domenica 21 settembre 2003

il consumo degli antidepressivi tra i più giovani

Libertà 21.9.03

Antidepressivi: cinquantamila giovani ne fanno uso
Allarme in Gran Bretagna
Secondo gli psicologi potrebbero indurre al suicidio


Londra Si diffondono a ritmo allarmante gli antidepressivi tra i più giovani: in Gran Bretagna sono almeno 50.000 gli adolescenti che assumono regolarmente questi farmaci, ma - mettono in guardia gli esperti - i loro effetti collaterali possono essere devastanti, perfino fatali, per i ragazzi. L'ultimo medicinale sotto accusa si chiama Efexor, un prodotto dell'azienda farmaceutica Wyeth. Nel corso dell'ultimo anno è stato prescritto ad almeno 3.000 giovani britannici - scrive ieri The Guardian - nonostante un'esplicita avvertenza che ne sconsiglia la somministrazione ai minori di 18 anni. Secondo gli esperti dell'Agenzia di controllo dei farmaci e del benesere (Mhra), che eroga le licenze per la commercializzazione dei farmaci in Gran Bretagna, il rischio è che questo medicinale, come altri in passato, possa indurre comportamenti autolesionistici o addirittura suicidi. L'Efexor è il secondo antidepressivo vietato ai minori di 18 anni nel corso degli ultimi quattro mesi. Lo scorso giugno era stata la volta del Seroxat, farmaco della GlaxoSmithKline, che, secondo quanto accertato da studi scientifici condotti dall'agenzia governativa, poteva causare impulsi suicidi o atteggiamenti ostili. Lo scorso anno, ricorda il quotidiano britannico, sono state prescritte oltre 170.000 ricette per antidepressivi nella sola Gran Bretagna, anche a bambini di sei anni. Una tendenza, quella di affidarsi al trattamento farmacologico, che contrasta l'opinione diffusa tra gli esperti secondo cui gli interventi sociali o le sedute psicoterapeutiche raggiungano risultati più duraturi ed efficaci. I responsabili della Mhra non pretendono che i ragazzi interrompano immediatamente l'assunzione dei medicinali, ma invitano i medici a maggiore attenzione nelle prescrizioni. «Il nostro gruppo di studiosi esaminerà le conseguenze, se ce ne sono, anche di altri antidepressivi», ha assicurato il professor Ian Weller, a capo della ricerca del Mhra, che ha deciso di approfondire lo studio sugli effetti del farmaco dopo il caso Seroxat. La richiesta di maggiore attenzione ai controlli dei medicinali proviene anche dagli operatori del settore. «Vogliamo che sia urgentemente verificata la regolamentazione dei farmaci e delle licenze», ha chiesto Richard Brook, direttore generale del Mind, un istituto di beneficenza per l' assistenza a malati mentali. I dati secondo cui gli antidepressivi possono determinare comportamenti violenti e autodistruttivi sono ormai noti da alcuni anni. Nonostante la bufera scatenatasi attorno all'Efexor, si chiama fuori la Wyeth, sostenendo di aver sempre detto ai suoi consumatori ciò che dovevano sapere.
(c) 1998-2002 - LIBERTA

primissima.it: in programmazione a Parma la mostra di Bellocchio pittore

http://www.primissima.it/primissima/news/articolo.html?id-articolo=882

Visioni pittoriche di Marco Bellocchio

Parma. La Fondazione Culturale Edison presenta la mostra Marco Bellocchio: visioni pittoriche e cinema.
Dal 9 ottobre al 7 novembre, presso la Galleria delle Colonne del Centro Culturale Edison, la mostra raccoglierà dipinti, disegni e story-boards dai film di Marco Bellocchio, regista tra i più importanti ed impegnati sulla scena del cinema italiano, che dal 1965, anno in cui esordì clamorosamente con I pugni in tasca, si è mosso nel panorama del cinema italiano mantenendo una straordinaria coerenza di linguaggio e di ricerca, mettendo più volte a nudo la sua vena "eversiva" ed anticonformista.

Particolarmente interessante la sezione riguardante una raccolta di dipinti ad olio, che probabilmente il pubblico più attento ricorderà di aver visto in alcune scene del film L'ora di religione, nello studio del protagonista, il pittore Ernesto Picciafuoco (Sergio Castellitto), che testimoniano di un inedito Bellocchio pittore.
I dipinti saranno affiancati da un ampio numero di disegni e story-boards dei passati film, da I pugni in tasca, il suo lavoro d'esordio, a L'ora di religione appunto, premiato a Venezia l'anno scorso.
In mostra saranno esposti, inoltre, più di 50 fogli di studio riguardanti Buongiorno, notte, il nuovo controverso film del regista piacentino.
Per la prima volta i dipinti e la grafica prodotti da Bellocchio saranno esposti insieme, ad offrire un lato inedito della visione del regista, quello del suo fare più spontaneo e creativo, in cui appare come un creatore che immagina la struttura interna dei suoi film, che non è costruito sulla pellicola ma sulla carta.

Nella serata di giovedì 9 ottobre, al Centro Culturale Edison, Marco Bellocchio interverrà personalmente in un incontro con il pubblico, condotto dal critico e saggista Tullio Masoni, per presenziare all'inaugurazione della mostra e presentarne il catalogo (Edizione Falsopiano).
A seguire verrà proiettato nella sala del Cinema Edison il film Buongiorno, notte
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il regista Dino Risi, lo scrittore Vittorio Emiliani

Yahoo! notizie 17.9.03

Cinema: Dino Risi, Bellocchio È Bravissimo


(AGI) - Roma, 17 set. - Buongiorno, notte non è un film politico, è un film che prende a pretesto un fatto realmente accaduto che però racconta in maniera fantastica con gli occhi di una bella e brava attrice. È questo il parere sull'ultimo film di Marco Bellocchio al regista, Dino Risi, e dello scrittore, Vittorio Emiliani. «Bellocchio è bravissimo - dice Risi - dopo il successo avuto con L'ora di religione, Bellocchio ci propone un film tutto da gustare e vedere». Un film, quindi, «non politico» ma un'opera artistica che racconta con immaginazione e fantasia una storia accaduta realmente. Che poi Bellocchio non abbia vinto a Venezia conta poco perchè «I Festival sono più - conclude Risi - un fatto commerciale». Intanto, il regista piacentino è al Festival di Toronto e poi andrà a New York e Londra. «Mi ha fatto un enorme piacere aver ritrovato un grande artista», aggiunge Emiliani. «Ho sempre amato Bellocchio fin da I pugni in tasca - prosegue Emiliani - ho apprezzato L'ora di religione e adesso non possono non riconoscere l'alta qualità artistica di Buongiorno, notte. Anche se i temi scelti dal 60enne, regista piacentino, sono difficili, complicati a volte pertubanti, purtuttavia. Bellocchio ha il coraggio di proporre qualcosa che vale per tutti: certamente è un regista scomodo - conclude Emiliani - e per questo non si premia mai ma viene premiato dal pubblico e dalla critica e Buongiorno, notte è un film pieno di fantasia e di immaginazione».

Nuova agenzia radicale sul film di Marco Bellocchio

Nuova agenzia radicale on line 21.9.03

Buongiorno, notte: la trasformazione del reale
di Paolo Izzo


http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php

Cessato il chiasso del festival del cinema di Venezia, sempre più somigliante a quello della canzone di Sanremo, con tanto di dopo-festival tra Chiambretti e Marzulli, lontani il cupo Monicelli e l’esaltato Accorsi, che con le loro affermazioni da giurati hanno rosicchiato una piccola dose di riflettori; ora che Buongiorno, notte l’ho visto e rivisto, meditato, sentito, voglio fare ancora una breve riflessione su questo magnifico film di Marco Bellocchio.
Mi guarderò bene dal seguire la traccia suggerita dai fatti, dai terribili fatti su cui il film è basato. Lascio volentieri l’onere a quanti sentono di dover espiare una antica complicità ideologica con le Brigate rosse o giustificare un’indifferenza venticinquennale.
Perché, forse, ho visto un altro film. Quello che c’è dietro ad una storia che rassomiglia a un fatto vero… Ho visto una lacrima sospesa tra le ciglia di Maya Sansa quando, con la schiena appoggiata al nascondiglio di Roberto Herlitzka, ascolta la voce del prigioniero. Ho sentito le musiche che hanno accompagnato spinelli e amplessi di due generazioni, condurre lettere di condannati a morte. Ho visto il primo piano di un neonato mentre sullo sfondo sfuocato si consuma una tragedia e l’immagine di uomo osservato, controllato, spiato attraverso una fessura… Né mi viene da chiamare i bravissimi attori con i nomi dei personaggi che interpretano, perché non gli somigliano affatto: vorrei trovare altri nomi ancora, indicarli come la Mora, il Padre, il Ragazzo... Perché non c’è solamente la controversa figura di Moro dietro i movimenti e le espressioni di Herlitzka, non c’è la vera Braghetti tra gli sguardi e i sogni della Sansa. Ci sono, ma non ci sono. E quando ci sono, sono migliori. Più sani.
È come il discorso politico: c’è, ma non c’è. Si può discutere per giorni, per settimane della valenza socio-politica di questo film, con tavole rotonde, botta e risposta sui quotidiani, interviste in cui il regista afferma di essersi ispirato al libro di una terrorista. Tutto benissimo, ma ciò che rimarrà con persistente intensità di questa bellissima opera è la rappresentazione di un mondo di rapporti interumani, il movimento dei personaggi e il loro sentire. Al di là del racconto di due universi che vengono a contatto, al di là della religiosità bigotta di Moro contrapposta a quella “integralista” dei brigatisti, al di là di uno sfondo reale, impresso a malapena sulla pellicola, c’è un andamento irrazionale, un percorso inconscio che sostiene tutto il film. Più reale del reale, però. Che diventa evidente, abbacinante nella sequenza di Herlitzka stretto in un nero cappotto che cammina per le strade di una Roma assonnata e appena umida di pioggia, dove fa capolino una bandiera della pace. Quell’uomo libero, che sembrerebbe sul punto di fischiettare l’aria verdiana che accompagna i suoi passi quasi saltellati; quell’uomo non può essere Aldo Moro, lo sappiamo benissimo. Bellocchio, a voler esagerare, poteva persino evitare di ricordarci come sia andata davvero a finire. E lasciarci con l’idea che da “Moro”, dalla sua borsa, abbia rubato soltanto la bozza di una sceneggiatura. Per poi trasformarla, a modo suo.
Il regista di Diavolo in corpo e de L’ora di religione, il ribelle e il contestatore, l’artista che va ai seminari di Massimo Fagioli, continua a regalarci film straordinari; con Buongiorno, notte Marco Bellocchio ha vinto un bellissimo premio: emozionare milioni di spettatori con le sue immagini. Che ci rimarranno dentro. A lungo.

Sergio Zavoli, a proposito di informazione in televisione e di Buongiorno, notte

L'Arena di Verona 20.9.03

Parla Sergio Zavoli, che domani compie 80 anni, amareggiato soprattutto per una Rai «appiattita su modelli altrui»

«La tv è agli arresti domiciliari»
«Non ce la fa a uscire dalle regole imposte dai poteri dominanti»

di Daniela Simonetti

Domani compie 80 anni, è un’icona del giornalismo televisivo, ha rivoluzionato il modo e lo stile di condurre le inchieste per il piccolo schermo: Sergio Zavoli, una vita spesa nella Rai, non è ottimista sulle prospettive dell’informazione televisiva e, in un’intervista, parla di tv pubblica, di audience e pubblicità, del fenomeno Murdoch, fino al caso-Bellocchio che ha scosso la Mostra del Cinema di Venezia. In sostanza, afferma il giornalista, è sempre più difficile fare una buona televisione e anche la Rai, affetta da instabilità cronica, deve tenere conto dei cambiamenti e della velocità con cui avvengono: «Penso, credo controcorrente, ma rispetto a tutto il sistema e non solo alla Rai, che non si valuti il vero fattore della novità, cioè l’ingresso di Murdoch, con tutta la sua imponente "mercanzia", nel nostro mercato mediatico. A una velocità impressionante egli sta costruendo un sistema che gode di mezzi e contingenze speciali. Non capisco bene come, a destra, si concepisca il vantaggio da poterne trarre, ma temo che la sinistra sia ancora lontana dall’averlo addirittura immaginato. Bisogna diffidare della velocità dei fenomeni, a meno di non saperli interpretare e governare. Quel che mi pare certo è che la rivoluzione, non essendo più il cambiamento, ma la velocità del cambiamento, comporti il rischio di svegliarsi, una mattina, e di vedere che i telespettatori se ne erano già andati senza di noi. Certo - prosegue Zavoli - la Rai, con la sua lunga storia, ha in sé gli anticorpi per difendersi, ma non dovrà perdere tempo. Il suo futuro è già cominciato da un pezzo».
Intanto bisogna fare i conti con l’audience che sempre più difficilmente si sposa con la qualità: «Sono i palinsesti a dircelo. Essi vengono largamente condizionati, non oso dire governati, dalla pubblicità, la quale insegue i "grandi numeri", quindi i programmi, diciamo, più adescanti e redditizi. L’audience è la metafora stessa del consenso: il quale, come è noto, non converge sulla qualità, tranne in casi molto rari. È paradossale che uno strumento con responsabilità civili, culturali, etiche di questa portata finisca per privilegiare l’offerta più corriva».
E il giornalista ricorda come le sue inchieste fino a "Credere, non credere" vennero trasmesse in prima serata senza pubblicità: «Io stesso, punendomi con le mie mani, mi lusingavo di vederle esentate, d’ufficio, dalla contaminazione degli spot, neanche fossi Fellini! Certe cose, prima o poi si pagano. Le inchieste, per giunta a ciclo, sono presenze invadenti, che presuppongono un pubblico particolare, richiedono continuità e attenzione. Così, via via, sono scivolate verso una notte sempre più alta. Ho visto programmi di un certo impegno, per nulla astrusi, rivolgersi sempre di più agli insonni, ai medici di guardia, ai vigilantes, alle guardie carcerarie, o ai disturbati nel pensiero. Questo il servizio pubblico non può permetterselo. Competere è doveroso, ma a condizione di distinguersi, non di appiattirsi sul modello altrui. Non vorrei che, per paradosso, la tendenza dovesse addirittura invertirsi».
E, anche nel caso di buona televisione, si ha l’impressione che questa sia in qualche modo sotto tutela, «come negli arresti domiciliari» dove non si può uscire di casa, cioè dalle regole imposte dai poteri dominanti: «In altri tempi, chi aveva in Rai il mestolo in mano, cioè Ettore Bernabei, forte oltretutto dell’appartenenza alla parte politica più forte, si faceva garante dell’azienda al punto di potersi permettere Tv7, per dirne una, che uscì dalle strettoie del Palazzo per entrare negli spazi della società».
Il nome di Zavoli è legato indissolubilmente alle inchieste televisive: fra tutte resta memorabile quella sul caso Moro ("La notte della Repubblica") con una toccante intervista a Germano Maccari: il brigatista parlò fra le lacrime del rapimento, della prigionia e della morte di Moro. E sono di pochi giorni fa le polemiche sul film di Marco Bellocchio "Buongiorno, notte" che ha mancato il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia.
Zavoli lo ha visto e lo giudica in questi termini: «Nel rispetto più elementare e più fermo dei diritti di un artista di volgere il proprio lavoro, qualunque ne sia il pretesto o l’ispirazione, verso una libera creatività, temo soltanto che il potersi esentare dal "vero" possa trasformare l’interpretazione nell’unica superstite "verità"». Ciò vale soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quella storia e ne deducono l’attendibilità, per giunta suggestiva, dalla trasposizione immaginativa. Ciò mi ha fatto avvertire una vaga perdita di fiducia nel mio lavoro, sentendomi attardato dall’aver voluto e dal voler cercare di capire, rispetto a chi, potendone prescindere, finisce per fissare, paradossalmente, la sola possibile storia» .
La vita di Moro poteva essere salvata? «Che la si potesse salvare, credo non vi siano dubbi. Sarei molto più cauto se il dilemma vertesse sul doverla salvare "a tutti i costi" , cioè accettando le condizioni dei brigatisti. Certo la vita di un uomo dovrebbe valere di più della ragion di Stato, ma neppure Dio ha avuto orecchi per la supplica di Paolo VI, tant’è che il Papa, sconfitto, gliel’ha dolorosamente addebitato» .
Sarebbe possibile un ritorno di Zavoli in televisione? «Possibile, forse. Facile no. Sono un parlamentare, dedico la gran parte del mio tempo a questa nuova, complessa esperienza. Eppure mi sorprendo ancora a immaginare programmi! Epicuro diceva che "la maggior gioia è sempre prima del fare". Preferisco, in genere, gioire, un po’ meno facendo».

Il Tempo, su Buongiorno, notte e il festival di Toronto

il Tempo 20.9.03

(Gianluigi Rondi, Pupi Avati, Giuliano Montaldo, Massimo Ghini, Francesco Alberoni)

IL PARERE DEL CRITICO
di GIAN LUIGI RONDI


DI RECENTE in certi ambienti ci si è dedicati a un giochino di fine estate, quello di dir male del cinema italiano. L’occasione, anzi il pretesto, il mancato Leone d’oro a Venezia a «Buongiorno, notte» di Bellocchio che non sarebbe stato capito dagli stranieri in giuria i quali, all’oscuro delle vicende italiane, vedendo alla fine Moro libero per le strade di Roma non si sarebbero resi conto che si trattava di un sogno di uno dei suoi carcerieri, la brigatista in crisi. Se fosse vero, e se quegli stranieri in giuria avessero dovuto conoscere i fatti esposti per distinguere la rappresentazione cinematografica di un sogno da quella di una cronaca, non avrebbero meritato di far parte di un consesso chiamato a giudicare dei film. Con loro, comunque, c’erano due italiani che quei fatti li conoscevano bene. Non sono intervenuti, sembra - a quanto si è letto - perché non condividevano la cifra «politica» del film con la crisi della brigatista.
Certo non era una cifra «storica» perché Bellocchio, nel suo film, aveva immaginato e inventato. Cosa ne sappiano noi, però, della crisi di Agamennone quando Calcante gli ordinò di uccidere Ifigenia? Pure il testo greco vi ha dedicato alcune fra le sue tragedie più celebri, a cominciare dalle due di Euripide arrivate fino a noi. E nessuno obietta su quei fatti, neanche quando, nell’«Ifigenia in Tauride», Artemide provoca il lieto fine.
Altro pretesto recente per dir male del cinema italiano, la circostanza che produttori e autori non si decidano ancora a realizzare film in inglese. Da qui i nostri insuccessi all’estero con film definiti «non esportabili». La smentita è arrivata proprio in questi giorni con parecchi nostri film andati incontro a unanimi consensi in alcuni festival del Nord America, a Toronto e a Telluride. Non solo «Buongiorno, notte», che a Venezia non avrebbero capito, ma «Il cuore altrove» di Avati, «Ricordati di me» di Muccino, «La meglio gioventù» di Giordana, «La finestra di fronte» di Ozpetek e, soprattutto, «Io non ho paura» di Salvatores che Budd Schulberg, il famoso sceneggiatore di «Fronte del porto», ha definito «il film più bello che abbia visto nella mia vita». E non era parlato in inglese, come non lo erano gli altri.
Naturalmente l’inglese — la lingua «franca» di oggi — apre molte più porte ed è logico che un produttore, dovendo immettere un suo prodotto sul mercato, cerchi quello che gli offre spazi maggiori; da qui il successo nel mondo dei film americani e di tutti quelli parlati in inglese. Il cinema, però, come diceva Chiarini, è industria, il film invece è arte. Se mettendosi a parlare in inglese un film annulla la propria identità culturale e quella del suo autore, è preferibile che si tenga all’italiano, evitando quel termine orribile oggi tanto di moda che è «omologazione».
Come hanno fatto Visconti, Rossellini Fellini.

Pupi Avati: «Oltre al mercato c’è la qualità»
di SIMONA BUONOMANO


PUPI AVATI non vuole sentir parlare di problemi di esportabilità del cinema italiano. Insieme a Ozpetek, Muccino, Salvatores, Bellocchio e altri connazionali ha riscosso un ottimo successo al Festival di Toronto con il suo «Il cuore altrove», acclamatissimo: «A Toronto - ci dice - erano presenti nove titoli italiani, una presenza numericamente e qualitativamente rilevante. Il nostro cinema è apprezzato a livello internazionale. Ci sono film che hanno una garanzia di distribuzione in molti Paesi, alcune pellicole vengono distribuite anche in 25 nazioni. È chiaro che molti non sono film che partono con intenti puramente commerciali, ma hanno altre ambizioni. Noi preferiamo un cinema di qualità». Ma non avrebbe più facile mercato, il nostro cinema, se fosse recitato in inglese, come suggeriscono alcuni? «Dipende - ci risponde Avati (nella foto accanto) - quando il cinema italiano affronta certi generi, come il thriller, penso che dovrebbe avere la possibilità di essere girato in inglese». Avati non ha voglia invece di parlare del mancato Leone al film di Bellocchio: «Non l'ho visto, quindi non posso schierarmi. Non sono in grado di avere un’opinione obiettiva in proposito».
Difende la giuria di Venezia Giuliano Montaldo, direttore di Rai Cinema, secondo il quale non è possibile che i giurati stranieri non abbiano compreso il caso Moro: «Quando il giudizio è fatto, non c'è da chiedere altro. Poi ho grande rispetto per Monicelli. Mi sorprenderebbe se gli stranieri non avessero capito il film, perché al Festival di Montreal ha ricevuto applausi fragorosi, vicino a me c'era una ragazza di 14 anni che era commossa. Ricordiamoci che il terrorismo è un problema che esiste in molte parti del mondo». Concorda l’attore Massimo Ghini: «Il caso Moro è talmente eclatante, mi sembra assurdo che persone colte come i membri di una giuria possano non comprenderlo». Il problema dell’esportabilità del cinema italiano secondo Ghini non esiste: «Abbiamo vinto tanti premi, poi i film sono sottotitolati, a dire il vero mi sembra una "gran fregnaccia"». Per Giuliano Montaldo invece c’è di che preoccuparsi: «Ora con l'Europa unita c'è uno scambio continuo in vari settori, ma mi sorprende che il lavoro di coproduzione e codistribuzione non sia più sviluppato. La coproduzione dà subito la certezza di un mercato in più Paesi. In passato c’erano scambi continui, non solo produttivi, ma anche di cast, oggi non è così». Gli fa eco Francesco Alberoni, che presiede la Scuola Nazionale di Cinema: «Il vero problema non è la lingua, è che bisogna fare accordi di coproduzione e codistribuzione». La lingua inglese può servire in alcuni casi invece, secondo Montaldo: «Dipende dalla storia: se faccio un film su una famiglia che abita in Prati a Roma, non posso girarlo in inglese. Poi non tutti gli attori italiani parlano l'inglese e si rischierebbe di umiliare interpreti straordinari: Gian Maria Volontè era eccezionale, ma non conosceva l'inglese. Eppure i suoi film sono andati all'estero, perché ricordiamoci che si può anche parlare con i sottotitoli». Non ha problemi a recitare in inglese Massimo Ghini, ma non ne riconosce la necessità: «Il problema della lingua - ci dice - è sempre stato strumentale. Gli americani, che sono titolari dell’inglese, l'hanno voluto imporre per essere padroni assoluti del mercato». L’ostilità del mercato statunitense è sottolineata anche da Alberoni: «Il cinema italiano ha difficoltà ad imporsi negli Usa perché gli americani vogliono che sia girato lì da loro, e usano il pretesto di rifiutarsi di fare il doppiaggio. Però i nostri film sono andati bene e hanno persino vinto degli Oscar». E intanto, come fa notare Ghini, i film italiani di qualità tornano a riscuotere successo in patria, il che non è poco: «Il dato che dovrebbe interessarci davvero è che il pubblico sta premiando il nostro cinema».

Corriere della Sera: «due modi di fare storia»

Corriere della Sera 21.9.03

IL TEMA
Benvenuti e Bellocchio due modi di fare storia
di ALBERTO PEZZOTTA


Come si racconta la Storia al cinema? Paolo Benvenuti (Segreti di Stato) e Marco Bellocchio (Buongiorno, notte) evocano episodi controversi (la strage di Portella della Ginestra, il rapimento di Aldo Moro) con metodi opposti. Segreti di stato, più che un film, sembra una pièce di Marco Paolini. Il regista usa strumenti brechtiani - lo straniamento e la didattica - e schifa il realismo cinematografico: preferisce espedienti antispettacolari come plastici, disegni, diagrammi con le figurine. La sua ricostruzione è incalzante e priva di dubbi come un manuale per gesuiti: a ogni obiezione viene ribattuta l’indiscutibile verità. E alla fine si scopre che la responsabilità della strage dei contadini siciliani ricade sulla Cia, De Gasperi, Andreotti, Pio XII e il futuro Paolo VI: poco importa che il vento (della reazione? degli insabbiatori?) scompigli tutto.

Se Benvenuti si presenta come allievo di Rossellini e di Straub, Bellocchio non è mai stato un cinefilo con paternità illustri: alle spalle, piuttosto, ha la psicoanalisi. Buongiorno, notte ostenta, da una parte, una ricostruzione minuziosa del 1978: vestiti, oggetti, scritte sui muri, programmi televisivi. Dall’altra apre nel tessuto realistico frequenti squarci onirici. Sono i sogni della carceriera Chiara, in cui Moro evade dalla prigione; ma anche l’immaginario dei brigatisti, a base di coreografie staliniane; e le immagini scioccanti della Resistenza, esempio rimasto inascoltato. Bellocchio capisce che la Storia è fatta anche di memoria e di emozioni: e non vuole aggiungere la sua verità dietrologica. La sua chiave intimista può lasciare insoddisfatto chi quei tragici fatti li ha vissuti in diretta: ma gli si deve riconoscere la libertà dell’artista, capace di giungere dove lo storico non arriva. Senza dogmi e senza assiomi.

da Libertà: Marco Bellocchio a Bobbio

Libertà 21.9.03

***L'intervista
«Una stretta al cuore il Trebbia così asciutto»


BOBBIO (PC) Lo scorso anno il regista Marco Bellocchio era arrivato a Bobbio sull'onda del successo del film “L'ora di religione”, accompagnato da artisti del calibro di Sergio Castellitto. Quest'anno è reduce dalla presentazione veneziana di “Buongiorno, notte”, che a Venezia ha raccolto larghi consensi di pubblico e critica ma non ha ottenuto riconoscimenti significativi, e forse attesi. Anche a Bobbio, questa pellicola è stata accolta con emozione. «Non ho messo al primo posto la dimostrazione di una tesi, sono rimasto a quella tragedia italiana, che ho vissuto dall'esterno - spiega a proposito il regista - non è che sono stato coinvolto direttamente. Ho rappresentato quei fatti senza chiedermi che cosa volessi dire. E' stata una cosa che mi ha profondamente coinvolto, emozionato e sconvolto». Bellocchio sottolinea che alla visione del film ognuno reagisce in modo soggettivo alle proprie emozioni. «Il film non sposa una tesi, qualcuno lo ha criticato per questo. Io non sono uno storico, un politico o un polemista, sono un artista». Alla domanda di come vive il rapporto con la Valtrebbia, Bellocchio ci confida che, «Bobbio per me non esiste senza la Trebbia. Io, fisicamente, qui ho imparato a nuotare, a fare il bagno. Quest'anno mi si è un po' stretto il cuore quando ho visto un fiume così piccolo e misero, speriamo nelle piogge per gli anni prossimi. Le mie vacanze a Bobbio non sono concepibili senza il bagno nel fiume. Ricordo i primi sotto il Ponte Gobbo e poi più a monte, verso San Martino». Cambiamo argomento, ci focalizziamo sui corsi bobbiesi di FareCinema, «questo è un laboratorio molto pratico. E' veramente un reciproco arricchimento fra il docente e gli allievi. Io vengo dalla mia esperienza, però i giovani ci arricchiscono sempre, è uno scambio bello ed importante. Poi sono giovani che vengono da tutta Italia per frequentare un corso che si è affermato, anche se purtroppo è breve. Questo è il modo migliore per me per ritornare a Bobbio - confida Bellocchio -, lavorando coinvolgendomi. Forse non ritornerei a Bobbio se non avessi qualcosa da fare». L'estro del maestro non conosce pause.

Libertà 21.9.03

a Bobbio continua Fare Cinema di Marco Bellocchio

Bertolucci, un regista coraggioso “La strategia del ragno”: parlano montatore e sceneggiatrice
di Manuel Monteverdi


Era il 1971 quando Bernardo Bertolucci si installò a Sabbioneta con una minuscola troupe per girare uno dei suoi film più intensi e rischiosi, La strategia del ragno, pellicola dimenticata (manco a dirlo) dal circuito televisivo e riproposta nella penultima serata del laboratorio bobbiese Fare Cinema. In sala, come annunciato, sono presenti Marilù Parolini, co-sceneggiatrice del film, e il montatore Roberto Perpignani. La chiacchierata che questi imbastiscono col “padrone di casa” Marco Bellocchio ha un profumo cinematografico così intenso che, per qualche minuto, il pubblico sembra quasi non voler interrompere con domande. Poi, ovviamente, la curiosità prende il sopravvento e in sala s'instaura l'ormai consueto botta e risposta: «Questo è uno dei film più belli di Bernardo - esordisce Perpignani -. Un'opera ispirata, che ha superato la fase della ricerca intenzionale per perseguire una forma espressiva e poetica legata non solo alla materia del narrare ma al come narrare». Ancora Perpignani, interrogato sull'incidenza del suo lavoro di montaggio, risponde: «Il ruolo di un montatore o di uno sceneggiatore diventa un percorrere insieme il momento di nascita di un'opera, in cui si finisce col condividere le stesse emozioni e con l'accrescere in modo esponenziale le idee proprie grazie all'incontro con quelle altrui». La Parolini, a sua volta, ne rimarca la matrice “intima”: «Questo film si ispira a Tema dell'eroe e del traditore di Borges ma, in esso, c'è Bernardo con le sue parole, le sue angosce, la sua rabbia, i suoi dubbi. C'è il rapporto padre e figlio e c'è il fascismo». Non a caso, ci sono 3 scene fondamentali di cui in fase di sceneggiatura non si parlò nemmeno: «Il ballo a ritmo di Giovinezza, la scena dello sfregio della lapide e il finale in cui il treno non arriva mai erano 3 idee appartenenti solo al regista e non agli sceneggiatori». Bellocchio ricorda che il film sembra segnare un particolare momento del cinema italiano e Perpignani conferma: «Era il periodo in cui in RAI c'erano “certi interlocutori” e il contenuto dell'art.28 era appena sufficiente ma invogliava a realizzare opere con grande coraggio, rischiando; ci si spingeva avanti perché consapevoli di essere autori. Erano anni all'insegna di Bertolucci e dei fratelli Taviani, nei quali girare in 35 mm o in 16 mm era la stessa cosa perchè lo si faceva con la stessa passione». La Parolini aggiunge: «La molla di un autore è la ricerca. Ho lavorato per 10 anni con Godard, uno che ha rielaborato la grammatica cinematografica mai rinunciando ad andare avanti, nonostante i magri incassi». Si parla della parte finale dell'opera e Perpignani confessa: «Il lavoro di questo film è stato del tutto coerente per l'intero periodo di riprese ma, nel periodo conclusivo, Bernardo stava già preparando Il conformista; il produttore sosteneva che io non avrei potuto rivestire un ruolo di correzione critica nei confronti di Bertolucci, in ragione della nostra amicizia. Il film aveva un grosso sponsor - la Paramount - e dovevamo assicurarci che Bernardo potesse essere corretto e che non partisse per le proprie, personali tangenti. In origine, il primo piano di Brogi (il protagonista), nella parte in cui parla del fascismo, era straordinario, girato senza interruzioni; invece il finale fu da me rimontato secondo linee che non erano corrispondenti a quelle originarie.

Libertà 21.9.03

La Ra Familia Bubièiza consegna al regista una medaglia e punta ad istituire un premio nazionale
Bobbio premia il suo Bellocchio
«Marco è un amico, ha portato la nostra città in tutto il mondo»
di Paolo Carini


BOBBIO. Un premio al migliore attore ed al miglior regista saranno i protagonisti della prossima estate bobbiese? «Con l'aiuto del Comune di Bobbio, Ra Familia Bubièiza vuole istituire questo tipo di riconoscimento, allo scopo di avere autorevoli personaggi del cinema a Bobbio» ha annunciato Maurizio Alpegiani, presidente del sodalizio bobbiese, durante la premiazione all'affermato regista bobbiese, alzando il tiro nel panorama cinematografico di questa città. «Marco è un amico, è uno dei nostri, che ha sempre voluto bene a Bobbio e lo sta dimostrando portando il nome della nostra città in tutto il mondo» con queste parole Alpegiani, ha salutato, a nome di tutti i bobbiesi il maestro e regista Marco Bellocchio, premiato venerdì sera, nel suggestivo quadro dei portici di Santa Fara.
Maurizio Alpegiani ha consegnato al maestro una medaglia con inciso, nel retro, il simbolo per eccellenza di Bobbio, il Ponte Gobbo. Per l'occasione la Familia ha organizzato un rinfresco, dove molti bobbiesi sono convenuti, presenti anche gli allievi partecipanti al corso diretto da Bellocchio, FareCinema, laboratorio cinematografico partito lo scorso 9 settembre. «Spero che questa iniziativa continui ogni anno, - ha spiegato Bellocchio - non solo: è importante creare, per l'anno prossimo, un riconoscimento ed un premio che dia una continuità a questi corsi. Queste iniziative sono ben accolte nell'ambiente del cinema, un riconoscimento fa sempre piacere» conclude. Roberto Pasquali, nel suo intervento ha sottolineato le radici bobbiesi di Bellocchio, «che dà lustro alla nostra città e ci fa un regalo grande ogni anno perché realizzare un corso di cinema non è cosa facile. Da sette anni abbiamo la fortuna di avere questa possibilità. Nell'arco di questo tempo abbiamo avuto la presenza di tantissimi ragazzi, che poi hanno intrapreso la carriera nel cinema. Come amministrazione - ha concluso - mi auguro che si possa continuare il corso FareCinema anche negli anni a venire, per fortuna la Provincia ci dà un aiuto concreto». «Bellocchio oltre essere di Bobbio è uno della nostra valle - ha spiegato Luigi Bertuzzi, presidente della Comunità Montana e consigliere provinciale, portando il saluto a nome di tutta la Valtrebbia - siamo orgogliosi di avere un artista di questo calibro e di vederlo trascorrere qualche periodo presso di noi». Bertuzzi, ha colto l'occasione per invitare l'artista a visitare l'Ente bobbiese, «per conoscere gli amministratori ed i sindaci - ha sottolineato - cercheremo anche noi di essere parte interessata alle sue iniziative che siamo disponibili a sostenere anche in modo tangibile. Se costruiremo qualcosa di utile tutti insieme, questo lo sarà per la città di Bobbio e la Valtrebbia». Quale preludio della serata, la musicista Elisabetta Fanzini di Piacenza ha salutato con il violino il regista, suonando alcuni famosi pezzi di musica classica.

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sabato 20 settembre 2003

«Cosa pensa un neonato?»

(segnalato da Sergio Grom)

Su "D" di Repubbllca di oggi, 20.9.03, un articolo dal titolo:
Ma che cosa gli passa per la mente?
Di Sylvie Coyaud


Fino a pochi anni fa, i ricercatori consideravano il cervello del neonato una tabula rasa, poi plasmata dall'esperienza. Le ultime scoperte di genetica e neuroscienza ribaltano la teoria: si viene alla luce con molte capacità programmate. E tra le più importanti c'è quella di sognare

A 9 mesi un bebé è in grado di riconoscere espressioni facciali, o verbali di felicità, tristezza o rabbia e di riprodurle, facendole proprie. Sa modellare le emozioni su quelle altrui e reagire ai segni di rimprovero o approvazione. A un anno, guarda l'oggetto indicato da un dito, e non il dito

I bambini hanno da subito idee sugli altri esseri umani, gli oggetti e il mondo. Sono come piccoli scienziati: acquisiscono in continuazione nuovi dati e scartano le teorie che non combaciano con essi. Ma da quali meccanismi di apprendimento nasce la comprensione?»

Sesarà provata l'esistenza dell'organo del linguaggio e si troveranno i geni responsabili di formazione e manipolazione dei simboli, allora diventerà evidente che le facoltà cognitive sono innate, e si manifestano quando si impara a comunicare


A una mamma basta guardarlo per accorgersi che il pupo sprizza intelligenza da tutti i pori. È lei che s'illude, o il piccolo è davvero già pronto a capire il mondo? A dar retta a certi ricercatori, lo è. Siccome, negli anni Novanta, sono partiti insieme il progetto Genoma umano e il "decennio dei cervello", oggi genetica e neuroscienze si alleano per ribaltare gli studi precedenti ed elencare le facoltà superiori programmate nel cervello dei neonato.

Alison Gopnik, ex filosofa della scienza all'Università della California, a Berkeley, e oggi riconvertita alla psicologia cognitiva infantile, ha scritto con i colleghi Andrew Meltzoff e Patricia KuhI un libro in cui sostiene che c'è «uno scienziato nella culla» (A Scientist in the Crib, William Morrow, 1999). In un'intervista data al New Scíentist nel maggio scorso, Gopnik faceva un bilancio delle ricerche più recenti: «Oggi sappiamo che i bambini sanno più di quanto pensavamo fosse possibile. Hanno idee sugli altri esseri umani, sugli oggetti e sul mondo, nel momento stesso in cui nascono. Sono idee piuttosto complesse, non soltanto riflessi o reazioni a determinate sensazioni. I bambini sono come piccoli scienziati, acquisiscono nuovi dati in continuazione e scartano le teorie che non combaciano con essi. Cambia la loro comprensione sulle cause di certi fenomeni. li che porta a domande difficili: come viene rappresentata questa comprensione della struttura causale del mondo? E attraverso quali meccanismi di apprendimento nasce la rappresentazione? ».

Alison Gopnlk utilizza le parole "idea" e "scilenziato" In senso molto lato. Qualsiasi animale acquisisce nuovi dati in continuazione e li smista in categorie (o secondo teorie) appropriate: il giorno che smette di farlo smette di vivere, ma nel frattempo non è diventato Albert Einstein o Marie Curie. Detto ciò, fino a pochi anni fa erano gli scienziati a farsi idee sbagliate pensando che il cervello dei neonato fosse una tabula rasa, un'argilla che sarebbe stata plasmata dall'esperienza (la cultura) come Adamo dal suo creatore. Adesso prendono il sopravvento i fautori dei geni (la natura) e dei loro prodotto: un cervello già corredato.

Esperimenti recenti hanno mostrato che gli strumenti per imparare ci sono sin dalla nascita. Andrew Meltzoff, il coautore di A Scientist in the Crib, si è presentato al reparto maternità dell'ospedale dell'Università del Washington, a SeattIe, e si è chinato a intervalli regolari su alcuni neonati, facendo smorfie. Ha scoperto che 42 minuti dopo essere stati partoriti, già erano capaci di ricambiare. Non avevano ancora il controllo motorio per riprodurre le smorfie con precisione, ovviamente, però atteggiavano i muscoli della bocca - che si sviluppano prima - in modo ben riconoscibile.

Più che scienziati nati siamo scimmiottatori nati, e lo restiamo ben oltre l'infanzia. Deborah Custance, cleil'Università di Londra, ha misurato ì'imitazione nei bambini da uno a tre anni e quella di diverse specie di scimmie. Ha calcolato che, in media, quella delle scimmie arriva al 60 per cento della nostra. Mentre i piccoli d'uomo si concentrano con molta attenzione sui gesti di chi conduce l'esperimento, le scimmie si distraggono non appena hanno capito lo scopo (spingere fuori delle palline da una scatola, per esempio) e pretendono la ricompensa anche se lo hanno raggiunto con altri mezzi (magari sfasciando la scatola).

L'imitazione è preziosa: imprime gesti, fattezze, suoni nel corpo oltre che nella mente, fa imparare e ricordare quello che si è imparato. A nove mesi, i bambini sono in grado di riconoscere espressioni facciali o verbali di felicità, tristezza o rabbia e, imitandole, di farle proprie. Inoltre sanno modellare le emozioni su quelle degli altri e reagire ai segnali di approvazione o di rimprovero. A un anno, si rendono conto della differenza tra i punti di vista, cioè del fatto che la persona di fronte a loro non vede quello che loro vedono. Di conseguenza, si girano per guardare un oggetto indicato da un dito, invece di tenere gli occhi sul dito stesso. Sembra facile, ma bisogna proiettarsi mentalmente nel corpo altrui, cosa che poche scimmie antropomorfe riescono a fare da adulte.

A sostegno della teoria dei cervello programmato, poi, c'è il fatto che mesi prima di emettere rumori nei quali solo un genitore adorante coglie la parola "mamma" o "papà", i neonati riconoscono certe sillabe in parole inventate, certe regolarità nei suoni, nei ritmi e nei timbri. Ma questo si deduce da esperimenti che stanno sollevando polemiche, perché tirano in ballo il famigerato "organo dei linguaggio". Chiediamo scusa per le virgolette e i condizionali, ma nessuno sa se l'organo esista davvero.

Semplificando molto, la facoltà dei linguaggio ci permette di manipolare simboli (parole, concetti, ma anche immagini, note musicali oppure segni matematici; le rappresentazioni astratte, insomma) combinandoli per ottenere una varietà quasi infinita di espressioni. Spostandoli in avanti o indietro nel tempo e nello spazio, ci raffiguriamo gli oggetti e i rapporti tra di essi, anche quando non possiamo percepirli, anche quando non ne abbiamo mai avuto un'esperienza diretta, Il linguísta Noam Chomsky, senza dubbio il più influente dei Novecento, ha ipotizzato l'esistenza di un organo innato del linguaggio. Questo spiegherebbe l'esistenza di "regole combinatorie" comuni a tutti gli idiomi, e quindi la facilità con la quale i bambini imparano la lingua materna e le altre.

Marcela Peña e Jacques Mehier, della Scuola internazionale di studi superiori avanzati di Trieste, in collaborazione con altri neuroscienziati e linguisti, conducono da anni esperimenti calibrati in maniera sempre più sottile. All'inizio di settembre hanno pubblicato i risultati della loro ultima ricerca sui Proceedings of the National Academy of Science. A neonati fra i due e i cinque giorni di vita hanno fatto ascoltare registrazioni di frasi italiane, rilevando una maggiore attività nell'emisfero sinistro, dove nel cervello adulto si trovano le aree del linguaggio. Se si facevano sentire le stesse registrazioni ma all'incontrario, prive cioè della normale cadenza, non c'era la stessa attività. In precedenza, Peña e Mehler avevano ottenuto dati altrettanto significativi facendo ascoltare ad altri piccolissimi parole inventate o sillabe cadenzate: anche in questo caso, con la registrazione al contrario non si otteneva alcuna reazione. Gli studiosi hanno dedotto l'esistenza di una reazione innata all'intreccio di suoni e silenzi che accomuna tutte le lingue, e ci fa immediatamente riconoscere che uno straniero sta parlando e non emettendo rumori privi di senso.

Dovremmo dedurre che l'organo dei linguagglo c'è, é innato, e che non è vero che nel bambini si forma con il tempo e l'esperienza? Se escludiamo i negazionisti tout court, la risposta dipende dagli scienziati cui si pone la domanda. Biologi e psicologi evoluzionisti vogliono sapere da dove proviene il benedetto organo, ammesso che ci sia. Sarà pur evoluto a partire da una facoltà già presente in qualche antenato, ma quale? Non nei primati dai quali discendiamo; usavano grida e grugniti, probabilmente, e dai reperti fossili si deduce che non avevano la laringe adatta a modularli. Forse in specie più remote come gli uccelli o le balene, che hanno un canto modulato? «No, quel canto è la prerogativa dei maschi e soltanto in determinate stagioni», dice Marc Hauser di Harvard, autore del bel libro Menti selvagge (Newton Compton), «Ha funzioni limitate, serve a difendere il territorio o a richiamare le femmine». Ci pensa un po' e aggiunge: «Anche noi parliamo per dire "stammi alla larga" o ti amo", ma non solo».

Marc Hauser ha una visione più generale, Pensa che ci siano state evoluzioni parallele dei canto, apparso in regni animali diversi in momenti diversi. Secondo lo studioso, la comunicazione, il canto e la percezione delle consonanze e dissonanze dai quali derivano il linguaggio e la musica (ma anche l'identificazione di quantità numeriche che sta alla base della matematica, e persino certi principi inconsci per distinguere il bene e il male) sono variazioni su un unico tema. Sono le "forme della conoscenza" che tutti gli animali possiedono, in maniera più o meno sviluppata. Identificare e riconoscere elementi dell'ambiente, comunicare, apprendere, ricordare è la norma per animali, piante, batteri, per il sistema immunitario, addirittura per le singole cellule. Anzi: insieme alla capacità di riprodursi, sono le caratteristiche della vita. Non ce ne vogliano le madri estasiate e Alison Gopnik, ma dire che un neonato le possiede e gli scienziati pure non è un complimento.

Se sarà provata definitivamente l'esistenza dell'organo dei linguaggio, se si troveranno i geni preposti alla sua formazione e magari alla manipolazione dei simboli, allora sarà evidente che le facoltà cognitive sono già iscritte nel cervello dei neonato, e sbocciano non appena questi è in grado di controllare e coordinare i muscoli necessari a esprimerle. Altrimenti bisognerà ripensare la comunicazione, la memoria e tutto il resto, magari in quanto proprietà emergenti dalla maggior o minore complessità dei cervello, come sostenevano i teorici delle reti riuniti in conferenza a Roma dall'1 al 5 settembre, e Mark Buchanan in Nexus, un saggio uscito pochi giorni fa per Mondadori.

Una volta accertato l'organo dei linguaggio, i ricercatori dovranno mettersi d'accordo sul perché i neonati dormono tanto, dalle 16 alle 20 ore al giorno, e i nasciturí ancora di più, e con un 50 per cento di sonno Rem (Rapid Eye Movements). La fase è contraddistinta da movimenti rapidi degli occhi, presumíbilmente da sogni (o almeno da immagini visive) e da una forte attività neuronale. Nell'adulto, il periodo Rem non supera il 15-20 per cento del sonno totale, ed è accompagnato da una riduzione dell'attività elettrica registrata dall'elettroencefalogramma; il che non accade nei neonati umani (e nemmeno in quelli di gatti e topi). C'è chi dice che il sonno Rem faccia pulizia, elimini gli stimoli immagazzinati dei quali il cervello non sa cosa fare garantendo ai neuroni un periodo di riposo e di recupero durante la fase non Rem. Altri ricercatori non sono d'accordo: il cervello passerebbe in rassegna le esperienze della giornata per elaborare le informazioni, come un computer, e registrarle al posto giusto nella memoria, oppure per risolvere problemi rimasti in sospeso. Ma nessuno ha mai dimostrato che dormendo le facoltà intellettuali aumentino (peccato, farebbe comodo), mentre è evidente che animali dormiglioni come l'ornitorinco e il bradipo siano poco svegli in tutti i sensi.

Stephen DuntIey, dell'Università Washington di Saint Louis, nel Missouri, ha un'altra idea. Nell'utero e nella prima infanzia, afferma, il sonno Rem serve «ai neuroni della corteccia cerebrale per costruire una solida macchina dei pensiero». Ha osservato che, nei topi neonati privati di sonno Rem, moltissimi neuroni muoiono in un processo chiamato apoptosi o suicidio cellulare. Ne deduce che nascituri e neonati «si dedicano freneticamente al sonno Rem» per tenere attivi i propri neuroni e impedire che subiscano la stessa sorte.

***Marco Bellocchio questa sera in tv sulla 7 nella trasmissione di Gad Lerner "L'infedele"


La Repubblica 20.9.03

Stasera su La7 "L'infedele" con Marco Bellocchio, dalla rivolta giovanile agli anni di piombo
Lerner: il ´68, il caso Moro, Sofri ritratto di una generazione sconfitta
"Quei 55 giorni del rapimento hanno cambiato il nostro modo di ragionare"
di Silvia Fiumarola


"La generazione del Sessantotto è stata davvero la meglio gioventù?". Con un tema di grande attualità, la rivolta giovanile, raccontato nei film di questa stagione, Buongiorno, notte e, appunto, La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana (oltre a The dreamers di Bertolucci), Gad Lerner, stasera su La 7, apre la nuova serie dell´Infedele. «Non è solo una coincidenza», dice Lerner «che tre film importanti raccontino una generazione. La storia raccontata da Bellocchio mi ha emozionato e rattristato, come mi rattristo sempre pensando a quel passaggio come a un passaggio della mia vita, della consapevolezza. Penso spesso che alcuni di noi sono diventati adulti messi a confronto con la vita di Aldo Moro, giocata crudelmente in quei 55 giorni. Io stavo a Lotta Continua: su quel quotidiano, dove ho imparato a fare il giornalista, fu pubblicato l'appello dei vescovi. Quei 55 giorni hanno cambiato le nostre categorie culturali, il nostro modo di ragionare sulla vita umana, la finalità delle nostre lotte». Da Lerner si confrontano Bellocchio (in studio anche il figlio Piergiorgio, il fratello Alberto, la nipote Violetta), Ernesto Galli della Loggia, Anselma Dell´Olio, Enrico Fenzi, Marcello Flores, Luigi Manconi, Mario Mosca e Michele Brambilla.
Un altro spunto di discussione nella puntata viene offerto da La meglio gioventù. «Per gente come me», spiega Lerner «il film di Marco Tullio Giordana ha il paradosso che, anche nelle parte gioiosa, liberatoria, quella del viaggio a Capo Nord, già si sentiva l'angoscia dell´esito finale. La storia del ´68 italiano è una storia finita male come è simboleggiato dalla fine di Adriano Sofri in galera. Il '68 tedesco, francese, polacco, americano è un´altra cosa. Da noi c'è stato l'incubo degli anni di piombo, che ci costringono a ripensare a quell'esperienza di rivolta senza serenità, con dolore. In Germania il politico più popolare si chiama Joska Fischer, leader del ´68. Tempo fa hanno pubblicato le vecchie foto in cui picchiava un poliziotto: lui ha riconosciuto quella responsabilità, ha chiesto scusa al poliziotto, è rimasto al suo posto. Lo Joska Fischer italiano sta dietro le sbarre nel carcere di Pisa».

***l'articolo di Simona Maggiorelli su Avvenimenti in edicola

Avvenimenti n°36 pag.15

Segni particolari
Impegnatissimo


Un caso italiano, il nuovo cinema civile dà filo da torcere ai kolossal e ai film d'evasione
Il successo dice che in Italia c'è un pubblico numeroso e immune dal berlusconismo

di SIMONA MAGGIORELLI

(Avvenimenti n°36 è in edicola, al prezzo di 2 €, e vi resterà fino a venerdì prossimo. Non ne inserirò dunque il testo in questo blog fino ad allora per non falsare i risultati delle vendite. Fa.I.)

la recensione di Marco Lodoli su Diario in edicola

Diario n°36, pag. 48

A proposito dei brigatisti e dell'uccisione di Aldo Moro, dell'assegnazione dei Leoni e della reazione del pubblico
L'ineluttabilità
di Marco Lodoli


(Diario n°36 è in edicola, al prezzo di 3 €, e vi resterà fino a venerdì prossimo. Non ne inserirò dunque il testo in questo blog fino ad allora per non falsare i risultati delle vendite. Fa.I.)

il film di Marco Bellocchio continua a vincere

Corriere della Sera 20.9.03

boxoffice


Il film dei pirati è primissimo, surclassando gli effetti speciali di Hulk , mentre Bellocchio in fondo continua a vincere. Buona partenza di Confidence, flop per Banderas e Frears. (Dati Cinetel - Giornale dello Spettacolo, 74% del mercato)

Sergio Zavoli, dopo la sua bella lettera a Marco Bellocchio apparsa sul Resto del Carlino

(la lettera a Marco Bellocchio di Sergio Zavoli sul Resto del Carlino, «La grazia di inventare il vero» è reperibile in questo blog cercando alla data dell'8.9.03)

Il Giornale di Brescia 20.9.03

Sergio Zavoli, ottant’anni con le antenne alla tv del futuro
Il giornalista Sergio Zavoli, che sta per compiere 80 anni


ROMA - Sta per compiere 80 anni, è un’icona del giornalismo tv, ha rivoluzionato il modo e lo stile di condurre le inchieste: Sergio Zavoli, una vita spesa nella Rai, non è ottimista sulle prospettive dell’informazione televisiva e, in un’intervista all’Ansa, parla di tv pubblica, di audience e pubblicità, del fenomeno Murdoch, fino al caso-Bellocchio che ha scosso la Mostra del Cinema di Venezia. In sostanza, afferma il giornalista, è sempre più difficile fare una buona tv e anche la Rai, affetta da instabilità cronica, deve tener conto dei cambiamenti e della velocità con cui avvengono: «Penso, credo controcorrente, ma rispetto a tutto il sistema e non solo alla Rai, che non si valuti il vero fattore della novità, cioè l’ingresso di Murdoch, con tutta la sua imponente "mercanzia", nel nostro mercato mediatico. A una velocità impressionante egli sta costruendo un sistema che gode di mezzi e contingenze speciali. Non capisco bene come, a destra, si concepisca il vantaggio da poterne trarre, ma temo che la sinistra sia ancora lontana dall’averlo addirittura immaginato. Bisogna diffidare della velocità dei fenomeni, a meno di non saperli interpretare e governare.
(...)
Il nome di Zavoli è legato indissolubilmente alle inchieste televisive: fra tutte resta memorabile quella sul caso Moro («La notte della Repubblica», edita poi in volume) con una toccante intervista a Germano Maccari: il brigatista parlò fra le lacrime del rapimento, della prigionia e della morte di Moro. E sono di pochi giorni fa le polemiche sul film di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte», che ha mancato il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia. Zavoli lo ha visto e lo giudica in questi termini: «Nel rispetto più elementare e più fermo dei diritti d’un artista di svolgere il proprio lavoro, verso una libera creatività, temo solo che il potersi esentare dal "vero" possa trasformare l’ interpretazione nell’unica superstite "verità". Ciò vale soprattutto per i giovani che non hanno vissuto quella storia e ne deducono l’attendibilità, per giunta suggestiva, dalla trasposizione immaginativa. Ciò mi ha fatto avvertire una vaga perdita di fiducia nel mio lavoro, sentendomi attardato dall’aver voluto e voler cercare di capire, rispetto a chi, potendone prescindere, finisce per fissare, paradossalmente, la sola possibile storia ». (d. sim.)

venerdì 19 settembre 2003

***Iole Natoli

La Stampa VIVEREROMA 19.9.03

Iole Natoli ha lavorato per Ettore Scola e Bellocchio
«Sono stati loro a convincermi di buttarmi dall’altra parte della cinepresa»
di FRANCESCA BELLINO


Dopo essere stata segretaria di edizione per Ettore Scola e Marco Bellocchio per più di dieci anni, Iole Natoli è passata dall’altro lato della telecamera. Con grande passione e buoni risultati. Il suo ultimo lavoro, un cortometraggio di 28 minuti dal titolo «A un millimetro dal cuore», girato a Roma e auto-prodotto insieme a Francesco Lo Mastro, è stato acquistato dalla distribuzione americana Hipnotic dopo una proiezione al Festival dei corti di Palm Spring in California. «La mia prima esperienza come regista risale a una decina d’anni fa - racconta Iole – Ho realizzato un corto intitolato «Inconclusioni», inserito in «Intollerance», un film di 10 corti prodotto dalla Intelfilm che all’epoca ebbe un gran successo. Poi ho continuato per anni a fare il mio lavoro sui set di Scola e Bellocchio e, a un certo punto, sono stati proprio loro a invogliarmi a provare a fare la regista. Così ho tentato e, da qualche mese, ho deciso che mi ci dedicherò a tempo pieno alla scrittura e alla realizzazione di storie. «Buongiorno, notte» di Bellocchio «è stato il mio canto dei cigno…». Iole dunque mette da parte per il momento il suo ruolo di segretaria di edizione per inseguire il suo sogno di sempre: girare un lungometraggio. L’essere stata «memoria storica» di film girati da grandi maestri, da «Capitan Fracassa» a «Concorrenza sleale» per Scola, e da «Il sogno della farfalla» a «L’ora di religione» per Bellocchio, (che interpreta un insegnante di musica in «A un millimetro dal cuore»), le ha insegnato tanti piccoli e grandi segreti del mestiere. «Scola e Bellocchio sono stati due “maestri involontari” per me – racconta la neo regista - è difficile dire cosa mi hanno insegnato. Forse tutto quello che sono ora perché sul set si ruba esperienza e sapere senza accorgersene. Non ricordo dei consigli in particolare, né da parte di loro due, né da altri registi con cui ho lavorato, come Ricky Tognazzi, Roberto Giannarelli. Io sul set pensavo a portare a termine i miei compiti. Credo però di aver assorbito tante cose e le più importanti sono state senza dubbio il modo di gestire il rapporto con la scena e con gli attori e l’utilizzo della tecnica cinematografica solo come rete alla quale aggrapparsi». «Grazie ai loro stimoli – aggiunge - ho capito che mi piacerebbe concentrare la mia ricerca sull’irrazionale. Mi piace approfondire i temi sociali, i rapporti tra uomo e donna, le evoluzioni interiori, le crescite, i cambiamenti delle persone e io miei primi lavori ne sono un esempio». Iole ha le idee chiare e non è lontana dal suo sogno. Sta ultimando la sceneggiatura del suo primo lungometraggio, «In cantina c’è il sole», scritta a quattro mani con Alberto Consarino. Ha già una troupe pronta e vari amici pronti a scommettere su di lei, tra cui Massimo D’Orzi dell’Associazione Il Gigante di Firenze che, insieme ad altre partnership, finanzierà l’opera.

***a Firenze, martedì 23.9

al FIORELLA ATELIER
"Buongiorno, notte" proiezione con Bellocchio


Marco Bellocchio sarà al cinema Fiorella Atelier martedì 23 settembre alle 22.30, prima dell´ultimo spettacolo, per presentare e discutere il suo ultimo film Buongiorno, notte presente all´ultimo Festival del cinema di Venezia e che tante polemiche ha suscitato sia per l´argomento affrontato (la prigionia di Aldo Moro e le scelte dei suoi carcerieri nella tragica primavera del 1978) sia per il «mancato» premio della giuria veneziana, da molti insistitamente previsto. Visti i posti limitati, la prevendita alla proiezione-incontro avrà inizio alla cassa del Fiorella, in via D´Annunzio, dalle 16 del giorno stesso.

***Gabriele Salvatores (dal Mattino del 19.9.03)

(...)
A Venezia si è detto: il cinema italiano è tornato all’impegno civile. È d’accordo?
«C’è una riscoperta di certi temi, senz’altro positiva. Ho visto ”Buongiorno, notte” di Bellocchio e mi è piaciuto molto, ma non lo definirei un film politico. È una tragedia greca, è Eschilo, è uno sguardo personalissimo su temi archetipici che diventa emozione. Che diventa cinema»

la recensione dell'International Herald Tribune

Friday, September 19, 2003

Movie: 'Buongiorno, notte'
Directed by Marco Bellocchio (Italy)
Reviewed by Roderick Conway Morris International Herald Tribune


On March 16, 1978, in their most brazen attack, the Italian Red Brigades slaughtered Aldo Moro's driver and escort, spiriting away the Christian Democrat leader to a hideout. After 54 days, during which the authorities refused to negotiate with the terrorists, despite Moro's increasingly desperate letters pleading with his friends to intervene to save his life, the gang killed Moro in cold blood and left his body in the back of an abandoned car.
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This notorious episode is the inspiration for Marco Bellocchio's "Buongiorno, notte" (Good Morning, Night). The failure of the film to win the Golden Lion at the Venice film festival this year resulted in a threat from Rai Cinema, the movie wing of the national broadcasting corporation, which put up money for the production, to boycott the Venice festival in the future. However, according to the veteran filmmaker Mario Monicelli, president of the Venice jury, the film was never in the running for the top prize.
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In his director's notes, Bellocchio declares: "Since I'm not a historian, I'm not interested in the truth." Thus, he admits, he felt free to invent characters, situations and dialogue. Bellocchio relates his version through the eyes of a young terrorist, Chiara (Maya Sansa), who is not closely based on any of the actual protagonists.
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But even as a fictional drama the film is less than convincing. The terrorists, who were young, naïve, amazingly self-righteous and suffering from the delusion that their actions would spark off a countrywide revolution, are neither frightening nor frightened enough to be credible. And the suspense that drives classic, semi-fictional political thrillers, such as Costa-Gavras's "Z" and "State of Siege," is fatally lacking here.
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Most damaging of all, however, is a series of whimsical dream sequences, offering an alternative, happy ending. This attempt to graft a feel-good factor onto a grim and brutal incident smacks of willful directorial self-indulgence. And for audiences not familiar with the story, Bellocchio's interpretation of it, which never seems quite sure where it is going, will only serve to confuse.

Marco Bellocchio debutterà nell'opera con una regia verdiana

La Gazzetta di Parma 19.9.03

Nella stagione del Teatro Municipale di Piacenza
Il debutto di Bellocchio
col «Rigoletto» di Verdi


Questa mattina al Circolo della stampa di Milano e nel pomeriggio a Piacenza verrà presentata la Stagione musicale 2003-04 del Teatro Municipale di Piacenza, organizzata dalla Fondazione Arturo Toscanini. Tra i protagonisti della stagione è Marco Bellocchio che firmerà la regia del Rigoletto di Verdi il cui debutto è previsto per il 21 marzo 2004 al Municipale di Piacenza. A Bellocchio abbiamo chiesto come rivolto alcune domande in merito a questa esperienza.

Qual è il suo rapporto con la lirica e, in sintesi, la sua idea registica?

«Il mio rapporto con la lirica è limitato perché, in fondo, la mia conoscenza della lirica si riduce ad una ventina di opere. Però profondo, perché, evidentemente, legato a tutta una serie di cose che si intrecciano con la famiglia, con l'educazione e con Piacenza».

Da giovane ha frequentato le Stagioni liriche piacentine?

«Ma no, una frequentazione più che altro sui dischi. Io al Municipale ho visto poche cose. Evidentemente più che mio padre, mia madre aveva una piccola cultura, perché i suoi parenti di Parma andavano spesso al Teatro Regio, e quella piccola cultura io l'ho acquisita con i dischi. E poi perchè mi sono ritrovato, quando ero ragazzo e poi adolescente, una voce tenorile, per cui cantavo, ma siamo sempre attorno a quella ventina di romanze, mi ricordo che cantavo anche in casa, mio padre diceva: canta !…Poi, improvvisamente ho perso la voce, e, quindi, la lirica poi si è sepolta. Non a caso nel primo film è venuta fuori La Traviata. E poi, cosa vuole, facendo quel documentario sul passato, che mi ha molto coinvolto emotivamente, da parte del Municipale e poi della Toscanini, mi è stato offerto di fare questo Rigoletto. E' chiaro che la regia teatrale sarà una novità assoluta perché, è inutile, il mio sguardo, il mio modo di riprendere e di fare immagini, è cinematografico. E li, invece, ci sarà il palcoscenico, tanto è vero che cercherò di fare degli escamotage: cercherò di fare anche la regia televisiva, e poi, certamente, Il Rigoletto è una delle opere che conosco di più. Però, spero di avere un buon rapporto con il direttore d'orchestra (ancora da definire n.d.r.). Sarà un esperienza nella quale dedicherò il massimo del tempo, anche perché non è che si possa fare per mesi e mesi,come capita nel cinema. Ma, però, nel mese di marzo, cercherò di esserci sempre e d'intervenire, direi, con discrezione».

Anche perché c'è il problema che il mondo della Lirica, specialmente in Italia, non ama molto il regista; ognuno vuole mantenere cristallizzato il materiale lirico della propria memoria, e tutti gli interventi registici, in genere, vengono vissuti con fastidio.

«Infatti, io, questo l'ho sempre pensato. Non ho ancora l'idea di che cosa... però, se ci saranno degli interventi, e spero che ci saranno, mi verranno in mente, saranno, però, sempre abbastanza discreti, tenendo in apparenza una fedeltà all'Opera, nessuna attualizzazione, o velleità, che io trovo appunto velleitarie, spesso. No io voglio stare assai fedele all'Opera. L'ideale, sarebbe per me, di riuscire poi a trovare anche delle varianti, una cifra, delle piccole personalizzazioni. Quello giustificherebbe anche una mia regia. E poi queste cose, ormai lo so anche per esperienza, possono nascere prima, ma anche durante. Per questo ho chiesto il massimo di prove prima di andare in scena. Perlomeno nel teatro, con una serie di collaboratori, un certo tempo. Poi, è chiaro, i cantanti magari verranno dopo».

Marco Bellocchio e il suo film a Bobbio

Libertà 19.9.03

Bellocchio: il trionfo “in casa”
Applausi a Schicchi e alle sorelle Letizia e Mariuccia
di Oliviero Marchesi


Una folla impressionante, una sala esaurita molto prima dell'inizio della serata, i gestori del cinema che - a consolazione degli “esclusi” - promettono che il film sarà rimesso in cartellone. E' partito così l'incontro dell'altra sera con Marco Bellocchio al cinema Le Grazie di Bobbio, che ha visto il regista piacentino rispondere alle domande dei presenti dopo la proiezione di Buongiorno, notte il film sul caso Moro che si avvia a diventare forse il più grande successo commerciale di questo maestro della macchina da presa. La serata, che ha visto un nutrito drappello di autorità seduto in platea (il presidente della Provincia Dario Squeri con gli assessori provinciali Vittorio Anelli e Rossana Mazzoni, il Sindaco di Piacenza Roberto Reggi con l'assessore alla cultura Stefano Pareti, il Sindaco di Bobbio Roberto Pasquali e quello di Travo Annibale Gazzola), era inscritta nel calendario di “Incontri con gli autori”, rassegna collaterale al laboratorio Fare Cinema.
Degli “Incontri con gli autori”, l'abbraccio annuale fra Bellocchio e la “sua” Bobbio è tradizionalmente il momento-clou: e lo è stato più che mai ieri sera, con Letizia e Mariuccia Bellocchio (sorelle di Marco) sedute fra il pubblico, una vera ovazione collettiva per l'attore bobbiese Gianni Schicchi Gabrieli (che ha una parte in questo come in quasi tutti i film di Bellocchio), un'altra per i quattro coristi del Coro Gerberto che fanno la loro apparizione canora in Buongiorno, notte.
La sera prima di questa partita giocata completamente in casa, Bellocchio aveva presentato il film in una serata analoga al cinema Jolly di San Nicolò. Due “dibattiti con l'autore” in due sere consecutive possono sembrare tanti per una provincia, ma non in questo caso: e non tanto per la curiosità del pubblico nei confronti di un artista conterraneo catapultato improvvisamente al centro dell'attenzione nazionale, quanto per le passioni collettive che questa pellicola ha saputo scatenare riaprendo una ferita nazionale vecchia di 25 anni fa Non è un caso che quasi tutti gli interventi degli spettatori (tutti elogiativi) prescindano dalla “fiction” e parlino della storia vera che c'è dietro.
«Nel 1978 ero vicesegretario provinciale della Dc. E posso testimoniare che la base del partito, più dei vertici, voleva che si facesse tutto il possibile per salvare la vita di Moro» dice ad esempio Squeri, sentendosi replicare da Bellocchio che «la politica, in quei tragici giorni, non ebbe la fantasia e il coraggio di pensare a una soluzione diversa da quella che purtroppo divenne realtà». Dichiarandosi influenzato dal sensibile anticonformismo del Leonardo Sciascia di L'affaire Moro, il regista risponde «mi aspettavo che succedesse, ma non fino a questo punto» a chi gli chiede come mai tutti - sulle prime pagine dei grandi quotidiani come nei cinema di provincia - stiano discutendo di questo film quasi dimenticandosi che è un film.


Bobbio premia Bellocchio
L'iniziativa questa sera alle 19,30 in piazza Santa Fata


Bobbio - Verrà premiato a Bobbio questa sera Marco Bellocchio. Dopo la delusione alla Mostra del cinema di Venezia, dove il suo film “Buongiorno notte” non ha ricevuto lo sperato Leone d'oro, la città natale del regista consegna un riconoscimento al famoso concittadino. L'iniziativa viene dalla “Ra Familia Bubièiza”. «Indipendentemente dal risultato ottenuto al festival veneziano, per noi bobbiesi Marco Bellocchio è sempre grande - si esprime il Presidente del sodalizio Maurizio Alpegiani -. L'amicizia che da molti anni mi lega al regista mi consente di ringraziarlo personalmente».
L'appuntamento è per questa sera alle 19,30 in piazza Santa Fata. «Sotto il porticato - spiega Albeggiani - abbiamo organizzato un rinfresco aperto a tutti i bobbiesi, dove saluteremo il regista assieme agli allievi partecipanti al corso “Fare Cinema”, svoltosi in questi giorni. A nome del sodalizio che rappresento, questo incontro intende riconoscere il lavoro di Bellocchio, che con le sue produzioni cinematografiche ha reso famoso il nome della città di Bobbio. Non mancheranno all'incontro gli amici Gianni Schicchi, attore in diversi film del regista, e Beppe Ciavatta».
Lo scorso anno il saluto al regista, che da diversi anni tiene un corso sul cinema nella città della Valtrebbia, era stato organizzato in occasione della polentata in piazza a fine di agosto, sempre su iniziativa della “Familia Bubieisa”.

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