Yahoo!Salute
Dove nascono i ricordi emotivi?
mercoledì 9 giugno 2004, Il Pensiero Scientifico Editore
Perché i ricordi emotivi, per esempio quello relativi ad un incidente d'auto o al primo bacio, vengono memorizzati con maggior efficienza? Secondo uno studio condotto dai ricercatori della Duke University, pubblicato sulla rivista Neuron, perché nella loro formazione sono coinvolte delle strutture cerebrali diverse da quelle attivate nella genesi dei ricordi normali.
L’amigdala è una piccola regione del proencefalo, una struttura complessa del lobo temporale del cervello, che prende questo nome dalla sua forma a "mandorla". È un’area del cervello da tempo ritenuta importante nei processi emotivi e coinvolta anche in una forma particolare di memoria: quella emozionale. L’amigdala può essere definita "cuore e chiave" delle reti emozionali del cervello. Nessun’altra zona del cervello è così implicata nei processi emozionali come lo è l’amigdala. Sebbene essa non sia l’unica struttura coinvolta nelle emozioni così come le emozioni non sono la sua unica funzione, rimane confermato che l’amigdala continua ad essere una componente assolutamente essenziale nel sistema emozionale cerebrale.
Nel loro studio Florin Dolcos, Kevin LaBar e Roberto Cabeza hanno mostrato a dei soggetti volontari una serie di immagini che evocavano emozioni positive, negative o neutre, dopodichè hanno analizzato i loro cervelli con tecniche di risonanza magnetica per individuare le regioni del cervello attive durante la formazione della memoria. È stato in tal modo possibile confrontare l'immagazzinamento del ricordo in presenza di emozioni o meno.
I ricercatori, che stavano cercando prove a sostegno dell'ipotesi secondo cui i centri cerebrali delle emozioni e della memoria interagiscono durante la formazione dei ricordi emotivi, hanno così scoperto che il centro emotivo del cervello umano, l'amigdala, interagisce con le regioni cerebrali collegate alla memoria durante la formazione dei ricordi più emotivi, probabilmente per donare a questi ricordi una maggior indelebilità. Lo studio potrebbe aiutare a meglio comprendere quale ruolo volge il meccanismo neurale alla base della formazione dei ricordi emotivi in alcuni disturbi, come lo stress post-traumatico e la depressione.
Bibliografia. Dolcos F, LaBar KS, Cabeza R. Interaction between the amygdala and the medial temporal lobe memory system predicts better memory for emotional events. Neuron 2004;42:855-63.
ilmessaggero.it Mercoledì 9 Giugno 2004
NEUROTEOLOGIA
Nel cervello una zona sensibile al “divino”
Dietro il satanismo può nascondersi una vera e propria patologia neurologica. È la moderna scienza della “neuroteologia” che studia le reazioni del cervello in un contesto religioso e che è stata illustrata ieri da Gabriella Gobbi, assistant professor all’Università di Montreal in Canada e originaria di Osimo. Se riusciamo a pensare il divino, esiste una parte deputata a farlo? La risposta è stata sì. «L’area specializzata nel pensiero religioso - ha spiegato Gobbi - è quella che regola il sistema delle emozioni, diversa dalla corteccia che è sede della razionalità. Si tratta cioè di amigdala, ippocampo e lobo temporale». Guarda caso, l’amigdala è anche la sede dell’aggressività. Si può dunque soffrire di una patologia del comportamento religioso e cadere facili prede di satanismo e chiese “alternative”. Negli anni ’50 alcuni studiosi rintracciarono addirittura un collegamento tra iper-religiosità e epilessia, che unita a sintomi quali sbalzi d’umore e iposessualità poteva essere confusa e portare a fenomeni di conversione. Su questa fragilità gioca il “guru” della setta con il quale l’adepto instaura una co-dipendenza affettiva difficile poi da spezzare (anche per via del senso di colpa su cui il guru fa leva). Non si può stare senza. Il guru è l’unico a poter dare certezze e risposte e solo dentro il gruppo si è forti. C. Gent.
Yahoo!Salute
Autismo: quali fattori lo favoriscono?
martedì 8 giugno 2004, Il Pensiero Scientifico Editore
Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’University of Western Australia alcune complicanze in gravidanza sarebbero associate ad un aumentato rischio di autismo. Nello studio Emma Glasson e colleghi concludono che tali complicanze non costituiscono la causa diretta della malattia, quanto piuttosto il risultato delle stesse basi genetiche che conducono all’autismo. Se ne parla sulle pagine della rivista Archives of General Psychiatry.
L’autismo è una complessa disabilità dello sviluppo caratterizzata da deficit nell’interazione sociale e nella comunicazione, con manifestazioni quali comportamenti ripetitivi e compromissioni qualitative degli interessi. Il disturbo, che colpisce una persona su 500, è dieci volte più frequente nei maschi rispetto alle femmine. Poiché interferisce con il normale sviluppo del cervello nelle aree di interazione sociale e nelle abilità comunicative, causa serie difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale, rendendo difficili tutte le relazioni con il mondo esterno. Le persone autistiche esibiscono spesso movimenti ripetuti del corpo (agitare le mani, dondolarsi), un attaccamento eccessivo agli oggetti e, a volte, comportamenti aggressivi e autolesionisti. Esiste una relazione tra volume del cervello e insorgenza dell’autismo; molti studi hanno infatti documentato un leggero aumento del volume cerebrale medio e della circonferenza cerebrale nei soggetti autistici.
Lo studio ha coinvolto 465 persone nate tra il 1980 e il 1995 e che avevano ricevuto una diagnosi di autismo o di disordini correlati nel 1999. Il gruppo di controllo era costituito da 481 fratelli e sorelle dei pazienti autistici e 1313 persone scelte a caso nella popolazione generale. I ricercatori hanno osservato che, rispetto ai controlli, i soggetti autistici avevano maggiori probabilità di essere nati prematuramente e di avere genitori anziani. Inoltre le loro madri avevano subito più frequentemente una minaccia d’aborto o avevano avuto un travaglio inferiore ad un’ora. "È improbabile che un singolo fattore sia la causa dell’autismo", ha commentato Emma Glasson, "più verosimilmente alcune influenze non genetiche svolgono un ruolo chiave in alcuni casi". I risultati di questo studio supportano la teoria secondo la quale alla base dell’autismo ci siano problemi genetici.
Bibliografia. Glasso E, Bower C, Petterson B et al. Perinatal Factors and the development of autism. Arch Gen Psych 2004;61:618-27.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 9 giugno 2004
-rischi con gli antipsicotici atipici
-frequenza delle recidive nei "disturbi bipolari"
-una nuova molecola...
ricevuti da Piergiuseppe Cancellieri
psichiatria.org
Mercoledì 9 Giugno 2004, 9:54
Rischio iperglicemia e diabete con i farmaci antipsicotici atipici
( Xagena ) - L’FDA ( Food and Drug Administration ) ha modificato le schede tecniche dei farmaci antipsicotici atipici: Olanzapina ( Zyprexa ), Quetiapina ( Seroquel ), Clozapina ( Clozaril ), Aripiprazolo ( Abilify ).
Nei pazienti trattati con antipsicotici atipici sono stati segnalati casi di iperglicemia, talora grave ed associata a chetoacidosi o coma iperosmolare e morte.
La valutazione di una diretta correlazione tra impiego di antipsicotici atipici e l’insorgenza di alterazioni del metabolismo del glucosio è complessa per il fatto che i pazienti con schizofrenia sono a rischio di diabete mellito.
Tuttavia studi epidemiologici hanno indicato un aumento del rischio di eventi avversi correlati con l’iperglicemia nei pazienti che assumono farmaci antipsicotici atipici.
Pertanto i pazienti con una diagnosi di diabete mellito, che stanno assumendo antipsicotici atipici dovrebbero essere monitorati regolarmente per un possibile peggioramento del controllo glicemico.
I pazienti con fattori di rischio per il diabete mellito ( es. pazienti obesi, pazienti con storia familiare di diabete ) in trattamento con antipsicotici atipici dovrebbero essere sottoposti al controllo della glicemia a digiuno , e tenuti sotto osservazione per il presentarsi dei sintomi tipici dell’iperglicemia ( polidipsia, poliuria, polifagia, senso di debolezza ).
Poiché l’Aripiprazolo è un antipsicotico atipico di recente impiego, esistono al riguardo poche segnalazioni di iperglicemia e nessun caso di diabete mellito.
Tuttavia anche la scheda tecnica dell’Aripiprazolo è stata modificata e sono state inserite le avvertenze riguardo al rischio di iperglicemia e di diabete mellito. ( Xagena 2004 )
Fonte: FDA
Yahoo!Notizie
Mercoledì 9 Giugno 2004, 10:04
Farmaci antiepilettici e frequenza delle recidive nei pazienti con disturbo bipolare di tipo 1
Di Disturbobipolare.net
( Xagena ) - Pochi studi clinici hanno valutato l’impiego dei farmaci antipsicotici atipici nella prevenzione delle recidive nei pazienti con disturbo bipolare di tipo I.
Lo scopo dello studio è stato quello di valutare se l’Olanzapina associata al Litio o al Valproato fosse in grado di ridurre le recidive rispetto al solo trattamento con Litio o Valproato.
I pazienti che hanno raggiunto remissione sindromica dopo un trattamento di 6 settimane, con Olanzapina più Litio o Valproato hanno ricevuto Olanzapina o placebo, oltre al Litio o al Valproato , e sono stati seguiti per 18 mesi.
Non è stata osservata alcuna differenza significativa tra i due trattamenti, quello di combinazione ( con Olanzapina ) o quello in monoterapia ( con placebo ), per quanto riguardava il tempo alla recidiva.
I pazienti che hanno assunto Olanzapina in aggiunta al Litio o al Valproato hanno presentato una remissione significativa dei sintomi: 163 giorni con terapia di combinazione versus 42 giorni con la monoterapia ( p = 0,023 ). ( Xagena 2004 )
Fonte: Br J Psichiatry 2004
sanihelp.it
PSICHIATRIA:VIA LIBERA UE A NUOVA MOLECOLA CURA SCHIZOFRENIA
Data: 08.06.2004 - 17:31 - ROMA
(ANSA) - ROMA, 8 GIU - Nuove speranze per la cura della schizofrenia arrivano da una molecola di nuova generazione: e' l'aripiprazolo, che oggi ha ottenuto il via libera da parte dell'Emea, l'Agenzia europea per la valutazione dei farmaci. Ora, l'antipsicotico passera' al vaglio dell'Agenzia del Farmaco per la disponibilita' in Italia. L'Aripiprazolo e' gia' disponibile negli Stati Uniti, dove ha ottenuto l'autorizzazione a fine 2002 e, ad oggi, 450 mila pazienti sono stati trattati con la nuova molecola. Anche l'Italia ha contribuito allo sviluppo clinico di aripiprazolo ed ha partecipato alle sperimentazioni: oltre 20 centri clinici e piu' di cento pazienti hanno gia' avuto accesso al farmaco. Ma quali sono i benefici della nuova molecola? Gli studi clinici presentati, cui hanno partecipato 1648 pazienti affetti da schizofrenia con episodio acuto, hanno dimostrato che la terapia con aripiprazolo permette un notevole miglioramento sia dei sintomi positivi (allucinazioni, deliri) che di quelli negativi (appiattimento affettivo, perdita di piacere e di interesse), caratteristici di questa patologia. L'aripiprazolo ha mostrato inoltre di non variare in maniera significativa il peso corporeo, di non causare sintomi ulteriori e di indurre solo una modesta sedazione rispetto al placebo (11% contro 8%). La sicurezza e la tollerabilita' della nuova molecola sono state inoltre valutate studiando oltre 5500 pazienti, compresi oltre 1250 pazienti trattati per almeno un anno. - SCHIZOFRENIA IN CIFRE: IN ITALIA NE SOFFRONO IN 500.000 Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanita' (OMS), la schizofrenia colpisce nel mondo una persona su cento. Negli Usa sono 2 milioni gli individui affetti da questa patologia e in Italia si stima che siano 500 mila. La schizofrenia interferisce con la capacita' della persona di pensare in modo chiaro, di gestire le emozioni, di prendere decisioni e di avere rapporti con gli altri. E' una malattia che puo' essere curata, sebbene non esista una guarigione definitiva ed i farmaci antipsicotici impiegati fino ad oggi, a causa dei pesanti effetti collaterali, non sempre hanno fatto registrare un'adesione completa alla terapia da parte dei pazienti.(ANSA).
psichiatria.org
Mercoledì 9 Giugno 2004, 9:54
Rischio iperglicemia e diabete con i farmaci antipsicotici atipici
( Xagena ) - L’FDA ( Food and Drug Administration ) ha modificato le schede tecniche dei farmaci antipsicotici atipici: Olanzapina ( Zyprexa ), Quetiapina ( Seroquel ), Clozapina ( Clozaril ), Aripiprazolo ( Abilify ).
Nei pazienti trattati con antipsicotici atipici sono stati segnalati casi di iperglicemia, talora grave ed associata a chetoacidosi o coma iperosmolare e morte.
La valutazione di una diretta correlazione tra impiego di antipsicotici atipici e l’insorgenza di alterazioni del metabolismo del glucosio è complessa per il fatto che i pazienti con schizofrenia sono a rischio di diabete mellito.
Tuttavia studi epidemiologici hanno indicato un aumento del rischio di eventi avversi correlati con l’iperglicemia nei pazienti che assumono farmaci antipsicotici atipici.
Pertanto i pazienti con una diagnosi di diabete mellito, che stanno assumendo antipsicotici atipici dovrebbero essere monitorati regolarmente per un possibile peggioramento del controllo glicemico.
I pazienti con fattori di rischio per il diabete mellito ( es. pazienti obesi, pazienti con storia familiare di diabete ) in trattamento con antipsicotici atipici dovrebbero essere sottoposti al controllo della glicemia a digiuno , e tenuti sotto osservazione per il presentarsi dei sintomi tipici dell’iperglicemia ( polidipsia, poliuria, polifagia, senso di debolezza ).
Poiché l’Aripiprazolo è un antipsicotico atipico di recente impiego, esistono al riguardo poche segnalazioni di iperglicemia e nessun caso di diabete mellito.
Tuttavia anche la scheda tecnica dell’Aripiprazolo è stata modificata e sono state inserite le avvertenze riguardo al rischio di iperglicemia e di diabete mellito. ( Xagena 2004 )
Fonte: FDA
Yahoo!Notizie
Mercoledì 9 Giugno 2004, 10:04
Farmaci antiepilettici e frequenza delle recidive nei pazienti con disturbo bipolare di tipo 1
Di Disturbobipolare.net
( Xagena ) - Pochi studi clinici hanno valutato l’impiego dei farmaci antipsicotici atipici nella prevenzione delle recidive nei pazienti con disturbo bipolare di tipo I.
Lo scopo dello studio è stato quello di valutare se l’Olanzapina associata al Litio o al Valproato fosse in grado di ridurre le recidive rispetto al solo trattamento con Litio o Valproato.
I pazienti che hanno raggiunto remissione sindromica dopo un trattamento di 6 settimane, con Olanzapina più Litio o Valproato hanno ricevuto Olanzapina o placebo, oltre al Litio o al Valproato , e sono stati seguiti per 18 mesi.
Non è stata osservata alcuna differenza significativa tra i due trattamenti, quello di combinazione ( con Olanzapina ) o quello in monoterapia ( con placebo ), per quanto riguardava il tempo alla recidiva.
I pazienti che hanno assunto Olanzapina in aggiunta al Litio o al Valproato hanno presentato una remissione significativa dei sintomi: 163 giorni con terapia di combinazione versus 42 giorni con la monoterapia ( p = 0,023 ). ( Xagena 2004 )
Fonte: Br J Psichiatry 2004
sanihelp.it
PSICHIATRIA:VIA LIBERA UE A NUOVA MOLECOLA CURA SCHIZOFRENIA
Data: 08.06.2004 - 17:31 - ROMA
(ANSA) - ROMA, 8 GIU - Nuove speranze per la cura della schizofrenia arrivano da una molecola di nuova generazione: e' l'aripiprazolo, che oggi ha ottenuto il via libera da parte dell'Emea, l'Agenzia europea per la valutazione dei farmaci. Ora, l'antipsicotico passera' al vaglio dell'Agenzia del Farmaco per la disponibilita' in Italia. L'Aripiprazolo e' gia' disponibile negli Stati Uniti, dove ha ottenuto l'autorizzazione a fine 2002 e, ad oggi, 450 mila pazienti sono stati trattati con la nuova molecola. Anche l'Italia ha contribuito allo sviluppo clinico di aripiprazolo ed ha partecipato alle sperimentazioni: oltre 20 centri clinici e piu' di cento pazienti hanno gia' avuto accesso al farmaco. Ma quali sono i benefici della nuova molecola? Gli studi clinici presentati, cui hanno partecipato 1648 pazienti affetti da schizofrenia con episodio acuto, hanno dimostrato che la terapia con aripiprazolo permette un notevole miglioramento sia dei sintomi positivi (allucinazioni, deliri) che di quelli negativi (appiattimento affettivo, perdita di piacere e di interesse), caratteristici di questa patologia. L'aripiprazolo ha mostrato inoltre di non variare in maniera significativa il peso corporeo, di non causare sintomi ulteriori e di indurre solo una modesta sedazione rispetto al placebo (11% contro 8%). La sicurezza e la tollerabilita' della nuova molecola sono state inoltre valutate studiando oltre 5500 pazienti, compresi oltre 1250 pazienti trattati per almeno un anno. - SCHIZOFRENIA IN CIFRE: IN ITALIA NE SOFFRONO IN 500.000 Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanita' (OMS), la schizofrenia colpisce nel mondo una persona su cento. Negli Usa sono 2 milioni gli individui affetti da questa patologia e in Italia si stima che siano 500 mila. La schizofrenia interferisce con la capacita' della persona di pensare in modo chiaro, di gestire le emozioni, di prendere decisioni e di avere rapporti con gli altri. E' una malattia che puo' essere curata, sebbene non esista una guarigione definitiva ed i farmaci antipsicotici impiegati fino ad oggi, a causa dei pesanti effetti collaterali, non sempre hanno fatto registrare un'adesione completa alla terapia da parte dei pazienti.(ANSA).
una intervista sulla legge sulla fecondazione
e un breve racconto in morte di Nino Manfredi
entrambi i pezzi sono di Paolo Izzo e sono apparsi sul numero 6 di Zefiro, uscito oggi, 9.6.04
Fecondazione assistita:
«La nuova legge è stupida e illiberale»
Intervista con Giuseppe Rippa, direttore di Quaderni Radicali
di Paolo Izzo
I radicali stanno raccogliendo le firme per un referendum abrogativo contro la nuova legge sulla fecondazione assistita. Nel mondo politico la prima adesione è arrivata dal partito di Fausto Bertinotti, seguito dalla sottoscrizione di alcuni diessini “disobbedienti”, mentre Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds ha formato un comitato con cui intende affiancare il lavoro dei radicali; dal mondo della canzone un sostegno importante arriva da Vasco Rossi che ai suoi concerti oceanici ospita i tavoli radicali, incitando i fans a firmare per il referendum. Tuttavia, il mondo laico appare ancora troppo disunito per accogliere in pieno la protesta dei radicali, che si trovano per l’ennesima volta a combattere da soli, fatte salve le adesioni che arriveranno postume: a battaglia vinta.
Sul tema della nuova legge sulla fecondazione assistita abbiamo intervistato Giuseppe Rippa, radicale storico, già segretario e deputato del Pr negli anni ’70 e oggi direttore della rivista “Quaderni Radicali” e del suo supplemento telematico “Nuova Agenzia Radicale”.
Il governo Berlusconi ha varato la legge n. 40/2004, in materia di procreazione assistita, entrando anche nel merito della ricerca scientifica, con norme fortemente riduttive della libertà dei singoli individui, dei medici, dei ricercatori. Cosa ne pensi?
Com’era prevedibile, tutte le contraddizioni della legge sulla procreazione assistita sono venute al pettine dimostrando che, anziché una legge intransigente, quella approvata dal Parlamento è una legge stupida… Non che siano stupide le obiezioni che per motivi etici, di fede e di valori (ovviamente vissuti nell’ambito delle proprie scelte morali e religiose), vengono sollevati. Ma perché ipocriti e stupidi erano e sono i modelli di compromesso, escogitati dalle alchimie assurde di un legislatore ottuso, incapace di elaborare norme che diano soluzione ai conflitti determinati dai fatti della vita.
Sembra di tornare indietro nel tempo. E non si può non pensare agli anni delle battaglie radicali per porre fine agli aborti clandestini. I maggiori ostacoli per trovare una legge li ponevano, ovviamente, i cattolici…
Quando il Parlamento si trovò a discutere la legge sull’aborto, tutto lasciava presupporre che, proprio alla luce dei princìpi cristiani che escludevano ogni possibilità di norme pro-aborto, la soluzione al dramma dell’aborto clandestino e di massa poteva essere trovata con una normativa di depenalizzazione del reato di aborto. Compito della società, dell’associazione di fede e non, sarebbe stato quello di diffondere una cultura sessuale meno sessuofoba, una sensibilità maggiore alle azioni preventive di educazione sessuale, una iniziativa forte e profonda sul valore della vita che fungesse da deterrente necessario contro l’aborto.
E invece?
Niente di tutto questo accadde: per una classe politica dirigista la società non va organizzata, ma controllata. In questa perversione culturale è nata una legge allucinante fatta di controlli ipocriti e violenti, che non riduce - se non in misura insufficiente - la pratica dell’aborto clandestino ed avvia procedure in cui sguazzano obiettori fasulli delle strutture pubbliche o cucchiai d’oro e mammane ancora in funzione, nonostante la legge.
Oggi siamo di fronte a qualcosa di tremendamente simile…
La stessa griglia sub-culturale è alla base della legge sulla fecondazione assistita. Quella che doveva essere una legge tesa a fornire una norma chiara, in grado di soddisfare una domanda diffusa - si parla di milioni – di donne e di uomini che intendono diventare genitori anche ricorrendo a tecniche che la scienza ha reso possibili, come la fecondazione medicalmente assistita, si è trasformata in una lunga teoria di impedimenti. In molti casi privi di senso logico, incomprensibili, ridicoli. La salute riproduttiva dell’essere umano, proprio grazie alla ricerca biomedica, può essere in grado di rispondere ad una richiesta, al desiderio di procreazione. Si trattava di produrre una legge, degli efficaci regolamenti affinché questa speranza possa essere – nella tutela dei diritti di tutti – soddisfatta.
Al contrario, si riaffaccia un forte “clericalismo” che scontenta i laici…
Torna a galla un vero revanscismo di stampo neo-guelfo, nutrito di pelosa sottocultura dei vizi privati e delle pubbliche virtù in cui, con una raffica di “divieti”, si mira ad una oggettiva limitazione delle libertà. Il riflesso è identico e parallelo alle vicende delle cellule staminali, della libertà di ricerca, di tutte le questioni etiche che si tenta di riproporre nella logica di un neo-clericalismo mascherato di presunti valori. Così ci troviamo di fronte a un testo che cancella la libertà di scelta, che rimane da tutti i punti di vista ambigua, confusa e discriminante nei confronti dei soggetti meno abbienti.
Vorresti ricordare ai lettori di «Zefiro» quali sono i punti di questa legge?
Il testo della legge si distingue per una serie di divieti.
No alla fecondazione eterologa, che richiede il ricorso a un donatore esterno; possibile soltanto quella omologa, in cui cioè vengono utilizzati seme e ovulo della stessa coppia. No a single e omosessuali, in quanto possono accedere alla procreazione medicalmente assistita solo le coppie di adulti maggiorenni, di sesso diverso, in età potenzialmente fertile, coniugate o conviventi. No a sperimentazione sugli embrioni. È possibile la ricerca clinica e sperimentale solo a fini terapeutici e diagnostici collegati alla tutela della salute dell’embrione stesso, e quando non siano disponibili metodi alternativi. Limiti alla produzione di embrioni, poiché non potrà essere prodotto un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico impianto e comunque non superiore a tre. Vietata la riduzione di embrioni nelle gravidanze plurime, fatti salvi i casi previsti dalla legge sull’aborto. No alla clonazione. Vietati anche tutti gli interventi diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete. Vietato congelare e sopprimere embrioni, fermo restando quanto stabilito dalla legge sull’aborto. Per quelli congelati prima dell’entrata in vigore della legge, il ministero della Salute dovrà fissare modalità e termini di conservazione.
Il divieto delle sperimentazioni sugli embrioni conduce al loro impianto sani o malati che siano! Come se non bastasse, c’è la parte relativa all’obiezione di coscienza dei medici e alle sanzioni…
Obiezione di coscienza: medici e personale ausiliario potranno astenersi dal praticare la fecondazione artificiale, se entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge comunicheranno la loro decisione in tal senso. Sanzioni: solo amministrative per i medici che applicano la fecondazione eterologa o ai soggetti non ammessi dalla legge (minorenni, single, omosessuali), con la possibilità di sospensione dall’esercizio della professione variabile da un minimo di un anno ad un massimo di tre. Nessuna punibilità invece per coppie o singoli. Carcere da dieci a venti anni ed interdizione perpetua dalla professione per i medici che attuano la clonazione; reclusione da un anno a tre per chi realizza, organizza e pubblicizza la commercializzazione di gameti ed embrioni o la surrogazione di maternità. Carcere anche per chi applica la sperimentazione sugli embrioni e ricorre al congelamento e alla soppressione.
Gli altri paesi europei hanno norme meno intransigenti?
Non solo. Chi può mai credere che un simile impianto possa risultare utile alla regolamentazione di una materia così complessa ma così sentita? Tutta l’impostazione della legge – che è assai più restrittiva della direttiva comunitaria che l’Italia è chiamata a recepire – impedisce al nostro Paese di competere internazionalmente sul fronte della ricerca scientifica togliendo a milioni di cittadini italiani la speranza concreta di cura e guarigione in un futuro che appare sempre più prossimo.
Insisto: se la scienza viene ostacolata si finisce per fare ciò che va bene al Vaticano, non credi?
Guai a mollare sul principio della laicità dello Stato. Garantire il rispetto dell’art. 33 della Costituzione, secondo il quale “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, è assolutamente un atto politico irrinunciabile.
L’unico strumento di cui i cittadini contrari a questa legge sembrano poter disporre è il referendum. I radicali lo promuovono e le adesioni, dal mondo politico e non, cominciano ad arrivare; ma sono ancora poche, vero?
Il referendum rimane l’unica possibilità concreta per rimuovere una normativa assurda. Una grande battaglia di libertà per i diritti delle coppie sterili e di quelle portatrici di malattie genetiche, per i diritti dei malati che con la legge oggetto del referendum vedono cancellata la speranza di cura con le cellule staminali embrionali. Si possono anche ideare quesiti parziali, per abrogare soltanto alcuni punti della nuova legge, nel caso si riscontrasse in essa qualcosa di positivo… Ma resta fondamentale la raccolta delle firme: per una serie di meccanismi burocratici, se entro il 30 settembre non si dispone delle firme necessarie, ogni ipotesi referendaria slitta a non prima del 2007! Lo tengano presente i parlamentari che hanno votato contro la legge 40 alle Camere: non appoggiare il referendum radicale subito, significa menare il can per l’aia e lasciare che tutto resti immutato ancora per anni. E se anche per scopi elettoralistici non si volessero impegnare prima delle elezioni europee del 12 e 13, siano almeno pronti a farlo a partire dal 14 giugno!
Variazioni sul tema
di Paolo Izzo
La morte di una persona a cui volevi bene ti arriva sempre come un sasso in testa. Nessun ragionamento riesce a sciogliere il magone che si fissa vicino all’ugola e filtra ogni respiro. Nino Manfredi è morto e sembra che sia morto uno di casa…
Padri
Era un colpo al cuore, ogni volta che lo vedevo. Il sorriso di sfottò, l’espressione sardonica, quella maniera di girarsi verso l’interlocutore un secondo dopo aver sentito una sciocchezza provenire da quella direzione. Gli occhi profondi, velati da un’amarezza liquida. La bravura; la voglia di far divertire, di far piangere, di far pensare. Non potevo farci niente: più lo guardavo e più mi convincevo. Arrivava un vecchio film, un nuovo film, un’apparizione in televisione: ogni volta, c’era da giurarci, rimanevo inchiodato lì, inesorabilmente. Somigliava così tanto a mio padre da far venire i brividi: mio padre che è scomparso molto prima, troppo presto; mio padre che ho più immaginato che conosciuto; mio padre che una volta lo incontrò in un ristorante e si guardarono dalle fronti corrugate e alzarono metà labbro in un accenno di sorriso e alzarono il bicchiere a mezz’aria per brindare, da lontano, alle loro facce che si ricordavano a vicenda. Se n’è andato pure lui, adesso, insieme ad altri padri, insieme a sacchi e sacchi di ricordi: andati… come se si andasse da qualche parte, poi. Nessuno dei due ci credeva più di tanto, anche se il tempo a volte può vincere gli ostinati; nessuno dei due credeva che avrebbe incontrato chicchessia in un impossibile aldilà. Nessuno dei due tornerà a dire: non preoccuparti, da qualche parte sono andato… Allora è qui, in questo difficile, ingiusto aldiquà, tra le parole che zampillano come lacrime dalla penna, che li vedo incontrarsi di nuovo, a mezz’aria: da un momento all’altro si scambieranno due battute da far ridere tutti. Aspetto e non mi muovo. Aspetto. Sul mio volto c’è un sorriso un po’ salato.
Fecondazione assistita:
«La nuova legge è stupida e illiberale»
Intervista con Giuseppe Rippa, direttore di Quaderni Radicali
di Paolo Izzo
I radicali stanno raccogliendo le firme per un referendum abrogativo contro la nuova legge sulla fecondazione assistita. Nel mondo politico la prima adesione è arrivata dal partito di Fausto Bertinotti, seguito dalla sottoscrizione di alcuni diessini “disobbedienti”, mentre Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds ha formato un comitato con cui intende affiancare il lavoro dei radicali; dal mondo della canzone un sostegno importante arriva da Vasco Rossi che ai suoi concerti oceanici ospita i tavoli radicali, incitando i fans a firmare per il referendum. Tuttavia, il mondo laico appare ancora troppo disunito per accogliere in pieno la protesta dei radicali, che si trovano per l’ennesima volta a combattere da soli, fatte salve le adesioni che arriveranno postume: a battaglia vinta.
Sul tema della nuova legge sulla fecondazione assistita abbiamo intervistato Giuseppe Rippa, radicale storico, già segretario e deputato del Pr negli anni ’70 e oggi direttore della rivista “Quaderni Radicali” e del suo supplemento telematico “Nuova Agenzia Radicale”.
Il governo Berlusconi ha varato la legge n. 40/2004, in materia di procreazione assistita, entrando anche nel merito della ricerca scientifica, con norme fortemente riduttive della libertà dei singoli individui, dei medici, dei ricercatori. Cosa ne pensi?
Com’era prevedibile, tutte le contraddizioni della legge sulla procreazione assistita sono venute al pettine dimostrando che, anziché una legge intransigente, quella approvata dal Parlamento è una legge stupida… Non che siano stupide le obiezioni che per motivi etici, di fede e di valori (ovviamente vissuti nell’ambito delle proprie scelte morali e religiose), vengono sollevati. Ma perché ipocriti e stupidi erano e sono i modelli di compromesso, escogitati dalle alchimie assurde di un legislatore ottuso, incapace di elaborare norme che diano soluzione ai conflitti determinati dai fatti della vita.
Sembra di tornare indietro nel tempo. E non si può non pensare agli anni delle battaglie radicali per porre fine agli aborti clandestini. I maggiori ostacoli per trovare una legge li ponevano, ovviamente, i cattolici…
Quando il Parlamento si trovò a discutere la legge sull’aborto, tutto lasciava presupporre che, proprio alla luce dei princìpi cristiani che escludevano ogni possibilità di norme pro-aborto, la soluzione al dramma dell’aborto clandestino e di massa poteva essere trovata con una normativa di depenalizzazione del reato di aborto. Compito della società, dell’associazione di fede e non, sarebbe stato quello di diffondere una cultura sessuale meno sessuofoba, una sensibilità maggiore alle azioni preventive di educazione sessuale, una iniziativa forte e profonda sul valore della vita che fungesse da deterrente necessario contro l’aborto.
E invece?
Niente di tutto questo accadde: per una classe politica dirigista la società non va organizzata, ma controllata. In questa perversione culturale è nata una legge allucinante fatta di controlli ipocriti e violenti, che non riduce - se non in misura insufficiente - la pratica dell’aborto clandestino ed avvia procedure in cui sguazzano obiettori fasulli delle strutture pubbliche o cucchiai d’oro e mammane ancora in funzione, nonostante la legge.
Oggi siamo di fronte a qualcosa di tremendamente simile…
La stessa griglia sub-culturale è alla base della legge sulla fecondazione assistita. Quella che doveva essere una legge tesa a fornire una norma chiara, in grado di soddisfare una domanda diffusa - si parla di milioni – di donne e di uomini che intendono diventare genitori anche ricorrendo a tecniche che la scienza ha reso possibili, come la fecondazione medicalmente assistita, si è trasformata in una lunga teoria di impedimenti. In molti casi privi di senso logico, incomprensibili, ridicoli. La salute riproduttiva dell’essere umano, proprio grazie alla ricerca biomedica, può essere in grado di rispondere ad una richiesta, al desiderio di procreazione. Si trattava di produrre una legge, degli efficaci regolamenti affinché questa speranza possa essere – nella tutela dei diritti di tutti – soddisfatta.
Al contrario, si riaffaccia un forte “clericalismo” che scontenta i laici…
Torna a galla un vero revanscismo di stampo neo-guelfo, nutrito di pelosa sottocultura dei vizi privati e delle pubbliche virtù in cui, con una raffica di “divieti”, si mira ad una oggettiva limitazione delle libertà. Il riflesso è identico e parallelo alle vicende delle cellule staminali, della libertà di ricerca, di tutte le questioni etiche che si tenta di riproporre nella logica di un neo-clericalismo mascherato di presunti valori. Così ci troviamo di fronte a un testo che cancella la libertà di scelta, che rimane da tutti i punti di vista ambigua, confusa e discriminante nei confronti dei soggetti meno abbienti.
Vorresti ricordare ai lettori di «Zefiro» quali sono i punti di questa legge?
Il testo della legge si distingue per una serie di divieti.
No alla fecondazione eterologa, che richiede il ricorso a un donatore esterno; possibile soltanto quella omologa, in cui cioè vengono utilizzati seme e ovulo della stessa coppia. No a single e omosessuali, in quanto possono accedere alla procreazione medicalmente assistita solo le coppie di adulti maggiorenni, di sesso diverso, in età potenzialmente fertile, coniugate o conviventi. No a sperimentazione sugli embrioni. È possibile la ricerca clinica e sperimentale solo a fini terapeutici e diagnostici collegati alla tutela della salute dell’embrione stesso, e quando non siano disponibili metodi alternativi. Limiti alla produzione di embrioni, poiché non potrà essere prodotto un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico impianto e comunque non superiore a tre. Vietata la riduzione di embrioni nelle gravidanze plurime, fatti salvi i casi previsti dalla legge sull’aborto. No alla clonazione. Vietati anche tutti gli interventi diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete. Vietato congelare e sopprimere embrioni, fermo restando quanto stabilito dalla legge sull’aborto. Per quelli congelati prima dell’entrata in vigore della legge, il ministero della Salute dovrà fissare modalità e termini di conservazione.
Il divieto delle sperimentazioni sugli embrioni conduce al loro impianto sani o malati che siano! Come se non bastasse, c’è la parte relativa all’obiezione di coscienza dei medici e alle sanzioni…
Obiezione di coscienza: medici e personale ausiliario potranno astenersi dal praticare la fecondazione artificiale, se entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge comunicheranno la loro decisione in tal senso. Sanzioni: solo amministrative per i medici che applicano la fecondazione eterologa o ai soggetti non ammessi dalla legge (minorenni, single, omosessuali), con la possibilità di sospensione dall’esercizio della professione variabile da un minimo di un anno ad un massimo di tre. Nessuna punibilità invece per coppie o singoli. Carcere da dieci a venti anni ed interdizione perpetua dalla professione per i medici che attuano la clonazione; reclusione da un anno a tre per chi realizza, organizza e pubblicizza la commercializzazione di gameti ed embrioni o la surrogazione di maternità. Carcere anche per chi applica la sperimentazione sugli embrioni e ricorre al congelamento e alla soppressione.
Gli altri paesi europei hanno norme meno intransigenti?
Non solo. Chi può mai credere che un simile impianto possa risultare utile alla regolamentazione di una materia così complessa ma così sentita? Tutta l’impostazione della legge – che è assai più restrittiva della direttiva comunitaria che l’Italia è chiamata a recepire – impedisce al nostro Paese di competere internazionalmente sul fronte della ricerca scientifica togliendo a milioni di cittadini italiani la speranza concreta di cura e guarigione in un futuro che appare sempre più prossimo.
Insisto: se la scienza viene ostacolata si finisce per fare ciò che va bene al Vaticano, non credi?
Guai a mollare sul principio della laicità dello Stato. Garantire il rispetto dell’art. 33 della Costituzione, secondo il quale “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, è assolutamente un atto politico irrinunciabile.
L’unico strumento di cui i cittadini contrari a questa legge sembrano poter disporre è il referendum. I radicali lo promuovono e le adesioni, dal mondo politico e non, cominciano ad arrivare; ma sono ancora poche, vero?
Il referendum rimane l’unica possibilità concreta per rimuovere una normativa assurda. Una grande battaglia di libertà per i diritti delle coppie sterili e di quelle portatrici di malattie genetiche, per i diritti dei malati che con la legge oggetto del referendum vedono cancellata la speranza di cura con le cellule staminali embrionali. Si possono anche ideare quesiti parziali, per abrogare soltanto alcuni punti della nuova legge, nel caso si riscontrasse in essa qualcosa di positivo… Ma resta fondamentale la raccolta delle firme: per una serie di meccanismi burocratici, se entro il 30 settembre non si dispone delle firme necessarie, ogni ipotesi referendaria slitta a non prima del 2007! Lo tengano presente i parlamentari che hanno votato contro la legge 40 alle Camere: non appoggiare il referendum radicale subito, significa menare il can per l’aia e lasciare che tutto resti immutato ancora per anni. E se anche per scopi elettoralistici non si volessero impegnare prima delle elezioni europee del 12 e 13, siano almeno pronti a farlo a partire dal 14 giugno!
Variazioni sul tema
di Paolo Izzo
La morte di una persona a cui volevi bene ti arriva sempre come un sasso in testa. Nessun ragionamento riesce a sciogliere il magone che si fissa vicino all’ugola e filtra ogni respiro. Nino Manfredi è morto e sembra che sia morto uno di casa…
Padri
Era un colpo al cuore, ogni volta che lo vedevo. Il sorriso di sfottò, l’espressione sardonica, quella maniera di girarsi verso l’interlocutore un secondo dopo aver sentito una sciocchezza provenire da quella direzione. Gli occhi profondi, velati da un’amarezza liquida. La bravura; la voglia di far divertire, di far piangere, di far pensare. Non potevo farci niente: più lo guardavo e più mi convincevo. Arrivava un vecchio film, un nuovo film, un’apparizione in televisione: ogni volta, c’era da giurarci, rimanevo inchiodato lì, inesorabilmente. Somigliava così tanto a mio padre da far venire i brividi: mio padre che è scomparso molto prima, troppo presto; mio padre che ho più immaginato che conosciuto; mio padre che una volta lo incontrò in un ristorante e si guardarono dalle fronti corrugate e alzarono metà labbro in un accenno di sorriso e alzarono il bicchiere a mezz’aria per brindare, da lontano, alle loro facce che si ricordavano a vicenda. Se n’è andato pure lui, adesso, insieme ad altri padri, insieme a sacchi e sacchi di ricordi: andati… come se si andasse da qualche parte, poi. Nessuno dei due ci credeva più di tanto, anche se il tempo a volte può vincere gli ostinati; nessuno dei due credeva che avrebbe incontrato chicchessia in un impossibile aldilà. Nessuno dei due tornerà a dire: non preoccuparti, da qualche parte sono andato… Allora è qui, in questo difficile, ingiusto aldiquà, tra le parole che zampillano come lacrime dalla penna, che li vedo incontrarsi di nuovo, a mezz’aria: da un momento all’altro si scambieranno due battute da far ridere tutti. Aspetto e non mi muovo. Aspetto. Sul mio volto c’è un sorriso un po’ salato.
la compositrice di Angelopoulos
una segnalazione di Antonella Pozzi
«Ricreo i suoni della Grecia per i film di Angelopoulos»
La compositrice Eleni Karaindrou a Roma
di Valerio Cappelli
ROMA - Eleni Karaindrou è cresciuta in una Grecia arcaica, in un villaggio sperduto tra le montagne, i boschi di querce, il canto delle cicale d' estate, le case in pietra. «Fino a sei anni non sapevo nemmeno cosa fossero l' elettricità, le automobili, la televisione». La pianista e compositrice dei film di Theo Angelopoulos sarà con l' Orchestra di Santa Cecilia giovedì al Parco della Musica per il festival «Mediterraneo» di «Musica per Roma». «Il primo film che ho visto nella mia vita? Sono io la protagonista! Fu il viaggio dal mio paesino verso Atene». La Karaindrou (56 anni) ha scritto sette colonne sonore del celebre regista greco da Viaggio a Citèra a Lo sguardo di Ulisse, fino all' ultimo La sorgente del fiume, intrecciando in maniera istintiva suoni colti e popolari. Lui dice di lei: «La musica di Eleni non accompagna le immagini ma le penetra, si trasforma nella loro anima e alla fine non puoi distinguere l' una dalle altre per quanto sono saldate insieme». Lei dice di lui: «Mi piace il suo modo di narrare, nel nostro sodalizio c' è stata subito un' armonia estetica e ideologica che ha creato una speciale chimica tra noi». Eleni, quali sono i suoi primi ricordi musicali? «I suoni del vento, della pioggia, i canti polifonici delle contadine al lavoro e certe melodie bizantine che ascoltavo in chiesa. Amo l' orchestra classica, specialmente gli archi, ma sono i fiati spesso a ispirarmi. L' arpa fu una delle mie prime scelte, come i colori della tradizione greca, il santouri, la lira o la fisarmonica». Angelopoulos? «Nell' arte ci sono affinità inesplicabili, io entro nei suoi concetti, le mie idee nascono dalle nostre conversazioni, prima delle immagini. Mi lascia completa libertà, mi fa viaggiare nell' interiorità dei personaggi, nel mistico mondo di cose non dette». Cosa rappresenta il Mediterraneo nelle sue note? «Per un greco, la ricchezza di suoni e la magia di ritmi del Mediterraneo è un' ossessione dell' anima. Ho avuto sete di conoscere anche altre tradizioni, dal flamenco spagnolo alla polifonia della Corsica vicina all' Epiro. Il Mediterraneo e il tema del viaggio sono i miei leit motiv». Come fu il suo viaggio verso Atene? «La strada attraversava boschi e cespugli di bacche rosse, io ero con la mia famiglia a dorso dei muli, ricordo le selle coperte da stuoie rosse e da tante ceste; ricordo lo stupore per la prima automobile che vedevo nella mia vita e il primo sguardo al mare. E poi l' arrivo in una Atene nuda, senza alberi, che odorava di benzina, dove le mura dei palazzi erano ferite dai proiettili sparati durante la guerra civile. Noi vivevamo nel seminterrato della scuola dove mio padre insegnava. Ero una bambina che aveva appena scoperto il mondo moderno, lasciandosi alle spalle il paradiso perduto, i ciliegi, le lampade a olio, l' acqua dei torrenti che usavamo in casa». I registi che ama? «In Tarkovski ho scoperto la poesia fusa ai pensieri filosofici più profondi. Antonioni rappresenta una classica presenza di cinema senza tempo. Fellini mi ha affascinato con i suoi viaggi immaginari e Bergman perché è il grande coreografo delle emozioni umane. l futuro? Preparo il primo cd al di fuori del cinema, oltre a un brano che mi ha commissionato l' Orchestra di Monaco di Baviera. Sono ancora alle prime idee, schizzi, nulla di più».
«Ricreo i suoni della Grecia per i film di Angelopoulos»
La compositrice Eleni Karaindrou a Roma
di Valerio Cappelli
ROMA - Eleni Karaindrou è cresciuta in una Grecia arcaica, in un villaggio sperduto tra le montagne, i boschi di querce, il canto delle cicale d' estate, le case in pietra. «Fino a sei anni non sapevo nemmeno cosa fossero l' elettricità, le automobili, la televisione». La pianista e compositrice dei film di Theo Angelopoulos sarà con l' Orchestra di Santa Cecilia giovedì al Parco della Musica per il festival «Mediterraneo» di «Musica per Roma». «Il primo film che ho visto nella mia vita? Sono io la protagonista! Fu il viaggio dal mio paesino verso Atene». La Karaindrou (56 anni) ha scritto sette colonne sonore del celebre regista greco da Viaggio a Citèra a Lo sguardo di Ulisse, fino all' ultimo La sorgente del fiume, intrecciando in maniera istintiva suoni colti e popolari. Lui dice di lei: «La musica di Eleni non accompagna le immagini ma le penetra, si trasforma nella loro anima e alla fine non puoi distinguere l' una dalle altre per quanto sono saldate insieme». Lei dice di lui: «Mi piace il suo modo di narrare, nel nostro sodalizio c' è stata subito un' armonia estetica e ideologica che ha creato una speciale chimica tra noi». Eleni, quali sono i suoi primi ricordi musicali? «I suoni del vento, della pioggia, i canti polifonici delle contadine al lavoro e certe melodie bizantine che ascoltavo in chiesa. Amo l' orchestra classica, specialmente gli archi, ma sono i fiati spesso a ispirarmi. L' arpa fu una delle mie prime scelte, come i colori della tradizione greca, il santouri, la lira o la fisarmonica». Angelopoulos? «Nell' arte ci sono affinità inesplicabili, io entro nei suoi concetti, le mie idee nascono dalle nostre conversazioni, prima delle immagini. Mi lascia completa libertà, mi fa viaggiare nell' interiorità dei personaggi, nel mistico mondo di cose non dette». Cosa rappresenta il Mediterraneo nelle sue note? «Per un greco, la ricchezza di suoni e la magia di ritmi del Mediterraneo è un' ossessione dell' anima. Ho avuto sete di conoscere anche altre tradizioni, dal flamenco spagnolo alla polifonia della Corsica vicina all' Epiro. Il Mediterraneo e il tema del viaggio sono i miei leit motiv». Come fu il suo viaggio verso Atene? «La strada attraversava boschi e cespugli di bacche rosse, io ero con la mia famiglia a dorso dei muli, ricordo le selle coperte da stuoie rosse e da tante ceste; ricordo lo stupore per la prima automobile che vedevo nella mia vita e il primo sguardo al mare. E poi l' arrivo in una Atene nuda, senza alberi, che odorava di benzina, dove le mura dei palazzi erano ferite dai proiettili sparati durante la guerra civile. Noi vivevamo nel seminterrato della scuola dove mio padre insegnava. Ero una bambina che aveva appena scoperto il mondo moderno, lasciandosi alle spalle il paradiso perduto, i ciliegi, le lampade a olio, l' acqua dei torrenti che usavamo in casa». I registi che ama? «In Tarkovski ho scoperto la poesia fusa ai pensieri filosofici più profondi. Antonioni rappresenta una classica presenza di cinema senza tempo. Fellini mi ha affascinato con i suoi viaggi immaginari e Bergman perché è il grande coreografo delle emozioni umane. l futuro? Preparo il primo cd al di fuori del cinema, oltre a un brano che mi ha commissionato l' Orchestra di Monaco di Baviera. Sono ancora alle prime idee, schizzi, nulla di più».
martedì 8 giugno 2004
la Repubblica:
monsignor(!) Gianfranco Ravasi
La Repubblica 3.6.04
le idee
Le radici divine della parola
di GIANFRANCO RAVASI(*)
PER la Rivelazione ebraico-cristiana la parola è la radice stessa dell' essere e della creazione ove espleta una funzione "ontologica". Infatti, si può quasi affermare che entrambi i Testamenti si aprono con la Parola divina che squarcia il silenzio del nulla. Bereshît... wajjômer 'elohîm: jehî 'ôr. Wajjehî 'ôr, «In principio... Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (Genesi 1, 1.3). Così inizia la prima pagina dell' Antico Testamento. SEGUE A PAGINA 42 Pubblichiamo parte dell' intervento "In principio erat verbum" che Gianfranco Ravasi pronuncerà questa sera nell' Aula Magna di Santa Lucia di Bologna, quale ultimo incontro del ciclo "Nel segno della parola", promosso dal Centro Studi universitario La Permanenza del Classico. Nella stessa serata l' attore Roberto Herliztka leggerà brani dalla Genesi, i Salmi, i Vangeli. Nel Nuovo Testamento l' ideale apertura potrebbe essere quella del celebre inno che funge da prologo al Vangelo di Giovanni: En archè en ho Logos, «In principio c' era la Parola» (1, 1). L' essere creato non nasce, perciò da una lotta teogonica, come insegnava la mitologia babilonese (pensiamo all' Enuma Elish), bensì da un evento sonoro efficace, una Parola che vince il nulla e crea l' essere. Canta il Salmista: «Dalla Parola del Signore furono creati i cieli, dal soffio della sua bocca tutto il loro esercito... perché egli ha parlato e tutto fu, ha ordinato e tutto esistette» (Salmo 33, 6.9). La Parola divina è, però, anche alla radice della storia, come sorgente di vita e di morte: «Mandò la sua Parola e li guarì, li scampò dalla fossa... Egli invia la sua Parola e li fa perire... Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua onnipotente Parola dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si slanciò... portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile» (Salmi 107, 20; 147, 18; Sapienza 18, 14-15). La Parola divina sostiene e giudica, quindi, anche la trama storica col suo tessuto di vicende ed eventi. Anzi, questa stessa Parola interpreta il senso ultimo della storia: è, quindi, la radice della Rivelazione. Significativa, al riguardo, è la scelta aniconica di Israele che ha la sua espressione più grandiosa (e drammatica) nel primo precetto del Decalogo: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto terra» (Esodo 20, 4). Via gli occhi dal vitello d' oro, dunque! Una scelta, dicevamo, drammatica non solo per un popolo così affamato di realismo e di simboli com' è quello semitico ma per la stessa storia dell' arte. In bocca a Mosè è messa dal Deuteronomio una frase folgorante per illustrare l' esperienza sinaitica: «Il Signore vi parlò dal fuoco: una voce di parole voi ascoltaste; non un' immagine voi vedeste, solo una voce» (4, 12). In questa linea che privilegia la Parola, la Bibbia è chiamata dalla tradizione giudaica miqra' , cioè «lettura», laddove si ha il rimando al verbo qara' della «proclamazione», così come accade per il Corano, vocabolo che contiene la stessa radicale verbale. In questa luce il rilievo «sonoro» del testo biblico è non solo una questione letteraria ma anche teologica. Suggestivo sarebbe a questo punto scoprire la dimensione «fonetica» della Parola sacra: si ricordi, tra l' altro, che la metrica ebraica non è quantitativa ma qualitativa, cioè affidata all' impasto cromatico armonico e persino descrittivo-denotativo dei suoni. Ad esempio, la professione d' amore della donna del Cantico dei cantici è affidata al filo musicale del suono -î- che indica la personalità dell' io: dodî lî wa' anî lô. .. ' anî ledôdî wedôdî lî, «il mio amato è mio e io sono sua. .. io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2, 16; 6, 3). La Parola è, dunque, voce che parla il linguaggio di Dio. Ma la Parola si cristallizza anche nel Libro per eccellenza, la Bibbia. E' così che il Nuovo Testamento ama l' espressione graphè/graphaì per indicare la Parola di Dio. Si ha qui una puntualizzazione del complesso rapporto tra infinito e contingente, tra Logos e sarx. La Parola, infatti, deve comprimersi nello stampo freddo e limitato dei vocaboli, delle regole grammaticali e sintattiche, deve adattarsi alla redazione di autori umani. Eppure questa rigidità non riesce a raggelare e a spegnere l' incandescenza della Parola. Come accade per l' Incarnazione, anche la Parola rivela due volti, quello della «carne», del limite, della finitudine, e quello del divino, dell' efficacia creatrice, della teofania. A questi due volti, che in pratica continuano il discorso sopra abbozzato, dedicheremo ora la nostra attenzione. La Parola di Dio - come anche la poesia - si avvale di un mezzo povero, quello di una lingua, di un lessico, di regole e fonemi. E' la prigione necessaria della Parola ineffabile per rendersi effabile. E' qualcosa di analogo allo «svuotamento» del Verbo di Dio così come è descritto nell' inno paolino di Filippesi 2, 6-11: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina..., svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo...». La Bibbia si affida alla povertà espressiva di una lingua pietrosa come il deserto, scarna e scabra: è l' ebraico classico che può ricorrere, tra l' altro, soltanto a un arsenale lessicale limitato, composto di soli 5750 vocaboli. Oppure si basa sul greco koinè, ben più modesto della lingua della classicità ellenica. Anzi, lo «svuotamento» procede fino al punto che il nome più importante, quello divino, si contiene in quattro consonanti, JHWH, che rimangono mute, impronunziabili. Al vertice di questo assottigliarsi della Parola, nella miseria umana abbiamo l' esperienza straordinaria del profeta Elia al monte Horeb-Sinai. Dio non appare nel «vento impetuoso e gagliardo da spaccare le rocce», né si configura nel terremoto o nel fulmine di una tempesta assordante. Ma, come dice l' originale ebraico, il Signore si nasconde in una qôl demamah daqqah, cioè in «una voce di sottile silenzio» (1Re 19, 11-12). E' quasi il punto zero dell' annientamento della Parola, eppure quel silenzio è «bianco», cioè racchiude in sé tutti i suoni, le lettere, le sillabe, le parole. E' il «mistero», termine che nella sua radicale greca (myein) suppone il tacere, il chiudere le labbra, non per un' assenza di significati ma per una presenza di vita e di persona. E' così che la Parola divina - come per analogia anche la parola poetica - rivela la sua potenza. Si manifesta come un mezzo sontuoso e, per usare un' espressione di Teilhard de Chardin, si fa «diafanica», cioè diafana e trasparente alla Rivelazione divina. E' questa la potenza riconosciuta al Logos del prologo giovanneo, già evocato, secondo la semantica semitica sottesa. In ebraico, infatti, dabar, «parola», significa contemporaneamente anche «atto, evento». Dire e fare s' intrecciano. E sono, perciò, da assumere cumulativamente e non disgiuntamente o alternativamente, come suppone il poeta, i quattro significati che Goethe nel Faust attribuisce al Logos giovanneo: «das Wort», Parola, «der Sinn», Significato, «die Kraft», Potenza, «die Tat», Atto. Questa efficacia che rende la parola (debole ed esile) capace di manifestare in diafania la Parola suprema si attua soprattutto attraverso il simbolo, nel senso genuino del termine (syn-ballein, «mettere insieme») e non nell' accezione popolare che lo fa sconfinare nella metafora meramente allusiva. Il linguaggio simbolico permette di annodare finito e infinito, contingente e assoluto, temporale ed eterno, umano e divino. Cristo è il grande Simbolo perfetto perché fonde in sé Logos e sarx, come si diceva, divinità e umanità, pienezza e debolezza. E come c' è in teologia la tentazione «dia-bolica» (dià-ballein, «gettare via», «disperdere») di infrangere l' Incarnazione attraverso lo spiritualismo gnostico o il fenomenismo storicistico, così anche nell' esegesi della parola c' è il rischio di spezzare la simbolicità della Parola o riducendola a mera larva spirituale o a cava da cui estrarre teoremi teologici oppure a una raccolta di testi storiografici o letterari. Emblematica in questo senso è stata l' ermeneutica tradizionale del Cantico dei Cantici. Da un lato, l' amore dei due protagonisti è stato fatto evaporare in un misticismo allegorico (Dio-Israele, Cristo-Chiesa, Cristo-Maria, Cristo-anima): decollando dalla realtà, si infrangeva ogni legame con la concretezza dell' esistenza per rincorrere rarefatte geometrie metaforiche e spirituali. D' altro lato, la cosiddetta «école voluptueuse», cioè la scuola interpretativa letteralista, considerava il poema una semplice raccolta di liriche erotiche, modulate su analoghi modelli dell' antico Vicino Oriente, testi carichi talora di torrida sensualità, altre volte affidati ai topoi del linguaggio amoroso. In realtà il Cantico è contemporaneamente eros e amore, è celebrazione dell' abbraccio pieno umano che riflette e rivela quello divino nei confronti della sua creatura. Ed è solo la lettura simbolica a conservare compatti i due valori senza penalizzare uno per salvare l' altro. Teologia e poesia si trovano, allora, a muoversi nella stessa maniera, entrambe radicate nel presente e nel reale per ascendere a un Altro e a un Oltre trascendenti. Nella vicenda poetica e in quella «ispirata» le parole diventano «sacramento» perché uniscono la realtà storica con quella trascendente, la finitudine con l' infinito, il fonema con la voce, nelle parole che si spengono si annida «la Parola che dura in eterno». E allora la grande domanda che serpeggia nel lettore della Parola nelle parole è quella che Nelly Sachs, poetessa tedesca di matrice ebraica, Nobel 1966, ha evocato nella sua poesia dedicata alla profezia:
(*) Professore di esegesi biblica, membro della Pontificia Commissione Biblica, monsignor Gianfranco Ravasi, nato a Merate nel 1942, è anche Prefetto della Biblioteca Ambrosiana.
le idee
Le radici divine della parola
di GIANFRANCO RAVASI(*)
PER la Rivelazione ebraico-cristiana la parola è la radice stessa dell' essere e della creazione ove espleta una funzione "ontologica". Infatti, si può quasi affermare che entrambi i Testamenti si aprono con la Parola divina che squarcia il silenzio del nulla. Bereshît... wajjômer 'elohîm: jehî 'ôr. Wajjehî 'ôr, «In principio... Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (Genesi 1, 1.3). Così inizia la prima pagina dell' Antico Testamento. SEGUE A PAGINA 42 Pubblichiamo parte dell' intervento "In principio erat verbum" che Gianfranco Ravasi pronuncerà questa sera nell' Aula Magna di Santa Lucia di Bologna, quale ultimo incontro del ciclo "Nel segno della parola", promosso dal Centro Studi universitario La Permanenza del Classico. Nella stessa serata l' attore Roberto Herliztka leggerà brani dalla Genesi, i Salmi, i Vangeli. Nel Nuovo Testamento l' ideale apertura potrebbe essere quella del celebre inno che funge da prologo al Vangelo di Giovanni: En archè en ho Logos, «In principio c' era la Parola» (1, 1). L' essere creato non nasce, perciò da una lotta teogonica, come insegnava la mitologia babilonese (pensiamo all' Enuma Elish), bensì da un evento sonoro efficace, una Parola che vince il nulla e crea l' essere. Canta il Salmista: «Dalla Parola del Signore furono creati i cieli, dal soffio della sua bocca tutto il loro esercito... perché egli ha parlato e tutto fu, ha ordinato e tutto esistette» (Salmo 33, 6.9). La Parola divina è, però, anche alla radice della storia, come sorgente di vita e di morte: «Mandò la sua Parola e li guarì, li scampò dalla fossa... Egli invia la sua Parola e li fa perire... Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua onnipotente Parola dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si slanciò... portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile» (Salmi 107, 20; 147, 18; Sapienza 18, 14-15). La Parola divina sostiene e giudica, quindi, anche la trama storica col suo tessuto di vicende ed eventi. Anzi, questa stessa Parola interpreta il senso ultimo della storia: è, quindi, la radice della Rivelazione. Significativa, al riguardo, è la scelta aniconica di Israele che ha la sua espressione più grandiosa (e drammatica) nel primo precetto del Decalogo: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto terra» (Esodo 20, 4). Via gli occhi dal vitello d' oro, dunque! Una scelta, dicevamo, drammatica non solo per un popolo così affamato di realismo e di simboli com' è quello semitico ma per la stessa storia dell' arte. In bocca a Mosè è messa dal Deuteronomio una frase folgorante per illustrare l' esperienza sinaitica: «Il Signore vi parlò dal fuoco: una voce di parole voi ascoltaste; non un' immagine voi vedeste, solo una voce» (4, 12). In questa linea che privilegia la Parola, la Bibbia è chiamata dalla tradizione giudaica miqra' , cioè «lettura», laddove si ha il rimando al verbo qara' della «proclamazione», così come accade per il Corano, vocabolo che contiene la stessa radicale verbale. In questa luce il rilievo «sonoro» del testo biblico è non solo una questione letteraria ma anche teologica. Suggestivo sarebbe a questo punto scoprire la dimensione «fonetica» della Parola sacra: si ricordi, tra l' altro, che la metrica ebraica non è quantitativa ma qualitativa, cioè affidata all' impasto cromatico armonico e persino descrittivo-denotativo dei suoni. Ad esempio, la professione d' amore della donna del Cantico dei cantici è affidata al filo musicale del suono -î- che indica la personalità dell' io: dodî lî wa' anî lô. .. ' anî ledôdî wedôdî lî, «il mio amato è mio e io sono sua. .. io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2, 16; 6, 3). La Parola è, dunque, voce che parla il linguaggio di Dio. Ma la Parola si cristallizza anche nel Libro per eccellenza, la Bibbia. E' così che il Nuovo Testamento ama l' espressione graphè/graphaì per indicare la Parola di Dio. Si ha qui una puntualizzazione del complesso rapporto tra infinito e contingente, tra Logos e sarx. La Parola, infatti, deve comprimersi nello stampo freddo e limitato dei vocaboli, delle regole grammaticali e sintattiche, deve adattarsi alla redazione di autori umani. Eppure questa rigidità non riesce a raggelare e a spegnere l' incandescenza della Parola. Come accade per l' Incarnazione, anche la Parola rivela due volti, quello della «carne», del limite, della finitudine, e quello del divino, dell' efficacia creatrice, della teofania. A questi due volti, che in pratica continuano il discorso sopra abbozzato, dedicheremo ora la nostra attenzione. La Parola di Dio - come anche la poesia - si avvale di un mezzo povero, quello di una lingua, di un lessico, di regole e fonemi. E' la prigione necessaria della Parola ineffabile per rendersi effabile. E' qualcosa di analogo allo «svuotamento» del Verbo di Dio così come è descritto nell' inno paolino di Filippesi 2, 6-11: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina..., svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo...». La Bibbia si affida alla povertà espressiva di una lingua pietrosa come il deserto, scarna e scabra: è l' ebraico classico che può ricorrere, tra l' altro, soltanto a un arsenale lessicale limitato, composto di soli 5750 vocaboli. Oppure si basa sul greco koinè, ben più modesto della lingua della classicità ellenica. Anzi, lo «svuotamento» procede fino al punto che il nome più importante, quello divino, si contiene in quattro consonanti, JHWH, che rimangono mute, impronunziabili. Al vertice di questo assottigliarsi della Parola, nella miseria umana abbiamo l' esperienza straordinaria del profeta Elia al monte Horeb-Sinai. Dio non appare nel «vento impetuoso e gagliardo da spaccare le rocce», né si configura nel terremoto o nel fulmine di una tempesta assordante. Ma, come dice l' originale ebraico, il Signore si nasconde in una qôl demamah daqqah, cioè in «una voce di sottile silenzio» (1Re 19, 11-12). E' quasi il punto zero dell' annientamento della Parola, eppure quel silenzio è «bianco», cioè racchiude in sé tutti i suoni, le lettere, le sillabe, le parole. E' il «mistero», termine che nella sua radicale greca (myein) suppone il tacere, il chiudere le labbra, non per un' assenza di significati ma per una presenza di vita e di persona. E' così che la Parola divina - come per analogia anche la parola poetica - rivela la sua potenza. Si manifesta come un mezzo sontuoso e, per usare un' espressione di Teilhard de Chardin, si fa «diafanica», cioè diafana e trasparente alla Rivelazione divina. E' questa la potenza riconosciuta al Logos del prologo giovanneo, già evocato, secondo la semantica semitica sottesa. In ebraico, infatti, dabar, «parola», significa contemporaneamente anche «atto, evento». Dire e fare s' intrecciano. E sono, perciò, da assumere cumulativamente e non disgiuntamente o alternativamente, come suppone il poeta, i quattro significati che Goethe nel Faust attribuisce al Logos giovanneo: «das Wort», Parola, «der Sinn», Significato, «die Kraft», Potenza, «die Tat», Atto. Questa efficacia che rende la parola (debole ed esile) capace di manifestare in diafania la Parola suprema si attua soprattutto attraverso il simbolo, nel senso genuino del termine (syn-ballein, «mettere insieme») e non nell' accezione popolare che lo fa sconfinare nella metafora meramente allusiva. Il linguaggio simbolico permette di annodare finito e infinito, contingente e assoluto, temporale ed eterno, umano e divino. Cristo è il grande Simbolo perfetto perché fonde in sé Logos e sarx, come si diceva, divinità e umanità, pienezza e debolezza. E come c' è in teologia la tentazione «dia-bolica» (dià-ballein, «gettare via», «disperdere») di infrangere l' Incarnazione attraverso lo spiritualismo gnostico o il fenomenismo storicistico, così anche nell' esegesi della parola c' è il rischio di spezzare la simbolicità della Parola o riducendola a mera larva spirituale o a cava da cui estrarre teoremi teologici oppure a una raccolta di testi storiografici o letterari. Emblematica in questo senso è stata l' ermeneutica tradizionale del Cantico dei Cantici. Da un lato, l' amore dei due protagonisti è stato fatto evaporare in un misticismo allegorico (Dio-Israele, Cristo-Chiesa, Cristo-Maria, Cristo-anima): decollando dalla realtà, si infrangeva ogni legame con la concretezza dell' esistenza per rincorrere rarefatte geometrie metaforiche e spirituali. D' altro lato, la cosiddetta «école voluptueuse», cioè la scuola interpretativa letteralista, considerava il poema una semplice raccolta di liriche erotiche, modulate su analoghi modelli dell' antico Vicino Oriente, testi carichi talora di torrida sensualità, altre volte affidati ai topoi del linguaggio amoroso. In realtà il Cantico è contemporaneamente eros e amore, è celebrazione dell' abbraccio pieno umano che riflette e rivela quello divino nei confronti della sua creatura. Ed è solo la lettura simbolica a conservare compatti i due valori senza penalizzare uno per salvare l' altro. Teologia e poesia si trovano, allora, a muoversi nella stessa maniera, entrambe radicate nel presente e nel reale per ascendere a un Altro e a un Oltre trascendenti. Nella vicenda poetica e in quella «ispirata» le parole diventano «sacramento» perché uniscono la realtà storica con quella trascendente, la finitudine con l' infinito, il fonema con la voce, nelle parole che si spengono si annida «la Parola che dura in eterno». E allora la grande domanda che serpeggia nel lettore della Parola nelle parole è quella che Nelly Sachs, poetessa tedesca di matrice ebraica, Nobel 1966, ha evocato nella sua poesia dedicata alla profezia:
«Se i profeti irrompessero per le porte della notte,
incidendo ferite nei campi della consuetudine,
se i profeti irrompessero per le porte della notte,
cercando un orecchio come patria,
orecchio degli uomini, ostruito di ortiche
sapresti tu ascoltare?».
(*) Professore di esegesi biblica, membro della Pontificia Commissione Biblica, monsignor Gianfranco Ravasi, nato a Merate nel 1942, è anche Prefetto della Biblioteca Ambrosiana.
storia dell'uomo
Atlantide
Virgilio Notizie 07/06/2004 - 23:50
ATLANTIDE "RITROVATA" NEL SUD DELLA SPAGNA
Non era un continente ma un tratto della costa presso Cadice
Roma, 7 giu. (Ap) - L'archeologo tedesco Rainer Kuehne, in base all'esame di una serie di foto riprese da satellite, sostiene di aver individuato, nel sud della Spagna, le rovine della mitica Atlantide, descritta da Platone.
Lo studioso ritiene che non si sia trattato di un "continente perduto", ma semplicemente di una regione meridionale spagnola, sommersa da un'alluvione fra l'800 e il 500 avanti Cristo.
Le foto riprendono un territorio paludoso conosciuto come Marisma de Hinojos, non lontano da Cadice. Mostrano due strutture rettangolari ricoperte dal fango e parti di una serie di mura ad anelli concentrici che un tempo le circondavano.
Questa conformazione, riferisce Kuehne sulla rivista specializzata Antiquity, è identica alla descrizione che fa Paltone di Poseidonia, la presunta capitale di Atlantide.
ATLANTIDE "RITROVATA" NEL SUD DELLA SPAGNA
Non era un continente ma un tratto della costa presso Cadice
Roma, 7 giu. (Ap) - L'archeologo tedesco Rainer Kuehne, in base all'esame di una serie di foto riprese da satellite, sostiene di aver individuato, nel sud della Spagna, le rovine della mitica Atlantide, descritta da Platone.
Lo studioso ritiene che non si sia trattato di un "continente perduto", ma semplicemente di una regione meridionale spagnola, sommersa da un'alluvione fra l'800 e il 500 avanti Cristo.
Le foto riprendono un territorio paludoso conosciuto come Marisma de Hinojos, non lontano da Cadice. Mostrano due strutture rettangolari ricoperte dal fango e parti di una serie di mura ad anelli concentrici che un tempo le circondavano.
Questa conformazione, riferisce Kuehne sulla rivista specializzata Antiquity, è identica alla descrizione che fa Paltone di Poseidonia, la presunta capitale di Atlantide.
lunedì 7 giugno 2004
nelle edicole:
l'intervista di Paolo Izzo con Ludovica Costantino
l'intervista di Paolo Izzo con Ludovica Costantino
con Ludovica Costantino sull'anoressia mentale
già da Sabato nelle edicole di Roma e Milano (con il Riformista a 5 euro), sarà da Lunedì in quelle di tutto il Paese
il libro di
Ludovica Costantino
La ricerca di un'immagine
L'anoressia mentale
è naturalmente in vendita presso AMORE E PSICHE
e numerose altre librerie di Roma e d'Italia
«cinque bambini su mille»
Repubblica, ed. di Roma 7.6.04
Uno studio del Fatebenefratelli nelle scuole di Magliana e Corviale
"Cinque bambini su mille sono a rischio depressione"
Cinque alunni su mille saranno malati di depressione nell'adolescenza se i segnali di malessere non vengono colti durante gli anni di scuola primaria. È la conclusione di un lavoro condotto per tre anni nel 159? circolo didattico della Magliana Vecchia e di parte di Corviale a cura della Fondazione internazionale Fatebenefratelli e della Fondazione Simonetta Seragnoli. Se ne è discusso per due giorni all´ospedale dell´Isola Tiberina, presenti i coordinatori, lo psicanalista Leonardo Ancona e lo psicologo dell´età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco. Il lavoro ha riguardato sia la selezione di comportamenti "a rischio" sia la formazione degli insegnanti: i principali sintomi di disagio riguardano le difficoltà di inserimento, le relazioni con gli altri. Per questo sono stati aperti nelle scuole dove si è svolta la ricerca gruppi di lavoro con insegnanti e genitori per la promozione della autocoscienza personale.
Uno studio del Fatebenefratelli nelle scuole di Magliana e Corviale
"Cinque bambini su mille sono a rischio depressione"
Cinque alunni su mille saranno malati di depressione nell'adolescenza se i segnali di malessere non vengono colti durante gli anni di scuola primaria. È la conclusione di un lavoro condotto per tre anni nel 159? circolo didattico della Magliana Vecchia e di parte di Corviale a cura della Fondazione internazionale Fatebenefratelli e della Fondazione Simonetta Seragnoli. Se ne è discusso per due giorni all´ospedale dell´Isola Tiberina, presenti i coordinatori, lo psicanalista Leonardo Ancona e lo psicologo dell´età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco. Il lavoro ha riguardato sia la selezione di comportamenti "a rischio" sia la formazione degli insegnanti: i principali sintomi di disagio riguardano le difficoltà di inserimento, le relazioni con gli altri. Per questo sono stati aperti nelle scuole dove si è svolta la ricerca gruppi di lavoro con insegnanti e genitori per la promozione della autocoscienza personale.
ricerca britannica:
le donne "infedeli"? una questione di genetica
Repubblica.it 7.6.04
Londra, uno studio condotto su 5.000 donne e 5.000 gemelle dimostra che l'elemento genetico incide sulla loro infedeltà
Il tradimento di una donna è una questione ereditaria
LONDRA - L'infedeltà di una donna è una questione ereditaria. Secondo uno studio realizzato in Gran Bretagna la tendenza in alcune donne a essere infedeli sarebbe infatti ereditaria, e circa un quarto delle donne britanniche avrebbero una caratteristica genetica che le porta a tradire il partner.
Anche se l'elemento genetico non è il solo responsabile di una scappatella - lo stato della relazione e fattori culturali restano comunque elementi molto importanti - la presenza di certi geni aumenta considerevolmente la possibilità che le donne siano infedeli.
Lo studio, scrive il domenicale Sunday Times, è stato condotto su cinquemila gemelle e cinquemila donne non parenti tra loro da un gruppo di ricercatori guidati dal professor Tim Spector del Guy's and St. Thomas Hospital di Londra. "Studiando i gemelli è possibile separare i fattori naturali da quelli sociali. Sembra che ci sia un forte legame tra l'ereditarietà genetica di una donna e la possibilità che questa sia infedele", ha detto Spector.
Il professor Spector ha spiegato che il suo team ha intervistato in primo luogo cinquemila donne di età compresa tra i 18 e i 60 anni e che il 23% di loro ha confessato di aver tradito il proprio partner almeno una volta. In seguito, i ricercatori hanno intervistato cinquemila gemelle e hanno scoperto che se una delle due era stata infedele la possibilità che anche l'altra lo fosse stata era del 55 per cento, una cifra molto più alta rispetto al 23 per cento riscontrato nell'altro gruppo preso in esame.
Lo studio non ha tuttavia identificato il gene responsabile di questo comportamento. I risultati della ricerca, scrive il giornale, potrebbero riaprire il lungo dibattito circa l'influenza che i geni possono avere sul comportamento di una persona. Dibattito cominciato quando nel 1993 uno studio evidenziò che l'omosessualità è in gran misura determinata dal patrimonio genetico.
Londra, uno studio condotto su 5.000 donne e 5.000 gemelle dimostra che l'elemento genetico incide sulla loro infedeltà
Il tradimento di una donna è una questione ereditaria
LONDRA - L'infedeltà di una donna è una questione ereditaria. Secondo uno studio realizzato in Gran Bretagna la tendenza in alcune donne a essere infedeli sarebbe infatti ereditaria, e circa un quarto delle donne britanniche avrebbero una caratteristica genetica che le porta a tradire il partner.
Anche se l'elemento genetico non è il solo responsabile di una scappatella - lo stato della relazione e fattori culturali restano comunque elementi molto importanti - la presenza di certi geni aumenta considerevolmente la possibilità che le donne siano infedeli.
Lo studio, scrive il domenicale Sunday Times, è stato condotto su cinquemila gemelle e cinquemila donne non parenti tra loro da un gruppo di ricercatori guidati dal professor Tim Spector del Guy's and St. Thomas Hospital di Londra. "Studiando i gemelli è possibile separare i fattori naturali da quelli sociali. Sembra che ci sia un forte legame tra l'ereditarietà genetica di una donna e la possibilità che questa sia infedele", ha detto Spector.
Il professor Spector ha spiegato che il suo team ha intervistato in primo luogo cinquemila donne di età compresa tra i 18 e i 60 anni e che il 23% di loro ha confessato di aver tradito il proprio partner almeno una volta. In seguito, i ricercatori hanno intervistato cinquemila gemelle e hanno scoperto che se una delle due era stata infedele la possibilità che anche l'altra lo fosse stata era del 55 per cento, una cifra molto più alta rispetto al 23 per cento riscontrato nell'altro gruppo preso in esame.
Lo studio non ha tuttavia identificato il gene responsabile di questo comportamento. I risultati della ricerca, scrive il giornale, potrebbero riaprire il lungo dibattito circa l'influenza che i geni possono avere sul comportamento di una persona. Dibattito cominciato quando nel 1993 uno studio evidenziò che l'omosessualità è in gran misura determinata dal patrimonio genetico.
domenica 6 giugno 2004
"La spettatrice"
raccolte da Nuccio
ricevute da Annalina Ferrante
possono essere lette su spazi.blogspot.com
Marco Bellocchio uno e due
Repubblica, ed. di Roma 5.4.04
VILLA DE SANCTIS
"Passeggiate romane" apertura con "Paisà"
Quasi a celebrare i dieci anni di attività, inaugurati con una memorabile proiezione di «Roma città aperta» in via Montecuccoli al Pigneto, «Passeggiate romane» inaugura questa sera il programma dell´attività 2004 ancora con Rossellini e con le storie capitoline legate al drammatico periodo della II guerra mondiale. Alle 21 a villa de Sanctis, in via Casilina 675, quartiere Torpignattara, saranno infatti proiettati con ingresso libero «Paisà» di Roberto Rossellini e, a seguire, «Roma città libera» di Marcello Pagliero. Il primo, come noto, è un film in sei episodi che racconta l´avanzata degli alleati attraverso l´Italia. Il film di Pagliero invece è un generoso tentativo di contaminazione fra impegno civile e commedia, tutto ambientato in una Roma notturna e stravolta, appena liberata.
Anche quest´anno «Passeggiate romane» organizzata con il Comune, proporrà una serie di film nei luoghi dove sono stati girati, per un simbolico raffronto fra realtà e fiction. Dal 15 giugno con tappa a Valle Giulia sono previsti fino altri cinque appuntamenti che prevedono anche la partecipazione di numerosi registi: Bertolucci, Bellocchio, Maselli, Vancini, oltre a due omaggi dedicati a Gian Maria Volontè e Enrico Maria Salerno.
Le Monde Diplomatique maggio 04
una nuova rivista di cinema ha aperto con Marco Bellocchio
EIDOS, Numero zero, (www.eidoscinema.it), aprile 2004, 35 euro l'anno in abbonamento
Far lavorare l'immagine come attivatrice di coscienza e non come «assassina» di anima e pensiero. Con questo intento nasce Eidos, una nuova rivista di cinema, psyche e arti visive dall'intento divulgativo.
Per chi lo richiede, il numero zero è gratis. Nel sommario, interviste e percorsi «nei film» d'impegno come Buongiorno Notte di Marco Bellocchio, ispirato al sequestro Moro. Per Lella Ravasi, è nella poesia della Dickinson e nei sogni di Chiara che sta la lettura più profonda del film: «una possibilità di stare nel buio eppure guardare altrove».
Per Paolo Cassetta, il regista ha invece dipinto un «gruppo di famiglia in un interno» mancando di confrontarsi con «l'elemento tragico (e non più romantico) che l'esperienza rivoluzionaria mostra quando è vissuta in modo non episodico». La discussione è aperta ai lettori.
VILLA DE SANCTIS
"Passeggiate romane" apertura con "Paisà"
Quasi a celebrare i dieci anni di attività, inaugurati con una memorabile proiezione di «Roma città aperta» in via Montecuccoli al Pigneto, «Passeggiate romane» inaugura questa sera il programma dell´attività 2004 ancora con Rossellini e con le storie capitoline legate al drammatico periodo della II guerra mondiale. Alle 21 a villa de Sanctis, in via Casilina 675, quartiere Torpignattara, saranno infatti proiettati con ingresso libero «Paisà» di Roberto Rossellini e, a seguire, «Roma città libera» di Marcello Pagliero. Il primo, come noto, è un film in sei episodi che racconta l´avanzata degli alleati attraverso l´Italia. Il film di Pagliero invece è un generoso tentativo di contaminazione fra impegno civile e commedia, tutto ambientato in una Roma notturna e stravolta, appena liberata.
Anche quest´anno «Passeggiate romane» organizzata con il Comune, proporrà una serie di film nei luoghi dove sono stati girati, per un simbolico raffronto fra realtà e fiction. Dal 15 giugno con tappa a Valle Giulia sono previsti fino altri cinque appuntamenti che prevedono anche la partecipazione di numerosi registi: Bertolucci, Bellocchio, Maselli, Vancini, oltre a due omaggi dedicati a Gian Maria Volontè e Enrico Maria Salerno.
Le Monde Diplomatique maggio 04
una nuova rivista di cinema ha aperto con Marco Bellocchio
EIDOS, Numero zero, (www.eidoscinema.it), aprile 2004, 35 euro l'anno in abbonamento
Far lavorare l'immagine come attivatrice di coscienza e non come «assassina» di anima e pensiero. Con questo intento nasce Eidos, una nuova rivista di cinema, psyche e arti visive dall'intento divulgativo.
Per chi lo richiede, il numero zero è gratis. Nel sommario, interviste e percorsi «nei film» d'impegno come Buongiorno Notte di Marco Bellocchio, ispirato al sequestro Moro. Per Lella Ravasi, è nella poesia della Dickinson e nei sogni di Chiara che sta la lettura più profonda del film: «una possibilità di stare nel buio eppure guardare altrove».
Per Paolo Cassetta, il regista ha invece dipinto un «gruppo di famiglia in un interno» mancando di confrontarsi con «l'elemento tragico (e non più romantico) che l'esperienza rivoluzionaria mostra quando è vissuta in modo non episodico». La discussione è aperta ai lettori.
Cina:
la prospettiva di una futura competizione con gli Usa
Repubblica 6.6.04
Bilderberg group
I grandi guardano all'economia cinese "Tra venti anni competerà con gli Usa"
STRESA - La Cina sta cambiando il mondo profondamente e in un paio di decenni sarà in grado di competere con gli Stati Uniti sia in economia sia in politica. Il messaggio forte trapela dalle segrete stanze del Bilderberg Group, un'associazione fondata nel 1954 da Bernardo d´Olanda e che quest'anno per il suo cinquantenario si è riunita a Stresa, nelle sale dell'esclusivo Grand Hotel des Iles Borromée con Henry Kissinger, David Rockfeller e la regina d'Olanda tra i principali animatori. Per il momento non si prevedono choc dalla tumultuosa crescita dell'economia cinese e tra i potenti dell'Occidente prevale l'approccio morbido al fenomeno. Lo stesso Kissinger, nel suo intervento davanti a 126 potenti del mondo, ha mostrato segni di grande apertura e interesse verso la Cina ma nessuno si nasconde che nei prossimi vent'anni verranno rimessi in discussione gli equilibri a livello planetario. Ma diversi partecipanti all'incontro, tra cui anche gli italiani Mario Monti, Marco Tronchetti Provera, John Elkann e Rodolfo De Benedetti, tutti blindati dalle estreme misure di sicurezza approntate sul Lago Maggiore, hanno notato un netto distacco di vedute tra gli europei e gli esponenti americani più vicini all'amministrazione Bush (...)
Bilderberg group
I grandi guardano all'economia cinese "Tra venti anni competerà con gli Usa"
STRESA - La Cina sta cambiando il mondo profondamente e in un paio di decenni sarà in grado di competere con gli Stati Uniti sia in economia sia in politica. Il messaggio forte trapela dalle segrete stanze del Bilderberg Group, un'associazione fondata nel 1954 da Bernardo d´Olanda e che quest'anno per il suo cinquantenario si è riunita a Stresa, nelle sale dell'esclusivo Grand Hotel des Iles Borromée con Henry Kissinger, David Rockfeller e la regina d'Olanda tra i principali animatori. Per il momento non si prevedono choc dalla tumultuosa crescita dell'economia cinese e tra i potenti dell'Occidente prevale l'approccio morbido al fenomeno. Lo stesso Kissinger, nel suo intervento davanti a 126 potenti del mondo, ha mostrato segni di grande apertura e interesse verso la Cina ma nessuno si nasconde che nei prossimi vent'anni verranno rimessi in discussione gli equilibri a livello planetario. Ma diversi partecipanti all'incontro, tra cui anche gli italiani Mario Monti, Marco Tronchetti Provera, John Elkann e Rodolfo De Benedetti, tutti blindati dalle estreme misure di sicurezza approntate sul Lago Maggiore, hanno notato un netto distacco di vedute tra gli europei e gli esponenti americani più vicini all'amministrazione Bush (...)
New York Times, Prozac agli adolescenti:
il governo USA in sostegno dei bilanci della Eli Lilly
il governo USA in sostegno dei bilanci della Eli Lilly
ricevuto da Andrea Ventura
dopo numerosi casi di suicidii di giovani e giovanissimi che subivano la terapia e dopo l'allarme lanciato in proposito persino dalla Food and Drug Administration, una ricerca, finanziata dal governo degli Stati Uniti con 17 milioni di dollari, sostiene che il Prozac è molto più efficace dei trattamenti psicologici per battere la depressione nei bambini e negli adolescenti.
il 3 giugno scorso a questa stessa ricerca aveva fatto riferimento un articolo del Corriere della Sera che era stato riportato anche su questo blog: lo inseriamo di nuovo qui di seguito
New York Times Published: June 2, 2004
Antidepressant Seen as Effective in Treatment of Adolescents
A government-financed study has found that Prozac helps
teenagers overcome depression far better than talk therapy.
By GARDINER HARRIS
PHOENIX, June 1 — In the midst of a worldwide debate on whether depressed children should be treated with antidepressant drugs like Prozac, a landmark government-financed study has found that Prozac helps teenagers overcome depression far better than talk therapy. But a combination of the two treatments, the study found, produced the best result.
The study, sponsored by the National Institute of Mental Health, was the first to compare psychotherapy and drug treatment for depressed adolescents. Statistically, the researchers found, talk therapy — in which a patient discusses problems with a therapist — was by itself no more effective in reducing the depression than treatment with placebos. But when combined with drug treatment, psychotherapy appeared to provide added benefit and to reduce the risk of suicide.
The findings are likely to reassure psychiatrists, pediatricians and others who increasingly prescribe antidepressants to teenagers and children. Millions of young people take the drugs.
Experts said that the study was notable for its size and for the fact that it was carried out without financing by drug manufacturers. Data on the effects of antidepressants in adolescents is in short supply. Most studies of the question have been small trials sponsored by pharmaceutical companies and have failed to show that the drugs are effective for depressed teenagers.
"This study should put to rest doubts about whether these drugs work in teenagers with severe depression," said Dr. Graham Emslie, a professor of psychiatry at the University of Texas Southwestern Medical Center and an author of the study, which was presented here on Tuesday at a meeting of psychiatric drug researchers.
Still, the findings are unlikely to resolve the controversy over whether Prozac and similar drugs lead a small number of teenagers and children to become suicidal.
Such concerns led the Food and Drug Administration to warn earlier this year that patients taking the drugs should be watched closely for signs of suicide or other harmful behavior in the first weeks of therapy. The agency is reanalyzing suicidal events that occurred during drug-company trials of antidepressants in children and teenagers. British drug regulators have banned the use of all but Prozac in those younger than 18.
The government study, called the Treatment for Adolescents with Depression Study, involved 439 youths ages 12 to 17 who were suffering from moderate to severe depression.
The adolescents were randomly assigned to be treated for a period of 36 weeks with either Prozac, the antidepressant drug made by Eli Lilly & Company; a form of talk therapy known as cognitive behavioral therapy; placebo pills; or a combination of Prozac and talk therapy.
The researchers collected data on the subjects for a year, but have only analyzed information from the first 12 weeks so far. Of the youths recruited for the study, 378 completed the first 12 weeks of treatment. Their mean age was 15. Depression levels were measured using several common psychological scales.
Using one measurement scale, the researchers found that after 12 weeks, 71 percent of the subjects who received Prozac and talk therapy responded well to treatment, compared with 61 percent of those who received Prozac alone, 43 percent of who received talk therapy alone and 35 percent of those who received a placebo treatment. By another measure, talk therapy alone fared no better than treatment with placebos.
The researchers also found that patients became significantly less suicidal, no matter which treatment they were given. No patient committed suicide during the trial. But the risk of a suicide attempt among the patients given Prozac was twice that of those who did not, the study found. There were five suicide attempts among those given Prozac and just one among other participants.
Dr. John March, a professor of psychiatry at Duke University and the study's lead investigator, said that the findings showed Prozac's benefits for depressed teenagers and children far outweighed its risks. "The take-home message is that these adverse events are extremely rare,'' he said.
Dr. March acknowledged, however, that the controversy about suicide and antidepressant therapy was far from resolved. "We're all holding our breath to see what the F.D.A. is going to do,'' he said.
Psychologists, who are often the providers of talk therapy and who cannot prescribe drugs, are likely to be disappointed in the finding that cognitive behavioral therapy was found to be little better than a sugar pill. A recent major trial comparing drugs with talk therapy in children with attention-deficit disorder also showed that the drugs worked better.
But the findings of another study presented on Tuesday suggest that for some conditions, talk therapy may be more effective than antidepressants. That study compared cognitive behavioral therapy with Zoloft, an antidepressant similar to Prozac that is made by Pfizer, in teenagers who suffered from obsessive compulsive disorder. Those who received the talk therapy, the study found, improved more than those who were treated with the drug.
Dr. Thomas Insel, director of the National Institute of Mental Health, said he was pleased the results of the depression study were so clear. The institute spent $17 million over six years financing the trial. "The most striking thing about the study is that, in all groups, there was a dramatic decrease in the amount of suicidal thinking,'' he said, suggesting that all the therapies were protective.
Dr. David Brent, a professor of psychiatry at the University of Pittsburgh not involved with the study, suggested that another form of talk therapy called interpersonal therapy might have fared better than cognitive behavioral therapy.
In interpersonal therapy, clinicians focus on a patient's relationships with peers and family members and the way they see themselves. In cognitive behavioral therapy, clinicians teach patients to try to think more positively and do things that make them happy.
Dr. Brent said it was good news that drugs produced better results than talk therapy "because it's hard to get people into cognitive therapy anymore. They just don't want to take the time.''
The researchers said they plan to publish the preliminary results of the study this summer, with further analyses later.
Dr. Insel said that the most useful information from the study is yet to come. "We need to know which treatments work best for what kinds of kids and who may be the most vulnerable to the side effects,'' he said. Those sorts of answers would come from more data analysis, he said.
"We're going to get a lot out of this study that the public really needs to know right now,'' Dr. Insel said.
Corriere della Sera 3.6.04
Dubbi e polemiche sui risultati della ricerca: effetti positivi in sette casi su 10
La Sanità Usa: il Prozac può aiutare i giovani
Lo psicoterapeuta Scaparro: si può usare solo in casi estremi e con grande cautela
MILANO - «Bye bye blues», addio tristezza, pillola della felicità, i soprannomi per la fluoxetina (nome commerciale Prozac) l’antidepressivo di moda in America, si sprecano. A più di dieci anni dalla sua comparsa sul mercato, le prescrizioni della pillola negli Stati Uniti, alle stelle per gli adulti, riguardano anche diversi milioni di adolescenti. Nonostante le segnalazioni di effetti pericolosi indotti dal farmaco, primo fra tutti il rischio di suicidio, soprattutto nella fascia d’età giovanile. Segnalazioni riesaminate dagli esperti della Food and Drug Administration, l’ente di controllo statunitense, che nel febbraio scorso ha invitato i medici ad un uso estremamente accorto del preparato nei teenager.
Ora uno studio che ha coinvolto 439 ragazzi, dai dodici ai diciassette anni, che soffrivano di depressione, moderata o grave, sembra dimostrare che in tre mesi il Prozac, associato alla psicoterapia, riesca ad avere la meglio sull’umor nero nel 71% dei casi. Risultato che non si ottiene con il farmaco da solo, né con la psicoterapia da sola. L’importanza della ricerca, cui ha dato ampio risalto ieri il New York Times , scaturisce dal fatto che è stata finanziata dal National Institute of Mental Health (con fondi pubblici, pertanto), e non dalla casa produttrice del Prozac, la Lilly.
Il possibile via libera alla pillola della felicità ha suscitato dubbi e polemiche. Anche perché una revisione pubblicata in aprile sulla rivista British Medical Journal su fluoxetina e farmaci simili nei bambini e adolescenti depressi ha messo in risalto come l’efficacia e la sicurezza di tali preparati sia lungi dall’essere dimostrata. Ma anche che uno degli studi presi in considerazione, pubblicato nel ’97, pur vantando fondi governativi, aveva avuto la sponsorizzazione della Lilly.
«In Italia, a differenza degli Stati Uniti, c’è molta cautela quando il paziente è adolescente - commenta Fulvio Scaparro, psicoterapeuta a Milano -; farmaci come la fluoxetina vengono presi in considerazione in casi estremi, quando sono falliti tutti gli altri tentativi di cura. La strada farmacologica per eliminare la sofferenza che spesso accompagna un’età così complessa difficilmente si rivela adeguata».
dopo numerosi casi di suicidii di giovani e giovanissimi che subivano la terapia e dopo l'allarme lanciato in proposito persino dalla Food and Drug Administration, una ricerca, finanziata dal governo degli Stati Uniti con 17 milioni di dollari, sostiene che il Prozac è molto più efficace dei trattamenti psicologici per battere la depressione nei bambini e negli adolescenti.
il 3 giugno scorso a questa stessa ricerca aveva fatto riferimento un articolo del Corriere della Sera che era stato riportato anche su questo blog: lo inseriamo di nuovo qui di seguito
New York Times Published: June 2, 2004
Antidepressant Seen as Effective in Treatment of Adolescents
A government-financed study has found that Prozac helps
teenagers overcome depression far better than talk therapy.
By GARDINER HARRIS
PHOENIX, June 1 — In the midst of a worldwide debate on whether depressed children should be treated with antidepressant drugs like Prozac, a landmark government-financed study has found that Prozac helps teenagers overcome depression far better than talk therapy. But a combination of the two treatments, the study found, produced the best result.
The study, sponsored by the National Institute of Mental Health, was the first to compare psychotherapy and drug treatment for depressed adolescents. Statistically, the researchers found, talk therapy — in which a patient discusses problems with a therapist — was by itself no more effective in reducing the depression than treatment with placebos. But when combined with drug treatment, psychotherapy appeared to provide added benefit and to reduce the risk of suicide.
The findings are likely to reassure psychiatrists, pediatricians and others who increasingly prescribe antidepressants to teenagers and children. Millions of young people take the drugs.
Experts said that the study was notable for its size and for the fact that it was carried out without financing by drug manufacturers. Data on the effects of antidepressants in adolescents is in short supply. Most studies of the question have been small trials sponsored by pharmaceutical companies and have failed to show that the drugs are effective for depressed teenagers.
"This study should put to rest doubts about whether these drugs work in teenagers with severe depression," said Dr. Graham Emslie, a professor of psychiatry at the University of Texas Southwestern Medical Center and an author of the study, which was presented here on Tuesday at a meeting of psychiatric drug researchers.
Still, the findings are unlikely to resolve the controversy over whether Prozac and similar drugs lead a small number of teenagers and children to become suicidal.
Such concerns led the Food and Drug Administration to warn earlier this year that patients taking the drugs should be watched closely for signs of suicide or other harmful behavior in the first weeks of therapy. The agency is reanalyzing suicidal events that occurred during drug-company trials of antidepressants in children and teenagers. British drug regulators have banned the use of all but Prozac in those younger than 18.
The government study, called the Treatment for Adolescents with Depression Study, involved 439 youths ages 12 to 17 who were suffering from moderate to severe depression.
The adolescents were randomly assigned to be treated for a period of 36 weeks with either Prozac, the antidepressant drug made by Eli Lilly & Company; a form of talk therapy known as cognitive behavioral therapy; placebo pills; or a combination of Prozac and talk therapy.
The researchers collected data on the subjects for a year, but have only analyzed information from the first 12 weeks so far. Of the youths recruited for the study, 378 completed the first 12 weeks of treatment. Their mean age was 15. Depression levels were measured using several common psychological scales.
Using one measurement scale, the researchers found that after 12 weeks, 71 percent of the subjects who received Prozac and talk therapy responded well to treatment, compared with 61 percent of those who received Prozac alone, 43 percent of who received talk therapy alone and 35 percent of those who received a placebo treatment. By another measure, talk therapy alone fared no better than treatment with placebos.
The researchers also found that patients became significantly less suicidal, no matter which treatment they were given. No patient committed suicide during the trial. But the risk of a suicide attempt among the patients given Prozac was twice that of those who did not, the study found. There were five suicide attempts among those given Prozac and just one among other participants.
Dr. John March, a professor of psychiatry at Duke University and the study's lead investigator, said that the findings showed Prozac's benefits for depressed teenagers and children far outweighed its risks. "The take-home message is that these adverse events are extremely rare,'' he said.
Dr. March acknowledged, however, that the controversy about suicide and antidepressant therapy was far from resolved. "We're all holding our breath to see what the F.D.A. is going to do,'' he said.
Psychologists, who are often the providers of talk therapy and who cannot prescribe drugs, are likely to be disappointed in the finding that cognitive behavioral therapy was found to be little better than a sugar pill. A recent major trial comparing drugs with talk therapy in children with attention-deficit disorder also showed that the drugs worked better.
But the findings of another study presented on Tuesday suggest that for some conditions, talk therapy may be more effective than antidepressants. That study compared cognitive behavioral therapy with Zoloft, an antidepressant similar to Prozac that is made by Pfizer, in teenagers who suffered from obsessive compulsive disorder. Those who received the talk therapy, the study found, improved more than those who were treated with the drug.
Dr. Thomas Insel, director of the National Institute of Mental Health, said he was pleased the results of the depression study were so clear. The institute spent $17 million over six years financing the trial. "The most striking thing about the study is that, in all groups, there was a dramatic decrease in the amount of suicidal thinking,'' he said, suggesting that all the therapies were protective.
Dr. David Brent, a professor of psychiatry at the University of Pittsburgh not involved with the study, suggested that another form of talk therapy called interpersonal therapy might have fared better than cognitive behavioral therapy.
In interpersonal therapy, clinicians focus on a patient's relationships with peers and family members and the way they see themselves. In cognitive behavioral therapy, clinicians teach patients to try to think more positively and do things that make them happy.
Dr. Brent said it was good news that drugs produced better results than talk therapy "because it's hard to get people into cognitive therapy anymore. They just don't want to take the time.''
The researchers said they plan to publish the preliminary results of the study this summer, with further analyses later.
Dr. Insel said that the most useful information from the study is yet to come. "We need to know which treatments work best for what kinds of kids and who may be the most vulnerable to the side effects,'' he said. Those sorts of answers would come from more data analysis, he said.
"We're going to get a lot out of this study that the public really needs to know right now,'' Dr. Insel said.
Corriere della Sera 3.6.04
Dubbi e polemiche sui risultati della ricerca: effetti positivi in sette casi su 10
La Sanità Usa: il Prozac può aiutare i giovani
Lo psicoterapeuta Scaparro: si può usare solo in casi estremi e con grande cautela
MILANO - «Bye bye blues», addio tristezza, pillola della felicità, i soprannomi per la fluoxetina (nome commerciale Prozac) l’antidepressivo di moda in America, si sprecano. A più di dieci anni dalla sua comparsa sul mercato, le prescrizioni della pillola negli Stati Uniti, alle stelle per gli adulti, riguardano anche diversi milioni di adolescenti. Nonostante le segnalazioni di effetti pericolosi indotti dal farmaco, primo fra tutti il rischio di suicidio, soprattutto nella fascia d’età giovanile. Segnalazioni riesaminate dagli esperti della Food and Drug Administration, l’ente di controllo statunitense, che nel febbraio scorso ha invitato i medici ad un uso estremamente accorto del preparato nei teenager.
Ora uno studio che ha coinvolto 439 ragazzi, dai dodici ai diciassette anni, che soffrivano di depressione, moderata o grave, sembra dimostrare che in tre mesi il Prozac, associato alla psicoterapia, riesca ad avere la meglio sull’umor nero nel 71% dei casi. Risultato che non si ottiene con il farmaco da solo, né con la psicoterapia da sola. L’importanza della ricerca, cui ha dato ampio risalto ieri il New York Times , scaturisce dal fatto che è stata finanziata dal National Institute of Mental Health (con fondi pubblici, pertanto), e non dalla casa produttrice del Prozac, la Lilly.
Il possibile via libera alla pillola della felicità ha suscitato dubbi e polemiche. Anche perché una revisione pubblicata in aprile sulla rivista British Medical Journal su fluoxetina e farmaci simili nei bambini e adolescenti depressi ha messo in risalto come l’efficacia e la sicurezza di tali preparati sia lungi dall’essere dimostrata. Ma anche che uno degli studi presi in considerazione, pubblicato nel ’97, pur vantando fondi governativi, aveva avuto la sponsorizzazione della Lilly.
«In Italia, a differenza degli Stati Uniti, c’è molta cautela quando il paziente è adolescente - commenta Fulvio Scaparro, psicoterapeuta a Milano -; farmaci come la fluoxetina vengono presi in considerazione in casi estremi, quando sono falliti tutti gli altri tentativi di cura. La strada farmacologica per eliminare la sofferenza che spesso accompagna un’età così complessa difficilmente si rivela adeguata».
storia della medicina
«dalla superstizione alla scienza»
La Stampa 6 Giugno 2004
UNA STORIA DELLA MEDICINA ATTRAVERSO I SUOI PROTAGONISTI
I nuovi stregoni e il mito antico dell’immortalità
Dalla superstizione alla scienza seguendo l’evoluzione del pensiero
Una cavalcata millenaria che, dall’antica Cina, arriva alle grandi
scoperte dei vaccini, degli antibiotici, del Dna, della terapia genica
di Marina Verna
NO, in principio non c’era Ippocrate. In principio - e quel «principio» è il 2852 a.C. - c’erano i medici cinesi. E quelli indiani. Millecinquecento anni dopo arrivò Asclepio - il primo guaritore significativo per noi occidentali - e dopo altri mille i pitagorici: siamo nel 500 a.C. e la loro teoria degli umori - flemmatici contro sanguigni - resisterà inalterata per oltre due millenni. Quanti sono i nomi imprescindibili dell’ars curandi? Cinquantatré, dice Luciano Sterpellone, che a loro dedica il molto interessante saggio I grandi della medicina (Donzelli editore, 262 pagine, 14 euro).
E’ possibile un’ulteriore classifica tra questi eletti? Un nome che spicchi per intuizione e influenza? Un inconfutabile «padre della medicina»? Sì, c’è. E’ Ippocrate. A lui Sterpellone - medico lui stesso - dedica uno dei capitoli più ampi del libro e riserva appunto il titolo d’onore. Ippocrate è greco, contemporaneo di Sofocle, poco più anziano di Platone. Viene dall’isola di Kos, nelle Sporadi, ma vive nell’Atene di Pericle, di Fidia e dei grandi tragici. In questa società illuminata opera quel passo che cambierà per sempre il corso della medicina: abbandona la medicina sacra e sacerdotale - di cui resterà un ricordo nel camice bianco che ancora oggi è la divisa del dottore - e fonda la medicina razionale. Il metodo elaborato allora - e siamo negli Anni 400 a.C. - è quello che ancora oggi è alla base del processo curativo: analisi dei sintomi, sintesi delle conoscenze, deduzione del trattamento. Quanto al famoso giuramento, esso è un vero e proprio codice di comportamento, che non ha mai perso nel tempo il suo significato e ancora oggi è il riferimento dell’etica medica.
L’altro grande dell’antichità - inventore di pratiche che domineranno i successivi 1500 anni - è il greco romanizzato Galeno. Cominciò seducendo Roma con pubbliche dimostrazioni di vivisezione animale - «Guardino, signori, questo maiale! Se recido il nervo laringeo, non è più in grado di strillare» - e finì ascoltatissimo consigliere dell’imperatore Marco Aurelio. Come Ippocrate, credeva nelle virtù risanatrici della Natura. Lui però intuì anche il principio dei contrari: curare le malattie da raffreddamento con il caldo e le infiammazioni con il freddo. Con lui finì il periodo aureo del classicismo: per quindici secoli non successe più nulla di nuovo. Fu un medico straordinario, ma non un innovatore, l’arabo Avicenna, la cui scienza si basava sulla dottrina umorale di Ippocrate. Fu più un erudito che uno sperimentale Maimonide, che però ebbe la folgorazione dei rapporti tra psiche e soma. Con Paracelso siamo fuori dal Medio Evo: la sua teoria dell’«uomo integrale» è già Rinascimento, il suo saggio De vita longa anticipa quella longevità di cui noi siamo prova vivente. Peccato sia riuscito a fare ben poco per se stesso: morì a soli 48 anni.
La modernità incomincia con Willam Harvey, il cui nome è legato alla scoperta della circolazione del sangue. Lo stesso anno della dimostrazione ufficiale - 1628 - nasce Marcello Malpighi, scopritore dei capillari sanguigni. Un balzo di due secoli - arriviamo all’Ottocento - e troviamo il vaccino contro il vaiolo, della cui scoperta porta l’onore Edward Jenner. Che però s’era arrampicato sulle spalle degli antichi medici cinesi: erano stati loro a sperimentare le prime immunizzazioni, insufflando nelle narici dei bambini croste vaiolose essiccate e ridotte in polvere.
A questo punto la medicina inizia quella corsa che prosegue ancora oggi con accelerazioni continue: gran parte delle scoperte significative sono state fatte negli ultimi centocinquant’anni. Il 90 per cento di tutti gli scienziati protagonisti dai tempi di Ippocrate è vissuto o nato nel secolo scorso. E da più di cent’anni l’assegnazione del Premio Nobel è il sigillo - con parecchie, forse troppe eccezioni - al merito. La galleria dei non premiati è comunque interessante: non lo ricevette Sabin, «benefattore dell’umanità», come lo proclamò il presidente Roosevelt, per il vaccino antipoliomielite (che non volle mai brevettare). Non lo ricevette Pincus, l’inventore della pillola anticoncezionale. Non lo ricevette Christian Barnard, il carismatico chirurgo sudafricano che, con i trapianti di cuore, aprì una strada insospettata. E neppure i due medici che per primi isolarono il virus dell’Aids - Gallo e Montagnier - travolti dalle polemiche sulla paternità della scoperta.
Diversamente andò a Koch che, isolando il bacillo della tubercolosi, fondò la batteriologia - insignito del Premio nel 1905. Nobel anche a Kendall per la scoperta del cortisone, ma non a Fleming per la penicillina. A Domagk per la scoperta dei sulfamidici, ma non a Freud per la psicoanalisi. A Crick e Watson per la doppia elica del Dna, ma non a Edwards per i baby in provetta. La storia fa però giustizia delle ingiustizie contingenti. E sul lungo periodo, dimostra Sterpellone, è possibile isolare i grandi che hanno cambiato la qualità della vita.
UNA STORIA DELLA MEDICINA ATTRAVERSO I SUOI PROTAGONISTI
I nuovi stregoni e il mito antico dell’immortalità
Dalla superstizione alla scienza seguendo l’evoluzione del pensiero
Una cavalcata millenaria che, dall’antica Cina, arriva alle grandi
scoperte dei vaccini, degli antibiotici, del Dna, della terapia genica
di Marina Verna
NO, in principio non c’era Ippocrate. In principio - e quel «principio» è il 2852 a.C. - c’erano i medici cinesi. E quelli indiani. Millecinquecento anni dopo arrivò Asclepio - il primo guaritore significativo per noi occidentali - e dopo altri mille i pitagorici: siamo nel 500 a.C. e la loro teoria degli umori - flemmatici contro sanguigni - resisterà inalterata per oltre due millenni. Quanti sono i nomi imprescindibili dell’ars curandi? Cinquantatré, dice Luciano Sterpellone, che a loro dedica il molto interessante saggio I grandi della medicina (Donzelli editore, 262 pagine, 14 euro).
E’ possibile un’ulteriore classifica tra questi eletti? Un nome che spicchi per intuizione e influenza? Un inconfutabile «padre della medicina»? Sì, c’è. E’ Ippocrate. A lui Sterpellone - medico lui stesso - dedica uno dei capitoli più ampi del libro e riserva appunto il titolo d’onore. Ippocrate è greco, contemporaneo di Sofocle, poco più anziano di Platone. Viene dall’isola di Kos, nelle Sporadi, ma vive nell’Atene di Pericle, di Fidia e dei grandi tragici. In questa società illuminata opera quel passo che cambierà per sempre il corso della medicina: abbandona la medicina sacra e sacerdotale - di cui resterà un ricordo nel camice bianco che ancora oggi è la divisa del dottore - e fonda la medicina razionale. Il metodo elaborato allora - e siamo negli Anni 400 a.C. - è quello che ancora oggi è alla base del processo curativo: analisi dei sintomi, sintesi delle conoscenze, deduzione del trattamento. Quanto al famoso giuramento, esso è un vero e proprio codice di comportamento, che non ha mai perso nel tempo il suo significato e ancora oggi è il riferimento dell’etica medica.
L’altro grande dell’antichità - inventore di pratiche che domineranno i successivi 1500 anni - è il greco romanizzato Galeno. Cominciò seducendo Roma con pubbliche dimostrazioni di vivisezione animale - «Guardino, signori, questo maiale! Se recido il nervo laringeo, non è più in grado di strillare» - e finì ascoltatissimo consigliere dell’imperatore Marco Aurelio. Come Ippocrate, credeva nelle virtù risanatrici della Natura. Lui però intuì anche il principio dei contrari: curare le malattie da raffreddamento con il caldo e le infiammazioni con il freddo. Con lui finì il periodo aureo del classicismo: per quindici secoli non successe più nulla di nuovo. Fu un medico straordinario, ma non un innovatore, l’arabo Avicenna, la cui scienza si basava sulla dottrina umorale di Ippocrate. Fu più un erudito che uno sperimentale Maimonide, che però ebbe la folgorazione dei rapporti tra psiche e soma. Con Paracelso siamo fuori dal Medio Evo: la sua teoria dell’«uomo integrale» è già Rinascimento, il suo saggio De vita longa anticipa quella longevità di cui noi siamo prova vivente. Peccato sia riuscito a fare ben poco per se stesso: morì a soli 48 anni.
La modernità incomincia con Willam Harvey, il cui nome è legato alla scoperta della circolazione del sangue. Lo stesso anno della dimostrazione ufficiale - 1628 - nasce Marcello Malpighi, scopritore dei capillari sanguigni. Un balzo di due secoli - arriviamo all’Ottocento - e troviamo il vaccino contro il vaiolo, della cui scoperta porta l’onore Edward Jenner. Che però s’era arrampicato sulle spalle degli antichi medici cinesi: erano stati loro a sperimentare le prime immunizzazioni, insufflando nelle narici dei bambini croste vaiolose essiccate e ridotte in polvere.
A questo punto la medicina inizia quella corsa che prosegue ancora oggi con accelerazioni continue: gran parte delle scoperte significative sono state fatte negli ultimi centocinquant’anni. Il 90 per cento di tutti gli scienziati protagonisti dai tempi di Ippocrate è vissuto o nato nel secolo scorso. E da più di cent’anni l’assegnazione del Premio Nobel è il sigillo - con parecchie, forse troppe eccezioni - al merito. La galleria dei non premiati è comunque interessante: non lo ricevette Sabin, «benefattore dell’umanità», come lo proclamò il presidente Roosevelt, per il vaccino antipoliomielite (che non volle mai brevettare). Non lo ricevette Pincus, l’inventore della pillola anticoncezionale. Non lo ricevette Christian Barnard, il carismatico chirurgo sudafricano che, con i trapianti di cuore, aprì una strada insospettata. E neppure i due medici che per primi isolarono il virus dell’Aids - Gallo e Montagnier - travolti dalle polemiche sulla paternità della scoperta.
Diversamente andò a Koch che, isolando il bacillo della tubercolosi, fondò la batteriologia - insignito del Premio nel 1905. Nobel anche a Kendall per la scoperta del cortisone, ma non a Fleming per la penicillina. A Domagk per la scoperta dei sulfamidici, ma non a Freud per la psicoanalisi. A Crick e Watson per la doppia elica del Dna, ma non a Edwards per i baby in provetta. La storia fa però giustizia delle ingiustizie contingenti. E sul lungo periodo, dimostra Sterpellone, è possibile isolare i grandi che hanno cambiato la qualità della vita.
sabato 5 giugno 2004
dalla LIBRERIA AMORE E PSICHE:
per chi non ha ancora visto l'AFFRESCO
per chi non ha ancora visto l'AFFRESCO
l’affresco di Massimo Fagioli presso il Servizio Giardini del Comune di Roma
(Piazza di Porta Metronia 2)
che potranno chiamare in libreria per informazioni
Un saluto
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
TSO in Francia
ricevuto da Piergiuseppe Cancellieri
Yahoo! Notizie Venerdì 4 Giugno 2004, 18:06
SANITA': FRANCIA, FORTE CRESCITA RICOVERI PSICHIATRICI COATTI
(ANSA) - ROMA, 4 GIU - Il numero di persone ricoverate nei reparti psichiatrici degli ospedali francesi a causa di trattamenti sanitari obbligatori e' cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni, aumentando dell'86%, nonostante non ci siano indicazioni che la società francese abbia piu' malati di mente del passato.
L' allarme viene lanciato oggi dal quotidiano francese Le Figaro commentando i dati forniti il 24 maggio scorso dalla Direzione generale della Sanita', che ha consegnato una sintesi nazionale delle statistiche raccolte dalla Commissione per i Ricoveri Psichiatrici (Cdhp).
Il 12 maggio scorso la commissione degli affari sociali aveva respinto la richiesta di istituire una commissione d'inchiesta per far luce sull'inspiegabile aumento dei ricoveri forzati, ma aveva suggerito di organizzare un gruppo di lavoro: in questi ultimi 3 anni infatti i trattamenti sanitari obbligatori sono passati da 72 a 519.
Le cifre si riferiscono al 2000 e al 2001, ma prendono in considerazione l'incremento dei ricoveri psichiatrici negli ultimi 10 anni senza fornire alcun dato in merito: i motivi dell' aumento dei ricoveri forzati - sottolinea il quotidiano francese - sono stati spiegati in modi molto diversi e la confusione ha contribuito a creare una situazione allarmante, anche perche' nelle cifre presentate dalla Direzione generale della Sanita' non ci sono ne' riferimenti a nomi ne' a eta' ne alla tipologia dei problemi psichiatrici trattati.
"Per far fronte all'aumento dei trattamenti obbligatori - ha spiegato un infermiere capo - siamo spesso costretti a far uscire dall' ospedale pazienti non ancora del tutto guariti" e nella citta' di Vienne, per esempio, i ricoveri forzati hanno raggiunto la cifra di 271 casi per 100 mila abitanti.
Nelle 14 regioni francesi i ricoveri forzati rappresentano dal 20 al 30% del totale degli ingressi in ospedale. I ricoveri forzati per la maggior parte riguardano sempre le stesse persone: "Non e' raro che lo stesso schizofrenico venga internato anche 4 volte all' anno", ha aggiunto Jean Canneva, presidente dell'Unione Nazionale degli amici dei malati psichiatrici.
"Il solo modo per essere ricoverati in ospedale - spiega il dottor Pierre Riviere, riferendosi alla penuria di posti - e' un trattamento obbligatorio che costringe il servizio pubblico a liberare un posto letto".
"Negli ultimi anni - conclude il dottor Philippe de Labriolle - c'e' una forte tendenza a ricoverare in ospedale persone i cui casi venivano in passato sbrogliati dalla polizia'', creando una sorta di "psichiatrizzazione della vita quotidiana". (ANSA).
Yahoo! Notizie Venerdì 4 Giugno 2004, 18:06
SANITA': FRANCIA, FORTE CRESCITA RICOVERI PSICHIATRICI COATTI
(ANSA) - ROMA, 4 GIU - Il numero di persone ricoverate nei reparti psichiatrici degli ospedali francesi a causa di trattamenti sanitari obbligatori e' cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni, aumentando dell'86%, nonostante non ci siano indicazioni che la società francese abbia piu' malati di mente del passato.
L' allarme viene lanciato oggi dal quotidiano francese Le Figaro commentando i dati forniti il 24 maggio scorso dalla Direzione generale della Sanita', che ha consegnato una sintesi nazionale delle statistiche raccolte dalla Commissione per i Ricoveri Psichiatrici (Cdhp).
Il 12 maggio scorso la commissione degli affari sociali aveva respinto la richiesta di istituire una commissione d'inchiesta per far luce sull'inspiegabile aumento dei ricoveri forzati, ma aveva suggerito di organizzare un gruppo di lavoro: in questi ultimi 3 anni infatti i trattamenti sanitari obbligatori sono passati da 72 a 519.
Le cifre si riferiscono al 2000 e al 2001, ma prendono in considerazione l'incremento dei ricoveri psichiatrici negli ultimi 10 anni senza fornire alcun dato in merito: i motivi dell' aumento dei ricoveri forzati - sottolinea il quotidiano francese - sono stati spiegati in modi molto diversi e la confusione ha contribuito a creare una situazione allarmante, anche perche' nelle cifre presentate dalla Direzione generale della Sanita' non ci sono ne' riferimenti a nomi ne' a eta' ne alla tipologia dei problemi psichiatrici trattati.
"Per far fronte all'aumento dei trattamenti obbligatori - ha spiegato un infermiere capo - siamo spesso costretti a far uscire dall' ospedale pazienti non ancora del tutto guariti" e nella citta' di Vienne, per esempio, i ricoveri forzati hanno raggiunto la cifra di 271 casi per 100 mila abitanti.
Nelle 14 regioni francesi i ricoveri forzati rappresentano dal 20 al 30% del totale degli ingressi in ospedale. I ricoveri forzati per la maggior parte riguardano sempre le stesse persone: "Non e' raro che lo stesso schizofrenico venga internato anche 4 volte all' anno", ha aggiunto Jean Canneva, presidente dell'Unione Nazionale degli amici dei malati psichiatrici.
"Il solo modo per essere ricoverati in ospedale - spiega il dottor Pierre Riviere, riferendosi alla penuria di posti - e' un trattamento obbligatorio che costringe il servizio pubblico a liberare un posto letto".
"Negli ultimi anni - conclude il dottor Philippe de Labriolle - c'e' una forte tendenza a ricoverare in ospedale persone i cui casi venivano in passato sbrogliati dalla polizia'', creando una sorta di "psichiatrizzazione della vita quotidiana". (ANSA).
Mina:
le statistiche sulla depressione
La Stampa 5.4.06
La depressione dei grandi numeri
STUDI IN CONTRADDIZIONE
di Mina
SONO giorni in cui siamo orfani di sondaggi elettorali, per una legge che vieta di pubblicarli, ma che non può impedire di andare a guardarseli su Internet. Tacciono le cifre e le percentuali della politica, nell’attesa del diluvio dei commenti sullo zero-virgola in più o in meno che fra dieci giorni ci verranno riversati addosso dai vari Pecorari-Gasparri-Bertinotti-Bondi ecc. E allora, nel frattempo, consoliamoci con altre cifre. Magari sul tema della depressione, su cui sono usciti in pochi giorni ben quattro studi. Riassumo. Il Dipartimento Salute Mentale dell’Oms ci dice che la depressione colpisce gli adolescenti italiani in misura doppia (27,5%) rispetto ai loro coetanei nel mondo (13%). Altro studio: su 100 ragazzi depressi, almeno 4 tentano il suicidio e nel periodo finale dell’anno scolastico sono circa un centinaio quelli che ricorrono alla via di fuga dalla vita, a motivo degli insuccessi a scuola.
A risollevarci l’animo arriva di nuovo l’Oms con un perentorio «contrordine, ragazzi!». Gli italiani «cuor-contenti» sarebbero uno dei popoli meno depressi del mondo: solo l’11% ha sofferto almeno una volta in vita di un disturbo dell’umore, il 10% di un disturbo d’ansia, contro una media europea del 14% per i casi di depressione e del 16% di ansia. La tipologia media del depresso italiano è il single disoccupato che vive in città, oppure la casalinga sui 35 anni. Lo studio aggiunge che solo un quarto dei depressi ricorre alle cure sanitarie. Ma qualche giorno prima un altro studio americano ci avvisava che la metà delle terapie antidepressive non porta ad alcun miglioramento. E dopo questo bel quadretto a base di cifre ballerine, come dovremmo sentirci? Più depressi o più euforici?
Per confermare che l’Oms non può sbagliare, dovremmo macerarci il cuore o scoppiare in una fragorosa risata? Mah... Ogni studio epidemiologico, anche se condotto con grande dispiegamento di mezzi, arriva soltanto a darci un risultato medio, proprio perché scandaglia una globalità complessa che in realtà è fatta solo dalla somma di mille individualità. Ma le cose, le persone, gli attimi, vivono di singolarità, conservano il loro fascino perché consistono nella commovente unicità dei loro particolari.
Diceva Chesterton: «Dio sa contare solo fino a uno». Invece il suo surrogato moderno, la scienza, ragiona solo per numeri complessivi. E sulla stessa linea la segue l’informazione che casca spesso nel tranello della generalizzazione e adora scambiare la realtà con la statistica e i sondaggi. Oggi siamo i meno depressi del mondo, tra qualche settimana riappariranno i siringatori delle acque minerali e tutti i pitbull, che in questi mesi se ne son stati buonini, torneranno ad essere dei mostri cattivi. Vero o verosimile, così come è vero che l’euro ha aumentato i prezzi e come è altrettanto vero che son tutte belle le mamme del mondo. Verosimile o falsosimile. Il che, in epoca di relativismo dominante, è la stessa cosa.
La depressione dei grandi numeri
STUDI IN CONTRADDIZIONE
di Mina
SONO giorni in cui siamo orfani di sondaggi elettorali, per una legge che vieta di pubblicarli, ma che non può impedire di andare a guardarseli su Internet. Tacciono le cifre e le percentuali della politica, nell’attesa del diluvio dei commenti sullo zero-virgola in più o in meno che fra dieci giorni ci verranno riversati addosso dai vari Pecorari-Gasparri-Bertinotti-Bondi ecc. E allora, nel frattempo, consoliamoci con altre cifre. Magari sul tema della depressione, su cui sono usciti in pochi giorni ben quattro studi. Riassumo. Il Dipartimento Salute Mentale dell’Oms ci dice che la depressione colpisce gli adolescenti italiani in misura doppia (27,5%) rispetto ai loro coetanei nel mondo (13%). Altro studio: su 100 ragazzi depressi, almeno 4 tentano il suicidio e nel periodo finale dell’anno scolastico sono circa un centinaio quelli che ricorrono alla via di fuga dalla vita, a motivo degli insuccessi a scuola.
A risollevarci l’animo arriva di nuovo l’Oms con un perentorio «contrordine, ragazzi!». Gli italiani «cuor-contenti» sarebbero uno dei popoli meno depressi del mondo: solo l’11% ha sofferto almeno una volta in vita di un disturbo dell’umore, il 10% di un disturbo d’ansia, contro una media europea del 14% per i casi di depressione e del 16% di ansia. La tipologia media del depresso italiano è il single disoccupato che vive in città, oppure la casalinga sui 35 anni. Lo studio aggiunge che solo un quarto dei depressi ricorre alle cure sanitarie. Ma qualche giorno prima un altro studio americano ci avvisava che la metà delle terapie antidepressive non porta ad alcun miglioramento. E dopo questo bel quadretto a base di cifre ballerine, come dovremmo sentirci? Più depressi o più euforici?
Per confermare che l’Oms non può sbagliare, dovremmo macerarci il cuore o scoppiare in una fragorosa risata? Mah... Ogni studio epidemiologico, anche se condotto con grande dispiegamento di mezzi, arriva soltanto a darci un risultato medio, proprio perché scandaglia una globalità complessa che in realtà è fatta solo dalla somma di mille individualità. Ma le cose, le persone, gli attimi, vivono di singolarità, conservano il loro fascino perché consistono nella commovente unicità dei loro particolari.
Diceva Chesterton: «Dio sa contare solo fino a uno». Invece il suo surrogato moderno, la scienza, ragiona solo per numeri complessivi. E sulla stessa linea la segue l’informazione che casca spesso nel tranello della generalizzazione e adora scambiare la realtà con la statistica e i sondaggi. Oggi siamo i meno depressi del mondo, tra qualche settimana riappariranno i siringatori delle acque minerali e tutti i pitbull, che in questi mesi se ne son stati buonini, torneranno ad essere dei mostri cattivi. Vero o verosimile, così come è vero che l’euro ha aumentato i prezzi e come è altrettanto vero che son tutte belle le mamme del mondo. Verosimile o falsosimile. Il che, in epoca di relativismo dominante, è la stessa cosa.
anoressia a Roma
il Messaggero Sabato 5 Giugno 2004
IL DIETOLOGO
«Quindicimila le ragazze romane che sono ossessionate dal cibo»
di M. Gi.
Quindicimila ragazze romane colpite dall’anoressia o dalla bulimia. La gran parte dei casi rimangono contenuti tra le mura domestiche e pochi finiscono in un centro specializzato come quello del San Camillo. «Offriamo questo servizio dal giugno scorso e abbiamo in cura un centinaio di pazienti - spiega Bruno Leonetti, dietologo e direttore del centro - attraverso un piano terapeutico integrato, cioè con la collaborazione di dietologi, dietisti ma anche psicologi e psichiatri che quotidianamente aggiornano la situazione dei pazienti. Abbiamo due posti letto in day hospital per la nutrizione via flebo ma normalmente vengono seguite una decina di persone al giorno comprese coloro che effettuano una psicoterapia nutrizionale vera e propria insieme a noi».
Dall’anoressia è difficile guarire e i casi più semplici sono quelli legati al voler rassomigliare per forza alle modelle. «Sono però il 10 per cento dei casi - aggiunge Leonetti - mentre tutti gli altri hanno radici che affondano in disagi familiari: il padre delle nostre pazienti è spesso assente e la madre si intromette nella vita delle ragazze in modo prepotente. La malattia inizia quasi sempre come la tossicodipendenza: la ragazza è sicura di poter dominare il fenomeno, di utilizzare l’alimentazione per richiamare il papà o per porre limiti alla mamma, ma all’improvviso perde il controllo e il sintomo prende il sopravvento. E così si verificano gravi alterazioni della percezione del corpo, le ragazze si vedono grasse nonostante siano magrissime e lo specchio restituisce loro un’immagine di donna obesa in una sorta di sfida alla magrezza che però non arriva mai. Il fenomeno dell’anoressia è sotterraneo, secondo le ultime statistiche colpisce dall’1 al 3 per cento della popolazione fino a punte del 5 nella bulimia». Ma da queste malattie si guarisce? «Se è solo un problema di emulazione delle modelle è possibile, quando ci sono anche problemi familiari - risponde lo specialista - è più difficile perché bisogna cominciare a ristabilire i giusti equilibri nelle famiglie».
IL DIETOLOGO
«Quindicimila le ragazze romane che sono ossessionate dal cibo»
di M. Gi.
Quindicimila ragazze romane colpite dall’anoressia o dalla bulimia. La gran parte dei casi rimangono contenuti tra le mura domestiche e pochi finiscono in un centro specializzato come quello del San Camillo. «Offriamo questo servizio dal giugno scorso e abbiamo in cura un centinaio di pazienti - spiega Bruno Leonetti, dietologo e direttore del centro - attraverso un piano terapeutico integrato, cioè con la collaborazione di dietologi, dietisti ma anche psicologi e psichiatri che quotidianamente aggiornano la situazione dei pazienti. Abbiamo due posti letto in day hospital per la nutrizione via flebo ma normalmente vengono seguite una decina di persone al giorno comprese coloro che effettuano una psicoterapia nutrizionale vera e propria insieme a noi».
Dall’anoressia è difficile guarire e i casi più semplici sono quelli legati al voler rassomigliare per forza alle modelle. «Sono però il 10 per cento dei casi - aggiunge Leonetti - mentre tutti gli altri hanno radici che affondano in disagi familiari: il padre delle nostre pazienti è spesso assente e la madre si intromette nella vita delle ragazze in modo prepotente. La malattia inizia quasi sempre come la tossicodipendenza: la ragazza è sicura di poter dominare il fenomeno, di utilizzare l’alimentazione per richiamare il papà o per porre limiti alla mamma, ma all’improvviso perde il controllo e il sintomo prende il sopravvento. E così si verificano gravi alterazioni della percezione del corpo, le ragazze si vedono grasse nonostante siano magrissime e lo specchio restituisce loro un’immagine di donna obesa in una sorta di sfida alla magrezza che però non arriva mai. Il fenomeno dell’anoressia è sotterraneo, secondo le ultime statistiche colpisce dall’1 al 3 per cento della popolazione fino a punte del 5 nella bulimia». Ma da queste malattie si guarisce? «Se è solo un problema di emulazione delle modelle è possibile, quando ci sono anche problemi familiari - risponde lo specialista - è più difficile perché bisogna cominciare a ristabilire i giusti equilibri nelle famiglie».
suicidi e tentati suicidi degli adolescenti
L'Eco di Bergamo 5.6.04
Adolescenti, il dramma nascosto
«Dietro i tentativi di suicidio la morte vista come una prova estrema» Il Crisis Center di Milano: i campanelli d'allarme non sempre sono evidenti
di S. P.
Chiudi il libro, sconvolto, sull'esperienza del Crisis Center di Milano per i tentati suicidi in adolescenza, apri la tv ed eccola, la 14enne valtellinese volata nel fiume dopo aver mandato un sms disperato all'amica. Il libro che raccoglie le esperienze di tre anni di lavoro del Centro diretto da Gustavo Pietropolli Charmet – psichiatra, presidente del Caf e dell'Istituto Minotauro – è stato presentato a Bergamo, al teatro Alle Grazie, per iniziativa di Laboratorio di ricerca sulla famiglia, Sinapsi e Medas. Alla presentazione anche il direttore generale degli Ospedali Riuniti Stefano Rossattini e quello dell'Asl Silvio Rocchi e, per la scuola, Maria Carla Marchesi (Csa, l'ex provveditorato).
Charmet calcola che solo a Milano ogni anno almeno un migliaio di adolescenti tenti il suicidio. Nascosti nelle casistiche del pronto soccorso, ridotti a ragazzata da genitori sconvolti, questi segnali gravissimi di sofferenza vengono rimossi dagli adulti. Ma non dai ragazzi, che, nella metà dei casi, ci riprovano. E questa volta il 40% riesce nel tragico intento di scomparire. È possibile prevenire i tentativi di suicidio? Secondo Charmet non esistono campanelli d'allarme tipici. Il trasformare fisiologiche fantasie di morte in progetto suicida è cosa lunga, che cresce lentamente nel tempo, in una zona quasi tra sonno e veglia, tra sogno e realtà, della quale lo stesso adolescente non si rende conto fino in fondo. Illuso che del corpo, fonte di guai e vergogna, ci si possa sbarazzare restando comunque in qualche modo se stessi. La morte come prova estrema, iniziazione di una fiaba terribile che libera, per il coraggio dimostrato, da tutti gli ostacoli, annichilisce tutti gli avversari (soprattutto i più amati), riconquista l'apprezzamento, l'onore, il valore.
Può capitare a tutti? Sì, le condotte non devianti, il successo scolastico, la popolarità tra i compagni, la storia amorosa non sono di per sé garanzia e antidoto. Perché tutto dipende da come le situazioni e le occasioni sono vissute. Sono più le ragazze (7 a 1 il rapporto con i maschi) che tentano il suicidio, ma sono più i maschi (5 contro 1 femmina) che lo portano a termine. Perché sono abituati a trattare il loro corpo con aggressività, a metterne alla prova la forza. E i mezzi che scelgono per farla finita sono diretti: la corda, la pistola, il salto nel vuoto. Le ragazze ricorrono a metodi esteticamente meno rovinosi: pastiglie, veleni. Benedette quindi le norme italiane che limitano il porto d'armi, che fanno inserire emetici nei detersivi, che riducono i dosaggi dei farmaci. Che altro si può fare? Costituire – come ha fatto l'Ufficio scolastico della Lombardia, il Csa di Bergamo è pronto a fare altrettanto – un protocollo di intervento in caso di morti accidentali o suicidi fuori e dentro la scuola. Per essere pronti a arginare l'angoscia, incanalare il lutto, evitare che dalla glorificazione del compagno perduto si passi all'imitazione da parte di altri studenti in crisi. Soprattutto, sembra di capire, è meglio che noi adulti cerchiamo di tornare tutti più normali, non più travolti dalle richieste a noi stessi e agli altri. Con qualche divieto accettato in più, con qualche rivalsa in meno. Tutti, perché la causa dell'aumento di suicidi tra gli adolescenti è nell'aria che si respira, non dietro l'uscio di una particolare famiglia problematica e diversa.
Adolescenti, il dramma nascosto
«Dietro i tentativi di suicidio la morte vista come una prova estrema» Il Crisis Center di Milano: i campanelli d'allarme non sempre sono evidenti
di S. P.
Chiudi il libro, sconvolto, sull'esperienza del Crisis Center di Milano per i tentati suicidi in adolescenza, apri la tv ed eccola, la 14enne valtellinese volata nel fiume dopo aver mandato un sms disperato all'amica. Il libro che raccoglie le esperienze di tre anni di lavoro del Centro diretto da Gustavo Pietropolli Charmet – psichiatra, presidente del Caf e dell'Istituto Minotauro – è stato presentato a Bergamo, al teatro Alle Grazie, per iniziativa di Laboratorio di ricerca sulla famiglia, Sinapsi e Medas. Alla presentazione anche il direttore generale degli Ospedali Riuniti Stefano Rossattini e quello dell'Asl Silvio Rocchi e, per la scuola, Maria Carla Marchesi (Csa, l'ex provveditorato).
Charmet calcola che solo a Milano ogni anno almeno un migliaio di adolescenti tenti il suicidio. Nascosti nelle casistiche del pronto soccorso, ridotti a ragazzata da genitori sconvolti, questi segnali gravissimi di sofferenza vengono rimossi dagli adulti. Ma non dai ragazzi, che, nella metà dei casi, ci riprovano. E questa volta il 40% riesce nel tragico intento di scomparire. È possibile prevenire i tentativi di suicidio? Secondo Charmet non esistono campanelli d'allarme tipici. Il trasformare fisiologiche fantasie di morte in progetto suicida è cosa lunga, che cresce lentamente nel tempo, in una zona quasi tra sonno e veglia, tra sogno e realtà, della quale lo stesso adolescente non si rende conto fino in fondo. Illuso che del corpo, fonte di guai e vergogna, ci si possa sbarazzare restando comunque in qualche modo se stessi. La morte come prova estrema, iniziazione di una fiaba terribile che libera, per il coraggio dimostrato, da tutti gli ostacoli, annichilisce tutti gli avversari (soprattutto i più amati), riconquista l'apprezzamento, l'onore, il valore.
Può capitare a tutti? Sì, le condotte non devianti, il successo scolastico, la popolarità tra i compagni, la storia amorosa non sono di per sé garanzia e antidoto. Perché tutto dipende da come le situazioni e le occasioni sono vissute. Sono più le ragazze (7 a 1 il rapporto con i maschi) che tentano il suicidio, ma sono più i maschi (5 contro 1 femmina) che lo portano a termine. Perché sono abituati a trattare il loro corpo con aggressività, a metterne alla prova la forza. E i mezzi che scelgono per farla finita sono diretti: la corda, la pistola, il salto nel vuoto. Le ragazze ricorrono a metodi esteticamente meno rovinosi: pastiglie, veleni. Benedette quindi le norme italiane che limitano il porto d'armi, che fanno inserire emetici nei detersivi, che riducono i dosaggi dei farmaci. Che altro si può fare? Costituire – come ha fatto l'Ufficio scolastico della Lombardia, il Csa di Bergamo è pronto a fare altrettanto – un protocollo di intervento in caso di morti accidentali o suicidi fuori e dentro la scuola. Per essere pronti a arginare l'angoscia, incanalare il lutto, evitare che dalla glorificazione del compagno perduto si passi all'imitazione da parte di altri studenti in crisi. Soprattutto, sembra di capire, è meglio che noi adulti cerchiamo di tornare tutti più normali, non più travolti dalle richieste a noi stessi e agli altri. Con qualche divieto accettato in più, con qualche rivalsa in meno. Tutti, perché la causa dell'aumento di suicidi tra gli adolescenti è nell'aria che si respira, non dietro l'uscio di una particolare famiglia problematica e diversa.
anoressia e bulimia
Corriere della Romagna sabato 5 giugno 2004 Edizione di: RAVENNA
Anoressia e bulimia, “fame” d’amore
di Debora Rontini Elena Bortolotti
FAENZA - “In epoca tardomedievale era chiamata ’Santa anoressia’ perché la persona che si avvicinava alla religione doveva umiliare il proprio corpo, negare la carne . Quindi l'anoressia, secondo questa interpretazione, si lega ad un desiderio spirituale. Oggi, anche se non è così evidente, potrebbe darsi che per la ragazza anoressica (come per la bulimica) molte motivazioni siano legate allo stesso desiderio: la sua immagine interna deve essere chiara di fronte al mondo, la carne è soltanto un incidente”. Queste sono le parole di uno psicoanalista che definisce l'anoressia e la bulimia come conseguenze di un bisogno spirituale, ma è veramente solo questa la causa? Si rileva che l'anoressia come la bulimia colpisca le ragazze dai 12 ai 25 anni, ma non mancano casi anche dopo i 30 anni, come emerge dai dati del consultorio di Conselice. Le pazienti anoressiche e bulimiche hanno quasi personalità uguali: scarso concetto di sé, bassa autostima, elevati livelli di perfezionismo e soprattutto eccessiva preoccupazione per il peso.Una recente intervista a Maria Grazia Bacchilega, una psicologa che opera nel territorio considerato, ha confermato che il disturbo è spesso innescato da fattori che riguardano principalmente il disagio con la propria famiglia, ad esempio separazioni e perdite, modificazioni dell'equilibrio familiare, rapporto conflittuale con la madre unitamente a problematiche scolastiche, sentimentali e difficoltà interpersonali.Un ruolo molto importante nello sviluppo di questa malattia è esercitato anche dalla nostra cultura che associa la magrezza al valore personale. Anoressia significa letteralmente “mancanza nervosa d’appetito” ma questa definizione è sbagliata perché le persone affette da questo disturbo hanno sempre una intensa fame causata dalla loro dieta ferrea, dal fare eccessivo esercizio fisico e, in alcuni casi, dall’indursi in vomito ogni volta che ritengono di aver mangiato in eccesso come testimonia la giornalista A. Arachi, nella sua autobiografia “Briciole” dove racconta di come il cibo era diventato la fonte dei suoi problemi, rigettandolo li avrebbe risolti. L’unico suo pensiero era mangiare per poi vomitare tutto in qualunque posto. La gente la credeva felice, ovunque andasse doveva essere contenta ma resisteva poco in mezzo alle persone inventava sempre scuse per rimanere sola a consumare il suo “rito delle orge alimentari”. Credeva che svanire pian piano dentro ai vestiti l'avrebbe allontanata dalla realtà.La bulimica al contrario, è caratterizzata da abbuffate notturne che faranno insorgere immediatamente la paura di aumetare di peso, a tal punto da portare a mettere in atto dei comportamenti di compenso (vomito autoindotto, uso di lassativi, digiuno ed esercizio fisico) come conferma la stessa scrittrice F. De Clerch nell'opera “Donne invisibili”, mangiare un cibo e disfarsene significa veicolare fuori di se l’angoscia interiore. “L’unico bersaglio della tua rabbia - scrive la De Clerch - la persona a cui provochi del male sei te stessa. Scarichi su di te l'aggressività che non hai potuto esprimere su chi ti ha usato, abbandonata, poco amata”.Chi si abbuffa ha spesso problemi di ansia, è irritabile e va spesso incontro a scoppi di rabbia; a volte adotta comportamenti autolesionistici come tagliarsi o bruciacchiarsi o abusa di sostanze. Alcune persone con questi disturbi possono diventare così disperate da cercare di togliersi la vita.La De Clerch descrive questa “fame” come un bisogno d’amore di persone deboli che non vogliono riconoscerlo per paura di sentirsi fragili. L’indursi il vomito serve per “vomitare” tutti i pensieri che la mente non riesce a contenere. Accanto a queste testimonianze, da parte di donne che hanno vissuto in prima persona il problema del disagio alimentare, vanno anche considerate le recenti inchieste effettuate dalle “Commissioni” nominate dal Ministero della Sanità. Tali organi documentano che la domanda di cure per l’anoressia e bulimia è molto aumentata dagli anni ’96-’97 ad oggi, e che in Italia l’assistenza per i disturbi del comportamento alimentare è giudicata insufficiente. Un’organizzazione auspicabile potrebbe prevedere dei Centri Regionali Interdipartimentali che coordinino Unità Ambulatoriali, ospedali diurni e sevizi riabilitativi, specializzati nel campo.Riprendendo una bella pagina di A. Arachi del libro “Briciole”, si potrebbe dire che “il senso della vita deve essere messo nuovamente in discussione, anziché scegliere di svanire piano piano dentro ai vestiti”.
Anoressia e bulimia, “fame” d’amore
di Debora Rontini Elena Bortolotti
FAENZA - “In epoca tardomedievale era chiamata ’Santa anoressia’ perché la persona che si avvicinava alla religione doveva umiliare il proprio corpo, negare la carne . Quindi l'anoressia, secondo questa interpretazione, si lega ad un desiderio spirituale. Oggi, anche se non è così evidente, potrebbe darsi che per la ragazza anoressica (come per la bulimica) molte motivazioni siano legate allo stesso desiderio: la sua immagine interna deve essere chiara di fronte al mondo, la carne è soltanto un incidente”. Queste sono le parole di uno psicoanalista che definisce l'anoressia e la bulimia come conseguenze di un bisogno spirituale, ma è veramente solo questa la causa? Si rileva che l'anoressia come la bulimia colpisca le ragazze dai 12 ai 25 anni, ma non mancano casi anche dopo i 30 anni, come emerge dai dati del consultorio di Conselice. Le pazienti anoressiche e bulimiche hanno quasi personalità uguali: scarso concetto di sé, bassa autostima, elevati livelli di perfezionismo e soprattutto eccessiva preoccupazione per il peso.Una recente intervista a Maria Grazia Bacchilega, una psicologa che opera nel territorio considerato, ha confermato che il disturbo è spesso innescato da fattori che riguardano principalmente il disagio con la propria famiglia, ad esempio separazioni e perdite, modificazioni dell'equilibrio familiare, rapporto conflittuale con la madre unitamente a problematiche scolastiche, sentimentali e difficoltà interpersonali.Un ruolo molto importante nello sviluppo di questa malattia è esercitato anche dalla nostra cultura che associa la magrezza al valore personale. Anoressia significa letteralmente “mancanza nervosa d’appetito” ma questa definizione è sbagliata perché le persone affette da questo disturbo hanno sempre una intensa fame causata dalla loro dieta ferrea, dal fare eccessivo esercizio fisico e, in alcuni casi, dall’indursi in vomito ogni volta che ritengono di aver mangiato in eccesso come testimonia la giornalista A. Arachi, nella sua autobiografia “Briciole” dove racconta di come il cibo era diventato la fonte dei suoi problemi, rigettandolo li avrebbe risolti. L’unico suo pensiero era mangiare per poi vomitare tutto in qualunque posto. La gente la credeva felice, ovunque andasse doveva essere contenta ma resisteva poco in mezzo alle persone inventava sempre scuse per rimanere sola a consumare il suo “rito delle orge alimentari”. Credeva che svanire pian piano dentro ai vestiti l'avrebbe allontanata dalla realtà.La bulimica al contrario, è caratterizzata da abbuffate notturne che faranno insorgere immediatamente la paura di aumetare di peso, a tal punto da portare a mettere in atto dei comportamenti di compenso (vomito autoindotto, uso di lassativi, digiuno ed esercizio fisico) come conferma la stessa scrittrice F. De Clerch nell'opera “Donne invisibili”, mangiare un cibo e disfarsene significa veicolare fuori di se l’angoscia interiore. “L’unico bersaglio della tua rabbia - scrive la De Clerch - la persona a cui provochi del male sei te stessa. Scarichi su di te l'aggressività che non hai potuto esprimere su chi ti ha usato, abbandonata, poco amata”.Chi si abbuffa ha spesso problemi di ansia, è irritabile e va spesso incontro a scoppi di rabbia; a volte adotta comportamenti autolesionistici come tagliarsi o bruciacchiarsi o abusa di sostanze. Alcune persone con questi disturbi possono diventare così disperate da cercare di togliersi la vita.La De Clerch descrive questa “fame” come un bisogno d’amore di persone deboli che non vogliono riconoscerlo per paura di sentirsi fragili. L’indursi il vomito serve per “vomitare” tutti i pensieri che la mente non riesce a contenere. Accanto a queste testimonianze, da parte di donne che hanno vissuto in prima persona il problema del disagio alimentare, vanno anche considerate le recenti inchieste effettuate dalle “Commissioni” nominate dal Ministero della Sanità. Tali organi documentano che la domanda di cure per l’anoressia e bulimia è molto aumentata dagli anni ’96-’97 ad oggi, e che in Italia l’assistenza per i disturbi del comportamento alimentare è giudicata insufficiente. Un’organizzazione auspicabile potrebbe prevedere dei Centri Regionali Interdipartimentali che coordinino Unità Ambulatoriali, ospedali diurni e sevizi riabilitativi, specializzati nel campo.Riprendendo una bella pagina di A. Arachi del libro “Briciole”, si potrebbe dire che “il senso della vita deve essere messo nuovamente in discussione, anziché scegliere di svanire piano piano dentro ai vestiti”.
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