una segnalazione di Antonella Pozzi
La Repubblica delle Donne 10.7.04
Lettere
Prigionieri del sesso
Scrive Jan Morris in Enigma: "Vestito come sono con i jeans e un maglione, non so proprio a quale sesso i poliziotti crederanno che io appartenga, e devo prepararmi a rispondere in base alla loro decisione.
Tendo l'orecchio per sentire se usano "signore" o "signora", e decidere di conseguenzala mia linea di condotta"
di Umberto Galimberti
"Ecco perché i transessuali hanno fretta".
Buongiorno, sono un ragazzo transessuale, per la precisione un Ftm (Female to Male, da femmina a maschio), e scrivo spinto dalla voglia di fare conoscere a tutti la nostra esistenza e la nostra realtà di difficoltà e disagio. Essere Ftm significa essere nati in un corpo sbagliato; si è biologicamente di sesso femminile ma l'identità di genere intrapsichica è sin dalla prima infanzia quella maschile. Per dirla in parole semplici: siamo dei maschi, dei ragazzi, degli uomini imprigionati per uno scherzetto della natura in un corpo di femmina, di ragazza, di donna. È una discordanza tra sesso e psiche e nulla ha a che vedere con difetti/malformazioni/ambiguità fisiche. Il nostro corpo è perfettamente normale e sano, l'unico GIGANTESCO problema è che non corrisponde a ciò che noi "sentiamo/sappiamo di essere dentro".
Nel periodo di tempo (che purtroppo spesso si protrae per alcuni anni) che intercorre dall'inizio della terapia ormonale, e il cambio definitivo di nome e sesso sui documenti, noi ci troviamo in una condizione di "pseudo-clandestinità", di "non-esistenza", in quanto finalmente appariamo anche all'esterno in tutto e per tutto dei maschi, ma i nostri documenti riportano ancora dati anagrafici femminili. Non è difficile capire quanti e quali problemi ciò comporti. Si va dalla difficoltà/impossibilità di trovare lavoro, a cose più banali, di tutti i giorni: cambiare un assegno in banca, espatriare o viaggiare in aereo, pernottare in albergo, pagare con la carta di credito. Tutte queste situazioni di vita ordinaria per noi sono fonte non solo di grande disagio e violazione della privacy, ma spesso anche di contestazioni/rifiuti/accertamenti sulla nostra vera identità. Un tale con la faccia da Mario che si presenta al check-point in aeroporto o allo sportello di una banca esibendo un documento intestato a Valentina, capite bene che come minimo desta sospetto e allarme.
La soluzione a tutto ciò ci sarebbe: velocizzare e snellire il percorso burocratico e legale (che contempla l'ottenimento di ben due sentenze, la prima di autorizzazione agli interventi e la seconda di cambio anagrafico dei documenti) che comporta forti esborsi economici e gravose quanto ingiustificate e dolorose perdite di tempo (si parla di anni!).
Scrivo questo in risposta al giudice che ieri, rinviando a un mio amico l'udienza per il cambio dei documenti alla fine di settembre (ben sei mesi!) in seguito all'opposizione del PM (non presente in aula), che pretende che il medico che ha effettuato gli interventi chirurgici venga a giurare in tribunale, sostenendo che la cartella clinica prodotta dal richiedente potrebbe essere falsificata (ma come? Si mette in dubbio la validità di un documento ufficiale emesso da un ospedale pubblico? Proprio ora che è sempre più possibile ricorrere all'autocertificazione negli ambiti più vari), ha detto con l'aria di rimprovero: "Non capisco tutta questa fretta che avete voi transessuali".
Forse questa mia lettera servirà a illuminarlo.
Mattia
Speriamo. E questa è anche la ragione per cui pubblico la sua lettera. Per schiodare il cervello dei più che quando sentono "transessualità" pensano "perversione" e spingono i transessuali ai margini della città, ai suoi bordi. E questo per effetto di quel bieco materialismo che assume come zoccolo duro dell'identità la determinazione chiara e precisa dell'orientamento sessuale, senza neppure il sospetto che nessuno di noi è "per natura" relegato in un sesso. L'ambivalenza sessuale, l'attività e la passività sono scritte come differenza nel corpo di ogni soggetto e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Ma questa ambivalenza sessuale profonda deve essere ridotta, perché altrimenti sfuggirebbe all'organizzazione genitale e all'ordine sociale. Tutto il lavoro ideologico consiste allora nel disperdere questa realtà irriducibile, per ridurla alla grande distinzione del maschile" e del "femminile", intesi come due sessi pieni, assolutamente distinti e opposti l'uno all'altro.
Risolta la differenza dei sessi nella differenza degli organi sessuali, il corpo, consegnato alla sua anatomia, rimuove la sua originaria ambivalenza erogena, per iscriversi in quello statuto sessuale che, se da un lato gli consente di entrare senza fraintendimenti nell'ordine sociale, è pur sempre una forma di segregazione, una definizione, vantaggiosa per il controllo sociale, ma devastante per la vita individuale, costretta a negare, per esigenze sociali, una parte profonda di sé. E questo vale sia per i transessuali che cambiano genere, sia per le persone che stanno chiuse e difese in un unico genere come in un bunker.
Spero che la sua lettera aiuti molti, se non a comprendere i transessuali, a riconoscere che l'ambivalenza sessuale è un tratto comune di ciascuno di noi. Rifiutarla è un'amputazione della propria psiche, e questa volta davvero devastante più di quanto, agli occhi della gente ben identificata nella sua sessualità, non sia il cambiamento dei segni somatici a cui i transessuali si sottopongono.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 11 luglio 2004
sabato 10 luglio 2004
un convegno a Lisbona
neurobiologia delle emozioni...
Il Messaggero 10.7.04
Scienza/ A Lisbona convegno dei maggiori ricercatori europei sulla neurobiologia delle emozioni
Amore? Fa rima con cervello
Sono sempre più numerose le indagini cognitive sui sentimenti
di FABRIZIO MICHETTI
L’IO e il suo cervello : sotto questo titolo sono trascritti i dialoghi che Karl Popper e John Eccles intrecciarono a metà degli anni Settanta nella quiete di Villa Serbelloni sul lago di Como. Questo rimane certo un tentativo fra i più alti per l’incontro fra la filosofia dell’io e la biologia del cervello; ma da quelle pagine emerge la consapevolezza del filosofo e del neurobiologo che l’enigma del rapporto fra mente e cervello rimaneva ben lontano dall’essere risolto, se mai fosse risolvibile.
Eppure, come accade nelle fasi cruciali dei processi culturali, il tema del rapporto mente-cervello viene ora riproposto con frequenza sempre maggiore, quasi con urgenza. L’impressione è che il desiderio di incontro, se non di riconciliazione, tra gli studiosi di entrambi i versanti sia ormai forte. A metà dello scorso novembre a Roma il Centro Italiano di Psicologia Analitica ha promosso il convegno “Psicologia analitica e teorie della mente. Complessi, affetti, neuroscienze”, e poco prima, a Pisa, a conclusione del convegno della Società Italiana di Neuroscienze, una tavola rotonda sul tema “Psicanalisi e neuroscienze: elementi di conflittualità e di integrazione” aveva fatto trovare insieme neurobiologi e psicoanalisti. Forse ha giocato un ruolo la crescente penetrazione che gli studi sulle funzioni cerebrali hanno nella cultura generale: sono continue le nuove acquisizioni circa il modo in cui, l’una dopo l’altra, le attività quotidiane della nostra vita, le nostre emozioni, vengono tradotte nel linguaggio delle cellule nervose. Non sono sfuggite nemmeno le esperienze mistiche, l’estetica; è di questi giorni la pubblicazione della ricerca che indica le basi neurobiologiche per gli sconvolgimenti mentali che talvolta accompagnano il sentimento d’amore, e certo non è per caso che oggi a Lisbona il Convegno della Federazione della Società Europee di Neuroscienze si apra con una relazione di Antonio Damasio sul tema “Neurobiologia delle emozioni”: giorno dopo giorno, le neuroscienze si candidano al ruolo di ponte naturale fra cultura scientifica e umanistica.
E dal versante degli studiosi della psiche, è ormai attiva a Londra, con sede presso il Centro Anna Freud, la Società Internazionale di Neuropsicoanalisi, che ha dato vita alla sua rivista scientifica ufficiale Neuro-psychoanalysis , il cui programma editoriale dichiara l’intenzione di “costruire ponti tra psicoanalisi, neuroscienze, scienze cognitive e psichiatria biologica”. Proprio a Roma, a settembre, questa società scientifica promuoverà un convegno sul tema “Negazione, difese e narcisismo: prospettive neuropsicoanalitiche sull’emisfero destro”. In fondo, si sottolinea sempre più spesso, lo stesso Sigmund Freud aveva una formazione biologica, e all’inizio della sua carriera si dedicò a studi di fisiologia, anatomia e zoologia. Nel suo scritto Progetto per una psicologia scientifica cercava basi biologiche per le sue teorie psicologiche. Il tentativo fu poi abbandonato, nella espressa consapevolezza che le conoscenze scientifiche sul cervello erano allora troppo limitate.
Oggi il quadro sembra cambiato. Grazie a tecniche sofisticate anche di uso clinico, come la risonanza magnetica funzionale, che proprio lo scorso anno ha consegnato il premio Nobel per la medicina a Paul Lauterbur e Peter Mansfield, è ormai possibile seguire momento per momento il coinvolgimento dei diversi sistemi funzionali del cervello durante varie attività mentali. E gli psicoanalisti appaiono attratti da concetti derivati dalla indagine scientifica sperimentale delle funzioni cerebrali, come la memoria implicita. A questa forma di memoria, di cui non siamo consapevoli, vengono attribuite tra l’altro le esperienze vissute nelle prime fasi della vita. Ne sarebbero responsabili strutture cerebrali già attive nei primissimi anni dello sviluppo, quando non sono ancora mature le strutture che presiedono alla memoria esplicita, consapevole, quella che offre ad ognuno di noi una autobiografia. Questo - si è detto - potrebbe avere rilievo per lo studio dell’inconscio. E si fa anche strada l’idea unificante che qualunque stimolo agisca sul nostro cervello, un farmaco, una situazione ambientale, ma anche le parole di un genitore, di un amico, dello psicoterapeuta, si traduce momento per momento in modificazioni chimiche e talvolta anche microstrutturali nel nostro cervello. Ecco un passaggio comune per l’effetto di psicofarmaci e per il colloquio psicoterapeutico. Insomma, sono ormai tanti i tasselli che sembrano ricomporsi nel puzzl e; ma è ancora difficile prevedere se i fenomeni neurobiologici, catturabili dal metodo scientifico dell’esperimento misurabile, e gli eventi mentali, originati e conclusi nella sfuggente sfera del nostro vissuto, sono davvero destinati a trovare un’unica chiave comune che ne apra le porte.
Scienza/ A Lisbona convegno dei maggiori ricercatori europei sulla neurobiologia delle emozioni
Amore? Fa rima con cervello
Sono sempre più numerose le indagini cognitive sui sentimenti
di FABRIZIO MICHETTI
L’IO e il suo cervello : sotto questo titolo sono trascritti i dialoghi che Karl Popper e John Eccles intrecciarono a metà degli anni Settanta nella quiete di Villa Serbelloni sul lago di Como. Questo rimane certo un tentativo fra i più alti per l’incontro fra la filosofia dell’io e la biologia del cervello; ma da quelle pagine emerge la consapevolezza del filosofo e del neurobiologo che l’enigma del rapporto fra mente e cervello rimaneva ben lontano dall’essere risolto, se mai fosse risolvibile.
Eppure, come accade nelle fasi cruciali dei processi culturali, il tema del rapporto mente-cervello viene ora riproposto con frequenza sempre maggiore, quasi con urgenza. L’impressione è che il desiderio di incontro, se non di riconciliazione, tra gli studiosi di entrambi i versanti sia ormai forte. A metà dello scorso novembre a Roma il Centro Italiano di Psicologia Analitica ha promosso il convegno “Psicologia analitica e teorie della mente. Complessi, affetti, neuroscienze”, e poco prima, a Pisa, a conclusione del convegno della Società Italiana di Neuroscienze, una tavola rotonda sul tema “Psicanalisi e neuroscienze: elementi di conflittualità e di integrazione” aveva fatto trovare insieme neurobiologi e psicoanalisti. Forse ha giocato un ruolo la crescente penetrazione che gli studi sulle funzioni cerebrali hanno nella cultura generale: sono continue le nuove acquisizioni circa il modo in cui, l’una dopo l’altra, le attività quotidiane della nostra vita, le nostre emozioni, vengono tradotte nel linguaggio delle cellule nervose. Non sono sfuggite nemmeno le esperienze mistiche, l’estetica; è di questi giorni la pubblicazione della ricerca che indica le basi neurobiologiche per gli sconvolgimenti mentali che talvolta accompagnano il sentimento d’amore, e certo non è per caso che oggi a Lisbona il Convegno della Federazione della Società Europee di Neuroscienze si apra con una relazione di Antonio Damasio sul tema “Neurobiologia delle emozioni”: giorno dopo giorno, le neuroscienze si candidano al ruolo di ponte naturale fra cultura scientifica e umanistica.
E dal versante degli studiosi della psiche, è ormai attiva a Londra, con sede presso il Centro Anna Freud, la Società Internazionale di Neuropsicoanalisi, che ha dato vita alla sua rivista scientifica ufficiale Neuro-psychoanalysis , il cui programma editoriale dichiara l’intenzione di “costruire ponti tra psicoanalisi, neuroscienze, scienze cognitive e psichiatria biologica”. Proprio a Roma, a settembre, questa società scientifica promuoverà un convegno sul tema “Negazione, difese e narcisismo: prospettive neuropsicoanalitiche sull’emisfero destro”. In fondo, si sottolinea sempre più spesso, lo stesso Sigmund Freud aveva una formazione biologica, e all’inizio della sua carriera si dedicò a studi di fisiologia, anatomia e zoologia. Nel suo scritto Progetto per una psicologia scientifica cercava basi biologiche per le sue teorie psicologiche. Il tentativo fu poi abbandonato, nella espressa consapevolezza che le conoscenze scientifiche sul cervello erano allora troppo limitate.
Oggi il quadro sembra cambiato. Grazie a tecniche sofisticate anche di uso clinico, come la risonanza magnetica funzionale, che proprio lo scorso anno ha consegnato il premio Nobel per la medicina a Paul Lauterbur e Peter Mansfield, è ormai possibile seguire momento per momento il coinvolgimento dei diversi sistemi funzionali del cervello durante varie attività mentali. E gli psicoanalisti appaiono attratti da concetti derivati dalla indagine scientifica sperimentale delle funzioni cerebrali, come la memoria implicita. A questa forma di memoria, di cui non siamo consapevoli, vengono attribuite tra l’altro le esperienze vissute nelle prime fasi della vita. Ne sarebbero responsabili strutture cerebrali già attive nei primissimi anni dello sviluppo, quando non sono ancora mature le strutture che presiedono alla memoria esplicita, consapevole, quella che offre ad ognuno di noi una autobiografia. Questo - si è detto - potrebbe avere rilievo per lo studio dell’inconscio. E si fa anche strada l’idea unificante che qualunque stimolo agisca sul nostro cervello, un farmaco, una situazione ambientale, ma anche le parole di un genitore, di un amico, dello psicoterapeuta, si traduce momento per momento in modificazioni chimiche e talvolta anche microstrutturali nel nostro cervello. Ecco un passaggio comune per l’effetto di psicofarmaci e per il colloquio psicoterapeutico. Insomma, sono ormai tanti i tasselli che sembrano ricomporsi nel puzzl e; ma è ancora difficile prevedere se i fenomeni neurobiologici, catturabili dal metodo scientifico dell’esperimento misurabile, e gli eventi mentali, originati e conclusi nella sfuggente sfera del nostro vissuto, sono davvero destinati a trovare un’unica chiave comune che ne apra le porte.
Antonio Gramsci
La Stampa 10.7.04
1911-1922: TORNANO GLI SCRITTI TORINESI DI ANTONIO GRAMSCI
Avanti popolo c’è da studiare
Socialismo e fabbriche, donne e letteratura
l’unico obiettivo è istruire i lavoratori:
«Abbiamo bisogno della vostra intelligenza»
di Angelo d’Orsi
SOCIALISTA che impartisce lezioni di liberalismo ai liberali, marxista umanista e antidogmatico, leader nemico della retorica e politico concreto, persona attenta agli altri e ispiratrice discreta del loro agire, Gramsci alla fine della guerra - tra i 27 anni e i 28 anni - è un dirigente socialista pienamente riconosciuto a livello locale; ma a lui si incomincia a guardare con attenzione anche al di fuori di Torino. Egli appare diversissimo tanto dai politici di professione quanto dagli intellettuali canonici (accademici o militanti), sia dagli imbonitori di partito sia dagli uomini degli apparati sindacali. Parla in modo calmo, con una piccola voce che esce dal suo corpo malformato, provato dalla malattia; e tuttavia quella voce flebile e quella bassa statura non gli impediscono di imporsi. Anche per la capacità di affrontare temi che all’epoca sono assai poco usuali nella propaganda socialista: per esempio la questione femminile. Ecco la testimonianza di Rita Montagnana: «Ricordo la prima conferenza di Gramsci al circolo del Borgo (San Paolo) a Torino: parlava lentamente, senza enfasi retorica, senza parole grosse. Incominciò a spiegarci perché in Italia come in Spagna - più che in altri paesi d’Europa - anche la donna lavoratrice fosse arretrata e lontana dalla vita politica e sociale. Ci parlò della donna del Meridione che, per le sue condizioni di vita, poteva essere paragonata a quella musulmana. Ragioni di sviluppo economico e l’influenza della religione opponevano tante difficoltà a che le donne italiane venissero alla lotta e all’organizzazione di classe e al movimento rivoluzionario. Ci parlò della donna della piccola e media borghesia considerata generalmente dal marito come un gingillo e ricordo che citò il dramma di Ibsen Casa di bambola tratteggiando in modo semplice e concreto la miseria morale delle donne, anche di quelle borghesi, in regime capitalistico. Gramsci trasse poi dalla sua analisi la conclusione che era necessario creare delle organizzazioni femminili indipendenti nelle quali le donne lavoratrici, vincendo la propria timidezza, si sarebbero abituate a parlare nelle riunioni, si sarebbero interessate di questioni sociali politiche, avrebbero sviluppato il loro spirito di iniziativa e imparato a dirigere».
La dura esperienza umana e politica della Torino che l’accolse con freddezza, e quella successiva della guerra, pur vissuta in città, da civile, ma combattendo molte battaglie politiche e culturali, l’interrotto «garzonato universitario», l’incontro con i compagni socialisti, la conoscenza del mondo operaio e dell’organizzazione capitalistica della fabbrica, l’intensa attività giornalistica, l'inserimento in una rete di rapporti stabili con persone... Tutto ciò ha contribuito a cambiare largamente la psicologia di colui che si sentiva un esiliato e ora è un giovane «capo», riconosciuto e anche amato. «Nino» insomma non somiglia più «al giovane timido, tutto raggomitolato in sé dei primi anni torinesi». Anche la sua salute è migliorata, e la sua personalità si impone per autorevolezza agli amici, ai compagni, ai famigliari, con i quali incomincia a dar prova di una vena di pedagogo che insegna innanzi tutto un principio, quello della responsabilità personale, che sempre più col tempo diverrà una specie di chiodo fisso nella sua mente. Scrive per esempio al fratello Carlo, ancora in zona di guerra, ad armistizio ormai raggiunto: «I miei auguri per la promozione. Ricordati che essa ti impone dei doveri e delle responsabilità. Ogni cosa che imprendiamo a fare nella vita, dobbiamo cercare di adempierla nel modo più perfetto. I tuoi obblighi sono accresciuti, non diminuiti: devi studiare, supplire con la buona volontà e col lavoro all’inesperienza della tua giovinezza e degli studi interrotti. Questi doveri tanto più devi sentirli vivamente in quanto ne va della sicurezza e della vita di altri uomini, affidati alla tua capacità e alla tua competenza». Intanto, rientrati dal fronte i vecchi compagni di università (Tasca, Terracini, Togliatti), tutti socialisti come lui, e qualcuno - Angelo Tasca - prima di lui, riparte l’idea di una rivista; rispetto a prima, la grande novità è rappresentata dalla Rivoluzione sovietica; e dal dibattito internazionale, che non è puramente teorico, sulla possibilità della rivoluzione nell’Occidente capitalistico, ma anche sui modi e le vie per «aggiornare» la dottrina marxiana, senza cadere nel revisionismo riformistico. «L’Ordine Nuovo», «rassegna settimanale di cultura socialista», esce in un’occasione eccellente per farsi conoscere: il primo maggio; l’anno è il 1919. Gramsci figura come «segretario di redazione», ma, come unanimemente riconoscono tutte le testimonianze, sarà molto di più: l’autentico animatore di una piccola impresa che colloca Torino in una dimensione internazionale, in fondo non lontana dalle discussioni che gruppi di giovani marxisti imprendono in varie località e situazioni, di qua e di là dell’Atlantico. L’idea iniziale è quella della necessità per il proletariato di costruirsi una propria cultura, base essenziale per lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria; ma essa non esclude, anzi include, preventivamente, l’acquisizione di strumenti più ampi e generali, ivi comprese le maggiori tradizioni culturali che hanno preceduto l’avvento della classe operaia sulla scena mondiale, a cominciare dall’insieme di manifestazioni (scientifiche, artistiche, letterarie...) che possono essere riassunte nella formula della grande «civiltà borghese». In Gramsci è chiaro che la rivoluzione, più che un atto, costituisce un processo; e che alla base di tale processo ci debba essere lo sforzo di acquisizione di consapevolezza politica, e dunque di preparazione culturale, delle classi lavoratrici. Di qui dunque l’importanza decisiva dello sforzo volto ad aiutare un proletariato a istruirsi («istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza», è una delle scritte che occhieggiano sulla testata del settimanale), e più in generale della battaglia delle idee, del lavoro pedagogico e culturale, che procurerà agli «ordinovisti», come incominciano presto ad essere chiamati, le accuse di «culturalismo». Specialmente Tasca subirà tale accusa, in particolare da parte del gruppo di giovani socialisti napoletani che si ritrovano intorno alla rivista «Il Soviet», e al suo leader Amadeo Bordiga. Lo stesso Gramsci, a distanza di oltre un anno dalla fondazione della rivista, ne traccerà un bilancio critico che, in termini francamente eccessivi, riduce le prime settimane della pubblicazione a un modesto zibaldone culturale, animato da buoni quanto vaghi proponimenti; nulla di più, insomma, secondo la ricostruzione autocritica troppo severa del suo animatore, che «il prodotto di un mediocre intellettualismo».
1911-1922: TORNANO GLI SCRITTI TORINESI DI ANTONIO GRAMSCI
Avanti popolo c’è da studiare
Socialismo e fabbriche, donne e letteratura
l’unico obiettivo è istruire i lavoratori:
«Abbiamo bisogno della vostra intelligenza»
di Angelo d’Orsi
SOCIALISTA che impartisce lezioni di liberalismo ai liberali, marxista umanista e antidogmatico, leader nemico della retorica e politico concreto, persona attenta agli altri e ispiratrice discreta del loro agire, Gramsci alla fine della guerra - tra i 27 anni e i 28 anni - è un dirigente socialista pienamente riconosciuto a livello locale; ma a lui si incomincia a guardare con attenzione anche al di fuori di Torino. Egli appare diversissimo tanto dai politici di professione quanto dagli intellettuali canonici (accademici o militanti), sia dagli imbonitori di partito sia dagli uomini degli apparati sindacali. Parla in modo calmo, con una piccola voce che esce dal suo corpo malformato, provato dalla malattia; e tuttavia quella voce flebile e quella bassa statura non gli impediscono di imporsi. Anche per la capacità di affrontare temi che all’epoca sono assai poco usuali nella propaganda socialista: per esempio la questione femminile. Ecco la testimonianza di Rita Montagnana: «Ricordo la prima conferenza di Gramsci al circolo del Borgo (San Paolo) a Torino: parlava lentamente, senza enfasi retorica, senza parole grosse. Incominciò a spiegarci perché in Italia come in Spagna - più che in altri paesi d’Europa - anche la donna lavoratrice fosse arretrata e lontana dalla vita politica e sociale. Ci parlò della donna del Meridione che, per le sue condizioni di vita, poteva essere paragonata a quella musulmana. Ragioni di sviluppo economico e l’influenza della religione opponevano tante difficoltà a che le donne italiane venissero alla lotta e all’organizzazione di classe e al movimento rivoluzionario. Ci parlò della donna della piccola e media borghesia considerata generalmente dal marito come un gingillo e ricordo che citò il dramma di Ibsen Casa di bambola tratteggiando in modo semplice e concreto la miseria morale delle donne, anche di quelle borghesi, in regime capitalistico. Gramsci trasse poi dalla sua analisi la conclusione che era necessario creare delle organizzazioni femminili indipendenti nelle quali le donne lavoratrici, vincendo la propria timidezza, si sarebbero abituate a parlare nelle riunioni, si sarebbero interessate di questioni sociali politiche, avrebbero sviluppato il loro spirito di iniziativa e imparato a dirigere».
La dura esperienza umana e politica della Torino che l’accolse con freddezza, e quella successiva della guerra, pur vissuta in città, da civile, ma combattendo molte battaglie politiche e culturali, l’interrotto «garzonato universitario», l’incontro con i compagni socialisti, la conoscenza del mondo operaio e dell’organizzazione capitalistica della fabbrica, l’intensa attività giornalistica, l'inserimento in una rete di rapporti stabili con persone... Tutto ciò ha contribuito a cambiare largamente la psicologia di colui che si sentiva un esiliato e ora è un giovane «capo», riconosciuto e anche amato. «Nino» insomma non somiglia più «al giovane timido, tutto raggomitolato in sé dei primi anni torinesi». Anche la sua salute è migliorata, e la sua personalità si impone per autorevolezza agli amici, ai compagni, ai famigliari, con i quali incomincia a dar prova di una vena di pedagogo che insegna innanzi tutto un principio, quello della responsabilità personale, che sempre più col tempo diverrà una specie di chiodo fisso nella sua mente. Scrive per esempio al fratello Carlo, ancora in zona di guerra, ad armistizio ormai raggiunto: «I miei auguri per la promozione. Ricordati che essa ti impone dei doveri e delle responsabilità. Ogni cosa che imprendiamo a fare nella vita, dobbiamo cercare di adempierla nel modo più perfetto. I tuoi obblighi sono accresciuti, non diminuiti: devi studiare, supplire con la buona volontà e col lavoro all’inesperienza della tua giovinezza e degli studi interrotti. Questi doveri tanto più devi sentirli vivamente in quanto ne va della sicurezza e della vita di altri uomini, affidati alla tua capacità e alla tua competenza». Intanto, rientrati dal fronte i vecchi compagni di università (Tasca, Terracini, Togliatti), tutti socialisti come lui, e qualcuno - Angelo Tasca - prima di lui, riparte l’idea di una rivista; rispetto a prima, la grande novità è rappresentata dalla Rivoluzione sovietica; e dal dibattito internazionale, che non è puramente teorico, sulla possibilità della rivoluzione nell’Occidente capitalistico, ma anche sui modi e le vie per «aggiornare» la dottrina marxiana, senza cadere nel revisionismo riformistico. «L’Ordine Nuovo», «rassegna settimanale di cultura socialista», esce in un’occasione eccellente per farsi conoscere: il primo maggio; l’anno è il 1919. Gramsci figura come «segretario di redazione», ma, come unanimemente riconoscono tutte le testimonianze, sarà molto di più: l’autentico animatore di una piccola impresa che colloca Torino in una dimensione internazionale, in fondo non lontana dalle discussioni che gruppi di giovani marxisti imprendono in varie località e situazioni, di qua e di là dell’Atlantico. L’idea iniziale è quella della necessità per il proletariato di costruirsi una propria cultura, base essenziale per lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria; ma essa non esclude, anzi include, preventivamente, l’acquisizione di strumenti più ampi e generali, ivi comprese le maggiori tradizioni culturali che hanno preceduto l’avvento della classe operaia sulla scena mondiale, a cominciare dall’insieme di manifestazioni (scientifiche, artistiche, letterarie...) che possono essere riassunte nella formula della grande «civiltà borghese». In Gramsci è chiaro che la rivoluzione, più che un atto, costituisce un processo; e che alla base di tale processo ci debba essere lo sforzo di acquisizione di consapevolezza politica, e dunque di preparazione culturale, delle classi lavoratrici. Di qui dunque l’importanza decisiva dello sforzo volto ad aiutare un proletariato a istruirsi («istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza», è una delle scritte che occhieggiano sulla testata del settimanale), e più in generale della battaglia delle idee, del lavoro pedagogico e culturale, che procurerà agli «ordinovisti», come incominciano presto ad essere chiamati, le accuse di «culturalismo». Specialmente Tasca subirà tale accusa, in particolare da parte del gruppo di giovani socialisti napoletani che si ritrovano intorno alla rivista «Il Soviet», e al suo leader Amadeo Bordiga. Lo stesso Gramsci, a distanza di oltre un anno dalla fondazione della rivista, ne traccerà un bilancio critico che, in termini francamente eccessivi, riduce le prime settimane della pubblicazione a un modesto zibaldone culturale, animato da buoni quanto vaghi proponimenti; nulla di più, insomma, secondo la ricostruzione autocritica troppo severa del suo animatore, che «il prodotto di un mediocre intellettualismo».
autismo e matematica
Repubblica 10.7.04
CHRISTOPH E LA MAGIA DEI NUMERI
intervista a Mark Haddon
Un bestseller internazionale che parla di autismo e di matematica
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
ROMA. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon (Einaudi) è uno dei successi editoriali dell´anno. Il romanzo, tradotto in decine di lingue, è narrato in prima persona da un ragazzo autistico che guarda il mondo sotto la specie della matematica, al punto da numerare i capitoli del suo libro secondo la successione dei numeri primi.
Che sembri esserci un legame tra autismo e matematica, è ben noto: ad esempio, in L´uomo che scambiò sua moglie per un cappello Oliver Sacks descrive due gemelli autistici che giocavano a scambiarsi grandi numeri primi. E i sintomi della sindrome di Asperger, di cui soffre il protagonista del romanzo di Haddon, sono tipici della caricatura dei matematici: più interessati alle cose che alle persone, poco comunicativi, ossessivi, asociali, maniacali, osservatori, classificatori e iperrazionalisti.
In realtà, più che ai matematici veri e propri questi sintomi sembrano applicarsi agli ingegneri, agli informatici e ai ragionieri: a quelle categorie di persone, cioè, che riducono la realtà a numeri e regole. E infatti, alcune indagini statistiche hanno rivelato un´anormale presenza di ingegneri (il 25%, due volte e mezzo superiore alla norma) nelle famiglie con storie di autismo. E lo stesso Bill Gates rivela sintomi da sindrome di Asperger, dall´eccezionale memoria infantile all´ipnotico dondolamento sulla sedia.
Abbiamo discusso di questi argomenti con Mark Haddon in occasione della consegna del premio Serono al suo libro.
L´aspetto più immediato del suo libro è che esso si presenta come un racconto in prima persona fatto da un ragazzo autistico. Che esperienza ha nel campo?
«Ho lavorato a lungo con ragazzi portatori di vari handicap, e ripensandoci mi accorgo che qualcuno di loro era probabilmente autistico, anche se all´epoca nessuno li definiva cosí. Da allora l´argomento dell´handicap mi ha sempre interessato molto, soprattutto il fatto che gli invalidi non conducono vite molto diverse dagli altri: hanno gli stessi problemi di soldi, di famiglia, della lavatrice che si rompe, dei vicini troppo rumorosi ...»
Ma a scuola vengono spesso segregati.
«Non in quella dove ho lavorato io, che era in realtà un parco giochi rivolto a bambini di tutti i generi. C´erano portatori di handicap, ma erano mescolati con gli altri, e spesso neppure noi insegnanti conoscevamo le loro problematiche. Questa è stata una lezione fondamentale, per me: se vuoi conoscere una persona devi parlarci, non basta guardare l´etichetta che porta».
Perché ha pensato a un romanzo proprio sull´autismo?
«In realtà, il mio unico scopo era di buttare giù una paginetta che fosse cosí emozionante da convincere il lettore a proseguire nella lettura. La prima immagine che mi è venuta in mente, quella da cui è partita la narrazione, è il cane stecchito in un giardino, trafitto da un forcone. Non me ne vogliano i cinofili, ma trovo quell´immagine molto divertente. E ho pensato che sarebbe stata molto più divertente se fossi riuscito a esprimerla con un tono di voce molto neutro, senza tracce di emozione. Non avevo ancora finito di scrivere il primo capitolo, che già mi domandavo: "Ma la voce narrante, di chi è?"».
In altre parole, la scelta dell´autismo è stata accidentale?
«Sí, e ne sono felice. Perché se avessi voluto scrivere un libro sull´autismo in particolare, o sulla disabilità in generale, sarebbe stato pessimo e nessuno l´avrebbe letto».
E il protagonista è basato su qualcuno in particolare, o è invece una sua invenzione?
«In effetti non ho mai incontrato nessuno che assomigliasse a Christopher. E nessuno dei bambini dai quali ho tratto ispirazione è disabile. Ho descritto il personaggio mettendo insieme abitudini, comportamenti e schemi mentali di una serie di persone che ho veramente conosciuto: famigliari o amici, che singolarmente non sono certamente autistici, anche se messi insieme lo diventano. Per questo Christopher appare strano o bizzarro, anche se poi molta gente ci ritrova alcuni tratti di suo padre o di suo fratello».
Leggendo il libro si percepisce una duplice angoscia: quella del ragazzo che soffre, e quella dei suoi genitori che soffrono per lui e a causa sua. Che effetto ha avuto su di lei questa angoscia, nel periodo in cui l´ha immaginata e descritta?
«Ogni scrittore finisce sempre per identificarsi con il suo personaggio, qualunque esso sia, ma alla fine della giornata ce lo si toglie di dosso, come se fosse un vecchio maglione. La stessa cosa succedeva con Christopher, anche se tutto sommato era piuttosto rassicurante mettersi nei suoi panni, entrare nel suo mondo e pensare i suoi pensieri. Un lettore mi ha detto che non gli sarebbe piaciuto vivere come Christopher per tutta la vita, ma per una settimana non sarebbe stato male non doversi preoccuparsi delle reazioni del prossimo, e prendersi una vacanza dal mondo e dagli altri».
Perché, però, rappresentare l´esperienza di un ragazzo autistico attraverso la prospettiva della matematica?
«La verità, molto semplice, è che io adoro la matematica e i suoi enigmi. E siccome non è facile per uno scrittore far sfoggio della sua matematica, appena c´è stata la possibilità non me la sono lasciata scappare! Anche se da sola la matematica non sarebbe stata sufficiente, e ho dovuto costruire una trama che ancorasse il lettore alle pagine del libro».
Ci sono però vari studi che collegano autismo e matematica, nelle due direzioni: la matematica come possibile salvezza dalla malattia, ma anche come suo possibile detonatore.
«Qualcuno ha descritto il mio libro come un romanzo che ha per protagonista un ragazzo con la mente matematica, che per caso è anche autistico. Un mio amico matematico, invece, mi ha detto che il protagonista è semplicemente un giovane matematico con qualche leggero problema comportamentale. Secondo lui, la conclusione del libro dovrebbe essere che Christopher, dopo la laurea, intraprende una carriera universitaria, dove vivrà circondato da colleghi non troppo diversi da lui ...»
Però a me sembra che il libro presenti una visione un po´ parodistica della matematica: le regole meccaniche che, entro certi limiti, permettono a Christopher di sopravvivere, descrivono più il modo di procedere dei computer che quello dei matematici.
«La cosa imbarazzante è che molte delle opinioni di Christopher sono anche le mie! Anch´io sono affascinato dalla scienza, e la considero lo strumento per vedere il mondo e capire il senso delle cose. Quando avevo sette o otto anni, mi chiedevo spesso se l´universo fosse finito o infinito, e ancor oggi questo genere di cose mi trasmette quel senso di mistero che altri riescono a trovare soltanto nella religione».
In ogni caso, Christopher pensa soltanto in maniera formale. I veri ragionamenti, invece, e soprattutto quelli matematici, sono ben più complessi delle loro caricature formali.
«Si tratta dei pensieri di un ragazzo di quindici anni, che ha necessariamente una visione riduttiva del mondo. Ma anche noi adulti organizziamo la nostra vita sulla base di un´infinità di piccole regole, di cui spesso non siamo consci perché fanno parte della nostra quotidianità, come una sorta di tappezzeria della nostra vita. Alcuni trovano divertente il libro proprio perché Christopher è conscio delle regole della sua vita e di quella degli altri, e a volte riesce a osservarle con distacco, fino ad ammettere che alcune sono ben strane».
Quali sono, precisamente, le caratteristiche della sindrome di Asperger di cui soffre il ragazzo?
«E´ una forma di autismo ad alta funzionalità, che permette un buon livello di vita perché presenta un alto livello intellettivo, pur unito a una grande incapacità relazione. Ma non vorrei entrare nei dettagli, in parte perché non è il mio campo, e in parte perché sembra essere molto difficile categorizzare con precisione questo genere di malattia».
Ho fatto questa domanda perché, leggendo il libro, mi è sembrato che il ragazzo soffrisse piuttosto, o anche, di ebefrenia: dell´incapacità, cioè, di capire il linguaggio in maniera metaforica, prendendo tutto in maniera letterale. Un problema di comunicazione molto specifico, che si limita all´uso del linguaggio ed esclude completamente il metalinguaggio.
«Questo è veramente uno dei paradossi fondamentali del libro. Christopher dovrebbe essere un pessimo narratore, proprio perché capisce soltanto il significato letterale di ciò che gli viene detto, non comprende le emozioni, e gli sfugge sempre il quadro completo di ciò che gli sta attorno. Ma come scrittore ho notato una cosa interessante: che di fronte a un narratore di questo genere, al lettore rimane molto spazio per l´interpretazione. E infatti, alcuni hanno riso dalla prima pagina all´ultima, e altri hanno pianto: ciò che conta è come leggiamo, o non leggiamo, ciò che sta scritto».
CHRISTOPH E LA MAGIA DEI NUMERI
intervista a Mark Haddon
Un bestseller internazionale che parla di autismo e di matematica
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
ROMA. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon (Einaudi) è uno dei successi editoriali dell´anno. Il romanzo, tradotto in decine di lingue, è narrato in prima persona da un ragazzo autistico che guarda il mondo sotto la specie della matematica, al punto da numerare i capitoli del suo libro secondo la successione dei numeri primi.
Che sembri esserci un legame tra autismo e matematica, è ben noto: ad esempio, in L´uomo che scambiò sua moglie per un cappello Oliver Sacks descrive due gemelli autistici che giocavano a scambiarsi grandi numeri primi. E i sintomi della sindrome di Asperger, di cui soffre il protagonista del romanzo di Haddon, sono tipici della caricatura dei matematici: più interessati alle cose che alle persone, poco comunicativi, ossessivi, asociali, maniacali, osservatori, classificatori e iperrazionalisti.
In realtà, più che ai matematici veri e propri questi sintomi sembrano applicarsi agli ingegneri, agli informatici e ai ragionieri: a quelle categorie di persone, cioè, che riducono la realtà a numeri e regole. E infatti, alcune indagini statistiche hanno rivelato un´anormale presenza di ingegneri (il 25%, due volte e mezzo superiore alla norma) nelle famiglie con storie di autismo. E lo stesso Bill Gates rivela sintomi da sindrome di Asperger, dall´eccezionale memoria infantile all´ipnotico dondolamento sulla sedia.
Abbiamo discusso di questi argomenti con Mark Haddon in occasione della consegna del premio Serono al suo libro.
L´aspetto più immediato del suo libro è che esso si presenta come un racconto in prima persona fatto da un ragazzo autistico. Che esperienza ha nel campo?
«Ho lavorato a lungo con ragazzi portatori di vari handicap, e ripensandoci mi accorgo che qualcuno di loro era probabilmente autistico, anche se all´epoca nessuno li definiva cosí. Da allora l´argomento dell´handicap mi ha sempre interessato molto, soprattutto il fatto che gli invalidi non conducono vite molto diverse dagli altri: hanno gli stessi problemi di soldi, di famiglia, della lavatrice che si rompe, dei vicini troppo rumorosi ...»
Ma a scuola vengono spesso segregati.
«Non in quella dove ho lavorato io, che era in realtà un parco giochi rivolto a bambini di tutti i generi. C´erano portatori di handicap, ma erano mescolati con gli altri, e spesso neppure noi insegnanti conoscevamo le loro problematiche. Questa è stata una lezione fondamentale, per me: se vuoi conoscere una persona devi parlarci, non basta guardare l´etichetta che porta».
Perché ha pensato a un romanzo proprio sull´autismo?
«In realtà, il mio unico scopo era di buttare giù una paginetta che fosse cosí emozionante da convincere il lettore a proseguire nella lettura. La prima immagine che mi è venuta in mente, quella da cui è partita la narrazione, è il cane stecchito in un giardino, trafitto da un forcone. Non me ne vogliano i cinofili, ma trovo quell´immagine molto divertente. E ho pensato che sarebbe stata molto più divertente se fossi riuscito a esprimerla con un tono di voce molto neutro, senza tracce di emozione. Non avevo ancora finito di scrivere il primo capitolo, che già mi domandavo: "Ma la voce narrante, di chi è?"».
In altre parole, la scelta dell´autismo è stata accidentale?
«Sí, e ne sono felice. Perché se avessi voluto scrivere un libro sull´autismo in particolare, o sulla disabilità in generale, sarebbe stato pessimo e nessuno l´avrebbe letto».
E il protagonista è basato su qualcuno in particolare, o è invece una sua invenzione?
«In effetti non ho mai incontrato nessuno che assomigliasse a Christopher. E nessuno dei bambini dai quali ho tratto ispirazione è disabile. Ho descritto il personaggio mettendo insieme abitudini, comportamenti e schemi mentali di una serie di persone che ho veramente conosciuto: famigliari o amici, che singolarmente non sono certamente autistici, anche se messi insieme lo diventano. Per questo Christopher appare strano o bizzarro, anche se poi molta gente ci ritrova alcuni tratti di suo padre o di suo fratello».
Leggendo il libro si percepisce una duplice angoscia: quella del ragazzo che soffre, e quella dei suoi genitori che soffrono per lui e a causa sua. Che effetto ha avuto su di lei questa angoscia, nel periodo in cui l´ha immaginata e descritta?
«Ogni scrittore finisce sempre per identificarsi con il suo personaggio, qualunque esso sia, ma alla fine della giornata ce lo si toglie di dosso, come se fosse un vecchio maglione. La stessa cosa succedeva con Christopher, anche se tutto sommato era piuttosto rassicurante mettersi nei suoi panni, entrare nel suo mondo e pensare i suoi pensieri. Un lettore mi ha detto che non gli sarebbe piaciuto vivere come Christopher per tutta la vita, ma per una settimana non sarebbe stato male non doversi preoccuparsi delle reazioni del prossimo, e prendersi una vacanza dal mondo e dagli altri».
Perché, però, rappresentare l´esperienza di un ragazzo autistico attraverso la prospettiva della matematica?
«La verità, molto semplice, è che io adoro la matematica e i suoi enigmi. E siccome non è facile per uno scrittore far sfoggio della sua matematica, appena c´è stata la possibilità non me la sono lasciata scappare! Anche se da sola la matematica non sarebbe stata sufficiente, e ho dovuto costruire una trama che ancorasse il lettore alle pagine del libro».
Ci sono però vari studi che collegano autismo e matematica, nelle due direzioni: la matematica come possibile salvezza dalla malattia, ma anche come suo possibile detonatore.
«Qualcuno ha descritto il mio libro come un romanzo che ha per protagonista un ragazzo con la mente matematica, che per caso è anche autistico. Un mio amico matematico, invece, mi ha detto che il protagonista è semplicemente un giovane matematico con qualche leggero problema comportamentale. Secondo lui, la conclusione del libro dovrebbe essere che Christopher, dopo la laurea, intraprende una carriera universitaria, dove vivrà circondato da colleghi non troppo diversi da lui ...»
Però a me sembra che il libro presenti una visione un po´ parodistica della matematica: le regole meccaniche che, entro certi limiti, permettono a Christopher di sopravvivere, descrivono più il modo di procedere dei computer che quello dei matematici.
«La cosa imbarazzante è che molte delle opinioni di Christopher sono anche le mie! Anch´io sono affascinato dalla scienza, e la considero lo strumento per vedere il mondo e capire il senso delle cose. Quando avevo sette o otto anni, mi chiedevo spesso se l´universo fosse finito o infinito, e ancor oggi questo genere di cose mi trasmette quel senso di mistero che altri riescono a trovare soltanto nella religione».
In ogni caso, Christopher pensa soltanto in maniera formale. I veri ragionamenti, invece, e soprattutto quelli matematici, sono ben più complessi delle loro caricature formali.
«Si tratta dei pensieri di un ragazzo di quindici anni, che ha necessariamente una visione riduttiva del mondo. Ma anche noi adulti organizziamo la nostra vita sulla base di un´infinità di piccole regole, di cui spesso non siamo consci perché fanno parte della nostra quotidianità, come una sorta di tappezzeria della nostra vita. Alcuni trovano divertente il libro proprio perché Christopher è conscio delle regole della sua vita e di quella degli altri, e a volte riesce a osservarle con distacco, fino ad ammettere che alcune sono ben strane».
Quali sono, precisamente, le caratteristiche della sindrome di Asperger di cui soffre il ragazzo?
«E´ una forma di autismo ad alta funzionalità, che permette un buon livello di vita perché presenta un alto livello intellettivo, pur unito a una grande incapacità relazione. Ma non vorrei entrare nei dettagli, in parte perché non è il mio campo, e in parte perché sembra essere molto difficile categorizzare con precisione questo genere di malattia».
Ho fatto questa domanda perché, leggendo il libro, mi è sembrato che il ragazzo soffrisse piuttosto, o anche, di ebefrenia: dell´incapacità, cioè, di capire il linguaggio in maniera metaforica, prendendo tutto in maniera letterale. Un problema di comunicazione molto specifico, che si limita all´uso del linguaggio ed esclude completamente il metalinguaggio.
«Questo è veramente uno dei paradossi fondamentali del libro. Christopher dovrebbe essere un pessimo narratore, proprio perché capisce soltanto il significato letterale di ciò che gli viene detto, non comprende le emozioni, e gli sfugge sempre il quadro completo di ciò che gli sta attorno. Ma come scrittore ho notato una cosa interessante: che di fronte a un narratore di questo genere, al lettore rimane molto spazio per l´interpretazione. E infatti, alcuni hanno riso dalla prima pagina all´ultima, e altri hanno pianto: ciò che conta è come leggiamo, o non leggiamo, ciò che sta scritto».
neuroscienze a congresso sull'autismo
Galileo Magazine 10.7.04
AUTISMO
Stregati da un ormone
di Johann Rossi Mason
Il cervello rimane l'organo umano più misterioso. Complice anche la barriera emato-encefalica, il "muro" che lo separa dal resto dell'organismo che solo alcune sostanze riescono a valicare e all'interno del quale non è più possibile misurare la concentrazione delle sostanze che vi circolano. Così come l'organo, anche le malattie a esso correlate sono di difficile definizione. Di molte di esse si conoscono le manifestazioni e i sintomi, ma non le cause scatenanti. Di alcune di queste si è parlato durante il 4° Congresso Internazionale "Genetics and Regeneration in Neuroscience" che si è svolto a Terni dal 27 al 30 giugno scorso, organizzato dalla Fondazione Agarini.
Prima fra tutte l'autismo, una patologia quantitativamente importante quanto l'Alzheimer che necessita di una assistenza sanitaria 'long-life' con costi sociali da capogiro. Dal 1980 al 2000 gli studi su questa malattia sono quadruplicati e hanno permesso di formulare un quadro più preciso, anche se incompleto. Si ipotizzano cause ambientali: vaccini, tossine, fattori autoimmuni, neurologici. Dal punto di vista anatomico è stata osservata una eccessiva proliferazione dei neuroni con un aumento della materia bianca e grigia, sovradimensionamento del cranio probabilmente a causa del mancato 'pruning' a due anni (il fenomeno di eliminazione dei neuroni in sovrannumero).
Alla fisiologia del cervello guarda anche Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health, branca dei National Institute of Health statunitensi, che nelle persone affette da autismo ha ipotizzato un malfunzionamento dei due peptidi prodotti nell'ipotalamo e attualmente indagati come i maggiori responsabili della costruzione dei legami sociali: ossitocina e vasopressina.
Che relazione c'è tra i due peptidi e la capacità di stare in mezzo ad altri esseri umani? "Studi sui mammiferi" ha spiegato Insel a Terni "hanno dimostrato che l'ossitocina ha un ruolo primario sia nell'attaccamento che nel riconoscimento sociale. In maniera più ampia sembra che l'OT sovrintenda a tutti i legami di attaccamento, da quello madre-figlio a quello con il partner (infatti è secreta abbondantemente durante il rapporto sessuale) sino a quello con il gruppo di appartenenza. Si è notata inoltre una distribuzione diversa dei vari recettori nel cervello a seconda delle specie e il pattern di espressione del recettore ha un corrispondente preciso nel comportamento: quindi si trovano maggiori recettori nelle specie che per esempio accudiscono i figli dopo la nascita e in quelli che vivono in branco rispetto ai 'solitari'. La secrezione di ossitocina e vasopressina è associata a sensazioni di ricompensa, un circolo virtuoso di gratificazione reciproca". Tanto per fare un esempio al momento del parto sia la madre che il figlio sono 'ubriachi' di ossitocina e questo favorisce il cosiddetto 'bonding', il legame di attaccamento primario, che si manifesta nei primi attimi di vita.
Altresì è stato osservato che l'ossitocina viene secreta durante un massaggio e nel neonato, durante le coccole e i toccamenti della madre. E proprio a proposito di coccole una recente ricerca su Nature Neuroscience sembrerebbe aver dimostrato che le coccole durante la primissima infanzia sarebbero in grado di proteggere il bebè dallo stress per il resto della vita. I ricercatori della McGill University di Montreal, in Canada, suggeriscono la capacità delle carezze di plasmare i geni, in particolare quello che codifica il recettore dei glucocorticoidi. Forse un costante afflusso di ormoni antistress nel cervello giovane, innescherebbe un meccanismo protettivo e gratificante che agirebbe come difesa dagli stress futuri, tramite 'buone sinapsi'. I ricercatori invece sostengono che l'ambiente e i comportamenti possano intervenire sui geni in modo che l'influenzamento sia a due vie, mentre sino ad oggi era stato sostenuto che i geni influenzassero il comportamento e non potesse avvenire il contrario.
Anche alcune ricercatrici del Cnr hanno tentato di svelare il meccanismo psicobiologico alla base del bonding misurando le sostanze coinvolte. E hanno verificato che nel momento in cui tra madre e figlio scatta il primo sguardo e quindi si gettano le basi di un legame esclusivo, nel cervello si verifica una vera esplosione di oppiacei endogeni, di cui fanno parte anche le endorfine e che hanno come corrispondente in natura oppio, morfina ed eroina. Questo spiegherebbe in parte la forma di 'dipendenza' che il neonato ha dalla propria madre e come sia per lui esasperante affrontare il distacco da essa. Mentre si riteneva che la dipendenza del neonato dalla madre fosse solo una necessità per garantirsi la sopravvivenza (cibo e protezione), sembra che la deprivazione dalla madre provochi una vera e propria crisi di astinenza.
E' stato creato in laboratorio un modello animale che non reagisce agli oppiacei e che, di fronte alla separazione dalla madre, mostrano indifferenza, al contrario di ciò che accade nei topolini normali che piangono disperatamente e a lungo se la madre non accorre ai loro richiami. Questo non fa che riportarci all'autismo. La scoperta infatti è una indicazione sperimentale che nei bambini autistici l'indifferenza sociale sia legata proprio a un cattivo funzionamento degli oppiacei naturali.
Magazine, 16 luglio 2004 © Galileo
AUTISMO
Stregati da un ormone
di Johann Rossi Mason
Il cervello rimane l'organo umano più misterioso. Complice anche la barriera emato-encefalica, il "muro" che lo separa dal resto dell'organismo che solo alcune sostanze riescono a valicare e all'interno del quale non è più possibile misurare la concentrazione delle sostanze che vi circolano. Così come l'organo, anche le malattie a esso correlate sono di difficile definizione. Di molte di esse si conoscono le manifestazioni e i sintomi, ma non le cause scatenanti. Di alcune di queste si è parlato durante il 4° Congresso Internazionale "Genetics and Regeneration in Neuroscience" che si è svolto a Terni dal 27 al 30 giugno scorso, organizzato dalla Fondazione Agarini.
Prima fra tutte l'autismo, una patologia quantitativamente importante quanto l'Alzheimer che necessita di una assistenza sanitaria 'long-life' con costi sociali da capogiro. Dal 1980 al 2000 gli studi su questa malattia sono quadruplicati e hanno permesso di formulare un quadro più preciso, anche se incompleto. Si ipotizzano cause ambientali: vaccini, tossine, fattori autoimmuni, neurologici. Dal punto di vista anatomico è stata osservata una eccessiva proliferazione dei neuroni con un aumento della materia bianca e grigia, sovradimensionamento del cranio probabilmente a causa del mancato 'pruning' a due anni (il fenomeno di eliminazione dei neuroni in sovrannumero).
Alla fisiologia del cervello guarda anche Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health, branca dei National Institute of Health statunitensi, che nelle persone affette da autismo ha ipotizzato un malfunzionamento dei due peptidi prodotti nell'ipotalamo e attualmente indagati come i maggiori responsabili della costruzione dei legami sociali: ossitocina e vasopressina.
Che relazione c'è tra i due peptidi e la capacità di stare in mezzo ad altri esseri umani? "Studi sui mammiferi" ha spiegato Insel a Terni "hanno dimostrato che l'ossitocina ha un ruolo primario sia nell'attaccamento che nel riconoscimento sociale. In maniera più ampia sembra che l'OT sovrintenda a tutti i legami di attaccamento, da quello madre-figlio a quello con il partner (infatti è secreta abbondantemente durante il rapporto sessuale) sino a quello con il gruppo di appartenenza. Si è notata inoltre una distribuzione diversa dei vari recettori nel cervello a seconda delle specie e il pattern di espressione del recettore ha un corrispondente preciso nel comportamento: quindi si trovano maggiori recettori nelle specie che per esempio accudiscono i figli dopo la nascita e in quelli che vivono in branco rispetto ai 'solitari'. La secrezione di ossitocina e vasopressina è associata a sensazioni di ricompensa, un circolo virtuoso di gratificazione reciproca". Tanto per fare un esempio al momento del parto sia la madre che il figlio sono 'ubriachi' di ossitocina e questo favorisce il cosiddetto 'bonding', il legame di attaccamento primario, che si manifesta nei primi attimi di vita.
Altresì è stato osservato che l'ossitocina viene secreta durante un massaggio e nel neonato, durante le coccole e i toccamenti della madre. E proprio a proposito di coccole una recente ricerca su Nature Neuroscience sembrerebbe aver dimostrato che le coccole durante la primissima infanzia sarebbero in grado di proteggere il bebè dallo stress per il resto della vita. I ricercatori della McGill University di Montreal, in Canada, suggeriscono la capacità delle carezze di plasmare i geni, in particolare quello che codifica il recettore dei glucocorticoidi. Forse un costante afflusso di ormoni antistress nel cervello giovane, innescherebbe un meccanismo protettivo e gratificante che agirebbe come difesa dagli stress futuri, tramite 'buone sinapsi'. I ricercatori invece sostengono che l'ambiente e i comportamenti possano intervenire sui geni in modo che l'influenzamento sia a due vie, mentre sino ad oggi era stato sostenuto che i geni influenzassero il comportamento e non potesse avvenire il contrario.
Anche alcune ricercatrici del Cnr hanno tentato di svelare il meccanismo psicobiologico alla base del bonding misurando le sostanze coinvolte. E hanno verificato che nel momento in cui tra madre e figlio scatta il primo sguardo e quindi si gettano le basi di un legame esclusivo, nel cervello si verifica una vera esplosione di oppiacei endogeni, di cui fanno parte anche le endorfine e che hanno come corrispondente in natura oppio, morfina ed eroina. Questo spiegherebbe in parte la forma di 'dipendenza' che il neonato ha dalla propria madre e come sia per lui esasperante affrontare il distacco da essa. Mentre si riteneva che la dipendenza del neonato dalla madre fosse solo una necessità per garantirsi la sopravvivenza (cibo e protezione), sembra che la deprivazione dalla madre provochi una vera e propria crisi di astinenza.
E' stato creato in laboratorio un modello animale che non reagisce agli oppiacei e che, di fronte alla separazione dalla madre, mostrano indifferenza, al contrario di ciò che accade nei topolini normali che piangono disperatamente e a lungo se la madre non accorre ai loro richiami. Questo non fa che riportarci all'autismo. La scoperta infatti è una indicazione sperimentale che nei bambini autistici l'indifferenza sociale sia legata proprio a un cattivo funzionamento degli oppiacei naturali.
Magazine, 16 luglio 2004 © Galileo
un inedito di Joyce
Repubblica 10.7.04
Scritta nel 1909 alla moglie, è stata venduta a Londra per 350.000 euro
la lettera più erotica di James Joyce
Ma gli eredi dello scrittore si oppongono alla divulgazione
di ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA. L´hanno descritta come «l´anello mancante nella più scandalosa corrispondenza erotica della letteratura moderna» e «l´equivalente del sesso telefonico all´inizio del ventesimo secolo». Ora si può aggiungere una terza definizione: la lettera più pagata di tutti i tempi. Questa settimana, a Londra, il martello di Sotheby´s ha aggiudicato a un anonimo acquirente una missiva scritta da James Joyce alla moglie Nora per la cifra record di 240 mila sterline, circa 365 mila euro. La celebre casa d´aste aveva attributo al «lotto numero 201» di una vendita di manoscritti del grande scrittore un prezzo di partenza assai più basso, 50-60 mila sterline; ma l´interesse tra le quattrocento persone presenti in sala e il pubblico che inviava offerte per telefono ha superato ogni aspettativa. Considerato che si tratta di appena tre paginette vergate a mano, chi se ne è impossessato ha pagato per ogni parola molto più di colui che mezz´ora più tardi ha acquistato una copia della prima edizione de L´Ulisse, regalata da Joyce al fratello Stanislaus, con dedica dell´autore.
La corrispondenza «erotica» risale al periodo in cui Joyce e la moglie furono separati: lui a Dublino, lei a Trieste, dove era rimasta insieme ai due figli della coppia. Nora gli scriveva, sostengono i biografi, per «tenerlo lontano dalle prostitute»; lui riversava sulla moglie la passione sessuale che avrebbe poi trasferito sulle pagine di Ulisse nel personaggio, ispirato a Nora, di Molly Bloom. Ma dalla fitta corrispondenza mancava un tassello: la lettera datata primo dicembre 1909, una risposta di Joyce a precedenti «seduzioni» di Nora. Era rimasta infilata dentro un libro nella biblioteca di Stanislaus Joyce, è stata ritrovata recentemente e così è finita all´asta, probabilmente per volere dei discendenti di Stanislaus, la cui vedova, Nelly Joyce, aveva venduto gran parte della corrispondenza alla Cornell University nel 1957.
L´operazione ha tuttavia suscitato le proteste degli eredi legali di Joyce, il nipote Stephen e la moglie Solange, che hanno minacciato di fare causa e costretto Sotheby a rivelare soltanto qualche frase della lettera. Il misterioso acquirente, non si sa se un collezionista privato o un museo, dovrà osservare analoghe restrizioni e non potrà mostrarne il contenuto in pubblico. «Siamo dispiaciuti, e lo sarebbe anche Joyce», afferma Solange. «Queste sono lettere private, e tali dovrebbero restare. Quello che Joyce voleva rendere di dominio pubblico erano i suoi romanzi e racconti. Tutto il resto non deve venire divulgato. E secondo la legge siamo noi ad avere il copyright su qualunque cosa abbia scritto, fosse anche una lista della spesa»
stessa pagina
COME SI RIVOLGE ALLA CONSORTE CHE L'AVEVA INIZIATO AI GIOCHI SESSUALI
Cara Nora, sei la mia puttana
E. F.
LONDRA - «Signora Joyce, via Vincenzo Scuussa 8, Trieste (Austria)», si legge sulla busta. Il timbro è «Dublino», la data «2 december 1909». Joyce comincia chiamando Nora «la mia puttana dagli occhi strani» e finisce, tre pagine e quattrocento parole più avanti, firmandosi «che il cielo perdoni la mia pazzia, Jim». E´ un´ode alla più sfrenata passione erotica, in cui lo scrittore riconosce «l´ingovernabile lussuria» che sente per la moglie. In uno dei passaggi rivelati da Sotheby´s, Joyce afferma l´intenzione di soddisfare il proprio desiderio sessuale e quello di Nora «in una varietà di accoppiamenti, di posizioni e di circostanze», ciascuno dei quali riflette «gusti, predilezioni e ossessioni». In seguito lo scrittore si sofferma sulle parti del corpo di Nora e sul suo abbigliamento, esprime la convizione che, «essendo diventati partner nell´amore spirituale», ora debbano condividere fino in fondo anche una «complicità onanistica». Il senso e lo scopo della corrispondenza: eccitarsi a vicenda, portarsi vicendevolmente a un orgasmo, nonostante la distanza.
Come nella vita, anche nelle lettere è Nora che prende l´iniziativa, rivela Brenda Maddox, autrice di una biografia della moglie dello scrittore. «Fu lei a infilargli la mano nei calzoni il 16 giugno 1904», nel loro primo incontro, in cui come Joyce annotò più tardi «mi hai reso un uomo». Fu lei a sussurrargli «le prime oscenità, pochi mesi dopo, quando fuggirono insieme a Trieste», e ancora lei a introdurre un elemento erotico nelle loro lettere. Joyce, secondo gli eredi legali dei diritti d´autore, chiese a Nora di distruggere le lettere, ma lei non lo fece.
Scritta nel 1909 alla moglie, è stata venduta a Londra per 350.000 euro
la lettera più erotica di James Joyce
Ma gli eredi dello scrittore si oppongono alla divulgazione
di ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA. L´hanno descritta come «l´anello mancante nella più scandalosa corrispondenza erotica della letteratura moderna» e «l´equivalente del sesso telefonico all´inizio del ventesimo secolo». Ora si può aggiungere una terza definizione: la lettera più pagata di tutti i tempi. Questa settimana, a Londra, il martello di Sotheby´s ha aggiudicato a un anonimo acquirente una missiva scritta da James Joyce alla moglie Nora per la cifra record di 240 mila sterline, circa 365 mila euro. La celebre casa d´aste aveva attributo al «lotto numero 201» di una vendita di manoscritti del grande scrittore un prezzo di partenza assai più basso, 50-60 mila sterline; ma l´interesse tra le quattrocento persone presenti in sala e il pubblico che inviava offerte per telefono ha superato ogni aspettativa. Considerato che si tratta di appena tre paginette vergate a mano, chi se ne è impossessato ha pagato per ogni parola molto più di colui che mezz´ora più tardi ha acquistato una copia della prima edizione de L´Ulisse, regalata da Joyce al fratello Stanislaus, con dedica dell´autore.
La corrispondenza «erotica» risale al periodo in cui Joyce e la moglie furono separati: lui a Dublino, lei a Trieste, dove era rimasta insieme ai due figli della coppia. Nora gli scriveva, sostengono i biografi, per «tenerlo lontano dalle prostitute»; lui riversava sulla moglie la passione sessuale che avrebbe poi trasferito sulle pagine di Ulisse nel personaggio, ispirato a Nora, di Molly Bloom. Ma dalla fitta corrispondenza mancava un tassello: la lettera datata primo dicembre 1909, una risposta di Joyce a precedenti «seduzioni» di Nora. Era rimasta infilata dentro un libro nella biblioteca di Stanislaus Joyce, è stata ritrovata recentemente e così è finita all´asta, probabilmente per volere dei discendenti di Stanislaus, la cui vedova, Nelly Joyce, aveva venduto gran parte della corrispondenza alla Cornell University nel 1957.
L´operazione ha tuttavia suscitato le proteste degli eredi legali di Joyce, il nipote Stephen e la moglie Solange, che hanno minacciato di fare causa e costretto Sotheby a rivelare soltanto qualche frase della lettera. Il misterioso acquirente, non si sa se un collezionista privato o un museo, dovrà osservare analoghe restrizioni e non potrà mostrarne il contenuto in pubblico. «Siamo dispiaciuti, e lo sarebbe anche Joyce», afferma Solange. «Queste sono lettere private, e tali dovrebbero restare. Quello che Joyce voleva rendere di dominio pubblico erano i suoi romanzi e racconti. Tutto il resto non deve venire divulgato. E secondo la legge siamo noi ad avere il copyright su qualunque cosa abbia scritto, fosse anche una lista della spesa»
stessa pagina
COME SI RIVOLGE ALLA CONSORTE CHE L'AVEVA INIZIATO AI GIOCHI SESSUALI
Cara Nora, sei la mia puttana
E. F.
LONDRA - «Signora Joyce, via Vincenzo Scuussa 8, Trieste (Austria)», si legge sulla busta. Il timbro è «Dublino», la data «2 december 1909». Joyce comincia chiamando Nora «la mia puttana dagli occhi strani» e finisce, tre pagine e quattrocento parole più avanti, firmandosi «che il cielo perdoni la mia pazzia, Jim». E´ un´ode alla più sfrenata passione erotica, in cui lo scrittore riconosce «l´ingovernabile lussuria» che sente per la moglie. In uno dei passaggi rivelati da Sotheby´s, Joyce afferma l´intenzione di soddisfare il proprio desiderio sessuale e quello di Nora «in una varietà di accoppiamenti, di posizioni e di circostanze», ciascuno dei quali riflette «gusti, predilezioni e ossessioni». In seguito lo scrittore si sofferma sulle parti del corpo di Nora e sul suo abbigliamento, esprime la convizione che, «essendo diventati partner nell´amore spirituale», ora debbano condividere fino in fondo anche una «complicità onanistica». Il senso e lo scopo della corrispondenza: eccitarsi a vicenda, portarsi vicendevolmente a un orgasmo, nonostante la distanza.
Come nella vita, anche nelle lettere è Nora che prende l´iniziativa, rivela Brenda Maddox, autrice di una biografia della moglie dello scrittore. «Fu lei a infilargli la mano nei calzoni il 16 giugno 1904», nel loro primo incontro, in cui come Joyce annotò più tardi «mi hai reso un uomo». Fu lei a sussurrargli «le prime oscenità, pochi mesi dopo, quando fuggirono insieme a Trieste», e ancora lei a introdurre un elemento erotico nelle loro lettere. Joyce, secondo gli eredi legali dei diritti d´autore, chiese a Nora di distruggere le lettere, ma lei non lo fece.
giunto al suo quarto anno
il solito «festival della filosofia»
a Modena in settembre
Repubblica 10.7.04
A MODENA IN SETTEMBRE
tre giorni dedicati al pensiero Con Cacciari e Greenaway
MODENA - Per il quarto anno consecutivo, i comuni di Modena, Carpi e Sassuolo si preparano ad ospitare per tre giorni, dal 17 al 19 settembre prossimi, il "Festival della Filosofia", la manifestazione promossa dalla fondazione Collegio San Carlo che l´anno scorso ha visto la partecipazione di 75mila persone. Numerosi gli appuntamenti che in quest´edizione ruotano attorno al tema "mondo": dalle lezioni dei maestri del pensiero contemporaneo alla letteratura, passando attraverso il teatro e una rassegna cinematografica, intitolata "Isole Oceani e Stretti di mare". Tra i nomi che hanno già dato conferma della loro presenza alla rassegna ci sono quelli dei filosofi Jean-Luc Marion e John Tomlinson, degli antropologi Marc Augé e Jonathan Friedman, del regista Peter Greenaway, dell´africanista Jean-Loup Amselle e degli italiani Gianni Vattimo, Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Remo Bodei, Umberto Galimberti, Ermanno Bencivenga e Salvatore Natoli. Dopo l´iniziativa dell´anno scorso, tornano le cene filosofiche ideate dall´accademico dei Lincei Tullio Gregory. In occasione del fine settimana filosofico, saranno allestite la mostra fotografica "Atlante" di Luigi Ghirri, l´esposizione di mappe e cartine geografiche curata da Gianni Valbonesi e sarà organizzato un programma su misura per i ragazzi con spettacoli, letture e visite guidate al planetario.
A MODENA IN SETTEMBRE
tre giorni dedicati al pensiero Con Cacciari e Greenaway
MODENA - Per il quarto anno consecutivo, i comuni di Modena, Carpi e Sassuolo si preparano ad ospitare per tre giorni, dal 17 al 19 settembre prossimi, il "Festival della Filosofia", la manifestazione promossa dalla fondazione Collegio San Carlo che l´anno scorso ha visto la partecipazione di 75mila persone. Numerosi gli appuntamenti che in quest´edizione ruotano attorno al tema "mondo": dalle lezioni dei maestri del pensiero contemporaneo alla letteratura, passando attraverso il teatro e una rassegna cinematografica, intitolata "Isole Oceani e Stretti di mare". Tra i nomi che hanno già dato conferma della loro presenza alla rassegna ci sono quelli dei filosofi Jean-Luc Marion e John Tomlinson, degli antropologi Marc Augé e Jonathan Friedman, del regista Peter Greenaway, dell´africanista Jean-Loup Amselle e degli italiani Gianni Vattimo, Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Remo Bodei, Umberto Galimberti, Ermanno Bencivenga e Salvatore Natoli. Dopo l´iniziativa dell´anno scorso, tornano le cene filosofiche ideate dall´accademico dei Lincei Tullio Gregory. In occasione del fine settimana filosofico, saranno allestite la mostra fotografica "Atlante" di Luigi Ghirri, l´esposizione di mappe e cartine geografiche curata da Gianni Valbonesi e sarà organizzato un programma su misura per i ragazzi con spettacoli, letture e visite guidate al planetario.
uno studio sulla democrazia antica
Repubblica edizione di Napoli 10.7.04
LE IDEE
Il governo delle masse e la libertà
di MARCO LOMBARDI
È un libro meditato, difficile e sostanzioso, che il suo autore vorrebbe farci credere di aver scritto quasi per caso, onorando meri obblighi didattici. Impossibile seguirlo su questa strada. Certo Gennaro Carillo, autore di "Katechein. Uno studio sulla democrazia antica" (Editoriale Scientifica, 204 pagine, 14,50 euro) insegna "Storia delle dottrine politiche" al Suor Orsola Benincasa ed è un fenomenale affabulatore, gettonatissimo da pletore di studenti. Un ragazzone di trentasei anni fenomenalmente colto, all´anagrafre accademica allievo di Francesco De Sanctis, convinto che tutto l´importante in Occidente è successo tra 2500 e 2300 anni fa. Non è un caso che Carillo abbia dedicato un bellissimo saggio, qualche anno fa, a Vico, che nell´angusta ma intellettualmente operosissima Napoli di tre secoli fa dialogò, tra gli altri, da pari a pari con Platone. La critica di quest´ultimo alla democrazia, un must della filosofia politica occidentale, è l´attuale interesse di Carillo: questo volume ne è una sorta di ouverture.
Erodoto, Tucidide e la commedia attica sono i luoghi nei quali Carillo si addentra. Dialogo costante con i testi, quindi, e bibliografia selezionatissima: un modo intelligente per farli respirare e consentir loro di sprigionare tutti i conturbanti aromi concettuali, impedendo alla letteratura secondaria quel terribile effetto di soffocamento e di conseguente depauperamento, per chi legge, delle capacità di attenzione.
Il cuore dell´argomentazione è, probabilmente, il seguente: «motivo conduttore della ricerca è l´atto di frenare, il katechein del titolo. Un verbo che evoca passioni imperiose da domare, eccessi di motilità da imbrigliare: il grido (lo phtoggos) di Ifigenia sull´altare del sacrificio (Eschilo, Agamennone, vv.236-237); il passo nervoso di giovenca (schirtema moschou) con il quale Polissena va incontro alla morte, sacrificata vergine per compiacere lo spettro di Achille (Euripide, Ecuba, v.526); le lacrime (i dakrya) di Critone davanti a Socrate morente (Platone, Fedone, 117d2-3). Nelle pagine che seguono il katechein denota un problema costante della democrazia antica, costante almeno quanto il metechein ("la partecipazione") agli affari della polis: la necessità di contenere la moltitudine (il plethos: la maggior parte) entro una giusta misura. Con questo non voglio avanzare, esagerando, la congettura che nel katechein si condensi il problema centrale della democrazia classica (centrale soprattutto per i critici della politeia democratica). Il conflitto di valori tra katechein e metechein e le sue possibili soluzioni rappresentano un aspetto, uno soltanto, di un problema senz´altro più ampio e complesso; tuttavia mi sembra difficile negarne la rilevanza per la storia del pensiero politico».
Tradotto e parafrasato in lingua italiana del XXI secolo: gli antichi dobbiamo studiarli, perché, pur non essendo come noi, risultandoci, anzi, sideralmente lontani e altri, hanno perciò la possibilità di farci riflettere criticamente sul nostro presente: fosse solo per quel loro lessico, che ha modellato il nostro modo di pensare e di agire. Con robusta fantasia interpretativa possiamo cercarvi già abbozzata quella critica alle degenerazioni della democrazia, sviluppata nell´Ottocento, secondo un´angolatura liberale - per loro, naturalmente, improponibile - da Tocqueville. Quasi superfluo sottolineare che questo, oggi, è il problema dei problemi. Dall´America ai Quartieri spagnoli, il disciplinamento della potenza disgregatrice delle masse, senza rinunciare alla libertà, è il banco di prova per la bontà dell´autogoverno e per la capacità dei suoi rappresentanti di agire con efficacia, senza tradirne lo spirito e le garanzie. Altro tema attualissimo, alla luce di quanto sta succedendo in Medio Oriente; un tema sul quale soprattutto a sinistra varrebbe la pena di riflettere più compiutamente.
Conclusioni della traduzione e della parafrasi interamente mie, naturalmente, ché alla acribia e all´avalutatività dello studioso Carillo poco si addicono, in tale esemplificata presentazione. Il suo volume si raccomanda anche per un altro, forse ugualmente, importante motivo, questa volta esprimibile in forma di speranza: che la filosofia, qui a Napoli, si riprenda quell´aggettivo civile che, soprattutto nel Settecento, con essa faceva tutt´uno. Il discorso è lungo, complicato, leggermente doloroso, e, magari, varrà la pena, una prossima volta, di articolarlo più compiutamente. Dopo anni di abbuffate neo-storicistiche e di imbandigioni nichilistico-heidegerrian-decostruzioniste, è forse venuto il tempo di discorsi meno teoreticamente svolazzanti e alla moda, ma, sicuramente, più utili per afferrare il tempo in cui si vive. Una filosofia che, da lontano o da vicino, aiuti a comprendere i nostri nuovi quadri concettuali, può di nuovo onorevolmente assolvere a quel suo ruolo in «soccorso de´ governi» che, ancora nel Settecento, costituì il suo più prezioso e non dimenticato biglietto da visita.
Non so se al vichiano Carillo questo Settecento così marcatamente, sfacciatamente illuministico piaccia; ma lo spirito del suo libro va in quella direzione, nel modo compiuto che non può farcelo assolutamente considerare il truciolo di bottega di un artigiano in altre, apparentemente più serie, faccende affaccendato.
LE IDEE
Il governo delle masse e la libertà
di MARCO LOMBARDI
È un libro meditato, difficile e sostanzioso, che il suo autore vorrebbe farci credere di aver scritto quasi per caso, onorando meri obblighi didattici. Impossibile seguirlo su questa strada. Certo Gennaro Carillo, autore di "Katechein. Uno studio sulla democrazia antica" (Editoriale Scientifica, 204 pagine, 14,50 euro) insegna "Storia delle dottrine politiche" al Suor Orsola Benincasa ed è un fenomenale affabulatore, gettonatissimo da pletore di studenti. Un ragazzone di trentasei anni fenomenalmente colto, all´anagrafre accademica allievo di Francesco De Sanctis, convinto che tutto l´importante in Occidente è successo tra 2500 e 2300 anni fa. Non è un caso che Carillo abbia dedicato un bellissimo saggio, qualche anno fa, a Vico, che nell´angusta ma intellettualmente operosissima Napoli di tre secoli fa dialogò, tra gli altri, da pari a pari con Platone. La critica di quest´ultimo alla democrazia, un must della filosofia politica occidentale, è l´attuale interesse di Carillo: questo volume ne è una sorta di ouverture.
Erodoto, Tucidide e la commedia attica sono i luoghi nei quali Carillo si addentra. Dialogo costante con i testi, quindi, e bibliografia selezionatissima: un modo intelligente per farli respirare e consentir loro di sprigionare tutti i conturbanti aromi concettuali, impedendo alla letteratura secondaria quel terribile effetto di soffocamento e di conseguente depauperamento, per chi legge, delle capacità di attenzione.
Il cuore dell´argomentazione è, probabilmente, il seguente: «motivo conduttore della ricerca è l´atto di frenare, il katechein del titolo. Un verbo che evoca passioni imperiose da domare, eccessi di motilità da imbrigliare: il grido (lo phtoggos) di Ifigenia sull´altare del sacrificio (Eschilo, Agamennone, vv.236-237); il passo nervoso di giovenca (schirtema moschou) con il quale Polissena va incontro alla morte, sacrificata vergine per compiacere lo spettro di Achille (Euripide, Ecuba, v.526); le lacrime (i dakrya) di Critone davanti a Socrate morente (Platone, Fedone, 117d2-3). Nelle pagine che seguono il katechein denota un problema costante della democrazia antica, costante almeno quanto il metechein ("la partecipazione") agli affari della polis: la necessità di contenere la moltitudine (il plethos: la maggior parte) entro una giusta misura. Con questo non voglio avanzare, esagerando, la congettura che nel katechein si condensi il problema centrale della democrazia classica (centrale soprattutto per i critici della politeia democratica). Il conflitto di valori tra katechein e metechein e le sue possibili soluzioni rappresentano un aspetto, uno soltanto, di un problema senz´altro più ampio e complesso; tuttavia mi sembra difficile negarne la rilevanza per la storia del pensiero politico».
Tradotto e parafrasato in lingua italiana del XXI secolo: gli antichi dobbiamo studiarli, perché, pur non essendo come noi, risultandoci, anzi, sideralmente lontani e altri, hanno perciò la possibilità di farci riflettere criticamente sul nostro presente: fosse solo per quel loro lessico, che ha modellato il nostro modo di pensare e di agire. Con robusta fantasia interpretativa possiamo cercarvi già abbozzata quella critica alle degenerazioni della democrazia, sviluppata nell´Ottocento, secondo un´angolatura liberale - per loro, naturalmente, improponibile - da Tocqueville. Quasi superfluo sottolineare che questo, oggi, è il problema dei problemi. Dall´America ai Quartieri spagnoli, il disciplinamento della potenza disgregatrice delle masse, senza rinunciare alla libertà, è il banco di prova per la bontà dell´autogoverno e per la capacità dei suoi rappresentanti di agire con efficacia, senza tradirne lo spirito e le garanzie. Altro tema attualissimo, alla luce di quanto sta succedendo in Medio Oriente; un tema sul quale soprattutto a sinistra varrebbe la pena di riflettere più compiutamente.
Conclusioni della traduzione e della parafrasi interamente mie, naturalmente, ché alla acribia e all´avalutatività dello studioso Carillo poco si addicono, in tale esemplificata presentazione. Il suo volume si raccomanda anche per un altro, forse ugualmente, importante motivo, questa volta esprimibile in forma di speranza: che la filosofia, qui a Napoli, si riprenda quell´aggettivo civile che, soprattutto nel Settecento, con essa faceva tutt´uno. Il discorso è lungo, complicato, leggermente doloroso, e, magari, varrà la pena, una prossima volta, di articolarlo più compiutamente. Dopo anni di abbuffate neo-storicistiche e di imbandigioni nichilistico-heidegerrian-decostruzioniste, è forse venuto il tempo di discorsi meno teoreticamente svolazzanti e alla moda, ma, sicuramente, più utili per afferrare il tempo in cui si vive. Una filosofia che, da lontano o da vicino, aiuti a comprendere i nostri nuovi quadri concettuali, può di nuovo onorevolmente assolvere a quel suo ruolo in «soccorso de´ governi» che, ancora nel Settecento, costituì il suo più prezioso e non dimenticato biglietto da visita.
Non so se al vichiano Carillo questo Settecento così marcatamente, sfacciatamente illuministico piaccia; ma lo spirito del suo libro va in quella direzione, nel modo compiuto che non può farcelo assolutamente considerare il truciolo di bottega di un artigiano in altre, apparentemente più serie, faccende affaccendato.
neuroscienze
ogni giorno ce n'é almeno uno di articoli così...
Virgilio Notizie 10.7.04
SCIENZE/IL SEGRETO DEL BUONUMORE? E' NEL DNA, SECONDO RICERCA USA
09/07/2004 - 16:25
Scoperto meccanismo della 'propensione' ad ansia e depressione
Milano, 09 lug. (Apcom) - Per la prima volta un gruppo di scienziati del Massachusetts General Hospital di Boston è riuscito a scoprire il meccanismo genetico che potrebbe spiegare come mai alcune persone sono più soggette di altre alla depressione cronica, all'ansia e altri disturbi psichiatrici. La chiave di volta - e questa non è una novità - sta tutta nella serotonina. Una sostanza che viene prodotta naturalmente dal cervello e che è strettamente legata all'umore e alle emozioni. Finora gli psichiatri usavano mettere in ordine il livello di serotonina dei propri pazienti attraverso farmaci antidepressivi come il famoso Prozac.
Il problema è che questo tipo di medicinali dà risultati apprezzabili solo nel 30-40 per cento dei casi. Ora la scoperta nel Dna di alcuni topi di una certa variante genetica responsabile della regolazione del livello di serotonina - spiegano sul numero di oggi della rivista "Science" gli autori della scoperta - potrebbe aprire la strada a cure davvero efficaci per tutti. Non è stato ancora provato che differenze genetiche simili a quelle riscontrate nei topi siano presenti anche negli esseri umani, avverte Marc G. Caron professore di biologia cellulare alla Duke University, "Ma speriamo che il risultato dei nostri studi ci dia un suggerimento, un indizio per capire quali possano essere potenziali differenze negli individui". Nelle persone sane la serotonina, soprannominata la "madre del buonumore", agisce in coppia con un altro neurotrasmettitore, la dopamina.
Il risultato è un equilibrio chimico in grado di mantenere umore e comportamento relativamente stabili. Quando però questo equilibrio manca, gli antidepressivi rallentano il tasso di re-assorbimento della seratonina, in modo stia attiva più a lungo. Ora la sfida degli scienziati è quella di arrivare a cure tagliate su misura per la mente di ciascun paziente.
copyright @ 2004 APCOM
SCIENZE/IL SEGRETO DEL BUONUMORE? E' NEL DNA, SECONDO RICERCA USA
09/07/2004 - 16:25
Scoperto meccanismo della 'propensione' ad ansia e depressione
Milano, 09 lug. (Apcom) - Per la prima volta un gruppo di scienziati del Massachusetts General Hospital di Boston è riuscito a scoprire il meccanismo genetico che potrebbe spiegare come mai alcune persone sono più soggette di altre alla depressione cronica, all'ansia e altri disturbi psichiatrici. La chiave di volta - e questa non è una novità - sta tutta nella serotonina. Una sostanza che viene prodotta naturalmente dal cervello e che è strettamente legata all'umore e alle emozioni. Finora gli psichiatri usavano mettere in ordine il livello di serotonina dei propri pazienti attraverso farmaci antidepressivi come il famoso Prozac.
Il problema è che questo tipo di medicinali dà risultati apprezzabili solo nel 30-40 per cento dei casi. Ora la scoperta nel Dna di alcuni topi di una certa variante genetica responsabile della regolazione del livello di serotonina - spiegano sul numero di oggi della rivista "Science" gli autori della scoperta - potrebbe aprire la strada a cure davvero efficaci per tutti. Non è stato ancora provato che differenze genetiche simili a quelle riscontrate nei topi siano presenti anche negli esseri umani, avverte Marc G. Caron professore di biologia cellulare alla Duke University, "Ma speriamo che il risultato dei nostri studi ci dia un suggerimento, un indizio per capire quali possano essere potenziali differenze negli individui". Nelle persone sane la serotonina, soprannominata la "madre del buonumore", agisce in coppia con un altro neurotrasmettitore, la dopamina.
Il risultato è un equilibrio chimico in grado di mantenere umore e comportamento relativamente stabili. Quando però questo equilibrio manca, gli antidepressivi rallentano il tasso di re-assorbimento della seratonina, in modo stia attiva più a lungo. Ora la sfida degli scienziati è quella di arrivare a cure tagliate su misura per la mente di ciascun paziente.
copyright @ 2004 APCOM
venerdì 9 luglio 2004
suicidi giovanili in USA
Le Scienze 7.07.2004
Suicidi giovanili
Anche fattori neurobiologici possono contribuire al fenomeno
Un enzima noto per influenzare lo stato d'animo presenterebbe un calo di attività nel cervello dei giovani che commettono suicidio. Lo sostiene un articolo pubblicato sul numero di luglio 2004 della rivista "Archives of General Psychiatry".
Secondo gli autori dello studio, ogni anno nei soli Stati Uniti muoiono per suicidio - la seconda causa di morte fra i teenager - circa 30.000 persone. Anche se i fattori psicologici e psicosociali associati a questi eventi sono da tempo oggetto di studio, si sa ben poco a proposito dei fattori neurobiologici che potrebbero contribuire al fenomeno.
Ghanshyam N. Pandey dell'Università dell’Illinois di Chicago e colleghi hanno studiato un enzima nel cervello chiamato proteina chinasi C (PKC), associato a disturbi dell'umore e già target di alcuni psicofarmaci. Per stabilire se ci fosse qualche legame fra le variazioni di attività di PKC e i suicidi giovanili, i ricercatori hanno esaminato i cervelli di 17 vittime di suicidi confrontandoli con quelli di 17 teenager privi di malattie psichiatriche e deceduti per altri motivi.
I risultati hanno mostrato che, rispetto ai soggetti di controllo, in determinate aree cerebrali delle vittime di suicidio l'attività di PKC risultava significativamente diminuita.
Suicidi giovanili
Anche fattori neurobiologici possono contribuire al fenomeno
Un enzima noto per influenzare lo stato d'animo presenterebbe un calo di attività nel cervello dei giovani che commettono suicidio. Lo sostiene un articolo pubblicato sul numero di luglio 2004 della rivista "Archives of General Psychiatry".
Secondo gli autori dello studio, ogni anno nei soli Stati Uniti muoiono per suicidio - la seconda causa di morte fra i teenager - circa 30.000 persone. Anche se i fattori psicologici e psicosociali associati a questi eventi sono da tempo oggetto di studio, si sa ben poco a proposito dei fattori neurobiologici che potrebbero contribuire al fenomeno.
Ghanshyam N. Pandey dell'Università dell’Illinois di Chicago e colleghi hanno studiato un enzima nel cervello chiamato proteina chinasi C (PKC), associato a disturbi dell'umore e già target di alcuni psicofarmaci. Per stabilire se ci fosse qualche legame fra le variazioni di attività di PKC e i suicidi giovanili, i ricercatori hanno esaminato i cervelli di 17 vittime di suicidi confrontandoli con quelli di 17 teenager privi di malattie psichiatriche e deceduti per altri motivi.
I risultati hanno mostrato che, rispetto ai soggetti di controllo, in determinate aree cerebrali delle vittime di suicidio l'attività di PKC risultava significativamente diminuita.
Napoli
«la legge Basaglia abrogata di fatto»
Repubblica 8.7.04 edizione di Napoli
La legge Basaglia abrogata di fatto
di Sergio Piro
In America i bambini mentalmente disturbati vengono messi in carcere, perché i genitori non hanno i soldi per curarli. A Napoli i malati mentali in fase di ritorno alla convivenza e alla vita non possono essere accolti in via Fornelli (Rampe Brancaccio), perché si tratta di un quartiere "bene"; dovranno andare perciò a Pianura o a Soccavo che non sono quartieri "bene" e sono lontani dal competente centro di salute mentale di Chiaia-Posillipo; ma anche in questa sede non viene dato loro una casa bensì un istituto (detto s.i.r.) dove nulla è di loro proprietà, dove per l´uso di qualunque cosa occorre chiedere il permesso, dove la porta è chiusa o viene chiusa a doppia mandata al calare del sole, dove gli psicofarmaci sostituiscono la gioia di un sereno abitare insieme, dove inerzia o falsa ripetitiva riabilitazione annegano nella noia l´esistenza degli "ospiti", dove la camicia di forza è sempre in sospeso agguato per persone che solo la disinformazione collettiva (voluta) confonde con le crisi acute con pericolosità sociale o con la stramberia fastidiosa e molesta. Su tutto ciò il centro di salute mentale di Chiaia-Posillipo ha sempre espresso una dura protesta.
Al Vomero molti sono fortemente indignati perché l´asilo privato di un importante esponente politico ha sostituito il centro di salute mentale di via Morghen, forse commettendo anche abusi edilizi. La democrazia occidentale è bella ed è giusta: magari l´esponente politico avrà danno e riprovazione, forse dovrà dimettersi. Tuttavia il centro di salute mentale non è più a via Morghen, ma è stato sbattuto via al di là di Colli Aminei con soluzioni precarissime e dispersione di molti pazienti: questo rimarrà cosí.
Vi sono nei paesi occidentali, detti democratici, leggi che nessuno osa ritrattare e nessuno vuole applicare. I timidi tentativi del governo attuale di eliminare la legge 180 del 13 maggio 1978, nota come Legge Basaglia, non hanno avuto alcun successo, non perché non fosse intensamente auspicata, ma prevalentemente perché non ve ne era più bisogno. Quella legge è stata abrogata di fatto.
Essa prevedeva infatti dei mutamenti complessi delle istituzioni della cura della sofferenza detta psichica (a partire dal loro inserimento nella sanità) e delle trasformazioni radicali nella pratica di trattamento, nella cura, nella restituzione al mondo: le prime erano necessarie acché le seconde potessero realizzarsi. Ma le prime sono state realizzate in tutto il paese, le seconde no. I malati mentali non sono più prigionieri in manicomio, ma in piccoli istituti periferici; i malati mentali non sono più soggetti a essere legati come salami, sommersi di psicofarmaci ottundenti o di elettroshock in manicomio, bensì nei reparti psichiatrici ospedalieri degli psichiatri "democratici"; i malati mentali non sono più abbandonati in un territorio senza presidi di cura, bensì respinti, trattati frettolosamente, prenotati venti giorni dopo, ignorati la notte (e talora avviati al privato) dai centri di salute mentale territoriali.
Pallidi yuppies vestiti di scuro, con teste rasate e idee economico-politiche del 1830, fantasmi dell´era in cui il berlusconismo e il bassolinismo sembravano cose serie, accusano di romanticismo rivoluzionario, di retrogrado estremismo infantile, di distacco dalla realtà, tutti coloro che si battono affinché le grandi riforme italiane degli anni Settanta non siano abbandonate e tradite nella loro esigenza di essere praticate. Ma questa orgia reazionaria e lobbistica, datata anni Novanta, non si rende conto che il completo asservimento dell´area una volta progressista agli interessi economici di un ceto politico dominante e unitario ha necessariamente spostato altrove la maturazione lenta ma irreversibile e "pratica" di una coscienza antagonistica e intensamente democratica, mirata esclusivamente ai fatti: a questa coscienza e solo a questa sono legati la cura diffusa della sofferenza malamente detta mentale, il rispetto totale dei diritti dei cittadini sofferenti, la gioia di operare per il recupero di intelligenze e talenti e non per la loro definitiva soppressione.
La legge Basaglia abrogata di fatto
di Sergio Piro
In America i bambini mentalmente disturbati vengono messi in carcere, perché i genitori non hanno i soldi per curarli. A Napoli i malati mentali in fase di ritorno alla convivenza e alla vita non possono essere accolti in via Fornelli (Rampe Brancaccio), perché si tratta di un quartiere "bene"; dovranno andare perciò a Pianura o a Soccavo che non sono quartieri "bene" e sono lontani dal competente centro di salute mentale di Chiaia-Posillipo; ma anche in questa sede non viene dato loro una casa bensì un istituto (detto s.i.r.) dove nulla è di loro proprietà, dove per l´uso di qualunque cosa occorre chiedere il permesso, dove la porta è chiusa o viene chiusa a doppia mandata al calare del sole, dove gli psicofarmaci sostituiscono la gioia di un sereno abitare insieme, dove inerzia o falsa ripetitiva riabilitazione annegano nella noia l´esistenza degli "ospiti", dove la camicia di forza è sempre in sospeso agguato per persone che solo la disinformazione collettiva (voluta) confonde con le crisi acute con pericolosità sociale o con la stramberia fastidiosa e molesta. Su tutto ciò il centro di salute mentale di Chiaia-Posillipo ha sempre espresso una dura protesta.
Al Vomero molti sono fortemente indignati perché l´asilo privato di un importante esponente politico ha sostituito il centro di salute mentale di via Morghen, forse commettendo anche abusi edilizi. La democrazia occidentale è bella ed è giusta: magari l´esponente politico avrà danno e riprovazione, forse dovrà dimettersi. Tuttavia il centro di salute mentale non è più a via Morghen, ma è stato sbattuto via al di là di Colli Aminei con soluzioni precarissime e dispersione di molti pazienti: questo rimarrà cosí.
Vi sono nei paesi occidentali, detti democratici, leggi che nessuno osa ritrattare e nessuno vuole applicare. I timidi tentativi del governo attuale di eliminare la legge 180 del 13 maggio 1978, nota come Legge Basaglia, non hanno avuto alcun successo, non perché non fosse intensamente auspicata, ma prevalentemente perché non ve ne era più bisogno. Quella legge è stata abrogata di fatto.
Essa prevedeva infatti dei mutamenti complessi delle istituzioni della cura della sofferenza detta psichica (a partire dal loro inserimento nella sanità) e delle trasformazioni radicali nella pratica di trattamento, nella cura, nella restituzione al mondo: le prime erano necessarie acché le seconde potessero realizzarsi. Ma le prime sono state realizzate in tutto il paese, le seconde no. I malati mentali non sono più prigionieri in manicomio, ma in piccoli istituti periferici; i malati mentali non sono più soggetti a essere legati come salami, sommersi di psicofarmaci ottundenti o di elettroshock in manicomio, bensì nei reparti psichiatrici ospedalieri degli psichiatri "democratici"; i malati mentali non sono più abbandonati in un territorio senza presidi di cura, bensì respinti, trattati frettolosamente, prenotati venti giorni dopo, ignorati la notte (e talora avviati al privato) dai centri di salute mentale territoriali.
Pallidi yuppies vestiti di scuro, con teste rasate e idee economico-politiche del 1830, fantasmi dell´era in cui il berlusconismo e il bassolinismo sembravano cose serie, accusano di romanticismo rivoluzionario, di retrogrado estremismo infantile, di distacco dalla realtà, tutti coloro che si battono affinché le grandi riforme italiane degli anni Settanta non siano abbandonate e tradite nella loro esigenza di essere praticate. Ma questa orgia reazionaria e lobbistica, datata anni Novanta, non si rende conto che il completo asservimento dell´area una volta progressista agli interessi economici di un ceto politico dominante e unitario ha necessariamente spostato altrove la maturazione lenta ma irreversibile e "pratica" di una coscienza antagonistica e intensamente democratica, mirata esclusivamente ai fatti: a questa coscienza e solo a questa sono legati la cura diffusa della sofferenza malamente detta mentale, il rispetto totale dei diritti dei cittadini sofferenti, la gioia di operare per il recupero di intelligenze e talenti e non per la loro definitiva soppressione.
giovedì 8 luglio 2004
archeologia e immagini femminili
scoperto l'Ipogeo di Trinitapoli, in Puglia
Repubblica, edizione di Bari 8.7.04
La scoperta nelle vicinanze del Parco archeologico di Trinitapoli: una struttura antica almeno quattromila anni
Alla luce l'Ipogeo del sacrificio
"Era dedicato alla Madre Terra, la dea della fertilità"
Ma il tesoro è destinato a essere insabbiato Non sarà visitabile se non da addetti ai lavori
"L´architettura del tempio riproduce chiari riferimenti all´apparato genitale femminile"
di TITTI TUMMINO
"Ipogeo del sacrificio": è stata battezzata così l´ultima scoperta avvenuta in prossimità del Parco archeologico ipogeico di Trinitapoli. La struttura venuta alla luce risale a circa quattro mila anni fa, quando i proto Dauni abitavano le terre del Tavoliere, e si va ad aggiungere agli altri due ipogei racchiusi nel parco, quello "dei bronzi", che contiene anche la sepoltura della "Signora delle Ambre", e l´ipogeo detto "degli avori". «L´abbiamo chiamato "ipogeo dei sacrifici" - dice Anna Maria Tunzi della Soprintendenza archeologica pugliese, alla quale si deve la scoperta - perché, a differenza degli altri due, era adibito soltanto ai sacrifici e non a sepoltura. In realtà, queste costruzioni nascono tutte per scopi di culto, pur modificando nel tempo la loro destinazione e diventando, se di dimensioni ampie, anche sepolcri sotterranei. Possono contenere, infatti, fino a duecento cadaveri. L´ipogeo del sacrificio è molto piccolo e probabilmente per questo è rimasto soltanto un tempio. L´architettura di questa tipologia di templi - sottolinea l´archeologa - presenta una caratteristica eccezionale: riproduce chiari riferimenti all´apparato sessuale femminile. La divinità alla quale il tempio era dedicato, infatti, è la Madre Terra, dea della fertilità. All´ipogeo si accede attraverso il dromos, un corridoio a cielo aperto, che ha la forma di una vulva. Prima di raggiungere la vera e propria sala del culto, a lobi o di forma rettangolare, si deve attraversare un corridoio strettissimo, dalla volta molto bassa, da percorrere quasi strisciando. È la riproduzione del canale del parto, in quello che appare come una sorta di "tempio-grembo"».
Tra le scoperte più interessanti fatte all´interno dell´ipogeo dei sacrifici, ci sono i resti di una capretta: la vittima sacrificale sembra essere stata sgozzata e, come si deduce dalla posizione degli arti, pare sia stata deposta per la divinità ancora calda. «Abbiamo scoperto quest´antico tempio non all´interno del Parco archeologico, ma immediatamente al suo esterno, tra le tubature della luce e del gas - spiega la Tunzi - Per scavare abbiamo dovuto creare una deviazione nella strada che da Trinitapoli porta al mare. Purtroppo però, dato che si tratta dell´unica via di accesso alla costa, la prospettiva dell´ipogeo dei sacrifici è quella di essere a sua volta sacrificato e riaffidato alla terra, naturalmente dopo un´accurata documentazione». Lo scavo dunque è destinato ad essere presto insabbiato, il tempio ritornerà nelle viscere della terra e rimarrà solo nelle immagini, nei filmati, e nei ricordi degli archeologi.
Per gli appassionati di antichità rimane comunque la possibilità non da poco di visitare il Parco archeologico ipogeico con i suoi due tesori, l´ipogeo degli avori e l´ipogeo dei bronzi. Nel primo, risalente al II millennio a.C., sono state rinvenute due statuette d´avorio di probabile fattura micenea, rappresentanti un cinghialetto e un uomo con la testa di toro. A pochi metri di distanza, l´ipogeo dei bronzi, al cui interno sono state trovate le armi di bronzo che componevano il corredo funerario degli uomini sepolti. Ma la scoperta più importante in questo ipogeo è stata la famosa "Signora delle Ambre", dal ricchissimo corredo funerario, con i simboli tipici delle donne potenti dell´epoca, come uno spillone di bronzo e un rocchetto in ceramica. In ognuno dei due ipogei gli archeologi hanno rinvenuto circa duecento sepolture, tra adulti e bambini, adorni di oggetti in ambra, bronzo, osso e avorio. Per i golosi di Puglia preistorica, infine, una buona notizia: è prevista per settembre la riapertura del Museo degli ipogei, chiuso due anni fa a causa del sisma dell´ottobre 2002.
La scoperta nelle vicinanze del Parco archeologico di Trinitapoli: una struttura antica almeno quattromila anni
Alla luce l'Ipogeo del sacrificio
"Era dedicato alla Madre Terra, la dea della fertilità"
Ma il tesoro è destinato a essere insabbiato Non sarà visitabile se non da addetti ai lavori
"L´architettura del tempio riproduce chiari riferimenti all´apparato genitale femminile"
di TITTI TUMMINO
"Ipogeo del sacrificio": è stata battezzata così l´ultima scoperta avvenuta in prossimità del Parco archeologico ipogeico di Trinitapoli. La struttura venuta alla luce risale a circa quattro mila anni fa, quando i proto Dauni abitavano le terre del Tavoliere, e si va ad aggiungere agli altri due ipogei racchiusi nel parco, quello "dei bronzi", che contiene anche la sepoltura della "Signora delle Ambre", e l´ipogeo detto "degli avori". «L´abbiamo chiamato "ipogeo dei sacrifici" - dice Anna Maria Tunzi della Soprintendenza archeologica pugliese, alla quale si deve la scoperta - perché, a differenza degli altri due, era adibito soltanto ai sacrifici e non a sepoltura. In realtà, queste costruzioni nascono tutte per scopi di culto, pur modificando nel tempo la loro destinazione e diventando, se di dimensioni ampie, anche sepolcri sotterranei. Possono contenere, infatti, fino a duecento cadaveri. L´ipogeo del sacrificio è molto piccolo e probabilmente per questo è rimasto soltanto un tempio. L´architettura di questa tipologia di templi - sottolinea l´archeologa - presenta una caratteristica eccezionale: riproduce chiari riferimenti all´apparato sessuale femminile. La divinità alla quale il tempio era dedicato, infatti, è la Madre Terra, dea della fertilità. All´ipogeo si accede attraverso il dromos, un corridoio a cielo aperto, che ha la forma di una vulva. Prima di raggiungere la vera e propria sala del culto, a lobi o di forma rettangolare, si deve attraversare un corridoio strettissimo, dalla volta molto bassa, da percorrere quasi strisciando. È la riproduzione del canale del parto, in quello che appare come una sorta di "tempio-grembo"».
Tra le scoperte più interessanti fatte all´interno dell´ipogeo dei sacrifici, ci sono i resti di una capretta: la vittima sacrificale sembra essere stata sgozzata e, come si deduce dalla posizione degli arti, pare sia stata deposta per la divinità ancora calda. «Abbiamo scoperto quest´antico tempio non all´interno del Parco archeologico, ma immediatamente al suo esterno, tra le tubature della luce e del gas - spiega la Tunzi - Per scavare abbiamo dovuto creare una deviazione nella strada che da Trinitapoli porta al mare. Purtroppo però, dato che si tratta dell´unica via di accesso alla costa, la prospettiva dell´ipogeo dei sacrifici è quella di essere a sua volta sacrificato e riaffidato alla terra, naturalmente dopo un´accurata documentazione». Lo scavo dunque è destinato ad essere presto insabbiato, il tempio ritornerà nelle viscere della terra e rimarrà solo nelle immagini, nei filmati, e nei ricordi degli archeologi.
Per gli appassionati di antichità rimane comunque la possibilità non da poco di visitare il Parco archeologico ipogeico con i suoi due tesori, l´ipogeo degli avori e l´ipogeo dei bronzi. Nel primo, risalente al II millennio a.C., sono state rinvenute due statuette d´avorio di probabile fattura micenea, rappresentanti un cinghialetto e un uomo con la testa di toro. A pochi metri di distanza, l´ipogeo dei bronzi, al cui interno sono state trovate le armi di bronzo che componevano il corredo funerario degli uomini sepolti. Ma la scoperta più importante in questo ipogeo è stata la famosa "Signora delle Ambre", dal ricchissimo corredo funerario, con i simboli tipici delle donne potenti dell´epoca, come uno spillone di bronzo e un rocchetto in ceramica. In ognuno dei due ipogei gli archeologi hanno rinvenuto circa duecento sepolture, tra adulti e bambini, adorni di oggetti in ambra, bronzo, osso e avorio. Per i golosi di Puglia preistorica, infine, una buona notizia: è prevista per settembre la riapertura del Museo degli ipogei, chiuso due anni fa a causa del sisma dell´ottobre 2002.
preti
Repubblica 8.7.04
IL CASO
Il vescovo dell'Oregon si arrende: le elemosine non bastano a coprire i 155 milioni di dollari di danni richiesti dalle vittime
Pedofilia, la Chiesa fa bancarotta "fallisce" la diocesi di Portland
La comunità ha già pagato 53 milioni di dollari a 133 persone molestate dai sacerdoti
La crisi finanziaria rischia di allargarsi a molte altre parrocchie in tutti gli Usa
DAL NOSTRO INVIATO
VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON - Il macigno che il Vangelo promise al collo di coloro che danno scandalo, trascina la prima diocesi cattolica americana nella Geenna della bancarotta finanziaria. Il vescovo di Portland, la grande città dell´Oregon, è il primo ad arrendersi, e non sarà l´ultimo, travolto dalle richieste di risarcimenti dalle vittime vere o presunte di molestie e di abusi sessuali che le casse delle diocesi non possono più tacitare. Dichiara bancarotta, lasciando il diritto canonico per cercare rifugio sotto la protezione del codice civile. E c´era quasi un´eco tristissima e forse inconscia dello smarrimento e dello sconforto di Gesù sulla croce, quando John Vlasick, il vescovo in fallimento, ha detto in pubblico allargando le braccia: «Le compagnie di assicurazione ci hanno abbandonato, tutti ci hanno abbandonato».
Ci sono sessanta cause pendenti contro il clero della diocesi di Portland, e 155 milioni di dollari di danni pendenti, mentre i bussolotti della questua si inaridiscono, in una regione, l´Oregon, che per la Chiesa di Roma è frontiera, non certo paragonabile alle cattolicissime Boston, Tucson in Arizona o Los Angeles, dove pure le casse di monsignore sono esauste. Negli ultimi due anni, il vescovo dell´Oregon aveva già dovuto pagare 53 milioni alle 133 persone che avevano denunciato abusi sessuali e le assicurazioni ora rifiutano di coprirlo e lo abbandonano allo scarso buon cuore di tribunali e avvocati, pungolati dalla legge più generosa di tutti gli Stati Uniti verso le vittime. Secondo la Corte Suprema dell´Oregon in una sentenza del 1998, la curia è responsabile civilmente dei reati commessi dal proprio clero «anche se era all´oscuro dei fatti».
Occhi attentissimi e sguardi angosciati, dalle porpore di altre diocesi americane, Boston, Detroit, Tucson, Los Angeles, Chicago, New York, oltre che da Roma, seguono la disperata e storica decisione di monsignor Vlasick, turgida di conseguenze legali, penali e addirittura costituzionali. La richiesta di «bancarotta» ai sensi dell´articolo 11 del codice, la stessa scelta da aziende oppresse dai creditori, significa infatti amministrazione controllata. Il debitore ottiene protezione temporanea dai creditori, affidando in cambio l´amministrazione dell´azienda a un giudice e sottoponendo un progetto di risanamento. Ma le diocesi sono aziende molto particolari. Sono strutturate come proprietà private non-profit, senza fini di lucro, perchè la legge non riconosce status speciali ad alcuna religione. I vescovi, al momento delle loro dimissioni o trasferimento o decesso, tramandano al successore tutte le proprietà, e dunque tutti gli attivi e i debiti della diocesi, come una transazione fra cittadini privati. Ma se un giudice ordinario deve assumere la gestione della diocesi, che amministra chiese, scuole parrocchiali, asili, istituti di assistenza, conventi, seminari, sarebbe questa la fine della sacrosanta separazione fra Dio e Cesare, come si è chiesto subito il professor Charles Zech, docente di economia nella università cattolica di Villanova?
«Ci stiamo imbarcando in un mare in tempesta senza bussola» ha detto il professore, ed è vero. Da quando, nel 1988, in una lettera riservata all´allora nunzio apostolico a Washington, monsignor Pio Laghi (oggi cardinale) il vescovo ausiliario di Cleveland, Quinn, lanciò il primo allarme inascoltato a Roma, l´acqua cheta della pedofilia e degli abusi è esplosa, investendo la grande nave della chiesa americana, portando a scandali, suicidi di vittime e di preti, esecuzioni sommarie in carcere dei pedofili, smarrimento e confusione. Ogni tentativo di sopire e sedare, di tacitare le vittime con transazioni private, di proteggere la chiesa dallo scandalo, è fallito. E´ nata una lobby, la Snap (Rete Nazionale dei Sopravvisuti ai Preti) che calcola in 100mila il numero delle vittime e dunque garantisce pubblicità e incessante rifornimento di querele per danni. I libri, tra scandalismo e seria denuncia, si susseguono, dopo il primo best seller («Non ci indurre in tentazione») con i due ultimi, «Padri Nostri», e «Il voto del silenzio: l´abuso di potere nella chiesa di Giovanni Paolo II» che anche la rivista ufficiale dei cattolici ha recensito con serietà e favore.
Una chiesa chiaramente in piena tempesta, per la impronunciabile gioia delle confessioni concorrenti che si contendono la cura delle anime e dei borsellini nel grande mercato religioso americano. La Chiesa di Roma è, con circa 60 milioni di aderenti, la prima religione organizzata americana, di fronte alle sparse denominazioni protestanti, dunque fa gola, fa invidia e fa rabbia. Il «gregge» Usa è, insieme con i fedeli tedeschi, il maggiore contribuente di elemosine alle casse del Vaticano e la confusione, l´imbarazzo, la vergogna si traducono in ridotte offerte, dunque in problemi anche per le finanze della Curia Romana. La resa del vescovo di Portland, uno dei vascelli più vulnerabili, è un segnale gravissimo per il convoglio dei cattolici americani, alla deriva nella tempesta di una bancarotta finanziaria che può condurre, se il timoniere di Roma non saprà riportarla sulla rotta, al naufragio morale.
IL CASO
Il vescovo dell'Oregon si arrende: le elemosine non bastano a coprire i 155 milioni di dollari di danni richiesti dalle vittime
Pedofilia, la Chiesa fa bancarotta "fallisce" la diocesi di Portland
La comunità ha già pagato 53 milioni di dollari a 133 persone molestate dai sacerdoti
La crisi finanziaria rischia di allargarsi a molte altre parrocchie in tutti gli Usa
DAL NOSTRO INVIATO
VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON - Il macigno che il Vangelo promise al collo di coloro che danno scandalo, trascina la prima diocesi cattolica americana nella Geenna della bancarotta finanziaria. Il vescovo di Portland, la grande città dell´Oregon, è il primo ad arrendersi, e non sarà l´ultimo, travolto dalle richieste di risarcimenti dalle vittime vere o presunte di molestie e di abusi sessuali che le casse delle diocesi non possono più tacitare. Dichiara bancarotta, lasciando il diritto canonico per cercare rifugio sotto la protezione del codice civile. E c´era quasi un´eco tristissima e forse inconscia dello smarrimento e dello sconforto di Gesù sulla croce, quando John Vlasick, il vescovo in fallimento, ha detto in pubblico allargando le braccia: «Le compagnie di assicurazione ci hanno abbandonato, tutti ci hanno abbandonato».
Ci sono sessanta cause pendenti contro il clero della diocesi di Portland, e 155 milioni di dollari di danni pendenti, mentre i bussolotti della questua si inaridiscono, in una regione, l´Oregon, che per la Chiesa di Roma è frontiera, non certo paragonabile alle cattolicissime Boston, Tucson in Arizona o Los Angeles, dove pure le casse di monsignore sono esauste. Negli ultimi due anni, il vescovo dell´Oregon aveva già dovuto pagare 53 milioni alle 133 persone che avevano denunciato abusi sessuali e le assicurazioni ora rifiutano di coprirlo e lo abbandonano allo scarso buon cuore di tribunali e avvocati, pungolati dalla legge più generosa di tutti gli Stati Uniti verso le vittime. Secondo la Corte Suprema dell´Oregon in una sentenza del 1998, la curia è responsabile civilmente dei reati commessi dal proprio clero «anche se era all´oscuro dei fatti».
Occhi attentissimi e sguardi angosciati, dalle porpore di altre diocesi americane, Boston, Detroit, Tucson, Los Angeles, Chicago, New York, oltre che da Roma, seguono la disperata e storica decisione di monsignor Vlasick, turgida di conseguenze legali, penali e addirittura costituzionali. La richiesta di «bancarotta» ai sensi dell´articolo 11 del codice, la stessa scelta da aziende oppresse dai creditori, significa infatti amministrazione controllata. Il debitore ottiene protezione temporanea dai creditori, affidando in cambio l´amministrazione dell´azienda a un giudice e sottoponendo un progetto di risanamento. Ma le diocesi sono aziende molto particolari. Sono strutturate come proprietà private non-profit, senza fini di lucro, perchè la legge non riconosce status speciali ad alcuna religione. I vescovi, al momento delle loro dimissioni o trasferimento o decesso, tramandano al successore tutte le proprietà, e dunque tutti gli attivi e i debiti della diocesi, come una transazione fra cittadini privati. Ma se un giudice ordinario deve assumere la gestione della diocesi, che amministra chiese, scuole parrocchiali, asili, istituti di assistenza, conventi, seminari, sarebbe questa la fine della sacrosanta separazione fra Dio e Cesare, come si è chiesto subito il professor Charles Zech, docente di economia nella università cattolica di Villanova?
«Ci stiamo imbarcando in un mare in tempesta senza bussola» ha detto il professore, ed è vero. Da quando, nel 1988, in una lettera riservata all´allora nunzio apostolico a Washington, monsignor Pio Laghi (oggi cardinale) il vescovo ausiliario di Cleveland, Quinn, lanciò il primo allarme inascoltato a Roma, l´acqua cheta della pedofilia e degli abusi è esplosa, investendo la grande nave della chiesa americana, portando a scandali, suicidi di vittime e di preti, esecuzioni sommarie in carcere dei pedofili, smarrimento e confusione. Ogni tentativo di sopire e sedare, di tacitare le vittime con transazioni private, di proteggere la chiesa dallo scandalo, è fallito. E´ nata una lobby, la Snap (Rete Nazionale dei Sopravvisuti ai Preti) che calcola in 100mila il numero delle vittime e dunque garantisce pubblicità e incessante rifornimento di querele per danni. I libri, tra scandalismo e seria denuncia, si susseguono, dopo il primo best seller («Non ci indurre in tentazione») con i due ultimi, «Padri Nostri», e «Il voto del silenzio: l´abuso di potere nella chiesa di Giovanni Paolo II» che anche la rivista ufficiale dei cattolici ha recensito con serietà e favore.
Una chiesa chiaramente in piena tempesta, per la impronunciabile gioia delle confessioni concorrenti che si contendono la cura delle anime e dei borsellini nel grande mercato religioso americano. La Chiesa di Roma è, con circa 60 milioni di aderenti, la prima religione organizzata americana, di fronte alle sparse denominazioni protestanti, dunque fa gola, fa invidia e fa rabbia. Il «gregge» Usa è, insieme con i fedeli tedeschi, il maggiore contribuente di elemosine alle casse del Vaticano e la confusione, l´imbarazzo, la vergogna si traducono in ridotte offerte, dunque in problemi anche per le finanze della Curia Romana. La resa del vescovo di Portland, uno dei vascelli più vulnerabili, è un segnale gravissimo per il convoglio dei cattolici americani, alla deriva nella tempesta di una bancarotta finanziaria che può condurre, se il timoniere di Roma non saprà riportarla sulla rotta, al naufragio morale.
madri assassine
La Gazzetta del Mezzogiorno 8.7.04
Un meccanismo sempre presente
Perché la mamma
diventa una strega
di MARY SELLANI
Ancora una tragedia familiare, proprio qui in Puglia, a Vieste, dove si sospetta che una madre abbia ucciso i suoi due figli soffocandoli o strangolandoli, e poi dandosi essa stessa la morte. Mentre aspettiamo che gli inquirenti stabiliscano come siano andate effettivamente le cose - col ruolo del marito della donna (il quale ha denunciato la strage ai carabinieri secondo una sua versione tutta da verificare) - sta di fatto che queste tragedie all'interno delle famiglie, e in particolare storie di madri assassine, stanno diventando qualcosa di più di semplici episodi, essendo invece il sintomo di un malessere diffuso anche se silenzioso, di cui veniamo a conoscenza solo quando esplode nelle forme estreme di aggressività. Un'aggressività contro natura se riguarda una mano materna che colpisce le sue creature, giacché mai in natura chi genera sopprime l'essere che ha generato.
Queste vicende stanno sottoponendo la figura della madre ad una riflessione inedita in questi ultimi tempi: di fronte ad esse si avverte un turbamento difficile da padroneggiare. La madre è infatti la persona cui viene affidata la nostra prima identità, da cui dipendono i sentimenti di sicurezza e fiducia che sono alla base dello sviluppo psichico individuale. Perciò dubitare della madre vuol dire dubitare di sé, della propria integrità e compattezza, significa ammettere l'eventualità di forze irrazionali che possono sempre trasformarsi in azioni violente.
Tuttavia di madri cattive è piena la letteratura, a cominciare dalla figura di Medea della mitologia greca, fino alla strega della fiaba di Perrault che porge a Biancaneve la mela avvelenata. Forse per essere una madre cattiva basta non trovare mai quella giusta misura, quella giusta distanza tra genitrice e generato che consente un reciproco distacco. Con il rischio di trasformare il tenero abbraccio materno in una morsa soffocante, distruttiva, dalla quale il figlio o la figlia non riescono a svincolarsi. Lo afferma la psicoanalisi: a cominciare da Freud, che a proposito del famoso caso di Dora, intuisce nell'isteria della giovane viennese un «furioso attaccamento al corpo materno».
Ecco perchè non si può fare a meno di riconoscere come da sempre nell'immaginazione collettiva la figura materna è ambivalente: contiene in sé la vita e la morte, la luce e le tenebre, l'amore e l'odio. Un'immaginazione che però resta allo stato latente poichè è sovrastata dalla retorica vincente dello stereotipo di una maternità totalmente ed esclusivamente buona, retorica che tende a negare complessità e conflittualità al vissuto materno. Conflittualità e contraddizioni che possono essere originate in una donna da impreparazione psicologica a diventare madre, da un rapporto sbagliato con la propria madre, o da una relazione conflittuale o insoddisfacente con il marito. In queste condizioni è possibile appunto per una madre detestare inconsciamente la propria prole a causa di una separazione mente-corpo, per cui la mente non è in sintonia con il corpo e quindi con la generazione (che dal corpo proviene). Succede così che la donna scarica il suo disagio nell'aggressività verso i figli.
Va infine tenuto presente che un fattore di rischio che può favorire il disagio non è soltanto di natura psicologica ma anche di degrado economico e ambientale, come si verifica in quei contesti sociali (anche all'interno di famiglie borghesi) dove non si tratta tanto del gusto della violenza (con cui si crede di risolvere tutti i mali) quanto piuttosto di incoscienza, lassimo, indifferenza. Deficienze queste che vanno attribuite anche alle istituzioni locali che dovrebbero essere preposte all'aiuto alle famiglie disagiate, all'ascolto e all'assistenza verso mogli e madri in difficoltà.
Un meccanismo sempre presente
Perché la mamma
diventa una strega
di MARY SELLANI
Ancora una tragedia familiare, proprio qui in Puglia, a Vieste, dove si sospetta che una madre abbia ucciso i suoi due figli soffocandoli o strangolandoli, e poi dandosi essa stessa la morte. Mentre aspettiamo che gli inquirenti stabiliscano come siano andate effettivamente le cose - col ruolo del marito della donna (il quale ha denunciato la strage ai carabinieri secondo una sua versione tutta da verificare) - sta di fatto che queste tragedie all'interno delle famiglie, e in particolare storie di madri assassine, stanno diventando qualcosa di più di semplici episodi, essendo invece il sintomo di un malessere diffuso anche se silenzioso, di cui veniamo a conoscenza solo quando esplode nelle forme estreme di aggressività. Un'aggressività contro natura se riguarda una mano materna che colpisce le sue creature, giacché mai in natura chi genera sopprime l'essere che ha generato.
Queste vicende stanno sottoponendo la figura della madre ad una riflessione inedita in questi ultimi tempi: di fronte ad esse si avverte un turbamento difficile da padroneggiare. La madre è infatti la persona cui viene affidata la nostra prima identità, da cui dipendono i sentimenti di sicurezza e fiducia che sono alla base dello sviluppo psichico individuale. Perciò dubitare della madre vuol dire dubitare di sé, della propria integrità e compattezza, significa ammettere l'eventualità di forze irrazionali che possono sempre trasformarsi in azioni violente.
Tuttavia di madri cattive è piena la letteratura, a cominciare dalla figura di Medea della mitologia greca, fino alla strega della fiaba di Perrault che porge a Biancaneve la mela avvelenata. Forse per essere una madre cattiva basta non trovare mai quella giusta misura, quella giusta distanza tra genitrice e generato che consente un reciproco distacco. Con il rischio di trasformare il tenero abbraccio materno in una morsa soffocante, distruttiva, dalla quale il figlio o la figlia non riescono a svincolarsi. Lo afferma la psicoanalisi: a cominciare da Freud, che a proposito del famoso caso di Dora, intuisce nell'isteria della giovane viennese un «furioso attaccamento al corpo materno».
Ecco perchè non si può fare a meno di riconoscere come da sempre nell'immaginazione collettiva la figura materna è ambivalente: contiene in sé la vita e la morte, la luce e le tenebre, l'amore e l'odio. Un'immaginazione che però resta allo stato latente poichè è sovrastata dalla retorica vincente dello stereotipo di una maternità totalmente ed esclusivamente buona, retorica che tende a negare complessità e conflittualità al vissuto materno. Conflittualità e contraddizioni che possono essere originate in una donna da impreparazione psicologica a diventare madre, da un rapporto sbagliato con la propria madre, o da una relazione conflittuale o insoddisfacente con il marito. In queste condizioni è possibile appunto per una madre detestare inconsciamente la propria prole a causa di una separazione mente-corpo, per cui la mente non è in sintonia con il corpo e quindi con la generazione (che dal corpo proviene). Succede così che la donna scarica il suo disagio nell'aggressività verso i figli.
Va infine tenuto presente che un fattore di rischio che può favorire il disagio non è soltanto di natura psicologica ma anche di degrado economico e ambientale, come si verifica in quei contesti sociali (anche all'interno di famiglie borghesi) dove non si tratta tanto del gusto della violenza (con cui si crede di risolvere tutti i mali) quanto piuttosto di incoscienza, lassimo, indifferenza. Deficienze queste che vanno attribuite anche alle istituzioni locali che dovrebbero essere preposte all'aiuto alle famiglie disagiate, all'ascolto e all'assistenza verso mogli e madri in difficoltà.
Buongiorno, notte nel mondo
Buongiorno, notte di Marco Bellocchio sarà proiettato nei prossimi giorni a Ramallah in Palestina per il Ramallah film festival, prima rassegna palestinese di cinema, e in Finlandia, al Midnight Summer film festival che ha diciannove anni di storia, a 120 chilometri dal circolo polare artico nel villaggio lappone di Sodankylä.
«le mille radici d'Europa»
Repubblica 8.7.04
LE MILLE RADICI D'EUROPA
Le Goff e Cacciari
"senza sens analogie con il trecento"
"sono molti gli strati che abbiam in comune"
"la matrice sia aperta e non chiusa o aggressiv
Lo storico e il filosofo dibattono sull'identità del continente
di VITTORIO BORELLI
Il braccio di ferro sulla Costituzione europea non poteva che concludersi con un compromesso politico. Ovviamente. Ma lo scontro è destinato a proseguire perché non c´è chiarezza né omogeneità sul modo di guardare alle radici comuni, alla comune identità. Ne abbiamo parlato con due intellettuali tra i più sensibili e attenti al tema Europa: lo storico francese Jacques Le Goff e il filosofo italiano Massimo Cacciari.
Molti politici e intellettuali mettono in discussione che esista una identità europea. Leggendo Il cielo sceso in terra. Le origini medievali dell´Europa, il libro di Le Goff da poco uscito in Italia da Laterza, si ha invece la prova del contrario. Ma sul tema anche Cacciari ha scritto molto in questi anni. Volete ricordarci quali sono i fondamenti della nostra comune identità?
LE GOFF L´identità europea si è costituita per stratificazioni successive e su un lungo periodo. Il primo strato è quello della cultura greco-romana portatrice dell´idea di democrazia, dello spirito scientifico, del metodo critico e dell´importanza del diritto. Il secondo strato, che io considero essenziale, è lo strato medievale con la diffusione dei valori giudeo-cristiani, la combinazione di unità europea e diversità nazionale. È lo strato del metodo scolastico e universitario, della filosofia scolastica, della nascita delle città, dell´equilibrio tra ragione e fede. Successivamente si sono sovrapposti lo strato scientifico dei secoli XVII-XVIII, lo strato dei Lumi del XVIII secolo, lo strato della rivoluzione francese, lo strato del Romanticismo e quello dei lunghi progressi della democrazia a partire dal XIX secolo.
CACCIARI L´elencazione dei caratteri comuni alle diverse nationes europee porterebbe, credo, assai poco lontano. La forma del loro relazionarsi mi pare, piuttosto, costituire la vera «identità» - e questa forma è polemos: riconoscersi-distinguersi. Contra-dirsi. La forma della «identità» europea è agonica nella sua essenza. È questa la forma dell´"arcipelago" greco; è questa la forma della civitas Romana, che costruisce la propria grandezza sulla «contra-dizione» tra patrizi e plebei; è questa la forma della respublica christiana: due Soli; concordia oppositorum come idea della cattolicità della Chiesa. Inquieto, in-sano il cuore d´Europa. E chi vorrà guarirlo lo farà cessare di battere.
Nel XII Secolo, l´identità degli europei si definiva rispetto al mondo bizantino da un lato e al mondo islamico dall´altro. Ritenete che anche oggi l´Europa debba definirsi in negativo, distinguendosi sia dal nuovo fondamentalismo islamico sia dall´unilateralismo americano dell´amministrazione Bush?
LE GOFF Evidentemente. Ma per proteggersi sia contro il terrorismo sia contro l´imperialismo essa deve riuscire a mantenere una sua identità aperta e non chiusa ed aggressiva.
CACCIARI Non ha alcun senso l´analogia con il XII Secolo. Lì l´Europa si definiva in competizione (ma era un agòn anche quello, nel senso che prima ricordavo!) con una civiltà, quella islamica, che la surclassava per molteplici aspetti. E non certo perché fosse "fondamentalista", nel senso che oggi intendiamo! Il "fondamentalismo" attuale, come Kimpel e tanti altri ci hanno ricordato, è il prodotto della nazionalizzazione-occidentalizzazione delle genti islamiche tra XIX e XX Secolo. E non potrà che svilupparsi e radicalizzarsi di fronte a politiche occidentali «unilaterali». Se - e ripeto: se - l´Europa declinerà la propria «identità» nei termini che ho detto, intrinsecamente «multilaterali» - se l´Europa saprà esprimere il suo stesso «io» come interrogazione-dialogo, allora potrà svolgere un ruolo proprio, autonomo rispetto a tutti i «fondamentalismi». Vi sono «memorie» di una tale possibilità nella storia europea? Oserei citare un nome: Francesco. Ma Francesco è ancora per noi un... possibile?
Intorno all´anno Mille, il sogno comune del Papa e dell´Imperatore era l´ingresso del mondo slavo nella cristianità unita. È ancora un tema di grande attualità...
LE GOFF Il mondo slavo è entrato a far parte della cristianità effettivamente ed essenzialmente verso l´anno Mille e l´allargamento attuale dell´Europa non è che una prima fase del ritorno all´allargamento medievale, fase che deve essere seguita dopo un periodo più o meno lungo dall´allargamento all´Ucraina, alla Bielorussia, e - più difficilmente, ma necessariamente - alla Russia stessa.
CACCIARI Sto leggendo uno straordinario libro, Sulla formazione della cultura europea occidentale di Bruno Luiselli, dove si mostra, secondo le più diverse prospettive l´acculturazione reciproca tra mondo cristiano-romano, mondo germanico e mondo celtico, soprattutto britannico e irlandese. Non so se vi siano ricerche di analogo spessore per le relazioni tra questo mondo occidentale e quello slavo, prima della sua cristianizzazione. Certo che compito e destino della cultura europea occidentale si sono fin dai suoi inizi proiettati «a oriente». L´Europa realizzerà la sua idea allorché questa nostalgia si combinerà con l´altra, complementare, di tanta parte della cultura slava per l´"arcipelago" europeo, per la dimensione cattolico-mediterranea dell´Europa.
A vostro parere, quali sono gli uomini che più hanno contribuito all´idea dell´Europa?
LE GOFF Gli uomini che nel Medioevo hanno fatto esplicitamente riferimento all´unità europea come ad un loro sogno personale sono stati il Enea Silvio Piccolomini, diventato papa come Pio II, e il re ussita di Boemia Georges Podebad.
CACCIARI Parlerei piuttosto di coloro che più hanno rappresentato la sua idea - e cioè di coloro che ne hanno più coerentemente e tragicamente declinato l´essere-contraddizione. Da un lato, coloro che ne volevano «interrare» le differenze, i fanatici dell´Unità, dell´Ordine, dalle grandi tradizioni imperiali a quelle giacobine, sia nelle sue versioni «di destra» sia «di sinistra»; dall´altro, i grandi critici delle "statolatrie", delle infernali confusioni tra civitas hominis e civitas dei, i federalisti nel senso più autentico e profondo del termine, quello che risuona ne La Ginestra di Leopardi! Ma occorre, realisticamente, sapere che entrambi sono l´Europa. Forse, "democrazia" per noi non significa altro che riuscire, di volta in volta, a comporre proprio tale dissonanza.
Le Goff sostiene che il cristianesimo è stato un importante fattore di identità, ma che il processo d´identità europea era iniziato prima e che è proseguito anche dopo la laicizzazione delle nostre società. Un´affermazione come questa sembra dare ragione a chi, in sede di elaborazione della costituzione europea, ha negato la necessità di rifarsi a radici cristiane...
LE GOFF Il preambolo alla costituzione europea mi sembra debba innanzi tutto affermare la laicità della nascente formazione politica; ciò premesso, può anche evocare le differenti eredità ideologiche e culturali, in particolare l´eredità giudeo-cristiana.
CACCIARI Ciò che diciamo «laicizzazione» non è per molti e decisivi aspetti che secolarizzazione di idee religiose. Non vedo fratture irreparabili, e perciò il processo dell´identità europea (ma è tale identità ad essere appunto un processo!) può essere descritto secondo un suo «senso». Basta non cadere in facili storicismi. Il «senso» di un processo storico avviene, Vico docet, essenzialmente per eterogenesi dei fini, non sulla base di calcoli e progetti che poi si realizzino. Nella storia vi è ancora meno «teleologia» che in natura. Il problema oggi non consiste nel «contare» quante manifestazioni o espressioni della nostra cultura debbano essere attribuite a «radici» cristiane, ma nell´analizzare se e come tali «radici» siano ancora «portanti». Credo, allora, risulterebbe evidente come esse lo siano soltanto in quanto «secolarizzate» - ed essenzialmente attraverso la loro riformulazione in chiave universalistico-filantropico-illuministica. Tutti i grandi classici della sociologia della religione tra Ottocento e Novecento, da Troeltsch a Scheler, da Durkheim a Weber, si sono impegnati nella spiegazione di tale «grande trasformazione». La Costituzione Europea avrebbe potuto costituire l´occasione per un ripensamento del «compromesso» tra Christentum e Kultur? A questo fine mirava Papa Wojtyla? I «costituenti» hanno comunque abdicato da tale compito. Ma esso avrebbe mai potuto compiersi?
Molti dicono che l´Europa soffre di un eccesso di vincoli economici e amministrativi e di un deficit di idealità. Le Goff sembra condividere questa opinione quando scrive che «l´Europa è ancora da fare e addirittura da pensare». Che cosa dovrebbero fare i politici e gli intellettuali europei per dare slancio e maggior respiro ideale al progetto europeo?
LE GOFF Bisogna che l´identità economica venga equilibrata dallo sviluppo di un´identità culturale europea le cui basi storiche sono lontane e profonde e infondere all´Europa un dinamismo che nasca da una volontà politica.
CACCIARI Le contraddizioni che minano l´attuale «costruzione» dell´Europa sono presenti in tutte le sue dimensioni. Nessun politico europeo, nessuna delle tradizionali "famiglie" politiche europee, «pensa» l´Europa, poiché significa non pensare l´Europa pensarla come appendice atlantica oppure come asse franco-carolingio; pensarla come crogiuolo occasionalistico di nationes oppure, all´opposto, come nuovo macro-Stato; pensarla come compromesso tra interessi statali o, all´opposto, in termini astrattamente utopistici, come se tradizioni, lingue, culture che la compongono potessero mai dar vita a degli Stati Uniti d´Europa sul modello americano. Ma non c´è dubbio che le contraddizioni riguardano anche la dimensione economica.
Ha collaborato Lidia Fornasiero
LE MILLE RADICI D'EUROPA
Le Goff e Cacciari
"senza sens analogie con il trecento"
"sono molti gli strati che abbiam in comune"
"la matrice sia aperta e non chiusa o aggressiv
Lo storico e il filosofo dibattono sull'identità del continente
di VITTORIO BORELLI
Il braccio di ferro sulla Costituzione europea non poteva che concludersi con un compromesso politico. Ovviamente. Ma lo scontro è destinato a proseguire perché non c´è chiarezza né omogeneità sul modo di guardare alle radici comuni, alla comune identità. Ne abbiamo parlato con due intellettuali tra i più sensibili e attenti al tema Europa: lo storico francese Jacques Le Goff e il filosofo italiano Massimo Cacciari.
Molti politici e intellettuali mettono in discussione che esista una identità europea. Leggendo Il cielo sceso in terra. Le origini medievali dell´Europa, il libro di Le Goff da poco uscito in Italia da Laterza, si ha invece la prova del contrario. Ma sul tema anche Cacciari ha scritto molto in questi anni. Volete ricordarci quali sono i fondamenti della nostra comune identità?
LE GOFF L´identità europea si è costituita per stratificazioni successive e su un lungo periodo. Il primo strato è quello della cultura greco-romana portatrice dell´idea di democrazia, dello spirito scientifico, del metodo critico e dell´importanza del diritto. Il secondo strato, che io considero essenziale, è lo strato medievale con la diffusione dei valori giudeo-cristiani, la combinazione di unità europea e diversità nazionale. È lo strato del metodo scolastico e universitario, della filosofia scolastica, della nascita delle città, dell´equilibrio tra ragione e fede. Successivamente si sono sovrapposti lo strato scientifico dei secoli XVII-XVIII, lo strato dei Lumi del XVIII secolo, lo strato della rivoluzione francese, lo strato del Romanticismo e quello dei lunghi progressi della democrazia a partire dal XIX secolo.
CACCIARI L´elencazione dei caratteri comuni alle diverse nationes europee porterebbe, credo, assai poco lontano. La forma del loro relazionarsi mi pare, piuttosto, costituire la vera «identità» - e questa forma è polemos: riconoscersi-distinguersi. Contra-dirsi. La forma della «identità» europea è agonica nella sua essenza. È questa la forma dell´"arcipelago" greco; è questa la forma della civitas Romana, che costruisce la propria grandezza sulla «contra-dizione» tra patrizi e plebei; è questa la forma della respublica christiana: due Soli; concordia oppositorum come idea della cattolicità della Chiesa. Inquieto, in-sano il cuore d´Europa. E chi vorrà guarirlo lo farà cessare di battere.
Nel XII Secolo, l´identità degli europei si definiva rispetto al mondo bizantino da un lato e al mondo islamico dall´altro. Ritenete che anche oggi l´Europa debba definirsi in negativo, distinguendosi sia dal nuovo fondamentalismo islamico sia dall´unilateralismo americano dell´amministrazione Bush?
LE GOFF Evidentemente. Ma per proteggersi sia contro il terrorismo sia contro l´imperialismo essa deve riuscire a mantenere una sua identità aperta e non chiusa ed aggressiva.
CACCIARI Non ha alcun senso l´analogia con il XII Secolo. Lì l´Europa si definiva in competizione (ma era un agòn anche quello, nel senso che prima ricordavo!) con una civiltà, quella islamica, che la surclassava per molteplici aspetti. E non certo perché fosse "fondamentalista", nel senso che oggi intendiamo! Il "fondamentalismo" attuale, come Kimpel e tanti altri ci hanno ricordato, è il prodotto della nazionalizzazione-occidentalizzazione delle genti islamiche tra XIX e XX Secolo. E non potrà che svilupparsi e radicalizzarsi di fronte a politiche occidentali «unilaterali». Se - e ripeto: se - l´Europa declinerà la propria «identità» nei termini che ho detto, intrinsecamente «multilaterali» - se l´Europa saprà esprimere il suo stesso «io» come interrogazione-dialogo, allora potrà svolgere un ruolo proprio, autonomo rispetto a tutti i «fondamentalismi». Vi sono «memorie» di una tale possibilità nella storia europea? Oserei citare un nome: Francesco. Ma Francesco è ancora per noi un... possibile?
Intorno all´anno Mille, il sogno comune del Papa e dell´Imperatore era l´ingresso del mondo slavo nella cristianità unita. È ancora un tema di grande attualità...
LE GOFF Il mondo slavo è entrato a far parte della cristianità effettivamente ed essenzialmente verso l´anno Mille e l´allargamento attuale dell´Europa non è che una prima fase del ritorno all´allargamento medievale, fase che deve essere seguita dopo un periodo più o meno lungo dall´allargamento all´Ucraina, alla Bielorussia, e - più difficilmente, ma necessariamente - alla Russia stessa.
CACCIARI Sto leggendo uno straordinario libro, Sulla formazione della cultura europea occidentale di Bruno Luiselli, dove si mostra, secondo le più diverse prospettive l´acculturazione reciproca tra mondo cristiano-romano, mondo germanico e mondo celtico, soprattutto britannico e irlandese. Non so se vi siano ricerche di analogo spessore per le relazioni tra questo mondo occidentale e quello slavo, prima della sua cristianizzazione. Certo che compito e destino della cultura europea occidentale si sono fin dai suoi inizi proiettati «a oriente». L´Europa realizzerà la sua idea allorché questa nostalgia si combinerà con l´altra, complementare, di tanta parte della cultura slava per l´"arcipelago" europeo, per la dimensione cattolico-mediterranea dell´Europa.
A vostro parere, quali sono gli uomini che più hanno contribuito all´idea dell´Europa?
LE GOFF Gli uomini che nel Medioevo hanno fatto esplicitamente riferimento all´unità europea come ad un loro sogno personale sono stati il Enea Silvio Piccolomini, diventato papa come Pio II, e il re ussita di Boemia Georges Podebad.
CACCIARI Parlerei piuttosto di coloro che più hanno rappresentato la sua idea - e cioè di coloro che ne hanno più coerentemente e tragicamente declinato l´essere-contraddizione. Da un lato, coloro che ne volevano «interrare» le differenze, i fanatici dell´Unità, dell´Ordine, dalle grandi tradizioni imperiali a quelle giacobine, sia nelle sue versioni «di destra» sia «di sinistra»; dall´altro, i grandi critici delle "statolatrie", delle infernali confusioni tra civitas hominis e civitas dei, i federalisti nel senso più autentico e profondo del termine, quello che risuona ne La Ginestra di Leopardi! Ma occorre, realisticamente, sapere che entrambi sono l´Europa. Forse, "democrazia" per noi non significa altro che riuscire, di volta in volta, a comporre proprio tale dissonanza.
Le Goff sostiene che il cristianesimo è stato un importante fattore di identità, ma che il processo d´identità europea era iniziato prima e che è proseguito anche dopo la laicizzazione delle nostre società. Un´affermazione come questa sembra dare ragione a chi, in sede di elaborazione della costituzione europea, ha negato la necessità di rifarsi a radici cristiane...
LE GOFF Il preambolo alla costituzione europea mi sembra debba innanzi tutto affermare la laicità della nascente formazione politica; ciò premesso, può anche evocare le differenti eredità ideologiche e culturali, in particolare l´eredità giudeo-cristiana.
CACCIARI Ciò che diciamo «laicizzazione» non è per molti e decisivi aspetti che secolarizzazione di idee religiose. Non vedo fratture irreparabili, e perciò il processo dell´identità europea (ma è tale identità ad essere appunto un processo!) può essere descritto secondo un suo «senso». Basta non cadere in facili storicismi. Il «senso» di un processo storico avviene, Vico docet, essenzialmente per eterogenesi dei fini, non sulla base di calcoli e progetti che poi si realizzino. Nella storia vi è ancora meno «teleologia» che in natura. Il problema oggi non consiste nel «contare» quante manifestazioni o espressioni della nostra cultura debbano essere attribuite a «radici» cristiane, ma nell´analizzare se e come tali «radici» siano ancora «portanti». Credo, allora, risulterebbe evidente come esse lo siano soltanto in quanto «secolarizzate» - ed essenzialmente attraverso la loro riformulazione in chiave universalistico-filantropico-illuministica. Tutti i grandi classici della sociologia della religione tra Ottocento e Novecento, da Troeltsch a Scheler, da Durkheim a Weber, si sono impegnati nella spiegazione di tale «grande trasformazione». La Costituzione Europea avrebbe potuto costituire l´occasione per un ripensamento del «compromesso» tra Christentum e Kultur? A questo fine mirava Papa Wojtyla? I «costituenti» hanno comunque abdicato da tale compito. Ma esso avrebbe mai potuto compiersi?
Molti dicono che l´Europa soffre di un eccesso di vincoli economici e amministrativi e di un deficit di idealità. Le Goff sembra condividere questa opinione quando scrive che «l´Europa è ancora da fare e addirittura da pensare». Che cosa dovrebbero fare i politici e gli intellettuali europei per dare slancio e maggior respiro ideale al progetto europeo?
LE GOFF Bisogna che l´identità economica venga equilibrata dallo sviluppo di un´identità culturale europea le cui basi storiche sono lontane e profonde e infondere all´Europa un dinamismo che nasca da una volontà politica.
CACCIARI Le contraddizioni che minano l´attuale «costruzione» dell´Europa sono presenti in tutte le sue dimensioni. Nessun politico europeo, nessuna delle tradizionali "famiglie" politiche europee, «pensa» l´Europa, poiché significa non pensare l´Europa pensarla come appendice atlantica oppure come asse franco-carolingio; pensarla come crogiuolo occasionalistico di nationes oppure, all´opposto, come nuovo macro-Stato; pensarla come compromesso tra interessi statali o, all´opposto, in termini astrattamente utopistici, come se tradizioni, lingue, culture che la compongono potessero mai dar vita a degli Stati Uniti d´Europa sul modello americano. Ma non c´è dubbio che le contraddizioni riguardano anche la dimensione economica.
Ha collaborato Lidia Fornasiero
neuroscienze
La Stampa 8 Luglio 2004
SU «NATURE» LA SCOPERTA DEI RICERCATORI DI MOLINETTE E CTO
«Così s’addestrano le cellule nervose»
Per la prima volta al mondo è stato dimostrato che sull’uomo i neuroni
che sovraintendono al sistema motorio reagiscono all’effetto placebo
di Grazia Longo
Il risultato positivo dell’effetto placebo - la sensazione di benessere attraverso una suggestione psicologica - è noto da tempo. Ma oggi possiamo affermare con certezza che si tratta di una realtà biologica. Che le cellule nervose possono essere condizionate. Nel senso che possono apprendere un comportamento, una reazione. Possono, insomma, essere addestrate.
La scoperta è il frutto della collaborazione tra il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino - 1° Divisione universitaria di Neurologia dell’ospedale Molinette, diretta dal professor Bruno Bergamasco, al suo fianco sono impegnati il professor Leonardo Lopiano e il professor Fabrizio Benedetti - e della Divisione di Neurochirurgia del Cto (di cui fanno parte i neurochirurghi Michele Lanotte e Antonio Melcarne ).
Una rivelazione di straordinaria importanza - non a caso è stata pubblicata sulla rivista americana Nature, la più prestigiosa al mondo in campo medico scientifico - emersa negli studi per curare il morbo di Parkinson.
Vediamo come. Durante un intervento chirurgico - su un campione di 23 pazienti - per l’applicazione di elettrodi che collegano l’attività dei neuroni ad un pacemaker al cuore è stato possibile registrare l’attività neuronale, la reazione dei neuroni legata all’attività motoria. Il risultato è sconvolgente: la risposta dei neuroni è la stessa sia che vengano somministrati farmaci per potenziare la dopamina (carente nei parkinsoniani), sia che al loro posto venga iniettata della semplice soluzione fisiologica, dell’acqua tanto per intenderci.
«Le singole cellule nervose che sovraintendono il sistema motorio reagiscono all’effetto placebo - ribadisce il professor Bergamasco -, ed è la prima volta al mondo che il fenomeno viene provato su un essere umano».
Una novità che non solo arricchirà la futura ricerca neuroscientifica, approfondendo sempre di più i processi dell’apprendimento umano e del funzionamento neuronale, ma che molto probabilmente avrà delle conseguenze anche sul piano farmaceutico. «È evidente che anche su questo fronte - interviene il professor Lopiano - gli studi sui nuovi medicinali dovranno tenere maggiormente in conto la loro resistenza all’effetto placebo».
Da qui a dire che la terapia farmacologica è vanificata dalla suggestione psicologica ce ne passa - gli stessi esperti stigmatizzano «sull’importanza dei farmaci» - ma apre sicuramente le porte a una nuova prospettiva neurofisiologica. Intanto la novità potrà aver notevoli ricadute cliniche, tra cui l’utilizzo a scopo terapeutico dell’effetto placebo per potenziare l’azione dei farmaci e portare ad altri approcci farmacologici in grado di aumentare la biodisponibilità di dopamina, il neurotrasmettitore chimico carente nella malattia del Parkinson.
Ma torniamo agli aspetti già individuati. La scoperta torinese è avvenuta attraverso la microregistrazione dell’attività elettrica cerebrale lungo la traiettoria che porta al posizionamento dell’elettrodo stimolante. «È stato cioè possibile registrare l’attività elettrica del nucleo subtalamico prima e dopo placebo - spiegano il professor Bergamasco e il professor Lopiano -, dimostrando una netta differenza della frequenza di scarica dei neuroni nei pazienti responsivi al placebo. Era inoltre presente una chiara correlazione clinica tra modificazioni elettriche e miglioramento del paziente».
A rafforzare ulteriormente l’esito torinese è la valutazione in cieco sia da parte di un neurologo sia dal paziente stesso. «In alcuni casi né il medico né il malato erano stati informati dell’utilizzo della soluzione fisiologica al posto del farmaco. Ma la ripresa del paziente si è comunque verificata».
SU «NATURE» LA SCOPERTA DEI RICERCATORI DI MOLINETTE E CTO
«Così s’addestrano le cellule nervose»
Per la prima volta al mondo è stato dimostrato che sull’uomo i neuroni
che sovraintendono al sistema motorio reagiscono all’effetto placebo
di Grazia Longo
Il risultato positivo dell’effetto placebo - la sensazione di benessere attraverso una suggestione psicologica - è noto da tempo. Ma oggi possiamo affermare con certezza che si tratta di una realtà biologica. Che le cellule nervose possono essere condizionate. Nel senso che possono apprendere un comportamento, una reazione. Possono, insomma, essere addestrate.
La scoperta è il frutto della collaborazione tra il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino - 1° Divisione universitaria di Neurologia dell’ospedale Molinette, diretta dal professor Bruno Bergamasco, al suo fianco sono impegnati il professor Leonardo Lopiano e il professor Fabrizio Benedetti - e della Divisione di Neurochirurgia del Cto (di cui fanno parte i neurochirurghi Michele Lanotte e Antonio Melcarne ).
Una rivelazione di straordinaria importanza - non a caso è stata pubblicata sulla rivista americana Nature, la più prestigiosa al mondo in campo medico scientifico - emersa negli studi per curare il morbo di Parkinson.
Vediamo come. Durante un intervento chirurgico - su un campione di 23 pazienti - per l’applicazione di elettrodi che collegano l’attività dei neuroni ad un pacemaker al cuore è stato possibile registrare l’attività neuronale, la reazione dei neuroni legata all’attività motoria. Il risultato è sconvolgente: la risposta dei neuroni è la stessa sia che vengano somministrati farmaci per potenziare la dopamina (carente nei parkinsoniani), sia che al loro posto venga iniettata della semplice soluzione fisiologica, dell’acqua tanto per intenderci.
«Le singole cellule nervose che sovraintendono il sistema motorio reagiscono all’effetto placebo - ribadisce il professor Bergamasco -, ed è la prima volta al mondo che il fenomeno viene provato su un essere umano».
Una novità che non solo arricchirà la futura ricerca neuroscientifica, approfondendo sempre di più i processi dell’apprendimento umano e del funzionamento neuronale, ma che molto probabilmente avrà delle conseguenze anche sul piano farmaceutico. «È evidente che anche su questo fronte - interviene il professor Lopiano - gli studi sui nuovi medicinali dovranno tenere maggiormente in conto la loro resistenza all’effetto placebo».
Da qui a dire che la terapia farmacologica è vanificata dalla suggestione psicologica ce ne passa - gli stessi esperti stigmatizzano «sull’importanza dei farmaci» - ma apre sicuramente le porte a una nuova prospettiva neurofisiologica. Intanto la novità potrà aver notevoli ricadute cliniche, tra cui l’utilizzo a scopo terapeutico dell’effetto placebo per potenziare l’azione dei farmaci e portare ad altri approcci farmacologici in grado di aumentare la biodisponibilità di dopamina, il neurotrasmettitore chimico carente nella malattia del Parkinson.
Ma torniamo agli aspetti già individuati. La scoperta torinese è avvenuta attraverso la microregistrazione dell’attività elettrica cerebrale lungo la traiettoria che porta al posizionamento dell’elettrodo stimolante. «È stato cioè possibile registrare l’attività elettrica del nucleo subtalamico prima e dopo placebo - spiegano il professor Bergamasco e il professor Lopiano -, dimostrando una netta differenza della frequenza di scarica dei neuroni nei pazienti responsivi al placebo. Era inoltre presente una chiara correlazione clinica tra modificazioni elettriche e miglioramento del paziente».
A rafforzare ulteriormente l’esito torinese è la valutazione in cieco sia da parte di un neurologo sia dal paziente stesso. «In alcuni casi né il medico né il malato erano stati informati dell’utilizzo della soluzione fisiologica al posto del farmaco. Ma la ripresa del paziente si è comunque verificata».
neuroscienze
trattamenti antidepressivi
Yahoo! Salute 8.7.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Trattamento combinato per la depressione
Il Pensiero Scientifico Editore
Secondo i risultati di una revisione sistematica pubblicata recentemente negli Archives of General Psychiatry, integrando la terapia antidepressiva con il trattamento psicologico si ottengono significativi miglioramenti nella cura della patologia rispetto al solo intervento farmacologico. In particolare è stato notato che il trattamento combinato favorisce una maggiore aderenza alla terapia farmacologica a lungo termine.
Gli autori della revisione hanno indagato la relazione tra aderenza ed efficacia del trattamento antidepressivo combinato con psicoterapia rispetto al solo intervento farmacologico nella cura dei disordini depressivi. I sedici studi inclusi nella meta-analisi hanno preso in esame 932 pazienti che hanno seguito unicamente un trattamento farmacologico e 910 che hanno seguito un trattamento combinato. Complessivamente i pazienti curati con il trattamento combinato hanno mostrato un miglioramento statisticamente rilevante rispetto a quelli che avevano seguito solo la terapia farmacologica, mentre per quanto riguarda il numero dei pazienti che non hanno avuto miglioramenti e di quelli che hanno abbandonato la cura non è stata riscontrata una distribuzione diversificata tra i due gruppi. Inoltre, le sperimentazioni con una durata superiore alle 12 settimane hanno mostrato una maggiore efficacia del trattamento combinato rispetto alla sola terapia farmacologica, con una significativa riduzione dei pazienti che hanno abbandonato la cura rispetto.
L’aderenza al trattamento farmacologico è uno dei problemi della pratica clinica più rilevanti per la cura delle malattie mentali: per questo gli autori auspicano che vengano svolti altri studi per verificare se una più alta risposta alla cura farmacologica, attribuibile all’uso combinato di farmaci e psicoterapia, possa essere raggiunta con l’uso integrato di psicofarmaci e interventi volti proprio a migliorare l’aderenza.
Bibliografia. Pampallona S, Bollini P, Tibaldi G, Kupelnick B, Munizza C. Patient adherence in the treatment of depression. Arch Gen Psychiatry 2004; 61:714-719
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Trattamento combinato per la depressione
Il Pensiero Scientifico Editore
Secondo i risultati di una revisione sistematica pubblicata recentemente negli Archives of General Psychiatry, integrando la terapia antidepressiva con il trattamento psicologico si ottengono significativi miglioramenti nella cura della patologia rispetto al solo intervento farmacologico. In particolare è stato notato che il trattamento combinato favorisce una maggiore aderenza alla terapia farmacologica a lungo termine.
Gli autori della revisione hanno indagato la relazione tra aderenza ed efficacia del trattamento antidepressivo combinato con psicoterapia rispetto al solo intervento farmacologico nella cura dei disordini depressivi. I sedici studi inclusi nella meta-analisi hanno preso in esame 932 pazienti che hanno seguito unicamente un trattamento farmacologico e 910 che hanno seguito un trattamento combinato. Complessivamente i pazienti curati con il trattamento combinato hanno mostrato un miglioramento statisticamente rilevante rispetto a quelli che avevano seguito solo la terapia farmacologica, mentre per quanto riguarda il numero dei pazienti che non hanno avuto miglioramenti e di quelli che hanno abbandonato la cura non è stata riscontrata una distribuzione diversificata tra i due gruppi. Inoltre, le sperimentazioni con una durata superiore alle 12 settimane hanno mostrato una maggiore efficacia del trattamento combinato rispetto alla sola terapia farmacologica, con una significativa riduzione dei pazienti che hanno abbandonato la cura rispetto.
L’aderenza al trattamento farmacologico è uno dei problemi della pratica clinica più rilevanti per la cura delle malattie mentali: per questo gli autori auspicano che vengano svolti altri studi per verificare se una più alta risposta alla cura farmacologica, attribuibile all’uso combinato di farmaci e psicoterapia, possa essere raggiunta con l’uso integrato di psicofarmaci e interventi volti proprio a migliorare l’aderenza.
Bibliografia. Pampallona S, Bollini P, Tibaldi G, Kupelnick B, Munizza C. Patient adherence in the treatment of depression. Arch Gen Psychiatry 2004; 61:714-719
«la casa del barbone»
citato al Mercoledì
una segnalazione di Paolo Izzo
Repubblica 8.7.04 cronaca di Roma
Quattro prototipi disegnati da progettisti e designer. Saranno utilizzati dalla Caritas
La "casa del barbone"? È firmata dall'architetto
Le abitazioni itineranti verranno distribuite ai numerosi clochard della Capitale
Dal box con cartoni ignifughi ad una copertura che si adatta a una panchina
di ORAZIO LA ROCCA
Architetti e designer all´opera per barboni e senza fissa dimora. Succede a Roma, precisamente all´Istituto Quasar di via Nizza, scuola universitaria di design, dove una equipe di progettisti, coordinati dal direttore didattico Orazio Carpenzano, ha realizzato quattro «case pieghevoli itineranti» destinate a clochard e senzatetto. Quattro prototipi abitativi progettati per singole persone, che il Quasar, in collaborazione con l´Associazione progettisti per l´Habitat (Aph), offrirà alla Caritas diocesana di Roma e alla Comunità di S. Egidio. I volontari di questi due enti caritativi a loro volta provvederanno a distribuire le prime case itineranti a quel variegato popolo di disperati che per scelta, per malattie o per improvviso degrado dovuto a perdita di lavoro, ad alcol o a tossicodipendenze, vivono ai margini della città di Roma.
Il progetto - che dopo Roma sarà proposto anche nelle altre grandi e piccole città dove più evidente è il fenomeno del barbonismo - sarà presentato stasera nell´ambito del meeting «Homeless-A living box" sull´isola Tiberina (alle 19). All´iniziativa hanno dato il loro appoggio il Comune di Roma, la Regione Lazio, la facoltà di architettura «Valle Giulia» e l´Ordine degli architetti di Roma. Circa duemila le case-itineranti che saranno messe a disposizione di Caritas diocesana e Comunità di S. Egidio - spiega Carpenzano - e riguardano in prevalenza il modello-box, un mini rifugio in cartone riciclato, pieghevole, dove una persona può stendersi e riposare. I progettisti - aggiunge Carpenzano - «hanno previsto anche alcune soluzioni tecnico-abitative per garantire anche un certo confort e, principalmente, sicurezza». I materiali sono, infatti, ignifughi, i colori tenui, le pareti laterali hanno un sistema di finestre per permettere l´areazione e, cosa importantissima, la casa è munita di due cellule alimentate da energia solare che di notte possono illuminare l´ambiente interno, senza che il clochard si serva di candele o accendini. Gli altri tre modelli sono: la casetta a tronco di piramide, con un lato libero, adatto per senza fissa dimora che amano dormire all´aperto senza perdere il contatto fisico con la natura; la copertura removibile per panchina, realizzata in pvc flessibile e in polipropilene; e la casa a cilindro elicoidale, richiudibile. «Si può dire - commenta Carpenzano - che in Italia per la prima volta architetti, designer e studenti si interessano dei barboni, una proposta ispirata a modelli architettonici giapponesi, ma plasmata secondo le esigenze legate al mondo dei senzatetto delle nostre città, a partire da Roma». «E´ una sfida ed una scommessa vinta, perché mai prima d´ora in Italia una scuola di design e una facoltà di architettura avevano progettato case per chi non ha case, nel rispetto delle esigenze di chi ha bisogno, con sentimenti di solidarietà e di sollecitudine per i senza fissa dimora e per l´ambiente», conclude Benedetto Todaro, uno dei responsabili del Quasar e docente alla storica facoltà di architettura «Valle Giulia» di Roma.
una segnalazione di Paolo Izzo
Repubblica 8.7.04 cronaca di Roma
Quattro prototipi disegnati da progettisti e designer. Saranno utilizzati dalla Caritas
La "casa del barbone"? È firmata dall'architetto
Le abitazioni itineranti verranno distribuite ai numerosi clochard della Capitale
Dal box con cartoni ignifughi ad una copertura che si adatta a una panchina
di ORAZIO LA ROCCA
Architetti e designer all´opera per barboni e senza fissa dimora. Succede a Roma, precisamente all´Istituto Quasar di via Nizza, scuola universitaria di design, dove una equipe di progettisti, coordinati dal direttore didattico Orazio Carpenzano, ha realizzato quattro «case pieghevoli itineranti» destinate a clochard e senzatetto. Quattro prototipi abitativi progettati per singole persone, che il Quasar, in collaborazione con l´Associazione progettisti per l´Habitat (Aph), offrirà alla Caritas diocesana di Roma e alla Comunità di S. Egidio. I volontari di questi due enti caritativi a loro volta provvederanno a distribuire le prime case itineranti a quel variegato popolo di disperati che per scelta, per malattie o per improvviso degrado dovuto a perdita di lavoro, ad alcol o a tossicodipendenze, vivono ai margini della città di Roma.
Il progetto - che dopo Roma sarà proposto anche nelle altre grandi e piccole città dove più evidente è il fenomeno del barbonismo - sarà presentato stasera nell´ambito del meeting «Homeless-A living box" sull´isola Tiberina (alle 19). All´iniziativa hanno dato il loro appoggio il Comune di Roma, la Regione Lazio, la facoltà di architettura «Valle Giulia» e l´Ordine degli architetti di Roma. Circa duemila le case-itineranti che saranno messe a disposizione di Caritas diocesana e Comunità di S. Egidio - spiega Carpenzano - e riguardano in prevalenza il modello-box, un mini rifugio in cartone riciclato, pieghevole, dove una persona può stendersi e riposare. I progettisti - aggiunge Carpenzano - «hanno previsto anche alcune soluzioni tecnico-abitative per garantire anche un certo confort e, principalmente, sicurezza». I materiali sono, infatti, ignifughi, i colori tenui, le pareti laterali hanno un sistema di finestre per permettere l´areazione e, cosa importantissima, la casa è munita di due cellule alimentate da energia solare che di notte possono illuminare l´ambiente interno, senza che il clochard si serva di candele o accendini. Gli altri tre modelli sono: la casetta a tronco di piramide, con un lato libero, adatto per senza fissa dimora che amano dormire all´aperto senza perdere il contatto fisico con la natura; la copertura removibile per panchina, realizzata in pvc flessibile e in polipropilene; e la casa a cilindro elicoidale, richiudibile. «Si può dire - commenta Carpenzano - che in Italia per la prima volta architetti, designer e studenti si interessano dei barboni, una proposta ispirata a modelli architettonici giapponesi, ma plasmata secondo le esigenze legate al mondo dei senzatetto delle nostre città, a partire da Roma». «E´ una sfida ed una scommessa vinta, perché mai prima d´ora in Italia una scuola di design e una facoltà di architettura avevano progettato case per chi non ha case, nel rispetto delle esigenze di chi ha bisogno, con sentimenti di solidarietà e di sollecitudine per i senza fissa dimora e per l´ambiente», conclude Benedetto Todaro, uno dei responsabili del Quasar e docente alla storica facoltà di architettura «Valle Giulia» di Roma.
panico
Repubblica Salute 8.7.04
Un test "ecologico" sull'attacco di panico
di Antonio Caperna
Un tuffo al cuore, brividi, sensazione di freddo, difficoltà di respirazione. Sono le spie dell'attacco di panico, un disagio che colpisce oltre due milioni di italiani, soprattutto donne (i due terzi, soprattutto tra i 18 e i 40 anni) e che vede nel periodo estivo innescarsi pericolosamente la "miccia". In questa stagione, infatti, c'è una rottura dell'equilibrio domestico che tanto tranquillizza.
"Il primo attacco arriva all'improvviso e rischia di fissarsi in maniera indelebile nella memoria di chi lo ha subito. Ecco perché sarebbe bene diagnosticare questo disagio mentale in tempo, per intervenire tempestivamente ed evitare che l'esperienza negativa vissuta ingigantisca e condizioni il resto della vita", ha affermato Rosario Sorrentino, fondatore dell'Associazione italiana ricerca su questo disturbo (Airdap) e responsabile della Unità italiana contro gli Attacchi di Panico (Uiap), attiva a Roma presso la Clinica Paideia (info 06330945100). "In estate poi", ha aggiunto l'esperto, "si mettono da parte le abitudini e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide sull'insorgenza del disagio mentale".
Quando nell'aria infatti aumenta la concentrazione di anidride carbonica (oltre le 9 mila parti per milione) si stimolano delle "sentinelle ecologiche", cioè dei chemocettori cerebrali, che fanno scatenare l'allarme, attivando l'attacco di panico in persone geneticamente predisposte, e che si possono individuare con uno specifico "test di scatenamento". "Nel centro il paziente viene seguito attraverso un approccio integrato di tipo farmacologico e psicologico", ha aggiunto Paola Vinciguerra, psicoterapeuta dello Uiap, "da un lato si agisce sui neurotrasmettitori e dall'altro si insegna a depotenziare il disturbo con tecniche di psicoterapia cognitivo-comportamentale".
Un test "ecologico" sull'attacco di panico
di Antonio Caperna
Un tuffo al cuore, brividi, sensazione di freddo, difficoltà di respirazione. Sono le spie dell'attacco di panico, un disagio che colpisce oltre due milioni di italiani, soprattutto donne (i due terzi, soprattutto tra i 18 e i 40 anni) e che vede nel periodo estivo innescarsi pericolosamente la "miccia". In questa stagione, infatti, c'è una rottura dell'equilibrio domestico che tanto tranquillizza.
"Il primo attacco arriva all'improvviso e rischia di fissarsi in maniera indelebile nella memoria di chi lo ha subito. Ecco perché sarebbe bene diagnosticare questo disagio mentale in tempo, per intervenire tempestivamente ed evitare che l'esperienza negativa vissuta ingigantisca e condizioni il resto della vita", ha affermato Rosario Sorrentino, fondatore dell'Associazione italiana ricerca su questo disturbo (Airdap) e responsabile della Unità italiana contro gli Attacchi di Panico (Uiap), attiva a Roma presso la Clinica Paideia (info 06330945100). "In estate poi", ha aggiunto l'esperto, "si mettono da parte le abitudini e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide sull'insorgenza del disagio mentale".
Quando nell'aria infatti aumenta la concentrazione di anidride carbonica (oltre le 9 mila parti per milione) si stimolano delle "sentinelle ecologiche", cioè dei chemocettori cerebrali, che fanno scatenare l'allarme, attivando l'attacco di panico in persone geneticamente predisposte, e che si possono individuare con uno specifico "test di scatenamento". "Nel centro il paziente viene seguito attraverso un approccio integrato di tipo farmacologico e psicologico", ha aggiunto Paola Vinciguerra, psicoterapeuta dello Uiap, "da un lato si agisce sui neurotrasmettitori e dall'altro si insegna a depotenziare il disturbo con tecniche di psicoterapia cognitivo-comportamentale".
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