lunedì 6 giugno 2005

professori per il Sì

Corriere della Sera 6.6.05
«Referendum: la moralità dei quattro sì»
L’APPELLO DEI PROFESSORI UNIVERSITARI

FILOSOFI, BIOETICISTI, GIURISTI: I 78 FIRMATARI
Hanno sottoscritto l’appello 78 bioeticisti, filosofi, giuristi e studiosi di scienze umane, tra cui: Bartolommei Sergio (Università di Pisa), Barni Mauro (Università di Siena), Boniolo Giovanni (Università di Padova), Borsellino Patrizia (Università dell’Insubria), Corbellini Gilberto (Università La Sapienza, Roma), D’Amico Marilisa (Università degli Studi di Milano), Defanti Carlo Alberto (Neurologo, Bergamo), D'Orazio Emilio (Centro Studi Politeia, Milano), Ferraris Maurizio (Università di Torino), Giorello Giulio (Università di Milano), Jori Mario (Università degli Studi di Milano), La Vergata Antonello (Università di Modena e Reggio Emilia), Lecaldano Eugenio (Università La Sapienza, Roma), Mattei Ugo (Università di Torino), Montaleone Carlo (Università degli Studi di Milano), Mori Maurizio (Università di Torino), Neri Demetrio (Università di Messina), Pasini Enrico (Università degli Studi di Torino), Pintore Anna (Università di Cagliari), Pocar Valerio (Università di Milano-Bicocca), Remotti Francesco (Università di Torino), Santosuosso Amedeo (Università di Pavia), Tranfaglia Nicola (Università di Torino)
Le adesioni vanno inviate a: politeia@fildir.unimi.it


La nascita di un bambino voluto dai genitori è un bene prezioso e il modo in cui avviene la nascita o il concepimento non annulla né sminuisce questo grande valore. Solo inveterati pregiudizi contro le tecniche o le novità possono indurre a credere che solamente il concepimento conseguente al rapporto sessuale sia dignitoso e moralmente accettabile. Le tecniche di fecondazione assistita rappresentano un progresso medico e morale in quanto consentono alle persone di avere figli in maniera responsabile. La 40/2004, di conseguenza, è una legge oscurantista perché limita fortemente la libertà personalissima di procreare, sia scoraggiando il ricorso alla fecondazione in vitro per il fatto di imporre - contro ogni indicazione medica - alle donne che la richiedono ripetute stimolazioni ormonali, sia vietando la donazione dei gameti a chi non ha altro modo per avere un figlio.
Un mondo con più conoscenza è migliore di un mondo avvolto nell’ignoranza e, quindi, anche la ricerca scientifica volta a far crescere la conoscenza è moralmente buona. Oggi la scienza sta spalancando nuovi straordinari orizzonti sulle prime fasi della vita umana con ricerche da cui si attendono effetti terapeutici di eccezionale valore. La legge 40/2004 blocca la ricerca scientifica in nome della difesa del «mistero della vita» mostrando un atteggiamento antiscientifico.
A difesa della legge 40/2004 si sostiene che il concepito dalla fecondazione avrebbe i diritti (o la dignità) della persona umana, per cui il principio di uguaglianza imporrebbe di limitare o vietare la ricerca scientifica e la fecondazione in vitro. Questa tesi presuppone che un embrione di quattro o di otto cellule sia già una persona umana - una sorta di bambino in miniatura racchiuso in poche cellule.
Oltre a essere una specifica posizione morale di alcuni che non può essere imposta a tutti per legge, questa tesi non solo è molto controversa ma è anche debole sul piano razionale. Infatti, il prodotto del concepimento (l’embrione) nelle primissime fasi del concepimento può avere una pluralità di destini, la maggior parte dei quali sono del tutto diversi da quello per cui gli si vogliono riconoscere dei diritti. Tra questi destini possibili, ad esempio, vi è anche quello di trasformarsi in un tumore maligno.
Solo un’intensa e falsata campagna mediatica è riuscita a dare tanto rilievo all’assurda idea che l’embrione sia persona dal concepimento. Lungi dall’essere già persona dotata di diritti, l’embrione è una fase iniziale del processo riproduttivo. Se è moralmente ingiusto trattare uguali in modo disuguale, è altrettanto ingiusto trattare disuguali in modo uguale. L’articolo 1 della legge deve essere abrogato, come richiesto dal primo quesito del referendum. Dopo avere «blindato» la legge in Parlamento e impedito qualsiasi miglioramento, si dice oggi che la materia oggetto del referendum è troppo difficile e complessa perché i cittadini possano decidere al riguardo.
Questo è il consueto argomento antidemocratico, analogo a quello usato in passato da chi riteneva che le donne o gli analfabeti non avessero conoscenze sufficienti per avere il diritto al voto e partecipare alla vita politica. Non solo la legge 40/2004 è antiscientifica, ma è difesa con argomenti poco compatibili con una democrazia matura in cui le persone si confrontano senza ricorrere all’espediente dell’astensione che sfrutta furbescamente il vantaggio dato da chi per necessità o pigrizia non partecipa al voto.
A votare al referendum si è chiamati non da un numero (più o meno ampio) di cittadini, ma da una legge dello Stato analoga a quella che chiama al voto nelle elezioni politiche. Pur essendo consentito sul piano della legalità formale, dal punto di vista sostanziale della moralità politica l’appello all’astensione è un attentato alla vita democratica.
Mentre auspichiamo il successo del referendum, ribadiamo che i divieti della legge 40/2004 restano moralmente ingiusti e di grave inciampo al progresso civile anche se non fosse raggiunto il quorum. Su di essi dovrà riaprirsi il dibattito politico e legislativo per riaffermare la moralità della fecondazione assistita e per garantire ai cittadini la libertà riproduttiva.

ipnosi

La Provincia 6.6.05
La dieta speciale chiamata ipnosi
Disturbi diversi possono essere curati grazie alla tecnica che consente un tuffo nel proprio mondo interiore
E così attraverso l'esplorazione della fonte della nostra fantasia può anche capitare di riuscire a perdere peso

Molti dei blocchi emotivi nascosti nell'inconscio generano dei veri e propri disturbi che si rivelano a livello fisico, ossia attraverso un disagio organico. «Patologie dell'apparato digerente, quali gastrite, ulcera e colite, disturbi dell'apparato cardiocircolatorio, come ipertensione o aritmia, ma anche sovrappeso, ansia e problemi dermatologici, come la psoriasi, possono avere origine in un disagio psico-emotivo», spiega Rita Colantropo, psicologa del Credes, (Centro ricerche evolutive dell'Essere) di Milano. Grazie all'ipnosi, è possibile vincere parecchi problemi psicosomatici, in modo graduale e naturale. Tramite lo stato di coscienza alterato, indotto dalla visualizzazione di scenari piacevoli e pacificanti che portano a uno stato di profondo rilassamento, l'emisfero sinistro del cervello, la parte razionale, viene "messa a tacere". Viene, invece, lasciata libera di esprimersi quella irrazionale, responsabile delle emozioni e del piacere, ossia l'emisfero destro. «Tuttavia è importante sottolineare - continua Rita Colantropo - , che non si perde mai totalmente il controllo, poiché nessuno può essere costretto a comportamenti contrari al proprio codice morale». Lo stato ipnotico permette di entrare in contatto con la parte più immaginifica del proprio essere, quella che libera la fantasia. Si dà voce alle emozioni più profonde occultate dalla razionalità per difesa o per paura, che, spesso inibiscono e disturbano la parte più creativa del nostro Sé. Un trauma che ha generato emozioni negative viene archiviato dalla nostra memoria, ma viene contemporaneamente nascosto alla nostra parte emotiva, come a volerci difendere dal dolore provato. Durante l'ipnosi cadono le resistenze razionali e si rivivono le sensazioni anche spiacevoli che hanno condizionato inconsciamente e negativamente il benessere psicofisico. Attraverso l'esperienza ipnotica, le emozioni vengono rivisitate e descritte. «La verbalizzazione del vissuto ha, in sé, il vero potere terapeutico. La parola cura, la parola guarisce. Semplicemente raccontando l'esperienza rivissuta in ipnosi, ci si libera della paura e delle situazioni traumatiche», sottolinea Rita Colantropo. Dunque, il cambiamento indotto dall'esperienza rivissuta genera una sensazione di leggerezza, grazie al contatto con emozioni nascoste e con energie inesplorate. Il ricordo di quanto vissuto permane anche dopo l'esperienza ipnotica: il canale rimane aperto. Si sciolgono lentamente, seduta dopo seduta, nodi e blocchi emotivi che hanno inibito lo sviluppo psico-emotivo del paziente. Il processo di guarigione continua ed è finalmente possibile aprire un vero e proprio percorso di crescita psicologica e di evoluzione spirituale che sono, comunque, inscindibili. Molto spesso ci si fa vincere dal timore della seduta ipnotica. Si teme di perdere il controllo e di dire o fare cose che esulano dalla volontà, ma è una paura infondata. In fase iniziale, la voce dello psicoterapeuta induce prima a concentrare l'attenzione sul proprio respiro, per poi guidare il paziente alla visualizzazione di scenari rilassanti, legati alla natura come mare, montagne, prati, spiagge smisurate, spazi che ognuno animerà e arricchirà con particolari nati dalla propria immaginazione. Tutto trova riscontro in una simbologia ben precisa che lo psicoterapeuta analizzerà e rielaborerà, al termine della seduta, con il paziente. Molte dipendenze, per esempio, possono essere vinte attraverso l'esperienza ipnotica. «La dipendenza da cibo sottintende la soddisfazione orale», spiega Rita Colantropo. In questo caso è necessario comprendere qual è lo stile di vita del paziente, al fine di verificare se il nutrimento avviene per insoddisfazione, in modo compulsivo. L'ipnosi permette il contatto tra la persona e il proprio mondo interiore. Potrebbe, infatti, trattarsi di una carenza affettiva o progettuale, di una forte mancanza di autostima presenti a livello inconscio. Attraverso l'avvicinamento al proprio Sé, il paziente è in grado di contattare le proprie emozioni profonde. E, finalmente, in grado di spostare l'attenzione dal nutrimento del corpo a quello interiore, sviluppando una sorta di progettualità dell'essere: la perdita di peso sarà la semplice, naturale conseguenza di questa nuova dimensione.

domenica 5 giugno 2005

il pubblico ufficiale, il ministro di culto...
che inducano gli elettori ad astenersi
violano la Legge

La Stampa 2 Giugno 2005
Ecco il testo contenuto nel Dpr 30 marzo 1957, numero 361 e successive modifiche


Titolo VII, relativo alle elezioni alla Camera e al Senato

Articolo 98

«Il pubblico ufficiale, l'incaricato di un pubblico servizio, l'esercente di un servizio di pubblica necessità, il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell'esercizio di esse, si adopera a costringere gli elettori a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati od a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati o ad indurli all'astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000».

Nella legge del 25.5.1970 numero 352 si estendono ai referendum le norme del 1957.
Questo il testo del Titolo V della legge, le Disposizioni finali:
«Le disposizioni penali, contenute nel Titolo VII del testo unico delle leggi per la elezione della Camera dei deputati, si applicano con riferimento alle disposizioni della presente legge. Le sanzioni previste dagli articoli 96, 97 e 98 del testo unico si applicano anche quando i fatti negli articoli stessi contemplati riguardino le firme per richiesta di referendum o per proposte di leggi, o voti o astensioni di voto relativamente ai referendum disciplinati nei Titolo I, II e III della presente legge. Le sanzioni previste dall’articolo 103 del suddetto testo unico si applicano anche quando i fatti previsti nell’articolo medesimo riguardino espressioni di voto relative all’oggetto del referendum».

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«Incoraggiare apertamente gli elettori all’astensione è una sorta di ostruzionismo per far mancare il quorum, e dunque non è lecito. In questo caso l’ostruzionismo è ancora più grave perché è organizzato da parlamentari, tra cui addirittura i presidenti delle Camere, che hanno votato la legge 40. Invece di limitarsi a fare propaganda per il “No”, incitano il non voto perché vogliono cavalcare un 35 per cento di astensionismo fisiologico. Così facendo si sottraggono al controllo popolare».

AUGUSTO Barbera, professore di diritto costituzionale all’Università di Bologna ed ex parlamentare con il Pci-Pds

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Cina

liberazione.it 4 giugno 2005
Tienanmen, 4 giugno: quel giorno nacque il capitalismo cinese
di Rina Gagliardi

Quel 4 giugno 1989 qualcuno, chissà, non aveva ancora capito che eravamo nel pieno dell'Ottantanove - e che da quell'anno in poi il mondo sarebbe stato diverso. A Tienanmen, già illuminata dai riflettori della globalizzazione, venne consumato uno dei massacri più feroci e crudeli del mondo contemporaneo: almeno diecimila ragazzi immolati sull'altare del nuovo ordine di Deng Hsiao Ping, i mucchi di corpi schiacciati dai carri armati, sepolti sotto un fiume di sangue, poi buttati via, chissà dove, come spazzatura umana di cui liberarsi al più presto. Ancora, oltre tre lustri dopo, quelle immagini di morte ce le portiamo dentro: non le abbiamo rimosse, non le abbiamo riposte nell'archivio polveroso dei tanti crimini della storia, o della politica. Moriva un sogno, a Tienanmen: quello di un socialismo capace di rinnovarsi davvero, di "riformarsi" senza rinunciare ai suoi orizzonti ultimi, di far diventare protagonisti i suoi giovani. Ma chi si ricorda oggi che quei fragili e resistentissimi studenti andarono incontro ai carri cantando l'Internazionale? E che, oltre loro, in altre grandi città della Cina c'era un grande movimento di operai che rivendicava, anch'esso, un socialismo diverso? Anche questa radice di classe fu arsa viva. Tutto potevano permettersi, i governanti cinesi, fuorché l'ingombro dei soggetti, in carne ed ossa, che speravano di poter dire la loro sul futuro della Cina. Tutto potevano capire, del "vento occidentale", fuorché parole come «diritti», «democrazia di massa», «partecipazione». L'ordine regna a Pechino, fu l'approdo logico e glaciale della vicenda. Le cancellerie dell'Occidente non trassero solo un sospiro di sollievo: non nascosero, più di tanto, la loro incondizionata ammirazione.
La Cina imboccò da allora la strada del definitivo «grande balzo in avanti», che l'avrebbe portata a ritmi incredibilmente veloci a diventare una grande potenza economica mondiale. A differenza di Mikhail Gorbaciov - che stava ingenuamente tentando di uscire dalla crisi del socialismo sovietico attraverso la "democratizzazione" e la "trasparenza" - Deng Hsao Ping aveva capito che tutto, in Cina, poteva mutare, tranne il sistema politico - tranne il dominio del Partito comunista e dello Stato centrale. E infatti, dopo Tienanmen, il nuovo Moloch della Cina si chiama Mercato: crescita produttiva, iniziativa privata, apertura alle multinazionali, ritmi frenetici di sfruttamento del lavoro vivo. Con il portato "naturale" dello sviluppo - come l'espansione smisurata smisurata delle diseguaglianze sociali, la disoccupazione, l'insicurezza sociale. Ma senza quell'essenziale "correttivo" che il movimento operaio, e le sue lotte, hanno saputo esercitare nei confronti del capitalismo: in Cina, a tutt'oggi, non c'è libertà di organizzazione sindacale, e ogni tentativo è anzi duramente stroncato, trattato sotto la voce "atti eversivi contro la sicurezza dello Stato", che riempie ogni anno le prigioni cinesi di migliaia di rei non sappiamo quanto confessi. Non ci sono partiti, certo. Non ci sono giornali indipendenti. Non c'è alcuna libertà di culto religioso. Non ci sono associazioni, o aggregazioni libere, che configurino la crescita di una "società civile" degna di questo nome. C'è, sì, un miracolo economico che il resto del mondo invidia - e\o teme. Il miracolo che coniuga la spietatezza e l'illibertà della politica con la spietatezza e l'efficacia dell'economia - del capitalismo.
Chi ha detto, sull'onda di quella lontana ubriacatura, che la libertà (questa parola così difficile da definire, eppur così chiara, quando la vediamo negata e calpestata) è elargita ai popoli soltanto dal Mercato? Che soltanto lo sviluppo, anzi un grande sviluppo capitalistico, si accompagna storicamente con la democrazia, quantomeno la democrazia rappresentativa? Il potere cinese ha realizzato sul campo una smentita clamorosa proprio di questa "legge della storia": lo sviluppo neoliberale e il capitalismo prosperano nell'illibertà, da essa sono anzi alimentati e favoriti. Dopo Tienanmen, dopo quel fatidico 89, anche questo paradosso è diventato possibile. Come hanno capito i giovani no global di tutto il mondo, gli eredi veri di quei ragazzi massacrati il 4 giugno.

Toni Negri

ilmanifesto.it 3 giugno 2005
L'equivalente generale delle passioni umane, un'opera in quattro atti
Il matrimonio e il divorzio tra il «Politico» e l'«Economico» in una rassegna critica delle opere di Adam Smith, Karl Marx, Joseph A. Schumpeter e John M. Keynes. «Filosofia economica», un denso testo di Adelino Zanini sullo sviluppo del capitalismo e sulla morte della sua fedele ancella, la società civile
TONI NEGRI

Theatrum politico-oeconomicum: questo potrebbe essere il titolo di questo libro, dove Adelino Zanini ripercorre, attraverso l'analisi del pensiero economico di Adam Smith, di Karl Marx, di Joseph Schumpeter e John M. Keynes, i punti cruciali dello sviluppo dell'economia politica tra il XVIII e il XX secolo (Filosofia economica, Bollati Boringhieri, € 24). Per Zanini si tratta della sintesi di una vita di studio - una vita di studio che è stata sempre aperta ad una critica dell'economia politica che andava più in là (raggiungeva l'azione rivoluzionaria) di quanto l'atmosfera accademica permettesse. Due personaggi: il Politico e l'Economico; un coro: le passioni degli uomini. Non è male questa scena, appena metafisica - non alla Salvator Dalì ma alla greca, etico-politica ovvero ontologica, un percorso teatrale vissuto dentro un destino critico i cui attori sono del tutto materiali e i cui capitoli sono quelli della storia del moderno. Quattro sono, dunque, gli atti del dramma in cui si rappresenta l'incrocio tra il politico e l'economico nell'età moderna e nel suo sviluppo. Il primo atto assume la sovrapposizione del politico e dell'economico in quanto immediatezza del governo delle passioni. «L'attività umana appare generatrice di un nuovo ordine: etico, economico e perciò politico». Adam Smith è l'eroe di questo passaggio: «dalla Theory of Moral Sentiments alla Wealth of Nations la sua profonda revisione del paradigma settecentesco consiste nella sovrapposizione che la teoria articola attraverso una propriety che governa le diverse passioni sociali ed egoistiche. Senza nessuna soluzione di continuità, la sovrapposizione tra etico ed economico si estende così al Politico; per mezzo del lavoro, si definisce una mathesis antropologica ed un ordine sociale superiori sia ad ogni apriorismo materialistico sia ad ogni categorizzazione del Politico come puro dominio». Questa sovrapposizione, che passa attraverso le passioni, ha naturalmente una portata critica: Smith identifica le mediazioni di questo processo nella costruzione di una società civile retta dal prudent man. «Smith è l'ultimo grande autore che riesce a coniugare etico, economico e politico e a dare alle tre sfere una sembianza unitaria» sebbene proprio in questo manifestarsi sociale dell'accordo fra le sfere dell'agire umano si determini la prima irresolubile crisi della società borghese.
L'ospite inatteso
Atto II: è Karl Marx che chiarisce come la fusione dell'etico, del politico e dell'economico non sia tenibile. La differenza consiste nello sfruttamento: meglio, prima nel plusvalore come eccedenza del produrre di cui il capitalista si appropria, in secondo luogo nella differenza creativa che il soggetto proletario introduce nel processo produttivo. Son belle le pagine che Zanini dedica alla percezione marxiana di questa rottura. La differenza non è semplicemente ontologica anche se è fissata dallo sfruttamento su questo livello, la differenza è anche un tratto di incommensurabilità fra le strategie discorsive che si applicano allo sviluppo capitalistico. L'uso che Zanini fa qui del marxiano «frammento sulle macchine» è davvero interessante: in esso egli coglie non semplicemente la dismisura oggettiva del lavoro intellettuale scientifico ma la soggettività degli attori che sono in gioco. La trasformazione di ciò che il lavoro vivo è in quanto attività economica e di ciò che esso è quando diviene soggetto socializzato, classe operaia, è completamente legata alla scoperta del lavoro come soggettività, all'esistenza storicamente inconfutabile di un soggetto che ha sovvertito regole e concetti del politico. Siamo qui al centro del theatrum politico-oeconomicum rappresentato da Zanini: le concordanze mozartiane del «Flauto magico», che ci descrivono la sovrapposizione delle passioni e della storia, sono arrivate a svilupparsi nella drammaticità e nella differenza delle grandi sinfonie beethoveniane.
Con ciò si è solo percorsa la metà di questo libro: già ora è tuttavia il momento di chiedersi perché esso sia così interessante. Perché, dopo aver immaginato il «concetto di società civile» sulla base di una felice sintesi di presupposti passionali, ne ha fin qui aperto il destino al conflitto - cioè ad una articolazione interna sempre più contradditoria, non perché teoricamente attraversata da contraddizioni discorsive ma perché ontologicamente scavata da impossibili soluzioni. Le articolazioni della società civile sono possibili da descrivere quanto le contraddizioni della società civile sono impossibili da risolvere.
(Devo dire che questo discorso a me piace, per una ragione molto semplice ed immediata: quando - nel postmoderno - la società civile diviene concetto così generale da poter essere confuso con la moltitudine, non è forse possibile utilizzare categorie discorsive che permettano di considerare la moltitudine alla stregua della società civile? E' proprio questo che Zanini mostra come irrealizzabile: la moltitudine è realtà ontologica, rivelazione del mondo dello sfruttamento a partire dal lavoro generale, sociale, percepito come soggettività).
Il terzo atto ci conduce ormai all'interno della società civile matura: qui Schumpeter comincia ad articolare la disgiunzione fra l'etico, l'economico ed il politico. Non solo a disgiungere questi campi di attività ma a coglierne le dinamiche indipendenti (quando per indipendenza, spaziale e/o temporale, si intenda l'autonomia del soggetto imprenditoriale, capitalistico): ora, il capitale si sviluppa su due assi fondamentali, quello della determinazione del mercato monetario (dimensione spaziale) come suo nuovo terreno specifico e quello della fissazione dell'agire innovativo come sua specifica dinamica temporale. Schumpeter ha già interiorizzato la divisione, la disgiunzione del sociale.
Innovare per accumulare
La società civile è completamente ormai scissa fra accumulazione e innovazione. Si tratta per Schumpeter di capire quali possano essere le regole di sfruttamento e di innovazione effettivamente capaci di mantenere nella durata il processo di sviluppo capitalistico. Se sono i fascisti che normalmente assumono questo problema come fondamentale, Zanini qui studia i non-fascisti (nella storia italiana potremmo qualificarli come gli «azionisti»): Schumpeter ora, e poi Keynes. Schumpeter è, ci dice Zanini, il logos stesso dell'economico nella crisi del capitalismo maturo. Egli cerca di rifondare il capitalismo riconducendone, oltre la crisi economica, il destino al paradigma dell'imprenditore innovativo. (Ma l'imprenditore, nella definizione schumpeteriana, è forse ormai tragicamente condannato all'impossibilità di ricomporre il mondo).
Atto IV: John M. Keynes, ovvero di una nuova sintesi tentata in nome della società civile. Una sintesi questa volta costruita a partire dalla completa presa di coscienza della crisi dell'economia politica, dall'incertezza che ne deriva per i comportamenti e lo sviluppo delle passioni borghesi e dalla necessità conseguente di mantenere il capitalismo imponendogli una norma politica. La norma politica è ormai diventata, e riconosciuta, come l'elemento interno, fondamentale per il mantenimento e la riproduzione del sistema capitalistico. Il biopolitico si fa biopotere. Zanini segue in maniera estremamente articolata il rapporto che si stende fra presupposti metodologici (probabilistici e decisionali) e categorie economiche a partire dalle quali la ricostruzione dell'equilibrio è a Keynes possibile attorno ai parametri fondamentali della normazione: moneta e Stato. Siamo ormai interamente entrati sul terreno delle convenzioni (nei rapporti politici, di forza fra le classi sociali), non c'è più possibilità di considerare l'economico ed il politico come separati (ma sicuramente sono separate le dimensioni e i riferimenti di classe dell'economico e del politico, nonché la soggettivazione degli attori).
(Nell'atto III e nell'atto IV abbiamo seguito il passaggio da Gustav Mahler ad Arnold Schönberg. Queste sono le musiche che qui risuonano.)
Che dirvi di questo libro? Innanzi tutto che è utile. E' cioè un libro che centra gli argomenti ed i passaggi cruciali dell'economia politica e della politica economica nei secoli della maturità capitalistica e ne riorienta la valutazione. Dal punto di vista scientifico è un libro di una finezza estrema: se la bibliografia vi sembra ingombrante, guardatela con attenzione, è sempre una bibliografia sottilmente ragionata e vi conduce su sentieri che hanno senso e fine. Non è Google. Ma in secondo luogo, questo libro è importante perché, nel costruire il rapporto tra «Politico» ed «Economico» nel contesto delle passioni dell'uomo (e delle critiche e delle disgiunzioni e delle sintesi possibili) pone un problema futuro. Presente e «a-venire».
Zanini ha curato, assieme a Ubaldo Fadini, il Lessico postfordista (Feltrinelli), un testo che annunciava la crisi delle categorie del moderno (da Mozart a Schönberg, tutta insieme questa musica) e che apriva al ... postmoderno? Io non so: può essere il postmoderno, ma possiamo anche chiamarlo altrimenti, purchè si seguano le due linee che Zanini indica.
L'impossibile società civile
La prima: dal punto di vista metodologico consiste nel considerare l'economico non come indipendente né come succube del politico ma senz'altro come biopolitico. La crisi delle categorie del moderno ci porta a ricomporre i personaggi del sociale sul terreno biopolitico, ovvero nella sintesi realizzata delle varie dimensioni (passionali) che percorrono l'incontro (lo scontro) del politico e dell'economico. Certo è che una storia strana, perversa ma efficace, quasi una teleologia negativa, ha distrutto ogni possibilità di mantenere l'ipotesi della «società civile» come fulcro dell'analisi sociale, nel mentre fissava come irreversibile l'insieme vitale delle potenze produttive. E' qui, nel contesto dell'analisi di Zanini, che si può cogliere l'estrema importanza di un discorso metodologico alla Foucault: un paradosso certamente, che distrugge l'oggetto e propone un soggetto scisso ma attivo. Di quale rilevante intensità comunque!

Dal punto di vista politico, il percorso di Zanini è ancora più significativo. Distruggendo, dal di dentro dello sviluppo dell'economia politica, il concetto di «società civile», egli implicitamente conclude all'affermazione di consistenza di un «comune» scisso dal potere capitalistico, eppure agibile dal punto di vista delle passioni di libertà. Il concetto di moltitudine si sovrappone qui, fracassandolo, a quello di società civile. La scienza dell'economia politica si è, nel suo corso, trasformata in agire della politica economica: questo agire lascia libero il terreno per una presenza attiva e propositiva dei soggetti della moltitudine. Nelle sue scissioni e disgiunzioni la politica economica si apre alla «militanza del comune», cioè ad un nuovo terreno di azione per la politica economica. Questo libro, portandoci al livello della critica matura dell'economia politica, ci fa capire che una macro-economia democratica non potrà mai essere ridotta alle ingenue battute e illusioni della democrazia partecipativa. Quello che si esige qui, a partire da questo passaggio, è una teoria dell'esercizio del potere da parte delle moltitudini, ovvero, per dirla semplicemente, un «esercizio del comune».
Grazie a Zanini per averci criticamente introdotto a questa problematica, mai come oggi tanto attuale. (E per chi volesse, avendo bisogno di una giustificazione metafisica, ripercorrere i passaggi critici fin qui indicati, c'è la possibilità di farlo: basta leggere, di Adelino Zanini, Retoriche della verità [Mimesis, 2004], libro deleuziano a detta dell'autore, ma probabilmente altrettanto schumpeteriano e keynesiano di quello qui recensito.)

venerdì 3 giugno 2005

lo sapevamo, ma ora ci sono nuovi documenti
Heidegger era proprio un nazista fatto e finito

Corriere della Sera 3.6.05
RIVELAZIONI
Nel saggio «L'introduzione del nazismo nella filosofia» Emmanuel Faye si spinge oltre le tesi di Ott e Farias
Quando Heidegger scriveva discorsi per il Führer
di Frediano Sessi

Nessuno, fino a oggi, poteva pensare che il fascino esercitato da Hitler sul filosofo tedesco Martin Heidegger arrivasse al punto di farci considerare seriamente l'ipotesi che, tra il 1932 e il 1933, il grande pensatore tedesco avesse redatto alcuni discorsi del Führer. È questa una delle tesi più imbarazzanti sostenute dal professor Emmanuel Faye, nel suo recente saggio dal titolo Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia (pubblicato in Francia da Albin Michel). Mentre Hugo Ott e Victor Farias, nei loro lavori precedenti, avevano svolto ricerche sull'impegno politico dell'uomo trascurando però molta documentazione, Faye, basandosi su una mole inedita di materiali, tra i quali i seminari del periodo 1933-1935, si interroga sui fondamenti stessi dell'opera di Heidegger. Secondo i rapporti segreti della Polizia di sicurezza (SD) e delle SS, che avevano istruito un «Dossier Heidegger», il filosofo risulta un «fedele militante della causa nazionalsocialista» che educa i suoi figli in coerenza con i principi della gioventù hitleriana e che approva con «entusiasmo» lo Stato nazista. E ancora, dopo avere abbandonato la carica di rettore, «non tanto per dissensi o per distanza politica dal regime», ma perché «non in possesso delle capacità tattiche richieste dal ruolo», Heidegger continua a dirigere dei campi nazisti di lavoro e studio nella Foresta nera, come attesta anche una sua lettera a Erich Rothacker, rettore dell'università di Bonn e autore di un piano nazionale per l'educazione nazista, fedele amico di Goebbels.
Tra Heidegger e Rothacker il legame è intenso e forte, tanto che il filosofo di Friburgo dispensa elogi alla dottrina razziale e alla teoria criminale di distruzione umana programmata dal nazismo e teorizzata nella Filosofia della storia scritta dall'amico. In un giornale di partito del 3 maggio 1933 (Der Alemanne) si legge tra l'altro: «Sappiamo bene che Martin Heidegger, con la sua alta coscienza della responsabilità, il suo impegno per il destino e l'avvenire dell'uomo tedesco, si trova nel cuore stesso del nostro magnifico movimento. Sappiamo inoltre che egli non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni politiche e che da anni sostiene nella maniera più efficace il partito di Adolf Hitler, nella sua dura lotta per l'essere e la potenza, che si è costantemente mostrato pronto al sacrificio per la santa causa tedesca, e che mai un nazionalsocialista ha bussato invano alla sua porta». Fedeltà politica, militanza di partito nella formazione delle nuove generazioni tedesche e spirito di delazione, sono i tratti del comportamento di Heidegger negli anni della guerra e del potere nazista.
Ma a questo punto, Emmanuel Faye, compie un passo in più. «Ho cercato di dimostrare - dichiara in una intervista del 28 aprile 2005 al Nouvel Observateur - anche l'importanza dei legami che il filosofo di Essere e Tempo intrattiene fin dal 1920 con una serie di autori e pensatori razzisti e protonazisti»; legame che ci porterebbe al centro delle basi della sua filosofia dell'essere, sviluppata spesso e volentieri davanti a un uditorio selezionato e in gran parte in uniforme delle SS e delle SA. Nei seminari inediti, Heidegger fa esplicitamente l'apologia della visione del mondo del Führer, riconoscendo senza giri di parole che il nemico da «annientare» per salvare il popolo tedesco è prima di tutto «l'ebreo assimilato». Inoltre, nel dopoguerra, pensando alla raccolta delle sue opere complete, include anche questi seminari "nazisti", superando in questo lo stesso Carl Schmitt che non fece mai ristampare i suoi scritti marcatamente hitleriani. In una lettera del 2 ottobre del 1929, Heidegger si scaglia contro «l'ebreizzazione crescente della vita spirituale tedesca» utilizzando ripetutamente in diversi scritti universitari argomenti razzisti e antisemiti nei quali, tra l'altro, ricorre di frequente a forme di stigmatizzazione del «nemico Asiatico», espressione con cui la lingua nazista designava tutti gli ebrei.
Ma non basta. Emmanuel Faye scopre lo stretto e intenso legame tra Heidegger e le associazioni studentesche antisemite che, in tutto il Reich, condussero azioni «contro lo spirito non tedesco», organizzando il rogo dei libri; e che nel giugno del 1940, il grande filosofo presenta «la motorizzazione della Wehrmacht» come un «atto metafisico», mentre nello stesso periodo, nei suoi scritti su Ernst Jünger, egli evoca positivamente «l'essere per la razza» come «fine ultimo», parlando poi «dell'essenza non ancora purificata del popolo tedesco». Insomma, la sua opera, alla luce dei nuovi inediti, nasconderebbe sotto la «metafisica» piena giustificazione della follia criminale del nazismo! In realtà, già a partire dal 1946, il filosofo Karl Löwith, che aveva avuto l’occasione di conoscere molto bene Heidegger, come uomo e pensatore, affermava che egli era «assai più radicale di Rosenberg e di Krieck». Lungi dall'aver voluto salvare le sorti dell'Università, mantenendone l'autonomia, questo «grande maestro» si è impegnato energicamente ad assoggettarla al potere e a rimodellarne i caratteri secondo i canoni nazionalsocialisti.
Una prova irrefutabile fornita da Faye mette in discussione la tesi secondo la quale il Discorso del rettorato sarebbe stato occultato dai nazisti. Un lungo brano di questo stesso discorso viene ripreso dal giurista schmittiano Ernst Forsthoff, pubblicato nel 1938, e dimostra che un'opera di chiara propaganda nazista gli riservava un posto d'onore. Insomma, il filosofo di Friburgo altri non sarebbe che una sorta di Abraham a Santa Clara, vale a dire quel predicatore vestito in modo sontuoso e capace di grandi facoltà di argomentazione, che in realtà fu un «sacerdote antisemita», per i nazisti un eroe della germanità pura. Come fare allora a credere alle parole che Emmanuel Levinas pronunciò nel 1987, davanti al Collège de Philosophie? «Malgrado tutto l'orrore che è stato associato al nome di Heidegger - e che niente arriverà mai a dissipare - nulla ha potuto intaccare la mia convinzione che Essere e Tempo sia imprescrittibile, allo stesso modo di pochi altri libri eterni della storia della filosofia».

La vita e l’opera
Heidegger nasce il 26 settembre del 1889 in Turingia. Si laurea nel 1913 con «La dottrina del giudizio nello psicologismo» e nel 1918 ottiene la libera docenza a Friburgo. Nel ’27 pubblica il suo capolavoro: «Essere e tempo». Muore il 26 maggio del 1976.
Il libro di Emmanuel Faye si intitola: «Heidegger l’introduction du nazisme dans la philosophie», è pubblicato da Albin Michel, Parigi, pagine 560, 29.

trucchi

Corriere della Sera 3.6.05
FECONDAZIONE
I Verdi: informare i cittadini. Urso: no a sms del governo
Il fronte del sì all’attacco: Pisanu inganna sul quorum
Il ministro: basta polemiche. Appello per le urne di studiosi cattolici
Roberto Zuccolini

ROMA - La battaglia dei referendum passa per il quorum. Il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu lo sa bene e invia una circolare per dire la sua parola definitiva sul numero degli italiani residenti all’estero, aventi diritto al voto: «Sono 2.665.081. Questa è la cifra che concorrerà al calcolo del quorum». E avverte: «Non mi lascerò coinvolgere nelle strumentali polemiche di questi giorni sul computo degli italiani all’estero». Un avviso che si rivolge in modo chiaro e netto ai promotori dei referendum sulla fecondazione assistita che da giorni polemizzano con il Viminale proprio su quella cifra e su quegli elettori.
BATTAGLIA SUL QUORUM - Risposta durissima del segretario del partito radicale Daniele Capezzone: «Tutto ciò è pazzesco: Ciampi e Berlusconi intervengano subito per correggere gli atti di questo ministro dell’inganno e della prepotenza». Perché i radicali sono convinti che almeno il 40 per cento degli italiani residenti all’estero non riceveranno il plico elettorale, cioè 1.200.000 persone, pari a circa il 3 per cento del quorum. Insomma, è aspra battaglia di cifre tra il governo e i promotori del referendum.
Su questa guerra dei numeri interviene il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio insistendo sulla necessità di «informare i cittadini in modo adeguato». Cioè con gli sms. Cosa che invece, a giudizio di Adolfo Urso (An) non è opportuna: «Il governo non deve intervenire con inviti espliciti al voto perché nel referendum vi è, a differenza delle elezioni politiche o amministrative, un quorum da raggiungere». Di alcuni leader politici ancora non si conosce l’orientamento. Tanto che il socialista Bobo Craxi se la prende con il silenzio finora osservato da Silvio Berlusconi. Francesco Rutelli invece spiegherà questa mattina, in un incontro pubblico, la sua posizione. E dovrebbe annunciare che il 12 e 13 giugno non si recherà alle urne.
«ANDARE ALLE URNE» - Ma a farsi avanti a favore del voto è un nuovo comitato, composto da storici, filosofi, giuristi, in gran parte cattolici, quasi tutti dell’area torinese. Tra i firmatari dell’appello a recarsi alle urne (senza schierarsi per il «sì» o per il per «no») figurano storici come Franco Bolgiani e Mario Rosa, filosofi come Claudio Ciancio e Ugo Perone, giuristi come Franco Balosso e Gustavo Zagrebelsky. Nel manifesto si sostiene che l’invito della Cei al non voto è «inopportuno» e «contraddittorio». Claudio Ciancio, il coordinatore, ricorda che «per l’aborto la Chiesa non invitò ad astenersi» mentre secondo Gian Giacomo Migone, un altro dei promotori, «i cattolici nei centri più piccoli, il cui comportamento elettorale sarà facilmente individuabile, saranno per forza di cose sotto pressione».

La Gazzetta del Sud 3.6.05
Antinori denuncia Ruini
Scontro Pisanu-Capezzone sul quorum del referendum
Arturo De Luca

ROMA – Botta e risposta fra il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, e il leader dei Radicali Daniele Capezzone sul computo degli italiani per la determinazione del quorum per il referendum sulla fecondazione assistita. In una secca nota diffusa ieri, il Viminale sottolinea che il ministro dell'Interno non intende lasciarsi «coinvolgere nelle strumentali polemiche di questi giorni». Nel dettagliato comunicato, il ministero dell'Interno ricorda i diversi passaggi compiuti per aggiornare l'elenco dei cittadini italiani residenti all'estero ai fini della formazione delle liste elettorali. Pisanu giudica «inaccettabile il livello di confusione e disinformazione» e, per questa ragione, ribadisce i dati già forniti al Parlamento in base ai quali gli italiani oggi residenti al di fuori dei confini nazionali risultano essere 3.439.846 e tra loro vi sono 2.665.081 aventi diritto al voto. Dati che, spiega il Viminale, sono il frutto di una «scrupolosa verifica» e che per tale ragione 2.665.081 «è il numero che concorrerà al calcolo del quorum». Una nota che ha fatto infuriare Capezzone che, con i Radicali, è stato promotore del referendum. «Il comportamento del ministro Pisanu è inaudito e sfacciato», attacca Capezzone, sottolineando che il comunicato del ministero «di fatto, conferma in tutto le nostre denunce, difende le illegalità in atto e la truffa del quorum». Il Viminale, prosegue Capezzone, «non risponde sui militari all'estero, e aggiunge al danno la beffa, invitando alcuni connazionali all'estero a rientrare in Italia». «Tutto ciò – conclude Capezzone – è pazzesco e pone il nostro paese in una condizione di illegalità ben al di sotto degli standard accettati dall'Osce. Non ci muoveremo di un millimetro, a questo punto, fino a che il capo del governo e il Capo dello Stato non correggeranno i comportamenti inauditi di questo ministro dell'Inganno e della Prepotenza». Intanto il presidente del comitato «Libertà e Ricerca» Severino Antinori ha annunciato di aver dato mandato al suo legale Erminio Striani di preparare una denuncia nei confronti dei ministri Carlo Giovanardi, Rocco Buttiglione, Gianni Alemanno e del presidente della Cei, cardinale Camillo Ruini, perché la «loro attività – si legge in una nota – ha il palese scopo di indurre i cittadini ad astenersi dal voto del 12 e 13 giugno prossimi, in occasione del referendum parzialmente abrogativo della legge 40/2004». La denuncia, prosegue la nota, sarà formulata «tenendo presente il dpr del 30 marzo 1957 numero 361. Al titolo settimo l'articolo 98 punisce pubblici ufficiali, ministri di qualsiasi culto e chiunque investito di pubblico potere che si adoperi per indurre l'elettore all'astensione. Il colpevole è punibile con la reclusione da sei mesi a tre anni». Questa mattina Antinori sarà in tribunale, a piazzale Clodio, per presentare la denuncia.

REUTERS 3.6.05
Procreazione, comitato per il sì denuncia Ruini e numerosi ministri
Fri June 3, 2005 1:41 PM GMT

ROMA (Reuters) - Un comitato per il "Sì" al referendum sulla procreazione assistita ha denunciato oggi il presidente della Cei cardinale Camillo Ruini, i presidenti di Camera e Senato e quattro ministri per aver esortato gli italiani all'astensione, violando così - secondo la denuncia - una legge del 1957.
Lo riferiscono fonti giudiziarie.
Il medico Severino Antinori ha presentato oggi a nome del comitato "Libertà e Ricerca" una denuncia nei confronti del presidente della Conferenza Episcopale italiana Ruini, dei presidenti delle Camere Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera e dei ministri della Cultura Rocco Buttiglione, dei Rapporti col Parlamento Carlo Giovanardi, dell'Agricoltura Gianni Alemanno e della Salute Francesco Storace.
"Con i loro interventi - si legge nella denuncia - hanno avuto il palese scopo di indurre i cittadini ad astenersi dal voto", con ciò violando quanto previsto dal dpr 30 marzo 1957 che punisce i pubblici ufficiali, ministri di culto e "chiunque investito di pubblici poteri si prodiga per indurre l'elettorato ad astenersi" da una consultazione.
Il reato in questione è punibile con la reclusione dai 6 mesi ai 3 anni e con multe dalle 600.000 ai 4 milioni di lire.

Corriere della Sera 3.6.05
EVANGELICI USA
La crociata pro embrioni

WASHINGTON - Per impedire che le loro cellule staminali siano usate in esperimenti a fini terapeutici, il movimento evangelico ha lanciato una crociata per l’adozione dei 400 mila embrioni congelati nelle cliniche della fertilità Usa. Tramite il programma «Snowflakes», fiocchi di neve, (come il movimento evangelico chiama gli embrioni, giudicati bambini, vite umane), i suoi seguaci ne acquistano a 10-20 alla volta. Poi, con la fecondazione artificiale, hanno uno o più figli. Da sola, una delle associazioni evangeliche, la Nightline Christian Adoption, ha aiutato 59 famiglie a procreare 81 bambini. Secondo l’associazione, soltanto la metà degli embrioni scongelati è utilizzabile per la gravidanza che a sua volta ha successo soltanto nel 35 per cento dei casi e il cui costo è molto inferiore alla media, 10 mila dollari circa. Col programma «Snowflakes», il movimento evangelico spera di aiutare il presidente Bush, che rifiuta il finanziamento pubblico alle ricerche sulle cellule staminali, ricerche che portano alla distruzione degli embrioni. La Camera ha già votato contro il presidente e il Senato si appresta a fare altrettanto. Bush ha minacciato di porvi il veto.

l'assenza della psichiatria sul territorio
«se fossi stata aiutata...»

Corriere della Sera 3.6.05
La madre di Mirko da ieri nell’istituto psichiatrico di Castiglione
Mary: se fossi stata aiutata, forse non l’avrei fatto


CASTIGLIONE DELLE STIVIERE (Mantova) - Martedì a San Vittore la confessione di avere ucciso il figlioletto mentre gli faceva il bagno nella casa di Valaperta e ieri per Mary Patrizio, la mamma di Mirko, in attesa della perizia, il trasferimento all’istituto psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, unico in Italia con un reparto femminile. Affranta, ma senza versare lacrime, prima di lasciare il carcere milanese ha ringraziato chi la ha seguita dopo l’arresto: «Ora spero di capire perché ho fatto quel che non volevo fare. Se avessi ricevuto prima l’aiuto che ho avuto qui, forse non mi sarei trovata in questa situazione». Un richiamo all’angoscia di non riuscire ad essere una buona madre che la perseguitava dopo il parto? A Castiglione, con altre otto mamme unite dallo steso crimine, Mary resta una detenuta ma la gestione è di tipo ospedaliero. «Le sono sempre vicino - dice il marito Christian - ma voglio anche sapere perché ha ucciso Mirko».

Chiara Saraceno

La Stampa 3.6.05
E chi difende l’embrione quand’è nato?
Chiara Saraceno

L'ENFASI sulla identità - in termini di valore e compiutezza umana - tra embrione e essere umano rischia di produrre corto-circuiti imprevisti. Se, infatti, non è possibile cogliere alcuna distinzione qualitativa tra l'inizio di un processo ed una sua fase così matura da essere espressa in un individuo capace di apprendimento e relazione, non si assimila solo un embrione ad un essere umano. Si assimila indirettamente anche quest'ultimo ad un embrione: che può divenire un individuo o invece non andare oltre le prime fasi di sviluppo. Come accade a migliaia (se non milioni) di embrioni ogni giorno, in tutto il mondo. Perché così funziona quella «natura» avventatamente chiamata in causa per fare viceversa assurgere l'embrione alla dignità dell'essere umano. Ma se gli esseri umani sono come embrioni, appesi alle vicende bio-fisiologiche dei corpi che li contengono e della loro propria fragilità, la collettività può tranquillamente lavarsene le mani, dopo aver loro garantito «la vita», o meglio le chances di fare la loro corsa. La vita degli esseri umani formati rischia di non avere più dignità e più diritti di un embrione. Anzi, la vita della potenziale madre un po' meno: perché il corpo materno contenitore dell'embrione deve fare il suo dovere fino in fondo e purchessia, per dare a questo appunto la chance di provare a diventare un essere umano.
Siamo davvero sicuri che questa difesa ad oltranza degli embrioni come esseri umani giova alla maturazione di un rispetto per la dignità delle persone, per la vita e i diritti degli esseri umani? O non faciliterà piuttosto l'indifferenza, la superficialità, la mancanza di rispetto, proprio per l'incapacità di cogliere le distinzioni e la responsabilità di ciascuno nel creare contesti in cui gli esseri umani possano svilupparsi, crescere e vivere una vita degna di essere vissuta? L'abuso del termine «vita umana», così come quello di «assassinio» (assassine) di embrioni, di genocidio, sterminio e così via rischia di cancellare ogni distinzione tra gli assassini e i genocidi perpetuati sulle persone e le popolazioni e il mancato impianto di un embrione, o anche l'aborto. Davvero non c'è distinzione tra la decisione di non utilizzare un embrione, quella di abortire e quella di uccidere il proprio figlio di cinque mesi? Non c'è differenza tra il piccolo Mirko e un embrione formato da 48 ore? Dalla mancata distinzione tra «strage di embrioni» e «strage di bambini» (e adulti) ruwandesi, o bosniaci, o ebrei, alla indifferenza per la seconda il passo è breve.
E' la stessa logica che ostacola la diffusione della contraccezione nell'Africa devastata dall'AIDS: senza interrogarsi sul fatto che per questo nascono migliaia di bambini destinati all'alternativa tra morire di AIDS o rimanere orfani presto - o ad entrambe le cose. Purché nascano, il rispetto della vita è salvo. Che cosa ne sarà di loro, non riguarda i difensori dell'embrione.

sinistra
tanti auguri a Vittorio Foa!

Corriere della Sera 3.6.05
Lui: sono fortunato, ho scelto bene. Mano nella mano con Sesa Tatò per tutta la cerimonia
Foa sposo a 95 anni, brindisi con un bicchiere d’acqua
Fabrizio Caccia

FORMIA (Latina) - Matrimonio con suspense. Emergenza bomba a Formia fino quasi al giorno prima e poi, sul più bello, la stilografica del sindaco diessino, Sandro Bartolomeo, che fa cilecca. Ci pensa un fotografo, allora, a passare una biro a Vittorio Foa e Sesa Tatò per firmare il registro civile. Comunque nozze da sogno, nozze da ricordare. Lui 95 anni, lei 80, vestito color tortora di seta e un cappellino comprato a Parigi. Felici, commossi, beati. E mano nella mano per tutta la cerimonia come due ragazzini.
Sposi il 2 giugno, festa della Repubblica, perché così hanno deciso loro, che all’Italia hanno dedicato l’impegno di una vita. Il presidente Ciampi e sua moglie Franca hanno mandato un biglietto affettuosissimo: «Vivere la propria esistenza con impegno, curiosità e progetto continuo è un dono per se stessi e per gli altri. La decisione di regalarvi questo giorno così felice ne rappresenta una bella conferma. Vi siamo vicini con molta gioia e grande affetto». Anche Fausto Bertinotti, il segretario di Rifondazione comunista, ha inviato una lettera in cui esalta questo matrimonio come un segnale di speranza. «Per un futuro - scrive Bertinotti - da costruire insieme». Gli amici comuni ora li prendono in giro: «Ragazzi, scusate, ci avete pensato bene?». Altroché: 26 anni, ci hanno pensato.
Il 2 giugno poi è anche la festa di Sant’Erasmo, patrono di Formia. Le emozioni, insomma, non mancano: «Il matrimonio - spiega Vittorio, brindando con acqua - vuol dire prender sul serio i propri sentimenti, dar loro costanza, significato, profondità. Ma è anche vero che bisogna essere fortunati per scegliere bene. E io lo sono stato».
Ci sono due dei tre figli avuti da Vittorio con la prima moglie, Lisa Giua, morta a 82 anni il 4 marzo scorso: Anna e Renzo. Solo Bettina, la minore, non è venuta, in procinto di partire per l’Africa. C’è anche Daniela Garavini, la figlia di Sesa e del suo primo marito, Sergio Garavini, storico leader della Cgil e del Pci, morto nel 2001. Daniela fa da testimone assieme a Pietro Marcenaro, segretario ds del Piemonte.
Si direbbe che una buona fetta di cultura italiana si sia radunata sul mare pontino: c’è Alfredo Reichlin, fresco ottantenne, che proprio a Formia assieme a Foa e a Miriam Mafai due anni fa scrisse «Il silenzio dei comunisti». C’è l’ex segretario generale della Cgil Bruno Trentin con la moglie, la giornalista e scrittrice francese Marcelle Padovani, che hanno portato in dono una lampada di Murano. E poi lo storico Paul Ginsborg. E infine Vittorio Sermonti con Ludovica Ripa di Meana, davvero stregati dai novelli sposi («Gli vorrei dedicare l’ottavo canto del Paradiso - esclama Sermonti - quello dedicato a Carlo Martello nel cielo di Venere, innamorato perso della moglie Clemenza»). La festa va avanti fino a tarda sera. «Bisogna avere fiducia nel futuro» ha sempre detto Vittorio Foa. Per il centenario della Cgil, nel 2006, sta preparando un libro insieme con il segretario generale, Guglielmo Epifani: «Ma non posso dirvi di più» conclude scherzoso.

sinistra
Prodi: allora le primarie
Bertinotti è d'accordo

DURISSIMA LETTERA APERTA SUL SUO SITO INTERNET
Prodi rilancia
«Primarie sulla leadership»
Il Professore parla di «consultazione della base anche sul programma»
(...)

ROMA. Il dado è tratto. Romano Prodi, dopo averci rimuginato per una settimana, ha deciso di rincarare la dose, rilanciando con una nettezza che oramai è diventata una sua prerogativa. In un documento pubblicato sul suo sito, il Professore lancia una raffica di messaggi alle forze politiche che lo sostengono. Il primo: il governo di un Paese disastrato come l’Italia ha bisogno del sostegno di «una grande forza politica» e di «un grande gruppo parlamentare» e dunque il progetto politico di un soggetto dell’Ulivo va avanti, anche se la Margherita non dovesse essere interessata. E quel dissenso del partito di Rutelli - ecco il secondo messaggio - va «rispettato», ma eguale rispetto Prodi chiede a chi scegliesse vie diverse.
In altre parole, il Professore si rivolge a Rutelli: a te non interessa partecipare al soggetto dell’Ulivo, ma devi rispettare chi, nel tuo partito, dovesse credere ancora a quel progetto. Dunque, da parte di Prodi, il preannuncio di un addio da parte di tutti coloro che nella Margherita intendano insistere sul soggetto ulivista, da realizzare in forme tutte da vedere ma partendo dal nucleo di coloro che si sono detti disponibili: Ds, prodiani, Sdi, Repubblicani europei, Cittadini per l’Ulivo. E ancora: visto che il problema leadership «sembra essere tornato d’attualità», la questione si può risolvere «con un confronto aperto e collettivo». Fuor di metafora con delle primarie popolari. E il Professore, con una proposta destinata a piacere a Rifondazione, dice pure che se su alcuni punti di programma resteranno divergenze, a quel punto va interpellata la base. Insomma, primarie doppie: per la leadership e per il programma.
Nel documento scritto da Prodi ci sono molte altre cose, a cominciare da diverse suggestioni programmatiche, ma quel che ha finito per catalizzare le reazioni è stato il contenuto politico del messaggio prodiano. Dalla Margherita, almeno ufficialmente, soltanto silenzio.
(...)
Significativo il compiacimento di Fausto Bertinotti: «Primarie? Sarebbe la mossa del cavallo. Serve una partecipazione democratica che rilanci l’Unione e diradi ogni nube sulla leadership». E anche il leader verde Alfonso Pecoraro Scanio plaude a Prodi: «Intervento da vero leader. Ora l’Unione deve smetterla con lo stillicidio degli ultimi tempi e concentrarsi sul programma».
Nel documento scritto per il suo sito, Romano Prodi prende le mosse dal caso Italia, un Paese che sta male: «Il nostro è soprattutto un male italiano, la nostra una malattia solo in parte comune al resto dell’Europa» e anche se la ripresa sarà difficile, costerà lacrime e sangue «il risanamento non ci basta, noi vogliamo che l’Italia ritrovi il gusto della vittoria». E dunque indica «alcune linee di azione». Parla di «lotta contro l’evasione legale», di «significativa diminuzione del costo del lavoro tramite la riduzione dei contributi fiscali che gravano su esso». E poi un passaggio che sta a cuore a Fausto Bertinotti ma non solo a lui: «Non si può certo prosperare in un Paese in cui il lavoro è tassato più della rendita e in cui gli investimenti produttivi sono penalizzati rispetto a quelli finanziari». E ancora: «Anche la riduzione dei costi non sarà sufficiente se il Paese non assorbirà fino in fondo una cultura della concorrenza, potenziando, riformando e trasformando il ruolo delle autorità di garanzia».

ANSA: (ANSA) - ROMA, 3.6.05
Fausto Bertinotti non ha rinunciato all'idea di una sua candidatura alla leadership del centrosinistra, in caso di elezioni primarie. «Non è un punto che si può mettere in discussione -dice- ma neanche la cosa più importante. Quello che conta è che si torni a parlare di un processo democratico di partecipazione». Bertinotti riafferma che Prodi «è il nostro candidato, ma -aggiunge- un processo di partecipazione democratica per la scelta della leadership farebbe bene a tutti».

neanche un caffé con uno così!
l'ineffabile Rutelli ubbidirà agli ordini di Ruini

AdnKronos 3.6.05
Roma, 3 giu. - (Adnkronos) - Astensione. Sarà questa la scelta di Francesco Rutelli ai prossimi referendum sulla fecondazione assistita. Una decisione presa ''come politico e come parlamentare e non come presidente della Margherita'' e illustrata nel corso di un incontro pubblico svoltosi questa mattina.

Per Forza Italia l'annuncio sul referendum è una presa di distanza dall'Ulivo
Dal comitato per il sì reazioni di disappunto e inviti alla coerenza
L'astensione di Rutelli esalta Bondi
"Si aprono prospettive inusitate"
Boselli: "Una posizione arretrata e conservatrice"

ROMA - Entusiasmo, sarcasmo, disappunto. Sono contrastanti le reazioni suscitate nel mondo politico dall'annuncio di Francesco Rutelli sull'astensione al referendum del 12 e 13 giugno. A essere entusiasta è il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi che legge nella decisione del leader della Margherita il prologo di un vasto rivolgimento negli schieramenti e nelle alleanze tra partiti. "La posizione espressa da Rutelli sulla legittimità dell'astensione", commenta Bondi, "è una posizione di grande importanza e di grande significato. La comune condivisione di valori essenziali per il futuro dell'umanità apre obiettivamente prospettive politiche nuove e inusitate".
Ancora più esplicito lo scenario tratteggiato dall'ex ministro di An Maurizio Gasparri. "E' possibile - afferma - che dietro la decisione di Rutelli di astenersi vi possano essere ragioni strumentali. E' infatti evidente come in questi giorni Rutelli stia assumendo una serie di posizioni che probabilmente mirano più alla leadership di uno schieramento neocentrista futuro da contrapporre alla sinistra, anche facendo leva su spezzoni di centro del centrodestra".
Una previsione che le prime reazioni interne alla Margherita sembrano effettivamente legittimare. "Rispetto la decisione di Rutelli di astenersi al referendum e non contesto il metodo della scelta personale - spiega il membro della direzione del partito Pierluigi Mantini - ma nel merito l'astensione di Rutelli ci allontana perché un leader politico ha il dovere di partecipare al voto, in qualunque forma, rispettando l'esito del voto".
"Vi è inoltre il dovere della coerenza - aggiunge Mantini - e ricordo che tutto il centrosinistra ha votato pochi mesi fa la modifica della disciplina costituzionale del quorum del referendum abrogativo proprio per impedire che una minoranza, unita all'astensionismo fisiologico, prevalga sulla maggioranza dei cittadini che partecipano al voto".
Un richiamo alla coerenza, condito con un cenno sarcastico, arriva anche dal leader radicale Daniele Capezzone che definisce la dichiarazione di Rutelli "una ragione di più per invitare i simpatizzanti della Margherita ad un voto che aiuterà a far nascere più bambini, e a sperare di poter guarire tante terribili malattie". "Mi spiace - aggiunge - ancora una volta secondo un copione triste e scontato, nella politica italiana le convenienze e le furbate prevalgono sulle convinzioni".
Duro anche il commento di un altro dei promotori del referendum, il diessino Lanfranco Turci. "Ritengo politicamente e moralmente inaccettabile - spiega Turci - che un leader del centrosinistra che ha votato questa pessima legge in parlamento ora tenti con l'astensione di sottrarre agli elettori il diritto di pronunciarsi con il voto. Apparentemente Rutelli non considera gli elettori del centrosinistra, cui ha chiesto nel 2001 il voto per governare il paese, abbastanza maturi da poter esprimere il proprio giudizio su temi che riguardano da vicino le loro speranze di genitorialità, di salute e di libertà".
Enrico Boselli parla di "posizione arretrata e conservatrice". E Katia Belillo avverte: "Rutelli voti pure come vuole, ma non può attaccare la gran parte delle forse del centrosinistra".

"irriducibili"
un convegno di freudiani sul sogno

Il Mattino 3.6.05
DUE INCONTRI DI STUDIO
Come decifrare sogni e bisogni dei veri geni
«Menti eminenti in sogno» è il titolo del convegno che oggi e domani a Napoli (Palazzo Serra di Cassano) e sabato 18 giugno a Roma (Sala Valdese) riunirà studiosi, psichiatri e psicoanalisti.
Antonio Vitolo

Perché un convegno sul sogno tra Napoli e Roma, a 106 anni dall’Interpretazione dei sogni? Perché la via regia all’inconscio, che pure svetta ancora, è da molte parti attaccata. Un po’ dai fautori del pensiero automatico, che scaccia il raccoglimento. Un po’ dal Medmix (mediterranea mistura) cognitivista-comportamentista, che svilisce il rigore sperimentale dei metodi d’alto rango in parodie pseudodiagnostiche. Le ricerche sperimentali sul sogno mostrano da tempo che il sogno non appartiene solo alle fasi dei rapidi movimenti oculari (Rem): confermano stati oniroidi di veglia e aprono ulteriori frontiere di ricerca. In quella lente, tuttavia, il sogno è un bricolage, figlio d’un cervello ozioso e nulla più, con buona pace di percezioni e conoscenze millenarie. Per fortuna, li ricordiamo o non, tutti, ogni notte, produciamo sogni. E il Nobel Lurja provò che lesioni cerebrali che impediscano l’attività onirica generano stati psichici che rasentano la pazzia. Una ragione in più per riflettere sul sogno, che Freud volle basato sul principio di appagamento del desiderio e Jung ritenne un fenomeno naturale, tanto avvincente, quanto oscuro. Il sogno dei bambini è peculiare, vicino al gioco, anche nell’ansia. Quello degli adolescenti sembra un viaggio nell’utopia, perché s’inoltra più lontano d’ogni interpretazione. Quello degli anziani tocca talora la prefigurazione del declino, se non della fine. Gli adulti, sani, normali, nevrotici, dal sogno possono trarre indizi di trasformazione, farne un alleato di progetti nuovi. Il dato sorprendente, in primo luogo, è che un sogno si possa raccontare. Quanto al racconto onirico, esso rende l’immagine parola, apre la finestra del dialogo, con sé, con l’altro. Disserra il sogno come sorprendente enigma, dramma della scena interiore. Protegge dall’allucinazione, orienta a pensare, offre semi di creatività, per chi al risveglio non lasci oscurare quel paradossale lucignolo notturno. Tutto così pacifico? Per chi patisce gravi sofferenze psichiche, il contrario. Un sogno può farsi attendere anni o irrompere come una trama devastante, perché la coscienza non è pronta a reggerlo.
L’idea per il convegno è venuta da un sogno di Cartesio, che la notte del 10 novembre 1629, prima del Discours e delle Meditationes métaphysiques, sognò un melone che veniva da un paese straniero e interrogandosi sul senso di quelle immagini trovò la sua strada. Questo, e altri sogni eminenti, saranno trattati al convegno. Tra essi, uno toccante del pittore Segantini (scelto da Sarantis Thanopulos), mentre Jeanne Magagna racconta i sogni di riparazione di bimbi angosciati e Lucio Russo invita a essere onirofili. Non mancherà una sapida integrazione del poeta Mimmo Grasso che legge Alfonso Gatto, dotato di occhi sognanti salernitani.

Cina
una testimonianza (veritiera?) su Mao Tze Tung

Corriere della Sera 3.6.05
In questa rara intervista, l’ottantottenne dirigente comunista ripercorre la storia della Repubblica Popolare
«Mao, un despota brutale» Parla Li Rui, per anni segretario e confidente del Grande Timoniere

Jonathan Watts
The Guardian 2005 (Traduzione di Monica Levy)

PECHINO - Il suo gigantesco ritratto troneggia all'ingresso della Città Proibita, il suo corpo imbalsamato sta in un mausoleo al centro di Piazza Tienanmen, la sua effigie è la sola a comparire sull'ultima serie di banconote. A quasi trent'anni dalla sua morte, Mao è sempre la figura più centrale della Cina ma qui non c'è traccia di dibattito. Una nuova biografia inglese curata da Jung Chang, l'autrice di «Cigni selvatici», definisce Mao il più grande assassino di massa della storia. Del libro però non si parlerà nei caffè e nei ristoranti di Pechino, né le sue tesi riempiranno le pagine dei giornali cinesi. Perché in Cina il libro non verrà pubblicato e difficilmente se ne troveranno accenni su Internet. Secondo Li Rui, l’uomo che fu segretario personale di Mao nel periodo più sanguinoso del Grande Timoniere, è questo rifiuto di confrontarsi con gli episodi più bui del passato cinese e di sottoporli a revisione a impedire che il Paese conquisti il proprio potenziale. In questa rara intervista, Li Rui sostiene che il problema maggiore della Cina moderna è la sua incapacità di fare i conti con la storia. I cui orrori pochi conoscono meglio di questo signore di 88 anni, che per avere espresso apertamente le proprie opinioni ha conosciuto prima il centro del potere a Pechino, poi la brutalità dei campi di lavoro nella provincia glaciale dell’Heilongjiang.
Gran parte delle punizioni erano distribuite dal suo mentore e principale tormentatore, Mao, i cui peggiori crimini sono ancora un argomento tabù.
«E' il più grande problema della Cina. Mao era troppo autocratico. Non sopportava dissensi. Aveva la convinzione superstiziosa di essere sempre e assolutamente nel giusto. Ma il problema di Mao è anche un problema del sistema. Era causato dal sistema del partito».
Lei non ha ancora letto il nuovo lavoro su Mao, ma la tesi secondo la quale fu colpevole della morte di decine di milioni di cinesi durante il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale non sarà probabilmente una sorpresa...
«Il modo di pensare e di governare di Mao era terrificante» e trema dalla rabbia appena gli si chiede della personalità del presidente. «Non dava valore alla vita umana. La morte degli altri non significava niente per lui. Proprio non mi piaceva».
Nonostante le critiche insolitamente aspre, Li Rui non è un dissidente. Al contrario, è un uomo del partito a tutto tondo, un quadro sopravvissuto a uno dei tumulti politici più crudi del ventesimo secolo con la reputazione intatta. E la sua abitazione di Pechino, nella Casa dei ministri, un condominio riservato ai dirigenti comunisti in pensione, ne è la prova. Ma i suoi violenti commenti pubblici sono del tutto coerenti con una storia personale fatta di ribellioni, spesso pagate a caro prezzo, contro quanti abusavano del potere. Da liceale nella provincia di Hubei guidò le proteste studentesche contro i signori della guerra locali, all'università si buttò nel movimento contro il Giappone e subito dopo fu arrestato dagli uomini del Kuomintang di Chang Kai-shek per aver distribuito libri di testo marxisti. Una volta libero si unì alle forze comuniste di Mao a Yanan, dove scriveva pungenti editoriali per il giornale del partito, Liberazione . A seguito di una brutale purga contro i «reazionari», trascorse un anno in carcere con l'accusa di spionaggio.
Inizialmente la sua indipendenza di pensiero le valse una promozione nella cerchia più vicina a Mao, dove occupò la posizione consultiva di segretario personale. Ma nel 1958 quella stessa franchezza la portò per due anni in un campo di lavoro: aveva osato criticare pubblicamente la politica disastrosa del Grande Balzo in Avanti e, per estensione, un leader che stava cominciando a proiettare un'immagine di infallibilità...
«Già nel 1958 Mao diceva che il culto della personalità era necessario. Durante la Rivoluzione Culturale, era ormai diventato un culto del male. I metodi di Mao erano anche più duri di quelli degli imperatori dei tempi antichi. Mao cercava di controllare le menti delle persone».
Eppure, nonostante le sofferenze vissute in prima persona, Li Rui accetta il giudizio ufficiale del Partito comunista secondo il quale Mao è stato per tre parti cattivo e per sette buono: i suoi successi rivoluzionari nell’espellere le potenze coloniali furono superiori ai suoi insuccessi una volta andato al potere. Dalla follia della Rivoluzione culturale la Cina è cambiata al punto di essere quasi irriconoscibile. I cinesi sono più ricchi e assai più liberi di muoversi e di esprimere le loro opinioni in privato e davanti agli stranieri, se non ancora in pubblico. «Oggi posso parlare con lei. In passato, se avessi parlato così sarei stato ucciso o messo in prigione» dice Li Rui.
Tuttavia, le sue poesie e i suoi saggi contro la corruzione, la distruzione dell’ambiente e la censura interna vengono pubblicati a Hong Kong. Quando un giornale continentale, il Southern Metropolitan, ha riportato le sue proposte per una divisione tripartita del potere, le autorità ne hanno bloccato la diffusione e hanno cambiato il direttore. Per quanto i campi di lavoro non costituiscano più una minaccia, a parlar chiaro si corrono rischi considerevoli. Lo si è visto con i frequenti arresti di giornalisti, il più recente quello di Ching Cheong dello Straits Times di Singapore, accusato di spionaggio per aver cercato di ottenere degli appunti delle interviste segrete con il defunto premier Zhao Ziyang che si era opposto alle uccisioni di Piazza Tienanmen il 4 giugno 1989.
Li Rui parla di questo argomento delicato come di qualsiasi altro con franchezza: «La leadership non capì gli studenti. Temeva che fossero organizzati dalle potenze straniere e facessero parte di un tentativo di presa del potere da parte di qualcuno all'interno del partito. La leadership prese misure sbagliate. Le richieste degli studenti di maggior democrazia e meno corruzione erano giuste».
L'anno scorso, nel quindicesimo anniversario di Tienanmen, funzionari di primo piano chiesero di riconsiderare gli atti di repressione, che il governo aveva sempre motivato come una misura necessaria contro una rivolta che minacciava la stabilità. Li Rui è uno dei pochi che rischia una punizione da parte delle autorità perché è intervenuto pubblicamente con un appello del genere. «Dovremmo parlarne. Dovremmo riconsiderare - dice - quanto accadde il 4 giugno. Ma dobbiamo farlo come si deve, non ora». Come per il nazismo in Germania o per la dittatura militare nella Corea del Sud, un giudizio finirà per essere dato dalla storia. «Ma è difficile dire se ci vorranno cinque, quindici o vent'anni».

Roma
tensione a Centocelle

Corriere della Sera, cronaca di Roma 3.6.05
Per la ricorrenza della Liberazione di Roma, Forza Nuova indice un presidio, i centri sociali si oppongono
In piazza tra festa e tensione
Ieri tafferugli a Testaccio per il «contro-corteo» del 2 giugno. Domani occhi puntati su Centocelle

Ieri sui Fori Imperiali parata militare del 2 giugno. Davanti a migliaia di romani e turisti hanno sfilato i nostri soldati, con le frecce tricolori a chiudere. Ma tafferugli sono avvenuti a Testaccio, dove era programmata una «controparata» pacifista. Il corteo di Cobas, Rdb e circoli di Rifondazione è stato bloccato in fondo a via Marmorata per uno striscione «Pisanu: vergogna della Repubblica, chiudiamo i lager Cpt» ritenuto «offensivo» dalla questura. Dopo un’ora di trattative, improvvisi gli incidenti. Un consigliere municipale rimasto ferito è stato ricoverato al San Camillo. E domani occhi puntati a Centocelle dove Forza Nuova farà un sit-in cui si oppongono i centri sociali.

Cresce la tensione nel popolare quartiere.
Schiuma (An): no al diktat dei centri sociali «No al presidio di Forza Nuova»
Centocelle, il VII Municipio chiede di bloccare il sit-in di estrema destra previsto domani


La scorsa notte ignoti, con una bomboletta spray, hanno vergato la scritta «via i fasci da Centocelle» contro la sede del circolo di Alleanza Nazionale in via delle Palme, nel popolare quartiere romano. Intanto venivano staccati i manifesti che annunciano la manifestazione, in programma sabato nel quartiere, di Forza Nuova. Ed è questo appuntamento in piazza San Felice, alle 17 di sabato, a rendere incandescente il clima che si respira a Centocelle. Per la stessa giornata sta intanto crescendo la preparazione della «festa» per la Liberazione convocata da un cartello di forze di sinistra guidato dal locale Comitato di quartiere di Centocelle. «Un’altra sede di An oggetto di scritte minacciose. Questa volta hanno scritto sulla serranda di un circolo in via delle Palme, "via i fasci da Centocelle", e sono stati staccati i manifesti di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile di An dello stesso circolo che preannunciavano iniziative politiche». La protesta è del capogruppo di An alla Provincia di Roma Piergiorgio Benvenuti. «Ritengo stia lievitando in città un clima di intimidazione e di minacce nei confronti di esponenti di An e di Azione Giovani, chiedo un maggior controllo, l’individuazione di chi teorizza azioni di violenza e di intimidazione per prevenire ulteriori e più gravi azioni». «Certamente nessuno potrà mai intimidire coloro i quali - ha concluso Benvenuti - quotidianamente con fermezza e coraggio, esprimono il proprio pensiero politico e partecipano attivamente alla vita politica della destra a Roma».
L’avvenimento spiega il clima che si sta vivendo a Centocelle, in queste ore che precedono un sabato che si presenta problematico per il popolare quartiere. A tutt’oggi infatti, dalla Questura non è scattato nessun divieto nei confronti della manifestazione promossa da Forza Nuova, nonostante un parere tecnico indirizzato al divieto espresso dal prefetto Achille Serra e dalla riunione del Comitato per l’ordine pubblico tenutasi mercoledì. A prefetto e questore però esponenti di Forza Nuova e di An hanno chiesto di non piegarsi al diktat dei centri sociali e, come ha ricordato il consigliere comunale di An Fabio Sabbatani Schiuma, «di chi spacca le vetrine».
A chiedere il divieto però non sono solo i centri sociali e la rete no-global di Centocelle. Lo ricorda il presidente del VII Municipio Stefano Tozzi che rivendica l’ordine del giorno votato dal consiglio municipale nei giorni scorsi: «A considerare come una provocazione quel raduno di Forza Nuova non è stato solo il centrosinistra - spiega Tozzi -. Con noi della maggioranza hanno votato anche i consiglieri di Forza Italia e dell’Udc. Altri consiglieri di An hanno preferito assentarsi dall’aula al momento del voto. Alla fine contro hanno votato solo due consiglieri di An».
Mobilitati anche i partigiani del quartiere, uno dei più vivi durante la lotta antifascista e i mesi dell’occupazione nazista di Roma. Adriano Forcella a 15 anni spargeva i chiodi a quattro punte sulla Casilina e sulla Prenestina, li fabbricava lo zio Luigi a Tor Pignattara. Ora dice. «Invece di ritrovarci tra i piedi un raduno fascista - spiega Forcella - avrei preferito concentrarmi sul progetto di rifacimento di piazza delle Camelie. Lì dobbiamo spostare le rotaie e ricordare con un monumento i nostri 18 partigiani caduti allora per la nostra libertà. Vorrà dire che ora i vecchi ex partigiani come me devono però continuare a mobilitarsi...».
La «festa» ideata dal comitato coordinato da Leonardo Rinaldi sta prendendo corpo: mimi, saltimbanchi, bande musicali come la «Titubanda» del centro sociale Snia Viscosa, perfino un complesso sinfonico da far suonare in via dei Castani.

neurologi
attenti all'ossitocina

Corriere della Sera 3.6.05
Su «Nature» uno studio dell’università di Zurigo.
È l’ossitocina: viene liberata durante l’orgasmo. I suoi livelli precipitano con il ricordo di emozioni negative
Ecco l’«ormone della fiducia»: aiuta a vincere la diffidenza

Potrebbe essere la trama di un altro film di Batman: un criminale spruzza su Gotham City un aerosol a base di un «ormone della fiducia» e tutti si precipitano a consegnargli i loro soldi. Così banche, borse e governo vanno in rovina. Troppo fantasioso? Non proprio. Un gruppo di ricercatori svizzeri e americani ha appena dimostrato che basta qualche sniffata di un ormone, chiamato ossitocina, per aumentare la fiducia nel prossimo e ammettono che la possibilità di abusi non può essere ignorata. I sorprendenti effetti di questa sostanza sulla propensione verso gli altri sono stati svelati da un gioco per investitori, ma giocato con soldi veri e valutato con metodi scientifici. L’investitore (in totale la ricerca ha coinvolto 194 persone, tutti studenti maschi) poteva mettere somme di denaro di varia entità a disposizione di un amministratore fiduciario, con la consapevolezza che avrebbe potuto guadagnarci anche quattro volte, ma che sarebbe stato l’amministratore a decidere se e quanti soldi restituire.
Michael Kosfeld, dell’Università di Zurigo, che ha coordinato lo studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Nature , ha dimostrato che gli investitori più fiduciosi, quelli cioè più propensi a investire somme elevate, erano quelli che avevano «sniffato» ossitocina. Più cauti erano, invece, coloro cui era stato somministrato un placebo, cioè un prodotto inefficace. Questa propensione scompariva quando il ruolo dell’amministratore fiduciario in carne e ossa era sostituito da un computer: l’effetto dell’ossitocina, dunque, è quello di aumentare le interazioni sociali piuttosto che rendere le persone più propense al rischio.
L’ingrediente della magica «pozione della fiducia» è un ormone, l’ossitocina appunto, conosciuto anche come ormone delle coccole e prodotto normalmente dal cervello: viene liberato sia in uomini sia in donne durante l’orgasmo sessuale; i suoi livelli nel sangue aumentano durante i massaggi e precipitano con il ricordo di un’emozione negativa. Non solo: l’ormone viene anche utilizzato per indurre il parto e stimolare la lattazione e già i ricercatori sospettavano che potesse influenzare il comportamento di uomini e animali incoraggiandoli a superare la naturale diffidenza di fronte a situazioni rischiose. Effetto, quest’ultimo, che ora è ben dimostrato e potrebbe essere sfruttato, nel bene e nel male.
I medici stanno ipotizzando un suo utilizzo per curare persone che hanno difficoltà a rapportarsi con gli altri e, in generale, con il mondo esterno. «Stimolare la fiducia nel prossimo - ha commentato un altro ricercatore del team svizzero, Ernst Fehr - potrebbe aiutare individui che soffrono di fobia sociale o di autismo».
Ma l’ossitocina, proprio perché aiuta a vincere la diffidenza verso gli altri, potrebbe essere usata per raggirare la gente e manipolarne le opinioni? Kosfeld ne dubita perché occorre all’incirca un’ora prima che l’ormone raggiunga il cervello e non è facile costringere una persona a sniffare qualcosa che non conosce. Spruzzato nell’aria, invece, l’ormone mantiene la sua efficacia soltanto per pochi minuti e per ora non è «somministrabile» con qualche bevanda.
Ogni supposizione, per quanto stravagante, è però legittima. Qualche politico potrebbe pensare di utilizzare l’ossitocina per orientare le scelte di voto degli elettori durante i comizi. Un innamorato respinto potrebbe usarla come un profumo per vincere le resistenze dell’altro. Un responsabile vendite senza scrupoli potrebbe pomparla nell’aria di qualche grande magazzino e rendere i clienti più propensi all’acquisto. Ma secondo Antonio Damasio, neurologo dell’Università dell’Iowa a Iowa City, oggi la pubblicità usa trucchi, come certe suggestive immagini di paesaggi o di situazioni a contenuto erotico, che probabilmente stimolano per vie naturali la produzione di ossitocina da parte dell’organismo.

giovedì 2 giugno 2005

Sono molti i siti internet che rilanciano l'intervista di Paolo Izzo a Massimo Fagioli.
Ecco alcuni link:


Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica:

http://www.lucacoscioni.it/node/4523

Vertici network di Psicologia e Scienze Affini:
http://www.vertici.com/rubriche/interviste/template.asp?cod=9298

Ateismo è libertà:
http://www.nogod.it/
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L'intervista che Massimo Fagioli ha rilasciato a Paolo Izzo
sui referendum (e molto altro)


l'originale cliccando su questo link/


Massimo Fagioli: «La legge 40 violenta il rapporto uomo donna e nega ogni idea di trasformazione»

Quaderni radicali News del 26-05-2005

In questo periodo di crescente oscurantismo religioso, filosofico e politico, le parole dello pichiatra Massimo Fagioli hanno il suono di un pensiero nuovo; Fagioli non riconosce né dei, né padri, né maestri e da più di quarant’anni basa la propria ricerca sulla teoria della nascita, dai lui formulata all’inizio degli anni ’70 nei suoi libri, a cominciare da Istinto di morte e conoscenza, e realizzata nell’Analisi collettiva, i gremiti seminari di psicoterapia di gruppo che conduce dal 1974, negli “Incontri di ricerca psichiatrica” all’Aula magna de La Sapienza di Roma e nelle lezioni che tiene da qualche anno all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti.
Cardine della teoria e della prassi fagioliane è il rapporto interumano, in special modo il rapporto uomo donna, come conferma questa intervista esclusiva, che parte dai 4 Sì dello psichiatra ai prossimi referendum e arriva molto lontano…

Professor Fagioli, il 12 e 13 giugno i cittadini sono chiamati ad esprimersi su quattro referendum che attengono a una materia delicatissima, che interessa scienza, etica, filosofia e religione. Forse è dai tempi della legge sul divorzio e di quella sull’aborto che non si vota un referendum di tale portata…

Se si imposta il discorso come una scala che va dal divorzio, all’aborto e oggi alla fecondazione assistita, la conclusione non può che essere una: lo Stato si deve togliere di mezzo nei rapporti privati, addirittura intimi. In particolare nel rapporto uomo donna.
Mi pare che questa mentalità, che speriamo bene venga confermata dal referendum, sia molto diffusa: anche leggendo le dichiarazioni di illustri scienziati, scopritori, filosofi, viene fuori che la legge 40 è una legge assurda, razzista, di una violenza mostruosa, non solo sulle donne, ma sul rapporto uomo donna.

Lei parla dell’intrusione dello Stato; in questo caso lo Stato è in combutta con la Chiesa.

Sì, è vero. A monte c’è che il nostro Stato non esiste, perché ancora siamo a prima della Rivoluzione francese e di fatto c’è uno Stato teocratico. In Italia, mi pare assolutamente chiaro, detta le direttive il Vaticano.
Ed è un caso specifico del nostro Paese; sembra che in Francia e in Inghilterra non sia così.

Per non parlare della ex cattolicissima Spagna.

Lì, per esempio, è stato il movimento popolare a cambiare una situazione che prima, con Aznar, era simile alla nostra.
Uno Stato non può operare in condizioni di sudditanza alla Chiesa, perché viene alterata persino la personalità giuridica.
Lo Stato si deve basare sul reato e soltanto in quel caso intervenire. Non può a priori dire come devi mangiare, come ti devi vestire, come devi far l’amore, come e quanti figli devi procreare.
Credo che nemmeno i nazisti siano arrivati a questo punto.
Al contrario, il codice penale stesso è basato sul fatto che i cittadini sono sani di mente e che quindi non gli devi dire a priori che cosa devono fare.
In particolare su questa cosa delicatissima, assolutamente soggettiva che è il rapporto uomo donna.
Nella religione, poi, da millenni c’è un attacco in special modo alle donne, all’identità femminile.
Tanto che i rapporti omosessuali gli interessano meno. Quelli sono sicuri, sono tranquilli, perché non è sessualità.

Anche l’omosessualità, comunque, rientra nei fatti privati…

Per questo sui diritti civili Zapatero ha perfettamente ragione. Ma ci sarebbe da aprire un altro capitolo sui bambini cresciuti dalle coppie omosessuali: lì c’è un’influenza che loro dicono non esserci, perché considerano l’omosessualità come un fatto genetico.
Ma non essendo così, sostenendo cioè che l’omosessualità è una questione di rapporto interumano malato, l’influenza c’è eccome!
Non è stato mai scoperto un cromosoma oltre X e Y; i cromosomi sono due, i sessi sono due non sono tre. Detto questo, dal punto di vista sociale, hanno diritto a tutto: se si vogliono sposare si sposino, se vogliono regolamentarsi, lo facciano pure.
Non ne capisco il motivo perché se sono trasgressivi, non vedo come mai vogliano normalizzarsi. Ma sono fatti privati, appunto. E nemmeno in quel caso sono affari della Chiesa o dello Stato.
Anzi, per me la Chiesa non deve intervenire proprio da nessuna parte. Se vogliamo considerare privato anche il fatto che una vecchietta voglia recitare il rosario, glielo facciano fare, ma non lo impongano agli altri.

In questo momento storico, a tempo di record, si avvia il processo di beatificazione del vecchio papa. C’è un referendum dello Stato italiano e noi dobbiamo seguire ogni giorno le vicende che accadono in Vaticano. Non le pare un po’ strano?

Questa è la politica italiana, cui partecipano anche le sinistre, partecipano anche quelli che dovrebbero avere una cultura laica.
Non dobbiamo dimenticare che siamo arrivati agli assurdi per cui dopo duemila anni è stato il comunista Violante a invitare il papa in Parlamento.
Finché è Casini che prega santa Rita perché è stato eletto… ma lo fa Violante ed è una cosa imbarazzante. Perciò anche nella sinistra, che dovrebbe essere laicissima, la cultura religiosa incombe.
E si fa una cosa mai vista in centocinquant’anni di unità d’Italia: il papa ha il suo staterello che è uno Stato straniero; per chiamare il capo di uno Stato straniero in Parlamento, si saltano tutte le norme giuridiche! Ciò è fuori dalla legalità.

Per tornare ai referendum mi sembra chiaro come voterà…

Civilmente, socialmente e politicamente voterò ad occhi chiusi quattro Sì.
Anche perché non si possono considerare i medici, gli ostetrici e i biologi come un branco di criminali selvaggi che buttano embrioni a destra e a sinistra. Sono terrorismi simili a quello di Fanfani che ai tempi del divorzio diceva che si sarebbero buttati i bambini per strada.
Quattro sì, compresa l’eterologa: non accettare l’eterologa significa essere razzisti. Perché è razzismo basare la paternità sullo spermatozoo.
La paternità è nel rapporto col bambino, dopo la nascita: la gravidanza riguarda esclusivamente la donna e il padre non ha nessuna influenza e nessun rapporto con il feto.
Dopo la nascita sì, c’è questo rapporto interumano che comincia, dove il padre può certamente intervenire e serve di più man mano che il bambino cresce. Ma che c’entra lo spermatozoo? Nel caso di malattie ereditarie, poi, sono più importanti i biologi e i medici, che devono scoprirle e curarle.

Anche nell’embrione, prima dell’impianto quindi?

Ma nel genoma! Ormai ci sono arrivati.
Per cui si elimina il cromosoma 21, etc. etc.. Questi cosiddetti difensori dell’embrione sostengono il contrario e secondo loro saremmo nazisti noi, perché vogliamo fare la selezione.
Non toccare l’embrione anche se è malato, è il vero crimine.
Per poi abortire dopo due mesi. Se questa non è violenza nei riguardi delle donne: è come prenderle a coltellate.

Ad ogni modo, al di là della religione, uno scienziato come Angelo Vescovi, pur dichiarandosi non credente, sostiene che il concepito è vita fin dall’inizio…

Un bel gioco di pensiero, di concetti e di parole. Noi siamo arrivati, con la nostra ricerca, ad un punto interessante: abbiamo scoperto che nella biologia c’è un discorso di tappe continue.
Se è ben accertato scientificamente, in maniera assoluta, che nelle prime due settimane, fino al quindicesimo giorno, le cellule sono indifferenziate e che poi cominciano a differenziarsi negli ormai ben noti tre foglietti embrionali, evidentemente esiste una trasformazione.

È il momento in cui si formerebbero le prime cellule nervose…


Anche che siano cellule nervose è tutto da discutere. Sono tre foglietti embrionali che si chiamano ectoderma, mesoderma, endoderma. Ancora non c’è questo discorso delle cellule nervose.
Tanto è vero che l’ectoderma darà origine alla sostanza cerebrale e alla pelle, il mesoderma alle ossa e ai muscoli… Cioè si differenziano ulteriormente!
Per parlare di cellule nervose bisogna arrivare ai quattro mesi e mezzo.
La trasformazione è continua ed è una trasformazione biologica, cui non si può dare il termine di persona, addirittura giuridica, in nessuno degli stadi che precedono la nascita.

Invece, tornando al parere di Vescovi e di fatto alla legge 40, si vogliono equiparare i diritti di “tutti i soggetti coinvolti” nella fecondazione medicalmente assistita…

Sono negazioni totali di una realtà elementare e assolutamente evidente. Questi signori, nella misura in cui dicono che uno è persona nello zigote, aboliscono qualsiasi pensiero di cambiamento, di trasformazione.
Come la grande storia della formazione della retina alla ventiquattresima settimana. È lì che scatta una possibilità di vita che prima non c’era. Prima, in qualsiasi condizione, con tutte le macchine respiratorie, non c’è possibilità di vita.
Cioè, la realtà del feto per sei mesi è meno differenziata del seme della pianta. Perché il seme della pianta, a determinate condizioni di terra e acqua, produce la pianta.
Il feto lo puoi mettere nella terra, nell’acqua, nella luce, nei raggi del sole, ma fino a ventiquattro settimane non può assolutamente vivere.
Allora, se dopo ventiquattro settimane può vivere, devo pensare che anche qui ci deve essere una trasformazione biologica.
Quindi il signor Vescovi, illustre biologo, non mi può dire che è la stessa cosa dello zigote: quello è un fatto biologico, come dice chiaramente la Levi Montalcini, e rimane fatto biologico fino al sesto mese.

Nel momento in cui avviene una trasformazione più significativa…

È sempre biologia, ma c’è da teorizzare una biologia umana. Perché scatta la possibilità di vita umana.
Che poi si sa benissimo che a sei mesi sarebbe una vita piena di difetti, perché il cervello non è ancora formato.
Una vita umana incompleta che avrebbe difficoltà a sopravvivere.
Dopo i sette mesi, gli otto mesi, allora sì: per cui si passa dalla possibilità alla realtà della vita. Ma pensare di conferire diritti al concepito è la negazione totale della differenza tra vita e non vita.
Lì non c’è la vita umana! Per i cattolici è uguale: morte e vita per loro sono la stessa cosa.
Infatti è loro la concettualizzazione per cui in fondo la nascita è una morte perché la vita è quando uno muore, nell’aldilà. La vita vera è quell’altra, lo dicono sempre. Un rovesciamento totale del pensiero e del rapporto con la realtà umana.

Abbiamo parlato di cellule nervose, di cervello, abbiamo detto della ventiquattresima settimana e della formazione della retina. Ma tutto questo deve essere attivato, come fosse una lampadina ancora spenta…

Indubbiamente la vita umana comincia con la nascita. E anche questo va legato a un discorso di trasformazione.
Quella capacità di reazione di cui dicevo si esprime di fronte a uno stimolo che molti ritengono essere l’aria, ma che noi diciamo essere la luce, perché il primo stimolo, quello che fa partire tutto il processo, è lo stimolo della luce sulla sostanza cerebrale.
Evidentemente questa sostanza cerebrale deve aver attivato una recettività, una capacità di reagire allo stimolo.
Le sottigliezze scientifiche sono queste. La retina ci mette forse più di un mese a formarsi, però se la stimoli con la luce non reagisce prima delle ventiquattro settimane, quando invece reagisce! Eppure non si è avuta nessuna modificazione biologica, anatomica della sostanza.
Quindi evidentemente sta nel patrimonio genetico il fatto che in un preciso momento scatta questa possibilità di reazione di fronte allo stimolo. Lo stimolo non arriva fino ai nove mesi, cioè alla nascita, poi c’è, e allora c’è l’attivazione cerebrale che mette in moto la respirazione, trasformando la circolazione… Interessante è che il cuore batta da prima, quindi la vita umana non è solo un fatto di battito cardiaco.

Poco prima della nascita, insomma, funzionano tante cose. Tranne questo “particolare” dell’umanità, che è legato al cervello…


Lo ripeto a ventiquattro settimane scatta la biologia umana, non la vita umana.
Perché non c’è pensiero. La caratteristica esclusivamente umana è il pensiero; non è la respirazione che hanno tutti i mammiferi, tutti gli animali. Né il cuore. Saranno anche la stazione eretta, il foro occipitale che fa angolo perpendicolare, la mano che ha l’opponente del pollice.
Però soprattutto è il pensiero che distingue l’uomo dagli animali, per la ragione storica che da milioni di anni l’uomo fa tante cose che gli animali non faranno mai. Gli animali sono oggetti passivi delle leggi naturali; l’uomo no. L’uomo è soggetto della natura, per cui si oppone, non sempre con intelligenza, alle leggi di natura. Sono cose assolutamente evidenti. Per cui è alla nascita che comincia l’individuo, secondo il codice napoleonico peraltro, che è restato pressoché uguale a quando è stato scritto.
Perciò prima della nascita semmai c’è aborto procurato.
Non c’è delitto, perché non c’è vita umana. Non puoi uccidere un essere umano che non c’è.
Esiste la docimasia, cioè si prende un pezzetto di polmone dal feto per vedere se ha respirato oppure no. È omicidio solo se ha respirato.

Perché se ha respirato è un individuo.

È un individuo e quindi ha tutti i diritti dell’individuo. L’embrione, il feto non hanno diritti giuridici come l’individuo. Proteggere il feto e dargli i diritti del futuro… Ma come del futuro?!
Allora che dobbiamo fare, andare verso l’infinito? E proteggere i diritti dei miliardi di miliardi di persone che verranno al mondo nel corso dei secoli e dei millenni? Sono pensieri assurdi.
Non esistono diritti del nascituro, perché è un futuro, appunto. Non ci possono essere diritti per qualcosa che non c’è, per cui non c’è neanche la potenzialità. La potenzialità è quella del feto, come abbiamo detto.
Ma il feto ci deve essere. È la solita storia: ovuli fecondati ce ne sono miliardi, ma soltanto una parte si impianta; c’è tutto un viaggio che dura 48-72 ore, per cui miliardi se ne perdono. Torno a dire: dobbiamo ribellarci a questa assurdità per cui il prete viene dentro la camera da letto a metterti la camicia da notte col buco, come nel passato.
Ma allora, altro paradosso, altro discorso scisso, perché dicono no all’eterologa? Facciamo la fecondazione in provetta per tutti, così nessuno scopa più.
Se la sessualità non deve esserci, facciamo tutti i figli in vitro. Invece no: bisogna avere rapporti sessuali, ma bisogna farlo come gli animali: il rapporto sessuale per la procreazione e basta.
Come rapporto uomo donna non deve esistere.

Prima ha detto della reattività alla ventiquattresima settimana, ma da psichiatra, nella sua ormai nota teoria della nascita, lei usa anche un’altra parola: vitalità.

È vero. Questa capacità di reagire allo stimolo la chiamo vitalità. Poi il fatto biologico della vitalità va a congiungersi, a fondersi con la pulsione, che è propriamente psichica, per cui alla nascita sorge il pensiero come immagine. Indubbiamente.
Questo avviene alla nascita: la fusione tra la pulsione che è reazione allo stimolo luminoso con questo fatto biologico che è la vitalità, cioè la possibilità di reazione.
La possibilità di reazione è un fatto biologico, la reazione è pulsione, che poi diventa immagine che è pensiero.
Poi ci sarà la trasformazione ulteriore per cui si arriverà al pensiero verbale e al linguaggio articolato. È sempre tutta una sequela di trasformazioni.

E sempre nella fusione tra corpo e mente, che non si possono pensare come entità separate…

Si nasce un’unica cosa. Il corpo e la mente sono un’unica cosa.
È dopo, purtroppo, nella malattia, che avviene la scissione: quando c’è il rapporto violento, per cui il corpo viene negato e la fusione, l’unità di corpo e psiche non trova risposta.
Per cui magari un bambino viene nutrito, allattato, curato, riscaldato, vestito ma il rapporto psichico non c’è perché la madre, o chi per lei, è anaffettiva.

E quella lampadina che si era accesa rischia di spegnersi di nuovo.

Eh sì. Per cui la capacità di reazione non c’è più. Funziona soltanto l’apparato neuromuscolare come quello degli animali, ma nel rapporto interumano non c’è più reazione; viene annullato il rapporto stesso e il malato non si accorge più della realtà dell’altro, non la vede e non la sente.
Quello che conta per lui è soltanto positivismo ottuso, cioè l’oggetto percepibile nella veglia con i cinque sensi, ma una sensibilità nei rapporti interumani e in particolare nel rapporto uomo donna non c’è più. E invece dovrebbe esserci. Senza che nessuna legge la impedisca.

Paolo Izzo

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i commenti a questa intervista pubblicati sul sito di Agenzia Radicale:
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=opinioni&nid=3535


finalmente!
27-05-2005 09:14:28
Finalmente qualcuno che non ha paura, che ha le idee chiare su cosa sta succedendo e soprattutto su ciò che non può e non deve accadere... Finalmente qualcuno che mi libera dal disagio che ho provato fino a questo momento di fronte a questi referendum. Perché al di là della certezza di votare quattro SI, rimane comunque in me una sensazione di profondo smarrimento nell'ascoltare le ragioni di politici, scienziati, giornalisti e di una sinistra che ancora oggi dimostrano di non avere le domande giuste a cui prima o poi seguirebbero, inevitabilmente, delle risposte sensate. Ora sento che sotto i quattro SI c'è anche un pensiero valido che li sostiene.
Inviato da: Paola

il rocchetto dal filo infinito
27-05-2005 10:38:12
Una immagine dell'infanzia è quella di mia madre che seduta alla macchina da cucire di tanto in tanto doveva ricaricare con del filo il "rocchetto", componente dello strumento. Il filo, come i suoi pensieri, si interrompeva e le cucituture non erano più possibili. Ciò che invece da tanti anni dice, scrive, mostra Massimo Fagioli non si interrompe mai. E' un filo infinito che non ha mai momenti in cui le cuciture non sono possibili. (...) Inviato da: remo

legge 40, laici e ... atei
29-05-2005 01:21:27
che il nostro stato appaia sempre meno laico è un fatto (al quale per altro non mi arrendo!), che nella sinistra ci siano cedimenti gravi, questo fa ancora più male.
... ma per fortuna c'è ancora qualcuno che, imperterrito, maniene una coerenza di pensiero addirittura "atea" !!!
Inviato da: Franco