domenica 13 giugno 2004

Carlos Fuentes
intervistato da Luciana Sica

Repubblica 13.6.04
Io, realista visionario
intervista allo scrittore messicano

"Il dolore peggiore la perdita di mio figlio"
"il mio modello letterario è Balzac"
Tra i più grandi protagonisti della letteratura latinoamericana sarà giovedì a Roma ospite del Festival di Massenzio È appena uscito il suo nuovo romanzo "L'istinto di Inez" giocato sulla memoria e l'impossibilità dell'amore
di LUCIANA SICA


«Appartengo alla letteratura della Mancha, quella che è nata e si è sviluppata tra la Spagna e l´America latina nel nome di Cervantes. Mi considero un discendente del barocco spagnolo e della colonia messicana». Si presenta così Carlos Fuentes, scrittore nato settantasei anni fa a Panama, tra i più grandi testimoni della letteratura latinoamericana e, più in generale, di lingua ispanica.
Gentleman colto e incline alla battuta di spirito, fabulatore e visionario, cosmopolita ossessionato dalle radici messicane, ambasciatore in Francia negli anni Settanta - una vita intensa dominata dall´erranza ma soprattutto dal grande amore per il suo Paese fatto di sogni e di fame -, Carlos Fuentes sarà a Roma giovedì per una lettura al Festival di Massenzio.
Celebre ovunque grazie a romanzi come “La morte di Artemio Cruz”, a raccolte di fantasiosi racconti come “L´albero delle arance”, ma anche a saggi importanti come “Geografia del romanzo” o “Tutti i soli del Messico”, di Carlos Fuentes è appena uscito un nuovo libro - molto struggente - dal titolo “L´istinto di Inez” (Marco Tropea, traduzione di Ilide Carmignani, pagg. 154, euro 13,50).
«Non avremo nulla da dire sulla nostra morte», è l´incipit di questo breve romanzo che ha per protagonisti un uomo, una donna e un´opera musicale: l´eminente direttore d´orchestra francese (di madre italiana) Gabriel Atlan-Ferrara, una soprano messicana - l´istintiva Inez - ma anche “La damnation de Faust”, la drammatica leggenda di Berlioz che ogni volta li fa incontrare e ogni volta ineluttabilmente separare, in un amore lungo una vita e tragicamente irrisolto. A rendere impossibile l´unione di Gabriel e Inez è un elemento del tutto irrazionale, è l´attrazione di lei per un ragazzo visto in una foto: un giovane bellissimo che non si sa più dove sia finito. Del fantasma dai tratti angelici s´ignora ogni cosa tranne che negli anni dell´adolescenza era stato un amico fraterno proprio dello chef d´orchestre (come lui ama definirsi con civetteria).
Nell´immagine fatale che rapisce Inez per sempre, Gabriel è «abbracciato a un altro ragazzo, il suo esatto contrario, il sorriso aperto, senza enigmi... Era impossibile vedere la fotografia del giovane senza provare qualcosa per lui, amore, inquietudine, desiderio erotico, intimità forse, o forse un certo gelido disdegno... Indifferenza no». Ma questa vicenda, strana e dolorosa come la musica di Berlioz che sembra inondarla del suo ritmo indiavolato, s´intreccia con una storia parallela che racconta l´amore di due esseri assolutamente primitivi, un uomo e una donna persi e confusi nella natura e fatti innanzitutto di corpo. Di istinto.
Carlos Fuentes è in arrivo a Roma da Londra, la città dove passa almeno metà dell´anno perché per scrivere - tutti i giorni, dalle sei del mattino a mezzogiorno - ha bisogno di tranquillità e di concentrazione, le sole due cose che a Città del Messico gli sono sempre mancate. Ci siamo sentiti al telefono: questa è la sintesi della nostra conversazione.
All´estero “L´istinto di Inez” - giocato sulla memoria e l´impossibilità dell´amore - è stato accolto come un ritorno alla sua migliore letteratura fantastica. E´ un´osservazione che condivide?
«No. Francamente non vedo nessun "ritorno", lo sarebbe se avessi abbandonato questo genere letterario, cosa che non mi pare di aver mai fatto... Anche il mio ultimo libro non ancora tradotto in italiano, “Inquieta compañía”, è fatto di racconti di pura immaginazione dove si parla addirittura di angeli, demoni, fantasmi, vampiri...».
Ma è stato notato come “L´istinto di Inez” rimandi piuttosto a suoi "vecchi" romanzi come “Aura” o “Le relazioni lontane” piuttosto che a opere più recenti...
«Sono libri che appartengono tutti al genere fantastico, ma credo anche che ciascuno di questi romanzi abbia connotazioni sue proprie, una sua personalità, un suo profilo, e che insomma sia un´opera a sé... I critici sono spesso a caccia di etichette un po´ facili».
Un po’ facili perché, come del resto capita in ogni scrittura letteraria, ha costantemente mescolato realismo e fantasia, o meglio ancora: ha introdotto il fantastico nel reale... Lei però preferisce parlare dell´esistenza di una realtà "soggettiva" e di una "oggettiva", o sbaglio?
«Preferisco parlare soprattutto di una realtà collettiva, che le riunisce tutte e due... Come dire: la realtà soggettiva non è completamente soggettiva e neppure quella oggettiva lo è del tutto. Il filo che ci fa interagire con gli altri è la comunità, il luogo in cui l´elemento soggettivo coesiste con quello oggettivo. A meno che non si voglia pensare alla realtà politica come a una dimensione immersa nell´immaginario...».
Più di una volta ha detto che il suo principale modello letterario è stato Balzac. Si sente in debito nei confronti dell´autore francese?
«Sì, ho un debito enorme nei suoi confronti, trovo il suo realismo visionario assolutamente sorprendente. "Moi je vais porter une société dans ma tête" (ho un´intera società nella mia mente): da un lato l´autore della “Comédie humaine” si presenta come uno scrittore realista, ma al tempo stesso è capace di offrire novelle straordinarie di genere fantastico come “La pelle di zigrino” o anche “Louis Lambert”».
Pieno di elementi bizzarri è anche “L´istinto di Inez”... Il ragazzo della foto e l´uomo primitivo sono la stessa persona?
«Inez è alla ricerca di un uomo di cui innamorarsi, un uomo che non viva però nella sua stessa epoca. E lo cerca in un passato molto remoto o in un futuro lontanissimo... Ma il lettore può immaginare quello che vuole, ha la porta aperta, è libero di pensare quel che crede, lo considero coautore dell´opera».
Si può dire che la storia tra quei due esseri primitivi è un sogno di Inez?
«Potrebbe esserlo: se le fa piacere, l´autorizzo a pensarlo».
Spesso al centro dei suoi romanzi ci sono donne, come ne “Gli anni con Laura Díaz”. Le piace esplorare una cultura ancora profondamente in contrasto con quella maschile?
«Sì, del resto sono cresciuto in un paese prettamente maschilista. In Messico, in America latina, e forse in tutto il mondo, il machismo è molto forte, e io mi sono sempre ribellato a questa cultura. L´ho sempre contrastata, perché le donne io le amo molto, mi piacciono moltissimo: penso a mia madre, a mia moglie, alle mie figlie... Penso soprattutto al dato statistico che indica come il 53 per cento del lavoro umano venga svolto dalle donne e non dagli uomini».
Nella sua lingua, Inez fa rima con vejez, con vecchiaia. Nel romanzo l´allusione è esplicita, anche se naturalmente nella traduzione italiana l´assonanza si perde...
«Si perde, purtroppo... Mi torna in mente un´immagine stampata da sempre nella mia memoria: la Callas che canta “La Traviata”. Quando si avvicina alla scena finale, fa una cosa straordinaria, la Callas: anticipa la sua morte, diventa una vecchietta, can-ta-tut-ta-co-sì, è qualcosa di estremamente emozionante... In ogni caso ho sempre pensato alla donna giovane e alla donna vecchia come a un´unica persona. Il dato anagrafico non è assoluto, dall´infanzia fino alla nostra ultima stagione portiamo l´età riempiendola di noi stessi, di quello che siamo profondamente».
Inez, vejez: più che il racconto di due storie d´amore parallele, il suo è un trattatello metaforico sulla tragedia dell´invecchiamento?
«Può darsi, ma provi a pensare a un Tolstoj o a chiunque altro: noi scrittori dobbiamo fare sempre i conti col passare del tempo, con la gioventù perduta, con la vecchiaia...».
“In questo credo” è il suo dizionario autobiografico che Il Saggiatore pubblicherà da noi in settembre. Lì si parla della sua lunga frequentazione con Buñuel. Cosa le è rimasto del grande cineasta?
«A Città del Messico ci vedevamo tutti i venerdì dalle quattro alle sette, mai più tardi perché Buñuel aveva abitudini monacali. Con lui avevo l´impressione di dialogare con l´intera storia dell´estetica del ventesimo secolo... Però ”En esto creo” non è un catalogo di personaggi, anche se ci sono capitoli dedicati ad alcuni scrittori che sento particolarmente vicini: a Balzac e a Cervantes naturalmente, e poi a Kafka, a Faulkner, a Shakespeare...».
“Contro Bush” s´intitola invece, molto seccamente, un altro suo libro non ancora uscito in Italia. È un pamphlet politico?
«È un lungo viaggio intorno a fatti riguardanti la presidenza di Bush, un uomo che considero pericoloso per molte ragioni serie... ma poi, come possiamo affidarci a un uomo che cade così spesso dalla bicicletta e che rischia di rimanere soffocato mangiando un biscotto?».
Lei ha detto: come messicano, non faccio distinzione tra la vita e la morte. Tutto è vita, inclusa la morte. Non sarà uno dei tanti modi consolatori per rimuovere il terrore di non esserci più?
«No, no, è un fatto molto reale: non abbiamo modo migliore per comprendere la morte, per accettarla, viverla e anticiparla se non attraverso la consapevolezza che fa parte della vita, come la nascita».
Signor Fuentes, un´ultima domanda molto delicata, sempre che voglia rispondere. “L´istinto di Inez” è dedicato al suo "adorato" figlio Carlos, scomparso nel ´99 all´età di venticinque anni. Cosa ha significato questa perdita nella sua vita di uomo e di scrittore?
«Questa perdita è il dolore peggiore, uno strazio che non assomiglia a nient´altro, e credo che - seppure inconsapevolmente - emerga nella mia scrittura... Carlos aveva molto talento, era un poeta e un pittore, e non solo lo ricordo con amore infinito, ma lo sento ancora vicino: la sua è una presenza, non un´assenza, e sono anche capace di ridere per le cose che diceva... Mi sembra di fare molte cose in nome di mio figlio, e in fondo vivo nella sua ombra».

antidepressivi
- abuso di psicofaraci e
- soldi a palate con un aggeggio elettrico per i depressi

ricevuti da Piergiuseppe Cancellieri

Tempomedico.it 13 giugno 2004
Prima pensare, poi (forse) impasticcare
Silvio Garattini mette in guardia sull'abuso di psicofarmaci


L'abuso di psicofarmaci - un fatto ormai accertato per benziodazepine e antidepressivi - è aumentato in rapporto con la disponibilità dei cosiddetti psicofarmaci di seconda generazione: gli antipsicotici atipici (olanzapina, risperidone, quietapina) e gli inibitori selettivi della ricattura della serotonina (fluoxetina, paroxetina, sertralina, citalopram), noti anche con il nome di SSRI, dotati di attività antidepressiva. La seconda generazione implica un concetto migliorativo: più efficace e meno tossico, in accordo con una campagna promozionale e pubblicitaria condotta con grande dovizia di mezzi. Mezzi resi disponibili dai considerevoli guadagni dovuti all'alto costo di questi prodotti rispetto ai farmaci di "prima generazione". Purtroppo anche il prezzo alto ha il suo fascino su medici e pazienti: "Se costa di più, vuol dire che sarà meglio!".
E' proprio vero? Alcuni recenti conoscenze gettano molti dubbi sulle ottimistiche prospettive e sulla facilità con cui molti medici prescrivono questi farmaci. Anzitutto mancano studi clinici ben fatti che confrontino fra vecchi e nuovi farmaci con rigore scientifico. E' vero che i nuovi farmaci antipsicotici danno probabilmente meno effetti extrapiramidali (effetti motori) degli antipsicotici classici, ma la propaganda non ha mai fatto sapere che i nuovi farmaci danno luogo anche a un aumento di peso corporeo con conseguente aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete. Infatti già dopo pochi anni dall'introduzione di questi farmaci si è già in grado di stabilire un aumento di intolleranza al glucosio e di propensità al diabete. Molti medici si sono anche fatti convincere che, a causa della loro tollerabilità, gli "atipici" dovevano essere somministrati preferenzialmente rispetto ai classici antipsicotici, soprattutto nei soggetti anziani. Ricerche recenti hanno mostrato che soggetti anziani trattati con gli antipsicotici atipici nei casi di perdita di memoria accompagnata da disturbi comportamentali non solo non hanno benefici, ma accusano un aumento degli eventi cerebrovascolari (ictus) di ben tre volte e della mortalità di due volte. Le ditte produttrici sono state obbligate dalle autorità regolatorie a informare i medici, ma l'informazione non è giunta capillarmente anche perché i mass media non hanno dato alcun rilievo alla notizia.
Anche per quanto riguarda gli antidepressivi di seconda generazione, gli SSRI, esistono novità. Contrariamente a quanto si è sempre affermato, questi farmaci inducono in una percentuale significativa di casi una sintomatologia che può essere anche molto grave, quando il trattamento viene interrotto. Per tutti questi farmaci - forse un po' meno per la fluoxetina - l'interruzione del trattamento deve essere fatta con notevole gradualità per evitare disturbi depressivi che richiedono la ripresa del trattamento. Per questo bisogna usarli quando sia strettamente necessario, evitando trattamenti non solo inutili ma che addirittura possono determinare gravi conseguenze. Così concepito l'uso di questi farmaci ha un rapporto beneficio-rischio del tutto negativo, oltre a rappresentare una spesa non giustificabile per il Servizio sanitario nazionale.
Ancora più grave è quanto si è scoperto nell'impiego di questi prodotti per i bambini e gli adolescenti che mostrano episodi depressivi. Nonostante i dubbi che si dovrebbero avere nel prescrivere psicofarmaci a bambini che sono in fase di sviluppo, le prescrizioni sono numerose. Questi trattamenti sono adottati perché studi clinici controllati avevano dimostrato un beneficio, anche se per la verità molto modesto. Si è scoperto tuttavia che venivano pubblicati solo gli studi positivi, mentre gli studi negativi non venivano pubblicati perché, come è riportato in un memorandum della ditta produttrice della paroxetina, "avrebbero peggiorato il profilo del farmaco". Se si sommano gli studi pubblicati con quelli non pubblicati si ottengono risultati che mostrano non solo l'inefficacia di questi farmaci nei bambini, ma addirittura un peggioramento per quanto riguarda la tendenza al suicidio. Ciò vale per paroxetina, sertralina, citalopram e venlafaxina. La mancata pubblicazione dei dati negativi - una pratica non rara nel campo dei farmaci - configura gravi responsabilità perché si tradisce la fiducia dei medici e dei pazienti, contribuendo a dare un'idea dell'efficacia e della tossicità dei farmaci che non corrisponde alla realtà.
Quanti sono in Italia
In Italia, stime accurate circa l'entità della patologia nella popolazionepediatrica e la terapia farmacologica utilizzata non sonodisponibili. Le analisi effettuate dal Laboratorio per la Salute Materno-Infantile dell'IRFMN di Milano e dal CINECA di Bologna, nell'ambito del Progetto Nazionale ARNO documentano che nel 2002 i giovani italiani con meno di 18 anni in terapia con farmaci antidepressivi della classe SSRI sono stati 2,1 ogni 1000 (quindi una stima di circa 22.000 pazienti bambini o adolescenti). L'uso più frequente è stato per la classe d'età 14-17 anni (6,6 ogni 1000) e per le ragazze (8,4 verso 4,8 per i maschi). Il farmaco più utilizzato è stato, come per gli adulti, la paroxetina.

(di Silvio Garattini - Tempo Medico n. 780 13 giugno 2004
Fonte: BMJ 2004; 328: 711-2.


reuters.com
Sabato 12 Giugno 2004, 15:32
Usa, commissione rivedrà dispositivo elettrico per depressione


WASHINGTON (Reuters) - Gli adulti americani cronicamente depressi che non trovano beneficio dai farmaci o dalla psicoterapia, potranno essere presto in grado di provare un dispositivo simile ad un pacemaker che invia impulsi elettrici al cervello.
Il dispositivo, grande come un cronometro e prodotto da Cyberonics, viene inserito chirurgicamente nel torace, da dove un cavetto arriva fino ad un nervo nel collo.
Martedì prossimo, una commissione di esperti della Food and Drug Administration americana si incontrerà per discutere se raccomandare all'agenzia l'approvazione del dispositivo -- già usato per l'epilessia -- per i pazienti che hanno la depressione.
Gli esperti sostengono che la approvazione della Fda sia la chiave per la crescita futura della società, che ha avuto 1,25 milioni di dollari di perdite nell'ultimo trimestre.
Funzionari di Cyberonics non vogliono rilasciare commenti prima della riunione della commissione, ma hanno detto che la depressione "è un'enorme opportunità di mercato".
La VNS Therapy, che è già stata approvata per la depressione in Europa e Canada, potrebbe raggiungere un miliardo di dollari in vendite negli Usa entro il 2010, secondo quanto riferito dai funzionari della società lo scorso anno.

antidepressivi ai bambini

segnalato anche da Francesco Troccoli

Repubblica 13.6.04
L'INCHIESTA
Torino, l'inchiesta di Guariniello riguarda la paroxetina. "Sommistrazione di farmaci pericolosi"
Antidepressivi ai bimbi, indagati 94 medici
Secondo l´Agenzia inglese, assumendo il farmaco i minori sviluppano ostilità


TORINO - La procura di Torino ha iscritto nel registro degli indagati 94 medici piemontesi per somministrazione di farmaci pericolosi a minori. L´inchiesta, aperta dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, riguarda la paroxetina, un principio attivo contenuto in alcuni farmaci antidepressivi controindicati per pazienti al di sotto dei 18 anni. Un decreto ministeriale del luglio 2003 prescriveva alle industrie farmaceutiche di inserire nei bugiardini la controindicazione e contestualmente era stata inviata una lettera a tutti i medici italiani per informarli sulle «nuove evidenze riguardanti la paroxetina» rilevate dalla Commissione Unica sul Farmaco. Nonostante ciò, la procura ha accertato che in Piemonte, nel periodo agosto-dicembre del 2003, farmaci contenenti paroxetina sono stati prescritti comunque a minorenni. Centonove ricette firmate da novantaquattro medici.
Gli effetti della paroxetina erano stati evidenziati da uno studio presentato da una delle industrie farmaceutiche produttrici dei farmaci che contengono questo principio all´Agenzia del Farmaco Inglese. L´intento dello studio era in realtà quello di dimostrare l´efficacia della paroxetina anche nella cura della depressione in età pediatrica, ma l´Agenzia inglese trasse dalla relazione un parere diametralmente opposto. Cioè la pericolosità di questo tipo di farmaci «su bambini e adolescenti che sviluppavano ostilità, labilità emozionale e tendenza al suicidio».

Michele Serra:
la religione del Padre e i serial killer

Repubblica 13.6.04
MICHELE SERRA


IN ITALIA? Berlusconi ci renderà un Paese prospero e migliore. E in Europa? Berlusconi ci renderà un continente prospero e migliore. E il programma? Seguendo l´esempio di Berlusconi diventeremo persone prospere e migliori.
Ascoltavo la radio, guidando nella notte italiana. La voce della giovane candidata di Forza Italia era limpida e gentile. Non diceva niente: non un´opinione politica, non una proposta sul da farsi, non un´idea sulla vita. Diceva solo: Berlusconi. Immersa nella sua beata e fiduciosa litania, come dicesse il rosario. Ho pensato: ma questa non è più politica. E ho anche pensato: forse abbiamo sbagliato a buttarla in politica, destra e sinistra, guerra e pace, Europa e America. Quelle sono parole adulte, questo è un Paese tornato bambino. Quella ragazza parlava di Berlusconi come di un padre idealizzato, guida insostituibile contro il mondo oscuro, minaccioso e cattivo. Per lei la realtà era un fantasma remoto, un problema rimandabile all´infinito fino a che il padre ci tiene per mano, e provvede a proteggerci e a consolarci. Bene educata, provava ad ascoltare le parole del moderatore. Ma non capiva le sue domande, e dunque non poteva rispondergli se non: Berlusconi. Per il resto del viaggio mi sono vergognato di avere paura per me. È soprattutto per lei che bisogna avere paura.

espressonline.it 10.6.04
Il serial killer vien dalla campagna
La metropoli non è sentina di ogni disturbo sociale. È stata superata dalla provincia. I boss della Mafia vengono da paesini pietrosi, Pacciani dal rurale toscano, gli unabomber abitano in cittadine venete. E Mussolini era di Predappio
di Michele Serra


Tra le domande del secolo, non ultima viene questa: come può diventare capo dei satanisti uno di Gallarate? Noi moderni, per generazioni, abbiamo supposto che la sentina di ogni disturbo sociale fosse la metropoli. Beh, ci siamo clamorosamente sbagliati. Totò Riina e gli altri boss vengono da paesini pietrosi e anche se hanno il Rolex paiono appena reduci dalla sagra del fico d'India. Pacciani e i compagni di merende erano tipici abitanti del pittoresco rurale toscano, quello che piace tanto agli inglesi perché non hanno mai visto scuoiare un coniglio, ammazzare il maiale o peggio un padre contadino discutere con una figlia. I serial killer e gli unabomber del Veneto abitano in linde cittadine, si addormentano al suono del campanile e si svegliano incazzati neri, con una prostituta nel freezer e la mamma che rigoverna la casa.
Mussolini era di Predappio.
Si consideri che gli esorcisti operano quasi tutti in parrocchiette tra i castagni, dove gli indemoniati possono ululare indisturbati "li mortacci tua" in aramaico e in sanscrito senza turbare i regolamenti condominiali, e gli astanti possono vomitare direttamente nel torrente dove si allevano le trote "come una volta".
Cercate in provincia. Frugate tra le fratte di biancospino. Scavate nei pioppeti. È lì che si annida il Male. Pare, ad esempio, che la vera capitale del satanismo italiano sia Mezzofinasco, località prealpina famosa per la produzione di bomboniere da matrimonio. A Mezzofinasco, da generazioni, tutti lavorano nella bombonieristica, nelle macchine per bombonieristica e nell'accessoristica per bomboniere. Già questo, secondo gli psicologi, è una fortissima causa di abbrutimento e di depressione, e chiunque sia mai entrato in un negozio di accessori per sposi sa di che cosa stiamo parlando. (Più in generale, si pensa che il famoso 'disagio del Nord-est' sia direttamente proporzionale al prodigioso squallore di quanto in quelle terre si produce: provate voi a fabbricare ogni giorno 300 schiaccianoci a forma di gnomo, o 20 appendiasciugamano finto-impero, e poi venite a dirmi se siete felici). A questo si aggiunga che i cinesi, negli ultimi anni, hanno prodotto bomboniere più economiche (con confetti in ghisa incoporati) e molto più brutte, requisito indispensabile per sfondare sui mercati mondiali.
Il sistema-paese, a Mezzofinasco, è dunque entrato in crisi. La benzina basta appena per la prima macchina, in genere una Mercedes cabriolet, e i giovani del posto cominciano a vendersi l'un l'altro la seconda macchina, sempre una Golf nera. Si organizzano gimkane notturne, ma il paese è lungo 150 metri, illuminato male e strapiombante sul fiume, e va a finire che per potere innestare la terza è necessario essere sopravvissuti all'impatto con il greto. Anche il tradizionale lancio di sassi dal cavalcavia non si può dire che abbia davvero sfondato, nonostante il sindaco abbia costruito apposta un enorme cavalcavia con finanziamenti Cee. Da Mezzofinasco, infatti, passano solo due o tre automobili ogni notte, e per centrarne una è necessario pernottare all'addiaccio. Le madri di Mezzofinasco che portano la felpa ai figli infreddoliti sul cavalcavia hanno anche fondato un'associazione.
Che c'entra questo col satanismo? Pare che un giovane del paese, per errore, abbia letto il libro di un prete esorcista, abbandonato in uno scompartimento ferroviario. C'era scritto che se si ascoltano i dischi di Marilyn Manson all'incontrario, si possono udire formule sataniche. Il giovane provò ad ascoltare un disco di Manson all'incontrario, cioè camminando all'indietro con le cuffie al massimo volume. Non udì formule sataniche, ma inciampò nel tavolo del tinello e battè la testa. Cominciò a sacramentare fortissimo, e i suoi amici, in strada, suggestionati dalla gragnuola di bestemmie in mezzofinaschese, fondarono una setta satanica e uccisero 25 persone.

«il sogno di Boris Pasternak»

La Stampa 13.6.04
Un inedito del celebre scrittore russo rivela l’illusione di conciliare l’ispirazione artistica con il potere del regime sovietico
Il sogno di Pasternak, bolscevico immaginario


Quest’anno alla Stanford University, in California, sull’opera di Boris Pasternak si è svolto un convegno organizzato dal più solerte e solido studioso del poeta russo: Lazar Fleishman. Un tema centrale della vita e dell’opera di Pasternak è il suo rapporto con la rivoluzione, tema che collega l’ultima sua opera, il Dottor Zivago , alla prima. Mia sorella la vita , la raccolta di poesie che, scritte nel 1917, nel 1922 quando apparvero a stampa segnarono la nascita di un poeta impareggiabile. Tra queste due opere trascorsero vari decenni, attraverso i quali si è snodato un arduo cammino di ricerca e di formazione, per capire il quale occorre risalire alla visione iniziale che Pasternak ebbe della rivoluzione. Visione alla quale egli poi cercò di restare fedele, ma invano, poiché era il frutto di un equivoco storico, in cui egli come altri era incorso, anche se nel suo caso si trattò di un errore paradossalmente creativo che gli permise di non venir meno alla libertà interiore che pochissimi altri contemporanei e conterranei hanno dimostrato di possedere.
Che cosa fosse per Pasternak la rivoluzione del 1917, nelle sue due tappe del febbraio e dell’ottobre, lo dice splendidamente lo stesso Pasternak in una lettera a Brjusov (del 15 agosto 1922), facendo riferimento proprio a Mia sorella la vita e rendendo esplicito lo spirito che animava quei versi. Pasternak racconta il contenuto di un colloquio che ebbe con Lev Trotzkij per desiderio di quest’ultimo. A Trotzkij che gli domandava perché nelle poesie di Mia sorella la vita egli si fosse astenuto dai temi politici, la risposta di Pasternak, come egli scrive, consistette in «una difesa dell’individualismo vero come nuova cellula sociale del nuovo organismo sociale». Poi egli spiega il senso di queste parole: secondo Pasternak, Mia sorella la vita è «rivoluzionaria nel senso migliore di questa parola» in quanto «lo stadio della rivoluzione più vicina al cuore e alla poesia, il mattino della rivoluzione e la sua esplosione, quando essa restituisce l’uomo alla natura dell’uomo e guarda lo Stato con gli occhi del diritto naturale (la dichiarazione americana e francese dei diritti) sono espressi in questo libro nel suo stesso spirito, dal carattere del suo contenuto, dal ritmo e dalla successione delle parti, eccetera». Pasternak manifesta qui l’idea di una rivoluzionarietà immanente alla sua poesia e non tematicamente ostentata. Ma nello stesso tempo manifesta un’idea della rivoluzione che era agli antipodi della rivoluzione bolscevica. Per Pasternak il modello di rivoluzione era quello americano e quello francese con la proclamazione dei diritti dell’uomo e un russoviano ritorno alla natura dell’uomo. È facile comprendere che questa rivoluzione libertaria e liberale non corrispondeva affatto alla presa del potere da parte dei bolscevichi.
Il fatto è che l’epoca delle rivoluzioni democratiche, come erano state in diverso modo quella americana e la francese, era finita e la stessa rivoluzione democratica di febbraio ne era stata un’effimera e ritardata eco, destinata a essere presto soffocata da una rivoluzione di tipo nuovo, quella d’ottobre, per la quale essa aveva semplicemente preparato il terreno. Le rivoluzioni del XX secolo, inaugurate da quella bolscevica, sono rivoluzioni totalitarie, proprie di ideologie antilibertarie e antiliberali che progettano utopisticamente un mondo e un uomo radicalmente nuovi. Anche l’analogia col periodo giacobino della rivoluzione francese ha un valore assai relativo poiché il nuovo «giacobinismo» bolscevico, leniniano e staliniano, non solo è stato permanente, e non ha costituito un breve episodio, ma è risultato infinitamente più cruento del Terrore robespierriano. Fu in questo tipo di rivoluzione, non in quella della «dichiarazione americana e francese dei diritti», che Pasternak si trovò rinchiuso, a differenza dell’amico Majakovskij, al quale proprio la rivoluzione bolscevica riusciva congeniale, tanto che egli la cantò così com’era, «unico cittadino», dirà Pasternak nel Salvacondotto , del nuovo incredibile Stato, fino a quel suicidio che tutti sconcertò. Si trattò dunque di un equivoco storico, condiviso da altri anche in Occidente, ma che a Pasternak, che lo visse con tanta sincerità, permise più tardi di liberarsi dal mito della rivoluzione.
Non seguiremo il lungo periodo che va dall’inizio degli anni Venti alla metà degli anni Trenta, periodo assai complesso caratterizzato anche per Pasternak da quello che chiamerei il «complesso di inferiorità» dell’intellettuale di fronte alla realtà rivoluzionaria. Si tratta di un «complesso» che costringe non a piegarsi conformisticamente a tale realtà, come fa la massa servile degli intellettuali del regime, ma a cercare di comprendere le ragioni storiche pseudoumanistiche di essa, adeguandosi alle tendenze e alle esigenze dell’epoca. Questo processo portò molti a quello che un critico, Arkadij Belinkov, ha chiamato «resa e rovina dell’intellettuale sovietico», come suona il titolo di un suo libro. Per Pasternak, però, come per altri poeti della sua generazione, da Anna Achmatova a Osip Mandelstam a Marina Cvetaeva, non si può parlare di «resa», bensì di indipendenza e poi di resistenza. Ma non si può negare che egli abbia sentito se non il fascino, la suggestione della rivoluzione, come si vede anche dai suoi atteggiamenti verso Stalin, nell’illusione che il regime comunista, dopo tanta violenza, si sarebbe «ammorbidito».
Qui ci interessa come, quando e perché Pasternak sia sfuggito all’ipnosi rivoluzionaria e, invece della «rovina», abbia conseguito il trionfo. In breve è lo stesso Pasternak a dire come e quando avvenne la rottura di quel paradosso della sua biografia che possiamo esprimere così: egli, per nobili motivi di fedeltà a certi ideali di giustizia e felicità generali proclamati dalla rivoluzione nella sua ideologia, cercò di diventare sovietico, ma fortunatamente non ci riuscì, e non poteva riuscirci perché tra lui e la sovieticità c’era un abisso. In un appunto scritto di suo pugno in calce al dattiloscritto di alcune poesie e dato a Olga Ivinskaja il 17 novembre 1956 dichiara: «Io non sono sempre stato così come adesso, al tempo delle stesura del secondo libro del dottor Zivago. Proprio nel ’36, quando cominciarono quei terribili processi (in luogo della cessazione del tempo della ferocia, come nel ’35 mi era parso) tutto si spezzò dentro di me e l’unità col tempo si trasformò in una resistenza ad esso che io non nascondevo».
Ma anche prima una «resistenza» agiva nel profondo di Pasternak, radicato nella grande cultura russa ed europea cristiana, il che rendeva la sua creazione sempre così libera e viva nella sua ricerca di verità. Gli eventi del 1936 non furono che l’ultima goccia che spezzò il fragile strato delle illusioni e delle speranze, portando Pasternak al suo Dottor Zivago . Era lo stesso marxismo che adesso veniva visto nella sua nudità di ideologia di un potere totale, come dice lo stesso Zivago, quando dichiara che «il marxismo è troppo poco padrone di sé stesso per essere una scienza (...). Non conosco corrente che sia più chiusa in se stessa e più lontana dai fatti del marxismo». Lo stesso meccanismo della rivoluzione d’ottobre è ora denunciato con fermezza: «I bolscevichi hanno preso il sopravvento sugli altri grazie alla disonestà dei loro principi, che si adattano alle mutevoli circostanze».
Al di là di queste parole, è l’intero romanzo, nelle sue parti in prosa e in versi, a essere l’affermazione di una libertà che Pasternak possedeva fin dall’inizio e ha portato attraverso prove e difficoltà della sua ricerca poetica e spirituale, una libertà che possiamo dire cristiana, come cristiano era il suo «socialismo», nel senso che Pasternak attribuiva liberamente al cristianesimo.

Luciana Sica su Repubblica:
i due articoli, del 24.5 e del 4.6

Repubblica 4.6.04
L'eclisse di Edipo
intervista allo psicoanalista André Green

Non c'è più differenza tra i sessi e neppure tra le generazioni ma il conflitto legato alle origini rimane
Da oggi a domenica un convegno a Roma discute il complesso dei complessi in un'epoca in cui tutto è cambiato
"Più che le persone reali sono le imago dei genitori a contare nella nostra vita"
"Una paziente mi ha detto: tradirei mio marito, ma non posso fare questo a mio figlio
di LUCIANA SICA


ROMA. La centralità del complesso d'Edipo - come anche il primato delle pulsioni o il ruolo prioritario della sessualità - è uno di quei pilastri del pensiero freudiano che da tempo viene più o meno seriamente riformulato o messo un po' sbrigativamente in discussione. Da questa intervista con André Green - che a ogni domanda precisa quasi con pignoleria di parlare "solo a titolo personale"- risulta chiaramente come sia del tutto refrattario al rigetto del modello edipico. Non per questo si percepisce come un esponente dell´ortodossia freudiana, etichetta che non gradisce neanche un po'. Riconosce e in parte accoglie il contributo innovativo di alcuni protagonisti del pensiero psicoanalitico contemporaneo. Quelli che lo infastidiscono, «sono i moderni eternamente impegnati sul fronte del rifiuto».
Uomo d'indiscutibile fascino, più incline al sarcasmo che all'ironia, dallo stile perentorio o per dirla alla francese molto tranchant, non gli piace essere considerato un caposcuola e tanto meno gli va l'appellativo di maestro. Di sé parla poco, butta lì qualche frasetta non esente da una certa civetteria, come: «Non sono né un signore né un vassallo», o anche: «Sono uno dei membri della Società psicoanalitica di Parigi, niente di più...».
Molto di più è André Green, studioso di quelli che non hanno né vogliono avere abilità mediatiche. Secondo un'opinione diffusa, è il più grande analista vivente: in ogni caso è una celebrità nel mondo della psicoanalisi, ormai una figura storica con i suoi 77 anni che - dall'infanzia nell'ambiente cosmopolita del Cairo all'esperienza tra i circoli dell'ospedale Sainte-Anne, dall'incontro con analisti inglesi della statura di Winnicott al rapporto conflittuale con Lacan - hanno attraversato in pieno l'epoca post-freudiana.
Parlando con lui dell'Edipo, l'impressione che prevale è però soprattutto un'altra: Green sembra l'incarnazione della psicoanalisi alla francese, del suo stile inconfondibile che privilegia il culto dell'opera freudiana - secondo lo slogan (lacaniano) del "ritorno a Freud"- , l'attenzione al dibattito filosofico, il gusto delle applicazioni nella letteratura e nel teatro. Non a caso - tra gli scritti di Green - quelli sull´Amleto di Shakespeare, su Proust o anche su Dostoevskij, non sono affatto marginali. Altri suoi titoli sono ormai dei "classici": da Slegare a Narcisismo di vita narcisismo di morte, a Il lavoro del negativo, pubblicati da Borla, o anche Il discorso vivente (Astrolabio). Il saggio sugli stati limite della "follia privata" è uscito invece da Cortina, che ora, a metà giugno, manderà in libreria l'ultimo lavoro dell'autore francese: Idee per una psicoanalisi contemporanea (pagg. 376, euro 29,80).
Dottor Green, che fine ha fatto l'Edipo?
«Non ha fatto nessuna fine, anche se oggi come oggi non è più possibile affermare che esiste una sola concezione dell'Edipo condivisa da tutti gli psicoanalisti: si tratterebbe di un'affermazione falsa. Esiste però anche una sorta di agitazione culturale che, per certi versi, tende a liquidarlo, non vuole neppure sentirne parlare...».
Perché?
«Ma perché l'Edipo è la differenza tra i sessi, e oggi non c'è più differenza tra i sessi. Perché l'Edipo è la differenza tra le generazioni, ed è dunque la necessità del proibito. Oggi nessuno si sente di dire "questo non si fa", e anzi si tende a identificare l'aspirazione a negare i divieti con l'evoluzione stessa della società occidentale - mentre è evidente che la stessa cosa non vale per i papuani, i russi o i vietnamiti... Per quel che mi riguarda, non rinuncio alla base fondamentale dell'Edipo: la doppia differenza dei sessi e delle generazioni che presiede alla nascita. Quali che siano le scelte sessuali di un individuo, non potrà comunque ignorare di essere nato da una relazione sessuale tra due genitori di una generazione precedente: per tutta la vita, è questa origine che dovrà elaborare».
Non crede che la difficoltà a reperire norme etiche che orientino i comportamenti derivi proprio dal "cedimento" della norma per eccellenza, quella edipica?
«Credo piuttosto che la società non stia lì per garantire la realizzazione delle fantasie di chiunque, anche se naturalmente non vogliamo essere turbati, imporci - direbbe Bion - il dolore di pensare... Qualche anno fa in Francia c'è stata una donna, avrà avuto 65 anni, che voleva assolutamente un figlio e per giustificare questa richiesta, andava dicendo che lei aveva tanto amore da dare. Ma questa non è una ragione sufficiente! E la funzione di una società è quella di ricordare che, malgrado tutto, esiste la razionalità... A me tutta questa agitazione attuale - la voglia iconoclasta di demolire ogni divieto - non interessa poi molto».
Il complesso d'Edipo non è cambiato dalla formulazione freudiana ad oggi?
«Non c'è dubbio, e certamente la psicoanalisi è da tempo obbligata a ripensare l'Edipo: quello che invece non andrebbe fatto è rimodellarlo a seconda dei gusti del momento».
Ma è ancora possibile identificare nella struttura edipica il fondamento dell'organizzazione psichica, delle relazioni familiari e sociali?
«Sì, tenendo conto che Freud non ha mai parlato del mito, ma della tragedia, e ha "costruito" un complesso o anche un micro-sistema che riguarda l'insieme dei rapporti di un bambino con i propri genitori, dalla nascita alla morte. Più che le persone reali, sono soprattutto le imago genitoriali a contare nella nostra vita, mentre l'uscita dal cerchio edipico avviene grazie all'identificazione con il rivale, alla desessualizzazione dei desideri verso l'oggetto d´amore, all'inibizione dell'aggressività. Parliamo naturalmente di un processo inconscio a causa delle proibizioni che riguardano l´incesto e il parricidio».
Parliamo anche del conflitto tra natura e cultura, non è così?
«È il conflitto centrale: natura e cultura sono in conflitto all'interno dell'individuo come in seno a un gruppo culturale, e implica che vengano trovate delle soluzioni di compromesso come altrettanti sistemi mediatori. Il sogno è una delle soluzioni individuali, il mito una delle soluzioni collettive... In ogni caso il conflitto ha una sua funzione strutturante, il che non esclude che rimanga sempre un resto mai completamente elaborato. E il risultato del conflitto, presente fin dall'origine, è la produzione dell'altro sistema psichico: il sistema inconscio».
Scrivendo a più riprese dell'Edipo, ha tenuto a dire come Freud abbia impiegato moltissimi anni - dal 1897 al 1923 - per elaborarne la teoria... Perché gli è stato necessario tanto tempo? Lei che idea se n'è fatta?
«Credo che Freud fosse convinto dell'impossibilità di dare una spiegazione esclusivamente clinica del complesso di Edipo, di racchiuderlo nei limiti d'una fase della sessualità infantile per quanto importante, e che fosse necessario interpretarlo come una struttura antropologica più generale. Non a caso, in Totem e tabù Freud indicherà il ruolo del padre morto, molto più importante del padre vivo rappresentato come castratore, autoritario, normativo...».
Per lei significa qualcosa l'eclisse del Padre?
«È dagli anni Sessanta che si parla di eclisse del Padre, ma questi sono soprattutto sociologismi: se oggi la struttura edipica non è più immediatamente visibile, non vuol dire che non sia comunque attiva... Tornando a Freud, il padre morto va ben oltre la figura del padre, a lui non si smette mai di chiedere perdono, rappresenta l'ascendenza, la stirpe degli avi... Sono insomma gli antenati che perseguitano i vivi».
Più volte ha fatto notare che, nella triangolazione edipica, la madre è la sola ad avere una relazione erotica - per quanto differente nella sua espressione - con gli altri due, con il padre e il bambino... Con quali complicazioni?
«Intanto le complicazioni della sessualità femminile dipendono in buona parte da questa doppia relazione carnale. Del resto, dire che è più difficile essere madre e sposa piuttosto che padre e sposo non brilla certo per originalità. Una paziente mi ha confessato una volta, in uno stato di ansia: "Avrei tanta voglia di tradire mio marito, ma non potrei fare una cosa del genere a mio figlio?". A me è sembrata una cosa piuttosto interessante».

Repubblica 24.5.04
Perché vado in analisi
Il processo psicoanalitico: intervista a Jorge Canestri

"Quel che determina il trattamento non è l´obiettivo, impossibile da stabilire, ma il punto di partenza"
Cosa vuol dire "lavoro di trasformazione e qual è lo scopo della terapia analitica? La relazione dello studioso argentino
Non ci sono i pazienti, ma il paziente, lo stesso vale per l'analista. La nostra è la scienza del particolare
Soltanto un ciarlatano può promettere una guarigione. Noi possiamo solo dare la possibilità di cambiare
di LUCIANA SICA


MILANO. Cos'è il processo psicoanalitico? Che vuol dire lavoro di trasformazione? Qual è la finalità della cura analitica? Lo chiediamo a un allievo di Willy e Madeleine Baranger, a uno studioso decisamente versato per le più sottili disquisizioni di natura teorica: è Jorge Canestri, psicoanalista argentino di sessantun anni, in Italia dal '76, l'anno del golpe militare nel suo Paese. Con Jacqueline Amati Mehler e Simona Argentieri, ha scritto La Babele dell´inconscio, un saggio di un certo successo ristampato di recente da Cortina. Il concetto di processo e il lavoro di trasformazione era il titolo della sua relazione al congresso milanese.
Un tema nevralgico per la psicoanalisi, su cui la letteratura è ampia, e i modelli teorici anche molto diversi. Lei lo definisce un "progresso attraverso il cambiamento", e però - quasi paradossalmente - non verso qualcosa ma da qualcosa? Da cosa, dottor Canestri?
«Dal punto in cui si trova il paziente quando chiede una consultazione e comincia un'analisi, vivendo una condizione più o meno acuta di sofferenza. Lo stato iniziale possiamo immaginarlo come uno stato primitivo, e in ogni caso il processo ha inizio da lì, da quel punto in poi: sappiamo da dove si parte, ma la direzione della cura - pensata, è ovvio, in termini di miglioramento - non ha né può avere un obiettivo prestabilito una volta per tutte. Di fatto è "qualcosa" che probabilmente si determinerà strada facendo, secondo quello che i francesi chiamano l'après coup, e cioè la risignificazione - ma solo a posteriori - di quanto è accaduto durante il percorso analitico».
Non a caso lei cita Machado, i due famosi versi dei Cantares: «Caminante no hay camino,/se hace camino al andar»... Ma può davvero bastare l'idea - per quanto suggestiva - del "fare strada", senza nessun riferimento più preciso a un obiettivo finale?
«Si potrebbe dire genericamente che l'obiettivo finale è il raggiungimento di uno stato di salute, ma a quel punto bisognerà almeno chiedersi cosa s'intende per salute, nozione non proprio facilissima da definire. In che consiste, infatti, la salute? Può bastare forse la scomparsa dei sintomi per "star bene"? La stessa ambizione di eliminare radicalmente i tratti psicopatologici è a volte del tutto irrealistica. Pensi ai pazienti gravi, gente che magari a diciassette anni è stata ricoverata in manicomio e ora ne ha cinquanta: in questi casi è molto improbabile, se non impossibile, l'uscita definitiva da uno stato patologico».
In certi casi, è vero, è forse già tanto evitare il suicidio, ma - mi permetta d´insistere - rimane l'impressione che, in analisi, l'obiettivo della cura è da sempre troppo indefinito. Un certo rifiuto del concetto di "malattia" porta anche a respingere la nozione di "guarigione", che pure non andrebbe sbrigativamente liquidata? È un'impressione che a lei sembra totalmente sbagliata?
«In parte sì, perché già Freud si prefissava di trovare una cura utile a certe patologie come l'isteria, "malattie" che non avevano una base organica ma procuravano comunque una grande sofferenza, e che la psichiatria tradizionale non era in grado di affrontare... Il punto è che, strada facendo, Freud capì che la scomparsa isolata del sintomo non implicava una condizione di benessere mentale e che quindi il concetto stesso di guarigione andava profondamente ripensato».
Ci sono autori, come Meltzer, che pensano al trattamento analitico privilegiando l'idea di una riorganizzazione complessiva della personalità. A lei non sembra un'idea, anche questa molto suggestiva, ma in fondo del tutto sfuggente?
«Dipende: è sempre il punto di partenza del singolo paziente a determinare il percorso di un trattamento, o in altre parole l'incidenza che ha sul processo psicoanalitico la patologia che l'analista prende in considerazione. Vede, non ci sono i pazienti, ma il paziente, non esistono gli analisti, ma l'analista, questo è il punto. Le generalizzazioni non stanno in piedi, non reggono proprio, ed è questa la ragione di fondo per cui, da Popper a Grunbaum, la "scientificità" della psicoanalisi è stata messa duramente sotto accusa: perché appunto non si tratta di una scienza del generale, ma dello squisito particolare. Noi possiamo tentare delle nosografie, e infatti distinguiamo tra depressi, nevrotici ossessivi, isterici, psicotici... ma sappiamo anche che queste elencazioni un po' astratte sono molto relative».
Perché?
«Perché non ci sono mai due casi uguali, perché ogni essere umano è un sistema complesso, molto sui generis, e guarda caso sono proprio le neuroscienze a esserci di grande supporto quando descrivono il cervello di ogni soggetto, anche dal punto di vista dei collegamenti nervosi, come qualcosa in tutto simile all´impronta digitale: e cioè qualcosa di unico e irripetibile. Oggi sappiamo anche che il cervello comincia a organizzarsi prestissimo, già in fase prenatale...».
Se questo è vero, si può dire che i fattori ambientali agiscano sull´organizzazione del cervello, e dunque della mente, sin dall´inizio della vita?
«Sì, e purtroppo con una buona dose di casualità. Voglio dire che se si è fortunati, si potrà fare un certo percorso più o meno armonico, ma se invece si è sfortunati quel percorso sarà distorto sin dall'inizio, e nessuno potrà restituire quello che disgraziatamente non si è avuto... Era una pura fantasia della guarigione quella che gli antichi chiamavano la restitutio ad integrum, il ritorno a una sorta di ideale stato originario. Questo purtroppo non è possibile, solo un ciarlatano potrebbe garantire un risultato finale di questo genere...».
Più realisticamente, cos'è che voi analisti potete garantire?
«Più realisticamente, ed è quello che facciamo, possiamo migliorare le condizioni complessive del soggetto, concedergli la possibilità di non ripetere gli stessi meccanismi sbagliati, e dunque di cambiare, ma sempre tenendo conto di come quel soggetto stava prima dell'analisi».
Il problema è che a volte i vostri pazienti non sembrano cambiare affatto. A lei non capita mai di sentire frasette del tipo "Quello sta in analisi da una vita e sta peggio di prima"?
«Mi è capitato molte volte. È così: in analisi si può anche non cambiare, a volte si può addirittura peggiorare, senza dubbio registriamo dei fallimenti terapeutici...».
Ci sarà almeno un modo per scongiurarli, tenendo conto di quello che significa impegnarsi in una cura, tra l'altro molto costosa, come l'analisi?
«Innanzitutto l'indicazione deve essere giusta, nel senso che ci sono pazienti per i quali l'indicazione dell'analisi non è quella corretta. L'analista dovrebbe essere sempre una persona esperta, ma in ogni caso ci sono incontri che funzionano e altri che non funzionano. Capita che il lavoro di un analista - anche molto brillante - con quel particolare paziente non ottenga risultati, questo è possibile, e allora l'analista dovrebbe avere la correttezza di dire: mi dispiace, ma questo lavoro non sta procedendo nel verso giusto, cercherò di orientarla verso un altro collega, o anche verso un'altra terapia...».
Dovrebbe dirlo, ma lo fa davvero? Non è contemplata l'ipotesi dell'analista che s'intestardisce anche quando non vede nessun miglioramento del suo paziente?
«Ammetto che non sia un'ipotesi del tutto astratta. Ma c'è anche il chirurgo estetico che insiste con una serie di lifting che comunque vengono malissimo: cioè pazzi ce ne sono dappertutto, anche nella psicoanalisi».

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sabato 12 giugno 2004

storia:
Le Goff sull'uomo medioevale

Repubblica 12.6.04
INTERVISTA ALLO STORICO JACQUES LE GOFF
L'UOMO MEDIEVALE DAL QUALE PROVENIAMO
... Il medioevo ci ha trasmesso l'idea che l'Europa è un fenomeno complesso che deve sapersi confrontare con le sue differenze
FABIO GAMBARO


«L´Europa è una grande speranza che si realizzerà soltanto se terrà conto della storia: un´Europa senza storia sarebbe orfana e miserabile». Così Jacques Le Goff vede il rapporto tra il Vecchio Continente e il suo passato, da sempre al centro della sua riflessione, come la definizione dell´identità comune europea, mostrando l´importanza dell´eredità medievale: «L´Europa, quella che oggi riunisce venticinque stati», spiega il famoso storico francese, «è il risultato di una storia comune e di radici comuni che, stratificandosi, alimentano il sentimento di un´identità condivisa da tutti. L´Europa s´è fatta e continua farsi per strati successivi, proprio come i diversi strati geologici di un terreno. Per questo difendo l´idea di un´archeologia dell´Europa che riconosca e definisca le diverse tappe di questo lungo percorso. Un percorso nel quale il periodo che va dal IV al XV secolo è stato fondamentale».
Perché?
«Perché ha diffuso il collante del cristianesimo, che si è sovrapposto all´eredità greco-romana, la quale nel corso dei secoli era giunta anche nell´Europa del nord. Il greco e il latino, infatti, fanno parte della cultura europea dall´Islanda alla Sicilia. Durante il medioevo, la diffusione del cristianesimo ha svolto un ruolo fondamentale nell´identità europea, sebbene oggi esso non sia più un elemento caratteristico del continente. L´Europa contemporanea è laica. E tale deve restare in futuro. Per questo, pur riconoscendo il contributo fondamentale del cristianesimo nella nostra storia passata, sono contrario ad ogni richiamo religioso all´interno della costituzione europea».
Quali sono gli altri lasciti dell´epoca medievale?
«Il medioevo ci ha trasmesso l´idea che l´Europa è sempre un fenomeno complesso, che deve confrontarsi con le differenze profonde esistenti tra i paesi europei. L´Europa infatti è sempre stata attraversata da alcune linee di demarcazione più o meno profonde. L´Europa del nord, ad esempio, ha aderito alla riforma protestante, mentre l´Europa del sud è rimasta cattolica. Un´altra opposizione è quella tra l´Europa occidentale, latina e romana, e quella orientale, greca e ortodossa. Queste differenze esistono da sempre in Europa, e in fondo sono presenti ancora oggi. Tuttavia, aldilà di tali opposizioni che devono coesistere ed essere superate armoniosamente, l´Europa è stata sempre il risultato di incroci e meticciati successivi. I germani, i celti, gli scandinavi, gli slavi, gli ungheresi si sono mischiati con le popolazioni anteriori. Allo stesso modo, l´immigrazione che oggi giunge in Europa deve potersi integrare alle popolazioni locali. L´Europa del XXI secolo deve essere aperta e meticcia».
La differenze tra i diversi paesi e le diverse popolazioni non hanno ostacolato il percorso comune?
«Naturalmente i problemi non sono mancati e la costruzione europea è stata un processo difficoltoso. Ma come ho cercato di mostrare nel mio libro, unità europea e diversità delle nazioni non sono assolutamente in contraddizione. Al contrario, fin dal medioevo i due fattori hanno coesistito. In fondo, il primo abbozzo di un´unità europea è emerso proprio nel medioevo, nella fase della formazione delle nazioni, attraverso l´avvento delle monarchie in Francia, Inghilterra e Spagna. E la formazione tardiva dell´Italia e della Germania come nazioni, invece di costituire un ostacolo all´unità del continente, ha piuttosto permesso che questa si realizzasse. Perché la struttura interna dell´unione europea è la nazione. L´unità si fa a partire dalle nazioni. Naturalmente occorre trovare le strutture e le pratiche che permettano di far funzionare le realtà nazionali all´interno della sovrastruttura europea».
Il passato dell´Europa può esserci di aiuto?
«Certo. L´Europa medievale ha creato strutture, pratiche e contenuti unitari che sono molto importanti ancora oggi. Basti pensare alla creazione delle università. Oggi esistono in tutto il mondo, ma originariamente esse nascono come un fenomeno tipicamente europeo. Più tardi, nel XIX e XX secolo, all´identità europea hanno contribuito in maniera decisiva i diritti dell´uomo e la democrazia. Due lasciti fondamentali che ancora oggi costituiscono la base dell´Unione Europea».
Non le sembra che tra l´Europa ideale e quella concreta ci sia talvolta una distanza troppo grande?
«E´ vero. L´Europa non è solo una realtà geografica e politica, ma anche una condizione mentale. Gli insiemi storici che funzionano bene si fondano al contempo sulla realtà e sull´immaginario, perché, accanto ai dati del reale, abbiamo sempre bisogno di utopie. In passato, abbiamo conosciuto il sogno cristiano, il sogno filosofico, il sogno democratico. Oggi dovremmo essere animati da un sogno europeo, che però per il momento sembra mancare. L´allargamento dell´Europa è un avvenimento eccezionale, specie se si considerano i tempi lunghi della storia. E´ raro infatti che un cambiamento tanto importante si realizzi in così poco tempo. Ma la costruzione politica e economica non è stata sufficientemente accompagnata dall´elaborazione di un nuovo immaginario. Lo slancio verso l´avvenire è insufficiente. Ecco perché mi auguro che in futuro emerga una nuova utopia europea condivisa da tutti».

archeologia:
Atlantide

La Stampa 12.6.04
LA SCOPERTA DI UN RICERCATORE TEDESCO
Atlantide riemerge a sorpresa in Andalusia
«Le foto scattate dal satellite coincidono con le descrizioni nei Dialoghi di Platone»
d Gian Antonio Orighi


MADRID Atlantide? E’ vicino a Cadice. Il mitico continente, reso immortale da Platone nei «Dialoghi» e costantemente riscoperto (alle Canarie come a Santorini), sarebbe stato localizzato grazie a un satellite in Andalusia nel golfo di Cadice. Più precisamente nelle maremme di Hinojos, a fianco del fiume Guadalquivir e della celebre Doñana, la più importante area protetta d'Europa. Parola di Rainer Kuehne, professore all'università tedesca di Wuppertal, che ha pubblicato la scoperta sulla rivista online inglese «Journal of Antiquity».
La descrizione classica dell’acropoli di Atlantide e le immagini del satellite «Eurosat» combaciano alla perfezione. Il filosofo, nella sua opera del 350 a.C, descrive con precisione, in 50 righe, l'allora paradisiaca e potentissima metropoli, situata, secono il mito, al di là dello Stretto di Gibilterra: «I discendenti di Atlante fondarono una città nell'isola principale, ricchissima di risorse naturali. Nel suo intorno, c'era una vasta pianura. Poi Poseidone, il dio del mare, costruì tre anelli di pietra pieni d'acqua intorno alla residenza della dinastia reale, e due templi, e all'interno un santuario».
Le istantanee satellitari, riprese per un rilevamento del Sud della Spagna, mostrano proprio le strutture rettangolari dei resti di due giganteschi edifici, uno dei quali potrebbe essere quello del santuario di Poseidone. Non solo: ci sono anche frammenti dei cerchi concentrici che avrebbero circondato il tempio, che secondo la leggenda tramandata da Platone aveva il tetto d'avorio, era ornato d'oro e aveva pareti d'argento.
«La disposizione delle costruzioni e le loro misure coincidono con quanto ha tramandato il filosofo - assicura, entusiasta, Kuehne -. Atlantide dev’essere stata sommersa a causa di un’inondazione prodotta da un maremoto, probabilmente tra l'800 e il 500 a.C.». E aggiunge: «Seguendo questa interpretazione, la zona si è poi trasformata in una baia durante l'epoca dell’impero romano, fino a Siviglia. Più tardi, nel Medio Evo, la zona si è trasformata in una vasta maremma, l'attuale parco di Doñaña».
Ma il pensatore parlava di «isola» e invece l’area di Hinojos è nella terraferma. E inoltre le misure della città scomparsa non collimano. «Nessun problema - aggiunge lo studioso -. Platone usò l’espressione isola, ma dev’essere intesa come zona costiera. E descrive un’”isola” di 925 metri di diametro, circondata da strutture circolari. Però potrebbe aver sottostimato le vere dimensioni di Atlantide: l'antica unità di misura potrebbe essere stata un 20% maggiore di quella descritta». Una affermazione, questa, che porta a un'ulteriore analogia: tarando i 925 metri, si scopre che uno dei due edifici corrisponde con uno dei rettangoli fotografati da «Eurosat», vale a dire il tempio di Poseidone. Ma non è finita. Le montagne, pennellate nel racconto del pensatore, potrebbero essere quelle della Sierra Morena e della Sierra Nevada, che sovrastano le maremme. E nella Sierra ci sono ricche miniere di rame.
Comunque, come in ogni giallo storico, c'è la polemica. Secondo il quotidiano madrileno «Abc», in realtà, le foto del satellite sarebbero state rese note dallo studioso spagnolo Georgeos Díaz-Montexano, il quale le aveva comprate da «Eurosat». Lo studioso teutonico, insomma, si sarebbe giovato delle immagini dello spagnolo, che docente universitario non è, per plagiare tesi non sue. Vero o falso? Sta di fatto che Kuehne ringrazia Díaz-Montexano «per avergli mostrato le immagini».

intelligenza artificiale
(ma i robot non sono forse già tra noi?)

Almanacco della Scienza, rivista online del CNR 11.6.04
Uomini e robot: pensano allo stesso modo


Una macchina potrà mai pensare come un essere umano? Nonostante alcuni scienziati ci stiano lavorando da tempo sembra ancora difficile. Ma forse non impossibile. I risultati di un esperimento della College University di Londra, infatti, dimostrano che robot e uomini potrebbero essere molto più simili di quanto si sia pensato fino a questo momento.
Alcuni ricercatori si sono chiesti da dove nasca la nostra capacità di valutazione e come facciamo a giudicare le cose buone e quelle cattive che potrebbero essere dannose. Ben Seymour ha condotto un esperimento su 14 persone attraverso la risonanza magnetica funzionale (analizzando cioè quali zone del cervello si attivano al momento di compiere determinate azioni).
Ai volontari sono state mostrate una serie di immagini astratte, seguite da una piccola scossa elettrica sul dorso della mano. L'intensità della scossa aumentava o diminuiva in base alla sequenza e alle immagini. I volontari durante l'esperimento hanno imparato velocemente a diffidare delle immagini e delle sequenze più "pericolose". Per esempio se a un quadrato seguiva un cerchio che provocava una scossa più forte le persone giudicavano non solo dannoso il cerchio, ma anche il quadrato al quale poteva succedere il cerchio.
Dopo l'esperimento i ricercatori hanno tracciato un grafico dell'attività del cervello, cercando di descrivere con una funzione matematica il processo che sta alla base della formazione dei giudizi.
"I risultati sono sorprendenti" afferma Peter Dayan del team "esiste una perfetta somiglianza tra i segnali del cervello e le funzioni matematiche usate durante l'"apprendimento" delle macchine". Questo significa che il nostro cervello segue le stesse leggi dell'Intelligenza Artificiale. Una scoperta che potrebbe diventare fondamentale per molti campi scientifici dalle neuroscienze all'ingegneria, dalla psicologia all'economia.

venerdì 11 giugno 2004

Carotenuto, junghiano-spiritualista:
no alle neuroscienze, ma nessuna traccia di pensiero scientifico

Il Giornale di Brescia 11.6.04
CULTURA
Lo psicanalista Aldo Carotenuto nel suo ultimo saggio esplora «Il tempo delle emozioni» e sostiene la natura immateriale della mente
Nelle pieghe dell’anima, la via alla conoscenza di sé
intervista di Maria Mataluno


Uno spettro si aggira nella psichiatria contemporanea. Lo si può chiamare neurobiologia o, più in generale, neuroscienze, e a renderlo spaventoso agli occhi di molti è la sua asserzione fondamentale: il pensiero è l’insieme delle attività neuronali. Quel che chiamiamo anima, psiche, mente o Io, non sarebbe altro che l’insieme dei miliardi di cellule che costituiscono il nostro cervello e delle connessioni elettriche tra loro. Di fronte a questa ipotesi insorgono le voci più autorevoli della psichiatria e della psicologia internazionale, rivendicando alla mente umana una componente che in nessun modo può essere identificata con una singola area o attività cerebrale: il sentimento. Nelle pieghe dell’anima, infatti, si nascondono le emozioni che danno senso alla vita: un mondo che Aldo Carotenuto esplora nel suo ultimo saggio, Il tempo delle emozioni (Bompiani, 265 pagine, 18 euro). Il noto psichiatra e psicanalista junghiano, docente di Psicologia della personalità all’Università La Sapienza di Roma, non si limita a rivendicare la natura immateriale di quella mente che i neurobiologi vorrebbero ridurre a mero cervello, ma sostiene che l’esperienza delle emozioni - anche quelle apparentemente negative - è indispensabile per la costruzione della personalità individuale.

Prof. Carotenuto, il suo libro scardina definitivamente la tesi secondo cui esisterebbe una rigida distinzione tra pensiero ed emozione. Quale relazione esiste, secondo lei, tra ragione e sentimento?
«Le emozioni sono all’origine di ogni comunicazione interpersonale e consentono all’individuo di discernere tra bene e male. Questo ci permette di ipotizzare che esse siano implicate in tutte le attività della mente. È impossibile pensare a una vita psichica che non sia illuminata dalla luce energetica delle emozioni, quella luce che consente all’individuo di non brancolare nel buio e di ritrovare in se stesso la strada della propria verità. E allora la classica e arcaica distinzione tra pensiero ed emozioni, cognizione e affetti, può definirsi ormai obsoleta e superficiale, perché l’emozione è l’energia che fa muovere l’intera esistenza umana. La sfera affettiva intreccia un ininterrotto scambio comunicativo con la dimensione più propriamente cognitiva della nostra psiche, ed è da questo rapporto che scaturisce la soggettività di ogni essere umano».
Che tipo di sapere è quello veicolato dagli affetti? «Le emozioni sono la chiave di accesso per entrare in una dimensione psicologica superiore, dal momento che l’esplorazione del proprio abisso interiore è la più grande conquista evolutiva per l’essere umano. L’incontro con la propria dimensione oscura può essere fonte di profondo turbamento, ma evitarlo significa togliere il respiro alla propria vita, e questa è la fonte primaria delle più acute sofferenze psicologiche».

Qual è la funzione del desiderio nell’evoluzione della personalità di un individuo?
«Il desiderio è la forza motrice della nostra mente. Impalpabile e oscuro, detiene le redini del nostro agire, orientandoci verso i traguardi dettati dalle nostre più profonde aspirazioni. Guidandoci verso la realizzazione dei nostri ideali, esso contrasta ogni forma di divieto imposto dall’esterno e che miri a omologare le nostre aspirazioni a quelle della collettività, a risucchiare nel vortice della "comunanza dei beni" ogni intuizione personale, unica e innovativa. Il desiderio, insomma, ci libera dalla prigionia dell’esteriorità e del conformismo, perché è alimentato solo dalle inclinazioni psicologiche proprie di ciascun individuo».

In che modo l’ambiente sociale interagisce con la nostra emotività?
«La sfera emotiva di ogni uomo dev’essere compresa facendo sempre riferimento al tipo di dinamiche interattive che ciascuno stabilisce col contesto sociale e culturale in cui vive. Educazione e ambiente sono le due forze omologanti che la civiltà usa per indirizzare gli impulsi di ogni individuo verso fini altruistici. Naturalmente si tratta di un meccanismo costrittivo e repressivo, fondato sulla forza di leggi etiche e morali che, per effetto della trasmissione culturale, si cristallizzano nella personalità degli individui. In questa maniera la società ha sempre più costretto i suoi membri ad allontanarsi dal loro patrimonio istintuale, e quindi dalle loro emozioni più profonde».

Cos’è l’empatia?
«Significa provare le stesse esperienze vissute da un altro essere umano, riuscire a identificarsi con esse per avvertire sulla propria pelle la qualità dei suoi sentimenti. Per cogliere le sottili venature dell’animo umano, però, è necessario saper anche afferrare determinati contenuti mentali tramite l’intuizione. Empatia e intuizione, unite, si rivelano degli straordinari strumenti terapeutici».

giovedì 10 giugno 2004

LATMOS
nella Turchia occidentale

informazioni ricevute da Nadia Medda

La mostra
"Antiche immagini dell'uomo"
- Le pitture rupestri preistoriche del Latmo -


è attualmente in corso presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli

fino al 31 luglio


La mostra sarà poi allestita a Ferrara al Castello Estense dal 15 settembre al 31 ottobre.

Il catalogo della mostra di Anneliese Peschlow-Bindokat edito dalla Philipp von Zabern è unicamente consultabile presso la biblioteca del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Pigorini di Roma.

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alcune immagini (abbastanza scadenti purtroppo) di quelle pitture possono essere viste all'indirizzo seguente: www.naturundmensch.de e un'altra, forse migliore, può essere vista cliccando qui

Le pitture rupestri del VI millennio a.C.

Pitture rupestri preistoriche del Latmos. Dalla Turchia occidentale, una importante esposizione che presenta al pubblico una delle più interessanti e spettacolari scoperte dell'archeologia preistorica mediterranea negli ultimi anni, frutto di una ricerca condotta dall'Istituto archeologico di Berlino sotto la direzione di Annelise Peschlow-Bindokat, attraverso lo studio e l'interpretazione delle pitture preistoriche del Latmos. Questi disegni, la maggior parte riconducibili al VI - V millennio a.C., sono le uniche testimonianze finora note dell'arte rupestre in Asia Minore occidentale. Le figure, realizzate con uno stile chiaramente simbolico e di piccole dimensioni, rappresentano in sintesi le prime "immagini di famiglia". Diversamente dalle pitture rupestri paleolitiche dell'Europa occidentali, raffiguranti principalmente animali, l'interesse delle pitture del Latmos s'incentra sulla figura umana non durante attività quotidiana di caccia, allevamento o raccolta ma con prevalenza di coppie uomo - donna.


al proposito riproponiamo un articolo da La Repubblica del 30.01.04
già inserito in questo blog al momento della sua pubblicazione

La scoperta in Turchia: immagini di uomini, donne, bambini
Ecco il primo ritratto di famiglia è vecchio di ottomila anni

A Latmos, sui versanti della montagna, ne sono state contate 140 per un totale di oltre 500 figure: una mostra fotografica da oggi a Lecce l'intervista L'uomo diventa sedentario e getta le basi per il suo nucleo di discendenza I dipinti sono stati fatti con ematite rossa sui massi del monte: forse luoghi sacri
di CINZIA DAL MASO


ROMA - Sono i primi ritratti di famiglia, i primi al mondo. Segnano il momento in cui l' uomo, diventato agricoltore e sedentario, crea la famiglia, il senso di discendenza e di ereditarietà, la società modernamente intesa. E la rappresenta. è una scoperta davvero eccezionale. Immagini di uomini e donne affrontati o abbracciati, gruppi di tre o più persone sempre abbracciati o accostati o in cerchio. A volte sono figure piccole e grandi assieme che paiono l' intera famiglia riunita, nonni genitori e figli pronti per il ciak. A "scattarlo" circa sette-ottomila anni fa è stato un abilissimo pittore che, munito di abbondante ematite rossa, l' ha fissato per sempre su massi e ripari del monte Latmos nella Turchia occidentale. Abile davvero nel ritrarre uomini longilinei ma con solide gambe e la testa a zig-zag o a forma di "t", e donne di profilo per evidenziare le natiche abnormi ma così leggere che paiono danzare. Sono figure bellissime, eleganti nella loro essenzialità. Le ha scoperte e indagate Anneliese Peshlow dell' Istituto archeologico germanico di Berlino in anni di paziente ricognizione su ogni versante della montagna. Finora ha contato in tutto 140 pitture per un totale di oltre 500 figure rappresentate. E ha finalmente deciso di farle conoscere al mondo con una mostra fotografica che dalla Germania è scesa in Italia e oggi si inaugura al Convento dei Teatini di Lecce. Inaugurazione seguita il giorno dopo da una tavola rotonda che vedrà convergere a Lecce il fior fiore dell' intellighenzia mondiale in fatto di Neolitico. Tutti ad ascoltare la Peshlow, il suo racconto. Perché finora pareva che l' arte dell' uomo neolitico si limitasse a qualche statuina in pietra o argilla o poco più. Finora c' erano solo le stanze-tempio di Catalhoyuk (in Turchia centrale) e le pitture della grotta di Porto Badisco (sulla costa adriatica, proprio vicino Lecce) a dire che i primi agricoltori non tenevano solo il capo chino sulla terra ma sapevano anche produrre grande arte. Parevano isolate eccezioni. Poi, qualche anno fa, d' improvviso, in Turchia sud-orientale (area-chiave per le origini del Neolitico) sono spuntate le enormi teste d' uomo in pietra di Nevali Cori, e gli svettanti pilastri di Gobekli Tepe con grandi rilievi di uomini e animali. E ora giunge la sorprendente scoperta del Latmos. Tutte in un' asse che va dalla Turchia al Salento. Solo lì, almeno per ora. Ancora pochi e per noi ancora enigmatici. Ma sufficienti per dirci che il Neolitico non è stata solo una rivoluzione tecnologica e sociale, il momento in cui l' uomo ha cominciato a dominare la natura e a riunirsi in villaggi. Col Neolitico è nato anche il concetto moderno di arte. Per questo Isabella Caneva dell' Università di Lecce ha voluto riunire (nell' ambito della Scuola di specializzazione in archeologia) tutti i suoi colleghi. Per andare a fondo, capire bene la portata rivoluzionaria dell' arte neolitica, la sua importanza anche per noi moderni. «Prima, nelle caverne paleolitiche, l' uomo dipingeva il mondo esterno di cui aveva timore, feroci animali braccati da intrepidi e solitari cacciatori», spiega Caneva. «Col Neolitico dipinge se stesso, il proprio mondo. Perché è lui al centro del mondo. Anche gli animali di Gobekli Tepe sono in realtà animali domestici dal significato simbolico. A Catalhoyuk è la casa tutta, decorata con pitture ed enormi rilievi, ad assurgere a simbolo della nuova società. Col Neolitico nasce un nuovo modo di pensare, "moderno", che si riflette nell' arte. Nasce il ruolo sociale dell' arte». Delle sue forme, simboli e significati, si dibatterà domani a Lecce.


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un caso clinico:
il presidente Bush...

ricevuto da Piergiuseppe Cancellieri

news2000.libero.it - giovedì 10 giugno 2004 - 14:15
USA: PSICHIATRA SU BUSH, UN MEGALOMANE CON TENDENZE SADICHE


Washington, 10 giu. (Adnkronos) - Un soggetto che presenta diverse ''patologie caratteriali'', prima tra tutte la ''megalomania'' e ''senso misurato di grandezza'', che gli fa considerare interscambiabili la sua figura con quella di Dio e dell'America, il tutto condito da inquietanti ''tendenze sadiche''. E' questo l'allarmante quadro clinico che emerge ''dall'esplorazione della psiche di George Bush'', intrapresa da Justin Frank, psichiatra della George Washington University. E conclusasi con l'immancabile libro, ''Bush on the couch'' (Bush sul lettino), che uscira' la prossima settimana negli Stati Uniti allungando la gia' corposa lista di libri che, in America e all'estero, sono stati scritti sul presidente che in tre anni alla Casa Bianca ha lanciato due guerre. ''Non ho mai incontrato il presidente o nessun membro della sua famiglia'' mette le mani avanti il dottore, spiegando al 'Washington Post', di essersi basato per la sua analisi sui discorsi, le apparizioni pubbliche del Presidente. E sulle biografie gia' pubblicate, concentrandosi soprattutto sugli episodi piu' drammatici, come la morte della sorella minore, o piu' controversi, il difficile rapporto con la madre, o scandalosi, il suo problema con l'alcool.

storia del pensiero:
Antonio Labriola

La Stampa 10.6.04
A CENT’ANNI DALLA MORTE DI UN MAESTRO INASCOLTATO DEL SOCIALISMO
Labriola, la via italiana
per tornare a Marx

Nemico di ogni ortodossia, aderì tardivamente al materialismo storico
ma ne rifiutò sempre una lettura in termini di puro economicismo
di Angelo d’Orsi


SEMBRA che l'ultimo libro tenuto fra la mani, nei giorni antecedenti la morte (5 agosto 1895), da Friedrich Engels, il fedele sodale e collaboratore di Marx, al quale sopravvisse una dozzina d'anni, sia stato un volumetto italiano: In memoria del Manifesto dei Comunisti. Autore, Antonio Labriola: un testo basilare della ricezione del marxismo nella Penisola - anche ai fini dello sviluppo di un movimento socialista - e soprattutto per una sua versione critica e antidogmatica. Fu, quella di Labriola, una mediazione originalissima fra Marx e la «tradizione italiana», specie quella linea dei neohegeliani napoletani, solidi sostenitori dello Stato, anche attraverso l'idea di un Risorgimento che fosse una sorta di nuovo Rinascimento, contro la decadenza dei secoli precedenti.
Marx (e alle sue spalle Hegel, e l'hegelismo, ma soprattutto l'amato teorico del «realismo filosofico», Herbart), piuttosto che il marxismo, fu l'orizzonte principale di Labriola: in una fase storica, negli ultimi decenni dell'800, in cui l'ideologia politica emergente era appunto il marxismo, nelle sue infinite versioni, e il «revisionismo» affilava le armi, per dare base teorica al riformismo socialista, Labriola in sostanza propose una sorta di «ritorno a Marx»; un ritorno non da adoratori dell'idolo, bensì da visitatori critici, pronti a respingere ogni irrigidimento chiesastico, ossia la trasformazione della teoria in dottrina, e ancor più a rifiutare una lettura in chiave di meccanicismo e di economicismo del «materialismo storico». Ebbe ragione Franz Mehring, uno dei primi biografi di Marx ed egli stesso dirigente socialista di primo piano, quando scrisse di lui: «Nel suo spirito, era intimamente affine allo spirito di un Marx e di un Engels. Del tutto indipendente da loro, Labriola aveva avuto lo stesso sviluppo intellettuale. (...) Perfino se esistesse una ortodossia marxista, e non esiste, Labriola non ne sarebbe mai stato un seguace. Questo spirito sottile era uno spirito troppo libero e indipendente per diventarlo».
Mehring piangeva la morte prematura (2 febbraio 1904) di Labriola, il «vero capo spirituale del socialismo italiano». In questo anno centenario numerose sono le celebrazioni. Era ora che, prendendo occasione dalla ricorrenza, si desse infine corpo alle appassionate sollecitazioni di Antonio Gramsci il quale additava appunto in Labriola un punto di riferimento ineludibile tanto per la sua critica alla storia d'Italia, quanto per l'altrettanto necessaria riflessione su una «cultura superiore». Gramsci vedeva giusto: Labriola è degno di stare fra i grandi del pensiero di ogni tempo, e dunque era ora che venisse ricordato con la necessaria forza, e anche, perché no?, con un po' di solennità.
Fra il tardo 800 e la morte, Labriola fu in Italia il più accanito, ma anche il più serio e indipendente frequentatore di testi marx-engelsiani: primo vero traduttore del Manifesto del Partito Comunista, fu in rapporti, oltre che con Engels, con i grandi esponenti del pensiero socialista europeo, da Kautsky a Adler. Di formazione napoletana, dopo aver avviato gli studi all'Abbazia di Montecassino (era nato il 2 luglio 1843 a Sangermano, allora negli Stati Pontifici: l'odierna Cassino), dove ebbe maestri culturalmente aperti, mostrò precoci attitudini filosofiche: dopo un curriculum travagliato, comprendente anche un passaggio nei ranghi della Pubblica Sicurezza, giunse alla cattedra di Filosofia morale e Pedagogia all'Università di Roma, e poi, più congruamente, insegnò anche Filosofia della storia. A Marx era arrivato all'inizio di quei formidabili anni Novanta, quando entrò in corrispondenza con un Engels ormai settantenne.
Fu dunque, il cassinese Labriola, un seguace tardivo del «materialismo storico». I suoi non numerosi scritti di quel decennio sono il maggior contributo della cultura italiana allo sviluppo della concezione materialistica della storia. L'adesione a essa coincise con la scelta politica del socialismo, a cui egli giungeva dal radicalismo e, prima ancora, da posizioni di destra conservatrice, anche a causa dell'influsso esercitato su di lui da due amici di famiglia, i fratelli Bertrando e Silvio Spaventa, filosofo l'uno, politico e pensatore l'altro. Serie furono le difficoltà che un docente anticonformista come lui, antigovernativo e schierato accanto ai socialisti, incontrò nell'Italia umbertina. Furono gli stessi studenti (borghesi) a contestare Labriola e a disertarne le lezioni, tanto da indurre quell'eccezionale professore a esclamare (in una lettera a Engels): «Il mio numeroso uditorio è scomparso, così come è scomparso il mio dolce sogno di portare la gioventù universitaria a prendere a cuore gli interessi del proletariato».
Non ebbe del resto rapporti facili - per il rigore intellettuale, per la severa moralità, ma anche per la verve polemicissima che non faceva transazioni con i princìpi, e si esprimeva talora in forme al limite dell'eccentricità - con la leadership socialista, di cui respingeva il riformismo moderato, collocato nell'ambito della «revisione» aperta da Eduard Bernstein, ma anche l'inquinamento positivistico, che si traduceva in una tendenza all'inazione, quando non addirittura all'accomodamento opportunistico.
In un mondo che cercava (da Robespierre a Hitler) dei «duci», Labriola fu convinto che «se la democrazia sociale» (scriveva a Turati, con cui ebbe rapporti tempestosi) «esclude i capi, nel senso giacobino della parola, non esclude i maestri. Anzi!». Labriola non fu un capo ma, appunto, un maestro; un maestro che ebbe scarsa fortuna, sia sul piano intellettuale sia su quello politico, nonostante la fascinazione promanante dalla sua personalità, da cui fu colpito il giovane Benedetto Croce, da lui avviato agli studi del marxismo e a un provvisorio avvicinamento al socialismo. Il quale, però, dell'insegnamento di Antonio Labriola, maestro socratico - anche per la sua preferenza per la parola detta sulla parola scritta: fu una tragica ironia della storia la sua morte per un cancro alla gola - non seppe fare tesoro.

opposti identici:
esorcismo e satanismo

Corriere della Sera 10.6.04
Nel Varesotto
Tutti in fila dal prete esorcista «Il diavolo c’è e va scacciato»
Nella chiesa di Sant’Eusebio di Sesona la perpetua dà il biglietto con il numero, come al supermercato
di Claudio Del Frate


VERGIATE (Varese) - Per molti sarà una pura e semplice coincidenza, ma per chi crede in certi segnali non è un caso che nel paese accanto a Somma Lombardo, dove si sono consumati gli orrori delle Bestie di Satana, da anni vive e lavora (tanto) un prete esorcista. Dentro la chiesa di Sant'Eusebio di Sesona, una frazione di Vergiate, anche ieri almeno una settantina di persone hanno fatto la fila per farsi imporre le mani da don Romano Meroni: hanno portato centinaia di pacchi con bottiglie d'acqua, di olio, scatole di sale, fotografie di parenti che don Romano ha benedetto recitando formule in latino. E fin quasi all'ora di cena decine di persone hanno fatto la fila per avere un incontro con il sacerdote, prendendo dalla perpetua il biglietto con il numero, come al supermercato. Da decenni, almeno tre volte la settimana, questi sono i pomeriggi a Sesona dove diavolo e acquasanta si guardano da lontano: la piccola chiesa di Sant'Eusebio è in cima a una collinetta. I boschi che si vedono sotto, sovrastati dai jet in decollo da Malpensa, sono quelli dove i satanisti hanno massacrato Fabio Tollis, Chiara Marino e Mariangela Pezzotta. E sul caso che in questi giorni scuote la cronaca, don Romano ha un'idea ben precisa: «Posseduti dal demonio quelli? Ho letto che alcuni di loro, una volta in carcere, hanno confessato. Se Satana fosse stato dentro di loro, non avrebbero ceduto: il demonio non se ne va da solo, ci vuole l'intervento dell'esorcista, date retta a uno che queste situazioni le ha viste. Sono dei malati o degli sciagurati». Se non Satana, dunque, chi ha armato la mano di Andrea Volpe e di tutti gli altri accusati dei delitti? «La lontananza da Dio può condurre a ogni tipo di gesto. Il demonio può avere soffiato sui loro cuori, ispirato le loro azioni, ma essere posseduti è un'altra cosa. Alla fine la responsabilità di ogni azione è dell'individuo», taglia corto don Romano. Il parroco di Sesona riceve a piccoli gruppi nella sacrestia, per i fedeli in cerca di una benedizione, di una parola o di un sortilegio l'attesa è lunga. A intrattenerli ci pensa la perpetua che intervalla recite del rosario a sermoni un po' da fine millennio: «Satana ha mille astuzie, state attenti. Oroscopi e sedute spiritiche sono i mezzi con cui ci fa arrivare la sua voce, se avete un amuleto gettatelo nel fuoco e se non brucia gettatelo in un fiume che ve lo porti lontano. Solo Gesù è la vera salvezza». Le imprese di don Romano, in questi anni, hanno raggiunto dimensioni da leggenda metropolitana: Gianangelo è arrivato da Tradate per sottoporre al prete esorcista il caso di un'anziana che ha perso il sonno. «Mi hanno raccontato - dice - che durante una seduta una donna ha cominciato a parlare con voce cavernosa, maschile, don Romano pregava, quella rispondeva "stai zitto!" finché dalla bocca non ha sputato un topolino ed è svenuta!». «Non era un topolino, ma un uccellino - dice il sacerdote - ma il demonio c'è, poche storie: mi sono trovato davanti persone che d'improvviso parlavano lingue sconosciute, altre che possedute da forze inaudite mi hanno sollevato di peso». Ma dai suoi corpo a corpo con Belzebù il parroco di Sesona è sempre uscito vittorioso ai punti, senza ammaccature e appena può stempera la tensione con sorrisi e battute di spirito. «Da qualche tempo la Curia mi ha proibito di compiere esorcismi. Vi sembrerà strano, ma da quel giorno non mi hanno più condotto qui persone possedute».
Come si spiega? «Ammetto che se mi trovassi davanti a un indemoniato, proverei lo stesso a liberarlo dal Maligno. Si vede che il Signore non desidera che disobbedisca ai miei superiori!». Peccato che né Andrea Volpe né gli altri delle Bestie di Satana hanno mai varcato la porta della chiesa di Sesona.

mercoledì 9 giugno 2004

-dove nascono i ricordi?
-neuroteologia
-autismo

Yahoo!Salute
Dove nascono i ricordi emotivi?
mercoledì 9 giugno 2004, Il Pensiero Scientifico Editore


Perché i ricordi emotivi, per esempio quello relativi ad un incidente d'auto o al primo bacio, vengono memorizzati con maggior efficienza? Secondo uno studio condotto dai ricercatori della Duke University, pubblicato sulla rivista Neuron, perché nella loro formazione sono coinvolte delle strutture cerebrali diverse da quelle attivate nella genesi dei ricordi normali.
L’amigdala è una piccola regione del proencefalo, una struttura complessa del lobo temporale del cervello, che prende questo nome dalla sua forma a "mandorla". È un’area del cervello da tempo ritenuta importante nei processi emotivi e coinvolta anche in una forma particolare di memoria: quella emozionale. L’amigdala può essere definita "cuore e chiave" delle reti emozionali del cervello. Nessun’altra zona del cervello è così implicata nei processi emozionali come lo è l’amigdala. Sebbene essa non sia l’unica struttura coinvolta nelle emozioni così come le emozioni non sono la sua unica funzione, rimane confermato che l’amigdala continua ad essere una componente assolutamente essenziale nel sistema emozionale cerebrale.
Nel loro studio Florin Dolcos, Kevin LaBar e Roberto Cabeza hanno mostrato a dei soggetti volontari una serie di immagini che evocavano emozioni positive, negative o neutre, dopodichè hanno analizzato i loro cervelli con tecniche di risonanza magnetica per individuare le regioni del cervello attive durante la formazione della memoria. È stato in tal modo possibile confrontare l'immagazzinamento del ricordo in presenza di emozioni o meno.
I ricercatori, che stavano cercando prove a sostegno dell'ipotesi secondo cui i centri cerebrali delle emozioni e della memoria interagiscono durante la formazione dei ricordi emotivi, hanno così scoperto che il centro emotivo del cervello umano, l'amigdala, interagisce con le regioni cerebrali collegate alla memoria durante la formazione dei ricordi più emotivi, probabilmente per donare a questi ricordi una maggior indelebilità. Lo studio potrebbe aiutare a meglio comprendere quale ruolo volge il meccanismo neurale alla base della formazione dei ricordi emotivi in alcuni disturbi, come lo stress post-traumatico e la depressione.

Bibliografia. Dolcos F, LaBar KS, Cabeza R. Interaction between the amygdala and the medial temporal lobe memory system predicts better memory for emotional events. Neuron 2004;42:855-63.

ilmessaggero.it Mercoledì 9 Giugno 2004
NEUROTEOLOGIA
Nel cervello una zona sensibile al “divino”


Dietro il satanismo può nascondersi una vera e propria patologia neurologica. È la moderna scienza della “neuroteologia” che studia le reazioni del cervello in un contesto religioso e che è stata illustrata ieri da Gabriella Gobbi, assistant professor all’Università di Montreal in Canada e originaria di Osimo. Se riusciamo a pensare il divino, esiste una parte deputata a farlo? La risposta è stata sì. «L’area specializzata nel pensiero religioso - ha spiegato Gobbi - è quella che regola il sistema delle emozioni, diversa dalla corteccia che è sede della razionalità. Si tratta cioè di amigdala, ippocampo e lobo temporale». Guarda caso, l’amigdala è anche la sede dell’aggressività. Si può dunque soffrire di una patologia del comportamento religioso e cadere facili prede di satanismo e chiese “alternative”. Negli anni ’50 alcuni studiosi rintracciarono addirittura un collegamento tra iper-religiosità e epilessia, che unita a sintomi quali sbalzi d’umore e iposessualità poteva essere confusa e portare a fenomeni di conversione. Su questa fragilità gioca il “guru” della setta con il quale l’adepto instaura una co-dipendenza affettiva difficile poi da spezzare (anche per via del senso di colpa su cui il guru fa leva). Non si può stare senza. Il guru è l’unico a poter dare certezze e risposte e solo dentro il gruppo si è forti. C. Gent.

Yahoo!Salute
Autismo: quali fattori lo favoriscono?
martedì 8 giugno 2004, Il Pensiero Scientifico Editore


Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’University of Western Australia alcune complicanze in gravidanza sarebbero associate ad un aumentato rischio di autismo. Nello studio Emma Glasson e colleghi concludono che tali complicanze non costituiscono la causa diretta della malattia, quanto piuttosto il risultato delle stesse basi genetiche che conducono all’autismo. Se ne parla sulle pagine della rivista Archives of General Psychiatry.
L’autismo è una complessa disabilità dello sviluppo caratterizzata da deficit nell’interazione sociale e nella comunicazione, con manifestazioni quali comportamenti ripetitivi e compromissioni qualitative degli interessi. Il disturbo, che colpisce una persona su 500, è dieci volte più frequente nei maschi rispetto alle femmine. Poiché interferisce con il normale sviluppo del cervello nelle aree di interazione sociale e nelle abilità comunicative, causa serie difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale, rendendo difficili tutte le relazioni con il mondo esterno. Le persone autistiche esibiscono spesso movimenti ripetuti del corpo (agitare le mani, dondolarsi), un attaccamento eccessivo agli oggetti e, a volte, comportamenti aggressivi e autolesionisti. Esiste una relazione tra volume del cervello e insorgenza dell’autismo; molti studi hanno infatti documentato un leggero aumento del volume cerebrale medio e della circonferenza cerebrale nei soggetti autistici.
Lo studio ha coinvolto 465 persone nate tra il 1980 e il 1995 e che avevano ricevuto una diagnosi di autismo o di disordini correlati nel 1999. Il gruppo di controllo era costituito da 481 fratelli e sorelle dei pazienti autistici e 1313 persone scelte a caso nella popolazione generale. I ricercatori hanno osservato che, rispetto ai controlli, i soggetti autistici avevano maggiori probabilità di essere nati prematuramente e di avere genitori anziani. Inoltre le loro madri avevano subito più frequentemente una minaccia d’aborto o avevano avuto un travaglio inferiore ad un’ora. "È improbabile che un singolo fattore sia la causa dell’autismo", ha commentato Emma Glasson, "più verosimilmente alcune influenze non genetiche svolgono un ruolo chiave in alcuni casi". I risultati di questo studio supportano la teoria secondo la quale alla base dell’autismo ci siano problemi genetici.

Bibliografia. Glasso E, Bower C, Petterson B et al. Perinatal Factors and the development of autism. Arch Gen Psych 2004;61:618-27.

-rischi con gli antipsicotici atipici
-frequenza delle recidive nei "disturbi bipolari"
-una nuova molecola...

ricevuti da Piergiuseppe Cancellieri

psichiatria.org
Mercoledì 9 Giugno 2004, 9:54
Rischio iperglicemia e diabete con i farmaci antipsicotici atipici


( Xagena ) - L’FDA ( Food and Drug Administration ) ha modificato le schede tecniche dei farmaci antipsicotici atipici: Olanzapina ( Zyprexa ), Quetiapina ( Seroquel ), Clozapina ( Clozaril ), Aripiprazolo ( Abilify ).
Nei pazienti trattati con antipsicotici atipici sono stati segnalati casi di iperglicemia, talora grave ed associata a chetoacidosi o coma iperosmolare e morte.
La valutazione di una diretta correlazione tra impiego di antipsicotici atipici e l’insorgenza di alterazioni del metabolismo del glucosio è complessa per il fatto che i pazienti con schizofrenia sono a rischio di diabete mellito.
Tuttavia studi epidemiologici hanno indicato un aumento del rischio di eventi avversi correlati con l’iperglicemia nei pazienti che assumono farmaci antipsicotici atipici.
Pertanto i pazienti con una diagnosi di diabete mellito, che stanno assumendo antipsicotici atipici dovrebbero essere monitorati regolarmente per un possibile peggioramento del controllo glicemico.
I pazienti con fattori di rischio per il diabete mellito ( es. pazienti obesi, pazienti con storia familiare di diabete ) in trattamento con antipsicotici atipici dovrebbero essere sottoposti al controllo della glicemia a digiuno , e tenuti sotto osservazione per il presentarsi dei sintomi tipici dell’iperglicemia ( polidipsia, poliuria, polifagia, senso di debolezza ).
Poiché l’Aripiprazolo è un antipsicotico atipico di recente impiego, esistono al riguardo poche segnalazioni di iperglicemia e nessun caso di diabete mellito.
Tuttavia anche la scheda tecnica dell’Aripiprazolo è stata modificata e sono state inserite le avvertenze riguardo al rischio di iperglicemia e di diabete mellito. ( Xagena 2004 )

Fonte: FDA

Yahoo!Notizie
Mercoledì 9 Giugno 2004, 10:04
Farmaci antiepilettici e frequenza delle recidive nei pazienti con disturbo bipolare di tipo 1
Di Disturbobipolare.net


( Xagena ) - Pochi studi clinici hanno valutato l’impiego dei farmaci antipsicotici atipici nella prevenzione delle recidive nei pazienti con disturbo bipolare di tipo I.
Lo scopo dello studio è stato quello di valutare se l’Olanzapina associata al Litio o al Valproato fosse in grado di ridurre le recidive rispetto al solo trattamento con Litio o Valproato.
I pazienti che hanno raggiunto remissione sindromica dopo un trattamento di 6 settimane, con Olanzapina più Litio o Valproato hanno ricevuto Olanzapina o placebo, oltre al Litio o al Valproato , e sono stati seguiti per 18 mesi.
Non è stata osservata alcuna differenza significativa tra i due trattamenti, quello di combinazione ( con Olanzapina ) o quello in monoterapia ( con placebo ), per quanto riguardava il tempo alla recidiva.
I pazienti che hanno assunto Olanzapina in aggiunta al Litio o al Valproato hanno presentato una remissione significativa dei sintomi: 163 giorni con terapia di combinazione versus 42 giorni con la monoterapia ( p = 0,023 ). ( Xagena 2004 )

Fonte: Br J Psichiatry 2004

sanihelp.it
PSICHIATRIA:VIA LIBERA UE A NUOVA MOLECOLA CURA SCHIZOFRENIA
Data: 08.06.2004 - 17:31 - ROMA


(ANSA) - ROMA, 8 GIU - Nuove speranze per la cura della schizofrenia arrivano da una molecola di nuova generazione: e' l'aripiprazolo, che oggi ha ottenuto il via libera da parte dell'Emea, l'Agenzia europea per la valutazione dei farmaci. Ora, l'antipsicotico passera' al vaglio dell'Agenzia del Farmaco per la disponibilita' in Italia. L'Aripiprazolo e' gia' disponibile negli Stati Uniti, dove ha ottenuto l'autorizzazione a fine 2002 e, ad oggi, 450 mila pazienti sono stati trattati con la nuova molecola. Anche l'Italia ha contribuito allo sviluppo clinico di aripiprazolo ed ha partecipato alle sperimentazioni: oltre 20 centri clinici e piu' di cento pazienti hanno gia' avuto accesso al farmaco. Ma quali sono i benefici della nuova molecola? Gli studi clinici presentati, cui hanno partecipato 1648 pazienti affetti da schizofrenia con episodio acuto, hanno dimostrato che la terapia con aripiprazolo permette un notevole miglioramento sia dei sintomi positivi (allucinazioni, deliri) che di quelli negativi (appiattimento affettivo, perdita di piacere e di interesse), caratteristici di questa patologia. L'aripiprazolo ha mostrato inoltre di non variare in maniera significativa il peso corporeo, di non causare sintomi ulteriori e di indurre solo una modesta sedazione rispetto al placebo (11% contro 8%). La sicurezza e la tollerabilita' della nuova molecola sono state inoltre valutate studiando oltre 5500 pazienti, compresi oltre 1250 pazienti trattati per almeno un anno. - SCHIZOFRENIA IN CIFRE: IN ITALIA NE SOFFRONO IN 500.000 Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanita' (OMS), la schizofrenia colpisce nel mondo una persona su cento. Negli Usa sono 2 milioni gli individui affetti da questa patologia e in Italia si stima che siano 500 mila. La schizofrenia interferisce con la capacita' della persona di pensare in modo chiaro, di gestire le emozioni, di prendere decisioni e di avere rapporti con gli altri. E' una malattia che puo' essere curata, sebbene non esista una guarigione definitiva ed i farmaci antipsicotici impiegati fino ad oggi, a causa dei pesanti effetti collaterali, non sempre hanno fatto registrare un'adesione completa alla terapia da parte dei pazienti.(ANSA).

una intervista sulla legge sulla fecondazione
e un breve racconto in morte di Nino Manfredi

entrambi i pezzi sono di Paolo Izzo e sono apparsi sul numero 6 di Zefiro, uscito oggi, 9.6.04

Fecondazione assistita:
«La nuova legge è stupida e illiberale»
Intervista con Giuseppe Rippa, direttore di Quaderni Radicali
di Paolo Izzo


I radicali stanno raccogliendo le firme per un referendum abrogativo contro la nuova legge sulla fecondazione assistita. Nel mondo politico la prima adesione è arrivata dal partito di Fausto Bertinotti, seguito dalla sottoscrizione di alcuni diessini “disobbedienti”, mentre Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds ha formato un comitato con cui intende affiancare il lavoro dei radicali; dal mondo della canzone un sostegno importante arriva da Vasco Rossi che ai suoi concerti oceanici ospita i tavoli radicali, incitando i fans a firmare per il referendum. Tuttavia, il mondo laico appare ancora troppo disunito per accogliere in pieno la protesta dei radicali, che si trovano per l’ennesima volta a combattere da soli, fatte salve le adesioni che arriveranno postume: a battaglia vinta.
Sul tema della nuova legge sulla fecondazione assistita abbiamo intervistato Giuseppe Rippa, radicale storico, già segretario e deputato del Pr negli anni ’70 e oggi direttore della rivista “Quaderni Radicali” e del suo supplemento telematico “Nuova Agenzia Radicale”.

Il governo Berlusconi ha varato la legge n. 40/2004, in materia di procreazione assistita, entrando anche nel merito della ricerca scientifica, con norme fortemente riduttive della libertà dei singoli individui, dei medici, dei ricercatori. Cosa ne pensi?
Com’era prevedibile, tutte le contraddizioni della legge sulla procreazione assistita sono venute al pettine dimostrando che, anziché una legge intransigente, quella approvata dal Parlamento è una legge stupida… Non che siano stupide le obiezioni che per motivi etici, di fede e di valori (ovviamente vissuti nell’ambito delle proprie scelte morali e religiose), vengono sollevati. Ma perché ipocriti e stupidi erano e sono i modelli di compromesso, escogitati dalle alchimie assurde di un legislatore ottuso, incapace di elaborare norme che diano soluzione ai conflitti determinati dai fatti della vita.

Sembra di tornare indietro nel tempo. E non si può non pensare agli anni delle battaglie radicali per porre fine agli aborti clandestini. I maggiori ostacoli per trovare una legge li ponevano, ovviamente, i cattolici…
Quando il Parlamento si trovò a discutere la legge sull’aborto, tutto lasciava presupporre che, proprio alla luce dei princìpi cristiani che escludevano ogni possibilità di norme pro-aborto, la soluzione al dramma dell’aborto clandestino e di massa poteva essere trovata con una normativa di depenalizzazione del reato di aborto. Compito della società, dell’associazione di fede e non, sarebbe stato quello di diffondere una cultura sessuale meno sessuofoba, una sensibilità maggiore alle azioni preventive di educazione sessuale, una iniziativa forte e profonda sul valore della vita che fungesse da deterrente necessario contro l’aborto.

E invece?
Niente di tutto questo accadde: per una classe politica dirigista la società non va organizzata, ma controllata. In questa perversione culturale è nata una legge allucinante fatta di controlli ipocriti e violenti, che non riduce - se non in misura insufficiente - la pratica dell’aborto clandestino ed avvia procedure in cui sguazzano obiettori fasulli delle strutture pubbliche o cucchiai d’oro e mammane ancora in funzione, nonostante la legge.

Oggi siamo di fronte a qualcosa di tremendamente simile…
La stessa griglia sub-culturale è alla base della legge sulla fecondazione assistita. Quella che doveva essere una legge tesa a fornire una norma chiara, in grado di soddisfare una domanda diffusa - si parla di milioni – di donne e di uomini che intendono diventare genitori anche ricorrendo a tecniche che la scienza ha reso possibili, come la fecondazione medicalmente assistita, si è trasformata in una lunga teoria di impedimenti. In molti casi privi di senso logico, incomprensibili, ridicoli. La salute riproduttiva dell’essere umano, proprio grazie alla ricerca biomedica, può essere in grado di rispondere ad una richiesta, al desiderio di procreazione. Si trattava di produrre una legge, degli efficaci regolamenti affinché questa speranza possa essere – nella tutela dei diritti di tutti – soddisfatta.

Al contrario, si riaffaccia un forte “clericalismo” che scontenta i laici…
Torna a galla un vero revanscismo di stampo neo-guelfo, nutrito di pelosa sottocultura dei vizi privati e delle pubbliche virtù in cui, con una raffica di “divieti”, si mira ad una oggettiva limitazione delle libertà. Il riflesso è identico e parallelo alle vicende delle cellule staminali, della libertà di ricerca, di tutte le questioni etiche che si tenta di riproporre nella logica di un neo-clericalismo mascherato di presunti valori. Così ci troviamo di fronte a un testo che cancella la libertà di scelta, che rimane da tutti i punti di vista ambigua, confusa e discriminante nei confronti dei soggetti meno abbienti.

Vorresti ricordare ai lettori di «Zefiro» quali sono i punti di questa legge?
Il testo della legge si distingue per una serie di divieti.
No alla fecondazione eterologa, che richiede il ricorso a un donatore esterno; possibile soltanto quella omologa, in cui cioè vengono utilizzati seme e ovulo della stessa coppia. No a single e omosessuali, in quanto possono accedere alla procreazione medicalmente assistita solo le coppie di adulti maggiorenni, di sesso diverso, in età potenzialmente fertile, coniugate o conviventi. No a sperimentazione sugli embrioni. È possibile la ricerca clinica e sperimentale solo a fini terapeutici e diagnostici collegati alla tutela della salute dell’embrione stesso, e quando non siano disponibili metodi alternativi. Limiti alla produzione di embrioni, poiché non potrà essere prodotto un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico impianto e comunque non superiore a tre. Vietata la riduzione di embrioni nelle gravidanze plurime, fatti salvi i casi previsti dalla legge sull’aborto. No alla clonazione. Vietati anche tutti gli interventi diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete. Vietato congelare e sopprimere embrioni, fermo restando quanto stabilito dalla legge sull’aborto. Per quelli congelati prima dell’entrata in vigore della legge, il ministero della Salute dovrà fissare modalità e termini di conservazione.

Il divieto delle sperimentazioni sugli embrioni conduce al loro impianto sani o malati che siano! Come se non bastasse, c’è la parte relativa all’obiezione di coscienza dei medici e alle sanzioni…
Obiezione di coscienza: medici e personale ausiliario potranno astenersi dal praticare la fecondazione artificiale, se entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge comunicheranno la loro decisione in tal senso. Sanzioni: solo amministrative per i medici che applicano la fecondazione eterologa o ai soggetti non ammessi dalla legge (minorenni, single, omosessuali), con la possibilità di sospensione dall’esercizio della professione variabile da un minimo di un anno ad un massimo di tre. Nessuna punibilità invece per coppie o singoli. Carcere da dieci a venti anni ed interdizione perpetua dalla professione per i medici che attuano la clonazione; reclusione da un anno a tre per chi realizza, organizza e pubblicizza la commercializzazione di gameti ed embrioni o la surrogazione di maternità. Carcere anche per chi applica la sperimentazione sugli embrioni e ricorre al congelamento e alla soppressione.

Gli altri paesi europei hanno norme meno intransigenti?
Non solo. Chi può mai credere che un simile impianto possa risultare utile alla regolamentazione di una materia così complessa ma così sentita? Tutta l’impostazione della legge – che è assai più restrittiva della direttiva comunitaria che l’Italia è chiamata a recepire – impedisce al nostro Paese di competere internazionalmente sul fronte della ricerca scientifica togliendo a milioni di cittadini italiani la speranza concreta di cura e guarigione in un futuro che appare sempre più prossimo.

Insisto: se la scienza viene ostacolata si finisce per fare ciò che va bene al Vaticano, non credi?
Guai a mollare sul principio della laicità dello Stato. Garantire il rispetto dell’art. 33 della Costituzione, secondo il quale “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, è assolutamente un atto politico irrinunciabile.

L’unico strumento di cui i cittadini contrari a questa legge sembrano poter disporre è il referendum. I radicali lo promuovono e le adesioni, dal mondo politico e non, cominciano ad arrivare; ma sono ancora poche, vero?
Il referendum rimane l’unica possibilità concreta per rimuovere una normativa assurda. Una grande battaglia di libertà per i diritti delle coppie sterili e di quelle portatrici di malattie genetiche, per i diritti dei malati che con la legge oggetto del referendum vedono cancellata la speranza di cura con le cellule staminali embrionali. Si possono anche ideare quesiti parziali, per abrogare soltanto alcuni punti della nuova legge, nel caso si riscontrasse in essa qualcosa di positivo… Ma resta fondamentale la raccolta delle firme: per una serie di meccanismi burocratici, se entro il 30 settembre non si dispone delle firme necessarie, ogni ipotesi referendaria slitta a non prima del 2007! Lo tengano presente i parlamentari che hanno votato contro la legge 40 alle Camere: non appoggiare il referendum radicale subito, significa menare il can per l’aia e lasciare che tutto resti immutato ancora per anni. E se anche per scopi elettoralistici non si volessero impegnare prima delle elezioni europee del 12 e 13, siano almeno pronti a farlo a partire dal 14 giugno!

Variazioni sul tema
di Paolo Izzo


La morte di una persona a cui volevi bene ti arriva sempre come un sasso in testa. Nessun ragionamento riesce a sciogliere il magone che si fissa vicino all’ugola e filtra ogni respiro. Nino Manfredi è morto e sembra che sia morto uno di casa…

Padri

Era un colpo al cuore, ogni volta che lo vedevo. Il sorriso di sfottò, l’espressione sardonica, quella maniera di girarsi verso l’interlocutore un secondo dopo aver sentito una sciocchezza provenire da quella direzione. Gli occhi profondi, velati da un’amarezza liquida. La bravura; la voglia di far divertire, di far piangere, di far pensare. Non potevo farci niente: più lo guardavo e più mi convincevo. Arrivava un vecchio film, un nuovo film, un’apparizione in televisione: ogni volta, c’era da giurarci, rimanevo inchiodato lì, inesorabilmente. Somigliava così tanto a mio padre da far venire i brividi: mio padre che è scomparso molto prima, troppo presto; mio padre che ho più immaginato che conosciuto; mio padre che una volta lo incontrò in un ristorante e si guardarono dalle fronti corrugate e alzarono metà labbro in un accenno di sorriso e alzarono il bicchiere a mezz’aria per brindare, da lontano, alle loro facce che si ricordavano a vicenda. Se n’è andato pure lui, adesso, insieme ad altri padri, insieme a sacchi e sacchi di ricordi: andati… come se si andasse da qualche parte, poi. Nessuno dei due ci credeva più di tanto, anche se il tempo a volte può vincere gli ostinati; nessuno dei due credeva che avrebbe incontrato chicchessia in un impossibile aldilà. Nessuno dei due tornerà a dire: non preoccuparti, da qualche parte sono andato… Allora è qui, in questo difficile, ingiusto aldiquà, tra le parole che zampillano come lacrime dalla penna, che li vedo incontrarsi di nuovo, a mezz’aria: da un momento all’altro si scambieranno due battute da far ridere tutti. Aspetto e non mi muovo. Aspetto. Sul mio volto c’è un sorriso un po’ salato.