Claudio Corvino segnala il seguente articolo apparso sul web, tra le news di Libero:
Matti da (s)legare?
Sono bastati alcuni episodi di cronaca e l'anniversario della chiusura dei manicomi per capire che sul tema "pazzia" abbiamo ancora i nervi scoperti...
Nel 2001 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) lanciò la Giornata Mondiale della Salute mentale e in quell'occasione l'Italia, come raramente accade, si meritò una menzione speciale per il contributo concreto della legge 180 alla chiusura dei manicomi. L'unico Paese al mondo che ha operato contro lo stigma e l'esclusione dei malati mentali ha avuto quindi, da un'autorità super partes quale l'Oms, un riconoscimento importante per due motivi. Il primo è perché implicitamente l'Oms ha valutato nel complesso positivamente l'applicazione della legge 180; il secondo perché siamo considerati ovunque degli innovatori nel trattamento delle malattie mentali.
Eppure la legge 180, molto più spesso citata come "legge Basaglia" dal nome dello psichiatra che la ispirò, si trova dopo 25 anni (fu votata in Parlamento il 13 maggio 1978) al centro di un fuoco incrociato. Difficile distinguere la matrice ideologica degli attacchi da quella più oggettiva e "scientifica". Sicuramente il tema del trattamento dei malati psichiatrici è ancora un "nervo scoperto": lo dimostrano i toni accesi con i quali i detrattori della legge si esprimono. Ha scritto l'editorialista Massimo Fini sul Gazzettino del 5 ottobre 2002: "Ci voleva una maggioranza di centrodestra perché si trovasse il coraggio e il buon senso di smantellare la legge 180, la famigerata "legge Basaglia", che nel 1978 abolì di un colpo solo, con un tratto di penna gli ospedali psichiatrici, il trattamento sanitario obbligatorio per i pazzi e la stessa malattia mentale (considerata "una malattia come tutte le altre") e che fu voluta, nel clima consociativo di quegli anni, dalla peggiore demagogia sessantottina". Anche lo psichiatra Vittorino Andreoli ha detto la sua in un editoriale a commento delle tragedie che si sono consumate di recente a Milano e Aci Castello dal titolo: "La psichiatria è morta". E alla Camera si lavora a un progetto di legge contrastato e rimaneggiato più volte, il cui contenuto suona a molti come il tentativo di riaprire, sotto mentite spoglie, i manicomi.
Ma chi vuole suonare il de profundis alla 180 e perché? Lo abbiamo chiesto a chi rappresenta la massima autorità istituzionale in materia di salute mentale, il sottosegretario del ministero della Salute Antonio Guidi e alla relatrice del progetto di legge, l'on. Maria Burani Procaccini. Abbiamo infine dato la parola agli "operatori": psichiatri come Carmine Munizza (presidente della Società Italiana di Psichiatria); Tonino Cantelmi (presidente degli Psichiatri Cattolici e consulente del progetto di legge) e allo psicoterapeuta Giampietro Savuto, che conduce da molti anni a Milano un esperimento unico e singolare.
6 giugno 2003
Andrea Muti
C'è un articolo da leggere su clorofilla.it. Lo si troverà all'indirizzo inserito qui di seguito
"La salute mentale era e resta un problema sanitario"
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3156
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 8 giugno 2003
sabato 7 giugno 2003
l'"informe"
La Stampa 6 Giugno 2003
LA ROTTURA DI OGNI PRETESA UMANISTICA DELL’ARTE IN UN AMPIO VOLUME DEI CRITICI YVE-ALAIN BOIS E ROSALIND KRAUSS CHE ESCE ORA ANCHE IN ITALIA
Informe:bello è impossibile
di Marco Belpoliti
NEL maggio del 1996 si apre al Centre Georges Pompidou di Parigi una mostra intitolata L'informe, mode d'emploi. La curano due critici e storici dell'arte: Yve-Alain Bois e Rosalind Krauss. Due nomi molto noti alla cultura americana ed europea. Bois ha fondato a Parigi la rivista Macula, collegata a un'omonima casa editrice, punto d'incontro delle nuove tendenze culturali francesi nel campo dell'arte; insegna ad Harvard e ha pubblicato un volume, Painting as Model, presso la MIT Press. Rosalind Krauss ha fondato vent'anni prima la più influente rivista teorica d'arte del mondo, October. Nella primavera del 1976, lei e Annette Michelson, studiosa di cinema, hanno infatti dato alle stampe il primo fascicolo di un periodico destinato ad avere una grande influenza nel mondo dell'arte, nell'editoria, nei periodici e soprattutto tra i giovani curatori di mostre: a partire dal 2000 infatti non c'è critico d'arte contemporanea che non debba almeno una parte della propria formazione alle pagine di October. Krauss e Michelson, come racconta Hal Foster - altro collaboratore della rivista e importante critico d'arte - in Design & Crime, edito da poco presso Postmediabooks, nel 1974 hanno lasciato Artforum, sino a quel momento la pubblicazione d'arte contemporanea più influente in America, di cui erano, insieme ad altri, i «direttori associati». Una lunga crisi culminata con la pubblicazione di un'immagine promozionale in cui si vede l'artista Lynda Benglis nuda, abbronzata, che appoggia un grande vibratore accanto all'inguine. October, come dice il titolo stesso, è una rivista che ha un programma anche politico. Non si limita a registrare l'esistente, o a dare conto di mostre o esposizioni. È, al contrario, una rivista militante che contiene saggi ponderosi, tutti schierati contro la cultura modernista che ha dominato in America dagli anni cinquanta in poi, e che ha avuto in Clement Greenberg e Harold Rosenberg i suoi maestri indiscussi. In Italia di questa vicenda culturale si è sempre saputo poco o nulla. Il libro più importante di Greenberg è stato tradotto tardi, mentre Rosenberg è arrivato negli anni sessanta, sulla scia del Gruppo '63, in seguito ai cambiamenti imposti dalla Neoavanguardia nel paesaggio intellettuale italiano che, per quanto riguarda la cultura visiva, è rimasto, nonostante tutto, molto provinciale. Dei dibattiti che fanno luce sull'arte contemporanea, al di là degli aspetti di moda, del successo di un singolo artista (ad esempio, Maurizio Cattelan, oggi l'artista italiano della nuova generazione più noto nel mondo), e salvo eccezioni (la rivista Ipso facto di Elio Grazioli, la pubblicazione dei libri della Krauss presso la Bruno Mondadori), in Italia non è mai arrivato nulla. Semmai, è la recente commistione tra arte e moda, tra grandi firme del sistema della moda e dell'arte contemporanea (si pensi allo Spazio Prada di Milano), che ha imposto all'attenzione dei media, dei giornali e delle riviste l'arte contemporanea, con effetti non certo positivi, come documenta nel suo libro Hal Foster. Per questa ragione, la pubblicazione dell'Informe, seppur a otto anni di distanza dalla mostra parigina, può servire a recuperare il tempo perso, e cercare di capire quanto è accaduto.
L'informe, libro che accompagnava la mostra, curato da Elio Grazioli (Bruno Mondadori), è un catalogo ragionato sulle idee che fanno da sfondo al gruppo di October. Bois e Krauss fondano la loro lettura anti-dialettica dell'arte. L'interpretazione che comunemente si dà dell'arte contemporanea è, nonostante tutto, sociologica e storicista: l'arte ci fa capire la società; lo sviluppo dell'arte è legato allo sviluppo storico delle società occidentali. Il punto di vista degli autori dell'Informe è decisamente antitetico. L'arte è qualcosa di inutile, di totalmente altro rispetto alla società e ai valori dominanti che vigono in essa. L'«informe» è il non gerarchizzato, l'inverificabile, l'assolutamente orizzontale. L'arte non è infatti l'antitesi della società, una antitesi che, come si è visto, con il tempo viene poi assunta dalla società stessa: Picasso da avanguardista a star del sistema dell'arte; Duchamp da incomprensibile provocatore a oggetto di studi, mostre ed esposizioni. L'idea di Bois e Krauss è diametralmente opposta.
Per capire cosa intendono i due critici bisogna citare un breve testo di Michel Leiris, lo scrittore francese. In una rivista degli anni venti, decisiva per definire l'«informe», Documents, Leiris scrive che la bocca, sede del discorso filosofico, è anche il luogo della saliva e dello sputo: linguaggio e sputo hanno la medesima origine. L'«informe» rende conto di questa improbabile commistione di pensiero e sputo, di alto e basso, che segna ogni gesto umano. Il filosofo-scrittore di riferimento è Georges Bataille, curatore di Documents, la rivista che si opponeva al Papa del Surrealismo, Breton. Secondo i curatori della mostra parigina, l'«informe» non è una teoria dell'arte, ma «un'operazione», un performativo, come la parola oscena, la cui violenza, scrivono, non deriva dalla sua semantica ma dall'atto stesso del pronunciarla.
La Krauss si è scagliata da tempo contro la lettura ottica dell'arte contemporanea, quella che riduce l'arte a un puro fatto visivo. Per lei, che ha scritto un libro intitolato L'inconscio ottico (MIT Press), è Pollock uno dei primi a spostare l'asse della pittura dal verticale all'orizzontale. Del gesto del dripping, le colature effettuate attraverso barattoli di vernice bucherellati che oscillano sopra una tela stesa a terra, la Krauss privilegia non l'«informale» - parola da non confondere con informe - ma l'abbandono del pennello quale prolungamento della mano. È la materia che dipinge la materia negli «sgocciolamenti» di Pollock. Un altro esempio di informe è un'opera di Warhol, intitolata Dance Diagrams, che l'artista americano, nel momento in cui passava da artista commerciale a pittore d'avanguardia, stese a terra nel 1961 nel suo studio, vicino alla porta, in modo tale che i suoi visitatori fossero costretti a camminarci sopra; oppure le tele che dice di aver realizzato nel 1961, gigantesche superfici ricoperte di pittura metallica su cui chiedeva agli amici di pisciare, in modo che l'acido urico producesse le volute e gli aloni tipici dell'Art Painting. Mentre la critica modernista vedeva nell'espressionismo americano un altro modo di dipingere, sulla linea della pittura inaugurata da Manet con la sua Olympia, Bois e Krauss vi vedono invece un gesto che distrugge ogni pretesa di razionalità, ogni principio verticale, e dunque ogni principio umanistico dell'arte. Nell'«informe» l'uomo è condotto alle sue pulsioni inconsce, alla parte non dominabile di sé, alla distruzione della forma stessa, a quello che Bataille definisce «il basso materialismo». Con una frase ad effetto, ma molto efficace, Bois e Krauss scrivono che l'arte è una talpa e non un angelo, come pensava Greenberg, teorico modernista, per cui l'arte moderna era l'angelo che liberava la cultura dalla sua tentazione kitsch nel momento stesso in cui la borghesia, a cui era destinata, stava sparendo come classe sociale per essere sostituita dalla molle e plastica piccola borghesia.
Uno degli artisti dell'informe è Oldenburg, che lavora intorno a The store, un atelier-negozio-magazzino-discarica, che raccoglie tra il 1961 e il 1963 ogni tipo di rifiuto per valorizzarlo come oggetto artistico. O ancora Gordon Matta-Clark che frigge le sue fotografie con un po' di oro, le fonde in una padella con olio ed emulsione fotografica. Riprendendo una frase di Batalille che vedeva nell'architettura il super-io dell'uomo («se ce la prendiamo con l'architettura, ce la prendiamo con l'uomo»), Gordon Matta-Clark taglia a metà le case che stanno per essere demolite. Con Spiral Jetty (1970) Robert Smithson realizza nel Gran Lago salato dello Utah un'installazione che non vuole durare nel tempo, ma affondare nel lago stesso e cancellarsi per sempre. Matta-Clark, che oggi viene citato e imitato dagli architetti, vuole solo distruggere l'architettura, ritenuta un'impresa capitalistica. Per lui l'architettura è solo uno scarto, come quando costruisce un buco-cloaca dentro un edificio abbandonato nel Bronx: Threshole-Bronx Floors: Double Doors (1973). Il suo scopo è confondere deliberatamente il piano orizzontale e quello verticale: per imparare cosa sia lo spazio, bisogna perdere il senso del nostro essere eretti. In un celebre lavoro Edward Ruscha fotografa dall'elicottero, la domenica mattina del 1967, i parcheggi vuoti, oppure compera interstizi vuoti, dei «piccoli niente, tra un edificio e l'altro», o ancora si concentra sulle macchie di olio sull'asfalto. Nel 1969, a Roma, Smithson fa produrre un camion di asfalto, poi lo rovescia giù da una collina, vicino a una discarica: colata inutile e magmatica in un luogo deserto. Il libro si conclude con le celebri opere di Cindy Sherman, le sue mascherate femminili dell'inizio degli anni ottanta, e quelle di Mike Kelley: suo è il tappeto di Ridde of the Sphinx (1971), sotto cui spuntano protuberanze enigmatiche, di cui possiamo immaginare quello che vogliamo. Cosa c'è di più basso di un tappeto?, si chiede la Krauss. L'informe non è solo il «basso», l'«indicibile», lo «scarto», ma qualcosa di diverso; non l'abietto o il disgustoso, ma ciò che sfugge alla classificazione, ciò che non può essere rubricato o inserito, grazie alla dialettica, in una opposizione: brutto/bello, sporco/pulito, basso/alto. L'«informe» è ciò non rientra nella dialettica degli opposti. È qualcosa di imprevisto e imprevedibile che nessuna estetica riesce a comprendere dentro di sé. Una definizione impossibile, dunque, un modo di intendere l'arte assolutamente nuovo e inusuale di cui October si è fatta promotrice per quasi trent'anni e che adesso, con questo libro, è finalmente accessibile anche in Italia. Un'occasione da non perdere.
LA ROTTURA DI OGNI PRETESA UMANISTICA DELL’ARTE IN UN AMPIO VOLUME DEI CRITICI YVE-ALAIN BOIS E ROSALIND KRAUSS CHE ESCE ORA ANCHE IN ITALIA
Informe:bello è impossibile
di Marco Belpoliti
NEL maggio del 1996 si apre al Centre Georges Pompidou di Parigi una mostra intitolata L'informe, mode d'emploi. La curano due critici e storici dell'arte: Yve-Alain Bois e Rosalind Krauss. Due nomi molto noti alla cultura americana ed europea. Bois ha fondato a Parigi la rivista Macula, collegata a un'omonima casa editrice, punto d'incontro delle nuove tendenze culturali francesi nel campo dell'arte; insegna ad Harvard e ha pubblicato un volume, Painting as Model, presso la MIT Press. Rosalind Krauss ha fondato vent'anni prima la più influente rivista teorica d'arte del mondo, October. Nella primavera del 1976, lei e Annette Michelson, studiosa di cinema, hanno infatti dato alle stampe il primo fascicolo di un periodico destinato ad avere una grande influenza nel mondo dell'arte, nell'editoria, nei periodici e soprattutto tra i giovani curatori di mostre: a partire dal 2000 infatti non c'è critico d'arte contemporanea che non debba almeno una parte della propria formazione alle pagine di October. Krauss e Michelson, come racconta Hal Foster - altro collaboratore della rivista e importante critico d'arte - in Design & Crime, edito da poco presso Postmediabooks, nel 1974 hanno lasciato Artforum, sino a quel momento la pubblicazione d'arte contemporanea più influente in America, di cui erano, insieme ad altri, i «direttori associati». Una lunga crisi culminata con la pubblicazione di un'immagine promozionale in cui si vede l'artista Lynda Benglis nuda, abbronzata, che appoggia un grande vibratore accanto all'inguine. October, come dice il titolo stesso, è una rivista che ha un programma anche politico. Non si limita a registrare l'esistente, o a dare conto di mostre o esposizioni. È, al contrario, una rivista militante che contiene saggi ponderosi, tutti schierati contro la cultura modernista che ha dominato in America dagli anni cinquanta in poi, e che ha avuto in Clement Greenberg e Harold Rosenberg i suoi maestri indiscussi. In Italia di questa vicenda culturale si è sempre saputo poco o nulla. Il libro più importante di Greenberg è stato tradotto tardi, mentre Rosenberg è arrivato negli anni sessanta, sulla scia del Gruppo '63, in seguito ai cambiamenti imposti dalla Neoavanguardia nel paesaggio intellettuale italiano che, per quanto riguarda la cultura visiva, è rimasto, nonostante tutto, molto provinciale. Dei dibattiti che fanno luce sull'arte contemporanea, al di là degli aspetti di moda, del successo di un singolo artista (ad esempio, Maurizio Cattelan, oggi l'artista italiano della nuova generazione più noto nel mondo), e salvo eccezioni (la rivista Ipso facto di Elio Grazioli, la pubblicazione dei libri della Krauss presso la Bruno Mondadori), in Italia non è mai arrivato nulla. Semmai, è la recente commistione tra arte e moda, tra grandi firme del sistema della moda e dell'arte contemporanea (si pensi allo Spazio Prada di Milano), che ha imposto all'attenzione dei media, dei giornali e delle riviste l'arte contemporanea, con effetti non certo positivi, come documenta nel suo libro Hal Foster. Per questa ragione, la pubblicazione dell'Informe, seppur a otto anni di distanza dalla mostra parigina, può servire a recuperare il tempo perso, e cercare di capire quanto è accaduto.
L'informe, libro che accompagnava la mostra, curato da Elio Grazioli (Bruno Mondadori), è un catalogo ragionato sulle idee che fanno da sfondo al gruppo di October. Bois e Krauss fondano la loro lettura anti-dialettica dell'arte. L'interpretazione che comunemente si dà dell'arte contemporanea è, nonostante tutto, sociologica e storicista: l'arte ci fa capire la società; lo sviluppo dell'arte è legato allo sviluppo storico delle società occidentali. Il punto di vista degli autori dell'Informe è decisamente antitetico. L'arte è qualcosa di inutile, di totalmente altro rispetto alla società e ai valori dominanti che vigono in essa. L'«informe» è il non gerarchizzato, l'inverificabile, l'assolutamente orizzontale. L'arte non è infatti l'antitesi della società, una antitesi che, come si è visto, con il tempo viene poi assunta dalla società stessa: Picasso da avanguardista a star del sistema dell'arte; Duchamp da incomprensibile provocatore a oggetto di studi, mostre ed esposizioni. L'idea di Bois e Krauss è diametralmente opposta.
Per capire cosa intendono i due critici bisogna citare un breve testo di Michel Leiris, lo scrittore francese. In una rivista degli anni venti, decisiva per definire l'«informe», Documents, Leiris scrive che la bocca, sede del discorso filosofico, è anche il luogo della saliva e dello sputo: linguaggio e sputo hanno la medesima origine. L'«informe» rende conto di questa improbabile commistione di pensiero e sputo, di alto e basso, che segna ogni gesto umano. Il filosofo-scrittore di riferimento è Georges Bataille, curatore di Documents, la rivista che si opponeva al Papa del Surrealismo, Breton. Secondo i curatori della mostra parigina, l'«informe» non è una teoria dell'arte, ma «un'operazione», un performativo, come la parola oscena, la cui violenza, scrivono, non deriva dalla sua semantica ma dall'atto stesso del pronunciarla.
La Krauss si è scagliata da tempo contro la lettura ottica dell'arte contemporanea, quella che riduce l'arte a un puro fatto visivo. Per lei, che ha scritto un libro intitolato L'inconscio ottico (MIT Press), è Pollock uno dei primi a spostare l'asse della pittura dal verticale all'orizzontale. Del gesto del dripping, le colature effettuate attraverso barattoli di vernice bucherellati che oscillano sopra una tela stesa a terra, la Krauss privilegia non l'«informale» - parola da non confondere con informe - ma l'abbandono del pennello quale prolungamento della mano. È la materia che dipinge la materia negli «sgocciolamenti» di Pollock. Un altro esempio di informe è un'opera di Warhol, intitolata Dance Diagrams, che l'artista americano, nel momento in cui passava da artista commerciale a pittore d'avanguardia, stese a terra nel 1961 nel suo studio, vicino alla porta, in modo tale che i suoi visitatori fossero costretti a camminarci sopra; oppure le tele che dice di aver realizzato nel 1961, gigantesche superfici ricoperte di pittura metallica su cui chiedeva agli amici di pisciare, in modo che l'acido urico producesse le volute e gli aloni tipici dell'Art Painting. Mentre la critica modernista vedeva nell'espressionismo americano un altro modo di dipingere, sulla linea della pittura inaugurata da Manet con la sua Olympia, Bois e Krauss vi vedono invece un gesto che distrugge ogni pretesa di razionalità, ogni principio verticale, e dunque ogni principio umanistico dell'arte. Nell'«informe» l'uomo è condotto alle sue pulsioni inconsce, alla parte non dominabile di sé, alla distruzione della forma stessa, a quello che Bataille definisce «il basso materialismo». Con una frase ad effetto, ma molto efficace, Bois e Krauss scrivono che l'arte è una talpa e non un angelo, come pensava Greenberg, teorico modernista, per cui l'arte moderna era l'angelo che liberava la cultura dalla sua tentazione kitsch nel momento stesso in cui la borghesia, a cui era destinata, stava sparendo come classe sociale per essere sostituita dalla molle e plastica piccola borghesia.
Uno degli artisti dell'informe è Oldenburg, che lavora intorno a The store, un atelier-negozio-magazzino-discarica, che raccoglie tra il 1961 e il 1963 ogni tipo di rifiuto per valorizzarlo come oggetto artistico. O ancora Gordon Matta-Clark che frigge le sue fotografie con un po' di oro, le fonde in una padella con olio ed emulsione fotografica. Riprendendo una frase di Batalille che vedeva nell'architettura il super-io dell'uomo («se ce la prendiamo con l'architettura, ce la prendiamo con l'uomo»), Gordon Matta-Clark taglia a metà le case che stanno per essere demolite. Con Spiral Jetty (1970) Robert Smithson realizza nel Gran Lago salato dello Utah un'installazione che non vuole durare nel tempo, ma affondare nel lago stesso e cancellarsi per sempre. Matta-Clark, che oggi viene citato e imitato dagli architetti, vuole solo distruggere l'architettura, ritenuta un'impresa capitalistica. Per lui l'architettura è solo uno scarto, come quando costruisce un buco-cloaca dentro un edificio abbandonato nel Bronx: Threshole-Bronx Floors: Double Doors (1973). Il suo scopo è confondere deliberatamente il piano orizzontale e quello verticale: per imparare cosa sia lo spazio, bisogna perdere il senso del nostro essere eretti. In un celebre lavoro Edward Ruscha fotografa dall'elicottero, la domenica mattina del 1967, i parcheggi vuoti, oppure compera interstizi vuoti, dei «piccoli niente, tra un edificio e l'altro», o ancora si concentra sulle macchie di olio sull'asfalto. Nel 1969, a Roma, Smithson fa produrre un camion di asfalto, poi lo rovescia giù da una collina, vicino a una discarica: colata inutile e magmatica in un luogo deserto. Il libro si conclude con le celebri opere di Cindy Sherman, le sue mascherate femminili dell'inizio degli anni ottanta, e quelle di Mike Kelley: suo è il tappeto di Ridde of the Sphinx (1971), sotto cui spuntano protuberanze enigmatiche, di cui possiamo immaginare quello che vogliamo. Cosa c'è di più basso di un tappeto?, si chiede la Krauss. L'informe non è solo il «basso», l'«indicibile», lo «scarto», ma qualcosa di diverso; non l'abietto o il disgustoso, ma ciò che sfugge alla classificazione, ciò che non può essere rubricato o inserito, grazie alla dialettica, in una opposizione: brutto/bello, sporco/pulito, basso/alto. L'«informe» è ciò non rientra nella dialettica degli opposti. È qualcosa di imprevisto e imprevedibile che nessuna estetica riesce a comprendere dentro di sé. Una definizione impossibile, dunque, un modo di intendere l'arte assolutamente nuovo e inusuale di cui October si è fatta promotrice per quasi trent'anni e che adesso, con questo libro, è finalmente accessibile anche in Italia. Un'occasione da non perdere.
La Repubblica Salute
Antidepressivo rallenta molto la demenza
di Adriana Albini
PITTSBURG La sindrome maniaco depressiva o «sindrome bipolare», così detta perché comporta repentini cambiamenti di umore, viene curata da molti anni con i sali di litio. Come funzioni a livello neurologico non è stato finora interamente chiarito, si pensa che il litio agisca sulla plasticità delle cellule cerebrali. Adesso, grazie ad una scoperta pubblicata su Nature, i sali di questo metallo leggero trovano una nuova, sorprendente applicazione: la malattia di Alzheimer.
Due particolari alterazioni biologiche caratterizzano questa demenza: il depositarsi a livello cerebrale di placche di una sostanza detta amiloide, e la formazione di "grovigli" di fibre all’interno delle cellule. Gli studiosi della scuola di Medicina della Pennsylvania hanno rivelato che il litio può bloccare la formazione di placche e prevenire l’aggrovigliamento delle fibre. Un’altra molecola, relativamente nuova, il Kenpaullone, ha effetti simili ai sali dell’argenteo metallo.
Come avviene il miracolo? Attraverso il blocco dell’enzima GSK3alfa, che agisce contemporaneamente sui due problemi biologici sopra accennati.
Il litio usato nelle forme di depressione bipolare comporta il rischio di effetti collaterali, soprattutto ad alti dosaggi. Fortunatamente, dagli studi sperimentali che lo propongono come cura per l’Alzheimer, risulta come dosi farmacologicamente tollerabili siano sufficienti a garantire l’effetto desiderato. Contemporaneamente, scienziati della Sanità di Bethesda, USA, hanno reso noto su un’altra importante rivista, PNAS, che il litio riduce il danno neuronale ed ha azione protettiva per i neuroni.
Un farmaco semplice noto, sperimentato, entra dunque nell’arsenale delle cure per varie forme di degenerazione cerebrale, tra cui l’Alzheimer: si accende una speranza importante, che andrà confermata con studi clinici sui malati.
Antidepressivo rallenta molto la demenza
di Adriana Albini
PITTSBURG La sindrome maniaco depressiva o «sindrome bipolare», così detta perché comporta repentini cambiamenti di umore, viene curata da molti anni con i sali di litio. Come funzioni a livello neurologico non è stato finora interamente chiarito, si pensa che il litio agisca sulla plasticità delle cellule cerebrali. Adesso, grazie ad una scoperta pubblicata su Nature, i sali di questo metallo leggero trovano una nuova, sorprendente applicazione: la malattia di Alzheimer.
Due particolari alterazioni biologiche caratterizzano questa demenza: il depositarsi a livello cerebrale di placche di una sostanza detta amiloide, e la formazione di "grovigli" di fibre all’interno delle cellule. Gli studiosi della scuola di Medicina della Pennsylvania hanno rivelato che il litio può bloccare la formazione di placche e prevenire l’aggrovigliamento delle fibre. Un’altra molecola, relativamente nuova, il Kenpaullone, ha effetti simili ai sali dell’argenteo metallo.
Come avviene il miracolo? Attraverso il blocco dell’enzima GSK3alfa, che agisce contemporaneamente sui due problemi biologici sopra accennati.
Il litio usato nelle forme di depressione bipolare comporta il rischio di effetti collaterali, soprattutto ad alti dosaggi. Fortunatamente, dagli studi sperimentali che lo propongono come cura per l’Alzheimer, risulta come dosi farmacologicamente tollerabili siano sufficienti a garantire l’effetto desiderato. Contemporaneamente, scienziati della Sanità di Bethesda, USA, hanno reso noto su un’altra importante rivista, PNAS, che il litio riduce il danno neuronale ed ha azione protettiva per i neuroni.
Un farmaco semplice noto, sperimentato, entra dunque nell’arsenale delle cure per varie forme di degenerazione cerebrale, tra cui l’Alzheimer: si accende una speranza importante, che andrà confermata con studi clinici sui malati.
il processo sul delitto di Cogne
Corriere della Sera 7.6.03
Salta la deposizione finale per l’inchiesta sul delitto di Cogne mentre si prepara un nuovo scontro tra difesa e investigatori
«Devo allattare, l’interrogatorio può turbarmi»
Annamaria Franzoni non si presenta dal pm. Taormina accusa: sparito un video, perquisite il Ris e la Procura d’Aosta
dal nostro inviato
AOSTA - Annamaria Franzoni deve allattare Gioele, il terzo figlio nato nel gennaio scorso. Lo stress e la tensione provocato da un interrogatorio con i magistrati di Aosta - scrive la donna nella sua giustificazione - potrebbe provocare l’interruzione del flusso del latte materno, con gravi conseguenze per il figlio di pochi mesi. Giustificazione che è stata accompagnata anche da un certificato medico. Come già aveva annunciato il legale della donna, Carlo Taormina, è slittato l’interrogatorio della mamma di Samuele indagata per l’omicidio del figlio, ucciso nella villetta di Cogne il 30 gennaio del 2002. Il colloquio, che era stato fissato per ieri mattina, era stato richiesto proprio dalla donna, dopo aver ricevuto l’avviso di chiusura indagini. E per legge la procura è tenuta a concederlo prima di chiedere il processo. Invece ieri mattina in procura è arrivato solo il marito della Franzoni, Stefano Lorenzi, che poco dopo l’apertura degli uffici giudiziari ha consegnato in cancelleria i documenti per «giustificare» l’assenza di Annamaria.
I TEMPI - L’allattamento rischia ora di allontanare la richiesta di rinvio a giudizio, già pronta per essere trasmessa al gup Eugenio Gramola. Secondo un calendario approssimativo che si erano imposti i magistrati l’udienza avrebbe dovuto essere fissata entro luglio, prima della pausa estiva. Adesso i pm Stefania Cugge e il procuratore capo Maria Del Savio Bonaudo dovranno valutare se le motivazioni presentate dall’indagata possono essere considerate un «legittimo impedimento». Se decideranno per il sì l’interrogatorio potrebbe slittare anche di parecchi mesi. Se invece la procura non considererà le ragioni dell’assenza un «legittimo impedimento», i pm dovranno fissare una nuova data per l’interrogatorio. Ma se la Franzoni non dovesse ripresentarsi per gli stessi motivi, i pm potrebbero decidere di chiudere l’indagine con la richiesta di rinvio a giudizio. In questo caso la difesa potrà replicare, invocando la nullità della decisione davanti al giudice per l’udienza preliminare: a quel punto gli atti potrebbero tornare alla procura. Adesso i magistrati esamineranno una serie di sentenze emesse dalla Corte di Cassazione e nei prossimi giorni dovranno prendere una decisione.
LA DENUNCIA - Ieri l’avvocato Carlo Taormina ha denunciato alla procura di Milano i carabinieri del Ris di Parma e la procura di Aosta per la presunta scomparsa di un filmato Vhs allegato alla consulenza dei carabinieri «posto a fondamento dell’accusa formulata a carico di Annamaria Franzoni relativamente alle modalità dell’esecuzione dell’assassinio» spiega Taormina che aggiunge: «ho chiesto di effettuare perquisizioni per accertare la legalità delle operazioni eseguite, la completezza e la eventualità di alterazioni volute o accidentali». I reati ipotizzati dal legale sono falso ideologico in atti pubblici e soppressione di atti pubblici. Taormina ha anche criticato la decisione del gip Fabrizio Gandini che ha negato una superperizia sul delitto di Samuele. Una bocciatura che avrebbe avuto «ragioni esclusivamente procedurali». «Il gup sarà libero di disporre la perizia, libertà che certamente il gip di Aosta non ha saputo manifestare - ha detto il legale -. Egli ha irrazionalmente e insensibilmente contribuito a determinare le condizioni per la formulazione di una richiesta di rinvio a giudizio ingiusta ed inutile nei confronti di una persona innocente, qual è Annamaria Franzoni».
Salta la deposizione finale per l’inchiesta sul delitto di Cogne mentre si prepara un nuovo scontro tra difesa e investigatori
«Devo allattare, l’interrogatorio può turbarmi»
Annamaria Franzoni non si presenta dal pm. Taormina accusa: sparito un video, perquisite il Ris e la Procura d’Aosta
dal nostro inviato
AOSTA - Annamaria Franzoni deve allattare Gioele, il terzo figlio nato nel gennaio scorso. Lo stress e la tensione provocato da un interrogatorio con i magistrati di Aosta - scrive la donna nella sua giustificazione - potrebbe provocare l’interruzione del flusso del latte materno, con gravi conseguenze per il figlio di pochi mesi. Giustificazione che è stata accompagnata anche da un certificato medico. Come già aveva annunciato il legale della donna, Carlo Taormina, è slittato l’interrogatorio della mamma di Samuele indagata per l’omicidio del figlio, ucciso nella villetta di Cogne il 30 gennaio del 2002. Il colloquio, che era stato fissato per ieri mattina, era stato richiesto proprio dalla donna, dopo aver ricevuto l’avviso di chiusura indagini. E per legge la procura è tenuta a concederlo prima di chiedere il processo. Invece ieri mattina in procura è arrivato solo il marito della Franzoni, Stefano Lorenzi, che poco dopo l’apertura degli uffici giudiziari ha consegnato in cancelleria i documenti per «giustificare» l’assenza di Annamaria.
I TEMPI - L’allattamento rischia ora di allontanare la richiesta di rinvio a giudizio, già pronta per essere trasmessa al gup Eugenio Gramola. Secondo un calendario approssimativo che si erano imposti i magistrati l’udienza avrebbe dovuto essere fissata entro luglio, prima della pausa estiva. Adesso i pm Stefania Cugge e il procuratore capo Maria Del Savio Bonaudo dovranno valutare se le motivazioni presentate dall’indagata possono essere considerate un «legittimo impedimento». Se decideranno per il sì l’interrogatorio potrebbe slittare anche di parecchi mesi. Se invece la procura non considererà le ragioni dell’assenza un «legittimo impedimento», i pm dovranno fissare una nuova data per l’interrogatorio. Ma se la Franzoni non dovesse ripresentarsi per gli stessi motivi, i pm potrebbero decidere di chiudere l’indagine con la richiesta di rinvio a giudizio. In questo caso la difesa potrà replicare, invocando la nullità della decisione davanti al giudice per l’udienza preliminare: a quel punto gli atti potrebbero tornare alla procura. Adesso i magistrati esamineranno una serie di sentenze emesse dalla Corte di Cassazione e nei prossimi giorni dovranno prendere una decisione.
LA DENUNCIA - Ieri l’avvocato Carlo Taormina ha denunciato alla procura di Milano i carabinieri del Ris di Parma e la procura di Aosta per la presunta scomparsa di un filmato Vhs allegato alla consulenza dei carabinieri «posto a fondamento dell’accusa formulata a carico di Annamaria Franzoni relativamente alle modalità dell’esecuzione dell’assassinio» spiega Taormina che aggiunge: «ho chiesto di effettuare perquisizioni per accertare la legalità delle operazioni eseguite, la completezza e la eventualità di alterazioni volute o accidentali». I reati ipotizzati dal legale sono falso ideologico in atti pubblici e soppressione di atti pubblici. Taormina ha anche criticato la decisione del gip Fabrizio Gandini che ha negato una superperizia sul delitto di Samuele. Una bocciatura che avrebbe avuto «ragioni esclusivamente procedurali». «Il gup sarà libero di disporre la perizia, libertà che certamente il gip di Aosta non ha saputo manifestare - ha detto il legale -. Egli ha irrazionalmente e insensibilmente contribuito a determinare le condizioni per la formulazione di una richiesta di rinvio a giudizio ingiusta ed inutile nei confronti di una persona innocente, qual è Annamaria Franzoni».
giovedì 5 giugno 2003
spazio-tempo
La Stampa 5 Giugno 2003
LA TEORIA DELLA RELATIVITÀ ALLA PROVA DELLA STORIA DEL PENSIERO. IN UN SAGGIO IL RACCONTO DI UN’AVVENTURA FASCINOSA COME UN ROMANZO
Se Einstein sogna di cavalcare la luce
Da Zenone a Virgilio, Galilei, Gadda, Calvino: tra fisica e filosofia
un principio relativo e assoluto che ha guidato l’evoluzione
del mondo. Il rapporto spazio-tempo è l’enigma di sempre
di Claudio Bartocci
COME ci apparirebbe il mondo se viaggiassimo a bordo di una qualche automobile futuribile capace di raggiungere una velocità esattamente uguale a quella della luce? E che cosa accadrebbe se accendessimo i fari? Vedremmo il fascio luminoso immobile davanti a noi? Da bizzarre domande di questo genere, concepite all'età di appena sedici anni - racconta lo stesso Albert Einstein nella sua Autobiografia scientifica - prese forma, dopo dieci lunghi anni di riflessione, quel principio di relatività che sta alla base della famosa teoria da lui formulata nel 1905. La velocità della luce è la stessa per tutti gli osservatori, sia per chi se ne rimanga comodamente seduto in poltrona, sia per chi si lanci in folli corse su automobili potentissime, e costituisce un limite invalicabile per qualsiasi oggetto fisico.
Siamo tentati di avanzare l'ipotesi - oltremodo plausibile sebbene non suffragata da nessuna testimonianza, - che l'idea di viaggiare a cavallo di un raggio di luce possa essere stata suggerita al giovane Einstein, gran divoratore di libri di «scienza popolare», dalla lettura delle avventure di Lumen, nei Récits de l'infini dell'astronomo e divulgatore Camille Flammarion. Lumen è una sorta di spirito sapiente, che infrange le leggi del tempo spostandosi attraverso il cosmo a una velocità superiore a quella della luce e impartisce al discepolo Quaerens sentenziose lezioni che spaziano dalla fisica alla metapsichica. Comunque sia, la curiosità di Einstein (senza voler togliere nulla al suo genio) appartiene a un genere di interrogativi che l'uomo si è posto fin dai tempi più antichi nel tentativo di descrivere il mutevole mondo che lo circonda attraverso il linguaggio. Come si confrontano i differenti punti di vista di chi sta fermo e di chi è in movimento? Dobbiamo credere alla percezione sensibile che ci indica la terra immobile sotto i nostri piedi? Qual è la natura del moto e, dunque, dello spazio? Il tempo è un'illusione? La relatività delle esperienze, e la pluralità delle prospettive, non interessano soltanto lo scienziato, ma anche il filosofo, il poeta, il narratore, il pittore che tenta di fissare sulla tela l'inafferrabile forma fluens del movimento.
Dai presocratici a Kant, da Lucrezio a Calvino e Queneau attraverso Ariosto, da Galilei a Poincaré ed Einstein, le speculazioni teoriche e le ipotesi scientifiche sulla coppia dicotomica assoluto-relativo si intrecciano con le metafore letterarie e le intuizioni poetiche. Un saggio di ampio respiro, Relatività, quante storie (Bollati Boringhieri, 321 pagine, 30,00 euro) di Antonio Sparzani, docente di fisica all'Università di Milano, ripercorre alcune tappe di questo intricato percorso culturale.
Il primo pensatore a mettere a nudo le insidie nascoste nelle nozioni apparentemente chiare a livello intuitivo di movimento, spazio e tempo fu Zenone di Elea. I suoi quattro paradossi (la dicotomia, Achille, la freccia e lo stadio), che conosciamo principalmente attraverso l'interpretazione di Aristotele, hanno segnato in profondità la storia del pensiero occidentale. Non solo l'analisi matematica comincia con Zenone e ogni teoria del moto, da Giovanni Filopono a Newton, si trova a dover fare i conti con le sue sottili argomentazioni, che impongono una ben precisa struttura geometrica allo spazio fisico. Ma l'insolenza con cui Zenone spregia il senso comune affascina anche i letterati. Carlo Emilio Gadda, ad esempio, nel Primo libro delle favole, offre una virtuosistica parafrasi dell'apologo di Achille (il Tachipo) e la tartaruga (la cheli), mentre l'aporia della freccia ispira il racconto Ti con zero di Calvino. E Paul Valéry nel Cimitero marino scrive (nella traduzione di Giorgio Caproni): «Crudel Zenone! Zenone Eleata! / M'hai trafitto con quella freccia alata / Che vibra, vola, e più non vola già!».
Il quarto paradosso di Zenone - lo stadio, la cui interpretazione è più controversa - sembra in ogni caso avere a che fare con la spinosa questione del moto relativo. Questo stesso problema affronta Galilei in un celebre passo del Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, ricorrendo all'esemplificazione del «gran navilio» per illustrare il principio di relatività che oggi porta il suo nome: nessun esperimento fisico effettuato a bordo avrà esito differente se la nave è ferma oppure in movimento, «pur che il moto sia uniforme e non fluttuante qua e là». La fantasia della nave, che Galilei sviluppa con un gusto tutto barocco per l'amplificazione, non è affatto una sua invenzione. La lunga storia di questa allegoria ha forse inizio in alcuni versi del De rerum natura di Lucrezio: «la nave che ci trasporta e sembra restare immobile; / quella che è ferma all'ancora e sembra che ci oltrepassi». Virgilio si serve di un'immagine analoga nell'Eneide, mentre Sesto Empirico, il grande filosofo scettico, usa l'esempio della nave a più riprese, sia negli Schizzi pirroniani sia nel trattato Contro i professori, per dimostrare la non esistenza del movimento.
Le riflessioni sulla relatività del moto sono strettamente legate al problema di stabilire se la Terra è immobile al centro dell'universo, come pretendono la tradizione aristotelica e l'astronomia tolemaica, oppure, al contrario, soggetta a una rotazione giornaliera attorno al proprio asse e a una rivoluzione annuale attorno al Sole. I fisici della cosiddetta scuola di Parigi, nel XIV secolo, Giovanni Buridano (il principale difensore della teoria dell'impetus) e Nicole Oresme, suo probabile allievo, si avvalgono dell'argomento della nave per pronunciarsi a favore dell'immobilità della Terra. Diversamente, Giordano Bruno nella Cena delle ceneri, un'opera che secondo alcuni studiosi (Frances Yates in testa) avrebbe influenzato profondamente la genesi del Dialogo galileiano, ricorre all'esperimento ideale di osservare il moto di caduta di una pietra lanciata verso l'alto a bordo di una nave in movimento per propugnare la tesi copernicana.
Non ha torto, crediamo, Borges quando osserva, in Altre inquisizioni, che «forse la storia universale è la storia delle diverse interpretazioni di alcune metafore».
LA TEORIA DELLA RELATIVITÀ ALLA PROVA DELLA STORIA DEL PENSIERO. IN UN SAGGIO IL RACCONTO DI UN’AVVENTURA FASCINOSA COME UN ROMANZO
Se Einstein sogna di cavalcare la luce
Da Zenone a Virgilio, Galilei, Gadda, Calvino: tra fisica e filosofia
un principio relativo e assoluto che ha guidato l’evoluzione
del mondo. Il rapporto spazio-tempo è l’enigma di sempre
di Claudio Bartocci
COME ci apparirebbe il mondo se viaggiassimo a bordo di una qualche automobile futuribile capace di raggiungere una velocità esattamente uguale a quella della luce? E che cosa accadrebbe se accendessimo i fari? Vedremmo il fascio luminoso immobile davanti a noi? Da bizzarre domande di questo genere, concepite all'età di appena sedici anni - racconta lo stesso Albert Einstein nella sua Autobiografia scientifica - prese forma, dopo dieci lunghi anni di riflessione, quel principio di relatività che sta alla base della famosa teoria da lui formulata nel 1905. La velocità della luce è la stessa per tutti gli osservatori, sia per chi se ne rimanga comodamente seduto in poltrona, sia per chi si lanci in folli corse su automobili potentissime, e costituisce un limite invalicabile per qualsiasi oggetto fisico.
Siamo tentati di avanzare l'ipotesi - oltremodo plausibile sebbene non suffragata da nessuna testimonianza, - che l'idea di viaggiare a cavallo di un raggio di luce possa essere stata suggerita al giovane Einstein, gran divoratore di libri di «scienza popolare», dalla lettura delle avventure di Lumen, nei Récits de l'infini dell'astronomo e divulgatore Camille Flammarion. Lumen è una sorta di spirito sapiente, che infrange le leggi del tempo spostandosi attraverso il cosmo a una velocità superiore a quella della luce e impartisce al discepolo Quaerens sentenziose lezioni che spaziano dalla fisica alla metapsichica. Comunque sia, la curiosità di Einstein (senza voler togliere nulla al suo genio) appartiene a un genere di interrogativi che l'uomo si è posto fin dai tempi più antichi nel tentativo di descrivere il mutevole mondo che lo circonda attraverso il linguaggio. Come si confrontano i differenti punti di vista di chi sta fermo e di chi è in movimento? Dobbiamo credere alla percezione sensibile che ci indica la terra immobile sotto i nostri piedi? Qual è la natura del moto e, dunque, dello spazio? Il tempo è un'illusione? La relatività delle esperienze, e la pluralità delle prospettive, non interessano soltanto lo scienziato, ma anche il filosofo, il poeta, il narratore, il pittore che tenta di fissare sulla tela l'inafferrabile forma fluens del movimento.
Dai presocratici a Kant, da Lucrezio a Calvino e Queneau attraverso Ariosto, da Galilei a Poincaré ed Einstein, le speculazioni teoriche e le ipotesi scientifiche sulla coppia dicotomica assoluto-relativo si intrecciano con le metafore letterarie e le intuizioni poetiche. Un saggio di ampio respiro, Relatività, quante storie (Bollati Boringhieri, 321 pagine, 30,00 euro) di Antonio Sparzani, docente di fisica all'Università di Milano, ripercorre alcune tappe di questo intricato percorso culturale.
Il primo pensatore a mettere a nudo le insidie nascoste nelle nozioni apparentemente chiare a livello intuitivo di movimento, spazio e tempo fu Zenone di Elea. I suoi quattro paradossi (la dicotomia, Achille, la freccia e lo stadio), che conosciamo principalmente attraverso l'interpretazione di Aristotele, hanno segnato in profondità la storia del pensiero occidentale. Non solo l'analisi matematica comincia con Zenone e ogni teoria del moto, da Giovanni Filopono a Newton, si trova a dover fare i conti con le sue sottili argomentazioni, che impongono una ben precisa struttura geometrica allo spazio fisico. Ma l'insolenza con cui Zenone spregia il senso comune affascina anche i letterati. Carlo Emilio Gadda, ad esempio, nel Primo libro delle favole, offre una virtuosistica parafrasi dell'apologo di Achille (il Tachipo) e la tartaruga (la cheli), mentre l'aporia della freccia ispira il racconto Ti con zero di Calvino. E Paul Valéry nel Cimitero marino scrive (nella traduzione di Giorgio Caproni): «Crudel Zenone! Zenone Eleata! / M'hai trafitto con quella freccia alata / Che vibra, vola, e più non vola già!».
Il quarto paradosso di Zenone - lo stadio, la cui interpretazione è più controversa - sembra in ogni caso avere a che fare con la spinosa questione del moto relativo. Questo stesso problema affronta Galilei in un celebre passo del Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, ricorrendo all'esemplificazione del «gran navilio» per illustrare il principio di relatività che oggi porta il suo nome: nessun esperimento fisico effettuato a bordo avrà esito differente se la nave è ferma oppure in movimento, «pur che il moto sia uniforme e non fluttuante qua e là». La fantasia della nave, che Galilei sviluppa con un gusto tutto barocco per l'amplificazione, non è affatto una sua invenzione. La lunga storia di questa allegoria ha forse inizio in alcuni versi del De rerum natura di Lucrezio: «la nave che ci trasporta e sembra restare immobile; / quella che è ferma all'ancora e sembra che ci oltrepassi». Virgilio si serve di un'immagine analoga nell'Eneide, mentre Sesto Empirico, il grande filosofo scettico, usa l'esempio della nave a più riprese, sia negli Schizzi pirroniani sia nel trattato Contro i professori, per dimostrare la non esistenza del movimento.
Le riflessioni sulla relatività del moto sono strettamente legate al problema di stabilire se la Terra è immobile al centro dell'universo, come pretendono la tradizione aristotelica e l'astronomia tolemaica, oppure, al contrario, soggetta a una rotazione giornaliera attorno al proprio asse e a una rivoluzione annuale attorno al Sole. I fisici della cosiddetta scuola di Parigi, nel XIV secolo, Giovanni Buridano (il principale difensore della teoria dell'impetus) e Nicole Oresme, suo probabile allievo, si avvalgono dell'argomento della nave per pronunciarsi a favore dell'immobilità della Terra. Diversamente, Giordano Bruno nella Cena delle ceneri, un'opera che secondo alcuni studiosi (Frances Yates in testa) avrebbe influenzato profondamente la genesi del Dialogo galileiano, ricorre all'esperimento ideale di osservare il moto di caduta di una pietra lanciata verso l'alto a bordo di una nave in movimento per propugnare la tesi copernicana.
Non ha torto, crediamo, Borges quando osserva, in Altre inquisizioni, che «forse la storia universale è la storia delle diverse interpretazioni di alcune metafore».
psicoanalisi... del cambiamento?
il manifesto 5.6.03
Psicoanalisi del cambiamento
«Trauma e crescita. Teoria e clinica di Karen Horney», domani a Roma
«Trauma e Crescita - Teoria e Clinica della Horney nel contesto della psicoanalisi contemporanea. Trauma and Growth antecedents and consequences of Horney» è il titolo-tema della conferenza internazionale presentata dalla Società di Psicoanalisi Interpersonale e GruppoAnalisi (S.P.I.G.A.), fondata e diretta dal professor Vicent Morrone. Il tema della conferenza - che si svolgerà a Roma venerdì e sabato presso la Sala Basaglia, Padiglione 26, Comprensorio S. Maria della Pietà - è centrato sulla teoria e clinica di Karen Horney, in relazione alle problematiche individuali e sociali che sorgono in seguito ad eventi traumatici. Eventi che sono legati sia alla crescita della persona che al trauma connesso agli avvenimenti destabilizzanti politici e culturali, che hanno segnato la fine del XX secolo e l'inizio del XXI secolo.
Karen Horney (1885-1952) fu una delle prime donne psicoanaliste dell'Istituto Psicoanalitico di Berlino. All'inizio degli anni Trenta venne richiesta la sua collaborazione presso l'Istituto di Psicoanalisi di Chicago, nel 1934 si trasferì a New York, dove ebbe l'incarico come docente presso il New York Psychoanalytic Institute e alla New School for Social Research.
A New York Karen Horney stabilì dei profondi legami intellettuali e d'amicizia con Clara Thompson, Harry Sullivan, Strindberg e in seguito con Erich Fromm. Insieme diedero vita ad un movimento di pensiero sulla psichiatria, intesa come studio delle dinamiche interpersonali.
Nel 1941 fondò con la collaborazione di H. Kelman e altri psicoanalisti l'American Psychoanalytic Association (A.P.A.) da cui nacque l'American Institute for Psychoanalysis.
La sua pratica psicoanalitica e le sue esperienze cliniche la portarono ad elaborare una visione dell'essere umano la cui «natura .... non è più inalterabile, ma può essere cambiata», privilegiando il com-prendere intuitivo sul conoscere scientifico ed elaborando una nuova concezione della psicologia femminile che si differenziava dalle teorie freudiane.
Karen Horney non considera l'uomo come una creatura mossa esclusivamente da pulsioni e istinti, ma come un essere capace di scelte ed assunzioni di responsabilità.
Il processo che evolve all'interno della relazione terapeutica, non è soltanto una ripetizione simbolica della storia passata, che sollevando le barriere della rimozione sposta l'equilibrio interno, ma viene visto nel contesto dell'esperienze del passato e del presente del paziente, che lotta per crescere e sviluppare le sue potenzialità, la sua individualità in un progetto, che lo vede protagonista responsabile, proiettato nel futuro.
Psicoanalisi del cambiamento
«Trauma e crescita. Teoria e clinica di Karen Horney», domani a Roma
«Trauma e Crescita - Teoria e Clinica della Horney nel contesto della psicoanalisi contemporanea. Trauma and Growth antecedents and consequences of Horney» è il titolo-tema della conferenza internazionale presentata dalla Società di Psicoanalisi Interpersonale e GruppoAnalisi (S.P.I.G.A.), fondata e diretta dal professor Vicent Morrone. Il tema della conferenza - che si svolgerà a Roma venerdì e sabato presso la Sala Basaglia, Padiglione 26, Comprensorio S. Maria della Pietà - è centrato sulla teoria e clinica di Karen Horney, in relazione alle problematiche individuali e sociali che sorgono in seguito ad eventi traumatici. Eventi che sono legati sia alla crescita della persona che al trauma connesso agli avvenimenti destabilizzanti politici e culturali, che hanno segnato la fine del XX secolo e l'inizio del XXI secolo.
Karen Horney (1885-1952) fu una delle prime donne psicoanaliste dell'Istituto Psicoanalitico di Berlino. All'inizio degli anni Trenta venne richiesta la sua collaborazione presso l'Istituto di Psicoanalisi di Chicago, nel 1934 si trasferì a New York, dove ebbe l'incarico come docente presso il New York Psychoanalytic Institute e alla New School for Social Research.
A New York Karen Horney stabilì dei profondi legami intellettuali e d'amicizia con Clara Thompson, Harry Sullivan, Strindberg e in seguito con Erich Fromm. Insieme diedero vita ad un movimento di pensiero sulla psichiatria, intesa come studio delle dinamiche interpersonali.
Nel 1941 fondò con la collaborazione di H. Kelman e altri psicoanalisti l'American Psychoanalytic Association (A.P.A.) da cui nacque l'American Institute for Psychoanalysis.
La sua pratica psicoanalitica e le sue esperienze cliniche la portarono ad elaborare una visione dell'essere umano la cui «natura .... non è più inalterabile, ma può essere cambiata», privilegiando il com-prendere intuitivo sul conoscere scientifico ed elaborando una nuova concezione della psicologia femminile che si differenziava dalle teorie freudiane.
Karen Horney non considera l'uomo come una creatura mossa esclusivamente da pulsioni e istinti, ma come un essere capace di scelte ed assunzioni di responsabilità.
Il processo che evolve all'interno della relazione terapeutica, non è soltanto una ripetizione simbolica della storia passata, che sollevando le barriere della rimozione sposta l'equilibrio interno, ma viene visto nel contesto dell'esperienze del passato e del presente del paziente, che lotta per crescere e sviluppare le sue potenzialità, la sua individualità in un progetto, che lo vede protagonista responsabile, proiettato nel futuro.
l'articolo di Licia Pastore su La Stampa del 4.6.03
la Stampa - mercoledì 4 giugno 2003
(ricevuto da Elio)
SALUTE – Dal disagio psichico si può guarire; Il messaggio è diventato un poster affisso sui bus; Incrementati gli investimenti capitolini
Coinvolti nell’operazione il comune e le 5 Asl; Obiettivo della campagna è costruire una rete di sostegno e scardinare i preconcetti
Malattia mentale in città
Cinquantamila chiedono aiuto
Nel Lazio sono stati 45.282 i cittadini che nel 2002 hanno avuto almeno un contatto con un centro specializzato
Raffaela Milano, assessore alle Politiche sociali, parla di fondi incrementati del 27%.
Fagioli "È il pensiero che va curato"
di Licia Pastore
"Dalla malattia mentale si può guarire". Il messaggio sul poster incollato dietro i bus Atac è chiaro. Una frase, uno slogan. Questo il filo conduttore scelto per la campagna cittadina sulla salute mentale promossa dal Comune di Roma assieme alla Consulta cittadina ed ai Dipartimenti di salute mentale delle cinque Asl romane che hanno deciso di combattere i pregiudizi sulla malattia mentale e sensibilizzare sui percorsi di cura possibili.
La frase parla proprio di "cura" e non di "assistenza", come a voler comunicare la possibilità di guarigione e quindi togliere al malato mentale quello stigma che lo ha fatto diventare un malato per definizione come se la follia fosse un modo di essere inconoscibile e quindi fatto di chissà quali meccanismi misteriosi. Questi stessi meccanismi mentali che proprio perché poco conosciuti hanno contribuito a dare del malato mentale un’immagine fondata su pregiudizi e nei casi migliori, su stereotipi sociali.
Nel Lazio nel corso del 2002 sono stati 45.282 i cittadini che hanno avuto almeno un contatto con un Centro di Salute Mentale. A Roma si stima che nello stesso periodo siano stati circa 28 mila (lo 0,9% della popolazione). Un cittadino ogni 100 ha avuto nel 2002 un contatto con i servizi dei Dipartimenti di Salute mentale. Il 40% di queste persone ha presentato una diagnosi relativa a nevrosi, il 60% rappresenta la percentuale dei casi più gravi, ovvero delle psicosi. Tutto questo nonostante i dati sul consumo degli psicofarmaci siano notevolmente incrementati e di conseguenza la spesa.
Una grande campagna
L’obiettivo della grande campagna cittadina è quello di far fronte a queste problematiche: costruire una rete di servizi articolata in grado di rispondere ai bisogni delle persone con problemi mentali. Sostenere la sperimentazione di nuovi modelli di intervento che abbiano al centro la formazione, il lavoro, la residenzialità e la rete sociale ed inoltre dare fondamento concreto al diritto di cittadinanza delle persone con problemi psichiatrici. Questi, in grande sintesi, i programmi del Quinto Dipartimento per le Politiche Sociali e della Salute del Comune che ha già realizzato 24 centri diurni (ogni giorno accolgono 650 persone), 18 residenze socio-assistenziali, 19 appartamenti personalizzati ed inserimenti in alloggi Erp, soggiorni estivi di vacanza.
Quattro milioni di euro
"In questi due anni – spiega l’assessore Raffaela Milano – i fondi di bilancio comunale per gli interventi in favore delle persone con disagio mentale, sono stati incrementati del 27% passando da 3.250.000 euro nel 2001 a 4.130.000 euro nel 2003. A questo impegno abbiamo voluto affiancare una campagna di comunicazione ideata assieme alle Asl ed ai familiari dei pazienti per comunicare ai cittadini che dalla malattia mentale è possibile guarire e che tutti possono contribuire combattendo il pregiudizio e l’indifferenza".
L’opinione di Fagioli
È d’accordo, a suo modo, anche uno psichiatra controcorrente quale Massimo Fagioli, docente di psicologia clinica all’Università di Chieti, che conduce a Roma da oltre 30 anni i seminari di Analisi Collettiva con la partecipazione di migliaia di persone. Fagioli, noto anche per la collaborazione con il regista Marco Bellocchio, sostiene che, pur ovviamente esistendo le malattie d’organo delle quali è competente il neurologo, la malattia mentale non è a base organica. È il pensiero – dice – che si ammala non il cervello. E spiega: malati non si nasce, sono i rapporti interumani malati; in particolare quelli che intercorrono nei primi anni di vita.
"Io sostengo che la psichiatria – spiega Fagioli – non debba occuparsi solo di mente cosciente e di clinica evidente, del povero dissociato che dà in escandescenza, ma deve cercare oltre, non limitarsi al funzionamento del corpo ma capire la realtà mentale latente, quella appunto non evidente. Bisogna occuparsi di realtà mentale, di inconscio. Bisogna cercare la malattia dell’inconscio, il disturbo del pensiero e non del comportamento evidente. Per fare questo bisogna costruire il cammino di una ricerca che per la psichiatria significa scoprire quell’irrazionale dichiarato storicamente inconoscibile perché nella storia non c’è mai stato nessun tentativo di conoscerlo. Quello che si deve fare è la ricerca. Un conto è fare assistenza, considerando i malati inguaribili. Altro è curarli togliendo loro la malattia. Ecco il grande discorso".
(ricevuto da Elio)
SALUTE – Dal disagio psichico si può guarire; Il messaggio è diventato un poster affisso sui bus; Incrementati gli investimenti capitolini
Coinvolti nell’operazione il comune e le 5 Asl; Obiettivo della campagna è costruire una rete di sostegno e scardinare i preconcetti
Malattia mentale in città
Cinquantamila chiedono aiuto
Nel Lazio sono stati 45.282 i cittadini che nel 2002 hanno avuto almeno un contatto con un centro specializzato
Raffaela Milano, assessore alle Politiche sociali, parla di fondi incrementati del 27%.
Fagioli "È il pensiero che va curato"
di Licia Pastore
"Dalla malattia mentale si può guarire". Il messaggio sul poster incollato dietro i bus Atac è chiaro. Una frase, uno slogan. Questo il filo conduttore scelto per la campagna cittadina sulla salute mentale promossa dal Comune di Roma assieme alla Consulta cittadina ed ai Dipartimenti di salute mentale delle cinque Asl romane che hanno deciso di combattere i pregiudizi sulla malattia mentale e sensibilizzare sui percorsi di cura possibili.
La frase parla proprio di "cura" e non di "assistenza", come a voler comunicare la possibilità di guarigione e quindi togliere al malato mentale quello stigma che lo ha fatto diventare un malato per definizione come se la follia fosse un modo di essere inconoscibile e quindi fatto di chissà quali meccanismi misteriosi. Questi stessi meccanismi mentali che proprio perché poco conosciuti hanno contribuito a dare del malato mentale un’immagine fondata su pregiudizi e nei casi migliori, su stereotipi sociali.
Nel Lazio nel corso del 2002 sono stati 45.282 i cittadini che hanno avuto almeno un contatto con un Centro di Salute Mentale. A Roma si stima che nello stesso periodo siano stati circa 28 mila (lo 0,9% della popolazione). Un cittadino ogni 100 ha avuto nel 2002 un contatto con i servizi dei Dipartimenti di Salute mentale. Il 40% di queste persone ha presentato una diagnosi relativa a nevrosi, il 60% rappresenta la percentuale dei casi più gravi, ovvero delle psicosi. Tutto questo nonostante i dati sul consumo degli psicofarmaci siano notevolmente incrementati e di conseguenza la spesa.
Una grande campagna
L’obiettivo della grande campagna cittadina è quello di far fronte a queste problematiche: costruire una rete di servizi articolata in grado di rispondere ai bisogni delle persone con problemi mentali. Sostenere la sperimentazione di nuovi modelli di intervento che abbiano al centro la formazione, il lavoro, la residenzialità e la rete sociale ed inoltre dare fondamento concreto al diritto di cittadinanza delle persone con problemi psichiatrici. Questi, in grande sintesi, i programmi del Quinto Dipartimento per le Politiche Sociali e della Salute del Comune che ha già realizzato 24 centri diurni (ogni giorno accolgono 650 persone), 18 residenze socio-assistenziali, 19 appartamenti personalizzati ed inserimenti in alloggi Erp, soggiorni estivi di vacanza.
Quattro milioni di euro
"In questi due anni – spiega l’assessore Raffaela Milano – i fondi di bilancio comunale per gli interventi in favore delle persone con disagio mentale, sono stati incrementati del 27% passando da 3.250.000 euro nel 2001 a 4.130.000 euro nel 2003. A questo impegno abbiamo voluto affiancare una campagna di comunicazione ideata assieme alle Asl ed ai familiari dei pazienti per comunicare ai cittadini che dalla malattia mentale è possibile guarire e che tutti possono contribuire combattendo il pregiudizio e l’indifferenza".
L’opinione di Fagioli
È d’accordo, a suo modo, anche uno psichiatra controcorrente quale Massimo Fagioli, docente di psicologia clinica all’Università di Chieti, che conduce a Roma da oltre 30 anni i seminari di Analisi Collettiva con la partecipazione di migliaia di persone. Fagioli, noto anche per la collaborazione con il regista Marco Bellocchio, sostiene che, pur ovviamente esistendo le malattie d’organo delle quali è competente il neurologo, la malattia mentale non è a base organica. È il pensiero – dice – che si ammala non il cervello. E spiega: malati non si nasce, sono i rapporti interumani malati; in particolare quelli che intercorrono nei primi anni di vita.
"Io sostengo che la psichiatria – spiega Fagioli – non debba occuparsi solo di mente cosciente e di clinica evidente, del povero dissociato che dà in escandescenza, ma deve cercare oltre, non limitarsi al funzionamento del corpo ma capire la realtà mentale latente, quella appunto non evidente. Bisogna occuparsi di realtà mentale, di inconscio. Bisogna cercare la malattia dell’inconscio, il disturbo del pensiero e non del comportamento evidente. Per fare questo bisogna costruire il cammino di una ricerca che per la psichiatria significa scoprire quell’irrazionale dichiarato storicamente inconoscibile perché nella storia non c’è mai stato nessun tentativo di conoscerlo. Quello che si deve fare è la ricerca. Un conto è fare assistenza, considerando i malati inguaribili. Altro è curarli togliendo loro la malattia. Ecco il grande discorso".
mercoledì 4 giugno 2003
su clorofilla.it
SALUTE
Stragi familiari, siamo alla follia. Oms: sarà sempre peggio
Cresce senza sosta il numero dei delitti domestici. Nelle ultime ore una neonata annegata a Milano e uníadolescente accoltellata dal padre a Roma. Intanto l'Organizzazione mondiale della sanità lancia l'allarme depressione. Su Clorofilla il dibattito tra psichiatri: le voci di Bruno, Fagioli e Picozzi
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3145
Stragi familiari, siamo alla follia. Oms: sarà sempre peggio
Cresce senza sosta il numero dei delitti domestici. Nelle ultime ore una neonata annegata a Milano e uníadolescente accoltellata dal padre a Roma. Intanto l'Organizzazione mondiale della sanità lancia l'allarme depressione. Su Clorofilla il dibattito tra psichiatri: le voci di Bruno, Fagioli e Picozzi
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3145
ancora su Paul Ricouer
Liberazione 4.6.03
Il lavoro della memoria, un dovere etico
L'intellettuale francese Paul Ricouer a Roma
di Tonino Bucci
Il «dovere della memoria», le implicazione etiche nella ricostruzione storica del passato, sono state le questioni centrali affrontate dal filosofo francese Paul Ricoeur, intervenuto ieri alla giornata di studi "La memoria, la storia, l'oblio", organizzata da Prospettiva Persona all'università di Roma Tre con la partecipazione di diversi docenti di discipline filosofiche.
Si è trattato di uno scavo nei problemi delle discipline storiche, fissate nel momento in cui esse nascono dalla «memoria», dall'attitudine a ricordare immagini. Nel ricordo si verifica un'esperienza enigmatica, «una immagine che si dà spontaneamente quale segno non di se stessa presente, ma di un'altra cosa assente» che è stata nel passato. L'immagine funziona a titolo di una traccia di qualcosa che è attualmente assente. Ma è proprio questo lavorare in assenza di oggetto che espone la memoria al rischio della «finzione», della «fantasia» o della «allucinazione». «D'un sol tratto - mette in guardia il filosofo francese - ci viene scagliato contro il temibile problema della frontiera tra la memoria e l'immaginazione, il ricordo e la finzione».
Ma è la distanza temporale rispetto all'evento ricordato, il tratto più tipico e insieme misterioso della memoria. «E' l'enigma dell'enigma - continua Ricoeur - che il passato sia presente nell'immagine come segno dell'assente, ma di un assente che, sebbene non sia più, è stato». La possibilità che esista una storia dipende dalla «sopravvivenza delle immagini» (si sente qui l'eco di Bergson) e dalla capacità di riconoscere le tracce del passato. Lontana dall'essere un deposito passivo dell'anima, la memoria agisce piuttosto come una «ricerca», una «domanda», una «indagine inquietante» in fondo alla quale, soltanto, avviene «il ritorno del passato che noi chiamiamo riconoscimento» e che i Greci definivano anamnesis, «richiamo».
Il passaggio alla storiografia vera e propria chiama in causa l'avvento della -grafia, della scrittura, intesa in senso lato come «inscrizione dell'esperienza umana su un supporto materiale distinto dai corpi: coccio, papiro, pergamena, carta, disco rigido, per tacere di tutte le inscrizioni che non sono trascrizione della parola, dell'oralità: maschere e tatuaggi, disegni, giochi di colore sugli abiti, giardini, steli, monumenti». Da questo momento inizia un processo di liberazione della storia rispetto ai racconti della memoria, scandito in più tappe: la raccolta di documenti, l'atto della spiegazione e, infine, la scrittura di testi. Nello stadio documentativo la memoria entra nella dimensione pubblica del raccontarsi, e «alla sicurezza di se stessi si aggiunge l'accettazione del sospetto dell'altro, la sua diffidenza». Della difesa dal sospetto si incaricano gli archivi, vere e proprie istituzioni della memoria adibite alla catalogazione di ogni sorta di traccia materiale lasciata dall'attività umana e suscettibile di degrado o falsificazione.
Un maggior grado di autonomia rispetto alla memoria, la storia lo conquista sul piano dei metodi utilizzati per la spiegazione del passato: introducendo legami di causa ed effetto tra gli eventi; oppure riordinando i fenomeni - che nell'esperienza umana si presentano confusi e mescolati - su livelli distinti: economici, culturali, sociali, politici. O anche, infine, col produrre diverse «cartografie» degli eventi, ognuna delle quali seleziona gli eventi ritenuti significativi in base a «scale differenti». E' quest'ultima prospettiva a generare la scrittura di storie su scale diverse, di micronarrazioni che, a giudizio del pensiero postmoderno, escluderebbero la possibilità delle grandi narrazioni onnicomprensive, di canoni interpretativi validi per la realtà nel suo complesso. L'atteggiamento storico su piccola scala sfocia non a caso in pregiudiziali antimarxiste, nega che il legame tra fatti sociali e struttura economica possa valere da criterio d'interpretazione degli eventi storici e al suo posto introduce la categoria di «storia delle mentalità». Una categoria che Ricoeur rifiuta per le implicazioni conservatrici, se non reazionarie, ch'essa suggerisce quando si riferisce allo studio delle differenze etniche o delle culture «primitive». La proposta avanzata è invece una «storia della rappresentazione» in grado di collocare le «narrative su piccola scala» in una prospettiva globale, in un «universale contestuale», senza quindi rinunciare - come fanno i postmoderni - a un orizzonte storiografico complessivo. Oggetto del discorso storico - con un rovesciamento dei ruoli - è la memoria collettiva «con i suoi rimossi e le sue resistenze, i suoi assili e le sue negazioni»: una «critica della memoria in unione con una sociologia delle ideologie e delle utopie». Oltre a mettere in campo preoccupazioni di rigore epistemologico, il progetto di Ricoeur si lega anche a istanze etico-politiche, al problema di una «giusta memoria»: in divergenza con quanti «ritengono che il percorso storico può ignorare, o anche ledere una domanda di riconoscimento che viene principalmente dalle vittime dei più grandi crimini». Lo storico non può ignorare che le ricostruzioni del passato, oltre a render ragione delle vittime, hanno funzione di regolare, prognosticare e prescrivere i progetti rivolti al futuro: «a questo titolo egli non rifiuterà il dovere di memoria». Certo, «il filosofo non può offrire che una prudente parola di saggezza» utilizzando tutti gli strumenti a propria disposizione - psicoanalisi in primo luogo - per dirigere il lavoro della memoria contro le resistenze, contro le coazioni a ripetere.
Il lavoro della memoria, un dovere etico
L'intellettuale francese Paul Ricouer a Roma
di Tonino Bucci
Il «dovere della memoria», le implicazione etiche nella ricostruzione storica del passato, sono state le questioni centrali affrontate dal filosofo francese Paul Ricoeur, intervenuto ieri alla giornata di studi "La memoria, la storia, l'oblio", organizzata da Prospettiva Persona all'università di Roma Tre con la partecipazione di diversi docenti di discipline filosofiche.
Si è trattato di uno scavo nei problemi delle discipline storiche, fissate nel momento in cui esse nascono dalla «memoria», dall'attitudine a ricordare immagini. Nel ricordo si verifica un'esperienza enigmatica, «una immagine che si dà spontaneamente quale segno non di se stessa presente, ma di un'altra cosa assente» che è stata nel passato. L'immagine funziona a titolo di una traccia di qualcosa che è attualmente assente. Ma è proprio questo lavorare in assenza di oggetto che espone la memoria al rischio della «finzione», della «fantasia» o della «allucinazione». «D'un sol tratto - mette in guardia il filosofo francese - ci viene scagliato contro il temibile problema della frontiera tra la memoria e l'immaginazione, il ricordo e la finzione».
Ma è la distanza temporale rispetto all'evento ricordato, il tratto più tipico e insieme misterioso della memoria. «E' l'enigma dell'enigma - continua Ricoeur - che il passato sia presente nell'immagine come segno dell'assente, ma di un assente che, sebbene non sia più, è stato». La possibilità che esista una storia dipende dalla «sopravvivenza delle immagini» (si sente qui l'eco di Bergson) e dalla capacità di riconoscere le tracce del passato. Lontana dall'essere un deposito passivo dell'anima, la memoria agisce piuttosto come una «ricerca», una «domanda», una «indagine inquietante» in fondo alla quale, soltanto, avviene «il ritorno del passato che noi chiamiamo riconoscimento» e che i Greci definivano anamnesis, «richiamo».
Il passaggio alla storiografia vera e propria chiama in causa l'avvento della -grafia, della scrittura, intesa in senso lato come «inscrizione dell'esperienza umana su un supporto materiale distinto dai corpi: coccio, papiro, pergamena, carta, disco rigido, per tacere di tutte le inscrizioni che non sono trascrizione della parola, dell'oralità: maschere e tatuaggi, disegni, giochi di colore sugli abiti, giardini, steli, monumenti». Da questo momento inizia un processo di liberazione della storia rispetto ai racconti della memoria, scandito in più tappe: la raccolta di documenti, l'atto della spiegazione e, infine, la scrittura di testi. Nello stadio documentativo la memoria entra nella dimensione pubblica del raccontarsi, e «alla sicurezza di se stessi si aggiunge l'accettazione del sospetto dell'altro, la sua diffidenza». Della difesa dal sospetto si incaricano gli archivi, vere e proprie istituzioni della memoria adibite alla catalogazione di ogni sorta di traccia materiale lasciata dall'attività umana e suscettibile di degrado o falsificazione.
Un maggior grado di autonomia rispetto alla memoria, la storia lo conquista sul piano dei metodi utilizzati per la spiegazione del passato: introducendo legami di causa ed effetto tra gli eventi; oppure riordinando i fenomeni - che nell'esperienza umana si presentano confusi e mescolati - su livelli distinti: economici, culturali, sociali, politici. O anche, infine, col produrre diverse «cartografie» degli eventi, ognuna delle quali seleziona gli eventi ritenuti significativi in base a «scale differenti». E' quest'ultima prospettiva a generare la scrittura di storie su scale diverse, di micronarrazioni che, a giudizio del pensiero postmoderno, escluderebbero la possibilità delle grandi narrazioni onnicomprensive, di canoni interpretativi validi per la realtà nel suo complesso. L'atteggiamento storico su piccola scala sfocia non a caso in pregiudiziali antimarxiste, nega che il legame tra fatti sociali e struttura economica possa valere da criterio d'interpretazione degli eventi storici e al suo posto introduce la categoria di «storia delle mentalità». Una categoria che Ricoeur rifiuta per le implicazioni conservatrici, se non reazionarie, ch'essa suggerisce quando si riferisce allo studio delle differenze etniche o delle culture «primitive». La proposta avanzata è invece una «storia della rappresentazione» in grado di collocare le «narrative su piccola scala» in una prospettiva globale, in un «universale contestuale», senza quindi rinunciare - come fanno i postmoderni - a un orizzonte storiografico complessivo. Oggetto del discorso storico - con un rovesciamento dei ruoli - è la memoria collettiva «con i suoi rimossi e le sue resistenze, i suoi assili e le sue negazioni»: una «critica della memoria in unione con una sociologia delle ideologie e delle utopie». Oltre a mettere in campo preoccupazioni di rigore epistemologico, il progetto di Ricoeur si lega anche a istanze etico-politiche, al problema di una «giusta memoria»: in divergenza con quanti «ritengono che il percorso storico può ignorare, o anche ledere una domanda di riconoscimento che viene principalmente dalle vittime dei più grandi crimini». Lo storico non può ignorare che le ricostruzioni del passato, oltre a render ragione delle vittime, hanno funzione di regolare, prognosticare e prescrivere i progetti rivolti al futuro: «a questo titolo egli non rifiuterà il dovere di memoria». Certo, «il filosofo non può offrire che una prudente parola di saggezza» utilizzando tutti gli strumenti a propria disposizione - psicoanalisi in primo luogo - per dirigere il lavoro della memoria contro le resistenze, contro le coazioni a ripetere.
ultime notizie sul caso della «mamma di Cogne»
Corriere della Sera 4.6.03
Cogne, la Franzoni torna davanti ai pm
Interrogatorio chiesto dalla difesa, può slittare il rinvio a giudizio. Il nodo della «superperizia» sul lavoro del Ris
dal nostro inviato Cristina Marrone
AOSTA - Non è ancora finita. Dopo un anno e mezzo di indagini; dopo due sentenze della Cassazione che riconoscono la fondatezza dell’impianto accusatorio contro la mamma di Samuele, ucciso il 30 gennaio 2002; dopo due perizie psichiatriche e diciotto mesi di polemiche che hanno diviso l’opinione pubblica, tornerà ad Aosta Annamaria Franzoni. Tornerà in procura di fronte al pm Stefania Cugge a ripetere la sua verità: «Non sono io l’assassina di mio figlio Samuele». A chiedere l’interrogatorio nei giorni scorsi è stato il difensore della donna, l’avvocato Carlo Taormina che, dopo aver ricevuto l’avviso di chiusura indagini, ha avuto venti giorni di tempo per depositare documenti e domandare supplementi dell’inchiesta. Per legge, se richiesto dalla difesa, la procura è obbligata a sentire la donna. E se dovessero emergere novità rilevanti il pm ha facoltà di disporre nuove indagini da effettuare entro trenta giorni.
La mossa dell’avvocato Taormina potrebbe quindi contribuire a far slittare la richiesta di rinvio a giudizio già pronta sul tavolo del pm che, forte della consulenza dei carabinieri del Ris e dei pronunciamenti della Cassazione ha fretta di chiudere l’inchiesta. Sulla data dell’interrogatorio non ci sono ancora certezze. Probabilmente sarà fissato per venerdì, ma potrebbe slittare anche alla prossima settimana. Taormina è categorico: «Non ho ancora ricevuto nessuna comunicazione sui tempi». Ad Aosta, non appena si è diffusa la voce, polizia e carabinieri hanno cominciato a valutare le migliori soluzioni per proteggere la deposizione dalla mobilitazione dei mass media.
INCIDENTE PROBATORIO - Su binari paralleli va avanti la richiesta da parte della difesa Franzoni di un nuovo incidente probatorio al gip Fabrizio Gandini. Taormina non conferma, ma sul tavolo del giudice (competente fino all’udienza preliminare) ci sarebbe la richiesta della cosiddetta «superperizia» sul lavoro fatto dai carabinieri del Ris, che nel novembre scorso hanno consegnato la loro ultima relazione, e sulla consulenza del medico legale Francesco Viglino, che eseguì l’autopsia sul corpicino di Samuele. Il gip si è riservato di decidere sulla correttezza delle procedure di deposito dei nuovi atti. La procura sembra intenzionata a dare parere contrario.
Se il gip accogliesse l’istanza della difesa, potrebbe anche essere riesumata la salma del bimbo ucciso. Ma soprattutto il pm Stefania Cugge non potrebbe chiedere il rinvio a giudizio prima della fine del lavoro dei super-esperti. E se la mossa di Taormina venisse accolta, i periti avranno almeno due mesi di tempo per consegnare il loro lavoro. Rischia quindi di slittare tutto dopo l’estate.
CONTRO-INDAGINE - Il terzo capitolo è la tanto annunciata indagine difensiva del pool nominato dal professor Carlo Taormina coordinato dal patologo forense Enrico Manfredi D’Argogna. Sulla sicurezza di aver individuato l’arma del delitto e i veri assassini per ora la difesa tace. Il lavoro non sarebbe stato consegnato ufficialmente in procura perché ancora incompleto, ma in sostanza punterebbe a smontare una dopo l’altra le conclusioni dei carabinieri del Ris e del medico legale. In particolare critica la riproduzione realizzata nei laboratori dei carabinieri della camera da letto dove fu ucciso Samuele giudicandola «imprecisa», dimostrando, secondo i loro calcoli, che le misure delle macchie di sangue non sarebbero corrette. Proprio in quella stanza ricostruita sono stati ripetuti all’infinito i movimenti dell’assassino di Samuele, secondo la tesi dell’accusa e della difesa. In base all’analisi del Ris il pigiama si può essere macchiato in quel modo solo venendo indossato da una persona che si trovava prima ai lati del letto e poi a cavalcioni del bambino. La difesa invece afferma che il pigiama si trovava sul letto.
Infine c’è l’arma del delitto, mai ritrovata ma identificata nell’ultima relazione del Ris. Si tratterebbe di un «attrezzo agricolo» dotato di manico, una specie di zappa. Invece, la difesa per ora ha solo annunciato di aver capito con cosa è stato ucciso Samuele. «Il momento è delicato, siamo tenuti al silenzio - spiega Enrico Manfredi D’Argogna - ma posso assicurare che i risultati a cui siamo arrivati sono clamorosi».
Cogne, la Franzoni torna davanti ai pm
Interrogatorio chiesto dalla difesa, può slittare il rinvio a giudizio. Il nodo della «superperizia» sul lavoro del Ris
dal nostro inviato Cristina Marrone
AOSTA - Non è ancora finita. Dopo un anno e mezzo di indagini; dopo due sentenze della Cassazione che riconoscono la fondatezza dell’impianto accusatorio contro la mamma di Samuele, ucciso il 30 gennaio 2002; dopo due perizie psichiatriche e diciotto mesi di polemiche che hanno diviso l’opinione pubblica, tornerà ad Aosta Annamaria Franzoni. Tornerà in procura di fronte al pm Stefania Cugge a ripetere la sua verità: «Non sono io l’assassina di mio figlio Samuele». A chiedere l’interrogatorio nei giorni scorsi è stato il difensore della donna, l’avvocato Carlo Taormina che, dopo aver ricevuto l’avviso di chiusura indagini, ha avuto venti giorni di tempo per depositare documenti e domandare supplementi dell’inchiesta. Per legge, se richiesto dalla difesa, la procura è obbligata a sentire la donna. E se dovessero emergere novità rilevanti il pm ha facoltà di disporre nuove indagini da effettuare entro trenta giorni.
La mossa dell’avvocato Taormina potrebbe quindi contribuire a far slittare la richiesta di rinvio a giudizio già pronta sul tavolo del pm che, forte della consulenza dei carabinieri del Ris e dei pronunciamenti della Cassazione ha fretta di chiudere l’inchiesta. Sulla data dell’interrogatorio non ci sono ancora certezze. Probabilmente sarà fissato per venerdì, ma potrebbe slittare anche alla prossima settimana. Taormina è categorico: «Non ho ancora ricevuto nessuna comunicazione sui tempi». Ad Aosta, non appena si è diffusa la voce, polizia e carabinieri hanno cominciato a valutare le migliori soluzioni per proteggere la deposizione dalla mobilitazione dei mass media.
INCIDENTE PROBATORIO - Su binari paralleli va avanti la richiesta da parte della difesa Franzoni di un nuovo incidente probatorio al gip Fabrizio Gandini. Taormina non conferma, ma sul tavolo del giudice (competente fino all’udienza preliminare) ci sarebbe la richiesta della cosiddetta «superperizia» sul lavoro fatto dai carabinieri del Ris, che nel novembre scorso hanno consegnato la loro ultima relazione, e sulla consulenza del medico legale Francesco Viglino, che eseguì l’autopsia sul corpicino di Samuele. Il gip si è riservato di decidere sulla correttezza delle procedure di deposito dei nuovi atti. La procura sembra intenzionata a dare parere contrario.
Se il gip accogliesse l’istanza della difesa, potrebbe anche essere riesumata la salma del bimbo ucciso. Ma soprattutto il pm Stefania Cugge non potrebbe chiedere il rinvio a giudizio prima della fine del lavoro dei super-esperti. E se la mossa di Taormina venisse accolta, i periti avranno almeno due mesi di tempo per consegnare il loro lavoro. Rischia quindi di slittare tutto dopo l’estate.
CONTRO-INDAGINE - Il terzo capitolo è la tanto annunciata indagine difensiva del pool nominato dal professor Carlo Taormina coordinato dal patologo forense Enrico Manfredi D’Argogna. Sulla sicurezza di aver individuato l’arma del delitto e i veri assassini per ora la difesa tace. Il lavoro non sarebbe stato consegnato ufficialmente in procura perché ancora incompleto, ma in sostanza punterebbe a smontare una dopo l’altra le conclusioni dei carabinieri del Ris e del medico legale. In particolare critica la riproduzione realizzata nei laboratori dei carabinieri della camera da letto dove fu ucciso Samuele giudicandola «imprecisa», dimostrando, secondo i loro calcoli, che le misure delle macchie di sangue non sarebbero corrette. Proprio in quella stanza ricostruita sono stati ripetuti all’infinito i movimenti dell’assassino di Samuele, secondo la tesi dell’accusa e della difesa. In base all’analisi del Ris il pigiama si può essere macchiato in quel modo solo venendo indossato da una persona che si trovava prima ai lati del letto e poi a cavalcioni del bambino. La difesa invece afferma che il pigiama si trovava sul letto.
Infine c’è l’arma del delitto, mai ritrovata ma identificata nell’ultima relazione del Ris. Si tratterebbe di un «attrezzo agricolo» dotato di manico, una specie di zappa. Invece, la difesa per ora ha solo annunciato di aver capito con cosa è stato ucciso Samuele. «Il momento è delicato, siamo tenuti al silenzio - spiega Enrico Manfredi D’Argogna - ma posso assicurare che i risultati a cui siamo arrivati sono clamorosi».
L'invasione degli ultracorpi, e Massimo Picozzi
È in edicola e in libreria la ristampa del libro di Jack Finney (Urania collezioni, € 4.90), dal quale fu tratto, nel 1956 il famosissimo film omonimo di Don Siegel, tante volte citato e rivisto da tanti
In questa ristampa il racconto è preceduto da una introduzione dello psichiatra e criminologo Massimo Picozzi, che tra l'altro scrive:
Sarà presunzione, ma penso che nessuno meglio di uno psichiatra appassionato di fantascienza possa accompagnarvi alla prima pagina del romanzo di Jack Finney...
Il gioco è fatto: vera protagonista del meccanismo è la paranoia. Il libro è eccezionale nella sua modernità; la modernità della disumanizzazione, della impossibilità a riconoscere ed essere riconosciuti. Una descrizione, quella del conoscente e dell'amico trasformato, che sembra tratta dall'esperienza clinica di un reparto psichiatrico, la rappresentazione più inquietante del folle, dell'alienato: al confine tra la vita e la morte, incapace di provare emozioni, solo una caricatura delle emozioni.
la scheda del film:
INVASION OF THE BODY SNATCHERS Titolo italiano: L'INVASIONE DEGLI ULTRACORPI
Produzione: 1956 - Usa, Allied Artists, b/n, 80 min. Regia: Don Siegel Sceneggiatura: Daniel Mainwaring, dall'omonimo romanzo di Jack Finney Produttore: Walter Wagner Musica: Carmen Drago Interpreti: Kevin McCarthy ,Dana Wynter , Larry Gates, King Donovan, Carolyn Jones , Jean Willes, Ralph Dumke, Virginia Christine, Tom Fadden, Kenneth Patterson, Whit Bissel , Richard Deacon, Guy Way, e con la partecipazione di Sam Peckinpah.
Il dottor Miles Bennell, apparentemente in uno stato confusionale, sostiene che la cittadina di Santa Mira è stata invasa dagli alieni che sotto forma di giganteschi baccelli si stanno impossessando dei corpi e della volontà degli uomini. Tempo prima - racconta Miles - l'amico Jack ha mostrato a lui e a Becky (la vedova della quale è innamorato), una copia di se stesso nascosta nella cantina di casa: la copia è in realtà inerte, ma durante la notte prende vita. Jack e la moglie fuggono da Miles e questi sospettando il peggio cerca di avvertire Becky: accorso nella sua abitazione scopre con raccapriccio che nella cantina giace, custodita in un baccello semiaperto, una copia inerte della ragazza. Dallo strano comportamento di alcune persone, e da altre impressionanti scoperte, Miles comprende che i simulacri prendono vita mentre gli uomini dormono e che una volta vitalizzati si sostituiscono agli uomini stessi. Guardandosi attorno, Miles e Becky capiscono che Santa Mira è ormai interamente posseduta dai misteriosi visitatori e che l'unica possibilità di salvezza sta nel non cedere al sonno: occorre fuggire ed avvertire l'umanità del pericolo incombente. Ma la tensione e la stanchezza, fatalmente producono i loro effetti: Becky, sfinita, si abbandona lentamente al sonno e Miles, rimasto solo, fugge e corre per le strade gridando agli indifferenti automobilisti che "loro" sono arrivati... Capolavoro della fantascienza, L'invasione degli ultracorpi venne prodotto in economia in un periodo in cui Hollywood sfornava Kolossal del tipo I dieci comandamenti oGuerra e pace . Il film di Siegel non suggeriva possibilità di salvezza per il genere umano, ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica (Bennell riesce ad allertare le autorità che intervengono a sventare la minaccia). Gli anni erano quelli immediatamente successivi alla "caccia alle streghe" scatenata da MacCarthy contro i comunisti e i presunti comunisti nel mondo dell'arte e dello spettacolo e, nel film, quel clima parossistico è facilmente avvertibile. Complessa sarebbe, tuttavia, una lettura ideologica della pellicola, dal momento che il discorso potrebbe pendere sia a favore e sia contro un messaggio anticomunista. Noi siamo propensi a credere che il discorso ideologico fosse del tutto estraneo alle intenzioni dello sceneggiatore e del regista e che le valenze "politiche" del film non siano altro che le elucubrazioni "colte" di una critica più o meno schierata sulle posizioni della guerra fredda.
Il film ha avuto due remake: Terrore dallo spazio profondo (1978) e Ultracorpi - L'invasione continua (1993)
In questa ristampa il racconto è preceduto da una introduzione dello psichiatra e criminologo Massimo Picozzi, che tra l'altro scrive:
Sarà presunzione, ma penso che nessuno meglio di uno psichiatra appassionato di fantascienza possa accompagnarvi alla prima pagina del romanzo di Jack Finney...
Il gioco è fatto: vera protagonista del meccanismo è la paranoia. Il libro è eccezionale nella sua modernità; la modernità della disumanizzazione, della impossibilità a riconoscere ed essere riconosciuti. Una descrizione, quella del conoscente e dell'amico trasformato, che sembra tratta dall'esperienza clinica di un reparto psichiatrico, la rappresentazione più inquietante del folle, dell'alienato: al confine tra la vita e la morte, incapace di provare emozioni, solo una caricatura delle emozioni.
la scheda del film:
INVASION OF THE BODY SNATCHERS Titolo italiano: L'INVASIONE DEGLI ULTRACORPI
Produzione: 1956 - Usa, Allied Artists, b/n, 80 min. Regia: Don Siegel Sceneggiatura: Daniel Mainwaring, dall'omonimo romanzo di Jack Finney Produttore: Walter Wagner Musica: Carmen Drago Interpreti: Kevin McCarthy ,Dana Wynter , Larry Gates, King Donovan, Carolyn Jones , Jean Willes, Ralph Dumke, Virginia Christine, Tom Fadden, Kenneth Patterson, Whit Bissel , Richard Deacon, Guy Way, e con la partecipazione di Sam Peckinpah.
Il dottor Miles Bennell, apparentemente in uno stato confusionale, sostiene che la cittadina di Santa Mira è stata invasa dagli alieni che sotto forma di giganteschi baccelli si stanno impossessando dei corpi e della volontà degli uomini. Tempo prima - racconta Miles - l'amico Jack ha mostrato a lui e a Becky (la vedova della quale è innamorato), una copia di se stesso nascosta nella cantina di casa: la copia è in realtà inerte, ma durante la notte prende vita. Jack e la moglie fuggono da Miles e questi sospettando il peggio cerca di avvertire Becky: accorso nella sua abitazione scopre con raccapriccio che nella cantina giace, custodita in un baccello semiaperto, una copia inerte della ragazza. Dallo strano comportamento di alcune persone, e da altre impressionanti scoperte, Miles comprende che i simulacri prendono vita mentre gli uomini dormono e che una volta vitalizzati si sostituiscono agli uomini stessi. Guardandosi attorno, Miles e Becky capiscono che Santa Mira è ormai interamente posseduta dai misteriosi visitatori e che l'unica possibilità di salvezza sta nel non cedere al sonno: occorre fuggire ed avvertire l'umanità del pericolo incombente. Ma la tensione e la stanchezza, fatalmente producono i loro effetti: Becky, sfinita, si abbandona lentamente al sonno e Miles, rimasto solo, fugge e corre per le strade gridando agli indifferenti automobilisti che "loro" sono arrivati... Capolavoro della fantascienza, L'invasione degli ultracorpi venne prodotto in economia in un periodo in cui Hollywood sfornava Kolossal del tipo I dieci comandamenti oGuerra e pace . Il film di Siegel non suggeriva possibilità di salvezza per il genere umano, ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica (Bennell riesce ad allertare le autorità che intervengono a sventare la minaccia). Gli anni erano quelli immediatamente successivi alla "caccia alle streghe" scatenata da MacCarthy contro i comunisti e i presunti comunisti nel mondo dell'arte e dello spettacolo e, nel film, quel clima parossistico è facilmente avvertibile. Complessa sarebbe, tuttavia, una lettura ideologica della pellicola, dal momento che il discorso potrebbe pendere sia a favore e sia contro un messaggio anticomunista. Noi siamo propensi a credere che il discorso ideologico fosse del tutto estraneo alle intenzioni dello sceneggiatore e del regista e che le valenze "politiche" del film non siano altro che le elucubrazioni "colte" di una critica più o meno schierata sulle posizioni della guerra fredda.
Il film ha avuto due remake: Terrore dallo spazio profondo (1978) e Ultracorpi - L'invasione continua (1993)
martedì 3 giugno 2003
il 3 giugno è andato in onda "L'ora di religione"
L'ORA DI RELIGIONE
DI MARCO BELLOCCHIO (ITALIA 2002)
TELE + GRIGIO 21.55 (102')
(dal manifesto del 3.6.03)
Sulla pay tv il più bel film italiano della stagione passata, profonda ricognizione del sentimento laico fin dove può spingersi, e lo vediamo andare molto oltre. Bellocchio mantiene il suo punto di vista critico nei conftonti della famiglia come luogo di tortura e della religione ufficiale che può sfociare in grandiose beffe (come la santificazione di una donna piuttosto stupida che santa). Sergio Castellitto è un grandissimo interprete ed alter ego del regista nel suo lungo percorso spirituale, che mai si è sporcato le mani con materiale di bassa lega, e nei suoi ultimi tre film dimostra di essere un vero maestro.
DI MARCO BELLOCCHIO (ITALIA 2002)
TELE + GRIGIO 21.55 (102')
(dal manifesto del 3.6.03)
Sulla pay tv il più bel film italiano della stagione passata, profonda ricognizione del sentimento laico fin dove può spingersi, e lo vediamo andare molto oltre. Bellocchio mantiene il suo punto di vista critico nei conftonti della famiglia come luogo di tortura e della religione ufficiale che può sfociare in grandiose beffe (come la santificazione di una donna piuttosto stupida che santa). Sergio Castellitto è un grandissimo interprete ed alter ego del regista nel suo lungo percorso spirituale, che mai si è sporcato le mani con materiale di bassa lega, e nei suoi ultimi tre film dimostra di essere un vero maestro.
un'immagine femminile
(ricevuta da Antonella La Greca)
DONNA DI RIVIERE
Sei donna di marine,
donna che apre riviere.
L'aria delle mattine
bianche è la tua aria
di sale e sono vele
al vento, sono bandiere
spiegate a bordo l'ampie
vesti tue così chiare.
(Giorgio Caproni, da "Finzioni", 1941)
DONNA DI RIVIERE
Sei donna di marine,
donna che apre riviere.
L'aria delle mattine
bianche è la tua aria
di sale e sono vele
al vento, sono bandiere
spiegate a bordo l'ampie
vesti tue così chiare.
(Giorgio Caproni, da "Finzioni", 1941)
George Orwell
il manifesto 3.6.03
Il secolo del bipensiero
George Orwell nasceva cento anni fa: immaginò un totalitarismo misero. Ma nel benessere sotto sorveglianza in cui viviamo oggi, il Grande Fratello è uno show televisivo e la deregulation investe anche la «polizia del pensiero». L'essere controllati è diventata una dimensione normale che rimuoviamo.
di Marco D'Eramo
Durante la cena, il Tg ci mostra il sospetto che cammina in stazione, o per strada, o in un grande magazzino, ignaro delle telecamere che lo riprendono. Dopo cena apriamo i messaggi e-mail che sono già stati setacciati dal sistema di sorveglianza Echelon. Il telefono cellulare segnala la nostra posizione sempre, anche quando è spento. Sono in fase avanzata i software che riconoscono le voci, identificano le facce. I progressi della tecnologia fanno sembrare trogloditici trabiccoli i diabolici strumenti che George Orwell aveva immaginato nel suo 1984. Ma questa sorveglianza continua, noi la patiamo senza l'angoscia che descriveva Orwell nella sua utopia negativa (distopia). Le telecamere non ci tolgono l'appetito, le intercettazioni non ci impediscono di scrivere in intimità; l'essere sorvegliati - il vivere in pubblico - è diventata una condizione normale che rimuoviamo. Proprio come nel mondo di Winston Smith nel 1984: «Dovevate vivere (e di fatto vivevate, in virtù dell'abitudine che diventa istinto) presupponendo che qualsiasi rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento - che non fosse fatto al buio - attentamente scrutato» (ma noi siamo scrutati anche al buio, dagli infrarossi).
Attualissimo quindi Orwell (1903-1950) nel centenario della nascita: non ci proclamano ogni giorno che «Guerra è Pace» (uno dei tre slogan di 1984)? Non vi richiama nulla «il nemico contingente incarna sempre il male assoluto»? E non vi fa drizzare le orecchie questo passo: «Nel generale imbarbarimento, pratiche che erano state abbandonate, in qualche caso per centinaia di anni - incarcerazioni senza processo, ..., ricorso alla tortura al fine di estorcere confessioni, ... - non solo ridiventano comuni, ma sono tollerate e persino difese da persone che si considerano illuminate e progressiste» (corsivi miei)?
Invece della bigotta espressione «pensiero unico», non vi pare più appropriato il concetto di bipensiero? «Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero», «dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all'occorrenza essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, saper applicare il procedimento al procedimento stesso». In 1984, un giorno il nemico è Estasia e l'alleato è Eurasia; il giorno dopo alleanze e ostilità cambiano. Nel 2002 un giorno il grande nemico è Osama bin Laden, e il grande schermo non parla d'altro. Il giorno dopo bin Laden è dimenticato e si parla solo di Saddam Hussein. Ma poi anche Saddam cade nell'oblio.
Eppure, pur fra tanti elementi orwelliani, a noi non sembra di vivere nello stato totalitario che tanto angosciava Orwell. La prima ragione è che, se lo scrittore inglese aveva ragione sul tipo di mondo futuro, sbagliava invece su chi l'avrebbe attuato. Il soggetto della distopia orwelliana era lo Stato totalitario. Da noi invece a esercitare i compiti di «psicopolizia» sono per lo più i privati, le forze del mercato: i nostri dati circolano con le carte di credito, nei moduli degli acquisti online, nei tagliandi di garanzia dei nostri acquisti, nei telepass austostradali, nei codici a barre dei tesserini aziendali. «Fino agli anni `90 - coerentemente con l'orwelliano 1984 -, si assumeva ancora che il più grande pericolo inerente alla sorveglianza informatizzata fosse costituito dallo stato-nazione, mentre la grande impresa capitalistica era ritenuta una fonte di rischio decisamente secondaria» (David Lyon, La società sorvegliata. Tecnologie di controllo della vita quotidiana, Feltrinelli, 2002). Ma la deregulation ha investito anche la «polizia del pensiero»: quando i database sono connessi in rete, «non è più necessario un sistema di sorveglianza centralizzato quale quello paventato da Orwell». Siamo insomma in piena «sorveglianza postmoderna»: alla luce del liberismo che ispira l'attuale leader del Labour party inglese, sembra quasi un'ironia della storia che il vero cognome di Orwell fosse Blair.
Nel 1984 è la Pornosez del Ministero della Verità (Reparto Finzione) a produrre il materiale che poi «i giovani prolet compreranno di nascosto, con l'illusione di compiere un'azione illegale»; da noi è il mercato che inonda la rete con film porno che saranno piratati e masterizzati di nascosto. Non è un caso se il Grande Fratello è uno show delle tv private (però in inglese Big Brother vuol dire fratello maggiore).
Il passaggio dal Leviatano statale alla sorveglianza di mercato produce anche uno slittamento del registro, dal tragico/gotico all'attuale pulp: le nostre vite scorrono non in un inferno, ma in un film da quattro soldi. L'equivalente attuale di 1984 sarebbe Matrix, ma proprio nel paragone si legge la differenza tra i due secoli. Matrix ci appare onirica, mentre negli anni `50 1984 risuonava di un suo truce realismo.
Questo declassamento di registro è dovuto anche al benessere (per quanto relativo) delle società industrializzate. Lo stato totalitario di 1984 è insopportabile non solo perché la sorveglianza è continua, con il Ministero dell'Amore (degli interni) sempre in agguato, ma soprattutto perché incombe la miseria, il «caffè Vittoria» è vomitevole, le sigarette Vittoria sono così vuote che a tenerle dritte il tabacco cade, il gin Vittoria «emana un odore nauseante, odioso, che ricorda l'alcol di riso cinese», le case sono «fatiscenti, con i fianchi sorretti da travi di legno, le finestre rattoppate col cartone, i tetti ricoperti da fogli di lamiera ondulata» e la vita è «solo un mesto sgobbare, una lotta al coltello per un posto a sedere in metropolitana, un rammendare calzini consunti, un mendicare una pasticca di saccarina, un mettere da parte le cicche di sigaretta».
Il mondo del 1984 è orribile non solo e non tanto perché la libertà è soppressa, ma perché è immerso in una lurida, pulciosa indigenza. Ma che effetto fa una progressiva soppressione di libertà senza indigenza? in fondo il nazismo, fino al 1939, fu proprio questo: il suo militar-keynesismo fece superare alla Germania la terribile depressione del 1929-1932 e fu proprio il ritrovato benessere a costituire la sua base di consenso presso i tedeschi. Certo è che con un buon vino e un gelato saporito, la dittatura ha tutto un altro aspetto. (Orwell tardò molto, forse troppo, a convincersi che bisognava combattere la Germania nazista).
Negli anni `60 andai in Grecia dove regnava la dittatura dei colonnelli. Mi aspettavo carri armati a ogni incrocio, polizia segreta su ogni traghetto, e invece il paese appariva pacioso, con libri di Marx nelle librerie, struscio per le strade, ristoranti pieni: la dittatura c'era, ma io ne avevo un'immagine sbagliata e perciò non la vedevo. Ci è dipinto un quadro così melodrammatico delle tirannie che non riusciamo a capire come tanti nostri bravi genitori (o nonni) fossero stati fascisti o nazisti. La verità è che la libertà di stampa e di espressione si riduce a poco a poco, la sorveglianza si accentua, la sfera d'indipendenza si restringe, ma noi continuiamo ad andare al mare d'estate, al cinema la sera, e il Milan vince la Coppa dei campioni.
In realtà, a rivelarsi transeunte e, per un certo verso, fuorviante è la categoria di «totalitarismo» - che Orwell contribuì a plasmare e a propagandare.
Quel mondo, e quel secolo, sono davvero finiti per sempre. Il 1984 si è concluso nel 1989. Grazie anche al contributo di Orwell, si è dissolta nel vento quell'Unione sovietica che incuteva tanto timore, tanto odio, e tanta speranza (ambedue ingiustificati alla lunga). Tanto che oggi risultano illeggibili libri che allora avevo divorato: 1984 (finito a fatica) e La fattoria degli animali (che ho mollato esasperato): e non ho il coraggio di riprendere in mano Omaggio alla Catalogna che all'epoca mi appassionò. Rimane la straordinaria creatività linguistica di Orwell (bipensiero, Grande Fratello, neolingua): fu lui a coniare il termine «guerra fredda». Ma emerge il razzismo («Da un membro del Partito si esigeva un atteggiamento simile a quello di un antico ebreo»), la misoginia («Erano infatti le donne - specie le più giovani - a fornire al partito i suoi affiliati più bigotti, pronte come erano a ingoiare ogni slogan e a fare le spie dilettanti»). Che poi lo stesso Orwell abbia «fatto la spia dilettante» e sia stato informatore dei servizi (vedi articolo accanto), mostra che egli stesso era vittima di quel bipensiero che aveva coniato.
Una vita tra scrittura e malattia
George Orwell, dalla guerra di Spagna alla morte in ospedale
George Orwell è lo pseudonimo di Eric Arthur Blair, nato il 25 giugno 1903 a Mothari in Bengala. Suo padre - Richard Walmesley - era funzionario coloniale del Dipartimento dell'oppio del Governo inglese in India. Nel 1904 la madre, Ida Mabel Limouzin, riportò in Inghilterra Eric e la sua sorella maggiore Marjorie, mentre il padre Richard restò in India. Nel 1918 Eric entrò nel migliore liceo privato inglese, a Eton. Vi si diplomò nel 1921, ma non andò all'università. Dal 1922 al 1927 fu ufficiale in Birmania nella Polizia imperiale. Nel 1927 andò a Parigi per diventare scrittore. Finiti i soldi, fece il lavapiatti. Tornò in Inghilterra alla fine del 1929 e visse vagabondando da barbone. Dal 1932 insegnò in una scuola privata. Il suo primo libro con le esperienze tra i diseredati, Senza un soldo a Parigi e Londra (Down and Out in Paris and London), fu pubblicato nel 1933 con lo pseudonimo di George Orwell. Nel 1934 uscì il primo romanzo, Giorni in Birmania (Burmese Days). Nel 1935 pubblicò La figlia del Reverendo (A Clargyman's Daughter) e incontrò la sua futura prima moglie, Eileen Maud O'Shaughnessy. All'inizio del 1936 uscì il romanzo Fiorirà l'aspidistra (Keep the Aspidistra Flying). A giugno Orwell sposò Eileen; a dicembre andò a combattere la guerra civile spagnola nella brigata del Poum (Partido Obrero de Unificación Marxista). All'epoca Orwell era critico nei confronti del comunismo ma si considerava un socialista. Nel marzo 1937 pubblicò La strada di Wigan Pier (The Road to Wigan Pier); a maggio fu ferito al collo. Nel suo ultimo periodo in Spagna combatté contro i comunisti e tornò in Inghilterra nel luglio 1937. Le esperienze nella guerra civile spagnola sono raccontate nel suo più bel libro, Omaggio alla Catalogna (Homage to Catalonia aprile 1938). Seguirono Una boccata d'aria (Coming Up for Air giugno 1939), Nel ventre della balena e altri saggi (Inside the Whale marzo 1940), The Lion and the Unicorn e The Socialism and the English Genius (1941). Dall'agosto 1941 Orwell tenne alla Bbc una trasmissione settimanale sull'India per contrastare la propaganda giapponese. Intanto scriveva recensioni per Time and Tide, Tribune, Observer, Partisan Review, e Manchester Evening News. Nel 1943 si dimise dalla BBC; a novembre divenne critico letterario del Tribune. Nel febbraio 1944 terminò Animal Farm che però fu rifiutato da tutti gli editori. A giugno, con Eileen, adottò un bambino, Richard. Nel marzo 1945 Orwell si dimise dal Tribune per diventare corrispondente di guerra dell'Observer. Eileen morì in marzo e Animal Farm fu infine pubblicato in agosto: ebbe subito un enorme successo.
Nel febbraio 1946, Orwell pubblicò Critical Essays. Lasciò Londra per vivere nell'isola di Jura con suo figlio e un'infermiera. Qui iniziò 1984 (Ninety Eighty-Four) mentre le sue condizioni di salute peggioravano per la tubercolosi che aveva trascurato. Nel gennaio 1949 entrò nel sanatorio Cranham; 1984 fu pubblicato e riscosse immenso successo. In settembre fu ricoverato all'University College Hospital di Londra. Sposò Sonia Bronwell in ottobre. Morì a 46 anni, il 21 gennaio 1950. Postumi uscirono Shooting an Elephant and Other Essays (1950) e Such, Such Were the Joys (1953). (m. d'e.)
Il secolo del bipensiero
George Orwell nasceva cento anni fa: immaginò un totalitarismo misero. Ma nel benessere sotto sorveglianza in cui viviamo oggi, il Grande Fratello è uno show televisivo e la deregulation investe anche la «polizia del pensiero». L'essere controllati è diventata una dimensione normale che rimuoviamo.
di Marco D'Eramo
Durante la cena, il Tg ci mostra il sospetto che cammina in stazione, o per strada, o in un grande magazzino, ignaro delle telecamere che lo riprendono. Dopo cena apriamo i messaggi e-mail che sono già stati setacciati dal sistema di sorveglianza Echelon. Il telefono cellulare segnala la nostra posizione sempre, anche quando è spento. Sono in fase avanzata i software che riconoscono le voci, identificano le facce. I progressi della tecnologia fanno sembrare trogloditici trabiccoli i diabolici strumenti che George Orwell aveva immaginato nel suo 1984. Ma questa sorveglianza continua, noi la patiamo senza l'angoscia che descriveva Orwell nella sua utopia negativa (distopia). Le telecamere non ci tolgono l'appetito, le intercettazioni non ci impediscono di scrivere in intimità; l'essere sorvegliati - il vivere in pubblico - è diventata una condizione normale che rimuoviamo. Proprio come nel mondo di Winston Smith nel 1984: «Dovevate vivere (e di fatto vivevate, in virtù dell'abitudine che diventa istinto) presupponendo che qualsiasi rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento - che non fosse fatto al buio - attentamente scrutato» (ma noi siamo scrutati anche al buio, dagli infrarossi).
Attualissimo quindi Orwell (1903-1950) nel centenario della nascita: non ci proclamano ogni giorno che «Guerra è Pace» (uno dei tre slogan di 1984)? Non vi richiama nulla «il nemico contingente incarna sempre il male assoluto»? E non vi fa drizzare le orecchie questo passo: «Nel generale imbarbarimento, pratiche che erano state abbandonate, in qualche caso per centinaia di anni - incarcerazioni senza processo, ..., ricorso alla tortura al fine di estorcere confessioni, ... - non solo ridiventano comuni, ma sono tollerate e persino difese da persone che si considerano illuminate e progressiste» (corsivi miei)?
Invece della bigotta espressione «pensiero unico», non vi pare più appropriato il concetto di bipensiero? «Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero», «dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all'occorrenza essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, saper applicare il procedimento al procedimento stesso». In 1984, un giorno il nemico è Estasia e l'alleato è Eurasia; il giorno dopo alleanze e ostilità cambiano. Nel 2002 un giorno il grande nemico è Osama bin Laden, e il grande schermo non parla d'altro. Il giorno dopo bin Laden è dimenticato e si parla solo di Saddam Hussein. Ma poi anche Saddam cade nell'oblio.
Eppure, pur fra tanti elementi orwelliani, a noi non sembra di vivere nello stato totalitario che tanto angosciava Orwell. La prima ragione è che, se lo scrittore inglese aveva ragione sul tipo di mondo futuro, sbagliava invece su chi l'avrebbe attuato. Il soggetto della distopia orwelliana era lo Stato totalitario. Da noi invece a esercitare i compiti di «psicopolizia» sono per lo più i privati, le forze del mercato: i nostri dati circolano con le carte di credito, nei moduli degli acquisti online, nei tagliandi di garanzia dei nostri acquisti, nei telepass austostradali, nei codici a barre dei tesserini aziendali. «Fino agli anni `90 - coerentemente con l'orwelliano 1984 -, si assumeva ancora che il più grande pericolo inerente alla sorveglianza informatizzata fosse costituito dallo stato-nazione, mentre la grande impresa capitalistica era ritenuta una fonte di rischio decisamente secondaria» (David Lyon, La società sorvegliata. Tecnologie di controllo della vita quotidiana, Feltrinelli, 2002). Ma la deregulation ha investito anche la «polizia del pensiero»: quando i database sono connessi in rete, «non è più necessario un sistema di sorveglianza centralizzato quale quello paventato da Orwell». Siamo insomma in piena «sorveglianza postmoderna»: alla luce del liberismo che ispira l'attuale leader del Labour party inglese, sembra quasi un'ironia della storia che il vero cognome di Orwell fosse Blair.
Nel 1984 è la Pornosez del Ministero della Verità (Reparto Finzione) a produrre il materiale che poi «i giovani prolet compreranno di nascosto, con l'illusione di compiere un'azione illegale»; da noi è il mercato che inonda la rete con film porno che saranno piratati e masterizzati di nascosto. Non è un caso se il Grande Fratello è uno show delle tv private (però in inglese Big Brother vuol dire fratello maggiore).
Il passaggio dal Leviatano statale alla sorveglianza di mercato produce anche uno slittamento del registro, dal tragico/gotico all'attuale pulp: le nostre vite scorrono non in un inferno, ma in un film da quattro soldi. L'equivalente attuale di 1984 sarebbe Matrix, ma proprio nel paragone si legge la differenza tra i due secoli. Matrix ci appare onirica, mentre negli anni `50 1984 risuonava di un suo truce realismo.
Questo declassamento di registro è dovuto anche al benessere (per quanto relativo) delle società industrializzate. Lo stato totalitario di 1984 è insopportabile non solo perché la sorveglianza è continua, con il Ministero dell'Amore (degli interni) sempre in agguato, ma soprattutto perché incombe la miseria, il «caffè Vittoria» è vomitevole, le sigarette Vittoria sono così vuote che a tenerle dritte il tabacco cade, il gin Vittoria «emana un odore nauseante, odioso, che ricorda l'alcol di riso cinese», le case sono «fatiscenti, con i fianchi sorretti da travi di legno, le finestre rattoppate col cartone, i tetti ricoperti da fogli di lamiera ondulata» e la vita è «solo un mesto sgobbare, una lotta al coltello per un posto a sedere in metropolitana, un rammendare calzini consunti, un mendicare una pasticca di saccarina, un mettere da parte le cicche di sigaretta».
Il mondo del 1984 è orribile non solo e non tanto perché la libertà è soppressa, ma perché è immerso in una lurida, pulciosa indigenza. Ma che effetto fa una progressiva soppressione di libertà senza indigenza? in fondo il nazismo, fino al 1939, fu proprio questo: il suo militar-keynesismo fece superare alla Germania la terribile depressione del 1929-1932 e fu proprio il ritrovato benessere a costituire la sua base di consenso presso i tedeschi. Certo è che con un buon vino e un gelato saporito, la dittatura ha tutto un altro aspetto. (Orwell tardò molto, forse troppo, a convincersi che bisognava combattere la Germania nazista).
Negli anni `60 andai in Grecia dove regnava la dittatura dei colonnelli. Mi aspettavo carri armati a ogni incrocio, polizia segreta su ogni traghetto, e invece il paese appariva pacioso, con libri di Marx nelle librerie, struscio per le strade, ristoranti pieni: la dittatura c'era, ma io ne avevo un'immagine sbagliata e perciò non la vedevo. Ci è dipinto un quadro così melodrammatico delle tirannie che non riusciamo a capire come tanti nostri bravi genitori (o nonni) fossero stati fascisti o nazisti. La verità è che la libertà di stampa e di espressione si riduce a poco a poco, la sorveglianza si accentua, la sfera d'indipendenza si restringe, ma noi continuiamo ad andare al mare d'estate, al cinema la sera, e il Milan vince la Coppa dei campioni.
In realtà, a rivelarsi transeunte e, per un certo verso, fuorviante è la categoria di «totalitarismo» - che Orwell contribuì a plasmare e a propagandare.
Quel mondo, e quel secolo, sono davvero finiti per sempre. Il 1984 si è concluso nel 1989. Grazie anche al contributo di Orwell, si è dissolta nel vento quell'Unione sovietica che incuteva tanto timore, tanto odio, e tanta speranza (ambedue ingiustificati alla lunga). Tanto che oggi risultano illeggibili libri che allora avevo divorato: 1984 (finito a fatica) e La fattoria degli animali (che ho mollato esasperato): e non ho il coraggio di riprendere in mano Omaggio alla Catalogna che all'epoca mi appassionò. Rimane la straordinaria creatività linguistica di Orwell (bipensiero, Grande Fratello, neolingua): fu lui a coniare il termine «guerra fredda». Ma emerge il razzismo («Da un membro del Partito si esigeva un atteggiamento simile a quello di un antico ebreo»), la misoginia («Erano infatti le donne - specie le più giovani - a fornire al partito i suoi affiliati più bigotti, pronte come erano a ingoiare ogni slogan e a fare le spie dilettanti»). Che poi lo stesso Orwell abbia «fatto la spia dilettante» e sia stato informatore dei servizi (vedi articolo accanto), mostra che egli stesso era vittima di quel bipensiero che aveva coniato.
Una vita tra scrittura e malattia
George Orwell, dalla guerra di Spagna alla morte in ospedale
George Orwell è lo pseudonimo di Eric Arthur Blair, nato il 25 giugno 1903 a Mothari in Bengala. Suo padre - Richard Walmesley - era funzionario coloniale del Dipartimento dell'oppio del Governo inglese in India. Nel 1904 la madre, Ida Mabel Limouzin, riportò in Inghilterra Eric e la sua sorella maggiore Marjorie, mentre il padre Richard restò in India. Nel 1918 Eric entrò nel migliore liceo privato inglese, a Eton. Vi si diplomò nel 1921, ma non andò all'università. Dal 1922 al 1927 fu ufficiale in Birmania nella Polizia imperiale. Nel 1927 andò a Parigi per diventare scrittore. Finiti i soldi, fece il lavapiatti. Tornò in Inghilterra alla fine del 1929 e visse vagabondando da barbone. Dal 1932 insegnò in una scuola privata. Il suo primo libro con le esperienze tra i diseredati, Senza un soldo a Parigi e Londra (Down and Out in Paris and London), fu pubblicato nel 1933 con lo pseudonimo di George Orwell. Nel 1934 uscì il primo romanzo, Giorni in Birmania (Burmese Days). Nel 1935 pubblicò La figlia del Reverendo (A Clargyman's Daughter) e incontrò la sua futura prima moglie, Eileen Maud O'Shaughnessy. All'inizio del 1936 uscì il romanzo Fiorirà l'aspidistra (Keep the Aspidistra Flying). A giugno Orwell sposò Eileen; a dicembre andò a combattere la guerra civile spagnola nella brigata del Poum (Partido Obrero de Unificación Marxista). All'epoca Orwell era critico nei confronti del comunismo ma si considerava un socialista. Nel marzo 1937 pubblicò La strada di Wigan Pier (The Road to Wigan Pier); a maggio fu ferito al collo. Nel suo ultimo periodo in Spagna combatté contro i comunisti e tornò in Inghilterra nel luglio 1937. Le esperienze nella guerra civile spagnola sono raccontate nel suo più bel libro, Omaggio alla Catalogna (Homage to Catalonia aprile 1938). Seguirono Una boccata d'aria (Coming Up for Air giugno 1939), Nel ventre della balena e altri saggi (Inside the Whale marzo 1940), The Lion and the Unicorn e The Socialism and the English Genius (1941). Dall'agosto 1941 Orwell tenne alla Bbc una trasmissione settimanale sull'India per contrastare la propaganda giapponese. Intanto scriveva recensioni per Time and Tide, Tribune, Observer, Partisan Review, e Manchester Evening News. Nel 1943 si dimise dalla BBC; a novembre divenne critico letterario del Tribune. Nel febbraio 1944 terminò Animal Farm che però fu rifiutato da tutti gli editori. A giugno, con Eileen, adottò un bambino, Richard. Nel marzo 1945 Orwell si dimise dal Tribune per diventare corrispondente di guerra dell'Observer. Eileen morì in marzo e Animal Farm fu infine pubblicato in agosto: ebbe subito un enorme successo.
Nel febbraio 1946, Orwell pubblicò Critical Essays. Lasciò Londra per vivere nell'isola di Jura con suo figlio e un'infermiera. Qui iniziò 1984 (Ninety Eighty-Four) mentre le sue condizioni di salute peggioravano per la tubercolosi che aveva trascurato. Nel gennaio 1949 entrò nel sanatorio Cranham; 1984 fu pubblicato e riscosse immenso successo. In settembre fu ricoverato all'University College Hospital di Londra. Sposò Sonia Bronwell in ottobre. Morì a 46 anni, il 21 gennaio 1950. Postumi uscirono Shooting an Elephant and Other Essays (1950) e Such, Such Were the Joys (1953). (m. d'e.)
ancora su Paul Ricoeur
il manifesto 3.6.03
Ricoeur, la via lunga dell'interpretazione
«Itinerari ermeneutici», oggi a Roma una giornata di studi in omaggio al filosofo francese
di Giuseppe Martini
Oggi, presso l'Aula Magna del Rettorato di via Ostiense 159, si svolgerà in Roma una Giornata di studi in omaggio a Paul Ricoeur, che vedrà la partecipazione dello stesso filosofo francese. La giornata, dal titolo «Itinerari ermeneutici a partire da la memoria, la storia, l'oblio», attraversa significativamente la prima e l'ultima delle opere di Ricoeur tradotte in italiano, la cui diversità sottende in realtà una molteplicità di interconnessioni (come del resto la sua intera produzione), che rimandano, ad esempio, al rapporto tra il lavoro del lutto e la memoria, alla tematica della narrazione, alla questione del soggetto. Si inizia la mattina, con una introduzione dell'organizzatrice, Francesca Brezzi, e una prima sessione, coordinata da Angela Ales Bello, che prevede le relazioni di Paul Ricoeur (La mémoire après l'histoire), Franco Bianco e Giacomo Marramao. Seguono interventi di Marco Maria Olivetti, Leonardo Casini, Attilio Danese e Daniella Iannotta, traduttrice presso Cortina de La memoria, la storia, l'oblio. Nel pomeriggio il discorso si sposta invece intorno al testo Dell'Interpretazione, recentemente riproposto dal Saggiatore con un ampio saggio introduttivo di Domenico Jervolino. A partire di qui tre filosofi (Donatella Di Cesare, Domenico Jervolino, Francesco Saverio Trincia) e uno psicoanalista (Giuseppe Martini) discuteranno su «Il cammino dell'interpretazione». La questione non è di quelle marginali: l'interpretazione appare in filosofia come in psicoanalisi costantemente attuale e costantemente a rischio. A fronte della sua universalizzazione proposta dalla filosofia ermeneutica (la posizione interpretante è la inevitabile posizione dell'uomo nel suo essere al mondo), interpretare risulta un compito sempre più difficile e incerto, forse in ogni campo della conoscenza pratica. La psicoanalisi è stata profondamente attraversata da questa difficoltà, che si è tradotta nel progressivo «decentramento» dell'interpretazione «freudiana» in quanto strumento terapeutico e conoscitivo. Quanto a Ricoeur, già quaranta anni fa, in Dell'interpretazione, aveva abbozzato, con una riflessione straordinariamente lungi-mirante, una concezione dialettica della psicoanalisi che, lontana dall'essere pacificatoria, ha tuttt'oggi una portata eversiva non indifferente, come testimonia la sua difficoltà di penetrazione nell'ambiente psicoanalitico ove solo nella seconda metà degli anni `90 ha iniziato ad avere accoglienza. Aprirsi alle innumerevoli difficoltà che comporta una posizione dialettica, rappresenta per uno psicoanalista un oneroso, continuo interrogarsi sul senso e sulle modalità del proprio lavoro. Ma è questo che giustifica l'impegnativa lettura di Dell'interpretazione, che ha la caratteristica forma ricoeuriana della «via lunga». Anche l'opera più recente, La memoria, la storia, l'oblio, si presenta come un itinerario complesso, che passa da una fenomenologia della memoria, attraverso l'epistemologia delle scienze storiche, fino a una «ermeneutica della condizione umana». In fondo la «via lunga» di Ricoeur è proprio una attestazione delle possibilità costitutive della condizione umana nel riconoscimento dei limiti. Ed è questa duplice consapevolezza, dei limiti e delle possibilità, che ci autorizza, anzi forse ci impone, il passaggio «dal testo all'azione», dalla filosofia alla prassi, e che fornisce al suo discorso , ma anche al nostro agire, una connotazione inevitabilmente etica.
Ricoeur, la via lunga dell'interpretazione
«Itinerari ermeneutici», oggi a Roma una giornata di studi in omaggio al filosofo francese
di Giuseppe Martini
Oggi, presso l'Aula Magna del Rettorato di via Ostiense 159, si svolgerà in Roma una Giornata di studi in omaggio a Paul Ricoeur, che vedrà la partecipazione dello stesso filosofo francese. La giornata, dal titolo «Itinerari ermeneutici a partire da la memoria, la storia, l'oblio», attraversa significativamente la prima e l'ultima delle opere di Ricoeur tradotte in italiano, la cui diversità sottende in realtà una molteplicità di interconnessioni (come del resto la sua intera produzione), che rimandano, ad esempio, al rapporto tra il lavoro del lutto e la memoria, alla tematica della narrazione, alla questione del soggetto. Si inizia la mattina, con una introduzione dell'organizzatrice, Francesca Brezzi, e una prima sessione, coordinata da Angela Ales Bello, che prevede le relazioni di Paul Ricoeur (La mémoire après l'histoire), Franco Bianco e Giacomo Marramao. Seguono interventi di Marco Maria Olivetti, Leonardo Casini, Attilio Danese e Daniella Iannotta, traduttrice presso Cortina de La memoria, la storia, l'oblio. Nel pomeriggio il discorso si sposta invece intorno al testo Dell'Interpretazione, recentemente riproposto dal Saggiatore con un ampio saggio introduttivo di Domenico Jervolino. A partire di qui tre filosofi (Donatella Di Cesare, Domenico Jervolino, Francesco Saverio Trincia) e uno psicoanalista (Giuseppe Martini) discuteranno su «Il cammino dell'interpretazione». La questione non è di quelle marginali: l'interpretazione appare in filosofia come in psicoanalisi costantemente attuale e costantemente a rischio. A fronte della sua universalizzazione proposta dalla filosofia ermeneutica (la posizione interpretante è la inevitabile posizione dell'uomo nel suo essere al mondo), interpretare risulta un compito sempre più difficile e incerto, forse in ogni campo della conoscenza pratica. La psicoanalisi è stata profondamente attraversata da questa difficoltà, che si è tradotta nel progressivo «decentramento» dell'interpretazione «freudiana» in quanto strumento terapeutico e conoscitivo. Quanto a Ricoeur, già quaranta anni fa, in Dell'interpretazione, aveva abbozzato, con una riflessione straordinariamente lungi-mirante, una concezione dialettica della psicoanalisi che, lontana dall'essere pacificatoria, ha tuttt'oggi una portata eversiva non indifferente, come testimonia la sua difficoltà di penetrazione nell'ambiente psicoanalitico ove solo nella seconda metà degli anni `90 ha iniziato ad avere accoglienza. Aprirsi alle innumerevoli difficoltà che comporta una posizione dialettica, rappresenta per uno psicoanalista un oneroso, continuo interrogarsi sul senso e sulle modalità del proprio lavoro. Ma è questo che giustifica l'impegnativa lettura di Dell'interpretazione, che ha la caratteristica forma ricoeuriana della «via lunga». Anche l'opera più recente, La memoria, la storia, l'oblio, si presenta come un itinerario complesso, che passa da una fenomenologia della memoria, attraverso l'epistemologia delle scienze storiche, fino a una «ermeneutica della condizione umana». In fondo la «via lunga» di Ricoeur è proprio una attestazione delle possibilità costitutive della condizione umana nel riconoscimento dei limiti. Ed è questa duplice consapevolezza, dei limiti e delle possibilità, che ci autorizza, anzi forse ci impone, il passaggio «dal testo all'azione», dalla filosofia alla prassi, e che fornisce al suo discorso , ma anche al nostro agire, una connotazione inevitabilmente etica.
Catherine Deneuve sul set sarà Marie Bonaparte, la allieva di Freud
L'Unione Sarda 3.6.03
Cinema.
L’attrice francese protagonista di “Princesse Marie” diretto da Benoit Jacquot
Catherine sul lettino di Freud
La Deneuve è Maria Bonaparte, “salvata” dal grande psicanalista
Catherine Deneuve va dallo psicanalista, e non da uno qualsiasi, ma dal padre della psicanalisi, Sigmund Freud: naturalmente per esigenze di copione. A lei il regista Benoit Jacquot ha affidato il difficile e intrigante ruolo di Maria Bonaparte, la straordinaria principessa psicanalista che ammise di essere stata salvata dalla depressione da Freud e che “saldò” il debito permettendo al Maestro, nel 1938, di fuggire da Vienna e dai nazisti per rifugiarsi a Londra. Le riprese di Princesse Marie, alla quale si deve la creazione nel 1926 della Società psicanalitica di Parigi, e nel 1934 dell’Istituto di psicanalisi, sono agli ultimi ciak. Il film in due episodi è stato girato in Austria, nelle foreste austriache a sud ovest di Vienna, a Parigi, sui laghi del nord Italia, poi la troupe si è spostata per le scene finali a Saint Tropez, dove Marie Bonaparte morì nel 1962 a 80 anni.
Princesse Marie era la pronipote di Lucien, fratello di Napoleone Bonaparte, e aveva sposato Georges, secondo figlio del re di Grecia, ma era molto di più di una principessa. «Era una donna coraggiosa, indipendente, intelligente, intransigente», dice Catherine Deneuve: «Forse quel che mi ha più sedotto nel personaggio è una certa virilità, quel suo modo di prendere in mano la vita, la sua e quella degli altri, di affrontare la realtà, di saper mostrare vero coraggio davanti ad eventi dolorosi o terribilmente tragici. Marie non tace mai, è frontale». Nei panni del Maestro la Deneuve ha ritrovato Heinz Bennent, suo marito ne L’ultimo metrò, e il film scritto da Louis Gardel e Francois-Olivier Rousseau è incentrato sul doppio debito, quello che Marie pensa di avere nei confronti di Freud che l’ha salvata dall’orribile depressione che la stava divorando, e quello che Freud ha verso di lei che gli ha letteralmente salvato la vita. «È una donna complessa, non è mai una sola, qualcuno che si osserva costantemente», dice la Deneuve, al suo secondo film televisivo dopo Les liaisons dangereuses di Josée Dayan.
Il film comincia con una scena piuttosto drammatica e ardua, un’operazione chirurgica particolare voluta da Marie «che aveva in sé il mistero del desiderio di ritoccare il suo corpo che le sembrava non risponderle più, di cercare soluzioni tecniche a quella che definiva la sua frigidità», spiega l’attrice. «Un fatto singolare se ci si ricorda che è stata una delle prime discepole di Freud e che perciò avrebbe dovuto ricercare altrove le soluzioni al suo problema». Sul set anche due figli d’arte: Anne, la figlia di Heinz Bennent, nei panni di Anna, la figlia di Freud, e Christian Vadim, nato dall’unione della Deneuve e di Roger Vadim, nel ruolo di Antoine Leandri, il primo amante della Princesse Marie. «Niente paura», ironizza la Deneuve: «Ovviamente non sono io che recito la parte di Marie giovane, ma Marie Christine Friedrich». Difficoltà durante le riprese? Sì, ammette la Deneuve: «Stare a lungo sdraiata sul divano, in una posizione di vulnerabilità estrema. E poi la concentrazione molto densa nel rapporto tra paziente e psicanalista, difficile da trovare per dare il sentimento del segreto dello studio e al tempo stesso far sì che tutto parli allo spettatore».
Cinema.
L’attrice francese protagonista di “Princesse Marie” diretto da Benoit Jacquot
Catherine sul lettino di Freud
La Deneuve è Maria Bonaparte, “salvata” dal grande psicanalista
Catherine Deneuve va dallo psicanalista, e non da uno qualsiasi, ma dal padre della psicanalisi, Sigmund Freud: naturalmente per esigenze di copione. A lei il regista Benoit Jacquot ha affidato il difficile e intrigante ruolo di Maria Bonaparte, la straordinaria principessa psicanalista che ammise di essere stata salvata dalla depressione da Freud e che “saldò” il debito permettendo al Maestro, nel 1938, di fuggire da Vienna e dai nazisti per rifugiarsi a Londra. Le riprese di Princesse Marie, alla quale si deve la creazione nel 1926 della Società psicanalitica di Parigi, e nel 1934 dell’Istituto di psicanalisi, sono agli ultimi ciak. Il film in due episodi è stato girato in Austria, nelle foreste austriache a sud ovest di Vienna, a Parigi, sui laghi del nord Italia, poi la troupe si è spostata per le scene finali a Saint Tropez, dove Marie Bonaparte morì nel 1962 a 80 anni.
Princesse Marie era la pronipote di Lucien, fratello di Napoleone Bonaparte, e aveva sposato Georges, secondo figlio del re di Grecia, ma era molto di più di una principessa. «Era una donna coraggiosa, indipendente, intelligente, intransigente», dice Catherine Deneuve: «Forse quel che mi ha più sedotto nel personaggio è una certa virilità, quel suo modo di prendere in mano la vita, la sua e quella degli altri, di affrontare la realtà, di saper mostrare vero coraggio davanti ad eventi dolorosi o terribilmente tragici. Marie non tace mai, è frontale». Nei panni del Maestro la Deneuve ha ritrovato Heinz Bennent, suo marito ne L’ultimo metrò, e il film scritto da Louis Gardel e Francois-Olivier Rousseau è incentrato sul doppio debito, quello che Marie pensa di avere nei confronti di Freud che l’ha salvata dall’orribile depressione che la stava divorando, e quello che Freud ha verso di lei che gli ha letteralmente salvato la vita. «È una donna complessa, non è mai una sola, qualcuno che si osserva costantemente», dice la Deneuve, al suo secondo film televisivo dopo Les liaisons dangereuses di Josée Dayan.
Il film comincia con una scena piuttosto drammatica e ardua, un’operazione chirurgica particolare voluta da Marie «che aveva in sé il mistero del desiderio di ritoccare il suo corpo che le sembrava non risponderle più, di cercare soluzioni tecniche a quella che definiva la sua frigidità», spiega l’attrice. «Un fatto singolare se ci si ricorda che è stata una delle prime discepole di Freud e che perciò avrebbe dovuto ricercare altrove le soluzioni al suo problema». Sul set anche due figli d’arte: Anne, la figlia di Heinz Bennent, nei panni di Anna, la figlia di Freud, e Christian Vadim, nato dall’unione della Deneuve e di Roger Vadim, nel ruolo di Antoine Leandri, il primo amante della Princesse Marie. «Niente paura», ironizza la Deneuve: «Ovviamente non sono io che recito la parte di Marie giovane, ma Marie Christine Friedrich». Difficoltà durante le riprese? Sì, ammette la Deneuve: «Stare a lungo sdraiata sul divano, in una posizione di vulnerabilità estrema. E poi la concentrazione molto densa nel rapporto tra paziente e psicanalista, difficile da trovare per dare il sentimento del segreto dello studio e al tempo stesso far sì che tutto parli allo spettatore».
domenica 1 giugno 2003
Franco Volpi a proposito di Paul Ricoeur
La Repubblica 1.6.03
Paul Ricoeur
I problemi non si risolvono ma si vivono
di Franco Volpi
Quella di Ricoeur è sicuramente una filosofia ben fatta: profonda senza essere oscura, forte di alte ambizioni eppure mai pretenziosa, impegnata ma sempre attenta a evitare radicalismi e squilibri. Non c´è però nulla di sensazionale in essa. Forse per questo non ci si rende abbastanza conto che Paul Ricoeur - novantenne dallo scorso 27 febbraio - è tra i pochi grandi maestri rimasti della filosofia del Novecento.
Amico di Emmanuel Mounier, agli inizi si era interessato del pensiero esistenzialista, di Marcel e Jaspers. Conobbe anche Heidegger. L´ammirazione per la sua genialità non è bastata a smorzare il «cattivo ricordo» che ne serba: «Si comportava come un maestro di scuola».
Dopo la seconda guerra mondiale cominciò a insegnare a Strasburgo, città che avrebbe potuto essere un ponte e fu invece un fossato. Lì fu concepita la trilogia Filosofia della volontà, rimasta incompiuta (Il volontario e l´involontario, 1950; Finitudine e colpa, 1960). Passato a Parigi - alla Sorbona, dal 1956 al 1966, e nel periodo caldo della contestazione a Nanterre, dove per un anno fu rettore - Ricoeur intervenne nel dibattito sulle scienze umane, e in testi come Dell´interpretazione (1965) e Il conflitto delle interpretazioni (1969) elaborò in chiave filosofica i portati della psicoanalisi e dello strutturalismo.
Successivamente si è impegnato in un´analisi della dimensione simbolica del linguaggio. Lo interessano in particolare la metafora, di cui sostiene la funzione veritativa (La metafora viva, 1975), e il fenomeno del tempo, di cui esamina la funzione e la semantica nella storiografia, in letteratura e in filosofia (Tempo e racconto, Jaca Book, 3 voll., 1983-85). Con Se stesso come un altro (1990) - forse la sua opera filosofica più incisiva - traccia un´ermeneutica del soggetto. Definendo i modi del costituirsi della sua identità, egli prende criticamente le distanze sia dai tentativi di autofondazione trascendentale della soggettività, sia dal «pensiero antropofugale» che frettolosamente ne decreta la morte.
È di questi giorni la traduzione italiana della sua ultima opera (La memoria, la storia, l´oblio, a cura di Daniella Iannotta, Cortina, pagg. XXIV-741, euro 39,50), un vasto e ammirabile affresco teorico dell´inaggirabile «situatività» temporale dell´esistenza umana. Un problema che Ricoeur ha sempre sentito in modo particolare, essendo tra quegli autentici problemi filosofici che assillano l´uomo non per essere risolti ma per essere vissuti. Per questo una volta, sollecitato a esprimere quali fossero i suoi sentimenti di fronte al pensiero della morte, ha risposto: «Sono due: gratitudine verso Chi mi ha concesso un´esistenza privilegiata, e desiderio di essere conservato nella memoria degli uomini».
Paul Ricoeur
I problemi non si risolvono ma si vivono
di Franco Volpi
Quella di Ricoeur è sicuramente una filosofia ben fatta: profonda senza essere oscura, forte di alte ambizioni eppure mai pretenziosa, impegnata ma sempre attenta a evitare radicalismi e squilibri. Non c´è però nulla di sensazionale in essa. Forse per questo non ci si rende abbastanza conto che Paul Ricoeur - novantenne dallo scorso 27 febbraio - è tra i pochi grandi maestri rimasti della filosofia del Novecento.
Amico di Emmanuel Mounier, agli inizi si era interessato del pensiero esistenzialista, di Marcel e Jaspers. Conobbe anche Heidegger. L´ammirazione per la sua genialità non è bastata a smorzare il «cattivo ricordo» che ne serba: «Si comportava come un maestro di scuola».
Dopo la seconda guerra mondiale cominciò a insegnare a Strasburgo, città che avrebbe potuto essere un ponte e fu invece un fossato. Lì fu concepita la trilogia Filosofia della volontà, rimasta incompiuta (Il volontario e l´involontario, 1950; Finitudine e colpa, 1960). Passato a Parigi - alla Sorbona, dal 1956 al 1966, e nel periodo caldo della contestazione a Nanterre, dove per un anno fu rettore - Ricoeur intervenne nel dibattito sulle scienze umane, e in testi come Dell´interpretazione (1965) e Il conflitto delle interpretazioni (1969) elaborò in chiave filosofica i portati della psicoanalisi e dello strutturalismo.
Successivamente si è impegnato in un´analisi della dimensione simbolica del linguaggio. Lo interessano in particolare la metafora, di cui sostiene la funzione veritativa (La metafora viva, 1975), e il fenomeno del tempo, di cui esamina la funzione e la semantica nella storiografia, in letteratura e in filosofia (Tempo e racconto, Jaca Book, 3 voll., 1983-85). Con Se stesso come un altro (1990) - forse la sua opera filosofica più incisiva - traccia un´ermeneutica del soggetto. Definendo i modi del costituirsi della sua identità, egli prende criticamente le distanze sia dai tentativi di autofondazione trascendentale della soggettività, sia dal «pensiero antropofugale» che frettolosamente ne decreta la morte.
È di questi giorni la traduzione italiana della sua ultima opera (La memoria, la storia, l´oblio, a cura di Daniella Iannotta, Cortina, pagg. XXIV-741, euro 39,50), un vasto e ammirabile affresco teorico dell´inaggirabile «situatività» temporale dell´esistenza umana. Un problema che Ricoeur ha sempre sentito in modo particolare, essendo tra quegli autentici problemi filosofici che assillano l´uomo non per essere risolti ma per essere vissuti. Per questo una volta, sollecitato a esprimere quali fossero i suoi sentimenti di fronte al pensiero della morte, ha risposto: «Sono due: gratitudine verso Chi mi ha concesso un´esistenza privilegiata, e desiderio di essere conservato nella memoria degli uomini».
Rapporto EURISPES sui delitti in famiglia
La Repubblica 1.6.03
LE CIFRE
Bilancio Eurispes: le vittime, spesso donne in condizioni economiche precarie. Il killer: maschio fra i 30 e i 50 anni
L´assassino è dentro casa
Tre omicidi a settimana, aumentano i delitti di coppia
Gli esperti: "Dall´esame dei numeri il matrimonio sembra il tipo di relazione più esposta al delitto"
Maria Stella Conte
ROMA - Tre omicidi a settimana. Come dire che un giorno sì e uno no, c´è un padre o una madre, un figlio, un amante, un marito o una moglie, o un parente qualsiasi, che tira fuori la pistola e spara. Muore la persona amata. O che si pensava di poter, di dover amare. Delitti di coppia, delitti in famiglia. Sono stati 49 nei primi quattro mesi di quest´anno, 54 se si includono cinque tentativi falliti; 62 le vittime perché in alcuni casi il bersaglio è doppio, o triplo, 70 se si contano i sopravvissuti. Il bilancio porta la firma dell´Osservatorio Eurispes-Associazione Ex che si è dato come obiettivo quello di creare una banca dati per studiare il fenomeno.
Dall´indagine emerge che a finire nel sangue, sono principalmente i legami tra uomo e donna: 34 infatti, su 54, sono gli omicidi che riguardano le coppie; 16, invece, quelli compiuti nella più ampia sfera familiare; 4 gli infanticidi. In generale, l´assassino è uomo, età tra i 31 e i 51 anni. In generale, le vittime sono donne. Tutti accomunati da basso livello di istruzione e situazioni economiche disagiate. Condizioni psichiche in certi casi instabili, catalogabili più che in una vera «malattia mentale, in una sofferenza mentale negata: quella che poteva diventare reversibile se fosse stata riconosciuta e curata».
La coppia - Diciotto delitti, su 34, riguardano coppie sposate; 4 coppie separate; 1 divorziati; 6 conviventi; 1 ex conviventi; 2 amanti e fidanzati e 2 ex amanti e ex fidanzati. Trenta, in questi casi, gli assassini; 4 le assassine. Dai numeri - dicono i ricercatori - appare come «il matrimonio sia il tipo di relazione più esposta al delitto».
Genitori e figli - Venti gli omicidi che riguardano la sfera familiare. Tra questi, nessun parricidio, mentre quattro risultano essere all´Osservatorio i matricidi; 4 anche gli infanticidi (commessi tutti da donne); 5 i casi di omicidio dei genitori, tutti per mano di figli maschi.
Le vittime - Delle 70 vittime considerate dall´Eurispes (inclusi 8 sopravvissuti), 49 sono di sesso femminile, 21 di sesso maschile. Sono i pensionati (i ricercatori fanno notare che in questa categoria sono compresi uomini tra i 45 e i 55 anni) e le casalinghe le vittime principali dei delitti familiari.
I colpevoli - Negli assassini tra coniugi, 3 sono i figli che muoiono per mano dello stesso uxoricida; uomini sono gli autori sia dei 5 delitti genitoriali, sia dei matricidi (salvo un caso). In totale (in due casi il delitto aveva 2 colpevoli), su 56 colpevoli, 43 erano uomini, 13 donne. Il che, suggeriscono gli autori, non deve indurre «a criminalizzare tout court una metà dell´umanità».
LE CIFRE
Bilancio Eurispes: le vittime, spesso donne in condizioni economiche precarie. Il killer: maschio fra i 30 e i 50 anni
L´assassino è dentro casa
Tre omicidi a settimana, aumentano i delitti di coppia
Gli esperti: "Dall´esame dei numeri il matrimonio sembra il tipo di relazione più esposta al delitto"
Maria Stella Conte
ROMA - Tre omicidi a settimana. Come dire che un giorno sì e uno no, c´è un padre o una madre, un figlio, un amante, un marito o una moglie, o un parente qualsiasi, che tira fuori la pistola e spara. Muore la persona amata. O che si pensava di poter, di dover amare. Delitti di coppia, delitti in famiglia. Sono stati 49 nei primi quattro mesi di quest´anno, 54 se si includono cinque tentativi falliti; 62 le vittime perché in alcuni casi il bersaglio è doppio, o triplo, 70 se si contano i sopravvissuti. Il bilancio porta la firma dell´Osservatorio Eurispes-Associazione Ex che si è dato come obiettivo quello di creare una banca dati per studiare il fenomeno.
Dall´indagine emerge che a finire nel sangue, sono principalmente i legami tra uomo e donna: 34 infatti, su 54, sono gli omicidi che riguardano le coppie; 16, invece, quelli compiuti nella più ampia sfera familiare; 4 gli infanticidi. In generale, l´assassino è uomo, età tra i 31 e i 51 anni. In generale, le vittime sono donne. Tutti accomunati da basso livello di istruzione e situazioni economiche disagiate. Condizioni psichiche in certi casi instabili, catalogabili più che in una vera «malattia mentale, in una sofferenza mentale negata: quella che poteva diventare reversibile se fosse stata riconosciuta e curata».
La coppia - Diciotto delitti, su 34, riguardano coppie sposate; 4 coppie separate; 1 divorziati; 6 conviventi; 1 ex conviventi; 2 amanti e fidanzati e 2 ex amanti e ex fidanzati. Trenta, in questi casi, gli assassini; 4 le assassine. Dai numeri - dicono i ricercatori - appare come «il matrimonio sia il tipo di relazione più esposta al delitto».
Genitori e figli - Venti gli omicidi che riguardano la sfera familiare. Tra questi, nessun parricidio, mentre quattro risultano essere all´Osservatorio i matricidi; 4 anche gli infanticidi (commessi tutti da donne); 5 i casi di omicidio dei genitori, tutti per mano di figli maschi.
Le vittime - Delle 70 vittime considerate dall´Eurispes (inclusi 8 sopravvissuti), 49 sono di sesso femminile, 21 di sesso maschile. Sono i pensionati (i ricercatori fanno notare che in questa categoria sono compresi uomini tra i 45 e i 55 anni) e le casalinghe le vittime principali dei delitti familiari.
I colpevoli - Negli assassini tra coniugi, 3 sono i figli che muoiono per mano dello stesso uxoricida; uomini sono gli autori sia dei 5 delitti genitoriali, sia dei matricidi (salvo un caso). In totale (in due casi il delitto aveva 2 colpevoli), su 56 colpevoli, 43 erano uomini, 13 donne. Il che, suggeriscono gli autori, non deve indurre «a criminalizzare tout court una metà dell´umanità».
delitti in famiglia: "la malattia mentale negata"
Il Nuovo.it 1.6.03
"Nei litigi in famiglia i moventi degli omicidi"
Secondo l'Eurispes i fatti di sangue sono legati a rapporti di coppia logori. L'assassino tipo: maschio e con un'età compresa tra i 31 e i 51 anni. "Attenzione alla sofferenza mentale negata".
ROMA - "Tra moglie e marito non mettere il dito". E' sempre più confermato il detto popolare, almeno leggendo gli ultimi fatti di cronaca, dove la famiglia diventa sempre più la causa che scatena la follia. I rapporti tesi, strappati, delle relazioni parentali conducono a una sindrome di "conflitto-delitto" che quando esplode e finisce nel sangue (soprattutto laddove a fare da fertile terreno è la coppia). I l bilancio dell'osservatorio Eurispes-Associazione Ex è terribile: 49 omicidi per 62 vittime. Inoltre sempre stando alrapporto, riferito ai primi 4 mesi del 2003, è il matrimonio il tipo di relazione più esposta al delitto: 18 omicidi e tentativi di omicidi su 34 si verificano appunto tra le coppie sposate. L'omicidio legato al rapporto di coppia è ad elevatissima matrice maschile (30 contro 4), con una età spesso compresa tra i 31 e i 41 anni e tra i 41 e i 51 anni. Le donne omicide, invece, sono "concentrate" soprattutto nella fascia tra i 31 e i 41 anni, definita "l'età tipica delle madri infanticide". Di contro la descrizione delle vittime ribalta questa angolazione: su 70 vittime (di omicidi o tentativi di omicidi), 49 sono di sesso femminile. Ma perché si uccide? Al primo posto tra le motivazioni c'é, secondo Eurispes, la "sofferenza mentale" (11 casi) e, a seguire, la "alta conflittualità nella coppia" (8), e quindi (7) la "non accettazione della separazione, complicata dalla presenza dei figli".
Le rilevazioni sui "numeri" del fenomeno dei delitti, che nascono in un ambiente affettivo-parentale, indicano la prevalenza dell'uomo quale soggetto attivo dell'evento e, di contro, anche la prevalenza della donna come oggetto dell'atto di violenza. Un dato scontato, ma che Eurispes approfondisce chiedendosi come mai "la separazione della coppia, spesso voluta da lei, getta lui in un panico spesso sconosciuto, di cui il delitto è l'epigono, raro, per fortuna, ma non più tanto raro da passare inosservato". L'analisi che ne fa Eurispes parte da una considerazione che poggia sull'autostima che l'uomo nutre. Perché, sottolinea il rapporto, "per gli uomini l'abbandono come insanabile ferita narcisistica è un'esperienza nuova". Quindi l'uomo, ritenendosi l'anello forte della coppia, l'elemento cui spettano tutte le decisioni importanti, avverte come un'offesa insanabile il fatto d'essere lasciato e non invece di lasciare.Tra le variabili che possono essere importanti nel determinarsi delle condizioni che portano all'esecuzione di un delitto c'è anche la presenza dei figli che "acuisce ancora di più l'alta conflittualità della coppia o nella ex coppia". Ma dal rapporto emerge, invece, un dato di per sé gravissimo, l'alto coinvolgimento dei figli (da matrimoni o convivenze) nei delitti. Tanto che, da gennaio ad aprile del 2003, i figli uccisi sono stati quattro.
Secondo le rilevazioni poi compendiate nel rapporto Eurispes nel periodo preso in esame, in undici casi le motivazioni del delitto "affondano le radici, più che nella malattia mentale a tutto tondo, nella sofferenza mentale negata". Cioé "quella che poteva diventare reversibile se fosse stata riconosciuta e curata". I soggetti più esposti alla sofferenza mentale, "ben prima del compimento del delitto", sono le infanticide, i matricidi, chi uccide un fratello o una sorella. O come la donna che si è uccisa con la nipotina di appena tre anni. Talvolta però, sottolinea Eurispes, "la sofferenza mentale non nasce solo nei meandri della propria mente, ma ha come concausa il degrado ambientale, la povertà, l'abbandono sociale". Insomma: "la condizioni mentali alterate producono sintomi. Il vero rammarico che si prova osservando le tragedie che ne scaturiscono è che nessuno li abbia saputi cogliere in tempo".
Anche da qui deriva il cosiddetto "omicidio per amore", cioé "un amore molesto che spinge più gli uomini che le donne ad uccidere, ma che pur sempre è la spia delle difficoltà di capirsi tra gli uomini e le donne nell' arco della vita giovane e adulta". E, dice Eurispes, oggi nel rapporto tra uomo e donna si rischia di passare da un eccesso all' altro: "o si presenta fin troppo facile, stile mordi e fuggi, all'insegna del do ut des tra partner, improntato alla vacua parità trasgressiva, oppure è fin troppo difficile, aggravato come è da continui ed estenuanti negoziati in cui il conflitto tra parità e differenza tra ruoli e compiti non arriva mai a risolversi in maniera equilibrata. Le donne e gli uomini di oggi hanno perduto i vecchi modelli identitari e non ne hanno di nuovi da abbracciare per vivere con maggiore serenità il riconoscimento dell'interdipendenza, sia pure su basi nuove rispetto al passato".
"Nei litigi in famiglia i moventi degli omicidi"
Secondo l'Eurispes i fatti di sangue sono legati a rapporti di coppia logori. L'assassino tipo: maschio e con un'età compresa tra i 31 e i 51 anni. "Attenzione alla sofferenza mentale negata".
ROMA - "Tra moglie e marito non mettere il dito". E' sempre più confermato il detto popolare, almeno leggendo gli ultimi fatti di cronaca, dove la famiglia diventa sempre più la causa che scatena la follia. I rapporti tesi, strappati, delle relazioni parentali conducono a una sindrome di "conflitto-delitto" che quando esplode e finisce nel sangue (soprattutto laddove a fare da fertile terreno è la coppia). I l bilancio dell'osservatorio Eurispes-Associazione Ex è terribile: 49 omicidi per 62 vittime. Inoltre sempre stando alrapporto, riferito ai primi 4 mesi del 2003, è il matrimonio il tipo di relazione più esposta al delitto: 18 omicidi e tentativi di omicidi su 34 si verificano appunto tra le coppie sposate. L'omicidio legato al rapporto di coppia è ad elevatissima matrice maschile (30 contro 4), con una età spesso compresa tra i 31 e i 41 anni e tra i 41 e i 51 anni. Le donne omicide, invece, sono "concentrate" soprattutto nella fascia tra i 31 e i 41 anni, definita "l'età tipica delle madri infanticide". Di contro la descrizione delle vittime ribalta questa angolazione: su 70 vittime (di omicidi o tentativi di omicidi), 49 sono di sesso femminile. Ma perché si uccide? Al primo posto tra le motivazioni c'é, secondo Eurispes, la "sofferenza mentale" (11 casi) e, a seguire, la "alta conflittualità nella coppia" (8), e quindi (7) la "non accettazione della separazione, complicata dalla presenza dei figli".
Le rilevazioni sui "numeri" del fenomeno dei delitti, che nascono in un ambiente affettivo-parentale, indicano la prevalenza dell'uomo quale soggetto attivo dell'evento e, di contro, anche la prevalenza della donna come oggetto dell'atto di violenza. Un dato scontato, ma che Eurispes approfondisce chiedendosi come mai "la separazione della coppia, spesso voluta da lei, getta lui in un panico spesso sconosciuto, di cui il delitto è l'epigono, raro, per fortuna, ma non più tanto raro da passare inosservato". L'analisi che ne fa Eurispes parte da una considerazione che poggia sull'autostima che l'uomo nutre. Perché, sottolinea il rapporto, "per gli uomini l'abbandono come insanabile ferita narcisistica è un'esperienza nuova". Quindi l'uomo, ritenendosi l'anello forte della coppia, l'elemento cui spettano tutte le decisioni importanti, avverte come un'offesa insanabile il fatto d'essere lasciato e non invece di lasciare.Tra le variabili che possono essere importanti nel determinarsi delle condizioni che portano all'esecuzione di un delitto c'è anche la presenza dei figli che "acuisce ancora di più l'alta conflittualità della coppia o nella ex coppia". Ma dal rapporto emerge, invece, un dato di per sé gravissimo, l'alto coinvolgimento dei figli (da matrimoni o convivenze) nei delitti. Tanto che, da gennaio ad aprile del 2003, i figli uccisi sono stati quattro.
Secondo le rilevazioni poi compendiate nel rapporto Eurispes nel periodo preso in esame, in undici casi le motivazioni del delitto "affondano le radici, più che nella malattia mentale a tutto tondo, nella sofferenza mentale negata". Cioé "quella che poteva diventare reversibile se fosse stata riconosciuta e curata". I soggetti più esposti alla sofferenza mentale, "ben prima del compimento del delitto", sono le infanticide, i matricidi, chi uccide un fratello o una sorella. O come la donna che si è uccisa con la nipotina di appena tre anni. Talvolta però, sottolinea Eurispes, "la sofferenza mentale non nasce solo nei meandri della propria mente, ma ha come concausa il degrado ambientale, la povertà, l'abbandono sociale". Insomma: "la condizioni mentali alterate producono sintomi. Il vero rammarico che si prova osservando le tragedie che ne scaturiscono è che nessuno li abbia saputi cogliere in tempo".
Anche da qui deriva il cosiddetto "omicidio per amore", cioé "un amore molesto che spinge più gli uomini che le donne ad uccidere, ma che pur sempre è la spia delle difficoltà di capirsi tra gli uomini e le donne nell' arco della vita giovane e adulta". E, dice Eurispes, oggi nel rapporto tra uomo e donna si rischia di passare da un eccesso all' altro: "o si presenta fin troppo facile, stile mordi e fuggi, all'insegna del do ut des tra partner, improntato alla vacua parità trasgressiva, oppure è fin troppo difficile, aggravato come è da continui ed estenuanti negoziati in cui il conflitto tra parità e differenza tra ruoli e compiti non arriva mai a risolversi in maniera equilibrata. Le donne e gli uomini di oggi hanno perduto i vecchi modelli identitari e non ne hanno di nuovi da abbracciare per vivere con maggiore serenità il riconoscimento dell'interdipendenza, sia pure su basi nuove rispetto al passato".
ancora sui delitti in famiglia
Il Messaggero 1.6.03
Rapporto Eurispes/
Una strage "a sesso unico": 30 assassini maschi contro 4 donne. Il degrado e il disagio mentale tra le cause principali
L’inferno domestico: un omicidio ogni due giorni
I primi drammatici dati del 2003: otto delitti su dieci maturano all’interno della coppia
di Anna Maria Sersale
ROMA - «Ti amo, ti ammazzo». E’ la sintesi estrema di molte tragedie familiari, che sfociano nella morte del partner, quasi sempre lei, colpita dalla mano di lui che l’aveva amata. Nella coppia e in famiglia si verifica «un omicidio ogni due giorni». In dieci anni, dal gennaio del ’94 all’aprile del 2003, si contano oltre 850 decessi. Lo rivela un’indagine dell’Osservatorio Eurispes, fatta in collaborazione con “Ex", un’associazione nata nel ’98 per iniziativa di un gruppo di separati. Nei primi 4 mesi di quest’anno sono stati classificati 49 omicidi che hanno causato 62 vittime tra sposati, conviventi, fidanzati, amanti, nonché tra parenti di vario genere. Di questi ben 34 sono avvenuti nella coppia. «Il matrimonio - sostengono i ricercatori - è il tipo di relazione più esposta al delitto: 18 omicidi sono tra sposati e 6 tra conviventi». Delitti «a sesso unico», poichè degli autori 30 sono maschi e 4 femmine.
La cronaca ci sta abituando agli “sterminatori" delle parentele, un fenomeno che lascia annichiliti. Morire in famiglia è più inquietante, eppure accade sempre più frequentemente, mentre gli esperti della psiche si affannano a decifrare le patologie che generano violenza dentro le mura domestiche.
Colpa anzitutto della «sofferenza mentale», che è al primo posto tra le cause che spingono ad uccidere il partner o il familiare. Sofferenza mentale che ha radici non solo fisiologiche. «Talvolta - sottolinea l’Eurispes, la sofferenza mentale non nasce solo nei meandri della mente, ma ha come concausa il degrado ambientale, la povertà, l'abbandono sociale. Su 54 delitti ben 15 sono causati da condizioni border-line, tra malattia mentale vera, che se individuata agli esordi non sarebbe esplosa, e malessere di chi percepisce la vita “indegna" di essere vissuta». Nella scala delle motivazioni segue «l’alta conflittualità della coppia», con otto episodi delittuosi.
Se i due “scoppiati" diventano nemici che si fronteggiano, gli odi, i rancori, le vendette trasversali come saette impazzite cadono sui due contendenti e, quel che è peggio, sui figli, vittime degli scontri e dei ricatti. Una guerra assurda, che non si ferma finché non c’è un “vincitore" e un "perdente". «La preponderanza dei delitti maturati nell’ambito delle relazioni di coppia - scrive l’Eurispes nell’indagine presentata ieri - conferma il profondo disagio socio-culturale tra uomo e donna, conseguenza dello stravolgimento di gran parte dei ruoli».
Il disagio socio-culturale, dunque, è l’altro grande imputato. Lui e lei ancora non sono riusciti a metabolizzare i cambiamenti di cui sono protagonisti. Tutto ciò «diventa patologia, in parte sociale, in parte individuale», «Il fatto è che - osservano i ricercatori - il rapporto tra i sessi oggi spazia da un eccesso all’altro. O si presenta fin troppo facile, stile “mordi e fuggi", oppure è troppo difficile, aggravato com’è da continui ed estenuanti negoziati».
Gli schemi familiari sono saltati, la divisione dei compiti è da inventare giorno per giorno, la complessità della sfera affettivo-sessuale, nell’era della trasgressione, è un altro terreno su cui si consumano i conflitti più aspri. Se il taglio è netto, se lei dice basta e sbatte la porta (nel 90% dei casi sono le donne a troncare quando il rapporto non funziona più), i conflitti possono anche non debordare. Soffermandosi sulle cause e le motivazioni dei delitti maturati nel rapporto di coppia o in ambito familiare, Eurispes sottolinea che esse rientrano, praticamente, in due categorie, quella del delitto per raptus o per gelosia. Da qui deriva il cosiddetto «omicidio per amore», cioè «un amore molesto che spinge più gli uomini che le donne ad uccidere, ma che pur sempre è la spia delle difficoltà di capirsi».
L’equilibrio è difficile. Le donne e gli uomini hanno perduto i vecchi modelli. E ancora non poggiano stabilmente sui nuovi. All’origine di tanti disagi, per l’associazione “Ex", c’è anche una gestione fallimentare delle separazioni. Padri e madri rivendicano i figli per sè dopo dolorose divisioni, e anche questo arroventa il clima. Secondo l’Istat nel 2000 sono state oltre 72 mila le separazioni e 37 mila i divorzi, con un aumento rispetto al ’95 del 37,5 e del 39%. In pratica si registra una separazione ogni quattro matrimoni e un divorzio ogni 9.
Rapporto Eurispes/
Una strage "a sesso unico": 30 assassini maschi contro 4 donne. Il degrado e il disagio mentale tra le cause principali
L’inferno domestico: un omicidio ogni due giorni
I primi drammatici dati del 2003: otto delitti su dieci maturano all’interno della coppia
di Anna Maria Sersale
ROMA - «Ti amo, ti ammazzo». E’ la sintesi estrema di molte tragedie familiari, che sfociano nella morte del partner, quasi sempre lei, colpita dalla mano di lui che l’aveva amata. Nella coppia e in famiglia si verifica «un omicidio ogni due giorni». In dieci anni, dal gennaio del ’94 all’aprile del 2003, si contano oltre 850 decessi. Lo rivela un’indagine dell’Osservatorio Eurispes, fatta in collaborazione con “Ex", un’associazione nata nel ’98 per iniziativa di un gruppo di separati. Nei primi 4 mesi di quest’anno sono stati classificati 49 omicidi che hanno causato 62 vittime tra sposati, conviventi, fidanzati, amanti, nonché tra parenti di vario genere. Di questi ben 34 sono avvenuti nella coppia. «Il matrimonio - sostengono i ricercatori - è il tipo di relazione più esposta al delitto: 18 omicidi sono tra sposati e 6 tra conviventi». Delitti «a sesso unico», poichè degli autori 30 sono maschi e 4 femmine.
La cronaca ci sta abituando agli “sterminatori" delle parentele, un fenomeno che lascia annichiliti. Morire in famiglia è più inquietante, eppure accade sempre più frequentemente, mentre gli esperti della psiche si affannano a decifrare le patologie che generano violenza dentro le mura domestiche.
Colpa anzitutto della «sofferenza mentale», che è al primo posto tra le cause che spingono ad uccidere il partner o il familiare. Sofferenza mentale che ha radici non solo fisiologiche. «Talvolta - sottolinea l’Eurispes, la sofferenza mentale non nasce solo nei meandri della mente, ma ha come concausa il degrado ambientale, la povertà, l'abbandono sociale. Su 54 delitti ben 15 sono causati da condizioni border-line, tra malattia mentale vera, che se individuata agli esordi non sarebbe esplosa, e malessere di chi percepisce la vita “indegna" di essere vissuta». Nella scala delle motivazioni segue «l’alta conflittualità della coppia», con otto episodi delittuosi.
Se i due “scoppiati" diventano nemici che si fronteggiano, gli odi, i rancori, le vendette trasversali come saette impazzite cadono sui due contendenti e, quel che è peggio, sui figli, vittime degli scontri e dei ricatti. Una guerra assurda, che non si ferma finché non c’è un “vincitore" e un "perdente". «La preponderanza dei delitti maturati nell’ambito delle relazioni di coppia - scrive l’Eurispes nell’indagine presentata ieri - conferma il profondo disagio socio-culturale tra uomo e donna, conseguenza dello stravolgimento di gran parte dei ruoli».
Il disagio socio-culturale, dunque, è l’altro grande imputato. Lui e lei ancora non sono riusciti a metabolizzare i cambiamenti di cui sono protagonisti. Tutto ciò «diventa patologia, in parte sociale, in parte individuale», «Il fatto è che - osservano i ricercatori - il rapporto tra i sessi oggi spazia da un eccesso all’altro. O si presenta fin troppo facile, stile “mordi e fuggi", oppure è troppo difficile, aggravato com’è da continui ed estenuanti negoziati».
Gli schemi familiari sono saltati, la divisione dei compiti è da inventare giorno per giorno, la complessità della sfera affettivo-sessuale, nell’era della trasgressione, è un altro terreno su cui si consumano i conflitti più aspri. Se il taglio è netto, se lei dice basta e sbatte la porta (nel 90% dei casi sono le donne a troncare quando il rapporto non funziona più), i conflitti possono anche non debordare. Soffermandosi sulle cause e le motivazioni dei delitti maturati nel rapporto di coppia o in ambito familiare, Eurispes sottolinea che esse rientrano, praticamente, in due categorie, quella del delitto per raptus o per gelosia. Da qui deriva il cosiddetto «omicidio per amore», cioè «un amore molesto che spinge più gli uomini che le donne ad uccidere, ma che pur sempre è la spia delle difficoltà di capirsi».
L’equilibrio è difficile. Le donne e gli uomini hanno perduto i vecchi modelli. E ancora non poggiano stabilmente sui nuovi. All’origine di tanti disagi, per l’associazione “Ex", c’è anche una gestione fallimentare delle separazioni. Padri e madri rivendicano i figli per sè dopo dolorose divisioni, e anche questo arroventa il clima. Secondo l’Istat nel 2000 sono state oltre 72 mila le separazioni e 37 mila i divorzi, con un aumento rispetto al ’95 del 37,5 e del 39%. In pratica si registra una separazione ogni quattro matrimoni e un divorzio ogni 9.
Iscriviti a:
Post (Atom)