domenica 26 dicembre 2004

un articolo di Flore Murard e Luca Bonaccorsi
SUL LAOS

Tra gli sminatori nei villaggi dove tutto è fatto con residui bellici e gli ordigni hanno un valore. Durante la guerra di Indocina, gli Usa bombardavano 24 ore al giorno
Laos, viaggio nella terra
delle bombe inesplose
di Flore Murard e Luca Bonaccorsi

Muang Noi, Laos del Nord nostro servizio
Si arriva al villaggio solo in canoa, risalendo il Nam Ou, un affluente del Mekong. Mancano pochi chilometri al confine con Cina e Vietnam. Il panorama delle montagne mozza il fiato. Sono davvero blu. Il villaggio è patetico. Venti, forse trenta capanne di legno. Bimbi (bellissimi) scalzi sporchi e scapigliati che giocano con i cani per terra. Una delle capanne ha un'insegna improbabile ‘BAR RESTAURANT, WELCOME'. Entriamo per comprare una coca e scambiare due chiacchiere col proprietario.

In piedi sulla soglia me ne accorgo: sono in piedi su una bomba. E' lunga un metro e mezzo circa, mezzo metro di diametro. Tra le scarpe leggo "LOADED 3/69". Lo strano zerbino è perfettamente tagliato a metà, longitudinalmente. Era una bomba a grappolo, si è aperta in due a circa cento metri e dalla pancia sono uscite centinaia di ‘bombette' che a nuvola hanno colpito terreno, case, persone in un raggio di oltre 500 metri.

Il villaggio delle bombe
Muang Noi è davvero incredibile, basta guardarsi intorno e lo si capisce subito. Lo stipite della porta, il vaso dei fiori, il sostegno della balaustra della terrazza… sono tutte bombe americane svuotate e riciclate. Siamo qui perché questa è una delle zone più bombardate dagli americani durante la guerra segreta ed illegale condotta in Laos dalla Cia tra il 1964 ed il 1973. Per nove anni, tutti i santi giorni, la Cia ha bombardato le aree lungo il sentiero di Ho Chi Minh - il percorso che seguivano i rifornimenti di armi e mezzi provenienti dalla Cina per il Vietnam. I bombardamenti erano così intensi che la popolazione si era trasferita nelle caverne sulle montagne che circondano il villaggio.

La bomba sotto i nostri piedi appartiene alle due milioni di tonnellate (!) di bombe lanciate dagli Americani in quei nove anni. Durante la guerra di Indocina, gli Americani hanno effettuato una delle campagne di bombardamento aereo più massiccie della storia: più di 581mila missioni, gettando sul Laos l'equivalente di un intero carico di bombe ogni otto minuti, 24 ore su 24. Questo costò al contribuente americano due milioni di dollari al giorno. Tra i ‘regali' scaricati dal cielo si contano più di 80 milioni di ‘bombies', una bomba anti-uomo mortale, e usi massicci di defolianti (il famoso ‘agente Orange', sull'impatto del quale, per ambiente e persone, non si è ancora fatto nessuno studio serio). Il risultato dei bombardamenti aerei, combinati alle battaglie sul campo tra il Pathet Lao e l'esercito Lao sostenitore del Partito reale (the Royal Lao Army), è una eredità mista di munizioni d'artiglieria, mine, granate, ordigni inesplosi (UXO, bombe pesanti da 500, 750 e mille libbre), razzi, mortai.

Più del trenta per cento di questi ordigni sono rimasti inesplosi, ponendo minaccie quotidiane sul territorio. Il Laos ha un solo, triste, primato: quello di essere il paese che ha ‘ricevuto' più bombe pro-capite nel mondo. Trent'anni dopo il Laos si trova con due terzi del territorio contaminato e dieci province su diciotto nella categoria ‘severamente contaminate'.

I bambini e le bombe giocattolo
Di recente, gli incidenti legati agli UXO si sono moltiplicati. I motivi dietro l'aumento degli incidenti sono vari: crescita della popolazione e necessità di nuovi campi, spostamento volontario o ‘organizzato' dal governo di villaggi di montagna a valle, e non ultima la ‘caccia' agli esplosivi. Con una popolazione che raddoppia ogni 35 anni, i bisogni di nuove terre arabili sono sempre crescenti, e spingono i contadini ad estendere i terreni agricoli con la deforestazione o lo sfruttamento dei terreni ai margini delle risaie. Operazioni quotidiane, mortali in Laos.

Usati come pilastri, soglie per le case, eliche o barche, mangiatoie per gli animali, o oggetti domestici, vasi, utensili da cucina, lampade, coltelli: l'ingeniosità della popolazione a riciclare i gusci svuotati delle clusters bombs o bombies è infinita. Questa familiarità quotidiana con armi e oggetti di guerra ha creato un complesso di credenze popolari e atteggiamenti riguardo la sicurezza di questi residui bellici che variano da una comunità ad un altra; un misto di paure, e di nuovi bisogni e utilità. Il fatto che le bombe siano così comuni e che rappresentino una potenziale risorsa, costituisce una potente barriera al tentativo di ridurre il numero degli incidenti. La maggiore parte degli incidenti sono infatti legati a pratiche volontarie e contatti deliberati con le UXO: contatti dei bambini che sono attratti da questi oggetti gialli e brillanti, simili ad una palla - le bombies-, e la raccolta e riciclaggio abusivo del metallo e degli espolosivi organizzato dagli stessi villaggi.

La povertà gioca un ruolo importante in questa tragedia. Le bombe hanno un valore economico. Per il metallo, che viene riciclato per gli usi più vari, ma soprattutto per gli esplosivi che possono essere o utilizzati nella vita di tutti i giorni nella pesca, nella caccia, nelle cave di pietra per ottenere materiali da costruzione. Oppure si possono vendere sul mercato nero, la domanda dal Vietnam è forte. Si può vendere il TNT a 10,000 kip (1$ circa) al kg. Il prezzo ufficiale è di 6.5 $. Questo vuole dire che in un paese povero come il Laos trovare una ‘grossa' bomba nella propria risaia equivale a trovare un piccolo tesoro. Ed infatti di solito la popolazione le cerca le bombe, con metal detector da due lire di fabbricazione vietnamita. Una volta trovata una bomba si chiama l'esperto ‘locale', che per una ‘giusta' parcella viene a disinnescare l'ordigno. A Maggio in un villaggio della provincia di Luang Prabang erano in due o tre ad armeggiare sul detonatore di una grande bomba, intorno una decina dei soliti curiosi. L' artificiere del villaggio però ha sbagliato qualcosa, e la bomba ha spazzato via tutti. Una ricorrenza piuttosto comune, e poco denunciata ovviamente.

La giornata di uno sminatore.
Siamo venuti a conoscere e documentare questa realtà poco fotogenica, quella della lotta quotidiana contro una eredità triste della guerra: le bombe.
Il governo del Laos ha istituito nel 1996 la UXO (UneXploded Ordnance) LAO, che ha come obiettivo la bonifica del territorio dagli ordigni.
Il Laos è un paese di una povertà impressionante, uno dei dieci paesi più poveri al mondo. Solo il 50% dei laotiani hanno accesso all'acqua potabile, solo il 25% a qualche forma di assistenza sanitaria. Il 70% non ha servizi igienici.
UXO LAO è finanziata dalla comunità internazionale e si avvale della consulenza tecnica di agenzie internazionali (Mines Advisory Group, Handicap International, Gerbera). Il lavoro da fare è immenso, al ritmo attuale di bonifica è stato stimato che ci vorrebbero duecento anni per ripulire il paese!

Ci siamo uniti al team UXO Lao per raccontarvi la giornata tipica dello ‘sminatore'. Si comincia prestissimo. Partiamo per un villaggio della provincia, più a Nord. Tre ore di Jeep tra le montagne. La nostra destinazione è un sito, una specie di cava, dove si fanno brillare le bombe trovate sul territorio che si possono trasportare. E' un team numeroso, almeno 15 persone, tutti Lao meno i due tecnici tedeschi della Gerbera, la società che si occupa della consulenza tecnica: Siegfried Block e Jurgen Hinderlich. Nella buca che hanno scavato stanno deponendo 50 proiettili d'artiglieria da 75mm. Ognuno di quelli se esplode può spazzare tutta la zona, e tutti noi. Loro sono tranquillissimi, è routine. Li preparano per bene. Mettono l'esplosivo in maniera da causare una sola grande esplosione. Coprono le bombe con sacchi di terra. Resta scoperto il pezzo di esplosivo dove verrà inserito il detonatore che attaccato ai fili elettrici servirà a far brillare la carica. Quello, inserire il detonatore nell'esplosivo, è l'ultimo gesto. E' un gesto che l'artificiere fa da solo. Non ha senso rischiare la vita dei suoi colleghi. Chiede di sgomberare la zona. Il gruppo deve posizionarsi su di una collina ad un chilometro di distanza per godersi l'esplosione in tutta sicurezza. Lui, l'artificiere, si nasconderà in un anfratto nella roccia a 50 metri circa e brillerà le cariche con la classica manovella. Questa volta però noi rimaniamo, per documentare il processo. Il responsabile parte con il suo gruppo un po' perplesso. Un giornalista morto non è certo la migliore pubblicità per il governo laotiano. Cinque minuti dopo la radio ci dà il via libera. Il detonatore affonda nell'esplosivo. Srotoliamo il cavo miccia fino alla micro caverna. Si entra a quattro zampe. Jurgen mi passa la scatola della dinamo a manovella e si mette le mani tra le gambe. Io giro, uno, due giri… boom. Trema tutto. Poi un gran silenzio, fuori inizia a piovere. Sono detriti, terra, pietra e migliaia di frammenti di proiettile rossi di calore. Una pioggia da evitare. Dura un minuto circa, il tempo di una sigaretta con Jurgen. Usciamo finalmente da quel buco. C'è un bel sole fuori e al posto delle 50 bombe-proiettili una grande buca. E' una bella sensazione. Prima o poi qualcuno rastrellando, o vangando, o dissodando un nuovo campo ci avrebbe sbattuto contro. Ma il pensiero di sollievo è scacciato presto dall'arrivo di una camionetta della UXO. Un altro carico di piccole bombe e proiettili, si ricomincia.

Intanto arriva una chiamata via radio. Una sentinella UXO ha ricevuto una segnalazione da un villaggio vicino al fiume a circa venti chilometri: due bombe al bordo di un campo vicino alle capanne abitate. Partiamo. E' un villaggio piccolo e poverissimo. Capanne di legno a palafitta, niente luce o acqua corrente. I soliti bambini scalzi (bellissimi) che giocano con i cani in mezzo alla terra.

Accanto alle capanne un campo coltivato, tra il campo ed un ruscello le due bombe, piccole, da diechi chili circa. Jurgen gli si sdraia accanto, le guarda bene: sono in buone condizioni forse le potrà caricare in macchina per portarle alla cava e distruggerle. Altrimenti deve far evacuare il villaggio, sai che noia, con tutti quei bambini curiosi che si nascondono dietro i cespugli. Insieme a lui c'è un'altra tecnica sminatrice: Chanthavone Inthavongsin. 24 anni, viso tondo, sguardo impenetrabile, questa ragazza fa la sminatrice da 6 anni e oramai training ed esperienza le valgono il titolo di sminatrice ‘senior'. E' un personaggio incredibile, unica donna sminatrice del Laos, è diventata un vero e proprio simbolo di questa organizzazione e della sua lotta. Chanthavone si muove con una calma ed una freddezza impressionante. Si avvicina alle bombe inesplose, le tocca, le muove lentamente, le disinnesca con sicurezza meccanica.

Più tardi, a pranzo le facciamo qualche domanda. Tra quelle professionali, inevitabilmente, arriva la banalissima: «ma, non hai mai paura?». «No, mai. Forse la prima bomba mi ha fatto un po' paura. Ora no.» Anche il tedesco Jurgen dice di non avere paura, dice scherzando (e le statistiche gli danno ragione) «è più pericoloso girare in macchina». Deve essere un meccanismo difensivo, è vero che ci sono tanti lavori pericolosi, ma nel loro ti è permesso un solo errore… in una carriera. Non ci pare il caso di sottolinearlo.

Il lascito delle guerre
Che senso ha parlare di questa guerra finita e dimenticata? Intanto perché non è finita visto che continua ad uccidere ogni giorno. Ma soprattutto perché viviamo in un tempo in cui la propaganda militarista dice al mondo che la guerra si può fare. Dicono che esistono guerre ‘giuste', che iniziano e finiscono nel tempo, con i loro bombardamenti ‘chirurgici'. Le bombe sono un male necessario ora, dicono, poi finita la guerra e stabilita la democrazia manderemo gli aiuti e ricostruiremo strade e scuole.

E allora raccontare la verità dei luoghi dove la guerra c'è stata ha il senso di svelare la bugia: la guerra non finisce con la fine delle operazioni militari. La guerra segna per generazioni, per sempre a volte, un paese, un popolo. La guerra altera il paesaggio, i rapporti tra le comunità, le possibilità di sviluppo future in maniera drammatica, radicale, creando una discontinuità. La guerra crea un ‘prima' ed un ‘dopo'. Nella terra e nell'acqua restano distruzione esplosivi e veleni per decenni, secoli. Ma è dentro le persone che restano i veri crateri, silenziosi.

Flore Murard Luca Bonaccorsi

da
LA LIBRERIA AMORE E PSICHE

La libreria Amore e Psiche resterà chiusa
sabato 25 e domenica 26 dicembre

Riapriremo a partire da lunedì 27 dicembre
con gli orari consueti

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la registrazione dell'incontro
di venerdì 10 dicembre presso
la fiera del libro "più libri più liberi"
può essere vista qui da noi

si può anche collegarsi
a
www.mawivideo.it

Un saluto

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è disponibile:

il nuovo libro delle Nuove Edizioni Romane


ANALISI COLLETTIVA INCONTRI
atti del 5 novembre 2004
villa Piccolomini
Ingrao
Bertinotti

(la pubblicità delle Nuove Edizioni Romane
è apparsa di nuovo domenica 19, per la terza volta, su

il manifesto

in prima pagina, e con una bellissima impaginazione
e giovedì 23 su
Liberazione)


è disponibile anche:

il video (vhs o dvd)
che documenta quell'incontro


e inoltre:

il CALENDARIO 2005

e l'agenda

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a Firenze

come sempre da STRATAGEMMA

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la religione americana

Da Il Gazzettino del NordEst - 24/12/2004 :
WASHINGTON Il 65% degli statunitensi si rivolge al Divino più d'una volta al giorno, anche davanti alla "Madonna delle autostrade", dove si fermano pure gli islamici. Natale o no, l'America si scopre religiosa e prega dove capita.

A Natale - ma non solo - l'America chiude gli occhi, china il capo e prega. In massa. Sempre di più e sempre più spesso si affida al divino: il 65% degli americani - rivela un sondaggio appena sfornato - prega il suo Dio, Buddha, Allah o Maometto, più di una volta al giorno. E lo fa senza nutrire dubbi: il 74% degli interpellati - dice il rilevamento condotto dal settimanale Us News & World report e da Beliefnet, il sito web della spiritualità frequentato da 65mila adepti - è convinto che se le preghiere non si avverano come auspicato è perchè «ciò non faceva parte dei piani del Sommo». In molti però hanno fortuna: il 42% ha giurato che le preghiere formulate hanno avuto la risposta richiesta. C'e' chi assicura di essere stato sull'orlo della bancarotta ed aver implorato il Divino che l'auto in pessime condizioni si mettesse a posto da sola ed ha ricevuto la benedizione: «Una mattina - ha confessato un anonimo - la macchina ha iniziato ad andare perfettamente».
Ci sono i miracolati: «Dovevo avere un'operazione alle arterie - ha detto un uomo - e il giorno dell'intervento i medici hanno scoperto durante l'ultima batteria di test che le mie arterie si erano "ripulite" completamente da sole».
Ecco allora che per qualsiasi ragione, supplica o ringraziamento, senza pudori o ritrosie, l'America prega ovunque si trova. Lo fa ad un angolo della battutissima "highway 95" tra Washington e Filadelfia dove c'è sempre coda: sono gli automobilisti in sosta di adorazione di fronte alla torreggiante statua di "Nostra Signora delle autostrade". Una Madonna del grande traffico, è stata infatti messa lì pochi anni orsono come ad un angolo di strada di un qualsiasi paesino d'Italia devoto al culto mariano, e ora attrae sciami di fedeli. Nel parcheggio gli adepti di religione battista esplicano complessi riti sacri sui mezzi di trasporto a quattroruote. Anche gli islamici ne approfittano, e li si vede spesso fermarsi per inchinarsi in direzione della Mecca. Sugli schermi tivù, inquadrati sui campi da baseball prima di ogni partita, i giocatori si prendono per i guantoni in circolo e pregano per vincere. Nei ristoranti, sugli autobus o in qualsiasi luogo pubblico, capita regolarmente di vedere signori dall'aria sino a quel momento normale fermarsi di botto e dare testate al primo muro che incontrano: sono gli ebrei ortodossi che replicano il rituale del Muro del Pianto.
In questi giorni tutti pregano per «i ragazzi al fronte». E con un presidente che non fa mistero dei suoi dialoghi quotidiani con Nostro Signore, gli Usa si avviano a diventare il Paese più credente del globo. Sia pure nel modo più contraddittorio immaginabile.
Nell'America delle grandi fedi individuali infatti il principio della separazione tra Chiese e Stato detta regola, raggiungendo situazioni paradossali durante le festività natalizie. L'ossessione del "politicamente corretto" sta infatti scatenando ondate di cause legali intentate dagli evangelici che, galvanizzati dalla recente vittoria politica, sfidano in tribunale le scelte laiche di molte comunità. Ecco allora che nelle scuole del New Jersey i bimbi hanno ricevuto la proibizione di cantare canzoncine Natalizie in cui si faccia menzione di Gesù; in quelle del Kansas le tradizionali festicciole (di Natale...) sono state ribattezzate di "Mezzo inverno" e sono stati banditi piattini di carta con i colori tipici della festività, ossia rossi e verdi; in una piazza della Florida è stata impedito l'allestimento di un presepe. Ma dopo l'intervento degli avvocati, ora tutto ciò verrà deciso dai giudici.

l'Unità trasloca poco oltre viale Trastevere:
non si trovava nulla di più vicino a S.Cosimato...

l'Unità on line 24.12.04
Dalle rotative partigiane ai turisti di via Due Macelli:

i traslochi de l'Unità
di Wladimiro Settimelli

la nuova sede è in via Benaglia 25 - 00153 Roma.
Il nuovo numero di telefono dell'Unità è 06 585571.


Mamma mia il trasloco. Una faticaccia. Come spingere un autobus di linea rimasto senza carburante o far salire su uno sgabello l'elefante. Dunque, da Natale, siamo in via Benaglia al numero 25, tra Viale Trastevere e Porta Portese. Lasciamo la sede di via Due Macelli, a due passi da Piazza di Spagna, per tornare di nuovo in un rione essenzialmente popolare, di ceto medio e impiegatizio. Un po' come nella vecchia sede di via Taurini, in San Lorenzo, dove il giornale era piazzato tra ferrovieri, meccanici, operai e suore. Ma anche studenti universitari, insegnanti e bottegai di antico ceppo. Tutti, comunque, di sicura fede antifascista. La gente di San Lorenzo, come racconta la storia, fu l'ultima che si arrese alle squadracce di Mussolini, nei giorni della cosiddetta marcia su Roma.
Ognuno di noi ricorda i traslochi casalinghi e caserecci. Quelli personali, insomma. Sono una tragedia e, in fondo, lasciano tracce indelebili nel cuore e nel carattere.
I traslochi e i cambi di sede del giornale, hanno, ugualmente, sempre mille incredibili risvolti politici e umani. Semplicemente perché il giornale è una creatura viva, una "cosa" che non si ferma e non può fermarsi mai. Poi, nessuno come i giornalisti, gli amministratori, gli archivisti, i tipografi, i dimafonisti, la segreteria di redazione, i grafici e i creativi, riesce ad accumulare come pochi altri, in ogni sede, vere e proprie montagne di carte, cartelle, giornali, riviste, libri, documenti e materiali vari. Tutto, pare sempre straordinariamente importante, intoccabile, indefettibile, necessario, d'obbligo, non perdibile. Si, certo, come si diceva un tempo, tutti i "luoghi collettivi di lavoro", in caso di trasloco, hanno gli stessi problemi. Ma per il giornale, tutto pare mille volte più complicato, difficile, strano, aggrovigliato. È chiaro perchè: nelle diverse stanze sono stati vissuti, in diretta, avvenimenti indimenticabili, legati alla vita quotidiana, alla vita del mondo, minuto per minuto, ai fatti grandi e piccoli che riguardano tutti, ma che, all'interno del giornale, prendono forma, vengono "composti" e aggiornati fino all'ultimo momento possibile, per poi essere "consegnati" ai lettori. È il fascino della professione, del mondo dei giornali e dei mezzi di comunicazione di massa. "È la stampa bellezza", verrebbe da dire, rifacendosi alla celebre battuta di un celeberrimo film.
Le sedi de l'Unità? I traslochi del giornale? In fondo, a pensarci bene, non sono stati così tanti. Vediamo un po'.
Subito dopo la liberazione di Roma, la redazione viene organizzata e allestita in via IV Novembre dove c'è già una buona tipografia: quella dell'Uesisa. Nella stessa sede trovano posto anche le redazioni de Il Paese, Paese Sera e quella di un noto giornale umoristico. I redattori, sono compagni appena usciti dalla Resistenza. Alcuni hanno fatto parte dei Gap romani e altri sono appena tornati dai Gruppi di combattimento del nuovo esercito italiano. I giornalisti e i politici del Pci che dirigono il giornale, sono personaggi straordinari e coltissimi. Alcuni sono tornati dell'emigrazione antifascisti, altri sono appena usciti dalle carceri e dal confino. Il clima, all'interno del giornale, è di grande entusiasmo. Non esistono le "corte" (i riposi), lo stipendio è quello di un operaio metallurgico e, praticamente, si vive tutto il giorno nelle stanze del giornale. Si fa soltanto politica e tutto è rigoroso, intransigente, pieno di impegno ininterrotto. C'è anche tanta fame. La "causa" richiede questo e altro e non c'è nessuno che si tiri indietro.
Ed ecco, finalmente, nel 1956, la redazione viene trasferita in via dei Taurini 19, a due passi dall'Università, dalla stazione ferroviaria (il giornale veniva spedito con i treni e con i camioncini) e dalla grande caserma dell'aeronautica. Insomma, San Lorenzo. Lo stabilimento, grande ed elegantissimo, è, sulla carta, di proprietà della società Gate, ma appartiene al Pci, come il grande stabilimento della redazione milanese. Tutto è stato costruito con le grandi sottoscrizioni nazionali e con l'aiuto dei compagni di tutta Italia. Forse, come ha sempre detto qualcuno sottovoce, anche con qualche soldo arrivato da Mosca. Chi, come il sottoscritto, ha passato metà della vita nella sede di via Taurini, ha anche visto una bella rotativa arrivata in regalo dall'Unione Sovietica. Una rotativa mai montata e mai resa funzionante. Mancava sempre un pezzo che i compagnucci sovietici non mandavano e non hanno mai mandato perchè il Pci non voleva in alcun modo stare "allineato".
Ed è in via dei Taurini che la redazione e la tipografia sono rimaste fino al 1992. Un palazzo straordinario e incredibile, quello del giornale. All'ultimo piano c'era il barbiere e la mensa (erano i vecchi Bettalli che la gestivano) poi l'ambulatorio medico e sotto, al primo piano, il bar. Diciamolo: tutto era stato concepito e sistemato perchè i compagni giornalisti e i tipografi, potessero rimanere barricati a lungo nel palazzo, in qualunque circostanza. Allora, non c'erano i telefonini, niente computer, niente Internet. Le agenzie di stampa che arrivavano da tutto il mondo, venivano "battute" dalle telescriventi. Anche le foto arrivano e si componevano, ombra dopo ombra, su appositi apparecchi per le telefoto. I cronisti, ascoltavano le comunicazioni della polizia e dei carabinieri con una apposita radiolina, per essere "sul posto prima possibile". Il giornale veniva tutto scritto a macchina, composto dalle linotype su righe di piombo, a caldo e con la fusione. Quasi tutti i titoli erano composti a mano. Le telescriventi, nell'apposita sala, battevano tutto il giorno notizie, con un fracasso infernale. Articoli e notizie venivano dettati agli "stenografi" che "raccoglievano" in apposite cabine insonorizzate e poi traducevano e consegnavano il materiale ai giornalisti addetti.
Gli inviati in paesi lontani, per tanto tempo, hanno continuato a mandare i loro pezzi per telegramma. Un "servizio" veniva diviso in una ventina di telegrammi formulati in poche frasi. Il testo veniva poi "arricchito" e sistemato in redazione. Era un lavoro complesso e delicato. In redazione, i giornalisti lavoravano con le macchine da scrivere alte, grosse e pesanti. I titoli venivano scritti a mano su fogli in tre copie e mandati in tipografia. La tipografia... Un mondo indimenticabile fatto di sapori e di odori, di uomini bravissimi e rapidissimi. I tipografi erano capaci di prendere con le mani interi articoli trasformati in righe di piombo, poggiarli e sistemarli all'interno dei contenitori delle pagine, dove tutto veniva organizzato secondo i "menabò". Con quelle loro pinzette, i tipografi erano rapidissimi nel tagliare gli articoli troppo lunghi o "interlineare" i troppo brevi. Il rapporto con i tipografi era bellissimo: a volte di pieno accordo, a volte conflittuale. Poi c'era la grande rotativa: un mostro smisurato di tre piani di altezza, lunga quanto un peschereccio d'alto mare. A quella macchina, lavoravano tipografi del tutto particolari, addetti anche ai "flani", sui quali veniva "soffiato" il piombo fuso. Erano considerati come i fuochisti dei grandi transatlantici: un po' ribelli e un po'anarchici. Ma c'era il compagno Cima, un ex pugile, che sorvegliava l'andamento del lavoro. Erano tempi d'oro e il sabato e la domenica si "tirava" anche un milione di copie che gli "Amici dell'Unità" portavano in ogni angolo d'Italia e in ogni casa. Quando le tirature erano alte, la rotativa "partiva" verso le 18 e tutto il palazzo tremava per le vibrazioni di quella macchina gigantesca. Venivano in tanti a visitarla. Soprattutto delegazioni di compagni.
In via dei Taurini abbiamo vissuto grandi e piccoli avvenimenti, ma sempre straordinari e indimenticabili. Come quella volta che una delegazione di vietnamiti, piccoli, piccoli, aveva portato in regalo una bandiera da combattimento che era stata stesa sulla macchine della tipografia, tra applausi e abbracci. Il legame fra tutti i giornalisti, i direttori, i tipografi e gli amministrativi, era davvero strettissimo, anche se spesso conflittuale dal punto di vista politico. Quante volte, la notte, siamo scesi davanti al palazzo per difendere dagli assalti fascisti l'Unità e Paese Sera? Tante, tantissime volte. All'ingresso del giornale, c'era uno sportello pieno di bastoni. Il portiere suonava un campanello per avvertire dell'assalto squadrista e tutti correvamo fuori, giornalisti, tipografi e amministrativi, e respingevamo l'attacco fra pugni e bastonate. Anche i "brigatisti rossi" ci hanno assalito tante volte. In via dei Taurini, sono entrati Togliatti, i fratelli Pajetta, Enrico Berlinguer, direttori noti e meno noti, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, attori cinematografici e teatrali, grandi scrittori, Sartre, Neruda, Guttuso e perfino Claudio Villa che arrivava, sereno e sorridente, con la sua potentissima moto.
In via dei Taurini, ho visto, un giorno, Maurizio Ferrara saltare su un tavolo e gridare: "Hanno ammazzato Kennedy, hanno ammazzato Kennedy". In via dei Taurini abbiamo seguito la vittoria del Vietnam,la tragedia di Aldo Moro, le conquiste spaziali russe e americane, il terremoto in Irpinia, la strage alla Stazione di Bologna, quella dell'Italicus e quelle di mafia. Abbiamo seguito, minuto per minuto, l'invasione sovietica di Budapest e Praga, la morte di Stalin, quella di Tito e mille altre tragedie del mondo.
In via dei Taurini, dove passavamo intere giornate, il rapporto tra giornalisti e giornaliste era molto stretto. Ne nacquero matrimoni e grandi amori. Anche tragedie: un giorno la moglie del capo servizio dello sport, fece chiamare il marito in portineria. Quando lui arrivò, lei tirò fuori una pistola dalla borsetta e con tre o quattro colpi lo ammazzò come un cane.
Poi, il grande trasferimento in via Due Macelli, direttore Walter Veltroni. Il palazzo di via dei Taurini era stato venduto insieme alla rotativa. I ricordi di via Due Macelli? Tante e tante notizie e un fatto drammatico e angoscioso: la crisi e la chiusura del giornale. Poi, dopo mille problemi, il rilancio e la coraggiosa e straordinaria rinascita. In via Due Macelli, Veltroni, un giorno, prima della chiusura, aveva scritto e pubblicato un bell'articolo sul centro-sinistra, dando così il via ad una serie di incontri politici ad alto livello. Da quegli incontri e da quell'articolo, era nata, poi, una pianta straordinaria: l' Ulivo. Un grande ed esaltante esperimento politico, una cosa unica che aveva di nuovo coagulato passioni e vittorie.
La pianta era nata proprio nelle stanze della direzione del giornale, tra i fumi e gli odori della cucina cinese del pianterreno e il pubblico snob di Piazza di Spagna che camminava svelto per strada, imboccando spesso la galleria con l'ingresso della redazione. A stagioni alterne, per salire e sedersi alle scrivanie, toccava, a tutti, annaspare e nuotare in mezzo a torme di turisti giapponesi segaligni e frettolosi, ma sempre sorridenti. Certi giorni poi, in via Capo Le Case, bisognava evitare le provocazioni dei cattolici integralisti di "Cristo re", con i loro mantelli neri e le bandiere crociate. Spesso, stazionavano proprio sotto la casa nella quale, durante l'occupazione nazista, il gappista Fiorentini aveva messo a punto il piano di attacco contro la compagnia dei nazisti del "Bozen" che passavano, marciando e cantando, proprio in via Due Macelli, per poi andare ad infilarsi in via Rasella.
Qualcuno dice che il palazzo dove abbiamo "abitato" per diversi anni, non portasse per niente bene. Chissà! Noi, comunque, ce ne siamo andati.

sabato 25 dicembre 2004

l'informazione oggi

una segnalazione di Donatella Coccoli

il manifesto 22.12.04
INFORMAZIONE

Prigionieri del centro che non c'è
di GIULIETTO CHIESA


Paolo Mieli più Gianni Riotta più Pigi Battista al Corriere. Costanzo che si candida, hyphen, per la presidenza Rai. Lucia Annunziata in pectore per L'Unità. La Repubblica - che, per leggerla senza tristezza, bisogna aspettare Eugenio Scalfari la domenica - è diventato un giornale che crede alle armi di distruzione di massa (in Iraq) e, quando Berlusconi demolisce il potere giudiziario, titola così: «E' passata la riforma». Questo è il quadro informativo che ci attende nel caso (sempre meno sicuro) che il centro-sinistra sostituisca Berlusconi alla guida del paese. Questo è comunque il quadro informativo-cerchiobottista che i moderati (sempre più moderati) del centro-sinistra stanno componendo per condurci al grande scontro finale. Che è davvero un grande scontro finale, ma che loro considerano un episodio, da gestire mediante il «bipolarismo mite», di una normale alternanza di potere, senza rendersi conto che quegli altri non hanno alcuna intenzione di rispettarla, l'alternanza, e andranno giù a colpi di maglio televisivo, violando tutte le regole, come del resto stanno già facendo.

Insomma - come scrive Cordero - «oppositori morbidi», che «accreditano l'avversario», facendocelo passare come «normale», o addirittura «interlocutore possibile». Non hanno compreso che questo è ormai il tempo del ferro e del fuoco e, per questo, D'Alema docet, vanno a un centro inesistente.

Il pendant informativo-comunicativo è appunto l'inciucio con tutti i peggiori «centristi» dell'informazione manipolata: con il massimo responsabile della degenerazione infotainment di questi ultimi due decenni e oltre, cioè Costanzo; con i cantori delle guerre giuste (cito Franco Cardini) Annunziata, Riotta e Pigi Battista; con l'inventore autentico del mielismo revisionista storico, alleato naturale di Platinette con la barba (cito Marco Travaglio), e compagno di merende di Rossella 2000, approdato al Tg5. Ecco la squadra che dovrebbe accompagnarci al dopo Berlusconi! Ve lo figurate il risultato? Ma questo - bisogna esserne consapevoli - è anche il quadro (invero desolante) dei settori più progressisti della società italiana.

L'opposizione politica a Berlusconi è quella miseria che sappiamo, ma quella imprenditoriale non è più saggia e lungimirante. Chi potrà mai spiegare loro che it's the crisis, stupid? Che questo paese, come il resto del mondo, non si può salvare con la «cultura Ferrari»? E che è giunto anche per loro il momento del nuovo modo di produrre (sostenibile) e di consumare (meno e diverso)? Chi spiegherà loro la differenza esistente tra inciucio cerchiobottista manipolatorio e una grande riforma intellettuale e morale di questo paese? Chi spiegherà loro che devono studiare molto più attentamente Silvio Berlusconi, e dargli retta quando rivela che «tutto avviene in televisione»?

incredibile stupidità o strumento di terrore e dominio?
l'esorcismo nel duemila

Corriere della Sera 24.12.04
Esorcista intervistato dalla radio Vaticana che presenta le lezioni contro l’occultismo

«Satana? Provoca scottature e graffi nei posseduti»
Il racconto di padre Bamonte: «Non ho paura quando affronto il Maligno perché so che teme le preghiere»

La scheda
GLI ESORCISTI «DOC» In Italia i sacerdoti con l’incarico di officiare i riti esorcistici sono 400, ma altrettanti sono laici e religiosi che, senza mandato, affermano di essere in grado di scacciare Satana da un individuo
L’INDAGINE
Nell’indagine dell’Associazione psicologi cattolici emerge che mezzo milione di italiani nel 2000 si è rivolto a un esorcista: il 65% erano donne
CITTA’ DEL VATICANO - «Scottature, graffi, voci nella mente, battiture sul corpo, senso di suicidio e un orrore per il sacro, che non è normale per una persona, e che - in presenza di preghiere o di oggetti sacri - induce a reazioni furibonde»: sono i «disturbi» che Satana provoca a chi si avventura nei suoi «domini», cioè «nella superstizione, nella magia e sulla via del male e delle tenebre», dove appunto regna «il principe delle tenebre». Quell’elenco dei «disturbi» provocati da Satana è stato fatto dal padre Francesco Bamonte, noto esorcista, in un’intervista trasmessa ieri dalla «Radio vaticana».
Occasione dell’intervista, un corso di aggiornamento per sacerdoti su «satanismo, esorcismo e preghiera di liberazione», organizzato dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma e dal GRIS, Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa.
Le lezioni, che avranno inizio il prossimo febbraio, saranno tenute da sociologi, teologi, medici, psicologi ed esorcisti, chiamati ad «analizzare il tema della possessione diabolica alla luce della sempre maggiore diffusione del satanismo tra i giovani di oggi».
Secondo il padre Bamonte - religioso dei Servi del Cuore immacolato di Maria - sono quattro le «vie» principali attraverso le quali si può «cadere vittime» del demonio: per «iniziativa di Dio», che «non impedisce» quella «caduta» per il bene di chi ne è «vittima», ed è il caso di santi «percossi dal demonio, tormentati o addirittura posseduti»; per «colpa propria», quando ci si dedica a una forma di occultismo; se si «subisce un maleficio, ossia un male causato da una persona legata a Satana»; se ci si «indurisce» nel «peccato», con un «totale rifiuto a ravvedersi».
La moda attuale dell’occultismo. il padre Bamonte - che è autore di volumi intitolati «Cosa fare con questi maghi?» (Ancora 2000) e «I danni dello spiritismo» (Ancora 2003) - la spiega con il «calo della fede», che «porta ad andare sempre più» verso la pratica della magia, del paranormale e dello spiritismo, cercati - magari inconsapevolmente - come surrogati del religioso.
Che avviene quando una persona che teme di essere «posseduta» si presenta da un esorcista? Verificato che non si tratta di un disturbo psichico, o psicologico - in tal caso si consiglia a quella persona di rivolgersi a uno specialista dell’una o dell’altra patologia - si indaga su eventuali precedenti del soggetto, in materie attinenti al satanismo, in modo da poter «andare alla radice del male».
«Si chiede - dice il maestro esorcista - se la persona ha frequentato maghi, satanisti, sette o se ha fatto egli stesso spiritismo, se ha partecipato anche soltanto per curiosità a una messa nera, se ha avuto nella famiglia persone che si dedicano alla magia».
Infine si arriva alla celebrazione dell’esorcismo, che è una preghiera di «liberazione» dalla possessione diabolica. «In concreto - racconta il padre Bamonte - si ordina al demonio, quando veramente si è certi che c’è lui, di lasciare quella creatura che sta tormentando, nel nome di Gesù Cristo, che ha dato questo potere agli apostoli e alla Chiesa».
Alla domanda se l’esorcista non abbia paura di questo contatto ravvicinato con Satana, il padre risponde che «no», perché «quello dell’esorcismo è un ministero della Chiesa, dove c’è tutta la protezione di Dio».
Ma è l’esperienza stessa - assicura il religioso - a incoraggiare l’esorcista: «Non ho paura anche per il fatto che, quando faccio un esorcismo, vedo che è il demonio ad aver paura delle preghiere».

Panorama.it 23.12.04
Contro il diavolo ci vuole un master
Per la prima volta la Chiesa infrange il tabù del satanismo: lezioni per sacerdoti e seminaristi all'Ateneo pontificio.
di Ignazio Ingrao

Sono arrivate prenotazioni e richieste di informazioni persino dal Cile e dall'Australia: il primo corso universitario per esorcisti sta riscuotendo un successo straordinario. Le lezioni cominceranno il prossimo 17 febbraio e si terranno presso il Pontificio ateneo Regina Apostolorum, moderno polo universitario alle porte di Roma che fa capo alla Congregazione dei Legionari di Cristo, considerati la punta avanzata e meglio organizzata del conservatorismo cattolico. È la prima volta che un'università pontificia dedica un corso di studi a quello che è stato sempre un argomento tabù per la Chiesa, coperto dalla riservatezza e dal segreto: il satanismo e le possessioni diaboliche.
«Ci siamo accorti della grave carenza di preparazione dei sacerdoti riguardo a fenomeni che si stanno diffondendo in maniera incontrollata. Non si tratta di insegnare solo come si svolge un rito esorcistico ma anche di spiegare come comportarsi con un seguace di una setta satanica o con chi pratica lo spiritismo e la magia» spiega a Panorama Giuseppe Ferrari, segretario nazionale del Gruppo di ricerca e informazione socioreligiosa (Gris) che ha ideato e organizzato il corso insieme con i Legionari di Cristo. E uno degli esorcisti più famosi d'Italia, Gabriele Amorth, che opera nella diocesi di Roma, aggiunge: «C'è molta ignoranza sul satanismo e una grave sottovalutazione del fenomeno da parte della Chiesa. Molti sacerdoti e vescovi credono sì e no all'esistenza del demonio, ma quasi più nessuno crede alla sua attività straordinaria. In questo modo si aprono le porte a Satana».
La maggiore preoccupazione di don Amorth è la «crescita del numero dei fedeli che si rivolgono a maghi e cartomanti e che si lasciano attrarre dallo spiritismo, dall'occulto e dalle sette». Ne è la prova il successo che sta avendo nelle sale il film di Renny Harlin, L'esorcista - La genesi che racconta l'antefatto della famosissima pellicola del 1973, divenuta un cult per tutti gli appassionati di satanismo. «Anche su internet cresce in maniera esponenziale il numero dei siti e delle newsgroup sataniche» afferma il criminologo Marco Strano, che ha censito 322 club satanici attivi sul web, con quasi 6 mila aderenti.
Il corso del Pontificio ateneo Regina Apostolorum sarà riservato a sacerdoti e seminaristi e avrà la durata di tre mesi. Al termine delle lezioni è previsto un esame ma non verrà rilasciato alcun «diploma da esorcista» poiché «l'autorizzazione a esercitare questo ministero può essere data solo dal vescovo diocesano» spiega Ferrari. E il caso di Emmanuel Milingo insegna che la Chiesa non ammette eccezioni al riguardo: prima della sua fuga con Maria Sung, al vescovo africano venne infatti categoricamente vietato di celebrare esorcismi senza esserne autorizzato. Ma non è difficile immaginare che d'ora in poi, grazie a questo corso, molti esorcisti verranno proprio dalle file dei Legionari di Cristo.
La particolarità dell'iniziativa sta anche nell'approccio multidisciplinare: oltre che esorcisti, i docenti saranno antropologi, come Cecilia Gattotrocchi, psicologi, biblisti, teologi, medici, canonisti. «Le nuove norme che regolano gli esorcismi prevedono che ci sia una collaborazione stretta tra psichiatri ed esorcisti» spiega il presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, Tonino Cantelmi, fra i relatori del corso. «E la maggioranza delle persone che si rivolgono a un esorcista in realtà ha disturbi mentali» osserva ancora Cantelmi, che nel 2000 ha svolto un'indagine al riguardo.
Quanti sono i posseduti?
Sono almeno 500 le sette attive in Italia con 3 mila seguaci
500 MILA sono gli italiani che ogni anno si rivolgono a un esorcista, secondo l'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici.
IL 65 PER CENTO è formato da donne di livello culturale medio-basso, provenienti dalle regioni del Centro-Sud; 20 su 100 sono minorenni.
300 circa sono gli esorcisti ufficiali che operano in Italia e dipendono dai rispettivi vescovi diocesani.
5 MILA sono i casi che un esorcista può arrivare a seguire in un anno.
50 MILA sono gli esorcismi effettuati in 15 anni da Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma.
500 sono le sette sataniche attive in Italia con oltre 3 mila seguaci. Sono i dati del rapporto sul satanismo in Italia, realizzato dal Telefono antiplagio e aggiornato all'ottobre 2004.
Per queste ragioni la Chiesa stabilisce che, prima di arrivare all'esorcismo, la persona che teme di essere contaminata o posseduta dal demonio debba superare una serie di test illustrati a Panorama da Gabriele Nanni, un passato da esorcista nelle diocesi di Teramo e dell'Aquila e autore del volume Il dito di Dio e il potere di Satana pubblicato l'estate scorsa dalla Libreria Editrice Vaticana. Anzitutto vanno valutati gli indizi che rivelano la presenza del demonio in una persona: forza sovrumana, potere di parlare lingue sconosciute, rivelazione di notizie segrete o di episodi e circostanze lontani nel tempo e nello spazio, reazioni violente contro tutti i simboli sacri. Va inoltre accertata preventivamente, sottolinea il sacerdote, la «non reattività del soggetto alle terapie psichiatriche». Solo a quel punto si può procedere con il rito.
Ma anche in questo caso occorre andare per gradi: se la persona è vittima di semplici vessazioni da parte di Satana può essere sufficiente una «preghiera di benedizione». Se questa si rivela inefficace o addirittura scatena con maggiore violenza le forze del male, è necessario ricorrere al «grande esorcismo». Massima vigilanza anche dopo l'avvenuta guarigione perché, avverte don Nanni, gli spiriti maligni «non vedono l'ora» di riprendere possesso di un'anima appena liberata.
Il rito dell'esorcismo è in latino e risale al 1614 ma è stato rivisto e modificato nel 1999 dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Nel 2001 venne pubblicata anche una traduzione italiana, curata dalla Conferenza episcopale, ma la vicenda è avvolta nel giallo. Subito esaurita, l'edizione italiana del rito dell'esorcismo non è stata più ristampata dalla Libreria editrice vaticana, ufficialmente perché conteneva degli errori. In realtà si era scoperto che il rituale stava circolando tra guaritori e finti esorcisti e persino tra i gruppi satanici.
Ma come fare per proteggersi dall'attacco degli spiriti del male? Padre Giancarlo Gramolazzo, presidente dell'Associazione internazionale degli esorcisti, dispensa alcuni consigli: «Stare lontano da maghi e guaritori, evitare le sedute spiritiche, confessarsi e comunicarsi spesso, far benedire la casa almeno una volta l'anno».
La formula giusta
Rituali, salmi, Vangelo: il male viene cacciato così
«Io ti esorcizzo, in nome del Dio vivo, spirito immondissimo, nemico della fede, avversario del genere umano, portatore di morte, padre della menzogna, radice dei mali, seduttore degli uomini, origine dei dolori. Io ti ordino, maledetto serpente, in nome del Signore nostro Gesù Cristo, di togliere le radici e di fuggire da questa creatura di Dio». Comincia così la formula «imperativa» per il grande esorcismo prevista dal rituale stilato nel 1999 dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.
L'esorcista non è mai solo: si avvale dell'aiuto di altri sacerdoti o di laici e spesso chiede anche la presenza dei familiari dell'indemoniato. Il rito si apre con la benedizione dell'acqua santa. Quindi l'esorcista pronuncia la litania dei santi e già a questo punto, in molti casi, il demonio comincerebbe a manifestarsi sfigurando il volto del posseduto.
Si passa poi alla recita del salmo 90 (Sotto le ali divine) e alla lettura del Vangelo di Giovanni. Subito dopo l'esorcista impone le mani sul capo dell'indemoniato e chiede a lui e a tutti i presenti il rinnovo delle promesse battesimali («Rinunci a Satana e a tutte le sue opere?»). Si arriva così al momento culminante: la pronuncia dell'esorcismo. Due le formule possibili: la formula «deprecatoria» e quella «imperativa». Con la prima l'esorcista chiede l'intercessione della Vergine Maria, dell'arcangelo Michele, degli apostoli Pietro e Paolo e di tutti i santi affinché liberino l'indemoniato dal maligno. Con la formula imperativa, invece, è l'esorcista stesso che comanda a Satana di liberare la sua vittima. Il rito si conclude con una lode di ringraziamento a Maria. Spesso va ripetuto per mesi prima che il demonio abbandoni la sua preda.

venerdì 24 dicembre 2004

Bertinotti:
sì a una manifestazione di massa a San Giovanni

e una intervista

l'Unità 24.12.04
San Giovanni
Ci sarà anche Rifondazione
Fausto Bertinotti

questa lettera è pubblicata oggi
anche su Liberazione

Caro Direttore,
La proposta dell'Unità per una manifestazione di massa contro il governo da tenersi agli inizi del prossimo anno ci convince in pieno. Durante questi mesi si sono accumulate energie e risorse importanti in una serie di eventi che hanno contestato aspetti fondamentali della politica di questo governo, di grandi categorie di lavoratori.
Lo sciopero generale indetto dalle organizzazioni sindacali, la manifestazione per il diritto all'istruzione pubblica, le proteste del mondo del cinema e della cultura, lo sciopero dei magistrati, le manifestazioni dei migranti e così via. Con temi, modalità differenti, pur tuttavia, l'insieme di questi appuntamenti compongono un quadro complessivo di critica radicale all'operato di questo governo e, al tempo stesso, costituiscono l'ossatura fondamentale di una richiesta per una nuova politica nel campo dell'economia, dei diritti del lavoro, di quelli sociali, del rapporto tra i poteri costituzionali, dell'impianto democratico del Paese.
Il punto fondamentale ci sembra proprio quello di connettere queste lotte e consentire, anche attraverso l'unificazione di proposte e progetti, l'accumulazione di una massa critica complessiva che aiuti l'ulteriore crescita e l'incisione dei movimenti medesimi. A queste lotte e a queste proteste, il governo ha risposto con la protervia dell'approvazione della legge finanziaria con il voto di fiducia, con l'esasperazione dello scontro sul terreno della giustizia e la prevaricazione di una legislazione ad personam che offende la dignità del Parlamento e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Cresce una giusta indignazione morale e civile che deve trovare un ascolto e una risposta adeguati, occorre dare voce e speranza a una condizione di sofferenza sociale e di iniquità nel campo dei diritti che si aggrava ogni giorno di più e che è, essa stessa, concausa della crisi economica drammatica che attraversiamo e di quello che è stato definito il declino del Paese. La salvaguardia dell'indipendenza e dell'autonomia dei poteri costituzionali, l'affermazione dell'uguaglianza dei cittadini nella fruizione del diritto e di fronte alla legge. Un'altra Italia che aspira ad una vera giustizia sociale, alla democrazia e alla pace e che per questo dice basta a questa destra che dà privilegi a chi ha di più, sta affondando il Paese, ne mette a rischio la coesione sociale e la tenuta democratica. Per questo accogliamo il Vostro invito e daremo il nostro impegno per la sua concreta attuazione e riuscita.
Fausto Bertinotti

Corriere della Sera 24.12.04
Bertinotti: troppo tardi, ora Prodi non si tocca
Il leader del Prc: Romano eviti la federazione dell’Ulivo, così non farà ammalare la coalizione
di Francesco Verderami

ROMA - «Il cambio di leadership nella Grande alleanza democratica non è più possibile. Fui il primo a parlare, un anno e mezzo fa, della necessità di un ricambio generazionale. Non venni ascoltato. Se si fosse discusso il tema allora, forse si sarebbe giunti a una diversa soluzione. Ormai non si può più fare: Romano Prodi è l’unico punto di unità della coalizione. E questo dovrebbe favorire il chiarimento, perché, più diverrà il leader dell’Alleanza, meno la contesa nel campo riformista contagerà la Gad». Se Fausto Bertinotti può dire ciò che agli altri leader dell’opposizione non è consentito neppure sussurrare, è perché ha accettato la sfida dell’intesa con il centrosinistra, mettendosi persino in gioco nel suo partito. Forte della fedeltà al progetto, il segretario di Rifondazione spiega perché il Professore non ha alternative e, soprattutto, che «lui non ha alcuna intenzione di passar la mano. Il messaggio che ha inviato agli altri leader è diverso: "Non me ne vado, siete voi a dover cambiare"». Quanto al tema che sollevò in passato, il cambio generazionale, Bertinotti ricostruisce i motivi che hanno impedito di affrontarlo. Lo fa ricordando ciò che è avvenuto nel Partito socialista francese, dove i maggiorenti «si sono scontrati sulla nuova Costituzione europea, fino a portare il partito al referendum. Nonostante la durezza dello scontro, il Psf non si è poi diviso, perché dispone di un grande collante: la sua storia».
Sta dicendo che il «campo riformista» non avrebbe retto se - oltre Prodi - si fossero candidate alla guida della coalizione altre personalità come Piero Fassino o Walter Veltroni?
«Il Prc arriverà al congresso con cinque mozioni. È una complicazione, ma anche un elemento di salute. Tra noi è in atto, alla luce del sole, uno scontro politico e culturale su comunismo e non violenza. Se questo scontro si svolge nel mio partito, perché non si può svolgere nel campo dei riformisti? Per tutti è tempo di rifondazione. Ecco, sarebbe stato meglio che tutto si svolgesse alla luce del sole. Non è successo perché hanno scelto una soluzione continuista».
E oggi la crisi del progetto riformista può mettere a rischio l’intera alleanza?
«No, la malattia della Federazione dell’Ulivo non potrà infettare la Grande alleanza democratica, che nel proprio organismo vanta un sistema di difesa immunitario: l’anti-berlusconismo. È un vincolo esterno, che proviene dalla società. È una parola d’ordine che parte dal basso e che si rivolge al gruppo dirigente: "O cacciate Berlusconi o noi cacciamo voi". Naturalmente la battaglia nella Fed non è priva di costi. E il costo, sia ben chiaro, non minaccia la guida della coalizione, semmai mette in crisi la politica, potrebbe alla lunga provocare la disaffezione, la protesta e poi l’abbandono del nostro elettorato. Insomma, il rischio è l’insuccesso. Il rischio è di venire sconfitti per mano della nostra gente, con l’astensionismo. Non si disfa nulla, ma ci si logora. E si perde».
Proprio Francesco Rutelli ha lanciato l’allarme: «Così si aiuta Berlusconi». Per tutta risposta, Prodi l’ha accusato di intendenza con il nemico.
«A Rutelli non attribuisco progetti neo-centristi con Casini e Follini. Ma che ci sia da parte sua una deriva neo-centrista sul terreno programmatico questo è evidente. D’altronde, come si fa a non vedere che nella società italiana si delinea un disegno terzo rispetto alla logica dei due poli? Penso a Confindustria, alla Banca d’Italia, a parte della gerarchia ecclesiale. Questi agglomerati di potere hanno preso atto del fallimento della politica neo-liberista berlusconiana, ma temono uno sbilanciamento a sinistra della Gad. Senza pensare al tradimento di nessuno, è chiaro che questa visione finisce per influenzare pezzi di maggioranza e di opposizione. Che diventano interlocutori di un processo costituente neo-centrista».
E il centrosinistra è attrezzato a contrastarlo?
«Centrosinistra è un termine che rappresenta una stagione superata. Ed è fuori discussione che i termini e la simbologia di quella stagione, compreso l’Ulivo, sono ormai accantonati, perché è mutata la fase e le politiche. Prodi lo sa ed è con il suo assenso che si cambierà. Poi è tutto da vedere come si svolgerà il romanzo della coalizione. La Gad nasce da due ragioni: c’è una parte del Paese che si contrappone alla politica di Berlusconi e che alimenta la domanda del cambio. È lo schieramento del no. Nonostante una certa supponenza critica, questo fronte esiste, è uno degli elementi costitutivi della coalizione, le garantisce una rendita elettorale rilevante, malgrado le defaillances del personale politico. Poi c’è il campo riformista, che non è in salute. Io però, se guardo al fronte oppositivo, vedo il bicchiere mezzo pieno. Perché sale dal Paese una richiesta di radicale cambiamento. Il problema è l’insufficienza nell’organizzazione dei luoghi di costruzione dell’alternativa programmatica».
Prodi aveva detto di voler prima ascoltare il Paese. Ma anche Fassino ora spinge per accelerare la nascita di una «fabbrica delle idee».
«Il ritardo rischia di diventare pericoloso, perché finiscono per emergere solo gli aspetti politicisti su temi di ingegneria organizzativa. Ma ancor più grave è l’incapacità di mobilitare il Paese. Da mesi attendiamo una manifestazione unitaria e la convention di Milano non può bastare. Dov’è finita la dimostrazione contro la Finanziaria?».
Se le energie vengono disperse negli scontri interni...
«Ripeto: l’Alleanza gode di buona salute, è la Federazione che ha subìto un infarto, come dice Fassino».
E Prodi sembra stentare.
«Tanto più Prodi lega la sua leadership alla costruzione della Gad, tanto meno si fa assorbire dalla crisi del campo riformista, tanto meglio sarà per lui. Si impegni a lavorare per l’Alleanza, perché così sarà sempre di più il punto di riferimento dell’intera opposizione. E, così facendo, la Gad si sbilancerà non verso la sinistra ma verso la società».
Se Prodi abbandonasse il progetto della Fed, Fassino e D’Alema vedrebbero crollare il disegno, a cui stanno lavorando per unirsi in Federazione con la Margherita.
«La crisi del campo riformista è dovuta al fatto che è stata tentata un’operazione acrobatica, di ingegneria politica, con questo retropensiero: "Mettiamoci insieme, anche se non sappiamo bene chi siamo". Infatti, chi sono?».

La Stampa 24 Dicembre 2004
Bertinotti propone:
«Su questo facciamo delle primarie apposta»
Viaggio in un’idea-tabù
di Jacopo Iacoboni

NEL vasto catalogo degli autodafé ulivisti prenatalizi non poteva mancare la spaccatura sulla patrimoniale. Rieccone lo spettro, dopo dodici anni.
L’altra sera Fausto Bertinotti ha rilanciato la sua storica idea ma aggiungendoci una postilla significativa: «La mia è una proposta molto forte: facciamo le primarie sulla patrimoniale». Quel suo vecchio cavallo di battaglia è spuntato fuori soltanto adesso anche perché il líder máximo ha il suo da fare per fronteggiare una tostissima opposizione interna (da sinistra), che ha occupato (quasi) metà del direttivo del partito. Ora il subcomandante l’ha saldata a un’ultima sua trovata che sembra tirare un sacco: quelle primarie giù utilizzate per sostenere la candidatura di Vendola in Puglia. Senonché ieri Francesco Rutelli, già così impegnato in queste ore nella diatriba con il Professore, ha subito stoppato, «non mi risulta che Prodi voglia la patrimoniale». E ha aggiunto: «Se per essere uniti debbo dire sì alla tassa patrimoniale... al contrario, io non dirò sì, dirò che bisogna andare ad un recupero delle entrate combattendo l’evasione fiscale». È bastato per far di nuovo aleggiare il fantasma.
Compare di solito nelle fasi politiche più incomprensibili agli elettori del centrosinistra. La sinistra radical ne è entusiasta, da Alfonso Pecoraro Scanio a Marco Rizzo a parte dei ds. La destra è entusiasta di utilizzarlo (ieri l’ha fatto il proconsole berlusconiano Antonio Martusciello) per bollare l’Ulivo come la coalizione delle tasse. La Cgil è tentata dall’abbracciarlo, quand’anche fosse davvero un fantasma. Guglielmo Epifani è sempre stato più che cauto nelle affermazioni, certo l’8 ottobre, tre giorni prima di una difficile riunione di Prodi coi leader ulivisti, il suo sindacato ha spedito al Professore un documento di diciassette cartelle con un’indicazione che suonava abbastanza esplicita: l’invito a rispettare «il principio di progressività del sistema fiscale anche in campo patrimoniale». Era il sì, documentato e protocollato, alla patrimoniale?
Il sì più pesante, quello del Professore, non è mai stato pronunciato. Mastella appena dieci giorni fa è arrivato a chiedergli «vogliamo sapere cosa pensa della patrimoniale, e se c’è spazio per i centristi nella coalizione». Nel frattempo la frattura tra Prodi e Rutelli ha dato fiato ai giornali di destra: visto che Romano ha un patto di ferro con Bertinotti, non sarà che alla fine gli sdoganerà anche la tassa sui patrimoni? In realtà Prodi già il 18 ottobre alla Stampa era stato chiaro: «Il fatto vero è che la patrimoniale c’è già: aver fatto mancare agli enti locali ogni sostegno finanziario significa aver trasformato l’Ici in una vera e pesante patrimoniale. Il problema quindi non è di mettere la patrimoniale, ma semmai è di abolirla. Così ringrazio il governo Berlusconi che ha messo una patrimoniale consistente». Ma gli crederanno i suoi alleati, chi è favorevole e soprattutto chi è contrario alla «tassa dei ricchi»?
E dire che altrove la patrimoniale non è un tabù-una bestemmia-un fantasma per impaurire gli elettori della serie «facciamoci del male». In Gran Bretagna e negli Usa tutti i redditi (anche le rendite, finanziarie e non) fanno parte dell’imponibile e quindi sono tassate, come i redditi da lavoro. Solo che le aliquote sono (molto) più basse che da noi. Morale: anche economisti come Francesco Giavazzi invitano a «spostare la tassazione dal lavoro alle rendite». Il difficile è spiegarlo senza passare per quelli che vogliono più tasse.
Nel ‘92 Giuliano Amato inventò un’imposta straordinaria del 2 per mille sul valore dei fabbricati, e del 6 per mille sui depositi bancari e postali. Non era l’eutanasia dei rentiers, ma è bastata per anni a spaventare un mucchio di elettori.


La Gazzetta del Sud 24.12.04
Rutelli dice basta alle polemiche, ma precisa: non dirò mai sì alla patrimoniale. Un avviso a Bertinotti
[...]
Carlo Bertini


[...]
Rutelli affronta poi il tema dell'unità della coalizione: «Unità è unire su un programma comune le forze in campo, evitando che ci si divida facendo il gioco degli avversari. Non confondiamo l'unità con l'unificazione: non si può unificare Mastella e Bertinotti». E alla domanda se stia lavorando effettivamente per l'unità, Rutelli replica: «Io sto lavorando per l'unità, ma questa si deve fare anche con gli altri». Un modo per dire che qualcun altro, e non certo il leader Dl, non sta lavorando per l'unità della coalizione. A Rutelli (che comunque lancia un'ulteriore stoccata a Bertinotti: «se per essere uniti io devo dire sì alla patrimoniale, non lo dirò»)
[...]

giovedì 23 dicembre 2004

Ruini
l'odio cattolico per la ricerca scientifica
e la loro complicità con Kant

Corriere della Sera 23.12.04
LA CHIESA E L’ITALIA
«il Risveglio dell’Identità»

Pubblichiamo alcuni brani dell’editoriale che il cardinale Camillo Ruini ha scritto per il prossimo numero - in libreria dal 10 gennaio - di Vita e pensiero , la storica rivista di cultura e dibattito dell'Università Cattolica, diretta dal rettore dell’ateneo, Lorenzo Ornaghi
[...]
Oltre alle tensioni geopolitiche divenute manifeste con l’attentato dell’11 settembre, un altro fattore di portata storica, che si può definire una nuova «questione antropologica», chiama oggi in causa la valenza culturale e sociale del cristianesimo. È in corso infatti, con una forza e una radicalità che si sono accresciute negli ultimi decenni, una trasformazione o ridefinizione dei modelli di vita, dei comportamenti diffusi e dei valori di riferimento, e sempre più anche delle scelte legislative, amministrative e giudiziarie, che cambia in profondità gli assetti sociali e i profili di una civiltà formatasi attraverso i secoli con il contributo determinante del cristianesimo.
Ciò avviene con particolare evidenza negli ambiti della tutela della vita umana, della famiglia, della procreazione e di tutto il complesso dei rapporti affettivi, che rappresentano, insieme al lavoro, al guadagno e al sostentamento, e naturalmente alla sicurezza del vivere, i fondamentali interessi e le preoccupazioni quotidiane della gente.
Con simili trasformazioni stanno sempre più interagendo, in questi anni, gli sviluppi delle scienze e delle tecnologie che riguardano il soggetto umano, in particolare il funzionamento del nostro cervello e i processi della generazione. L’uomo stesso si trova messo così radicalmente in questione, nella sua consistenza biologica come nella coscienza che ha di sé, e ciò non soltanto sul piano teoretico, come avveniva nel passato, ma anzitutto a livello del fare e dell’operare tecnologico. È facile inoltre, anche se poco giustificabile già sotto il profilo metodologico, farsi forti delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche per cercare di ricondurre integralmente la nostra intelligenza e la nostra libertà al funzionamento dell’organo cerebrale e riproporne così una concezione dell’uomo puramente naturalistica, nella quale non c’è spazio per alcuna sua trascendenza, e tanto meno per una vita oltre la morte, ma diventa anche assai difficile fondare razionalmente quel ruolo centrale e quella dignità specifica del soggetto umano - da considerare sempre come un fine e mai come un mezzo, secondo la nota formula di Kant - che costituiscono il punto di riferimento decisivo della nostra civiltà.
È questo, per sommi capi, il quadro dell’attuale «questione antropologica», che esige una precisa capacità di risposta, certamente da parte della Chiesa e dei credenti, ma anche di tutti coloro che hanno a cuore il valore unico della persona e il carattere genuinamente umanistico della società a cui apparteniamo. Una tale capacità di risposta non può non articolarsi a molteplici livelli, così come tende ad essere globale la «questione antropologica»: dovrà riguardare pertanto i comportamenti concreti come la ricerca scientifica, la fede vissuta e la pastorale della Chiesa come il pensiero filosofico e teologico, la comunicazione sociale e le creazioni dell’arte, le scelte politiche, legislative ed economiche; in una parola, tutto ciò che forma la cultura di un popolo o di un insieme di popoli. (...)

su Liberazione:
«correggere Lenin con Gandhi», un libro

Liberazione 23.12.04
"CORREGGERE LENIN CON GANDHI"
Colloquio con il filosofo francese Jean-Marie Muller, in Italia per presentare il suo ultimo libro "Il principio nonviolenza"
di Dario Danti

È stata una due giorni intensa quella che si è conclusa martedì e che ha visto il filosofo francese Jean-Marie Muller dividersi fra Pisa e Pontedera per presentare il suo ultimo lavoro, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace (ed. Plus, Pisa 2004, Euro 18,00), e anticipare i temi del Forum sociale di Porto Alegre 2005, dove coordinerà una sessione tematica sulla "nonviolenza attiva". Lo abbiamo incontrato nella sede della rivista Satygraha (potere della nonviolenza, alla lettera) - i quaderni promossi dal corso di laurea in Scienze per la pace dell'ateneo pisano e dal Centro Gandhi - diretta da Rocco Altieri, che possiede, fra l'altro, una delle biblioteche più ricche di testi e contributi su pace e nonviolenza.
Si è trattato, in realtà, di un vero e proprio colloquio a più voci, condotto insieme a molti attivisti del movimento nonviolento che andranno a fine gennaio a Porto Alegre con Muller e che stanno preparando per febbraio un forum nazionale sulla nonviolenza a Pontedera. Oltre a Rocco Altieri c'erano il professor Antonino Drago, presidente della commissione ministeriale per la difesa popolare nonviolenta (impareggiabile traduttore), Pietro Pertici, Giovanni Mandorino e Martina Pignatti Morano del Centro Gandhi.
Jean-Marie Muller è uno dei maggiori teorici della nonviolenza, ha 65 anni e per tutta una vita si è battuto contro le spese militari e contro gli esperimenti nucleari attraverso azioni di obiezione di coscienza e disobbedienza. Nel 1971 ha fondato il "Man" (Mouvement pour une Alternative Nonviolente) e attualmente è direttore dell'Institut de Recherche sul la Résolution Nonviolente del Conflits (Irnc).
Con lui non possiamo non parlare dei conflitti e dei teatri di violenza nel mondo: lo sguardo è rivolto alla Cecenia, alla difficile vicenda israelo-palestinese, all'Iraq. "La violenza è la nostra realtà quotidiana - esordisce Muller - ed è difficile opporvisi disonorandola e delegittimandola attraverso altra violenza: giustificare la propria violenza perché si presuppone che altri siano stati i primi ad averla innescata ci rende vittime di una spirale senza fine".
Guerra e terrorismo sono due violenze, ma il terrorismo è un metodo differente dalla guerra. "Quest'ultima è simmetrica, mentre il terrore è asimmetrico - prosegue Muller non si può sconfiggerlo con l'esercito, bensì con l'intelligence, con azioni mirate e di polizia internazionale". Questa guerra infinita dichiarata da Bush ha due ragioni di fondo: una di natura ideologica - il dominio sul mondo - e l'altra economica. "Tante sono le vittime: a Falluja prima i civili sono stati ostaggio dei terroristi, adesso lo sono dell'esercito di occupazione", insiste il filosofo francese. E ancora: "Credo che anche gli stessi soldati siano vittime: oltre mille sono le morti militari e si stimano in 40mila gli arruolati con problemi psichiatrici, che vengono curati e assistiti quotidianamente; gran parte di questi uomini vuole tornare in patria".
A questo teatro di violenza Jean-Marie Muller contrappone un'opzione radicale: la necessità di porsi in una logica differente, scegliendo il principio della nonviolenza.
Una premessa dovuta. Molti indicano la nonviolenza come debolezza o impotenza, come utopia e impossibilità del cambiamento. Muller ritiene che proprio questo asserire che "la nonviolenza è moderata, significa aver già introiettato la visione violenta. La radicalità delle pratiche della nonviolenza è contrastata per due motivi opposti: o perché si ignorano queste pratiche, oppure perché si conoscono fin troppo bene". Sono, appunto le mille pratiche dal basso: dai Sem Terra brasiliani, alle aggregazioni della società civile indiana, ai movimenti pacifisti europei. Tutto questo si cercherà di mettere in rete a Porto Alegre.
Quale l'agire concreto? "Proprio nel momento in cui definiamo un fine - continua il filosofo - si deve avere mezzi adeguati. In questo senso bisogna capire il rapporto che vogliamo avere con il potere". Muller non ha dubbi: "Certo siamo per la presa del potere da parte del progetto nonviolento, ma per un potere senza violenza: vogliamo che sia la partecipazione e il potere dal basso - e non quello del vertice - il protagonista della democrazia". Ecco inevitabilmente riproporsi, assieme alla questione del potere, la questione legalità-illegalità. Anche in questo caso, il ragionamento parte dalle coscienze: "Distinguerei fra legale e legittimo, ossia ciò che sentiamo dentro di noi come giusto. Ritengo che l'azione diretta, l'obiezione di coscienza, il boicottaggio e le tante forme di disobbedienza civile siano la strada necessaria per far maturare processi di cambiamento". In questo modo si viene anche sanzionati, ma si accetta tale sanzione per dimostrare l'assurdità della regola. Alla base, comunque, si tratta di avere un atteggiamento e una modalità di relazione nonviolenta fra gli interlocutori, assumendo come centrale la partecipazione e la moltiplicazione della presa di coscienza.
Non manca, infine, un passaggio sul dibattito italiano. Muller dice di apprezzare la scelta nonviolenta di Rifondazione e di essere molto interessato alle discussioni che stanno avendo luogo nel Prc, e lascia sullo sfondo un nodo teorico: "bisognerebbe correggere Lenin con Gandhi". Gli fa eco Rocco Altieri, ricordando che tale tema era già vivo nella riflessione di Aldo Capitini: una ricerca ancora feconda, da continuare.

il mondo psichico dei bambini

Corriere della Sera 23.12.04
Elzeviro -Matematica e memoria
I NUMERI OMBRA DEI BAMBINI
di Giuseppe Bonaviri

Il mondo psichico dei neonati e dei bimbi di due-tre anni, resta tuttora un enigma. Non sappiamo come nei neonati si formi la mappa delle percezioni e di conseguenza la memoria, diversa da quella degli altri esseri. Presumo che tale formazione avvenga per accumulo di immagini, e sensazioni che preludono ai sentimenti, a cui subentra una fase sceverativa e comparativa fra questi elementi immagazzinati.
Solo allora - stando alle attuali vedute biochimiche confermate dalle funzioni preordinate nelle eliche del Dna ed ora, sperimentalmente, dalle attuali clonazioni - le cellule preposte alla reminiscenza, e localizzate in gran parte nell'area cerebrale dell'ippocampo, cominciano a configurare la "memoria", ossia le funzioni a questa deputate.
La finalità, o teleologia, come si dice, della lentezza attraverso cui si accumulano i segni mnestici, nei primi mesi di vita, è quella "protettiva" per il bambino. Il quale, altrimenti, si troverebbe immerso, all'improvviso, ossia in modo traumatizzante, in un mondo complesso, multi-colorato, multi-regolato da leggi fisiche imprenscindibili.
E qui vien da pensare anche a come i bambini arrivino alla percezione, seppure, ancora obnubilata, della "quantità". Ossia della possibilità di suddividere, con un vero processo di scissione e subitanea comparazione, due "insiemi" di oggetti. La loro prima visione presumibilmente è simile a quella delle rane che vedono il mondo per rette, punti linee, ossia in un intreccio geometrizzabile.
L'importanza di una prima percezione per "insiemi" ci porterebbe alla matematica (e metamatematica) di cui fu maestro il formalista tedesco David Hilbert, scomparso a Gottinga nel 1943. A me pare che il primo movente da cui partono i nostri piccoli è quello della contrapposizione, cioè l'idea di un rapporto bino, ossia duale. Secondo me, bisogna ricercarlo, e individuarlo, nella diade luce-ombra. Mi si permetta una considerazione. Si sa che lo studio della luce-ombra ha apportato un notevole contributo alla scienza. Basti pensare a Eratostene, morto nel 192 a.C., che confrontando le ombre in due punti dello stesso meridiano terrestre riuscì a stabilire che la circonferenza della terra era di duecentocinquantamila stadi. Da parte nostra aggiungiamo che uno degli spettacoli più meravigliosi della natura si trova nel sorgere delle ombre, da pietre, alberi e uccelli volanti. Il cui fastigio di bellezza è quello del tramonto... Pochi se lo godono.
Riprendiamo. I bambini di pochi anni, fra l'altro, hanno paura delle ombre. Durante la mia assai lunga attività di medico, ne ho osservati molti. Una bambina, per esempio, vedendo entrare nello studio dove lavoravo, all'Unità Sanitaria, l'ombra di un grande ciliegio, chiesto a lei cos'era quell'ombra mi rispose: "È la morte che entra".
Insomma i nostri piccoli figlioli pensa che vedano, per primi, il mondo come unica rotonda realtà. È una vera intuizione primordiale? Il filosofo Empedocle, vedi caso, usava l'universo come un un unico "sfero". Comunque, verso i due anni, non distinguendo ancora due "insiemi" di oggetti, per esempio due gruppi di caramelle su un tavolo, dicono che sono tanti tanti: ossia, seguendone bene il pensiero, hanno l'idea di un insieme di cose che rotolano, si susseguono, come un fiume che mai finisce, ossia hanno l'idea del "numero" inteso come un infinito fluire senza fine, quasi si trattasse di un Dio onnipotente che sotto forma di corso fluviale, bianco e cristallino, va avanti, avanti, per immergersi, noi aggiungiamo, nella stessa mente di Dio.
Verso i tre anni, questa influenza che possiamo immaginare di una infinità di numeri concreti, come vere palline, per nuove intuizioni di una logica archetipica comincia a dar luogo alla capacità di una numerabilità, tuttora paurosa. Ma divisibile già in tanti "insiemi" come branchi di pesci in un mare di cui sfuggono i confini e il significato. Capiscono allora che questi "insiemi" fra di loro si contrappongono, ora restando fermi in unità precise, ora incrociandosi, direi insiemizzandosi. Ecco che creano una loro divisione matematica. Il primo rapporto, a mio avviso, resta "l'ombra-luce".
Infatti in un noto romanzo di Adalbert von Chamisso (1781-1838), Peter Schlemihl, venduta la propria ombra al diavolo, angosciato, dopo, a questi la richiede...
Ogni essere è un equilibrato groviglio elettromagnetico. Se si riuscisse, in fase pre-mortale, a derivare l'infinità di memorie di un singolo, potremmo avere, in tutto il mondo, delle vere mnemoteche utilissime.

una mostra al Mart di Rovereto
«Il bello e le bestie»

Il Messagger 23.12.04
Di bello in bestia
dal nostro inviato RENATO MINORE

Rovereto. UN PERCORSO intrigante e unico che parte dalle immagini mitologiche forti, dai centauri, dalle sfingi, dalla medusa annichilente, dai satiri sfrenati e libidinosi, dalle sirene dalla voce ammaliante. E approda alle manipolazioni dell’età contemporanea, ai cicli evolutivi dal pesce al post-human alle prese con i “mostri” del passato e del futuro, con l’ibrido, incrocio tra umano e animale, spirituale e carnale, metafora della realtà e punto di vista sul mondo, «attrazione/repulsione, volontà paura di vedersi mostruosi, o di ricreare mostri». Indietro nel tempo, all’origine della storia quando le creature del fantastico vivevano in una condizione mitica privilegiata di convivenza con la natura, «un connubio quasi divino che resta come costante anelito agli occhi dell’uomo». E avanti, in un futuro dove regnano ibridi e manipolazioni su cui è difficile fare scommesse e che comunque ci obbliga ad una continua esplorazione del rimosso, di quella parte oscura che orienta i nostri sentimenti e le nostre emozioni.
Al Mart di Rovereto una grande mostra, Il bello e le bestie (a cura di Lea Vergine e Giorgio Verzotti, fino all’otto maggio, catalogo Skirà) attraverso itinerari tematici che accostano almeno due secoli - dal simbolismo all’estrema contemporaneità - segue l’incontro delle arti visive con il mondo “altro” e animale in cui è raffigurato il “perduto” dell’uomo, la sua dimensione magica, favolistica, sciamanica. Una scelta di quasi duecento opere per abbracciare e confrontare epoche, stili e contributi concettuali di diversa natura, tutti a suggerire la bonne distance dalla natura dell’animale così vicino e così lontano dalla nostra umanità, «parte di noi, una parte dimenticata, perduta, divenuta noi, come un ricordo indelebile e permanente della nostra origine e del nostro divenire. Metamorfosi, artifici e ibridi (dal mito all’immaginario scientifico) che vanno da Arnold Böcklin a Gustave Moreau, da Auguste Rodin a Franz Von Stuck, Matthew Barney, Max Klinger, Odilon Redon, Giorgio De Chirico, René Magritte, George Grosz, Pablo Picasso, Marc Chagall, Arturo Martini, Alberto Savinio, Paul Delvaux, Francis Bacon, Frida Kahlo, Francis Picabia, Ana Mendieta, Francesco Clemente, Sandro Chia, Mimmo Paladino, Maurizio Cattelan, Louise Bourgeois, Cindy Sherman, Kiki Smith fino ai recentissimi lavori di Aspassio Haronitaki, Giuseppe Maraniello, Luigi Ontani. E fino alle esperienze di artisti come Beuys, Gina Pane, Marina Abramovic, Ana Mendieta che, sotto forma di performance, si sono anche fisicamente cimentati in una vera e propria prossimità con l’animale (il coyote di Beuyus, i vermi della Pane, il pitone della Abramovic) in un zona autenticamente “bordeline” che mette radicalmente in questione l’identità del soggetto civilizzato.
Accanto a questa zona centrale e incandescente della mostra che ruota intorno a «quegli esseri privi di peccato chiamati animali», a quel «punto di indecifrabilità tra l’uomo e l’animale», al «fatto comune all’uomo e all’animale» (secondo una felice definizione che Gilles Deleuze applica alla pittura di Bacon), scorre e si distribuisce nei diversi spazi una assai significativa selezione di opere più antiche. Sono gli “archetipi” della produzione artistica occidentale, sul tema del “divenire animale”a partire da un assoluto naturale, da una zona mitica che sta al di qua di ogni disagio della civiltà.
Ecco i vasi e i bronzetti greci e romani raffiguranti i protagonisti di miti e leggende che hanno alimentato nei secoli l’immaginario occidentale fornendo ad esso favole e metafore, tenebra e illuminazione, menzogne e verità di pura affabulazione. Ecco le visioni oniriche delle incisioni di Albrecht Dürer, il bellissimo Giudizio di Re Mida di Cima da Conegliano, le grottesche e fiammeggianti incisioni di Goya, L’uccellatore dell’Arcimboldo, ma anche il Ritratto di Antonietta Gonzalvus di Lavinia Fontana, l’Arrigo Peloso, Pietro Matto e Amon Nano di Annibale Carracci: esempi quest’ultimi di mostri creati dal potente sconvolgimento della natura che testimoniano della prossimità - una terribile deformazione che mescola l’uomo e l’animale - di due regni che si preferirebbe vedere sempre separati. E che tornano ad essere mescolati nell’Autoritratto del 1967 di Matthew Barney, ironico e grottesco, dove «il mostro che è in noi, la prossimità dell’animale, si ritrova all’interno di una ricerca tesa a esplorare il processo di differenziazione sessuale nella genesi del corpo umano». O nel Cartesio: cogito ergo sum di Vettor Pisani, stralunata allegoria di una mutazione che attribuisce al filosofo i tratti asinini e che rimescola in modo beffardo e provocatorio le certezze degli statuti conoscitivi e percettivi appartenenti ai due regni - l’umano e l’animale - che ancora una volta si confrontano e si confondono pericolosamente.

i cattolici rilanciarono gli angeli dopo il Concilio di Trento
per odio contro i protestanti

Il Giornale di Brescia 23.12.04
Nel ’600 prese nuova forma
IL COMPAGNO DI STRADA
L’ANGELO
di Francesco Mannoni

Gli angeli appaiono nella Bibbia come un’emanazione di Dio, e «infiniti voli, innumeri ali, miriadi, schiere, eserciti, angeli e angeli di una vorticosa gloria di creazione» accompagnano gli uomini nel loro travagliato viaggio terreno. Ma è solo a partire dal XII secolo, e ancor più dopo il Concilio Tridentino, che essi sono stati visti come gli amici celesti che tengono per mano gli uomini, ne sono i solleciti, silenziosi protettori in ogni passo della vita quotidiana. Sono loro i protagonisti del volume Gli Angeli Custodi. Storia e figure dell’"Amico vero" (Einaudi, 639 pagine, 82,00 euro), raccolta di trattati di epoca barocca su questi rappresentanti "dell’alleanza di popolare e utopia, di sacro e di quotidiano", scelti e introdotti da Carlo Ossola, docente al Collège de France, e curati da Silvia Ciliberti, Giacomo Jori e Linda Bisello. Simili trattati sulla natura degli angeli furono molto diffusi in Europa - prima in latino, poi in francese e in spagnolo: fra i loro autori ricordiamo Alberini, Segneri, Drexel, Maldonat, Suarez, Barry e il grande Bossuet - nel secolo che degli alati messaggeri di Dio, "tutori e amministratori" dell’uomo, riempì le chiese e le tele, tanto che si può definire il Seicento "il secolo degli angeli".
Chiedo al professor Ossola perché abbia incentrato la sua ricerca sull’Angelo Custode, anziché spaziare a più ampio raggio tra le numerose figure angeliche che popolano la teologia cristiana: basta pensare a tutte quelle che si affollano nell’Apocalisse di san Giovanni, cantando, suonando, osannando, vaticinando foschi scenari per gli empi.
«Perché l’Angelo Custode - mi dice - è, tra le gerarchie angeliche, quella più prossima al mondo terreno. Cherubini, Serafini, Dominazioni, Troni, Potestà stanno molto in alto, vicini all’Altissimo, mentre l’Angelo Custode è accanto a noi, è quasi la nostra ombra fedele. Questa figura appare più volte già nell’Antico Testamento come inviata da Dio a soccorrere l’uomo nelle scelte più difficili».
Ad esempio in quali occasioni?
«La prima volta è nell’episodio di Agar, la serva della moglie di Abramo, la quale è cacciata da Sara quando questa si accorge che la sua schiava è incinta. Agar si trova sola nel deserto, ma l’angelo mandato da Dio la rincuora e le annuncia una progenie più numerosa delle stelle del cielo. In effetti da lei nascerà la progenie d’Ismaele, e da Sara quella d’Israele. Fin da quei lontanissimi fatti l’Angelo Custode è presente ad ogni crocevia del nostro destino».
È però nel Seicento che quest’assidua presenza viene codificata dalla Chiesa. Perché?
«Sebbene la tutela angelica sull’uomo si manifesti senza interruzione dall’Antico al Nuovo Testamento, e poi in tutto il Medio Evo, essa raggiunge il suo apogeo dopo il Concilio di Trento. Dalla fine del Cinquecento a metà del Seicento la Chiesa Romana si oppone all’idea dei Riformati che ogni credente, ispirato dallo Spirito Santo, sappia interpretare la Bibbia e orientarsi da solo tra le prove della vita. La Chiesa di Roma, invece, sostiene che l’uomo è instabile, incerto, incapace di discernere il vero, e dunque bisognoso di assistenza: per questo Dio gli ha messo al fianco l’Angelo Custode. Nel primissimo Seicento viene istituita la solenne festa in cui si celebra questo premuroso compagno dell’uomo, che ispirerà anche tanti artisti».
Qual è il pittore che ha saputo ritrarre con più pienezza l’Angelo Custode?
«Sicuramente il Caravaggio. Pensiamo al suo Riposo durante la fuga in Egitto: sino alla fine del Cinquecento questa scena era rappresentata in modo piuttosto statico. Il Caravaggio, invece, pone al centro del dipinto un angelo musicante che volge le spalle e le ali all’osservatore e suona uno strumento perché il Bambino si addormenti o si rinfranchi. Questa immagine tornerà più volte nel Caravaggio: l’angelo che suggerisce le parole del Vangelo a san Matteo, gli angeli delle sette opere di misericordia e così via. Caravaggio e poi altri pittori portano l’angelo, insomma, nella storia dell’uomo. Una presenza che si tradurrà in una vera invasione nell’Europa barocca, dalla Baviera alla Francia alla Spagna, e soprattutto nell’America Latina, dove non c’è grande cattedrale che non abbia il suo Angelo Custode».
Se il Seicento è stato il secolo degli angeli, il Novecento non può essere definito il secolo del ritorno degli angeli?
«Anche il Novecento è stato un secolo altamente "angelico". Il Settecento, l’epoca dei Lumi e della Ragione, sembrò cancellare questa presenza dalla storia dell’uomo. Ma il Novecento, che è stato un’epoca di contraddizioni proprio per la profonda crisi della ragione, per l’insicurezza che si è impadronita dell’umanità a causa di due guerre mondiali e degli stermini di massa, ha visto la rinascita dell’Angelo Custode, che si è di nuovo imposto anche nell’arte, dalla pittura alla letteratura, al cinema. Alcuni esempi: gli angeli di Paul Klee, quelli che aleggiano nelle poesie di Umberto Saba e di Eugenio Montale, o il protagonista del bel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. Sì, il Novecento è il secolo dell’angelo che ritorna prepotente, che s’impone nell’immaginazione della gente»
Oggi non si abusa di questa parola, "angelo", e dei suoi derivati? Non si rischia di definire "angeliche" anche cose o persone che non lo sono affatto?
«È vero, oggi si abusa di questo termine. So che ci sono persino dei siti Internet dedicati agli angeli, per non parlare poi di come si sia impadronito di loro quel fenomeno "magico-religioso" definito New Age. Ma l’angelo della teologia cristiana ha caratteristiche ben precise: è una presenza divina che porta ausilio all’uomo, e che, essendo appunto divina, va al di là del verosimile, mentre l’aiuto che può dare un uomo rimane all’interno del verosimile. L’angelo, come dicono i trattati riuniti in questo volume, si trova là dove l’uomo non c’è più. È al di là di ogni nostra speranza, ma paradossalmente è prima di ogni nostra speranza».
L’Angelo Custode ci accompagna per tutta la nostra vita terrena. Ma quando moriamo, qual è il suo destino secondo gli autori di questi trattati?
«I trattati affermano che l’Angelo Custode, pur avendo un destino di eternità che noi mortali non abbiamo, per mostrare l’assoluta fedeltà a questo breve tratto di luce che è la storia umana, rinuncia a impiegare la sua divina forza, e una volta che abbia cessato il servizio presso di noi, rimane inattivo e in attesa finché la resurrezione non ci restituisca a lui. Egli, insomma, rimane con noi in attesa del tempo ultimo. Questo probabilmente ci consente di comprendere il significato profondo del termine "angelo", che in greco significa "annuncio". Questo annuncio è in nome dell’eternità, e l’angelo è accanto a noi non solo per aiutarci sulla Terra, ma soprattutto per ricordarci che siamo figli dell’eternità, carovane in cammino verso l’eternità».

la scrittrice indiana Arundhati Roy
nonviolenza con grinta

Corriere della Sera 23.12.04
La scrittrice indiana Arundhati Roy ripropone la non violenza come il metodo d’azione più efficace per i movimenti giovanili
Quella graziosa «teppista» sulle orme di Gandhi
di Serena Zoli

«Ci occorre la fredda precisione del proiettile di un killer». E poi: «Dobbiamo scegliere i bersagli e colpirli uno dopo l’altro». Il programma di un terrorista? Parrebbe, con i tempi che corrono. Questo «terrorista» intende invece colpire, e colpire duro, con le armi della non violenza. Un paradosso? Mica tanto. E per dimostrarlo Arundhati Roy - è di lei che si tratta e del suo ultimo libro - rievoca un altro indiano come lei, l’inventore (vincente) della non violenza, il Mahatma Gandhi: quando nel 1930 promosse la «marcia del sale» fino alla città costiera di Dandi, dice, fu per produrre concretamente il sale di cui il Paese aveva bisogno e apportare così «un attacco mirato alle tasse imposte dall’Inghilterra». Aggiunge: «Gandhi sapeva bene come colpire il cuore dell’impero», disarticolandone i meccanismi economici. Ora l’impero è tornato, più grande, anzi globale. È l’impero delle multinazionali, del neoliberismo selvaggio che scarica sempre più «espropri, siccità, agricoltori indebitati» in India e più poveri ovunque. La Roy in questo libro-intervista, L’impero e il vuoto (Guanda, pp. 142, 10), indica una svolta radicale da imporre al movimento no global e al pacifismo: basta manifestazioni, canzoni, cortei o, almeno, non solo questo. Queste sono attività «da weekend», poi il lunedì torniamo tutti a lavorare e i potenti hanno imparato che basta lasciar passare un po’ di tempo, poi hanno mano libera. Una prova: i 15 milioni di persone che il 15 febbraio 2003 sfilarono in tutto il mondo con le bandiere iridate della pace. Ma la guerra in Iraq scattò lo stesso. L’evento non fu inutile, certo: fu «la più grande dimostrazione di moralità pubblica», però «se la disobbedienza civile è solo simbolica», ben poco se ne ricava. «Dobbiamo danneggiarli» è la parola d’ordine che questa fragile, aggraziata ragazza di 43 anni lancia col nuovo libro, una raccolta di quattro conversazioni avute con David Barsamian tra il 2001 e il 2003.
L’intervistatore le fa notare che sorgono sempre più media alternativi, capaci di far passare le notizie vere: sì, ma non basta, obietta l’autrice del fortunato romanzo Il dio delle piccole cose. Occorre che queste voci arrivino a «rendere irrilevanti» i grandi media. «Non è sufficiente attaccarli - ripete - dobbiamo danneggiarli», come fece Gandhi con i colonizzatori inglesi. Bisogna prendere di mira un pezzo di impero alla volta e scardinarlo con efficaci metodi non violenti. Intanto va smontata la nuova immagine della politica e, in particolare, della guerra: un «prodotto» come un altro. Mentre si discuteva dell’attacco in Iraq, la Roy ricorda che il portavoce della Casa Bianca disse: «Secondo le regole del marketing, non si propone un nuovo prodotto in agosto». E l’invasione scattò quando i cittadini-consumatori non erano «distratti» dalle ferie. Un Bush non isolato. Giorni fa, il nostro premier ha rivelato la stessa visione parlando di spot elettorali: «Non ci sono sostanziali differenze per la scelta di un acquisto o del voto», ha detto Berlusconi. È proprio quest’idea della politica come marketing che, dice Arundhati, va smontata nella percezione dei cittadini, affinché «non comprino» come buona o ineluttabile qualunque decisione, presa in uffici ristretti, che ricadrà su di loro.
Nella prefazione, che è di Naomi Klein, l’altra leader dei no global parla con entusiasmo delle doti intellettuali e della passione della Roy, sempre «schierata contro chi tratta gli esseri umani come danni collaterali» vuoi di una mega-diga, vuoi di un attacco terroristico, vuoi di un’invasione militare. E ricorda che l’aggraziata scrittrice si definisce «una teppista». Dopo averla conosciuta, la Klein dice di aver capito cosa intendeva: teppista per «la radicale incapacità di deferenza». Ma se non teppista, di irregolare la bella ragazza, che è stata definita una Audrey Hepburn indiana, ha avuto molto. E qui si racconta senza imbarazzi. Una madre anticonvenzionale per cominciare, divorziata e decisa a non «farsi proteggere» da un nuovo marito che «di tanto in tanto la picchiasse o umiliasse», come accade a tantissime indiane. La sua precoce uscita di casa a 16 anni: andò a vivere in una baracca dal tetto di lamiera, col suo ragazzo e altri studenti che raccoglievano bottiglie vuote di birra per pagarsi l’università (nel caso di Arundhati, architettura).
«Sì, io e mia madre siamo troppo fuori dalle regole, conclude ridendo, perché la gente non pensi che ci deve andar male. Invece noi siamo felici come due streghe».

la religione americana

Repubblica 23.12.04
IL CASO
I cristiani all'attacco contro la tendenza di scuole e istituzioni a "epurare" canti e tradizioni per rispetto delle diverse confessioni
America, la battaglia del Natale "corretto"
DAL NOSTRO INVIATO MAURIZIO RICCI

NEW YORK - Non è lo spirito natalizio che manca. I centri commerciali sono pieni di babbi Natale con la barba bianca e da ogni parte tintinna Jingle Bells. Ma è lo spirito giusto? È lo spirito del Santo Natale della tradizione cristiana? La destra fondamentalista americana pensa di no e ha lanciato un'offensiva a largo raggio, fatta di appelli, marce, boicottaggi, ricorsi in tribunale. Il problema non è, tuttavia, la progressiva mercificazione del Natale, ma il suo carattere laico o religioso.
Se in Italia il problema è il presepe, in America sono non solo le tradizionali canzoncine e rappresentazioni scolastiche, ma la denominazione stessa del periodo. Basta con il generico e anodino Season Greetings (il nostro «Buone Feste»), è lo slogan: rivogliamo un ubiquo e ufficiale Merry Christmas («Buon Natale»).
La pietra originaria dello scandalo sono una serie di decisioni prese in varie scuole e città, sparse per gli Stati Uniti, nel corso degli anni 90, in nome del politically correct: come in Italia, si tratta di tener conto delle diverse sensibilità di una società multietnica e multiculturale. Nel caso specifico americano, di considerare che il periodo natalizio cristiano coincide con l'Hanukkah ebraico e il Kwanzaa di una buona fetta degli afroamericani. La Costituzione, del resto, vieta al potere pubblico manifestazione religiose. E, su questa base, negli anni '80 le organizzazioni dei diritti civili hanno ottenuto la rimozione di presepi e altri simboli religiosi dai luoghi di proprietà pubblica. La stessa Corte Suprema, nello stesso periodo, li ha ammessi solo se accoppiati con altri simboli (come Babbo Natale) per indicare il carattere laico della festa. Su questa scia, molte scuole hanno abolito le tradizionali cerimonie natalizie a sfondo cristiano. Qualcuno è andato anche più in là.
A Maplewood, nel New Jersey, il preside ha bandito qualsiasi canzone natalizia a tema religioso, anche nella versione per soli strumenti, dal concerto scolastico. A Woodland, Illinois, le autorità del distretto hanno vietato di suonare canzoni natalizie sulle radio degli scuolabus. In una scuola elementare della Florida, la parata natalizia è stata reinventata come parata patriottica: «Stiamo cercando di rispettare tutti», ha detto il preside. Più di una città ha bandito lo striscione «Buon Natale» dalle scritte ufficiali e qualcuno ha rinunciato finanche all'albero. Di fronte al progressivo diffondersi di questo ridimensionamento del carattere religioso del Natale, la reazione dei tradizionalisti cristiani è stata, quest'anno, particolarmente vistosa.
Sono piovuti ricorsi in tribunale contro scuole e municipi, si sono moltiplicati appelli e petizioni, ci sono state marce e tentativi di inserire di forza striscioni religiosi nelle parate cittadine. Ma queste singole battaglie fanno parte di un'offensiva più generale che punta a riconquistare il Natale, lanciando i militanti tradizionalisti cristiani nella ennesima battaglia contro il politically correct incarnato dall'establishment liberal.
E la battaglia ruota intorno al modo di salutarsi. Il Comitato per salvare Buon Natale è arrivato a lanciare una campagna nazionale di boicottaggio contro una delle più importanti catene di negozi, Federated Department Stores. È la catena di Macy's, una delle icone del Natale americano da quando, nel 1947, fu il palcoscenico di «Miracolo sulla 34ma strada» uno dei più celebri film natalizi.
Da anni, il personale di Macy's augura un vago Season Greetings ai suoi clienti al posto di Merry Christmas, per «riflettere meglio - come specifica una portavoce - il carattere multiculturale della società in cui viviamo»: «Se entrasse un druido - continua - lo accoglieremmo con un "Scintillante Solstizio"». Ma in questo 2004, il buon senso commerciale è diventata una provocazione culturale.
I tradizionalisti, spalleggiati da media influenti come Foxnews e il New York Post, sottolineano che l'80 per cento degli americani si dichiara cristiano. Un sondaggio di Usa Today mostra, tuttavia, che solo il 43 per cento degli americani ritiene un «peggioramento» la diffusione del «Buone Feste», mentre il 44 per cento lo considera un «miglioramento». Un paese culturalmente diviso a metà, fra tradizione e rinnovamento. Se tutto questo fa venire in mente la politica e le recenti elezioni presidenziali, è perché le cose stanno esattamente così: il Comitato per salvare Buon Natale dichiara che il voto del 2 novembre «è la prova che il politicamente corretto offende milioni di americani». «La loro idea - ha risposto Frank Rich sul New York Times - è di intimidire e marginalizzare chiunque obietti ai loro sforzi per imporre sulla politica la versione più tradizionale del dogma cristiano».

natale: presepe e psicoanalisi

ricevuto da Paolo Izzo

Il Sole 24ore, su il Domenicale del 19.12.04

- VESPE -
"Papà, vai dallo strizzacammelli"

Si fa presto a dire presepe. Adesso lo psicoanalista junghiano Claudio Widmann ci spiega che quest'usanza risale alla «propensione umana a rappresentare in maniera plastica eventi archetipici», propensione che sarebbe «strutturale all'attività psichica stessa». La Natività, in sostanza, indica il punto di snodo dall'inconscio alla consapevolezza, «l'inizio del viaggio individuativo». Finalmente. In questi giorni di luminarie, era opportuno che qualcuno facesse luce sul nostro inconscio collettivo. D'ora in avanti le conversazioni domestiche, alla vigilia di Natale, funzioneranno grosso modo così: «Papà, hai preparato l'archetipo della capanna?». «Non ancora, non riesco a superare il carico emotivo, e mi manca l'immagine primordiale del muschio». «Il muschio? L'ho lasciato di sotto, nel mondo infero, insieme ai pastori e ai cammelli». «Mi turbano queste visioni oniriche». «Forse dovresti andare dallo strizzacammelli, pardon strizzacervelli». «Ma smettila di rompere gli archetipi, collegati con lastminute e vai a farti un viaggio individuativo». Sono finiti i tempi in cui genitori e figli mettevano giù le statuine una accanto all'altra senza tante storie. Tutto è diventato più complicato, non solo il Natale. Forse ha ragione Maria Laura Rodotà, che sul Weekend del Corriere ammonisce: «Ormai i bambini non fanno i compiti da soli, necessitano di uno staff». In pratica, il presepe dura tutto l'anno. La realtà è che, nella struttura archetipica del loro inconscio, i ragazzi di oggi non si identificano con Gesù, ma con l'asinello.