domenica 14 dicembre 2003

Caspar David Friedrich (1774-1840)

Corriere della Sera 14.12.03
IL RITRATTO UN ARTISTA INQUIETANTE CHE HA INCARNATO IL DRAMMA DELL’EROE ROMANTICO
Le cime tempestose del giovane Friedrich
di Franco Fanelli


«Friedrich è un paesaggista molto poetico e singolare. La sua natura genuinamente meravigliosa mi ha colpito nel profondo, sebbene molto del suo essere mi sia rimasto oscuro. Quello stato d’animo e quell’eccitamento religioso che hanno da poco ripreso ad animare il nostro mondo tedesco, e una mestizia solenne, Friedrich cerca di esprimerli con finezza in soggetti paesaggistici. Un simile intento gli ha procurato molti amici e, cosa ancora più comprensibile, molti oppositori». Così lo scrittore Ludwig Thieck descrive una sua visita nello studio di Caspar David Friedrich (1774-1840). Lo avrà sorpreso al cavalletto, in quella stanza spoglia dominata da un finestrone a strombo che appare in un suo celebre dipinto. Friedrich gli avrà spiegato che cosa cercava con la pittura e qual era la sua formula: «Chiudi l’occhio fisico per vedere dapprima il tuo quadro con l’occhio dello spirito». Difficile da capire, in una fase in cui il paesaggio era ancora considerato un genere secondario e i grandi contenuti politici, storici, sociali o religiosi erano affidati alla pittura di figure. Friedrich, in tal senso, era un «trasgressore», un ruolo riconosciutogli anche da Goethe: «... È pur sempre l’unico ad aver cercato di esprimere un significato mistico-religioso in dipinti e disegni di paesaggi».
Dipinse mari in tempesta e naufragi, lande spettrali e vedute urbane, ma il suo elemento era la montagna, luogo mentale e simbolico di tutta l’età romantica. Cime tempestose e baratri sono il teatro in cui vanno in scena la «mestizia solenne» e i «turbamenti religiosi» che tramutano il rampollo di una severa famiglia protestante di commercianti di sapone e candele, l’ex allievo dell’Accademia di Copenaghen e che poi sceglie Dresda come residenza per le ricchezze artistiche della città, in uno dei giganti del Romanticismo tedesco.
Friedrich incarna il dramma dell’eroe romantico, il cui tormento personale si intreccia con i drammi del suo tempo, la psicologia si identifica con la storia. E la storia racconta di una Germania debole perché divisa, umiliata dalle truppe di Napoleone, che nel 1806 sfilano sotto le finestre dello studio del pittore. Per chi, come lui, è un fervente irredentista, l’eroe nazionale è Arminio, il barbaro che fu capace di battere le legioni di Augusto e di redimere la Germania contaminata dagli invasori. Nello stesso atelier di Friedrich, nel 1808, ne canta le gesta il poeta Heinrich von Kleist, in una delle prime letture del suo dramma dedicato al vincitore dei romani. Poco prima un quadro di Friedrich, "Croce in montagna" aveva scosso non solo la critica ma anche la coscienza politica del suo Paese: la grande croce che domina il dipinto era un chiaro riferimento a quella che il poeta Ernst Moritz Arndt aveva indicato come monumento nazionale dei tedeschi finalmente liberi. Tutta la pittura dell’artista tedesco sarà percorsa da questa tensione politica e spirituale. Come l’"Ortis" di Foscolo, il pittore di Dresda capisce presto che il sogno della Rivoluzione francese ha generato un mostro, la dittatura napoleonica; né sarà meglio il dopo, la Germania della Restaurazione e di Metternich, bigotta e repressiva.
Allora saranno i tempi del "Naufragio della Speranza", un quadro-simbolo del Romanticismo, concepito da Friedrich nel 1823: la banchisa polare si chiude intorno alla chiglia di una nave e la stritola; la natura, ancora una volta, prevale con la sua brutalità sui progetti e le utopie dell’uomo. Si trattava di una potente allegoria, portatrice di un messaggio universale ma forse, anche, di una drammatica reminiscenza privata, quella del fratello Johann Christoffer annegato nel 1787 proprio per salvare il piccolo Caspar Friedrich dall’annegamento in un lago ghiacciato.
Troppo inquietante per piacere, quel capolavoro non scampò alle ironie della critica: «Spero che il ghiaccio si sciolga», scrisse qualcuno quando l’opera venne esposta.
Il suo ruolo di precursore di tanta pittura moderna, tuttavia, non gli impedì di conoscere un certo successo: fra i suoi estimatori, lo zar Nicola e il principe ereditario Federico Guglielmo di Prussia che lo onoravano delle sue visite. Friedrich, infatti, non si mosse quasi mai da Dresda. Gli bastavano gli echi delle coste baltiche per concepire dipinti di angosciosa modernità come "Monaco sulla spiaggia"; e gli fu sufficiente il viaggio di nozze, nel 1818, sull’isola di Rugen, per ritrarne le «Bianche scogliere», quasi un idillio in mezzo a una produzione squassata da tempeste marine o dominata dalla terribilità di quei monti che Friedrich visitava in rapide escursioni.
Non compì neppure il fatidico viaggio in Italia, anche perché non era un idolatra dell’antico. Scriveva: «Il celebrato gusto artistico del nostro tempo dovrebbe dunque consistere nell’imitare un’epoca precedente, per quanto splendida sia?». Ma chissà che cosa avrebbe pensato di tutti quegli artisti che da lui hanno ripreso idee e iconografie. Tra di loro, in tempi recenti, due suoi connazionali. Anselm Kiefer, negli anni Ottanta, è tornato sul mito dell’artista-eroe e di Arminio, il cui spirito, in un quadro di Friedrich, giace nelle viscere di una montagna. Hans Haacke alla Biennale di Venezia del 1995 ha tramutato il pavimento del padiglione della Germania in un disastroso «mare dei ghiacci», dominato, in fondo, dalla croce uncinata. Anche il mondo del cinema ha reso omaggio alla visionarietà di Friedrich: nei "Duellanti" di Ridley Scott, il contendente sconfitto ma irriducibile, il generale Feraud, conclude la malinconica passeggiata che segna la fine del film su una roccia da cui scruta un paesaggio immenso e velato, chiara citazione di "Viandante sul mare di nebbia". È forse il più noto quadro di Friedrich, dipinto nel 1818. È "L’Infinito" di Friedrich. Pochi mesi dopo, Giacomo Leopardi avrebbe composto il suo.

Corriere della Sera 14.12.03
LO SCENARIO GLI ARTISTI STUDIAVANO I PAESAGGI COME SCIENZIATI. MA POI CEDEVANO ALL’EMOTIVITÀ
Quando la natura fu rapita dal sentimento
di Francesca Bonazzoli


Quando Lorenzo Ghiberti scrisse i "Commentari", nel sesto decennio del Quattrocento, fece una sintesi dei trattati di Alhazen, Bacone, Pecham e Witelo, ovvero del sapere scientifico medievale. Dopo aver acquisito la fama con i rilievi prospettici della seconda porta del Battistero di Firenze, Ghiberti voleva dimostrare che l’artista non era un semplice artigiano (lui stesso nasceva come orafo), ma il detentore di profonde conoscenze intellettuali e filosofiche. Relegato dalla divisione medievale fra coloro che praticavano le «arti meccaniche», l’artista che avesse saputo di grammatica, geometria, filosofia, medicina, astrologia, ottica, storia, anatomia e aritmetica, avrebbe potuto mettersi sullo stesso livello di chi padroneggiava le «arti liberali», soprattutto la poesia. Dopo Ghiberti, anche Leon Battista Alberti, Brunelleschi, Piero della Francesca, Leonardo, scrissero libri di ottica e prospettiva.
Arte e scienza, dunque, sono andate a braccetto almeno da quando l’arte abbandonò la dimensione ultraterrena dei fondi oro per quella storica, utilizzando prospettiva e volume.
Leonardo, però, è stato il primo ad individuare il fascino dell’eccezione. La precisione delle sue osservazioni scientifiche soccombeva spesso sotto la pressione della fantasia: gli studi sulle acque, per esempio, si trasformavano presto in un immaginifico diluvio universale; le rupi sullo sfondo della "Vergine delle rocce" evocavano un misterioso paesaggio lunare.
È vero, dunque, che i pittori studiavano o scrivevano di ottica e prospettiva, che sezionavano i cadaveri per decifrare l’anatomia del corpo umano, ma poi si lasciavano trascinare dalla propria emotività.
Nei saggi sulla psicologia della rappresentazione pittorica, raccolti nel 1956 sotto il titolo di "Arte e illusione", lo storico dell’arte Ernst Gombrich riporta un significativo episodio raccontato dall’illustratore tedesco Ludwig Richter. Un giorno, intorno al 1820, l’artista si era trovato a Tivoli con un gruppo di amici a dipingere dal vero il paesaggio e la cascata. Dopo qualche tempo era sopraggiunta una comitiva di pittori francesi. Quando alla sera i lavori furono messi a confronto, ognuno risultava diverso dall’altro nonostante tutti i pittori si fossero sforzati di essere fedeli all’originale.
L’episodio è rivelatore e si può affermare che proprio quando, nella seconda metà del Settecento, si diffuse la pratica di dipingere all’aperto, pratica che avrebbe dovuto garantire una maggiore «scientificità», l’osservazione del paesaggio si trasformò in sentimento del paesaggio. Per esempio, nonostante l’inglese Wright of Derby (1734-1797) frequentasse il cenacolo di industriali e scienziati membri della Lunar Society di Birmingham, quando si trovò a dipingere l’"Eruzione del Vesuvio", non potè trattenersi dal pigiare sul pedale «gotico» ammassando nel cielo enormi cumuli di nubi nere dietro le quali si affacciava una luna che rifletteva il suo spettrale lucore sul mare mentre, in primo piano, piccole figure nere portavano via i morti.
D’altra parte, nel 1757, il suo connazionale Edmund Burke, pubblicava il saggio "Ricerca filosofica sulle origini delle nostre idee del Sublime e del Bello", in cui, di fatto, in piena età dei Lumi, anticipava l’estetica romantica. Il Bello non stava più nell’ordine e nella regolarità, nel decoro e nella convenienza. Il sublime era nel contrasto fra l’incommensurabile e inconoscibile potenza della natura e la debole ragione dell’uomo; nell’irregolare, nella meraviglia, nel mito e nel mistero.
Questo sentimento della natura era percepito soprattutto nel Nord Europa dove si diffondeva l’attitudine a divinizzare la vita e celebrare la figura dell’uomo eroe. Il passaggio delle Alpi e del Gottardo per raggiungere l’Italia durante il Grand Tour, diventava un momento di «formazione», quella che Goethe, nel Faust, chiama la «Bildung». L’inglese Robert Cozens e, successivamente il connazionale William Turner, viaggiavano sempre con l’album da disegno e la scatola degli acquerelli in tasca per fissare dal vivo lo spettacolo della natura, ma quando dipingevano, trascendevano il dato realistico e si lasciavano incantare dai fenomeni atmosferici e luministici.
Negli stessi anni, invece, gli artisti italiani e soprattutto i francesi che venivano a studiare all’Accademia di Francia a Roma, a Villa Medici, sviluppavano tutt’altra attitudine rispetto ai colleghi del Nord: invece di cogliere gli effetti notturni, i temporali e gli orridi, semplificavano la composizione del quadro in uno schema ordinato e razionale di chiari e di scuri, di forme geometriche che escludevano l'aneddotico, il dettaglio e il sentimentale. Era il nuovo gusto neoclassico che Diderot riassumeva con la formula «dipingere come si parla a Sparta», ovvero in modo laconico, con poche frasi, secondo la parola d’ordine «ordre, calme, clarté». Le vedute di Louis Gauffier, Jean-Germain Drouais, Pierre-Henri de Valenciennes, sono visioni mentali che ricostruiscono i rigorosi rapporti geometrici della natura.
Sembra un facile schema fra Nord e Sud, eppure, anche a distanza di un secolo, la montagna Sainte-Victoire dipinta da Cézanne restava un esercizio di stile, di studio della luce e dei volumi, mentre le alte pareti di rocce e i dirupi che Böcklin dipingeva, vibravano di una materia paurosa e oscura, nei cui anfratti si insinuavano l’ombra e il mistero.

Corriere della Sera 14.12.03
LE OPERE DAL RINASCIMENTO AI CONTEMPORANEI L’ESPRESSIONE DI UN IDEALE DI BELLEZZA SCOMPOSTA
L’arte e la scienza ai piedi delle rocce
di Martina Zambon


«Queste grandi cattedrali della terra / con i loro cancelli di roccia, pavimenti di nuvole / cori di torrenti e di pietre, altari di neve, e volte di porpora attraversate da una disseminazione di stelle...», scrive John Ruskin in "Modern Painters, IV" nel 1856. Nella metafora di un’architettura di roccia e neve, Ruskin cristallizza lo sguardo di chi, come lui, fu soggiogato dall’immensità silente delle Alpi. A dispetto dei multicolori snowboard e delle mises da sci fosforescenti, il sentimento di chi non ha saputo resistere all’attrazione vertiginosa dei sentieri impervi resta immutato. «Questa mostra racconta del rapporto fra grandi artisti e la montagna - spiega Anna Ottani Cavina, curatrice dell’evento di Rovereto - nei momenti in cui la montagna è stata fonte di ispirazione interiore prima che artistica».
L’ambiziosa rassegna «Montagne - Arte, scienza, mito» è stata progettata dal Mart in occasione del suo primo anno di attività. Ambiziosa e difficile: il poliedrico contenitore artistico trentino, decentrato rispetto alla geografia espositiva «che conta», decide di ammirare lo splendido panorama alpino che circonda il Museo attraverso gli occhi di centinaia d’artisti. Non manca, è vero, un’articolata sezione dedicata ai canyons americani, alle rocce rosse e sconfinate che rappresentano, nel corso dell’800 il mito dell’Ovest, il Far west dell’espansione degli Stati Uniti. È innegabile (e voluto) che la parte del leone sia, però, delle Alpi. È dalle Alpi che parte la riscossa di un ideale di bellezza altro, antitetico ai canoni di armonia ed equilibrio cullati dalle acque del Mediterraneo. Proprio a partire dagli artisti, spesso provenienti dal nord Europa e per questo meno permeati degli italiani dagli stilemi della bellezza classica si elabora un ideale di bellezza scomposta, tragica, selvaggia quanto i crinali alpini. Da qui si articola una rassegna ampia e dai molteplici piani di lettura secondo due direttrici principali, la storia dell’arte e la scienza.
Bandite le rappresentazioni oleografiche e rarefatte le presenze umane nella opere esposte, si è puntato sul fattore della conoscenza, a partire da Leonardo, di cui è esposto il "Trattato della pittura", nella trascrizione di Francesco Melzi della metà del XVI secolo. La montagna che ne esce è quella stilizzata in frammenti rocciosi quasi astratti delle prime rappresentazioni medievali fino alla montagna conosciuta scientificamente. «Abbiamo scommesso su di una mostra "alta" - conclude Cavina -. Il Mart ha una forte vocazione al contemporaneo e sorprendentemente la montagna silenziosa, un’idea meno aneddotica, emerge proprio dalle opere del secolo scorso, da Cézanne con la "Sainte-Victoire" a Kandinskij e Segantini, ma anche da Schifano a Eliasson». La montagna, sinfonia grandiosa nella musica di Richard Strauss ma anche nucleo fondante del percorso interiore di Castorp, antieroe della "Montagna Incantata" di Thomas Mann che inizia il suo romanzo con «Nessuno, tanto meno il giovane Castorp, poteva pensare di ritornare dal viaggio verso la montagna tal quale era partito e riprendere la vita al punto in cui aveva dovuto lasciarla».
Frutto della collaborazione fra il Mart, l’Università di Trento, il Museo di Scienze Naturali di Trento e le Raccolte d’Arte del Castello del Buonconsiglio, la mostra, curata da Anna Ottani Cavina (arte) e Paola Giacomoni (scienza), allinea duecentocinquanta dipinti e alcune sculture provenienti dal Musée du Louvre di Parigi, dalla Tate Gallery di Londra, dal British Museum dalla National Gallery of Art di Washington, dall’Hermitage di San Pietroburgo, dalla Nasjonalgaleriet di Oslo, fra gli altri. In esposizione anche duecento tra libri antichi, carte geografiche, strumenti scientifici, minerali, modelli d’epoca, stampe, dipinti e disegni.
Progettata secondo un percorso non lineare, l’esposizione si sofferma sui momenti salienti della storia della montagna dipinta e rappresentata: il Rinascimento, poi l’età del Sublime e del Romanticismo, gli anni fra ’800 e ’900 e il contemporaneo. Nella sezione dedicata a ’400 e ’500 ritroviamo anche Piero di Cosimo e il Giambologna; per il Settecento, sotto l’egida della riflessione estetica di Edmund Burke e di Emmanuel Kant, sono esposti i dipinti di Caspar Wolf, Caspar David Friedrich, J. M. William Turner, Wright of Derby, John Martin, Arnold Böcklin, per l'epica americana di Albert Bierstadt e Frederic Edwin Church. I simbolisti di fine ’800, Leonardo Bistolfi, Giovanni Segantini, Ferdinand Hodler, Félix Vallotton, Gustave Moreau, propongono la loro visione onirica e visionaria della montagna.
Dopo lo spartiacque segnato da Cézanne, sopraggiungono Edvard Munch, Vasilj Kandinskij, Alexei von Jawlensky e Ernst Ludwig Kirchner. Nel secondo dopoguerra le posizioni si estremizzano, dolorosamente, nell’opera di Kurt Schwitters, nelle pastose matericità di Jean Dubuffet, nella disincantata e pungente ironia di Andy Warhol. Gli ultimi decenni sono rappresentati da Salvatore Scarpitta, Mario Merz e Amish Fulton, Gerhard Richter, Ed Ruscha, Enzo Cucchi e Georg Baselitz. Gli anni ’90 si fanno portatori di una coscienza ambientalista ormai matura che denuncia la violazione della natura montana e l’impossibilità a vivere pienamente la montagna a causa, forse, di snowboard multicolori e tute da sci fluorescenti. La raccontano Anish Kapoor, Andreas Gursky, Walter Niedermayr, Elisa Sighicelli, Olafur Eliasson. In mostra anche «L’echo» il video vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di quest’anno realizzato dalla lussemburghese Su-Mei Tse.

un operaio

La Repubblica, ed. di Torino 14.12.03
Singolari affermazioni
della psicologa Giani Gallino
lettera di Rosario Cottone


Trovo singolari le affermazioni della psicologa dell'età evolutiva Tilde Giani Gallino in merito all'ultimo fatto di cronaca di corso Rosselli. Riferendosi ai giovani, afferma: «Nessuno è capace di aiutarli!». Io invece, che provengo da una scuola materialista pratica, avendo fatto l'operaio, e teorica, avendo letto i classici del movimento operaio, affermo che non esiste nulla che non si possa cambiare nella pratica, compreso il comportamento degli uomini e delle donne e quindi la loro coscienza. Evidentemente la formazione psicologica della Gallino le impedisce di aver fiducia nel cambiamento, in quanto gli «strumenti psicologici» di cui lei è in possesso non la incoraggiano e non sono utili a tale scopo. Mi piacerebbe sentire il parere di qualche intellettuale di sinistra che del cambiamento del mondo a sentir loro hanno fatto una ragione di vita. Ma quelli, che in passato hanno rischiato il patibolo, oggi purtroppo vanno nei salotti torinesi e, se cercano il contatto col popolo, lo fanno per sistemarsi nei vari consigli o parlamenti

Illuminismo e razzismo
citato al lunedì: il 7.12.03

Domenicale del Sole 24Ore del 7.12.03
Questione di pelle
Il razzismo moderno trova le sue prime fondamentali formulazioni ra i pensatori dell'Illuminismo
E Kant disse: selvaggi senza morale
di Giuseppe Bedeschi


Non c'è bisogno di appoggiarsi alle osservazioni erudite di Cavalli Sforza per rendersi conto che la "razza", come entità tassonomica, è come minimo una nozione non chiara.
Del resto, coloro che hanno creduto nelle "razze" umane non sono mai stati capaci di mettersi d'accordo sul loro numero: al punto che gli splitters hanno trovato opportuno modificarle, mentre i lumpers hanno sostenuto l'esistenza di pochi, ben differenziati, gruppi razziali. Verso la metà del XIX secolo il numero delle "razze" umane poteva variare da due a sessanta, a seconda dell'autore, come già rilevava ironicamente Darwin nell"Origine dell'uomo. E ciò non a caso: la definizione delle "razze", infatti, è assolutamente arbitraria, come sottolinea opportunamente Gianfranco Zanetti nel suo stimolante saggio La retorica della razza (pubblicato sul numero 3, della rivista "Filosofia politica", insieme ad altri «materiali per un lessico politico europeo: ghenos/razza, ai quali facevo riferimento). Può essere utile ricordare a questo proposito - dice ancora Zanetti - che la differenza genetica fra un Africano e un Europeo non è poi molto superiore alla divergenza media tra gli Europei. Le variazioni visibili sono notoriamente fuorvianti: per esempio, il colore della pelle - il fattore più ovvio per le suddivisioni razziali - è molto simile nel caso degli Africani e degli Aborigeni australiani, ma fra i due gruppi la divergenza genetica è massima. L'Europa è relativamente omogenea, ma - con buona pace di Gobineau e seguaci - il continente è il risultato di una mescolanza genetica tra Africa e Asia avvenuta circa trentamila anni fa.
Detto ciò, il punto da spiegare è questo: se la nozione di "razza" non ha solide basi scientifiche («per quel che riguarda l'uomo le razze non esistono» ha dichiarato nel 1972 al College de France l'ematologo Jacques Ruffié), perché mai tale nozione si presenta sempre come dottata di un alone di oggettività, come sostenuta dal supporto indiscutibile di una altrettanto indiscutibile evidenza empirica?
La risposta a questa domanda deve essere cercata nella storia culturale dell'Occidente. In questa storia il concetto di "razza" emerge assai tardi. Esso non è rintracciabile nel pensiero antico. Nel suo bellissmo saggio I "barbari" di Platone e Aristotele, Enrico Berti mostra assai bene, attraverso un attento esame dei testi, che Platone e Aristotele, pur professando la distinzionittra Greci e "barbari", e pur riconoscendo l'esistenza di alcuni fattori "naturali" che possono aver influito su di essa (ad esempio il clima), non attribuiscono mai la superiorità complessiva dei Greci sui "barbari" a quei fattori naturali, bensì a fattori che oggi diremmo di carattere "culturale", quali l'educazione, le leggi, la costituzione politica. È solo con l'espansione europea oltre oceano, a partire dalla scoperta di Cristoforo Colombo nel 1492 e dal viaggio di Vasco de Gama nelle Indie nel 1498, che la visione europea del mondo e dell'umanità che aveva dominato sino a quel momento viene investita da una crisi profonda, e la civiltà europea entra in contatto con gruppi umani che non rientrano nella classificazione biblica. Si cerca allora di concettualizzare la nuova situazione creando nuove categorie in grado di fissare la posizione degli occidentali rispetto a un'umanità diversa e sino allora sconosciuta.
Su questa concettualizzazione hanno avuto un peso decisivo, naturalmente, il dominio degli Spagnoli sugli Indios trovati in America e la schiavitù dei neri importati dall'Africa. Poi, con il declino politico-coloniale della penisola iberica, a partire dalla metà del Seicento, sono state Olanda, Inghilterra e Francia ad assumere un ruolo preminente tanto nel campo dell'espansione coloniale, quanto in quello delle teorie razziali. Queste ultime si impongono con forza anche in alcuni eminenti eappresentanti dell'Illuminismo, e mostrano subito i veleni di cui sono intrise. Così David Hume, in una nota per l'edizione del 1754 dei suoi Essays, presentò in forma condensata gli argomenti tipici del razzismo moderno: egli diceva che i neri erano per natura inferiori, privi di un ingegno superiore, e quindi privi di civiltà. Kant, a sua volta, introdusse in Germania il concetto di "razze", distinguendone quattro: bianca, negra, mongolica o calmucca, indù o indostanica. Il criterio in base al quale egli operava questa distinzione era in primo luogo una caratteristica fisica: il colore della pelle. Ciò però non imediva a Kant di attribuire alle "razze" precisi connotati intellettuali e morali: asseriva infatti l'inferiorità dei neri, perché «i negri d'Africa non possiedono per natura alcun sentimento più elevato della stupidità», e «il negro si colloca infatti al livello più basso tra quelli individuati in termini di diversità razziali». Oppure, trattando delle popolazioni del Nord America, Kant affermava che «tutti questi selvaggi hanno scarso sentimento del bello in senso morale». (Si veda il bel saggio di Maria Lalatta Costerbosa, Kant e la teoria delle razze). Più tardi, poi, sarebbero venute le "teorie" su una "razza" considerata pericolosissima, gli Ebrei, dei quali già nel Settecento un altro eminente filosofo, il Fichte, proponeva l'espulsione dal suolo tedesco.

libertà sessuale

La Repubblica 14.12.03
L'Associazione celebra 50 anni di attività. Come cambiano costumi e conoscenze sulla sessualità: il fenomeno del lunedì mattina
In coda per la pillola del giorno dopo
L'Aied: "I medici non la prescrivono, sarà la nostra battaglia"
Il profilattico è l'anticoncezionale più diffuso. Gli aborti sono in netto calo
di DONATELLA ALFONSO


GENOVA -Al lunedì mattina, davanti alle porte dei 24 consultori Aied di tutta Italia c'è sempre una piccola folla di donne e ragazze, con un'unica richiesta: la pillola del giorno dopo, visto che sempre più spesso ospedali, medici di base e ginecologi oppongono una sorta di "obiezione strisciante" alla prescrizione di un farmaco che c'è chi ritiene una pratica abortiva: chi ha avuto un rapporto a rischio durante il weekend, di fronte ad una prescrizione rifiutata rischia così di aspettare oltre 48 ore, riducendo di molto l'efficacia del farmaco. Unica chance, allora, rivolgersi al consultorio, anche se in ritardo, perché al sabato e alla domenica i centri sono chiusi: e l'Aied, l'associazione per l'educazione demografica che ieri ha festeggiato a Genova cinquant'anni di battaglie civili, ha deciso di offrire assistenza legale gratuita alle donne che, a causa della mancata prescrizione della pillola del giorno dopo, saranno costrette a ricorrere all'interruzione di gravidanza. «La pillola del giorno dopo e la fecondazione saranno le nuove frontiere della nostra azione - spiega Luigi Laratta, presidente nazionale dell'Aied - Dal '53, quando la contraccezione in Italia era illegale, ad oggi, se in Italia si sono fatti passi avanti importanti per la contraccezione, molto del merito è nostro. E in un clima di mancanza di laicismo, c'è forte preoccupazione che la legge sulla fecondazione assistita metta in discussione diritti acquisiti, come la legge sull'aborto. Cosa faremo? Sicuramente il massimo dell'informazione, pronti a dare battaglia, a promuovere raccolte di firme e in ogni caso ad essere sempre vicini alle donne». Ventiquattro centri, più di 250 medici, oltre 100 mila visite l'anno, occupandosi di salute fisica e psichica di donne (il 95%) ma anche di uomini: un lavoro costante dal '71, quando la contraccezione in Italia diventò legittima, tante attività sul territorio, colmando le troppe assenze delle istituzioni. Parte ad esempio da Pordenone, come spiega il responsabile Mario Puiatta, l'azione di tutela legale alle donne cui viene impedito di assumere la pillola del giorno dopo; e sui profili legali della contraccezione d'emergenza l'Aied ha preparato anche una pubblicazione inviata ad ordini dei medici e aziende sanitarie, per spiegare che non si tratta di un sistema abortivo ma, visto che interviene prima dell'annidamento dell'ovulo: l'obiezione di coscienza è illegale quanto ingiustificata.
E in un'Italia dai comportamenti laici, con la pillola - in crescita costante - utilizzata ormai dal 22% delle donne in età feconda, con una riduzione delle interruzioni di gravidanza pari al 40% rispetto al 1978, quando la pillola la prendeva solo il 3,2%. Il metodo anticoncezionale più usato rimane però il profilattico, seguito appunto dalla pillola e dal coitus interruptus, (18,6%) che trent'anni fa era invece al primo posto. Ma ci sono ancora tante insicurezze, tanta disinformazione sulla sessualità, specialmente tra i giovanissimi: «Bisogna ricominciare l'educazione sessuale ad ogni generazione» spiega Mercedes Bo, presidente di Aied Genova - Non a caso Aied fa molti corsi nelle scuole». E i dubbi viaggiano on line: adolescenti e giovani adulti, avvezzi a interrogare il monitor più che familiari ed amici, meno che mai medici o insegnanti, riempiono la posta elettronica (aied@aied.it), esprimono dubbi e timori, con domande di un tale candore che, se da un lato fanno sorridere, dall'altro segnalano che il computer è diventato una sorta di confessionale, un non-luogo dove porre anche i quesiti più imbarazzanti perché, tanto, nessuno ti vede. E da queste domande è nato anche un libretto («Scusate? avrei una domanda da farvi») che raccoglie le confidenze di questa generazione così pronta per la tecnologia, così insicura nelle cose più intime.

sabato 13 dicembre 2003

sognare

La Stampa Tuttolibri 13.12.03
Aspettando a occhi chiusi
di Augusto Romano


COMINCIAMO con una citazione. «Sono arrivati dei sogni, risalendo la corrente del fiume, stanno salendo per una scala sulla banchina. Ci si ferma, si conversa con loro, essi sanno molte cose, quello che non sanno è di dove vengono. Molto tiepida questa sera d’autunno. I sogni si volgono verso il fiume e alzano le braccia. Perché alzate le braccia, invece di stringerci in esse?» (F. Kafka, Sogni, Sellerio, pp. 159, €7,75). Come in un quadro simbolista, i sogni alzano le braccia. Provate a guardare i quadri che parlano di sogni: Füssli, Blake, Böcklin, Redon, Klinger... Sono tutti misteriosi, remoti, interroganti; si sporgono su di un Aldilà che nessuno mai potrà violare. In questa sequenza che fa rabbrividire, Kafka vorrebbe essere abbracciato (cullato, consolato?) dai sogni, e forse scomparire in quell’abbraccio. Ma non si può. I sogni alzano le braccia. Indicano l’impenetrabile cielo; o fanno mostra di arrendersi, riservandosi il silenzio; o si tramutano in statue, in eslusive immagini del mito? Dall’altra parte non si passa; sognare è un dono che si consuma nell’atto in cui viene ricevuto. Il resto è commento, utile e insignificante come ogni commento. Ma chi non può passare di là? L’Io naturalmente, l’ingombrante amministratore del tempo e dello spazio. Allora è possibile passare, ma solo rinunciando al proprio nome, dissolvendosi. Qualcuno - Novalis, Nerval, Rimbaud - l’ha fatto. Ha scritto V. Hugo: «Coloro che sono guidati dal sogno, divengono sogno essi stessi e, senza essere colpevoli, cadono nel nero sciame dei volti impalpabili». E’ curioso come questa fantasia sia stata recuperata in positivo da uno psicologo post-moderno come J. Hillman (Il sogno e il mondo infero, Adelphi, pp. 214, €22), che vede il sogno come una iniziazione, il cui scopo non è ampliare la coscienza dell’Io, ma svuotarla. Ma Kafka non può, il suo sguardo è troppo limpido, ed egli non chiude mai gli occhi. Perciò i sogni può solo contemplarli, e conservare per sé una speranza, una domanda, cui non verrà mai data una risposta compiuta.
Tocchiamo così quello che a me sembra il nucleo tematico di ogni relazione con i sogni e insieme il motivo per cui i sogni - questi fenomeni «assurdi, incoerenti, inevitabili, irripetibili, fonti di gioie e di terrori infondati, incomunicabili nel loro complesso, eppure ansiosi di essere comunicati» (è ancora Kafka) - hanno sempre svolto un ruolo centrale nella vita dell’uomo. Siamo attratti dai sogni a motivo della nostra fondamentale imperfezione, della nostra bisognosità, dell’angustia della prigione che abitiamo. Quando non li trattiamo come giocattoli, objets trouvés, ambigue freddure, i sogni ci appaiono come voci che vengono da lontano e ci parlano, in una lingua straniera, di paesi stranieri. Così è già nelle società arcaiche: i sogni-presagio, i sogni sciamanici, i sogni totemici, i sogni iniziatici mostrano l’esigenza di rinnovare l’unione con le origini mitiche del gruppo sociale; epifanie del sacro, sono fonte di sicurezza, strumenti per acquistare potenza e conoscenza. Questa funzione, ancorché degradata, si è in qualche modo conservata negli innumerevoli «Libri dei sogni» che, dalla civiltà egizia sino a noi, fingono di tornare da un viaggio nell’Aldilà con un piccolo bottino, il bottino della notte destinato a dissolversi al canto del gallo. Con Cartesio, e poi con l’Illuminismo, la cultura moderna (o almeno il suo filone più in luce) dichiara di poter fare a meno dei sogni. Ma dura poco. Il Romanticismo riapre le porte al sogno (Albert Béguin, L’anima romantica e il sogno, Il Saggiatore, pp. 557, €20). Per i Romantici, il sogno è simbolo di tutto ciò che, opponendosi alle convenzioni che reggono il mondo diurno, introduce in una oscurità animata in cui si nascondono i germi di una possibile redenzione, così come quelli della definitiva dissoluzione. «Chiudete gli occhi, e vedrete», scriveva Joubert. Il doloroso sentimento di incompiutezza e l’esigenza di pienezza trovano nella valorizzazione del sogno la loro espressione più viva. Il sogno, rompendo i vincoli spazio-temporali che ci rinserrano, ci regala da un lato i fugaci riflessi del paradiso perduto, di quel «paese d’innocenza» (Brentano) da cui proveniamo, e dall’altro si apre sulla verità ultima, eterna e ineffabile. Sciogliersi, disfarsi in una realtà più vasta; entrare in contatto con le misteriose forze che ci governano; discendere alle radici; abbandonare le apparenze per ritrovare l’Essere: questi i compiti che gli autori romantici assegnano al sogno. Si può allora intendere come sogno, mito e poesia rivelino una strettissima parentela: la loro origine è comune, il loro significato inesauribile, il contatto con loro dilata lo spazio che ci è assegnato sin quasi a dissolverlo e appaga il nostro bisogno di «comunicare con l’Infinito» (Jean Paul). La vita si specchia nel sogno, e questo, traendola fuori dal limbo dell’insignificanza, le dà una forma, la modella secondo le linee di un destino in cui il sognatore dovrà riconoscersi.
Ultima arrivata la psicoanalisi ha tentato di colonizzare il sogno; e proprio nel rapporto col sogno mostra il suo incerto statuto. Fondata da un lato su di una metafisica illuminista, ma anche sensibile al valore delle immagini e alle ambiguità del reale, la psicoanalisi oscilla tra un atteggiamento riduzionista (il sogno è «nient’altro che» la soddisfazione allucinatoria di desideri rimossi) e un’esigenza di rimitizzazione. Si deve soprattutto alla psicoanalisi di Carl Gustav Jung (Analisi dei sogni, Seminario tenuto nel 1928-30, Bollati Boringhieri, pp. 708, €70) di aver reso giustizia alla polisemia del sogno e dell’inconscio, e di aver riconosciuto nei sogni una realtà più vasta, che trascende le vite individuali. Comunque, il sogno è in buona salute e resiste agli accerchiamenti (Jorge Luis Borges, Libro di sogni, Oscar Mondadori, pp. 416, €6,71). L’unico problema è che, se lui gode buona salute, è inevitabile che noi si sia sempre un po’ malati, di incompiutezza, di speranza. Ma non importa. Anche se la redenzione non giunge, si può ingannare l’attesa sognando, e interpretando i sogni. Senza dimenticare che, come scrive Isacco Abravanel (1437/1508) nel suo commento alla Torah, «i sogni veridici compaiono più di frequente nei giovani e negli stolti piuttosto che nei sapienti, perché l’immaginazione nei giovani e negli stolti non è disturbata e perciò riceve quell’influenza superiore senza confusione». E per concludere con un’altra citazione riferita ai sogni: «Ah, benissimo: fate entrare l’infinito!» (L. Aragon)

intorno a un libro di Macaluso

Corriere della Sera 13.12.03
L’analisi nel libro di Macaluso. Napolitano: dovevamo tagliare i ponti prima
Il Pci e l’Urss, il processo degli ex


ROMA - Nella Sala del Cenacolo di Montecitorio aleggiava ieri un mistero, o meglio una domanda legata al rapporto tra il Partito comunista italiano e l’ex Unione Sovietica. Perché nel nostro Paese tanta gente di sentimenti democratici aderì ad un’ideologia che con quei sentimenti non aveva nulla a che vedere? E’ l’interrogativo che il segretario dell’Udc Marco Follini pone durante la presentazione dell’ultima fatica letteraria di Emanuele Macaluso, "50 anni nel Pci", un «libro di storia vissuta» in cui l’autore ha come interlocutore l’editorialista del Corriere Paolo Franchi. Un volume che traccia un bilancio dell’esperienza comunista in Italia, senza pentimenti ma con un’analisi severa di ritardi ed errori. Il legame con l’Urss, ad esempio, legame che fino agli anni ’80 fu un ingrediente importante della forza di attrazione del Pci, ammette Giorgio Napolitano. L’eurodeputato ds fa autocritica: «Avremmo dovuto tagliare i ponti già negli anni ’60, ci provammo durante la Primavera di Praga e poi nel 1981, ma ci fermammo sempre sull’orlo del distacco». Paolo Mieli reclama un’assunzione di responsabilità: «Non potevano non sapere cosa accadeva in Unione Sovietica. Il comunismo italiano fu parente stretto di una delle mostruosità del secolo». Alla tavola rotonda coordinata dal direttore de Il Riformista Antonio Polito partecipano anche Letizia Paolozzi e Valentino Parlato. Quest’ultimo prova a spiegare le ragioni del legame con Mosca («cacciarono lo zar e fu un bene, ci aiutarono a vincere la guerra e fu un bene») ma riconosce anche la necessità dello strappo. Anzi, ne rivendica la paternità: «Nel ’69 proposi di rompere con l’Urss ma fui cacciato dal partito». Alla domanda di Follini non si sottrae Macaluso: «Il punto di partenza dell’ideologia comunista era la lotta all’imperialismo e al capitalismo rappresentati dall’America. L’Urss, con tutte le sue storture, era un punto di riferimento alternativo. Ma - aggiunge - separare la lotta per il socialismo dalla lotta per la democrazia e la libertà fu un grave errore storico che pagammo caro».
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Sergio Grom segnala:

su Capital in edicola un servizio su Maja Sansa, "donna dell'anno"
fotografie e interviste

Ansa.it
ZANARDI E SANSA VOLTI DEL 2003
Pilota e attrice sono uomo e donna dell'anno per Capital


(ANSA)-MILANO, 9 DIC-Sono Alex Zanardi e Maya Sansa l'uomo e la donna dell'anno di Capital. La scelta tra una rosa di 100 nomi e' avvenuta con una votazione sul Web.Zanardi e' il pilota che, dopo un gravissimo incidente, e' tornato in pista, con l'aiuto delle protesi. Maya Sansa e' la giovane attrice che ha interpretato i due film che piu' hanno fatto discutere quest'anno, 'La meglio gioventu'' di Marco Tullio Giordana e 'Buongiorno, notte' di Marco Bellocchio.
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venerdì 12 dicembre 2003

Marco Bellocchio venerdì sera a Milano

Corriere della Sera 12.12.03
L’INCONTRO
Marco Bellocchio parla del sequestro Moro


Marco Bellocchio alle 17 è al Centro Culturale Cascina Grande di Rozzano (Mi) per parlare del suo film «Buongiorno notte» sul sequestro Moro. Il regista propone la sua lettura del rapimento e dell’omicidio dello statista da parte delle Brigate Rosse.
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un po' di teologia?
verginità e peccato originale, papi e madonne

La Repubblica 12.12.03
L'Immacolata, il peccato e i misteri della fede
lettera a CORRADO AUGIAS


Gentile Augias, mi occupo di Medioevo, nella cui prima metà venne elaborato il concetto di concepimento immacolato sul quale circolano molte imprecisioni. In teologia i significati di concezione di Maria sono due: attivo e passivo. Nel primo essa, per intervento dello Spirito, concepisce verginalmente Gesù. Nel secondo è essa stessa concepita miracolosamente dai suoi genitori sterili. Non a caso l'evento, presente nel Protovangelo di Giacomo, si diffuse, a partire dall'VIII secolo, come "festa della Concezione di Anna", in Oriente.

L'Occidente ne è tributario: la festa dell'Immacolata appare nel 1060 in Inghilterra per passare poi sul continente. Mentre in Oriente la nozione di macchia originaria trasmessa da Adamo è estranea, questi travaglieranno per secoli i teologi cattolici. Già nell'XI secolo la concezione di Maria dovette essere difesa elaborando la formula della verginità perpetua contro chi la supponeva perduta col parto o con la successiva vita coniugale. Nel XII secolo anche la concezione passiva con immunità dal peccato fu rifiutata addirittura da quel san Bernardo che passa per devotissimo di Maria. La quale, secondo lui, è stata concepita secondo le ordinarie vie della procreazione umana che, sostiene Agostino, è sempre macchiata di concupiscenza.

Sicché non solo Maria avrebbe contratto il peccato originale, ma la Chiesa non può né dichiarare santa né venerare tale concezione di Maria. Ancor più duro il XIII secolo: il privilegio dell'esistenza d'una completa immunità dal peccato originale avrebbe annientato il Cristianesimo nella sua radice, la Redenzione. Questa, infatti, se per una esenzione perdeva l'universalità, perdeva anche ogni necessità. Ometto il seguito ma non la riflessione di quanto, per contrastare l'ignoranza dei cattolici sulla loro dottrina, sia penoso ricorrere a esiguità di dottrina.

Raffaele Iorio, Bari
raffaele_iorio@libero.it


Chi non appartiene a una fede deve accostarsi con discrezione ai suoi misteri, anzi meglio è se si astiene del tutto dal commentarli. Colpisce comunque l'ignoranza di tanti cattolici su un dogma centrale nella loro religione. Sulla base di informazioni raccolte su libri concludo le osservazioni del professor Iorio ricordando che il dogma dell'Immacolata (nel senso di concepita senza peccato originale) venne proclamato da Pio IX l'8 dicembre del 1854. Sono gli anni in cui papa Mastai, dopo la Repubblica romana del '49, accentua i suoi atteggiamenti antiliberali che culmineranno nel celebre documento antimodernista del "Sillabo" (1864). Lì si esclude, per esempio, che il papa possa conciliarsi con progresso, liberalismo, civiltà moderna. Pio IX è anche il papa che convoca il concilio Vaticano I (giugno 1868) che proclamerà il dogma dell'infallibilità pontificia.

Il dogma dell'Immacolata concezione, particolarmente arduo per chiunque non partecipi a quella fede, va quindi inserito in questo periodo del pontificato che porterà papa Mastai a opporsi con tutte le forze e ogni possibile accordo internazionale alla possibilità di perdere il potere temporale. Anche in quel caso gli era sfuggito, nonostante le preveggenti esortazioni di Cavour, quale vantaggio sarebbe stato per lui e i suoi successori limitarsi al solo esercizio spirituale del potere.


le due lettere a Corrado Augias che seguono sono state segnalate da Paolo Izzo

La Repubblica 7.12.03
Immacolata concezione e fecondazione assistita


Silvio Manzati, da Verona

La discussione parlamentare sulla fecondazione mi ha fatto ricordare che domani sarà la festa dell'Immacolata concezione, cioè il concepimento senza macchia, pulito, di Maria. Ma ci sono dei concepimenti sporchi? Il Papa, i cardinali, i vescovi, i preti, le suore, i cattolici in genere considerano sporco il proprio concepimento? Il concepimento attraverso la fecondazione assistita viene considerato sporco alla pari di quello che avviene per mezzo di una normale unione sessuale? L'8 dicembre festeggerò anche la mia Immacolata concezione, perché sono stato concepito in modo non meno pulito di Maria.

La Repubblica 9.12.03
Immacolata concezione la confusione eterologa


Cristina Marolda, da Bruxelles

Desidero rispondere alla lettera del signor Silvio Manzati a proposito di Immacolata concezione e fecondazione assistita. Il lettore purtroppo fa una grande confusione - come ahimè la maggior parte dei cosiddetti "cattolici" che non si curano di studiare il catechismo - tra il dogma sulla verginità della Madonna e quello dell'Immacolata concezione. Quest'ultima, infatti, non riguarda il concepimento di Gesù Cristo - divino, quindi per definizione puro, forse al massimo "eterologo" - bensì il concepimento stesso di Maria, Immacolata, cioè "senza macchia", concepita senza peccato originale perché destinata a ricevere nel suo grembo il figlio di Dio. Quale "atea fervente" come amo definirmi, credo fermamente nello studio delle religioni per poter disquisire in materia a ragion veduta. In un paese ove vige la più grande ignoranza e la totale estraneità alla cultura laica, non deve stupire la passività prona del legislatore di fronte ai dettami della Chiesa, come appunto sta accadendo con la legge sulla fecondazione assistita, tipica di tutti i tempi bui. In ogni caso, la figura di Maria presenta numerosi e interessanti interrogativi filosofici e morali per chiunque volesse dilettarsi di epistemologia mariana.

chi dice di picchiare le donne?

La Stampa 12.12.03
«Solo le persone abbiette usano le mani
ma anche in Occidente ci sono uomini prepotenti e maneschi»

Il presidente della Casa della Cultura islamica di Milano


[...]
«PERCHÈ mai un islamico dovrebbe picchiare la moglie? Per sport? Per ubriachezza? Dia retta a me: ammesso che questo Kamal Mostafa sia davvero un imam, quando ha scritto quelle cose doveva aver preso un colpo di sole: non c'è, non dico un versetto, ma neanche una sola riga in tutto il Corano che prescriva una cosa del genere. E chi sostiene il contrario è soltanto un poovero ignorante». Spiritoso, pragmatico e in fondo «laico» come ogni buon imprenditore lombardo, Mohamed De Nova, italo marocchino, titolare di una fiorente azienda di import-export, è considerato uno dei più vivaci animatori della Casa della cultura Islamica, di Milano, di cui da anni presiede il direttivo: un luogo da non confondere con il Centro islamico di viale Jenner, dove intellettuali come De Nova non sono sempre ben visti. Nell'ambiente è indicato come un esperto «islamista», profondo conoscitore del Corano. Anche se lui precisa: «Io sono un islamico, nel senso che sono prima di tutto un credente». Ed è per questo, forse, che di fronte alla notizia dell'imam di Fuengirola (Malaga, Costa del Sol) accusato di aver scritto in un libro che picchiare le mogli e le donne in generale per un un bravo musulmano è un diritto, all'inizio trasecola, poi scoppia in una fragorosa risata e infine si arrabbia.
Eppure dottor De Nova, è proprio così: questo Mohamed Kamal Mostafa è un imam che ritiene l'uomo in diritto di sottomettere la donna «psicologicamente e fisicamente».
«Non ho idea dove questo presunto imam abbia trovato una prescrizione del genere. Nel Corano si prevede molto chiaramente l'uguaglianza nei diritti e nei doveri tra donna e uomo».
Da certe immagini e dalla condizione delle donne in alcuni paesi islamici, non si direbbe.
«I Paesi islamici sono tanti e diversi tra loro. In Marocco, Algeria, Siria, le donne spesso non portano il velo e hanno gli stessi diritti dell'uomo sul lavoro, come in casa o in politica. Certo, in Arabia Saudita le cose vanno diversamente: ma non si può fare di ogni erba un fascio. E' come dire che dato che in Sicilia c'è la mafia, tutti gli italiani sono mafiosi. Ma via»
Torniamo al Corano: dunque mai si prevede la sottomissione della donna verso l'uomo?
«Mai, davvero: questa storia non sta nè in cielo nè in terra. C'è invece un versetto che dice: ‘’O voi credenti, proteggete voi stessi e i vostri famigliari’’. Ovvero: proteggete anche vostra moglie. Di più: ‘’State attenti a non commettere errori o peccati che possano costarvi l'inferno’’».
Eppure l'imam di Malaga sostiene il contrario.
«Non so cosa dica questo imam ma voglio far presente che l'Islam permette e prevede il divorzio come soluzione per le crisi famigliari irreversibili. Non si capisce quindi perchè mai allora il Corano dovrebbe prescrivere il predominio dell'uomo sulla donna»
In nessun caso?
«In nessuno. L'unica autorità cui siamo sottomessi noi musulmani è Dio, il Signore, Allah. Non ad altri esseri umani. E se un uomo vuole obbligare la propria donna a fare qualcosa di contrario alla sua volontà, questa ha il diritto e il dovere di denunciarlo».
Come la mettiamo col chador?
«E' una libera scelta delle donne portarlo. Se non vogliono, il marito non le può obbligare e chi lo fa è soltanto un ignorante».
Però un versetto del Corano prevede l'obbedienza della donna verso l'uomo. Come va inteso, allora?
«Diciamo che va inteso tra virgolette nel senso che l'obbedienza è prevista per una pacifica convivenza nel matrimonio. Ed è sottinteso che vale anche il contrario: anche l'uomo deve ‘’obbedire’’ alla donna. Faccio un esempio: se l'uomo a mezzanotte si sveglia e vuole gli spaghetti, è giusto che la donna lo mandi a quel paese. Non è questa l'obbedienza prevista dal Corano. In realtà è più un concetto vicino al rispetto che al comando».
Se la donna non obbedisce, botte?
«Solo le persone abiette usano le mani. E purtroppo, mi sembra non sia solo una prerogativa del mondo musulmano. Anche da noi in occidente ci sono uomini prepotenti e maneschi».
Si, ma nessuno lo teorizza.
«Ne siete proprio sicuri?»

Nuove Edizioni Romane

Paolo Izzo ha scritto: «Vi segnalo [...] il lungo inserto culturale di Repubblica, dedicato alle favole e intitolato "Storie per chi le sogna". Tra i numerosi articoli viene citato il libro di Roberto Piumini "Il cuoco prigioniero", edito da Nuove Edizioni Romane. Dallo stesso libro è anche tratto il film di animazione "Totò sapore" in uscita per Natale»

La Repubblica 12.12.03 pag. 53
da "Storie per chi le sogna"

«Scommettiamo maestà che se cucinerò un cibo che sia tondo come il mondo?» la pizza napoletana, secondo Roberto Piumini, nasce da un patto tra Totò Sapore e il re Borbone che lo aveva spedito in galera (Il cuoco prigioniero, Nuove edizioni Romane, euro 7,75)

Pagina 59 - Spettacoli
Uscirà il 19 dicembre il quarto film d'animazione della Lanterna Magica
La pizza del cantastorie Totò fa gola anche alla Miramax
Le musiche del cartone animato sono firmate dai fratelli Edoardo e Eugenio Bennato
di RITA CELI


ROMA - Pizza e mandolino, Pulcinella e le strade chiassose sono i consumati luoghi comuni che si associano a Napoli. Ma sono anche i punti di forza di Totò Sapore, il film d'animazione che con ironia, musica (dei fratelli Bennato) e un ritmo incalzante racconta la storia della pizza napoletana. Gli ingredienti sono semplici: Totò, un cantastorie che sogna di diventare cuoco e che consola le pance vuote degli amici raccontando di ricchi pranzi e leccornie, una giovane fanciulla, re, regine e una strega cattiva che vive nel vulcano, Vesuvia, invidiosa dei napoletani sempre allegri e di buonumore malgrado la fame. La strega organizza un piano per rovinare Totò e portare alla rovina la città: con l'aiuto di Vincenzone regala al giovane quattro pentole che per magia trasformano qualsiasi schifezza in cibo squisito. Poi toglie i poteri ai tegami, facendo finire Totò in prigione e provocando una guerra con i francesi. Il cantastorie ha però un amico fedele, Pulcinella, che lo aiuterà a uscire dai guai e che lo aiuterà a inventare la fantastica pizza.
Realizzato dalla "Lanterna Magica" (al quarto lungometraggio dopo "La Freccia Azzurra", "La gabbianella e il gatto" e "Aida degli alberi"), sarà nelle sale dal 19 dicembre distribuito da Medusa in 150 copie. La regia è di Maurizio Forestieri che è anche l'autore di tutti i personaggi escluso Pulcinella, disegnato da Lele Luzzati e doppiato da Lello Arena. La sceneggiatura è di Umberto Marino e Paolo Cananzi, ispirata al racconto "Il cuoco prigioniero" di Roberto Piumini [Nuove edizioni Romane, euro 7,75].
Una favola animata con 220 mila disegni fatti a mano da 350 persone in tre anni di lavoro, scenografie dello spagnolo Marcos Mateu Mestre che ha ricostruito in 3D una Napoli immaginaria del ?700. E le voci di Pietra Montecorvino (Vesuvia), Mario Merola (Vincenzone), Marco Vivio (Totò) e Francesco Paolantoni che doppia le quattro pentole magiche. «Doppiare un cartone animato» ha detto il comico napoletano, «è stato un sogno, la soddisfazione della parte infantile di ogni attore. In più il film rappresenta e lo stereotipo raccontato con ironia».
Un sogno realizzato anche per i fratelli Bennato. «Totò mi assomiglia moltissimo» spiega Edoardo, «una sorta di meraviglioso alter ego che suona in contemporanea tamburello, chitarra e batteria». «Penso che lo stereotipo pizza e mandolino» aggiunge Eugenio «siano ancora vincenti e rappresentino nel mondo il made in Italy. E poi dobbiamo scrollarci di dosso il provincialismo: il nostro Totò può competere con il vincente Nemo». Una favola pronta ad affrontare anche l'America per la produttrice Maria Fares: «La Miramax mi ha appena chiamato per visionare il film per un'eventuale uscita americana, come aveva già fatto con "La Freccia Azzurra" che aveva distribuito in otto milioni di copie».

ISLAM
due articoli dal Sole 24ore di domenica 7.12

i testi di entrambi gli articoli sono stati inviati da Paolo Izzo

Rispettiamo donne e diritto
Cambiare il sistema senza stravolgere il nostro credo di musulmani: non mancano i segni di apertura
di Shirin Ebadi


Mercoledì prossimo l'avvocatessa iraniana Shirin Ebadi riceverà a Oslo il Nobel per la pace. Laureata in giurisprudenza all'Università di Teheran, è stata tra le prime a ricoprire la carica di giudice. In seguito alla rivoluzione islamica del 1979 le donne furono escluse dalla magistratura e Shirin Ebadi scelse allora di diventare avvocato. Durante la presidenza di Muhammad Khatami ha difeso numerosi giornalisti e prigionieri politici

L'Islam non è la religione del terrorismo, l'Islam e i diritti della persona non sono incompatibili. Il Nobel per la pace che mi sarà assegnato mercoledì a Oslo è un chiaro messaggio: finalmente il mondo si preoccupa delle donne musulmane. Ma i nostri diritti non sono trascurati soltanto nel mondo islamico. In Europa si discute del velo e i francesi vorrebbero vietarlo nelle scuole. Ritengo assurdo questo divieto, almeno tanto quanto l'obbligo dell'"hejab" imposto in alcuni Paesi musulmani. Dovremmo avere il diritto di vestirci come vogliamo, così come ce l'hanno gli uomini: secondo voi sarebbe possibile obbligarli, con la forza, a indossare la cravatta, oppure a privarsene? Gli uomini hanno sempre potuto scegliere se mettere o meno la cravatta e non capisco perché l'Occidente non lasci alle musulmane la libertà di scegliere di velarsi.
Tra i molti Paesi in cui è professato l'Islam, l'Iran rappresenta un caso particolare: le donne sono molto attive e il 63% della popolazione universitaria è composta da ragazze. Abbiamo partecipato alla rivoluzione islamica del 1979, sorelle e fratelli hanno contribuito insieme alla vittoria di questo regime. Purtroppo la condizione attuale non è facile: molte di noi hanno conseguito una diploma di studi superiori ma non sono state in grado di trovare un impiego; la cultura maschilista del nostro Paese conferisce maggiori possibilità professionali agli uomini e il diritto di famiglia non ci tutela in modo soddisfacente. Un uomo iraniano può, per esempio, divorziare dalla moglie senza alcuna giustificazione, senza nemmeno avanzare un pretesto. Mi auguro che, in futuro, queste norme giuridiche discriminatorie siano accantonate, in modo da rispettare le nostre esigenze.
Per certi aspetti il diritto di famiglia in vigore fino al 1979, e cioè fino alla caduta dello scià, tutelava le donne in misura maggiore, ma queste garanzie non contribuirono granché a risolvere le nostre difficoltà. Ai tempi della monarchia, per esempio, per le mogli avere il divorzio non era un'impresa così complicata. Ma che vantaggi può ottenere dallo status di divorziata una casalinga, senza copertura assicurativa, in un Paese in cui la pensione del marito non è reversibile? Senza mezzi di sostentamento, come fa una cinquantenne a separarsi dal marito? Il diritto al divorzio deve essere necessariamente accompagnato dalla tutela economica e sociale delle divorziate.
In altri termini, ai diritti politici devono essere abbinate opportunità in ambito economico e sociale. Le iraniane possono votare ed essere elette dal 1963, grazie a una riforma introdotta da Muhammad Reza Shah. Come già avveniva al tempo della monarchia, all'indomani della rivoluzione islamica del 1979 alcune iraniane furono elette in Parlamento. Oggi le deputate sono tredici e tra i vicepresidenti della Repubblica islamica vi è Masumeh Ebtekar, incaricata dell'organizzazione per la protezione dell'ambiente.
Ma che senso ha poter diventare vicepresidenti se poi, per chiedere il passaporto e lasciare il Paese, un'iraniana ha bisogno del permesso del marito? Immaginate proprio il caso di Masumeh Ebtekar o di una qualsiasi altra rappresentante di un'organizzazione: se si deve recare all'estero per partecipare a una conferenza internazionale, per rappresentare l'Iran di fronte al mondo, avrà bisogno del permesso del marito. Se il coniuge non è d'accordo, allora la donna impegnata ai vertici della Repubblica islamica dovrà rinunciare. Dobbiamo continuare a lottare per maggiori diritti, sfatando quello che è per molte un mito: non è vero che il regime dello scià ci garantiva maggiori prerogative, tant'è che il permesso del marito per il rilascio del passaporto è proprio un'eredità della monarchia.
Il problema risiede della cultura patriarcale che caratterizza la società iraniana. Non è colpa soltanto degli uomini: vi sono donne miopi complici del maschilismo, mentre alcuni uomini lottano per la libertà e la giustizia, e quindi per cambiare alcune regole. Tra queste il prezzo del sangue: il nostro ordinamento giuridico prevede che, in caso di uccisione di una donna, il prezzo del sangue, e cioè il risarcimento dovuto alla sua famiglia, sia la metà rispetto a un uomo. Si tratta di una questione a lungo dibattuta. Tenuto conto del nostro rilevante contributo all'economia del Paese, noi iraniane stiamo lottando affinché, in termini di risarcimento, non vi siano differenze tra uomini e donne. Sebbene i conservatori ritengano che si tratti di un dogma islamico e pertanto indiscutibile, molte autorità religiose, tra cui l'ayatollah Sanei, hanno cominciato a discuterne e ad ammettere un uguale risarcimento per la famiglia dell'uomo e della donna uccisi.
In quanto giurista, il mio obiettivo è perseguire il cambiamento del sistema rispettando il nostro credo religioso. Il conferimento del Nobel mi ha confermato che la strada finora seguita è quella giusta e mi permette di continuare a lottare. Volendo dimostrare a me stessa di essere degna di questo premio, sono consapevole di dovermi impegnare ancora più di prima.

(Testimonianza raccolta da Seyed Farian Sabahi)


Islamica - Un provocatorio saggio di Georges Corm sulle distanze tra le due culture
Moderni, ma non occidentali
di Paolo Branca


Di fronte alle tormentate vicende del mondo islamico attuale, molti si sono certamente fermati a riflettere più di una volta circa i profondi sentimenti che soggiacciono alle manifestazioni spesso esasperate dell'identità culturale e religiosa di un "Oriente" da noi meno distante rispetto ad altri (basti pensare all'India o alla Cina), ma non per questo più immediatamente comprensibile. Lo stereotipo che vuole le civiltà orientali tutte comprese nella dimensione spirituale e quasi disinteressate alle vicende terrene, già poco adeguato nei confronti di realtà più remote, nel caso di quella musulmana diventa addirittura ridicolo.
É pur vero che col fenomeno del sufismo, che lo attraversa tutto trasversalmente coinvolgendo milioni di seguaci di innumerevoli confraternite, l'Islam può vantare una delle più prestigiose tradizioni mistiche che vi siano, così come non si può negare che talora sussistano atteggiamenti fatalistici e di rinuncia al mondo contro i quali si sono mobilitati intellettuali e riformatori moderni. Ma, come ha giustamente affermato l'antropologo Lévi-Strauss, "l'Islam è l'Occidente dell'Oriente" e, anche senza scomodare la storia e la filosofia, basterebbe pensare alle avveniristiche cattedrali nel deserto che sono sorte grazie ai petrodollari per dubitare che i musulmani siano interessati soltanto al mondo dell'anima e alla vita futura. A demolire la fondatezza dell'artificiosa dicotomia che oppone un Occidente razionale, sviluppato e aperto a un Oriente mistico, arcaico e chiuso su se stesso, destinati fatalmente a scontrarsi in un apocalittico conflitto di civiltà, ci pensa il saggio di questo autore libanese finalmente disponibile anche in italiano.
L'utilità degli interrogativi ch'egli pone risalta ancor più se li paragoniamo allo stolido senso di superiorità con la quale guardiamo spesso alle altre culture, e a quella islamica in particolare, come dimostrano non solo lo straordinario successo di libri viscerali come La rabbia e l'orgoglio di Oriana Fallaci, ma anche - e forse soprattutto - la fortuna delle tesi, in fondo non molto dissimili, sostenute da Giovanni Sartori nel suo Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Rileggendo le pagine di Corm tornano alla mente le parole di orientalisti come Louis Gardet che non esitava a definire l'Islam "una teocrazia laica ed egualitaria", nonostante l'apparente contraddizione in essa contenuta, o come Alessandro Bausani che faceva notare come le difficoltà incontrate da tale civiltà a modernizzarsi potessero dipendere dal fatto che essa era "già" moderna... Il fondamentalismo musulmano, infatti, a dispetto della sua pretesa fedeltà all'autenticità islamica originaria, è in realtà il frutto avvelenato di una perversa modernizzazione mal digerita.
L'impatto tra due mondi che si presumono geneticamente diversi e quindi incompatibili, piuttosto che l'inevitabile esito di un destino segnato, potrebbe dunque più probabilmente essere un colossale inganno, generato dal narcisismo di un modello che si sta così trionfalmente imponendo, tanto da imporre persino ai propri antagonisti un'immagine deformata di loro stessi, alla quale si aggrappano disperatamente per mancanza di alternative. La penetrante introduzione di Franco Cardini mette giustamente in risalto il salutare disagio che assale il lettore di quest'opera singolare. Si potrà certo discutere e dissentire, ma è difficile negare che lo spirito critico che anima l'autore e a cui egli indefessamente richiama sia uno dei pochi valori davvero universali ai quali ancorarsi in un periodo di troppi e troppo facili revisionismi, dietro ai quali si cela la trappola di un inquietante e pernicioso neo-tribalismo culturale.

Georges Corm, Oriente e Occidente. Una frattura costruita, Vallecchi, Firenze 2003, pagg. 176, €15,00

laicità dello Stato: il caso francese

una segnalazione di Licia Pastore

Corriere della Sera 12.12.03
L’ANALISI
Le regole e un sentiero stretto
Per l’Eliseo e per il Parlamento la vera sfida è l’atteggiamento dei diretti interessati
di Francesco Margiotta Broglio


Dopo cinque mesi di intensa attività, la Commissione sulla laicità ha rimesso al presidente Chirac le sue conclusioni. Con un testo di alto profilo concettuale la Commissione propone una legge che vieti nelle scuole non universitarie l’abbigliamento e i simboli esibiti (croce grande, velo islamico, kippah ebraica) che manifestano appartenenza religiosa o politica, ma manda anche un segnale di riconoscimento delle diversità spirituali. Infatti suggerisce che vengano riconosciute, accanto a quelle cristiane, festività ebraiche e islamiche ed esclude dal divieto i simboli religiosi di misura ridotta che possono restare appesi al collo. Il tutto in un quadro legislativo più generale che regoli questioni importanti come la rilevanza delle credenze nei servizi e ospedali pubblici (impossibile rifiutare personale sanitario in base al sesso o alla fede), nelle carceri, in occasione dei riti funebri, nelle mense (prescrizioni alimentari rituali). Si ribadisce la neutralità del pubblico impiego, ma si tiene conto dei problemi religiosi nel mondo del lavoro, dell’importanza di un insegnamento dei fatti religiosi nelle scuole, dell’estensione a tutti i culti dell’assistenza spirituale nelle strutture obbliganti, dell’opportunità di creare una Scuola nazionale di studi islamici. Neppure i liberi pensatori sono dimenticati: accanto alle trasmissioni radiotelevisive gestite dalle religioni, vi sarà come già in Belgio, una emissione dedicata alla cultura di atei e agnostici. Un vasto disegno che permette alla Francia, a cent’anni dalla legge di separazione (9 dicembre 1905)(*) - essenzialmente riferita alla Chiesa di Roma - di prender atto che la laicità dello Stato - definita «pietra angolare del patto repubblicano» - dev’essere ridefinita e adattata al paesaggio religioso attuale, profondamente mutato rispetto a quello della Terza Repubblica. L’equilibrio tra principio di uguaglianza e diritto alla differenza sembrerebbe alla base di queste proposte, anche se, nel momento in cui si è messo mano alle questioni religiose sarebbe stato opportuno, nel quadro appunto di una legge generale, affrontare quei diritti collettivi di libertà religiosa o di comunità in quanto tali, che vengono oggi sempre più rivendicati in tutta l’Europa. Un segnale c’è stato con la costituzione del Consiglio del culto islamico, ma non sembra che la legge proposta possa riguardare anche quel «dialogo formalizzato» con le religioni che pure la futura Costituzione europea prevede espressamente.
I dubbi e le difficoltà tra i quali il presidente Chirac dovrà adottare le sue determinazioni non sono, comunque, pochi. Innanzitutto la situazione delle scuole private convenzionate (in gran parte confessionali): la relazione parla, è vero, di rispetto del «carattere specifico» di questi istituti, ma non sembra che essi siano esclusi dal divieto dei simboli. Si dovranno togliere il velo le suore che ancora lo indossano e si dovranno eliminare i crocifissi (grandi croci) nelle aule delle scuole cattoliche? E le foto sui documenti di identità dovranno ancora effigiare donne senza velo o copricapo? E cosa accadrà nei dipartimenti di Alsazia e Mosella dove vige ancora il sistema confessionale di Bonaparte per i culti riconosciuti (il presidente francese nomina, come il Primo Console, i vescovi di Metz e Strasburgo)?
Per Chirac e per il Parlamento (che si è pronunciato con la «missione» Debré in favore di una legge del genere) la vera sfida è l’atteggiamento dei diretti interessati. Con una lettera al Capo dello Stato (9 dicembre) le Chiese cristiane (cattolica, protestanti, ortodosse) hanno riaffermato la loro opposizione a una legge che vieti i simboli religiosi nelle scuole: le difficoltà non si risolvono legiferando, e il dibattito politico in corso induce a pensare che si sia tornati all’antica laicité de combat. Anche il presidente del Consiglio islamico, il Gran Rabbino di Francia e il presidente del Consiglio ebraico si sono pronunciati nello stesso senso. Il rischio che riprendano le tensioni tra la Francia religiosa e la Francia laica non è da sottovalutare. Portare in Parlamento una legge, integrabile e modificabile da parte delle forze politiche, potrebbe non solo mettere in crisi gli equilibri realmente raggiunti dalla Commissione presidenziale, ma aprire il vaso di Pandora della generale condizione giuridica dei culti in Francia che non riguarda, ovviamente, le sole (pur rilevanti) situazioni che la Commissione Stasi si è trovata a dover affrontare.

(*) si tratta della legge fondamentale che nel 1905 istituì le forme della laicità dello Stato francese. Chi desiderasse leggerne il testo (in francese) ed anche l'enciclica (in italiano) con la quale il papa di allora, "San" Pio X, reagì impotentemente ad essa, può richiedermi quei testi: li invierò volentieri per posta elettronica. Per scrivermi si può usare il link in alto a sinistra qui sopra, sotto gli Archivi

corriere.it
Francia, commissione boccia velo islamico e grandi crocifissi
«Vietato ostentare i simboli religiosi»
Nelle scuole francesi saranno ammessi solo come segni privati di fede e origine. La parola passa ora a Chirac


PARIGI - Nelle scuole pubbliche francesi saranno proibiti tutti i simboli religiosi o politici, se portati in modo manifesto, come segnale evidente di appartenenza e proselitismo, in contraddizione con principi di uguaglianza dell'insegnamento e pari opportunità nella società civile. Ma a nessuno potrà essere vietato di portare un crocifisso, una stella di David, la manina di Fatima o un «piccolo» Corano, come segni privati di fede e origine.
E' l'indicazione della Commissione sulla laicità che ieri ha concluso i propri lavori. No quindi a velo islamico, kippah ebraica, crocifisso, senza che la « laicità » divenga una nuova religione impositiva. Il concetto di segni ostensibles (che possono ingenerare imitazioni) sembra precisare disposizioni precedenti, che parlavano di segni ostentatoires (anche senza intenzioni propagandistiche).
La Commissione ha voluto indicare una direzione complessiva al governo francese, suggerendo ad esempio che Yom Kippur e Aid el- Kebir possano essere inserite nel calendario delle festività religiose, che in una certa misura vengano rispettate le tradizioni alimentari nelle mense pubbliche e l'appartenenza religiosa in carceri e cimiteri. E' prevista anche una figura religiosa musulmana nell'esercito.
La «neutralità» del servizio pubblico - ad esempio negli ospedali - dovrà essere garantita, ma verrà lasciata discrezionalità nei regolamenti dei luoghi di lavoro, per quanto riguarda l'abbigliamento. Un segnale di apertura quindi, non di proibizionismo. Una proposta di legge che riafferma le basi laiche della società francese, ma tiene conto che questa società è cambiata e che vi devono trovare posto e rispetto altre culture, religioni, identità.
Potrà sembrare un artificio verbale, un compromesso nel segno dell'ipocrisia o della prudenza, un' enunciazione di principi che non esclude eccezioni, ma il responso dei saggi francesi sulle laceranti questioni della laicità, dei simboli religiosi e della tolleranza è davvero lo specchio del possibile, l'unica strada per evitare rimedi peggiori della malattia. Ed è anche una reazione di buon senso, a tanto scandalismo e clamore.
Di fronte al fenomeno del velo islamico nelle scuole, forse troppo enfatizzato dai media, comunque sintomo di una problematica più complessa, che investe integrazione delle diverse comunità e loro conflittualità, la commissione ha suggerito un aggiornamento delle normative esistenti, cercando di fissare il confine fra regole dello Stato (nella scuola, nei servizi pubblici, sui luoghi di lavoro) e rispetto delle diversità spirituali.
La laicità - si sostiene - è un principio universale che appartiene alla storia della Francia, ma è anche strumento d'uguaglianza, d'integrazione, di tolleranza. Per questo si propone l'insegnamento del «fatto religioso» , delle lingue e delle culture d'origine. Per questo la diffusione di una «carta della laicità» sarà accompagnata da liberi spazi informativi alla televisione e creazione di una scuola di studi islamici.
Si afferma quindi una nuova cultura del quotidiano, che deve promuovere emancipazione femminile ed eguaglianza dei sessi senza l'assimilazione forzata ad usi e costumi occidentali. La commissione Stasi, dal nome del professor Bernard Stasi che ha presieduto il gran consulto sulla Francia di oggi, ha consegnato ieri il rapporto conclusivo al presidente Jacques Chirac, il quale ha adeguato i toni alla solennità del luogo (il Senato) e di un evento che investe storia, istituzioni e principi costituzionali della République.
«L'obiettivo - ha detto - è di garantire ad ognuno la propria libertà nel rispetto della regola comune, l'eguaglianza delle possibilità, qualsiasi siano origini, convinzioni religiose e sesso».
Il presidente, mercoledì prossimo, farà conoscere la propria posizione, che ispirerà l'azione legislativa del governo, ma c'è da scommettere che la legge accoglierà le indicazioni del rapporto, essendo in evidente sintonia con la visione del mondo e della diversità culturale così spesso affermata dall'Eliseo. Ci sono già riserve e polemiche, ma il rapporto della commissione, elaborato con il concorso più ampio di rappresentanze sociali e religiose, è stato approvato all' unanimità.

nuove frontiere del pensiero:
la junghiana Valcarenghi vs Simone de Beauvoir

Corriere della Sera 12.12.03
«Donne non si nasce, si diventa» affermava ...
di Simona Zoli


«Donne non si nasce, si diventa» affermava Simone de Beauvoir. Intendendo con ciò che nasciamo individui paritari di diverso genere e ci penseranno poi l’educazione familiare, la scuola, la cultura e i modelli vigenti a fare degli individui femmina "il secondo sesso", come recita il titolo di un suo celebre libro, o il sesso debole, come afferma da sempre la vox populi. Ora una psicoanalista milanese, di indirizzo junghiano, va ben oltre: no, oggi donne si nasce, le donne vengono al mondo psichicamente già programmate per essere femmina secondo i canoni della nostra società. Perché donne nel senso inteso dalla de Beauvoir lo «sono diventate» una volta per tutte molto tempo fa, nella notte dei millenni, e da allora «si verifica una sorta di trasmissione genetica attraverso l’inconscio collettivo». Marina Valcarenghi, autrice di diversi volumi legati alla sua professione, ha esposto questa teoria in un libro, "L’aggressività femminile" (Bruno Mondadori, pp. 174, 16), ma parlando ora nello studio mansardato dove riceve i pazienti ci tiene a precisare: «No, non dica teoria. La mia è solo un’ipotesi». Resta che l’ipotesi è ardita: immagina addirittura una mutazione d’istinto nel genere femminile verificatasi a un certo punto del processo evolutivo della nostra specie e tramandata, come «comportamento appreso» all’interno del patrimonio ereditario, di madre in figlia.
L’istinto cambiato, nel senso di attenuato, spento, sarebbe quello che gli esperti della psiche chiamano aggressività, ma che nel dire comune meglio si esprime col termine autoaffermazione. «Può essere che, nella notte dei tempi, si siano verificate circostanze tali da indurre la specie umana, per autoproteggersi, a richiedere alle femmine un passo indietro, una certa sottomissione al modo maschile di agire. Un modo che è più diretto, più aggressivo, più rapido, dunque più efficace se incombe un pericolo». L’ipotesi è che le donne abbiano allora acconsentito a questa autorepressione pur di salvarsi insieme ai compagni e alla progenie.
La Valcarenghi cita Konrad Lorenz, il grande studioso del comportamento animale, per sostenere che un istinto può venire mutato e cita Jung e la sua idea di un inconscio collettivo, esistente oltre e accanto all’inconscio individuale, per dare corpo e luogo all’idea di una sedimentazione «genetica» di esperienze e traumi. Dalle teorie junghiane viene anche la tentazione di cercare indizi tra i miti. Ma il recupero è di brandelli di mito, di labili tracce a testimoniare che un tempo le donne furono autoaffermative e sicure di sé quanto gli uomini e, nel contempo, diverse nel modo di sentire, vedere e interagire con la realtà. «Resta poco perché, come spiega Lorenz, in presenza di un grave pericolo per la specie l’istinto di sopravvivenza induce a demonizzare quanto va distrutto. E gli uomini lo fecero nei confronti del potere femminile». Occultati perciò il mito sumero della regina Inanna, combattiva e materna insieme, il mito greco di Meti, dea della sapienza temuta da Zeus che se la mangia per poi ripartorirla, nove mesi dopo, come Atena, dea ancora della mente ma sottomessa al padre, infine il mito di Lilith, la prima donna, sostituita dai rabbini con Eva, talmente non autonoma da essere solo una costola d’uomo.
«Oggi forse il capitolo sui miti non lo metterei neppure - riflette la psicoanalista -. Il vero spunto a sostegno della mia ipotesi viene da ben altro. In tutte le donne, non solo nelle mie pazienti, ho sempre colto sintomi di autoesclusione, di disagio e di sofferenza tipici di un’aggressività repressa e perciò rivolta contro se stesse. Ma proprio perché riscontrabili in tutto il genere femminile questi sintomi sono stati, fin qui, ritenuti "normali", naturali, nella donna. Ecco perché non li si è mai davvero indagati».
E ora, invece? Ora, nel Novecento per la prima volta le donne hanno cominciato a parlare e rivendicare una propria aggressività (da non confondere con «aggressione», cioè violenza contro altri) e guarda caso solo nel secolo scorso ha cominciato a incrinarsi l’impianto patriarcale della società. E’ lecito ipotizzare che i due fenomeni siano legati, scrive la Valcarenghi. Oggi per la specie non è più necessario il «sacrificio» dell’autonomia e del pensiero femminili. Al contrario, si può credere che sia di vitale importanza recuperarli. Tra gli effetti nefasti di quell’antica compressione la studiosa individua, infatti, non solo danni nelle singole donne (il frequente ricorrere di disturbi maniacali, come narcisismo e iperattivismo, oppure depressivi, come masochismo e vittimismo), ma molti e gravi danni collettivi. Nella nostra società vige un «pensiero unico», quello maschile, e le donne che si fanno avanti nei posti e nelle carriere in genere adottano quello stesso modo di pensare e d’agire. Non mutano niente: vengono cooptate. Ed ecco che il mondo guidato dalla sola modalità maschile d’agire - diretto e aggressivo in senso stretto - sta precipitando: non solo guerre, ma disastri ecologici che fanno intravedere il collasso finale e, «soprattutto, per la prima volta nella storia, da sessant’anni l’uomo è in grado di distruggere il pianeta. Premendo un pulsante».
Dunque, proprio il sistema monolitico di procedere che tanto tempo fa salvò la nostra specie ora rischierebbe di portarla alla distruzione. Si tratta di riproporre la vecchia idea che «se comandassero le donne, non ci sarebbero guerre»? «No, se comandassero le donne sarebbe il caos - replica Marina Valcarenghi -. Il pensiero femminile è lentezza, è misura, è un procedere per assimilazioni o per fantasia e, da solo, provocherebbe il disordine totale. Il mondo ha bisogno di camminare sulle due gambe: il principio maschile e il principio femminile. L’uno è il correttivo dell’altro. Vede, il filo d’Arianna serve per arrivare in fondo al labirinto, ma se anziché un filo è una matassa non se ne esce più. E’ necessaria anche la spada di Teseo che divide, assegna, dà ordine».

Neanderthal

Le Scienze 11.12.2003
L'arte dei Neanderthal
Una "maschera" di 35.000 anni fa è stata trovata presso la Loira


Un oggetto di selce rinvenuto in Francia, che presenta una forte rassomiglianza con un volto umano, potrebbe essere uno dei migliori esempi di arte neanderthaliana mai trovati. La "maschera", che risalirebbe a circa 35.000 anni fa, è stata recuperata sulle rive della Loria a La Roche-Cotard. È alta e larga circa 10 centimetri, con una scheggia d'osso conficcata attraverso un buco per rappresentare gli occhi.
Secondo alcuni esperti, l'oggetto dimostra che gli uomini di Neanderthal erano più sofisticati di quanto suggerisca la loro fama di uomini delle caverne. "Questa scoperta - spiega Paul Bahn, esperto di arte britannica dell'età della pietra - potrebbe finalmente scacciare il mito secondo cui i Neanderthal non producevano arte".
L'oggetto viene descritto sulla rivista "Antiquity" da Jean-Claude Marquet, curatore del Museo della Preistoria di Grand-Pressigny, e da Michel Lorblanchet, del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS) francese di Saint-Sozy. La maschera è stata trovata durante uno scavo fra gli antichi sedimenti fluviali nei pressi di un insediamento paleolitico. La contemporanea scoperta di ossa e di utensili suggerisce che i Neanderthal avevano usato il luogo per accendere un fuoco e preparare il cibo.
Di forma triangolare, secondo i ricercatori l'oggetto dimostra chiaramente di essere stato lavorato: dalla roccia sono state tolte alcune schegge per renderla più simile a un volto. L'osso, lungo 7,5 centimetri, è stato poi collocato di proposito per creare una "proto-figura" la cui forma naturale richiama un volto umano.

giovedì 11 dicembre 2003

la Commedia di Dante tradotta in arabo

La Stampa 11 Dicembre 2003
PER LA PRIMA VOLTA TUTTA LA «COMMEDIA» TRADOTTA IN ARABO: CI SONO ANCHE I VERSI DEDICATI A MAOMETTO
DANTE alla Mecca
di Cesare Martinetti
corrispondente da PARIGI


AL fondo di un caffè del quartiere Latino, accanto alla Sorbona, dietro il fumo di una sigaretta alla quale ha appena staccato il filtro, c'è un uomo speciale che viene da Nassiryia, Iraq. Un poeta che insegna arabo. Ha la faccia scura, i capelli neri, una piega di simpatica ironia che gli attraversa gli occhi. Kadhim Jihad ha tradotto la Divina Commedia in arabo. Tutta. E dunque non ha salvato Maometto dall'Inferno, canto XXVIII, laddove il profeta compare tra i «seminator di scandalo e di scisma», «rotto dal mento infin dove si trulla». Squartato dal viso al basso ventre. Torturato, umiliato. Nessun arabo tra i traduttori (parziali) o i divulgatori di Dante finora aveva osato. Khadim l'ha fatto e ora, ci dice sorridendo, è assolutamente «tranquillo».
Ma non teme una «fatwa», una condanna degli imam barbuti, tipo quella che colpì Salman Rushdie per i suoi «versetti satanici»? «No - risponde Khadim -. Io sono soltanto il traduttore. Semmai la fatwa ricadrebbe su Dante... Ma sono sicuro che lui ne uscirebbe trionfatore». Khadim vuol parlare soprattutto di questo lavoro grandioso che gli ha preso cinque anni di fatica sul testo del sommo poeta e sulla traduzione «esemplare» di Jacqueline Risset perché Kadhim padroneggia meglio il francese (e lo spagnolo) dell'italiano: quasi un «traduttor dei traduttor» di Dante.
Ma bisogna pur raccontare e spiegare questo incontro all'inferno con Maometto e Kadhim lo fa senza imbarazzi: «Io per principio rifiuto ogni idea di censura e poi, come ho spiegato in una nota, credo che quel passo vada letto col doppio sguardo di Dante, la fede e la poesia. In altre parole Dante non poteva sfuggire alla bipolarità dell'epoca: da una parte i cristiani, dall'altra i musulmani. Però il poeta al tempo stesso descrive Maometto con comprensione e compassione. Gli dà la parola, e già questo è un segno di rispetto. Descrive il suo castigo, ma non giudica, come del resto fa in tutta la Commedia nei riguardi di tutti. La sua non è una giustizia da giustiziere, ma una giustizia poetica, che rispetta l'altro e lo compatisce, in un rapporto di dialogo».
Insomma, secondo Kadhim, Dante non è anti-Islam e lo prova il fatto che colloca in quella «zona franca» che chiama Limbo, accanto a Virgilio e Omero, anche due musulmani come il filosofo Averroè (la razionalità) e il condottiero Saladino, avversario ma non nemico. Per Kadhim, Dante e la Commedia sono un «ponte» di «dialogo polifonico» e molto deve ai racconti di viaggi spirituali di Ibn Arabi (morto ottant'anni prima la nascita di Alighieri) allora - dice - noti e tradotti. D'altra parte a Dante interessa da sempre la cultura islamica. Esiste una traduzione - ma in prosa - del grande sapiente egiziano Assan Othman che però non ha avuto cuore di rendere il passaggio su Maometto, schivato con una nota imbarazzata dove si parla del «cattivo gusto» di Dante. In persiano la Commedia è stata recentemente tradotta dalla poetessa Farideh Mandavi-Damghani. Ma anche lì mancano i versi sul profeta dell'Islam: «La mia religione me lo impedisce...», s'è giustificata la signora.
Kadhim Jihad si dice «laico». Ha 48 anni, ha tradotto in arabo poeti (Rimbaud) e filosofi (Deleuze, Derrida), è in Francia dal '76, rifugiato politico («in esilio, come Dante»), di nascita sciita, senza imbarazzi verso Saddam, sospettoso dei giornalisti («hanno spesso un atteggiamento sarcastico»), ancora offeso da un quotidiano italiano che l'aveva descritto «diplomatico» verso il regime di Baghdad nei giorni in cui si decideva la guerra. Lui, dice, alla fine degli anni ‘70 scriveva poemetti militanti contro Saddam, non ha aspettato la caduta del regime per firmare petizioni ed esporsi, ma ci tiene a sottolineare che la cultura araba è andata avanti, in esilio, nonostante Saddam.
La prima traduzione integrale in versi della Divina Commedia, realizzata con il patrocinio dell'Unesco e pubblicata da un grande editore arabo con sede a Beirut e Amman, sarà presentata questa sera all'Istituto italiano di cultura di Parigi. Il libro circola liberamente da qualche mese nel mondo arabo. Solo il Kuwait, per ora, l'ha proibito. Ma Kadhim non è preoccupato: sono stati pubblicati trenta articoli elogiativi del suo lavoro, un recensore libanese ha parlato di «ritorno delle grandi traduzioni».
E di questo vuol parlare soprattutto Kadhim che ha reso la Commedia in versi sciolti. Mica facile. Per modelli (francesi) aveva la Risset su Dante, o Yves Bonnefoy su Shakespeare: «Ho cercato di tenere un equilibrio tra l'esigenza di restituire l'originalità del testo e quella di renderlo comprensibile». Ma come salvare la musica e le terzine di Dante? «Il verso libero mi ha permesso di sfuggire agli obblighi della metrica, conservando il ritmo e le accelerazioni che Dante usa per piegare la lingua alle emozioni e ai colori. L'attenzione ai vocaboli, non solo per il loro significato, ma anche per la sonorità. E le metafore».
Ecco, per Kadhim, la Commedia è «il regno della metafora», con lui «siamo usciti dalla tirannia del paragone, ci obbliga a una lettura multipla». Traduttore ed esegeta, si porta in tasca un libriccino con le conferenze di Borges, la prima è sulla Divina Commedia, si cita un verso che Kadhim recita in poetico raccoglimento: «...dolce color d'oriental zaffiro...» e attenzione a ben pronunciare «o-ri-en-tal». L'arabo, dice, ha quindici secoli di consuetudine con le scritture poetiche, per ben tradurre occorre «conoscere la storia della lingua», usare la «lingua di oggi, ma far vivere quella di ieri, cercare negli angoli nascosti di certe antiche espressioni il modo di rendere al meglio il Dante nostro contemporaneo».
Ma la Commedia per Khadim è anche un'opera «ideale», che richiede una lettura «plurielle», multipla, dove si parla di politica e di giustizia. È la grande allegoria di un itinerario intellettuale e di vita, l'attraversamento di tutti i mali del mondo e della storia per «incontrare un momento soltanto la sua Beatrice». Altro che Maometto. Un «dettaglio».

Emanuele Severino

Corriere della Sera 11.12.01
L’INTERVISTA / Il filosofo: l’anima del nostro tempo non pone limiti all’agire dell’uomo, non mi piace ma è una tendenza inarrestabile
Severino: c’è il rischio degli opposti dogmatismi
«Alcuni laici e cattolici hanno la stessa logica: la volontà di trattenere per sempre nel nulla ciò che deve esistere»
intervista di Gian Guido Vecchi


«La logica dei laici, guardata con attenzione, finisce con l’essere la stessa dei credenti. Si confrontano due dogmatismi che non vedono ciò che accade. E come gli uni, ad esempio, sostengono che un essere malformato non debba nascere, così i cattolici dicono: se deve nascere con una procedura contraria ai principi della nostra morale, la fecondazione eterologa, allora è meglio che non nasca. Capito? L’opposizione fra questi due mondi è sottesa da una fondamentale omogeneità di posizioni». Il filosofo Emanuele Severino, 74 anni, come suo costume infrange gli schemi e punta alla radice, «si naviga in un groviglio di contraddizioni, e il nichilismo ne è l’orizzonte comune». Cerchiamo di dipanarle, professore. Lei ha detto che quanto sta accadendo è l’esito degli ultimi duecento anni di pensiero filosofico. In che senso?
«Si tratta di non tanto di vederne il volto, ma di scendere nella sua anima. Passare dalla superficie al sottosuolo. Se si resta al volto, allora si può credere che i "Valori", la "Natura", il pensiero tradizionale da Platone a Hegel ne esca vittorioso. Ma il sottosuolo terribile nel quale ci fanno scendere Leopardi, Nietzsche, Gentile e molte grandi correnti del Novecento mostra che Dio è morto, che non può esistere nessun ordinamento immutabile, nessuna natura immutabile, nessun limite all’attività dell’uomo: ecco l’anima del nostro tempo».
L’«orrendo volto della nuda verità» di cui parla Leopardi?
«Già, la filosofia del nostro tempo porta alla luce un risultato senza dubbio angosciante: morto Dio, autorizza la tecnica a procedere e manipolare a suo piacimento, senza tener conto alcuno di tutte le remore, i moniti, i limiti che la tradizione le rivolge - piaccia o no».
E a lei piace?
«Per niente. Se chiamiamo nichilismo la storia dell’Occidente, la filosofia contemporanea ne è la forma più forte e rigorosa. Ma il mio discorso è ben diverso, c’è una dimensione inesplorata del pensiero in cui tutto questo viene messo in questione. Solo che trovo vano, patetico che un intellettuale o un gruppo di intellettuali vogliano saltar fuori dal proprio tempo. È già tanto capirlo: c’è una tecnica che si serve dei valori del passato anziché servirli, ed è un processo i-ne-vi-ta-bi-le!».
Sarà, ma c’è una paura diffusa dell’«homunculus» goethiano, la tracotanza dell’uomo che vuol creare la vita...
«Oggi la gente può aver paura perché comincia a prendere coscienza di quanto le élites intellettuali hanno anticipato. Ma la paura non avrà mai la forza di far rivivere la tradizione, è un sentimento senza sbocco».
E i laici? Gli appelli degli scienziati? Loro avrebbero capito dove va il mondo?
«Per la verità, trovo che il laicismo contemporaneo si mantenga al volto, alla superficie del pensiero contemporaneo. Per dire "no" alla grande tradizione teologica non bastano i discorsi che la cultura laica sta facendo con eccessiva disinvoltura, come fosse una cosa semplice. Occorre fare i conti con la grandezza del passato e metterci lo stesso impegno di chi abita il sottosuolo del pensiero. E invece il laicismo è dogmatico quanto dogmatico è il mondo cattolico: non vede la potenza del pensiero che distrugge il passato, si limita ad aver fede nella morte di Dio ma non a pensarla, a fondarla».
Le contraddizioni di cui parlava nascono da qui?
«Chiaro. I laici dicono che un embrione non è un essere umano, punto. Troppo facile: se a determinate condizioni diventa un bambino, a differenza per esempio del seme d’un abete, se a questa potenzialità aristotelica credono tutti, allora sopprimerlo significa uccidere un essere umano, non ci piove».
E allora?
«Il discorso non è chiuso. Anche la Chiesa accetta l’omicidio in certe situazioni, la morte dell’individuo che difende la patria ingiustamente aggredita, il "sacrificio" in favore della comunità. Ma allora così è anche per gli embrioni: quando non servono per essere venduti ma a salvare altre vite, anche in questo caso si configura il sacrificio d’un individuo per la comunità, o no?».
In che cosa consiste, in fin dei conti, questa omogeneità fra laici e cattolici?
«Nella volontà comune di trattenere per sempre nel niente ciò che deve esistere. Vale per chi non crede in Dio. E per chi crede: anche il Dio cristiano trattiene nel niente ciò che non vuole creare. Però un individuo fisicamente malformato, o procreato contro la morale cattolica, sarà sempre più felice di esistere piuttosto che rimanere un nulla».

un altro straordinario risultato della ricerca anglosassone

Correre della Sera 11.12.03
Ricerca di psicologi canadesi
La scienza conferma: davanti a una bella donna il maschio perde la testa
Viceversa, la razionalità femminile non viene compromessa da un partner molto attraente


Fa piacere quando la scienza scopre cose che abbiamo sempre saputo. È il caso di una ricerca canadese pubblicata su New Scientist, rivista settimanale di ottima reputazione. Titolo: «Le belle donne scombinano l'abilità maschile di valutare il futuro». Le mogli che hanno visto il maturo consorte promettere mari e monti alla prima che passa, potranno confermare: il fenomeno esiste. Ma gli psicologi della McMaster University di Hamilton, in Canada, lo hanno approfondito. A duecentonove studenti e studentesse sono state mostrate fotografie di donne e uomini poco attraenti; e altrettante immagini di donne e uomini molto attraenti. Ogni volta l'offerta è stata: volete un piccolo assegno (15 dollari) subito, o un assegno più grande (50 dollari) in futuro? Le decisioni delle femmine sono state costanti. Molti maschi, dopo aver visto le foto delle ragazze più belle, hanno optato per il piccolo assegno subito. Conclusione: nei maschi la valutazione del futuro, in presenza di un interesse sessuale, avviene in modo irrazionale.
Oltre, i ricercatori non si sono spinti. «Non abbiamo chiarito i meccanismi psicologici che portano a questo risultato» ha detto Margo Wilson. «Ma ipotizziamo che le immagini di belle donne fossero leggermente stimolanti, e abbiano attivato meccanismi neuronali associati con segnali di opportunità sessuale». E la prospettiva di avere un partner molto attraente spinge un uomo a correre più rischi, spiega Tommaso Pizzari, biologo evoluzionista dell'Università di Leeds. Si parla di irrational discounting: lo stesso impulso che induce gli animali a preferire una soddisfazione immediata a una maggiore, ma più distante; e spinge i tossicodipendenti ad accettare subito una dose di droga invece d'aspettarne una maggiore in futuro.
I paragoni, non molto lusinghieri per il genere maschile, scalderanno i cuori di chi vede il capoufficio rivolgere ogni attenzione alla nuova assunta in minigonna, o l'anziano professore svegliarsi dal torpore accademico di fronte alla scollatura di una studentessa, che otterrà udienze e consigli. Anche per loro, irrational discounting: non sempre i maschi cercano favori sessuali (qualche volta sì); ma spesso e volentieri si comportano in modo bizzarro.
Nell'articolo (disponibile in inglese su www.newscientist.com) si discute invece poco della razionalità femminile, che al lettore neutrale appare ammirevole. «Perché devo accettare un piccolo assegno oggi, quando posso avere un assegno maggiore domani?» ragiona una donna. «Solo perché mi mostrano la foto di Walter Nudo? Qualcuno mi spieghi cosa c'entra». E poiché nessuno glielo può spiegare, lei guarderà la foto e se ne andrà per la sua strada, aspettando l'assegno.
Un'altra prova della superiorità femminile? Rispondo di sì con entusiasmo, anche senza aver visto la foto della donna in questione.

Pino Di Maula comunica:

«L'assemblea dei soci di clorofilla.Srl ha finalmente accolto la mia proposta di mettere in vendita le testate clorofilla.it che viaggia on web e clorofilla su carta. Corrado Carrubba è stato incaricato di raccogliere le offerte»
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venerdi a Bologna

una segnalazione di Sergio Grom

Foglie
PROCESSO A FREUD
Teatro Duse di Bologna, venerdì 12 dicembre 2003


A cura del Teatro Filosofico di Mondotre

Voce narrante: Carlo Monaco
Giudice: Sebastiano Sotgia
Pubblico Ministero: Federico Dalpane
Sigmund Freud: Vittorio Riguzzi

Musiche eseguite da Andrea Navarrini Jazz Trio

(ingresso gratuito)

Mondotre, in questo ultimo incontro del ciclo di processi ai grandi personaggi della storia, realizzati con il contributo della Fondazione del Monte e la Fondazione della Cassa di Risparmio, vedrà come imputato la figura controversa, venerata e al contempo criticata di Sigmund Freud, inventore della psicamalisi e grande maestro di pensiero del '900. Il processo mirerà a stabilire se la rivoluzione psicanalitica non abbia condotto ad una pretesa di scientismo o di determinismo nell'ambito della soggettività umana, se abbia avviato un processo di deresponsabilizzazione dell'individuo dalle conseguenze spesso catastrofiche, e infine se non abbia illuso l'umanità circa la possibilità di un nuova forma di liberazione dal dolore.

mercoledì 10 dicembre 2003

mercoledì 10 dicembre:Marco Bellocchio

è stato invitato dal Collettivo di Lingue e Filosofia ad un incontro per mercoledì pomeriggio, 10 Dicembre


VILLA MIRAFIORI via Carlo Fea 2
ingresso gratuito


Nell'Aula VI alle 16:30 ci sarà la proiezione del film "Buongiorno notte" e poi, alle18:40 un incontro con Marco Bellocchio su VERITÀ STORICA E LIBERTÀ ARTISTICA e un dibattito al quale interverranno il Prof. Pietro Montani (Università "La Sapienza") e il Prof. Raul Mordenti (Università di Tor Vergata)


(nel frattempo il box office di numerosi siti in rete ha pubblicato la notizia che "Buongiorno, notte" ha incassato fino ad oggi 3 milioni 283 mila euro, ed è stato visto da circa 573 mila spettatori)
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l'ultima intervista di Andrej Tarkovskij

una segnalazione di Pasquale Difonzo

http://www.aspide.it/piazza/poiesis/
Andrej Tarkovskij L'ULTIMA INTERVISTA
a cura di Donata De Bartolomeo


Nel dicembre del 1986 moriva a Parigi, a soli 54 anni, Andrej Tarkovskij.
Vogliamo ricordare il grande artista, pubblicando l'ultima intervista (inedita in italiano) da lui concessa a "Le Figaro" nell'ottobre 1986


I miei due ultimi film si basano su impressioni personali, ma non hanno nulla a che fare ne con l'infanzia ne col passato, essi riguardano piuttosto il presente. Richiamo l'attenzione sulla parola "impressioni". I ricordi dell'infanzia non hanno mai fatto di un uomo un artista. Vi rimando ai racconti di Anna Achmatova sulla sua infanzia. Oppure a Marcel Proust. Noi attribuiamo un significato eccessivo al ruolo dell'infanzia. Il metodo degli psicoanalisti di guardare alla vita attraverso l'infanzia, di trovare in essa la spiegazione di tutto, e uno dei modi di infantilizzazione della personalità. Poco tempo addietro ho ricevuto una strana lettera da un famoso psicoanalista, il quale cerca di spiegarmi la mia attività creativa con i metodi della psicoanalisi.
L'approccio al processo artistico, alla creazione da questo punto di vista, se me lo consentite, rattrista addirittura. Rattrista perché i motivi e l'essenza della creazione sono molto più complessi, di gran lunga più impercettibili che i semplici ricordi sull'infanzia e la loro spiegazione. Ritengo che le interpretazioni psicoanalitiche dell'arte sono troppo semplicistiche, persino primitive.
Ogni artista nel corso della sua permanenza sulla terra trova e lascia dopo di se una particella di verità sulla civilizzazione, sull'umanità. Il concetto stesso di ricerca e oltraggioso per un artista. Assomiglia alla raccolta di funghi in un bosco. Forse ne troveremo o forse no. Picasso diceva addirittura: "io non cerco, trovo". A mio parere, l'artista non procede affatto come un ricercatore, egli non agisce empiricamente in nessuna maniera ("proverò a fare questo, tenterò quest'altro"). L'artista da una testimonianza sulla verità, sulla sua verità del mondo. L'artista deve essere certo che egli e la sua creazione rispondono alla verità. Io rifiuto il concetto di esperimento, di ricerca nella sfera dell'arte. Qualsiasi ricerca in questo ambito, tutto ciò che chiamano pomposamente "avanguardia" e semplicemente menzogna.
Nessuno sa che cos'è la bellezza. L'idea che la gente si fa della bellezza, il concetto stesso di bellezza, mutano nel corso della storia assieme alle pretese filosofiche e al semplice sviluppo dell'uomo nel corso della sua vita personale. E questo mi spinge a pensare che, effettivamente, la bellezza e il simbolo di qualcos'altro. Ma di cosa esattamente? La bellezza e simbolo della verità. Non dico nel senso della contraddizione "verità/menzogna", ma nel senso di cammino di verità, che l'uomo sceglie. La bellezza (si intende quella relativa!) ha nelle diverse epoche testimoniato del livello di consapevolezza, che gli uomini di una determinata epoca hanno della verità. Ci fu un tempo in cui questa verità aveva l'aspetto della Venere di Milo. Ne consegue che l'intera collezione di ritratti femminili, diciamo, di un Picasso non ha, a rigor di termini, la minima relazione con la verità. Ma qui non parliamo della capacita di attrazione ne di qualcosa di carino - parliamo della bellezza armonica, della bellezza nascosta, della bellezza in quanto tale. Picasso, invece di celebrare la bellezza, si e comportato come il suo distruttore, il suo detrattore, il suo sterminatore. La verità, manifestata dalla bellezza, e enigmatica; essa non puo essere ne decifrata ne spiegata con le parole, ma quando un essere umano, una persona si trova accanto a questa bellezza, si imbatte in questa bellezza, sta di fronte a questa bellezza, essa fa sentire la sua presenza, almeno con quei brividi che corrono lungo la schiena.
La bellezza e come un miracolo, del quale l'uomo diventa involontariamente testimone. Tutto qua.
Mi sembra che l'essere umano sia stato creato per vivere. Vivere nel cammino verso la verità. Ecco perché l'uomo crea. In una certa misura l'uomo crea nel cammino verso la verità. Questo e il suo modo di esistere, e l'interrogativo sulla creazione ("Per chi gli uomini creano? Perché essi creano?") e senza risposta. Effettivamente ogni artista non soltanto ha una sua concezione sulla creazione ma ha anche un suo modo personale di interrogarsi su cio'. Questo si collega a quanto io adesso dico sulla verità, alla quale noi tendiamo, alla quale contribuiamo con le nostre piccole forze. Un ruolo fondamentale gioca qui l'istinto, l'istinto del creatore. L'artista crea istintivamente, egli non sa perché proprio in quel momento fa una cosa oppure un'altra, scrive proprio di questo, dipinge proprio questo. Soltanto dopo egli comincia ad analizzare, a trovare spiegazioni, a filosofeggiare e giunge alle risposte che non hanno nulla in comune con l'istinto, col bisogno istintivo di fare, creare, esprimere se stesso. In un certo senso la creazione e rappresentazione dell'essenza spirituale nell'uomo ed è la contrapposizione all'essenza fisica; la creazione è in un certo senso la dimostrazione dell'esistenza di questa essenza spirituale. Nell'ambito delle attività umane non c'è nulla che sarebbe più inutile, più senza scopo, non c'e nulla che sarebbe più a se stante della creazione. Se si esclude dalle attività umane tutto quanto attiene al raggiungimento del profitto, rimarrà soltanto l'arte.
Per contemplazione io intendo soltanto dire quello che origina l'immagine artistica o l'idea che noi ce ne facciamo. Questo è assolutamente individuale.
L'immagine artistica, il significato dell'immagine artistica possono scaturire soltanto dall'osservazione. Se non si basa sulla contemplazione, l'immagine artistica si trasforma in simbolo, cioè in qualcosa che forse puo essere spiegato dalla ragione, e, allora, l'immagine artistica non esiste: essa infatti non riflette più l'umanità, il mondo. L'autentica immagine artistica deve riflettere non soltanto la ricerca di un povero artista alle prese con i suoi problemi umani, con i suoi desideri e bisogni. Essa deve riflettere il mondo. Ma non il mondo dell'artista ma il cammino dell'umanità verso la verità. Della semplice sensazione del contatto con l'anima, che qui, da qualche parte, al di sopra di noi, dinanzi a noi vive nell'opera d'arte in misura tale da stimarla geniale. In questo e l'impronta originale del genio.
Ci fu un tempo in cui io potevo chiamare miei ex-maestri, le persone che hanno avuto un'influenza su di me. Adesso, nella mia coscienza, si conservano soltanto dei "personaggi", per meta santi, per meta folli. Questi "personaggi" sono forse un po' invasati ma non dal diavolo; si potrebbe dire che sono "i pazzi di dio". Tra i vivi cito Robert Bresson. Tra i morti, Lev Tolstoj, Bach, Leonardo da Vinci... In fin dei conti, tutti costoro erano pazzi.
Perché non hanno assolutamente cercato nulla nella loro testa. Hanno creato senza il concorso della testa... Essi mi spaventano e mi ispirano. Non e assolutamente possibile spiegare la loro creazione. Sono state scritte migliaia di pagine su Bach, Leonardo e Tolstoj ma, in conclusione, nessuno ha potuto spiegare nulla. Nessuno, grazie a dio, ha potuto trovare, sfiorare la verità, toccare l'essenza della loro creazione! Questo dimostra ancora una volta che il miracolo è inspiegabile...
Nel senso più alto di questo concetto - la libertà, soprattutto nel senso artistico, nel senso della creazione, non esiste. Si, l'idea della libertà esiste, e una realtà nella vita sociale e politica. In diverse regioni e paesi gli uomini vivono avendo più o meno libertà; ma vi sono note testimonianze che dimostrano che nelle più orribili circostanze ci sono stati uomini che hanno avuto una inaudita libertà interiore, un mondo interiore, nobiltà.
Mi sembra che la libertà non consista nella qualità della scelta: la libertà è una condizione dello spirito. Per esempio, si può essere socialmente, politicamente, completamente "liberi" e non di meno morire per la sensazione di precarietà, di oppressione, di mancanza di futuro. Per cio che concerne la libertà della creazione, di questo non si puo assolutamente discutere.
Senza di essa non puo esistere una sola arte. L'assenza della libertà deprezza automaticamente l'opera d'arte, poiché questa assenza impedisce a chi viene per ultimo di rivelarsi nella forma migliore. L'assenza di questa libertà porta a che l'opera d'arte, nonostante la sua esistenza fisica, non esista di fatto. Nella creazione dobbiamo vedere non soltanto la creazione. Purtroppo, nel XX secolo appare predominante la tendenza secondo la quale l'artista-individualista, invece di tendere alla creazione dell'opera d'arte, se ne serve per evidenziare il proprio "io". L'opera d'arte diventa manifestazione dell'io del suo creatore e si trasforma, possiamo dire, in megafono delle sue minime pretese. Questo vi e noto meglio che a me. Ne ha scritto molto Paul Valery. Al contrario, il vero artista, e a maggior ragione il genio, appaiono schiavi del dono che distribuiscono. Essi sono legati da questo dono agli uomini, al cui nutrimento spirituale e al cui servizio sono stati scelti. Ecco in cosa consiste per me la libertà.