate, scomparso il giorno prima di laurearsi con lui, con una tesi sulle origini dell'architettura in Mesopotamia. Se è un sogno, questa archeologia del rispetto che Matthiae propugna, è comunque un gran bel sogno. Il professore prosegue così: «Proprio qui da noi, nel Mediterraneo, sarebbe indispensabile capirlo del tutto quel nostro passato comune: l'archeologia può farsi strumento primario di fratellanza, di rispetto, di convivenza. Possibile che non tutti lo capiscano?».
sabato 3 aprile 2004
«La psicopatologia dei musulmani»
Repubblica 3.4.04
A proposito del divorzio tra cultura e religione nel mondo islamico
La psicopatologia dei musulmani
C'è un evidente malessere che deve essere spiegato, analizzato a fondo
di KHALED FOUAD ALLAM
Si è inaurato ieri, presso l'Università di Urbino, il nuovo corso di laurea in Antropologia ed Epistemologia delle Religioni della Facoltà di Sociologia. Presentiamo qui una parte della Lectio Magistralis di Khaled Fouad Allam.
Alla fine degli anni '70 mi trovavo in Algeria, all´università di Orano-La Senia, dove studiavo giurisprudenza. Avevo scelto una carriera diversa da quella che poi ho seguito: volevo intraprendere la carriera diplomatica, e mi ero iscritto al concorso per la Scuola Nazionale di Amministrazione. Un giorno, il 21 aprile 1979, data in cui in Algeria ricorreva la giornata dedicata alla lotta dei popoli del terzo mondo contro l´imperialismo, nel mio campus universitario un gruppo di studenti fondamentalisti islamici attaccò alcuni studenti di sinistra; mentre fuggivamo dall´aula, a una mia compagna di studi fu gettato addosso dell´acido muriatico: ne riportò serie lesioni alle gambe. Fu un´esperienza terribile. Continuavo a chiedermi, ingenuamente, come si potessero commettere simili atti in nome della religione. Quel giorno decisi di abbandonare gli studi che avevo scelto per volgermi a ciò che ormai da oltre vent´anni costituisce l´oggetto delle mie ricerche: cercare di capire che cosa sia avvenuto nel mondo musulmano contemporaneo.
Gli avvenimenti che si sono verificati negli ultimi anni - dalla rivoluzione iraniana al terrorismo in Algeria, dall´11 settembre al recente attentato di Madrid - attestano la gravissima crisi in atto nell´islam e nel mondo musulmano. Ma di che crisi si tratta? Attraverso quali griglie di lettura possiamo leggere quei fenomeni, peraltro di estrema complessità? Il dibattito è aperto e lo rimarrà ancora per molto. Le interpretazioni divergono, spesso anche in funzione dei criteri metodologici scelti, per cui taluni aspetti vengono privilegiati a scapito di altri; la storia, la teologia, la filosofia, la sociologia e l´antropologia tendono a fornire le loro risposte, che però spesso rappresentano solo una parte del puzzle e non riescono a darci una visione d´insieme delle problematiche che investono l´islam contemporaneo. All´origine vi è probabilmente un errore di partenza, come avviene a volte quando si deve risolvere un´equazione: troppo spesso esprimiamo le nostre valutazioni sull´islam in quanto icona, in quanto categoria astratta, tanto astratta che diventa trans-storica, e ciò porta ad un ragionamento del tipo: se l´islam oggi è anche questo, è perché esso è così nella sua sostanza originaria. Ho sempre ritenuto che questo approccio non soltanto è estremamente arido, ma ha la grave colpa di occultare qualcosa di essenziale in ogni forma di civiltà e in ogni forma di espressione religiosa: gli esseri umani, con la loro esistenza, le loro passioni, i loro dolori, le loro gioie, i sentimenti che attraversano lungo la storia le comunità; in questo caso, il mondo musulmano.
Non possiamo porre la questione dell´islam contemporaneo senza aver risposto a una domanda: chi sono oggi i musulmani, dal Qatar a Istanbul, da Giacarta a Marsiglia? Durante gli ultimi cinquant´anni, nel mondo musulmano, si è spezzato il rapporto millenario tra l´identità religiosa - che si è rivelata ed espressa nei testi (il Corano, la tradizione profetica, il corpus delle scuole giuridiche dell´islam) - e il suo incarnarsi in una dimensione umana plurale e diversificata, e in una dimensione culturale dalle molteplici accezioni. La civiltà islamica si è espressa infatti nel tempo e nello spazio secondo appartenenze culturali e linguistiche diverse, dall´India all´Iran, dall´Arabia all´Africa. Questa realtà ricca e molteplice faceva sì che l´islam di mio nonno in Algeria potesse esprimersi in modo diverso dall´islam di altri miei parenti in Marocco o in Siria. Oggi tutto è cambiato: troviamo un islam uguale ovunque, impoverito, mediocre perché deculturato. Sì, nell´islam si è spezzato il rapporto fra religione e cultura, a causa dei processi che nel XX secolo hanno prodotto lo sradicamento e l´acculturazione di quelle società; ma la responsabilità è anche di tutti quegli stati musulmani di tipo neoautoritario che non hanno mai incluso la cultura nel loro sviluppo, come ha evidenziato l´ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul mondo arabo. Tutto ciò ha fatto sì che spesso, in luogo di un islam saldo nelle sue radici sociologiche e culturali, ci troviamo oggi di fronte a un islam "puro e duro", un islam della contestazione che si definisce attraverso una serie di comportamenti omologati: velo, barba, letteratura apologetica; e nei casi estremi, il terrorismo islamico con le sue micidiali bombe. Siamo in presenza di un islam che rivendica qualcosa, ma non sempre sa esattamente che cosa rivendica; è il caso ad esempio delle strategie di Al Qaeda.
Tutte le rivendicazioni, però, esprimono due elementi. In primo luogo traducono un malessere, un disagio, una specie di schizofrenia di massa, un fenomeno che investe l´inconscio collettivo e l´immaginario dei popoli musulmani, e che spinge a comportamenti che hanno molto più a che fare con la psicopatologia che con l´identità religiosa, come conferma il recente suicidio di un giovane marocchino a Brescia. Vi è nei musulmani un evidente malessere, che deve essere analizzato e capito. Anche qui le interpretazioni convergono nell´indicare la causa del fenomeno nel rapporto dell´islam con l´occidente: il mondo islamico si sente inferiore, si sente espulso dai processi storici mondiali, vive una condizione di marginalità. E questa marginalità è oggetto di una strategia di conquista delle coscienze ad opera di un´ideologia che propone una visione letteralista dell´islam, che lo riduce ad un codice di comportamento, ad una dimensione esteriore anziché interiore. In effetti oggi i radicalisti musulmani affermano le stesse cose ovunque, da Giacarta a Parigi: e la loro ideologia condanna a morte la cultura.
In secondo luogo le rivendicazioni esprimono un odio per l´occidente. Ciò avviene perché, a monte, l´islam non ha ancora elaborato il lutto della propria decadenza, e si pensa ancora che gli splendori di Cordoba e Bagdad potranno un giorno resuscitare: ma è un errore, perché ogni rinascita non può che partire dalla consapevolezza della propria fine.
In tutto ciò vi è qualcosa che deve costringere il mondo occidentale ad agire per bloccare la crescita delle derive e della cultura della morte che si è infiltrata nell´islam: si deve agire sul nucleo delle relazioni che, per ogni civiltà e religione, esistono fra memoria e storia, ed è la loro continuità che si deve aiutare a ritrovare. Perché nell´islam si sta consumando un divorzio fra memoria e storia: quest´ultima non riesce a diventare memoria condivisa. Il risultato è il non sentirsi appartenere ad un mondo di cui si percepisce il rifiuto, il sentirsi fuori dal mondo: purtroppo è il terrorista l´immagine del rapporto spezzato fra storia e memoria. Come ne I Demoni di Dostoevskij, spesso, nella loro traiettoria di assassini, i terroristi esprimono il rigetto di una cultura che li ha rigettati.
Ma non bisogna dimenticare che, anche nei momenti più bui, quando l´umanità è accecata dalla violenza, la speranza può riapparire. Vanno letti in questo senso i versi del grande poeta arabo contemporaneo Adonis:
«I miei passi sono dinanzi ai miei piedi».
A proposito del divorzio tra cultura e religione nel mondo islamico
La psicopatologia dei musulmani
C'è un evidente malessere che deve essere spiegato, analizzato a fondo
di KHALED FOUAD ALLAM
Si è inaurato ieri, presso l'Università di Urbino, il nuovo corso di laurea in Antropologia ed Epistemologia delle Religioni della Facoltà di Sociologia. Presentiamo qui una parte della Lectio Magistralis di Khaled Fouad Allam.
Alla fine degli anni '70 mi trovavo in Algeria, all´università di Orano-La Senia, dove studiavo giurisprudenza. Avevo scelto una carriera diversa da quella che poi ho seguito: volevo intraprendere la carriera diplomatica, e mi ero iscritto al concorso per la Scuola Nazionale di Amministrazione. Un giorno, il 21 aprile 1979, data in cui in Algeria ricorreva la giornata dedicata alla lotta dei popoli del terzo mondo contro l´imperialismo, nel mio campus universitario un gruppo di studenti fondamentalisti islamici attaccò alcuni studenti di sinistra; mentre fuggivamo dall´aula, a una mia compagna di studi fu gettato addosso dell´acido muriatico: ne riportò serie lesioni alle gambe. Fu un´esperienza terribile. Continuavo a chiedermi, ingenuamente, come si potessero commettere simili atti in nome della religione. Quel giorno decisi di abbandonare gli studi che avevo scelto per volgermi a ciò che ormai da oltre vent´anni costituisce l´oggetto delle mie ricerche: cercare di capire che cosa sia avvenuto nel mondo musulmano contemporaneo.
Gli avvenimenti che si sono verificati negli ultimi anni - dalla rivoluzione iraniana al terrorismo in Algeria, dall´11 settembre al recente attentato di Madrid - attestano la gravissima crisi in atto nell´islam e nel mondo musulmano. Ma di che crisi si tratta? Attraverso quali griglie di lettura possiamo leggere quei fenomeni, peraltro di estrema complessità? Il dibattito è aperto e lo rimarrà ancora per molto. Le interpretazioni divergono, spesso anche in funzione dei criteri metodologici scelti, per cui taluni aspetti vengono privilegiati a scapito di altri; la storia, la teologia, la filosofia, la sociologia e l´antropologia tendono a fornire le loro risposte, che però spesso rappresentano solo una parte del puzzle e non riescono a darci una visione d´insieme delle problematiche che investono l´islam contemporaneo. All´origine vi è probabilmente un errore di partenza, come avviene a volte quando si deve risolvere un´equazione: troppo spesso esprimiamo le nostre valutazioni sull´islam in quanto icona, in quanto categoria astratta, tanto astratta che diventa trans-storica, e ciò porta ad un ragionamento del tipo: se l´islam oggi è anche questo, è perché esso è così nella sua sostanza originaria. Ho sempre ritenuto che questo approccio non soltanto è estremamente arido, ma ha la grave colpa di occultare qualcosa di essenziale in ogni forma di civiltà e in ogni forma di espressione religiosa: gli esseri umani, con la loro esistenza, le loro passioni, i loro dolori, le loro gioie, i sentimenti che attraversano lungo la storia le comunità; in questo caso, il mondo musulmano.
Non possiamo porre la questione dell´islam contemporaneo senza aver risposto a una domanda: chi sono oggi i musulmani, dal Qatar a Istanbul, da Giacarta a Marsiglia? Durante gli ultimi cinquant´anni, nel mondo musulmano, si è spezzato il rapporto millenario tra l´identità religiosa - che si è rivelata ed espressa nei testi (il Corano, la tradizione profetica, il corpus delle scuole giuridiche dell´islam) - e il suo incarnarsi in una dimensione umana plurale e diversificata, e in una dimensione culturale dalle molteplici accezioni. La civiltà islamica si è espressa infatti nel tempo e nello spazio secondo appartenenze culturali e linguistiche diverse, dall´India all´Iran, dall´Arabia all´Africa. Questa realtà ricca e molteplice faceva sì che l´islam di mio nonno in Algeria potesse esprimersi in modo diverso dall´islam di altri miei parenti in Marocco o in Siria. Oggi tutto è cambiato: troviamo un islam uguale ovunque, impoverito, mediocre perché deculturato. Sì, nell´islam si è spezzato il rapporto fra religione e cultura, a causa dei processi che nel XX secolo hanno prodotto lo sradicamento e l´acculturazione di quelle società; ma la responsabilità è anche di tutti quegli stati musulmani di tipo neoautoritario che non hanno mai incluso la cultura nel loro sviluppo, come ha evidenziato l´ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul mondo arabo. Tutto ciò ha fatto sì che spesso, in luogo di un islam saldo nelle sue radici sociologiche e culturali, ci troviamo oggi di fronte a un islam "puro e duro", un islam della contestazione che si definisce attraverso una serie di comportamenti omologati: velo, barba, letteratura apologetica; e nei casi estremi, il terrorismo islamico con le sue micidiali bombe. Siamo in presenza di un islam che rivendica qualcosa, ma non sempre sa esattamente che cosa rivendica; è il caso ad esempio delle strategie di Al Qaeda.
Tutte le rivendicazioni, però, esprimono due elementi. In primo luogo traducono un malessere, un disagio, una specie di schizofrenia di massa, un fenomeno che investe l´inconscio collettivo e l´immaginario dei popoli musulmani, e che spinge a comportamenti che hanno molto più a che fare con la psicopatologia che con l´identità religiosa, come conferma il recente suicidio di un giovane marocchino a Brescia. Vi è nei musulmani un evidente malessere, che deve essere analizzato e capito. Anche qui le interpretazioni convergono nell´indicare la causa del fenomeno nel rapporto dell´islam con l´occidente: il mondo islamico si sente inferiore, si sente espulso dai processi storici mondiali, vive una condizione di marginalità. E questa marginalità è oggetto di una strategia di conquista delle coscienze ad opera di un´ideologia che propone una visione letteralista dell´islam, che lo riduce ad un codice di comportamento, ad una dimensione esteriore anziché interiore. In effetti oggi i radicalisti musulmani affermano le stesse cose ovunque, da Giacarta a Parigi: e la loro ideologia condanna a morte la cultura.
In secondo luogo le rivendicazioni esprimono un odio per l´occidente. Ciò avviene perché, a monte, l´islam non ha ancora elaborato il lutto della propria decadenza, e si pensa ancora che gli splendori di Cordoba e Bagdad potranno un giorno resuscitare: ma è un errore, perché ogni rinascita non può che partire dalla consapevolezza della propria fine.
In tutto ciò vi è qualcosa che deve costringere il mondo occidentale ad agire per bloccare la crescita delle derive e della cultura della morte che si è infiltrata nell´islam: si deve agire sul nucleo delle relazioni che, per ogni civiltà e religione, esistono fra memoria e storia, ed è la loro continuità che si deve aiutare a ritrovare. Perché nell´islam si sta consumando un divorzio fra memoria e storia: quest´ultima non riesce a diventare memoria condivisa. Il risultato è il non sentirsi appartenere ad un mondo di cui si percepisce il rifiuto, il sentirsi fuori dal mondo: purtroppo è il terrorista l´immagine del rapporto spezzato fra storia e memoria. Come ne I Demoni di Dostoevskij, spesso, nella loro traiettoria di assassini, i terroristi esprimono il rigetto di una cultura che li ha rigettati.
Ma non bisogna dimenticare che, anche nei momenti più bui, quando l´umanità è accecata dalla violenza, la speranza può riapparire. Vanno letti in questo senso i versi del grande poeta arabo contemporaneo Adonis:
«I miei passi sono dinanzi ai miei piedi».
una ricerca universitaria europea
University.it
Comunicato della Università di Modena e Reggio Emilia: Ricerca europea sugli effetti psichici della guerra
Progetto a cui collaborano studiosi delle università di Londra, Dresda, Rijeka, Zagabria, Belgrado, Sarajevo, Skopje.
Data: 02/04/2004
Un progetto di ricerca europeo metterà in luce gli effetti prodotti a livello psichico dalla guerra nei Balcani. Vi collaborano studiosi delle università di Londra, Dresda, Rijeka, Zagabria, Belgrado, Sarajevo, Skopje. Per l’Italia coinvolto un gruppo di ricercatori operante intorno alla cattedra di Psichiatria dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, diretta dal prof. Paolo Curci. L’indagine condotta attraverso 2.350 interviste sia su soggetti residenti nei Paesi dell’ex Jugoslavia, sia su profughi o migranti in Germania, Italia e Regno Unito. Obiettivo: migliorare gli interventi sociali ed assistenziali a favore delle popolazioni sottoposte a stress post-traumatico. I risultati definitivi fra tre anni.
Che cosa provoca a livello psichico una serie di intensi e ripetuti eventi stressanti come quelli prodotti da un conflitto etnico o da una guerra? Quali impronte lasciano sulla salute mentale rievocazioni angosciose e pensieri intrusivi di eventi come bombardamenti, saccheggi, violenze, operazioni di guerra? Quali strumenti vanno approntati in ambito sociale ed assistenziale, sia livello individuale che di area territoriale, per aiutare le persone a superare simili traumi?
Sono alcuni degli interrogativi, cui cercherà di rispondere un importante progetto di ricerca multicentrico, finanziato dalla Direzione Generale per la Ricerca della Commissione Europea, denominato , ovverosia acronimo di “Componenti, organizzazione, costi ed esiti degli interventi sanitari e di comunità per persone con stress post-traumatico in seguito alla guerra e al conflitto dei Balcani”.
Vi partecipano otto università di sette Paesi, tre dell’Unione Europea (Germania, Italia, Regno Unito), dove molti profughi si sono rifugiati, e quattro dell’ex Jugoslavia (Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia e Montenegro e Macedonia). Per l’Italia collabora un gruppo di ricercatori che si raccoglie attorno alla cattedra di Psichiatria dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia.
“Esistono ancora molti interrogativi scientifici, dagli importanti risvolti sociali e politici, - dichiara il prof. Paolo Curci, ordinario di Psichiatria all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia - circa i fattori che permettono ad alcuni individui esposti a simili eventi di superare questi traumi mentre altri sviluppano disturbi invalidanti o presentano comunque un elevato grado di sofferenza anche a distanza di anni. Inoltre, è ancora poco chiaro che tipo di interventi, di tipo sanitario, psicologico e di assistenza sociale, meglio possono aiutare queste persone, soprattutto quelle che hanno sviluppato sintomi cronici”.
La ricerca prevede, innanzitutto, la messa a punto di uno strumento per valutare analiticamente i servizi sanitari e sociali disponibili, che hanno utilizzato queste persone al fine di correlare questo dato con gli esiti. Lo strumento verrà approntato attraverso il metodo Delfi, che consiste in una progressiva revisione indipendente di bozze da parte dei ricercatori fino a raggiungere un consenso su una versione definitiva dello strumento, il quale verrà poi applicato nei Paesi che partecipano allo studio.
“Per i ricercatori del nostro Ateneo – ha dichiarato il Pro Rettore dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia prof. Rodolfo Cecchi – è certamente un fatto di prestigio poter collaborare con qualificati studiosi di importanti università europee. Così come ritengo qualificante che ancora una volta sia l’università a distinguersi per la sensibilità e l’attenzione che sa porre ai problemi sociali, ai drammi umani, alle tragedie. Non è un caso che il progetto veda coinvolta la nostra cattedra di Psichiatria, dove da anni opera una valente scuola di specializzazione, che ha saputo proiettare la sua dimensione e la sua influenza ben oltre i confini nazionali”.
Durante la ricerca 400 soggetti da ciascun Paese dell’ex Jugoslavia e 250 profughi in ciascun Paese membro dell’Unione Europea partecipante, scelti in maniera casuale, verranno intervistati in maniera approfondita con test e strumenti di valutazione psicologica, circa il grado di esposizione ad eventi potenzialmente traumatici e circa le sequele psichiche a lungo termine ancora presenti. La quota di soggetti con sintomi e sofferenza psicologica persistente verrà seguita longitudinalmente, cioè intervistata una seconda volta a distanza di dodici mesi, al fine di poter esplorare che tipo di interventi sanitari ed assistenziali siano in grado di aiutare effettivamente queste persone a superare parte delle conseguenze devastanti dei traumi subiti.
La ricerca, che durerà tre anni, partirà ufficialmente nel maggio 2004, ma già si prevede che i primi dati saranno disponibili a distanza di un anno. I ricercatori partecipanti si sono incontrati la settimana scorsa in una riunione preparatoria svoltasi a Londra, presso l’Unità di ricerca accademica diretta dal Prof. Stefan Priebe, coordinatore del progetto.
“L’idea di questo progetto – ha commentato il prof. Stefan Priebe - nasce dal desiderio di creare a livello accademico una rete di ricercatori che permetta di affrontare domande di ricerca complesse, come quelle degli interventi più efficaci per persone esposte ad eventi traumatici che sviluppano sintomi cronici, un argomento, purtroppo, di rilevante attualità. Uno dei punti di forza della ricerca sta nel presupposto e nella capacità del progetto di collegare ricercatori degli Stati direttamente coinvolti con quelli dei Paesi dell’Unione Europea, dando vita ad uno sforzo collaborativo. Sebbene sia importante coltivare e far crescere la speranza che episodi come la guerra nell’ex Jugoslavia non si ripetano, questa ricerca europea può permettere di indicare quali siano i migliori interventi per popolazioni colpite da conflitti di queste proporzioni”.
Comunicato della Università di Modena e Reggio Emilia: Ricerca europea sugli effetti psichici della guerra
Progetto a cui collaborano studiosi delle università di Londra, Dresda, Rijeka, Zagabria, Belgrado, Sarajevo, Skopje.
Data: 02/04/2004
Un progetto di ricerca europeo metterà in luce gli effetti prodotti a livello psichico dalla guerra nei Balcani. Vi collaborano studiosi delle università di Londra, Dresda, Rijeka, Zagabria, Belgrado, Sarajevo, Skopje. Per l’Italia coinvolto un gruppo di ricercatori operante intorno alla cattedra di Psichiatria dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, diretta dal prof. Paolo Curci. L’indagine condotta attraverso 2.350 interviste sia su soggetti residenti nei Paesi dell’ex Jugoslavia, sia su profughi o migranti in Germania, Italia e Regno Unito. Obiettivo: migliorare gli interventi sociali ed assistenziali a favore delle popolazioni sottoposte a stress post-traumatico. I risultati definitivi fra tre anni.
Che cosa provoca a livello psichico una serie di intensi e ripetuti eventi stressanti come quelli prodotti da un conflitto etnico o da una guerra? Quali impronte lasciano sulla salute mentale rievocazioni angosciose e pensieri intrusivi di eventi come bombardamenti, saccheggi, violenze, operazioni di guerra? Quali strumenti vanno approntati in ambito sociale ed assistenziale, sia livello individuale che di area territoriale, per aiutare le persone a superare simili traumi?
Sono alcuni degli interrogativi, cui cercherà di rispondere un importante progetto di ricerca multicentrico, finanziato dalla Direzione Generale per la Ricerca della Commissione Europea, denominato , ovverosia acronimo di “Componenti, organizzazione, costi ed esiti degli interventi sanitari e di comunità per persone con stress post-traumatico in seguito alla guerra e al conflitto dei Balcani”.
Vi partecipano otto università di sette Paesi, tre dell’Unione Europea (Germania, Italia, Regno Unito), dove molti profughi si sono rifugiati, e quattro dell’ex Jugoslavia (Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia e Montenegro e Macedonia). Per l’Italia collabora un gruppo di ricercatori che si raccoglie attorno alla cattedra di Psichiatria dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia.
“Esistono ancora molti interrogativi scientifici, dagli importanti risvolti sociali e politici, - dichiara il prof. Paolo Curci, ordinario di Psichiatria all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia - circa i fattori che permettono ad alcuni individui esposti a simili eventi di superare questi traumi mentre altri sviluppano disturbi invalidanti o presentano comunque un elevato grado di sofferenza anche a distanza di anni. Inoltre, è ancora poco chiaro che tipo di interventi, di tipo sanitario, psicologico e di assistenza sociale, meglio possono aiutare queste persone, soprattutto quelle che hanno sviluppato sintomi cronici”.
La ricerca prevede, innanzitutto, la messa a punto di uno strumento per valutare analiticamente i servizi sanitari e sociali disponibili, che hanno utilizzato queste persone al fine di correlare questo dato con gli esiti. Lo strumento verrà approntato attraverso il metodo Delfi, che consiste in una progressiva revisione indipendente di bozze da parte dei ricercatori fino a raggiungere un consenso su una versione definitiva dello strumento, il quale verrà poi applicato nei Paesi che partecipano allo studio.
“Per i ricercatori del nostro Ateneo – ha dichiarato il Pro Rettore dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia prof. Rodolfo Cecchi – è certamente un fatto di prestigio poter collaborare con qualificati studiosi di importanti università europee. Così come ritengo qualificante che ancora una volta sia l’università a distinguersi per la sensibilità e l’attenzione che sa porre ai problemi sociali, ai drammi umani, alle tragedie. Non è un caso che il progetto veda coinvolta la nostra cattedra di Psichiatria, dove da anni opera una valente scuola di specializzazione, che ha saputo proiettare la sua dimensione e la sua influenza ben oltre i confini nazionali”.
Durante la ricerca 400 soggetti da ciascun Paese dell’ex Jugoslavia e 250 profughi in ciascun Paese membro dell’Unione Europea partecipante, scelti in maniera casuale, verranno intervistati in maniera approfondita con test e strumenti di valutazione psicologica, circa il grado di esposizione ad eventi potenzialmente traumatici e circa le sequele psichiche a lungo termine ancora presenti. La quota di soggetti con sintomi e sofferenza psicologica persistente verrà seguita longitudinalmente, cioè intervistata una seconda volta a distanza di dodici mesi, al fine di poter esplorare che tipo di interventi sanitari ed assistenziali siano in grado di aiutare effettivamente queste persone a superare parte delle conseguenze devastanti dei traumi subiti.
La ricerca, che durerà tre anni, partirà ufficialmente nel maggio 2004, ma già si prevede che i primi dati saranno disponibili a distanza di un anno. I ricercatori partecipanti si sono incontrati la settimana scorsa in una riunione preparatoria svoltasi a Londra, presso l’Unità di ricerca accademica diretta dal Prof. Stefan Priebe, coordinatore del progetto.
“L’idea di questo progetto – ha commentato il prof. Stefan Priebe - nasce dal desiderio di creare a livello accademico una rete di ricercatori che permetta di affrontare domande di ricerca complesse, come quelle degli interventi più efficaci per persone esposte ad eventi traumatici che sviluppano sintomi cronici, un argomento, purtroppo, di rilevante attualità. Uno dei punti di forza della ricerca sta nel presupposto e nella capacità del progetto di collegare ricercatori degli Stati direttamente coinvolti con quelli dei Paesi dell’Unione Europea, dando vita ad uno sforzo collaborativo. Sebbene sia importante coltivare e far crescere la speranza che episodi come la guerra nell’ex Jugoslavia non si ripetano, questa ricerca europea può permettere di indicare quali siano i migliori interventi per popolazioni colpite da conflitti di queste proporzioni”.
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