mercoledì 31 marzo 2004

Pietro Citati e il terrorismo islamico

Repubblica 31.3.04
LE IDEE
L'Occidente senza forza e l'esercito del terrore
I TERRORISTI E LA FINE DELL´EUROPA
il cattivo genio della politica

Non ricordano in nulla i potenti della grande tradizione araba, i califfi di Bagdad e di Córdoba Sono figli della cultura occidentale
Osama bin Laden e compagni non sono dei "folli criminali", come vorrebbero le nostre autorità. Hanno invece un disegno ben preciso
Non so dove abitino i nichilisti di oggi se in Afghanistan o in Pakistan, a Milano o a New York: ma so che ridono di noi
Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi nel caso i nazisti avessero invaso l'Inghilterra
di PIETRO CITATI


QUANDO pensiamo ai terroristi che da quasi tre anni insanguinano l´America, l´Islam e l´Europa, li chiamiamo fondamentalisti religiosi. Pensiamo che in un mondo minacciato dalla volgarità e dal danaro (dal danaro e dalla volgarità occidentali), Osama Bin Laden, Ayman Al Zawahiri e i loro compagni vogliano far rivivere l´Antico Islam. Gli anni in cui l´angelo Gabriele dettava a Maometto i versetti del Corano, sorsero le prime moschee di mattoni essiccati e di rami di palma, cominciarono i pellegrinaggi verso la Mecca, le truppe arabe conquistarono rapidissimamente la Persia, la Siria, l´Africa settentrionale, la Spagna, i primi asceti si raccolsero vicino al deserto, nacque una nuova teologia, vennero decorati meravigliosi Corani e costruite le grandi moschee di Damasco e di Gerusalemme. Era il fondamento: un tempo ardente, austero, guerriero, mobilissimo, genialissimo; un oceano di fuoco, che in pochi anni arse e trasformò il mondo. Milletrecento anni dopo, per recuperare questo fondamento, i terroristi (così pretendono) salgono sugli aerei, distruggono i grattacieli di New York, si uccidono, sconvolgono Costantinopoli, Casablanca e Madrid. È un sacrificio immane: un massacro illimitato di sé e degli altri; ma alla fine del massacro dovrebbe rinascere il profumo del settimo secolo ? Maometto che, in un attimo senza tempo, lascia il suolo di Gerusalemme e raggiunge il cielo con la sua cavalcatura volante.
Niente potrebbe essere meno vero. Il settimo secolo non ritorna. Maometto non sale verso il cielo. I terroristi del 2001, del 2002, del 2003, del 2004 e degli anni futuri hanno spezzato violentemente qualsiasi rapporto col Corano. La guerra che essi combattono contraddice in tutti i punti le parole della tradizione islamica.
Quelle parole avevano prescritto la tolleranza religiosa: raccomandato di proteggere le vedove e gli orfani: proibito l´assassinio, il suicidio, il terrore, la violazione dei patti: imposto una legge scrupolosa persino alla guerra santa; mentre tutto, intorno, era Bibbia, fantasia, tappeti magici, lettura dei filosofi greci, invenzione d´automi, lettere d´oro dei Corani. Quello che accade nel 2004 non ha precedenti nemmeno negli anni più tenebrosi della storia islamica, quando i berberi invasero il califfato di Córdoba. Negli ultimi trent´anni è nata nel Medio Oriente una nuova religione: una religione empia ed iconoclastica, che col Corano e Maometto ha lo stesso rapporto che il nazismo aveva col romanticismo tedesco.
Quanto oggi regna nel Medio Oriente è la perversa arte della politica, che l´Europa ha elaborato nei secoli fino ad Hitler e Stalin. Osama bin Laden e i suoi compagni non sono, come dicono le nostre ingenue autorità, dei «folli criminali» assetati di sangue. Posseggono un genio della politica come oggi nessuno al mondo. Hanno una grandiosa immaginazione, una ferrea volontà, un´estrema lucidità razionale, un´intuizione potentemente semplificatrice delle cose, una spaventosa audacia intellettuale, una perfetta scelta degli obiettivi, una meticolosa precisione nell´esecuzione, il dono di inscenare spettacoli teatrali, capaci di affascinare le folle - e mai, mai un attimo di dubbio o di incertezza o un semplice respiro umano.
Essi non ricordano in nulla i potenti della grande tradizione araba: i califfi di Bagdad e di Córdoba, il Saladino, i sovrani di Delhi, i sovrani savafidi della Persia, gli imperatori Moghol dell´India, i Sultani Ottomani, con quell´apparato di generosità e opulenza geniale. E nemmeno gli ultimi, mediocri capi di stato dell´ultimo dopoguerra, Nasser e Boumedienne. Essi sono figli dell´Occidente: figli dei nichilisti e di Hitler, di Lenin e di Stalin, e dell´immondezza ideologica che, nell´ultimo secolo, l´Europa ha rovesciato sull´universo.
Non so dove abitino: se in Afghanistan o in Pakistan, o in Iraq o a corso Venezia a Milano o a place de la Concorde, o all´Hotel Plaza, a Manhattan, nelle più eleganti abitazioni e nei più lussuosi alberghi europei, dove sono di casa. Ma so, cosa fanno. Ridono di noi. Quanto devono essersi divertiti l´11 settembre 2001. Pensavano: «Vedete, noi vi offriamo un film vero, come le vostre televisioni non hanno ancora saputo offrirvi. Tutto è spettacolo, come voi, nella vostra vita quotidiana, amate: tutto è effetto speciale, come nei film di Spielberg: ma gli aerei sono veri, i grattacieli veri, il fuoco vero, le rovine vere, le migliaia di morti sono veri morti. Speriamo che ci ammiriate. Confessatelo, non vi siete mai divertiti tanto. Non godrete mai più uno spettacolo così grandioso - fino a quando noi, forse molto presto, ve ne offriremo un altro». Quanto devono divertirsi in questi giorni, dopo l´attentato di Madrid - davanti ai cortei contro il terrorismo o per la pace, ai litigi fra i nostri uomini politici, ai nostri interminabili convegni televisivi - alla nube di chiacchiere e di stupidità che avvolge amorosamente l´Europa e l´America.

Un tempo, in Occidente, esisteva quella qualità atroce e incomunicabile, che Simone Weil chiamava la «forza». Amava incarnarsi nel volto di Giulio Cesare: nel viso, stranamente femmineo, di Augusto: nelle piccole membra adipose di Napoleone; e nella massiccia e fintamente bonaria figura di Stalin. La forza si proponeva dei fini; e li conseguiva con qualsiasi mezzo, a costo di costruire i propri altari sopra mucchi di cadaveri e fiumi di sangue. Quando giungeva in alto, dove nulla riusciva più a contrastarla, assumeva una maestà grandiosa e terribile; e lasciava cadere un sorriso mitissimo e benigno sopra gli uomini che, giù in basso, innalzavano a lei i loro pianti, i loro inni e le loro preghiere. Nessuna qualità esercitava sugli uomini più fascino della forza: nessuna suscitava una mescolanza così ripugnante di terrore e di attrazione; tanto desiderio di adorazione, di umiliazione e di sacrificio.
Oggi, per nostra fortuna, nella civiltà occidentale la forza non esiste più. La forza è realistica: afferra oggetti, stritola corpi, conquista paesi; mentre il mondo europeo del ventunesimo secolo è irreale, teatrale, illusionistico, televisivo, spettacolare. Così nessun occidentale sa più usare la forza; e quando vi ricorre, l´usa con inesperienza, goffaggine, eccesso, oppure con un tale accompagnamento di cautele e di riguardi e di scuse e di precauzioni da renderla totalmente inefficace e dannosa. Così ci hanno insegnato gli ultimi trent´anni di storia politica degli Stati Uniti d´America.
Mentre è morta la forza, sono morti i potenti. I grandi della terra sono scomparsi da qualche decennio, come una famiglia di animali travolta da una glaciazione. L´ultimo degli antichi potenti fu Stalin, l´uomo che adorava Shakespeare e il balletto: quando Malenkov, Berja, Molotov, Kaganovic lo trasportarono a spalla verso la tomba - era un freddissimo e grigio giorno d´inverno del 1953 - non sapevano di seppellire l´ultimo rappresentante di una razza ormai estinta. L´epitaffio venne scritto qualche anno più tardi: lo pronunciò Kruscev: e fu grottesco, irriverente, blasfemo, come accade quando gli schiavi liberati - noi tutti - prendiamo il potere.
Così gli uomini politici di oggi sono completamente diversi. Per secoli, avevano amato essere irraggiungibili, invisibili, ignoti agli altri esseri umani - solitari come stelle nel cielo. Nessuno poteva giungere sino all´imperatore di Bisanzio seduto sul suo alto trono, al Figlio del Cielo che, a Pechino, ascoltava la musica dei suoi perfetti orologi, o all´imperatore di Persia nascosto dietro il suo velo. Tutte le loro parole ed azioni sapevano di segreto: finzioni, maschere, misteri, che nessuno poteva spiegare.
Ora, ogni sera, vediamo gli uomini politici tutti lì, sugli schermi televisivi, seduti su poltroncine rosé o celesti, mentre chiacchierano volubilmente di questo o di quello, con una sviscerata passione per le frasi banali e i luoghi comuni. Amano farsi fotografare in pubblico, seduti ai tavoli da pranzo ufficiali con le mani decorosamente disposte accanto alle forchette o ai coltelli: o mentre si baciano fervidamente sulle guance o sulla bocca, o mentre si danno pacche sulla schiena o in fondo alla schiena, in segno di solidarietà, complicità, amore, - queste pacche affettuose sono il loro modo preferito di parlare. In compenso, hanno perduto qualsiasi intuizione della realtà. Non vedono cosa accade. Non sanno immaginare cosa accadrà, sebbene Osama bin Laden lo sappia benissimo. Un tempo, possedevano quel dono supremo che è l´autorità: un dono che si ha insieme per natura ed esperienza, non si ostenta, e diffonde attorno a sé calma, quiete, reverenza, rispetto. Oggi, quasi nessuno di loro ha autorità: si prendono gioco l´uno dell´altro, tirano fuori la lingua, si insultano, si fanno sberleffi, si offendono, in modo da costringere noi, i sudditi, a provare pena ed umiliazione per loro.

Tra gli episodi della storia, ce n´è uno verso il quale sento un´immensa venerazione, come se appartenesse a una condizione superiore a quella storica. L´Inghilterra, negli anni tra il 1939 e il 1941. I nazisti conquistavano la Polonia, la Norvegia, la Danimarca, il Belgio, l´Olanda, la Francia: poi i Balcani e Creta: si alleavano con l´Unione Sovietica; per un anno l´Inghilterra fu quasi priva di esercito, con poche centinaia di aerei, poche truppe in Egitto, una flotta, una classe dirigente non compatta, - e Churchill. Le speranze non erano grandi. Le bombe tedesche distruggevano, anzi, «coventrizzavano», come diceva elegantemente Mussolini, le città inglesi: Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi, nel caso che i nazisti fossero sbarcati nel paese. Allora il popolo inglese ebbe un´immensa forza di pazienza e di sopportazione: tollerò la sconfitta e la morte, non perse coraggio, protese lo sguardo oltre un futuro oscurissimo. Pochi aerei inglesi abbatterono sulla Manica gli aerei tedeschi: navi inglesi affondarono nel Mediterraneo le navi italiane. Se noi, oggi, siamo qui, se parliamo, scriviamo, passeggiamo, andiamo in vacanza, diciamo sciocchezze - tutto questo è esclusivamente dovuto alla pazienza, al coraggio e alla sopportazione di quel popolo fedele.
Oggi sarà bene convincerci che la civiltà occidentale corre pericoli appena meno gravi di quelli corsi nel 1939 e nel 1940. I nemici sono intelligentissimi, senza scrupoli, senza incertezze, e posseggono una straordinaria forza di volontà. Difendersi dal terrorismo elevato a sistema è, per una democrazia, difficilissimo o quasi impossibile. Altri attentati scoppieranno in tutti i paesi dell´Europa e dell´Islam, perché la prima meta di Osama bin Laden e dei suoi compagni è distruggere l´Islam: l´Islam di Maometto, di Córdoba, del Saladino, di Rumi e delle Mille e una notte. Dovremo rinunciare a molti piaceri: piccole libertà, garanzie giuridiche, ricchezze, assistenza. Per molti anni, tutto sarà a rischio. A volte, si ha l´impressione che molti non desiderino compiere questi sacrifici, e che per loro la civiltà occidentale possa affondare senza rimpianti. Sembra che la pazienza, il coraggio e la forza di sopportazione - quelle che nel 1940 salvarono l´Inghilterra e il mondo - siano impalliditi. Meglio Hitler, meglio Stalin, meglio Mao, meglio Pol-Pot, meglio bin Laden: gli europei hanno già ripetuto moltissime volte, nelle università e nelle strade, queste frasi penose. Meglio restare in vita, a qualsiasi costo.
La civiltà occidentale ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere, da almeno duemilacinquecento anni, da quando gli orafi greci lavoravano per gli Sciti, tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani. Li capisce o cerca di capirli, impara da loro, insegna loro, e poi, molto lentamente, modella una nuova creazione, che è tanto occidentale che orientale. Quante parole abbiamo assimilato! Quante immagini abbiamo ammirato! Quante persone sono diventate «romane»! Questo dono è così grande e incalcolabile, che forse vale la pena di sacrificarsi, pro aris et focis, per il diritto di passeggiare e fantasticare davanti alla cattedrale di Chartres, nel grande prato dell´Università di Cambridge, presso le colonne tortili della reggia di Granada.

la differenza uomo - donna, secondo le "neuroscienze"

La Stampa Tutto Scienze 31.3.04
Qualche libro per saperne di più


CENTO miliardi di neuroni, ognuno connesso agli altri da migliaia di sinapsi. A parte la lieve differenza di peso e i fattori culturali, sempre di grande importanza, il cervello maschile è biologicamente e psicologicamente diverso da quello femminile? Le ricerche più recenti dicono di sì. In questa pagina Ezio Giacobini riferisce di alcuni studi anatomici e ormonali di fresca pubblicazione. A riprova che il tema è molto attuale, alle differenze tra cervello maschile e femminile è dedicato anche l’ultimo fascicolo di «Mente & cervello» (marzo-aprile, ed. Le Scienze). E oggi arriva in libreria, di Simon Baron-Cohen, psichiatra della Università di Cambridge, «Questione di cervello. La differenza essenziale tra uomo e donna» (Mondadori, 256 pagine, 17,50 euro). Secondo Baron-Cohen, per motivi sia biologici sia culturali, il cervello femminile è essenzialmente empatico, cioè strutturato in modo da entrare in risonanza emotiva con quello delle altre persone, mentre quello maschile è soprattutto sistematico, cioè tende a progettare, studiare e costruire strutture culturali e materiali rigidamente organizzate. Di conseguenza le donne appaiono più adatte alla comunicazione e alle relazioni interpersonali, mentre gli uomini sono più portati alla costruzione di una visione scientifica del mondo. L’autismo - ne conclude Baron-Cohen - sarebbe una forma particolarmente sviluppata e aberrante del cervello maschile. Per questo chi ne è colpito ha di solito una fortissima capacità di analisi ma è incapace di avere una vita affettiva e di relazione.
[...]

gulag

Corriere della Sera 31.3.04
ANTEPRIMA
Il saggio della Applebaum su origini e storia dei lager sovietici
Nuovi documenti e immagini sull’arcipelago del Terrore Stalin lo ereditò e ingrandì, portandolo al limite estremo


Quanti erano i gironi dell’inferno sovietico? Molti, e descritti da Solgenitsin. Dal primo all’ultimo cerchio, una discesa senza ritorno. Ma forse dovremo rivedere quel giudizio: secondo Anne Applebaum, gironi e cerchi erano molto più numerosi, e l’arcipelago dei gulag molto più esteso. Nel suo monumentale studio sui lager sovietici che oggi esce anche in Italia, la studiosa americana, commentatrice del Washington Post , espone una teoria davvero impressionante: l’intera Unione Sovietica si poteva considerare un solo, sterminato gulag che abbracciava due continenti. Chi stava dietro ai fili spinati e chi era formalmente in libertà condivideva in realtà l’appartenenza all’identico sistema carcerario, con una semplice differenza di gradazione. Il gulag vero e proprio, invece, era una «espressione quintessenziale» del sistema, non una sua «deviazione», né un’espressione degenerata.
L’imponente volume della Applebaum, che si può considerare il più documentato sull’argomento, non ha l’ambizione di modificare l’immagine ormai consolidata sui campi di sterminio comunisti, né di entrare nella discussione riguardo al numero complessivo delle vittime (ottanta o duecento milioni dal 1918 ad oggi nel mondo secondo Il libro nero : ma chi può contare le lapidi dalla Cina all’Etiopia?). Piuttosto, la Applebaum traduce la sua enorme ricerca documentaria in una serie di ritratti: descrive il clima che si respirava nei campi, le manifestazioni pratiche del terrore, le tecniche repressive, gli arresti e gli imprigionamenti, il lavoro quotidiano, le punizioni e le malattie, fino alla liquidazione finale.
Ma anche attardandosi a descrivere un panorama così vario, l’autrice si concede alcuni giudizi complessivi. Anzitutto attribuendo la paternità dei campi di lavoro e sterminio non a Stalin, ma allo stesso Lenin, e in fin dei conti alla rivoluzione bolscevica, dal momento che fu Gorbaciov a chiudere gli ultimi gulag. Stalin resta il peggiore, ma l’idea di concentrare i dissidenti in lager apparteneva già a Lenin: la conseguenza, secondo la Applebaum, fu una specie di mondo a parte. Il gulag, dunque, non fu solo il culmine del bolscevismo ma anche qualcosa di diverso: col tempo generò una specie di mondo a parte, una «civiltà separata» con le sue leggi, usanze, morale e persino gergo e letteratura differenti da quelli «normali». Lo scopo primario non era uccidere, ma far lavorare i prigionieri: i massacri furono, per così dire, un sottoprodotto involontario.
Questo rende i gulag meno terribili dei lager nazisti? «Diversi, ma non meno terribili», risponde l’autrice. Ma alcune delle sue domande rimangono senza risposte. Quando si avrà il coraggio, nei paesi post comunisti, di istituire commissioni d’inchiesta per punire i responsabili dei crimini? E quando arriverà un altro Spielberg, un regista capace di tradurre il genocidio sovietico in film memorabili?

Il libro di Anne Applebaum, «Gulag», editore Mondadori, pagine 607, 25 euro

a Madrid
una poesia di Luis Sepùlveda

ricevuta da Maurizio Micheletti

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid. Erano donne, uomini,
bambini, anziani, la semplice e pura umanità che cominciava un altro
giorno, un giorno di lavoro, di sogni, di speranze, senza sapere che la
volontà assassina di qualche miserabile aveva deciso che fosse l'ultimo.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, questa città amata in
cui tutti arrivano e tutti sono benvenuti. Venite a vedere gli appunti,
i libri, le cose sparse fra i resti del massacro.
Venite a vedere un giorno morto e il dolore di una società che ha gridato mille volte il
suo diritto di vivere in pace.
Scrivo queste righe mentre ascolto i notiziari e posso
solo pensare alla tristezza delle aule, delle tavole, delle
case a cui non ritorneranno più quelle centinaia di cittadini, di fratelli e sorelle le
cui vite sono state stroncate in un miserabile atto di odio, perché l'unico
obiettivo del terrorismo è l'odio contro l'umanità, perché non c'è causa
che possa giustificare l'assassinio collettivo, perché non esiste
idea che valga un genocidio, perché non esiste giustificazione alcuna di fronte alla
barbarie.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, assassini, e
verificate che sebbene è certo che ci avete sprofondato nel dolore, lo è
altrettanto che con questo crimine inqualificabile una volta di più non avete
conseguito nulla. Il valore dei madrileni che immediatamente si sono
riversati a soccorrere i feriti, a donare il sangue, a
facilitare il lavoro delle forze di sicurezza e di salvataggio, è stata l'immediata risposta
morale di una città fraterna, di una cittadinanza responsabile
e solidale.
Mentre scrivo queste righe so che gli assassini stanno nelle loro tane,
nei loro ultimi nauseabondi nascondigli perché non ci sarà luogo
sulla o dentro la terra dove possano nascondersi e sfuggire al castigo di una società
ferita. So che guardano la televisione, ascoltano la radio, leggono i
giornali per misurare i risultati della loro codardia, l'infame bilancio
di un atto che ripugna e che ha trovato solo la condanna
dell'umanità intera.

        Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
venite a vedere il giorno inconcluso, venite a vedere il dolore che lascia allibiti, a
sentire come l'aria di un inverno che si ritira porta il "perché?" per i
parchi amorosi, le fabbriche, i musei, le università e le strade di una
città il cui unico modo di essere è e sarà sempre l'ospitalità.
Assassini;

la vostra zampata d'odio ci ha causato una ferita che non si chiuderà mai,
però siamo più forti di voi, siamo meglio di voi, e l'orrore non
interromperà né piegherà quella normalità civica, cittadina, democratica
che è il nostro bene più prezioso e il migliore dei nostri diritti.

        Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
anche il cinismo di quelli che hanno provato a lucrare sul dolore di tutti, di quelli che
manipolano le lacrime e la disperazione, di quelli che non vedono orfani,
vedove, esseri mutilati ma solo voti.

        Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, di
questa città che ha gridato "pace" con voce unanime, e il suo grido è stato ignorato
da un servo dell'imperialismo nordamericano, da un lacché del signore della
guerra che pretende di governare il mondo, ed è solo riuscito a portare
l'orrore in Europa.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, bagnateci le
vostre mani e scrivere "pace" su tutti i muri della terra.

martedì 30 marzo 2004

Marco Bellocchio di nuovo a Roma

Corriere della Sera 30.3.04
al POLITECNICO FANDANGO
I film della vita: Marco Bellocchio presenta «Hiroshima mon amour»


Per la rassegna «Ci siamo tanti amati», incontri nei quali i registi italiani presentano al pubblico i film della loro vita, il laboratorio Fandango ospita stasera Marco Bellocchio per «Hiroshima mon amour» (1959) di Alain Resnais. Al termine della proiezione il pubblico intervisterà Bellocchio. «Hiroshima mon amour», con Emmanuelle Riva e Eiji Okada, è tratto da un testo di Marguerite Duras. Su un letto, strettamente abbracciati, un uomo e una donna. Lei è francese, venuta a Hiroshima per girare un film sulla pace. Hanno passato la notte insieme...Un film affascinante, che ha segnato la Nouvelle Vague: il presente e il passato, la memoria e la fatalità dell'oblio.

POLITECNICO FANDANGO, via Tiepolo 13/a, alle 20.30, tel. 06.97745006

buddhismo

Repubblica 30.3.04
È L´UNICO CAPO RELIGIOSO CHE CERCA UN CONFRONTO
IL DALAI LAMA E LA PASSIONE PER LA SCIENZA
il desiderio di contatto con le altre popolazioni
un lavoro di aggiornament anche sui testi sacri
di LUIGI MALERBA


Secondo una leggenda registrata negli annali buddhisti il primo contatto del Tibet con la religione indiana avvenne nel 333 della nostra era quando il ventottesimo sovrano delle montagne ricevette dal cielo una cassetta preziosa contenente due sutra e altri testi indiani. Si dice che il sovrano non comprese il senso di quei testi ma li conservò devotamente per i suoi successori.
Non si sa che fine abbia fatto quella cassetta, ma il vero e proprio ingresso del buddhismo in Tibet avvenne nel VII secolo sotto il regno del trentatreesimo sovrano. Vengono fondati i primi monasteri e ordinati i primi monaci. Dopo lunghi secoli di tradizione monastica nel 1576 il sovrano mongolo Altan Khan si converte al buddhismo, invita a corte l´abate di Drepung Sönam Gyatso e gli conferisce la guida spirituale del Tibet con il titolo di Dalai Lama (Maestro Oceano di saggezza). Lo stesso titolo viene attribuito postumo a due maestri tibetani per cui Sönam Gyatso risulta essere il terzo Dalai Lama. Ma la grande figura storica fu il quinto Dalai Lama, che unificò il paese sotto la sua autorità politica e spirituale. Nel 1682 quando morì, il suo reggente non osò dare la notizia della sua morte che riuscì a tenere segreta per ben tredici anni mentre si portava a termine sotto la sua guida il Potala, il monastero-reggia-palazzo grande come una città, a somiglianza della reggia-città-proibita degli imperatori cinesi. Non geometrica come quella ma labirintica e misteriosa come il buddhismo tibetano, già produttore di oltre sessanta volumi di testi fra cui un profondo monumento esoterico come il Libro tibetano dei morti.
L´attuale Dalai Lama Tenzin Gyatso, il quattordicesimo della serie, ha dovuto compiere il gesto più doloroso della storia del Tibet, abbandonare il paese e rifugiarsi in esilio in India nel 1959 dopo l´invasione cinese. Tenzin Gyatso che unisce nella sua persona carismatica il potere politico e quello religioso è una presenza di grande rilievo mondiale, premio Nobel per la pace, riformatore del buddhismo secondo i principi moderni della scienza di cui è un attento osservatore, esperto soprattutto nelle neuroscienze.
Dal suo esilio in India il Dalai Lama ha continuato il suo magistero e ha pubblicato vari libri, in gran parte frutto di riunioni internazionali alle quali partecipa con interventi in prima persona. L´ultimo uscito Le emozioni distruttive, firmato dal Dalai Lama e da Daniel Goleman, (Mondadori pagg. 462, euro 18,00), è un nuovo esempio del lavoro di aggiornamento del buddhismo tibetano messo in opera dall´attuale Dalai Lama da anni, con interventi anche sui testi sacri del buddhismo. Il desiderio di prendere contatto con altre popolazioni e di apprenderne le peculiarità, lo ha portato a viaggiare in ogni parte del mondo e a suscitare nuovi adepti al buddhismo rinnovato.
Già nell´infanzia l´attuale Dalai Lama manifestò grande interesse per la meccanica e in seguito per le scienze. Un giorno, per studiarne i principi del funzionamento, il giovane Tenzin Gyatso smontò pezzo a pezzo il suo orologio da polso e senza nessun aiuto riuscì a rimontarlo e a farlo funzionare. A sedici anni aveva completamente smontato e rimontato, mettendoli in condizione di funzionare, un generatore autonomo di corrente, un proiettore cinematografico e due automobili.
Un testo classico del buddhismo, portato in Tibet dall´India circa dodici secoli fa, articolava una cosmologia secondo la quale il mondo era piatto e la luna splendeva di luce propria come il sole. Il Dalai Lama con la sua autorità e la conoscenza dei principi essenziali della cosmologia è intervenuto secondo il principio, da lui manifestato più di una volta, che se qualche dogma del buddhismo è in contrasto con le conoscenze scientifiche, si dovranno apportare le opportune modifiche. Insomma Giordano Bruno in India non sarebbe stato bruciato sul rogo.
Il Dalai Lama promuove periodicamente riunioni a Dharamsala ai piedi dell´Himalaia con scienziati per confrontare le teorie buddhiste con quelle della scienza. Nel volume Emozioni distruttive lo psicologo Daniel Goleman si domanda come si può liberare la mente dalle emozioni distruttive come rabbia, desiderio e illusione. Alla stessa domanda risponde il Dalai Lama e si scopre che gli stessi risultati di liberazione si possono ottenere parallelamente con i mezzi della psicoterapia e con la meditazione buddhista. Nessun capo delle religioni attuali cerca, come sua Santità (è il titolo che compete al Dalai Lama), il confronto diretto con gli scienziati delle discipline laiche, dalla psicologia alla fisica nucleare. Altri volumi su queste riunioni sono stati pubblicati in Italia. Uno recente su Il sonno, il sogno, la morte, pubblicato da Neri Pozza, mette a confronto le zone d´ombra della neurobiologia con le collaudate tecniche della meditazione buddhista. Questi incontri costituiscono una delle rare occasioni di contatti profondi tra le civiltà d´Oriente e quelle d´Occidente, al di là dei commerci, del traffico della droga, del petrolio o delle guerre preventive.

ancora sulla religione americana

Corriere della Sera 30.3.04
VOTO USA E RELIGIONE
La sfida Bush-Kerry Quanto conta la fede?
di GIANNI RIOTTA


NEW YORK - Conta più la fede o contano più le opere? La questione, da San Paolo in avanti, ha diviso la Cristianità, ma non ci saremmo mai aspettati di trovarla al centro della profana, materialista, televisiva e aggressiva campagna elettorale americana del XXI Secolo. Il candidato democratico, senatore John Kerry, cattolico, accusa l'amministrazione del presidente repubblicano George W. Bush, metodista: «Le Sacre Scritture dicono, "a che ti serve, fratello, la fede senza le opere?" Guardo all'America di oggi e mi chiedo: dov'è la compassione?».
Pronta replica della Casa Bianca: «È triste vedere la Bibbia usata per la propaganda politica». La battaglia presidenziale 2004 non conoscerà quartiere e la fede, la religione, la morale saranno citate ogni giorno dal presidente Bush, un protestante che ripete «Senza Dio sarei finito in un bar, alcolizzato» e il suo sfidante, cattolico romano, che in Vietnam andava al fronte con il rosario al collo. Lo scontro non sarà tra protestanti e cattolici, come nel 1960, quando i repubblicani di Richard M. Nixon insinuavano «il papista Kennedy obbedirà al Vaticano e non al Congresso» e John Kennedy, finora unico presidente battezzato nella fede di Roma, pronunciò lo storico discorso del 12 settembre alla Congregazione dei pastori protestanti di Houston: «Non parlo per la mia Chiesa quando parlo di politica e la Chiesa non parla per me. Da presidente farò le mie scelte secondo quanto la mia coscienza mi prescri ve nell'interesse nazionale, senza preoccuparmi di pressioni religiose». Altri tempi: dominava la tradizionale discriminazione anticattolica negli Usa, che tanti dolori è costata a irlandesi, italiani e latinoamericani. Ora si parla di aborto, di cellule staminali, di nozze omosessuali, di pena di morte e parroci pedofili. Il referendum Bush-Kerry tra Casa Bianca e altare non oppone credenti a non credenti, e neppure protestanti a fedeli del papa Giovanni Paolo II. La frattura è tra il popolo che va in chiesa con regolarità, non importa se di confessione protestante o romana, e i cristiani «self service», che praticano la religione con passione, ma non accettano il verbo delle Chiese su omosessualità, aborto, divorzio, costumi sessuali. Un cattolico tradizionalista che detesta il Concilio Vaticano II e adora la versione dell a Passione di Cristo portata al cinema dal conservatore Mel Gibson voterà per il protestante Bush. Al contrario, un protestante che è favorevole alla nomina di vescovi gay e lesbiche voterà per il cattolico Kerry. La Torre di Babele delle fedi d'America arriva alle urne, con mille colori. Guardate ai numeri raccolti da John Green, statistico dell'Università di Akron: nel 2000 i cattolici si son separati al voto, 47% per Bush, 50% per il democratico Gore. Ma se analizziamo più da vicino i dati vediamo che i cattolici di origine europea hanno scelto Bush in massa, mentre quelli di origine latinoamericana o afroamericana hanno scelto i democratici. Deal Hudson, editore della rivista cattolica Crisis e consigliere della Casa Bianca, condensa bene la situazione: «I cattolici che vanno in chiesa tutte le feste comandate voteranno per il presidente Bush. I cattolici non praticanti per Kerry. Sarà una sfida colossale». Hudson calcola che il 62% dei cristiani praticanti, non importa se protestanti o cattolici, conta di votare Bush, mentre la maggioranza degli elettori non praticanti ha in animo di scegliere Kerry. Le mille Americhe delle fedi si affrontano e Kerry ha già avuto qualche scaramuccia con la gerarchia cattolica, che non vede di buon occhio un candidato credente «contrario all'aborto, ma favorevole alla legge sull'aborto». L'arcivescovo di St. Louis, Raymond Burke, ha pubblicamente ammonito Kerry a «non presentarsi all'altare per la comunione... perché in grave e manifesto peccato». Kerry ha ricevuto la comunione dall'arcivescovo della sua città. Boston e ha avuto il suo primo matrimonio annullato dalla Sacra Rota: la minaccia del vescovo Burke ha preoccupato il suo staff, mentre il candidato non s'è impressionato troppo, presentandosi con un quarto d'ora di ritardo alla messa. Kerry vuole apparire un credente di quelli che in America i tradizionalisti bollano come «cattolici self service», persuasi di accettare solo parte dall'insegnamento ecclesiastico, ignorando i precetti che non approvano, per esempio in materia sessuale. La Chiesa di Papa Wojtyla non apprezza affatto i «cattolici self service», ma al tempo stesso è ostile a vari punti del manifesto di Bush: la pena di morte, l'uso della forza, scarsa attenzione alle politiche sociali, la pena di morte (Kerry è contrario). Alla base però, nelle parrocchie e negli oratori, spesso le regole di Roma sono apertamente ignorate e si vedono donne concelebrare la messa e fedeli divorziati o gay accostarsi ai sacramenti senza condanna del sacerdote. La pressione che la gerarchia cattolica mette oggi su Kerry ricorda le analoghe attenzioni riservate al governatore dello Stato di New York Mario Cuomo e alla candidata alla vicepresidenza nel 1984, Geraldine Ferraro, criticati dal cardinale John O'Connor sull'aborto. Ci sarà dunque una grande battaglia, perché i cattolici, assidui in parrocchia o «self service», sono un pacchetto di voti decisivo negli stati decisivi per la Casa Bianca: New Hampshire, Missouri, Tennessee, Pennsylvania, Ohio e New Mexico. Ogni predica metodista di Bush, ogni rosario di Kerry parleranno certo a Dio, ma anche ai tanti Cesari americani indecisi nel voto di novembre.

"medicina mentis"?

Il Mattino 30.3.04 Lunedì 29 Marzo 2004
Pillole di Aristotele e Platone al posto del Prozac: la filosofia guarisce
(f. ung.)


Socrate, Platone e gli altri maestri del pensiero occidentale, così come Confucio e Buddha per quello orientale, possono aiutarci a migliorare la nostra vita. Soprattutto, se discutiamo dei nostri problemi con qualcuno che di filosofia ne conosce a sufficienza. È questo il concetto alla base del «philosophical counseling», una nuova terapia nata in Germania all'inizio degli anni Ottanta e oggi diffusa soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti d'America, dove una controversa proposta di legge vorrebbe istituire un albo professionale nello Stato di New York.
Secondo Lou Marinoff, uno dei «terapisti filosofi» più in vista e più chiacchierati (autore di due bestseller sul tema pubblicati in Italia dalla Piemme), la maggior parte dei problemi che la gente si trova ad affrontare non sono né psicologici, né psichiatrici. Sono in realtà filosofici. Insomma non serve a molto cercare di capire che cosa ci è capitato da bambini o se avevamo o meno il complesso di Edipo. Ed è altrettanto inutile imbottirsi di pillole dell'ultimo ritrovato farmaceutico per diventare più felici. Quello che ci serve è qualcuno che possa alleviare le nostre sensazioni negative e ci permetta di capire meglio noi stessi.
Insomma, psicologi e psichiatri lasciamoli a chi è veramente ammalato. Agli altri possono bastare i filosofi, che hanno il compito di stimolare chiunque abbia un problema, in modo che lo affronti correttamente e lo veda nell'ottica migliore.
Come spiega Peter Raabe, esperto canadese, un consulto di questo tipo si muove soprattutto sul piano concettuale, lasciando agli psicologi il campo delle emozioni e dei sentimenti. Nello stesso tempo però non è solo un modo per risolvere un problema immediato. Come Socrate stimolava i suoi discepoli con continue domande, così il terapista filosofo cerca di insegnare al suo paziente la via migliore per affrontare la vita in modo logico ed efficace. Se il problema si ripresenta, il paziente è così pronto a risolverlo in maniera del tutto indipendente.
Come tutte le nuove discipline il «philosophical counseling» sta avendo però una vita dura. Chi è a favore, sostiene di essere boicottato da psicologi e psichiatri perché rischia di accaparrarsi una fetta importante di pazienti (e di parcelle). Chi è contrario, sostiene che è impossibile pensare di risolvere problemi esistenziali da un punto di vista puramente logico, senza entrare nel complicato mondo dei desideri irrisolti e delle emozioni nascoste o dei meccanismi chimici di funzionamento del cervello. E anche tra i «terapisti filosofi» c'è chi considera prematuro cercare delle affermazioni professionali. Il campo è ancora ad uno stadio infantile» commenta David O'Donaghue, uno psicologo con tanto di dottorato in filosofia.

lunedì 29 marzo 2004


una segnalazione di Gloria Gabrielli e di Paolo Izzo; Antonella Pozzi segnala inoltre un articolo sulle differenze fra uomo e donna sul Venerdi di Repubblica del 26.3.04 che non sono in grado di recuperare

sul Messaggero di Domenica 28.3.04, in Cronaca a pag. 43, è pubblicata la foto di un dettaglio
della fontana di Piazza Rolli, disegnata da Massimo Fagioli
Chi volesse vedere quella pagina può cliccare QUI

Escobar: il film di Castellitto e il «prendersi cura»

una segnalazione di Paolo Izzo

Il Sole 24ore 28.3.04
«Non ti muovere» d Sergio Castellitto, tratto dall'omonimo libro di Margaret Mazzantini
La borgata del desiderio
di ROBERTO ESCOBAR


Perché Timoteo (Sergio Castellitto) ama Italia (Penélope Cruz, imbruttita e brava)? Ancor prima, perché desidera una donna così goffa e patetica? Qui, nella sua capacità di rispondere davvero a queste domande, si gioca in gran parte il giudizio su Non ti muovere (Italia, Spagna e Gran Bretagna, 2004, 125').
Il senso, del rapporto fra il chirurgo e, la borgatara non può ridursi al loro incontro casuale, all'alcool e al caldo che inducono lui allo stupro. L'intensità erotica del loro amore implica. che Italia non sia per Timoteo solo una. via di fuga dalla normalitá familiare, ma proprio l'oggetto del suo desiderio, un oggetto finalmente scoperto e raggiunto. E dunque è la. sua "autonomia" erotica e, sentimentale rispetto a un'ipotetica crisi fra Timoteo ed Elsa (Claudia Gerini). che devono motivare e illuminare Castellitto, e la cosceneggiatrice Margaret Mazzantini, autrice del romanzo da cui il film è tratto.
La storia di Non ti muovere è densa di fatti e sentimenti, e forse lo è anche troppo. L'incidente della figlia Angela (Elena Perino) è l'occasione che induce Timoteo a ricordare, a valutare le scelte fatte, quelle non fatte e quelle subite. Subita, certo, è stata la scelta del padre d'andarsene di casa e da una vita di miseria. Su di essa, e sull'abbandono in cui l'adolescente Timoteo (Pietro Castellitto) viene precipitato, la sceneggiatura si sofferma nella prima parte del racconto. Ed è così che, alle spalle del chirurgo, nella sua preistorle e squallida.
In questo nucleo antico ma centrale della memoria di Timoteo - supponendo che lo sia, centrale, anche per Castellitto e Mazzantini -, c'è il senso di una costante affettiva del protagonista: il suo voler essere padre (per Angela), e insieme il suo temere di diventarlo (per il figlio che Italia abortisce proprio a causa del suo abbandono). D'altra parte, sulla paternità e sul rischio di perdere la figlia si costruisce la struttura narrativa di Non ti muovere. Il suo momento più critico, e il più decisivo, sarà quello in cui, urlandole appunto «non ti muovere», Timoteo si «prenderà cura» di Angela in camera operatoria, la salverà e le ridarà la vita. Si incontrano qui altri fili narrativi, tra i molti e anzi i troppi del film: quelli del suo rapporto con la a figlia, della sua pretesa di farla uguale a un modello ideale (maschile), così finendo per allontanarla da sé.
In ogni caso, ritrovata la propria paternità, ora Timoteo fa i conti con se stesso e con la propria codardia che lo ha portato a perdere Italia, e con lei un altro figlio. In fondo, è come se egli. stesso avesse finito per imitare quei tali adolescenti che, tanti anni prima, si erano accaniti contro una vita che appariva loro senza valore, non degna di vivere. Così, certo, fa Timoteo al momento dello stupro. E continua a fare poi, nella casa di lei, una costruzione anacronistica e patetica (oltre che metaforica, troppo metaforica), assediata dal cemento di terribili palazzì (eternamente in costruzione, per quanto passino i mesi e gli anni).
Questo è il suo rimorso che lo segue da sedici anni: d'aver avuto «tra le, mani» una vita, e d'averla calpestata e umiliata, fino a ucciderla. E dunque d'essersi adattato a un'altra vita, meno indifesa e più rassicurante, insieme con Elsa. Non c'è da stupirsi, allora, che Timoteo abbia finito per seppellire anche Italia, come il rospo di tanti anni prima, ripetendo l'antico gesto del prendersi cura, nel tentativo senza speranza di risarcirla, e di risarcirsi, della crudeltà e dello squallore.
Tanto altro accade nel film di Castellitto e Mazzantini. Quello che manca però è una vera risposta alla domanda: perché Timoteo ama Italia, perché la desidera? Pare quasi, che il suo amore e il suo desiderio siano "pregiudiziali", escogitati dalla sceneggiatura, e ancor prima dal soggetto, per spiegare il suo rapporto con Italia, invece che esserne spiegati. E tutto in un racconto che tende a sommare fatti a fatti e sentimenti a sentimenti, preferendo l'accumulo all'approfondimento.

depressione bipolare

una segnalazione di P.Cancellieri

Yahoo Notizie Lunedì 29 Marzo 2004, 9:59
Depressione bipolare: un farmaco e un gene
Di Italiasalute.it


La depressione bipolare è una forma depressiva caratterizzata dall'alternarsi di euforia a momenti di profonda prostrazione.
Isolamento, disperazione, alternarsi di fasi maniacali a fasi depressive, idee suicide, che nel 50% dei casi sfociano in un tentativo, purtroppo con un 15-20 casi di ''successo'' su 100. E' un disturbo che arriva a colpire fino al 5% della popolazione generale, secondo le ultime stime.
Chi è colpito da questa particolare forma depressiva attraversa variazioni profonde dell'umore. Nella fase di euforia il depresso bipolare si sente pieno di energia, tanto che spesso gli risulta difficile il controllo degli impulsi, è preda di agitazione, è immerso nel veloce e poco realistico vagare delle sue idee, è sempre in movimento frenetico, dorme poco, ha comportamenti provocatori, ed è aggressivo sessualmente. Nella fase depressiva perde energia è ansioso triste e vuoto; si sente affaticato, perde l'appetito ed arriva perfino a pensare alla morte; perde speranza e interesse per le cose divertenti o che anche gli recano dei vantaggi.
Come si intuisce il disturbo bipolare e' una forma depressiva non solo complessa ma anche invalidante. E' del giugno del 2003 la notizia dell'individuazione in Usa di un gene coinvolto nel disturbo. Secondo gli esperti dell'Universita' di San Diego, in California, la malattia sarebbe scatenata da una mutazione nel gene Grk3, che aiuta il cervello a 'rispondere' ad alcune sostanze chimiche coinvolte nel controllo dell'umore, come ad esempio la dopamina. Il difetto, spiegano i ricercatori californiani che hanno pubblicato le loro osservazioni sulla rivista 'Journal of Molecular Psychiatry', e' stato individuato nell''interruttore' del gene. La malattia, quindi, sarebbe scatenata da un'attivazione o da una disattivazione 'sbagliata' del Grk3. Le terapie attualmente disponibili, spiegano gli esperti, si sono dimostrate efficaci solo nella meta' dei pazienti. Lo studio californiano ha esaminato campioni di Dna di piu' di 400 nuclei familari nei quali si erano registrati casi di questa particolare forma depressiva. ''Secondo quanto abbiamo osservato - spiega John Kelsoe, uno dei ricercatori californiani - il difetto genetico rende super-sensibili alla dopamina. Grazie a questa scoperta sara' possibile sviluppare farmaci 'mirati' contro il Grk3, in grado di corregere il malfunzionamento''.
La depressione bipolare e' al centro di un convegno, che riunisce 300 esperti, provenienti da tutto il mondo in questi giorni presso il Centro ricerche in Psichiatria di GlaxoSmithKline, a Verona. ''Si tratta di un problema medico sottodiagnosticato'', secondo il professor Giovanni Battista Cassano dell'Universita' di Pisa. ''I problemi iniziano con l'effettiva diagnosi, quando si riscontra che la richiesta di trattamenti efficaci, soprattutto per la fase depressiva, rimane ancora largamente insoddisfatta'', commenta il professor Joseph Calabrese di Cleveland. E sul fronte delle cure, una efficace risposta potra' arrivare da lamotrigina, un farmaco ritenuto da esperti uno 'stabilizzatore dell'umore', caratterizzato da una maggiore tollerabilita' rispetto ai trattamenti finora disponibili, e capace di agire sulla componente depressiva, quella di solito piu' invalidante e pericolosa per il paziente.

domenica 28 marzo 2004

un articolo su MARCO BELLOCCHIO
uscito negli USA su FILMCOMMENT

articolo ricevuto da Arianna Rossini


FILMCOMMENT
rivista edita dalla
Film Society of Lincoln Center for the Performing Arts di New York
nel numero attualmente in commercio, del mese di Marzo Aprile 2004


FREE RADICAL
From the stagnation of bourgeois domesticity to the repressive machination of Church and State, the ever restless MARCO BELLOCCHIO continues to expose the psychic malaise of Italy's social order
by Deborah Young(*)


MARCO BELLOCCHIO'S OFFICE lies just outside the center of Rome, between the church of Sant'Agnese and the Iranian embassy. For a director whose work has fiercely attacked the Catholic Church and political repression, there is symbolism there.
Behind his desk I noticed a familiar abstract painting. It's by Daria Calvelli, the sister of his editor and companion, Francesca Calvelli. Daria's work also appears in the director's My Mother's Smile (02), a film that again springs to mind when he warns me that our conversation has a deadline: he has to pick up his eight-year-old daughter from school, just like a sequence from that movie. It was an amusing sign that, for Bellocchio, art and life interpenetrate.
A quick, wiry man at 64, Bellocchio is enjoying a time of renewed creativity. Following the critical and popular successes of his two most recent films, My Mother's Smile and Good Morning, Night (03), his career his in full swing. You could say he is drawing togheter its various threads: the politically militant films of his youth, his psychoanalytic broodings on sex in the Eighties, and his lifelong filmic reflections on himself as an artist. It's as though his work had reached a point of dynamic equilibrium, where he feels free and secure in his creative voice, and anything is possible.
Bellocchio was 26 and just out of film school when he made his seminal first feature, Fist in His Pocket (65), with money borrowed from the family he was about to artistically savage. Shot in his hometown of Piacenza - in his mother's house - this key Sixties film contains virtually all the themes in his later work. But its success would prove to be a ball and chain: until recently, Bellocchio felt it overshadowed all his subsequent films. It knocked the pants off critics and viewers, was loved and loathed with equal passion, and earned huffy put-downs from Buñuel and Antonioni, two of the young director's heroes.
It's still a knockout today. Disparaging, ferocoius, blasphemous, and subversive, Fist in His Pocket remains a frontal assault on family values and Catholic morality. At its center is a monstrous family, formerly well-to-do, now vegetating in a state of infantilism and dependency, only springing to life for dinner-table shouting matches. Both antihero Ale (played by Lou Castel, an intense young Swedish actor Bellocchio met at film school) and his retarded brother are epileptics, his sister Giulia is mentally unstable, the older brother and breadwinner Augusto is selfish and insensitive, the elderly mother is blind and to cap it off, there are hints of incest between Ale and Giulia.. The story concerns Ale's decision to precipitate the family's "collective suicide". He starts by pushing Mama off a cliff.
At first, Ale manic energy steers the family out of its dead end. Things begin to stir in the rambling country house. Funerals (with much black humor) fill the place with people, Augusto plans to get married, and Ale decides to start a chinchilla farm. But how could a film with an Ennio Morricone soundtrack inspired by the funeral dirge "Dies Irae" turn out well? Shot in black-and-white in a clean up-close camera style that reflects how carefully Bellocchio understood the Nouvelle Vague, the film has a bleak immediacy that grabs you by the throat and won't let go until its gleehfully bitter end.
A few years down the road, Fist would be seen as a harbinger of the student protest mindset of 1968, and one of its first manifestos against paralyzing middle-class convention. About the same time, Bellocchio's Marxist-Leninist period began. In his second film, China is Near (67), the family becomes the locus of social struggle between the bourgeoisie and a co-opted working class. When Carlo (Paolo Graziosi), a young Socialist, loses his position on the city council to the richer Vittorio (Glauco Mauri), he decides to climb the social ladder by getting Vittorio's sister pregnant. Meanwhile, Carlo's ex also became pregnant and forces Vittorio to marry her. The film hovers problematically between grotesque caricature (there's a scene in which a priest interrupts an abortion) and a worthy attempt to criticize the extraparliamentary groups of the time from within the Left itself. The following year, Bellocchio joined the Italian Communist Union and gave up fiction to make militant documentarios chronicling May Day parades and squatters in public housing, among other topics. Mental patients are the subject of the most memorable of this social docs, Fit to Be Untied (75), which he directed with editor Silvano Agosti and scriptwriters Sandro Petraglia and Stefano Rulli.
Pasolini famously remarked that Bellocchio and Bertolucci (another middle-class boy from the Po Valley) where the best examples of the opposition of poetry (Bertolucci) and prose (Bellocchio) in the new Italian cinema. It must have been quite a coup for them to be asked to direct episodes of the omnibus Love and Anger (69) alongside Pasolini, Godard, and Carlo Lizzani. In his segment, "Let's Talk" ("Discutiamo, discutiamo"), Bellocchio tipically chose to film university students reciting left- and right-wing slogans.
By the 1971, political militancy was largely behind Bellocchio, although with In the Name of the Father (71) he still shows an inclination to side with the poor and downtrodden. Set in a Catholic boarding-school and filmed in quasi-surreal style, the film reorchestrate Jean Vigo's Zéro de conduite in a radical political key. Because the boys are much older than Vigo's students, Bellocchio is able to offset their struggle for liberation from the stuffy repression of their teachers with a social and political critique of their own motives and goals. His attitude toward the main character, Angelo, played by Yves Beneyton as a kind of icy Hitler youth, is ambiguous. On one hand, he leads the revolt to tear down the school, which is shown as powerful but utterly mediocre, an instrument through which the Catholic Church inculcates its conservative class values; on the other, his destructiveness seems headed in a disturbing despotic direction. As with Fist, the film caused a mayor flurry.
The next three films show Bellocchio searching for a new voice. Both Put the Monster on Page One (72), a journalistic thriller taken over from another filmmaker, and Victory March (76), with its adulterous love triangle set against a hellish army boot camp, moved him in a conventional direction. Psychoanalytic symbolism, which would play a major role in his Eighties films, first rears its heads in his 1978 adaptation of Chekhov's The Seagull
A certain conceptual staidness afflicts Leap into the Void (80), though this classy art-house film boasts a maliciously ironic script and memorable performances from Michel Piccoli (dubbed by Vittorio Caprioli) and Anouk Aimée as a middle-aged brother and sister who live togheter like husband and wife in a sexless but morbidly dependent relationship. The family again. Piccoli seemingly the dominant sibling, is an investigating magistrate prone to hair-raising boutsbouts of infantilism; he bullies a scroungy avant-garde theater director (Michele Placido) into promising to kill his sister, but things don't quite work out as planned. The film's considerable technical skill uderscores Bellocchio's developing mastery of the medium, particularly his pictorial sense. (Before settling on film, he studied painting at the Slade School of Fine Arts in London.) In The Eyes, The Mouth (82) and his adaptation of Pirandello's Henry IV (84), Bellocchio continued to employ mayor European actors (Marcello Mastroianni, Angela Molina) in films whose originality often got lost in turgid psychological meanderings and heavy symbolism. A new direction was clearly needed.

BEGINNING WITH Devil in The Flesh (86), Bellocchio gave a novel spin to a perennial vexing question: If you're not supposed to sleep with your analyst, is it okay to at least make films with him? Having participated in group therapy sessions with the controversial Massimo Fagioli for many years, Bellocchio asked the psychotherapist to step in creatively. It was, he says, an "emergency situation, when I and [Dutch actress Maruschka] Detmers felt unable to achieve what we were after. Massimo was at my side during the shooting and editing. This rather revolutionary intervention put my identity as an artist in question. It opened horizons not only of content, but freedom of form". As indeed it might.
Based on a Raymond Radiguet novel more successfully adapted by Claude Autant-Lara in 1947, Devil in The Flesh revolves around the obsession of a young bourgeois student (Federico Pitzalis) with an eccentric girl (Detmers) whose father has been killed by the Red Brigades and who is, absurdly, engaged to a terrorist as middle-class as she is. Though the scenes of terrorists copulating behind bars during their trial (based in facts) are notable, today the picture is chiefly remembered for a legendary fellatio scene that predates The Brown Bunnies by nearly two decades.
Bellocchio's next three films struggle with psychoanalytic problems involving male-female relations and the use of language. In The Witches' Sabbath (made sans Fagioli in 1988), a young psychiatrist (Daniel Ezralow) is called in to determinate the sanity of a self-styled witch (Béatrice Dalle) accused of trying to kill her lover. Bellocchio says he was concerned with eliminating realistic space-time references. Actually, the nonsequential, dreamlike images - memorably filmed by Giuseppe Lanci - overpower the narrative. One senses that the director is dealing with very personal issues, probably those from his psychoanalisis with Fagioli, but has not worked them to an artistic conclusion. This may explain why the film remains singularly unsatisfying.
This kind of "visionary and figurative extremism", as Bellocchio puts it, translates into forced abstraction in The Conviction (91) and The Dream of the Butterfly (94). The Conviction tells two stories, that of a woman who accuses a man of raping her in a museum at night, and a persecuting attorney unable to satisfy his wife sexually. It takes a lot of intellectualizing to connect the two couples and ferret out a theme (Harlan Kennedy does a convincing job in tht July/August 1994 issue of FILMCOMMENT) and, in the process, you might miss the film's poetry. Typical of Bellocchio's films from this period, it tends to operate more on a cerebral than instinctive level - though it starts out promisingly with a raw sexual act in the locked museum.
Bellocchio acknowledges that Fagioli, who co-wrote The Conviction, had a particular influence over the final sequence, featuring a lusty peasant girl - at best a headscratching addendum. On Butterfly, the situation was even more complex, says Bellocchio: "I directed his script". A young actor, whose mather (Bibi Andersson) is a poet, refuses to speak except by using dialogue from stage plays. True to the title, the international cast seems to flutter throgh a world of insubstantial symbols, while the dialogue strains for profundity.
As problematic as these films are, Bellocchio maintains that "if you're interested in my work, you can't pretend that this collaboration wasn't important. I still pay attention to that experience; it still informs my work". This period of stylistic expolration broke his films out of a conventional art-film mold but cost him much of his audience.
Director and analyst went their separate creative ways in the mid-Nineties, and Bellocchio's next film, his third theater adaptation, The Prince of Homburg (97), was a breath of fresh air. A youthful hero wins an important battle by disobeying orders and is condemned to death by the Grand Elector. Though it seems the polar opposite of his sarcastically antiwar Victory March, it is certainly the more interesting picture. It sets aside political questions - and there are many, given the militarism of Heinrich Von Kleist's 1811 play, a patriotic call to arms against Napoleon - for a psychodrama played out in resonating dream imagery. If you read the prince's sleepwalking as an unconscious state in which one's senses are heightened to the utmost, he is a metaphor for the artist at work - that is, the director. The play, wich is quoted in Dream of the Butterfly, obviously has a very personal meaning for the director.
Bellocchio has twice filmed versions of Pirandello's work. His transposition of the play Henry IV to modern-day Italy remains distant, wordy, and obscure, despite Mastroianni's luminous performance as a mad, playacting aristocrat who thinks he's the German emperor. One can see how the theme of madness attracted the director, but Pirandello's Chinese boxes of paradoxes prove too much even for this visually inventive film.
He had greater success adapting Pirandello's novella The Nanny (99). Dr. Mori (Fabrizio Bentivoglio), a dedicated 19th century psychiatrist, is the proud father of an infant son, but the child refuses the milk of its mother (Valeria Bruni Tedeschi). In an unforgettable scene, he visits a country town where a dozen young, barebreasted peasant women have been assembled for his inspection. He selects a darkly attractive girl (Maya Sansa) he has glimpsed earlier from the train, setting up a situation that will involve more than just wet-nursing. And the audience has no trouble choosing between earth mother Sansa and the doc's neurotic wife, suffering from postpartum depression. The latter's early exit from the film signals an embryonic love affair between Bentivoglio and Sansa, but, dashing expectations, Bellocchio spins the film's eroticism off into a tidy, adult ending. The Nanny ranks as one of his most accessible films, one of the very few in which Bellocchio doesn't fall back on a final ambiguity in order to either force a more complex reading or, in the worst cases, dodge the question raised by the film. Its unusual narrative clarity suggests a director who is trying to draw closer to his audience. It's an experiment that is improved upon in the next two films, each of which offers a different solution.

HANGING ON TO most of The Nanny's clarity but jettisoning its facile psychology, Bellocchio followed up with 2002's magical My Mother's Smile (aka The Religion Hour). Premise: Ernesto (Sergio Castellitto), a well-known painter and confirmed atheist, suddenly discovers there's a movement afoot to canonize his late, hated mother. Around this idea, Bellocchio weaves his obsessions with family oppression and the artist to break free from hypocrisy, convention, and conditioning. "If you dont send fathers and mothers to hell", Ernesto blasphemously declares to his haute bourgeoise aunt, "the world will never change".
And what did the mother do to become a saint? She nagged Ernesto's mad brother Egidio (who looks like an older, angst-twisted version of Lou Castel) to stop "blaspheming" - until he killed her. That is, she was "martyred". Her enigmatically smiling face dominates a wall-size photo in the family house. Every member of Ernesto's family - his estranged wife, his ex-terrorist brother, his scheming aunt - sees personal advantage in his mother canonization. Ernesto alone needs to be sold on their Pascalian wager, by which "paradise is life insurance".
This is, as Bellocchio himself notes, a kind of sequel to Fist in His Pocket and at the same time a real "step towards liberation in regard to the persecuting gost of my first film". His scathing view of the bourgeois world he was born into is all the more deadly now because it's expressed not with youthful rage but with mature artistic control. And its chosen canvas is Western culture in the broadest sense: Renaissance art and architecture, John Taverner's music, Ernesto's paintings, his son's elementary school where class and social values are instilled, and, looming over everything, the Catholic Church.
Just under the film's surface is a latent surrealism that renews Bellocchio's link to Buñuel, though Fellini also springs to mind during Ernesto's foray into an almost nightmarish cocktail party for Rome's high clercy. Taking offense at his skeptical smile, a crackpot monarchist (Toni Bertorelli, the Great Elector in The Prince of Homburg) challenges him to a duel. Their eerie sword fight at down, with the dome of St. Peter's as a backdrop, is a quintessential Bellocchian moment, filled with inexplicable emotion. It leaves the viewer as shaken - and as puzzled - as Ernesto.
Ultimately, the iconoclastic forces of beauty and eros prove more powerful than the living death of society's conventions and institutions. Ernesto's moral victory is encapsulated by his digital toppling of a seemingly irremovable eyesore, Rome's Victor Emmanuel monument (whose ugliness is said to have driven at least one architect mad), as his family, clad in blak, makes its climatic, funereal visit to the Holy Father to urge canonization. He then proceeds to unleash his own life force by finally bedding his son's mysterious "religion teacher" (Chiara Conti). Underlining this life/death choice are the paintings that appear over the end credits (many by Bellocchio), depicting domestic scenes populated by death-mask figures.

FOR ITALIA VIEWERS, Good Morning, Night has special resonance. For those who lived through the terrorism of the Seventies, a harsh period of irrational violence and ideological confusion that culminated in the murder of Christian Democrat leader Aldo Moro in 1978, Bellocchio's latest film is viewed with emotions surprisingly close to the surface, which may help explain the outcry after it was passed over for the Golden Lion jury prize at Venice last year. This "scandal" has had bizarre and paradoxical consequences, even influencing the way Berlusconi's Ministry of Culture continues to restructure the festival's organizing commitee with the professed aim of avoiding similar juries in the future. One can only imagine Bellocchio's feelings.
The film is certainly among his finest. Though not as dense or mysteriously resonant as My Mother's Smile, probably because it lacks an autobiographical edge, its retellig of Moro's kidnapping and imprisonment by the Red Brigates is gripping. It goes far beyond the overt politics of China is Near and Put the Monster on Page One's incorporation of real-life political events into a fictional framework, toning down those films' political fervor in favor of a more distanced view (Moro's fate is a given, after all, at least for Italians viewers). Following the action through the eyes of an invented character, the doubting terrorist Chiara (Maya Sansa), it divides the story into two realities (the historical realities as we know it and Chiara's dream version) to arrive at two completely opposite endings. "The style of the film isn't realistic, and its object isn't historical truth", Bellocchio warns. Most surprisingly, the film inspires genuine sorrow and pathos for a politician for whom few Italians really cared. It's safe to say this work will be a reference point for all future Italian films dealing with the Red Brigates.
Bellocchio's cinema has now come full circle and has matured in the process. The calculating bourgeois terrorist who is supposed to marry Maruschka Detmers in Devil in the Flesh and Ernesto's rudderless ex-terrorist brother in My Mothers Smile have finally turned into all-too-human characters who hardly know why they're killing their prisoner. Good Morning, Night deepens our insight into the political cancer of terrorism by linking in to the everyday life of a perverse "family". Chiara's fantasy of drugging her fellow terrorists at dinner around a kitchen table could have been planned by Ale back in Fist in His Pocket, except that its objective is the compassionate act of allowing Moro to escape.
When Bellocchio burst onto the scene in 1965 with Fist in His Pocket just a year after Bertolucci startled audiences with Before the Revolution, the two young men, both from intellectual, well-to-do families but otherwise very different, were hailed as pioneers of a new Italian cinema that would renew the ranks of the Fellini - Visconti - Antonioni generation. Almost 40 years later, they remain giants on the Italian sceneand yet they're masters without followers. It's hard to trace their direct influence on the work of the film-makers who followed, such as the eclectic cinephile Gianni Amelio, Fellini-lover Giuseppe Tornatore, and Gabriele Salvatores, who takes his inspiration from Sevnties American independent cinema.
Bellocchio's artistic evolution has made it particularly tricky to chart his influence. His torturous detour into psychoanalysis, for instance, helped him bravely explore his most intimate thoughts and obsessions. But Italian directors seem to have little time for this kind of dramatic introspection today (though you might argue that Nanni Moretti and his followers, having learned to externalize their inner lives in a comic vein, are a variation).
Certainly Bellocchio's sophisticated experiments with realism and style have raised the bar for those who follow. But who, in the new generation, is even trying? Perhaps a fringe of passionate individualists like Silvio Soldini and Mario Martone, each intent on taking film drama in a very personal direction. I think his long-term influence is likely to be more on an inspiration level. His struggle to reinvent his style with practically each new film has always been bound up with his wrestling with questions of artistic freedom and integrity. In this sense, he has evolved steadily over the years into a complete artist of poetry and prose, a lyrical sleepwalker whose social conscience has always remained wide awake.

(*) Deborah Young reviews films for VARIETY in Rome


l'intervista rilasciata da Massimo Fagioli a Paolo Izzo

... già disponibile sulla rete e pubblicata anche su questo blog

è adesso disponibile a stampa sull'ultimo numero, il n° 84 appena uscito,
di QUADERNI RADICALI

Lo si può trovare
alla LIBRERIA AMORE E PSICHE
che lo ha avuto per prima rispetto alle altre librerie dove la rivista può essere abitualmente aquistata

maschi e femmine

Repubblica 18.3.04
Stati Uniti pronti a modificare la legge che proibiva le discriminazioni sessuali in aula. In Italia il dibattito è aperto
Classi unisex a scuola? Promosse
La scienza: maschi e femmine troppo diversi, meglio separarli
Le ragazze spesso più diligenti e mature E i ragazzi per reazione diventano svogliati
CLAUDIA DI GIORGIO


ROMA - Classi miste? No grazie: meglio tornare all´istruzione separata, con gli alunni divisi per sesso. Ai primi di marzo, il dipartimento per l´educazione degli Stati Uniti ha annunciato di voler modificare l´applicazione del "Title IX", la norma, varata nel 1972, che proibiva la discriminazione sessuale nei programmi scolastici finanziati con denaro federale. Amministrazioni scolastiche e genitori potranno quindi scegliere se organizzare classi miste (la cosiddetta "coeducation") oppure classi "single sex". Mentre lo tsunami della riforma Moratti si prepara ad abbattersi sulla scuola italiana, questa può apparire una provocazione neoconservatrice. Invece, è una proposta sostenuta da persone di ogni colorazione ideologica (la difende, ad esempio, Hillary Clinton), e che si basa su uno tra i risultati più importanti dei recenti progressi delle neuroscienze: le differenze tra uomini e donne cominciano anzitutto dal cervello.
A dirlo è ormai una montagna di dati scientifici, che sottolineano differenziazioni sessuali sia a livello di strutture anatomiche sia di funzionamento. E poiché questa diversità sembra determinata in gran parte dagli ormoni, che intervengono già in età prenatale a "virilizzare" o "femminilizzare" il cervello, non stupisce che anche la maturazione delle capacità cognitive avvenga in modi e in tempi diversi, e che questo risulti particolarmente evidente negli anni della pubertà.
Sono ormai centinaia le ricerche che dimostrano che gli stili e i ritmi di apprendimento di ragazzi e ragazze sono molto distanti tra loro: non migliori o peggiori, semplicemente diversi. Di conseguenza, un insegnamento che li tratti come se fossero identici, utilizzando la stessa strategia didattica e pretendendo lo stesso tipo di rendimento, va a svantaggio di entrambi.
Attenzione: l´idea non è affatto di impartire un´educazione diversa nei contenuti a seconda del sesso, alle ragazze ago e padella e ai ragazzi martello e chiave inglese. È, anzi, l´esatto contrario, poiché l´obiettivo non è di seguire fantomatiche "propensioni innate" verso una materia piuttosto che un´altra, ma di potenziare al massimo le capacità individuali in ogni campo, rispettandone le peculiarità, perché ragazzi e ragazze possano sviluppare al meglio le loro risorse a trecentosessanta gradi. Numerosi studi, inoltre, indicano che le classi miste, anziché eliminare le discriminazioni sessuali, le rafforzano, perché l´insicurezza tipica dei giovanissimi li spinge a uniformarsi maggiormente ai ruoli sociali tradizionali, sia nel comportamento che nella scelta delle materie. I vantaggi, quindi, non riguardano solo la prestazione scolastica, ma lo sviluppo dell´intera personalità.
Secondo le ricerche, nelle classi "single sex", le ragazze si interessano più facilmente alle materie scientifiche, che scelgono quindi più spesso come carriera professionale nella vita, mostrano una maggiore stima di sé e sono più disponibili al dibattito e al contraddittorio.
Ma se le femmine sembrano favorite dalle classi separate soprattutto sotto il profilo dei comportamenti, dal punto di vista strettamente scolastico i più danneggiati dall´educazione mista appaiono i maschi. Che sviluppano più tardi e più lentamente in settori come le abilità linguistiche, che invece sono privilegiate dalla scuola, apprendono più facilmente se lo stile di insegnamento è dinamico anziché libresco, e risentono dell´onnipresenza femminile nel corpo insegnante, che nega loro modelli dello stesso sesso con cui identificarsi. Nel confronto con le coetanee più diligenti e mature non reggono il ritmo, per cui diventano disattenti e svogliati, e spesso restano indietro. Non è un caso, dicono gli esperti, se nelle scuole superiori gran parte della dispersione scolastica riguarda i ragazzi.

L´INTERVISTA
Parla Leonardo Tondo, docente di psicologia a Cagliari e alla Harvard Medical School
"Non è questione di intelligenza cambia solo il modo di apprendere"
Purtroppo la scuola italiana è estremamente rigida e molti talenti finiscono per essere sprecati
Non c'è bisogno di dividere gli studenti per sempre: potremmo far convivere corsi misti e separati


ROMA - «Non si tratta di separare per dividere, ma di rispondere meglio all´evoluzione cognitiva dei bambini». Leonardo Tondo, docente di psicologia all´università di Cagliari e lecturer alla Harvard Medical School di Boston, in Italia è stato tra i primi a sottolineare i rischi dell´istruzione impartita nelle classi miste.
Insomma, siamo così diversi da dover studiare separatamente?
«È una questione di modi e di tempi, non di intelligenza: sono le abilità che maturano in modo diverso. Le ragazze hanno maggiori capacità verbali, e le sviluppano presto, mentre i loro coetanei maschi sono forzati ad apprendere cose in cui sono pronti, a scapito di altre capacità, come quelle visivo-spaziali, che in loro maturano prima. Questa forbice crea problemi che permangono per tutto il periodo scolastico, poiché è solo intorno ai 18-20 anni che le differenze si compensano».
Sembra che i disagi siano soprattutto nell´adolescenza: secondo lei da quando bisognerebbe iniziare a dividere le classi?
«Dal punto di vista dello sviluppo cognitivo, in realtà, avrebbe senso già dalle elementari. Il problema è che la scuola italiana è estremamente rigida, non dà alcuna possibilità di scegliere in base alle capacità dei singoli ragazzi, non consente lo sviluppo delle risorse intellettuali individuali. Negli Stati Uniti sopperiscono parzialmente al problema consentendo di scegliere le materie, noi le risorse dei nostri ragazzi molto spesso le sprechiamo».
Sembra che ad essere più colpiti siano soprattutto i maschi, specie nelle scuole superiori.
«I ragazzi sono quelli che sembrano soffrire maggiormente della situazione, infatti è soprattutto a loro che vengono diagnosticati disturbo di apprendimento e di attenzione. E spesso a farsi carico del problema devono essere le famiglie, con lezioni private, i cui costi sono all´origine di una concreta discriminazione per censo».
Ma separando maschi e femmine non si rischia di perdere il vantaggio della socializzazione tra i due sessi negli anni più formativi?
«Non è detto che debba trattarsi di una separazione netta e definitiva. Potrebbero esserci corsi misti e corsi separati, la scuola potrebbe associare a un diverso tipo di istruzione momenti di vita in comune. Non si deve cadere nell´eccesso opposto. Il problema da risolvere è l´incapacità di mirare l´insegnamento all´individuo. Maschio o femmina che sia». (c.d.gio.)

il Rigoletto di Marco Bellocchio da stasera a Ravenna

Repubblica, ed. di Bologna 28.3.04
L´OPERA
Il melodramma in scena stasera all'Alighieri di Ravenna
Bellocchio regista lirico debutta con Verdi nella Padania anni '50
di FRANCESCA PARISINI


RAVENNA - Anche Marco Bellocchio, come molti colleghi, ha compiuto il grande passo, passando dalla regia cinematografica a quella dell´opera lirica. Lo ha fatto con un classico dei classici della sua terra, il «Rigoletto» di Verdi che, dopo aver debuttato nei giorni scorsi a Piacenza, arriva oggi pomeriggio al Teatro Alighieri di Ravenna (ore 15.30, replica il 30 marzo ed il 3 aprile).
«L´opera - afferma il regista che nel '65 esordì con «I pugni in tasca» - è perfetta, semplice ed allo stesso tempo breve, e questo può servire ad attrarre un pubblico anche estraneo al mondo della lirica». Per lui, inoltre, rappresenta un ritorno a casa, non solo per il debutto nella sua città natale, Piacenza appunto, ma anche per il fatto che qui è trasposta la storia racconta dal libretto di Piave il quale a sua volta prese spunto dal dramma di Hugo «Le roi s´amuse». Se Mantova diventa la città emiliana, anche i tempi cambiano balzando in avanti sino agli anni '50, quando la pianura padana era divisa da contrasti socio-politici intensi, tra censo e desideri, tra privilegi ed esclusione. Rigoletto (ovvero Alberto Gazle), il Duca di Mantova (Giuseppe Filianoti), Gilda (Gladys Rossi), Maddalena (Rossana Rinaldi) e Sparafucile (Riccardo Zanellato) si presentano sulla scena all´interno di un grande albergo in stile fascista, mentre impazza una festa di carnevale, tra giovani arroganti della borghesia e del mondo agrario, all´interno dell´universo che in buona parte riemerge dai ricordi di bambino del regista, nato da un padre che aveva aderito, sebbene in modo molto riservato, al fascismo, da una madre molto religiosa e cresciuto in una scuola di padri barnabiti. «Forse è stato per questo che da ragazzo, anche se per pochi mesi, sono stato iscritto all´Unione dei marxisti leninisti», scherza Bellocchio.
Più o meno dimenticato il dispiacere di quel Leone d´oro mancato a Venezia per il suo «Buongiorno notte» (che ora sta avendo molto successo in Francia e che presto sbarcherà anche negli Usa [sic!), Bellocchio arriva quindi al teatro d´opera dove - dice - «all´inizio mi è stato molto difficile mettermi nei panni dello spettatore per decidere a che distanza creare la scena, visto che qui mancano i primi piani».
La produzione di questo Rigoletto è stata fortemente voluta dalla Fondazione Arturo Toscani guidata da Gianni Baratta, che a partire dal centenario dalla morte di Verdi, caduto nel 2001, molto ha lavorato per avvicinare un nuovo pubblico al mondo dell´opera. Da qui, per esempio, l´operazione del «Ballo in maschera», con la regia di Pizzi, allestito in febbraio alla Fiera di Piacenza con un palcoscenico di 500 metri in mezzo a quattro tribune e quattro megaschermi.
A dire il vero, al suo esordio piacentino l´opera - che vede anche l´impegno di Gunter Neuhold alla direzione dell´Orchestra della Fondazione Toscanini - ha trovato non solo consensi ma anche qualche critica. Il critico Angelo Foletto, proprio sulle pagine nazionali di Repubblica, ha scritto: «la mano di Bellocchio che sembrava marcata nei minuti iniziali della festa s´è a poco a poco sperduta in gestualità sussidiarie rispetto al nerbo tragico e realistico dell´opera». Altri invece hanno visto in questa versione del capolavoro verdiano «un religioso rispetto per la tradizione culturale, una suggestione di lettura non peregrina». Molto apprezzate le luci di Pasquale Mari che in una scena sono capaci persino di far muovere le barche sulla riva del fiume. Le scene sono invece di Marco Dentici. Info tel.0544.249244.

sante, martiri, diavoli eccetera
esce in italiano un libro di un allievo di Feuerbach

Corriere della Sera 28.3.04
Leggende di sante, martiri e diavoli raccontate dallo svizzero Keller con un filo d’ironia
Che nostalgia, il tempo dei miracoli
di Paola Capriolo


«Su fondo oro»: così il grande scrittore zurighese Gottfried Keller pensava inizialmente di intitolare le sue Sette leg gende, ora apparse da noi nella nuova traduzione di Anna Rosa Azzone Zweifel; e davvero esse possiedono la grazia incantata di certi antichi dipinti o di miniature eseguite con mano lieve e precisa. Keller attinge alla tradizione agiografica per narrare vite di martiri e di sante, storie di tentazioni e di miracoli, di conversioni e patti con il diavolo, il tutto filtrato attraverso un'ironia sottile e garbata, molto simile a quella cui ricorrerà quasi un secolo dopo Thomas Mann rielaborando nell'«Eletto» la leggenda di papa Gregorio. Da buon allievo di Feuerbach, Keller si mostra ovviamente lontanissimo da ogni intento agiografico. Come afferma nella prefazione, ad attrarlo verso quelle leggende è stato piuttosto il «profano piacere di narrare» che esse riflettono quasi loro malgrado e il gusto di riplasmarne le «figure incompiute e fluttuanti» volgendole verso un punto cardinale del tutto diverso da quello cui guardavano nella versione tradizionale: non verso la beatitudine eterna, ma verso le gioie della vita terrena, verso un'umana pienezza che finisce col trionfare di tutte le mortificazioni imposte dall'ascesi.
Partendo da simili premesse, il rischio di scadere nella goliardia era evidentemente molto grande, eppure Keller vi sfugge sempre, per un miracolo che appare ancora più meraviglioso dei tanti descritti in queste pagine con giocoso candore. Un miracolo dello stile, appunto, che mentre ne sorride riesce a mantenere intatto il «fondo oro» sul quale si stagliano le sue figure ed è governato da un'armonia così perfetta da costringere all'ammirazione. Ma soprattutto, a distinguere radicalmente le Leggende di Keller da ogni facile parodia è l'atmosfera malinconica che le pervade, ora impercettibile, dissimulata dal sorriso, ora prorompente con accenti quasi accorati, come quando nella Piccola leggenda della danza le muse intonano in paradiso il loro canto struggente strappando lacrime di nostalgia ai profeti, ai santi, ai patriarchi, a «quanti un tempo avevano camminato o riposato sulla verde terra».

Il libro di Gottfried Keller, «Sette leggende», traduzione di Anna Rosa Azzone Zweifel, editore Marsilio, pagine 248, 13 euro

bimbi

ricevuto da una compagna... anonima

Ricerca sui piccoli fra i 4 e i 10 anni. Conclusioni allarmanti
Niente fiabe e troppa tv: in Italia bimbi insonni
I neuropsichiatri: i nostri bambini dormono 9 ore rispetto alle 11 dei coetanei europei. Le camerette? Spesso «adrenaliniche»


ROMA - Niente più fiabe prima della nanna. Solo cartoni animati, videogiochi o svaghi elettronici. E il sonno scivola via, arriva sempre più tardi. Luci Wiggs, uno dei più eminenti neuropsichiatri infantili, università di Oxford, è andata a vedere cosa fanno i bambini di 4-10 anni prima di coricarsi. Ed è giunta a conclusioni allarmanti: dormono tra le 2 e le 5 ore in meno rispetto alla generazione dei grandi, perché distratti da attività eccitanti, incompatibili con il letto. Due su tre abitano in camere definite «adrenaliniche» dalla nota specialista inglese perché attrezzate con televisione, computer e
(Archivio Corsera)
playstation, ovvero tecnologie che «svegliano i piccoli invece di invitarli alla calma necessaria per affrontare la notte». Un altro vizio dannoso è l’invio serale di messaggini col cellulare. Secondo gli studiosi di Oxford sono abitudini sbagliate che rischiano di influire a lungo termine sulla «salute psicofisica» dei giovani.
TV IN CAMERA - Le stesse cattive abitudini si ritrovano in Italia, come dimostrano i dati preliminari della ricerca che verrà presentata a giugno durante l’incontro della task-force internazionale sul sonno. Il 36% di 1.200 bambini romani tra 4 e 11 anni hanno la televisione in camera e, sui questionari, confessano di guardarla quando hanno già poggiato la testa sul cuscino. Il 50% si piazzano saldamente davanti allo schermo nelle ore che precedono l’appuntamento col letto. In media dormono dai 30 ai 60 minuti in meno rispetto a quanto sarebbe necessario (almeno 10 ore). A curare l’indagine, una coppia di neuropsichiatre che lavorano assieme da sempre. Le chiamano «le due Flavie»: Flavia Giannotti e Flavia Cortesi, università La Sapienza, Centro studi del sonno: «Dormire bene e a lungo è fondamentale - spiegano -. Bisogna prevenire i comportamenti sbagliati perché dalla sregolatezza possono svilupparsi disturbi gravi come insonnia e risvegli notturni. Le conseguenze immediate sono mancanza di attenzione e scarso rendimento a scuola. Rispetto ai coetanei europei, i bambini italiani sono in debito di sonno. Spengono la luce alle dieci anziché alle otto. Negli adolescenti il fenomeno è ancora più grave».
LETTONE - In un articolo appena pubblicato viene messa a fuoco statisticamente un’altra abitudine incongrua: il 5% dei bambini tra 4 e 10 anni trascorre nel lettone la notte intera, rannicchiato tra i genitori. Si addormenta e si sveglia con loro pur avendo a disposizione la propria cameretta. In genere succede ai figli di separati, di mamme a papà che fanno i turni o che, da piccoli, sono stati accolti durante l’infanzia sul rassicurante materasso a due piazze. «Non è un problema se il piccolo non fa storie quando deve dormire da solo o vuole accoccolarsi tra i genitori ogni tanto - distingue la Giannotti -. Il lettone è un segnale negativo quando diventa una pretesa irrinunciabile».
IGIENE - Come curare l’igiene del sonno? Ecco le raccomandazioni dei neuropsichiatri infantili. Ripristinare la sana abitudine della favola, letta prima di addormentarsi: le mamme, in genere, l’abbandonano invece dopo i primi tre anni. Niente televisione, videogiochi e attività elettroniche, che eccitano e non favoriscono l’arrivo di Morfeo. Via le bevande con caffeina, anche se leggere, nelle ore serali. Imporre ritmi regolari. Considerato che per gli scolari la sveglia è tra le 7 e le 7.30, non dovrebbero mai abbassare le palpebre oltre le 21, meglio le 20.

dalle agenzie

Adnkronos Venerdì 26 Marzo 2004, 16:00
Depressione: Forma Bipolare Colpisce 5% Popolazione


Verona, 26 mar (Adnkronos) - Isolamento, disperazione, alternarsi di fasi maniacali a fasi depressive, idee suicide, che nel 50% dei casi sfociano in un tentativo, che purtroppo riesce in 15-20 casi su 100. E' la depressione bipolare, un disturbo che arriva a colpire fino al 5% della popolazione generale, secondo le ultime stime. La depressione bipolare e' al centro di un convegno, che riunisce 300 esperti, provenienti da tutto il mondo, oggi e domani, presso il Centro ricerche in Psichiatria di GlaxoSmithKline, a Verona. ''Si tratta di un problema medico sottodiagnosticato'', secondo il professor Giovanni Battista Cassano dell'Universita' di Pisa. ''I problemi iniziano con l'effettiva diagnosi, quando si riscontra che la richiesta di trattamenti efficaci, soprattutto per la fase depressiva, rimane ancora largamente insoddisfatta'', commenta il professor Joseph Calabrese di Cleveland. E sul fronte delle cure, una efficace risposta potra' arrivare da lamotrigina, un farmaco ritenuto da esperti uno 'stabilizzatore dell'umore', caratterizzato da una maggiore tollerabilita' rispetto ai trattamenti finora disponibili, e capace di agire sulla componente depressiva, quella di solito piu' invalidante e pericolosa per il paziente. (Red-Ife/Adnkronos Salute)

Adnkronos Kataweb.salute 26.3.04
Verona, 13:40
Depressione bipolare: i farmaci contro il suicidio


Oscillare tra una mania di grandezza che fa uscire dalla realtà e uno stato di grave malinconia che spinge a pensieri estremi. Sono 200mila circa gli italiani che soffrono di depressione bipolare, con episodi alternati di euforia e depressione.
Un disturbo che, nella rapida ciclicità delle manifestazioni, provoca il più alto numero dei suicidi. Si calcola che ogni giorno due pazienti muoiano per suicidio, nella maggiora parte dei casi durante i primo 10 anni dalla diagnosi. Il miglior trattamento farmacologico è costituito da due preparati. La lamotrigina, già impiegata come antiepilettico, agisce positivamente sul versante antidepressivo, mentre il litio, cui viene associata, su quello maniacale.
In questo modo si è in grado di costituire uno scudo protettivo verso i pericolosi alti e bassi della malattia. Lo ha detto il professor Giovan Battista Cassano, direttore del dipartimento di psichiatria all’università di Pisa, intervenendo al congresso internazionale sull’argomento in corso a Verona.
Circa le novità sulle cause, Cassano ha indicato genetica e ambiente. (gub)

Italia.donna.it
Ripensare la schizofrenia
di Marco Alessandrini


Ripensare la schizofrenia ripartendo da Chaslin significa innanzitutto spostarsi nel tempo e tornare agli anni in cui la malattia è stata scoperta e diagnosticata per la prima volta. In Germania lo fece Bleuler chiamandola, appunto, schizofrenia e in Francia, nello stesso tempo, Chaslin individuava la stessa nozione chiamandola discordanza. È un ritorno e punto di partenza dalla psicopatologia descrittiva francese che aspira tuttora a bilanciare, nel rapporto con i pazienti, tra riflessione ed emozione, astrazione e concretezza, riferimento ai concetti e attenzione alla singola persona. È un tentativo di ripensare non solo la schizofrenia, ma la psichiatria moderna tutta. Il saggio di Alessandrini, contenente diversi scritti di Chaslin, ripercorre teorie e concetti inerenti la schizofrenia, confusione mentale, rapporti tra sogno e delirio, tra mente e matematica e mente e linguaggio accomunando discorsi di oggi e discorsi di ieri.
Ripensando la schizofrenia, l’autore, in effetti ripensa le emozioni più profonde, quelle che anche ognuno di noi teme e che il confronto con le manifestazioni della

MARCO ALESSANDRINI, psichiatra, psicoanalista, insegna presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università di Chieti ed è responsabile dell’attività territoriale presso il C.S.M. di Chieti. Si dedica da tempo al trattamento psicoterapeutico delle patologie più gravi e ai processi di creatività artistica nei pazienti psichiatrici. Traduttore e curatore di volumi di psichiatria e di psicoanalisi, curatore di una raccolta di scritti del fondatore della Società Psicoanalitica Italiana, direttore della collana «Psicopatologia ieri e oggi», è autore di alcuni testi tra cui i volumi Presente assenza o la visibile invisibilità delle psicosi (2000), Tra teatro e follia (2001), Eco a me stesso. La metamorfosi schizofrenica di Hölderlin in eco (2002).

Ansa.it Martedì 23 Marzo 2004, 12:54
PSICHIATRIA: DEPRESSIONE POST-PARTUM, NE SOFFRE 15% NEOMAMME


(ANSA) - ROMA, 23 MAR - Il 15% delle neomamme italiane si ammala di depressione post-partum, ma solo 2 donne su 10 riconoscono e curano questo disturbo. Proprio per accendere i riflettori su una sintomatologia troppo spesso trascurata, l'associazione 'Guida per Genitori', sostenuta dalla Fondazione Johnson&Johnson, ha realizzato una guida ad hoc, 'Depressione post-partum: come evitarla, come sconfiggerla', che sara' distribuita al personale medico e alle neomamme nei centri di sei regioni italiane. Ben 15 mamme su 100, dunque, vivono l'esperienza della depressione post-partum, un disagio psichico che insorge a distanza di un paio di mesi dal parto. Una percentuale tra il 30 e l'80% delle neomamme, inoltre, vive la fase del 'Baby Blues' (disagio che si presenta immediatamente dopo il parto e passa spontaneamente nell'arco di 7/10 giorni). Nella maggior parte dei casi, pero', avvertono gli esperti, la presenza di una depressione post-partum non e' riconosciuta ne' dalla donna ne' dai familiari. Sotto accusa e', soprattutto, l'insufficiente informazione. La depressione post-partum, ''oltre ad essere per la madre un periodo di estrema sofferenza psichica - afferma la psichiatra e psicologa Rosalba Trabalzini - diventa un elemento di disturbo nel rapporto madre-bambino. Per il bambino, infatti, un distacco affettivo precoce puo' comportare delle conseguenze al suo sano sviluppo emotivo''. La depressione post-partum insomma, sottolinea l'esperta, ''crea oggi una mamma depressa e potrebbe essere, domani, la causa di un adulto depresso''.
Ma quali sono i campanelli d'allarme? Alcuni segnali di insofferenza aiutano a riconoscere e quindi a prevenire il disturbo conclamato: irritabilita', disturbi del sonno, stanchezza e psicosomatizzazioni sono alcuni dei sintomi principali che compaiono, il piu' delle volte, a distanza di un paio di mesi dal parto ed aumentano in intensita' nelle settimane che seguono. Senza trattamento, la durata dell'episodio puo' variare da 4 a 8 mesi. Il problema, rilevano gli psichiatri, e' che difficilmente viene richiesto un aiuto medico, in quanto i primi segnali vengono scambiati di solito per semplice stanchezza. La conseguenza e' che oggi solo il 20-25% delle madri colpite riceve un trattamento appropriato.
Da qui l'iniziativa dell'associazione. In collaborazione anche con la Societa' Italiana di Medicina Perinatale e la Federazione Nazionale delle Ostetriche, il volumetto sulla depressione post-partum verra' offerto alle neomamme nei centri nascita delle regioni Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Campania e Puglia.
''Abbiamo sostenuto questo progetto ha commentato il direttore generale della Fondazione Johnson&Johnson, Gianfranco Belcaro perche' ha come obiettivo la salvaguardia della salute delle neomamme e dei bambini. Inoltre, questa tematica, malgrado il suo elevato impatto - ha concluso - e' stata fino ad ora troppo poco considerata''.(ANSA).

Ansa.it Venerdì 19 Marzo 2004, 18:38
PSICHIATRIA: ITALIA, IMPENNATA USO ANTIDEPRESSIVI PER BAMBINI


(ANSA) - ROMA, 19 MAR - In due casi su tre i farmaci antidepressivi vengono prescritti agli adolescenti dai 14 ai 17 anni e, fra questi, soprattutto alle ragazze.
In Italia la diffusione degli antidepressivi fra i giovanissimi e' decisamente inferiore rispetto a quella che si registra negli Stati Uniti e in Olanda, rilevano i ricercatori, tuttavia sulla base dell'indagine e' possibile stimare che nel nostro Paese circa 28.000 ragazzi abbiano assunto almeno una volta un antidepressivo.
Le ragioni dell'impennata delle prescrizioni di questi farmaci nei giovani? ''Una possibile spiegazione - ha rilevato Clavenna - potrebbe essere nel fatto che fino al 2000 gli antidepressivi erano in fascia C e di conseguenza non erano rimborsabili del Servizio sanitario nazionale. La rimborsabilita' ha probabilmente favorito la prescrizione''. Un'altra spiegazione secondo l'esperto, potrebbe essere nella maggiore efficacia e sicurezza degli antidepressivi di nuova generazione rispetto ai triciclici.
C'e' poi da notare che in almeno la meta' dei casi la terapia non viene prescritta in modo adeguato: i ragazzi assumono infatti il farmaco per un mese mentre, rileva Clavenna, e' necessario un periodo di prova di almeno due mesi per valutare l'efficacia di un antidepressivo. ''Il problema - ha osservato - che si prescrivono i farmaci solo per curare sintomi che non riguardano la depressione, l'uso degli antidepressivi diventa un modo per tamponare un problema che potrebbe essere affrontato in modo diverso che con i farmaci''.
A tutto questo, secondo il medico, c'e' da aggiungere che ''sui nuovi farmaci antidepressivi non e' ancora disponibile un sufficiente numero di dati basati sull'evidenza. Studi in questo senso sarebbero invece necessari e per essi sarebbe opportuno un finanziamento pubblico''.(ANSA).

un fratello

Repubblica, ed. di Firenze 28.3.04
LA TESTIMONIANZA
Dopo l'annuncio che psichiatria a Torregalli verrà rimodernata
"Un reparto scandaloso così dice la mia storia"
"Fino a quel novembre 2000 avevo un bel fratello...poi volò giù dalla finestra"


Dopo l´articolo sulla situazione della psichiatria di Torregalli un lettore ci ha scritto questa testimonianza, chiedendo che il suo nome non venisse pubblicato.
Fino ai primi giorni del novembre 2000 avevo un fratello, un bellissimo fratello: alto, biondo, occhi verdi... Il guaio era la sua malattia, una delle più terribili e spesso oggetto dell´ignoranza (non cattiva) della gente. La malattia psichiatrica è terribile, mette a dura prova chi viene colpito e innesca un processo che distrugge intere famiglie. La mia, dopo quattro terribili anni, sta cominciando a riprendersi.
Chi scrive ha 23 anni e ancora un gran bisogno dei genitori, un´ottimo motivo per non arrendersi. Mio fratello ha avuto problemi riguardanti la personalità fino dalla adolescenza, visitato da miriadi di luminari della materia, il leit-motiv era lo stesso: «E´ un problema di crescita, si risolverà con gli anni». Analisi più errata non ci poteva essere. Infinite le circostanze drammatiche in cui ci siamo trovati. L´iter era sempre lo stesso. Psicofarmaci che annientavano la persona e problema risolto momentaneamente, poi ricoveri nella psichiatria di Torregalli. Alla fine dell´ottobre 2000 la crisi più grave: vedevo mio fratello arreso al suo male. Penultimo atto: solito ricovero a Torregalli e dimissioni affrettate per la cronica mancanza di posti letto nello scandaloso reparto. L´epilogo non era lontano. Ultima crisi, ennesimo tentativo di «autocurarsi» da parte del malato: cocktail di psicofarmaci ed alcol. Il cervello perde la poca lucidità rimasta. Io ero accanto al suo letto, cercavo di tranquillizzarlo per evitare il ricovero. Poi la calma apparente, vado a lavarmi i denti in bagno e all´improvviso sento il rumore della tapparella, di scatto torno in camera sua, finestra aperta e lui che si è lanciato nel vuoto. Un secondo in meno e l´avrei ripreso, continuo a ripetermi. Ma il destino era già scritto.
Voglio rendere pubblica non solo l´importanza, spesso ignorata, delle patologie psichiatriche, ma anche raccontare la situazione di Torregalli, che a quattro anni dall´accaduto è sempre più scandalosa. In quel reparto ho visto uno schifo totale: uomini e donne ricoverati insieme, la cucina per le scale, servizi igienici insufficienti. Ieri ho letto sul vostro giornale che la struttura verrà rimodernata: tutto completamente sbagliato. E´ inutile ristrutturare un reparto al quinto piano di un ospedale, sembra di entrare in prigione. I malati non possono prendere aria nella terrazza protetta da barriere di plexiglas, perché un paziente qualche anno fa si è arrampicato ed è volato di sotto. L´ottusità dei dirigenti sta proprio qui, per combattere questa terribile malattia occorrono strutture efficienti, magari al piano terra per evitare spiacevoli sorprese, giardini, spazi all´aria aperta in cui i pazienti cerchino una via d´uscita dal loro problema seguiti da personale specializzato che li aiuti ad integrarsi nel mondo del lavoro. Io sono ancora qui a chiedermi: «Se mio fratello non fosse stato dimesso in fretta e furia per mancanza di posti letto, lo avrei ancora qui accanto a me?». Risposta del responsabile del sevizio di psichiatria di allora: «Avevamo deciso di dimetterlo perché era quello che stava meglio...». La mia rabbia cresce leggendo le dichiarazioni dei dirigenti Asl: serve una totale revisione del servizio di psichiatria, le chiacchiere non bastano.

Lolita

Corriere della Sera 28.3.04
ESCLUSIVA Anticipiamo parte del racconto pubblicato nel 1916 da un giornalista tedesco. L’amore tra un intellettuale e un’adolescente che ispirò il celebre capolavoro
La prima volta di Lolita, ninfetta senza Nabokov


Verso la fine del secolo passato vivevo per motivi di studio in una città molto antica e piuttosto grande della Germania meridionale. Abitavo in una via stretta con case antichissime, giacché mi piaceva quell'ubicazione. Nelle vicinanze del mio appartamento si trovava una piccola osteria, uno dei posti più singolari che abbia mai visto. Ci andavo spesso nei tardi pomeriggi autunnali, quando, prima dell'imbrunire, facevo una pausa nel mio lavoro. Tutte le sere, alle sette in punto, veniva chiusa a chiave la porta ed erano serrate le imposte delle finestre. Non chiesi mai spiegazioni in proposito, giacché cominciai ben presto a nutrire un forte e inspiegabile interesse per i proprietari di quella singolare osteria. Si chiamavano Aloys e Anton Walzer, e dovevano essere molto anziani. Entrambi erano incredibilmente alti e magri, non avevano più un capello in testa e portavano lunghe barbe grigio-rossicce, folte e arruffate. Non vidi loro indosso mai nient'altro che calzoni giallognoli e giacche nere lunghe e flosce. Erano senz'altro gemelli, poiché si assomigliavano come due gocce d'acqua, e ci volle parecchio tempo prima che riuscissi a distinguere Anton dalla voce un po' più profonda.
Ogni volta che entravo nel locale mi sorridevano affabili e, senza dire né chiedermi nulla, mi portavano un bicchiere di vino spagnolo, dolce e squisito, al tavolo vicino alla stufa. Aloys si sedeva sempre sulla poltroncina accanto a me, mentre Anton per lo più se ne stava in piedi con la schiena appoggiata alla finestra. Entrambi fumavano un tabacco molto aromatico con pipe simili a quelle che spesso si vedono raffigurate nelle incisioni fiamminghe. Parevano sempre in attesa di qualcosa (...).
Sul finire dell'inverno, un pomeriggio comunicai ai due fratelli che non sarei più potuto tornare perché il giorno dopo partivo per la Spagna. La notizia dovette esercitare uno strano effetto su Anton e Aloys, giacché i loro visi duri e pittorescamente brutti impallidirono di colpo e i loro occhi cercarono il pavimento. Uscirono dalla stanza; li udii bisbigliare fuori tra loro. Dopo qualche tempo, Anton rientrò e mi chiese con voce agitata se andassi anche ad Alicante e alla mia risposta affermativa si affrettò a raggiungere di nuovo il fratello all'esterno. Più tardi rientrarono insieme e si comportarono come se non fosse successo nulla.
Impegnato nei preparativi del viaggio, non pensai più ai due vecchi. Ma quella notte feci un sogno oscuro e confuso su una piccola casetta sghemba color salmone situata in una delle vie malfamate del porto di Alicante. Il giorno dopo, andando alla stazione, vidi che il locale di Anton e Aloys aveva ancora le imposte sbarrate, sebbene fosse pieno giorno.
Una volta in viaggio, i miei studi mi fecero dimenticare presto i piccoli eventi occorsimi nella Germania meridionale. In viaggio ci si scorda facilmente di tutto. Mi fermai qualche giorno a Parigi per far visita ad alcuni amici e rovistare un po' il Louvre. Una sera, stanco di contemplare opere d'arte, me ne andai in un cabaret del Quartiere Latino per ascoltare uno di quei singolari bardi, del quale i miei conoscenti mi avevano tessuto le lodi. Trovai un vegliardo cieco che cantava davvero bene con la sua voce seria e malinconica. Era accompagnato magistralmente al violino dalla graziosa figlia.
In seguito, questa suonò anche da sola e di colpo riconobbi la raffinata melodia proveniente dalla casa dei Walzer che mi aveva sorpreso nella notte, settimane prima. Mi informai: era una gavotta di Giovanni Lully, dell'epoca di Luigi XIV.
Alcuni giorni dopo partii per Lisbona e ai primi di febbraio arrivai ad Alicante, dopo una sosta a Madrid. Ho sempre avuto un debole per il Sud, e in particolare per la Spagna. Laggiù si vive - per così dire - all'ennesima potenza: ogni esperienza viene intensificata e il sole rende la vita torrida e irrefrenabile.
La gente è come il vino locale: dolce, forte e ardente. Ma come il vino, quando si riscalda, ribolle, diventando pericolosamente irascibile. E poi ho la sensazione che ogni meridionale porti in sé un po' di sangue del Don Chisciotte. In realtà non avevo niente di speciale da fare ad Alicante, ma io amo quelle ineffabili notti al porto, quando la luna splende sul castello di Santa Barbara creando bruschi contrasti spettrali. Si sa che in ogni tedesco vi è un po' di sentimentalismo lirico.
Nel momento in cui entrai in città a dorso di mulo, il ricordo dei fratelli Walzer e della loro singolare dimora mi assalì con un'intensità sorprendente. Naturalmente può essere solo una mia fantasia o una costruzione mentale successiva, ma ho l'impressione di aver condotto il mio mulo lungo il Palazzo Algorfa, fin giù al porto, guidato da una forza quasi indipendente dalla mia volontà. Lì, in una delle vecchie vie in cui abitano i marinai, trovai l'alloggio che cercavo.
La locanda di Severo Ancosta era un piccolo edificio sghembo con grandi balconi, stretto fra due costruzioni simili. L'affabile e ciarliero padrone mi assegnò una camera con una splendida vista sul mare. Non c'era nulla che mi impedisse di godermi una settimana di indisturbata bellezza.
Finché, il secondo giorno, non vidi Lolita, la figlia di Severo. Era giovanissima, secondo i nostri criteri nordici, e a corredo dei suoi occhi scuri meridionali aveva capelli di una rara tinta rosso dorata. Il suo corpo da fanciulla era snello e flessuoso, e la sua voce piena e profonda. Ma non fu solo la sua bellezza a incantarmi: Lolita irradiava uno strano alone di mistero; un mistero che nelle notti di luna spesso mi assaliva con i suoi interrogativi.
Quando rassettava la mia camera, a volte si fermava nel mezzo del lavoro, stringeva le labbra rosse sino a ridurle a due linee sottili e fissava il sole fuori dalla finestra con occhi angosciati. Allora assumeva la posa ifigeniaca di una grande attrice tragica. In tali istanti provavo sempre l'imperiosa tentazione di abbracciare quella fanciulla per proteggerla da un pericolo ignoto.
Vennero poi giorni in cui i grandi occhi di Lolita mi guardavano timidi, rivolgendomi una muta domanda, e sere in cui la vedevo scoppiare all'improvviso in un pianto convulso.
In quel periodo non pensavo mai alla mia partenza. Il Sud - e Lolita - mi avevano catturato. Torridi giorni dorati e malinconiche notti argentate. E poi giunse la notte di indimenticabile realtà e fiabesco trasognamento in cui Lolita era sul mio balcone, come spesso accadeva, e mi cantava canzoni a bassa voce.
Ma d'un tratto fece scivolare a terra la chitarra e si avvicinò con passo esitante alla ringhiera, dov’ero io. E mentre i suoi occhi cercavano il chiaro di luna scintillante sull'acqua, mi strinse le braccia tremanti intorno al collo come una piccola mendicante, appoggiò la testa sul mio petto e prese a singhiozzare senza ritegno. Aveva le lacrime agli occhi, ma la sua dolce bocca sorrideva.
Il miracolo era accaduto. «Sei così forte» sussurrò.
Giorni e notti vennero e se ne andarono - il mistero della bellezza li avvolgeva di una tranquillità armoniosa, sempre uguale a se stessa. I giorni divennero settimane e io cominciai a rendermi conto che era giunta l'ora di partire. Non che fossi richiamato da un dovere particolare, ma l'amore immenso e pericoloso di Lolita mi incuteva paura. Quando glielo comunicai, mi guardò con un’espressione indescrivibile e annuì in silenzio. Poi mi afferrò lesta la mano e la morse con tutta la forza della sua bocca minuta. Venticinque anni non sono riusciti a cancellare queste cicatrici d'amore.
Prima che potessi dire qualcosa, Lolita si era già dileguata nella casa. La rividi una volta soltanto...
La sera, sulla panchina davanti alla porta della locanda, ebbi una seria conversazione con Severo a proposito di sua figlia. «Vieni, signore - mi disse - voglio farti vedere una cosa e raccontarti tutto!». Mi portò su in una camera che comunicava con la mia per mezzo di una porta. Rimasi impalato per la sorpresa.
Nella bassa stanza rettangolare non vi erano che un tavolino e tre poltroncine. Ma queste ultime erano identiche, o molto simili, a quelle dell'osteria dei fratelli Walzer. E in quell'istante capii: la casa che avevo sognato in Germania la notte prima di partire era la locanda di Severo Ancosta!
Alla parete era appeso un disegno raffigurante Lolita. Era così perfetto che mi avvicinai per esaminarlo. «Tu credi che sia Lolita - sorrise Severo - ma quella è Lola, la nonna della bisnonna di Lolita, che cent'anni or sono fu strangolata nel corso di un litigio tra due suoi amanti!». Ci sedemmo e Severo mi raccontò tutta la storia con la sua consueta affabilità. Mi parlò di Lola, che ai suoi tempi era la più bella donna della città. Così bella che gli uomini che la amavano ne morivano. Poco dopo aver dato alla luce sua figlia, fu uccisa da due dei suoi amanti, che lei aveva tormentato fino alla follia. Da allora, sulla famiglia gravava una sorta di maledizione. Le donne avevano sempre una sola figlia femmina e cadevano in preda alla pazzia poche settimane dopo la sua nascita. Ma erano tutte belle - belle come Lolita! «Mia moglie morì così - sussurrò serio - e anche mia figlia morirà nello stesso modo!». Non riuscii a trovare parole per consolarlo, giacché fui travolto dall'angoscia per la sorte della mia piccola Lolita. Quando la sera mi ritirai in camera mia, trovai sul cuscino del letto un piccolo fiore rosso. Un fiore a me sconosciuto.
È l'addio di Lolita, pensai, e lo presi in mano. Ma afferrandolo, mi accorsi che il fiore in realtà era bianco e reso rosso dal sangue di Lolita. Questo era il suo modo d'amare.
(Traduzione di Alessandro Peroni)