mercoledì 3 marzo 2004

cattolici:
intervista ad un esperto di diavoli...

Alto Adige 3.3.04
Il caso
«Il diavolo c'è davvero. Ecco come si muove»
Di PIERANGELO GIOVANETTI


«Il diavolo esiste davvero ed è molto intelligente. Si mostra con manifestazioni le più strane: rumori anormali, freddo immediato, malefici, sensazioni insolite che prendono tutta una famiglia, ossessioni, incubi ricorrenti. Ma non è il solo modo per manifestarsi. In Trentino sono molto diffuse anche le pratiche di magia nera e occultismo. Ci sono fior fori di professionisti, avvocati, medici, che le praticano per fare lo sgambetto a qualche concorrente».
Di esoterismo e demonologia s´è sempre occupato don Renato Tisot, tanto che l´arcivescovo gli ha più volte chiesto di fare l´esorcista. «Gli ho detto di no perché sono già fin troppo preso, ma seguo da vicino questi fenomeni. E soprattutto aiuto le persone che ci sono dentro a liberarsene», dice don Tisot. «Assisto a sedute di esorcismo, e devo dire che sono molto dolorose. Anche di dolore fisico, finché il demonio non abbandona la persona di cui si è impadronito».
L´arcivescovo Bressan domenica ha messo in guardia i trentini: "Attenti che il diavolo c´è, non sottovalutatelo". Don Tisot, ma come si manifesta il demonio?
«Non pensiamo che il diavolo si presenti con i corni e con la forca. È troppo intelligente. S´insinua in forme più subdole, per esempio con certe ideologie accattivanti, certe pratiche, certe distorsioni antievangeliche, che addolciscono ogni cosa e fanno diventare indulgenti verso noi stessi e che legittimano tutto, come ha messo in guardia molto bene l´arcivescovo. Certo, non dobbiamo sempre dare la colpa al diavolo per ogni cosa. C´è infatti la libertà dell´uomo. Il maligno però è il tentatore per eccellenza».
Il diavolo ha delle forme visibili con cui esercita la sua tentazione?
«Certamente. Pensiamo a tutta la diffusione delle pratiche di occultismo ed esoterismo diffusissime oggi anche in Trentino. C´è una varietà di tipologie: dall´evocazione dei morti, alle formule magiche, agli oroscopi, alle fatture, alle stregonerie. Il 20% dei trentini ne sono coinvolti. Una volta non era così ostentato da noi, ma adesso pratiche esoteriche di questo tipo si sono diffuse anche in Trentino».
Lei è a conoscenza anche della pratica di messe nere?
«Sì, certo. Anche se in forme circoscritte. Molto più diffusa è la pratica della magia, il ricorso alle fatture. Ci sono librerie cattoliche che espongono libri di esoterismo, perché - si giustificano - la richiesta è altissima. So di avvocati, medici, che cercano di togliere di mezzo qualche concorrente sgradito, praticando fatture e magia nera. La magia è un farsi dominare dal diavolo».
Ma il diavolo si "fa vivo" anche nella normalità della vita quotidiana?
«Altroché. Ci sono persone vessate dal diavolo, è una specie di mobbing che subiscono. Ci sono persone che hanno subìto malefici, che poi sono i sacramentali del demonio. Certi comportamenti non sono dettati solo da cattiveria umana. C´è lo zampino del maligno dietro. E poi ci sono vere e proprie "stranezze" che appaiono nella vita di una persona, e che sono il segno che il diavolo è in azione».
Quali sono queste "stranezze" che indicano la presenza del diavolo?
«Sono incubi che non ti danno più pace, pensieri ricorrenti, ossessioni. C´è una grande sofferenza dietro questo. Poi ci sono anche fenomeni "atipici". Di colpo in una famiglia accade quello che prima non era mai successo. Si ripetono rumori strani, sensazioni inconsuete, freddi immediati, stranezze che succedono non ad uno solo ma a tutta la famiglia».
Cosa consiglia in questi casi?
«Da me si rivolgono persone con questi problemi. La prima cosa che consiglio è di rivolgersi ad un medico, ad uno psicologo. Molte volte, però, queste ossessioni non si manifestano di fronte allo psicanalista. Si evidenziano solo in presenza del sacro, del religioso. È quella la conferma dell´azione del diavolo. Lì allora inizio subito con invocazioni, benedizioni, formule di comando al maligno di lasciare l´anima di cui si è impossessato. Sono forme di esorcismi minori. Ma a volte bisogna ricorrere all´esorcismo vero e proprio».
Lei ha mai preso parte a queste sedute di esorcismo?
«Sì, è una cosa crudele, che rompe il cuore. Hai di fronte una personalità veramente devastata dal demonio. Presenta dolori immensi, anche nel corpo. Spesso parlano lingue strane, esprimono una forza straordinaria. Per tenere una donna ci sono voluti quattro uomini corpulenti, tanta forza sprigionava. A volte ci vogliono più sedute, perché una sola non basta».
A parte questi casi di possessione diabolica, nelle altre situazioni cosa consiglia a chi si rivolge da lei?
«In alcuni casi bastano semplici benedizioni e formule liberatorie, a volte è sufficiente la confessione che aiuta la persona a liberarsi di un peso che ha nell´animo. A volte cerco di risvegliare la persona, di farle prendere coscienza del male che agisce. L´importante è rendersi conto di questo. Non sottovalutarlo. Il ricorso all´occultismo avviene anche perché come Chiesa non teniamo sufficientemente in considerazione la paura dell´uomo. E non trovando nel sacro la risposta, rifugge nel magico, nell´occulto, e quindi nel diabolico».

la storia della diffidenza francese verso i musulmani

Le Monde Diplomatique
Dietro il velo
Dai saraceni in poi, un'antica diffidenza
di Alain Ruscio
*


Perché questa diffidenza tenace di una parte non trascurabile della popolazione francese nei confronti dei maghrebini che vivono in Francia?
O, più in generale, verso i musulmani? Le persone che hanno qualche conoscenza storica risponderanno: la diffidenza inizia «dopo le prime conquiste coloniali, nel 1830». I francesi che conoscono "Vingt ans dans les Aurès" (1), faranno risalire il fenomeno alla guerra d'Algeria, a partire dal 1954. I giovani beurs delle periferie avranno tendenza a rispondere: «è colpa di Le Pen!». Ogni generazione ha, spontaneamente, la sensazione che le discussioni teoriche abbiano avuto inizio con lei. Bisogna fare uno sforzo per dimenticare l'immediata attualità e risalire il passato per ritrovare le radici lontane dei fenomeni contemporanei.
Gran parte dei francesi sarebbe stupita, oggi, nel 2004, se rispondessimo che il razzismo antiarabo risale... al Medioevo, alle origini della Reconquista (2), alle crociate, o forse persino a prima! Non è significativo che alcuni elementi costitutivi della cultura storica dei francesi siano intimamente legati agli scontri con il mondo arabo-musulmano?
Nell'ordine cronologico: Poitiers, Roncisvalle, San Luigi e le Crociate...
La battaglia di Poitiers, nel 732 (che, tra parentesi, sembra aver avuto luogo nel 733!). Destino favoloso! Le parole di Chateaubriand riassumono una delle idee preconcette più radicate nella nostra epopea nazionale: «è uno dei più grandi avvenimenti della storia: se i saraceni avessero vinto, il mondo sarebbe stato maomettano». Sottinteso: quel giorno, la civiltà ha trionfato sulla barbarie.
In effetti, la battaglia di Poitiers è stata presentata a generazioni di scolari come un elemento costitutivo della nazione francese. Figura, per esempio, tra le «trenta giornate che hanno fatto la Francia» della celebre collana di Gallimard (3). Carlo Martello, che aveva tuttavia sulla coscienza qualche raid contro alcune chiese, nella memoria collettiva è diventato il simbolo del baluardo della cristianità.
L'immagine delle orde scatenate di «maomettani» che si spezzavano, a ondate, sulle solide difese franche resta impressa in molte menti.
Interrogate la maggior parte dei francesi con ancora qualche reminiscenza scolastica: Poitiers nel 732 arriva sempre nel gruppo di testa delle grandi date conosciute, assieme all'incoronazione di Carlomagno nell'800, la battaglia di Marignano nel 1515 o la presa della Bastiglia nel 1789. Non può essere una coincidenza.
Durante la guerra d'Algeria, i commandos di irriducibili dell'Organizzazione dell'esercito segreto (Oas) presero il nome di Carlo Martello. Più vicino a noi, all'indomani dell'11 settembre 2001, un giornalista del Figaro, Stéphane Denis, ha spiegato tranquillamente che l'occidente non doveva avere vergogna delle crociate. Principale argomento: «non ho mai sentito un arabo scusarsi per essere andato fino a Poitiers» (4). Infine, in occasione dell'ultima elezione presidenziale, tutti hanno potuto vedere sui muri delle città «Martello 732, Le Pen 2002».
La storia strumentalizzata Tuttavia, studi storici autorevoli sono d'accordo per ridurre la portata della battaglia. La conquista araba è stata una realtà. Ma il raid su Poitiers mirava soprattutto a piegare Tours e le ricchezze dell'abbazia Saint Martin. Attacco potente. Ma senza lo scopo di conquista territoriale, senza ambizione di dominazione politica durevole.
Lo storico Henri Pirenne scrive a questo riguardo: «questa battaglia non ha l'importanza che le è stata attribuita. Non è paragonabile alla vittoria riportata su Attila. Segna la fine di un raid, ma in realtà non ferma nulla. Se Carlo fosse stato sconfitto, la conseguenza sarebbe stata soltanto un saccheggio più considerevole» (5). Il riflusso arabo fu senza dubbio maggiormente legato ai problemi interni di un Impero molto giovane ma già immenso, una sorta di crisi di crescita, che ai colpi inferti da Carlo.
Andiamo avanti di qualche decennio e di qualche centinaia di chilometri e spostiamoci a Roncisvalle, nell'estate del 778. Due o tre generazioni di allievi delle medie hanno fatto conoscenza con la letteratura francese, in prima, attraverso la Chanson de Roland nel celeberrimo «Lagarde et Michard» (6): i successi dei prodi cavalieri carolingi Roland e Olivier di fronte ai saraceni fanatici che attaccavano in massa. Ma, benché nessuno contesti che la battaglia di Roncisvalle abbia avuto veramente luogo, sappiamo da tempo che Roland è caduto di fronte a dei guerrieri (oggi si direbbe dei guerriglieri)... baschi.
La Chanson de Roland è soltanto la più nota delle canzoni delle gesta medioevali. In una ottima tesi dedicata all'immagine dei musulmani in questa letteratura, lo studioso Paul Bancourt delinea diversi tratti di una diabolica attualità (7). In questi testi, scritti tra l'XI e il XII secolo, i luoghi comuni sono legioni: i saraceni (termine, tra l'altro, molto vago, che designa tutti i musulmani in modo indifferenziato), «agenti dello spirito del male, simili a demoni» sono furbi, sornioni.
L'attacco alle spalle, lo stupro delle donne sono moneta corrente.
Se crediamo al testo intitolato La distruzione di Roma, «l'efferatezza dei saraceni raggiunge un grado estremo. Le loro bande danno fuoco ai castelli, alle città, alle fortificazioni, bruciano e violano le chiese, incendiano tutta la campagna romana, lasciano un ammasso di rovine al loro passaggio. Saccheggiano i beni (...) L'emiro fa uccidere tutti i prigionieri, laici e religiosi, donne e ragazze.
I saraceni si abbandonano alle peggiori atrocità, tagliando il naso e le labbra, la mano e l'orecchio delle loro vittime innocenti, stuprando le suore (...) Entrati a Roma, decapitano tutti coloro che incontrano.
Il papa stesso è decapitato nella basilica di San Pietro» (8).
Più circospetto, Paul Bancourt assicura che il papa è morto di morte assolutamente naturale. Non ci sono state affatto delle violenze contro le persone. Al massimo dei saccheggi. Evidentemente, i saraceni non sono stati più angelici della quasi totalità dei soldati di quell'epoca di estrema violenza. Né più né meno. Inoltre, Paul Bancourt si chiede se tale o talaltro atto di barbarie attribuito ai saraceni non sia stato commesso, in realtà, dai normanni o dagli ungari (9)! Ritroviamo qui la stessa menzogna, senza dubbio inconscia, che nella Chanson de Roland.
Perché una tale parzialità? La spiegazione è nelle date. La Chanson de Roland venne scritta all'inizio del XII secolo. Ripercorre dei fatti... della fine dell'VIII! La distruzione di Roma è stata redatta nel XIII secolo e descrive degli avvenimenti dell'...846! Come se leggessimo, in un giornale che porta la data di oggi, una descrizione della battaglia di Marignano. Cosa poteva esserci nella mente degli scrittori e dei lettori dell'XI-XII secolo? L'attualità del tempo, che aveva due facce: le crociate in oriente, le prime vittorie della Reconquista in occidente! Vale a dire degli scontri con l'islam.
In precedenza, tutti i popoli pagani d'Europa o venuti dall'Asia erano stati cristianizzati, uno a uno. Sussistevano soltanto masse potenti nel sud-ovest e all'est dell'Europa cristiana, in Spagna e nell'Impero ottomano, che minacciavano Costantinopoli, l'«altra Roma» della cristianità. Questi musulmani erano effettivamente inassimilabili, contrariamente agli altri. «Il germano - scrive Henri Pirenne - si romanizza appena entra nell'influenza di Roma. Il romano, al contrario, si arabizza quando è conquistato dall'islam». C'è qui un pericolo mortale per tutto il cristianesimo. «Con l'islam - prosegue Pirenne - un nuovo mondo si introduce su queste rive mediterranee dove Roma aveva diffuso il sincretismo della sua civiltà. Una lacerazione è aperta e durerà fino ai nostri giorni. Ai bordi del Mare nostrum si estendono ormai due civiltà diverse e ostili» (10).
L'idea della crociata, guerra santa, nasce precisamente in questo momento di contatto tra i due mondi, quando diventa evidente agli occhi di re e papi dell'occidente cristiano che questo nemico non è assimilabile. Non è naturale, in queste condizioni, che le cronache del tempo confondano allegramente tutti i nemici dell'occidente?
Attraverso un fenomeno mentale frequente nella storia degli uomini - l'auto-intossicazione - i baschi, i normanni o gli ungari sono diventati dei saraceni...
Lo spirito di crociata, da allora, impregna le mentalità. Gli «infedeli», termine infamante a quei tempi di fede profonda, sono per forza di cose i musulmani. E questo perdura. Chateaubriand cita la crociata come uno dei soli soggetti epici che valga (Génie du christianisme, 1816). Delacroix dipinge nel 1841 una lirica Entrata dei crociati in Costantinopoli. Victor Hugo scrive, nella Leggenda dei secoli (11): «i turchi, davanti a Costantinopoli/videro un cavaliere gigante: dallo scudo d'oro e di sinope/ seguito da un leone famigliare/ Mahometto II, sotto le mura/ Gli gridò: chi sei? Il gigante/ disse: mi chiamo Funerale/ e tu, tu ti chiami Nulla/ Il mio nome, sotto il sole, è Francia/ Tornerò con il chiaro/ porterò la liberazione/ porterò la libertà...».
Quando i francesi, nel 1830, intraprendono la conquista dell'Algeria, sono in uno stato dello spirito che predispone a una nuova guerra santa. Anche se la motivazione religiosa non era in primo piano.
Ma l'ostilità alla «falsa religione» impregna tutta la società francese.
Gli avvenimenti della conquista, poi della «pacificazione» della colonia nord-africana, non l'attenueranno. In seguito, lo scontro non è mai veramente cessato. Tutte le generazioni di francesi ne hanno avuto qualche eco: guerra intrapresa da Abd El-Kader (1832-1847), rivolta della Cabilia (1871), lotta contro i Krumiri e istituzione del protettorato sulla Tunisia (1880-1881), conquista del Marocco e istituzione del protettorato su questo paese (1907-1912), rivolta dell'Algeria (1916-1917), guerra del Rif (1924-1926), rivolta e repressione in Algeria (maggio 1945), scontri in Marocco con il sultano e il partito indipendentista Istiqlal (1952-1956), con il Neo-Destour in Tunisia (1952-1954). La guerra d'Algeria rappresenta un elemento supplementare - che diventerà sempre più pesante - nella lunga serie degli scontri tra i popoli della regione e il potere coloniale.
La Francia del razzismo e quella della fraternità Allora, l'islamofobia (12) e il razzismo anti-arabo sono consustanziali alla cultura francese? Sì e no! Non bisogna per nulla dimenticare che, di fronte a questa ostilità manifesta, un'altra parte del paese si è in permanenza opposta. Ci sono sempre stati dei francesi che hanno riconosciuto la maestà della civiltà musulmana, la bellezza delle sue realizzazioni, per osservare senza preconcetti le popolazioni arabe e berbere. Bisogna rileggere Eugène Fromentin (Un été dans le Sahara, Une année dans le Sahel). O questa frase di Lamartine, scritta nel 1833: «bisogna rendere giustizia al culto di Maometto, che ha imposto soltanto due grandi doveri all'uomo: la preghiera e la carità (...) Le due più alte verità di ogni religione». Più avanti, loda l'islam «morale, paziente, rassegnato, caritatevole e tollerante per natura».
Vari francesi, più numerosi di quanto in genere si creda, si sono opposti al razzismo diffuso dell'era dell'apogeo coloniale. Alla resistenza morale al razzismo si è sempre sommata una resistenza politica alla colonizzazione o, almeno, ai suoi «eccessi». Basti ricordare la grande voce di Jaurès, che protesta contro la conquista del Marocco, lo sciopero indetto dal Partito comunista francese e dalla Confederazione generale del lavoro unitaria (Cgtu) contro la guerra del Rif nel 1925, le proteste di Charles-André Julien contro le violenze e le ingiustizie nell'insieme dell'Africa del nord, l'opposizione francese alla guerra d'Algeria...
I giovani musulmani di Francia tentati di cedere alle sirene dell'integralismo, che pensano che il razzismo abbia tendenza a generalizzarsi, scelgono la lotta sbagliata. Ci sono, all'inizio del XXI secolo come nel XIX o nel XX, due France: quella dello scontro e quella della comprensione, quella del razzismo e quella della fraternità. Qualunque cosa se ne pensi, la tendenza storica è all'arretramento della prima - anche se resta importante e degli attacchi di febbre non sono da escludere - e al prevalere della seconda.

note:

* Storico, autore in particolare di "Credo de l'homme blanc", prefazione di Albert Memmi, ed. Complexe, Bruxelles, 2002 e di Nous et moi, grandeurs et servitudes communistes, ed. Tirésias, Parigi, 2003.

(1) Titolo del film di René Vautier sulla guerra d'Algeria, girato nel 1972 e a lungo proibito in Francia.

(2) Alcuni piccoli stati cristiani della penisola iberica partono, dal 718, alla «riconquista» del territorio.

(3) Jean-Henri Roy e Jean Deviosse, La Bataille de Poitiers, Gallimard, Parigi, 1966. Va sottolineato che questi autori prendono chiaramente le distanze dal mito «Poitiers, baluardo della cristianità».

(4) Le Figaro, 24 settembre 2001.

(5) Henri Pirenne, Mahomet et Charlemagne, Alcan, Bruxelles, Nse, 1936.

(6) Manuale di letteratura utilizzato negli anni '60 e '70 dagli allievi dalla prima media alla maturità.

(7) Les Musulmans dans les chansons de geste du Cycle du Roi, 2 volumi, Pubblicazione dell'Università di Provenza, Aix-en-Provence, 1982.

(8) Citato da Henri Pirenne, op.cit.

(9) Les Musulmans dans les chansons de geste..., op.cit.

(10) Mahomet et Charlemagne..., op.cit.

(11) Cfr. «1453», poema scritto nel 1858.

(12) Questo termine, che suscita dibattito, è impiegato qui come rigetto dell'insieme delle pratiche dell'islam (e non come critica della religione).
(Traduzione di A. M. M.)

martedì 2 marzo 2004

la sceneggiatura di "Buongiorno, notte" nelle librerie

da Informazioni Editoriali s.p.a.

È uscito, nella collana "Nuovo cinema Italia" di Marsilio

"Buongiono notte" di Marco Bellocchio


la scheda:
Bellocchio Marco
«Buongiorno, notte»


Marsilio Editori
pp. 160 con 32 ill. a col.
Euro 10,00
isbn: 8427-7

il libro può essere acquistato anche in rete, da IBS


a FIRENZE

il volumetto degli ATTI
del primo degli INCONTRI DI RICERCA PSICHIATRICA 2003-2004
del 20 dicembre 2003

con la Prefazione di MASSIMO FAGIOLI

è adesso disponibile anche a Firenze


come sempre da STRATAGEMMA


Il libro di Ludovica Costantino

La  ricerca di un'immagine

si può trovare:

oltre che presso la libreria Amore e Psiche e le  Nuove Edizioni Romane
anche alla libreria  Centro studi e ricerche
che si trova alla Galleria Esedra, angolo via Torino
presso Carlo Laganà, tel 064881473

accade in Svizzera

ricevuto da Peppe Cancellieri

Giornale del Popolo, Quotidiano della Svizzera italiana Martedì 2 marzo 2004
SETTIMANA DEL CERVELLO
Primo piano sulle malattie della psiche
Una scelta determinata dalla loro impressionante diffusione


Giunta alla sesta edizione, la Settimana internazionale del cervello (8-14 marzo) stavolta darà ampio spazio alla psichiatria, considerato che le malattie psichiche saranno tra le sei più importanti dei prossimi trent'anni secondo l'Organizzazione mondiale della sanità. I contenuti specifici della Settimana sono stati illustrati ieri a Lugano dai medici Carlo Tosi, Michele Tomamichel e dal biologo Giovanni Pellegri, collaboratore scientifico del GdP. Il tema del malessere psichico con il conseguente dilemma sul come farvi fronte (farmaci o psicoterapia) sarà affrontato giovedì 11 alle 20.30 nell'aula magna dell?USI a Lugano, durante uno dei due forum, a ingresso libero, per il pubblico. Un altro tema di tutta attualità, quello relativo al consumo di canapa e alle conseguenze sul cervello, sarà al centro invece dell'altro forum, sempre per il pubblico, martedì 9 alle 20.30 a Spazio aperto di Bellinzona. La serata d'apertura di lunedì 8 marzo (20,30 Centro San Carlo di Lugano- Besso) sarà invece caratterizzata da un taglio più filosofico, con una conferenza del prof. Arnaldo Benini sul cervello e la libertà della mente. Il motivo conduttore di questa edizione sarà pure al centro del simposio scientifico per medici, mercoledì 10 alle 14 nella Sala Aragonite di Manno. Specialisti di alto livello riferiranno sui molti aspetti che ruotano intorno al tema cervello e psichiatria. Il simposio si rivolge a tutti i medici affinché si possano aggiornare, applicando le conoscenze acquisite a favore dei pazienti. La Settimana prevede inoltre che sei relatori intervengano in varie scuole superiori (licei e istituti di formazione sanitaria in particolare) tenendo complessivamente 22 conferenze su temi particolarmente sentiti dai giovani. Pure in calendario un incontro con i bambini delle elementari di Cureglia. Con tutte queste iniziative la Settimana del cervello si propone di intensificare il dialogo fra società e scienza affinché quest'ultima diventi patrimonio culturale di tutti, soprattutto perché «il sapere ha conseguenze sulle scelte politiche», come sottolineato da Pellegri. Intanto per maggio 2005 si profila all?orizzonte un "Festival sulla coscienza" che toccherà una decina di città svizzere, Ticino compreso.

depressi in coda:
la Fondazione Idea del prof. Cassano sa come fare

Corriere della Sera 2.3.04
Successo a Bergamo del centro aperto dagli Ospedali Riuniti: 25 pazienti in un giorno
Debutta l’ambulatorio per curare la depressione: pazienti in coda
di Cesare Zapperi


BERGAMO - Ancor prima di aprire c'erano già due pazienti in attesa. Otto quelli prenotati al telefono. A fine giornata poi sono stati 25 i bergamaschi che si sono rivolti al nuovo ambulatorio per la cura della depressione e dell'ansia aperto ieri nel Dipartimento di Salute mentale degli Ospedali Riuniti di Bergamo. Un'affluenza che ha destato sorpresa. «Sapevamo che c'era una certa attesa, ma non in questa misura» spiega il dottor Massimo Biza, direttore del Dipartimento. Anche se forse una spiegazione c'è. L'ambulatorio, gestito in collaborazione con la Fondazione Idea, si presenta come un punto di riferimento slegato (anche se formalmente ne fa parte) dal reparto di psichiatria. Consente un approccio morbido a chi, per paura o vergogna, non se la sente di affidarsi alle mani di uno specialista (il numero di telefono è 035.269677). E' solo una questione di forma. Ma a quanto pare funziona. Depressione e ansia sono patologie diffuse nella Bergamasca. Si calcola che siano almeno 40 mila le persone affette da disturbi di diversa gravità. Solo un quarto si cura. Tutte le altre, per ragioni svariate, rifiutano l'aiuto della medicina o non hanno la consapevolezza di poter essere assistite. L'ambulatorio coordinato dal dottor Massimo Rabboni e curato dal dottor Luigi Rubino ha lo scopo di «intercettare» questi potenziali pazienti.
Senza trascurare che i soggetti a rischio sono in costante crescita, soprattutto in periodi delicati come quello attuale. «La crisi economica, la paura di perdere il lavoro, perfino il timore di essere colpiti dalla Sars - chiarisce il dottor Biza - sono tutti fattori che contribuiscono a creare una situazione di insicurezza sociale che nei soggetti più deboli porta a forme di ansia e depressione. E' importante poter contare su una struttura come l'ambulatorio perché può aiutare a intervenire riducendo i possibili danni».

lo scontro culturale in Francia

il manifesto 2.3.04
La rivolta della materia grigia
L'appello lanciato da alcuni intellettuali francesi contro l'«antintellettualismo di stato» ha raccolto oltre 40mila adesioni. A firmarlo non ci sono solo i nomi celebri dell'industria culturale, ma sopratutto ricercatori, psicoanalisti, architetti, avvocati, lavoratori dello spettacolo. Tutti concordi nel denunciare la riduzione della spesa pubblica e nel ritenenere che la produzione culturale non si misura secondo le regole dell'economia
di ANNA MARIA MERLO


PARIGI. Gli intellettuali, nel senso più ampio del termine - professionisti della cultura, del sapere e del legame sociale - si stanno risvegliando in Francia. Dopo mesi di proteste «settoriali», dai precari dello spettacolo agli avvocati passando per medici, insegnanti, psicoanalisti e ricercatori, più di 40mila persone hanno firmato l'«Appello contro la guerra all'intelligenza» scatenata dal governo di Jean-Pierre Raffarin, lanciato dal magazine Les Inrockuptibles, che intende denunciare «il nuovo anti-intellettualismo di stato» e federare con un denominatore comune i vari movimenti che attraversano le «professioni» intellettuali. Ieri sera, allo Zenith di Parigi, dopo una manifestazione nella stessa capitale francese, si è svolta una serata organizzata dal gruppo musicale Têtes Raides, per lanciare un «Avviso di KO sociale» (in francese KO suona anche «caos»), e denunciare l'attacco che i settori «improduttivi» subiscono da parte della politica della destra al potere. Sul palco sono intervenuti anche i ricercatori, firmatari di una petizione «Salviamo la ricerca» che ha già raccolto l'adesione di 54mila scienziati, cioè la metà dei ricercatori scientifici francesi. Alla base di questo movimento d'opinione c'è una domanda rivolta al mondo politico, di destra come di sinistra: «quale spazio una società è pronta a dare alla produzione e alla circolazione del sapere». L'«Appello contro la guerra all'intelligenza» porta firme note (Jacques Derrida, Etienne Balibar, Alain Touraine, François Ozon, Claude Lanzmann, Bernard Tavernier, Patrice Chéreau o Michel Rocard e Daniel Cohn-Bendit), ma la sua forza deriva prima di tutto dalla diffusione che ha avuto nel mondo più allargato degli «intello».
Universitari, ricercatori, lavoratori dello spettacolo, medici ospedalieri, psicoanalisti, archeologi, architetti, avvocati, insegnanti vedono negli interventi governativi di riduzione della spesa pubblica «un nuovo anti-intellettualismo di stato», come si può leggere nell'appello (su Internet è consultabile al sito: www.lesinrock.com). «Assistiamo alla realizzazione di una politica estremamente coerente - spiega la petizione - una politica di semplificazione dei dibattiti pubblici», con l'obiettivo di distruggere il «legame sociale». La petizione «Salviamo la ricerca» e la minaccia dei direttori dei laboratori scientifici di dare in massa le dimissioni alla fine di questa settimana se il governo non interverrà a favore del rilancio della ricerca pubblica (a cominciare dall'assunzione non precaria di 550 giovani ricercatori, oggi a contratti a tempo determinato) sta imbarazzando seriamente il governo.
Jean-Pierre Raffarin, che si vuole il paladino della «Francia dal basso», ha messo al lavoro il suo club politico «Dialogo e iniziativa» per rispondere all'«Appello contro l'intelligenza». Per il momento, la destra al potere risponde dichiarando «guerra all'immobilismo» e riversando disprezzo su tutti gli «intello», dai «ricercatori che non trovano niente» fino ai precari dello spettacolo che vivono di sovvenzioni. Per l'editorialista degli Inrockuptibles, la controffensiva governativa «è stata soprattutto l'occasione per il primo ministro di rivelare di nuovo la chiave di due anni di politica governativa: invocando 'buon senso economico', tenta di alleare il 'buon senso vicino a voi' della Francia dal basso con il dogma dell'economia di mercato. Cosi' facendo, rivela fino a che punto stiamo assistendo oggi a un trasferimento di competenze. Ormai è la logica economica che fa le veci della politica. Ed è precisamente contro questo trasferimento di competenze a solo profitto della logica economica, contro questa squalifica del lavoro invisibile dell'intelligenza, giudicato improduttivo e non redditizio, che si erge questa protesta». Gli Inrockuptibles, che ormai dopo le prime 17 pagine di firme pubblicano ogni settimana degli interventi sull'«Appello», spiegano che la protesta non è solo contro il governo in carica. Piuttosto, ci troviamo di fronte a «un'interrogazione più generale, più profonda, del mondo politico, dei rappresentanti di destra come di sinistra. Non è neppure un attacco contro il sistema dei partiti», quanto una richiesta di chiarimento: dove vogliamo andare se viene disprezzato il lavoro non immediatamente produttivo a favore di un populismo dalla vista corta? Il ricercatore in fisica Georges Debrégeas rileva il fondo della questione: «è l'impossibile adattamento del nostro mestiere ai nuovi dogmi dell'economia di mercato che ci condanna». Secondo Philippe Mangeot, ex presidente di Act up!, l'»Appello» è una «convocazione» che si rivolge soprattutto alla sinistra: si è realizzata una «rottura tra lo spazio politico istituzionale e il lavoro intellettuale, inteso nel senso più ampio del termine. E' questa rottura, tuttavia, che condanna la sinistra ad incarnare solo un'opposizione debole, sovente incapace di contestare i termini dei dibattiti formulati dalla maggioranza, mentre ci si aspetterebbe da essa che li prenda contropelo ed imponga altre problematiche». Per Mangeot, biognerebbe reinventare oggi un nuovo «intellettuale collettivo» (senza per questo tornare all'intellettuale «organico» di Gramsci o a quello «specifico» di Foucault).
Il filosofo Ruwen Ogien, sul'ultimo numero degli Inrockuptibles denuncia «l'insulto all'intelligenza di ogni democratico e progressista» rappresentato dalla slogan governativo sulla «necessità di tornare ai valori dell'autorità, del lavoro e della famiglia».
Negli interventi pubblicati sul sito Internet del club di Raffarin «Dialogo e iniziativa», viene fuori una Francia populista che cova rancore verso il mondo intellettuale. Ecco alcuni esempi: «Non ne possiamo più di farci insultare in permanenza da benpensanti che vivono di sovvenzioni, protetti dai loro statuti. Questi intoccabili non hanno neppure la decenza di approfittare nel loro buco dei vantaggi di cui godono, non riescono ad evitare di irridere chi lavora e anche chi cerca lavoro. E' tempo di rompere il silenzio su questa ingiustizia». Per un altro, «bisognerebbe una volta per tutta spazzare via tutti questi vantaggi acquisiti e ridare al merito, all'iniziativa e al coraggio tutti i mezzi che oggi sono sprecati da profittatori pieni di certezze». Molti puntano il dito contro gli intellettuali che «non dovrebbero dimenticare troppo in fretta che le sovvenzioni di cui godono derivano dal bilancio della nazione, dalle tasse pagate dai loro compatrioti», che «molto sovente hanno solo l'intelligenza di sapere come ricevere le sovvenzioni da parte dei meno `intelligenti' che lavorano. Che abbiamo l'intelligenza di cercare un vero lavoro invece di vivere da parassiti, disprezzando per di più coloro che li mantengono».
Il 21 e 28 marzo, in Francia si vota per le regionali e le cantonali. L'«Appello» si incrocia così con il dibattito politico e l'establishment ha paura. Si tratta infatti delle prime elezioni dopo il terremoto del 2002 (Le Pen al secondo turno delle presidenziali, poi vittoria della destra alle legislative) e lo spettro di una crescita dell'esterma destra incombe, mentre una parte del mondo politico sembra cedere alla deriva populista e un'altra parte non riesce a proporre una risposta efficace a tale deriva.

i bambini timidi

Virgilio News (Apcom) 02/03/2004 - 12:05
MEDICINA/ BIMBI TIMIDI NON SI ACCORGONO DEI SEGNALI DI OSTILITA'
Ricerca San Raffaele di Milano su predisposizione a ansia sociale


Milano, 2 mar. (Apcom) - I bambini timidi hanno più difficoltà ad interpretare correttamente e a comperndere le espressioni di rabbia o di ostilità dei loro coetanei: è questa la scoperta realizzata da un gruppo di ricercatori dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e pubblicata sul numero di marzo della rivista Journal of American Academy of Child & Adolescent Psychiatry.
Per chiarire le cause dell'ansia sociale, un disturbo che colpisce il 7-8% della popolazione e a cui sono più predisposti i bambini timidi, gli studiosi hanno cercato di capire se esiste una relazione tra la timidezza e la capacità di decifrare l'espressione del volto dei coetanei.
I risultati hanno mostrato che quanto era maggiore la timidezza, tanto più alto era il numero di errori commessi dai bambini coinvolti nel test nell'interpretare l'espressione dei coetanei, soprattutto se di ostilità (rabbia e disgusto). "Immaginiamo cosa potrebbe causare nella vita di tutti i giorni - ha osservato Marco Battaglia, professore associato di psicologia clinica al San Raffaele - una nostra incapacità di comprendere da una semplice occhiata se chi abbiamo di fronte sia annoiato o sia in totale disaccordo con quanto stiamo dicendo"
Lo studio - si legge in una nota - si è sviluppato su tre livelli e ha coinvolto 150 scolari dai 7 ai 9 anni: inizialmente gli insegnanti hanno valutato la tendenza all'apprensione di fronte a cose nuove e il grado di ansia sociale dei piccoli. Poi un'equipe di psicologi, ignari delle valutazioni date dagli insegnanti, ha quantificato il grado di inibizione dei bambini, ad esempio attraverso il numero di commenti spontanei in presenza di un estraneo. Infine a tutti gli scolari è stato chiesto di identificare le espressioni dei loro coetanei, rappresentate in una serie di foto standardizzate.
I risultati di questa ricerca potranno migliorare le attività psicoterapeutiche per i bambini più ansiosi.

copyright @ 2004 APCOM

 

Repubblica 3.3.04
LO STUDIO
Milano, ricerca del San Raffaele su un campione di 150 ragazzini. I risultati dopo un lavoro di 3 anni
Da bimbi timidi a adulti ansiosi tutta colpa di un malinteso
Scoperto il loro segreto: "leggono" male le facce degli altri
I piccoli confondono la rabbia con il disgusto e incontrano difficoltà nel decifrare l´ostilità
di CARLO BRAMBILLA


MILANO - Per i bambini più timidi, candidati a essere adulti ansiosi, c´è una strana espressione negli occhi di chi li guarda. Qualcosa di indecifrabile nel volto. Che fa loro sbagliare giudizio sulle reali intenzioni degli altri. Scambiare uno stato d´animo per un altro. E rendere difficili, qualche volta impossibili, le normali relazioni umane, fatte anche di linguaggi non verbali. E´ lì che si nasconde il segreto della timidezza: in un malinteso. Una difficoltà psicologica che ha una parziale base genetica e neurofunzionale. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell´Università Vita-Salute San Raffaele, coordinato dallo psicologo clinico Marco Battaglia, dopo un lavoro durato tre anni, su un campione di 150 scolari italiani, tra i 7 e i 9 anni. La ricerca è pubblicata nel numero di marzo del prestigioso Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry.
Inizialmente i bambini sono stati valutati dai loro insegnanti, attraverso test psicologici che misurano quanto il temperamento tenda all´apprensione di fronte a cose nuove ed il grado di ansia sociale. Successivamente un´equipe di psicologi ha quantificato il grado di inibizione dei bambini attraverso una serie di parametri. Per esempio la difficoltà a prendere la parola davanti a un estraneo, o la capacità a partecipare a un gioco collettivo con un nuovo gruppo di coetanei. Infine tutti i bambini sono stati messi davanti a un computer ed è stato loro chiesto di riconoscere le espressioni dei coetanei in una serie di sei foto standardizzate. Con sei fondamentali espressioni del volto: la rabbia, la gioia, la paura, la tristezza, il disgusto e la sorpresa.
Inaspettato il risultato: tanto maggiore è il livello di timidezza registrato dagli insegnanti e dagli psicologi, tanti più sono gli errori di interpretazione delle immagini. «Ma i bambini timidi non sbagliano a caso - spiega Marco Battaglia. - Abbiamo rilevato che più sono timidi più hanno difficoltà a interpretare in particolare l´ostilità interpersonale. Confondendo la rabbia col disgusto. Nella continuazione dello studio, attualmente in corso, abbiamo misurato, con piccoli elettroencefalogrammi, un´attività cerebrale diversa davanti a immagini che rappresentano differenti stimoli affettivi. Un risultato che suggerisce come alla timidezza corrisponda una modalità neurofunzionale diversa. E caratteristiche parzialmente spiegabili in chiave genetica. Per molto tempo gli psicologi clinici hanno ipotizzato che il mondo interiore delle persone afflitte da ansia sociale dipendesse da aspettative negate rispetto al giudizio degli altri. Il risultato di questo studio suggerisce invece che vi possa essere una difficoltà nell´elaborazione della comunicazione interpersonale».
La ricerca apre la strada a nuovi test diagnostici dell´ansia sociale, un disturbo che colpisce fino all´8% della popolazione. E a psicoterapie mirate che aiutino i bambini più timidi a interpretare correttamente le espressioni del volto di chi li circonda. Ridiscutere i significati dei linguaggi non verbali. Rielaborare le istanze affettive. E farsi più coraggio.

«se non si curano sono matti»

La Stampa 02 Marzo 2004
IL CASO DELLA DONNA CHE RIFIUTA DI FARSI OPERARE
Se non si curano sono matti
Marco Cappato, deputato europeo radicale ed Emanuele Calò, giurista


NELLE scorse settimane è morta una signora, colpita da una grave forma di diabete, la quale aveva rifiutato l'amputazione di un arto, indicatole come estremo tentativo di salvarle la vita. Erano state avanzate diverse proposte di trattamento sanitario obbligatorio, poi lasciate cadere. Ora, si ripresenta a Sanremo un caso pressoché identico, per il quale invece si tenterebbe la via dell'interdizione della paziente, al fine di sopperire al suo rifiuto. Il Presidente del Tribunale di Sanremo, Gianfranco Boccalatte, ha già depositato la sentenza di interdizione a carico della donna, nominando un tutore dal quale si attende la sottoscrizione del consenso informato all'intervento chirurgico.
La necessità del consenso individuale al trattamento medico è un principio universale, sul quale il nostro legislatore non ha ritenuto di esprimersi, ma che la Cassazione considera abbia la sua base normativa soprattutto nell'art. 32 della Costituzione. Nel frattempo, è entrata in vigore la Convenzione di Oviedo del 1997, che afferma il medesimo principio, da considerarsi dunque discendente anche dal diritto internazionale convenzionale.
Il principio del consenso al trattamento medico (così come la stessa origine della bioetica) si fa risalire ai processi di Norimberga, nei quali furono puniti coloro i quali avevano effettuato trattamenti sanitari prescindendo dalla volontà del paziente. Si tratta, in ogni caso, di un principio accolto da tutte le nazioni civili, sul quale nessuno avanza alcun rilievo.
Nemmeno da noi si osa mettere in forse questo principio, ma si è forse trovato un modo per vanificarlo. Basta infatti sostenere che il paziente che rifiuti un trattamento di potenziale giovamento sia necessariamente un po' «matto». La dura lettera della legge, invero, chiederebbe ben altri requisiti: l'articolo 414 c.c. richiede per l'interdizione che si sia «in condizioni di abituale infermità di mente che rende incapaci di provvedere ai propri interessi», mentre la disciplina d'urgenza in materia di trattamenti obbligatori fa riferimento a gravi alterazioni psichiche.
E invece no: le notizie giornalistiche sul caso in questione riferiscono di «problemi psicologici» del soggetto, non di «totale incapacità d'intendere e di volere». Tutto ciò accade mentre è già legge dello Stato (anche se deve ancora entrare in vigore) la 6/2004, che ha istituito la cosiddetta «amministrazione di sostegno», rendendo obiettivamente marginale l'interdizione. Con l'amministrazione di sostegno, che si avvicina alla Betreuung tedesca e alla Sachwalterschaft austriaca, la nuova legge si propone proprio di coinvolgere il soggetto disabile nelle decisioni che lo riguardano, non di sostituirsi alla sua volontà. E questo anche nei casi più gravi di disabilità, non soltanto quando si abbiano «problemi psicologici».
Nel caso di Sanremo - a meno che la realtà non sia sostanzialmente diversa da come è stata riportata, e in casi come questi la prudenza è d'obbligo - sembrerebbe sia stato trovato il modo di aggirare il principio della necessità del consenso al trattamento medico: chi non acconsente al trattamento medico sarebbe sostanzialmente matto, e quindi la sua volontà non dovrebbe valere. Quale spazio rimane all'autodeterminazione del paziente, consacrata anche dal Codice di Deontologia medica?
Di fronte a questo tipo di protagonismo giudiziario, l'autodeterminazione non si affermerebbe nemmeno nel caso in cui fosse in vigore una norma sul testamento biologico (col quale si potrebbe scrivere, per esempio: rifiuto ogni amputazione, per il caso in cui io divenissi incapace di autodeterminarmi) che fosse fatta sul modello del recentissimo documento del Comitato Nazionale di Bioetica, in base al quale le volontà del paziente non sarebbero vincolanti per il medico.
Così stando le cose, bisognerebbe dire: Signor Giudice, se basta rifiutare il trattamento medico per essere interdetti o comunque sottoposti a trattamento obbligatorio, vuol dire che il principio del consenso non vale più nulla.
L'interdizione e il trattamento sanitario obbligatori debbono essere posti in essere solo quando ne ricorrano i presupposti, mai se fossero una inammissibile scorciatoia per eludere l'autodeterminazione del paziente. Naturalmente anche noi ci auguriamo una soluzione positiva della vicenda, ma non considereremmo tale una soluzione che passasse per quella scorciatoia.

lunedì 1 marzo 2004


su MAWIVIDEO.IT
è disponibile la registrazione audiovideo
del secondo degli Incontri di Ricerca Psichiatrica 2003 - 2004
che ha avuto luogo sabato 28 febbraio
nell'Aula Magna dell'Università "La Sapienza" di Roma

Bertinotti a San Servolo di Venezia:
«un ex manicomio è buon esempio anche del nostro stato»

Repubblica 1.3.04
In un convegno a Venezia il leader puntualizza la scelta post-comunista: rivediamo le tesi marxiste
L'ultimo strappo di Bertinotti
"Non violenza con Gandhi e Capitini, ma non è la terza via"
di FRANCO VERNICE


VENEZIA - Lo avevano ribattezzato «subcomandante Fausto» dopo un incontro, qualche anno fa, nella selva del Chiapas, con il «subcomandante» dal viso celato più famoso al mondo, quello che di nome fa Marcos. Ora, Fausto Bertinotti, riposto in un immaginario cassetto l´altrettanto immaginario passamontagna, leva alto nel cielo di Rifondazione comunista il vessillo della non violenza. Lo fa, chiarisce, rivisitando criticamente l´intera storia della tradizione «dei marxismi» - plurale sottolineato - del Novecento. Disegna la nuova linea davanti ai militanti di Rc riuniti sull´isola di San Servolo, nella Laguna battuta dalla neve, per sancire «l´avanti così» in mezzo alle bandiere arcobaleno, a citazioni di Gandhi, Danilo Dolci, Walter Benjamin e Aldo Capitini, storica guida del movimento pacifista cattolico. Salva Marx, il Bertinotti di questa svolta veneziana, accompagna in una polverosa soffitta Lenin e, soprattutto, Stalin, affiancato dal nemico di una vita intera, Trotskij, con buona pace delle recalcitranti minoranze interne che, da Venezia, non a caso si sono tenute alla larga, e per questo vengono redarguite.
«Operiamo una discontinuità», altrimenti «abbiamo perso» è il monito del leader di Rifondazione dopo due giorni di dibattito, aperto da Marco Revelli. Dibattito senza sussulti, vista proprio l´assenza dei possibili contestatori: «Siamo costretti a fare i conti con la nostra storia» per capire «perché la scalata al cielo è stata sconfitta». Ripercorrere i sentieri insanguinati del Novecento, per trovare le ragioni di tante disfatte, per emendarsi da orrori come i lager staliniani, «colpa storica grandissima». Non violenza, allora, «per non vivere il comunismo come un monumento». E se non parla anche lui di «Terza via», è solo perché quell´espressione gli suona «logorata».
«Discontinuità» e «radicalità»: sostantivi irrinunciabili nel lessico del segretario di Rifondazione. Vi fa ricorso a piene mani anche oggi. Per esempio: «La non violenza è l´unico modo per dispiegare la radicalità annunciata». Un modo molto bertinottiano per sostenere come nell´era della globalizzazione, delle «guerre preventive» e del terrorismo alla Bin Laden, l´unica leva per scardinare il nefasto intreccio sia il pacifismo: «Scegliamo la non violenza per necessità». Una riflessione innescata dai fatti di Genova, garantisce. Non una scoperta dell´ultima ora, ma la conclusione di un percorso tormentato.
E dunque sguardo puntato verso il variegato universo pacifista, con le sue costellazioni di pianeti cattolici e ambientalisti, i più prossimi alla nuova strategia di Bertinotti. Pazienza se qualcuno storce il naso, come Luca Casarini e le sue tute bianche. Pazienza, se fra i no-global c´è anche il Francesco Caruso che, sull´Iraq, minaccia ceffoni al Piero Fassino.
Lontano dal palco, Fausto Bertinotti fa sapere di mirare ad un mondo «che in genere non si affaccia alla politica, come i giovani». Nessuna malizia elettoralistica, nessuna tentazione di approfittare del disagio diessino e della Margherita, i concorrenti ulivisti investiti dall´onda d´urto del dopoguerra iracheno? «Se l´intento fosse quello, sarebbe mal riposto. Il nostro è un incontro fra discorsi diversi, un incontro dal carattere disinteressato». In ogni caso, promette, questa Rifondazione che appare sempre più Rifondazione e sempre meno comunista, vuol praticare una non violenza che non sia «valore assoluto e nemmeno cattedra». Nel senso che non ha l´ambizione di dare patenti di bontà o di malvagità a nessuno.
La condanna del terrorismo è inappellabile, resta che, nel mondo di Bertinotti, c´è violenza e violenza, perché deve essere chiaro come sacrosanto rimanga il «diritto alla resistenza contro l´oppressione», anche se «non è obbligatorio strangolare il re». Fuor di dogma, se l´Intifada dei palestinesi è legittima, inaccettabili sono i bombaroli di Hamas, se gli zapatisti hanno diritto di cittadinanza, nessuna comprensione per una resistenza irachena che spara nel mucchio. E si compiace, Bertinotti, quando, tirando le somme, parla di «piccolo ma significativo evento», impreziosito dal «non aver parlato di Berlusconi per ben due giorni». Che poi tutto si sia realizzato «in un ex manicomio è buon esempio anche del nostro stato», sorride Fausto Bertinotti, chiamando il sorriso della sua platea.

domenica 29 febbraio 2004

Marco Bellocchio

La Repubblica 29.2.04
NASTRI D'ARGENTO
8 nomination per Giordana, Virzì e Bellocchio


ROMA - Con otto nomination a testa i film di Bellocchio (Buongiorno, notte), Marco Tullio Giordana (La meglio gioventù) e Virzì (Caterina va in città) hanno fatto l´en plein nelle candidature del Nastri d´argento 2004. Sono inseguiti da Cantando dietro i paraventi di Olmi (7 candidature) e da Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco e Perduto amor di Franco Battiato (5 ciascuno). La cerimonia si svolgerà al Teatro Antico di Taormina, al TaorminaBnlFilmfestival, il 19 giugno.

psichiatria darwiniana?

Il Sole 24 ore Domenicale 29.2.04
L'approccio evoluzionistico alle malattie mentali, un antidoto ai dogmatismi del legislatore
La depressione? Curiamola con Darwin
di Gilberto Corbellini


Una persona su quattro sul pianeta viene colpita in qualche momento della vita da un disturbo psichiatrico o neurologico. Le stime dell'Oms dicono che oltre mezzo miliardo di persone soffre di disturbi mentali o neurologici, e prevedono che nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di disabilità a livello mondiale (al primo posto ci saranno le malattie cardiovascolari). Gli Stati Uniti valutano in 148 miliardi di dollari all'anno il costo economico dei disturbi neurologici e psichiatrici. Insomma, le malattie mentali sono un'emergenza sanitaria. E forse ne è prova il fatto che sono già argomenti di abuso giornalistico.
Per affrontare l'emergenza "depressione" nei giorni scorsi è stato anche presentato alla Camera un disegno di legge sulle «malattie psichiche». A parte la stima d italiani depressi, che non si capisce su quali basi clinico epidemiologiche sia stata fatta e che induce all'amara considerazione che da popolo di «eroi, poeti e navigatori» ci staremmo riducendo a un popolo di depressi, dalla lettura dei testo e dai commenti di alcuni autorevoli psichiatri sembrerebbe che la psichiatria abbia in pratica raggiunto una comprensione dell'eziopatogenesi e della clinica delle malattie mentali paragonabile a quella delle malattie infettive. Il che non è vero. È quindi auspicabile che si metta bene in chiaro che non si vuole medicalizzare anche ogni forma di difficoltà personale o comportamentale, più o meno clinicamente riconoscibile e spesso del tutto naturale. E che in ogni caso, l'azione medica dovrà mirare a un potenziamento dell'autonomia decisionale delle persone, non a inventare nell'interesse della "collettività" fittizi e pericolosi criteri prescrittivi per un «accertamento sanitario obbligatorio».
Speriamo anche che la psichiatria migliori rapidamente il proprio statuto scientifico, avvalendosi delle tanto attese ricadute della ricerca molecolare e delle tecnologie del brain imaging. Oggi gli psichiatri dispongono di trattamenti farmacologici che danno buoni risultati in una significativa percentuale di casi, ma di fatto mancano di criteri diagnostici validamente fondati. In un fascicolo di «Science» dell'ottobre scorso questa attesa viene analizzata per quanto riguarda ad esempio una possibile radicale revisione dei Dsm (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il testo clinico di riferimento mondiale. Finora il suo successo è dipeso dalla scelta di definire le malattie attraverso un elenco di sintomi che consentono di applicare una particolare etichetta diagnostica al paziente quando questi presenta un numero sufficiente dei manifestazioni associate alla malattia. Ovvero dalla decisione presa due decenni fa (Dsm-III) di evitare ogni riferimento a ipotetici meccanismi causali della malattia, che allora non avrebbe trovato d'accordo due psichiatri. Una parte degli psichiatri statunitensi ritiene sia venuto il momento di introdurre criteri genetici, neuro biologici, comportamentali e terapeutici per migliorare l'efficacia diagnostica.
Dato il contesto, il libro di McGuire e Troisi disponibile in edizione italiana a cinque anni dalla pubblicazione di quella inglese, si propone come una della novità e degli stimoli culturali più importanti per la psichiatria da diversi decenni a questa parte. Non è un testo facile. Ma è ben scritto e argomentato, nonché straordinariamente ricco e originale a livello teorico. Con spunti interessanti anche sul piano clinico. Se una critica viene da muovergli, a scopo dialettico, è che risulta un po' troppo condizionato da un'impostazione etologica. Se questo da una parte lo salva dalle banalizzazioni di certa psicologia evoluzionistica e di certi ideologismi riduzionistici, dall'altra riduce la capacità di cogliere negli sviluppi di alcuni approcci neuroscientifici delle importanti corrispondenze con la fenomenologia comportamentale colta all'interno della cornice darwiniana.
Gli autori propongono una complesso quadro teorico che pone attenzione ai meccanismi psicologici, all'analisi funzionale, alle emozioni e al ruolo della comunicazione e del riconoscimento. Quadro puristicamente ricco e in grado di fornire spiegazioni plausibili dei disturbi mentali a livelli multipli e complementari. I modelli di comportamento normale e anormale vengono elaborati a partire da concetti presi non solo dalla teoria draconiana dell'evoluzione ma anche dall'etologia cognitiva e dalle scienze della comunicazione. Per mostrare come l'approccio evoluzionistico fornisca le basi per comprendere il comportamento quotidiano e molti aspetti dei disturbi mentali.
La grande utilità di un approccio darwiniano alla malattia mentale sta nel richiamare l'attenzione degli psichiatri sulla variabilità individuale dei tratti comportamentali, non solo quelli normali ma anche quelli cosiddetti patologici. Ovvero a metterli in guardia circa il fatto che l'unico criterio valido per distinguere trai salute e malattia mentale implica una valutazione della funzionalità di una particolare strategia comportarnentale rispetto a un contesto. Nel giudicare le capacità funzionali non si può quindi non tener conto dell'ambiente in cui l'individuo vive. Sofferenza, devianza dalla norma statistica e lesione fisica sono correlati frequenti delle malattie mentali ma, in assenza di conseguenze "disfunzionali", nessuno di questi criteri è sufficiente per considerare una condizione psicologica o comportamentale come una malattia psichiatrica.
Una corretta applicazione dell'evoluzionismo in psichiatria, come in ogni altro settore della medicina, non porta alla conclusione che l'intervento terapeutico deve limitarsi alle condizioni che mettono a rischio l'adattamento biologico. Lo scopo principale della medicina è alleviare le sofferenze individuali. Ma per riuscire bene in questo obiettivo, bisogna avere ben presente come le pressioni selettive che hanno agito nel corso della filogenesi hanno plasmato la nostra fisiologia organica dal livello biochimico a quello comportamentale. Ansia, depressione, disturbi della personalità non sono entità cliniche associabili a cause immediate specifiche, né sono tratti necessariamente svantaggiosi in quanto hanno verosimilmente anche delle cause remote (evolutive). Ne consegue che si possono anche fare dei danni se si pretende di definire un disturbo mentale credendo di disporre di una legge patologica per discriminare tra una terapia giusta e una sbagliata. in tal senso, sarebbe auspicabile che gli psichiatri e gli psicologi familiarizzassero con il pensiero darwiniano, che suggerisce cautela e pragmatismo nella scelta delle strategie terapeutiche. Ma soprattutto rilancia su basi concettuali nuove e del tutto plausibili la riflessione teorica, e quindi anche la ricerca psichiatrica.

Michael T. McGuire e Alfonso Troisi, «Psichiatria darwiniana», Giovanni Fioriti Editore, Roma 2003, pagg. 424, euro 32,00

vendette

La Stampa Tuttolibri 28.2.04
MILLENNI DI FAIDE PIU’ O MENO FAMOSE, DA ACHILLE ALLE DEE OFFESE DI OVIDIO, DA MEDEA A BUSH CHE SI SENTE AGAMENNONE, SINO AI FILM DI TARANTINO
di Bruno Ventavoli


PER qualcuno è un piatto freddo. Per altri un diluvio di torride efferatezze. Per Antonio Fichera la straordinaria occasione di spulciare la più antica e tenace delle passioni umane. Architetto di formazione, con eroica pazienza, ha compilato una "Breve storia della vendetta" (Castelvecchi, pp. 360, euro 18) che attinge al mito, alla letteratura, al cinema. Un libro sorprendente e gustoso, dove millenni di faide, più o meno famose, si intrecciano con un imponente apparato di suggerimenti bibliografici per costruirsi infiniti percorsi paralleli nel labirinto della furia umana. All'inizio dei tempi, in Egitto, c'era il giusto Osiris, dio della natura. Il fratello malvagio Seth lo uccise con l'inganno e disseminò il corpo smembrato in 14 luoghi lontani. Isis, moglie fedele, riuscì a ricomporre il marito e, infondendogli un non meglio definito soffio vitale, generò Horus. Il piccolo ebbe naturalmente un'infanzia difficile, ricercato dai nemici. Ma l’odio dei cattivi lo corroborò, crebbe forte, intelligente, giusto, con lo scopo di vendicare il torto subito dai genitori. Naturalmente ci riuscì. Prima evirò l'odiato avversario, poi infierì. E divenne il primo faraone d'Egitto, legittimando il suo regno con la sacrosanta vendetta.
Dopo la macabra impresa dell'egizio il catalogo è infinito. Achille offeso che cerca risarcimento per la schiava Briseide, il sovrano delle Mille e una notte che uccide le donne per dimenticare il tradimento della prima moglie finché non si lascia sedurre dai racconti di Sharazad, lo sdegno di Rosemunda costretta a brindare col teschio del padre. Vendette che servono a costruire imperi, come quello dei romani, che infierivano sui vinti consci che nulla è più dolce del supplizio inflitto a quelli che temevi. Vendette giustificate con le leggi di Dio, dai taglioni biblici a quelli islamici a quelli del Kanun albanese. Vendette disciplinate degli orientali, dagli eroi del Mahabarata ai samurai del Giappone. Le vendette cruente e disperate della mitologia nordica, quelle terragne del Decamerone, quelle intricate delle corti rinascimentali, quelle spietate dei papi contro i papi o contro gli eretici attraverso l'Inquisizione, quelle degli artisti contro i maestri, le accademie, i rivali. Vendette di dei, guerrieri, borghesi piccoli piccoli, incompresi, emarginati, sfortunati, scienziati pazzi, segretarie, poliziotti, deputati, dandy, madri, cavalieri, innamorati. Ripicche, punizioni, nemesi, rappresaglie, ritorsioni, beffe, duelli, massacri. Dall'alba dell'umanità l’arte della vendetta si è tramandata di padre in figlio come la ricetta del pane. In un’eterna, vana, lotta tra la perseveranza della memoria e la levità dell’oblio. La vendetta ha molte anime, molti scopi, molte giustificazioni. Ed è anche molto femmina. Gli esseri soprannaturali più furiosi e vendicativi erano, non a caso, le Erinni. Ovidio, con le sue Metamorfosi, ci ricorda che 13 delle 16 vendette più celebri dell’Olimpo furono compiute da dee offese. Senza dimenticare personaggi come Fedra, Ecuba, Medea, che per determinazione, crudeltà, freddezza, farebbero impallidire qualsiasi Charles Bronson Giustiziere della notte. Oltre che regalare piacere, pace, soddisfazione, la vendetta è anche bella. Per questo l'arte pullula di vendicatori. Dall'Odissea a Zorro, dai corsari di Salgari a Nicole Kidman in Dogville, dai vampiri ai fantasmi, dai maledetti del noir all’opera lirica, dai manga al western. Senza offese, senza eroi bramosi di soddisfazione, la letteratura sarebbe più povera. A dimostrare che tutti sono un po' rancorosi e vendicativi nonostante le apparenze, c'è l'illuminato Voltaire. Scrisse il trattato sulla tolleranza, ma aveva un caratteraccio tutt'altro che votato al perdono. Spesso si prendeva soddisfazioni con chi l'aveva offeso o avversato. e quando nel Dizionario filosofico scrisse la voce ebrei sparse veleno, non dimenticando che un farabutto banchiere giudeo l'aveva truffato. Anche la storia della politica, delle idee, ha un fondamento livoroso. E, per gli appassionati dietrologi, c'è un fertile filone di studi sui rivolgimenti sociali nutriti di spirito di rivalsa. Forse non dispiacerà al nostro presidente del Consiglio scoprire che uno dei più vendicativi rivoluzionari della storia fu Lenin. Da giovincello, gli uccisero un fratello cospiratore. Lui, furibondo, urlò "Me la pagheranno". Chi? chiesero gli amici. "Vedrete, vedrete, me la pagheranno". La promessa fu mantenuta. Ancora più sordido pare fosse il barbuto Marx, c'è chi sostiene che il suo comunismo fosse una folle, ambiziosa vendetta, addirittura contro Dio. La vendetta è certamente una forma primordiale di giustizia, un’azione giusta e necessaria per ristabilire un equilibrio perduto, un onore offeso, una pace sociale infranta. Nei codici antichi, nella cavalleria feudale, nelle regole dei samurai, nei sistemi giuridici delle società tribali, è una vera e propria forma di giurisprudenza. E secondo l’autore costituisce addirittura - forse con qualche eccessiva leggerezza ermeneutica - un modello per la legalità moderna. Poi la ribellione contro un’ingiustizia, che ha carattere personale, viene superata nella modernità dalla legge impersonale, amministrata dallo Stato, che diventa il garante della giustizia e il pompiere, quando può, dei nefasti furori individuali. Naturalmente il bisogno primordiale di ripicca non è stato annullato. È semplicemente passato altrove. Ha trovato una casa accogliente nell’arte, nella pittura, nella letteratura, soprattutto nel cinema, come motore di storie e di passioni. Diventando, paradossalmente, un nuovo modello di riferimento e di comportamento individuale. La furia di Brunilde è fascinosa. Le stragi trasversali della mafia molto meno. Nell’arte, come pensava Aristotele, la vendetta purifica lo spettatore. Nella realtà suscita piuttosto orrore, dolore. La “vendetta”, pur avendo accompagnato la storia dell’uomo, e pur possedendo un indubbia energia narrativa, è sicuramente un sentimento nefasto che la modernità ha cercato giustamente di estirpare. Pensavamo di avercela fatta. Credevamo che la lucidità di Kant e l’illusione di una pace perpetua fossero a portata di mano. Ma non è così. Lo spirito di vendetta primordiale è ritornato, travestito, nella modernità. Parole come giusta punizione, rappresaglia, ritorsione, sono di nuovo legittimate. Nell’amministrazione della giustizia, nelle private vendette personali della giungla metropolitana, nel codice di comportamento degli Stati, sembrano tornate le Erinni. Bush si sente come un Agamennone offeso, e rivendica il diritto alla guerra preventiva. Verso i terroristi che hanno commesso crimini orribili si giustifica la sospensione dei diritti umani. E così via, il mondo moderno, somiglia spesso a un noioso clone di Kill Bill, il film di Tarantino con Uma Thurman spietata vendicatrice. Leggere la Breve storia della vendetta è affascinante e mostruoso. L’arte ci consegna la memoria di una estenuante mattanza. Ognuno con le proprie motivazioni, più o meno giuste, ha sparso sangue. Ma è proprio così bello dare libero corso al rancore? Non possiamo davvero liberarci dal «piacere dell’odio» come sosteneva il brillante William Hazlitt a fine ‘700? Molti hanno predicato che la forma di vendetta più raffinata è il perdono. Non alzare la spada e offrire l’altra guancia può essere più bello che squartare il nemico, come nell’ultimo film di Olmi, Cantando dietro i paraventi. E così, nella vita dell’umanità e nella letteratura germinano numerose anche le storie di faide che raggiungono il culmine nella conciliazione. Se questi messaggini di fede e speranza possono aver perso fascino nella modernità muscolare e virilista, non bisogna dimenticare un dettaglio, molto pragmatico. Vendicarsi è sublime, ma anche faticosissimo. Per ottenere soddisfazione occorrono tempi lunghissimi, energie immense. Chissà se i grandi vendicatori del mito e della letteratura, una volta raggiunto l’obiettivo, si sono compiaciuti. Chissà? Forse nel silenzio della propria solitudine, al cospetto dell’eterno ritorno della violenza, hanno modestamente pensato che non ne valeva la pena. Il perdono sarebbe stato più semplice, più veloce, più gioioso. La vita è così breve per sprecarla con la determinazione di vendetta.

non violenza e storia del marxismo

Corriere della Sera 29.2.04
Convegno del Prc a Venezia
Bertinotti e la non violenza: rivisitare criticamente il ’900 e rivedere le tesi dei marxismi
Revelli critica Trotzky, ma salva la Luxemburg Assenti Casarini e Agnoletto, che sarà candidato
di Gianna Fregonara


VENEZIA - Dice Fausto Bertinotti che non è un’operazione elettoralistica, che il salto dal marxismo ai no global - passando per Gandhi e Marcos - si può fare. Certo la svolta richiede tempo e, una volta proclamata la scelta strategica del rifiuto della forza, bisogna sforzarsi «di cercarne le tracce nella storia delle Resistenze, perché effettivamente - spiega il segretario di Rifondazione - nel marxismo la teorizzazione della non violenza proprio non c’è». Se non è un addio alle origini, è certamente un invito a scavare nel passato, a interpretare, anche a costo di una «revisione della teoria politica dei marxismi e di una rivisitazione critica del ’900».
Parole pesanti, nella due giorni di studio a Venezia, sullo sfondo della prossima campagna per le Europee, con il timore che l’opzione non violenta non sia capita da chi è attaccato all’identità politica di Rifondazione e non ama l’idea del partito della sinistra europea in cui Bertinotti ha impegnato le forze. Al dibattito non c’è Casarini, che polemicamente rifiuta la scelta bertinottiana, e non c’è neppure Vittorio Agnoletto che a giugno sarà in lista con Rifondazione.
Finora Bertinotti, nella sua marcia di rinnovamento, aveva rifiutato lo stalinismo salvando tutto il resto, cercato di puntare l’attenzione più sulla Rifondazione che sull’aggettivo che l’accompagna (il titolo dell’ultimo congresso recitava «Rifondazione, rifondazione, rifondazione» i militanti ci hanno aggiunto a mano «comunista, comunista, comunista»). Ieri si parlava del marxismo in generale o, per dirla con Bertinotti, dei «marxismi»: la relazione teorica della giornata è stata affidata a Marco Revelli, che ha impietosamente tracciato la strada che porta dal fallimento del modello rivoluzionario marxista alla non violenza. Ha spiegato che «sulla Russia del suo tempo Marx la pensava come oggi Rumsfeld sull’Iraq» non ha lesinato critiche a Trotzky (la minoranza del partito non ha approvato): si salva l’icona di Rosa Luxemburg. Nel dibattito c’è chi contesta il partito gerarchico, chi il leninismo. Un giovane militante prende la parola per dire che «tutto questo discutere su Stalin e Lenin non mi appassiona».

sabato 28 febbraio 2004

La cultura dell'Asia non è affatto quella che l'Occidente ha voluto descrivere

La Repubblica 28.2.04
L'OCCIDENTE CHE NON PENSA
Il Nobel indiano contesta che i valori liberali siano solo di una parte del mondo
Anticipiamo parte di un saggio dell'economista contenuto ne "Il sonno della ragione"
"La possibilità di ragionare è una forte risorsa di speranza anche per il ruolo che ha nello sviluppo dell´immaginazione"
di AMARTYA SEN


Yeats scrisse ai margini de La genealogia delle morali: «Ma perché Nietzsche pensa che la notte non ha stelle, nient´altro che pipistrelli e gufi e la luna insana?». Nietzsche espresse il suo scetticismo sull´umanità e presentò la sua visione inquietante del futuro appena prima dell´inizio del secolo scorso: morì infatti nel 1900. Gli eventi che seguirono, inclusi le guerre mondiali, l´olocausto, i genocidi e tutte le altre atrocità che accaddero con sistematica brutalità, ci portano a credere che forse la visione scettica di Nietzsche sia stata quella giusta.
La possibilità di ragionare è una forte risorsa di speranza e affidabilità in un mondo sempre più oscurato da accadimenti orribili. La questione centrale qui non è tanto capire quanto distinte società possano essere dissimili, ma che abilità e opportunità i membri di una società hanno - o possono sviluppare - per apprezzare e comprendere il modo in cui altre culture funzionano. Tale meccanismo può ovviamente non essere un modo immediato per risolvere i conflitti. Ciononostante, la speranza è che dedicarsi razionalmente alla comprensione e alla conoscenza possa probabilmente aiutare a superare il conflitto.
Il problema che va affrontato qui è se questi esercizi di ragionamento possano richiedere dei valori che non sono rintracciabili in certe culture. Questo è il passaggio in cui diviene centrale il problema del "limite culturale". Recenti posizioni, ad esempio, supportano l´idea che alle civiltà non-occidentali manchi tipicamente una tradizione di pensiero analitica e scettica e che per questo motivo esse sono distanti da ciò che viene qualche volta chiamata la "razionalità occidentale". Commenti simili sono stati fatti sul "liberalismo occidentale", "l´idea occidentale di diritto e giustizia", e generalmente riguardo ai valori occidentali. In effetti, vi sono molti sostenitori della tesi (argomentata da Gertrude Himmelfarb con chiarezza ammirevole) che «l´idea di giustizia, diritto, ragione e amore per l´umanità siano rintracciabili prevalentemente se non unicamente nei valori occidentali» .
Queste e altre credenze simili traspaiono implicitamente in diverse discussioni, anche quando gli interlocutori rifuggono dal prendere una posizione chiara in materia. Se il ragionamento e i valori che possono aiutarci a coltivare l´immaginazione, il rispetto e la compassione necessari per comprendere meglio e apprezzare chi è diverso da noi fossero davvero fondamentalmente retaggio dell´Occidente, ci sarebbe di che essere pessimisti. Ma siamo sicuri che sia così?
In effetti, è molto difficile investigare tali questioni senza accorgersi del dominio della cultura occidentale contemporanea nelle nostre percezioni e nelle letture sull´argomento. La forza di tale dominio è ben esemplificata dalla recente celebrazione del nuovo millennio. L´intero pianeta è stato stravolto dalla fine del millennio gregoriano come se questo fosse l´unico autentico calendario del mondo, a dispetto del fatto che ne esistono molti altri nel mondo non-occidentale (Cina, India, Iran, Egitto e altrove) che oltre ad essere felicemente utilizzati sono anche di gran lunga più antichi di quello gregoriano. E´ però certamente molto utile che per gli scambi culturali, tecnici e commerciali nel mondo si possa utilizzare un calendario comune. Ma se questo utilizzo diventa una tacita assunzione del fatto che il Gregoriano sia l´unico calendario utilizzabile, ecco che si può dare adito a un malinteso pericoloso.
Si pensi, ad esempio, all´idea di "libertà individuale", che è spesso attribuita integralmente al "liberalismo occidentale". L´Europa moderna e l´America, incluso l´Illuminismo europeo, hanno avuto certamente una parte decisiva nell´evoluzione del concetto di libertà e delle diverse altre forme che essa ha assunto nel tempo. Tuttavia, queste idee si sono diffuse da un paese all´altro, sia in Occidente che in altri paesi, in maniera per certi versi simile alla diffusione dell´organizzazione industriale e delle tecnologie moderne.
Concepire le idee liberali come "occidentali" in questo senso limitativo e approssimativo non facilita certo la possibilità che esse vengano adottate in altre regioni: abbracciare l´idea che vi sia qualcosa di "quintessenzialmente" occidentale in questi valori può avere degli effetti negativi nel loro uso in regioni che occidentali non sono. E´ giusta dunque la tesi secondo la quale la libertà individuale è tipicamente occidentale? L´evidenza per tale tesi, sintetizzata dalle parole di Samuel Huntington «l´Occidente è stato Occidente molto prima che diventasse moderno», è lungi dall´essere chiara. E´ senza dubbio facile rintracciare esempi a difesa della libertà individuale nella letteratura classica occidentale. Per esempio, libertà e tolleranza ricevono entrambe sostegno da Aristotele (anche se solo per uomini liberi, non per le donne, né per gli schiavi). Ciò nondimeno però, possiamo trovare parimenti esempi di tolleranza e di libertà in autori non-occidentali. Un buon esempio è l´imperatore Ashoka in India, che nel III a.C. tappezzò il paese di iscrizioni su tavolette di pietra sulla buona condotta e sulla saggezza di governo, incluso un richiamo alla libertà basilare per tutti i sudditi (comprese donne e schiavi); egli insistette persino che tali principi dovessero essere goduti anche dagli "uomini delle foreste", ovvero coloro che vivevano nelle comunità pre-agricole distanti dalle città indiane.
Esistono, sicuramente, altri autori classici indiani che enfatizzano la disciplina e altri concetti piuttosto che la tolleranza e la libertà, per esempio Kautilya nel IV d.C. (nel suo libro Arthashastra ? traducibile come Sulle scienze economiche). Ma gli scrittori classici occidentali, come Platone e Sant´Agostino, diedero anche priorità alle discipline sociali. Può essere rischioso, quando entrano in gioco libertà e tolleranza, associare Aristotele e Ashoka da una parte e Platone, Agostino e Kautilya dall´altra. Tali classificazioni, operate in base al significato delle idee, sono radicalmente differenti da quelle basate sulla cultura o sulla religione.
Una delle conseguenze del dominio della cultura occidentale nel mondo è che spesso altre culture e tradizioni vengono identificate e definite per contrasto con la cultura occidentale contemporanea. Diverse culture vengono così interpretate in una maniera che sembra rinforzare la convinzione politica che la civiltà occidentale sia in qualche maniera la principale, forse l´unica, risorsa di idee razionalistiche e liberali (tra queste, lo scrutinio analitico, il dibattito aperto, la tolleranza politica e l´accettazione di opinioni diverse). L´Occidente, in effetti, è visto come l´area che ha esclusivo accesso ai valori che stanno alla base della razionalità e del pensiero, della scienza e della verificabilità, della libertà e della tolleranza, e certamente del diritto e della giustizia. Una volta radicata, questa visione dell´Occidente - confrontata con le altre - tende a giustificare se stessa. Dal momento che ogni civiltà contiene diversi elementi, una cultura non-occidentale può allora essere caratterizzata in base a quelle tendenze ritenute più distanti dai valori e le tradizioni occidentali. Questi elementi selezionati tendono così a essere considerati più "autentici" o più "genuinamente endogeni" rispetto ad altri relativamente simili a quelli che si possono rintracciare in occidente.
Per esempio, la letteratura religiosa indiana come i testi BhagavadGita o il Tantra, che sono visti come diversi rispetto ai testi tradizionali occidentali, suscitano molto più interesse in Occidente che altri testi indiani, come la lunga storia dell´eterodossia indiana. Il Sanscrito e il Pali hanno una letteratura agnostica e ateistica più vasta di qualunque altra tradizione classica. C´è però in Occidente un disinteresse per la letteratura indiana non religiosa: dalla matematica, l´epistemologia, le scienze naturali all´economia e la linguistica (l´eccezione, io penso, è il Kamasutra, per il quale gli occidentali sono riusciti a coltivare un interesse). Attraverso questa enfasi selettiva che mette in luce le differenze con l´occidente, le altre civiltà possono in questo modo essere definite in termini alieni, siano essi esotici e affascinanti, o anche bizzarri e terrificanti, o semplicemente strani e stimolanti. Quando comunque l´identità viene definita "per contrasto", la divergenza dall´Occidente diventa più forte.
Si prenda, ad esempio, il caso dei "valori asiatici", spesso messi in contrapposizione con quelli occidentali. Dal momento che diversi sistemi valoriali e diversi stili di pensiero sono fioriti in Asia, è possibile caratterizzare i valori indiani in maniere molto diverse, ciascuno con una vasta letteratura alle spalle.
La ragione ha un suo potere che non viene compromesso né dall´importanza delle psicologia istintiva né dalla presenza di una diversità culturale nel mondo. Essa ha un ruolo particolarmente importante nello sviluppo dell´immaginazione morale. E abbiamo proprio bisogno di questa immaginazione per combattere i pipistrelli e i gufi della luna insana.

la Sopsi ha detto...

La Repubblica 28.4.04
Attenti al disagio dei bimbi cambiare il futuro si può
Gli psicopatologi a convegno sui disturbi che oggi affliggono anche i più piccoli "Bisogna imparare ad osservare i comportamenti rigidi"
di ELENA DUSI


ROMA - «Da trent´anni lavoro come neuropsichiatra infantile. Ma da quattro-cinque anni ho cominciato a vedere cose che mi inquietano. Depressioni fonde che prima si manifestavano solo negli adulti, ora me le trovo di fronte in bambini di dieci anni. Psicosi, costruzioni deliranti così nette e strutturate, ad appena otto anni di età. Ragazzi che vogliono morire, eppure si stanno appena affacciando alla pubertà. La depressione sta invadendo l´adolescenza, sia come numero di casi che in termini di gravità». Le affermazioni dure di Francesco Montecchi contrastano con la sua voce calma, lo studio pieno di sole e giocattoli e un allegro papillon. Il primario di neuropsichiatria infantile è intervenuto ieri al Congresso della Società italiana di psicopatologia in corso a Roma. La colpa del male di vivere nei più giovani? Difficile dirlo. «Forse sono i grandi centri urbani» suggerisce.
Osservare i comportamenti dei più piccoli può essere utile per cogliere in tempo i segnali del loro disagio e schiacciare sul nascere gli embrioni di eventuali, future patologie. «La salute dei bambini è la chiave di quella degli adulti» sostiene Mauro Mauri dell´università di Pisa. «Alcuni comportamenti - conferma Montecchi - mettono in evidenza una situazione di rischio. Questo non vuol dire che necessariamente i bambini si ammaleranno, ma solo che stanno covando un disagio. Se riusciranno a superarlo o no dipende sia dal contesto esterno che dalle risorse individuali». Ma quali sono i segnali cui prestare attenzione? «Nei primi anni di vita - sostiene Massimo Ammaniti, professore di psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma - sono i disturbi del sonno e dell´alimentazione. Lo svezzamento è un momento difficile per tutti i bambini, ma se il rifiuto del cibo perdura nel tempo, occorre stare attenti. Il disturbo alimentare potrebbe ripresentarsi con l´adolescenza». Il sonno, sottolinea anche Montecchi, «è un indicatore per misurare la tranquillità di un bambino. E´ un momento di separazione, non sappiamo chi troveremo accanto a noi al risveglio». Difficoltà ad addormentarsi, risvegli ripetuti accompagnati da pianto inconsolabile, tendenza a dormire di giorno e non di notte possono essere indici di ansia. Quando preoccuparsi? «Quando in ansia entrano anche i genitori» suggerisce spiazzante Montecchi. Un´attenzione particolare per i bambini molto irrequieti, ma anche per quelli troppo calmi, «che tendono a farsi dimenticare, e poi magari esplodono all´improvviso». I ragazzi troppo bravi a scuola o quelli eccessivamente precisi potrebbero finire nella trappola dei disturbi alimentari (più spesso le ragazze) o di quelli ossessivo-compulsivi (i maschi). Ma il compito più difficile per un genitore è distinguere le situazioni preoccupanti da quelle destinate a risolversi da sole. Montecchi suggerisce una regola: «Quando un comportamento è rigido, ripetitivo e slegato da una situazione contingente, non è decifrabile da parte dell´adulto e disturba la vita del bambino, allora è il caso di preoccuparsi. Quando invece i sintomi accompagnano un momento di crescita e si possono spiegare con una situazione di sofferenza allora probabilmente il disagio passerà».


Spariscono i desideri domina la sofferenza

Molto più di un cattivo umore: la depressione è la perdita del piacere di vivere. I suoi sintomi sono persistenti e invalidanti. La malattia spazza via ogni desiderio e forma di piacere, incluso quello sessuale. Provoca spesso insonnia, irritabilità e disturbi dell´appetito. A volte il dolore psichico si maschera dietro a un dolore fisico. Spiegazione plausibile: nei depressi i neurotrasmettitori noradrenalina e serotonina sono ridotti. Questo provoca un abbassamento della soglia del dolore. Gli esperti riuniti a Roma stimano che fra i primi sintomi e la diagnosi intercorrano in media otto anni.

Prigionieri dei luoghi senza chances di fuga

Il panico (disturbi da attacchi di panico: Dap) è una malattia in aumento, soprattutto tra i giovani. Interessa il 4% degli italiani (3 donne per ogni uomo) e, spiega Roberto Brugnoli della Sapienza di Roma, «colpisce all´improvviso, mentre si è al cinema, nel traffico o al supermercato». Un attacco di panico dura pochissimi minuti, ma è accompagnato da sensazioni terribili, come quella di soffocare o di impazzire. «Le crisi - prosegue Brugnoli - possono essere scatenate da ambienti dove mancano vie di fuga immediate, tanto che negli Usa il Dap è definito sindrome da supermarket».

Anche la dolce morte deve essere regolata

«L´eutanasia è un problema collettivo e il legislatore deve prenderne atto» affermano gli psichiatri riuniti a Roma. Paolo Pancheri, presidente del congresso Sopsi, sostiene che l´eutanasia «va depenalizzata e, naturalmente, regolamentata». Anche perché, sottolinea Roberto Brugnoli della Sapienza, «il sommerso sta assumendo dimensioni preoccupanti». Secondo una ricerca presentata al congresso di Roma il 78,6 per cento degli italiani vorrebbe avere la possibilità di scegliere l´eutanasia in caso di malattia allo stato terminale.

Tante idee ricorrenti scacciano la ragione

Idee ricorrenti, impossibili da cacciare via, che si traducono in comportamenti irrazionali e reiterati. Il disturbo ossessivo-compulsivo può consistere nel controllare decine di volte che il gas sia chiuso o la porta di casa non sia stata forzata. L´individuo che ne soffre sa bene che le sue preoccupazioni sono superflue. Tuttavia non può fare a meno di verificare una volta di più, perché il dubbio ha la meglio su ogni ragionevolezza. «Questo disturbo - spiega Massimo Biondi, docente di psichiatria alla Sapienza di Roma - è legato a un´insufficienza del neurotrasmettitore serotonina».

1 ora al giorno
GELOSIA
La gelosia è patologica se si pensa al tradimento con molta sofferenza per più di 1 ora al giorno

1/3 degli adolescenti
SINDROME DI LINUS
Un terzo dei ragazzi soffrono della timidezza patologica che porta a rinchiudersi in casa

10% degi Italiani
LA BIPOLARITA'
È la sindrome che colpisce il 10% degli italiani: va dall'euforia alla malinconia...

10% degli italiani
DISTURBI SESSUALI
Tra i disturbi in aumento per il 10% degli italiani: impotenza e eiaculazione precoce, anorgasmia

10% delle donne in gravidanza
DEPRESSIONE
Una donna su dieci in gravidanza è depressa e la metà dei figli può soffrirne da subito

30% dei bambini
NO ALLA PAPPA
Il rifiuto della pappa è una sindrome che può colpire il 30% dei figli di madri troppo ansiose

IL 17% DEGLI ITALIANI soffrono di depressione

IL 50% DEI DEPRESSI non riceve cure adeguate

IL 5% DEGLI ITALIANI soffrono di depressione grave

IL 4% DEGLI ITALIANI soffrono di attacchi di panico

IL 70% DEI PAZIENTI soffrono di dolore al torace durante l'attacco

IL 4% di chi soffre di attacchi di panico arriva dallo specialista

IL 78,6 è d'accordo con la possibilità di eutanasia in caso di malattie terminali

IL 37% ritiene necessaria una legge sull'eutanasia

IL 56% delle donne è favorevole all'eutanasia

IL 5% delle ragazze tra i 13 e i 18 anni soffrono di "sindrome da abbuffata"

15% l'incidenza complessiva dei disturbi ossessivo-compusivi. I disturbi ossessivo-compusivi colpiscono a tutte le età

venerdì 27 febbraio 2004


a proposito delle scelte culturali di Repubblica:

oggi venerdì 27.2.04, si può leggere sul giornale un articolo di Umberto Galimberti dal titolo
"IL CONFINE FRA NOI E L´ANIMALE schizofrenia e normalità"
chi volesse vederlo può richiederlo a questo indirizzo; lo riceverà per e-mail

la chiesa cattolica recluta gli psichiatri per battere il maligno

L'Adige 27.2.04
Tra psichiatri ed esorcisti sdemonizziamo il mondo
psichiatria e religione
Il ritorno del diavolo
di SERGIO ARTINI


La notizia è recente (e se ne parlerà stasera a «Enigma», alle 21, su Raitre) e segnala il rilevante interesse della società odierna per i fenomeni demoniaci: a Genova il cardinale Tarcisio Bertone ha istituito una commissione mista, composta da sacerdoti, psichiatri e psicologi, incaricata di valutare per certi pazienti, con manifestazioni "malefiche" ritenute inspiegabili scientificamente e attribuibili a possessione diabolica, l´opportunità di ricorrere ad un esorcista.
Di esorcisti in Italia ne esistono circa 300 e sono tutti sacerdoti espressamente nominati dai vescovi.
Da un punto di vista empirico la collaborazione tra esorcisti e psichiatri esiste da tempo, perché la premessa, condivisa nella Chiesa Cattolica, è che prima dell´affidamento al "Rito dell´esorcismo" risulta indispensabile inquadrare clinicamente il paziente e studiare se la sua patologia possa essere spiegabile e curabile nell´ambito degli interventi psicologici, psichiatrici e farmacologici. Dai tempi oscuri del trattamento delle malattie mentali, che venivano considerate castighi di Dio o del demonio, si è passati ad uno stadio razionale e di medicalizzazione del problema. D´altro canto risulta sempre suggestivo per la mentalità popolare immaginare forze oscure dall´aldilà che giustifichino le manifestazioni della malattia mentale.
Eppure, nella nostra civiltà occidentale, che vive una fase scientifica e tecnologica, si segnala la diffusione dei fenomeni di satanismo (riti neri, sette sataniche, pratiche demoniache) e del ricorso ai maghi e all´occultismo deviante. Il demoniaco, spesso nelle manifestazioni dell´horror, viene enfa tizzato dai media e cavalcato proficuamente dalla cinematografia di tutto il mondo: dove le soluzioni pseudoscientifiche correlate non cambiano questo senso di regressione ad una concezione magica e retrograda. Anche la domanda non è in calo: gente che si ritrova alterata nell´equilibrio psico-affettivo, che si sente vittima di forze ed eventi soprannaturali o addirittura posseduta dal demonio, non si fida della medicina ufficiale ma non sa più a chi ricorrere, spesso finendo preda di plagi e di sfruttamenti. E proprio la nostra epoca, così frenetica e accelerata nei mutamenti, assiste ad una esplosione di patologie che spaziano dalle nevrosi alle psicosi maggiori.
In genere la Chiesa Cattolica, che si trova a "gestire"il soprannaturale, si muove con estrema prudenza e cautela, sia per ciò che si riferisce all´aspetto speculativo e teologico (la rivelazione e la presenza dei demoni), sia per gli interventi nel campo etico e sociale. Soprattutto si impegna a prendere le distanze dalle superstizioni, dalle pratiche magiche, da ogni occultismo e dagli eccessi mitologizzanti.
Paolo VI, in un discorso del 1972, affermava la necessità per i credenti di evitare il duplice pericolo, da una parte quello di ridurre gli angeli e i demoni a "miti" in cui si manifesterebbe una realtà esclusivamente umana, dall´altra quello di riconoscere nel Demonio un principio di male equivalente e contrapposto al Principio del Bene che è Dio, secondo quella rigida concezione dualistica manichea, tanto avversata da Sant´Agostino.
È evidente come il problema del demoniaco rimandi a quello dell´esistenza del male e del peccato, compreso il Peccato di Origine. Molte eresie sono divampate su questi temi del male, increato, creato da Dio ma non voluto, sperimentato, in forme diverse, dagli Angeli Caduti e dagli uomini.
E l´umanità dei credenti, gettata nella tragedia dell´esistenza, si è interrogata sui perché del male ontologico e morale e, volta a volta, l´ha interpretato come dovuto alla frattura primordiale tra Dio e la Natura, al peccato originale, alla Onnipotenza sacrificata a favore della libertà concessa all´uomo, alla assenza di Dio nei riguardi della Natura mentre è la Redenzione di Cristo che pone la salvezza.
In queste concezioni di ottimismo tragico "il male nasce già vinto" e non è che Dio lo voglia, lo subisce, proprio in nome della libertà per l´uomo, la onnipotenza di Dio non interviene in modo coercitivo ma permette all´uomo stesso di camminare verso la salvezza.
L´opposizione angelo (messaggero) - diavolo (avversario) attraversa la storia dell´uomo e tocca quasi tutte le esperienze religiose. Nell´Antico testamento si parla poco di diavoli. Nel Nuovo si narra di Gesù che scaccia i demoni, libera indemoniati, vince nel deserto le tentazioni di Satana e lotta sino alla fine contro il Maligno.
Anche l´uomo d´oggi si trova a giocare su questo terreno. Il demoniaco viene evocato quando siamo di fronte ad un «male che sembra trascendere la capacità meramente umana o che comunque la sa potenziare fino a farle raggiungere livelli inimmaginabili», come scrive Silvano Zucal che alla dimensione demonologica, nell´ambito della angelologia, ha dedicato ricerche esaustive.
Basti ricordare i campi di concentramento, le pulizie etniche, i genocidi, i massacri tribali, le persecuzioni e gli stermini politici. Ma anche le devianze dei singoli fanno evocare il diavolo: ecco gli squartatori di uomini, i nuovi cannibali, i seviziatori, i pervertiti, i sadici.
Il demoniaco non è mai scomparso dall´orizzonte dell´umanità - non è stato ancora vinto. Può venire visto e vissuto in modi diversi, rappresentato con i toni grotteschi, horror, perfino seducenti, pensato, via via, come persona, come assenza, come simbolo, come mito, come metafora. Nella politica come nell´arte, il male e il demoniaco continuano a venire strumentalizzati e interpretati.
Ma, paradossalmente, ciò che l´uomo crede e capisce attraverso la nozione del demoniaco, lo può fare anche senza di esso. Ed allora dovrebbe cercare proprio di sdemonizzare il male nel mondo, limitando ed emarginando le (presunte) ingerenze demoniache, il che non vuol dire tout court negare Satana, ma pensare ed agire come se non ci fosse o, meglio ancora, perché non ci sia. Ridurlo all´assenza.
In questo ci può aiutare l´avanzamento culturale, che guadagna sempre maggiori ambiti di comprensione e che, così, dovrebbe non solo correggere il gusto per il satanismo ma sradicare i compiacimenti e le pericolose sequele imitative del demoniaco.
Ben vengano, dunque, le commissioni miste e i pool di esperti a decidere sull´esorcismo: ma più che nel senso propositivo e impositivo questi dovrebbero assumere anzi tutto un ruolo adatto a sdemonizzare tutto quello che è possibile attraverso le spiegazioni scientifiche e filosofiche per poi proporre trattamenti clinici adeguati.
Se vale la scommessa pascaliana su Dio, sul demonio la scommessa deve contare al negativo. Anche se l´umanità, in un certo senso, dovrà sempre fare i conti col diavolo e l´acqua santa.
L´adolescente protagonista del film danese «Lilja 4- ever», alle prese con i quotidiani demoni dentro e fuori di lei, non manca di riferirsi poeticamente al suo angelo custode, raffigurato in quella semplice icona che porta sempre con sé, nei traslochi, nelle fughe e nei ritorni e che finisce col prender parte al suo dramma esistenziale.
Per i più esigenti ci si può sempre riferire all´Angelus Novus di Benjamin, che è sì rivolto verso le catastrofi e le rovine del passato, ma che è attratto, dentro la tempesta dal paradiso, verso il futuro. Questo enigmatico e suggestivo passo ben si adatta a spiegare quel faticoso sforzo di superamento che dovrebbe caratterizzare il progresso dell´uomo.

eutanasia

La Stampa 27 Febbraio 2004
FA DISCUTERE LA RICERCA PRESENTATA AL CONGRESSO DELLA SOCIETA’ DI PSICOPATOLOGIA
Eutanasia, otto italiani su 10 dicono sì
«Giusto aiutare a morire i malati terminali, ma non serve una legge specifica»
di
Daniela Daniele

ROMA. Due temi forti, ieri, al congresso della Società italiana di psicopatologia: amore (nella variante gelosia) e morte (nel dibattito su eutanasia).
Ha fatto scalpore una ricerca, condotta da Alessandra Sannella, della facoltà di sociologia della Sapienza di Roma, dalla quale risulta che il 78,6% degli italiani è d'accordo con la possibilità di aiutare a morire malati allo stadio terminale, ma solo il 37,1% ritiene necessaria una legge ad hoc. Lo studio si è basato su un campione di 500 individui, di età compresa tra i 26 e i 65 anni. A dire sì a eutanasia e suicidio assistito sono state soprattutto le donne (56%) e, in generale, i soggetti con un grado di istruzione superiore.
Tra i giovani, il 37% ritiene che si tratti di una scelta personale. Si è invece dichiarato «assolutamente contrario» il 35% del campione. Ma se la maggioranza degli italiani si mostra favorevole all'eutanasia, in determinate situazioni, e il 59,4% afferma che sarebbe d'accordo con questa soluzione in caso di malattia terminale di un familiare, meno della metà sente il bisogno di una legge al riguardo.
«C'è poi un altro dato interessante - ha sottolineato Alessandra Sannella -: il 20% di quelli che si dicono d'accordo con l'aborto non lo sono invece con l'eutanasia. Questo perchè entrano in gioco due diverse concezioni dell'individuo. Nel caso dell'aborto, il feto non è ancora considerato un soggetto a tutti gli effetti, mentre nell'eutanasia a essere colpito sarebbe un individuo pienamente inserito e riconosciuto nel contesto sociale». Un dato che dimostra anche, ha fatto notare la sociologa, come «il fattore religioso non sia determinante in relazione alle scelte di fine della vita».
Tuttavia, tra i contrari all'eutanasia, il 47% dice di esserlo proprio per motivi religiosi, mentre il 17% rivela che continuerebbe a sperare in un miracolo fino alla fine. Dalla ricerca emerge anche una dura critica al mondo dell'informazione: l'80% degli intervistati ritiene l'informazione dei media sull’argomento «frammentaria e poco comprensibile», tanto che «è difficile formarsi un'opinione in merito». Un ultimo dato: il 20%, una volta messo al corrente del tema della ricerca, si è rifiutato di rispondere. «Un elemento - ne ha dedotto Sannella - che indica chiaramente come l'eutanasia rappresenti ancora nella nostra società un tabù».
Altra pagina: la gelosia in amore. Un sentimento che, come spiega la psichiatra Donatella Marazziti dell'Università di Pisa, è naturale e da non demonizzare, purchè non oltrepassi i limiti. «Nel corso della storia - ha spiegato - ha rivestito una grande importanza, poichè mira alla conservazione della specie e alla stabilità della coppia: nei maschi è legata alla sicurezza della paternità e, quindi, alla certezza di provvedere a figli propri; nel sesso femminile, invece, è alla necessità di tenere legato un partner in grado di assicurare cibo e protezione alla prole».
Il problema, però, è che non sempre è facile tracciare il confine tra la gelosia normale e quella patologica, «come ad esempio il delirio di gelosia, che può portare anche ad atti cruenti». Da numerosi studi effettuati la psichiatra e la sua équipe sono arrivate a determinare un limite indicativo di soglia tra gelosia normale e patologica: 60 minuti al giorno. Se in una giornata si pensa insistentemente e con sofferenza all'eventuale tradimento da parte del partner per più di un'ora, questo deve essere considerato un campanello d'allarme.

accade in Svizzera

una segnalazione di Peppe Cancellieri

Giornale del popolo quotidiano della Svizzera italiana 27.2.04
PEDOFILIA Un’interrogazione mette in discussione lo psicologo canadese
Audizioni dei minori scontro sul metodo
«Van Gijeseghem non è adatto per tenere quel corso»


I magistrati, gli agenti di polizia, i delegati alla protezione delle vittime e tutti coloro che a vario titolo hanno a che fare con delle presunte vittime di reati sessuali, si trovano di fronte a un interrogativo: quanto la vittima o presunta tale, è credibile? Queste domande diventano ancora più angoscianti quando i denuncianti sono fanciulli. Un’audizione sbagliata raccolta in sede d’inchiesta diventa un’arma a doppio taglio in mano ai difensori degli accusati da rivolgere contro le stesse vittime. Per questa ragione ben vengano momenti di formazione specifici destinati agli inquirenti per imparare a gestire questi interrogatori. Infatti, proprio lunedì prossimo inizierà un corso suddiviso in due tranches di tre giorni l’una teso a fornire gli strumenti adeguati a magistrati, poliziotti e membri delle Unità di intervento regionali (UIR) per interrogare i minorenni vittime di reato. Tali iniziative si sono rese necessarie dopo l’entrata in vigore, il 1 ° febbraio del 2002, della nuova Legge federale sull’aiuto alle vittime. Le nuove norme federali richiedono comunque una parziale modifica del Codice di procedura penale. Modifica che sta seguendo il normale iter parlamentare. Una delle principali novità consisterà nel fatto che le giovani vittime di reati commessi da adulti non saranno più interrogate dal Magistrato dei minorenni, ma da un procuratore pubblico appositamente formato. Tutto bene, allora? Non per il deputato socialista Bill Arigoni che a proposito di questo corso di formazione ha presentato un’interrogazione parlamentare corredata da una decina di articoli di giornale. Quello che a Bill Arigoni proprio non va giù di questa iniziativa è il nome del principale relatore, il professor Hubert Van Gijseghem, psicologo canadese ed esperto di questo genere di reati. «Che si preparino tutte le persone che dovranno intervenire in caso di abuso sessuale su minore è un fatto più che importante – ci dichiara Arigoni – perché alle piccole vittime deve essere dato tutto il sostegno possibile evitando che un’audizione sbagliata finisca per compromettere le prove a carico dell’accusato durante il processo». Arigoni, nell’atto parlamentare, si chiede come mai sia stato chiamato uno psicologo da così lontano e facendo una ricerca in internet ha trovato notizie che ritiene «sconcertanti». «Van Gijseghem – sostiene Arigoni – definisce umanisti due autori che arrivano a giustificare la pedofilia e, con uno di questi, collabora. Le sue tesi sono notoriamente utilizzate nelle aule penali per screditare la credibilità dei bambini e di chiunque testimoni a loro favore». A suffragio delle sue tesi Arigoni porta una decina di articoli pubblicati negli anni scorsi molto critici nei confronti del professor Humbert Van Gijseghem. Il professore non è comunque nuovo a queste latitudini. Già in ottobre aveva tenuto una conferenza a cui avevano partecipato magistrati e poliziotti e proprio in quell’occasione fu contattato per tenere questo corso di formazione. Da tenere presente che nell’ambito di inchieste così delicate, le teorie su come procedere durante le audizioni sono molto controverse. Van Gijseghem è un sostenitore dei cosiddetti “falsi positivi”. Cioè di quei casi che apparentemente sembrano episodi di abuso sessuale, ma in realtà, nella stragrande maggioranza, non lo sono. Una tesi contraria a quella che sostiene che i casi che emergono sono solo la punta dell’iceberg. Secondo quest’ultima tesi, il numero delle giovani vittime di reati sessuali in Svizzera sarebbe superiore alle 40 mila l’anno (1.500 per il Ticino). Nell’impossibilità di contattare il procuratore generale Bruno Balestra e il tenente Orlando Gnosca della polizia giudiziaria, abbiamo parlato con il cancelliere del Ministero pubblico, Giancarlo Soldati. «Van Gijseghem, da quello che sappiamo è una persona con una notevole formazione ed esperienza. Non credo sia stato chiamato a sproposito per tenere questo corso», ci ha dichiarato. (GENE)

omosessualità

una segnalazione di Paolo Izzo

Agenzia Radicale, News del 27-02-2004
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=608
Conversazione sull'omesessualità


A Macario Principe, membro associato della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dirigente psicologo presso l’ASL Napoli 1, abbiamo posto alcune domande.

Lei fa differenza tra libertà sociale di comportarsi da omosessuale e tematica privata ed esistenziale dell’omosessualità ?

Io non ritengo che l’omosessualità vada considerata in una dimensione pubblica, ma che viceversa appartenga alla sfera delle libertà soggettive, e pertanto -nella misura in cui non entra in conflitto con le regole sociali- non vada nemmeno da considerare una sua eventuale normazione.

Da un punto di vista clinico e scientifico lei considera l’omosessualità una malattia ?

Rientra sicuramente in quella vasta problematica delle difficoltà delle “relazioni di oggetto” e più in particolare della scelta dell’oggetto sessuale. In quanto tale ritengo che l’omosessualità debba essere inquadrata clinicamente; però l’intervento terapeutico diviene opportuno unicamente quando tale scelta sessuale diventi fonte di sofferenza per il soggetto.

In un’ottica di diritto di cittadinanza va contemplata la prerogativa di matrimonio tra omosessuali?

In qualità di psicoanalista per me l’argomento non si pone; come cittadino ritengo che -tenuto fermo l’istituto della famiglia- vanno comunque individuate delle aree di garanzia alle quali queste coppie possano accedere.

Maurizio Mottola