martedì 9 marzo 2004

Hieronimus Bosch (1450 ca - 1516)

Corriere della Sera 8.3.03
BOSCH
Adamo e i suoi Arcani
di GILLO DORFLES


molte immagini di Bosch sono visibili qui


Una donna con le sue piccole gambe che fuoriescono dal collo; un pesce che trascina il Carro con stivaletti alle gambe; un grande Orecchio, trapassato da una freccia, solitario e monumentale in mezzo alla desolata pianura infernale; l’uomo-albero che ha per piedi due barche e per torace un tronco... Queste e mille altre sono le fantasmagorie che troviamo illustrate soprattutto nei tre grandi trittici: il Carro di fieno del Prado, le Tentazioni di Sant’Antonio di Lisbona, il Giardino delle delizie o Millannium del Prado.
Queste le più importanti e affascinanti opere di Jheronimus van Aeken, che si firmò sempre Hieronimus Bosch, ricavando il suo nome dal paese natale di s’Hertogenbosch, ossia il Bosco del Duca, dove appunto nacque «attorno» al 1450. Dico «attorno» perché ben poco si sa della sua vita. Nato, cresciuto, e morto nel Brabante, di Bosch si ignorano le vicende e i viaggi, ma si sa - o si suppone - che appartenesse ad una delle tante sette eretiche del tempo: quella del Libero Spirito.
Il che, almeno in parte, potrebbe spiegare il perché del suo costante far ricorso, non solo a scene e argomenti religiosi e mistici (I sette peccati capitali, L’adorazione dei Magi, Il Cristo in croce, l’Ecce homo e Le nozze di Cana, tutti appartenenti a quello che si considera il suo primo periodo); ma soprattutto a figurazioni decisamente blasfeme - almeno rispetto all’ortodossia cattolica del tempo - e oltretutto spesso invischiate nelle maglie d’una figurazione carica di simbologie insolite, di richiami alchemici, e addirittura, di un’atmosfera che non possiamo che definire onirica e surreale (non surrealista) molto lontana da quella degli artisti coevi nelle Fiandre: da Van Eyck a Van der Goes, da Memling a Cornelis Engebrecht.
Sicché persino la vena fantastica di Breughel è totalmente diversa da quella ermetica di Bosch, come del resto lo sono quelle di alcuni suoi seguaci: Met de Bles, Gilles Mostert, Franz Verbeck, per non parlare di un Gossarte o di un Patinir.
Molti studiosi - anche illuminati - si sono accaniti ad analizzare e decriptare l’opera di quest’artista tanto amato anche dagli spagnoli sotto il nome di «El Bosco». Così bisogna ricordare i lavori di von Baldass, di Tolnay, di Combe, soprattutto di Fraenger, molti dei quali si sforzarono di segnalare le analogie esistenti tra alchimia e le figurazioni del Giardino delle delizie, fra magia e sette eretiche specie là dove i simboli religiosi sono accostati a scene libidinose o a simbologie decisamente sessuali. Mentre, da parte di Combe, ad esempio, si tentò di accostare alcune delle immagini boschiane agli Arcani dei Tarocchi.
Così, ad esempio, secondo questo studioso, esiste una netta analogia fra il dipinto del Prestigiatore e il Primo Arcano (il Bagatto); mentre altre analogie si riscontrerebbero fra il Settimo Arcano e Il Carro di Fieno , il Nono Arcano e L’eremita , il Ventesimo e Il Giudizio finale mentre un’analogia ancora più spiccata si può rintracciare fra la tavola del Figlio l prodigo e il Ventiduesimo Arcano (il Matto).
Se si tenta di stendere una vera e propria scheda biografica dell’opera di Bosch ci si imbatte subito nella quasi totale assenza di notizie precise tanto sull’uomo che sulla sua attività pittorica.
Infatti, tutti i suoi esegeti si sono sforzati di tracciare un itinerario attendibile della sua vicenda creativa basandosi più che altro su dati stilistici o contenutistici.
Possiamo ormai accettare come probabile una divisione dei lavori in tre grandi filoni: quelli delle opere ancora legate - lo si diceva più sopra - all’ortodossia religiosa come La cura della follia, I Sette vizi capitali, Le nozze di Cana, Cristo in croce, tutti dipinti molto vicini a quelli degli artisti fiamminghi coevi; mentre già con La nave dei pazzi e con Le nozze di Cana si comincerebbero a notare (anche secondo Fraenger, uno dei più acuti suoi commentatori) i primi accenni a simbologie eterodosse.
Alla seconda e terza fase, invece, apparterrebbero i quadri dell’età matura, quelli che dettero all’artista la sua massima rinomanza. Ed è in questa fase che la fantasia boschiana raggiunge il suo apice in un crescendo drammatico e stupefacente.
Se, infatti, ci limitiamo a considerare anche soltanto uno dei capolavori più noti e certamente quello che racchiude in sé tutti i «misteri» delle ultime opere (dall’ Adorazione dei Magi del Prado al Martirio di Santa Giulia di Venezia, dalle Tentazioni di Sant’Antonio di Lisbona al Giudizio Universale di Vienna) ossia Il giardino delle delizie, constatiamo subito l’incredibile diversità fra questo dipinto e tutti quelli coevi delle Fiandre.
Secondo Fraenger, l’opera gli era stata commissionata dal Gran Maestro della setta del Libero Spirito: una setta che credeva al Mistero di Adamo, all’ermafroditismo iniziale dell’umanità, a una redenzione del peccatore attraverso l’amore sessuale; ecc., tutte situazioni che giustificano le stupefacenti figurazioni del capolavoro: le schiere di uomini e donne nudi, ma non «libidinosi», quasi tornati a uno stato d’innocenza; d’altro canto la presenza di figure sconvolgenti come, all’esterno del trittico, l’immagine d’un globo trasparente, popolato da gigantesche piante antidiluviane, esemplari d’un regno vegetale aberrante.
Quale, in definitiva, il significato complessivo del trittico? Forse davvero la riconquista della purezza iniziale di una umanità che ignora il peccato? Forse le bestie strane, cavalcate da uomini nudi rappresentano i simboli ormai soggiogati dei Peccati mortali? E che dire dell’uomo-albero, dell’orecchia percossa dal coltello, dell’alambicco o «athanor» alchemico?
Certo: i pochi dipinti come questo ci trasportano in un mondo dove piacerebbe aggirarsi all’infinito, cogliendo le bacche - forse velenose, forse afrodisiache - che ci si schiudono davanti, e cavalcando qualcuna delle fiere - mansuete e certo ingannatrici - che conducono verso un Paradiso laico.

su Le Monde

Repubblica 9.3.04
LE MONDE
Cinema italiano "coraggioso"


PARIGI - Che il cinema francese impari da quello italiano, in grado di rivisitare le pagine più buie della storia più recente della Penisola. È l´invito che viene lanciato dalle colonne di "Le Monde", sulla scia del successo in Francia di Buongiorno, notte di Bellocchio e La meglio gioventù di Giordana. Jean-Luc Douin scrive che il cinema italiano «sta dando una lezione al cinema francese»: affronta con coraggio gli anni di piombo «per il bene della democrazia», mentre in Francia prevale «la congiura del silenzio sugli eventi che il paese non giudica degni della sua storia». Come il regime di Vichy, le brutalità dell´era coloniale, i «giorni brucianti del Maggio 68».

ed ecco l'articolo di Le Monde:

Le Monde
ANALYSE
La leçon de politique du cinéma italien
par Jean-Luc Douin
article pau dans l'dition du 09.03.04


Le cinéma italien, qui peine encore à sortir de son asphyxie par la télévision, est en train de donner une leçon au cinéma français. Il existe, on le sait, dans l'Hexagone une conspiration du silence à propos des événements que le pays ne juge pas dignes de son histoire, un refoulement quasi général des pages troubles de l'Occupation, des exactions coloniales, des jours brûlants de Mai 68. Le cinéma français ne parvient pas à transformer l'histoire de la nation en histoires, il répugne à donner au monde des images emblématiques de son passé proche, comme s'il craignait que la peinture de personnages honteux, douteux, révolutionnaires ne brouille la perception d'une identité collective, ne crée une confusion hors de nos frontières, et même à l'intérieur d'un territoire où règne encore l'interdit (jadis dévolu au "service public") à tout ce qui ne représenterait pas "la voix de la France".

Cette amnésie n'a pas été seulement entretenue par la droite. L'arrivée de la gauche au pouvoir semble avoir également anesthésié toute velléité d'évoquer les épisodes les plus marquants de l'histoire du PCF ou de l'extrême gauche, comme par crainte de ternir ses mythologies et de jouer contre son camp.

Un peu tardif dans sa dénonciation des tentations mussoliniennes, un temps prudent dans sa sélection des priorités chronologiques, le cinéma italien, lui, s'est rattrapé depuis. Si le film historique d'Ettore Scola, Nous nous sommes tant aimés, ne commençait qu'avec la résistance antinazie de 1944, il fut l'un de ceux qui marqua un tournant. La cinématographie italienne se révéla dans les années 1960 un témoin attentif de l'évolution politique et économique du pays, utilisant la comédie pour rendre compte de l'évolution des mœurs, s'interrogeant même, à l'image du scénariste de La Terrasse, sur le rôle du rire dans le traitement de la réalité : "transgression ou consensus"?

REVISITER SON HISTOIRE

Après sa douloureuse traversée du désert, le cinéma italien laissait espérer que Nanni Moretti ne serait pas le seul auteur à exhumer son "journal intime". En 1996, La Seconda Volta, de Mimmo Calopresti, apparut comme un coup d'audace. Un universitaire communiste, considéré par les gauchistes comme l'un de ces intellectuels collaborateurs du patronat, y poursuivait une ancienne terroriste des Brigades rouges, coupable de lui avoir tiré une balle dans la tête douze ans plus tôt, pour tenter de comprendre son geste. Le film laissait entendre qu'en osmose avec son personnage le cinéma italien était assez mûr pour réfléchir sur la violence des années 1970. Et, coup sur coup, à l'heure où la menace d'une extradition de l'ancien activiste Cesare Battisti fait polémique en France, trois films viennent prouver que le cinéma italien a aussi retenu les leçons d'un Francesco Rosi (l'auteur de L'Affaire Mattei et de Cadavres exquis) et qu'il n'a plus nécessairement besoin de rester dans le sillage de la commedia dell'arte pour revisiter son histoire.

Chronique des quatre dernières décennies de l'histoire italienne, produite par la télévision, Nos meilleures années, de Marco Tullio Giordana, aborde de front, sous le prisme d'une saga familiale, les soubresauts d'une histoire collective. On y voit une étudiante devenir terroriste. On s'y livre, dit le réalisateur, au même travail qu'en psychanalyse : "Apprendre à s'accepter soi-même." La proposition de Marco Tullio Giordana est d'"accepter l'Italie, même avec ses défauts".

Dès 1970, Bernardo Bertolucci avait osé égratigner le mythe de l'héroïsme antifasciste dans La Stratégie de l'araignée et s'interroger sur la tentation de faire pacte avec les "chemises noires" dans Le Conformiste. Il éprouve aujourd'hui le besoin de retracer dans Innocents les événements de Mai 68, qu'il vécut comme une libération des carcans, un appel au rêve, un geste subversif, un espoir que l'imagination prenne le pouvoir.

Cinéaste engagé, qui milita quelques années au sein de l'Union des communistes italiens par nécessité de "mettre fin à toute une série de compromis, personnels, professionnels, et autres encore...", Marco Bellocchio, enfin, vient, sur une commande de la RAI, de signer Buongiorno, notte, une réflexion sur l'engagement politique à partir d'un fait qui "a changé le visage de l'Italie" : l'enlèvement et l'assassinat d'Aldo Moro par les Brigades rouges en 1978. Un acte qui n'avait guère été traité jusque-là que dans Todo Modo, d'Elio Petri (1976), d'après un livre de Leonardo Sciascia. A l'époque, Elio Petri parlait d'Aldo Moro comme de "l'interprète le plus cohérent des intérêts mesquins de la petite bourgeoisie italienne accrochée à ses privilèges, mais habile à travestir ses basses intentions derrière des finalités très élevées, directement inspirées par le ciel", un "esprit tortueux, duplice". Aujourd'hui, Marco Bellocchio confesse avoir vécu l'enlèvement sanglant d'Aldo Moro "dans le plus grand accablement" et avoir découvert alors que "nous n'avions, en fait, jamais rien compris à la politique".

PÉRIPÉTIE COLLECTIVE

Buongiorno, notte émet l'hypothèse que la mort d'Aldo Moro arrangeait la Démocratie chrétienne. Deux autres films (non sortis en France), consacrés au même drame, La Piazza delle cinque lune, de Renzo Martinelli (2003), et Il Caso Moro, de Giuseppe Ferrara (1986), suivent des pistes différentes, l'un accusant la CIA, l'autre Pie XII et les francs-maçons... Ce qui signifie que, même si les "années de plomb" restent un traumatisme pour les Italiens, qui ne comprennent pas la position des Français, favorables à l'amnistie des terroristes repentis, un tabou a été brisé : cette sombre page d'histoire n'est ni oubliée ni enterrée. Elle est exhumée, sujet d'analyse et de réflexion, pour le bonheur de la démocratie.

On notera même que le cinéma italien se sent si concerné par les remous d'hier qu'il prend en compte la manière dont la péripétie collective a bouleversé des destins individuels. Portrait de famille chez Marco Tullio Giordana, ivresses intimes chez Bertolucci, meurtre du père chez Bellocchio, qui, on l'a peu souligné, insiste dans Buongiorno, notte sur la "mise en scène" de son "héroïne" brigadiste, soucieuse d'apparaître au-dehors de l'appartement où est détenu l'otage comme une jeune femme sans histoires, c'est-à-dire mariée. Cette alliance, qu'elle se passe au doigt dès qu'elle sort et qu'elle ôte dès qu'elle entre, symbolise la nécessité d'un lien public-privé, en même temps que la liberté revendiquée par chaque citoyenne.

un attimo...

L'Eco di Bergamo 9.3.04
Se ci tolgono anche l'attimo, cosa ci resta del tempo?


La scienza ha la capacità di stupirci sempre: in alcuni casi, lo stupore è determinato dai vantaggi che le sue scoperte determinano sul piano dell'evoluzione della conoscenza e soprattutto del miglioramento delle condizioni dell'uomo, ottenute attraverso la crescita del sapere. In altri casi le sue possibilità e i moti che animano la ricerca sono tali da raggiungere «certezze» inimmaginabili anche dal più fantasioso uomo della strada.
Un esempio emblematico di questo atteggiamento, ci  giunge dalla recente scoperta di un fisico ungherese, Ferenc Krausz, che in questi giorni pubblicherà sulla prestigiosa rivista «Nature»  un articolo in cui illustra come è riuscito a misurare l'attimo. Sì, proprio quell'indefinito lasso di tempo che, ognuno di noi utilizza nel linguaggio corrente per indicare un tempo breve, spesso accompagnato a toni anche un po' seccati del tipo: «E aspetta un attimo!».
Il fisico lavora all'Istituto «Max Planck» di Monaco e ha messo a punto una tecnica che, per la prima volta, consente di studiare processi velocissimi e che ha come prospettiva la misurazione della formazione e del dissolversi dei composti chimici. E così, servendosi di complicati sistemi di calcolo, Krausz è riuscito a stabilire che il nostro attimo è pari a cento volte un miliardesimo di un miliardesimo di secondo! In pratica un lasso di tempo che il nostro cervello non riesce a trasferire sul piano concreto e che relega su quello simbolico. Un valore che ricorda un po' l'inafferrabile «Milione» del Signor Buonaventura.
L'attimo, secondo la scienza, corrisponderebbe a cento attosecondi: per avere un'idea di quanto sia breve questo periodo basta pensare che se cento attosecondi fossero un secondo, un minuto corrisponderebbe  al 14 miliardi di anni, l'età del nostro pianeta. (...)

"La sorgente del fiume":
esce venerdì il nuovo film di Theo Angelopoulos

La Stampa 9.3.04

«LA SORGENTE DEL FIUME»
Attimi di bellezza per una Grecia di pioggia e poesia


ROMA. Momenti di bellezza meravigliosa, ne «La sorgente del fiume» di Theo Angelopoulos: una distesa di lenzuola bianche messe ad asciugare palpitanti nel vento, il ricordo «Giorni del '36, notti oscure», la musica di «Amapola», un funerale sull'acqua con bandiere nere che procede solenne e lento su una zattera, le urla atroci della madre sul cadavere del figlio, il dolore civile («Quello che temevamo è accaduto: la democrazia si è suicidata»), e la pioggia che non smette mai di cadere trasformando le strade in rivoli di fango. Nessun regista al mondo fa un cinema più struggente e perfetto, più realista e lirico; nessun autore persegue progetti di tale grandezza. «La sorgente del fiume» è il primo film di una trilogia che vuol narrare gli eventi più importanti che hanno segnato la Grecia nel ‘900, attraverso la vita di due coniugi costretti alla separazione: l'esilio, la lontananza, l'errare, il disfarsi delle ideologie, la morte, le prove della Storia. Per raccontare la Storia, ad Angelopoulos bastano allusioni, note musicali, simboli, immagini evocative, attimi significativi.

PRIME CINEMA
Una Grecia di pioggia e poesia
«La sorgente del fiume» struggente e perfetto
di Lietta Tornabuoni


MOMENTI di bellezza meravigliosa, ne «La sorgente del fiume» di Theo Angelopoulos: una distesa di lenzuola bianche messe ad asciugare palpitanti nel vento, il ricordo «Giorni del '36, notti oscure», la musica di «Amapola», un funerale sull'acqua con bandiere nere che procede solenne e lento su una zattera, le urla atroci della madre sul cadavere del figlio, il dolore civile («Quello che temevamo è accaduto: la democrazia si è suicidata»), e la pioggia che non smette mai di cadere trasformando le strade in rivoli di fango. Nessun regista al mondo fa un cinema più struggente e perfetto, più realista e lirico; nessun autore persegue progetti di tale grandezza.
«La sorgente del fiume» è il primo film di una trilogia che vuol narrare gli eventi più importanti che hanno segnato la Grecia nel Novecento, attraverso la vita di due coniugi costretti alla separazione: l'esilio, la lontananza, l'errare, il disfarsi delle ideologie, la morte, le prove della Storia. Angelopoulos certo non racconta la Storia in vignette e aneddoti cronologicamente ordinati, completati da date o scritte alla maniera televisiva. Come accade nella memoria di ciascuno di noi, gli bastano allusioni, note musicali, simboli, immagini evocative, attimi significativi (due bandiere greche biancazzurre. Uno che va di corsa per le vie della città gettando volantini e gridando «viva il Fronte Popolare», corpi straziati abbandonati inerti dopo la tortura, le barche che salvano i senzatetto dell'inondazione). Il film non fornisce dettagli, ma per capirlo meglio forse è utile ricordare che la prima parte del Novecento portò alla Grecia pronunciamenti e regimi militari come quello di Venizelos, battaglie territoriali per l'Anatolia e la Tracia, guerre civili combattute o scongiurate, colpi di Stato conservatori e dittatura filofascista di Metaxas, restaurazione, occupazione nazifascista, interventi militari francesi e inglesi, reggenza affidata a un arcivescovo: una instabilità perennemente sussultante che frantumava la vita delle persone.
Angelopoulos è autore del soggetto, della sceneggiatura, della regia, è coproduttore insieme con Amedeo Pagani e Jean Labadie. Ha scelto e diretto magnificamente i due protagonisti: specie Alexandra Aidini, ma anche Nikos Poursanidis è davvero bravo come giovane musicista, suonatore di fisarmonica poi emigrato negli Stati Uniti in cerca di fortuna e morto a Okinawa in divisa dell'esercito americano. E' ammirevole come sempre nell'opera di Angelopoulos il modo di collocare nello spazio figure indimenticabili: la ragazza sottile e leggera, i bambini di pessimo umore, ma anche i musicisti sempre in cappotto, cappello, ombrello, anche gli uomini che piangono, sopraffatti dalla desolazione.

«L’amore sfida la storia»
Angelopoulos: credo ancora nell’utopia
di Fulvia Caprara


ROMA. All’indomani delle elezioni che hanno sconfitto i socialisti del Pasok e portato al potere il centrodestra di Costas Karamanlis, il maestro greco Theo Angelopoulos non ha mutato le sue convinzioni: «Gli uomini sono sempre andati avanti con le piccole e grandi utopie. E non poteva essere che così, altrimenti ci sarebbero centinaia di suicidi ogni giorno». Questo per dire che, anche se oggi si trova tra gli sconfitti, l’autore di opere come «La recita», «L’apicoltore», «Lo sguardo di Ulisse», mantiene salde le sue convinzioni e continua a chiedersi, come faceva Marcello Mastroianni nel «Passo sospeso della cicogna», «con quali chiavi sia possibile aprire le porte del sogno collettivo». Una di queste è certo la poesia, strumento fondamentale usato anche in quest’ultima trilogia cinematografica di cui, dopo l’anteprima alla Berlinale, arriva adesso in Italia il primo capitolo, intitolato «La sorgente del fiume». Con i tre film, che si snodano dal 1919 ai giorni nostri, l’autore offre «un riassunto poetico del secolo appena concluso» scegliendo come filo conduttore la forza dell’«amore che sfida il tempo» e «rivendica l’assoluto».

Come interpreta il risultato del voto nel suo Paese?
«C’era da aspettarselo: facendo vincere la destra, la Grecia ha seguito l’esempio della maggior parte dei Paesi d’Europa. Ho votato a sinistra e sono legato, anche sentimentalmente, alla sinistra, ma ho l’impressione che abbia perso perchè, in questa fase, non ha più le parole per fare un discorso nuovo sull’avvenire del mondo. E’ come se si fosse ammutolita e, quando questo accade, le tesi si sbriciolano e si fanno largo i manager. Per questo oggi viviamo nell’epoca dei manager».

Qual è la sua visione del secolo descritto nella trilogia?
«Nella prima parte si assiste ad eventi come l’ascesa del fascismo in Grecia, in Spagna, in Italia, si affermano le dittature e si afferma il comunismo, ma, la cosa singolare è che, in questo secolo di enormi catastrofi e delusioni, ci sono sempre state anche grandi speranze».

Lei ha scelto di parlare della storia con la «S» maiuscola attraverso le vicende di una famiglia e di una coppia. Se avesse avuto a disposizione un budget più elevato, avrebbe girato più battaglie e in modo più epico?
«Al centro della mia storia c’è una donna che attraversa gli avvenimenti del secolo. Perciò il film non è la storia del secolo, ma la storia di lei dentro gli eventi che l’hanno caratterizzato. Quanto al modo con cui ho girato le scene dei conflitti posso dire che il mio non è un film realistico. Anche nella “Recita”, dove era molto presente Brecht, così come il teatro cinese e giapponese, la rappresentazione della guerra è solo indicativa, anzi, ne è un’imitazione. Se volete vedere un vero film di guerra, e non solo, vi consiglio “La sottile linea rossa”, veramente bellissimo».

Il protagonista è un musicista, perchè ha scelto proprio questo mestiere?
«I personaggi al centro delle mie storie sono quasi sempre artisti, registi, scrittori, attori, apicultori, un lavoro che di sicuro contiene una forma d’arte. Credo si tratti di mestieri speciali, insoliti, gli artisti sono persone abituate a lavorare con il nulla, con l’aria».

Nel suo film ci sono riferimenti autobiografici e alla tragedia greca: in che misura?
«Ci sono molte cose di mia madre e della mia famiglia che, proprio come la Grecia, si è trovata a dover vivere spaccata in due parti. Naturalmente ci sono agganci all’”Edipo Re”, ai “Sette contro Tebe” e, soprattutto nel finale, all’”Antigone”».

L'Unità 9.3.04
«La sinistra perde perché è muta»
Parla il regista Anghelopulos dopo la vittoria dei conservatori in Grecia
stralci dall'intervista curata da Gabriella Galluzzi


(...)
è appena arrivato da Atene domenica ha votato per la coalizione di sinistra, Synaspismos, che ha appena superato lo sbarramento del tre per cento

Secondo lei perché la sinistra continua a perdere?

«Perché da tempo ormai le mancano le parole che parlano del futuro, dell'avvenire del mondo. La sinistra ormai è muta. E lo dico da uomo di sinistra che, seppure non sappia bene cosa significhi oggi nella confusione generale, si sente mentalmente a sinistra. Quando finiscono le parole che parlano di speranza, quando i sognatori tacciono, allora arrivano i manager. Ed oggi viviamo in un'epoca dominata dai manager. Nel mio film, Il passo sospeso della cicogna Marcello Mastroianni dice una frase a questo proposito: "con quali parole si potrà aprire la porta per un nuovo sogno collettivo?"
...
Nessuno propone scelte radicali, ma soltanto piccoli assestamenti. Chessò, si parla di aumentare le pensioni del due per cento. E questo può coprire soltanto dei piccoli buchi, ma non basta per colmare il vuoto di una prospettiva politica»

(...)

L'utopia è morta senza appello?

Sa bene come si intitola il secondo episodio della mia trilogia? La terza ala e racconterà dalla morte di Stalin del '53 fino alla guerra del Vietnam [l'ultimo episodio descriverà dalla caduta del muro di Berlino fino ai giorni nostri]. Il titolo è ispirato ad un poemetto che racconta di un angelo che cammina nella confusione e nel frastuono degli uomini fino, ad un certo punto, ad arrivare a toccare il fango con la terza ala, appunto.Cioé l'utopia, l'impossibile. L'umanità va avanti solo attraverso piccole e grandi utopie. Senza di queste non si potrebbe andare avanti e ci sarebbero soltanto suicidi»

lunedì 8 marzo 2004

due recensioni di Simona Maggiorelli
il Nudo, a Bologna e il Perugino, in Umbria

Europa quotidiano
Perché dopo Picasso si fermò la ricerca di passioni nel nudo
di SIMONA MAGGIORELLI da BOLOGNA


Il Nudo disvelato. La progressiva scoperta del corpo nell’arte dal ‘700 a oggi in un’ambiziosa mostra alla Galleria di arte moderna. Non solo nudo come allegoria di virtù astratte come nella statuaria eroica del neoclassicismo.
Non solo presenza solida dai contorni nitidi, come nel realismo piatto di un Courbet che alla metà dell’Ottocento ancora faceva scandalo con le sue procaci popolane, raccontate in ogni dettaglio. Ma anche, finalmente, come corpo in movimento, a partire da Rodin: come fusione di vissuto interiore e forma, moto di affetti che illumina un’espressione.
E oltre. Arrivando a Cézanne, alle sue Bagnanti, che non sembrano ricalcare alcuna immagine della memoria cosciente, che non sono il ritratto di modelle in posa. Figure di donne e uomini appena accennate nel riverbero della luce d’estate, immagini raccontate attraverso il cilindro, la sfera , il cono, per alludere, forse, a qualcosa di più profondo della visione retinica e razionale. Quasi aprendo la strada alle scoperte del cubismo.
Non a caso sia Matisse che Picasso possedevano una versione delle Bagnanti e lo stesso Matisse ammetterà che quel quadro acquistato da Vollard era stato per lui un irrinunciabile sostegno "nei momenti critici della mia avventura di artista". E in questa sterminata mostra bolognese organizzata dal direttore Peter Weiermair con più di 400 opere, i tre quadri di Cézanne, due edizioni di Bagnanti provenienti dal Musée d’Orsay e una sorprendente Leda dal museo di Wuppertal, insieme a alcune tele di Picasso e di Matisse, rappresentano un punto di attrazione fortissimo, verso il quale precipita tutto il percorso delle sale, cronologicamente ordinate, organizzate per “ismi”, che didatticamente conducono il visitatore dalla perfetta rappresentazione della grazia di Canova e Thorvaldsen, ai nudi statuari di David e Ingres.
E, varcata la soglia dell’Ottocento, dalle descrittive immagini naturalistiche di Courbet alle rassicuranti e ferme bellezze di Renoir, al voyeurismo di Degas e alle rappresentazioni sociali e di costume di Toulouse Lautrec.
E poi su, su, attraverso l’erotismo inquieto e privato dei disegni di Klimt e quello travolgente delle sculture in bronzo e degli acquerelli di Rodin che lasciano trasparire in pochi rapidi tratti improvvise accensioni di intuizione e desiderio, che nel rappresentare il "divenire di corpi in movimento – come notava Simmel – rende sensibile l’interna vitalità delle figure che rappresenta". Ma eccoci al vero punto di svolta e di rottura nella rappresentazione del nudo realizzata – come si diceva a partire da Cézanne – da Picasso, ma anche da Matisse, qui a Bologna rappresentato dall’essenziale e potente Nudo blu di Basilea. Tre opere bastano.
Nella composizione quasi cubista de L’offerta di Wuppertal e nell’acceso colorismo dell’edizione di Madrid del Pittore e la modella Picasso rende chiaro, che nell’era della fotografia, non è più la rappresentazione mimetica ciò che viene richiesto all’artista, ma qualcosa di più intimo e profondo, un vissuto interiore che si può esprimere anche con tratti a tutta prima sommari, che trascurano la meticolosa precisione del disegno, cercando la via di un’astrazione che non perde il rapporto con l’umano, ma lo trasforma in un’immagine più regressiva e profonda degli affetti, delle passioni che l’altro, diverso da sé, suscita. Ma a questo punto del percorso, la mostra bolognese ci mette davanti a un fatto, solleva una domanda sul perché dopo Picasso questa ricerca si sia interrotta.
Già il Futurismo, a dire il vero, deraglia e devia. Weiermair accoglie un monumentale e metallico nudo di Prampolini a documentare il proclama futurista: "Combattiamo contro il nudo in pittura, specie il femminile sinonimo di passività... meglio gli angoli di una tavola, le linee rette di un fiammifero che seni e cosce". Ma uno stop fortissimo viene anche dal surrealismo, da Max Ernst, Man Ray, Dalì con le loro visioni mostruose di arti animali innestati su corpi di donna. Nell’espressionismo di Dix e Grosz qualcosa si sgretola, sull’orlo dei massacri della guerra, nell’orrore della Germania nazista.
Ma c’è forse anche dell’altro. Il nudo diventa mostruoso, immagini femminili deformate, figurine feroci.
Più in là la visione più forte di un tormentato rapporto con la rappresentazione dell’eros e del nudo la rassegna bolognese la offre scandagliando gli ultimi quarant’anni di storia dell’arte. Fra i corpi martoriati della body art: volontà di effrazione violenta, rivendicazione del corpo come bruta materialità plasmabile.
Le visioni angosciate del corpo in putrefazione e in trasformazione mostruosa firmate Bacon. Fissazioni ossessive su immagini di cadaveri in giovani artisti come Boltanski, di teste e arti mozzi nella transavanguardia, la nudità scabra e inerme di uomini capovolti in Baselitz.
Unica scappatoia a questo cimitero delle immagini, appena qualche anno indietro, le figure lucide e razionali di Pistoletto applicate su superfici specchianti e le veneri di Paolini reinmesse nel moderno, come citazione, ma che drammaticamente denunciano una perdita di senso. In un Occidente dominato dal Logos, ragione e religione sembrano andare a braccetto nel negare eros e femminilità.
Un’ipotesi più che drammatica accompagna il finale di questa mostra, lasciandoci con molte domande e poche risposte, con il tarlo di una ricerca ancora da continuare.
La mostra "Il nudo fra ideale e realtà, pittura, scultura e fotografia" resterà aperta fino al 9 maggio.

Europa quotidiano
DA OGGI IL PERUGINO IN TUTTA L’UMBRIA
Il divin pittore che piacque a tutti

Cambiò l’eredità gotica della pittura medievale con la razionalità, la prospettiva, l’ampiezza, teso a realizzare un’immagine pacificante del mondo umano e sovraumano, in una nitidezza cristallina. Anche per questo continuò a piacere e ad essere impresario della sua “produzione”, quando a Roma, a Firenze, a Venezia altri geni della pittura stavano ormai trasferendo il fine dell’opera d’arte dalla godibilità alla problematicità del reale, e annunciavano la maturità del Rinascimento.
di SIMONA MAGGIORELLI da PERUGIA


Dopo le figure quasi incise della pittura gotica, senza movimento, angolose, la pittura di Perugino allarga il respiro verso paesaggi e orizzonti cristallini, figure morbide, addolcite negli sguardi e nei gesti. Dopo le composizioni addensate e ansiose di un medioevo che in un’attardata Umbria ancora per tutta la prima metà del ‘400 continuava a impigliare il talento degli artisti locali, Pietro Vannucci, detto il Perugino, segna un passaggio netto verso un Umanesimo più calmo e sicuro, fatto di proporzioni, armonie prospettiche, figure in primo piano, tratteggiate con un disegno definito ed elegante. Il riscontro dei contemporanei fu immediato.
Dopo secoli tormentati e bui, la pittura di Perugino fu quasi una sorta di dolce calmante.
E se anche non era del tutto vero che fosse "il meglio maestro d’Italia" come scriveva Agostino Chigi in una lettera del 1500, fatto è che "delle opere sue – come riporta il Vasari – si fece mercanzia da molti, che le mandarono in luoghi diversi, innanzi a che venisse la maniera di Michelangelo".
Nato da una famiglia ricca e in vista di Città della Pieve, Perugino, soprattutto, si seppe ben amministrare, andando nella seconda metà degli Sessanta del Quattrocento a scuola a Firenze dal Verrocchio (lo stesso pittore da cui era a bottega un giovanissimo Leonardo), iscrivendosi prestissimo all’accademia di San Luca, la corporazione dei pittori, e viaggiando fra Roma, Venezia, Firenze e Napoli a caccia di commissioni pubbliche e ecclesiastiche. Per un lungo periodo riuscì a tenere contemporaneamente bottega a Perugia e a Firenze, dove ebbe come allievo un giovanissimo Raffaello.
Diventando in questo modo uno dei primi esempi di pittore “imprenditore”nella storia dell’arte italiana. Il risultato: una produzione vastissima di opere oggi conservate non solo in Italia ma anche nei musei di Londra, Parigi, Vienna, sparse fra le maggiori capitali europee e città d’Oltreoceano. Tanto che per ricomporre una buona parte del corpus del Perugino in un unico percorso espositivo, la Soprintendenza e le varie Gallerie pubbliche dell’Umbria hanno dovuto lavorare parecchi anni. Il risultato di questa lunga chiamata a raccolta è visitabile da oggi: sei mostre che aprono in contemporanea, in dodici luoghi diversi dell’Umbria, dalla Porziuncola nella Basilica di Santa Maria degli Angeli a Assisi, a Foligno, da Spello a Panicale, a Perugia. Un articolato itinerario d’arte che diventa anche un invito alla riscoperta di paesi medievali e arroccati, di paesaggi ancora intonsi. Fulcro di questo fascio di proposte che vanno sotto il titolo Perugino il divin pittore e curate da Clara Cutini,Vittoria Garibaldi e Francesco Federico Mancini, la mostra ospitata fino al 18 giugno nella Galleria Nazionale dell’Umbria, da poco riaperta in tutte le sue sale, dopo un restauro durato quasi dieci anni. Affacciato su corso Vannucci che attraversa la città di Perugia, quasi dividendola a metà, c’è Palazzo dei Priori, imponente edificio medievale in travertino. Ai piani alti, si trova la Galleria. Un criterio cronologico ordina le opere. Effetto sobrio, linee essenziali, geometriche, un gioco ottico di chiari e scuri a fare da cornice scenografica. Ma non tutto è noto e ordinato. A scardinare la sensazione del già conosciuto, una serie di opere inaspettate, recuperate dai magazzini e poi una serie continua di capolavori, dal polittico Albani Torlonia, testimonianza del periodo romano e dell’impegno di Perugino nella Cappella Sistina, alla Pala Chigi ricomposta nella sua struttura originale, con i pannelli provenienti dal Metropolitan Museum di New York, a pezzi celebri e mai visti in Italia dal vivo, come il delicato San Sebastiano dell’Ermitage.
Apre la fila l’Adorazione dei magi del 1470, una tela emblematica, che ancora risente delle influenze del periodo fiorentino, della lezione di Piero della Francesca e di Verrocchio nelle solide volumetrie e nel tratto nitido del disegno, ma anche della lezione fiamminga nella cura quasi iperealistica delle vesti e dei particolari. Ma c’è già, qui nei volti,quel velo di pacata malinconia che poi connoterà tutte le Madonne del Perugino. Un tono, misto di dolcezza e di rassegnazione, che è la nota risonante, la cifra più intima e personale del pittore di Città di Castello. La si ritrova già nella bionda presenza femminile che il pittore mette accanto al Cristo di una scura e austera Pietà con San Girolamo e la Maddalena datata 1473: opera della svolta, primo segnale di una maggiore libertà creativa conquistata. E poi nei piccoli dipinti della Nicchia di San Bernardino, una delle opere più discusse del Quattrocento quanto a paternità e attribuzione, ma in cui appare inconfondibile il segno di Perugino nella costruzione dello spazio, nel dare respiro, sullo sfondo, a un paesaggio sfumato e moderno, diversissimo da quelli ancora goticheggianti dei suoi colleghi umbri. Una cifra di morbidezza e una soffusa luce di malinconia sui volti ritratti che si andrà intensificando negli anni. Come raccontano le opere della fase matura del pittore, nella Sala Maggiore della Galleria.
Opere come la Pala di Monteripido del 1504, dove qualcuno rintraccia la mano di un giovane Raffaello o il Polittico di Sant’Agostino, grande macchina d’altare a più facce: i colori non sono più quelli smaltati e contrastanti della fase giovanile, hanno assunto un tono più tenue, più velato, carico di trasparenze. E l’espressione del dolore non eccede mai i confini di un certo pudore. Esempio chiaro di questo posato classicismo peruginesco la monumentale crocifissione della Cappella della Porziuncola ad Assisi, altra importante tappa di questa tentacolare mostra sparsa nel territorio umbro.
La stessa compostezza che connota sia il bambino che la Madonna della Consolazione, uno degli ultimi capolavori di un Perugino che, varcata la soglia del ‘500 e , con suo stupore, si troverà surclassato, messo da parte, dai pittori della cosiddetta nuova maniera. Lui, amareggiato, non capirà il cambiamento in atto. Di fronte al coro di critiche con cui fu accolta a Firenze la pala per l’altare maggiore della chiesa della Santissima Annunziata, il Vasari racconta che il pittore umbro reagì semplicemente dicendo: "Io ho messo in opera le figure altre volte lodate da voi e che vi sono infinitamente piaciute, se ora vi dispiacciono o non le lodate più che ne posso io?".

gli Etruschi:
la mostra di Viterbo

Repubblica 5.3.04
PER LA PRIMA VOLTA UNA SERIE DI REPERTI CHE GETTANO NUOVA LUCE SULLA LORO STORIA
Viterbo scopre gli etruschi "Mai visti"
di GIUSEPPE M. DELLA FINA


I magazzini dei musei ospitano reperti di eccezionale interesse storico e artistico, tessere di un mosaico più ampio e, a volte, ricostruibile solo ad anni di distanza dalla prima scoperta. L´affermazione può apparire eccessiva, ma non lo è. Una conferma viene dalla mostra "Scavo nello scavo. Gli Etruschi non visti" allestita a Viterbo, all´interno della Fortezza Giulioli, per volontà della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell´Etruria Meridionale e di Confarte (sino al 30 giugno).
Lungo il percorso espositivo si trovano materiali ricuperati in occasioni e tempi diversi grazie a campagne di scavo appositamente programmate o a scoperte casuali, ma non entrati a pieno nel circuito della fruizione pubblica. La loro esposizione consente di ripercorrere su basi nuove la storia dell´Etruria, dal periodo di affermazione della civiltà etrusca alla sua piena romanizzazione, quindi per quasi l´intero primo millennio a.C.
I reperti sono articolati in tre sezioni distinte che rinviano a temi di attualità nel dibattito scientifico: le esperienze architettoniche e i sistemi decorativi dell´Etruria meridionale, i costumi e i rituali funerari del medesimo distretto territoriale e le antichità senza provenienza. Nella prima parte spicca il complesso architettonico del II Tempio dello Scasato a Falerii Veteres (Civita Castellana) e l´oikos riportato alla luce sull´altura di Piazza d´Armi a Veio; nella seconda un´attenzione particolare può essere prestata al corredo di una tomba principesca rinvenuta a Veio e databile tra il 750 e il 725 a.C., o a quello di due monumenti funerari della necropoli della Banditaccia a Cerveteri, o ancora della tomba Bruschi di Tarquinia.
Nell´ultima sezione merita di soffermarsi sui reperti riuniti da Eugene Berman e donati nel 1972 allo Stato Italiano. Berman era un pittore e uno scenografo nato a San Pietroburgo nel 1899 che, dopo un´intensa e fortunata carriera, decise di stabilirsi definitivamente a Roma nel 1956. Grande appassionato di antichità, le aveva acquistate nei molti paesi dove aveva soggiornato e la sua attività l´aveva portato. All´interno della raccolta, ricca anche di opere egiziane, mesoamericane e orientali, un posto particolare occupa l´artigianato artistico etrusco, che sembra averlo interessato in modo particolare. La collezione dall´artista russo dovrebbe trovare presto una collocazione definitiva nelle sale del Museo di Villa Giulia a Roma e c´è davvero da augurarselo.

Cina

Tra i nuovi ricchi di Shanghai in affari con le aziende di Taiwan
Le divisioni ideologiche cancellate dal business
I rapporti tesi tra Cina e l'ex Formosa si stemperano solo quando si parla di affari
E il marketing mette d'accordo gli industriali di Taipei con i comunisti
Mezzo milione di taiwanesi abitano e lavorano a Shanghai e hanno un ruolo chiave nel boom economico che sta vivendo
La Cina è diventata oggi la seconda destinazione di capitali mondiali dopo gli Stati Uniti
di FEDERICO RAMPINI


SHANGHAI - Il ristorante ha una lista dei vini di tutto rispetto ma il mio ospite non la apre neanche, la allontana da sé con fastidio. Si è portato da casa due bottiglie della sua leggendaria cantina che devo assolutamente assaggiare, un Chateau Margaux dell´89 e uno champagne Carneros Reserve Taittinger della Napa Valley californiana. Tony Yeh, presidente della Gourmet Foodstuff Shanghai Company, è un noto perfezionista, se non lo fosse non avrebbe conquistato in pochi anni il quasi-monopolio nei negozi di gastronomia di lusso a Shanghai. Un business in vertiginosa espansione, chi lo avrebbe detto vent´anni fa: sfamare i nouveaux riches. Il ristorante giapponese Shintori dove ci incontriamo per la prima volta a cena - i tempi cambiano ma il rito alimentare rimane un obbligo sociale per frequentare i businessmen cinesi - è affollato da un campione significativo della nuova élite di Shanghai. Ricavato nei magazzini di una fabbrica abbandonata, a due passi dal vecchio quartiere coloniale francese, è il frutto di una ristrutturazione post-moderna che evoca il design di certi loft newyorchesi a Soho e Tribeca. La gastronomia - nouvelle cuisine nipponica - i completi Armani e le costose coiffures del pubblico (età media 35 anni) aumentano lo spaesamento: potremmo essere in un locale esclusivo di Manhattan o San Francisco. Oltre che per la qualità dei suoi vini, Yeh mi colpisce per un´altra ragione. Il suo passaporto. È un cittadino di Taiwan, che a Shanghai ha trovato il nuovo paradiso terrestre del capitalismo. Cerco di sondarlo sulle prossime elezioni-referendum di Taiwan che fanno crescere la tensione con il governo di Pechino, e tra la Cina e gli Stati Uniti. Liquida la mia curiosità con due battute qualunque su «politici corrotti che usano il nazionalismo a fini interni». Non specifica neppure a chi voglia alludere. Ha solo voglia di chiudere rapidamente su questo argomento e parlar d´altro.
Al nostro tavolo c´è un altro tycoon taiwanese che ci ha raggiunti al ristorante su un camioncino blindato scortato da guardie del corpo. La sua fama arriva fino a Las Vegas, dove ha una "linea di credito" sempre aperta - dieci milioni di dollari - nei casinò. È Tsai Eng Meng, fondatore, azionista di maggioranza e presidente della Want Want Holdings, impero alimentare con sedi a Taipei, Singapore e Shanghai. Nella sola Cina continentale lui ha 60 fabbriche alimentari e ventimila dipendenti. Per il suo ultimo investimento locale ha trovato un partner d´eccezione: l´Esercito di Liberazione popolare, cioè le forze armate cinesi, con cui si è messo in società per produrre latte in polvere da fornire a tutte le mense dei soldati. Dice di andare perfettamente d´accordo con i generali, che secondo lui imparano presto i criteri dell´economia di mercato. Tsai Eng Meng padroneggia sulla punta delle dita tutte le arti del marketing occidentale, per i cinesi sa produrre merendine e snack studiati per diversi categorie di consumatori, come una grande multinazionale occidentale cambia i nomi delle sue marche e i messaggi pubblicitari, a seconda che i suoi prodotti siano destinati alle campagne o al ceto medio urbano di Pechino e Shanghai. Osserva con preoccupazione la moda dilagante nelle metropoli di fare la spesa nella grande distribuzione di tipo occidentale: «Gli ipermercati Carrefour mi fanno impazzire, per vendere a loro i miei margini di profitti scompaiono». Ma è un imprenditore che guarda lontano. Si è già infilato in un business del futuro, cliniche e ospedali privati. I medici cinesi, spiega, sono i migliori del mondo, ma la sanità pubblica non può più soddisfare i milioni di ricchi anziani che popolano questo paese. Invecchiamento demografico e crisi del welfare: benvenuti tra noi.
Tony Yeh e Tsai Eng Meng sono due campioni di un fenomeno sorprendente che sta dietro il boom economico di Shanghai, cioè il ruolo chiave di Taiwan. Mezzo milione di taiwanesi abitano e lavorano in questa città, non tutti tycoon miliardari come i miei due commensali, ma comunque portatori di capitali e know how. Gli alti e bassi della tensione politica "nello Stretto", come si suol dire, cioè fra Pechino e Taipei, non hanno importanza nella sfera economica. Il denaro non ha odore, i taiwanesi qui sono accolti a braccia aperte. Capitalisti o manager, finanzieri o ingegneri, molti di questi taiwanesi del resto non fanno che tornare a casa. Shanghai, la culla storica del capitalismo cinese, fu abbandonata da molte famiglie borghesi che fuggirono a Hong Kong e a Taiwan dopo la rivoluzione comunista del 1949. I capitalisti taiwanesi che oggi tornano a fare ricca questa città spesso sono figli o nipoti di quegli emigrati. La Cina oggi è diventata la seconda destinazione di capitali mondiali, dopo gli Stati Uniti, ma i primi a investire nella madrepatria sono i cosiddetti «cinesi etnici», una diaspora di 60 milioni di emigrati ricchi, dal Sudest asiatico all´America, taiwanesi in testa.
L´esempio più clamoroso della fusione tra capitalismo taiwanese e shanghainese - in nome degli affari e a dispetto delle ideologie - è l´azienda Grace Semiconductor che visito nel parco tecnologico di Zhangjiang, a metà strada fra Shanghai e l´aeroporto internazionale di Pudong. Appena tre anni fa a Zhangjiang c´erano solo campi di contadini, ora è denso di capannoni industriali, centri di ricerca e design, sedi di multinazionali. La Grace Semiconductor ha cominciato a produrre solo nel luglio scorso microchip per computer e già cerca alleanze strategiche con colossi come Intel, Ibm; punta a quotarsi alle Borse di Hong Kong e New York; ha raccolto 1,6 miliardi di dollari di capitali. Il suo direttore finanziario, Daniel Wang, è un cinese-californiano, sbarcato a Shanghai direttamente dall´industria hi-tech della Silicon Valley, e affascinato dal suo paese d´origine: «Nella produzione manifatturiera in questo momento nessuno può battere il rapporto qualità-prezzo che offriamo noi cinesi: "We are the best". Dagli Stati Uniti, dal Giappone, dalla Corea, da Taiwan, prima o poi il grosso dell´industria è destinato a spostarsi qui». La radiografia di quest´azienda è illuminante. Il presidente Yeshun Dong è il fiduciario dei due soci-fondatori, tuttora maggioritari, che formano una coppia singolare: uno è Winston Wang, figlio del più grande tycoon di Taiwan; l´altro è figlio di Jiang Zemin, l´ex presidente della Cina che tuttora occupa una carica chiave (dirige la commissione delle Forze armate) e conserva una forte influenza ai vertici del partito comunista. Questo non impedisce alla Grace di aver scelto come sede sociale il paradiso fiscale delle isole Caimane. «È più pratico per ottenere una rapida quotazione alla Borsa di New York» commenta candidamente il presidente.
L´alleanza tra il figlio dell´ex numero uno della gerarchia comunista cinese, e il figlio del più ricco magnate di Taiwan - cioè l´isola che viene difesa con le armi degli Stati Uniti - non stupisce nessuno a Shanghai. Nel clima da febbre dell´oro che eccita questa città tutto è permesso, o quasi. Le famiglie della nomenklatura politica hanno da tempo piazzato le loro pedine sul grande gioco del Monopoli capitalistico. La settimana scorsa aprendo la legislatura a Pechino il primo ministro Wen Jiabao ha usato parole severe contro l´aumento delle diseguaglianze sociali nella Cina di oggi, lo sfruttamento della manodopera immigrata dalle campagne, la latitanza dello sviluppo nelle zone rurali. Wen ha lanciato un piano per riequilibrare la crescita, raffreddando gli eccessi speculativi che arricchiscono Shanghai e la zona costiera. Una parte del problema è dentro il suo stesso partito comunista, che in questo boom ha investito molto: in senso figurato e in senso letterale.
(2 - continua)

Ritalin ai bambini e l'invenzione dell'ADHD

è disponibile sulla rete un saggio su questo tema che per la sua lunghezza non viene inserito integralmente qui.
Chi voglia vederlo può collegarsi a questo indirizzo


nuovimondimedia.it
Presto anche in Italia il Ritalin ai bambini affetti da ADHD, la sindrome inventata
di Luciano Gianazza


Il Ritalin, il farmaco-droga che a detta della psichiatria dovrebbe curare l'ADHD (un presunto disturbo dell'apprendimento dovuto a iperattività spesso diagnosticato ai bambini), sarà presto rimesso in vendita anche in Italia. Quello che l'impero farmaceutico, tramite i suoi devoti collaboratori, sta preparando in Italia è un attentato alla salute di milioni di bambini al fine di instaurare un mercato da migliaia di miliardi.

(...)

coerenza delle neuroscienze svizzero-americane:
esiste il libero arbitrio?

Corriere del Ticino 7.3.04
Una settimana di conferenze e dibattiti con, al centro, la società contemporanea
Un cervello tutto da scoprire
Il quesito di sempre – Siamo davvero liberi? – La premessa


Siamo veramente liberi di agire? Siamo sicuri di poter fare certe cose o non farne altre in piena libertà, senza condizionamento alcuno? Una scelta di vita perfettamente lecita, magari un po’ anticonformista o, al contrario, un comportamento dannoso per sé e per gli altri sono il risultato di quella qualità tipicamente umana che definiamo il «libero arbitrio»? È con questa domanda che si apre questa sera la sesta edizione della «Settimana del cervello», i cui appuntamenti saranno seguiti su questa ed altre pagine del giornale: sarà il professor Arnaldo Benini, già Primario neurochirurgo presso la Clinica Schultness di Zurigo, a tenere la conferenza intitolata «Il cervello e la libertà della mente». n In un libro pubblicato nel 1988, intitolato «I filosofi e il cervello», lo scienziato inglese John Young afferma che l’uomo pensa di poter agire liberamente: in realtà, dice, può solo scegliere tra le varie possibilità, i vari programmi che il suo cervello gli consente e che si sono formati nel corso dell’evoluzione umana, selezionando quelli più convenienti per la sopravvivenza della specie e scartando gli altri. Dunque, secondo Young, un vero e proprio libero arbitrio non esiste, anche se le scelte della specie umana si collocano su un piano diverso da quelle più semplificate degli animali. La scelta di iniziare la «Settimana del cervello» con un tema del genere è molto interessante: vorremo solo chiedere agli organizzatori della «Settimana» di far sì che su questo argomento si possa ritornare, in presenza di un pubblico più vasto e anche di altri esperti, magari nel corso delle manifestazioni dedicate alla Coscienza, nel prossimo mese di maggio. La psichiatria – al centro dell’attenzione della «Settimana» di quest’anno – sta rapidamente ampliando le sue conoscenze e si interessa sempre più allo studio del funzionamento del cervello nelle diverse situazioni. Oggi, le neuroscienze utilizzano strumenti sofisticati che permettono di osservare cosa accade nel cervello quando, per esempio, siamo allegri o tristi, quando pensiamo alla persona amata, quando scriviamo o risolviamo un problema o vediamo una scena violenta di un film: la psichiatria utilizza comunemente queste tecniche di «imaging» per la diagnosi dei disturbi mentali e per seguirne il decorso. Nata come scienza vera e propria nel 19° secolo, la psichiatria ha conosciuto un rapidissimo sviluppo nel corso degli ultimi 50, 60 anni con la scoperta dei neurotrasmettitori, quelle sostanze che permettono alle cellule nervose di comunicare tra loro, e di come questa «comunicazione» sia alterata nei vari disturbi mentali. Intorno al 1950, Frank Berger scoprì per caso (stava cercando un efficace antibiotico) il primo farmaco contro l’ansia e nel giro di pochi anni seguirono le scoperte dei farmaci contro la depressione, la schizofrenia, la psicosi: inoltre, la biologia molecolare cerca di scoprire se ci sono cause genetiche delle malattie mentali. Per questo motivo, taluni hanno ipotizzato che i disturbi mentali abbiano solo una causa biologica, che condizioni sociali ed esistenziali dell’individuo non siano d’importanza e che si possa fare a meno delle diagnosi e delle terapie di tipo psicologico e psicoanalitico. Una contrapposizione del genere oggi non ha più senso, come avrà modo di constatare chi parteciperà alla conferenza del giorno 11. Scienza in rapido progresso, la psichiatria si confronta non solo con questioni scientifiche, ma anche con problemi etici rilevanti. È giusto che la psichiatria si faccia carico di ogni disagio sociale ed esistenziale, tossicodipendenze incluse? C’è l’esigenza di una bioetica anche per la psichiatria e le neuroscienze, una Neuroetica?

domenica 7 marzo 2004

Cristoforo Colombo
secondo Andreoli era una personalità bipolare

Repubblica edizione di Genova 7.3.04
La diagnosi dello psichiatra Andreoli al convegno dedicato al Navigatore
Colombo, un depresso di talento
"Molti personaggi che hanno cambiato la storia oggi verrebbero giudicati matti"
di Costantino Malatto


OGGI le chiamano "personalità maniaco depressive". Da momenti di esaltazione e di entusiasmo precipitano nella più cupa depressione. Cristoforo Colombo, dice lo psichiatra Vittorino Andreoli, fu proprio questo: un individuo bipolare, picchi creativi e disperazioni esistenziali. «Nel momento della "creazione" - afferma Andreoli, assurto a popolarità televisiva con le sue partecipazioni al talk-show di Maurizio Costanzo - la sua personalità doveva avere delle caratteristiche quasi deliranti, se per delirio intendiamo una sindrome in cui tutto il mondo viene ridotto a un´idea». L´idea delirante del navigatore genovese prese la forma di una scoperta che avrebbe cambiato la storia dell´uomo. «Ma questo - commenta lo psichiatra - non è un caso: molti dei personaggi che hanno fatto la storia oggi sarebbero classificati come "matti" e forse qualche mio collega li farebbe rinchiudere».
D´altra parte in Colombo, secondo lo psichiatra - che ha concluso con la sua relazione il convegno "Genova e Cristoforo Colombo" -, c´è una forte carica di rivalsa sociale. Caratteristica, in fondo, del membro di una famiglia «che veniva dai monti» - era originaria di Moconesi in Valfontanabuona - e che del montanaro manteneva in parte la furbizia e la capacità di cavarsela nella vita». Dal ritratto che tratteggia Andreoli emerge un personaggio contraddittorio, capace di grandi visioni e di piccole miserie umane. «Un uomo del Medioevo - lo definisce lo psichiatra - non del Rinascimento: non è in grado di capire il loro sentimento religioso, è il rappresentante di un cattolicesimo becero, non è un osservatore, più che la scienza lo colpisce la superstizione e il mito».
A ogni buon conto Andreoli mette subito le mani avanti ricordando che i dati personali sui quali uno psichiatra può basarsi per un´analisi della personalità del grande navigatore sono troppo scarni e scarsi. «Voi storici - scherza rivolgendosi ai correlatori del convegno organizzato da "A Compagna" e dal Comune con il patrocinio dell´Università - non ci fornite materiale sufficiente e noi siamo costretti a lavorare con quel poco che abbiamo». Ne nasce un ritratto in bilico tra l´analisi psichiatrica e lo scherzo: quello che Andreoli non può conoscere dai documenti e dagli altri dati cerca di immaginare e di ricostruire anche sulla base di una lunghissima esperienza e della capacità di "affabulare" la platea. «Una personalità come quella del giovane Cristoforo - afferma lo psichiatra - non può non essere stata profondamente influenzata dall´ambiente in cui è vissuto. La caratteristica della Genova di quei tempi era il viaggio, l´avventura, il futuro. La città era il luogo dove l´avventura era stata razionalizzata e organizzata. E in questa città il ragazzo impara, oltre che a leggere e scrivere, molte delle lezioni che gli serviranno nella sua vita futura. Apprenderà, per esempio, quanto sia importante l´appoggio del clero. E quanto lo sia quello delle famiglie nobili». Non a caso lungo tutta la sua vita Colombo manterrà stretti rapporti con i Fieschi, i Centurione, i Dinegro. Ma alla fine della sua vita prevarrà la disperazione: «La sua condizione - dice Andreoli - è quella che in termini psichiatrici si chiama "regressione depressiva". E così lui che ha scoperto il mondo fugge dal mondo».
Dalla città natale Cristoforo se ne va ancora giovane ma con essa mantiene legami intensi. «In molti si sono chiesti - dice Gabriella Airaldi, medievalista e promotrice dell´associazione culturale che presto prenderà vita nel nome di Paolo Emilio Taviani - perché Colombo non abbia chiesto finanziamenti della sua impresa alla città di Genova. Ma chi ha simili dubbi dimostra di non sapere che la storia di Genova non esiste, esiste la storia dei genovesi». Nel senso che lo Stato, il Comune genovese si limita - come si direbbe oggi - alla normale amministrazione. «Il vero potere - ricorda la studiosa - è quello del Banco di San Giorgio. Quello genovese è un sistema commerciale ed economico elastico, fatto di relazioni personali. Un network commerciale del quale del resto lo stesso Cristoforo ha fatto e fa parte».
Il convegno internazionale di Palazzo S. Giorgio - quale migliore sede per ospitarlo? -, così come l´intervista televisiva postuma su Colombo al senatore Taviani e la nascita di una nuova associazione colombiana, sembra partecipare alla riscoperta dell´ammiraglio genovese. Sulla sua figura e la sua impresa, rilanciata dalle celebrazioni ufficiali che da quest´anno diventeranno un appuntamento annuale, ha messo la penna e la voce anche un cantautore come Francesco Guccini nel suo ultimo disco. Ma dall´iniziativa dell´associazione "A Compagna" è emersa, più che la conoscenza di nuovi documenti, la consapevolezza che sulla figura di Colombo c´è ancora moltissimo da dire e da scoprire. «Cristoforo Colombo è un personaggio ancora da scoprire nella sua personalità, nella sua individualità. Per capire quanto abbia contato per la storia e per l´uomo bisogna liberarlo dagli abiti paludati dei quali è stato troppo spesso coperto e studiarlo nei contesti storici e antropologici che lo porranno sicuramente sotto una nuova luce».

La Gazzetta del Mezzogiorno 7.3.04
Ma Colombo era figlio di un papa?


Mentre a Genova è in corso il convegno «Genova e Cristoforo Colombo», all'Università di Pavia, dove in una teca sono conservate le presunte ceneri del grande navigatore, è giunta la richiesta di poter procedere all'esame del Dna. L'hanno avanzata due studiosi colombiani, gli storici romani Lioniero Boccianti e Renato Biagioli, convinti di poter dimostrare le vere origini di Colombo. «Il convegno di Genova non aggiunge nulla alle tesi ufficiali affermate da molto tempo, noi, invece, possediamo documenti che provano un'altra verità e al momento opportuno li presenteremo - hanno detto i due storici - Restiamo convinti che Cristoforo Colombo sia figlio di Papa Innocenzo VIII, al secolo il genovese Giovan Battista Cybo, e non del commerciante di lane Domenico Colombo e che sua madre sia una nobildonna romana». (...)

Cina

Apcom) 06/03/2004 - 18:55
CINA: GOVERNO IN LOTTA CONTRO SURRISCALDAMENTO ECONOMICO
di Maria Weber

docente di Relazioni internazionali e Politica comparata all'università Bocconi


Roma, 6 mar. (Apcom) - Cifre da fare invidia a qualunque ministro delle Finanze. Sono quelle rese note oggi dal ministro cinese Jin Reqing e da Ma Kai, capo della commissione per lo Sviluppo economico; i due, rivolgendosi all'Assemblea Nazionale del Popolo, hanno annunciato che nel 2004 il pil della Repubblica popolare sarà in crescita del 7%, il deficit rimarrà stabile, le spese per l'agricoltura aumenteranno del 20% e quelle per la difesa dell'11,6%. L'espansione economica cinese procede quindi a grandi falcate, suscitando più di qualche preoccupazione presso i rappresentanti delle altre grandi economie del mondo. Ma in che modo si articola questa ascesa? E in che direzione si muove il governo cinese? Maria Weber, docente di Relazioni internazionali e Politica comparata all'università Bocconi, collaboratrice del sito Lavoce.info e autrice di numerosi scritti sulla Cina, ravvisa due punti fondamentali nelle scelte dell'esecutivo: il tentativo di evitare il 'surriscaldamento della crescita' e l'esigenza, impellente, di risolvere la grave questione della disoccupazione.

"Negli ultimi anni - spiega Weber - la crescita si è fatta sempre più tumultuosa, e nel 2003 ha raggiunto il 9%. Il premier vuole arginare alcuni aspetti di questo fenomeno, in primis l'incremento del credito interno legato al settore edile, che si sta espandendo a ritmi rapidissimi sulla scia del forte sviluppo urbanistico. Inoltre bisogna rilevare che c'è un forte squilibrio tra l'entroterra del paese e la costa, e il divario diventa addirittura spaventoso se si confrontano le zone rurali e quelle urbane. Almeno due terzi degli 800 milioni di abitanti nelle zone rurali vive infatti al di sotto della soglia di povertà, ossia con meno di un dollaro al giorno. Il premier vuole rimediare a questa situazione detassando i contadini e investendo in modo massiccio nell'agricoltura".

"Il secondo aspetto - prosegue la studiosa - riguarda la disoccupazione, soprattutto presso gli ex dipendenti delle aziende di Stato. Esistono delle aziende statali che sono state rinnovate bene, soprattutto nei settori strategici come le telecomunicazioni, ma altre hanno prodotto solo disoccupazione: si calcola che 70 milioni di ex dipendenti statali siano rimasti senza lavoro. Un numero impressionante - osserva -, ma occorre ricordare che ogni anno bisognerebbe creare 30 milioni di nuovi posti solo per assorbire i giovani che entrano nel mercato del lavoro. Il disoccupato statale è molto spesso sull'orlo della pensione e ha un livello di formazione e di specializzazione molto basso, per cui è difficile che riesca a trovare un nuovo collocamento. Il governo sta quindi cercando di introdurre dei sistemi, che io chiamo "camere di compensazione", che al posto degli ammortizzatori sociali consentano un livello minimo di sussistenza, poiché ci sono delle regioni in cui tre lavoratori su cinque sono disoccupati".

Finanziamento a difesa non ha finalità offensiva

Roma, 6 mar. (Apcom) - In primo piano spicca inoltre la questione del sistema bancario, "ancora molto controllato dallo Stato", che "negli anni '90 ha dovuto finanziare numerose aziende statali in perdita, al punto che nel 2003 la banca centrale ha stanziato 45 miliardi di dollari per risollevare le banche, che avevano accumulato una quantità enorme di non performing loans". Uno dei problemi maggiori dei leader cinesi è quindi quello dei prestiti in sofferenza, che ammontano a 240 miliardi di dollari.

"Una novità di rilievo - prosegue Maria Weber - riguarda invece le forme di tutela della proprietà privata, che andrebbero a modificare la Costituzione del 1949. Non è altro che una presa di coscienza, da parte della politica, di ciò che avviene nella realtà, anche se le aziende non statali non sono necessariamente private, e talvolta sono organizzate come cooperative. La crescita economica è stata quindi trainata dalla crescita delle imprese non statali, che oggi sono 2 milioni e 400 e impiegano 130 milioni di lavoratori".

L'annunciato aumento delle spese riservate alla difesa riflette, per Weber, la "consapevolezza della necessità di un esercito moderno, e non, come alcuni pensano, una volontà offensiva. Non bisogna dedurne che la Cina voglia diventare aggressiva oppure attaccare Taiwan. Una cosa, quest'ultima, che a mio avviso non farà mai, anche perchè la convergenza economica tra Cina e Taiwan è ormai tale da rendere molto improbabile qualunque soluzione armata dell'annosa controversia tra le due entità cinesi".

Infine, in materia di politica monetaria, "il cambio fisso tra yuan e dollaro esiste da 10 anni, nonostante le forti pressioni esercitate per ottenere almeno delle bande d'oscillazione più ampie. Lo yuan - spiega la studiosa - è sottovalutato, secondo alcuni esperti tra il 20 e il 40%, e ciò risulta comodo per le aziende che producono in Cina per poi esportare. Il governo è sempre stato attento a non lasciare un'oscillazione troppo ampia sul dollaro, e men che meno ha contemplato l'ipotesi della convertibilità. Bisogna ricordare - conclude - che la Cina è il secondo paese al mondo per riserve in valuta estera, dopo il Giappone, che proprio oggi ha annunciato di aver raggiunto la quota di 770 miliardi di dollari".

copyright @ 2004 APCOM

due poeti

Repubblica, edizione di Firenze 7.3.04
Alla esposizione del manoscritto anche il presidente della Cassa Benedetti. Mercoledì incontro per partecipare all´asta
Così Luzi ritrovò Campana
"Con i suoi versi innovatori mi sono formato"

L'autografo portato nella casa del poeta fiorentino in omaggio ai suoi novanta anni: "Una emozione grandissima"
"È importante che rimanga a disposizione della comunità. Anche se in questa epoca di barbarie politica tutto può accadere"
"Dalla perdita di queste pagine forse dipese la sua follia. Quanta fatica per noi ermetici far riconoscere il suo genio all'Italia anni Trenta"
di FULVIO PALOSCIA


C´è silenzio nel piccolo attico che si affaccia su via di Bellariva: solo il muto frusciare di pagine antiche e un po´ ingiallite. Le mani di Mario Luzi sfogliano con delicatezza, quasi con timore il manoscritto de Il più lungo giorno di Dino Campana, «mi colpisce l´impaginazione così ordinata, precisa. E questa calligrafia: nelle prime pagine è delicata, poi di colpo si stanca e diventa più tormentata, veloce». Luzi lo dice più volte, sottovoce: «Che emozione... un´emozione grandissima: per questo manoscritto Campana ci ha rimesso la vita, forse non ha torto chi sostiene che la sua follia sia dipesa dallo smarrimento di questo quaderno». Anche se il prezioso documento, che il 18 marzo sarà battuto all´asta a Roma da Christie´s e che ieri mattina è stato presentazione alle istituzioni culturali fiorentine, dove la casa d´aste auspica di trovare un acquirente pubblico che offra degna conservazione. Qualcosa si sta muovendo: ieri mattina, infatti, c´erano tutti; Vieusseux, Biblioteca Nazionale, Marucelliana, Fondazione Conti, il vicesindaco Matulli in rappresentanza del Comune. E soprattutto c´era Aureliano Benedetti, presidente della Cassa di Risparmio, che si è dichiarato interessato ad aiutare il Comune nell´acquisto del manoscritto: mercoledì incontrerà l´assessore alla cultura Siliani.
Nel pomeriggio, Il più lungo giorno è stato portato a casa di Luzi come «dono simbolico» per i suoi 90 anni: lui aveva già studiato quel prezioso documento nel 1971 quando fu ritrovato dagli eredi di Soffici, che lo aveva smarrito nel 1914; «lo tenni per una settimana proprio qui, a Bellariva. Fu la figlia, Valeria Soffici, a portarmelo. Lo lessi più volte, giungendo ad una conclusione che mi sento di sottoscrivere ancora oggi: il ripensamento, la ricostruzione mnemonica de Il più lungo giorno dopo lo smarrimento da parte di Soffici, ha senza dubbio giovato a questi versi. Le disperazione, i crucci provocati dalla scomparsa di questo quaderno dettero i loro frutti: questi versi sono meno intensi dei futuri Canti Orfici, soprattutto dal punto di vista linguistico». L´articolo di Luzi con la notizia del ritrovamento, apparso sul Corriere della Sera, provocò una curiosità smodata: «L´attesa della ricomparsa di questo manoscritto, fino ad allora latente, esplose tutta insieme - racconta - da Palermo si fecero vivi gli eredi di Campana, il documento tornò a loro anche se auspicai la sua conservazione non tra le carte di una casa privata, ma presso un´istituzione pubblica. Da allora non ne ho saputo più niente». Il manoscritto è scomparso una seconda volta fino a quando altri eredi del poeta non hanno deciso di metterlo all´asta.
Per Luzi, sfogliare quel quaderno significa tornare ancora più indietro di quel formidabile 1971: «Campana è il primo poeta che ho letto, da adolescente, nel 1928. Nei suoi versi vibra il sogno non solo del poeta, ma dell´Italia intera con i suoi miti, la sua cultura: un sogno che Campana da una consistenza lirica dove il passato confluisce in un desiderio di avventura poetica, stilistica mossa da un´ansia di rinnovamento, di sperimentazione: nei Canti Orfici c´è Carducci, c´è Pascoli, dai quali aveva ricavato la sua purezza d´anima». Campana sarebbe poi diventato la bandiera dei poeti della generazione degli anni Trenta del Novecento, quella appunto di Luzi: «Ce ne volle perché fosse accettato dai letterati italiani, che lo consideravano poco di più di un personaggio bizzarro. Eppure io, Bigongiari, Parronchi sentimmo in modo profondo il tema campaniano. E lo interiorizzammo con tale forza da ricrearlo e ravvivarlo. I letterati lombardi furono i più ostinati: non ce la facevano a superare l´anomalia letteraria di Campana, che loro vivevano come scandalo, mentre per noi era naturale». È anche per quest´affezione degli ermetici fiorentini a Campana che, oggi, Luzi invoca il ritorno del manoscritto - la cui base d´asta è la più alta battuta da Christie´s riguardo ai manoscritti italiani del Novecento: 180 mila euro - a Firenze, «epicentro dell´esistenza di Campana. Mi auguro che questo documento venga accolto da un´istituzione pubblica che lo metta a disposizione della comunità, visto che appartiene alla memoria storica e letteraria del paese. Ma mi rendo anche conto che in questi tempi di assoluta barbarie politica potrebbe accadere di tutto».

Irigaray: «l'umanità non è neutra»

Repubblica 7.3.04
Perché il pianeta donna non è stato ancora esplorato a fondo
La parità con gli uomini non è un traguardo
Anche la definizione della de Beauvoir, il secondo sesso, implica comunque una posizione subalterna
L'umanità non è neutra e la differenza sessuale ha un senso: proprio per questo serve la massima autonomia
di LUCE IRIGARAY


Non sono sicura che l´importanza della cosiddetta liberazione delle donne sia stata bene percepita. Eppure l´espansione così rapida delle lotte femminili in tutto il mondo ne è una testimonianza.
Ma siccome si tratta di un passaggio epocale della storia dell´umanità, la cosa è difficile da immaginare. Ognuna, ognuno ne coglie un aspetto solo, inoltre a partire da sé e da oggi. Bisognerebbe anzi saltare in un altro tempo, o anticipare il futuro. E non solo come nella fantascienza ma come un altro mondo possibile, non nell´aldilà ma quaggiù.
Diventare degli uomini. L´interpretazione più immediata della liberazione femminile corrisponde alla sua identificazione con l´uguaglianza all´uomo. Questo non ha bisogno di nessun cambiamento nel modo di pensare, di nessuna (r)evoluzione culturale. Basta far entrare la donna in una categoria esistente - gli operai, gli schiavi, gli oppressi. Rimaniamo così nella stessa logica padrone-schiavo, con il volere dello schiavo di diventare il padrone e, al massimo, con una certa accondiscendenza del padrone rispetto allo schiavo, a meno che accada un capovolgimento del rapporto. Ma siamo sempre nella stessa economia, un´economia a cui le donne accettano di partecipare, sacrificando la loro libertà per perpetuarla, e ricevere per questo qualche compenso dal padrone.
Ma lei non parla di uguaglianza - mi obietterete. Vi chiederò allora di dimostrare che la strada dell´uguaglianza possa sfuggire alla logica padrone-schiavo. Vi suggerirò anche di comprarvi, per festeggiare l´otto marzo, un album Mafalda (fumetti dello scrittore argentino Dino). Mafalda è una maestra in liberazione femminile! Se siete fortunati, troverete in questo album la risposta di Mafalda a suo padre che sostiene che «l´occhio di Dio ci vede tutti uguali»: «Ma chi è il suo oculista?» lei gli chiede.
Notate, in questa occasione, che, per argomentare a proposito dell´esistenza dell´uguaglianza, il padre ha bisogno di ricorrere a Dio - quello con cui la parità rimane sempre impossibile. In ogni caso, prendere l´uomo come modello della propria liberazione non è una scelta che testimonia una grande autonomia né immaginazione. Il successo dell´uguaglianza è basato sul fatto che il metodo già esiste, che fa parte di una cultura al maschile e che è mantenuto dal risentimento fuori da un reale cambiamento, cosa indispensabile per compiere la liberazione delle donne.
Diventare delle donne. La cosa è già più complessa perché difettiamo di mezzi culturali per compiere questa evoluzione. Inoltre essa richiede che le donne preferiscano essere donne e non uomini. E´ il primo, e più decisivo, passo per incamminarsi verso la propria liberazione. Ma poche donne l´hanno già superato, nemmeno sospettato. Per esempio, le famose parole di Simone de Beauvoir: non si nasce donna ma si diventa donna, non manifestano una grande stima per l´identità femminile, che sarebbe soltanto il risultato di stereotipi sociali imposti alle donne. Lo stesso vale nell´affermare che l´altro è necessariamente il secondo rispetto all´uno, come attesta il titolo Il secondo sesso. Non voglio con questo disprezzare il lavoro che Simone de Beauvoir ha compiuto ma dire che esso non basta per assicurare la liberazione della donna in quanto tale. E´ necessario capire che: se sono nata donna, devo anche diventare la donna che sono, e che questa donna è differente, ma non seconda, rispetto all´identità maschile. Certo, diventare donna, sviluppare un´altra identità umana non può ridursi a trasferire nei luoghi pubblici tutti gli affetti e passioni che avevano luogo in casa, in parte perché la donna non godeva di altri mezzi di espressione. Si tratta di elaborare un´identità culturale nuova, che permetta alla donna di fare sbocciare tutte le sue capacità, sia nell´intimità che nella vita pubblica. La prima mediazione indispensabile è il diritto a un´identità civile appropriata. E´ il mezzo che può assicurare la svolta dallo statuto naturale, in cui la donna è stata confinata, a uno statuto civile che consenta alla donna di essere riconosciuta come libera e autonoma nella vita pubblica - cioè che conferisce alla donna un diritto paritetico, pur essendo differente, alla cittadinanza. Una piattaforma civile appropriata alle donne è anche ciò che permette di costruire una democrazia mondiale al femminile.
Diventare degli umani. Questo passaggio dalla naturalità alla civiltà è pure necessario per superare la parte di animalità che troppo spesso regola le relazioni uomo(ini) donna(e). Se queste si fondano solo sull´istinto - sia a livello dell´attrazione sessuale che su quello della procreazione - non possono essere realmente umane. E´ vero nei rapporti amorosi e parentali ma anche nel resto della vita. E´ dunque decisivo che le donne sfuggano a uno stato di semplice naturalità non solo per loro ma per l´insieme dell´umanità. D´altronde chiedere cambiamenti a livello economico e sociale senza modificare i rapporti sessuali non conduce a un granché. Si constata, per esempio, che in certi paesi dove la parità sociale è migliore che altrove, le donne sono più violentate. Manca il riconoscimento della donna come persona, per di più portatrice di valori diversi.
Ma quali sono questi valori, domandano quelli e quelle che pensano che l´essere umano è unico e che la sua cultura è necessariamente al neutro (per non dire al maschile)? Per rispondere a questa interrogazione, ho raccolto tante parole e disegni di ragazze e ragazzi, di donne e uomini. L´analisi di questo materiale non permette nessun dubbio sul fatto che fra i sessi esiste una differenza. Questa differenza non è solo biologica o sociale, come si è immaginato. Si tratta piuttosto di un modo diverso di essere in relazione con sé, con l´altro, con il mondo.
Questa identità relazionale propria di ciascun sesso corrisponde a una maniera specifica di costruire passaggi fra natura e cultura. Non è il sintomo di un´alienazione, come ho sentito dire a proposito del discorso delle ragazze. Questo discorso si dimostra, d´altronde, molto più precoce e creativo che quello dei ragazzi, una ricchezza che si può spiegare per il fatto che la vita relazionale della ragazza è più vivace di quella del ragazzo. La differenza fra identità relazionali interviene nell´attrazione fra i sessi in un modo più umano che la semplice attrazione fisica. Essa rappresenta una fonte di energia, di creatività, di cultura che merita di essere considerata e coltivata per lo sviluppo e la felicità dell´umanità.

sabato 6 marzo 2004

Harold Kroto, un Nobel «ateo militante»

una segnalazione di Sergio Grom

IL CHIMICO E IL MECCANICO
intervista al premio Nobel Harold Kroto

"Internet è senza dubbio il più efficace dei media per divulgare la scienza"
"Una volta mi sono definito ateo. Oggi lo sono diventato in modo militante"
Ha scoperto "la molecola dell´anno". Ma l'inizio delle sue ricerche è legato al celebre giocattolo
di PIERGIORGIO ODIFREDDI


Torino. Nel 1985 Harold Kroto scoprí che una struttura da lui osservata in una nebulosa era costituita da sessanta atomi di carbonio disposti come sui vertici degli esagoni e dei pentagoni che costituiscono un pallone da calcio. Nel 1991 la struttura, chiamata C60, fu riprodotta in laboratorio: il mensile Science la elesse a "molecola dell´anno", ed essa fu ribattezzata buckminsterfullerene in onore dell´architetto Buckminster Fuller, che aveva usato strutture analoghe per la costruzione di cupole geodesiche.
Kroto, al quale la sua scoperta ha fruttato il premio Nobel per la chimica del 1996, si trova a Torino per la consegna del Premio Italgas 2004, e qui l´abbiamo intervistato.
Lei ha dichiarato una sorta di debito "intellettuale" verso il Meccano. Come mai?
«Da bambino mi divertivo semplicemente a giocarci, ma poi mi sono reso conto che col Meccano ho imparato a muovere con destrezza le dita: mi ha insegnato un´abilità quasi ingegneristica. Cosa che, ad esempio, non fa il Lego. Ho scritto un articolo per le pagine culturali del Times, un paio di Natali fa, suggerendo di regalare ai bambini il Meccano, invece che il Lego».
Che ruolo ha invece giocato la matematica, nel suo sviluppo?
«Mi piaceva abbastanza, benché la mia natura fosse manuale e pratica, e il mio principale interesse fosse la grafica. Ma mi divertiva risolvere problemi, geometrici e analitici. Fui molto colpito quando imparai le proprietà della funzione esponenziale: il fatto che non cambia derivandola, o la bellezza e l´eleganza del suo sviluppo in serie».
Il suo lavoro sul carbonio C60, però, fu più sperimentale che teorico.
«Be´, l´esperimento originario era di radioastronomia. All´epoca fu molto sorprendente trovare del carbonio nello spazio, e io congetturai che si originasse nelle parti più fredde delle stelle, dove i processi atomici possono lasciare il posto a quelli chimici di formazione delle molecole. Cercammo di riprodurre condizioni stellari analoghe a quelle che avevamo osservato, e scoprimmo che c´era qualcosa di speciale nel numero 60. Sulla base del fatto che le forme stabili del carbonio sono esagonali, trovammo una possibile soluzione geometrica introducendo dodici pentagoni. Quindi si trattò di una congettura in parte matematica, e in parte empirica.
Dal punto di vista geometrico, la struttura del carbonio C60 è un solido semiregolare. È possibile realizzarne chimicamente anche altri?
«Non saprei. Certamente ci sono strutture cubiche e prismatiche, e vari tipi di fullerene. Si può congetturare che la maggior parte dei solidi regolari si possano formare col carbonio, almeno in maniera approssimativa. Il dodecaedro è certamente possibile, ma non so se qualcuno ha provato a farne altri: sono difficili da realizzare, e probabilmente non sarebbero utili».
E non si presentano in natura?
«Non credo. Ma ci sono altre strutture reticolari: in fondo, i solidi regolari o semiregolari sono molto particolari».
Lei si è molto impegnato sul fronte della divulgazione scientifica, dai giornali e la televisione al suo sito (www.vega.org.uk). Quale medium considera più efficace per questo scopo?
«Internet è senza dubbio il migliore. Supera di molti ordini di grandezza qualunque sistema di comunicazione che sia mai esistito. Si trovano testi, immagini, filmati nel giro di qualche secondo, su qualunque argomento. Cosa può esserci di paragonabile?»
È dunque finita l´era del libro?
«No, ma è rafforzata dai nuovi media. Qualcuno preferisce i libri, qualcun altro i film: gli uni non rimpiazzano gli altri. E poi ci sono le lezioni, che oggi possiamo vedere registrate in rete anche dopo la morte di chi le ha tenute, come nel caso di Feynman».
Qualche tempo fa ha scritto un articolo per il Sunday Times intitolato: «Gli scienziati non meritano critiche». La scienza non solleva problemi etici?
«Il titolo era editoriale, ma il problema è sottile. Naturalmente io credo che gli scienziati abbiano la responsabilità di far sì che il progresso tecnologico venga usato per il benessere dell´umanità. D´altra parte, qualunque tecnologia può essere usata o abusata, per fare del bene o del male: col coltello si può tagliare il cibo a tavola, o la gola del vicino».
E per rimanere, più specificamente, nella chimica?
«L´esempio più tipico è la dinamite, che può essere usata per scavare un canale o per fare una mina. La scienza è conoscenza, e il problema è come la società debba usare questa conoscenza. In realtà, però, io sono ateo: per me l´etica si riduce al fare il minor male possibile al prossimo, e a volte bisogna prendere delle decisioni al riguardo».
Una volta lei ha detto di essere un ateo "devoto".
«Appunto, una volta. Oggi sono un ateo militante. E se le cose peggiorano, diventerò un ateo fondamentalista».
Perché?
«Perché credo che ci siano due tipi di persone al mondo: quelli che hanno credenze mistiche, e quelli che non ce l'hanno. Questi ultimi credono che la vita sia tutto ciò che abbiamo, che dobbiamo godercela e aiutare gli altri a godersela. Gli altri pensano che la vita futura sia più importante di quella presente, e temo che faranno saltare in aria il mondo. Non ho dubbi sul fatto che il maggior pericolo per l´umanità oggi sia ...»
il fondamentalismo religioso.
«No, peggio. È che l'uno per cento dell'umanità ha seri problemi mentali, e una buona parte di questi matti trova giustificazioni religiose per la propria pazzia. Altri la trovano nel nazionalismo e nel patriottismo, il che è altrettanto pericoloso».

È per questo che lei lavora per Amnesty International?
«Non ho tempo di lavorarci veramente, e vorrei fare di più per loro. Ma sono iscritto all´associazione e ne condivido gli obiettivi. Credo che dobbiamo cercare di sradicare la disumanità dell´uomo verso l´uomo, e il caso peggiore è quando lo stato prende il sopravvento e cerca di giustificare le sue azioni sulla base di motivazioni religiose, nazionaliste o patriottiche. È estremamente pericoloso, soprattutto ora che è facile procurarsi tecnologia avanzata: c´è il rischio di una fine dell´umanità».
Lei non crede che si possa essere religiosi in un senso più alto, vedendo Dio nelle leggi della natura?
«Einstein credeva nel Dio di Spinoza, che si rivela nell´armonia del creato, ma non in un Dio che si interessa delle fedi e delle azioni dell´uomo: per me questo è ateismo. Il vero problema è che la maggioranza della gente vive una vita miserabile, e ha un bisogno disperato di aggrapparsi a qualcosa: io credo che questo sia un meccanismo biologico di difesa, senza il quale l´umanità forse non sarebbe sopravvissuta. Solo una minoranza riesce a uscirne e accettare che questa vita è tutto ciò che c´è, e che quando è finita, è finita. Ma questo, più che una risposta, è soltanto un tentativo di dirle cosa penso: a certe domande, in realtà, non si può rispondere».

il prof. Ernesto Longobardi a proposito del concordato fiscale:
una lettera al Sole 24 Ore

ricevuta da Tonino Scrimenti

Lettera di Ernesto Longobardi al Sole 24 ore di giovedi 4 marzo 2004

Fine di un istituto mai nato. E’ la politica dei dispetti, un titolo per l’ultima puntata della storia infinita del concordato preventivo, vero e proprio fisco-tormentone nostrano. Un istituto nuovo che fin dalla prima fase di elaborazione «è stato sottoposto a scossoni a seconda della “linea” che è risultata di volta in volta prevalente». Così scriveva questo giornale il 26 febbraio  scorso. La linea che sembra vincere ora è, appunto, quella dell’azzeramento del nuovo istituto prima ancora che veda la luce. Non c’è dubbio, infatti, e credo che tutti ne siano consapevoli, che questa sarebbe la conseguenza di una mancata proroga dei termini. Le adesioni al concordato rimarrebbero con ogni probabilità ferme alle poche migliaia che sono state finora presentate. Con buona pace per le prospettive di un istituto che se pure nella versione attuale - evidentemente frutto di un compromesso tra le diverse linee di cui si diceva - lascia molti scontenti, è in grado di viaggiare in direzioni ben più elevate, che ne potrebbero fare la più importante innovazione nelle relazioni fiscali dall’entrata in vigore della riforma tributaria dei primi anni ’70. 

E’ evidente che a regime, dovesse il concordato sopravvivere ed evolversi nella sua versione “alta”, che è quella individuale, il patto tra il fisco e i contribuenti dovrà essere siglato a priori: non potrà essere consentito, secondo un’espressione attribuita al Ministro, “giocare la schedina la domenica sera”. Ed è proprio nel suo carattere “preventivo” che stanno tutte le potenzialità dello strumento, prima fra tutte quella di incentivo alla produzione di nuova ricchezza o, almeno, all’emersione di ricchezza non nuova ma occulta. Una prospettiva nella quale diventerebbe un non senso bollare come sconfitta per il fisco, e qualificare come perdita di gettito, l’eventuale constatazione, a posteriori, di fatturati e imponibili superiori a quelli concordati: un non senso perché sarebbe uno degli obiettivi primi del patto proprio quello di spingere alla produzione e favorire l’emersione.

Nell’attuale contingenza, tuttavia, il discorso è un altro. Si è partiti, in via sperimentale, con un concordato “di massa” e non individuale; ci si è attestati su un periodo corto, un biennio; si sapeva fin dall’inizio che il provvedimento sarebbe entrato in vigore con il primo anno già chiuso e il secondo inoltrato. Si tratta di uno strumento nuovo, non solo nel panorama italiano. E’ evidente che l’informazione, l’acquisizione di una adeguata conoscenza dei meccanismi e della logica del nuovo istituto, di un’abitudine mentale alla nuova prospettiva, richiedono tempo e pazienza. Circolare ministeriale e modulistica sono stati diramati a poco più di un mese dalla scadenza del 16 marzo (i modelli sono usciti il 4  e la circolare il 13 febbraio).  I software per il calcolo delle singole posizioni non sono ancora disponibili. E’ stato detto che uno studio professionale di medie dimensioni abbisogna di un periodo tra i 30 e i 45 giorni per lo screening delle posizioni individuali.

Questi sono i  tempi e le necessità di uno strumento che si è voluto “di massa”. Ma la politica ad un certo punto scarta, rifugge dalle esigenze di massa. I quindici giorni devono rimanere tali. Quindici giorni che non servono a nessuno, che terranno la massa lontana dal concordato, che trasformeranno l’istituto di massa in un istituto per pochi: i pochi che non hanno avuto difficoltà a verificare immediatamente la propria convenienza ad aderire, i pochi quindi che di sicuro non portano gettito. Gli altri, i molti, gli incerti, coloro che avrebbero avuto bisogno del giusto tempo per pesare i costi e i benefici, coloro che, a fronte della tranquillità e della certezza, sarebbero stati forse disposti a pagare anche qualcosa di più, e che quindi avrebbero alimentato il gettito,  saranno tenuti  lontani. Alle categorie del lavoro autonomo, si è fatto vedere il giocattolo, se ne è mostrato il funzionamento, ma poi il giocattolo è stato fatto improvvisamente sparire. La politica dei dispetti.

donne in Iran

Liberazione 6.3.04
«L'Iran cambia nonostante i conservatori
E le donne non torneranno più indietro»
L'emancipazione a Teheran. Parla la sociologa iraniana Azadeh Kian Thiebaut
di Lucia Manassi


La società iraniana attende i primi segnali della nuova rotta che i conservatori vorranno imprimere al paese dopo la vittoria truccata alle elezioni parlamentari. Una società complessa, articolata e profondamente cambiata negli ultimi quindici anni. Come cambierà la condizione della donna in Iran, è già possibile prevederlo? Ne abbiamo parlato con Azadeh Kian Thiebaut, sociologa e ricercatrice del Monde Iranien, al Cnrs di Parigi. Di origine iraniana, Azadeh Kian Thiebaut conosce bene il paese e ha pubblicato in Francia un libro (Les femmes iraniennes entre Islam, Etat et famille) frutto di una sua lunga e profonda ricerca sul campo. Le donne sono estremamente attive e presenti nella società iraniana, ma il loro statuto legale è rimasto quasi invariato rispetto al 1979, quando si applicò la legge islamica che sancisce l'inferiorità assoluta della donna. Quindi accanto alla presenza femminile massiccia nelle università e nel mondo del lavoro resta l'obbligo del velo così come la poligamia e la limitazione per le donne nella richiesta del divorzio. In Iran la donna vale metà di un uomo: nel diritto ereditario, nel valore della sua testimonianza in tribunale, nel prezzo di sangue stabilito nel codice penale.

Quali sono stati i cambiamenti più eclatanti per le donne nei 7 anni di presidenza Khatami?

Il cambiamento più importante ha coinvolto le loro attività sociali, culturali, politiche ed economiche. E' stato anche grazie alla mobilitazione delle donne che Khatami è stato eletto nel 1997 e poi nel 2000, dunque sotto la presidenza si è attuata una politica di incoraggiamento delle Organizzazioni non governative (Ong) e delle associazioni, che sono attive in molte città, tentano di mobilitare e organizzare le donne, facendo pressione dal basso. Tuttavia se si fa un bilancio della presidenza Khatami si constata che ci sono stati pochi cambiamenti legislativi introdotti nello statuto delle donne. I conservatori hanno fatto resistenza. Il sesto parlamento, a maggioranza riformista, ha promulgato diverse leggi che puntavano al miglioramento dello statuto legale, ma il Consiglio dei Guardiani le ha bloccate. Per questo le donne iraniane, entusiaste nel 1997, ora sono disilluse e si organizzano sempre più nell'associazionismo per fare pressione ai vertici dello stato.

Quali sono le leggi che sono state votate dai riformisti?

Un esempio è l'innalzamento a 15 dell'età minima delle ragazze per il matrimonio e per la responsabilità penale, che prima erano a 9 anni. Il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la legge come contraria all'Islam, infine il Consiglio delle Scelte ha deciso per l'età di 13 anni. Un'altra legge importante riguarda l'affidamento dei bambini dopo il divorzio. I tribunali infatti nella maggior parte dei casi affidavano i figli al padre, ora il diritto è ugualmente accordato alla madre o comunque l'affidamento all'uomo non è più automatico. L'opinione comune tra le donne iraniane è che, anche se è responsabilità del Consiglio dei Guardiani, non ci sono stati grandi cambiamenti per loro. Bisogna anche dire che durante la presidenza Khatami il numero delle studentesse ha superato quello degli studenti nelle università, in tutte le facoltà. E man mano che finiscono gli studi le ragazze entrano nel mondo del lavoro, acquistando indipendenza economica, fondamentale nel percorso di autonomia dal padre o dal marito. Il tasso di occupazione ufficiale delle donne è del 10%, ma ho fatto ricerche sul terreno che dimostrano che è molto più alto.

Quali saranno le conseguenze della vittoria dei conservatori per le donne?

Nessuna deputata riformatrice è stata eletta. Loro avevano presentato i progetti di legge sulle donne. Non bisogna attendersi cambiamenti importanti nello statuto della donna. Occorre aspettare comunque il secondo turno delle elezioni questo mese. Nella circoscrizione di Teheran sono state elette cinque donne, ma nelle liste dei conservatori. Le donne iraniane continueranno comunque la loro attività, le loro rivendicazioni e ci sono degli imam che dagli anni Novanta lavorano con loro, pensano che l'islam non è contro l'eguaglianza dei diritti. Penso che questi sforzi intellettuali e sociali continueranno.

Le donne non torneranno nelle case?

Non è immaginabile. Le donne che sono attive nella sfera pubblica da molti anni e contano di restarci. D'altra parte una gran parte dei conservatori eletti non avevano nel programma di far rientrare le donne nella sfera domestica. Tutti ora sono d'accordo nel dire che il lavoro delle donne e le loro attività nella sfera pubblica sono importanti. Venticinque anni fa certi ayatollah erano contrari, ma oggi sono tutti concordi e nella sfera pubblica ci sono in gran parte donne musulmane, anche le figlie degli ayatollah. No, non c'è alcun modo di far rientrare le donne iraniane nella sfera domestica.

Perché le donne hanno sostenuto la rivoluzione del 1979?

Ci sono diverse categorie sociali e culturali di donne che hanno partecipato alla rivoluzione. C'erano donne che a quel tempo venivano definite islamiste che rivendicavano l'applicazione della sharia, altre invece laiche contrarie alla legge islamica e al governo religioso. Ma era una società allora prettamente rurale e solo una piccola minoranza di donne aveva beneficiato, per esempio, della legge per la protezione della famiglia o del diritto di voto concesso dallo Scià nel '63. Lo Scià aveva imposto una sorta di femminismo di stato, aveva proibito tutte le organizzazioni indipendenti delle donne, lasciandone solo una presieduta da sua sorella. Le donne non avevano così ottenuto l'eguaglianza e neppure sviluppato un'identità sociale femminile. Per cui, al momento della rivoluzione, il malcontento generale della popolazione ha coinvolto anche le donne. Nell'Iran post rivoluzionario, con l'applicazione della legge islamica, le donne hanno capito di cosa si trattava, hanno capito che stavano perdendo i loro diritti. Dopo la rivoluzione la società iraniana nel suo insieme è molto evoluta, è paradossale, ma è così e le rivendicazioni ora sono generalizzate tra la popolazione femminile anche dei villaggi. Il tasso di scolarizzazione è aumentato considerevolmente dai tempi dello Scià e ora l'80% delle donne iraniane è alfabetizzato e quasi il 100% tra le giovani tra i 16 e i 25 anni.

Ci sono donne nel movimento studentesco?

Certamente. Sono meno rispetto agli uomini. ma quando alle manifestazioni aderiscono molte giovani studentesse. E' vero, l'associazionismo studentesco resta ancora molto maschile, ma le ragazze ci sono, manifestano, hanno delle rivendicazioni.

Si possono prevedere manifestazioni nei prossimi mesi contro il nuovo parlamento conservatore?

Dipenderà da come agiranno i conservatori. Se reprimeranno, se continueranno a chiudere giornali, ad arrestare intellettuali o studenti, allora ci si possono effettivamente aspettare delle mobilitazioni. Ma i conservatori non sono omogenei. Alcuni sono moderati e vogliono continuare il programma di riforme di Khatami perché sanno che sono inevitabil. Ci sono invece dei conservatori radicali che sono per la repressione politica e sociale. Dunque dipenderà dal rapporto di forze che si svilupperà tra conservatori moderati e radicali.

violenza contro le donne

il manifesto 6.3.04
Una su tre subisce violenza
Amnesty presenta a Roma il rapporto sugli abusi contro le donne nel mondo
di TIZIANA BARRUCCI


ROMA. Madina è stata condannata alla lapidazione dalla Corte penale di Nahud, in Sudan, per aver avuto un rapporto sessuale con un uomo che non è suo marito e dal quale ha ora un bambino. Aveva già quattro figli quando, nel 2003, è stata denunciata per adulterio ed è finita nella prigione di El Obeid. E' trascorso un anno e Madina ancora attende, assieme al suo figlioletto di dieci mesi, la decisione della Corte suprema a cui è stato inviato un appello contro la condanna a morte. La storia di Madina è un po' il simbolo di tutte le donne - siano africane, asiatiche, statunitensi o europee - che ogni giorno subiscono violenza. La sua vita è uno dei pezzi di verità raccontati ieri in occasione del lancio della nuova campagna biennale di Amnesty international «Mai più violenza sulle donne» presentata in contemporanea in oltre 150 paesi del mondo, alla vigilia dell'8 marzo. In Italia a dar voce a una realtà così drammatica e sconosciuta sono stati, in Campidoglio, il sindaco di Roma Walter Veltroni, l'assessore alle pari opportunità Mariella Gramaglia, il vice presidente di Amnesty Italia Cecilia Nava e l' avvocata di Amina Lawal e Safiya Husseini (le due donne salvate dalla lapidazione in Nigeria), Hauwa Ibrahim.

Del comune è l'idea dell'iniziativa «Rome for Women» una tre giorni - da oggi alle 17 fino a lunedì, - di sensibilizzazione dei diritti delle donne, mentre Amnesty ha presentato il suo rapporto «Mai più! Fermiamo la violenza sulle donne» (edizioni Ega) con una prefazione di Rita Levi Montalcini.

Diverse ricerche denunciano che nel mondo oggi almeno una donna su tre è stata picchiata, costretta a rapporti sessuali o ha subito altri tipi di abusi, solitamente perpetrati da familiari. Secondo l'Oms almeno il 70 per cento delle donne vittime di omicidio sono state uccise dai propri partner, mentre l'Onu calcola in 120 milioni il numero delle donne che hanno subito mutilazioni genitali. Il rapporto di Amnesty raccoglie queste molteplici forme di violenza - di stato o private - passando dagli abusi avvenuti nei conflitti armati a quelli legati alle tradizioni che vogliono controllare la sessualità femminile (alcuni dati li riportiamo nella scheda a destra).

«La violenza - scrive l'associazione internazionale - colpisce in più modi. Nelle guerre le bambine soldato vengono regolarmente stuprate dai propri commilitoni, le donne e le bambine estranee ai combattimenti vengono mutilate, stuprate e uccise come se si trattasse di un'arma di guerra, mentre il rientro dei soldati a casa dopo una guerra spesso produce un aumento delle violenze domestiche». E la situazione non migliora in condizioni di pace, quando «proprio tra le mura di casa si consumano stupri e violenze di ogni genere perpetrate da compagni e mariti». Spesso le donne hanno paura o si vergognano di denunciare e se trovano la forza di farlo, raramente vengono prese sul serio. «Anche nei paesi in cui esistono leggi per prevenire e punire la violenza domestica le autorità evitano di applicarle e in alcune zone sistemi paralleli di giustizia religiosa o comunitaria permettono che la violenza prosegua senza ostacoli». Come è accaduto a Juliette che per paura - spiega sempre il dossier Amnesty - è stata anni senza raccontare ai suoi amici e alla famiglia che il suo compagno la picchiava. Ospitata in una casa d'accoglienza a Bruxelles, Juliette però decide di presentare denuncia: ma fino ad oggi non ha saputo di nessun procedimento aperto dalle autorità.

Insomma, la situazione è pessima: sui campi di battaglia come nelle camere da letto ogni donna rischia di subire violenza. E nessun paese si salva: se in Africa ogni 23 secondi una donna è oggetto di violenza sessuale, negli Stati uniti una signora viene picchiata ogni quarto di minuto mentre in Europa 500.000 donne sono vittime di tratta per essere destinate al mercato della prostituzione. A dimostrazione però che qualcosa si può fare contro tutti questi abusi, gli operatori di Amnesty raccontano l'esito positivo dell'ultima loro campagna: la scarcerazione avvenuta ieri di Mu'eyna Muhammad Yusef Sa'adu, condannata in Siria per l'attività politica del marito, militante dei Fratelli musulmani.

i "giovani-adulti"

una segnalazione di Daniele Balduzzi

Repubbica, edizione di Roma 6.3.04
L'INDAGINE
Gli operatori di Salute mentale
Post-adolescenti sono in crisi i giovani-adulti
Colpiti 16 ragazzi su mille, ma il dato non tiene conto del sommerso
di CECILIA GENTILE


Li chiamano "giovani-adulti". Sono i post adolescenti dai 18 ai 26 anni, categoria ad alto rischio psicologico, spesso inconsapevole dei propri disturbi. «Ne soffrono 16 ragazzi su 1000 - racconta Andrea Gaddini, responsabile del dipartimento di Salute mentale dell'Agenzia di Sanità pubblica del Lazio - ma il dato non tiene conto del sommerso, fotografa solo i pazienti passati per i centri di salute mentale delle Asl». Nel 2002, per esempio, gli utenti sono stati 4082, 1945 uomini e 2137 donne.
«Invece - continua Gaddini - proprio in questa fascia d'età è importante intervenire, per prevenire tempestivamente il manifestarsi di disturbi più gravi». Per favorire l'accesso ai servizi pubblici, il Coordinamento degli operatori delle Asl impegnato in questo settore ha prodotto la prima "Guida ai servizi per giovani adulti". L'assessorato alle Politiche sociali ne ha stampate 10.000 copie che verranno distribuite a tutti i medici di base perché sappiano indirizzare i giovani pazienti.
I giovani tra i 18 e i 26 anni sono il 12% dell'utenza complessiva dei centri di salute mentale. Le diagnosi vanno dalla lieve depressione alla schizofrenia e ai disturbi della personalità, che rappresentano il 12% delle patologie. «Il 75% dei disturbi psichici si manifesta prima dei 24 anni - spiega Paolo Paolozza, della Asl RmE - Percentuale che conferma l'importanza del lavoro preventivo».
Nei servizi per giovani adulti delle Asl, cinque in tutta Roma, gli approcci sono diversificati: si va dalla consultazione con quattro-cinque incontri, alla psicoterapia breve che dura da sei mesi ad un anno, alle terapie di gruppo, al sostegno farmacologico. I sintomi del disagio: isolamento, incidenti ripetuti, comportamenti trasgressivi, guida in stato d'ebbrezza o abuso di sostanze stupefacenti, atteggiamenti antisociali.