sabato 27 dicembre 2003

il bene e il male

L'Unità 22.12.2003
Distinguere il bene dal male? La regola non è scritta in natura
di Pietro Greco


Nel libro «Naturalmente buoni» che ha licenziato qualche anno fa per la Garzanti, l'etologo Frans de Waal parla di un grosso serpente, IM, cui un infortunio genetico ha fatto crescere due teste. La mostruosità sta nel fatto che la testa di sinistra, Istinto, e la testa di destra, Mente, lottano strenuamente tra loro per procurare il cibo al medesimo corpo. Il mondo della natura, sosteneva alla fine del '700 Immanuel Kant, non ha alcuna connessione diretta col mondo della morale. E IM sembra appunto il monumento, mostruoso, che la natura ha voluto erigere alla sua stupida amoralità.
Al contrario, l'umanità sembra l'unica specie che sa essere umanitaria. La moralità, sosteneva alla fine dell'800 il biologo Thomas Henry Huxley, è la spada forgiata da Homo sapiens per uccidere il drago del suo passato animale.
Ma hanno davvero ragione Kant e Huxley? La moralità appartiene solo all'uomo ed è sconosciuta al resto della natura? Nel 1997 Frans de Waal ha speso alcune centinaia di pagine per dimostrare che la moralità, il senso del bene e del male, non appartiene solo all'uomo, ma è piuttosto diffuso in molte specie animali. Ma, se esiste una moralità in natura oltre l'uomo, allora esiste una morale naturale che può legittimamente aspirare a farsi riconoscere come morale universale?
Chi vuole trovare una risposta argomentata a queste domande può leggere «Il limite e il ribelle», il libro di Giovanni Boniolo, filosofo della scienza all'università di Padova. Il darwiniano Boniolo mostra come, per molti versi, hanno ragione sia quelli che, come Kant e Huxley, parlano di una specifica moralità dell'uomo, sia quelli che, come Frans de Waal, sostengono che la moralità non è disgiunta dalla biologia. Ma Giovanni Boniolo è tutt'altro che un cerchiobottista. Anzi, individua immediatamente chi ha del tutto torto. Ha del tutto torto, secondo Boniolo, chi asserisce l'esistenza di leggi morali naturali e assolute. In natura non c'è scritto ciò che è bene e ciò che è male.
Come possiamo, dunque, risolvere questo apparente rompicapo? Semplice. Basta seguire la logica di Giovanni Boniolo. Il quale inizia col distinguere tra capacità morale e sistema morale. La prima, la capacità morale, consiste nella capacità di formulare e applicare un qualsivoglia giudizio morale. Se volete, la capacità di distinguere tra un bene e un male. Questa capacità ha una chiara origine biologica. È il frutto dell'evoluzione per selezione naturale. La capacità di formulare giudizi morali è emersa, a un certo punto dell'evoluzione biologica, come un nuovo carattere adattivo, capace di conferire un vantaggio nella lotta per la sopravvivenza. Se mi comporto bene e divido regolarmente il cibo che ho raccolto con tutto il mio gruppo, le possibilità di sopravvivenza di tutti - me compreso - aumentano.
Il sistema morale, spiega Boniolo, è invece l'insieme dei giudizi morali specifici che vengono formulati nell'ambito di una società umana (ma, direbbe de Waal, anche non umana). I sistemi morali (il plurale è di rigore) non hanno un'origine biologica. Ma, come sostenevano Kant e Huxley, sono una costruzione dell'uomo. Frutto della sua evoluzione culturale. Frutto della sua storia. In alcune situazioni è giudicato un bene la divisione equanime del cibo con tutti gli altri componenti del gruppo, in altre situazioni è giudicata meno bene e in altre ancora è giudicata un male. Tutti gli uomini hanno la capacità di formulare giudizi morali. Ma i giudizi morali formulati differiscono da uomo a uomo, da gruppo sociale a gruppo sociale. Persino da religione a religione.
Perché una così grande variabilità? Perché gli uomini, come sostiene il darwiniano Boniolo, formulano i loro giudizi morali non attingendo a una fonte naturale che non esiste, ma sulla base di processi cognitivi espliciti e socialmente negoziati. I giudizi morali e i sistemi morali (gli insiemi di giudizi morali tipici di un gruppo, di un popolo, di una cultura) evolvono nel tempo. Ma non si tratta di un'evoluzione adattiva (evoluzione darwiniana), bensì di un'evoluzione culturale.
Se, dunque, non esiste una morale naturale, se non esiste una morale assoluta, allora crollano i fondamenti etici della nostra società? Niente affatto, sostiene Boniolo. Perché proprio l'assenza di una fonte universale di norme morali aumenta la nostra responsabilità individuale. E proprio l'esistenza di diversi insiemi morali, tutti legittimi, rende la tolleranza di tutti nei confronti di tutti se non un principio morale assoluto, quanto meno una pratica razionale e necessaria.

Giovanni Boniolo, Il limite e il ribelle, Raffaello Cortina, pagg 218, euro 19,80

una teoria del tutto?

L'Unità 22.12.03
Hawking e l’ambiziosa speranza di trovare una teoria del tutto
di Salvo Fallica


I misteri del cosmo spiegati e raccontati con uno stile chiaro ed efficace dal geniale Stephen Hawking. Il grande cosmologo, titolare della cattedra lucasiana di matematica a Cambridge, ne «La Teoria del tutto» si confronta con argomenti complessi, che attengono alla fisica teorica, alla filosofia, al senso dell'esistenza di ogni essere umano: ovvero l'origine ed il destino dell'universo.
Hawking, in questo bel libro, compie un viaggio intellettuale nell'analisi della storia dell'universo: dalla cosmologia di Aristotele alle teorie di Copernico, alla rivoluzione epistemologica di Galileo, ai raffinati studi di Newton e di Einstein. Dalla teoria della relatività generale alla fisica quantistica, sino alle più recenti scoperte della fisica contemporanea. La scienza può rispondere alle domande essenziali della vita? Fino agli anni Venti del secolo scorso, tali quesiti erano di competenza della teologia o della filosofia. Ma in seguito alla scoperta di Hubble del moto di allontanamento delle galassie - e, quindi del fatto che l'universo si sta espandendo - è diventato possibile affrontare questi problemi da un punto di vista scientifico. In altri termini: se il cosmo si espande, dev'esserci stato un momento in cui questa espansione ha avuto inizio, un big bang sul quale è possibile interrogarsi con gli strumenti ed i metodi della scienza.
Con una scrittura brillante Hawking avvicina il lettore ad argomenti quali i diversi modelli esplicativi del big bang e i punti problematici della sua interpretazione classica, i primi stadi della vita dell'universo e le possibili alternative per il suo futuro sviluppo, la formazione delle galassie, la morte delle stelle e la singolarità dei buchi neri, la freccia del tempo nella sua triplice valenza psicologica, termodinamica e cosmologica. Hawking punta all'unificazione della fisica, ad una ambiziosa teoria del tutto. «Un primo passo - sostiene - è quello di combinare la relatività generale con il principio di indeterminazione». Non è affatto semplice giungere ad una teoria unificata della scienza, ma il grande cosmologo ci spera. E si pone, da studioso intelligente, la questione della democraticità della cultura.
Ovvero, dell'accessibilità di tutti alle conoscenze scientifiche. Hawking scrive: «Nel corso del XIX e del XX secolo, (…) la scienza è diventata troppo tecnica e troppo matematica per i filosofi o per chiunque altro, tranne per pochi specialisti. I filosofi hanno quindi a tal punto ridotto l'ambito delle proprie ricerche che Ludwig Wittgenstein, il filosofo più illustre del XX secolo, è venuto ad affermare che: “L'unico compito che resta alla filosofia è l'analisi del linguaggio”». Hawking mostra ottimismo:«..se riuscissimo a scoprire una teoria completa, col tempo tutti - e non solo pochi scienziati - dovrebbero essere in grado di comprenderla, almeno nei suoi principi generali». E così poter discutere sul perché l'universo esiste. «E, se trovassimo la risposta a quest'ultima domanda, decreteremmo il definitivo trionfo della ragione umana, poiché allora conosceremmo il pensiero stesso di Dio».

Stephen Hawking La teoria del tutto, Rizzoli, pagine 176, € 15,00

mercoledì 24 dicembre 2003



ci sono nuovi file inseriti nel sito www.clochard.net, curato da Tonino Scrimenti
si tratta di articoli "storici", dell'agosto 1975 e del giugno 2003

per leggerli clicca QUI
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la locandina
degli "Incontri di Ricerca Psichiatrica 2003 - 2004
è disponibile anche a Firenze
da STRATAGEMMA


storie dell'uomo
la Rivoluzione Culturale cinese

una mostra organizzata dalla Provincia di Reggio Emilia
e da Palazzo Magnani


LI ZHENSHENG
l'odissea di un fotografo cinese
nella Rivoluzione Culturale (1966 - 1976)


Reggio Emilia, Palazzo Magnani
7 dicembre 2003 - 15 febbraio 2004


Corso Garibaldi 29, Reggio Emilia
tel. 0522 454437 - 444406
fax 0522 444436
www.palazzomagnani.it

Orari di visita:
9.30-13.00 / 15.00-19.00. Chiuso il lunedì
Aperto il 24, 26, 31/12 e il 6/1
Natale e Capodanno, solo 15.00-19.00

Biglietti di ingresso:
intero, €5; ridotto, €4; studenti, €2

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l'Aula Magna di sabato 20.12.03
su mawivideo.it

la registrazione audio-video
dell'Aula Magna di sabato 20.12.03
è disponibile in rete
per poter essere vista e ascoltata
o scaricata sul proprio hard disk


collegati al sito
http://www.mawivideo.it/

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Cina

Il Messaggero Mercoledì 24 Dicembre 2003
LA CINA ULTRAMODERNA MA CON IL SANTINO DI MAO
di GIANNI SOFRI


LEGGO il bel libro, appassionante, su Stalin e lo stalinismo, di Martin Amis, Koba il terribile. Che io sappia, non c'è nulla del genere su Mao. Se il Grande Timoniere non se ne fosse andato ventisette anni fa, proprio in questi giorni, il 26 dicembre per la precisione, compirebbe 110 anni. Ma che ne è di Mao nella Cina di oggi? Il problema viene liquidato in genere, da una quindicina d'anni, con la scontata battuta sul suo rivoltarsi nella tomba: più che mai inverosimile, oltre tutto, perché Mao, notoriamente, non ha una tomba. Ma con un fondo di verità. Cos'ha a che vedere Mao, in effetti, con questa Cina, con la sua esplosione di grattacieli e di telefonini, di high tech e di capitalismo selvaggio, di elezioni di Miss Mondo e di concerti pop e heavy metal? Nulla, evidentemente.
Ciò nonostante, la "demaoizzazione" si è fermata abbastanza presto, e Mao occupa tuttora un posto importante sia nell'ufficialità dell'establishment, sia nella memoria popolare. Nella prima, innanzitutto, che avendo gelosamente conservato inalterata (a dispetto delle grandi trasformazioni economiche) la facciata politica del Paese, e con essa la guida indiscussa del Partito comunista e dell'ideologia marxista-leninista, ha tutto l'interesse a sottolineare la continuità con la Lunga marcia e con la fondazione, nel '49, della Repubblica popolare. Certo, Mao è ampiamente criticato, e non più solo nei corridoi, per i suoi molti "errori", dal Grande balzo in avanti alla Rivoluzione culturale, che costarono ai cinesi - come ai russi sotto Stalin - milioni di morti. Ma sono pur sempre, come ebbe a dire l'ex Presidente Jiang Zemin, "gli errori di un grande rivoluzionario e di un grande marxista". E quanto alla Rivoluzione culturale, si tende a privilegiare la comoda soluzione di addossarne le colpe alla perversa moglie Jiang Qing e ai suoi tre colleghi della "banda dei quattro", offuscando così le evidenti responsabilità dirette del Grande Timoniere. Naturalmente, nessuna delle fazioni che si fronteggiano, più o meno apertamente, nel Partito comunista cinese ha più come suo riferimento politico Mao e il suo pensiero. Ma conviene a tutti coltivare per lui una sorta di venerazione pubblica, come a un simbolo di unità in un empireo lontano e innocuo.
Parallelamente, nella memoria popolare Mao è una specie di santino. Milioni di visitatori, combattuti tra curiosità e commozione, vanno ogni anno in pellegrinaggio devozionale alla sua casa natale di Shaoshan o alla sua salma imbalsamata in piazza Tienanmen. La sua immagine viene venduta, non solo ai turisti sempre golosi, nelle forme più disparate, dagli accendini ai distintivi ai talismani di ogni tipo. Fa da portafortuna nei ristoranti (spesso su altarini simili a quelli tradizionalmente riservati agli antenati) o nei taxi: a molti giornalisti si racconta per l'appunto di incidenti nei quali solo i possessori di un santino di Mao se la sarebbero cavata a buon mercato. Si potrebbe persino parlare di una sorta di revival affettuoso e ironico insieme, di un culto più intimista e meno monumentale di un tempo.
E' tornata assai di moda, per esempio, una canzone che era praticamente obbligatoria per tutti i bambini cinesi nelle scuole dell'epoca maoista: parla di Shaoshan e del suo aver dato i natali alla "stella della salvezza dei cinesi".
Solo folklore? E' lecito dubitarne. Lo straordinario sviluppo economico degli ultimi anni non è certo privo di contraddizioni. Le riforme economiche, nelle campagne come nell'industria, hanno accentuato le differenze sociali: non tutti hanno potuto approfittarne. Si calcola che ci siano oggi 35 milioni di contadini disoccupati e un numero assai elevato, e difficilmente calcolabile, di "vaganti" precari, alla ricerca delle briciole del boom. Le imprese di Stato licenziano ogni anno dagli 8 ai 10 milioni di operai. E secondo tutte le previsioni si tratta di cifre destinate a salire.
Negli ultimi mesi ci sono state proteste, anche violente, contro le espropriazioni "facili" di terreni destinati a estendere i poli industriali, i supermercati, le sedi olimpiche; o a sostituire i vecchi quartieri con gli inarrestabili grattacieli. Nel mese di settembre, per dare efficacia a questo tipo di protesta, ben tre persone, in luoghi e momenti diversi, hanno tentato di immolarsi con il fuoco; e i suicidi in genere, da parte di chi è tagliato fuori dai miracoli economici, e dalla propria terra, sono stati (e sono) numerosi. Accade così che ricordare e venerare Mao significhi anche, per alcuni, rifugiarsi nella nostalgia, e dar corpo a una protesta dolorosa e impotente. Si dimenticano gli orrori del passato e lo si contrappone alla cupidigia, alla speculazione, alle nuove ingiustizie del presente. Si mitizza una Cina nella quale, per lo meno agli occhi dei molti cinesi esclusi dai benefici della modernizzazione, "si stava meglio". E nella quale criminalità e corruzione non esistevano o, meglio, erano occultate più sapientemente. Senza contare che a Mao i cinesi continuano comunque ad essere grati per aver tratto il loro grande Paese dal declino e dall'oppressione straniera in cui era caduto, e avergli ridato orgoglio e dignità nazionale: sì da poter oggi affermarsi come una riconosciuta potenza mondiale.

Luigi Cancrini

Il Messaggero Mercoledì 24 Dicembre 2003
L’ANALISI
Ma per i giovani il pericolo più grave è la perdita di fiducia in se stessi
di LUIGI CANCRINI


C’E’ stato un tempo in cui, in America come in Italia, la vita scorreva su tempi scanditi da riti ben definiti. La fine della scuola coincideva, per i giovani della famiglia borghese con l'ingresso nelle Università o nei Collages. L'inizio delle attività di lavoro ed il matrimonio segnavano subito dopo, l'inizio di una carriera e della vita adulta. Tornare a casa dei genitori veniva vissuto come una sconfitta.
Molte cose sono cambiate, in fondo, nel corso di un tempo abbastanza limitato. Entrare nel mondo del lavoro a 22 o a 24 anni è praticamente impossibile oggi per chi pensa o sogna di svolgere un’attività sufficientemente qualificata. Sposarsi prima dei 30-35 anni è considerata una forma di imprudenza. Restare in casa dei propri genitori è, in queste condizioni, sempre più comodo e sempre più naturale. Serve a prendere tempo per migliorare la propria formazione professionale e per essere, dunque, più competitivi. Serve, su un piano più personale, a fare tutte le esperienze che sembrano necessarie per non sbagliare nel momento in cui si decide di dare inizio ad una convivenza che qualche volta finirà in un matrimonio. Prudenti e riflessivi più dei loro genitori, i giovani di oggi tentano di godersi la vita per tutto il tempo in cui la vita glielo permette. Comprensibile e, spesso, corretta la scelta del ritorno a casa (o del restare a casa) comporta, tuttavia, problemi che sono, a volte, tutt'altro che semplici.
Abituato da sempre ad essere il centro dell'attenzione emotiva dei suoi genitori, il figlio ha una naturale propensione, prima di tutto, al mantenimento di questo suo privilegio. Il modo in cui il suo atteggiamento urta contro le esigenze nuove dei genitori che hanno molta voglia ora di vivere la loro vita concedendosi quello che non si sono concessi nel tempo in cui dovevano lavorare e occuparsi di lui, è stato descritto magistralmente in Tanguy, un film francese dedicato proprio a questo problema. Guardata con simpatia particolare dal regista e dal pubblico, la rabbia espulsiva dei genitori produce, lì, la partenza del figlio e la risoluzione del problema. Quello con cui molto più spesso ci si incontra nella vita e in una professione come la mia, però, è il problema legato alla perdita di fiducia in se stessi. Caratteristica di tante altre persone giovani meno fortunate o meno dotate. Perché difficilissimo è, per loro, costruire un futuro lavorativo così stabile e così redditizio da permettere a loro e alla loro eventuale famiglia condizioni economiche simili a quelle in cui sono stati abituati a vivere e perché sempre più poche sono, per loro, le occasioni di lavoro capaci di suscitare slanci o entusiasmi di tipo ideologico.
Guardato da questo punto di vista, il dato sociologico sui giovani costretti a restare in casa dei loro genitori da un sistema sociale che di loro ha sempre meno bisogno propone, probabilmente, la spiegazione più semplice per la grande crisi di valori che attraversa oggi le società dell'occidente ricco. Quella che manca è la carica di ottimismo e di volontà con cui le persone giovani cercavano un tempo la pienezza della loro autonomia. E, spaventati da un futuro che nessuno dei loro genitori sembra più in grado di anticipare o di spiegare, molti di loro si chiudono in casa cercando soprattutto la sicurezza della protezione della famiglia.

schizofrenia e demenza
un altro studio australiano...

Yahoo! Notizie Mercoledì 24 Dicembre 2003, 20:31
La schizofrenia ad insorgenza tardiva può precedere la demenza, soprattutto la malattia di Alzheimer
Di MedicinaNews.it


Ricercatori del Prince of Wales Hospital di Sidney in Australia hanno esaminato l’outcome (esito) di un gruppo di pazienti con schizofrenia ad insorgenza tardiva.
I pazienti con schizofrenia insorta dopo i 50 anni d’età, ma senza demenza, ed un gruppo controllo di soggetti sani, sono stati esaminati al basale, dopo 1 anno e dopo 5 anni.
Hanno terminato lo studio 19 pazienti contro gli iniziali 27 nel gruppo schizofrenia e 24 soggetti del gruppo controllo contro i 34 iniziali.
A 5 anni nel gruppo schizofrenia, 9 pazienti hanno mostrato segni di demenza . Di questi 5 erano affetti da malattia di Alzheimer, 1 da demenza vascolare e 3 da demenza di tipo sconosciuto.
Nessun soggetto del gruppo controllo ha presentato demenza.
Secondo gli Autori la schizofrenia che insorge nell’età avanzata può precedere la demenza, soprattutto la malattia di Alzheimer. (Xagena 2003)

Brodaty H et al, Br J Psichiatry 2003; 183:213-219

Per ulteriori informazioni visita www.Xagena.it

le donne del Cairo, oggi

L'Espresso on line
Fantasie velate
colloquio con Adhaf Soueif


Farsi belle per un uomo, per l'uomo che l'indomani diventerà il tuo sposo. Il dolore della depilazione, la cura del corpo affidata alle mani esperte di una vecchia che ha fatto gli stessi gesti per decenni. "Malesh, malesh", pazienza, la sofferenza sta per finire. È tutto quello che la vecchia ha da dire alla giovane donna egiziana. La scena dei preparativi nuziali è una delle più potenti scritte da Adhaf Soueif, la George Eliot d'Egitto, in 'In the eye of the sun', il romanzo che consacrò, dieci anni fa, il suo ingresso sulla scena letteraria inglese. Qualche anno più tardi, nel 1999, 'The Map of Love' (pubblicato da Piemme con il titolo 'Il Profumo delle notti sul Nilo') l'ha portata nella rosa dei finalisti del Booker Prize. Eppure la Soueif, grande scrittrice in lingua inglese, è nata in Egitto e l'arabo è la lingua della sua vita e dell'intimità. Sarebbe quindi una figura che facilmente potrebbe essere classificata nella casella 'Orientalismo'. Ma non è così. Allieva e amica di Edward Said (morto poche settimane fa) che l'ha definita "una delle più straordinarie croniste della politica sessuale del momento", la scrittrice è una delle più feroci critiche della nostalgia stilizzata dell'Oriente. E di ogni discorso sulle differenze culturali.

In un articolo lei ha descritto com'era cambiato il Cairo negli ultimi anni. Diceva che l'ha colpita la presenza di un numero maggiore di donne velate. Insomma, la donna araba vera non c'entra niente con i sogni degli occidentali?

"Avevo detto che se in Egitto avessimo avuto un costume nazionale, molte di noi avrebbero scelto di indossare il velo. Ma questa è solo una delle interpretazioni dell'uso del velo".

E le altre interpretazioni?

"Prima di risponderle, mi soffermo sullo stereotipo. Per molti occidentali il velo è semplicemente l'altro lato della fantasia sulla presunta sensualità tutta 'orientale'. E su un eros trasgressivo. E come desiderare di addomesticare una cosa (una donna e un mondo) di cui si ha paura".

Nella realtà, invece, perché le donne portano il velo?

"Perché ci sono gli islamisti. Lo strumento più importante che hanno usato per influenzare la gente è stato quello di fornire servizi sociali e sussidi economici. La cosa più importante che hanno fornito, in genere gratuitamente, sono stati i vestiti. Assieme ai trasporti e ai libri, per le giovani donne all'interno delle università il velo è stato, in una fase iniziale, un'opzione economica. Poi c'è stata la crescita del progetto e dell'ideologia islamista. Nelle democrazie ci sono molti canali aperti per l'opposizione. Ma qui, in Egitto, non si può avere altro se non le moschee, l'unico spazio di opposizione che non viene chiuso dalle autorità".

E poi?

"E poi ci sono le donne - molte - che ci credono veramente, e che ritengono che questo sia il giusto comportamento da tenere. Infine, ci sono quelle che si velano per affermare un progetto politico in cui abita una mescolanza di nazionalismo, sentimento anti-occidentale, e una forte corrente di pensiero femminista. Ma la vostra discussione sul velo è una distrazione dal vero dibattito. Quello su una giusta rappresentanza nel governo, per esempio. O sulla corruzione".

Lei che vive in ambedue le culture, quella occidentale inglese e quella araba, ci dice quindi che in Europa non abbiamo capito niente del mondo arabo?

"In Europa non è così dura com'è in America. Ma ci sono tanti di quei cliché, di quei teoremi su di noi. L'immagine che si rappresenta del mondo arabo è quella di un posto stagnante, in cui si guarda indietro, quando non è affatto così. La vera domanda da porsi è quali particolari aspetti dell'informazione riguardante il mondo arabo si scelgono per fare i titoli sui giornali. E per scrivere i libri. Ogni tipo di informazione viene scelto per rinforzare questo stereotipo. E ne fa parte di esso il discorso orientalista. Il fatto che la nostra immagine, l'immagine degli arabi all'estero, sia in un certo modo, influisce sul potere che abbiamo sugli eventi. Di certo, tocca tutta la nostra vita. Altro che le vostre fantasie sulla nostra lascivia o viceversa, pericolosità, che poi sono le due facce della stessa medaglia".

gli antropologi su Babbo Natale

www.rai.it/news/
Culture
E' la conclusione a cui sono arrivati un gruppo di studiosi del folklore
Babbo Natale? Discende dallo yeti
L'animale era coperto di peli bianchi e rossicci: da qui il costume di Babbo Natale


Babbo Natale discenderebbe dal mitico yeti. E lo yeti altro non sarebbe che la rappresentazione del dio-bestia antico "progenitore" degli sciamani siberiani che, in occasione del solstizio d' inverno, portavano come regalo attraverso il tetto funghi allucinogeni.
Questa immagine poco rassicurante del personaggio più popolare delle feste di fine anno emerge da ricerche di antropologi, etnobiologi e studiosi del folclore. Lo yeti, l'abominevole uomo delle nevi è stato segnalato in molte parti del mondo, dall'India alla Cina fino agli Usa e, da tempo immemorabile, in Siberia.
Recentemente il biologo e alpinista russo Aleksander Semionov ha ritrovato sulle montagne siberiane dell'Altai, a 3.000 metri di altitudine, una gamba pelosa appartenente ad un essere che camminava in posizione eretta. Analisi successive, condotte dalla locale università di Barnaul, hanno escluso possa trattarsi di un orso, l'alternativa più probabile, o di altro animale vivente o scomparso.
Il che lascia aperte per gli studiosi due sole ipotesi: o un ominide sconosciuto o uno yeti. Semionov, che in primavera continuerà le sue ricerche, ha detto di aver visto nello stesso luogo del ritrovamento "grandi orme fresche" che sembrano quelle di uno yeti.
L'antico essere riapparso nell'Altai risulta, agli esami scientifici, grande più o meno come un homo sapiens, ma con gli artigli e il corpo ricoperto di pelo rossiccio: l'immagine tradizionale degli avvistamenti dello yeti, ma anche di quegli uomini selvaggi cui alcuni ricercatori fanno risalire l'origine di babbo natale, o del russo nonno gelo (Ded Moroz).
Se in Russia, come in Europa occidentale, un ruolo importante nella tradizione di Babbo Natale è attribuito a San Nicola, le credenze contadine fanno risalire Ded Moroz piuttosto all'antico Domovoi, lo spirito pagano che risiede nelle case fatte di pino e di abete e che viene chiamato "nonno". Ma nonno gelo appare soprattutto come la sintesi positiva di divinità antiche slave, uomini selvaggi come Zimnik, signore dell' inverno, e Karaciun, dio malefico del mondo sotterraneo.
L'ipotesi che la figura di Babbo Natale discenda da questi dei-bestia o uomini selvaggi è formulata in particolare dall' antropologa Phyllis Siefker nel suo libro "Santa Claus, l'ultimo degli uomini selvaggi", ovvero le divinità primitive che dominavano la vita delle campagne nel Medio Evo. Queste creature impressionanti "coperte di pelo, fornite di gobba, simili a bestie", scrive, erano furia e distruzione, ma anche "responsabili della nascita, della crescita e della fecondità, e intime dei più profondi segreti dell'universo". Dovevano, come il rex nemorensis dell'antico bosco di Nemi sacro a Diana, essere uccise davvero o simbolicamente affinché i cicli vitali continuassero.
E da queste figure - che nella mitologia greca assunsero le sembianze di Pan, il dio caprone - emerse, secondo Siekfer, anche Santa Claus. E nelle cerimonie pagane, il dio-bestia, di cui resta traccia nel mito dello yeti, era, scrive l'autrice, impersonificato dallo sciamano. Ed è James Arthur, uno tra i più noti etnobiologi, a ricordare che "gli sciamani siberiani usavano e usano il fungo amanita muscaria come un sacramento religioso". "Essi - dice - entrano attraverso un'apertura del tetto e portano questi funghi (allucinogeni) in grandi sacchi". Sono vestiti di rosso e bianco, cioè i colori di Babbo Natale, ma anche dell'amanita, che in Siberia cresce sotto pini e abeti.

storie dell'uomo
l'evoluzione di homo sapiens: non una questione di volume

La Repubblica 24.12.03
LE TAPPE
Scoperta dei paleontologi della Sapienza: dopo Neandertal una rivoluzione nel modello di cranio
Homo sapiens, un super-cervello per arte, religione e scienza
Il salto evolutivo grazie a un diverso assetto cerebrale non al maggior volume
di CLAUDIA DI GIORGIO


ROMA - Non è stato un cervello più grande, ma un cervello organizzato in modo nuovo, e migliore, a dare a Homo Sapiens la "marcia in più" che gli ha garantito il successo evolutivo, aprendo la strada al linguaggio, all'elaborazione di tecnologie sempre più raffinate e di espressioni del pensiero sconosciute alle altre specie viventi, come l'arte, la religione o la scienza. Negli ultimi due milioni di anni, il volume del cervello del genere Homo è cresciuto in maniera impressionante, passando dai circa 800 centimetri cubi dei primi Homo Erectus, ai 1400 di media degli Homo Sapiens. Tuttavia, ai paleontologi è chiaro da tempo che, se da un lato è vero che le dimensioni contano, dall'altro non bastano a spiegare le evidenti differenze tra le capacità cognitive dei nostri antenati diretti e quelle degli ominidi che li avevano preceduti.
Fino a oggi, però, le testimonianze dei crani fossili hanno permesso di seguire soprattutto il percorso di crescita del volume cerebrale dei nostri predecessori, mentre il contenuto di quei crani, vale a dire la forma e la struttura dei cervelli che ospitavano, era assai più difficile da ricostruire.
Ma una serie di tecniche recenti sembra ora in grado di superare questo limite, ed un primo risultato importante arriva proprio dall'Italia, e precisamente dal laboratorio di Paleontologia Umana dell'Università La Sapienza di Roma, dove Giorgio Manzi ed Emiliano Bruner, in collaborazione con Juan Luis Arsuaga, sono riusciti a analizzare l'endocranio (la parte interna del teschio) di vari fossili, tra cui quelli del cosiddetto "uomo di Saccopastore", un neandertaliano vissuto circa 120.000 anni fa.
Pubblicato su Pnas, la rivista dell'Accademia americana delle Scienze, il nuovo studio suggerisce che il cervello di Homo Sapiens sia la conseguenza di quella che Giorgio Manzi definisce come una vera e propria rivoluzione, e cioè dell'improvvisa comparsa di un nuovo equilibrio tra le ossa craniche e il loro contenuto: in pratica, un nuovo "modello" di cranio. Mentre, in Europa, l'uomo di Neandertal, che pure ha un cervello molto grande, conservava una scatola cranica arcaica, simile a quella degli ominidi precedenti, in Africa emerge una nuova specie di Homo che riesce a contenere la stessa grande quantità di cervello in un cranio diverso, fatto in modo tale da consentire lo sviluppo di una diversa organizzazione cerebrale. Uno sviluppo che avverrà soprattutto in aree della corteccia associativa molto importanti per le funzioni superiori del pensiero, come conferma il fatto, scrivono i ricercatori su Pnas, che le differenze tra il vecchio e il nuovo "modello" sono evidenti soprattutto nelle zone parietali del cranio.

bioetica

La Repubblica 24.12.03
Lettere
Figli e felicità tra bioetica e biopolitica
di CORRADO AUGIAS


Caro Augias, non mi meraviglio che il Nobel per la medicina David Hubel, nell'intervista a Piergiorgio Odifreddi pubblicata il 17 dicembre, "creda" che "l'etica non è soggetta alla logica"; mi meraviglia piuttosto il fatto che egli - che accusa chi non la pensa come lui di "motivazioni irrazionali" o di sostenere "insensatezze" - non fornisca alcun argomento a suffragio del suo convincimento, se non quello (obiettivamente deboluccio, almeno da un punto di vista empirico) di conoscere una amica che ha usato l'ovulo della propria sorella, ha avuto un figlio ed ora è felice.
Non può non essere qualificata come arroganza quella con cui non pochi premi Nobel - per aver fatto scoperte straordinarie, ma in campi strettamente scientifici e obiettivamente settoriali - si arrogano spesso il diritto di discettare di etica e di filosofia, sapendone poco e non riuscendo affatto a motivare le loro (pur soggettivamente legittime) affermazioni?
Non crede che siano requisiti irrinunciabili di un pensiero che voglia ragionare seriamente e laicamente quello di argomentare rigorosamente le proprie posizioni e di esaminare con altrettanto rigore le posizioni altrui, senza denigrarle grossolanamente?
Professor Francesco D'Agostino
Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica


Mi congratulo con il professor D'Agostino per le conclusioni del suo Comitato sul "testamento biologico" e convengo che l'argomentazione di David Hubel, riferita a un singolo caso, non aveva molto peso scientifico. Era una considerazione di senso comune che ha anch'esso un suo valore, intendiamoci, ma non prova granché. Non sarebbe giusto però isolare la frase dal contesto dell'intervista e dell'intero numero del "Diario" di Repubblica dedicato alla Biopolitica, tema di particolare rilievo in un paese come il nostro.
Ritengo che un buon metodo per cercare di ragionare su argomenti così difficili sia quello di tenere separate le considerazioni scientifiche da quelle religiose, campi che raramente coincidono. Se parliamo dei valori della vita in senso lato non si può prescindere, per esempio, dall'osservazione di Luce Irigaray (teorica del pensiero della differenza) quando dice: «Il ripiegarsi in un individualismo meschinamente possessivo e gaudente sono il risultato di una mancanza di cultura della stessa vita e della sua condivisione». Chi può dirsi non d'accordo con questo assunto? Lo Stato dovrebbe allora, con la forza delle leggi, allontanare i cittadini da questa povera visione della vita? Non può, se non vuole diventare uno di quegli Stati "etici" che il Novecento ha tragicamente conosciuto.
La legge sulla procreazione appena approvata va in quella direzione? Purtroppo sì. E ci va nel modo peggiore, con argomentazioni che non ammettono replica. Ha scritto su queste pagine Giulio Giorello: «Bisognerebbe fare giustizia di battute del tipo "Dio lo vuole" o "non lo vuole". Se uno ha un filo diretto con un'entità spiritualmente superiore e scambia il proprio autoritarismo per infallibilità, ogni possibilità di confronto e di discussione si chiude in partenza». Christian de Duve ("La vita che evolve" - Cortina ed.) scrive: «Rifiutarsi d'intervenire dove la scienza ci permette di farlo per superare i limiti dovuti alla cattiva sorte è irresponsabile».
Ecco un principio che mi sembra molto "etico", molto umano, molto adatto all'atmosfera di questi giorni.

martedì 23 dicembre 2003

Cristina Comencini
citato al Lunedì

La Repubblica 20.12.03
Incontro con la regista che prepara "La mia mano destra",
sul rapporto tra gli Schumann e Brahms
"L'amore è politico"
di PAOLO D´AGOSTINI


[...]
Come Bertolucci, Bellocchio, Giordana, Virzì, i suoi film, pur sempre apolitici, riescono a parlare di cose che ci appartengono.
«Me l´hanno rimproverato, in Francia, che non c'è la politica. E io ho pensato a Truffaut. Il racconto è già un atto politico e d'impegno. Quando racconti i sentimenti, quello che cambia dentro di noi. Il più bel giorno della mia vita, raccontare che cosa sono diventati i nostri legami d'amore, cercare amandoci di dirci la verità, ci rappresenta e dunque è necessario come fare un film in cui la politica preme. Del resto la cosa del film di Bellocchio che ti dà i brividi è quando vedi Moro alla fine che cammina sotto la pioggia e tu hai la sensazione che niente al mondo valeva quel costo là».
[...]

Europa e Islam

La Stampa 23 Dicembre 2003
L’INTEGRALISMO ISLAMICO, COLPA DELL’OCCIDENTE: LA PROVOCAZIONE DI CORM
I talebani? Sono nipotini di Hegel
di Jacopo Iacoboni


NON solo lo scontro delle civiltà è una bubbola: la responsabilità della radicalizzazione islamista dell’Oriente è dell’illuminato Occidente. E attenzione, quando leggete «Occidente» dovete pensare in ugual misura alla filosofia classica tedesca, alla rivoluzione dei Lumi, alla politica dell’attuale amministrazione di Washington. I barbuti talebani sono a modo loro pronipoti di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nipoti del disincantato Max Weber e, almeno in parte, figli delle guerre esportatrici di democrazia dei due Bush: George e George W.
La tesi, qui esposta in forma volutamente paradossale, è il Leitmotiv di un libro di Georges Corm (Oriente Occidente. Il mito di una frattura, Vallecchi, pp. 171, e 15), non proprio un fanatico ulema fissato con le fatwa dell’Università Al Azhar del Cairo. Corm è il classico intellettuale arabo laico, un uomo di frontiera lui stesso, uno che è nato e vissuto in una civiltà arabo-musulmana almeno quanto arabo-cristiana e arabo-liberale, che ha studiato a Parigi, è diventato economista e poi ministro delle Finanze del suo paese, e oggi fa il consulente della Banca mondiale. Se fossimo dentro un romanzo non potrebbe essere altri che Abdul Bashur, il coprotagonista laicissimo e smagato della trilogia di Àlvaro Mutis. Ma questo non è un romanzo. Corm semmai è uno che scrive saggi. Quello di cui si parla qui sta facendo discutere la Francia. Non accade tutti i giorni che il laicismo dell’Occidente venga smascherato da un «orientale» popperiano, che propone una «laicizzazione del pensiero laico», un ritorno alla vera laicità. Da cosa è offuscata, nell’Occidente della prima guerra globale, la «vera laicità»?
Risponde Corm: dal «neotribalismo», che a suo dire impazza sull’asse New York-Washington con significative adesioni europee. Può essere spiegato così. Dopo lo choc dell’11 settembre l’Occidente, soprattutto americano ma non solo (Corm cita espressamente i casi di Italia e Spagna), è in preda a una régression ethniciste, un ritorno al tribalismo che accentua la teoria della frattura (altri direbbero: «lo scontro») con l’Oriente. Si rafforzano atavici luoghi comuni di un Occidente «materialista, razionalista e individualista» e un Oriente «mistico, arcaico e irrazionale», oltretutto sempre più tentato dall’avventura jihadista. Quel che è più singolare, secondo Corm, è che questa «regressione» avviene all’insegna della Ragione, della Democrazia, dei Valori occidentali. Un mito da sfatare? Sì, la frattura tra Oriente e Occidente è in realtà mitica, frutto della visione che l’Occidente si è costruito (e oggi sta rafforzando) dell’Oriente. Vecchia storia: da Hegel, che liquidava l’«orientalismo» come pura «oggettivazione» dello spirito (dunque, un momento di passaggio da superare), al «disincanto» weberiano, arrivando magari ai falchi «neocon» Perle, Kristol e Kagan.
Che fare per spazzar via il cliché? Ricetta-Corm: capire che laicità è un «metodo», non un nuovo integralismo. E appartiene tanto all’Occidente quanto all’Oriente. Quello aurorale, secolo XI e XII, come quello della rinascita culturale laica e anticolonialista del Novecento. Quell’Oriente l’abbiamo dimenticato, persi dietro alle barbe dei mullah e al velo di donne che non ci baciano.

il padre del razzismo moderno, De Gobineau (1816-1882), in Persia

La Stampa 23 Dicembre 2003
IL VIAGGIO IN ORIENTE DEL CONTE «RAZZISTA»: MOSCHEE, MISERIE E SPLENDORI, PERSONAGGI STRANI, RACCONTATI CON AMMIRAZIONE
Gobineau, nella Persia
dei dervisci furfanti
di Mario Baudino


MENTRE usciva in Francia il libro che lo avrebbe consegnato all’inferno della storia, facendo del suo nome un sinonimo di cattivo maestro, Joseph-Arthur conte di Gobineau se ne stava beatamente in Persia, addetto d’ambasciata inviato là da Napoleone III poco dopo la proclamazione, a Parigi, del Secondo Impero. Il quarantenne aristocratico legittimista, che aveva iniziato la carriera diplomatica come capo di gabinetto di Aléxis de Tocqueville, non amava particolarmente il sovrano, ma aveva un’amicizia totale, nonostante le vedute piuttosto differenti, con il grande liberale.
Guardandoli ora, insieme, in una sorta di cartolina d’epoca, sembrano e il diavolo e l’acqua santa: l’uno bollato per sempre come ideologo del razzismo dopo la pubblicazione del Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, l’altro cresciuto sempre più nella considerazione dei posteri come teorico della democrazia. Su qualche punto, però, dovevano intendersi per forza: e possiamo immaginare che il ministro degli Esteri francese leggesse con piacere pagine come quelle che De Gobineau scriveva da Teheran, prendendosela con quanti, in Europa, «hanno considerato i popoli dell’aurora alla stregua di rarità dimenticate in qualche angolo sperduto del mondo», e hanno visto in loro «soltanto dei selvaggi frustrati che si sottomettevano ai depredamenti europei, oppure, se facevano resistenza, dei sanguinari».
Era accaduto che nel corso della missione il reazionario attaché d’ambasciata si era innamorato della Persia, del suo sfarzo selvaggio e della pur notevole quantità di caos che rilevava giorno per giorno, della sua cultura, del grande passato e del presente, che riteneva altamente interessante. De Gobineau, nel resoconto di questa avventura, pubblicato nel 1859 col titolo Trois ans en Asie, usa fatalamente il termine «razza», che al lettore moderno non può non ripugnare, ma almeno nei confronti dei persiani non dimostra inclinazioni «razziste». Tanto vale provare a leggerselo, devono aver pensato all’editrice Medusa di Milano. E sfidando un certo scandalo hanno pubblicato il libro in una bella tradizione italiana, dal titolo Viaggio in Persia, con una prefazione di Franco Cardini.
Lo storico, con una punta di provocazione, esordisce citando un non identificato collega intento a chiedergli, strabiliato: «Davvero vuoi scrivere una cosa su De Gobineau? Sei matto?... Di certe cose non si parla e basta. Almeno, se proprio devi scriverle, metti le mani avanti: dinne subito male». Confessiamo che ci piacerebbe moltissimo conoscere il nome del virtuoso intellettuale, destinato tuttavia, sembra, a rimanere un piccolo mistero. Ma è certo che parlare di un «maledetto» come De Gobineau può provocare esecrazione. Giustificata? Secondo Cardini no, anzi. Il conte è stato «espulso dalla porta d’ingresso \ per colpe in gran parte non sue». In effetti il suo razzismo aveva una tradizione alle spalle, che arrivava fino ai padri dell’Illuminismo, e alla scoperta grazie al contatto con la civiltà indiana che si poteva immaginare una comune origine per le popolazioni da allora chiamate «indoeuropee», insomma la gran maggioranza dei «bianchi».
Ora, dato che anche i persiani facevano parte di questa famiglia, forse non dovrebbe stupire l’atteggiamento di apertura che il conte dimostra nei loro confronti. Ma va anche detto che la sua teoria sulla decadenza delle civiltà a causa del mischiarsi della «razze» (è questa l’idea guida del suo saggio «maledetto»: anche se bisogna aggiungere che riteneva il processo inevitabile, e non pensò mai a mezzi per ristabilire ipotetiche «purezze») non influenza il diario di viaggio. De Gobineau ammira le rovine di Persepoli e le grandi moschee, ma anche lo stato di degrado delle zone intorno ai monumenti. Gli piacciono i mucchi di mattoni e di scarti che non deturpano affatto, secondo lui, i tessuti urbani; adora i baffoni di Nasreddin Sha, giovane imperatore persiano, che gli ricordano irresistibilmente «quelli del re di Sardegna».
Gli piacciono la pompa di corte, i diademi e le pietre preziose, e anche l’interesse del popolo per la propria storia, le piccole assemblee spontanee di analfabeti che si creano per strada intorno a qualcuno intento a leggere un libro ad alta voce. Soprattutto sembra estasiato dal feroce individualismo che riconosce nella gente del bazar. Infila aneddoti raccolti chissà dove, come quello sul fallimento della «guerra santa» proclamata - a malincuore - contro la minaccia inglese, nel 1865, e per di più su suggerimento di un consigliere armeno-cattolico. Il suo spirito legittimista, qui, trova di che deliziarsi. Descrive le chiacchiere del bazar, dove nessuno ha la minima intenzione di impegnarsi temendo «di vedere la canaglia armarsi e attraversare la città, come avviene da noi quando la patria viene dichiarata in pericolo, con tutti gli inconvenienti che comporta la comparsa di questo tipo di difensori», l’indifferenza «della plebaglia», i lazzi contro i predicatori e infine lo squagliarsi generale.
Alla fine, il «razzista» De Gobineau deve pur far ricorso all’ideologia, promettendo che «l’analisi della composizione etnica del sangue di questo popolo» spiegherà il motivo per cui «il tempo ha impresso questa direzione scettica e fredda all’intera nazione». Ma questo tributo alle proprie (e altrui) convinzioni non gli impedisce di scrivere un bellissimo diario, di godersi la Persia ottocentesca e di riuscire ancora, a distanza di anni, a comunicarcene il piacere, narrandoci i fuochi d’artificio nella città santa di Qom o magari la storia di una derviscio un po’ furfante che inganna un principe credulone proponendogli in moglie una fata. A libro finito, che cosa resta di questo innominabile De Gobineau? Cardini lo mette tra coloro che «fecero grande» l’Ottocento e si spensero uno alla volta allo scoccare del secolo (il conte morì a Torino nel 1882). L’affermazione è impegnativa, si può discutere. Ma questo «Viaggio in Persia» dimostra che ci sono ancora buoni motivi per «parlare di certe cose». Nonostante il panico dell’ignoto accademico citato nella prefazione.

il Dalai Lama

L'Espresso on line
Parla il Dalai Lama:
Obiettivo felicità

Nell'era della globalizzazione il modo migliore per farsi i propri interessi è interessarsi agli altri. Perché l'altruismo ci farà bene.
Intervista di Piero Verni


Guerre religiose, terrorismo internazionale, scontro tra civiltà, globalizzazione, espansione della superpotenza cinese. Il Dalai Lama, leader in esilio del popolo tibetano, per la sua particolare posizione di capo politico e spirituale si trova in questo periodo al centro di molte delle grandi questioni internazionali. In questa intervista a "L'espresso" spiega la sua posizione, la sua ricetta e le sue speranze per il 2004.

Afghanistan, Iraq, terrorismo; legittimità della guerra preventiva ed esportazione della democrazia con le armi. Qual è l'opinione del Dalai Lama su questi temi così caldi?
"Il terrorismo è un problema gravissimo, il principale problema di questi giorni. E certo dobbiamo trovare dei metodi per contrastarlo. Ma reagire alla violenza con altra violenza non mi pare una buona soluzione. È difficile che da una simile scelta possano derivare degli effetti positivi.
Quando parliamo di terrorismo dobbiamo anche comprendere cosa c'è alla base di scelte così estreme. A me pare che per lo più vi siano degli atteggiamenti di paura, di ostilità preconcetta, di disadattamento, le cui cause possono essere molteplici. Ma quali che siano, reagire a tutto ciò con un'altra violenza non credo possa portare a una soluzione effettiva del problema. Anzi, il più delle volte innesca una spirale del terrore che non è di alcun beneficio. Ovviamente mi rendo conto che solo l'amore e la compassione non sono sufficienti, ma bisogna impostare un lavoro serio per far fronte al terrorismo. Ma dovremmo cominciare a cambiare prospettiva e mettere al centro delle nostre azioni l'idea del dialogo, della non violenza, della riconciliazione. Non bastano nemmeno le dimostrazioni, le proteste, ma si deve fare qualche cosa di concreto ed effettivo che dia corpo a queste idee".

Vale a dire?
"Impegnarsi per mettere in pratica queste idee nei nostri comportamenti quotidiani, far diventare noi stessi, le nostre azioni, un'alternativa credibile. Essere un esempio concreto del fatto che esiste una via d'uscita che non sia la guerra o gli attentati. Non si può continuare in questa spirale di violenze contrapposte: è indispensabile creare un clima di fiducia reciproca e fare ogni sforzo per riuscire a risolvere i grandi problemi politici ed economici che sono sull'agenda della politica internazionale in una dimensione pacifica, di reciproco rispetto e tolleranza. Così, forse, riusciremo a superare i sentimenti di collera e di odio che purtroppo oggi si manifestano con questa allarmante frequenza".

È quella "Politica della Gentilezza" di cui lei parla da molti anni?
"Che ci piaccia o meno abitiamo tutti sullo stesso pianeta e facciamo tutti parte della medesima famiglia umana. Europei o asiatici, americani o africani, ricchi o poveri, uomini o donne, credenti o non credenti. In ultima analisi ognuno di noi è un essere umano come tutti gli altri. E tutti noi, tutti gli esseri umani, desideriamo essere felici e non provare dolore. E tutti possediamo l'identico diritto a questa felicità, a questa assenza di dolore. Fino a pochi decenni or sono, esistevano delle nazioni che potevano vivere in parziale o totale isolamento. Oggi non esistono più. Sotto ogni aspetto, politico, economico, culturale, ecologico. Quello che avviene in una determinata parte del mondo, magari remota e poco accessibile, si ripercuote subito in tutto il pianeta. Le informazioni viaggiano alla velocità della luce, radio, televisioni, mass-media, Internet le trasmettono in un baleno ovunque... È il villaggio globale o, se preferisce, la teoria dell'interdipendenza buddista: tutto quello che noi facciamo interagisce con gli altri e tutto quello che fanno gli altri interagisce con noi. Quindi in questa situazione di interdipendenza il modo più conveniente di fare i nostri interessi è di avere presenti anche quegli degli altri. In questo contesto ritengo che si debba fare ricorso alla compassione, all'altruismo, all'amore che sono i migliori strumenti per operare nel mondo e per il mondo la "Politica della Gentilezza".

Lei parla di egoismo ed altruismo come chiavi per capire e affrontare il presente, compresa la grande politica internazionale. Non è un po' semplicistico?
"L'egoismo è una delle malattie peggiori dei nostri tempi. Ci rende il cuore piccolo e crea le condizioni per una vita peggiore per noi e per gli altri. Questo non lo dovremmo dimenticare mai. La compassione, l'altruismo, il buon cuore non sono unicamente nobili sentimenti di cui trae vantaggio il nostro prossimo. Sono stati mentali, condizioni mentali di cui beneficiamo anche noi stessi. Una persona altruista e compassionevole è in genere una donna o un uomo più felice, più sereno. Del resto è la stessa scienza a sostenerlo, non solo i lama del Tibet. In questi ultimi anni ho avuto modo di parlare con molti scienziati e tutti mi hanno detto che coloro che vivono un'esistenza basata su tali sentimenti sono di solito anche individui più sani da un punto di vista fisico perché le tensioni prodotte da un eccesso di competitività, che a sua volta si basa su di una prospettiva egotica, sono dannose sia per il corpo sia per la mente".

Torniamo al terrorismo: spesso è di matrice religiosa...
"Il buddismo, il cristianesimo, l'Islam, tutte le vie spirituali hanno il medesimo fine: essere uno strumento a disposizione degli esseri umani per raggiungere la felicità, la pace interiore e l'armonia. Quando invece, in nome di un'ideale religioso, si persegue l'odio, l'intolleranza, si perseguita il diverso, colui che non la pensa come te, credo che non ci sia più alcuna traccia di spiritualità in queste idee e di religioso sia rimasto solo il nome. Quando agiscono in questo modo, un modo che non ha alcun punto di contatto con l'autentica spiritualità, allora le religioni sono veramente, come diceva Karl Marx, una sorta di oppio dei popoli...".

Fa un po' specie sentire il Dalai Lama che cita Marx...
"Un conto è il marxismo e un conto sono le differenti forme di comunismo che si sono realizzate concretamente. Certo, alcune teorizzazioni del marxismo come la concezione del partito unico e della dittatura del proletariato mi trovano contrario in quanto sono un convinto assertore della democrazia e dei diritti civili. Così come sono in completo disaccordo con l'uso della violenza intesa come strumento per portare avanti la lotta di classe. Però vi è un aspetto del marxismo a cui, come dire, mi sento piuttosto vicino: l'aspirazione a una certa uguaglianza degli esseri umani, l'idea che tutti dovrebbero avere almeno una condizione economica dignitosa, che esista un livello di povertà e indigenza sotto il quale non si dovrebbe mai scendere. E l'idea che, per realizzare tutto questo, chi ha molto dovrebbe sacrificare parte delle sue ricchezze per dare a chi non ha nulla. Trovo che vi sia qualcosa di etico in questa attitudine. Qualcosa di etico che ha delle consonanze profonde con il buddismo Mahayana e con il mio personale modo di sentire. Ovviamente questa eticità viene calpestata se, in suo nome, si compiono violenze e privazioni delle libertà e dei diritti umani dei popoli e delle persone, se in suo nome si uccide, si tortura, si opprime, come purtroppo è avvenuto in molte occasioni in cui i partiti comunisti sono andati al potere".

Che cosa pensa della politica dell'amministrazione Bush che ritiene, in accordo con l'ideologia neo-conservatrice, che la superpotenza Usa debba svolgere un ruolo guida nel mondo?
"Parlando in generale dobbiamo ammettere che oggi gli Stati Uniti sono l'unica superpotenza rimasta e quindi hanno delle maggiori responsabilità. Certamente l'America non è uno Stato dittatoriale. Ha un governo eletto democraticamente e da sempre la democrazia fa parte dello stile di vita degli americani, quindi credo che l'America abbia una grande responsabilità da questo punto di vista. Certo non sempre i governi americani compiono le scelte migliori ma questo fa parte della dimensione democratica. C'è anche la libertà di sbagliare (ride)".

Qual è la sua opinione sul fenomeno della globalizzazione, che tante critiche sta suscitando nel mondo, specialmente nel Terzo mondo?
"Se con il termine globalizzazione intendiamo che questo pianeta è divenuto più piccolo e, ad esempio, ci vestiamo tutti nello stesso modo e tante cose sono divenute universali, beh, non mi sembra che in questo ci sia niente di tragico o particolarmente sbagliato. Ma quando globalizzazione significa che dei poteri economici forti si espandono a danno delle economie dei paesi più piccoli e meno potenti, allora la trovo assolutamente sbagliata e pericolosa. Il dominio di pochi gruppi economici è un vero errore. Credo che ogni nazione, ogni individuo dovrebbe avere la possibilità di sviluppare liberamente la propria economia. Quindi, questo secondo tipo di globalizzazione, dovrebbe essere contrastata perché, anziché diminuirlo, accresce sempre più il divario tra ricchi e poveri. È una situazione malsana. Perfino all'interno di una stessa nazione a volte accade una cosa del genere. I grandi gruppi strangolano quelli piccoli. Quando le differenze economiche crescono oltre misura, siamo davanti non solo a un qualcosa di sbagliato dal punto di vista morale, ma anche a una situazione che a livello sociale sarà prima o poi fonte di ogni sorta di problemi. Anche nella vita economica, come in quella interiore, dovrebbero esserci equilibrio ed armonia".

In Europa sembra montare un senso di allarme, perfino di paura, nei confronti del crescente potere - soprattutto economico - della Cina. Lei ritiene giustificati questi timori?
"La Cina è la nazione più popolosa del mondo. Mi sembra che, insieme ai notevoli cambiamenti economici che sono avvenuti nell'ultimo decennio all'interno della Repubblica Popolare Cinese, oggi nella società civile di quel paese cresca una domanda di maggiori libertà. E credo che anche la stessa leadership cinese, molto consapevolmente, voglia andare verso quella direzione... E questo mi sembra uno sviluppo positivo. Ritengo che anche loro sappiano bene che per un regime autoritario non c'è futuro, però hanno paura che dei cambiamenti troppo repentini possano determinare una situazione di caos, di disordine come nella ex Unione Sovietica. O, peggio ancora, che si possa giungere a un vero e proprio bagno di sangue. Quindi penso che un approccio cauto al cambiamento sia giusto, comprensibile".

A proposito di incontro tra Asia ed Europa, un altro fenomeno evidente è la diffusione in Occidente del buddismo. Quali differenze e quali analogie vede tra buddismo e cristianesimo?
"La maggior differenza tra buddismo e cristianesimo risiede nella concezione di un Dio creatore, assolutamente fondamentale nel cristianesimo. Tutto l'orizzonte di questa religione si fonda sul concetto di un Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza. Il concetto di Dio, e dell'obbedienza dell'uomo a Dio, permea l'intera struttura spirituale del cristianesimo. Invece il buddismo pone l'accento sulla sofferenza insita nella condizione umana e sui mezzi per poterla prima alleviare e infine superare definitivamente tramite l'Illuminazione interiore. Potremmo dire che il concetto di Illuminazione sta alla base della concezione buddista così come quello di Dio sta alla base del cristianesimo. Sembrerebbe quindi che non si potrebbero immaginare due vie spirituali più distanti. Eppure, se andiamo oltre questa constatazione di massima, vediamo che invece vi sono anche moltissime analogie, profonde similitudini...".

Per esempio?
"L'idea cristiana dell'amore universale è per molti versi assolutamente simile alla compassione buddhista. In un certo senso la figura di Gesù che scende sulla Terra assumendo un corpo di uomo e si sacrifica per l'umanità affrontando, proprio in quanto essere umano, tutti i dolori e le sofferenze peculiari di questa condizione non può non considerarsi come una rappresentazione dell'ideale del bodhisattva che rinuncia all'Illuminazione per vivere nel mondo per il beneficio dell'umanità. I bodhisattva infatti si reincarnano come uomini e in quanto tali sono sottoposti a tutte le limitazioni della condizione umana".

Quali sono le speranze del Dalai Lama per il 2004?
"Riguardano principalmente tre ambiti. Il primo è quello di promuovere i valori umani, il secondo l' armonia religiosa e in questi due ambiti sono molto ottimista. Il terzo è la questione tibetana e anche per questa, nel lungo periodo, sono ottimista. Nell'immediato però, le cose non vanno per niente bene, si potrebbe perfino perdere ogni speranza. Ma se guardiamo le cose da una prospettiva più ampia, proprio per quello che le ho appena detto della Cina, mi sembra di poter vedere che le cose potranno cambiare e imboccare finalmente la giusta direzione".

la Costituzione in Cina è cambiata

Corriere della Sera 22.12.03
Nuovo passo nelle riforme per il mercato: ogni bene sarà garantito, indennizzi in caso di esproprio
Viva la proprietà privata, la Cina ritocca la Costituzione


PECHINO - Nuovo passo avanti della Cina sulla via delle riforme tracciata da Deng quasi venticinque anni fa: d’ora in poi anche per la legge della Repubblica Popolare la proprietà privata non sarà più «un furto». Il comitato permanente dell’Assemblea nazionale popolare ha infatti avviato ufficialmente le procedure per emendare la Costituzione introducendovi il principio dell’inviolabilità della proprietà privata. Principio finora ammesso di fatto ma non di diritto. I legislatori di Pechino hanno così accolto una proposta formulata dal Comitato centrale del Partito comunista in ottobre. Ora la parola passa al Parlamento che si riunirà a marzo e in genere agisce meccanicamente su impulso del Partito, limitandosi a piccole limature del testo di una legge. La riforma pone anche un limite agli arbitrii finora consentiti agli amministratori pubblici: d’ora in poi, gli espropri di terre, negozi e industrie daranno diritto a un «equo indennizzo».

Cina, la proprietà non è più un furto
Emendamento della Costituzione per riconoscere il «diritto inviolabile» dei privati


«Non importa di che colore è il gatto. L’importante è che mangi il topo». Lo dice un proverbio cinese. Con questa mentalità pragmatica da oltre vent’anni la Repubblica Popolare si è di fatto convertita a un capitalismo selvaggio dove i ricchi sono ricchissimi, i poveri poverissimi e su tutto comunque la spunta il Partito comunista, che può in qualunque momento decidere di espropriare un terreno, una fabbrica o un negozio. Da ieri qualcosa è cambiato. Il comitato permanente dell’Assemblea nazionale popolare (quest’ultima si riunisce una sola volta l’anno) ha ufficialmente preso in esame la possibilità di emendare la Costituzione per inserirvi il diritto alla proprietà privata. Si tratta di una proposta uscita dall’ultimo Comitato centrale del partito nell’ottobre scorso. In quell’occasione il presidente Hu Jintao ha lanciato un nuovo modello di capitalismo «sostenibile» sia dal punto di vista dell’impatto ecologico, che da quello dell’impatto sociale. Se finora l’importante era mangiare il topo (secondo lo slogan lanciato alla fine degli anni Settanta da Deng per cui «arricchirsi è glorioso»), all’ultimo Congresso Hu ha decretato che «la crescita economica non è il nostro unico obiettivo. Noi puntiamo a bilanciare la crescita, gli sviluppi politici e le conquiste sociali».
Ora la parola passa al Parlamento che si riunirà a marzo. In genere, però, l’assemblea legislativa agisce meccanicamente su impulso del Partito, limitandosi a piccole limature nella scelta delle parole da usare nella stesura di una legge.
Ma in che cosa consistono precisamente le riforme proposte ieri? «I due emendamenti principali riguardano gli articoli 11 e 13, ossia la proprietà dei mezzi di produzione e quella dei mezzi di consumo», spiega il professor Renzo Cavalieri, docente di Diritto dei Paesi afro-asiatici a Lecce. L’articolo 11 era già stato modificato nel ’99 con un emendamento che definiva le imprese private «una parte importante dell’economia socialista».
Pure in quel caso si trattava della ratifica di uno stato di fatto, visto che l’industria privata e gli investimenti stranieri rappresentano ormai i due terzi dell’economia cinese: la parte sana, che ha portato la Cina a tassi di crescita del 9 per cento annuo (mentre le imprese di Stato finora hanno campato con i prestiti delle banche: crediti inesigibili che rischiano di strangolare il sistema bancario cinese).
«Il testo proposto dal comitato permanente dice che l’industria individuale e privata è tutelata dallo Stato purché legalmente acquisita. E introduce il concetto di "equo indennizzo" in caso di esproprio», spiega il professor Cavalieri.
Diverso è il caso dei terreni agricoli, che sono e restano pubblici, cioè di proprietà dello Stato o delle «collettività». I contadini cinesi possono prendere in affitto i terreni per 70 anni, un po’ come il leaseholder inglese, che compra l’usufrutto del suo appartamento ma non la nuda proprietà (freehold), spesso ancora in mano agli eredi di alcune grandi casate nobiliari.
Il secondo emendamento, quello sui beni di consumo, amplia e generalizza un principio che era anch’esso già riconosciuto. L’articolo 13 della Costituzione ammette infatti il diritto a possedere «redditi da lavoro, risparmi, case e altre proprietà private». Lo Stato, con la riforma proposta ieri, s’impegna d’ora in poi a proteggere la proprietà privata in quanto tale (purché «acquisita legalmente»), definendola inviolabile: proprio come la proprietà pubblica.
Secondo il direttore dell’istituto italiano di Cultura a Pechino, Francesco Sisci, si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione culturale (nel senso occidentale del termine): «I cinesi non hanno tradizionalmente la nozione di diritto - ha dichiarato Sisci all’agenzia Apcom -, un concetto che noi abbiamo ereditato dal diritto romano. Col riconoscimento di un diritto la Cina scava le fondamenta per la sua prima grande riforma politica».
Il professor Cavalieri la pensa diversamente: «Non bisogna attendersi cambiamenti drastici. Quanto sta accadendo ora è il frutto di un lento processo di democratizzazione in corso da almeno un decennio. La Cina ha aderito alla fine degli anni Novanta alle convenzioni delle Nazioni Unite sui diritti politici, economici, sociali. E nel ’99 ha introdotto il rule of law, il principio di legalità. Ora il Comitato propone di introdurre un emendamento all’articolo 33 in cui lo Stato riconosce la tutela dei diritti umani».
Una prima, ancora «timida», risposta alle tante preoccupazioni internazionali suscitate dalle continue violazioni dei diritti umani nella Repubblica popolare che, fra i tanti record, vanta anche quello, tristissimo, delle esecuzioni capitali: almeno 1.060 nel 2002 secondo Amnesty International, circa l’80 del totale mondiale. Per non parlare dei dissidenti politici condannati al carcere (diverse centinaia) e della persecuzione delle sette, Falun Gong in testa, ma anche delle religioni: è di ieri la notizia dell’arresto di tre cristiani accusati di «spionaggio». Insomma, la strada da fare è ancora molta: ma in tema di diritti la Cina non conosce grandi balzi, solo piccoli passi.

La Stampa 23.12.03
LA TUTELA DELLA PROPRIETA’ PRIVATA ENTRA NELLA COSTITUZIONE CINESE
Il comunismo confuciano santifica il capitale
di Mimmo Cándito


LE rivoluzioni, quelle che cambiano la storia dei popoli e si fanno poi simbolo di mondi nuovi, non sempre arrivano con la ribellione di masse lanciate all'assalto della Bastiglia o del Palazzo d'Inverno o anche d'un vecchio Muro ideologico ormai in rovina; possono arrivare pure con un semplice dispaccio d'agenzia. E l'annuncio, ieri, dell'agenzia ufficiale Nuova Cina che Pechino sta per dichiarare «inviolabile la proprietà privata acquisita legalmente», quell'annuncio vale davvero una rivoluzione. Ora un tempo si chiude, Mao e Lenin (e Marx) già staute di marmo, diventano mummie perfino ingombranti nelle dinamiche frenetiche che stanno mutando radicalmente paesi, politiche, culture, la nostra stessa memoria collettiva.
In questo nuovo tempo, Pechino si propone come l'unico vero «competitore» degli Stati Uniti (così l'ha comunque definito un documento del Dipartimento di Stato, cambiando la vecchia dizione di «partner» e ufficializzando, dunque, una drammatica escalation strategica, tanto militarmente quanto politicamente). La Cina aveva già messo da parte Mao, la Rivoluzione Permanente, i rigori fanatici delle Guardie Rosse, l'eredità ideologica del marxismo; lo aveva fatto con i modi e con lo stile che - da Deng Xiaoping in poi - hanno sempre segnato le lente trasformazioni d'un processo che è apparentemente immutabile nei propri riti e nelle formulazioni ufficiali d'una gerontocrazia d'apparato, ma che in realtà è travolto da autentiche svolte epocali, con una correzione continua della ortodossia cui obbedivano i partiti comunisti al potere. E l'ultimo comngresso del Pcc, a ottobre dello scorso anno, aveva deciso di legalizzare la proprietà privata, ma non ne aveva dato un vero annuncio ufficiale.
La scelta votata dai 2000 delegati che affollavano il solenne edificio della Grande Assemblea del Popolo era stata anche accompagnata da un dibattito, però il partito aveva rinviato la sanzione pubblica di quella decisione, destinandola a un tempo successivo, un tempo nel quale il passaggio obbligato attraverso una modifica della Costituzione dell'82 sarebbe stato presentato come una proposta da sottoporre al Comitato permanente dell'Assemblea. La stanca metodologia burocratica dentro la quale finiva per essere assorbita quella scelta tendeva, ovviamente, a ridurne la portata e l'impatto; che tuttavia non sono rilevanti se non in termini di lettura simbolica, perchè lo scontro sul ruolo dell'iniziativa privata (in opposizione al ruolo delle imprese pubbliche) che segna oggi le decisioni della leadership cinese ha un ridotto contenuto ideologico, ed è trascinato piuttosto da motivazioni di stretta natura economicistica: cioè quale sia il miglior rapporto tra investimenti bancari e risultati produttivi.
Come ebbe a dire Deng, che «non è essenziale che il gatto sia bianco o nero, l'essenziale è che acchiappi i topi», la nuova Cina che da quasi 20 anni cresce a un tasso d'incremento costante del 7 per cento non bada più ai proclami rigidi della vecchia cultura marxista, e alle formulazioni d'una politica di governo bloccata dal rispetto dei canoni ideologici; lo sviluppo economico, e l'uscita da una condizione di marginalità produttiva, sono diventati gli obiettivi reali che legittimano l'assunzione al potere degli eredi di Mao. I rituali appaiono immodificati, «contadini, operai, e soldati» vengono sempre magnificati come l'energia pura della Rivoluzione; e però, poi, più del 90 per cento dei delegati dell'ultimo congresso del pcc aveva una laurea, e i militari sono precipitati dall'8° posto della gerarchia ufficiale al 21.mo e al 22.mo posto. E nel congresso gli imprenditori hanno avuto una propria rappresentanza ufficiale, con una distorsione della ortodossia che soltanto la crescita economica ha reso digeribile ai quadri del partito (funzionari comunque che per quasi due terzi sono venuti fuori dal tempo nuovo delle riforme).
Un pragmastismo, spregiudicato intimamente, ma formalmente controllato, sta segnando la sfida che Pechino porta al proprio passato, nel tentativo di ricuperare - attraverso la crescita economica - il ruolo e la potenza dell'antico Impero Celeste; è una sfida che impegna la Cina in un confronto di lungo tempo con l'Occidente, e il passaggio attraverso la legalizzazione della proprietà privata è solo una tappa, nemmeno d'importanza strategica. La Cina sta sostitudendo gli Usa come destinazione prioritaria dei flussi internazionali d'investimento: il gatto si liscia i baffi, all'ombra del nuovo millennio.

lunedì 22 dicembre 2003

in vendita a febbraio (per adesso è solo noleggiabile)
il DVD e il VHS di "Buongiorno, notte"

ringrazio per la rettifica
la Libreria Amore e Psiche

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Bonito Oliva su Alberto Burri

ALBERTO BURRI: SE LA PITTURA SI FA EPICA
Varie manifestazioni in corso consentono un bilancio sull'artista
di ACHILLE BONITO OLIVA


«Essere originali significa tornare all'origine», diceva Picasso. «Origine» negli anni Cinquanta denomina un gruppo di artisti (Burri, Capogrossi, Colla e Ballocco) che identificano il gesto pittorico come contatto con la realtà primigenia delle cose, passaggio dal pratico inerte quotidiano alla totalità assolutoria della creazione artistica.
Per l'informale di Alberto Burri (1915-1995) palingenetico è mettere in forma la materia: sacchi, cellotex, cretti, plastiche, ferri, ceramiche. Questo si evince dal triangolo espositivo che lo riguarda (ex Seccatoi del tabacco di Città di Castello, galleria Mazzoleni di Torino e prima ancora Auditorium di Roma).
Burri aveva cominciato la propria pittura quasi costretto dalla propria biografia: la prigionia nel Texas durante la seconda guerra mondiale e il successivo ritorno in un'Italia piena di lacerazioni e frustrata dalla sconfitta.
Alla soggezione e alla frustrazione di un quotidiano prosaico e banale, Burri risponde immergendosi eroicamente nella materia dei propri quadri, mettendo nero su nero, cercando nel processo creativo il valore di una autenticità che invece la vita normale non riesce a dare.
Perché non è possibile retrocedere all'origine, alla primigenie mitica della materia, in quanto esiste il peccato della pittura, della storia del linguaggio e della Storia in generale, la materia, quando attraversa la soglia del linguaggio, si rapprende e si raffredda nello spazio congelato del quadro.
Allora Burri approfondisce la propria strategia, il proprio scontro epico col mondo, cercando di accorciare la distanza che separa la realtà della materia dalla necessità della forma.
Perciò, nel 1952, realizza i primi quadri gobbi, introducendo dietro la superficie della tela un tronco laterale d´albero, che ingobba il quadro verso il fuori e lo spinge verso lo spazio dell'esistenza e dello spettatore.
L'epicità della pittura di Burri consiste proprio nell´accettare lo scontro tra l'urgenza della materia, del caos, e la sua sistemazione nel luogo colto e storicizzato della pittura. Allora lo scontro diventa sempre più drammatico, ai gobbi succedono i ferri, opere in cui i metalli si sistemano crudelmente in rapporti che conservano la memoria e la nostalgia della proposizione di Nietzsche, del desiderio primitivo e mitico dell´espansione organica.
Le opere si succedono alle opere, alle prime materie succedono i legni, i catrami, le plastiche fino ad arrivare ai cretti e ai cellotex. Eppure tali opere sembrano conservare il movimento e la proliferazione, i materiali continuano a modificarsi, ma sempre dentro la soglia del quadro: questo è il destino, l'unico possibile. Il movimento, in quanto previsto e rispondente al progetto e alla qualità scelta dei materiali, avviene sempre dentro un futuro organizzato nel linguaggio.
Non a caso i quadri acquistano una grande dimensione, le campiture di materie e colori si estendono, acquistando il respiro antico dei quadri classici che raffigurano scene di battaglie, perché proprio di questo si tratta, di una battaglia epica combattuta dall´artista contro l'irriducibilità del linguaggio che riesce, come uno specchio, a riflettere la tensione, ma non a risolverla, ripete la domanda ma non dà la risposta.
Il processo creativo diventa il luogo di riscatto, la cesura che separa la piatta orizzontalità dell'esistenza dal momento verticale della creazione. Ma la creazione nasce proprio come risposta al quotidiano, per questo ne assume tutte le tracce, tutti i materiali che ne segnalano i traumi, gli strappi e la violenza.
Dopo il Nero del 1948, Burri, realizzando un dipinto, SZ1, del 1949, sceglie uno sprofondamento non più strettamente nietzschiano nella materia, tragicamente vitale, ma allarga il proprio scandaglio nell'ambito concreto dell'esistenza: da qui il primo recupero del sacco.
Il materiale è sapientemente impaginato nella struttura del quadro senza quella nerità, quel sentimento del nero, del tragico assoluto quando tratta la materia intesa come essenza, come Materia. Ora il quotidiano orizzontale entra nello spazio verticale dell'arte, l'oggetto vissuto si integra nella materia del quadro, che sono i colori e la storia di questi colori, cioè la storia dell´arte.
Così sottilmente nell'esprit de matière si insinua un esprit de géométrie, un'inconscia volontà quasi mondrianesca di sistemare la propria urgenza esistenziale, la propria espansa vitalità, nell'ordine formale dell'opera. Così accanto alla polarità Nietzsche possiamo porre la polarità Mondrian, accanto al desiderio di una espansione cosmica, senza né alto né basso, senza dentro né fuori, cioè verso l'ovunque, nasce l'esigenza del qui e ora dell'opera, la necessità di riportare il caos nell'ordine della cultura. Informale diventa letteralmente il mettere in forma, il sistemare i dati frantumati, i reperti della realtà in una griglia linguistica rassicurante e definitoria.
Se all'inizio Burri può affermare con Nietzsche che "noi cresciamo come alberi", se usa il processo creativo come metafora della crescita biologica e dell'espansione naturale, alla fine l'opera, nella sua definizione formale, diventa il momento traumatico che indica il punto dove tale crescita si interrompe, dove i rami e le radici diventano un'unica cosa, un circuito chiuso che rimanda con nostalgia a un movimento avvenuto, ma ormai impossibile.
Quando la pittura ingloba i temi del tempo e del suo fluire, allora diventa il segno del puro interrogare, il punto interrogativo che non porta a nessun approdo, che conduce al luogo della domanda primaria, quella della materia come nascita della morte.
In questo senso la pittura di Burri approda alla soglia della forma, nella coscienza irreversibile di tale stato, nella condizione antropologica che non ammette repliche, in quanto fissa i termini e i confini di qualsiasi operare, anche di quello dell´arte. La forma non è la morte, come non è nemmeno la vita: è il margine in cui l'esistenza e il puro agire si stemperano in un´intenzionalità, quella che sottrae insensatezza alla materia.
Qui l'Informale, nella grafica talvolta fino all'estetismo, diventa obbedienza quasi monastica e quaresimale al precetto della Forma.

domenica 21 dicembre 2003

domenica 21.12 su Sky TV

una informazione da Francesco Burroni

Domenica 21.12 alle ore 20,15 su Sky cinema autore è stato trasmesso il film
"Stessa rabbia stessa primavera":
"E' il dietro le quinte che il regista napoletano Stefano Incerti ha girato sul set di
"Buongiorno notte" di Marco Bellocchio"