Questa sera Carlo Patrignani su Telesalute (Roma), alle ore 20.30, presenterà anche i due "libretti" delle Aule Magne
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 15 febbraio 2005
la Sala Carlo V, al Maschio Angioino (Castel Nuovo) di Napoli
una segnalazione di Michael Louis Stiefel
www.exibart.com
http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=16673
Nella pagina in cui viene proposta la mostra di Valeria Corvino attualmente in corso, si può leggere del Maschio Angioino in cui essa ha luogo che ci riporta con la memoria al 1996
www.exibart.com
http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=16673
Nella pagina in cui viene proposta la mostra di Valeria Corvino attualmente in corso, si può leggere del Maschio Angioino in cui essa ha luogo che ci riporta con la memoria al 1996
Dal 3 al 26 febbraio 2005
Valeria Corvino - Allusione della Forma
Napoli
CASTEL NUOVO - MASCHIO ANGIOINO
Piazza Municipio (80133)
+39 0817955877 (info)
Valeria Corvino - Allusione della Forma
Napoli
CASTEL NUOVO - MASCHIO ANGIOINO
Piazza Municipio (80133)
+39 0817955877 (info)
CASTEL NUOVO
La costruzione del Castel Nuovo (Maschio Angioino) iniziò nel 1279, sotto il regno di Carlo I d’Angiò, su progetto dell’architetto francese Pierre de Chaule.
Fin dall’inizio esso viene chiamato”Castrum Novum” per distinguerlo da quelli più antichi dell’Ovo e Capuano.
Durante il regno di Roberto d’Angiò, il Castello, divenne un centro culturale dove soggiornarono artisti, medici e letterati fra cui Giotto, Petrarca e Boccaccio.
Agli Angioini successero gli Aragonesi con Alfonso I, che seguendo la scelta dei precedessori, fissò la sua dimora reale in Castel Nuovo iniziandone i lavori di ricostruzione e facendo innalzare all’esterno, fra la Torre di Mezzo e quella di Guardia, il grandioso Arco di Trionfo per celebrare il suo vittorioso ingresso nella città di Napoli.
Attualmente il complesso monumentale viene destinato ad uso culturale ed è, tra l’altro, la sede del Museo Civico diretto da Alfonso Artiaco e Silvana Dello Russo. L’itinerario museale si articola tra la Sala dell’Armeria, la Cappella Palatina o di Santa Barbara, il primo ed il secondo piano della cortina, meridionale a cui si aggiungono la Sala Carlo V e la Sala della Loggia destinate ad ospitare mostre ed iniziative culturali di gran pregio.
SALA CARLO V
Questa Sala situata al primo piano del Castello ha ospitato grandi artisti di fama internazionale: Mimmo Paladino, Betty Bee, Massimo Fagioli, Andy Wharol.
una segnalazione di Michael Louis Stiefel
www.exibart.com
http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=16673
Nella pagina in cui viene proposta la mostra di Valeria Corvino attualmente in corso, si può leggere del Maschio Angioino in cui essa ha luogo che ci riporta con la memoria al 1996
www.exibart.com
http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=16673
Nella pagina in cui viene proposta la mostra di Valeria Corvino attualmente in corso, si può leggere del Maschio Angioino in cui essa ha luogo che ci riporta con la memoria al 1996
Dal 3 al 26 febbraio 2005
Valeria Corvino - Allusione della Forma
Napoli
CASTEL NUOVO - MASCHIO ANGIOINO
Piazza Municipio (80133)
+39 0817955877 (info)
Valeria Corvino - Allusione della Forma
Napoli
CASTEL NUOVO - MASCHIO ANGIOINO
Piazza Municipio (80133)
+39 0817955877 (info)
CASTEL NUOVO
La costruzione del Castel Nuovo (Maschio Angioino) iniziò nel 1279, sotto il regno di Carlo I d’Angiò, su progetto dell’architetto francese Pierre de Chaule.
Fin dall’inizio esso viene chiamato”Castrum Novum” per distinguerlo da quelli più antichi dell’Ovo e Capuano.
Durante il regno di Roberto d’Angiò, il Castello, divenne un centro culturale dove soggiornarono artisti, medici e letterati fra cui Giotto, Petrarca e Boccaccio.
Agli Angioini successero gli Aragonesi con Alfonso I, che seguendo la scelta dei precedessori, fissò la sua dimora reale in Castel Nuovo iniziandone i lavori di ricostruzione e facendo innalzare all’esterno, fra la Torre di Mezzo e quella di Guardia, il grandioso Arco di Trionfo per celebrare il suo vittorioso ingresso nella città di Napoli.
Attualmente il complesso monumentale viene destinato ad uso culturale ed è, tra l’altro, la sede del Museo Civico diretto da Alfonso Artiaco e Silvana Dello Russo. L’itinerario museale si articola tra la Sala dell’Armeria, la Cappella Palatina o di Santa Barbara, il primo ed il secondo piano della cortina, meridionale a cui si aggiungono la Sala Carlo V e la Sala della Loggia destinate ad ospitare mostre ed iniziative culturali di gran pregio.
SALA CARLO V
Questa Sala situata al primo piano del Castello ha ospitato grandi artisti di fama internazionale: Mimmo Paladino, Betty Bee, Massimo Fagioli, Andy Wharol.
oggi anche L'Unità e il manifesto sui minori rinchiusi nel manicomio criminale
L'Unità 15 Febbraio 2005
ROMA Minorenni con difficoltà psichiche rinchiusi in un Ospedale psichiatrico giudiziario a Castiglione delle Stiviere (Mantova): la «sperimentazione» del ministero della Giustizia interesserebbe una decina di giovani condannati e segnalati dai centri di giustizia minorile.
Tutto deciso in gran silenzio. Visto che la legge proibisce espressamente che minori possano essere rinchiusi in manicomi giudiziari. Sono stati gli operatori a lanciare l’allarme al Forum per la salute mentale, rilanciato dalla parlamentare di Rifondazione, Tiziana Valpiana, che ha chiesto immediatamente spiegazioni al ministero della Salute, visto la gestione del centro è affidata dal ministero di Grazia e Giustizia in concessione alla Asl di Mantova.
Il governo, per bocca del sottosegretario Stefano Cursi, ha assicurato che il reparto per i minori è collocato in un’ala separata, «garantendo così la non commistione con gli adulti per tutte le fasi del processo terapeutico». Contatti, però, con gli adulti vengono ammessi. Si parla di «circolazione negli spazi comuni» e di «partecipazione alle attività». La replica della Valpiana è stata secca: «Si tratta di una soluzione inaccettabile e indegna di un paese civile, che non può rinchiudere minori in un ospedale psichiatrico giudiziario. È una collocazione assolutamente inadatta ai minori e tale da precludere ogni speranza di recupero e reinserimento sociale, considerato che i minori, anche quando sono autori di reato e di difficile gestione, hanno bisogno di essere sostenuti all'interno di strutture adeguate».
Ci vuole vedere chiaro anche il Parlamento. La presidente del comitato sulla Giustizia minorile della commissione Giustizia, Marcella Lucidi (Ds), ha chiesto di mettere all’ordine del giorno una visita immediata all’ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Troppe le cose, leggi alla mano, che non quadrano. Domani si saprà se e quando la visita si terrà. Quello che è certa è la condanna per questa «sperimentazione» del mondo scientifico e degli operatori.
«È una decisione assolutamente sconvolgente» stigmatizza il presidente nazionale di Psichiatria democratica, Rocco Canova. «Si è fatto tutto in grande silenzio» commenta. «Si pensa a strutture speciali per minori degli ospedali psichiatrici collocati addirittura all’interno di un “manicomio criminale”. Il governo parla di spazi separati, ma - spiega Canova - sappiamo bene che questo aumenta enormemente il pregiudizio da parte dell’opinione pubblica nei confronti di questi ragazzi che sono in difficoltà, che devono essere aiutati a superare la loro condizione e non essere segregati». Invece si sceglie la via repressiva: «Quando di peggio si possa immaginare: ospedale psichiatrico e carcere insieme». Vi è anche una critica «tecnica». «Le situazioni di minori con diagnosi psichiatrica o antisociale - spiega Canova - non vanno ghettizzate in strutture specifiche, bensì in comunità che abbiano il più possibile una situazione di accoglienza e che non siano esclusivamente rivolte a ragazzi con problemi psichiatrici». Diffida delle comunità iperspecialistiche: «Sono contro ogni idea di emancipazione e di recupero educativo del giovane. Si vogliono raggruppare insieme tutti i cosiddetti “matti”, minori antisociali o tossicodipendenti: è ciò che di peggio si possa pensare». E poi, ricorda, si può parlare di personalità antisociale per un adulto, ma per un minore è sbagliato. «Quella del minore è una situazione di evoluzione psicologica. Non possiamo ingessarlo in una diagnosi. Le difficoltà dei ragazzi non vanno etichettate, ma capite». La sua conclusione? «La diagnosi psichiatrica viene enfatizzata per legittimare la segregazione in un ospedale psichiatrico giudiziario». «Si sono rilanciati i luoghi della segregazione per chi può dare fastidio, per il diverso o l’immigrato. Questo è il dato culturale e politico inquietante: trovare un posto dove segregare le persone che possono dare fastidio. È indegno per uno Stato civile».
Il presidente della Consulta penitenziaria e del Piano carceri per il comune di Roma, Lillo Di Mauro, assicura che gli «ospiti» a Castiglione delle Stiviere sono minori «messi alla prova» dai giudici e non reclusi. Sarebbero dovuti essere affidati alle comunità esterne al carcere e inseriti in progetti per il loro recupero e inserimento. E invece sono finiti in un manicomio criminale. «Qualcosa non funziona nel rapporto di questo governo con i giovani. Il ministro Castelli si è accanito contro la giustizia minorile del nostro paese, una delle più innovative in Europa. Vuole sbattere in galera anche i minori. Taglia i finanziamenti necessari alla giustizia minorile». Cita la situazione di Roma dove il Centro per la giustizia minorile è riuscito a pagare sino al marzo 2004 gli stipendi degli operatori delle comunità di accoglienza e di recupero alternative al carcere. «Ora rischiano tutte di chiudere e i minori di finire in galera - commenta Di Mauro -. Così nei fatti Castelli impone il suo modello che il Parlamento gli ha bloccato».
«Quella che manca è l’idea di una salute mentale di comunità» commenta lo psichiatra Emilio Lupo, segretario di Psichiatria democratica. Emerge un modello repressivo. «Il problema è quello di uno sviluppo di una salute mentale e non quello di “contenere” le persone. Più che togliere problemi agli altri il compito è quello di farsi carico del disagio in tutte le sue forme con il concorrere di saperi e conoscenze diverse».
il manifesto 15.2.05
Minori nel carcere psichiatrico
Sezione ad hoc a Mantova. «Misura ottocentesca». Sirchia sorvola
MATTEO MODER
Incredulità da una parte, difese d'ufficio dall'altra. Queste le reazioni alla notizia, rilanciata ieri in prima pagina da Repubblica dell'apertura di una sezione per i minori (soprattutto stranieri) nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova). Alessandra Cattel, avvocato e membro della Camera minorile di Roma, si è detta scioccata: non è concepibile che i minori siano rinchiusi in una struttura mista, dove cioè sono presenti anche adulti, e il fatto che ci sia una separazione tra i reparti non è una garanzia sufficiente». Cattel ha ricordato che una struttura di questo tipo sicuramente non è prevista dalla legge e ha detto che se fosse stata legale «ci sarebbero probabilmente finiti Erika e Omar, i fidanzatini assassini di Novi Ligure». Cattel ha rilevato che il principio fondamentale, nella giustizia minorile, è che «il ragazzo che commette un reato venga tolto dal circuito penale. Per questo si privilegiano le misure alternative al carcere, come l'affidamento ai servizi sociali o alle comunità». Il manicomio criminale quindi non è la soluzione. Il ministro per la salute, Girolamo Sirchia, al quale la deputata Tiziana Valpiana aveva presentato un'interrogazione denunciando così per prima la presenza di minori in un manicomio criminale, cade dalle nuvole. «Sono cose che vanno prima capite e misurate, poi valutate» ha detto. «Noi non siamo un carcere ma una struttura sanitaria che cura i propri pazienti, sia adulti che giovani» - ha esordito, sicuro, Antonino Calogero, direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario e della comunità psichiatrica protetta per minori di Castiglione delle Siviere. Si è detto stupito dello stupore, «e della faziosità» delle reazioni al reparto per minori ricavato accanto a quello femminile. «Valpiana - ha detto Peppe Dell'Acqua, tra i fondatori del Forum nazionale per la salute mentale, svoltosi in dicembre a Lido di Camaiore, dove questo fatto fu denunciato - aveva definito la vicenda `una soluzione inaccettabile e indegna di un paese civile'. Sottoscrivo in pieno. E' la prima volta dopo 40-50 anni - ha aggiunto - che si ritorna a costruire un istituto per minori, che abbiano la caratteristica del disturbo mentale e della devianza. Siamo nella peggiore delle tradizioni ottocentesche».
Com'è quel manicomio nella descrizone di un altro quotidiano:
La Provincia di Como 15.2.05
Il viaggio Nell'ex manicomio psichiatrico di Castiglione con il direttore: «700 uscite premio per 170 assassini malati di mente» Il nuovo carcere della Caleffi: tra l'atelier, il bar e la piscina
Anna Savini
I pazienti fanno jogging nel parco, nuotano in piscina, dipingono nell'atelier, bevono il cappuccino al bar o ordinano la pizza, vanno dal parrucchiere gratis, giocano a bocce con il sindaco e la gente di Mantova. Se fanno i bravi escono spesso in permesso premio, magari anche due volte al giorno. Piccolo particolare: hanno sparato, strozzato, defenestrato, massacrato, lapidato, iniettato aria nelle vene, accoltellato, ferito, ucciso e magari anche fatto a pezzi i corpi di figli o genitori, bambini piccoli o anziani, sorelle o amanti, mariti o sconosciuti. Però erano infermi mentali. Quindi non devono stare in carcere. Devono curare i loro problemi psichiatrici. Ed è questo che fanno, lontano da casa, protetti dalle mura di un posto che assomiglia a una beauty farm. Benvenuti all'ospedale psichiatrico giudiziario, ex manicomio criminale, di Castiglione delle Stiviere, dove un paziente su due è del centro nord perché sette delitti della follia su 10 avvengono lì. Immerso nel verde di una collina, stanze a due o quattro letti, nessuna guardia carceraria in giro, ma assistenza continua di 210 tra infermieri, educatori, assistenti, psichiatri, psicologi, medici. Benvenuti nella nuova casa di Sonya Caleffi e della giovane mamma di Caccivio che accoltellò la figlioletta di tre anni sull'altare della chiesa. La casa di Ferdinando Caretta che massacrò i genitori e il fratello, la fece franca, scappò a Londra salvo poi confessare la verità dieci anni dopo. La casa di 14 mamme (ma adesso ce ne sono dieci) che si sono disfate dei loro neonati come se fossero sacchetti della spazzatura. L'infermiera di Tavernerio è andata a vivere qui e avrà diritto allo stesso trattamento confortevole di tutti gli altri. In una stanza doppia, non si sa ancora con quale compagna autrice di quale delitto, ha già ricevuto la visita del convivente Gianmarco Belloni. Nella saletta comune con gli altri pazienti, sorvegliati solo da un addetto. «La prassi comune - spiega il direttore Antonino Calogero -. I nostri pazienti, che al momento sono 170 possono incontrare i parenti se sono autorizzati, ma noi li portiamo anche spesso fuori, per esempio in una piscina coperta a fare idroterapia. Abbiamo 700 uscite permesso all'anno, ma chi scappa è una minoranza. Anzi, direi che questo problema si verifica davvero raramente». Non vogliono scappare i pazienti. Si scappa da dove non si sta bene e a Castiglione, nell'Opg fondato nel 1939 e forse a rischio chiusura per i costi altissimi che il direttore non vuole svelare («la spesa maggiore è il personale, ma capirà che con il tipo di pazienti che abbiamo è necessario»), si sta benissimo. «I pazienti dormono fino alle otto del mattino, fanno colazione, c'è la terapia farmacologica e le attività previste per il recupero. La nostra struttura è convenzionata con il ministero della salute ma a differenza degli altri cinque che ci sono in Italia ha personale sanitario proprio. C'è anche un reparto per minori («autorizzato dal dipartimento minori del ministero di Giustizia») con personale a sè. «Di solito i pazienti hanno un percorso di cura decennale ma in genere dopo cinque, sei anni possono uscire. Solo che noi li dimettiamo soltanto se abbiamo attivato una convenzione con le comunità o con i servizi Asl perchè sono pazienti che hanno sempre bisogno di assistenza. All'origine dei reati che hanno commesso ci sono malattie mentali, depressioni maggiori e il nostro compito è quello di ricostruire il quadro psichico di ogni persona».
Mantova, per i minori manicomio criminale
Durissime proteste per l’iniziativa del ministero della Giustizia. Psichiatria democratica: «Sconvolgente». I ds: un gruppo di parlamentari entri subito nella struttura
Roberto MonteforteDurissime proteste per l’iniziativa del ministero della Giustizia. Psichiatria democratica: «Sconvolgente». I ds: un gruppo di parlamentari entri subito nella struttura
ROMA Minorenni con difficoltà psichiche rinchiusi in un Ospedale psichiatrico giudiziario a Castiglione delle Stiviere (Mantova): la «sperimentazione» del ministero della Giustizia interesserebbe una decina di giovani condannati e segnalati dai centri di giustizia minorile.
Tutto deciso in gran silenzio. Visto che la legge proibisce espressamente che minori possano essere rinchiusi in manicomi giudiziari. Sono stati gli operatori a lanciare l’allarme al Forum per la salute mentale, rilanciato dalla parlamentare di Rifondazione, Tiziana Valpiana, che ha chiesto immediatamente spiegazioni al ministero della Salute, visto la gestione del centro è affidata dal ministero di Grazia e Giustizia in concessione alla Asl di Mantova.
Il governo, per bocca del sottosegretario Stefano Cursi, ha assicurato che il reparto per i minori è collocato in un’ala separata, «garantendo così la non commistione con gli adulti per tutte le fasi del processo terapeutico». Contatti, però, con gli adulti vengono ammessi. Si parla di «circolazione negli spazi comuni» e di «partecipazione alle attività». La replica della Valpiana è stata secca: «Si tratta di una soluzione inaccettabile e indegna di un paese civile, che non può rinchiudere minori in un ospedale psichiatrico giudiziario. È una collocazione assolutamente inadatta ai minori e tale da precludere ogni speranza di recupero e reinserimento sociale, considerato che i minori, anche quando sono autori di reato e di difficile gestione, hanno bisogno di essere sostenuti all'interno di strutture adeguate».
Ci vuole vedere chiaro anche il Parlamento. La presidente del comitato sulla Giustizia minorile della commissione Giustizia, Marcella Lucidi (Ds), ha chiesto di mettere all’ordine del giorno una visita immediata all’ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Troppe le cose, leggi alla mano, che non quadrano. Domani si saprà se e quando la visita si terrà. Quello che è certa è la condanna per questa «sperimentazione» del mondo scientifico e degli operatori.
«È una decisione assolutamente sconvolgente» stigmatizza il presidente nazionale di Psichiatria democratica, Rocco Canova. «Si è fatto tutto in grande silenzio» commenta. «Si pensa a strutture speciali per minori degli ospedali psichiatrici collocati addirittura all’interno di un “manicomio criminale”. Il governo parla di spazi separati, ma - spiega Canova - sappiamo bene che questo aumenta enormemente il pregiudizio da parte dell’opinione pubblica nei confronti di questi ragazzi che sono in difficoltà, che devono essere aiutati a superare la loro condizione e non essere segregati». Invece si sceglie la via repressiva: «Quando di peggio si possa immaginare: ospedale psichiatrico e carcere insieme». Vi è anche una critica «tecnica». «Le situazioni di minori con diagnosi psichiatrica o antisociale - spiega Canova - non vanno ghettizzate in strutture specifiche, bensì in comunità che abbiano il più possibile una situazione di accoglienza e che non siano esclusivamente rivolte a ragazzi con problemi psichiatrici». Diffida delle comunità iperspecialistiche: «Sono contro ogni idea di emancipazione e di recupero educativo del giovane. Si vogliono raggruppare insieme tutti i cosiddetti “matti”, minori antisociali o tossicodipendenti: è ciò che di peggio si possa pensare». E poi, ricorda, si può parlare di personalità antisociale per un adulto, ma per un minore è sbagliato. «Quella del minore è una situazione di evoluzione psicologica. Non possiamo ingessarlo in una diagnosi. Le difficoltà dei ragazzi non vanno etichettate, ma capite». La sua conclusione? «La diagnosi psichiatrica viene enfatizzata per legittimare la segregazione in un ospedale psichiatrico giudiziario». «Si sono rilanciati i luoghi della segregazione per chi può dare fastidio, per il diverso o l’immigrato. Questo è il dato culturale e politico inquietante: trovare un posto dove segregare le persone che possono dare fastidio. È indegno per uno Stato civile».
Il presidente della Consulta penitenziaria e del Piano carceri per il comune di Roma, Lillo Di Mauro, assicura che gli «ospiti» a Castiglione delle Stiviere sono minori «messi alla prova» dai giudici e non reclusi. Sarebbero dovuti essere affidati alle comunità esterne al carcere e inseriti in progetti per il loro recupero e inserimento. E invece sono finiti in un manicomio criminale. «Qualcosa non funziona nel rapporto di questo governo con i giovani. Il ministro Castelli si è accanito contro la giustizia minorile del nostro paese, una delle più innovative in Europa. Vuole sbattere in galera anche i minori. Taglia i finanziamenti necessari alla giustizia minorile». Cita la situazione di Roma dove il Centro per la giustizia minorile è riuscito a pagare sino al marzo 2004 gli stipendi degli operatori delle comunità di accoglienza e di recupero alternative al carcere. «Ora rischiano tutte di chiudere e i minori di finire in galera - commenta Di Mauro -. Così nei fatti Castelli impone il suo modello che il Parlamento gli ha bloccato».
«Quella che manca è l’idea di una salute mentale di comunità» commenta lo psichiatra Emilio Lupo, segretario di Psichiatria democratica. Emerge un modello repressivo. «Il problema è quello di uno sviluppo di una salute mentale e non quello di “contenere” le persone. Più che togliere problemi agli altri il compito è quello di farsi carico del disagio in tutte le sue forme con il concorrere di saperi e conoscenze diverse».
il manifesto 15.2.05
Minori nel carcere psichiatrico
Sezione ad hoc a Mantova. «Misura ottocentesca». Sirchia sorvola
MATTEO MODER
Incredulità da una parte, difese d'ufficio dall'altra. Queste le reazioni alla notizia, rilanciata ieri in prima pagina da Repubblica dell'apertura di una sezione per i minori (soprattutto stranieri) nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova). Alessandra Cattel, avvocato e membro della Camera minorile di Roma, si è detta scioccata: non è concepibile che i minori siano rinchiusi in una struttura mista, dove cioè sono presenti anche adulti, e il fatto che ci sia una separazione tra i reparti non è una garanzia sufficiente». Cattel ha ricordato che una struttura di questo tipo sicuramente non è prevista dalla legge e ha detto che se fosse stata legale «ci sarebbero probabilmente finiti Erika e Omar, i fidanzatini assassini di Novi Ligure». Cattel ha rilevato che il principio fondamentale, nella giustizia minorile, è che «il ragazzo che commette un reato venga tolto dal circuito penale. Per questo si privilegiano le misure alternative al carcere, come l'affidamento ai servizi sociali o alle comunità». Il manicomio criminale quindi non è la soluzione. Il ministro per la salute, Girolamo Sirchia, al quale la deputata Tiziana Valpiana aveva presentato un'interrogazione denunciando così per prima la presenza di minori in un manicomio criminale, cade dalle nuvole. «Sono cose che vanno prima capite e misurate, poi valutate» ha detto. «Noi non siamo un carcere ma una struttura sanitaria che cura i propri pazienti, sia adulti che giovani» - ha esordito, sicuro, Antonino Calogero, direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario e della comunità psichiatrica protetta per minori di Castiglione delle Siviere. Si è detto stupito dello stupore, «e della faziosità» delle reazioni al reparto per minori ricavato accanto a quello femminile. «Valpiana - ha detto Peppe Dell'Acqua, tra i fondatori del Forum nazionale per la salute mentale, svoltosi in dicembre a Lido di Camaiore, dove questo fatto fu denunciato - aveva definito la vicenda `una soluzione inaccettabile e indegna di un paese civile'. Sottoscrivo in pieno. E' la prima volta dopo 40-50 anni - ha aggiunto - che si ritorna a costruire un istituto per minori, che abbiano la caratteristica del disturbo mentale e della devianza. Siamo nella peggiore delle tradizioni ottocentesche».
Com'è quel manicomio nella descrizone di un altro quotidiano:
La Provincia di Como 15.2.05
Il viaggio Nell'ex manicomio psichiatrico di Castiglione con il direttore: «700 uscite premio per 170 assassini malati di mente» Il nuovo carcere della Caleffi: tra l'atelier, il bar e la piscina
Anna Savini
I pazienti fanno jogging nel parco, nuotano in piscina, dipingono nell'atelier, bevono il cappuccino al bar o ordinano la pizza, vanno dal parrucchiere gratis, giocano a bocce con il sindaco e la gente di Mantova. Se fanno i bravi escono spesso in permesso premio, magari anche due volte al giorno. Piccolo particolare: hanno sparato, strozzato, defenestrato, massacrato, lapidato, iniettato aria nelle vene, accoltellato, ferito, ucciso e magari anche fatto a pezzi i corpi di figli o genitori, bambini piccoli o anziani, sorelle o amanti, mariti o sconosciuti. Però erano infermi mentali. Quindi non devono stare in carcere. Devono curare i loro problemi psichiatrici. Ed è questo che fanno, lontano da casa, protetti dalle mura di un posto che assomiglia a una beauty farm. Benvenuti all'ospedale psichiatrico giudiziario, ex manicomio criminale, di Castiglione delle Stiviere, dove un paziente su due è del centro nord perché sette delitti della follia su 10 avvengono lì. Immerso nel verde di una collina, stanze a due o quattro letti, nessuna guardia carceraria in giro, ma assistenza continua di 210 tra infermieri, educatori, assistenti, psichiatri, psicologi, medici. Benvenuti nella nuova casa di Sonya Caleffi e della giovane mamma di Caccivio che accoltellò la figlioletta di tre anni sull'altare della chiesa. La casa di Ferdinando Caretta che massacrò i genitori e il fratello, la fece franca, scappò a Londra salvo poi confessare la verità dieci anni dopo. La casa di 14 mamme (ma adesso ce ne sono dieci) che si sono disfate dei loro neonati come se fossero sacchetti della spazzatura. L'infermiera di Tavernerio è andata a vivere qui e avrà diritto allo stesso trattamento confortevole di tutti gli altri. In una stanza doppia, non si sa ancora con quale compagna autrice di quale delitto, ha già ricevuto la visita del convivente Gianmarco Belloni. Nella saletta comune con gli altri pazienti, sorvegliati solo da un addetto. «La prassi comune - spiega il direttore Antonino Calogero -. I nostri pazienti, che al momento sono 170 possono incontrare i parenti se sono autorizzati, ma noi li portiamo anche spesso fuori, per esempio in una piscina coperta a fare idroterapia. Abbiamo 700 uscite permesso all'anno, ma chi scappa è una minoranza. Anzi, direi che questo problema si verifica davvero raramente». Non vogliono scappare i pazienti. Si scappa da dove non si sta bene e a Castiglione, nell'Opg fondato nel 1939 e forse a rischio chiusura per i costi altissimi che il direttore non vuole svelare («la spesa maggiore è il personale, ma capirà che con il tipo di pazienti che abbiamo è necessario»), si sta benissimo. «I pazienti dormono fino alle otto del mattino, fanno colazione, c'è la terapia farmacologica e le attività previste per il recupero. La nostra struttura è convenzionata con il ministero della salute ma a differenza degli altri cinque che ci sono in Italia ha personale sanitario proprio. C'è anche un reparto per minori («autorizzato dal dipartimento minori del ministero di Giustizia») con personale a sè. «Di solito i pazienti hanno un percorso di cura decennale ma in genere dopo cinque, sei anni possono uscire. Solo che noi li dimettiamo soltanto se abbiamo attivato una convenzione con le comunità o con i servizi Asl perchè sono pazienti che hanno sempre bisogno di assistenza. All'origine dei reati che hanno commesso ci sono malattie mentali, depressioni maggiori e il nostro compito è quello di ricostruire il quadro psichico di ogni persona».
sogni
una mostra d'arte ungherese a Roma
Il Messaggero Martedì 15 Febbraio 2005
A Palazzo Falconieri la mostra di cinque artisti ungheresi tra fine ’800 e inizi ’900
La forma dei sogni in sessanta opere
di Fabiana Mendia
All'alba del XX secolo un gruppo di intellettuali ungheresi viene sollecitato dal pensiero occultistico ed esoterico e da Freud, comprende che per raggiungere la totale libertà di creare e rappresentare una realtà superiore è fondamentale esplorare alcune forme d'associazione fino a quel momento trascurate: l'onnipotenza del sogno, il gioco disinteressato del pensiero. Tivadar Csontvàry Kosztka, Lajos Gulàcsy, Anna Lesznai, Gyula Tichy e Attila Sassy sono tutti d'accordo a riconoscere la validità di modelli non presi dal mondo esterno, ma dall'interiorità. Rappresentano l'invisibile e con questa intuizione precedono di un paio di decenni Breton e i surrealisti che pubblicano il loro Manifesto nel 1924 a Parigi.
Le sessanta opere di Sogni Dipinti- Favola. Visione e sogno dell'arte ungherese 1890-1920 , esposte a Palazzo Falconieri, offrono una suggestiva e magica esperienza di conoscenza e contatto percettivo con la vita interiore e la sensibilità dei cinque protagonisti, che riescono a coinvolgere profondamente. C'è colore, estrema libertà nella stesura pittorica, attenzione alle componenti narrative, evocative e introspettive. Ma nonostante alcuni comuni denominatori, i giovani sognatori seguono percorsi paralleli, ma le loro ansie, paure, sentimenti, espressi con segni e forme diverse, li portano a dipingere una nuova armonia.
Kosztka e la Lesznai ambiscono a raggiungere un'identità primordiale e a riconoscere nel sogno il mezzo per tornare all'Eden. Il primo cerca però anche "grandi motivi"oltre l'esperienza onirica, ha voglia di cercare il colore e la luce, per cui compie alcuni viaggi in Italia, nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nell'Africa Settentrionale. Sicuramente, per Kosztka il soggiorno a Roma (1881-82) ferma nella sua memoria l'esperienza diretta di Raffaello e la scoperta dei nazareni e dei preraffeilliti, interessante per la commistione tra sacro e profano.
Anna Lesznai scrive, dipinge e disegna le favole, insieme all'amico Gulàcsy. Il loro mondo si chiama "NàConxypan". Nell'opera grafica "Il viaggio della piccola farfalla a Lezna e nel vicino Regno delle Fate" (del 1913) si racconta di un viaggio per raccogliere la polvere di sogno da portare via.
La prima guerra mondiale ridimensiona il mondo dei sogni, delle fate e delle farfalle dei giovani artisti ungheresi. Alcuni non riescono più a volare: Gulàcsy si ammala di schizofrenia a Venezia alle prime notizie del conflitto, Kosztka diventa psicotico. Gli altri lentamente perdono l'equilibrio dell'anima. Ma di loro restano: Ultime illusioni, Sogni d'oppio, Estasi, le fiabe di un calamaio, Idillio, Mandorlo in fiore, Giardino antico, Rococò, Minuetto, Il sogno del fumatore d'oppio.
(Accademia d'Ungheria, palazzo Falconieri, via Giulia 1, Info: 06-6889671).
A Palazzo Falconieri la mostra di cinque artisti ungheresi tra fine ’800 e inizi ’900
La forma dei sogni in sessanta opere
di Fabiana Mendia
All'alba del XX secolo un gruppo di intellettuali ungheresi viene sollecitato dal pensiero occultistico ed esoterico e da Freud, comprende che per raggiungere la totale libertà di creare e rappresentare una realtà superiore è fondamentale esplorare alcune forme d'associazione fino a quel momento trascurate: l'onnipotenza del sogno, il gioco disinteressato del pensiero. Tivadar Csontvàry Kosztka, Lajos Gulàcsy, Anna Lesznai, Gyula Tichy e Attila Sassy sono tutti d'accordo a riconoscere la validità di modelli non presi dal mondo esterno, ma dall'interiorità. Rappresentano l'invisibile e con questa intuizione precedono di un paio di decenni Breton e i surrealisti che pubblicano il loro Manifesto nel 1924 a Parigi.
Le sessanta opere di Sogni Dipinti- Favola. Visione e sogno dell'arte ungherese 1890-1920 , esposte a Palazzo Falconieri, offrono una suggestiva e magica esperienza di conoscenza e contatto percettivo con la vita interiore e la sensibilità dei cinque protagonisti, che riescono a coinvolgere profondamente. C'è colore, estrema libertà nella stesura pittorica, attenzione alle componenti narrative, evocative e introspettive. Ma nonostante alcuni comuni denominatori, i giovani sognatori seguono percorsi paralleli, ma le loro ansie, paure, sentimenti, espressi con segni e forme diverse, li portano a dipingere una nuova armonia.
Kosztka e la Lesznai ambiscono a raggiungere un'identità primordiale e a riconoscere nel sogno il mezzo per tornare all'Eden. Il primo cerca però anche "grandi motivi"oltre l'esperienza onirica, ha voglia di cercare il colore e la luce, per cui compie alcuni viaggi in Italia, nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nell'Africa Settentrionale. Sicuramente, per Kosztka il soggiorno a Roma (1881-82) ferma nella sua memoria l'esperienza diretta di Raffaello e la scoperta dei nazareni e dei preraffeilliti, interessante per la commistione tra sacro e profano.
Anna Lesznai scrive, dipinge e disegna le favole, insieme all'amico Gulàcsy. Il loro mondo si chiama "NàConxypan". Nell'opera grafica "Il viaggio della piccola farfalla a Lezna e nel vicino Regno delle Fate" (del 1913) si racconta di un viaggio per raccogliere la polvere di sogno da portare via.
La prima guerra mondiale ridimensiona il mondo dei sogni, delle fate e delle farfalle dei giovani artisti ungheresi. Alcuni non riescono più a volare: Gulàcsy si ammala di schizofrenia a Venezia alle prime notizie del conflitto, Kosztka diventa psicotico. Gli altri lentamente perdono l'equilibrio dell'anima. Ma di loro restano: Ultime illusioni, Sogni d'oppio, Estasi, le fiabe di un calamaio, Idillio, Mandorlo in fiore, Giardino antico, Rococò, Minuetto, Il sogno del fumatore d'oppio.
(Accademia d'Ungheria, palazzo Falconieri, via Giulia 1, Info: 06-6889671).
mentire
L'Arena Martedì 15 Febbraio 2005
Domani.
Frottole e bugie. All’Upif si parla delle loro origini
Relatrice Teresa Sassaroli
di Giuseppe Corrà
Lavagno. Le bugie sono ancora di moda in un mondo in cui tutto rischia di divenire virtuale? Meglio parlarne all’Università popolare di istruzione e formazione. L’appuntamento è domani, alle 15.15, nella sala civica di San Pietro di Lavagno con la professoressa Teresa Sassaroli. La bugia ha sempre accompagnato la storia dell’uomo. Tutti la deprecano, ma continua a fiorire, anche se noi siamo fatti per dire la verità e quando raccontiamo bugie andiamo contro la nostra natura. A volte ci sentiamo a disagio; altre, invece, proviamo un sottile piacere nel narrarle sempre più grosse. Ma, chi sa davvero ascoltare s’accorge quando si tratta di frottole. Esistono tanti tipi di bugie. Quelle dei bambini, funzionali alla crescita, create dalla loro fantasia. Esse tendono a far percepire per vero quanto sognano o temono.
Vasta è la gamma delle bugie degli adulti che possono mentire anche tacendo: bastano pochi gesti, semplici insinuazioni. Si può mentire a fin di bene, come quando si parla ad un ammalato; ci sono le bugie dette per scherzo; le bugie generose quando si fa del bene in segreto, ma anche quelle dettate dal proprio tornaconto, quando si imbroglia per il proprio interesse. A preoccupare genitori ed educatori ci sono le tipiche bugie degli adolescenti. Essi snocciolano volentieri spacconate e vanterie con i coetanei, mentre con i grandi inventano scuse.
La vita quotidiana è tutta un intrecciarsi fra menzogna e linguaggio perché non esiste una società senza comunicazione. Occorre perciò condividere il linguaggio ed il significato delle parole, soprattutto per mezzo dei mass media e in particolare della televisione: la scatola magica che produce e insegna il presunto vero, le forme e i gesti dello stare insieme, il nuovo significato delle parole. La televisione mette d’accordo, ci fa condividere stili di vita, gesti e parole. La tv sa creare questo ambiente, perché tempo e spazio si confondono e tutto diventa possibile dalle fiction e ai reality.
Teologi e filosofi si sono divisi sulla bugia: i Sofisti affermano che il linguaggio è sempre menzognero perché le esperienze non sono parole. Sant’Agostino riconosce che il linguaggio è spesso limitato e oscuro. Per Kant la bugia non è mai lecita, per Schopenauer la menzogna può rappresentare una legittima difesa contro l’invadenza curiosa. Già Platone consigliava ai governanti di mentire per il bene del popolo e Machiavelli, più tardi, incoraggia il suo Principe a comportarsi da gran simulatore.
Anche la letteratura vive di finzione con le sue poesie, con il «dolce inganno» dove le parole spingono alle emozioni, al dolore, alla gioia o alla compassione. Pure con i romanzi. Oggi noi viviamo quasi gioiosamente nella menzogna, fra i valori iperbolici della new economy, i messaggi promozionali della pubblicità, le fiction della televisione, fino ai sogni quotidiani.
Domani.
Frottole e bugie. All’Upif si parla delle loro origini
Relatrice Teresa Sassaroli
di Giuseppe Corrà
Lavagno. Le bugie sono ancora di moda in un mondo in cui tutto rischia di divenire virtuale? Meglio parlarne all’Università popolare di istruzione e formazione. L’appuntamento è domani, alle 15.15, nella sala civica di San Pietro di Lavagno con la professoressa Teresa Sassaroli. La bugia ha sempre accompagnato la storia dell’uomo. Tutti la deprecano, ma continua a fiorire, anche se noi siamo fatti per dire la verità e quando raccontiamo bugie andiamo contro la nostra natura. A volte ci sentiamo a disagio; altre, invece, proviamo un sottile piacere nel narrarle sempre più grosse. Ma, chi sa davvero ascoltare s’accorge quando si tratta di frottole. Esistono tanti tipi di bugie. Quelle dei bambini, funzionali alla crescita, create dalla loro fantasia. Esse tendono a far percepire per vero quanto sognano o temono.
Vasta è la gamma delle bugie degli adulti che possono mentire anche tacendo: bastano pochi gesti, semplici insinuazioni. Si può mentire a fin di bene, come quando si parla ad un ammalato; ci sono le bugie dette per scherzo; le bugie generose quando si fa del bene in segreto, ma anche quelle dettate dal proprio tornaconto, quando si imbroglia per il proprio interesse. A preoccupare genitori ed educatori ci sono le tipiche bugie degli adolescenti. Essi snocciolano volentieri spacconate e vanterie con i coetanei, mentre con i grandi inventano scuse.
La vita quotidiana è tutta un intrecciarsi fra menzogna e linguaggio perché non esiste una società senza comunicazione. Occorre perciò condividere il linguaggio ed il significato delle parole, soprattutto per mezzo dei mass media e in particolare della televisione: la scatola magica che produce e insegna il presunto vero, le forme e i gesti dello stare insieme, il nuovo significato delle parole. La televisione mette d’accordo, ci fa condividere stili di vita, gesti e parole. La tv sa creare questo ambiente, perché tempo e spazio si confondono e tutto diventa possibile dalle fiction e ai reality.
Teologi e filosofi si sono divisi sulla bugia: i Sofisti affermano che il linguaggio è sempre menzognero perché le esperienze non sono parole. Sant’Agostino riconosce che il linguaggio è spesso limitato e oscuro. Per Kant la bugia non è mai lecita, per Schopenauer la menzogna può rappresentare una legittima difesa contro l’invadenza curiosa. Già Platone consigliava ai governanti di mentire per il bene del popolo e Machiavelli, più tardi, incoraggia il suo Principe a comportarsi da gran simulatore.
Anche la letteratura vive di finzione con le sue poesie, con il «dolce inganno» dove le parole spingono alle emozioni, al dolore, alla gioia o alla compassione. Pure con i romanzi. Oggi noi viviamo quasi gioiosamente nella menzogna, fra i valori iperbolici della new economy, i messaggi promozionali della pubblicità, le fiction della televisione, fino ai sogni quotidiani.
adolescenti
La Stampa 15 Febbraio 2005
QUATTRO INCONTRI, A PARTIRE DA DOMANI, PER OFFRIRE UN MOMENTO DI CONFRONTO SUI PROBLEMI E LE ESIGENZE DEI GIOVANI
Adolescenza, età di sfide e incertezze
L’Università e il «rischio di crescere»
AOSTA. «Il rischio di crescere. Dilemmi e opportunità di sviluppo nell’età adolescenziale»: è questo il titolo di una serie di 4 incontri per parlare delle sfide e delle incertezze di una età impegnativa. L’iniziativa è a cura dell’Università della Valle d’Aosta.
Il Comitato accademico delle Scienze psicologiche dell’ateneo regionale ha proposto la serie di conferenze, a carattere divulgativo, che si svolgeranno da domani fino a maggio. Lo scopo dell’iniziativa è quello di offrire un momento di confronto sulle problematiche dell’adolescenza, evidenziando i fattori sia di rischio sia di protezione di questa fase evolutiva.
La prima conferenza è fissata per domani alle 17, nella sede dell’Università in via dei Cappuccini 2 ad Aosta, nello stabile dell’ex Piccolo Seminario. Il tema è: «Relazioni familiari e rischio in adolescenza». L’obiettivo è quello di analizzare la relazione tra alcune caratteristiche del «funzionamento familiare» e lo sviluppo di componenti a rischio da parte dei giovani. «Sebbene non sia più considerata come il periodo più difficile della vita - dicono gli organizzatori degli incontri -, l’adolescenza resta una fase di sviluppo particolarmente delicata che coinvolge non solo i ragazzi, ma anche le loro famiglie».
Talvolta, nell’affrontare lo sviluppo, gli adolescenti hanno dei comportamenti che possono mettere in pericolo il loro benessere fisico, psicologico e sociale. E’ della massima importanza il ruolo della famiglia nel promuovere percorsi di sviluppo che siano caratterizzati dal maggior benessere possibile, con il forte coinvolgimento dei giovani. Interverranno la professoressa Elena Catellino dell’Università della Valle d’Aosta e la dottoressa Emanuela Calandri dell’Università di Torino.
I successivi appuntamenti sono in programma sempre alle 17, nella stessa sede. Mercoledì 16 marzo il tema trattato sarà: «I processi di socializzazione normativa degli adolescenti - Problemi teorici e problemi di metodo». I relatori saranno la professoressa Anna Rosa Favretto e la dottoressa Francesca Zaltron. Il 13 aprile si parlerà di: «Generi in costruzione - L’identità sessuale negli adolescenti», con relatrice la dottoressa Chiara Bertone. Ultimo incontro il 4 maggio, su un tema di drammatica attualità: «Il bere giovane». Relazioneranno il professor Amedeo Cottino e il dottor Luca Scacchi. Per informazioni: u-comunicazione@univda.it oppure telefonare al numero 0165-306752.
QUATTRO INCONTRI, A PARTIRE DA DOMANI, PER OFFRIRE UN MOMENTO DI CONFRONTO SUI PROBLEMI E LE ESIGENZE DEI GIOVANI
Adolescenza, età di sfide e incertezze
L’Università e il «rischio di crescere»
AOSTA. «Il rischio di crescere. Dilemmi e opportunità di sviluppo nell’età adolescenziale»: è questo il titolo di una serie di 4 incontri per parlare delle sfide e delle incertezze di una età impegnativa. L’iniziativa è a cura dell’Università della Valle d’Aosta.
Il Comitato accademico delle Scienze psicologiche dell’ateneo regionale ha proposto la serie di conferenze, a carattere divulgativo, che si svolgeranno da domani fino a maggio. Lo scopo dell’iniziativa è quello di offrire un momento di confronto sulle problematiche dell’adolescenza, evidenziando i fattori sia di rischio sia di protezione di questa fase evolutiva.
La prima conferenza è fissata per domani alle 17, nella sede dell’Università in via dei Cappuccini 2 ad Aosta, nello stabile dell’ex Piccolo Seminario. Il tema è: «Relazioni familiari e rischio in adolescenza». L’obiettivo è quello di analizzare la relazione tra alcune caratteristiche del «funzionamento familiare» e lo sviluppo di componenti a rischio da parte dei giovani. «Sebbene non sia più considerata come il periodo più difficile della vita - dicono gli organizzatori degli incontri -, l’adolescenza resta una fase di sviluppo particolarmente delicata che coinvolge non solo i ragazzi, ma anche le loro famiglie».
Talvolta, nell’affrontare lo sviluppo, gli adolescenti hanno dei comportamenti che possono mettere in pericolo il loro benessere fisico, psicologico e sociale. E’ della massima importanza il ruolo della famiglia nel promuovere percorsi di sviluppo che siano caratterizzati dal maggior benessere possibile, con il forte coinvolgimento dei giovani. Interverranno la professoressa Elena Catellino dell’Università della Valle d’Aosta e la dottoressa Emanuela Calandri dell’Università di Torino.
I successivi appuntamenti sono in programma sempre alle 17, nella stessa sede. Mercoledì 16 marzo il tema trattato sarà: «I processi di socializzazione normativa degli adolescenti - Problemi teorici e problemi di metodo». I relatori saranno la professoressa Anna Rosa Favretto e la dottoressa Francesca Zaltron. Il 13 aprile si parlerà di: «Generi in costruzione - L’identità sessuale negli adolescenti», con relatrice la dottoressa Chiara Bertone. Ultimo incontro il 4 maggio, su un tema di drammatica attualità: «Il bere giovane». Relazioneranno il professor Amedeo Cottino e il dottor Luca Scacchi. Per informazioni: u-comunicazione@univda.it oppure telefonare al numero 0165-306752.
disturbi alimentari
Repubblica Torino 15.2.05
Quando il cibo è un problema
Aperto alle Molinette un reparto per i disturbi alimentari
Un problema che riguarda 6400 piemontesi e in particolare le ragazze: sottopeso 19 su 100
È il primo in Italia per la prevenzione e la cura dell'anoressia e della bulimia
Daniele Diena
L'angoscia d'aumentare di peso è tale che altera addirittura l'immagine corporea, fino a far vedere il grasso che non c'è. Sono i segnali dell'anoressia nervosa, disturbo del comportamento alimentare che porta a ridurre drasticamente il cibo ingerito fino ad arrivare, nei casi più gravi, a pericolosi digiuni. Insieme al suo opposto, la bulimia, caratterizzata invece da una fame insaziabile che spesso nasconde un'inconscia disistima di sé che porta appunto a colmare il senso d'inadeguatezza con grandi abbuffate, rappresenta un serio problema per 6400 piemontesi, 5000 dei quali sono bulimici e 1400 anoressici. Un tipico problema d'origine psicologica che riguarda soprattutto le ragazze (tra i 10 e i 34 anni la fascia d'età più colpita): ne soffrono infatti 7 su 100, contro l'1% dei maschi, e, stando ad un recente studio compiuto nelle scuole superiori piemontesi, addirittura 17 su 100 risultano sottopeso.
Per affrontare al meglio questo problema emergente è stato aperto alle Molinette il primo reparto italiano dedicato alla cura e alla prevenzione dei cosiddetti "disturbi del comportamento alimentare". Diretto dal professor Secondo Fassino, psichiatra, il centro, ideato su un modello londinese, rappresenta la prima realtà sanitaria che raggruppa sotto lo stesso tetto l'attività ambulatoriale, quella di day hospital e l'area di degenza riservata ai casi più gravi che rappresentano il 15-20% del totale. Successivamente un day hospital psichiatrico per i disturbi alimentari sarà abbinato al centro, cui già oggi afferiscono specialisti in dietologia, nutrizione clinica, endocrinologia e malattie del metabolismo. Innovativo anche il percorso terapeutico, studiato in modo da arrivare ad una cura personalizzata per ogni paziente.
Ma come succede che un giovane arrivi a questi disturbi? «All'origine dell'anoressia nervosa possono esserci alterazioni neurobiologiche, ma molto più spesso si deve all'inadeguatezza delle dinamiche interfamiliari, inoltre s'è visto che frequentemente s'accompagna a certi tratti ben precisi del carattere» dice Fassino, che era anche relatore di un convegno sull´argomento che si è tenuto nell´aula magna delle Molinette. Vediamo allora come si riconosce la futura anoressica. «È una perfezionista - dice Fassino - e una ragazza con un'esagerata preoccupazione d'evitare le situazioni per lei negative. Inoltre ha un'"Io" debole, è scarsamente autodeterminata e molto dipendente dai modelli esterni. Infine è condizionata, nell´inconscio, da una scarsa autostima».
Come evitare la trappola dell'anoressia e della bulimia? Gli esperti dicono che, problematiche personali a parte, aiuta molto a prevenire l'avere un corretto stile di vita e quindi d'alimentazione. «Questo vuol dire - spiega il dottor Giuseppe Maffi, dirigente del servizio e nutrizionista - che bisogna mangiare il giusto a tavola, sia come nutrienti che come quantità, non ridurre mai drasticamente le porzioni di cibo e soprattutto non usarlo come se fosse un farmaco». Che significa? «Significa che non si deve ricorrere al cibo come ad un sedativo o un antidepressivo per calmare l'insoddisfazione personale». E, per cambiare musica, non scordare di fare un po' d'attività aerobica: 40 minuti 4-5 volte a settimana ottimizzano il fabbisogno energetico e compensano gli eccessi alimentari.
Quando il cibo è un problema
Aperto alle Molinette un reparto per i disturbi alimentari
Un problema che riguarda 6400 piemontesi e in particolare le ragazze: sottopeso 19 su 100
È il primo in Italia per la prevenzione e la cura dell'anoressia e della bulimia
Daniele Diena
L'angoscia d'aumentare di peso è tale che altera addirittura l'immagine corporea, fino a far vedere il grasso che non c'è. Sono i segnali dell'anoressia nervosa, disturbo del comportamento alimentare che porta a ridurre drasticamente il cibo ingerito fino ad arrivare, nei casi più gravi, a pericolosi digiuni. Insieme al suo opposto, la bulimia, caratterizzata invece da una fame insaziabile che spesso nasconde un'inconscia disistima di sé che porta appunto a colmare il senso d'inadeguatezza con grandi abbuffate, rappresenta un serio problema per 6400 piemontesi, 5000 dei quali sono bulimici e 1400 anoressici. Un tipico problema d'origine psicologica che riguarda soprattutto le ragazze (tra i 10 e i 34 anni la fascia d'età più colpita): ne soffrono infatti 7 su 100, contro l'1% dei maschi, e, stando ad un recente studio compiuto nelle scuole superiori piemontesi, addirittura 17 su 100 risultano sottopeso.
Per affrontare al meglio questo problema emergente è stato aperto alle Molinette il primo reparto italiano dedicato alla cura e alla prevenzione dei cosiddetti "disturbi del comportamento alimentare". Diretto dal professor Secondo Fassino, psichiatra, il centro, ideato su un modello londinese, rappresenta la prima realtà sanitaria che raggruppa sotto lo stesso tetto l'attività ambulatoriale, quella di day hospital e l'area di degenza riservata ai casi più gravi che rappresentano il 15-20% del totale. Successivamente un day hospital psichiatrico per i disturbi alimentari sarà abbinato al centro, cui già oggi afferiscono specialisti in dietologia, nutrizione clinica, endocrinologia e malattie del metabolismo. Innovativo anche il percorso terapeutico, studiato in modo da arrivare ad una cura personalizzata per ogni paziente.
Ma come succede che un giovane arrivi a questi disturbi? «All'origine dell'anoressia nervosa possono esserci alterazioni neurobiologiche, ma molto più spesso si deve all'inadeguatezza delle dinamiche interfamiliari, inoltre s'è visto che frequentemente s'accompagna a certi tratti ben precisi del carattere» dice Fassino, che era anche relatore di un convegno sull´argomento che si è tenuto nell´aula magna delle Molinette. Vediamo allora come si riconosce la futura anoressica. «È una perfezionista - dice Fassino - e una ragazza con un'esagerata preoccupazione d'evitare le situazioni per lei negative. Inoltre ha un'"Io" debole, è scarsamente autodeterminata e molto dipendente dai modelli esterni. Infine è condizionata, nell´inconscio, da una scarsa autostima».
Come evitare la trappola dell'anoressia e della bulimia? Gli esperti dicono che, problematiche personali a parte, aiuta molto a prevenire l'avere un corretto stile di vita e quindi d'alimentazione. «Questo vuol dire - spiega il dottor Giuseppe Maffi, dirigente del servizio e nutrizionista - che bisogna mangiare il giusto a tavola, sia come nutrienti che come quantità, non ridurre mai drasticamente le porzioni di cibo e soprattutto non usarlo come se fosse un farmaco». Che significa? «Significa che non si deve ricorrere al cibo come ad un sedativo o un antidepressivo per calmare l'insoddisfazione personale». E, per cambiare musica, non scordare di fare un po' d'attività aerobica: 40 minuti 4-5 volte a settimana ottimizzano il fabbisogno energetico e compensano gli eccessi alimentari.
Marco Bellocchio
Ansa.it 14.2.05
CINEMA: BELLOCCHIO GIRA 'IL REGISTA DI MATRIMONI'
OGGI IL PRIMO CIAK
(ANSA) - ROMA - E' stato battuto oggi il primo ciak del nuovo film di Marco Bellocchio 'Il regista di matrimoni'. Nel cast Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Gavina, Maurizio Donadoni, Bruno Cariello. Ambientato e girato in gran parte in Sicilia, il film è prodotto da Filmalbatros, Rai Cinema, Dania cinematografica, Immagine Cinema e per la Francia Filmtel. Bellocchio racconta che la vicenda ha inizio con ''un regista, Sergio Castellitto, in crisi perché la figlia ha sposato un fervente cattolico catecumenale e perché gli tocca girare l' ennesima versione dei Promessi Sposi. Alla crisi si aggiunge un evento inaspettato, così decide di fuggire in un paesino della Sicilia profonda, dove incontra un regista di matrimoni...''. (ANSA).
CINEMA: BELLOCCHIO GIRA 'IL REGISTA DI MATRIMONI'
OGGI IL PRIMO CIAK
(ANSA) - ROMA - E' stato battuto oggi il primo ciak del nuovo film di Marco Bellocchio 'Il regista di matrimoni'. Nel cast Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Gavina, Maurizio Donadoni, Bruno Cariello. Ambientato e girato in gran parte in Sicilia, il film è prodotto da Filmalbatros, Rai Cinema, Dania cinematografica, Immagine Cinema e per la Francia Filmtel. Bellocchio racconta che la vicenda ha inizio con ''un regista, Sergio Castellitto, in crisi perché la figlia ha sposato un fervente cattolico catecumenale e perché gli tocca girare l' ennesima versione dei Promessi Sposi. Alla crisi si aggiunge un evento inaspettato, così decide di fuggire in un paesino della Sicilia profonda, dove incontra un regista di matrimoni...''. (ANSA).
innamorarsi
Yahoo! Salute lunedì 14 febbraio 2005
Psichiatria, Psicologia e Neurologia Tutte le notizie
A me gli occhi: tre minuti per innamorarsi
Emanuela Grasso
Bastano solo tre secondi per capire se una persona vi piace. In tre minuti, se vi va bene, siete già innamorati. Tutto il resto sono parole, parole, parole. Per perdere la testa non serve conoscere il carattere, le abitudini, i pregi o i difetti di un’altra persona: basta uno sguardo. Ma non uno sguardo qualunque: quello spontaneo, quello del momento in cui avviene il riconoscimento. Lo sostiene un lavoro condotto da Robert Kurzban, professore di psicologia dell’evoluzione alla University of Pennsylvania.
Il medico statunitense ha organizzato degli “speed dating”, cioè una sorta di appuntamento "al buio" velocissimo in cui una persona ha solo tre minuti di tempo per conoscerne un’altra, a ben dieci mila persone nel corso di un anno. Generalmente gli appuntamenti di questo tipo si svolgono in un bar e, seduti ad un tavolino davanti a qualcosa da bere, uomini e donne si incontrano per la prima volta. Ad ogni partecipante viene fornita una scheda nella quale deve descrivere le caratteristiche delle persone con cui ha parlato e dare loro un voto.
I partecipanti vengono osservati da alcuni ricercatori che ne valutano gli atteggiamenti, le movenze, gli sguardi, tutta la comunicazione non verbale insomma. Dal confronto tra le risposte al questionario e l’osservazione dei partecipanti allo studio Kurzban ha stabilito che se una persona è interessata ad un’altra lo capisce subito, in pochissimo tempo. È la famosa questione di pelle: è una cosa istintiva. In questo tipo di fascinazione non c’entrano niente il carattere, le passioni, i vizi o le virtù della persona che si ha di fronte.
Questi “speed dating” offrono agli psicologi qualcosa che raramente essi riescono a ritrovare nel corso di ricerche ben strutturate, cioè la spontaneità nel comportamento. “Il comportamento estemporaneo delle persone vale più delle risposte che ci danno ragionando sulle domande dei nostri questionari. Quello che abbiamo notato è che basta veramente uno sguardo per interessare o essere interessati da una persona”, sostiene il medico statunitense. Perciò occhi aperti più che mai, sempre e ovunque. Tre secondi possono cambiare la vita.
ibidem
A colpi di risate può nascere un amore
Paola Marano
Lei: mi deve far ridere. Lui: deve apprezzare le mie battute. In amore, c’è almeno una condizione che mette d’accordo uomini e donne, il senso dell’umorismo. Ciascun sesso infatti, almeno a giudicare da un’indagine condotta al Dipartimento di Psicologia della McMaster University, in Canada, percepisce lo humour in maniera diversa e, per fortuna, complementare.
Lo humour fa innamorare le donne, per loro il senso dell’umorismo è una dote irrinunciabile dell’uomo; insomma lei vuole un partner che la faccia ridere. Gli uomini invece non lo apprezzano molto nelle donne a meno che non si tratti solo di amicizia, quindi un uomo vuole una partner che prima di tutto sappia apprezzare le sue battute, e non una che faccia battute a sua volta. Il delicato equilibrio nella percezione dello humour da parte dei due sessi, quindi, aiuta naturalmente lo sviluppo di storie d’amore, ha rilevato in un’indagine su 150 studenti universitari Eric Bressler.
Gran parte della ricerca, ci ha raccontato Bressler, si è basata sulla somministrazione di questionari dati ad hoc dagli psicologi e distribuiti agli studenti. Nel 65 per cento dei casi, ha riferito Bressler, “in relazioni amorose o comunque sessuali gli uomini preferiscono le donne che ridono alle loro battute”. Nel 62 per cento dei casi invece le donne cercano un uomo che le faccia ridere. Ma in amicizia i canoni di scelta un po’ cambiano, soprattutto per gli uomini. Questi, ha precisato Bressler, cercano amiche con un buon senso dell'umorismo, insomma proprio le donne che tendono a scartare in amore. Invece le donne non cambiano preferenza ed anche in amicizia cercano uomini dotati di un ottimo senso dell’umorismo.
Il motivo di queste differenze tra i sessi? “È un po’ presto per stabilire qualunque deduzione generale sul comportamento umano nei confronti dello humour. Ma penso che la differenza trovata nei due sessi sia l’ennesimo riflesso di come uomini e donne alla ricerca di un partner potenziale, spesso ma non sempre, si concentrano su differenti aspetti caratteriali", ha ammesso Bressler. ”Credo che la tendenza maschile a innamorarsi di una donna che ami il suo senso dell’umorismo scaturisca dal più ampio bisogno dell’uomo di sentirsi apprezzato dalla propria partner. L’attrazione femminile per uomini con senso dell’umorismo suggerisce invece che le donne vedono nello humour maschile un buon parametro per stabilire se lui abbia o meno delle qualità”, ha proposto Bressler.
Psichiatria, Psicologia e Neurologia Tutte le notizie
A me gli occhi: tre minuti per innamorarsi
Emanuela Grasso
Bastano solo tre secondi per capire se una persona vi piace. In tre minuti, se vi va bene, siete già innamorati. Tutto il resto sono parole, parole, parole. Per perdere la testa non serve conoscere il carattere, le abitudini, i pregi o i difetti di un’altra persona: basta uno sguardo. Ma non uno sguardo qualunque: quello spontaneo, quello del momento in cui avviene il riconoscimento. Lo sostiene un lavoro condotto da Robert Kurzban, professore di psicologia dell’evoluzione alla University of Pennsylvania.
Il medico statunitense ha organizzato degli “speed dating”, cioè una sorta di appuntamento "al buio" velocissimo in cui una persona ha solo tre minuti di tempo per conoscerne un’altra, a ben dieci mila persone nel corso di un anno. Generalmente gli appuntamenti di questo tipo si svolgono in un bar e, seduti ad un tavolino davanti a qualcosa da bere, uomini e donne si incontrano per la prima volta. Ad ogni partecipante viene fornita una scheda nella quale deve descrivere le caratteristiche delle persone con cui ha parlato e dare loro un voto.
I partecipanti vengono osservati da alcuni ricercatori che ne valutano gli atteggiamenti, le movenze, gli sguardi, tutta la comunicazione non verbale insomma. Dal confronto tra le risposte al questionario e l’osservazione dei partecipanti allo studio Kurzban ha stabilito che se una persona è interessata ad un’altra lo capisce subito, in pochissimo tempo. È la famosa questione di pelle: è una cosa istintiva. In questo tipo di fascinazione non c’entrano niente il carattere, le passioni, i vizi o le virtù della persona che si ha di fronte.
Questi “speed dating” offrono agli psicologi qualcosa che raramente essi riescono a ritrovare nel corso di ricerche ben strutturate, cioè la spontaneità nel comportamento. “Il comportamento estemporaneo delle persone vale più delle risposte che ci danno ragionando sulle domande dei nostri questionari. Quello che abbiamo notato è che basta veramente uno sguardo per interessare o essere interessati da una persona”, sostiene il medico statunitense. Perciò occhi aperti più che mai, sempre e ovunque. Tre secondi possono cambiare la vita.
ibidem
A colpi di risate può nascere un amore
Paola Marano
Lei: mi deve far ridere. Lui: deve apprezzare le mie battute. In amore, c’è almeno una condizione che mette d’accordo uomini e donne, il senso dell’umorismo. Ciascun sesso infatti, almeno a giudicare da un’indagine condotta al Dipartimento di Psicologia della McMaster University, in Canada, percepisce lo humour in maniera diversa e, per fortuna, complementare.
Lo humour fa innamorare le donne, per loro il senso dell’umorismo è una dote irrinunciabile dell’uomo; insomma lei vuole un partner che la faccia ridere. Gli uomini invece non lo apprezzano molto nelle donne a meno che non si tratti solo di amicizia, quindi un uomo vuole una partner che prima di tutto sappia apprezzare le sue battute, e non una che faccia battute a sua volta. Il delicato equilibrio nella percezione dello humour da parte dei due sessi, quindi, aiuta naturalmente lo sviluppo di storie d’amore, ha rilevato in un’indagine su 150 studenti universitari Eric Bressler.
Gran parte della ricerca, ci ha raccontato Bressler, si è basata sulla somministrazione di questionari dati ad hoc dagli psicologi e distribuiti agli studenti. Nel 65 per cento dei casi, ha riferito Bressler, “in relazioni amorose o comunque sessuali gli uomini preferiscono le donne che ridono alle loro battute”. Nel 62 per cento dei casi invece le donne cercano un uomo che le faccia ridere. Ma in amicizia i canoni di scelta un po’ cambiano, soprattutto per gli uomini. Questi, ha precisato Bressler, cercano amiche con un buon senso dell'umorismo, insomma proprio le donne che tendono a scartare in amore. Invece le donne non cambiano preferenza ed anche in amicizia cercano uomini dotati di un ottimo senso dell’umorismo.
Il motivo di queste differenze tra i sessi? “È un po’ presto per stabilire qualunque deduzione generale sul comportamento umano nei confronti dello humour. Ma penso che la differenza trovata nei due sessi sia l’ennesimo riflesso di come uomini e donne alla ricerca di un partner potenziale, spesso ma non sempre, si concentrano su differenti aspetti caratteriali", ha ammesso Bressler. ”Credo che la tendenza maschile a innamorarsi di una donna che ami il suo senso dell’umorismo scaturisca dal più ampio bisogno dell’uomo di sentirsi apprezzato dalla propria partner. L’attrazione femminile per uomini con senso dell’umorismo suggerisce invece che le donne vedono nello humour maschile un buon parametro per stabilire se lui abbia o meno delle qualità”, ha proposto Bressler.
la sindrome di San Valentino
Ansa.it 14/02/2005 - 22:20
San Valentino: sindrome per difficoltà con altro sesso
Neuropsichiatra, colpisce 10% di giovani e adulti
(ANSA)-FIRENZE,14 FEB-Non c'è più solo il 'male d'amore', da un po' di tempo la psichiatria deve occuparsi anche della 'Sindrome di San Valentino'. Uno stato che porta 'mancanza di serenita' e, soprattutto, accentua le difficoltà esistenti nelle relazioni con l'altro sesso'. Il 10% delle persone - spiega il direttore dell'Istituto di Neuroscienze di Firenze, Pallanti - ha problemi nell'interrelazionarsi con l'altro sesso, specialmente le donne(60-65%) e a San Valentino i problemi crescono.
San Valentino: sindrome per difficoltà con altro sesso
Neuropsichiatra, colpisce 10% di giovani e adulti
(ANSA)-FIRENZE,14 FEB-Non c'è più solo il 'male d'amore', da un po' di tempo la psichiatria deve occuparsi anche della 'Sindrome di San Valentino'. Uno stato che porta 'mancanza di serenita' e, soprattutto, accentua le difficoltà esistenti nelle relazioni con l'altro sesso'. Il 10% delle persone - spiega il direttore dell'Istituto di Neuroscienze di Firenze, Pallanti - ha problemi nell'interrelazionarsi con l'altro sesso, specialmente le donne(60-65%) e a San Valentino i problemi crescono.
copyright @ 2005 ANSA
una segnalazione di Gianluca Cangemi
Repubblica 15.2.05
L'analista è morto a Roma
I DUE VOLTI DI CAROTENUTO
LUCIANA SICA
Con Aldo Carotenuto - stroncato da una crisi cardiaca all'età di settantadue anni - scompare uno dei protagonisti "storici" della cultura junghiana. Allievo del grande ed eccentrico Ernst Bernhard (il terapeuta di Fellini e della Ginzburg), studioso di fama internazionale, professore di Teorie della personalità alla Sapienza di Roma, Carotenuto è stato l'analista più chiacchierato di questo Paese, il più famoso e il più invidiato, il più amato e il più odiato.
I suoi detrattori - molto astiosi - parlavano di lui come dell'Alberoni della psicoanalisi italiana: per la sua tendenza che si è andata accentuando negli anni a pubblicare libri poco rigorosi, troppo "facili" e inclini al rosa. Gli amici, gli allievi, e soprattutto i pazienti - spesso di gran nome, come ad esempio Fernanda Pivano - lo hanno invece sempre difeso pubblicamente, lo hanno considerato piuttosto un uomo fragile e narcisista, magari infantilmente bisognoso di essere amato, comunque un intellettuale di grande generosità umana e professionale, e per certi versi geniale.
Una decina d'anni fa, il gran circo mediatico entrò in fibrillazione per un "incidente" indubbiamente solleticante - la denuncia di un'ex paziente sedotta e abbandonata, seguita dall'uscita del temibile dongiovanni dall'Associazione italiana di psicologia analitica (l'Aipa). Ma alla fine non è per questo episodio che si ricorderà Carotenuto: la pericolosa confusione tra stanza d´analisi e stanza da letto, i "transfert erotici" sono casi ricorrenti nel mondo dell'inconscio e hanno travolto diversi illustri custodi del sapere junghiano e freudiano, magari con meno clamore.
È invece la capacità di lasciare un segno originale che è decisamente più rara, e Carotenuto rimarrà come lo studioso che ha "scoperto" un capitolo illuminante della storia della psicoanalisi, ricostruendo per la prima volta il triangolo - non solo intellettuale - che ha avuto per protagonisti Jung, Freud e la meno nota Sabina Spielrein: il suo Diario di una segreta simmetria, pubblicato da Astrolabio nel 1980, è un libro fondamentale sul piano scientifico, non a caso tradotto anche in giapponese.
Quando, un paio di anni fa, fece la sua comparsa il film di Roberto Faenza - Prendimi l'anima - dedicato alla figura della Spielrein, ebrea russa bella e psicotica, paziente e poi amante di Jung, più tardi devotissima a Freud, comunque a lungo schiacciata dalla personalità dei due giganti, Carotenuto ne fu davvero molto ferito, disse di sentirsi "derubato", si dolse di essere stato citato solo nei titoli di coda: un po' troppo en passant, effettivamente.
Analista controverso ma coltissimo, appassionato della creatività umana e del suo rapporto con la malattia, Carotenuto ha dedicato molti dei suoi studi a scrittori come Pasolini, Kafka, Dostoevskij, Shakespeare, Bousquet. Una volta accantonati i pettegolezzi e le battute - quelle sì, troppo "facili" - bisognerà pienamente riconoscere il suo ruolo nel grande teatro della psicoanalisi, frequentato spesso da mediocri ragionieri dell'anima.
«Bisogna distinguere tra la produzione saggistica di Carotenuto e la sua personalità che conteneva elementi oscuri, come del resto si potrebbe dire per ogni individuo»: Mario Trevi, il grande autorevolissimo vecchio dello junghismo italiano, riconosce l'«importanza» di molti libri di Carotenuto, magari quelli meno celebri. Opere che hanno affrontato il pensiero asistematico e contraddittorio del maestro svizzero (Senso e contenuto della psicologia analitica, Bollati Boringhieri; Jung e la cultura italiana, Astrolabio), lo sviluppo psichico femminile (La scala che scende nell'acqua, Bollati Boringhieri), le tesi di Neumann sullo sviluppo della coscienza maschile (Il labirinto verticale, Astrolabio) fino al Trattato di psicologia della personalità (Cortina) e alla direzione per la Utet dei due volumi del Trattato di psicologia analitica.
I funerali di Aldo Carotenuto si terranno alle undici di questa mattina, a Roma, nella basilica di Santa Maria in Trastevere.
Cancrini (se può interessare) ne parla così:
Il Messaggero 15.2.05
Morto Aldo Carotenuto, psicoanalista dei sentimenti
Una vita per capire l’amore
di LUIGI CANCRINI
Quando qualcuno mi dice che Aldo Carotenuto ci ha lasciato mi rendo conto all’improvviso del contrasto che c’è fra il modo naturale con cui le cose che ha scritto fanno parte del mio mondo interno, del mio modo di ragionare e lavorare e la povertà complessiva degli scambi avuti direttamente con lui in questi anni. Come se quello che oggi se ne va fosse stato, per quello che ne so non soltanto con me, un uomo schivo, poco a suo agio nel gioco complesso delle relazioni interpersonali e sicuro di sé, invece, coraggioso e vitale solo nelle situazioni di studio e di lavoro. Situazioni da cui Aldo Carotenuto ha saputo come pochi altri, credo, utilizzare con tanta intelligenza le strade dello studio scientifico e del libro divulgativo, dell’articolo di giornale e dell’intervista televisiva nella battaglia più importante sua e di tanti di noi: quella centrata sul tentativo di proporre, in controtendenza con una cultura del riduzionismo teorico e della semplificazione grossolana di tutti i messaggi, la necessità di portare rispetto alla complessità estrema e spesso contraddittoria dei comportamenti umani e il contributo che possono dare, in questa direzione, le esperienze legate alla psicanalisi di Freud, alla psicologia analitica di Jung e la pratica moderna della psicoterapia.
Un esempio significativo di questo modo di muoversi da parte di Carotenuto è quello legato al Diario di una segreta simmetria: Sabina Spielrein fra Jung e Freud pubblicato nel 1980. Venuto in possesso del diario di Sabrina Spielrein e di un carteggio inedito fra tre personaggi chiave di una storia ancora in gran parte oscurata dalla necessità di salvare il mito relativo ai fondatori della psicoanalisi dalla conoscenza dei loro momenti di debolezza (una consegna seguita attentamente dai primi biografi di Freud e di Jung), Carotenuto decide prima di tutto di pubblicarli integralmente. «Velare pudicamente, nella figura di un grande alcuni aspetti sconcertanti scrive Carotenuto significa in definitiva non avere fiducia nel suo valore... quanti uomini sono stati influenzati da Freud e da Jung? Quanti si riconoscono in loro ragionando e studiando? Ebbene, a questo punto, qualsiasi informazione che possa rischiarare meglio il loro contributo alla scienza va conosciuta e fatto conoscere».
Il quadro che emerge da questa lettura del diario e delle lettere è, in effetti, un quadro sconvolgente per chi nei miti aveva creduto. Jung si trovò coinvolto in un rapporto affettivo complesso con una paziente bella, intelligente e sensibile. La curò ottenendo un miglioramento importante della sua sintomatologia e permettendo ad una “bambina inferma” di trasformarsi in una donna forte, capace di vivere la propria vita. Il prezzo pagato in quella occasione a questo lavoro di terapia, però, fu lo sviluppo di una storia di “amore psicoanalitico” destinato ad incidere profondamente e dolorosamente nella vita di tutti e due. Furono i turbamenti legati alla loro vicenda affettiva a spingerli verso Freud di cui ambedue cercarono il consiglio e l’aiuto. «Poiché però l’amicizia tra Freud e Jung si stava già guastando Sabina si trovò in mezzo a una situazione molto complessa di amore e di odio che vide i tre protagonisti dibattersi e perfino dilaniarsi, coinvolti all’interno di una vicenda profondamente umana». Una vicenda che nulla toglie, ovviamente, alla validità e alla vitalità dei contributi scientifici proposti da Freud e da Jung e che ci permette di inquadrarli, però, all’interno della fatica straordinaria, della inquietudine e della incertezza da cui questi contributi erano nati. Permettendoci di incontrare l’uomo che si nascondeva dietro il mito del fondatore o del maestro. Facendoci sentire meno sperduti e meno soli in quella continua e inquieta ricerca di una verità sempre sfuggente, sempre relativa, sempre e soltanto individuale su cui si basa, allora come oggi, ogni tentativo di fare psicoterapia. Aiutandoci a capire, soprattutto, che nessuno di noi sarà mai, sennò nel momento pericolosissimo del delirio, «il terapeuta perfetto, infallibile, che persegue sempre il bene del paziente: senza mai lasciarsi tentare dal desiderio di guarire una ferita personale o di soddisfare un proprio desiderio».
Tratto da La nostalgia della memoria , un libro di molti anni dopo, quest’ultima citazione mi aiuta a riproporre due questioni centrali nella vita e nell’opera di Aldo Carotenuto. L’insegnamento rivolto ai terapeuti sulla necessità di sentire fino in fondo la precarietà, a volte insostenibile, di un lavoro in cui si deve avere il coraggio di mettersi continuamente in questione e quello rivolto a un pubblico più ampio sull’idea per cui la vera saggezza non è mai quella di chi crede di sapere molto ma quella di chi sa di sapere troppo poco, di se stesso e degli altri, per pronunciare un qualsiasi tipo di giudizio definitivo. La verità psicologica, suggerisce Carotenuto, è sempre e solo quella che si trova insieme, nel corso di un incontro riuscito ed è questo, per me, il ricordo più bello che possiamo avere di lui: quello di un uomo capace di trarre, dalla percezione dolorosa del proprio limite, il desiderio di insegnarne la necessità e la invalicabilità. Insegnando al tempo stesso che l’uomo è davvero se stesso soltanto nel momento dell’incontro con l’altro.
Repubblica 15.2.05
L'analista è morto a Roma
I DUE VOLTI DI CAROTENUTO
LUCIANA SICA
Con Aldo Carotenuto - stroncato da una crisi cardiaca all'età di settantadue anni - scompare uno dei protagonisti "storici" della cultura junghiana. Allievo del grande ed eccentrico Ernst Bernhard (il terapeuta di Fellini e della Ginzburg), studioso di fama internazionale, professore di Teorie della personalità alla Sapienza di Roma, Carotenuto è stato l'analista più chiacchierato di questo Paese, il più famoso e il più invidiato, il più amato e il più odiato.
I suoi detrattori - molto astiosi - parlavano di lui come dell'Alberoni della psicoanalisi italiana: per la sua tendenza che si è andata accentuando negli anni a pubblicare libri poco rigorosi, troppo "facili" e inclini al rosa. Gli amici, gli allievi, e soprattutto i pazienti - spesso di gran nome, come ad esempio Fernanda Pivano - lo hanno invece sempre difeso pubblicamente, lo hanno considerato piuttosto un uomo fragile e narcisista, magari infantilmente bisognoso di essere amato, comunque un intellettuale di grande generosità umana e professionale, e per certi versi geniale.
Una decina d'anni fa, il gran circo mediatico entrò in fibrillazione per un "incidente" indubbiamente solleticante - la denuncia di un'ex paziente sedotta e abbandonata, seguita dall'uscita del temibile dongiovanni dall'Associazione italiana di psicologia analitica (l'Aipa). Ma alla fine non è per questo episodio che si ricorderà Carotenuto: la pericolosa confusione tra stanza d´analisi e stanza da letto, i "transfert erotici" sono casi ricorrenti nel mondo dell'inconscio e hanno travolto diversi illustri custodi del sapere junghiano e freudiano, magari con meno clamore.
È invece la capacità di lasciare un segno originale che è decisamente più rara, e Carotenuto rimarrà come lo studioso che ha "scoperto" un capitolo illuminante della storia della psicoanalisi, ricostruendo per la prima volta il triangolo - non solo intellettuale - che ha avuto per protagonisti Jung, Freud e la meno nota Sabina Spielrein: il suo Diario di una segreta simmetria, pubblicato da Astrolabio nel 1980, è un libro fondamentale sul piano scientifico, non a caso tradotto anche in giapponese.
Quando, un paio di anni fa, fece la sua comparsa il film di Roberto Faenza - Prendimi l'anima - dedicato alla figura della Spielrein, ebrea russa bella e psicotica, paziente e poi amante di Jung, più tardi devotissima a Freud, comunque a lungo schiacciata dalla personalità dei due giganti, Carotenuto ne fu davvero molto ferito, disse di sentirsi "derubato", si dolse di essere stato citato solo nei titoli di coda: un po' troppo en passant, effettivamente.
Analista controverso ma coltissimo, appassionato della creatività umana e del suo rapporto con la malattia, Carotenuto ha dedicato molti dei suoi studi a scrittori come Pasolini, Kafka, Dostoevskij, Shakespeare, Bousquet. Una volta accantonati i pettegolezzi e le battute - quelle sì, troppo "facili" - bisognerà pienamente riconoscere il suo ruolo nel grande teatro della psicoanalisi, frequentato spesso da mediocri ragionieri dell'anima.
«Bisogna distinguere tra la produzione saggistica di Carotenuto e la sua personalità che conteneva elementi oscuri, come del resto si potrebbe dire per ogni individuo»: Mario Trevi, il grande autorevolissimo vecchio dello junghismo italiano, riconosce l'«importanza» di molti libri di Carotenuto, magari quelli meno celebri. Opere che hanno affrontato il pensiero asistematico e contraddittorio del maestro svizzero (Senso e contenuto della psicologia analitica, Bollati Boringhieri; Jung e la cultura italiana, Astrolabio), lo sviluppo psichico femminile (La scala che scende nell'acqua, Bollati Boringhieri), le tesi di Neumann sullo sviluppo della coscienza maschile (Il labirinto verticale, Astrolabio) fino al Trattato di psicologia della personalità (Cortina) e alla direzione per la Utet dei due volumi del Trattato di psicologia analitica.
I funerali di Aldo Carotenuto si terranno alle undici di questa mattina, a Roma, nella basilica di Santa Maria in Trastevere.
Cancrini (se può interessare) ne parla così:
Il Messaggero 15.2.05
Morto Aldo Carotenuto, psicoanalista dei sentimenti
Una vita per capire l’amore
di LUIGI CANCRINI
Quando qualcuno mi dice che Aldo Carotenuto ci ha lasciato mi rendo conto all’improvviso del contrasto che c’è fra il modo naturale con cui le cose che ha scritto fanno parte del mio mondo interno, del mio modo di ragionare e lavorare e la povertà complessiva degli scambi avuti direttamente con lui in questi anni. Come se quello che oggi se ne va fosse stato, per quello che ne so non soltanto con me, un uomo schivo, poco a suo agio nel gioco complesso delle relazioni interpersonali e sicuro di sé, invece, coraggioso e vitale solo nelle situazioni di studio e di lavoro. Situazioni da cui Aldo Carotenuto ha saputo come pochi altri, credo, utilizzare con tanta intelligenza le strade dello studio scientifico e del libro divulgativo, dell’articolo di giornale e dell’intervista televisiva nella battaglia più importante sua e di tanti di noi: quella centrata sul tentativo di proporre, in controtendenza con una cultura del riduzionismo teorico e della semplificazione grossolana di tutti i messaggi, la necessità di portare rispetto alla complessità estrema e spesso contraddittoria dei comportamenti umani e il contributo che possono dare, in questa direzione, le esperienze legate alla psicanalisi di Freud, alla psicologia analitica di Jung e la pratica moderna della psicoterapia.
Un esempio significativo di questo modo di muoversi da parte di Carotenuto è quello legato al Diario di una segreta simmetria: Sabina Spielrein fra Jung e Freud pubblicato nel 1980. Venuto in possesso del diario di Sabrina Spielrein e di un carteggio inedito fra tre personaggi chiave di una storia ancora in gran parte oscurata dalla necessità di salvare il mito relativo ai fondatori della psicoanalisi dalla conoscenza dei loro momenti di debolezza (una consegna seguita attentamente dai primi biografi di Freud e di Jung), Carotenuto decide prima di tutto di pubblicarli integralmente. «Velare pudicamente, nella figura di un grande alcuni aspetti sconcertanti scrive Carotenuto significa in definitiva non avere fiducia nel suo valore... quanti uomini sono stati influenzati da Freud e da Jung? Quanti si riconoscono in loro ragionando e studiando? Ebbene, a questo punto, qualsiasi informazione che possa rischiarare meglio il loro contributo alla scienza va conosciuta e fatto conoscere».
Il quadro che emerge da questa lettura del diario e delle lettere è, in effetti, un quadro sconvolgente per chi nei miti aveva creduto. Jung si trovò coinvolto in un rapporto affettivo complesso con una paziente bella, intelligente e sensibile. La curò ottenendo un miglioramento importante della sua sintomatologia e permettendo ad una “bambina inferma” di trasformarsi in una donna forte, capace di vivere la propria vita. Il prezzo pagato in quella occasione a questo lavoro di terapia, però, fu lo sviluppo di una storia di “amore psicoanalitico” destinato ad incidere profondamente e dolorosamente nella vita di tutti e due. Furono i turbamenti legati alla loro vicenda affettiva a spingerli verso Freud di cui ambedue cercarono il consiglio e l’aiuto. «Poiché però l’amicizia tra Freud e Jung si stava già guastando Sabina si trovò in mezzo a una situazione molto complessa di amore e di odio che vide i tre protagonisti dibattersi e perfino dilaniarsi, coinvolti all’interno di una vicenda profondamente umana». Una vicenda che nulla toglie, ovviamente, alla validità e alla vitalità dei contributi scientifici proposti da Freud e da Jung e che ci permette di inquadrarli, però, all’interno della fatica straordinaria, della inquietudine e della incertezza da cui questi contributi erano nati. Permettendoci di incontrare l’uomo che si nascondeva dietro il mito del fondatore o del maestro. Facendoci sentire meno sperduti e meno soli in quella continua e inquieta ricerca di una verità sempre sfuggente, sempre relativa, sempre e soltanto individuale su cui si basa, allora come oggi, ogni tentativo di fare psicoterapia. Aiutandoci a capire, soprattutto, che nessuno di noi sarà mai, sennò nel momento pericolosissimo del delirio, «il terapeuta perfetto, infallibile, che persegue sempre il bene del paziente: senza mai lasciarsi tentare dal desiderio di guarire una ferita personale o di soddisfare un proprio desiderio».
Tratto da La nostalgia della memoria , un libro di molti anni dopo, quest’ultima citazione mi aiuta a riproporre due questioni centrali nella vita e nell’opera di Aldo Carotenuto. L’insegnamento rivolto ai terapeuti sulla necessità di sentire fino in fondo la precarietà, a volte insostenibile, di un lavoro in cui si deve avere il coraggio di mettersi continuamente in questione e quello rivolto a un pubblico più ampio sull’idea per cui la vera saggezza non è mai quella di chi crede di sapere molto ma quella di chi sa di sapere troppo poco, di se stesso e degli altri, per pronunciare un qualsiasi tipo di giudizio definitivo. La verità psicologica, suggerisce Carotenuto, è sempre e solo quella che si trova insieme, nel corso di un incontro riuscito ed è questo, per me, il ricordo più bello che possiamo avere di lui: quello di un uomo capace di trarre, dalla percezione dolorosa del proprio limite, il desiderio di insegnarne la necessità e la invalicabilità. Insegnando al tempo stesso che l’uomo è davvero se stesso soltanto nel momento dell’incontro con l’altro.
lunedì 14 febbraio 2005
Volpiana, del Prc denuncia:
i ragazzi in manicomio!
Repubblica 14.2.05
LA STORIA
A Mantova un reparto sperimentale nell´ospedale criminale, ma la legge lo vieta
Il manicomio dei ragazzi cattivi
dal nostro inviato Fabrizio Ravelli
Diciamo allora che, negli ambienti della psichiatria, c'è chi si è parecchio allarmato per questa misteriosa novità. La questione è stata sollevata all'ultimo Forum per la salute mentale. Ha cominciato a circolare. Tiziana Valpiana, parlamentare di Rifondazione, ha presentato un'interrogazione al ministro della Salute: Castiglione delle Stiviere è infatti gestito, in base a una convenzione con il ministero della Giustizia, dalla sanità pubblica della Lombardia. Ha risposto il sottosegretario Cesare Cursi: il reparto per i minori è collocato in un'ala separata, «garantendo così la non commistione con gli adulti per tutte le fasi del processo terapeutico».
Risposta insufficiente, ha ribattuto la Valpiana: «È una cosa fuori dalla grazia di Dio. Si tratta di una soluzione inaccettabile e indegna di un paese civile, che non può rinchiudere minori in un ospedale psichiatrico giudiziario. È una collocazione assolutamente inadatta ai minori e tale da precludere ogni speranza di recupero e reinserimento sociale, considerato che i minori, anche quando sono autori di reato e di difficile gestione, hanno bisogno di essere sostenuti all'interno di strutture adeguate a questa finalità». Aggiunge che la sperimentazione - non si sa bene da chi voluta e avviata, e in base a quale ragionamento - le sembra «pericolosa» e figlia «delle spinte giustizialiste del ministro Castelli».
Il reparto sperimentale è un piccolo reparto. Spiega Antonino Calogero, direttore dell'ospedale psichiatrico: «Può ospitare al massimo dieci ragazzi. Ora ne abbiamo quattro. Nei mesi passati, dopo l'avvio in luglio, ce ne sono stati al massimo sei, contemporaneamente. Il reparto è stato ricavato accanto a quello femminile. Non c'è alcuna possibilità di incontro con i degenti adulti, e anche lo staff è diverso: uno psichiatra, uno psicologo, due educatori, un infermiere professionale, undici assistenti». Aggiunge che la sperimentazione «nasce dalla necessità di far fronte ai problemi psichici emergenti fra i minori detenuti». Questa, dice, «è l'ultima ratio, o almeno così ha funzionato».
Come sono stati scelti i ragazzi per il reparto sperimentale? Uno psichiatra che vuole rimanere anonimo dice: «Li hanno convinti dicendo che a Castiglione si sta bene, e che c'è anche la piscina. Poi, una volta verificato che il regime era stretto, sono cominciati i problemi e i tentativi di fuga». Il direttore Calogero dice che sono stati «inviati da Roma su segnalazione dei centri per la giustizia minorile, in base ad alcune caratteristiche della diagnosi, delle motivazioni, del percorso». Il sottosegretario Cursi specifica nella sua risposta all'interrogazione dell'onorevole Valpiana: «La comunità ha accolto sino ad oggi complessivamente otto minori che hanno riscontrato disturbi della personalità di tipo borderline (due minori), disturbi di grave condotta (due, di cui uno associato a ritardo mentale), disturbo antisociale (uno) e schizofrenico (uno), nonché portatori di disturbo di personalità paranoidea (uno), e un minore con diagnosi da definire». Il corsivo è nostro: forse non sono andati per il sottile.
Quello che non dice è che, verosimilmente, si tratta in grande maggioranza di ragazzi con problemi di tossicodipendenza. Questa è la realtà delle carceri minorili (e di quelle dei grandi, peraltro). Problemi che, di norma, si affrontano all'interno delle comunità e non certo degli ospedali psichiatrici. I «disturbi di grave condotta» e i «disturbi antisociali» sono pane quotidiano negli istituti, ma nessuno aveva mai pensato di curarli con l'isolamento. Nessuno che, ovviamente, non si ponesse innanzitutto l'obiettivo del contenimento, dell'ordine da mantenere. Questi di Castiglione delle Stiviere sono tutti ragazzi segnalati dai centri di giustizia minorile, dice il direttore. Chissà quali. Da queste parti nessuno lo sapeva.
Non sapeva della sperimentazione Livia Pomodoro, presidente del Tribunale per i minori di Milano. Non sapeva Emilio Quaranta, procuratore dei minori di Brescia. Cade dalle nuvole anche don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile milanese Beccaria: «Qui da noi, come altrove, se ci sono ragazzi con problemi psichici, si provvede con il trattamento interno. È una cosa assolutamente nuova che si pensi a una struttura apposita: in 32 anni che faccio questo mestiere non ne ho mai sentito parlare. Sono molto preoccupato, perché si sa che, fatto un ospedale, si trovano poi i malati».
Che il problema esista, questo è certo: c'è un grosso aumento di malattie psichiche fra i ragazzi degli istituti, soprattutto fra gli stranieri che sono la maggioranza. Quello che a molti pare incredibile è che, una volta deciso di creare una struttura nuova e sperimentale ad hoc, la si piazzi dentro al manicomio criminale. «Tutta la cosa è assai poco chiara - dice l'onorevole Valpiana - e vogliamo verificare bene. Come mai si presta una struttura sanitaria per adulti a un progetto securitario, per ragazzi che hanno soprattutto bisogno di recupero? Resta poi un fatto: a norma di legge quei ragazzi non dovrebbero stare lì». Un gruppo di parlamentari di Rifondazione andrà quanto prima a visitare il nuovo reparto sperimentale.
Il divieto di legge è, diciamo così, aggirato dalla spiegazione che il reparto sarebbe totalmente separato da quelli che ospitano adulti. Ma sulla questione la risposta del governo lascia qualche dubbio: si dice il «processo terapeutico» assicura la «non commistione». Ma poi si accenna a «circolazione negli spazi comuni» e di «partecipazione alle attività». C'è poi un passaggio curioso: «Il collocamento in comunità specialistiche, in grado di accogliere minori particolarmente difficili soggetti a misure penali, deve tendere ad evitare processi di etichettamento». E per tenersi ben lontani da «processi di etichettamento» si prendono dei ragazzi e li si manda dentro al manicomio criminale. Si punta al loro reinserimento isolandoli, nel bel mezzo di una struttura di cura e contenimento per adulti. Perché poi, a parte le considerazioni professionali, bisogna anche pensare agli effetti giù in basso, dalla parte degli «ospiti»: «Mio figlio l'hanno mandato a Castiglione delle Stiviere», o anche «Stai un po' più tranquillo, o ti mando a Castiglione delle Stiviere».
LA STORIA
A Mantova un reparto sperimentale nell´ospedale criminale, ma la legge lo vieta
Il manicomio dei ragazzi cattivi
dal nostro inviato Fabrizio Ravelli
Castiglione delle Stiviere (Mantova). Il nome esatto è Ospedale psichiatrico giudiziario, ma tutti lo chiamano manicomio criminale. Quel posto lì, insomma, dove sta rinchiuso chi ha ucciso per colpa della follia. Lì dentro esiste da qualche mese, ma nemmeno molti addetti ai lavori lo sanno, un nuovo reparto. Sperimentale: sarà per questo che non l'hanno fatto troppo sapere in giro.
È stato istituito dal ministero della Giustizia a Castiglione delle Stiviere: protestano psichiatri, magistrati e responsabili di comunità di recupero
Il caso è stato sollevato da una parlamentare di Rifondazione: indegno di un paese civile quei giovani non dovrebbero stare lì.Ci stanno dei ragazzi, prelevati dagli istituti dove scontano le loro condanne. Quel che tutti gli addetti ai lavori sanno bene, invece, è che la legge vieta di rinchiudere dei minori in un ospedale psichiatrico giudiziario.
Ora ci sono quattro minorenni. Il direttore si difende: "Nessun contatto con gli adulti e anche lo staff che se ne occupa è diverso"
Diciamo allora che, negli ambienti della psichiatria, c'è chi si è parecchio allarmato per questa misteriosa novità. La questione è stata sollevata all'ultimo Forum per la salute mentale. Ha cominciato a circolare. Tiziana Valpiana, parlamentare di Rifondazione, ha presentato un'interrogazione al ministro della Salute: Castiglione delle Stiviere è infatti gestito, in base a una convenzione con il ministero della Giustizia, dalla sanità pubblica della Lombardia. Ha risposto il sottosegretario Cesare Cursi: il reparto per i minori è collocato in un'ala separata, «garantendo così la non commistione con gli adulti per tutte le fasi del processo terapeutico».
Risposta insufficiente, ha ribattuto la Valpiana: «È una cosa fuori dalla grazia di Dio. Si tratta di una soluzione inaccettabile e indegna di un paese civile, che non può rinchiudere minori in un ospedale psichiatrico giudiziario. È una collocazione assolutamente inadatta ai minori e tale da precludere ogni speranza di recupero e reinserimento sociale, considerato che i minori, anche quando sono autori di reato e di difficile gestione, hanno bisogno di essere sostenuti all'interno di strutture adeguate a questa finalità». Aggiunge che la sperimentazione - non si sa bene da chi voluta e avviata, e in base a quale ragionamento - le sembra «pericolosa» e figlia «delle spinte giustizialiste del ministro Castelli».
Il reparto sperimentale è un piccolo reparto. Spiega Antonino Calogero, direttore dell'ospedale psichiatrico: «Può ospitare al massimo dieci ragazzi. Ora ne abbiamo quattro. Nei mesi passati, dopo l'avvio in luglio, ce ne sono stati al massimo sei, contemporaneamente. Il reparto è stato ricavato accanto a quello femminile. Non c'è alcuna possibilità di incontro con i degenti adulti, e anche lo staff è diverso: uno psichiatra, uno psicologo, due educatori, un infermiere professionale, undici assistenti». Aggiunge che la sperimentazione «nasce dalla necessità di far fronte ai problemi psichici emergenti fra i minori detenuti». Questa, dice, «è l'ultima ratio, o almeno così ha funzionato».
Come sono stati scelti i ragazzi per il reparto sperimentale? Uno psichiatra che vuole rimanere anonimo dice: «Li hanno convinti dicendo che a Castiglione si sta bene, e che c'è anche la piscina. Poi, una volta verificato che il regime era stretto, sono cominciati i problemi e i tentativi di fuga». Il direttore Calogero dice che sono stati «inviati da Roma su segnalazione dei centri per la giustizia minorile, in base ad alcune caratteristiche della diagnosi, delle motivazioni, del percorso». Il sottosegretario Cursi specifica nella sua risposta all'interrogazione dell'onorevole Valpiana: «La comunità ha accolto sino ad oggi complessivamente otto minori che hanno riscontrato disturbi della personalità di tipo borderline (due minori), disturbi di grave condotta (due, di cui uno associato a ritardo mentale), disturbo antisociale (uno) e schizofrenico (uno), nonché portatori di disturbo di personalità paranoidea (uno), e un minore con diagnosi da definire». Il corsivo è nostro: forse non sono andati per il sottile.
Quello che non dice è che, verosimilmente, si tratta in grande maggioranza di ragazzi con problemi di tossicodipendenza. Questa è la realtà delle carceri minorili (e di quelle dei grandi, peraltro). Problemi che, di norma, si affrontano all'interno delle comunità e non certo degli ospedali psichiatrici. I «disturbi di grave condotta» e i «disturbi antisociali» sono pane quotidiano negli istituti, ma nessuno aveva mai pensato di curarli con l'isolamento. Nessuno che, ovviamente, non si ponesse innanzitutto l'obiettivo del contenimento, dell'ordine da mantenere. Questi di Castiglione delle Stiviere sono tutti ragazzi segnalati dai centri di giustizia minorile, dice il direttore. Chissà quali. Da queste parti nessuno lo sapeva.
Non sapeva della sperimentazione Livia Pomodoro, presidente del Tribunale per i minori di Milano. Non sapeva Emilio Quaranta, procuratore dei minori di Brescia. Cade dalle nuvole anche don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile milanese Beccaria: «Qui da noi, come altrove, se ci sono ragazzi con problemi psichici, si provvede con il trattamento interno. È una cosa assolutamente nuova che si pensi a una struttura apposita: in 32 anni che faccio questo mestiere non ne ho mai sentito parlare. Sono molto preoccupato, perché si sa che, fatto un ospedale, si trovano poi i malati».
Che il problema esista, questo è certo: c'è un grosso aumento di malattie psichiche fra i ragazzi degli istituti, soprattutto fra gli stranieri che sono la maggioranza. Quello che a molti pare incredibile è che, una volta deciso di creare una struttura nuova e sperimentale ad hoc, la si piazzi dentro al manicomio criminale. «Tutta la cosa è assai poco chiara - dice l'onorevole Valpiana - e vogliamo verificare bene. Come mai si presta una struttura sanitaria per adulti a un progetto securitario, per ragazzi che hanno soprattutto bisogno di recupero? Resta poi un fatto: a norma di legge quei ragazzi non dovrebbero stare lì». Un gruppo di parlamentari di Rifondazione andrà quanto prima a visitare il nuovo reparto sperimentale.
Il divieto di legge è, diciamo così, aggirato dalla spiegazione che il reparto sarebbe totalmente separato da quelli che ospitano adulti. Ma sulla questione la risposta del governo lascia qualche dubbio: si dice il «processo terapeutico» assicura la «non commistione». Ma poi si accenna a «circolazione negli spazi comuni» e di «partecipazione alle attività». C'è poi un passaggio curioso: «Il collocamento in comunità specialistiche, in grado di accogliere minori particolarmente difficili soggetti a misure penali, deve tendere ad evitare processi di etichettamento». E per tenersi ben lontani da «processi di etichettamento» si prendono dei ragazzi e li si manda dentro al manicomio criminale. Si punta al loro reinserimento isolandoli, nel bel mezzo di una struttura di cura e contenimento per adulti. Perché poi, a parte le considerazioni professionali, bisogna anche pensare agli effetti giù in basso, dalla parte degli «ospiti»: «Mio figlio l'hanno mandato a Castiglione delle Stiviere», o anche «Stai un po' più tranquillo, o ti mando a Castiglione delle Stiviere».
sinistra
Bertinotti: programmare il ritiro delle truppe
Corriere della Sera 14.2.05
Si allontana l’ipotesi di un documento dell’Ulivo e di una mozione per il rientro immediato delle truppe
«Programmare il ritiro», Bertinotti apre ai riformisti
Boselli e Pecoraro Scanio: parole che aiutano la coesione. E Prodi: paradossale dividersi adesso
Monica Guerzoni
ROMA - Alla vigilia del voto sulla missione italiana in Iraq, primo importante test per la federazione dell’Ulivo, Fausto Bertinotti si sgancia dalla sinistra più radicale e tende la mano ai riformisti. Il leader di Rifondazione conferma il no alla proroga di Antica Babilonia, ma le sue parole sono una chiara apertura a Fassino, Rutelli e Boselli. «È il momento di chiedere da parte dell’Europa come dell’Italia una forte iniziativa dell’Onu per mettere fine alla guerra, programmare il ritiro delle truppe di occupazione e costruire la pace e la democrazia in Iraq». Programmare . Non il ritiro immediato, quindi, ma una exit strategy più vicina a quella indicata da Prodi e Fassino. Oggi il capo dell’opposizione vedrà Chirac, occasione preziosa per dimostrare che sull’Iraq non è a rimorchio di Bertinotti. E domani i parlamentari dell’Ulivo decideranno a maggioranza se confermare il «no» alla missione precocemente annunciato dal Professore. Ancora una volta, il leader del Prc offre a Prodi una scialuppa di salvataggio: con la Margherita sulla linea dell’astensione, la mossa di Bertinotti mira a scongiurare un ordine del giorno dei riformisti, che inevitabilmente si tirerebbe dietro una mozione per il rientro immediato dei soldati.
Se il presidente dello Sdi, Enrico Boselli, prevede che né l’Ulivo né la sinistra-sinistra accompagneranno il voto con documenti di sorta, è perché ha letto nella dichiarazione di Bertinotti «una posizione diversa da quella dei pacifisti "senza se e senza ma" e che tiene conto di ciò che sta accadendo in Iraq». Ma il «no» con cui Prodi conta di mostrare l’unità della Fed in politica estera nasconde malumori e fermenti che il Professore, dalla sua trasferta parigina, sta provando a placare. «Differenziarsi con mozioni e ordini del giorno sarebbe paradossale», va dicendo il leader ai segretari dell’Unione.
Scongiurata una mozione per il ritiro immediato (cui Alfonso Pecoraro Scanio non tiene più di tanto e che Oliviero Diliberto difficilmente potrebbe avanzare da solo) ora Prodi deve vedersela con Franco Marini, il «lupo marsicano» che in asse con Rutelli guida la fronda degli astensionisti. Alla fine la maggioranza dei parlamentari dell’Ulivo confermerà l’intenzione di bocciare la missione italiana anche nell’aula del Senato, ma se i «no» vinceranno di misura la Margherita avrà inviato a Prodi un avvertimento: il partito di Rutelli non rinuncia al suo potere di condizionamento.
Nelle parole di Bertinotti, Beppe Fioroni ha intravisto «un piccolo spiraglio» e perfino Pecoraro Scanio riconosce che il leader del Prc ha detto cose «molto utili all’unità». Fosse per lui l’assemblea dei parlamentari a sinistra dell’Ulivo potrebbe anche non farsi, segno che la minaccia di una mozione per il ritiro altro non è che una pressione perché i riformisti rinuncino al documento. Le strade percorribili sono tre, ordine del giorno parlamentare, risoluzione da presentare dopo il voto e documento politico della federazione e i senatori Giorgio Tonini (Ds) e Franco Danieli (Margherita) hanno già pronta una bozza.
Si allontana l’ipotesi di un documento dell’Ulivo e di una mozione per il rientro immediato delle truppe
«Programmare il ritiro», Bertinotti apre ai riformisti
Boselli e Pecoraro Scanio: parole che aiutano la coesione. E Prodi: paradossale dividersi adesso
Monica Guerzoni
ROMA - Alla vigilia del voto sulla missione italiana in Iraq, primo importante test per la federazione dell’Ulivo, Fausto Bertinotti si sgancia dalla sinistra più radicale e tende la mano ai riformisti. Il leader di Rifondazione conferma il no alla proroga di Antica Babilonia, ma le sue parole sono una chiara apertura a Fassino, Rutelli e Boselli. «È il momento di chiedere da parte dell’Europa come dell’Italia una forte iniziativa dell’Onu per mettere fine alla guerra, programmare il ritiro delle truppe di occupazione e costruire la pace e la democrazia in Iraq». Programmare . Non il ritiro immediato, quindi, ma una exit strategy più vicina a quella indicata da Prodi e Fassino. Oggi il capo dell’opposizione vedrà Chirac, occasione preziosa per dimostrare che sull’Iraq non è a rimorchio di Bertinotti. E domani i parlamentari dell’Ulivo decideranno a maggioranza se confermare il «no» alla missione precocemente annunciato dal Professore. Ancora una volta, il leader del Prc offre a Prodi una scialuppa di salvataggio: con la Margherita sulla linea dell’astensione, la mossa di Bertinotti mira a scongiurare un ordine del giorno dei riformisti, che inevitabilmente si tirerebbe dietro una mozione per il rientro immediato dei soldati.
Se il presidente dello Sdi, Enrico Boselli, prevede che né l’Ulivo né la sinistra-sinistra accompagneranno il voto con documenti di sorta, è perché ha letto nella dichiarazione di Bertinotti «una posizione diversa da quella dei pacifisti "senza se e senza ma" e che tiene conto di ciò che sta accadendo in Iraq». Ma il «no» con cui Prodi conta di mostrare l’unità della Fed in politica estera nasconde malumori e fermenti che il Professore, dalla sua trasferta parigina, sta provando a placare. «Differenziarsi con mozioni e ordini del giorno sarebbe paradossale», va dicendo il leader ai segretari dell’Unione.
Scongiurata una mozione per il ritiro immediato (cui Alfonso Pecoraro Scanio non tiene più di tanto e che Oliviero Diliberto difficilmente potrebbe avanzare da solo) ora Prodi deve vedersela con Franco Marini, il «lupo marsicano» che in asse con Rutelli guida la fronda degli astensionisti. Alla fine la maggioranza dei parlamentari dell’Ulivo confermerà l’intenzione di bocciare la missione italiana anche nell’aula del Senato, ma se i «no» vinceranno di misura la Margherita avrà inviato a Prodi un avvertimento: il partito di Rutelli non rinuncia al suo potere di condizionamento.
Nelle parole di Bertinotti, Beppe Fioroni ha intravisto «un piccolo spiraglio» e perfino Pecoraro Scanio riconosce che il leader del Prc ha detto cose «molto utili all’unità». Fosse per lui l’assemblea dei parlamentari a sinistra dell’Ulivo potrebbe anche non farsi, segno che la minaccia di una mozione per il ritiro altro non è che una pressione perché i riformisti rinuncino al documento. Le strade percorribili sono tre, ordine del giorno parlamentare, risoluzione da presentare dopo il voto e documento politico della federazione e i senatori Giorgio Tonini (Ds) e Franco Danieli (Margherita) hanno già pronta una bozza.
una lettera all'Unità
L'Unità 14.2.05
dalle Lettere.
Suicidi da psicofarmaci
e pillole di umanità
Margherita Pellegrino
Caro direttore, quasi ogni giorno ormai viene riportato dai media di persone che sottoposte a terapie psichiatriche per depressione, commettono omicidio e/o suicidio.
Capita di aprire il giornale e leggere della signora che uccide a coltellate la figlia di 4 anni e poi tenta il suicidio, qualche giorno dopo del signore che uccide la moglie, i figli, affida il cane agli amici e poi si suicida; dell'uomo che uccide i genitori anziani e poi in stato confusionale viene arrestato dai carabinieri chiamati dalla sorella e così via, giorno dopo giorno.
Sappiamo o ascoltiamo le notizie dal telegiornale, ci turbiamo, ci spiace per l’immane sofferenza che ha colpito quella famiglia, diciamo che queste cose non dovrebbero succedere, che non succederà più e invece puntualmente il giorno dopo la notizia del tizio che si è buttato sotto il treno, la signora che….
Il rischio è che ci abituiamo a queste notizie, che cominciamo a considerarle normale routine e poi non ci toccano da vicino. Ma siamo veramente al sicuro? Sorge il sospetto che stiamo vivendo lo stesso percorso che c’è stato negli Usa alla fine degli anni Ottanta. Allora era in voga la "pillola della felicità" c'era lo stillicidio giornaliero di suicidi e omicidi di persone in terapia con psicofarmaci, poi la strage: un uomo uccide 8 colleghi sul posto di lavoro e si suicida, era sottoposto a terapia per depressione con un antidepressivo. Seguirono le stragi, come quelle di Eric Harris e Dylan Klebold, due adolescenti che seguivano un programma psicologico della scuola per controllare la collera, che uccisero un insegnante e dei loro compagni di classe per poi suicidarsi. Harris assumeva un antidepressivo che include tra gli effetti collaterali violente manie.
Non è un caso che nell'ottobre scorso la FDA (l'ente statunitense che si occupa dell'esame dei farmaci e della sua approvazione per l'immissione nel mercato USA) ordina che sulle confezioni di tutti gli antidepressivi venga stampato un riquadro nero con la scritta: "Aumenta il rischio di pensieri e comportamenti tendenti al suicidio nei bambini che ne fanno uso".
Sono stati gli esiti di una indagine condotta su testimonianze e prove di 4.400 pazienti e parenti delle vittime che hanno intentato 24 cause processuali ad indurre l'ente a prendere tale provvedimento.
Quelle a cui stiamo assistendo ora non sono forse stragi annunciate?
È una questione di sicurezza. Chi deve fare qualcosa a riguardo? La psichiatria con psicofarmaci che sono i suoi ferri del mestiere?
Forse bisogna iniziare a pensare ad altre soluzioni, se di soluzioni si vuol parlare, e introdurre più umanità che pillole.
dalle Lettere.
Suicidi da psicofarmaci
e pillole di umanità
Margherita Pellegrino
Caro direttore, quasi ogni giorno ormai viene riportato dai media di persone che sottoposte a terapie psichiatriche per depressione, commettono omicidio e/o suicidio.
Capita di aprire il giornale e leggere della signora che uccide a coltellate la figlia di 4 anni e poi tenta il suicidio, qualche giorno dopo del signore che uccide la moglie, i figli, affida il cane agli amici e poi si suicida; dell'uomo che uccide i genitori anziani e poi in stato confusionale viene arrestato dai carabinieri chiamati dalla sorella e così via, giorno dopo giorno.
Sappiamo o ascoltiamo le notizie dal telegiornale, ci turbiamo, ci spiace per l’immane sofferenza che ha colpito quella famiglia, diciamo che queste cose non dovrebbero succedere, che non succederà più e invece puntualmente il giorno dopo la notizia del tizio che si è buttato sotto il treno, la signora che….
Il rischio è che ci abituiamo a queste notizie, che cominciamo a considerarle normale routine e poi non ci toccano da vicino. Ma siamo veramente al sicuro? Sorge il sospetto che stiamo vivendo lo stesso percorso che c’è stato negli Usa alla fine degli anni Ottanta. Allora era in voga la "pillola della felicità" c'era lo stillicidio giornaliero di suicidi e omicidi di persone in terapia con psicofarmaci, poi la strage: un uomo uccide 8 colleghi sul posto di lavoro e si suicida, era sottoposto a terapia per depressione con un antidepressivo. Seguirono le stragi, come quelle di Eric Harris e Dylan Klebold, due adolescenti che seguivano un programma psicologico della scuola per controllare la collera, che uccisero un insegnante e dei loro compagni di classe per poi suicidarsi. Harris assumeva un antidepressivo che include tra gli effetti collaterali violente manie.
Non è un caso che nell'ottobre scorso la FDA (l'ente statunitense che si occupa dell'esame dei farmaci e della sua approvazione per l'immissione nel mercato USA) ordina che sulle confezioni di tutti gli antidepressivi venga stampato un riquadro nero con la scritta: "Aumenta il rischio di pensieri e comportamenti tendenti al suicidio nei bambini che ne fanno uso".
Sono stati gli esiti di una indagine condotta su testimonianze e prove di 4.400 pazienti e parenti delle vittime che hanno intentato 24 cause processuali ad indurre l'ente a prendere tale provvedimento.
Quelle a cui stiamo assistendo ora non sono forse stragi annunciate?
È una questione di sicurezza. Chi deve fare qualcosa a riguardo? La psichiatria con psicofarmaci che sono i suoi ferri del mestiere?
Forse bisogna iniziare a pensare ad altre soluzioni, se di soluzioni si vuol parlare, e introdurre più umanità che pillole.
Einstein in Italia
L'Unità 14 Febbraio 2005
La Moratti e la lingua di Einstein
MAURIZIO CHIERICI
Un grande vecchio tira fuori la lingua nei poster del ’68: è il profeta che ha cambiato l’alfabeto dell’universo. Adesso i poster sono finiti, ma i nuovi ragazzi sanno chi è? Il centenario della scoperta della relatività, annus mirabilis 1905, poteva essere l’occasione per rianimare la memoria di Albert Einstein oltre il perimetro degli addetti ai lavori: non solo docenti, ricercatori, studenti, ma anche i ragazzi lontani dalle cattedre della scienza. L’Europa fa coincidere la celebrazione con i dodici mesi che l’Unesco dedica alla fisica: Spagna, Inghilterra, Zurigo e Bruxelles, e poi Giappone e Stati Uniti, insomma, tutti, organizzano seminari sollecitati dai ministeri dei loro Paesi.
E a Parigi otto premi Nobel e 500 scienziati santificano i cento anni della relatività partendo dalla «gran fisica» con la quale Einstein ha inaugurato il ‘900. Li ascoltano mille studenti tra i 18 e i 21 anni. Da Le Monde a El Pais le pagine della rievocazione fanno l'elenco degli avvenimenti programmati per ricordare non solo l’occasione del secolo ma i 50 anni della morte di chi ha cambiato la nostra cultura. Non parole e lapidi, ma analisi che sfuggono la sterilità della retorica per guardare il futuro. In Italia il futuro della ricerca ha le tasche vuote, studiosi abbandonati al loro destino, e sull’Einstein da ricordare il silenzio ufficiale diventa insopportabile. Università e qualche fondazione vanno per loro conto, buona volontà e miracoli malgrado i pochi mezzi a disposizione. Il 18 novembre 2004 il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha comunicato che la quindicesima settimana della Cultura Scientifica e della Tecnologia era fissata tra il 14 e il 20 marzo 2005 con «i sottoindicati temi: grandi scoperte della fisica nel ventesimo secolo; centralità dell’acqua; energia alla base delle moderne società industriali; nuove prevenzioni e nuove terapie per la salute; dallo spazio straordinario informazioni sulla Terra e sulla sua collocazione nell’Universo». Prontuario zibaldone di un meeting fine Ottocento, Jules Verne in agguato con le sue avventure. Neanche una riga sul vecchio dalla lingua fuori che ha cambiato le regole. E neanche una parola del vice ministro Possa quando il 31 gennaio inaugura l’anno accademico alla Bicocca di Milano annunciando che il ministro Moratti «è dispiaciuta, ma non può essere presente per un improvviso impegno». Margherita Hack non lima l’ironia: «Si figuri se quelli sanno chi è Einstein...». E Roberto Fieschi, professore emerito di fisica, non nasconde l’amarezza: «Due anni fa mi trovavo a Madrid per discutere coi partner spagnoli di un progetto finanziato dall’Ue, programma Science and Society: l’Unione Europea lanciava la settimana dedicata alla scienza e alla tecnologia. I professori spagnoli mi hanno dato un libretto che raccoglieva le iniziative in corso a Madrid. Centinaia di conferenze, mostre, contatti con le scuole. Sono rimasto ammirato, ma mi sono vergognato. In Italia non c’era niente. Nessuna informazione da parte di ministeri, accademie, provveditorati. Solo qualche iniziativa di pochi gruppi coinvolti nei programmi Ue e il Festival della Scienza di Genova. Adesso, il silenzio su Einstein...». Che amava il nostro paese i cui governi lo hanno trattato sempre un po’ così. Mussolini se ne è liberato con un gioco di parole che nascondeva altri pensieri: troppo ebreo per poter essere gentili. Anche la signora Moratti e i suoi camerlenghi non hanno tempo per quel vecchio spettinato con tutti i problemi che agitano le scuole.
Ed è un silenzio strano perché l’Italia è stato il primo rifugio della famiglia Einstein in difficoltà. Nel 1894 il ragazzo Einstein deve interrompere il ginnasio: il padre è rimasto al verde. Lasciano Monaco di Baviera per trasferirsi a Milano, ma i traslochi continuano. Cambiano casa a Pavia, vanno abitare a Venezia, prendono dimora a Genova. Alla fine riattraversano le Alpi per acquietarsi in Svizzera dove Albert Einstein si laurea in matematica e fisica al politecnico di Zurigo. La vera storia italiana è però una storia della maturità: il soggiorno a Bologna nel 1921. L’ha raccontato una signora alla vigilia del novantesimo anniversario dell’anno mirabile. Anche la signora stava per compiere novant’anni nella sua bella casa di Torino. Adriana Enriques sposata De Benedetti, mi accoglie sfogliando un libro rilegato di cuoio marrone comprato a Firenze quand'era ragazza, una volta che aveva fatto visita al nonno Cohen. Il libro raccoglie lettere e fotografie, piccole storie di una grande famiglia ebraica. Giorni felici e giorni di tristezza. Non è proprio un volume, ma il carnet che le ragazze di buona famiglia tempo fa offrivano agli amici dei padri e agli amici del cuore, per fissare in poche righe il ricordo della loro presenza. La felicità che Adriana Enriques non intendeva dimenticare riguarda un incontro avvenuto un mattino dell’ottobre 1921 alla stazione di Bologna quando aveva 19 anni. E di quell’ottobre ‘21 è anche la dedica che apre il carnet. «Lo studio, e in generale la ricerca della Verità e della Bellezza, sono un capo in cui è permesso restare bambini per tutta la vita. Ad Adriana Enriques, con la memoria della nostra conoscenza». Firma di Einstein. Da pochi mesi gli era stato assegnato il Nobel per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico mentre la sua teoria della relatività seminava entusiasmo e sgomento fra gli scienziati d’Europa. La piccola di famiglia deve andargli incontro alla stazione: il padre Federigo Enriques, storico e filosofo delle scienze, ispiratore della scuola italiana di geometria algebrica, aveva invitato Einstein all'università di Bologna dove teneva cattedra. Gli era rimasto un piccolo gruzzolo dopo aver pagato le spese di un convegno di filosofia. Lo aveva disciplinatamente depositato in banca nel 1911 sul conto dell’università. Poi la guerra, poi l' Italia agitata, ma fatte e rifatte le somme dietro la porta fatale dello studio davanti al quale i figli dovevano passare in punta di piedi per non disturbare (lo racconta il figlio Giovanni che ha diretto la Olivetti e riportato la Zanichelli allo splendore perduto), un giorno del 1921 decide assieme Tullio Levi Civita, le cui teorie vengono indicate alla base dell’intuizione di Einstein; decide, di invitare il premio Nobel a tenere tre lezioni nell’ateneo di Bologna. «I soldi ci sono e li spendiamo...». Lo annuncia durante il pranzo. «Contento come un ragazzo». Nell’Italietta di allora i ricercatori si affacciavano in Europa con i soldi che risparmiavano sulla loro pelle. Bisogna dire che nel millennio elettronico, un secolo dopo, la situazione è rimasta più o meno la stessa.
«Come faccio a conoscerlo?», chiede Adriana. Deve andare in stazione ad accoglierlo. Gli mostrano la foto, piccola e senza occhiali apparsa su un giornale. Con due amici si apposta lungo il treno che arriva da Milano. Uno davanti al vagone di prima classe, Adriana sotto i predellini della seconda; Einstein smonta dalla terza classe assieme a un ragazzo di quindici anni, figlio del primo matrimonio. Il padre gli ha regalato il primo viaggio in Italia. Durante il pranzo Einstein, il professor Federigo e Levi Civita continuano a parlare nel silenzio dei ragazzi e delle mogli. Ogni tanto l’ospite allunga gli occhi verso la signora Levi Civita, allieva «giovane ed avvenente di nome Illibera della quale il professore si era innamorato. Poi mio padre, Levi Civita ed Einstein escono per una passeggiata...». Non riescono a mettersi d'accordo. Discutono, si animano. Il professor Federigo segna la polvere col bastone per rappresentare le sue teorie. «Einstein risponde scrivendo sulla stessa polvere le formule che gli danno ragione». ll premio Nobel ed Enriques si scrivono lettere e lettere mentre l’Europa cambia e i brividi del razzismo impauriscono la Germania. Enriques gli offre rifugio in Italia, insegnamento a contratto all'università di Roma. «Nella nostra casa di via Sardegna siamo contenti quando arriva la sua lettera da Berlino. La aspettiamo...». È il 1923. Nella stessa casa, a pianterreno, abitano anche i Levi Civita. «Caro professor Einstein, lei starà bene assieme a noi...». Invece il postino porta la risposta inattesa: «La sua lettera mi ha profondamente commosso e sinceramente le confesso che preferirei lei e la società Levi Civita ai colleghi di qui. Nonostante vi sia molto antisemitismo per il momento non ne soffro. Al contrario: l’antisemitismo costringe alla prudenza e fa si che certe persone mi importunino meno di quanto farebbero in condizioni normali. Alla mia età non è semplice cambiare ambiente. Manca l'elasticità per amalgamarsi nel nuovo. Per questi motivi, nonostante i sentimenti di riconoscenza, e simpatia che nutro nei confronti Suoi e del Suo paese, sempre amato in modo particolare, non è possibile accettare l'affettuosa proposta. Ma se in futuro l'inasprimento della situazione mi costringesse a dover abbandonare il mio nido, mi rivolgerò a lei con gioia e piena fiducia. Suo Albert Einstein». Il momento arriva dieci anni dopo. «A Berlino dilaga l’antisemitismo, Hitler è in marcia verso il potere e Einstein scrive chiedendo di venire in Italia», è il racconto di Adriana Enriques. «Papà chiede aiuto a mio zio, Isaia Levi, molto vicino a Mussolini: ha inventato la penna Aurora, icona che segna il costume degli anni quaranta. Mussolini riceve mio padre: “No, professore”, risponde. “Non sono antisemita, ma perché importare uno scienziato di fuori quando abbiamo tanti scienziati da appoggiare in Italia?”. Ipocrisia per ricattare sentimentalmente la nostra famiglia. Perché mio fratello Giovanni era iscritto a ingegneria, e i suoi amici Emilio Segre ed Ettore Majorana passano a fisica e portano in casa i ragazzi di via Panisperna: Fermi, Amaldi». Mussolini lo sa e mette il professore con le spalle al muro per non dispiacere al signore che marcia a Berlino alla testa delle camice brune. La risposta del professor Enriques ad Einstein non nasconde l'amarezza della sconfitta: «Se fosse venuto prima, chissà...». Sono passati settant’anni; anche i ministri della repubblica mantengono le distanze. La scoperta di Einstein va ricordata, ma senza esagerare. Ognuno si arrangi come può.
La Moratti e la lingua di Einstein
MAURIZIO CHIERICI
Un grande vecchio tira fuori la lingua nei poster del ’68: è il profeta che ha cambiato l’alfabeto dell’universo. Adesso i poster sono finiti, ma i nuovi ragazzi sanno chi è? Il centenario della scoperta della relatività, annus mirabilis 1905, poteva essere l’occasione per rianimare la memoria di Albert Einstein oltre il perimetro degli addetti ai lavori: non solo docenti, ricercatori, studenti, ma anche i ragazzi lontani dalle cattedre della scienza. L’Europa fa coincidere la celebrazione con i dodici mesi che l’Unesco dedica alla fisica: Spagna, Inghilterra, Zurigo e Bruxelles, e poi Giappone e Stati Uniti, insomma, tutti, organizzano seminari sollecitati dai ministeri dei loro Paesi.
E a Parigi otto premi Nobel e 500 scienziati santificano i cento anni della relatività partendo dalla «gran fisica» con la quale Einstein ha inaugurato il ‘900. Li ascoltano mille studenti tra i 18 e i 21 anni. Da Le Monde a El Pais le pagine della rievocazione fanno l'elenco degli avvenimenti programmati per ricordare non solo l’occasione del secolo ma i 50 anni della morte di chi ha cambiato la nostra cultura. Non parole e lapidi, ma analisi che sfuggono la sterilità della retorica per guardare il futuro. In Italia il futuro della ricerca ha le tasche vuote, studiosi abbandonati al loro destino, e sull’Einstein da ricordare il silenzio ufficiale diventa insopportabile. Università e qualche fondazione vanno per loro conto, buona volontà e miracoli malgrado i pochi mezzi a disposizione. Il 18 novembre 2004 il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha comunicato che la quindicesima settimana della Cultura Scientifica e della Tecnologia era fissata tra il 14 e il 20 marzo 2005 con «i sottoindicati temi: grandi scoperte della fisica nel ventesimo secolo; centralità dell’acqua; energia alla base delle moderne società industriali; nuove prevenzioni e nuove terapie per la salute; dallo spazio straordinario informazioni sulla Terra e sulla sua collocazione nell’Universo». Prontuario zibaldone di un meeting fine Ottocento, Jules Verne in agguato con le sue avventure. Neanche una riga sul vecchio dalla lingua fuori che ha cambiato le regole. E neanche una parola del vice ministro Possa quando il 31 gennaio inaugura l’anno accademico alla Bicocca di Milano annunciando che il ministro Moratti «è dispiaciuta, ma non può essere presente per un improvviso impegno». Margherita Hack non lima l’ironia: «Si figuri se quelli sanno chi è Einstein...». E Roberto Fieschi, professore emerito di fisica, non nasconde l’amarezza: «Due anni fa mi trovavo a Madrid per discutere coi partner spagnoli di un progetto finanziato dall’Ue, programma Science and Society: l’Unione Europea lanciava la settimana dedicata alla scienza e alla tecnologia. I professori spagnoli mi hanno dato un libretto che raccoglieva le iniziative in corso a Madrid. Centinaia di conferenze, mostre, contatti con le scuole. Sono rimasto ammirato, ma mi sono vergognato. In Italia non c’era niente. Nessuna informazione da parte di ministeri, accademie, provveditorati. Solo qualche iniziativa di pochi gruppi coinvolti nei programmi Ue e il Festival della Scienza di Genova. Adesso, il silenzio su Einstein...». Che amava il nostro paese i cui governi lo hanno trattato sempre un po’ così. Mussolini se ne è liberato con un gioco di parole che nascondeva altri pensieri: troppo ebreo per poter essere gentili. Anche la signora Moratti e i suoi camerlenghi non hanno tempo per quel vecchio spettinato con tutti i problemi che agitano le scuole.
Ed è un silenzio strano perché l’Italia è stato il primo rifugio della famiglia Einstein in difficoltà. Nel 1894 il ragazzo Einstein deve interrompere il ginnasio: il padre è rimasto al verde. Lasciano Monaco di Baviera per trasferirsi a Milano, ma i traslochi continuano. Cambiano casa a Pavia, vanno abitare a Venezia, prendono dimora a Genova. Alla fine riattraversano le Alpi per acquietarsi in Svizzera dove Albert Einstein si laurea in matematica e fisica al politecnico di Zurigo. La vera storia italiana è però una storia della maturità: il soggiorno a Bologna nel 1921. L’ha raccontato una signora alla vigilia del novantesimo anniversario dell’anno mirabile. Anche la signora stava per compiere novant’anni nella sua bella casa di Torino. Adriana Enriques sposata De Benedetti, mi accoglie sfogliando un libro rilegato di cuoio marrone comprato a Firenze quand'era ragazza, una volta che aveva fatto visita al nonno Cohen. Il libro raccoglie lettere e fotografie, piccole storie di una grande famiglia ebraica. Giorni felici e giorni di tristezza. Non è proprio un volume, ma il carnet che le ragazze di buona famiglia tempo fa offrivano agli amici dei padri e agli amici del cuore, per fissare in poche righe il ricordo della loro presenza. La felicità che Adriana Enriques non intendeva dimenticare riguarda un incontro avvenuto un mattino dell’ottobre 1921 alla stazione di Bologna quando aveva 19 anni. E di quell’ottobre ‘21 è anche la dedica che apre il carnet. «Lo studio, e in generale la ricerca della Verità e della Bellezza, sono un capo in cui è permesso restare bambini per tutta la vita. Ad Adriana Enriques, con la memoria della nostra conoscenza». Firma di Einstein. Da pochi mesi gli era stato assegnato il Nobel per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico mentre la sua teoria della relatività seminava entusiasmo e sgomento fra gli scienziati d’Europa. La piccola di famiglia deve andargli incontro alla stazione: il padre Federigo Enriques, storico e filosofo delle scienze, ispiratore della scuola italiana di geometria algebrica, aveva invitato Einstein all'università di Bologna dove teneva cattedra. Gli era rimasto un piccolo gruzzolo dopo aver pagato le spese di un convegno di filosofia. Lo aveva disciplinatamente depositato in banca nel 1911 sul conto dell’università. Poi la guerra, poi l' Italia agitata, ma fatte e rifatte le somme dietro la porta fatale dello studio davanti al quale i figli dovevano passare in punta di piedi per non disturbare (lo racconta il figlio Giovanni che ha diretto la Olivetti e riportato la Zanichelli allo splendore perduto), un giorno del 1921 decide assieme Tullio Levi Civita, le cui teorie vengono indicate alla base dell’intuizione di Einstein; decide, di invitare il premio Nobel a tenere tre lezioni nell’ateneo di Bologna. «I soldi ci sono e li spendiamo...». Lo annuncia durante il pranzo. «Contento come un ragazzo». Nell’Italietta di allora i ricercatori si affacciavano in Europa con i soldi che risparmiavano sulla loro pelle. Bisogna dire che nel millennio elettronico, un secolo dopo, la situazione è rimasta più o meno la stessa.
«Come faccio a conoscerlo?», chiede Adriana. Deve andare in stazione ad accoglierlo. Gli mostrano la foto, piccola e senza occhiali apparsa su un giornale. Con due amici si apposta lungo il treno che arriva da Milano. Uno davanti al vagone di prima classe, Adriana sotto i predellini della seconda; Einstein smonta dalla terza classe assieme a un ragazzo di quindici anni, figlio del primo matrimonio. Il padre gli ha regalato il primo viaggio in Italia. Durante il pranzo Einstein, il professor Federigo e Levi Civita continuano a parlare nel silenzio dei ragazzi e delle mogli. Ogni tanto l’ospite allunga gli occhi verso la signora Levi Civita, allieva «giovane ed avvenente di nome Illibera della quale il professore si era innamorato. Poi mio padre, Levi Civita ed Einstein escono per una passeggiata...». Non riescono a mettersi d'accordo. Discutono, si animano. Il professor Federigo segna la polvere col bastone per rappresentare le sue teorie. «Einstein risponde scrivendo sulla stessa polvere le formule che gli danno ragione». ll premio Nobel ed Enriques si scrivono lettere e lettere mentre l’Europa cambia e i brividi del razzismo impauriscono la Germania. Enriques gli offre rifugio in Italia, insegnamento a contratto all'università di Roma. «Nella nostra casa di via Sardegna siamo contenti quando arriva la sua lettera da Berlino. La aspettiamo...». È il 1923. Nella stessa casa, a pianterreno, abitano anche i Levi Civita. «Caro professor Einstein, lei starà bene assieme a noi...». Invece il postino porta la risposta inattesa: «La sua lettera mi ha profondamente commosso e sinceramente le confesso che preferirei lei e la società Levi Civita ai colleghi di qui. Nonostante vi sia molto antisemitismo per il momento non ne soffro. Al contrario: l’antisemitismo costringe alla prudenza e fa si che certe persone mi importunino meno di quanto farebbero in condizioni normali. Alla mia età non è semplice cambiare ambiente. Manca l'elasticità per amalgamarsi nel nuovo. Per questi motivi, nonostante i sentimenti di riconoscenza, e simpatia che nutro nei confronti Suoi e del Suo paese, sempre amato in modo particolare, non è possibile accettare l'affettuosa proposta. Ma se in futuro l'inasprimento della situazione mi costringesse a dover abbandonare il mio nido, mi rivolgerò a lei con gioia e piena fiducia. Suo Albert Einstein». Il momento arriva dieci anni dopo. «A Berlino dilaga l’antisemitismo, Hitler è in marcia verso il potere e Einstein scrive chiedendo di venire in Italia», è il racconto di Adriana Enriques. «Papà chiede aiuto a mio zio, Isaia Levi, molto vicino a Mussolini: ha inventato la penna Aurora, icona che segna il costume degli anni quaranta. Mussolini riceve mio padre: “No, professore”, risponde. “Non sono antisemita, ma perché importare uno scienziato di fuori quando abbiamo tanti scienziati da appoggiare in Italia?”. Ipocrisia per ricattare sentimentalmente la nostra famiglia. Perché mio fratello Giovanni era iscritto a ingegneria, e i suoi amici Emilio Segre ed Ettore Majorana passano a fisica e portano in casa i ragazzi di via Panisperna: Fermi, Amaldi». Mussolini lo sa e mette il professore con le spalle al muro per non dispiacere al signore che marcia a Berlino alla testa delle camice brune. La risposta del professor Enriques ad Einstein non nasconde l'amarezza della sconfitta: «Se fosse venuto prima, chissà...». Sono passati settant’anni; anche i ministri della repubblica mantengono le distanze. La scoperta di Einstein va ricordata, ma senza esagerare. Ognuno si arrangi come può.
mchierci2@libero.it
staminali
Le Scienze 12.02.2005
Cellule staminali contro l'infarto
Possono supplire alle limitate capacità di rigenerazione del miocardio
L'infarto del miocardio provoca danni irreversibili che possono provocare un'insufficienza cardiaca congestizia. I danni sono dovuti alla capacità limitata del miocardio di rigenerarsi e autoripararsi. Douglas Losordo e colleghi della Tufts University riferiscono che un sottogruppo finora sconosciuto di cellule staminali umane derivate dal midollo osseo avrebbe il potenziale terapeutico per rigenerare il tessuto del miocardio dopo un infarto.
Nel loro studio, pubblicato sul numero del primo febbraio della rivista "Journal of Clinical Investigation", i ricercatori hanno isolato queste cellule umane al livello di singola cellula e sono stati capaci di differenziarle in tipi di cellule del tutto differenti. Dopo che le cellule staminali sono state fatte dividere per formare un'ampia popolazione, sono state trapiantate in un modello di ratto dell'infarto del miocardio. Ciò ha migliorato le funzioni cardiache, in quanto le cellule hanno stimolato il rilascio di fattori di crescita e di agenti anti-apoptotici che, a loro volta, hanno incrementato il potenziale proliferativo dei cardiomiociti e favorito la sopravvivenza del miocardio ospite. Si tratta del primo studio che dimostra una cardiomiogenesi endogena dopo un trapianto di cellule staminali umane adulte.
Cellule staminali contro l'infarto
Possono supplire alle limitate capacità di rigenerazione del miocardio
L'infarto del miocardio provoca danni irreversibili che possono provocare un'insufficienza cardiaca congestizia. I danni sono dovuti alla capacità limitata del miocardio di rigenerarsi e autoripararsi. Douglas Losordo e colleghi della Tufts University riferiscono che un sottogruppo finora sconosciuto di cellule staminali umane derivate dal midollo osseo avrebbe il potenziale terapeutico per rigenerare il tessuto del miocardio dopo un infarto.
Nel loro studio, pubblicato sul numero del primo febbraio della rivista "Journal of Clinical Investigation", i ricercatori hanno isolato queste cellule umane al livello di singola cellula e sono stati capaci di differenziarle in tipi di cellule del tutto differenti. Dopo che le cellule staminali sono state fatte dividere per formare un'ampia popolazione, sono state trapiantate in un modello di ratto dell'infarto del miocardio. Ciò ha migliorato le funzioni cardiache, in quanto le cellule hanno stimolato il rilascio di fattori di crescita e di agenti anti-apoptotici che, a loro volta, hanno incrementato il potenziale proliferativo dei cardiomiociti e favorito la sopravvivenza del miocardio ospite. Si tratta del primo studio che dimostra una cardiomiogenesi endogena dopo un trapianto di cellule staminali umane adulte.
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pediatria
di bambini, Brazelton se ne intende un sacco /2
Repubblica 14.2.05
L´INTERVISTA
Terry Berry Brazelton, pediatra di fama mondiale, è autore di manuali che hanno guidato milioni di genitori
"La troppa protezione fa male il bambino deve cavarsela da solo"
(c.p.)
ROMA - Bambini, questi sconosciuti. Che fare per farli diventare giovani capaci di scegliere e vivere, assumersi responsabilità e affrontare i propri fallimenti? Ad aiutare gli adulti nel difficile mestiere di genitori, «fatto di tentativi e sbagli», è il professor Terry Berry Brazelton, pediatra di 86 anni, autore di 30 best sellers considerati una sorta di bibbia per neo mamme e padri novelli. Anche perché elencano i «touch points», ovvero i momenti clou che segnano le impennate nello sviluppo e i momenti critici della crescita. In questi giorni è uscito il secondo volume della sua trilogia, scritto col collega psichiatra Joshua Sparrow, dedicato ora al «Bambino da tre a sei anni», Fabbri editori.
Di cosa hanno bisogno i bambini?
«Sicuramente affetto, comprensione anche quando sbagliano, di essere riconosciuti come individui con i quali avere una relazione e non solo oggetto di comandi. Ma chiedono anche limiti e regole chiare: danno sicurezza, li fanno sentire amati. Negli anni passati genitori permissivi pensavano che non disciplinare i propri figli fosse il modo corretto per portarli a prendersi le loro responsabilità, ma a questa età non è possibile. Finiscono col diventare piccoli viziati la cui ansia aumenta se non riescono a provocare reazioni di controllo da parte dei genitori. Tendono a forzare il limite».
Per farli crescere sicuri di sé?
«Stare loro accanto, condividere le loro pene, ma non prevenire sempre le loro richieste, non aiutarli subito se li vediamo in difficoltà suggerendo loro parole o gesti».
Che fare?
«Ricordarsi che le cose più semplici, come allacciarsi le scarpe, sono opportunità per accrescere sentimenti positivi verso se stesso, un passo verso l'indipendenza».
E se cadono o si fanno male?
«Ovviamente essendo sicuri che non sia accaduto nulla di grave, evitiamo di consolarli immediatamente, così interferiamo con la loro capacità di autoconsolarsi, di imparare a reagire. Troppa protezione nuoce, li porta a credersi incapaci di fare da soli ora, ma anche un domani».
Come fare per renderli sicuri?
«La maggior fonte di sicurezza per un bambino è quando sperimenta, fa concretamente, trova da solo possibili soluzioni. Si crea un bagaglio di esperienze. Diamo quindi tempo, standogli accanto, perché così si convincerà che in futuro sarà in grado di trovare altre soluzioni. L'incoraggiamento più efficace all'autostima di un figlio viene da se stesso. Elogiarlo è giusto, ma se lo facciamo in modo troppo insistito è come se lo svalutassimo, come se gli dicessimo che siamo stupiti delle sue capacità».
L´INTERVISTA
Terry Berry Brazelton, pediatra di fama mondiale, è autore di manuali che hanno guidato milioni di genitori
"La troppa protezione fa male il bambino deve cavarsela da solo"
(c.p.)
ROMA - Bambini, questi sconosciuti. Che fare per farli diventare giovani capaci di scegliere e vivere, assumersi responsabilità e affrontare i propri fallimenti? Ad aiutare gli adulti nel difficile mestiere di genitori, «fatto di tentativi e sbagli», è il professor Terry Berry Brazelton, pediatra di 86 anni, autore di 30 best sellers considerati una sorta di bibbia per neo mamme e padri novelli. Anche perché elencano i «touch points», ovvero i momenti clou che segnano le impennate nello sviluppo e i momenti critici della crescita. In questi giorni è uscito il secondo volume della sua trilogia, scritto col collega psichiatra Joshua Sparrow, dedicato ora al «Bambino da tre a sei anni», Fabbri editori.
Di cosa hanno bisogno i bambini?
«Sicuramente affetto, comprensione anche quando sbagliano, di essere riconosciuti come individui con i quali avere una relazione e non solo oggetto di comandi. Ma chiedono anche limiti e regole chiare: danno sicurezza, li fanno sentire amati. Negli anni passati genitori permissivi pensavano che non disciplinare i propri figli fosse il modo corretto per portarli a prendersi le loro responsabilità, ma a questa età non è possibile. Finiscono col diventare piccoli viziati la cui ansia aumenta se non riescono a provocare reazioni di controllo da parte dei genitori. Tendono a forzare il limite».
Per farli crescere sicuri di sé?
«Stare loro accanto, condividere le loro pene, ma non prevenire sempre le loro richieste, non aiutarli subito se li vediamo in difficoltà suggerendo loro parole o gesti».
Che fare?
«Ricordarsi che le cose più semplici, come allacciarsi le scarpe, sono opportunità per accrescere sentimenti positivi verso se stesso, un passo verso l'indipendenza».
E se cadono o si fanno male?
«Ovviamente essendo sicuri che non sia accaduto nulla di grave, evitiamo di consolarli immediatamente, così interferiamo con la loro capacità di autoconsolarsi, di imparare a reagire. Troppa protezione nuoce, li porta a credersi incapaci di fare da soli ora, ma anche un domani».
Come fare per renderli sicuri?
«La maggior fonte di sicurezza per un bambino è quando sperimenta, fa concretamente, trova da solo possibili soluzioni. Si crea un bagaglio di esperienze. Diamo quindi tempo, standogli accanto, perché così si convincerà che in futuro sarà in grado di trovare altre soluzioni. L'incoraggiamento più efficace all'autostima di un figlio viene da se stesso. Elogiarlo è giusto, ma se lo facciamo in modo troppo insistito è come se lo svalutassimo, come se gli dicessimo che siamo stupiti delle sue capacità».
adolescenti
Repubblica 14.2.05
La generazione del "non è colpa mia"
I ragazzi in una ricerca americana: non sostengono le responsabilità
Accusano il destino, i genitori, la scuola, la società, mai loro stessi sempre vittime di qualcun altro
Il domani è incerto forse perché quando erano piccoli sono stati troppo protetti e resi poco autonomi
CATERINA PASOLINI
ROMA - La chiamano la generazione del «sì, ma non è colpa mia». Sempre più ragazzi sono convinti che il loro destino non sia nelle loro mani, ma che i loro insuccessi siano da addebitare a genitori, scuola, governo o sfortuna. A tutti, insomma, ma non a loro. A dirlo non sono mamme e papà esasperati e incapaci di comunicare con i figli in crisi. Ma una approfondita indagine dell'università americana di San Diego che ha analizzato e comparato le risposte, di 18310 studenti di college e 6554 bambini nel corso degli ultimi 40 anni, a test studiati per stabilire quanto le persone si assumono le loro responsabilità.
Il risultato? Dal '60 ad oggi le nuove generazioni si sentono sempre più «vittime», sempre più ostaggio del mondo esterno e quindi meno responsabili della loro vita, persuase come sono di non avere possibilità di incidere sulla realtà e costruirsi il futuro. Incerti e dubbiosi come quel 33 per cento di giovani italiani, secondo l'indagine dell'Istituto Iard, sicuri solo che il loro domani sarà pieno di rischi e incognite. Tanto da «eternizzare il presente vista la difficoltà di immaginarsi il futuro», sottolinea lo psicologo Gustavo Charmet .
«Negli anni '50 si pensava che chiunque avrebbe avuto successo se si fosse impegnato, poi le cose sono cambiate», dice la dottoressa Jean Twenge, autrice della ricerca dove le statistiche raccontano la fine delle illusioni e la sensazione di impotenza che potrebbe spiegare la crescita dei livelli di ansia e depressione tra i giovani. Se infatti nel '69 il 58% degli intervistati era convinto che lavorare duramente ripagava degli sforzi, nel '76 si era ridotto al 43%. Anche in Inghilterra, sottolinea lo psichiatra Raj Persaud, «cresce la sensazione di incidere poco sulla propria vita e ogni generazione dagli anni '50 è diventata sempre meno pronta a dilazionare la gratificazione, proprio perché persuasa di non controllare il proprio futuro». Di non esserne quindi in parte responsabili.
Il dilemma della nostra società, secondo lo psichiatra, è come portare le persone a farsi carico di loro stesse «visto che incolpare gli altri e forze esterne di ciò che ti accade porta al disgusto di se stessi e all´apatia. «Perché infatti educare tuo figlio quando puoi incolpare del suo comportamento la sindrome da iperattività? Perché mettersi a dieta se puoi fare causa alle catene di fast food per essere ingrassato»?
La generazione del "non è colpa mia"
I ragazzi in una ricerca americana: non sostengono le responsabilità
Accusano il destino, i genitori, la scuola, la società, mai loro stessi sempre vittime di qualcun altro
Il domani è incerto forse perché quando erano piccoli sono stati troppo protetti e resi poco autonomi
CATERINA PASOLINI
ROMA - La chiamano la generazione del «sì, ma non è colpa mia». Sempre più ragazzi sono convinti che il loro destino non sia nelle loro mani, ma che i loro insuccessi siano da addebitare a genitori, scuola, governo o sfortuna. A tutti, insomma, ma non a loro. A dirlo non sono mamme e papà esasperati e incapaci di comunicare con i figli in crisi. Ma una approfondita indagine dell'università americana di San Diego che ha analizzato e comparato le risposte, di 18310 studenti di college e 6554 bambini nel corso degli ultimi 40 anni, a test studiati per stabilire quanto le persone si assumono le loro responsabilità.
Il risultato? Dal '60 ad oggi le nuove generazioni si sentono sempre più «vittime», sempre più ostaggio del mondo esterno e quindi meno responsabili della loro vita, persuase come sono di non avere possibilità di incidere sulla realtà e costruirsi il futuro. Incerti e dubbiosi come quel 33 per cento di giovani italiani, secondo l'indagine dell'Istituto Iard, sicuri solo che il loro domani sarà pieno di rischi e incognite. Tanto da «eternizzare il presente vista la difficoltà di immaginarsi il futuro», sottolinea lo psicologo Gustavo Charmet .
«Negli anni '50 si pensava che chiunque avrebbe avuto successo se si fosse impegnato, poi le cose sono cambiate», dice la dottoressa Jean Twenge, autrice della ricerca dove le statistiche raccontano la fine delle illusioni e la sensazione di impotenza che potrebbe spiegare la crescita dei livelli di ansia e depressione tra i giovani. Se infatti nel '69 il 58% degli intervistati era convinto che lavorare duramente ripagava degli sforzi, nel '76 si era ridotto al 43%. Anche in Inghilterra, sottolinea lo psichiatra Raj Persaud, «cresce la sensazione di incidere poco sulla propria vita e ogni generazione dagli anni '50 è diventata sempre meno pronta a dilazionare la gratificazione, proprio perché persuasa di non controllare il proprio futuro». Di non esserne quindi in parte responsabili.
Il dilemma della nostra società, secondo lo psichiatra, è come portare le persone a farsi carico di loro stesse «visto che incolpare gli altri e forze esterne di ciò che ti accade porta al disgusto di se stessi e all´apatia. «Perché infatti educare tuo figlio quando puoi incolpare del suo comportamento la sindrome da iperattività? Perché mettersi a dieta se puoi fare causa alle catene di fast food per essere ingrassato»?
innovazione
software per misurare lo stress
Il Mattino 13/02/2005
Così il software ti misura lo stress
Eugenio Spagnuolo
«ZedX2»: il nome sembra quello di una navicella spaziale. Anche l’idea che sta alla base ha un che di fantascientifico: una macchina in grado di riconoscere e misurare lo stress, senza bisogno di essere controllata da un operatore. Il funzionamento passa attraverso la misurazione di quattro parametri fisici ritenuti comunemente indicatori di stress: la sudorazione, la respirazione toracica, quella del diaframma e infine la conduttività cutanea. Perché quella che a torto viene letta come una condizione della mente, in realtà lascia segni su tutto l’organismo. Risultato di 25 anni di studi, tra i primi ad utilizzarla in Italia c’è Zerostress (via Arco Mirelli), centro nato dalle conoscenze maturate dalla Sif, la società italiana di psicologia funzionale corporea. Conoscenze che la macchina applica grazie all’aiuto di un software aggiornato costantemente. E lo psicologo? Interviene dopo. Una volta che che la macchina ha fatto il suo dovere, se lo stress c’è, al paziente viene somministrato il questionario Msp (misura di stress psicologico), che fornisce un’ulteriore conferma. A quel punto c’è solo da scegliere la terapia idonea o decidere una volta per tutte di cambiar vita.
Così il software ti misura lo stress
Eugenio Spagnuolo
«ZedX2»: il nome sembra quello di una navicella spaziale. Anche l’idea che sta alla base ha un che di fantascientifico: una macchina in grado di riconoscere e misurare lo stress, senza bisogno di essere controllata da un operatore. Il funzionamento passa attraverso la misurazione di quattro parametri fisici ritenuti comunemente indicatori di stress: la sudorazione, la respirazione toracica, quella del diaframma e infine la conduttività cutanea. Perché quella che a torto viene letta come una condizione della mente, in realtà lascia segni su tutto l’organismo. Risultato di 25 anni di studi, tra i primi ad utilizzarla in Italia c’è Zerostress (via Arco Mirelli), centro nato dalle conoscenze maturate dalla Sif, la società italiana di psicologia funzionale corporea. Conoscenze che la macchina applica grazie all’aiuto di un software aggiornato costantemente. E lo psicologo? Interviene dopo. Una volta che che la macchina ha fatto il suo dovere, se lo stress c’è, al paziente viene somministrato il questionario Msp (misura di stress psicologico), che fornisce un’ulteriore conferma. A quel punto c’è solo da scegliere la terapia idonea o decidere una volta per tutte di cambiar vita.
le grandi aziende farmaceutiche:
esperimenti sui bambini
ReporterAssociati.org 14 Feb 2005
Quegli “esperimenti” sui bambini…
di Bianca Cerri
http://www.reporterassociati.org/index.php?option=news&task=viewarticle&sid=5980
Sembra che il neoliberismo e la cosiddetta “deregulation” non abbiano più rispetto per nulla, nemmeno per la vita umana. Persino i bambini sono divenuti un mezzo per arricchirsi velocemente, anche quando ne va della loro esistenza. Le corporazioni farmaceutiche se li palleggiano da una all’altra e si liberano di ogni responsabilità affidando la sperimentazione medica a ditte appaltatrici private. Naturalmente, i soggetti più ricercati sono i bambini provenienti da famiglie disagiate, che nessuno sorveglia e di cui nessuno si occupa.
A mettere in crisi queste forme estreme di sfruttamento ai danni dei bambini è stata una donna che si chiama Jacqueline Hoerger ed è un’infermiera specializzata nell’accudire minori ammalati.
Horger si è occupata frequentemente anche di bambini contagiati dal virus dell’HIV al momento della nascita ed aveva sempre sperato che la ricerca medica avrebbe un giorno potuto, se non guarire, almeno rallentare il decorso della patologia nei malati più giovani. Dal canto loro, gli esperti affermavano che l’ipotesi di poter bloccare il virus era plausibile a meno che il fisico di un piccolo paziente non fosse talmente indebolito da non consentire alcun intervento.
Purtroppo, i timori dei medici sono divenuti realtà per i piccoli ospiti di una Foster Home dello Stato di New York dove, invece di curarli, ci si serviva del loro disagio per sperimentare farmaci. Ai bambini, alcuni dei quali di soli tre mesi, venivano somministrati, naturalmente a loro insaputa, i cosiddetti “cocktails” allo scopo di osservarne le reazioni.
“In pratica”, ha detto Michael Elsner, presidente dell’Associazione Sanitaria per lo studio dell’AIDS, “facevano da cavie umane e venivano torturati, tanto da riportare anemia, eccesso di adipe nei tessuti, alterazioni della pelle e del fegato, ecc.”.
La signora Karen Alves era solo una bambina di dieci anni quando suo fratello Mark morì, nel 1961. Mark era stato diagnosticato come disabile mentale. La madre gli dedicava molte attenzioni e questo fece nascere dissapori tra i genitori di Mark, perché il padre accusava la moglie di trascurare le altre tre figlie. In effetti, Karen ricorda che la madre sapeva a volte essere molto dure con lei e con le sorelle. Mark era un bambino di soli sei anni quando gli infermieri avvertirono la sua famiglia che era morto.
Chris, Gail e Karen non pronunciarono più il suo nome ma, nel 1994, a Karen capitò per caso di leggere un articolo sulla sperimentazione a base di radiazioni. Scoprì che erano stati fatti test del genere nella contea di Sonoma tra il 1952 ed il 1960, anche se sin da subito i ricercatori avevano capito che non servivano a nulla. I fatti sono venuti alla luce dopo 40 anni. Gli “scienziati” si servivano dei bambini ritardati perché erano i soggetti più manipolabili. Al Sonoma State Hospital oggi negano ma fino a poco tempo fa i rapporti sugli esperimenti comparivano sul sito web dell’ospedale.
Non è stato facile per Karen Alves ottenere le cartelle mediche di Mark. Ma c’è riuscita ed ha appurato che, negli ultimi mesi di vita, il bambino fu costantemente afflitto da febbre altissima. I suoi occhi si erano gonfiati, come accade a chiunque venga esposto a radiazioni nocive. Senza che la famiglia ne fosse stata informata, alla morte di Mark i medici asportarono il suo cervello al fine di esaminarlo. Questo avvenne anche per tutti gli altri bambini deceduti durante la fase sperimentale. I bambini completamente abbandonati vennero sepolti in una fossa comune ma a Mark quest’ultimo oltraggio, almeno, è stato risparmiato.
Gli esperimenti avevano avuto inizio nel 1989 ma la verità è venuta a galla pochissimo tempo fa. Complice delle case farmaceutiche erano le amministrazioni delle case alloggio nelle quali venivano ospitati i piccoli contagiati ha HIV, di proprietà dell’Arcidiocesi di New York.
L’infermiera Hoerger si era accorta che i piccoli ospiti venivano considerati poco più che oggetti, ma non riusciva a credere che ciò potesse davvero avvenire in un Istituto specializzato nell’assistenza all’infanzia disagiata. Le Foster Homes sono case-alloggio dove, chi vuole, può richiedere l’affidamento temporaneo di un minore e le famiglie che decidono di farlo sanno già che dovranno occuparsi della somministrazione di particolari terapie.
Fu proprio questo ad insospettire l’infermiera, che si accorse di come sia i bambini assegnati a famiglie assegnatarie che quelli rimasti in istituto prendevano tutti gli stessi farmaci che, anziché migliorarne la salute, li facevano peggiorare sempre di più. Scioccata, Hoerger decise di assumersi la responsabilità di sospendere la somministrazione dei farmaci e di avvertire le famiglie che avevano avuto in affidamento un bambino di fare altrettanto.
Oltrettutto, era ormai sicura che si trattasse di test illegali, espressamente proibiti dall’articolo 45 del Codice Federale USA. I bambini, infatti, non possono essere sottoposti a sperimentazione medica e i medici che si prestano a tale pratica violano pesantemente la legge. La Glaxo, una Casa Farmaceutica che incamera miliardi si serviva disinvoltamente dei piccoli e sfortunati ospiti delle case d’accoglienza per l’infanzia rette dai cattolici. Dei test nessuno ha saputo mai nulla per anni ed anni. I bambini erano tutti figli di madri tossicomani o già decedute ed erano stati abbandonati da piccolissimi.
Finalmente, il giornale inglese “The Observer” riuscì ad entrare in possesso dei carteggi relativi agli esperimenti. I giornalisti scoprirono anche che i soggetti più “richiesti” erano i bambini nati da genitori afro americani o ispanici. Tutti avevano contratto hiv alla nascita. Negli Stati Uniti, la patria podestà di un bambino in stato di abbandono è affidata alle autorità, quindi non era necessario altro che il loro consenso.
Bastò il loro assenso a trasformare i piccoli in cavie umane.
Ora il consigliere Bill de Blasio ha presentato un’interrogazione chiedendo che vengano rivelati i nomi di coloro che consentirono agli esperimenti. Alcuni dei bambini, nel frattempo, sono morti. Uno aveva appena un anno ed è stato ucciso dall’accumulo di potenti sostanze tossiche nel suo organismo. La Glaxo si difende ammettendo gli esperimenti ma nega l’accanimento terapeutico. Non è facile credere a questa tesi visto che gli Stati Uniti hanno parecchie macchie nere nel loro passato per quanto riguarda i test medici.
E’ triste dirlo ma la maggior parte si è svolta con la piena approvazione della legge su soggetti adulti ma inconsapevoli allo scopo di verificare la risposta umana a determinate sostanze. Prima di morire per un tumore, David Horrobin, un medico che partecipò a molte sperimentazioni rivelò che i risultati erano stati disastrosi e che le persone venivano torturate inutilmente.
Un altro medico, Garth Nicholson, denuncia invece la sperimentazione sui militari, approvata dal Dipartimento della Difesa. I virus, d’altra parte li avevano fabbricati nei laboratori medici del Pentagono…
Quegli “esperimenti” sui bambini…
di Bianca Cerri
http://www.reporterassociati.org/index.php?option=news&task=viewarticle&sid=5980
Sembra che il neoliberismo e la cosiddetta “deregulation” non abbiano più rispetto per nulla, nemmeno per la vita umana. Persino i bambini sono divenuti un mezzo per arricchirsi velocemente, anche quando ne va della loro esistenza. Le corporazioni farmaceutiche se li palleggiano da una all’altra e si liberano di ogni responsabilità affidando la sperimentazione medica a ditte appaltatrici private. Naturalmente, i soggetti più ricercati sono i bambini provenienti da famiglie disagiate, che nessuno sorveglia e di cui nessuno si occupa.
A mettere in crisi queste forme estreme di sfruttamento ai danni dei bambini è stata una donna che si chiama Jacqueline Hoerger ed è un’infermiera specializzata nell’accudire minori ammalati.
Horger si è occupata frequentemente anche di bambini contagiati dal virus dell’HIV al momento della nascita ed aveva sempre sperato che la ricerca medica avrebbe un giorno potuto, se non guarire, almeno rallentare il decorso della patologia nei malati più giovani. Dal canto loro, gli esperti affermavano che l’ipotesi di poter bloccare il virus era plausibile a meno che il fisico di un piccolo paziente non fosse talmente indebolito da non consentire alcun intervento.
Purtroppo, i timori dei medici sono divenuti realtà per i piccoli ospiti di una Foster Home dello Stato di New York dove, invece di curarli, ci si serviva del loro disagio per sperimentare farmaci. Ai bambini, alcuni dei quali di soli tre mesi, venivano somministrati, naturalmente a loro insaputa, i cosiddetti “cocktails” allo scopo di osservarne le reazioni.
“In pratica”, ha detto Michael Elsner, presidente dell’Associazione Sanitaria per lo studio dell’AIDS, “facevano da cavie umane e venivano torturati, tanto da riportare anemia, eccesso di adipe nei tessuti, alterazioni della pelle e del fegato, ecc.”.
La signora Karen Alves era solo una bambina di dieci anni quando suo fratello Mark morì, nel 1961. Mark era stato diagnosticato come disabile mentale. La madre gli dedicava molte attenzioni e questo fece nascere dissapori tra i genitori di Mark, perché il padre accusava la moglie di trascurare le altre tre figlie. In effetti, Karen ricorda che la madre sapeva a volte essere molto dure con lei e con le sorelle. Mark era un bambino di soli sei anni quando gli infermieri avvertirono la sua famiglia che era morto.
Chris, Gail e Karen non pronunciarono più il suo nome ma, nel 1994, a Karen capitò per caso di leggere un articolo sulla sperimentazione a base di radiazioni. Scoprì che erano stati fatti test del genere nella contea di Sonoma tra il 1952 ed il 1960, anche se sin da subito i ricercatori avevano capito che non servivano a nulla. I fatti sono venuti alla luce dopo 40 anni. Gli “scienziati” si servivano dei bambini ritardati perché erano i soggetti più manipolabili. Al Sonoma State Hospital oggi negano ma fino a poco tempo fa i rapporti sugli esperimenti comparivano sul sito web dell’ospedale.
Non è stato facile per Karen Alves ottenere le cartelle mediche di Mark. Ma c’è riuscita ed ha appurato che, negli ultimi mesi di vita, il bambino fu costantemente afflitto da febbre altissima. I suoi occhi si erano gonfiati, come accade a chiunque venga esposto a radiazioni nocive. Senza che la famiglia ne fosse stata informata, alla morte di Mark i medici asportarono il suo cervello al fine di esaminarlo. Questo avvenne anche per tutti gli altri bambini deceduti durante la fase sperimentale. I bambini completamente abbandonati vennero sepolti in una fossa comune ma a Mark quest’ultimo oltraggio, almeno, è stato risparmiato.
Gli esperimenti avevano avuto inizio nel 1989 ma la verità è venuta a galla pochissimo tempo fa. Complice delle case farmaceutiche erano le amministrazioni delle case alloggio nelle quali venivano ospitati i piccoli contagiati ha HIV, di proprietà dell’Arcidiocesi di New York.
L’infermiera Hoerger si era accorta che i piccoli ospiti venivano considerati poco più che oggetti, ma non riusciva a credere che ciò potesse davvero avvenire in un Istituto specializzato nell’assistenza all’infanzia disagiata. Le Foster Homes sono case-alloggio dove, chi vuole, può richiedere l’affidamento temporaneo di un minore e le famiglie che decidono di farlo sanno già che dovranno occuparsi della somministrazione di particolari terapie.
Fu proprio questo ad insospettire l’infermiera, che si accorse di come sia i bambini assegnati a famiglie assegnatarie che quelli rimasti in istituto prendevano tutti gli stessi farmaci che, anziché migliorarne la salute, li facevano peggiorare sempre di più. Scioccata, Hoerger decise di assumersi la responsabilità di sospendere la somministrazione dei farmaci e di avvertire le famiglie che avevano avuto in affidamento un bambino di fare altrettanto.
Oltrettutto, era ormai sicura che si trattasse di test illegali, espressamente proibiti dall’articolo 45 del Codice Federale USA. I bambini, infatti, non possono essere sottoposti a sperimentazione medica e i medici che si prestano a tale pratica violano pesantemente la legge. La Glaxo, una Casa Farmaceutica che incamera miliardi si serviva disinvoltamente dei piccoli e sfortunati ospiti delle case d’accoglienza per l’infanzia rette dai cattolici. Dei test nessuno ha saputo mai nulla per anni ed anni. I bambini erano tutti figli di madri tossicomani o già decedute ed erano stati abbandonati da piccolissimi.
Finalmente, il giornale inglese “The Observer” riuscì ad entrare in possesso dei carteggi relativi agli esperimenti. I giornalisti scoprirono anche che i soggetti più “richiesti” erano i bambini nati da genitori afro americani o ispanici. Tutti avevano contratto hiv alla nascita. Negli Stati Uniti, la patria podestà di un bambino in stato di abbandono è affidata alle autorità, quindi non era necessario altro che il loro consenso.
Bastò il loro assenso a trasformare i piccoli in cavie umane.
Ora il consigliere Bill de Blasio ha presentato un’interrogazione chiedendo che vengano rivelati i nomi di coloro che consentirono agli esperimenti. Alcuni dei bambini, nel frattempo, sono morti. Uno aveva appena un anno ed è stato ucciso dall’accumulo di potenti sostanze tossiche nel suo organismo. La Glaxo si difende ammettendo gli esperimenti ma nega l’accanimento terapeutico. Non è facile credere a questa tesi visto che gli Stati Uniti hanno parecchie macchie nere nel loro passato per quanto riguarda i test medici.
E’ triste dirlo ma la maggior parte si è svolta con la piena approvazione della legge su soggetti adulti ma inconsapevoli allo scopo di verificare la risposta umana a determinate sostanze. Prima di morire per un tumore, David Horrobin, un medico che partecipò a molte sperimentazioni rivelò che i risultati erano stati disastrosi e che le persone venivano torturate inutilmente.
Un altro medico, Garth Nicholson, denuncia invece la sperimentazione sui militari, approvata dal Dipartimento della Difesa. I virus, d’altra parte li avevano fabbricati nei laboratori medici del Pentagono…
b.cerri@reporterassociati.org
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