Eco di Bergamo 14.4.04
Cina da scoprire: ecco i suoi tesori più segreti
Un suggestivo viaggio lontano dagli itinerari tradizionali, nelle capitali delle dinastie imperiali Templi, gioielli, la foresta pietrificata di Kunming. Sulla Via della Seta, 97 mila statue a Luoyang
di Giorgio Marzoli
Cina, Paese immenso. Per visitarlo anche solo superficialmente (9,6 milioni di kmq) servirebbero dozzine di viaggi, oppure diversi mesi di soggiorno. In varie occasioni ho visitato la Cina da Nord a Sud, da Ovest a Est, sempre con un grande interesse sotto il profilo storico, sociale e culturale. Vorrei ora far conoscere alcune località raramente inserite negli itinerari turistici che privilegiano le grandi città. Si tratta di luoghi di forte interesse, non solo storico-religioso ma anche paesaggistico. Una nota importante: la situazione alberghiera e dei trasporti è oggi molto migliorata, se raffrontata a quella di pochi anni fa, per cui raggiungere le località descritte, pur così lontane fra loro, è abbastanza facile e c'è la possibilità di utilizzare mezzi diversi a seconda delle preferenze. È indispensabile durante le escursioni essere accompagnati da una guida locale che parli almeno una lingua europea.
Il nome Cina deriva dalla dinastia Qin (221-210 a.C.), sotto la quale era un grande impero unitario. Nel Medio Evo si diffuse in Europa il nome Catai: con questo appellativo Marco Polo descrisse ne «Il milione» la Cina che visitava nel XIII secolo.
Fino a poco tempo fa la Cina era considerata un Paese misterioso, ai confini del mito, ma oggi, con la completa apertura al turismo, può diventare parte integrante della conoscenza degli occidentali. E accostandoci alle sue identità possiamo renderci conto dei suoi reali problemi storici, socio-religiosi ed economici e incontrare una cultura assai diversa dalla nostra. Ricordiamoci che la Cina, per i cinesi, non è mai stata uno Stato tra gli altri Stati, bensì l'universo.
Datong
Posta su un altopiano a 1.200 metri, nella provincia di Shanxi, Datong («Grande armonia») fu capitale della dinastia imperiale Wei dal 386 al 494, nodo importante verso la Mongolia interna che vide nascere i primi mercanti e i primi banchieri cinesi. La città vecchia, che mantiene ancora un'originale veste architettonica, conserva il tempio-monastero Shanhua, la cui fondazione risale all'VIII secolo, ma che è stato sottoposto a interventi nel 1140. È uno dei più grandi monasteri esistenti nel Paese e custodisce tre imponenti statue di Buddha, in legno dipinto e ricoperto da foglioline di oro puro, e due Bodhisattva (i suoi seguaci) in terracotta. Ma la visita più importante e interessante è quella alle grotte buddiste di Yungang («Collina delle nuvole») a circa 16 km. dalla città, che costituiscono senz'altro uno dei centri più rinomati dell'arte religiosa cinese per la grande varietà e bellezza di statue, dipinti e bassorilievi scolpiti sotto la dinastia Wei. Quest'ultima ha segnato il trionfo del buddismo in Cina come religione di Stato.
Le grotte scolpite nella roccia (un'arte che ebbe la sua origine in India) sono 51, alcune purtroppo prive di statue, altre con le statue decapitate. Nonostante siano state oggetto in passato di saccheggi e vandalismi, si possono tutt'ora ammirare diverse migliaia di statue. Sui muri si intravedono ancora tracce di colori originali o aggiunti in epoche successive, mentre al centro campeggia sempre la statua di Buddha circondato da seguaci e da fedeli. Secondo la tradizione è il 64 d.C. che segna l'ingresso in Cina del Buddismo, proveniente dall'India, accolto inizialmente dagli strati colti e ricchi della società e soltanto in un secondo tempo dalle masse.
Luoyang
Questa capitale imperiale sorge nella provincia di Henan, confinante con quella di Shanxi, nel cuore della Cina classica, ricca di un illustre passato e di testimonianze preziose, granaio dell'impero (è un'immensa fertilissima pianura, bagnata da affluenti dello Huanghe o Fiume Giallo), di grande importanza strategica come punto di arrivo e partenza della Via della Seta e oggi grande città industriale.
La principale attrattiva turistica sono le stupende grotte buddiste di Longmen («Porta del drago»), immenso tempio rupestre dedicato al culto degli antenati. Si tratta di ben 1.352 grotte, 750 nicchie, 40 pagode e 97 mila statue di Buddha con diversi personaggi, scolpite nella roccia in vari modi e dimensioni. Come già a Datong, nel corso del tempo, numerosi sono stati i saccheggi e gli atti vandalici, soprattutto a danno delle statue, molte asportate o decapitate per l'esportazione clandestina in diversi musei occidentali e orientali. Il museo della città ospita numerosi reperti provenienti dai vicini scavi ed è famoso soprattutto per una pregevole collezione di bronzi antichi, specchi, monete, nonché una bellissima esposizione di ceramiche a tre colori di epoca Tang.
Di notevole interesse e importanza è poi il monastero buddista Shaolin (a 50 km. dal centro) fondato in epoca Wei nel 527 e rimaneggiato in epoca Tang (618-906) abitato da più di 10 mila monaci, con moltissimi reliquari di pietra che conservano le ceneri dei religiosi morti.
Kunming
Capoluogo della provincia di Yunnan, nelle vicinanze del lago Dian, uno dei più grandi della Cina, vanta un clima particolarmente mite durante tutto l'anno, tanto che è soprannominato «Città dell'eterna primavera». Confina con Tibet, Vietnam, Laos e Birmania questa regione ricca di ferro, carbone, rame, stagno e legname ricavato dalle sue fitte foreste. La fondazione risale alla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.) e Marco Polo, che la visitò, la descriveva affollata di mercanti e popolata da diverse razze. La sua maggiore attrattiva è la grande «foresta pietrificata», un fenomeno naturale di rara bellezza. Circa 270 milioni di anni fa, al suo posto vi era un vasto mare che poi scomparve lentamente a causa dei movimenti della crosta terrestre, lasciando moltissimi depositi calcarei grigi dalle forme più bizzarre, con pinnacoli isolati ma collegati fra loro da un vero labirinto di piccoli e stretti sentieri.
Millenni di erosione causata dal vento e dalla pioggia hanno così modellato la roccia nelle forme più strane. I cinesi amano molto questo luogo, perché ben si adatta a soddisfare la loro fantasia e immaginazione, così a queste forme rocciose hanno affibbiato diversi nomi curiosi e stravaganti. Kunming possiede inoltre diversi templi antichi, pagode e il museo dello Yunnan dove sono esposti costumi tradizionali, gioielli, strumenti musicali e una splendida collezione di bronzi antichi provenienti da diversi scavi nella regione.
Guilin
Sotto la dinastia Ming fu la capitale della regione Guangxi, famosa soprattutto per le sue straordinarie bellezze naturali, ricca di minerali e di prodotti agricoli come riso, mais, canna da zucchero e frutta esotica. Grandi fenomeni di erosione del terreno calcareo nel corso di 300 milioni di anni hanno creato colline dalle forme più disparate e bizzarre in mezzo a laghi, fiumi e canali. La varietà e la bellezza di questi paesaggi unici ha ispirato i più grandi pittori e poeti cinesi e ancora oggi offrono al visitatore emozioni indimenticabili. Questo paesaggio così tipico ha fatto la fortuna della città, circondata da verdissime risaie e affacciata sul fiume Li, che viene chiamata «la perla della Cina», un nome che senz'altro le spetta di diritto.
In questa località è poi indispensabile partecipare alla pesca sul fiume, fatta con i cormorani, che è una vera e propria interessante attrattiva turistica a basso costo. La pesca solitamente avviene di notte e le barche dei pescatori (semplici zattere formate da grossi bambù legati fra loro) portano lanterne accese, per attirare con la luce i pesci, solitamente carpe. Questi abili uccelli neri si tuffano dalla zattera e vanno a catturare i pesci che riportano al padrone. Hanno al collo un anello che impedisce di ingurgitare i pesci, salvo quelli molto piccoli. Il pescatore toglie le prede dal becco dei cormorani, riempiendo un piccolo cesto di vimini sulla barca. Una curiosità: subito dopo aver riempito il becco, i cormorani ritornano da soli alla zattera, mentre il pescatore li incita a gran voce a rituffarsi.
Un renmimbi, 0,10 euro
Superficie: 9.575.388 chilometri quadrati.
Abitanti: circa 1.273.111.000.
Densità: 133 abitanti per chilometro quadrato.
Forma di governo: repubblica popolare.
Capitale: Pechino
Lingua: mandarino.
Religione: Buddismo, Confucianesimo, Taoismo.
Valuta: renmimbi yuan pari a circa 0,10 euro.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 14 aprile 2004
martedì 13 aprile 2004
martedì 13 su RAI 3: Marco Bellocchio
una segnalazione di Iole Natoli
PRIMA DELLA PRIMA
Martedi 13 aprile 2004 ore 1.30
"PRIMA DELLA PRIMA" di Rosaria Bronzetti, in onda martedi 13 aprile alle ore 1.30 su Raitre, è dedicata all'opera "Rigoletto" di Giuseppe Verdi dal Teatro Municipale di Piacenza.
La regia di questo allestimento della popolare opera verdiana è di Marco Bellocchio che ha portato in scena, attraverso emozioni, suggestioni e memorie, un Rigoletto molto "personalizzato". I nobili e i cortigiani si trasformano nei vitelloni e perdigiorno che popolavano, nei ricordi del regista, i locali di Piacenza nell'immediato dopoguerra. I costumi (l'artefice è Sergio Ballo) sono toilettes e mises degli Anni '50. Il protagonista veste in doppiopetto grigio fumo mentre le luci sono quelle torve e radenti della opulenta Padania. Il famoso regista cinematografico, per la prima volta alle prese con il melodramma, ha però il massimo rispetto dello spirito e della sostanza che Verdi ha messo in quest'opera e ne fa una lettura intimista e profonda.
Il cast è capitanato dall'intelligenza e dal creativo rigore di Gunter Neuhold, direttore d'orchestra a cui fa da contraltare la matura voce di Alberto Gazale (Rigoletto) affiancato da Gladys Rossi (Gilda) e David Miller (Duca di Mantova).
La regia televisiva di questa puntata è di Roberto Giannarelli
PRIMA DELLA PRIMA
Martedi 13 aprile 2004 ore 1.30
"PRIMA DELLA PRIMA" di Rosaria Bronzetti, in onda martedi 13 aprile alle ore 1.30 su Raitre, è dedicata all'opera "Rigoletto" di Giuseppe Verdi dal Teatro Municipale di Piacenza.
La regia di questo allestimento della popolare opera verdiana è di Marco Bellocchio che ha portato in scena, attraverso emozioni, suggestioni e memorie, un Rigoletto molto "personalizzato". I nobili e i cortigiani si trasformano nei vitelloni e perdigiorno che popolavano, nei ricordi del regista, i locali di Piacenza nell'immediato dopoguerra. I costumi (l'artefice è Sergio Ballo) sono toilettes e mises degli Anni '50. Il protagonista veste in doppiopetto grigio fumo mentre le luci sono quelle torve e radenti della opulenta Padania. Il famoso regista cinematografico, per la prima volta alle prese con il melodramma, ha però il massimo rispetto dello spirito e della sostanza che Verdi ha messo in quest'opera e ne fa una lettura intimista e profonda.
Il cast è capitanato dall'intelligenza e dal creativo rigore di Gunter Neuhold, direttore d'orchestra a cui fa da contraltare la matura voce di Alberto Gazale (Rigoletto) affiancato da Gladys Rossi (Gilda) e David Miller (Duca di Mantova).
La regia televisiva di questa puntata è di Roberto Giannarelli
Michele Serra: ateismo
una segnalazione di Sergio Grom
Repubblica 13.4.04
La sfida tra religioni
Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo delle fedi religiose noi senzadio siamo al margine di ogni discorso
di Michele Serra
In un lungo e popoloso dibattito televisivo sulla "Passione" di Mel Gibson, nel giorno di Pasqua, ho atteso invano che uno, almeno uno dei tanti contendenti rappresentasse anche il mio punto di vista: quello di un non credente. Inutilmente. Ulteriore sintomo che, nell´intreccio infocato della discussione sul mondo, l´invadenza delle fedi e dei fedeli è, in questo momento, travolgente e, se mi è concesso dirlo, opprimente.
Non mi sento previsto, anzi, non sono previsto. Nelle discussioni delle scuole coraniche, se ebrei e cristiani debbano restare al mondo oppure sprofondare, non sono previsto. Alla chiamata alle armi del cristiano rinato Bush (e del cristiano rifatto Berlusconi), Dio è con il Pentagono, non solo non voglio, ma proprio non posso rispondere: non capisco la domanda. Nella nuova (?!) geopolitica etnico-confessionale che cerca di ridividere l´umanità secondo la decrepita antinomia Mori e Cristiani, davvero non compaio. E se una bomba dovesse interrompere il mio distratto transito per le strade della mia città, nessun fanatico barbuto sarebbe autorizzato a iscrivermi nell´elenco dei crociati uccisi, e nessun devoto alla memoria di Lepanto potrebbe iscrivermi tra i martiri della fede: gli farei spedire una querela postuma.
Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo delle fedi religiose, noi senzadio siamo al margine di ogni discorso. Una parentesi vuota, forse perché la nostra indegnità è tale da renderci indegni perfino di essere nemico di qualcuno, forse perché ci danna la nostra vaga eppure sentita religione dell´uguaglianza tra gli umani, che ci costringe a essere, in qualche modo, amici di tutti. E così, quando leggiamo certi proclami che sortiscono dall´islam più razzista, che annunciano morte alle altre due religioni di Abramo, la tentazione ilare di un sogghigno da imboscato (si sono dimenticati degli atei, forse la scampo?) cede presto il passo allo scoramento.
Compaiono (giorni fa, a Napoli) manifesti del Cristo di Gibson guarniti di appelli neocrociati (e neofascisti) che invitano a vendicare armi in pugno il Nazareno. Per contraccolpo da undici settembre, negli Usa spopolano chiese e chiesette di reverendi reazionari, evangelizzatori del mondo in punta di Bibbia e di cannone. Da Haider a Le Pen al cattolicesimo vandeano della Lega, molti europei rigettano l´idea che siano stati i Lumi e la Rivoluzione francese a darci diritto e libertà, e il revisionismo della destra italiana rivaluta le insorgenze sanfediste e fruga nel brigantaggio per scovarne il valore "popolare" e antiborghese dell´antistatalismo.
Con un amico miscredente ci si chiedeva, con allegro malumore, se non siano maturi i tempi per organizzare una jihad atea. Ma, per la verità, già ebbe luogo, nel comunismo dell´Est, non meno repressiva e catechistica di tutte le offensive confessionali. E finì male, come meritava, perché l´evangelizzazione atea è un ossimoro, e il proselitismo è in sé la proiezione dogmatica di un Principio al quale informare, con le buone o con le cattive, gli altri.
Sì, l´idea di organizzare gli atei ha un che di involontariamente chiesastico, di intruppato e escludente. E tuttavia, bisognerà pure fare qualcosa, noi che visitiamo con uguale rispetto le cattedrali e le moschee, le sinagoghe e i templi indù. Noi che consideriamo l´accusa di "deicidio" agli ebrei, le feroci faide confessional-condominiali in Gerusalemme, o il revanscismo islamico in Europa, come vischiosi e folli cascami di tragedie arcaiche, morti che ghermiscono i vivi, vecchie ossa che mandano a crepare i ragazzi?
La tolleranza è un pensiero debole, non consente di colmare il vuoto identitario con l´attraente immutabilità delle certezze confessionali, delle tradizioni ispirate dal Cielo, soffiando sulle braci antichissime che ancora covano sotto la cenere. Soprattutto, la tolleranza non fornisce il conforto di un Nemico da odiare. Ma, santo cielo, sospesi come siamo sul baratro di nuove guerre di religione, bisognerà pure che la mediocre ragionevolezza degli agnostici trovi, e il più presto possibile, una sua voce udibile, una sua forma culturale e fors´anche politica, e reclami il suo posto in questo pandemonio di Verbi confliggenti. Non resta molto tempo, toni e volumi salgono, e non illudiamoci: il rumore delle bombe minaccia di coprire ogni voce tranquilla, ogni espressione di gentilezza. I tempi sono di ferro e sangue, e organizzare i disarmati e i tolleranti di tutti gli angoli del mondo, oltre che la sola via di scampo, è anche la cosa più difficile da fare, quando non si ha un Libro da brandire o un paradiso da promettere.
Repubblica 13.4.04
La sfida tra religioni
Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo delle fedi religiose noi senzadio siamo al margine di ogni discorso
di Michele Serra
In un lungo e popoloso dibattito televisivo sulla "Passione" di Mel Gibson, nel giorno di Pasqua, ho atteso invano che uno, almeno uno dei tanti contendenti rappresentasse anche il mio punto di vista: quello di un non credente. Inutilmente. Ulteriore sintomo che, nell´intreccio infocato della discussione sul mondo, l´invadenza delle fedi e dei fedeli è, in questo momento, travolgente e, se mi è concesso dirlo, opprimente.
Non mi sento previsto, anzi, non sono previsto. Nelle discussioni delle scuole coraniche, se ebrei e cristiani debbano restare al mondo oppure sprofondare, non sono previsto. Alla chiamata alle armi del cristiano rinato Bush (e del cristiano rifatto Berlusconi), Dio è con il Pentagono, non solo non voglio, ma proprio non posso rispondere: non capisco la domanda. Nella nuova (?!) geopolitica etnico-confessionale che cerca di ridividere l´umanità secondo la decrepita antinomia Mori e Cristiani, davvero non compaio. E se una bomba dovesse interrompere il mio distratto transito per le strade della mia città, nessun fanatico barbuto sarebbe autorizzato a iscrivermi nell´elenco dei crociati uccisi, e nessun devoto alla memoria di Lepanto potrebbe iscrivermi tra i martiri della fede: gli farei spedire una querela postuma.
Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo delle fedi religiose, noi senzadio siamo al margine di ogni discorso. Una parentesi vuota, forse perché la nostra indegnità è tale da renderci indegni perfino di essere nemico di qualcuno, forse perché ci danna la nostra vaga eppure sentita religione dell´uguaglianza tra gli umani, che ci costringe a essere, in qualche modo, amici di tutti. E così, quando leggiamo certi proclami che sortiscono dall´islam più razzista, che annunciano morte alle altre due religioni di Abramo, la tentazione ilare di un sogghigno da imboscato (si sono dimenticati degli atei, forse la scampo?) cede presto il passo allo scoramento.
Compaiono (giorni fa, a Napoli) manifesti del Cristo di Gibson guarniti di appelli neocrociati (e neofascisti) che invitano a vendicare armi in pugno il Nazareno. Per contraccolpo da undici settembre, negli Usa spopolano chiese e chiesette di reverendi reazionari, evangelizzatori del mondo in punta di Bibbia e di cannone. Da Haider a Le Pen al cattolicesimo vandeano della Lega, molti europei rigettano l´idea che siano stati i Lumi e la Rivoluzione francese a darci diritto e libertà, e il revisionismo della destra italiana rivaluta le insorgenze sanfediste e fruga nel brigantaggio per scovarne il valore "popolare" e antiborghese dell´antistatalismo.
Con un amico miscredente ci si chiedeva, con allegro malumore, se non siano maturi i tempi per organizzare una jihad atea. Ma, per la verità, già ebbe luogo, nel comunismo dell´Est, non meno repressiva e catechistica di tutte le offensive confessionali. E finì male, come meritava, perché l´evangelizzazione atea è un ossimoro, e il proselitismo è in sé la proiezione dogmatica di un Principio al quale informare, con le buone o con le cattive, gli altri.
Sì, l´idea di organizzare gli atei ha un che di involontariamente chiesastico, di intruppato e escludente. E tuttavia, bisognerà pure fare qualcosa, noi che visitiamo con uguale rispetto le cattedrali e le moschee, le sinagoghe e i templi indù. Noi che consideriamo l´accusa di "deicidio" agli ebrei, le feroci faide confessional-condominiali in Gerusalemme, o il revanscismo islamico in Europa, come vischiosi e folli cascami di tragedie arcaiche, morti che ghermiscono i vivi, vecchie ossa che mandano a crepare i ragazzi?
La tolleranza è un pensiero debole, non consente di colmare il vuoto identitario con l´attraente immutabilità delle certezze confessionali, delle tradizioni ispirate dal Cielo, soffiando sulle braci antichissime che ancora covano sotto la cenere. Soprattutto, la tolleranza non fornisce il conforto di un Nemico da odiare. Ma, santo cielo, sospesi come siamo sul baratro di nuove guerre di religione, bisognerà pure che la mediocre ragionevolezza degli agnostici trovi, e il più presto possibile, una sua voce udibile, una sua forma culturale e fors´anche politica, e reclami il suo posto in questo pandemonio di Verbi confliggenti. Non resta molto tempo, toni e volumi salgono, e non illudiamoci: il rumore delle bombe minaccia di coprire ogni voce tranquilla, ogni espressione di gentilezza. I tempi sono di ferro e sangue, e organizzare i disarmati e i tolleranti di tutti gli angoli del mondo, oltre che la sola via di scampo, è anche la cosa più difficile da fare, quando non si ha un Libro da brandire o un paradiso da promettere.
«a che serve il sesso?»
Corriere della Sera 13.4.04
Così è possibile la «manutenzione» dell’elica della vita che va trasmessa integra
Il sesso? Serve anche a riparare il nostro Dna
di VITTORIO SGARAMELLA
A che serve il sesso? Per la riproduzione (e per il piacere) di chi lo pratica, si dice. Si sa che possono farne a meno quasi tutti gli organismi inferiori, molte piante e su 43 mila specie note di vertebrati solo pochi pesci, rettili, anfibi; ma non i mammiferi. Perché? Due le spiegazioni a confronto: la prima che il sesso serve a rimescolare i geni e favorire l’evoluzione e la salvaguardia della specie, la seconda - più recente - è quella che vede il sesso come momento di «riparazione» del Dna. Secondo il modello finora accettato, quello di Lucrezio-Weismann-Fisher-Muller, la riproduzione per via sessuale favorisce il rimescolamento dei geni e quindi delle caratteristiche che ne sono codificate, cioè aumenta la biodiversità (la possibilità di «rimescolare» i geni in modo da annullare i rischi letali per la specie). In altri termini, i cambiamenti ambientali sfavorevoli ai genitori potrebbero non esserlo più per alcuni dei figli selezionati in base al rimescolamento dei geni. Sarebbe questo il segreto dell’evoluzione?
Oggi però prevale un secondo modello: intuito da Platone, ripreso da Freud, sviluppato da Maynard Smith e divulgato da Michod in Eros and evolution propone che il sesso serve a... riparare il Dna (gli effetti sull’evoluzione ci sono tutti, ma indiretti). Si tratta di un «tagliando» al Dna, tale da consentire una «sana» riproduzione, che avviene ogni volta che entrano in campo le cellule sessuali (i gameti). Ad ogni atto sessuale si «riprogramma» il Dna, si sana, si ripara rispetto ai rischi ambientali e, se tutto funziona, nascerà un figlio con un Dna più «forte». Con questo nuovo modello si sanerebbero diversi paradossi, come la diffusione del sesso contro i suoi costi (la ricerca del partner è solo l’inizio!); l’insensatezza di scompaginare genomi (Dna) di successo in omaggio a biodiversificazioni (combinazioni di geni diverse e vincenti) vantaggiose in nuovi ambienti tanto ipotetici quanto generazionalmente lontani; la continuità evolutiva delle specie asessuate contro la discontinuità delle sessuate (persino Darwin era turbato dagli «anelli mancanti»).
Anni fa il Nobel Jacob notò che la natura fa bricolage, ma più che riparare, ricicla. L’uomo è fatto da miliardi di cellule, differenziate in circa 200 tipi riconducibili a due linee: la somatica (sangue, cuore, cervello, pelle, eccetera) e la sessuale (gameti: spermatozoi nei maschi, ovuli nelle femmine). Le cellule somatiche servono alla vita dell’organismo, le sessuali (i gameti) alla sua riproduzione. Ogni cellula abbonda di proteine, Rna, etc, ma ha un unico Dna: di norma dopo l’avvio si mette a riposo e fa lavorare le sue copie di scorta che ne assicurano le funzioni. Il Dna è a termine e dura al più una vita, almeno nelle cellule somatiche.
Nei gameti invece passa da una generazione all’altra: è perpetuo.
Il Dna di ogni cellula umana contiene tre miliardi di «lettere» combinate in parole diverse: quattro basi azotate, A, C, G e T, in un’infinità di combinazioni diverse. Sono tutti siti sensibili: radiazioni e sostanze chimiche ne colpiscono un migliaio al giorno. Danni, o alterazioni di struttura, e mutazioni, o alterazioni di sequenza, s’accumulano, causano malattie genetiche e accelerano l’invecchiamento. Sbagli che la cellula somatica ripara senza strafare, se sono pochi. Se sono tanti, e ripararli crea scompiglio, attiva un programma di suicidio cellulare, ma l’organismo si salva: anche le cellule abbondano. Se sono troppi gli sbagli, è il caos: salta pure il programma di suicidio e si rischia il cancro.
Ben altra la cura al Dna nella linea sessuale. Non per amore della discendenza, ma solo perché altrimenti il Dna non si replica. Grazie al sesso infatti il Dna gratifica il suo narcisismo: si perpetua, resta discontinuo e serve l’evoluzione. In genere le cellule subordinano la loro vita alla replicazione del Dna, possibile solo se è integro: ma per mantenerlo tale ci vuole tempo e energie. Ecco perché la natura ne ha reso la manutenzione così allettante che per goderne c’è chi è pronto a morire: di «infortuni sul lavoro» sono vittime la mantide religiosa, il topino col marsupio, il cactus centenario; l’uomo non si ferma neppure davanti all’Aids. La nostra cultura l’ha sublimata in un ideale (amore) e svilita in un’ossessione (sesso) nel cui nome si compiono mirabilia e crimini.
Qui possiamo solo riassumere la logica del ruolo del sesso nella manutenzione del Dna. Per correggere un testo occorre una copia buona di scorta: meglio se, come in una pellicola cinematografica, c’è anche un negativo. Il Dna è fatto da due eliche intrecciate: una è il negativo (o il complemento) dell’altra. La sequenza di basi di un’elica, determina quella dell’altra: gli sbagli di una sono corretti per confronto con l’altra. Qui scatta la prima riparazione.
Le cellule somatiche hanno due doppie eliche di Dna, una materna e una paterna. Questo permette di ripararle tutte e due, purché i danni siano diversi: nella seconda riparazione la doppia elica giusta fa da back-up alla sbagliata.
Ma ai gameti (le cellule sessuali) non basta. Hanno solo una doppia elica di Dna e devono passarla ai discendenti: va riparata al meglio. E così è, grazie a un terzo tagliando che le cellule progenitrici staccano prima di diventare gameti: anch’esse, come le somatiche, hanno due doppie eliche, che però replicano non una ma due volte. Questo evidenzia tutti gli sbagli presenti su ogni singola elica e ne ottimizza la correzione. Che non opera a pioggia: un capolavoro d’ingegneria riparativa allinea le doppie eliche materna e paterna e accumula le parti giuste in una, quelle sbagliate nell’altra. Le nuove doppie eliche, miste materne/paterne, finiscono ciascuna in un gamete: quella meglio riparata avrà una maggiore probabilità di successo nella fecondazione naturale. I gameti si mobilitano a milioni e anche se revisione (specie su ovuli) e selezione (di spermatozoi) sono severe, su cento nascite registriamo quattrocento aborti e quattro malformazioni congenite.
In vitro il rischio sale: c’è revisione, non selezione. E ancor di più con la clonazione: manca anche la revisione. Sulla riproduzione resta molto da imparare: ad esempio perché è facile clonare piante, ma non animali. «Conoscenza è potenza», ammoniva F. Bacone.
Queste transazioni spiegano anche perché nei figli ricompaiono tratti presenti nei nonni e non nei genitori (e viceversa). Lo notò Lucrezio nel De rerum natura , ma forse fuorviato dalla sua vena poetica mancò il modello giusto. Peccato, perché l’aveva già abbozzato quattro secoli prima Platone nel Simposio Il sesso è tabù e lo si esorcizza in favole. Dopo cavoli e cicogne archiviamo lotta a parassiti, biodiversità, etc, come sottoprodotti del sesso: della vita toccano l’hardware (cellule, organismi) più che il software (Dna).
Infine: perché il Dna? Se siamo strumenti di un disegno divino, amen. Alcuni cercano ragioni scientifiche: il Nobel Monod, e prima Democrito, ci vedono figli di caso e necessità. Si sa ancora ben poco della termodinamica di un processo che mira essenzialmente al Dna.
Ma su Marte, o altrove, con chimica e fisica simili alle nostre, c’è una molecola così egoista da asservire la biosfera e bella da rispettare la sezione aurea?
Così è possibile la «manutenzione» dell’elica della vita che va trasmessa integra
Il sesso? Serve anche a riparare il nostro Dna
di VITTORIO SGARAMELLA
A che serve il sesso? Per la riproduzione (e per il piacere) di chi lo pratica, si dice. Si sa che possono farne a meno quasi tutti gli organismi inferiori, molte piante e su 43 mila specie note di vertebrati solo pochi pesci, rettili, anfibi; ma non i mammiferi. Perché? Due le spiegazioni a confronto: la prima che il sesso serve a rimescolare i geni e favorire l’evoluzione e la salvaguardia della specie, la seconda - più recente - è quella che vede il sesso come momento di «riparazione» del Dna. Secondo il modello finora accettato, quello di Lucrezio-Weismann-Fisher-Muller, la riproduzione per via sessuale favorisce il rimescolamento dei geni e quindi delle caratteristiche che ne sono codificate, cioè aumenta la biodiversità (la possibilità di «rimescolare» i geni in modo da annullare i rischi letali per la specie). In altri termini, i cambiamenti ambientali sfavorevoli ai genitori potrebbero non esserlo più per alcuni dei figli selezionati in base al rimescolamento dei geni. Sarebbe questo il segreto dell’evoluzione?
Oggi però prevale un secondo modello: intuito da Platone, ripreso da Freud, sviluppato da Maynard Smith e divulgato da Michod in Eros and evolution propone che il sesso serve a... riparare il Dna (gli effetti sull’evoluzione ci sono tutti, ma indiretti). Si tratta di un «tagliando» al Dna, tale da consentire una «sana» riproduzione, che avviene ogni volta che entrano in campo le cellule sessuali (i gameti). Ad ogni atto sessuale si «riprogramma» il Dna, si sana, si ripara rispetto ai rischi ambientali e, se tutto funziona, nascerà un figlio con un Dna più «forte». Con questo nuovo modello si sanerebbero diversi paradossi, come la diffusione del sesso contro i suoi costi (la ricerca del partner è solo l’inizio!); l’insensatezza di scompaginare genomi (Dna) di successo in omaggio a biodiversificazioni (combinazioni di geni diverse e vincenti) vantaggiose in nuovi ambienti tanto ipotetici quanto generazionalmente lontani; la continuità evolutiva delle specie asessuate contro la discontinuità delle sessuate (persino Darwin era turbato dagli «anelli mancanti»).
Anni fa il Nobel Jacob notò che la natura fa bricolage, ma più che riparare, ricicla. L’uomo è fatto da miliardi di cellule, differenziate in circa 200 tipi riconducibili a due linee: la somatica (sangue, cuore, cervello, pelle, eccetera) e la sessuale (gameti: spermatozoi nei maschi, ovuli nelle femmine). Le cellule somatiche servono alla vita dell’organismo, le sessuali (i gameti) alla sua riproduzione. Ogni cellula abbonda di proteine, Rna, etc, ma ha un unico Dna: di norma dopo l’avvio si mette a riposo e fa lavorare le sue copie di scorta che ne assicurano le funzioni. Il Dna è a termine e dura al più una vita, almeno nelle cellule somatiche.
Nei gameti invece passa da una generazione all’altra: è perpetuo.
Il Dna di ogni cellula umana contiene tre miliardi di «lettere» combinate in parole diverse: quattro basi azotate, A, C, G e T, in un’infinità di combinazioni diverse. Sono tutti siti sensibili: radiazioni e sostanze chimiche ne colpiscono un migliaio al giorno. Danni, o alterazioni di struttura, e mutazioni, o alterazioni di sequenza, s’accumulano, causano malattie genetiche e accelerano l’invecchiamento. Sbagli che la cellula somatica ripara senza strafare, se sono pochi. Se sono tanti, e ripararli crea scompiglio, attiva un programma di suicidio cellulare, ma l’organismo si salva: anche le cellule abbondano. Se sono troppi gli sbagli, è il caos: salta pure il programma di suicidio e si rischia il cancro.
Ben altra la cura al Dna nella linea sessuale. Non per amore della discendenza, ma solo perché altrimenti il Dna non si replica. Grazie al sesso infatti il Dna gratifica il suo narcisismo: si perpetua, resta discontinuo e serve l’evoluzione. In genere le cellule subordinano la loro vita alla replicazione del Dna, possibile solo se è integro: ma per mantenerlo tale ci vuole tempo e energie. Ecco perché la natura ne ha reso la manutenzione così allettante che per goderne c’è chi è pronto a morire: di «infortuni sul lavoro» sono vittime la mantide religiosa, il topino col marsupio, il cactus centenario; l’uomo non si ferma neppure davanti all’Aids. La nostra cultura l’ha sublimata in un ideale (amore) e svilita in un’ossessione (sesso) nel cui nome si compiono mirabilia e crimini.
Qui possiamo solo riassumere la logica del ruolo del sesso nella manutenzione del Dna. Per correggere un testo occorre una copia buona di scorta: meglio se, come in una pellicola cinematografica, c’è anche un negativo. Il Dna è fatto da due eliche intrecciate: una è il negativo (o il complemento) dell’altra. La sequenza di basi di un’elica, determina quella dell’altra: gli sbagli di una sono corretti per confronto con l’altra. Qui scatta la prima riparazione.
Le cellule somatiche hanno due doppie eliche di Dna, una materna e una paterna. Questo permette di ripararle tutte e due, purché i danni siano diversi: nella seconda riparazione la doppia elica giusta fa da back-up alla sbagliata.
Ma ai gameti (le cellule sessuali) non basta. Hanno solo una doppia elica di Dna e devono passarla ai discendenti: va riparata al meglio. E così è, grazie a un terzo tagliando che le cellule progenitrici staccano prima di diventare gameti: anch’esse, come le somatiche, hanno due doppie eliche, che però replicano non una ma due volte. Questo evidenzia tutti gli sbagli presenti su ogni singola elica e ne ottimizza la correzione. Che non opera a pioggia: un capolavoro d’ingegneria riparativa allinea le doppie eliche materna e paterna e accumula le parti giuste in una, quelle sbagliate nell’altra. Le nuove doppie eliche, miste materne/paterne, finiscono ciascuna in un gamete: quella meglio riparata avrà una maggiore probabilità di successo nella fecondazione naturale. I gameti si mobilitano a milioni e anche se revisione (specie su ovuli) e selezione (di spermatozoi) sono severe, su cento nascite registriamo quattrocento aborti e quattro malformazioni congenite.
In vitro il rischio sale: c’è revisione, non selezione. E ancor di più con la clonazione: manca anche la revisione. Sulla riproduzione resta molto da imparare: ad esempio perché è facile clonare piante, ma non animali. «Conoscenza è potenza», ammoniva F. Bacone.
Queste transazioni spiegano anche perché nei figli ricompaiono tratti presenti nei nonni e non nei genitori (e viceversa). Lo notò Lucrezio nel De rerum natura , ma forse fuorviato dalla sua vena poetica mancò il modello giusto. Peccato, perché l’aveva già abbozzato quattro secoli prima Platone nel Simposio Il sesso è tabù e lo si esorcizza in favole. Dopo cavoli e cicogne archiviamo lotta a parassiti, biodiversità, etc, come sottoprodotti del sesso: della vita toccano l’hardware (cellule, organismi) più che il software (Dna).
Infine: perché il Dna? Se siamo strumenti di un disegno divino, amen. Alcuni cercano ragioni scientifiche: il Nobel Monod, e prima Democrito, ci vedono figli di caso e necessità. Si sa ancora ben poco della termodinamica di un processo che mira essenzialmente al Dna.
Ma su Marte, o altrove, con chimica e fisica simili alle nostre, c’è una molecola così egoista da asservire la biosfera e bella da rispettare la sezione aurea?
Cina
Corriere della Sera 13.4.04
A SHANGHAI
La città delle aiuole, dove i quartieri cambiano in un giorno
Ragazze con la coda di cavallo e shopping sfrenato: si contratta su tutto, anche nei supermercati
DAL NOSTRO INVIATO
SHANGHAI - La città delle aiuole che cantano ti accoglie con una quantità colorata di grattacieli che hanno le tinte dei fiori: turchesi, rossi, violacei, in ogni modo alti e impertinenti come tutte le cose giovani che conoscono poco il mondo ma sanno di essere loro i protagonisti. In questa distesa di grattacieli si alza allegra la musica dalle aiuole, sparse ovunque e curatissime da un esercito di giardinieri, spandono, da microfoni nascosti, musiche popolari cinesi. L’ albergo più bello è anche sul grattacielo più alto, il Jin Mao, e comincia dal 54esimo piano, i piani sottostanti sono uffici. Dalle sue camere una vista panoramica sul Bund, il fiume della città che la attraversa, la disegna ed è il vero protagonista del luogo.
Ovunque si respira un’aria adrenalinica, effervescente e veloce che ricorda la New York degli anni ’80. E’ come se ci fosse posto per tutti o tutti pensassero di avere diritto al proprio posto. Il centro è una vasta distesa di centri commerciali dove molte griffe italiane compaiano storpiate e copiate: c’è Russardi, Rudy Valentino, Maesca Mara e via elencando. Quasi tutte le griffe italiane sono state copiate. E’ in questa disneyland dello shopping che sbarcherà, con un suo suntuoso indirizzo privato, Giorgio Armani che il 17 sfilerà in un suo spazio nel palazzo più elegante della città, quel «3 of the Bund» che oltre lui accoglie la Shanghai Gallery e l’Evian SPA. Il palazzo, nella parte antica della città ma sempre vicino al fiume, è dirimpetto a «M of the Bund», il ristorante più di moda della città, aperto cinque anni fa da un australiano. Il ristorante ha lo stile della vecchia Cabala a Roma e del Nephenta degli anni ruggenti a Milano: tavoli sparsi, camerieri gallonati, e orchestra in mezzo alla sala. Chi vuole un po’ di quiete può cercarla all’ora dell’aperitivo nel privée. Rebecca Zhang, una febbricitante fotografa amica di artisti e designer, racconta che a Shanghai si combina tutto all’ultimo minuto, che ci sono sempre mille scelte e che i programmi cambiano vertiginosamente, come i posti alla moda.
Il 17 sera non ci saranno cambi di programma: tutti andranno alla sfilata di Armani e a vedere il nuovo palazzo che contiene re Giorgio e i suoi vestiti. Handel Lee, un quarantenne cinese con un’aria più pacifica del mondo che lo circonda, ma come confessa lui stesso nubile perché non ha tempo per sposarsi, è il manager che pensa di ripetere il miracolo di «3 of the Bund», a Pechino, con gli stessi ospiti, ovvero Armani e gli altri. Mister Lee, nato a Washington da una famiglia di diplomatici, laureato in legge, si è trasformato in un manager internazionale ed è a lui e al suo sorriso che si devono tante iniziative. A Shanghai si parla molto di arte e di artisti ma Alessandro Rolandi, un giovane pittore italiano della squadra del gallerista milanese Orio Vergani, racconta che la città degli artisti è Pechino mentre Shanghai è sopratutto quella del danaro. Rolandi è giovane, dipinge figure e ritratti, morbidi e intensi, in Cina ha trovato oltre a uno studio contatti con tutto il mondo e una vita molto intensa intellettualmente. La conferma di questa opinione - Pechino cultura, Shanghai danaro - viene anche da Gerardo de Ravizws, un giovinotto di Gallarate, cresciuto a Somma Lombarda, che si è trasferito anni fa lì diventando l’ executive chef del Mariott. Il giovane gallaratese, perfettamente inserito, racconta che il turismo a Shanghai è solo il 15%, tutto il resto è business. E che business. A parte la moda, il cibo, le macchine, c’è l’architettura. Pujiang Newtown sarà una città nella città disegnata e costruita per 100 mila abitanti dall’architetto Augusto Cagnardi. Cagnardi è un milanese dalla folta criniera bianca e l’aria posata e sapiente che va circa due volte al mese in Cina, è stimatissimo e oltre la sua città sta progettando anche una ristrutturazione del quartiere europeo sul Bund, i cinesi si affidano volentieri a lui e prima gli mostrano i test che hanno fatto sui desideri dei nuovi proprietari di immobili. Risulta, raccontava Cagnardi divertito, che i cinesi desiderano sopratutto case art decò, francese. Moderno sì ma con qualcosa che ricordi la parte della loro vecchia città sul fiume. Il censimento art decò è una assoluta novità per cui la nuova città liberty deve ancora venire. Per adesso è una labirintica città dello shopping, dove tutti comprano, guardano, trattano. Le trattazioni sono possibili anche nei grandi magazzini, meno accese ma possibili. Un cappotto di cachemire, dopo un’accorta trattativa, può essere acquistato alla metà. Nella città delle aiuole che cantano le ragazze portano la coda di cavallo che ondeggia al suono della musica e sono tutte vestite alla moda.
La tua camera d’albergo può essere al 75esimo piano. Chi lavora in alto racconta che da un giorno all’altro nasce un palazzo, scompare una strada, cambia e cresce la città. Mentre le aiuole cantano.
A SHANGHAI
La città delle aiuole, dove i quartieri cambiano in un giorno
Ragazze con la coda di cavallo e shopping sfrenato: si contratta su tutto, anche nei supermercati
DAL NOSTRO INVIATO
SHANGHAI - La città delle aiuole che cantano ti accoglie con una quantità colorata di grattacieli che hanno le tinte dei fiori: turchesi, rossi, violacei, in ogni modo alti e impertinenti come tutte le cose giovani che conoscono poco il mondo ma sanno di essere loro i protagonisti. In questa distesa di grattacieli si alza allegra la musica dalle aiuole, sparse ovunque e curatissime da un esercito di giardinieri, spandono, da microfoni nascosti, musiche popolari cinesi. L’ albergo più bello è anche sul grattacielo più alto, il Jin Mao, e comincia dal 54esimo piano, i piani sottostanti sono uffici. Dalle sue camere una vista panoramica sul Bund, il fiume della città che la attraversa, la disegna ed è il vero protagonista del luogo.
Ovunque si respira un’aria adrenalinica, effervescente e veloce che ricorda la New York degli anni ’80. E’ come se ci fosse posto per tutti o tutti pensassero di avere diritto al proprio posto. Il centro è una vasta distesa di centri commerciali dove molte griffe italiane compaiano storpiate e copiate: c’è Russardi, Rudy Valentino, Maesca Mara e via elencando. Quasi tutte le griffe italiane sono state copiate. E’ in questa disneyland dello shopping che sbarcherà, con un suo suntuoso indirizzo privato, Giorgio Armani che il 17 sfilerà in un suo spazio nel palazzo più elegante della città, quel «3 of the Bund» che oltre lui accoglie la Shanghai Gallery e l’Evian SPA. Il palazzo, nella parte antica della città ma sempre vicino al fiume, è dirimpetto a «M of the Bund», il ristorante più di moda della città, aperto cinque anni fa da un australiano. Il ristorante ha lo stile della vecchia Cabala a Roma e del Nephenta degli anni ruggenti a Milano: tavoli sparsi, camerieri gallonati, e orchestra in mezzo alla sala. Chi vuole un po’ di quiete può cercarla all’ora dell’aperitivo nel privée. Rebecca Zhang, una febbricitante fotografa amica di artisti e designer, racconta che a Shanghai si combina tutto all’ultimo minuto, che ci sono sempre mille scelte e che i programmi cambiano vertiginosamente, come i posti alla moda.
Il 17 sera non ci saranno cambi di programma: tutti andranno alla sfilata di Armani e a vedere il nuovo palazzo che contiene re Giorgio e i suoi vestiti. Handel Lee, un quarantenne cinese con un’aria più pacifica del mondo che lo circonda, ma come confessa lui stesso nubile perché non ha tempo per sposarsi, è il manager che pensa di ripetere il miracolo di «3 of the Bund», a Pechino, con gli stessi ospiti, ovvero Armani e gli altri. Mister Lee, nato a Washington da una famiglia di diplomatici, laureato in legge, si è trasformato in un manager internazionale ed è a lui e al suo sorriso che si devono tante iniziative. A Shanghai si parla molto di arte e di artisti ma Alessandro Rolandi, un giovane pittore italiano della squadra del gallerista milanese Orio Vergani, racconta che la città degli artisti è Pechino mentre Shanghai è sopratutto quella del danaro. Rolandi è giovane, dipinge figure e ritratti, morbidi e intensi, in Cina ha trovato oltre a uno studio contatti con tutto il mondo e una vita molto intensa intellettualmente. La conferma di questa opinione - Pechino cultura, Shanghai danaro - viene anche da Gerardo de Ravizws, un giovinotto di Gallarate, cresciuto a Somma Lombarda, che si è trasferito anni fa lì diventando l’ executive chef del Mariott. Il giovane gallaratese, perfettamente inserito, racconta che il turismo a Shanghai è solo il 15%, tutto il resto è business. E che business. A parte la moda, il cibo, le macchine, c’è l’architettura. Pujiang Newtown sarà una città nella città disegnata e costruita per 100 mila abitanti dall’architetto Augusto Cagnardi. Cagnardi è un milanese dalla folta criniera bianca e l’aria posata e sapiente che va circa due volte al mese in Cina, è stimatissimo e oltre la sua città sta progettando anche una ristrutturazione del quartiere europeo sul Bund, i cinesi si affidano volentieri a lui e prima gli mostrano i test che hanno fatto sui desideri dei nuovi proprietari di immobili. Risulta, raccontava Cagnardi divertito, che i cinesi desiderano sopratutto case art decò, francese. Moderno sì ma con qualcosa che ricordi la parte della loro vecchia città sul fiume. Il censimento art decò è una assoluta novità per cui la nuova città liberty deve ancora venire. Per adesso è una labirintica città dello shopping, dove tutti comprano, guardano, trattano. Le trattazioni sono possibili anche nei grandi magazzini, meno accese ma possibili. Un cappotto di cachemire, dopo un’accorta trattativa, può essere acquistato alla metà. Nella città delle aiuole che cantano le ragazze portano la coda di cavallo che ondeggia al suono della musica e sono tutte vestite alla moda.
La tua camera d’albergo può essere al 75esimo piano. Chi lavora in alto racconta che da un giorno all’altro nasce un palazzo, scompare una strada, cambia e cresce la città. Mentre le aiuole cantano.
le Nuove Edizioni Romane alla Fiera di Bologna
La Stampa Tuttolibri 10 Aprile 2004
Le novità che graffiano di più
di Ferdinando Albertazzi
(...)
La commedia di Narco di Roberto Piumini (pp. 88, e8), tratta da un suo racconto di spassose magherie e di avventurosi incontri con frati e briganti, inaugura «Colpi di scena», collana «per leggere e fare teatro» delle Nuove Edizioni Romane.
una segnalazione di Paolo Izzo:
Repubblica 10.4.04
Ma Alice abita ancora qui
La Fiera di Bologna
di Simonetta Fiori
(...)
Non sarà una Fiera priva di "colpi di scena": le Nuove Edizioni Romane hanno avuto l'apprezzabile idea di proporre una collana dedicata al teatro - solitamente trascurato dala nostra editoria per ragazzi - con testi di Roberto Piumini, Sebastiano Ruiz Mignone e G. R. Crosher
Le novità che graffiano di più
di Ferdinando Albertazzi
(...)
La commedia di Narco di Roberto Piumini (pp. 88, e8), tratta da un suo racconto di spassose magherie e di avventurosi incontri con frati e briganti, inaugura «Colpi di scena», collana «per leggere e fare teatro» delle Nuove Edizioni Romane.
una segnalazione di Paolo Izzo:
Repubblica 10.4.04
Ma Alice abita ancora qui
La Fiera di Bologna
di Simonetta Fiori
(...)
Non sarà una Fiera priva di "colpi di scena": le Nuove Edizioni Romane hanno avuto l'apprezzabile idea di proporre una collana dedicata al teatro - solitamente trascurato dala nostra editoria per ragazzi - con testi di Roberto Piumini, Sebastiano Ruiz Mignone e G. R. Crosher
scoperta a Prato una «Pompei etrusca»
Repubblica, ed di Firenze 13.4.04
Risale al VI secolo avanti Cristo, ebbe fino a diecimila abitanti. Da oggi un convegno sull'archeologia digitale
Sotto i tir la metropoli etrusca
Prato, dai lavori per l'interporto una grande scoperta
di LAURA MONTANARI
Una coppa di ceramica del pittore Douris (475 a.C.), un vaso di bacchero (terra argillosa scura) e la decorazione di una casa con una figura femminile. Sono tre anteprime etrusche, i reperti del grande scavo all´interporto di Prato, nell´area di Gonfienti, messi a disposizione di pubblico e ricercatori. I tre oggetti saranno presentati oggi al Pin di Prato, il centro universitario, e domani saranno in mostra in una vetrina all´ingresso della sede di piazza Ciardi. L´occasione è l´apertura di un convegno internazionale che richiamerà a Prato, da oggi al 17 aprile, 250 archeologi da tutto il mondo, titolo: «Oltre il reperto: per un´interpretazione digitale del passato». Con l´informatica oggi si possono ricostruire virtualmente le città scomparse, distrutte, mai riemerse dagli scavi, l´importante è rispettare il rigore storico. Come e con quali limiti, ne discuteranno i ricercatori.
Intanto nell´area di Gonfienti proseguono gli scavi della grande città etrusca che la soprintendenza, in collaborazione con l´interporto, Provincia e Comune di Prato, sta riportando alla luce. Lì, dove sono in corso i lavori di un imponente scalo merci per tir e camion, sta riemergendo uno dei più grandi insediamenti etruschi dell´Italia centrale, oltre 12 ettari già sottoposti a vincolo e altri ancora da indagare nel tratto che arriva fino al Bisenzio. «È una città che risale al VI secolo avanti Cristo - spiega Gabriella Poggesi della soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana - una città di commercianti, una zona ricca che somiglia all´insediamento etrusco di Marzabotto. Abbiamo già estratto da questi scavi migliaia di reperti, molte ceramiche e anche scarti di lavorazione. Abbiamo scoperto una casa di oltre mille metri quadrati, con un colonnato e diverse stanze, e ritrovato le tracce di strade e qualche impronta del passaggio dei carretti». La città etrusca di Gonfienti era una «città-postazione», cioè «progettata» apposta per chi si muoveva verso nord, in direzione del valico appenninico. Una città grande dove, ipotizzano altri esperti, si crede vivessero fino a diecimila persone. Lo farebbero supporre le dimensioni delle strade, anche quindici metri di carreggiata per una via urbana, le massicce opere idrauliche, lo sviluppo ordinato e le proporzioni degli edifici. Una sorta di Pompei etrusca, la cui fine è ancora un mistero. Saranno gli esperti, con l´avanzamento degli scavi, a dare nuove risposte. Scavi che sono iniziati nel ´97, quando durante lo sbancamento per l´interporto, sono saltati fuori i primi reperti: tegole, coppi, resti di mura. La scoperta ha permesso inoltre di risolvere un altro mistero, quello intorno alla statuetta L´offerente che si trova al British Museum di Londra. Il bronzetto votivo, risalente al 480 a.C., fu trovato a Prato, a Pizzidimonte, nel VIII secolo. Fu venduto al museo inglese nel 1824, ma non è mai stato chiaro se si trattasse di un ritrovamento isolato o l´indizio di una presenza di un grande insediamento etrusco. Fino a che la grande città addormentata non ha dato segno di sé.
Risale al VI secolo avanti Cristo, ebbe fino a diecimila abitanti. Da oggi un convegno sull'archeologia digitale
Sotto i tir la metropoli etrusca
Prato, dai lavori per l'interporto una grande scoperta
di LAURA MONTANARI
Una coppa di ceramica del pittore Douris (475 a.C.), un vaso di bacchero (terra argillosa scura) e la decorazione di una casa con una figura femminile. Sono tre anteprime etrusche, i reperti del grande scavo all´interporto di Prato, nell´area di Gonfienti, messi a disposizione di pubblico e ricercatori. I tre oggetti saranno presentati oggi al Pin di Prato, il centro universitario, e domani saranno in mostra in una vetrina all´ingresso della sede di piazza Ciardi. L´occasione è l´apertura di un convegno internazionale che richiamerà a Prato, da oggi al 17 aprile, 250 archeologi da tutto il mondo, titolo: «Oltre il reperto: per un´interpretazione digitale del passato». Con l´informatica oggi si possono ricostruire virtualmente le città scomparse, distrutte, mai riemerse dagli scavi, l´importante è rispettare il rigore storico. Come e con quali limiti, ne discuteranno i ricercatori.
Intanto nell´area di Gonfienti proseguono gli scavi della grande città etrusca che la soprintendenza, in collaborazione con l´interporto, Provincia e Comune di Prato, sta riportando alla luce. Lì, dove sono in corso i lavori di un imponente scalo merci per tir e camion, sta riemergendo uno dei più grandi insediamenti etruschi dell´Italia centrale, oltre 12 ettari già sottoposti a vincolo e altri ancora da indagare nel tratto che arriva fino al Bisenzio. «È una città che risale al VI secolo avanti Cristo - spiega Gabriella Poggesi della soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana - una città di commercianti, una zona ricca che somiglia all´insediamento etrusco di Marzabotto. Abbiamo già estratto da questi scavi migliaia di reperti, molte ceramiche e anche scarti di lavorazione. Abbiamo scoperto una casa di oltre mille metri quadrati, con un colonnato e diverse stanze, e ritrovato le tracce di strade e qualche impronta del passaggio dei carretti». La città etrusca di Gonfienti era una «città-postazione», cioè «progettata» apposta per chi si muoveva verso nord, in direzione del valico appenninico. Una città grande dove, ipotizzano altri esperti, si crede vivessero fino a diecimila persone. Lo farebbero supporre le dimensioni delle strade, anche quindici metri di carreggiata per una via urbana, le massicce opere idrauliche, lo sviluppo ordinato e le proporzioni degli edifici. Una sorta di Pompei etrusca, la cui fine è ancora un mistero. Saranno gli esperti, con l´avanzamento degli scavi, a dare nuove risposte. Scavi che sono iniziati nel ´97, quando durante lo sbancamento per l´interporto, sono saltati fuori i primi reperti: tegole, coppi, resti di mura. La scoperta ha permesso inoltre di risolvere un altro mistero, quello intorno alla statuetta L´offerente che si trova al British Museum di Londra. Il bronzetto votivo, risalente al 480 a.C., fu trovato a Prato, a Pizzidimonte, nel VIII secolo. Fu venduto al museo inglese nel 1824, ma non è mai stato chiaro se si trattasse di un ritrovamento isolato o l´indizio di una presenza di un grande insediamento etrusco. Fino a che la grande città addormentata non ha dato segno di sé.
lo studio della lingua araba
una segnalazione di Paolo Izzo
Repubblica 13.4.04Da Torino a Palermo, università e associazioni insegnano la cultura che coinvolge 200 milioni di persone nel mondo
Scuola di arabo, è boom in Italia
Dai ragazzi agli adulti, cresce l'interesse per la lingua del Corano
Diversi sono anche gli sbocchi lavorativi per chi si impadronisce di quest'universo
Uno studio assai impegnativo che nasce dalla voglia di capire una civiltà lontana
di ANGELA LANO
ROMA - Boom dei corsi di arabo in Italia: sono migliaia gli iscritti, sia nelle università sia nei centri culturali. L´interesse, già presente nel '91, dopo lo scoppio della prima guerra del Golfo, è aumentato negli ultimi tre anni (dalla tragedia delle Torri Gemelle).
È la curiosità, il desiderio di conoscere una cultura ricca, quella arabo-islamica, a spingere ogni anno numerosi studenti, giovani e adulti, a cimentarsi con le difficoltà dell´alfabeto arabo, dei verbi irregolari, delle declinazioni, delle frasi verbali o nominali, fino alla lettura del Corano o dei versi delle poesie dell´età d´oro dell´impero Abbaside.
Chi si avvicina a questa lingua è spesso affascinato da tutto l´universo storico-culturale e simbolico che essa racchiude, oppure è attratto dalle opportunità professionali che potrebbe offrire. C´è chi progetta di diventare consulente per aziende di import-export che commerciano con i paesi arabi - come Valentina, una giovane studentessa di Milano - e chi, come Daniela, una signora torinese sulla sessantina, di viaggiare nel Maghreb con più disinvoltura e sicurezza. Altri si cimentano nell´impegnativo studio della grammatica e dei vocaboli per "passione". È il caso di Roberto, di Pisa e di tanti altri che non sanno neanche spiegare questo strano "richiamo": qualcuno è attirato dall´Islam e ne vuole studiare la lingua, altri desiderano comprendere meglio le complesse dinamiche storico-politiche in atto nello scenario internazionale. Per Simona, 40 anni, di Bologna, prevale l´interesse affettivo: è sposata con un marocchino e desidera approfondire lo studio della cultura del marito.
A Torino, due dei luoghi più accreditati dove intraprendere questo lungo e complesso studio (sono necessari diversi anni di impegno), sono l´Università - facoltà di Lingue e letterature straniere e Lettere e filosofia - e il centro diocesano per le relazioni cristiano- islamiche «Federico Peirone». La Lombardia riserva un grande interesse per lo studio del mondo arabo-islamico: l´insegnamento della lingua araba all´Università Cattolica di Milano è una tradizione più che ventennale, insieme a quella delle discipline storico-politiche del mondo islamico. Ma grande affluenza di studenti la registra anche la Statale, dove, tra Lettere e filosofia e Scienze politiche, gli iscritti sono un centinaio, così come quelli della Bicocca-facoltà di Scienze della formazione. La Ca´ Foscari di Venezia è, insieme all´Orientale di Napoli, una delle sedi più antiche di studi orientali in Italia: è lì che gli appassionati di scienze arabo-islamiche confluivano da tutta la penisola prima che fossero aperti altri centri accademici. Attualmente sono oltre 150 gli studenti che frequentano i corsi.
A Bologna, la lingua araba è insegnata sia alla Facoltà di Lettere sia a quella di Lingue e alla Scuola superiore per Traduttori e interpreti. Il centro linguistico interfacoltà, con sede a Forlì, ha inoltre realizzato un corso di lingua araba su cd-rom, accessibile anche in rete (www.cliro.unibo.it) e con accesso gratuito.
Diverse centinaia, anche nel resto dell´Italia, sono gli iscritti alle facoltà che contemplano discipline arabo-islamiche: dalla facoltà di Studi orientali dell´Università La Sapienza, o di Tor Vergata, a Roma, a «L´Orientale» di Napoli e, ancora, a quelle di Lecce e Bari, di Catania, Palermo e Sassari. Ognuno con interessi e prospettive di studio differenti a seconda dei corsi di laurea cui appartengono. E, tutti, con sogni differenti e lontani.
Repubblica 13.4.04Da Torino a Palermo, università e associazioni insegnano la cultura che coinvolge 200 milioni di persone nel mondo
Scuola di arabo, è boom in Italia
Dai ragazzi agli adulti, cresce l'interesse per la lingua del Corano
Diversi sono anche gli sbocchi lavorativi per chi si impadronisce di quest'universo
Uno studio assai impegnativo che nasce dalla voglia di capire una civiltà lontana
di ANGELA LANO
ROMA - Boom dei corsi di arabo in Italia: sono migliaia gli iscritti, sia nelle università sia nei centri culturali. L´interesse, già presente nel '91, dopo lo scoppio della prima guerra del Golfo, è aumentato negli ultimi tre anni (dalla tragedia delle Torri Gemelle).
È la curiosità, il desiderio di conoscere una cultura ricca, quella arabo-islamica, a spingere ogni anno numerosi studenti, giovani e adulti, a cimentarsi con le difficoltà dell´alfabeto arabo, dei verbi irregolari, delle declinazioni, delle frasi verbali o nominali, fino alla lettura del Corano o dei versi delle poesie dell´età d´oro dell´impero Abbaside.
Chi si avvicina a questa lingua è spesso affascinato da tutto l´universo storico-culturale e simbolico che essa racchiude, oppure è attratto dalle opportunità professionali che potrebbe offrire. C´è chi progetta di diventare consulente per aziende di import-export che commerciano con i paesi arabi - come Valentina, una giovane studentessa di Milano - e chi, come Daniela, una signora torinese sulla sessantina, di viaggiare nel Maghreb con più disinvoltura e sicurezza. Altri si cimentano nell´impegnativo studio della grammatica e dei vocaboli per "passione". È il caso di Roberto, di Pisa e di tanti altri che non sanno neanche spiegare questo strano "richiamo": qualcuno è attirato dall´Islam e ne vuole studiare la lingua, altri desiderano comprendere meglio le complesse dinamiche storico-politiche in atto nello scenario internazionale. Per Simona, 40 anni, di Bologna, prevale l´interesse affettivo: è sposata con un marocchino e desidera approfondire lo studio della cultura del marito.
A Torino, due dei luoghi più accreditati dove intraprendere questo lungo e complesso studio (sono necessari diversi anni di impegno), sono l´Università - facoltà di Lingue e letterature straniere e Lettere e filosofia - e il centro diocesano per le relazioni cristiano- islamiche «Federico Peirone». La Lombardia riserva un grande interesse per lo studio del mondo arabo-islamico: l´insegnamento della lingua araba all´Università Cattolica di Milano è una tradizione più che ventennale, insieme a quella delle discipline storico-politiche del mondo islamico. Ma grande affluenza di studenti la registra anche la Statale, dove, tra Lettere e filosofia e Scienze politiche, gli iscritti sono un centinaio, così come quelli della Bicocca-facoltà di Scienze della formazione. La Ca´ Foscari di Venezia è, insieme all´Orientale di Napoli, una delle sedi più antiche di studi orientali in Italia: è lì che gli appassionati di scienze arabo-islamiche confluivano da tutta la penisola prima che fossero aperti altri centri accademici. Attualmente sono oltre 150 gli studenti che frequentano i corsi.
A Bologna, la lingua araba è insegnata sia alla Facoltà di Lettere sia a quella di Lingue e alla Scuola superiore per Traduttori e interpreti. Il centro linguistico interfacoltà, con sede a Forlì, ha inoltre realizzato un corso di lingua araba su cd-rom, accessibile anche in rete (www.cliro.unibo.it) e con accesso gratuito.
Diverse centinaia, anche nel resto dell´Italia, sono gli iscritti alle facoltà che contemplano discipline arabo-islamiche: dalla facoltà di Studi orientali dell´Università La Sapienza, o di Tor Vergata, a Roma, a «L´Orientale» di Napoli e, ancora, a quelle di Lecce e Bari, di Catania, Palermo e Sassari. Ognuno con interessi e prospettive di studio differenti a seconda dei corsi di laurea cui appartengono. E, tutti, con sogni differenti e lontani.
domenica 11 aprile 2004
il sacro Graal
La Stampa Tuttolibri 10 Aprile 2004
Nella trappola del sacro Graal
HIMMLER APPREZZO’ LA SUA «CROCIATA», IL VISIONARIO
AUTORE SEMBRAVA DESTINATO A UNA VITA DI ONORI, MA UNA
DEBOLEZZA LO TRADI’, FORSE FAVORENDONE IL RISCATTO
«Il mito che uccide» di Mario Baudino
La storia di Otto Rahn, che negli Anni Trenta
si trasferì in Linguadoca a cercare il tesoro dei
Catari, l’impresa si inserisce in un clima di esoterismo
e occultismo che contagia, insieme ai ciarlatani, gli ambienti intellettuali
di Germania e di Francia
di Lorenzo Mondo
APRI "Il mito che uccide" di Mario Baudino e, dati i precedenti dell'autore (nel romanzo, nella poesia), pensi di trovarti davanti a un libro d'invenzione: una idea confortata dalla presa immediata del tema, dall'affacciarsi di un protagonista che sembra nascere da una forte, e sia pure torbida, immaginazione. Indulgendo all'equivoco, immagini a tua volta che potrebbe trattarsi della ricognizione critico-narrativa sul testo di uno scrittore accertato. E invece l'indagine di Baudino si esercita su una storia vera che, nota agli specialisti, appare pressoché incredibile, da evocare il demonismo di un Dostoevskij o di un Conrad.
Otto Rahn è un laureato in romanistica che, piegando la filologia alla fantasticheria, fra il 1930 e il 1932 si trasferisce in Linguadoca a cercare il tesoro dei Catari. E' voce infatti che gli ultimi eretici asserragliati sulla vetta di Montségur, prima di arrendersi ai Crociati e affrontare il rogo, lo avessero nascosto nelle caverne dei dintorni. L'impresa di Rahn si inserisce in un clima diffuso di esoterismo e occultismo che contagia, insieme ai ciarlatani correnti, gli ambienti intellettuali di Germania e di Francia. Lui che pretende di appartenere a una schiatta di pagani e di eretici, vuole rivendicare la memoria dei Catari, celebrare una cultura libertaria e tollerante sopraffatta brutalmente dalle forze congiunte del Papato e del Re di Francia. Ma questo "equilibrista del mito e della letteratura" si abbandona a un azzardato cortocircuito. Basandosi su presunti indizi che rinviene in un famoso poema di Wolfram von Eschenbach, Parzival, attribuisce alla Linguadoca una eredità germanica. I Catari diventano per lui i custodi del leggendario Graal, si ricollegano addirittura a Goti, Burgundi, Vandali, a una razza umiliata dai conquistatori romani e dagli inquisitori papali.
Alle falde di Montségur non troverà il tesoro, ma il pretesto di un libro visionario, La Crociata contro il Graal che, oltre a procurargli qualche notorietà e risolvere momentaneamente il suo cronico bisogno di denaro, farà scattare, al ritorno in patria, una trappola infernale. Il suo libro è apprezzato da Heinrich Himmler, il sodale di Hitler, che sogna di ricondurre la Germania nazificata alle sue origini ariane e pagane. Rahn, al quale viene concessa la divisa delle SS, si trova investito di delicate e stravaganti missioni, tra ricerche genealogiche e scavi archeologici in Islanda. Il potente protettore gli commissiona un libro più oltranzista e decisamente razzista, La corte di Lucifero. Rahn sembra ormai destinato a una vita di agi e onori. Ma è una debolezza a tradirlo, forse in qualche misura a riscattarlo. Punito per alcolismo, è costretto a prestare un "servizio di disciplina" a Dachau. Una esperienza di guardiano ripetuta per qualche mese a Buchenwald all'indomani della "Notte dei cristalli". Sembra (tutto appare incerto e lacunoso nella sua vita persa) che sia rimasto sconvolto dalle atrocità perpetrate contro gli ebrei nel famigerato campo. E' certa invece la sua richiesta di dimissioni dal corpo delle SS. Che viene accettata, quando è appena morto. E' accaduto nel marzo del 1939, sulle montagne del Tirolo, in un giorno di bufera e in circostanze misteriose. L'ipotesi più accreditata da testimoni e studiosi è che sia stato costretto al suicidio.
Si conclude così la sua confusa, sinistra e paradossale parabola, nella più fonda disperazione per avere contratto un patto col Diavolo, l'ingannatore. Mosso in origine dal desiderio di rendere giustizia ai Catari, alla loro mitezza, aveva finito per "consegnarli" al nazismo, per farli complici delle sue nefandezze.
E' questo il filo di una trama ideale sottesa al racconto, che Baudino conduce alla brava, ricorrendo a tutte le possibili fonti, convocando testimoni diretti e indiretti, anche di gran nome: Denis de Rougemont e Adolf Frisé (lo "scopritore" di Musil), Julius Evola e Henry Miller... Una storia apparentemente marginale, che avvicina tuttavia al cuore di un mondo terrificante per inaudita crudeltà e follia, che appartiene appena al nostro barbarico ieri.
Nella trappola del sacro Graal
HIMMLER APPREZZO’ LA SUA «CROCIATA», IL VISIONARIO
AUTORE SEMBRAVA DESTINATO A UNA VITA DI ONORI, MA UNA
DEBOLEZZA LO TRADI’, FORSE FAVORENDONE IL RISCATTO
«Il mito che uccide» di Mario Baudino
La storia di Otto Rahn, che negli Anni Trenta
si trasferì in Linguadoca a cercare il tesoro dei
Catari, l’impresa si inserisce in un clima di esoterismo
e occultismo che contagia, insieme ai ciarlatani, gli ambienti intellettuali
di Germania e di Francia
di Lorenzo Mondo
APRI "Il mito che uccide" di Mario Baudino e, dati i precedenti dell'autore (nel romanzo, nella poesia), pensi di trovarti davanti a un libro d'invenzione: una idea confortata dalla presa immediata del tema, dall'affacciarsi di un protagonista che sembra nascere da una forte, e sia pure torbida, immaginazione. Indulgendo all'equivoco, immagini a tua volta che potrebbe trattarsi della ricognizione critico-narrativa sul testo di uno scrittore accertato. E invece l'indagine di Baudino si esercita su una storia vera che, nota agli specialisti, appare pressoché incredibile, da evocare il demonismo di un Dostoevskij o di un Conrad.
Otto Rahn è un laureato in romanistica che, piegando la filologia alla fantasticheria, fra il 1930 e il 1932 si trasferisce in Linguadoca a cercare il tesoro dei Catari. E' voce infatti che gli ultimi eretici asserragliati sulla vetta di Montségur, prima di arrendersi ai Crociati e affrontare il rogo, lo avessero nascosto nelle caverne dei dintorni. L'impresa di Rahn si inserisce in un clima diffuso di esoterismo e occultismo che contagia, insieme ai ciarlatani correnti, gli ambienti intellettuali di Germania e di Francia. Lui che pretende di appartenere a una schiatta di pagani e di eretici, vuole rivendicare la memoria dei Catari, celebrare una cultura libertaria e tollerante sopraffatta brutalmente dalle forze congiunte del Papato e del Re di Francia. Ma questo "equilibrista del mito e della letteratura" si abbandona a un azzardato cortocircuito. Basandosi su presunti indizi che rinviene in un famoso poema di Wolfram von Eschenbach, Parzival, attribuisce alla Linguadoca una eredità germanica. I Catari diventano per lui i custodi del leggendario Graal, si ricollegano addirittura a Goti, Burgundi, Vandali, a una razza umiliata dai conquistatori romani e dagli inquisitori papali.
Alle falde di Montségur non troverà il tesoro, ma il pretesto di un libro visionario, La Crociata contro il Graal che, oltre a procurargli qualche notorietà e risolvere momentaneamente il suo cronico bisogno di denaro, farà scattare, al ritorno in patria, una trappola infernale. Il suo libro è apprezzato da Heinrich Himmler, il sodale di Hitler, che sogna di ricondurre la Germania nazificata alle sue origini ariane e pagane. Rahn, al quale viene concessa la divisa delle SS, si trova investito di delicate e stravaganti missioni, tra ricerche genealogiche e scavi archeologici in Islanda. Il potente protettore gli commissiona un libro più oltranzista e decisamente razzista, La corte di Lucifero. Rahn sembra ormai destinato a una vita di agi e onori. Ma è una debolezza a tradirlo, forse in qualche misura a riscattarlo. Punito per alcolismo, è costretto a prestare un "servizio di disciplina" a Dachau. Una esperienza di guardiano ripetuta per qualche mese a Buchenwald all'indomani della "Notte dei cristalli". Sembra (tutto appare incerto e lacunoso nella sua vita persa) che sia rimasto sconvolto dalle atrocità perpetrate contro gli ebrei nel famigerato campo. E' certa invece la sua richiesta di dimissioni dal corpo delle SS. Che viene accettata, quando è appena morto. E' accaduto nel marzo del 1939, sulle montagne del Tirolo, in un giorno di bufera e in circostanze misteriose. L'ipotesi più accreditata da testimoni e studiosi è che sia stato costretto al suicidio.
Si conclude così la sua confusa, sinistra e paradossale parabola, nella più fonda disperazione per avere contratto un patto col Diavolo, l'ingannatore. Mosso in origine dal desiderio di rendere giustizia ai Catari, alla loro mitezza, aveva finito per "consegnarli" al nazismo, per farli complici delle sue nefandezze.
E' questo il filo di una trama ideale sottesa al racconto, che Baudino conduce alla brava, ricorrendo a tutte le possibili fonti, convocando testimoni diretti e indiretti, anche di gran nome: Denis de Rougemont e Adolf Frisé (lo "scopritore" di Musil), Julius Evola e Henry Miller... Una storia apparentemente marginale, che avvicina tuttavia al cuore di un mondo terrificante per inaudita crudeltà e follia, che appartiene appena al nostro barbarico ieri.
sabato 10 aprile 2004
il vero Zarathustra
La Stampa Tuttolibri 10.4.04
Così davvero parlò Zarathustra, profeta di pace e tolleranza
La prima edizione italiana integrale dell’«Avesta», inni e preghiere di una religione in cui la rivelazione non è un dono divino ma una conquista del pensiero umano
di Anacleto Verrecchia
ANCHE l’Italia, finalmente, ha un’edizione dell’Avesta, il libro sacro dell’antichissima religione annunciata dal profeta Zarathustra! L’intero corpus avestico che ci rimane è qui tradotto per la prima volta integralmente in italiano. Il tutto si deve al bravissimo Arnaldo Alberti, un privato studioso che non ama il proscenio e per questo merita un doppio applauso. La figura di Zarathustra, come spesso accade con i fondatori di grandi religioni, è avvolta nel mito. Lo hanno definito il primo saggio dell’umanità, ma nessuno saprebbe precisare l’epoca della sua esistenza. Per i greci, che ne mutuarono gli insegnamenti, Zoroastro, come essi lo chiamarono, sarebbe vissuto seimila anni prima di Platone. Si tratta, evidentemente, di una datazione fantastica. Tuttavia, sull’onda del mito, si è quasi tentati di dire, all’ottava alta e in forma poetica, così: quando il sole non aveva ancora squarciato le tenebre che ricoprivano le nostre lande, sull’altopiano iranico risuonava solenne la parola del magnanimo Zarathustra. Ex oriente lux! Bisogna averlo percorso, quell’altopiano, per sapere quanto esso parli una lingua antica. Per secoli l’Avesta, come del resto il Rigveda e altri testi dell’alta sapienza orientale, fu tramandato oralmente. Si presume che una prima stesura sia stata fatta nel X secolo avanti Cristo. In seguito e fino alle soglie dell’era islamica, il nucleo originario, ossia l’Avesta antico, si accrebbe di nuovi inni e di nuove disposizioni liturgiche, che costituiscono l’Avesta più recente. Di tutto quell’insieme, a noi è giunto appena un quarto o un quinto, che si suddivide in sezioni: Yasna (ufficio divino) è un libro fondamentalmente liturgico e contiene le Gatha, inni sacri attribuiti allo stesso Zarathustra. Seguono il Khordah Avesta (libro di preghiere), il Videvdat (libro dedicato alle leggi e forse la parte più bella) e il Visperad (libro liturgico). Infine abbiamo frammenti di varia ampiezza di altri libri. Zarathustra non si limita a raccogliere la parola del suo dio, che chiama Ahura Mazda, «signore che crea con il pensiero», ma lo interroga con ritmo incalzante sui misteri del mondo. Vuole sapere ed esige delle risposte: «Questo io ti chiedo, o Ahura, e tu rispondimi apertamente. Chi, dando inizio al creato, è stato fin dall’inizio il padre di Asha, il Vero? Chi ha stabilito il cammino del sole e delle stelle? Da chi proviene il crescere e lo scomparire della luna? Questo e altro ancora, o Mazda, desidero sapere». Oppure: «Questo io ti chiedo, Ahura: le cose che io rivelo sono veramente la verità?
... Con queste domande io ti aiuto, o Mazda, a farti conoscere come creatore di tutte le cose». Giustamente l’Alberti scrive che nell’Avesta è l’uomo a interrogare dio e che la rivelazione non è «un dono spontaneo delle divinità, ma la conquista del pensiero umano». Non per niente nel cosiddetto Libro del consiglio di Zarathustra, un testo scritto probabilmente dopo il crollo dell’impero sassanide e che non fa parte dell’Avesta, si legge: «Sii diligente nell’acquisizione del sapere, poiché il sapere è seme della conoscenza, e il suo frutto è la sapienza». Si legga, per contrasto, ciò che Celso scrive sull’ignoranza voluta e proclamata dai primi cristiani. Piena di slancio è l’invocazione di Zarathustra al sole: «Su, sorgi e prendi a fare il tuo giro, tu Sole dagli agili cavalli, sopra la cima del
monte Hara Berezaiti, e dona la tua luce al mondo». Questa squillante preghiera può fare il paio con quella che il Prometeo legato di Eschilo rivolge agli elementi della natura o con l’inno alla luce della Brünnhilde wagneriana. Ma la parte più bella dell’Avesta, almeno per me, è l’amore, continuamente ripetuto, per gli animali, in modo particolare per i cani. Ahura Mazda, per bocca di Zarathustra, raccomanda di preparare una morbida cuccia per la cagna incinta e di assisterla amorevolmente fino a quando «i giovani cuccioli non saranno in grado di difendersi e di alimentarsi da soli». Guai a far loro del male! Chi uccide un cane, ammonisce il dio avestico, «uccide la sua stessa anima per nove generazioni» e non troverà salvezza. Sì, l’amore per gli animali, che sono i più indifesi, è una via che conduce al cielo. Nella dotta introduzione, che a volte è fin troppo tecnica e puntigliosa, Alberti nega il carattere dualistico dello zarathustrismo, mentre altri, come ad esempio l’iranista Robert Charles Zaehner, lo ribadiscono. A me sembra che con il dualismo le cose quadrino meglio. Di fronte ad Ahura Mazda sta Arimane, che nell’Avesta viene chiamato Angra Maynu. Son tutti e due puri spiriti eterni, anche se antagonisti, in quanto l’uno è uno spirito positivo e l’altro uno spirito negativo. Lo spirito buono, ossia Ahura Mazda, è costretto a creare il mondo come arma per sconfiggere, in una lotta cosmica, Arimane. Insomma fa un po’ come il ragno che tesse la tela per acchiappare le mosche. A parte questo, occorre dire che le religioni più funeste e pericolose, come la storia insegna, sono proprio quelle monoteistiche. E se ne capisce facilmente il motivo: un dio unico è geloso del proprio potere e quindi non ama dividerlo con altri. Di qui le guerre di religione che hanno insanguinato il mondo. Al politeismo invece, come insegna Hume, è sempre stata estranea l’intolleranza. Nella Roma pagana non si conoscevano guerre di religione e gli dèi vivevano pacificamente l’uno accanto all’altro. Negli studiosi occidentali c’è una certa tendenza a vedere l’Avesta con occhi cristiani. Bisognerebbe invece vedere il cristianesimo attraverso l’Avesta. Allora ci si accorgerebbe di quanto il cristianesimo sia indebitato con la religione iranica, dove c’è già tutto, dal messia al redentore, dagli angeli ai demoni, dal paradiso all’inferno. Ancora una cosa. Il nome di Zarathustra, che suona più musicale del pedantesco Zarathushtra, è diventato universalmente noto attraverso l’opera principale di Nietzsche. Non si creda, però, che Così parlò Zarathustra abbia qualche addentellato con gli insegnamenti del vero Zarathustra. E’ anche da escludere che Nietzsche abbia mutuato il nome del profeta dall’iranista Carl Friedrich Andreas, marito, per sua disgrazia, di Lou Salomé. La prima volta che il nome di Zarathustra figura negli scritti di Nietzsche risale all’agosto del 1881, quando egli non conosceva neppure la Salomé. L’avrà orecchiato da qualche altra parte per poi ripeterlo in modo puramente formale e stereotipato. Tutto qui.
Così davvero parlò Zarathustra, profeta di pace e tolleranza
La prima edizione italiana integrale dell’«Avesta», inni e preghiere di una religione in cui la rivelazione non è un dono divino ma una conquista del pensiero umano
di Anacleto Verrecchia
ANCHE l’Italia, finalmente, ha un’edizione dell’Avesta, il libro sacro dell’antichissima religione annunciata dal profeta Zarathustra! L’intero corpus avestico che ci rimane è qui tradotto per la prima volta integralmente in italiano. Il tutto si deve al bravissimo Arnaldo Alberti, un privato studioso che non ama il proscenio e per questo merita un doppio applauso. La figura di Zarathustra, come spesso accade con i fondatori di grandi religioni, è avvolta nel mito. Lo hanno definito il primo saggio dell’umanità, ma nessuno saprebbe precisare l’epoca della sua esistenza. Per i greci, che ne mutuarono gli insegnamenti, Zoroastro, come essi lo chiamarono, sarebbe vissuto seimila anni prima di Platone. Si tratta, evidentemente, di una datazione fantastica. Tuttavia, sull’onda del mito, si è quasi tentati di dire, all’ottava alta e in forma poetica, così: quando il sole non aveva ancora squarciato le tenebre che ricoprivano le nostre lande, sull’altopiano iranico risuonava solenne la parola del magnanimo Zarathustra. Ex oriente lux! Bisogna averlo percorso, quell’altopiano, per sapere quanto esso parli una lingua antica. Per secoli l’Avesta, come del resto il Rigveda e altri testi dell’alta sapienza orientale, fu tramandato oralmente. Si presume che una prima stesura sia stata fatta nel X secolo avanti Cristo. In seguito e fino alle soglie dell’era islamica, il nucleo originario, ossia l’Avesta antico, si accrebbe di nuovi inni e di nuove disposizioni liturgiche, che costituiscono l’Avesta più recente. Di tutto quell’insieme, a noi è giunto appena un quarto o un quinto, che si suddivide in sezioni: Yasna (ufficio divino) è un libro fondamentalmente liturgico e contiene le Gatha, inni sacri attribuiti allo stesso Zarathustra. Seguono il Khordah Avesta (libro di preghiere), il Videvdat (libro dedicato alle leggi e forse la parte più bella) e il Visperad (libro liturgico). Infine abbiamo frammenti di varia ampiezza di altri libri. Zarathustra non si limita a raccogliere la parola del suo dio, che chiama Ahura Mazda, «signore che crea con il pensiero», ma lo interroga con ritmo incalzante sui misteri del mondo. Vuole sapere ed esige delle risposte: «Questo io ti chiedo, o Ahura, e tu rispondimi apertamente. Chi, dando inizio al creato, è stato fin dall’inizio il padre di Asha, il Vero? Chi ha stabilito il cammino del sole e delle stelle? Da chi proviene il crescere e lo scomparire della luna? Questo e altro ancora, o Mazda, desidero sapere». Oppure: «Questo io ti chiedo, Ahura: le cose che io rivelo sono veramente la verità?
... Con queste domande io ti aiuto, o Mazda, a farti conoscere come creatore di tutte le cose». Giustamente l’Alberti scrive che nell’Avesta è l’uomo a interrogare dio e che la rivelazione non è «un dono spontaneo delle divinità, ma la conquista del pensiero umano». Non per niente nel cosiddetto Libro del consiglio di Zarathustra, un testo scritto probabilmente dopo il crollo dell’impero sassanide e che non fa parte dell’Avesta, si legge: «Sii diligente nell’acquisizione del sapere, poiché il sapere è seme della conoscenza, e il suo frutto è la sapienza». Si legga, per contrasto, ciò che Celso scrive sull’ignoranza voluta e proclamata dai primi cristiani. Piena di slancio è l’invocazione di Zarathustra al sole: «Su, sorgi e prendi a fare il tuo giro, tu Sole dagli agili cavalli, sopra la cima del
monte Hara Berezaiti, e dona la tua luce al mondo». Questa squillante preghiera può fare il paio con quella che il Prometeo legato di Eschilo rivolge agli elementi della natura o con l’inno alla luce della Brünnhilde wagneriana. Ma la parte più bella dell’Avesta, almeno per me, è l’amore, continuamente ripetuto, per gli animali, in modo particolare per i cani. Ahura Mazda, per bocca di Zarathustra, raccomanda di preparare una morbida cuccia per la cagna incinta e di assisterla amorevolmente fino a quando «i giovani cuccioli non saranno in grado di difendersi e di alimentarsi da soli». Guai a far loro del male! Chi uccide un cane, ammonisce il dio avestico, «uccide la sua stessa anima per nove generazioni» e non troverà salvezza. Sì, l’amore per gli animali, che sono i più indifesi, è una via che conduce al cielo. Nella dotta introduzione, che a volte è fin troppo tecnica e puntigliosa, Alberti nega il carattere dualistico dello zarathustrismo, mentre altri, come ad esempio l’iranista Robert Charles Zaehner, lo ribadiscono. A me sembra che con il dualismo le cose quadrino meglio. Di fronte ad Ahura Mazda sta Arimane, che nell’Avesta viene chiamato Angra Maynu. Son tutti e due puri spiriti eterni, anche se antagonisti, in quanto l’uno è uno spirito positivo e l’altro uno spirito negativo. Lo spirito buono, ossia Ahura Mazda, è costretto a creare il mondo come arma per sconfiggere, in una lotta cosmica, Arimane. Insomma fa un po’ come il ragno che tesse la tela per acchiappare le mosche. A parte questo, occorre dire che le religioni più funeste e pericolose, come la storia insegna, sono proprio quelle monoteistiche. E se ne capisce facilmente il motivo: un dio unico è geloso del proprio potere e quindi non ama dividerlo con altri. Di qui le guerre di religione che hanno insanguinato il mondo. Al politeismo invece, come insegna Hume, è sempre stata estranea l’intolleranza. Nella Roma pagana non si conoscevano guerre di religione e gli dèi vivevano pacificamente l’uno accanto all’altro. Negli studiosi occidentali c’è una certa tendenza a vedere l’Avesta con occhi cristiani. Bisognerebbe invece vedere il cristianesimo attraverso l’Avesta. Allora ci si accorgerebbe di quanto il cristianesimo sia indebitato con la religione iranica, dove c’è già tutto, dal messia al redentore, dagli angeli ai demoni, dal paradiso all’inferno. Ancora una cosa. Il nome di Zarathustra, che suona più musicale del pedantesco Zarathushtra, è diventato universalmente noto attraverso l’opera principale di Nietzsche. Non si creda, però, che Così parlò Zarathustra abbia qualche addentellato con gli insegnamenti del vero Zarathustra. E’ anche da escludere che Nietzsche abbia mutuato il nome del profeta dall’iranista Carl Friedrich Andreas, marito, per sua disgrazia, di Lou Salomé. La prima volta che il nome di Zarathustra figura negli scritti di Nietzsche risale all’agosto del 1881, quando egli non conosceva neppure la Salomé. L’avrà orecchiato da qualche altra parte per poi ripeterlo in modo puramente formale e stereotipato. Tutto qui.
neohegelismo
Corriere della Sera
ELZEVIRO Le previsioni del filosofo
Kojève: silenzioso è il gioco del tiranno
Il discorso filosofico, diceva Alexandre Kojève in un’intervista del 1968, «si distingue da tutti gli altri nel senso che parla non solo di ciò di cui parla, ma anche del fatto che ne parla e che è esso stesso a parlarne». Proprio in quell’anno egli morì, lasciando una fama di acuto interprete di Hegel. Era però più di questo e lo si sapeva. Lo conferma ora il volume "Il silenzio della tirannide" (pp. 267, 29,50) , assai ben curato per Adelphi da Antonio Gnoli, cui si deve pure il titolo, felice nel coglierne il senso. Se ne ricava che, se vivesse nel mondo attuale, Kojève, pur avendone previsto molto, non si ritroverebbe facilmente a suo agio. Nel 1945 egli prevedeva, ad esempio, che l'unità politica dell’umanità era lontana, ma che «il periodo delle realtà politiche nazionali» era passato e che era ormai «il momento degli imperi, e cioè delle unità politiche transnazionali, ma formate da nazioni apparentate». Prevedeva pure che «l'impero anglosassone» (Usa e Inghilterra) era «la realtà politica efficace e concreta», di cui ormai far conto. Straordinaria è poi la previsione del dilagare delle scienze umane, tratta dall'idea hegeliana della «fine della storia» e, con essa, della filosofia. La fine della filosofia fa trionfare, peraltro, il «discorso infinito», che non conclude mai, perché «ogni frase può essere sempre seguita da un’altra frase», come fanno retori e sofisti (oggi, per Kojève, sociologi e storicisti). Muore così l'antica alternativa del discorso chiuso, il cui logico esito è però il silenzio, proprio anche della tirannide.
Il tiranno (il potere) sta fuori della sfera degli affetti; non vuole essere amato, ma riconosciuto, cioè accettato e obbedito come legittimo. Lo stesso vuole il filosofo che, saggio o utopista, vuole mutare il mondo. Ora, fra tutti i possibili principi, «il tiranno è senza dubbio il più adatto a recepire e ad applicare i consigli del filosofo», poiché ha bisogno di nobilitarsi e, con il suo potere illimitato, può tentare tutto. Se, dunque, non segue quei consigli, è per delle buone ragioni. La politica opera infatti nel presente e per il successo immediato. Il filosofo dovrebbe dare consigli realistici, per gli «affari correnti», dedicando a questi «affari» tutto il proprio tempo, come fanno i politici. Ma il filosofo non può farlo, se vuole mantenere la propria identità e influenza; ed è duro per lui che il tiranno, applicando i suoi consigli, possa accentuare la propria tirannide.
Di qui il «silenzio della tirannide», il suo applicarsi, al di là di ogni apparenza, a «una zona oscura, impalpabile, sfuggente», come dice Gnoli: la sfera di un potere che non vuole essere condiviso o controllato e opera tacendo anche a se stesso il suo vero essere.
Così, tutto diventa falso e infondato, e solo la storia potrà giudicare, «attraverso la "riuscita" o il "successo", le azioni degli uomini di Stato», che, «coscientemente o no», agiscono «in funzione delle idee dei filosofi, adattate alla pratica dagli intellettuali».
E’ un po' un coniglio che Kojève trae dal cappello a cilindro della sua capacità dialettica. Ma egli scriveva ancora col pathos drammatico ispirato dai totalitarismi degli anni Trenta e poteva credere che Hegel si fosse sbagliato nel giudicare Napoleone, che vedeva passare a cavallo sotto le sue finestre, l’autore della chiusura della storia, mentre autore ne era stato Stalin, un secolo e mezzo dopo. Questo, appunto, Kojève voleva annunciare (solo lo diceva, a differenza di Hegel, senza aver visto «passare Stalin a cavallo» sotto le sue finestre); e, con ciò, l'avvento del tempo in cui la dimensione ludica avrebbe dominato la prassi animale (ossia, il 99 per cento dell'uomo, secondo lui), ormai vagante, come spiega Gnoli, in un vuoto giuridico. E anche questa «dimensione ludica», come il «silenzio della tirannide» e i connessi rapporti tra filosofi, politici e intellettuali, è tra le intuizioni e idee di Kojève, che aiutano a capire, oltre i totalitarismi di ieri, anche il mondo di oggi, in tempi di libertà (sembra) facile, scontata, sicura.
ELZEVIRO Le previsioni del filosofo
Kojève: silenzioso è il gioco del tiranno
Il discorso filosofico, diceva Alexandre Kojève in un’intervista del 1968, «si distingue da tutti gli altri nel senso che parla non solo di ciò di cui parla, ma anche del fatto che ne parla e che è esso stesso a parlarne». Proprio in quell’anno egli morì, lasciando una fama di acuto interprete di Hegel. Era però più di questo e lo si sapeva. Lo conferma ora il volume "Il silenzio della tirannide" (pp. 267, 29,50) , assai ben curato per Adelphi da Antonio Gnoli, cui si deve pure il titolo, felice nel coglierne il senso. Se ne ricava che, se vivesse nel mondo attuale, Kojève, pur avendone previsto molto, non si ritroverebbe facilmente a suo agio. Nel 1945 egli prevedeva, ad esempio, che l'unità politica dell’umanità era lontana, ma che «il periodo delle realtà politiche nazionali» era passato e che era ormai «il momento degli imperi, e cioè delle unità politiche transnazionali, ma formate da nazioni apparentate». Prevedeva pure che «l'impero anglosassone» (Usa e Inghilterra) era «la realtà politica efficace e concreta», di cui ormai far conto. Straordinaria è poi la previsione del dilagare delle scienze umane, tratta dall'idea hegeliana della «fine della storia» e, con essa, della filosofia. La fine della filosofia fa trionfare, peraltro, il «discorso infinito», che non conclude mai, perché «ogni frase può essere sempre seguita da un’altra frase», come fanno retori e sofisti (oggi, per Kojève, sociologi e storicisti). Muore così l'antica alternativa del discorso chiuso, il cui logico esito è però il silenzio, proprio anche della tirannide.
Il tiranno (il potere) sta fuori della sfera degli affetti; non vuole essere amato, ma riconosciuto, cioè accettato e obbedito come legittimo. Lo stesso vuole il filosofo che, saggio o utopista, vuole mutare il mondo. Ora, fra tutti i possibili principi, «il tiranno è senza dubbio il più adatto a recepire e ad applicare i consigli del filosofo», poiché ha bisogno di nobilitarsi e, con il suo potere illimitato, può tentare tutto. Se, dunque, non segue quei consigli, è per delle buone ragioni. La politica opera infatti nel presente e per il successo immediato. Il filosofo dovrebbe dare consigli realistici, per gli «affari correnti», dedicando a questi «affari» tutto il proprio tempo, come fanno i politici. Ma il filosofo non può farlo, se vuole mantenere la propria identità e influenza; ed è duro per lui che il tiranno, applicando i suoi consigli, possa accentuare la propria tirannide.
Di qui il «silenzio della tirannide», il suo applicarsi, al di là di ogni apparenza, a «una zona oscura, impalpabile, sfuggente», come dice Gnoli: la sfera di un potere che non vuole essere condiviso o controllato e opera tacendo anche a se stesso il suo vero essere.
Così, tutto diventa falso e infondato, e solo la storia potrà giudicare, «attraverso la "riuscita" o il "successo", le azioni degli uomini di Stato», che, «coscientemente o no», agiscono «in funzione delle idee dei filosofi, adattate alla pratica dagli intellettuali».
E’ un po' un coniglio che Kojève trae dal cappello a cilindro della sua capacità dialettica. Ma egli scriveva ancora col pathos drammatico ispirato dai totalitarismi degli anni Trenta e poteva credere che Hegel si fosse sbagliato nel giudicare Napoleone, che vedeva passare a cavallo sotto le sue finestre, l’autore della chiusura della storia, mentre autore ne era stato Stalin, un secolo e mezzo dopo. Questo, appunto, Kojève voleva annunciare (solo lo diceva, a differenza di Hegel, senza aver visto «passare Stalin a cavallo» sotto le sue finestre); e, con ciò, l'avvento del tempo in cui la dimensione ludica avrebbe dominato la prassi animale (ossia, il 99 per cento dell'uomo, secondo lui), ormai vagante, come spiega Gnoli, in un vuoto giuridico. E anche questa «dimensione ludica», come il «silenzio della tirannide» e i connessi rapporti tra filosofi, politici e intellettuali, è tra le intuizioni e idee di Kojève, che aiutano a capire, oltre i totalitarismi di ieri, anche il mondo di oggi, in tempi di libertà (sembra) facile, scontata, sicura.
Boncinelli sul tempo
Corriere della Sera
Un saggio di Barbour affronta il nodo della fisica moderna: coniugare la teoria della relatività con quella quantistica
Il tempo: somma di istanti che accadono in mondi paralleli
di EDOARDO BONCINELLI
«Sono convinto che il tempo non esista affatto e che il moto sia una pura illusione». Questa la singolare affermazione che si può incontrare all'inizio del libro di Julian Barbour "La fine del tempo". Su pochi temi si è detto e scritto tanto quanto sul tempo e pochi temi si presentano altrettanto sfuggenti. Sappiamo misurare il tempo con la precisione di miliardesimi di secondo, con orologi che perdono o guadagnano meno di un secondo ogni dieci milioni di anni, ma non sapremmo dire che cos'è il tempo, né, soprattutto, perché scorra, inesorabilmente, in una sola determinata direzione. La vera natura del tempo - lineare o circolare, contenitore vuoto o incarnazione della successione degli eventi, schermo inerte o nastro trasportatore - è stata da sempre oggetto di innumerevoli riflessioni. E la nostra epoca non è stata da meno: a tutte le indagini di natura essenzialmente filosofica del passato si sono aggiunte infatti quelle basate sulle recenti acquisizioni delle scienze fisiche. Le grandi rivoluzioni concettuali della fisica del XX secolo, la relatività di Einstein e la meccanica quantistica offrono in realtà due visioni piuttosto diverse e inconciliabili della natura del tempo e del suo scorrere. La relatività cementa il tempo e lo spazio in un unico blocco e offre la visione di un «tempo bloccato» dove la distinzione fra passato, presente e futuro «è solo un'illusione, per quanto dura a morire», come Einstein stesso ebbe a scrivere alla vedova di un caro amico; mentre il grande matematico Hermann Weyl andava dal canto suo affermando che: «Il mondo non accade, ma semplicemente è».
Nella visione della fisica quantistica, invece, ogni osservazione introduce un elemento d'irreversibilità nello stato del mondo, almeno quello microscopico, così che il procedere del tempo, ben lungi dall'essere bloccato o reversibile, assume l'aspetto di una continua serie di «scelte» e di biforcazioni, per definizione irreversibili. Il tempo scorre irreversibilmente quindi e il futuro è aperto.
È noto che ciò che i fisici di tutto il mondo sognano è una nuova grande teoria che possa comprendere tanto la relatività quanto la meccanica quantistica. Questo è appunto quanto si ripropone di fare il nostro autore, avanzando una nuova, sincretica visione del tempo: il tempo sarebbe allo stesso tempo congelato e aperto. Secondo questa visione, da lui chiamata interpretazione atemporale dei molti istanti, ci sarebbero un numero infinito di universi leggermente diversi l'uno dall'altro e a ogni evento si passerebbe da un universo a un altro. L'evoluzione nel tempo, insomma, non è un film ma un insieme di fotogrammi fissi e ciascuno di questi appartiene a un universo differente. «Il nostro passato è semplicemente in un altro mondo - dice Barbour e - ogni Adesso di cui facciamo esperienza è nuovo e distinto». In questa visione delle cose «i gatti non saltano. Esistono e basta»; e ancora: «L'istante non è nel tempo: è il tempo a essere nell'istante».
Non si può negare che l'autore abbia del coraggio e che non cosparga il suo libro, in effetti un'appassionata esposizione della sua visione, di belle frasi, come quando inneggia all'«atto sempre inaugurale dell'esistere» o quando afferma «anche se non siamo tanto saggi da rendercene conto, siamo già in paradiso». Sorprendente casomai il fatto che voglia appoggiare tutto questo alla fisica, e per giunta a quella più aggiornata. Certo, il prezzo pagato per l'esorcizzazione dello scorrere del tempo è piuttosto alto: non c'è un mondo ma un pulviscolo di mondi; il mio domani non è qui, ma in un altro mondo e in un altro mondo ancora ero ieri. Riuscirà a persuaderci? Può darsi, ma ci vorrà del tempo...
Per parte mia, di ben diverso calibro e stile trovo la riflessione del grande fisico Erwin Schrödinger sul destino del nostro io, quella «trama» personale che ci accompagna attraverso tutte le vicende della nostra vita. Per lui questa trama è intrinsecamente imperitura. «In nessun caso vi è una perdita di esistenza personale da deplorare. Né mai vi sarà».
Il libro: Julian Barbour, «La fine del tempo», Einaudi, pagine 354, 23
Un saggio di Barbour affronta il nodo della fisica moderna: coniugare la teoria della relatività con quella quantistica
Il tempo: somma di istanti che accadono in mondi paralleli
di EDOARDO BONCINELLI
«Sono convinto che il tempo non esista affatto e che il moto sia una pura illusione». Questa la singolare affermazione che si può incontrare all'inizio del libro di Julian Barbour "La fine del tempo". Su pochi temi si è detto e scritto tanto quanto sul tempo e pochi temi si presentano altrettanto sfuggenti. Sappiamo misurare il tempo con la precisione di miliardesimi di secondo, con orologi che perdono o guadagnano meno di un secondo ogni dieci milioni di anni, ma non sapremmo dire che cos'è il tempo, né, soprattutto, perché scorra, inesorabilmente, in una sola determinata direzione. La vera natura del tempo - lineare o circolare, contenitore vuoto o incarnazione della successione degli eventi, schermo inerte o nastro trasportatore - è stata da sempre oggetto di innumerevoli riflessioni. E la nostra epoca non è stata da meno: a tutte le indagini di natura essenzialmente filosofica del passato si sono aggiunte infatti quelle basate sulle recenti acquisizioni delle scienze fisiche. Le grandi rivoluzioni concettuali della fisica del XX secolo, la relatività di Einstein e la meccanica quantistica offrono in realtà due visioni piuttosto diverse e inconciliabili della natura del tempo e del suo scorrere. La relatività cementa il tempo e lo spazio in un unico blocco e offre la visione di un «tempo bloccato» dove la distinzione fra passato, presente e futuro «è solo un'illusione, per quanto dura a morire», come Einstein stesso ebbe a scrivere alla vedova di un caro amico; mentre il grande matematico Hermann Weyl andava dal canto suo affermando che: «Il mondo non accade, ma semplicemente è».
Nella visione della fisica quantistica, invece, ogni osservazione introduce un elemento d'irreversibilità nello stato del mondo, almeno quello microscopico, così che il procedere del tempo, ben lungi dall'essere bloccato o reversibile, assume l'aspetto di una continua serie di «scelte» e di biforcazioni, per definizione irreversibili. Il tempo scorre irreversibilmente quindi e il futuro è aperto.
È noto che ciò che i fisici di tutto il mondo sognano è una nuova grande teoria che possa comprendere tanto la relatività quanto la meccanica quantistica. Questo è appunto quanto si ripropone di fare il nostro autore, avanzando una nuova, sincretica visione del tempo: il tempo sarebbe allo stesso tempo congelato e aperto. Secondo questa visione, da lui chiamata interpretazione atemporale dei molti istanti, ci sarebbero un numero infinito di universi leggermente diversi l'uno dall'altro e a ogni evento si passerebbe da un universo a un altro. L'evoluzione nel tempo, insomma, non è un film ma un insieme di fotogrammi fissi e ciascuno di questi appartiene a un universo differente. «Il nostro passato è semplicemente in un altro mondo - dice Barbour e - ogni Adesso di cui facciamo esperienza è nuovo e distinto». In questa visione delle cose «i gatti non saltano. Esistono e basta»; e ancora: «L'istante non è nel tempo: è il tempo a essere nell'istante».
Non si può negare che l'autore abbia del coraggio e che non cosparga il suo libro, in effetti un'appassionata esposizione della sua visione, di belle frasi, come quando inneggia all'«atto sempre inaugurale dell'esistere» o quando afferma «anche se non siamo tanto saggi da rendercene conto, siamo già in paradiso». Sorprendente casomai il fatto che voglia appoggiare tutto questo alla fisica, e per giunta a quella più aggiornata. Certo, il prezzo pagato per l'esorcizzazione dello scorrere del tempo è piuttosto alto: non c'è un mondo ma un pulviscolo di mondi; il mio domani non è qui, ma in un altro mondo e in un altro mondo ancora ero ieri. Riuscirà a persuaderci? Può darsi, ma ci vorrà del tempo...
Per parte mia, di ben diverso calibro e stile trovo la riflessione del grande fisico Erwin Schrödinger sul destino del nostro io, quella «trama» personale che ci accompagna attraverso tutte le vicende della nostra vita. Per lui questa trama è intrinsecamente imperitura. «In nessun caso vi è una perdita di esistenza personale da deplorare. Né mai vi sarà».
Il libro: Julian Barbour, «La fine del tempo», Einaudi, pagine 354, 23
venerdì 9 aprile 2004
sul Corriere della Sera:
un articolo sulla libreria AMORE E PSICHE
un articolo sulla libreria AMORE E PSICHE
Corriere della Sera 9.4.04
STORIE DI LIBRAI
«Amore e Psiche» qui, dove si sceglie
di PAOLO FALLAI
Chi l’ha detto che le soluzioni sono solo due? Che l’esperienza è bianca o nera? Che le librerie o sono supermercati spersonalizzati oppure piccole oasi volenterose, ma sfornite? A questi sapientoni che cercano di rifilarvi l’ultimo «aut aut» di una vita bicolore potete rispondere accompagnandoli in via Santa Caterina da Siena, al 61. Qui si respira insieme al «pulcin della Minerva», basta allungare una mano per toccare il Pantheon e se vi capita di cogliere un attimo di silenzio potete sentire il rumore di una delle grandi Feltrinelli. Eppure, entrando dentro «Amore e Psiche» si capisce che l’arcobaleno, oltre che sulla linea dell’orizzonte, certe volte abita in libreria. Qui vive e propaga benedetti bacilli di curiosità, un cenacolo di psichiatri, riunito intorno a Massimo Fagioli. È lui che ha ispirato la nascita di questa libreria, avvenuta il 12 aprile 1992, marcandone perfino le viscere e l’arredo: Caterina Calzini e Flavio Vitale si incaricarono di trovare linee e forme all’intuizione di un luogo di incontro, con «quattro passerelle a stella» un rincorrersi di archi e segni diagonali. Un centro che sfida la gravità, in tutti i sensi, offrendo una scelta accurata di volumi: dalla psichiatria all’arte, all’architettura, alla letteratura per ragazzi. Altro che «aut aut», altro che fiumi in piena dove bisogna avere una ciambella per non affogare tra i titoli. Qui si sceglie, eccome. Anzi i soci sono talmente attenti a questo aspetto che ogni mese si riuniscono, ognuno porta una proposta, ne legge una pagina, la argomenta e poi si vota. Aspetto tutt’altro che trascurabile per comprendere come certi titoli conquistano gli scaffali e altri non li troverete mai, neanche forzando la gentilezza di Lavinia, Stefania, Rosella e Ilaria che di «Amore e Psiche» si occupano. E solo qui, alla faccia dell’ordine alfabetico, si può trovare un pianoforte allestito con i libri sul sogno, con Freud, Calderon, Shakespeare e Tilde Giani Gallino: da Re Lear a «Quando ho imparato ad andare in bicicletta», tutto insieme, come nella vita.
pfallai@corriere.it
Libreria Amore e Psiche
via S.Caterina da Siena 61
tel. 06.6791580
Orario 10-20, chiusa lunedì mattina
STORIE DI LIBRAI
«Amore e Psiche» qui, dove si sceglie
di PAOLO FALLAI
Chi l’ha detto che le soluzioni sono solo due? Che l’esperienza è bianca o nera? Che le librerie o sono supermercati spersonalizzati oppure piccole oasi volenterose, ma sfornite? A questi sapientoni che cercano di rifilarvi l’ultimo «aut aut» di una vita bicolore potete rispondere accompagnandoli in via Santa Caterina da Siena, al 61. Qui si respira insieme al «pulcin della Minerva», basta allungare una mano per toccare il Pantheon e se vi capita di cogliere un attimo di silenzio potete sentire il rumore di una delle grandi Feltrinelli. Eppure, entrando dentro «Amore e Psiche» si capisce che l’arcobaleno, oltre che sulla linea dell’orizzonte, certe volte abita in libreria. Qui vive e propaga benedetti bacilli di curiosità, un cenacolo di psichiatri, riunito intorno a Massimo Fagioli. È lui che ha ispirato la nascita di questa libreria, avvenuta il 12 aprile 1992, marcandone perfino le viscere e l’arredo: Caterina Calzini e Flavio Vitale si incaricarono di trovare linee e forme all’intuizione di un luogo di incontro, con «quattro passerelle a stella» un rincorrersi di archi e segni diagonali. Un centro che sfida la gravità, in tutti i sensi, offrendo una scelta accurata di volumi: dalla psichiatria all’arte, all’architettura, alla letteratura per ragazzi. Altro che «aut aut», altro che fiumi in piena dove bisogna avere una ciambella per non affogare tra i titoli. Qui si sceglie, eccome. Anzi i soci sono talmente attenti a questo aspetto che ogni mese si riuniscono, ognuno porta una proposta, ne legge una pagina, la argomenta e poi si vota. Aspetto tutt’altro che trascurabile per comprendere come certi titoli conquistano gli scaffali e altri non li troverete mai, neanche forzando la gentilezza di Lavinia, Stefania, Rosella e Ilaria che di «Amore e Psiche» si occupano. E solo qui, alla faccia dell’ordine alfabetico, si può trovare un pianoforte allestito con i libri sul sogno, con Freud, Calderon, Shakespeare e Tilde Giani Gallino: da Re Lear a «Quando ho imparato ad andare in bicicletta», tutto insieme, come nella vita.
pfallai@corriere.it
Libreria Amore e Psiche
via S.Caterina da Siena 61
tel. 06.6791580
Orario 10-20, chiusa lunedì mattina
Antonio Guidi:
«La legge Basaglia non si tocca»
Repubblica 9.4.04
Cernobbio, il sottosegretario difende la legge
Guidi: "La Basaglia non è in discussione"
"Pronto a dimettermi se si vuole cambiare"
CERNOBBIO - «La legge Basaglia non si tocca. Se venisse stravolta mi dimetterei. E chi nella maggioranza ha presentato progetti di cambiamento spacciandoli come disegni di legge del governo non s´illuda, non passeranno. Ci sono molte cose da fare: i manicomi criminali sono contro la Costituzione. Abbiamo elaborato le linee guida e ci confronteremo con le Regioni, per migliorare il sistema. A settembre apriremo un sportello al ministero dedicato a chi soffre di problemi psichiatrici». Così il sottosegretario alla Salute Antonio Guidi ha chiuso il Forum Sanità Futura a Cernobbio.
Nel 2002 è stato raggiunto l´obiettivo sognato nel '78 da Basaglia: negli ex ospedali psichiatrici i ricoverati sono passati dai 90 mila del 1963 a zero. Restano ancora 149 pazienti psichiatrici ospitati in 7 ospedali privati convenzionati. E nelle strutture residenziali vivono quasi 16mila persone che hanno vissuto la terribile esperienza dei manicomi. La tappa successiva è quella di potenziare i servizi sul territorio per le diagnosi precoci, gli interventi tempestivi per i disturbi mentali e recuperare i pazienti «dimenticati».
Cernobbio, il sottosegretario difende la legge
Guidi: "La Basaglia non è in discussione"
"Pronto a dimettermi se si vuole cambiare"
CERNOBBIO - «La legge Basaglia non si tocca. Se venisse stravolta mi dimetterei. E chi nella maggioranza ha presentato progetti di cambiamento spacciandoli come disegni di legge del governo non s´illuda, non passeranno. Ci sono molte cose da fare: i manicomi criminali sono contro la Costituzione. Abbiamo elaborato le linee guida e ci confronteremo con le Regioni, per migliorare il sistema. A settembre apriremo un sportello al ministero dedicato a chi soffre di problemi psichiatrici». Così il sottosegretario alla Salute Antonio Guidi ha chiuso il Forum Sanità Futura a Cernobbio.
Nel 2002 è stato raggiunto l´obiettivo sognato nel '78 da Basaglia: negli ex ospedali psichiatrici i ricoverati sono passati dai 90 mila del 1963 a zero. Restano ancora 149 pazienti psichiatrici ospitati in 7 ospedali privati convenzionati. E nelle strutture residenziali vivono quasi 16mila persone che hanno vissuto la terribile esperienza dei manicomi. La tappa successiva è quella di potenziare i servizi sul territorio per le diagnosi precoci, gli interventi tempestivi per i disturbi mentali e recuperare i pazienti «dimenticati».
Marisa Malagoli Togliatti, psichiatra:
gli omicidi in famiglia non sono malattia mentale
Repubblica 9.4.04
LA PSICHIATRA
"Sono violenti per la perdita del dominio"
Identità fragili, non malati di mente
di MARIA STELLA CONTE
ROMA - Marisa Malagoli Togliatti, aumentano i casi di uomini che dopo la separazione uccidono le ex mogli, quando non i loro stessi figli, per vendetta. Pazzia, instabilità mentale, raptus... Di che si tratta?
«No, in generale direi che non si può parlare di raptus. Semmai di identità fragili, questo sì; ma - attenzione - non di malattia mentale. Sarebbe troppo facile. La separazione è un lutto che deve essere elaborato, richiede un percorso psicologico lento e delicato che fortunatamente, nella maggioranza dei casi, si compie. Quando questo non accade, possono esserci esplosioni di violenza anche a distanza di anni».
Però, e lo dicono anche i dati Eurispes, sono soprattutto i mariti a trasformarsi in assassini.
«Infatti. Allora dobbiamo partire da una riflessione che ci riporta un po´ indietro nel tempo per capire quel che succede ora: quando in Italia entra in vigore il divorzio, quasi contemporaneamente viene introdotto il nuovo diritto di famiglia: la donna quindi si trova, almeno formalmente, su un improvviso piano di parità giuridica, psicologica ed economica con l´uomo. Prima c´era la patria potestà, prima c´era il capofamiglia, prima c´era una gerarchia familiare rispettata anche dai figli; prima l´uomo si trovava in un ruolo di dominanza...».
Prima c´erano meno omicidi...
«Sì, ma c´era, tra le mura domestiche, una violenza che non usciva mai allo scoperto; una sofferenza che non trovava vie di fuga; c´era, per moltissime donne, una non-vita: non essendoci il divorzio, le loro erano esistenze congelate in storie, talvolta terrificanti, nelle quali l´uomo ribadiva il proprio ruolo egemone di padre e marito, la propria identità di maschio dominante. Un´identità di ruolo che negli anni Settanta viene messa i discussione in base a leggi che, appunto, proponevano una situazione più paritaria. Ma i tempi della legge non necessariamente coincidono con quelli umani. Così, nel momento in cui oggi una donna ha consapevolezza della cattiva qualità del rapporto coniugale può decidere, e di fatto decide più spesso lei di lui, di interrompere il matrimonio. Il che viene vissuto, da alcuni, come un gravissimo atto di insubordinazione: è proprio nei momenti di difficoltà che ci rifà ai modelli tradizionali, quelli dei propri padri».
Un atto di insubordinazione tale da meritare la morte?
«Per alcuni - e insisto, solo per una minoranza - essere lasciati è una ferita narcisistica grave e dunque, perdita di autostima. Per ritrovare la quale si compie un gesto estremo di violenza che ribadisce la predominanza del ruolo. Non a caso, anche se certo non solo per questo, in generale sono gli uomini quelli che più frequentemente si risposano; a differenza delle donne che hanno un più forte senso di identità».
LA PSICHIATRA
"Sono violenti per la perdita del dominio"
Identità fragili, non malati di mente
di MARIA STELLA CONTE
ROMA - Marisa Malagoli Togliatti, aumentano i casi di uomini che dopo la separazione uccidono le ex mogli, quando non i loro stessi figli, per vendetta. Pazzia, instabilità mentale, raptus... Di che si tratta?
«No, in generale direi che non si può parlare di raptus. Semmai di identità fragili, questo sì; ma - attenzione - non di malattia mentale. Sarebbe troppo facile. La separazione è un lutto che deve essere elaborato, richiede un percorso psicologico lento e delicato che fortunatamente, nella maggioranza dei casi, si compie. Quando questo non accade, possono esserci esplosioni di violenza anche a distanza di anni».
Però, e lo dicono anche i dati Eurispes, sono soprattutto i mariti a trasformarsi in assassini.
«Infatti. Allora dobbiamo partire da una riflessione che ci riporta un po´ indietro nel tempo per capire quel che succede ora: quando in Italia entra in vigore il divorzio, quasi contemporaneamente viene introdotto il nuovo diritto di famiglia: la donna quindi si trova, almeno formalmente, su un improvviso piano di parità giuridica, psicologica ed economica con l´uomo. Prima c´era la patria potestà, prima c´era il capofamiglia, prima c´era una gerarchia familiare rispettata anche dai figli; prima l´uomo si trovava in un ruolo di dominanza...».
Prima c´erano meno omicidi...
«Sì, ma c´era, tra le mura domestiche, una violenza che non usciva mai allo scoperto; una sofferenza che non trovava vie di fuga; c´era, per moltissime donne, una non-vita: non essendoci il divorzio, le loro erano esistenze congelate in storie, talvolta terrificanti, nelle quali l´uomo ribadiva il proprio ruolo egemone di padre e marito, la propria identità di maschio dominante. Un´identità di ruolo che negli anni Settanta viene messa i discussione in base a leggi che, appunto, proponevano una situazione più paritaria. Ma i tempi della legge non necessariamente coincidono con quelli umani. Così, nel momento in cui oggi una donna ha consapevolezza della cattiva qualità del rapporto coniugale può decidere, e di fatto decide più spesso lei di lui, di interrompere il matrimonio. Il che viene vissuto, da alcuni, come un gravissimo atto di insubordinazione: è proprio nei momenti di difficoltà che ci rifà ai modelli tradizionali, quelli dei propri padri».
Un atto di insubordinazione tale da meritare la morte?
«Per alcuni - e insisto, solo per una minoranza - essere lasciati è una ferita narcisistica grave e dunque, perdita di autostima. Per ritrovare la quale si compie un gesto estremo di violenza che ribadisce la predominanza del ruolo. Non a caso, anche se certo non solo per questo, in generale sono gli uomini quelli che più frequentemente si risposano; a differenza delle donne che hanno un più forte senso di identità».
le scelte culturali di Repubblica
Sica: un "reichiano" e "bioenergetico"
Repubblica 9.4.04
I SEGRETI DEL CORPO
intervista a Alexander Lowen analista "bioenergetico"
Il terapeuta a suo modo fa le veci del genitore
ci vuole metà della vita per diventare degli esperti
Allievo di Wilhelm Reich, lo studioso ha oggi novantaquattro anni ma lavora sempre
"Se un paziente si presenta nel mio studio lo osservo, lo guardo negli occhi, lo tocco, la parola viene dopo"
di LUCIANA SICA
«Non aspettare di essere morto per lasciarti andare. Lasciati andare ora»: è una battuta di una qualche laica saggezza che ama ripetere Alexander Lowen, il fondatore dell´analisi bioenergetica, un signore nato a New York da una coppia di immigrati ebrei nel 1910. Oggi vive in una villa di campagna del Connecticut ed è stupefacente come continui a curare pazienti e a formare allievi, nonostante i suoi tanti anni: il prossimo dicembre ne avrà novantaquattro.
Bioenergetica s´intitola uno dei suoi libri di maggiore successo, uscito in America nel 1975 e da noi per la prima volta vent´anni fa, che ora Feltrinelli ripubblica in un´edizione economica (pagg. 320, euro 9). E´ un libro che ha già venduto ventimila copie, e del resto anche altri saggi di Lowen - da Il narcisismo a Il linguaggio del corpo, a Amore e orgasmo - hanno conquistato un pubblico di lettori ampio. Un interesse piuttosto insolito per una produzione saggistica, e non solo di natura intellettuale se intanto, anche sul versante clinico, si vanno sempre più diffondendo le tecniche terapeutiche che si rifanno, seppure in forme diverse, ai modelli teorici di Lowen.
Modelli molto distanti dal celebre divano freudiano, da un´impostazione che tradizionalmente privilegia la parola e la tendenza a mentalizzare i conflitti. Qui l´attenzione si sposta e si concentra nettamente sul corpo, sulle sue posture, le tensioni, le rigidità, fino a certi blocchi muscolari che spesso producono malattia. Un corpo che non è vuoto, un puro contenitore, ma un "luogo" capace di esprimere l´identità, anche quella più profonda, di manifestare i segni più vistosi dell´Io come le tracce più sottili dell´Inconscio, non solo la coscienza ma anche la memoria di un passato più o meno felice, più o meno doloroso, in ogni caso mai sepolto una volta per tutte.
Lowen è stato allievo di Wilhelm Reich, di un genio per molti versi, ma dalla personalità disturbata se nella parte finale della sua vita identificava sé stesso con un messia e l´energia sessuale con Dio. Quando Reich confidò a Einstein che molta gente lo considerava pazzo: «Davvero non esito a crederlo», fu la risposta raggelante del padre della relatività che gli voltò le spalle. Famoso e discusso, il pioniere della "rivoluzione sessuale", tra i discepoli (della seconda generazione) più brillanti di Freud, l´autore di Psicologia di massa del fascismo non meritava comunque di morire a sessant´anni in un carcere, dov´era finito dopo un´invenzione effettivamente pazzesca, la famosa scatola di legno che avrebbe dovuto funzionare come un accumulatore di vigore erotico, una specie di paradiso racchiuso in una cabina.
È nell´autunno del ?40 che Lowen s´iscrive a un corso tenuto da Reich sull´analisi del carattere, e più precisamente sul legame tra la tensione muscolare cronica - definita body armor, armatura corporea - e la personalità nevrotica. Sono teorie nuove, eterodosse rispetto all´impalcatura complessiva del pensiero freudiano, e Lowen ne è così affascinato da intraprendere una terapia con Reich che durerà tre anni, dal ?42 al ?45.
I rapporti tra i due, mai davvero stretti e mai apertamente conflittuali, non saranno comunque destinati a un lungo idillio intellettuale: mentre Reich si allontana dall´analisi del carattere, preso dai suoi esperimenti sull´"orgone", Lowen prende le distanze dal suo antico mentore, si laurea in medicina a Ginevra, continua la sua formazione personale e nel 1956 fonda l´International Institute for Bioenergetic Analysis di New York.
Signor Lowen, che cosa deve a Reich?
«Gli devo molto. E´ stato il mio maestro e il mio terapeuta. Non il solo, ma non sarei dove sono oggi, se non ci fosse stato lui? Alla fine della sua vita, non ci stava più tanto con la testa, su questo non c´è dubbio. Ma succede ai geni, e secondo me anche oggi ci vorrebbe un pazzo per vedere la follia della nostra cultura».
Direbbe che l´analisi bioenergetica sia stata il frutto del suo lavoro con Reich?
«Reich rimane il punto di partenza, ma fondamentalmente la mia terapia è stato un viaggio di autoscoperta: ho sviluppato l´analisi bioenergetica per applicarla a me stesso prima che ai miei pazienti. In fondo i problemi che avvertivo non erano così diversi da quelli di tanti altri?».
Problemi risolti?
«Mai del tutto, ma progressivamente mi sono sentito sempre più in pace con me stesso».
Un buon risultato. Ma, per lei, è questo che vuol dire stare bene?
«Non proprio, o almeno non solo? Per me, stare bene vuol dire soprattutto avere un senso di vitalità e di allegria nel corpo, sentirsi a proprio agio. Ma per ottenere un risultato del genere, occorre un lavoro molto lungo, e a volte non basta l´intera vita».
La clinica bioenergetica ha la caratteristica di non basarsi esclusivamente sulla parola, ma di coinvolgere il corpo. Lei come risponde ai critici che non considerano "etico" toccare il paziente?
«La nostra è una terapia che ha la componente analitica verbale e il lavoro corporeo, e tende ad armonizzarli. Il terapeuta, per certi aspetti, rappresenta il sostituto di un genitore. Si può essere dei bravi genitori se si ha paura di toccare i propri figli? Io non lo credo, ma si può essere pessimi genitori, estremamente distruttivi, se toccare i figli assume connotazioni sessuali? Ecco, il terapeuta che non sa controllare il modo in cui tocca un paziente non dovrebbe mai farlo. Se i pazienti possono fidarsi di te, allora il contatto fisico non è una violazione della fiducia, se invece non possono fidarsi di te, non li toccare!».
Secondo lei, i terapeuti che fanno bioenergetica sono tutti ben formati e qualificati?
«Sfortunatamente no, non è così. Uno dei motivi è che ci vuole metà della vita per imparare come si fa la bioenergetica: non sono consentite improvvisazioni. Servono diverse esperienze che si acquisiscono lentamente, innanzitutto con il lavoro davvero interminabile su sé stessi, sui propri problemi? In ogni caso, non potrei mai convincere i miei detrattori, perché in realtà nelle loro critiche proiettano un´ansia profonda, procurata dall´idea stessa del contatto fisico».
Magari non tutti si sentono votati a una teologia del corpo, non crede?
«No, credo ci sia soprattutto una resistenza alla dimensione della corporeità? Per quanto mi riguarda, è importante parlare poco, quanto basta per capirsi, e concentrare gli sforzi sugli esercizi fisici, a cominciare dal modo in cui il paziente respira. È fondamentale che lo faccia correttamente, per il rapporto strettissimo che esiste tra le inibizioni psichiche e l´insufficienza delle funzioni respiratorie? Un paziente può raccontarmi la sua storia per anni, parlare a lungo delle sue difficoltà emotive, ma non è detto che comprenda mai quali siano realmente queste sue difficoltà, né che sia io a comprenderle, questo è il punto?».
Qualcuno sta male e si presenta nel suo studio. Lei che fa?
«Certamente non gli chiedo qual è il suo problema, non subito ad ogni modo. Osservo il suo corpo per capirne l´assetto, se è sano o malato, se è vivo e vibrante oppure no. È questo che faccio, durante la prima seduta. Quando viene da me, il paziente parla, e intanto io lo studio. Cerco di localizzare i suoi problemi guardando i suoi occhi, il viso, le spalle, o anche i piedi, il modo in cui stabiliscono il legame col suolo, con la terra, quella che noi chiamiamo grounding che è la base stessa della vita, come le radici per l´albero».
Ma perché tutta questa diffidenza per la parola, per il Logos che non sarà forse alla base della vita, ma certamente della nostra cultura, e non è poco, non le pare?
«La nostra cultura non ci ha reso né più sani né più felici, e comunque se fosse possibile cambiare profondamente le persone con le parole, lo farei senz´altro, ma ho visto che le parole non bastano a trasformare le persone. Se stai male, puoi parlare quanto vuoi, ma è il tuo corpo che dovrà cambiare, con un lavoro che richiede molto, molto tempo. Solo se la tua energia corporea è più viva e forte, allora sì, è possibile un cambiamento».
L´ultima domanda è anche personale, ne faccia quindi l´uso che crede? Da qualche tempo lei ha perso Leslie, la donna che ha sposato a 32 anni, a cui ha dedicato molti dei suoi lavori. Siete sempre stati insieme. Le chiedo: cosa sorregge un essere umano di fronte a un lutto così grave? Insomma, che possiamo fare quando siamo davvero preda del dolore?
«Possiamo piangere. Anzi, dobbiamo farlo tutte le volte che avvertiamo un dolore, sia fisico che spirituale, perché altrimenti non ci liberiamo neanche un po´ dall´angoscia, e nulla potrà rendere meno acuto il dolore. L´unico modo immediato che abbiamo per superare gli eventi tragici della vita è piangere, esprimere il sentimento della sofferenza, liberare la tensione che è in noi, aumentando l´energia del nostro corpo? Ma non voglio sfuggire all´aspetto personale della sua domanda: è stato difficilissimo elaborare la perdita di mia moglie, capire che non le avevo dato abbastanza amore e sostegno durante il nostro matrimonio. Il dolore permane, ma nello stesso tempo oggi mi sento più consapevole e riesco a lavorare meglio su di me, sui miei sentimenti».
LA SUA SCUOLA IN ITALIA
A META´ degli anni Settanta, Alexander Lowen ha fondato a Roma la Società italiana di analisi bioenergetica (Siab), che oggi conta su oltre 200 terapeuti, ha corsi di formazione nelle principali città, e dal ´98 è presieduta da Patrizia Moselli. La Società è stata riconosciuta come scuola di specializzazione post-laurea.
I SEGRETI DEL CORPO
intervista a Alexander Lowen analista "bioenergetico"
Il terapeuta a suo modo fa le veci del genitore
ci vuole metà della vita per diventare degli esperti
Allievo di Wilhelm Reich, lo studioso ha oggi novantaquattro anni ma lavora sempre
"Se un paziente si presenta nel mio studio lo osservo, lo guardo negli occhi, lo tocco, la parola viene dopo"
di LUCIANA SICA
«Non aspettare di essere morto per lasciarti andare. Lasciati andare ora»: è una battuta di una qualche laica saggezza che ama ripetere Alexander Lowen, il fondatore dell´analisi bioenergetica, un signore nato a New York da una coppia di immigrati ebrei nel 1910. Oggi vive in una villa di campagna del Connecticut ed è stupefacente come continui a curare pazienti e a formare allievi, nonostante i suoi tanti anni: il prossimo dicembre ne avrà novantaquattro.
Bioenergetica s´intitola uno dei suoi libri di maggiore successo, uscito in America nel 1975 e da noi per la prima volta vent´anni fa, che ora Feltrinelli ripubblica in un´edizione economica (pagg. 320, euro 9). E´ un libro che ha già venduto ventimila copie, e del resto anche altri saggi di Lowen - da Il narcisismo a Il linguaggio del corpo, a Amore e orgasmo - hanno conquistato un pubblico di lettori ampio. Un interesse piuttosto insolito per una produzione saggistica, e non solo di natura intellettuale se intanto, anche sul versante clinico, si vanno sempre più diffondendo le tecniche terapeutiche che si rifanno, seppure in forme diverse, ai modelli teorici di Lowen.
Modelli molto distanti dal celebre divano freudiano, da un´impostazione che tradizionalmente privilegia la parola e la tendenza a mentalizzare i conflitti. Qui l´attenzione si sposta e si concentra nettamente sul corpo, sulle sue posture, le tensioni, le rigidità, fino a certi blocchi muscolari che spesso producono malattia. Un corpo che non è vuoto, un puro contenitore, ma un "luogo" capace di esprimere l´identità, anche quella più profonda, di manifestare i segni più vistosi dell´Io come le tracce più sottili dell´Inconscio, non solo la coscienza ma anche la memoria di un passato più o meno felice, più o meno doloroso, in ogni caso mai sepolto una volta per tutte.
Lowen è stato allievo di Wilhelm Reich, di un genio per molti versi, ma dalla personalità disturbata se nella parte finale della sua vita identificava sé stesso con un messia e l´energia sessuale con Dio. Quando Reich confidò a Einstein che molta gente lo considerava pazzo: «Davvero non esito a crederlo», fu la risposta raggelante del padre della relatività che gli voltò le spalle. Famoso e discusso, il pioniere della "rivoluzione sessuale", tra i discepoli (della seconda generazione) più brillanti di Freud, l´autore di Psicologia di massa del fascismo non meritava comunque di morire a sessant´anni in un carcere, dov´era finito dopo un´invenzione effettivamente pazzesca, la famosa scatola di legno che avrebbe dovuto funzionare come un accumulatore di vigore erotico, una specie di paradiso racchiuso in una cabina.
È nell´autunno del ?40 che Lowen s´iscrive a un corso tenuto da Reich sull´analisi del carattere, e più precisamente sul legame tra la tensione muscolare cronica - definita body armor, armatura corporea - e la personalità nevrotica. Sono teorie nuove, eterodosse rispetto all´impalcatura complessiva del pensiero freudiano, e Lowen ne è così affascinato da intraprendere una terapia con Reich che durerà tre anni, dal ?42 al ?45.
I rapporti tra i due, mai davvero stretti e mai apertamente conflittuali, non saranno comunque destinati a un lungo idillio intellettuale: mentre Reich si allontana dall´analisi del carattere, preso dai suoi esperimenti sull´"orgone", Lowen prende le distanze dal suo antico mentore, si laurea in medicina a Ginevra, continua la sua formazione personale e nel 1956 fonda l´International Institute for Bioenergetic Analysis di New York.
Signor Lowen, che cosa deve a Reich?
«Gli devo molto. E´ stato il mio maestro e il mio terapeuta. Non il solo, ma non sarei dove sono oggi, se non ci fosse stato lui? Alla fine della sua vita, non ci stava più tanto con la testa, su questo non c´è dubbio. Ma succede ai geni, e secondo me anche oggi ci vorrebbe un pazzo per vedere la follia della nostra cultura».
Direbbe che l´analisi bioenergetica sia stata il frutto del suo lavoro con Reich?
«Reich rimane il punto di partenza, ma fondamentalmente la mia terapia è stato un viaggio di autoscoperta: ho sviluppato l´analisi bioenergetica per applicarla a me stesso prima che ai miei pazienti. In fondo i problemi che avvertivo non erano così diversi da quelli di tanti altri?».
Problemi risolti?
«Mai del tutto, ma progressivamente mi sono sentito sempre più in pace con me stesso».
Un buon risultato. Ma, per lei, è questo che vuol dire stare bene?
«Non proprio, o almeno non solo? Per me, stare bene vuol dire soprattutto avere un senso di vitalità e di allegria nel corpo, sentirsi a proprio agio. Ma per ottenere un risultato del genere, occorre un lavoro molto lungo, e a volte non basta l´intera vita».
La clinica bioenergetica ha la caratteristica di non basarsi esclusivamente sulla parola, ma di coinvolgere il corpo. Lei come risponde ai critici che non considerano "etico" toccare il paziente?
«La nostra è una terapia che ha la componente analitica verbale e il lavoro corporeo, e tende ad armonizzarli. Il terapeuta, per certi aspetti, rappresenta il sostituto di un genitore. Si può essere dei bravi genitori se si ha paura di toccare i propri figli? Io non lo credo, ma si può essere pessimi genitori, estremamente distruttivi, se toccare i figli assume connotazioni sessuali? Ecco, il terapeuta che non sa controllare il modo in cui tocca un paziente non dovrebbe mai farlo. Se i pazienti possono fidarsi di te, allora il contatto fisico non è una violazione della fiducia, se invece non possono fidarsi di te, non li toccare!».
Secondo lei, i terapeuti che fanno bioenergetica sono tutti ben formati e qualificati?
«Sfortunatamente no, non è così. Uno dei motivi è che ci vuole metà della vita per imparare come si fa la bioenergetica: non sono consentite improvvisazioni. Servono diverse esperienze che si acquisiscono lentamente, innanzitutto con il lavoro davvero interminabile su sé stessi, sui propri problemi? In ogni caso, non potrei mai convincere i miei detrattori, perché in realtà nelle loro critiche proiettano un´ansia profonda, procurata dall´idea stessa del contatto fisico».
Magari non tutti si sentono votati a una teologia del corpo, non crede?
«No, credo ci sia soprattutto una resistenza alla dimensione della corporeità? Per quanto mi riguarda, è importante parlare poco, quanto basta per capirsi, e concentrare gli sforzi sugli esercizi fisici, a cominciare dal modo in cui il paziente respira. È fondamentale che lo faccia correttamente, per il rapporto strettissimo che esiste tra le inibizioni psichiche e l´insufficienza delle funzioni respiratorie? Un paziente può raccontarmi la sua storia per anni, parlare a lungo delle sue difficoltà emotive, ma non è detto che comprenda mai quali siano realmente queste sue difficoltà, né che sia io a comprenderle, questo è il punto?».
Qualcuno sta male e si presenta nel suo studio. Lei che fa?
«Certamente non gli chiedo qual è il suo problema, non subito ad ogni modo. Osservo il suo corpo per capirne l´assetto, se è sano o malato, se è vivo e vibrante oppure no. È questo che faccio, durante la prima seduta. Quando viene da me, il paziente parla, e intanto io lo studio. Cerco di localizzare i suoi problemi guardando i suoi occhi, il viso, le spalle, o anche i piedi, il modo in cui stabiliscono il legame col suolo, con la terra, quella che noi chiamiamo grounding che è la base stessa della vita, come le radici per l´albero».
Ma perché tutta questa diffidenza per la parola, per il Logos che non sarà forse alla base della vita, ma certamente della nostra cultura, e non è poco, non le pare?
«La nostra cultura non ci ha reso né più sani né più felici, e comunque se fosse possibile cambiare profondamente le persone con le parole, lo farei senz´altro, ma ho visto che le parole non bastano a trasformare le persone. Se stai male, puoi parlare quanto vuoi, ma è il tuo corpo che dovrà cambiare, con un lavoro che richiede molto, molto tempo. Solo se la tua energia corporea è più viva e forte, allora sì, è possibile un cambiamento».
L´ultima domanda è anche personale, ne faccia quindi l´uso che crede? Da qualche tempo lei ha perso Leslie, la donna che ha sposato a 32 anni, a cui ha dedicato molti dei suoi lavori. Siete sempre stati insieme. Le chiedo: cosa sorregge un essere umano di fronte a un lutto così grave? Insomma, che possiamo fare quando siamo davvero preda del dolore?
«Possiamo piangere. Anzi, dobbiamo farlo tutte le volte che avvertiamo un dolore, sia fisico che spirituale, perché altrimenti non ci liberiamo neanche un po´ dall´angoscia, e nulla potrà rendere meno acuto il dolore. L´unico modo immediato che abbiamo per superare gli eventi tragici della vita è piangere, esprimere il sentimento della sofferenza, liberare la tensione che è in noi, aumentando l´energia del nostro corpo? Ma non voglio sfuggire all´aspetto personale della sua domanda: è stato difficilissimo elaborare la perdita di mia moglie, capire che non le avevo dato abbastanza amore e sostegno durante il nostro matrimonio. Il dolore permane, ma nello stesso tempo oggi mi sento più consapevole e riesco a lavorare meglio su di me, sui miei sentimenti».
LA SUA SCUOLA IN ITALIA
A META´ degli anni Settanta, Alexander Lowen ha fondato a Roma la Società italiana di analisi bioenergetica (Siab), che oggi conta su oltre 200 terapeuti, ha corsi di formazione nelle principali città, e dal ´98 è presieduta da Patrizia Moselli. La Società è stata riconosciuta come scuola di specializzazione post-laurea.
giovedì 8 aprile 2004
un bell'articolo su "a un millimetro dal cuore" di Iole Natoli
Zefiro n.4 del 7/04/04
A UN MILLIMETRO DAL CUORE
di Iole Natoli, con Giulia Mombelli, Alice Marchitelli, Diego Ribon e Marco Bellocchio
ITA 2002
di Antonio Montellanico
Un movimento lento tra le coperte del letto, i seni nudi, un delicato bacio al risveglio.
Una storia d'amore tra due sconosciuti. L'incontro inaspettato tra un uomo ed una donna, sfuggente e quasi intraducibile, che muove altrove verso le dinamiche più profonde del desiderio, dove due corpi si inseguono, si amano, si mostrano come un plusvalore visibile che vuole portare dentro di sé ciò che è dentro l'altro; sostanza interna di un essere straordinariamente presente.
Animato da una fluidità emotiva di grande impatto, il cortometraggio di Iole Natoli è un'esperienza filmica semplicemente incantevole: un discorso sull'amore nella dimensione opposta dell' amor fou, la fissazione tutta psicoanalitica per «l'oggetto unico» che tanta fortuna ha avuto nel cinema e che troppo spesso ha parlato di passionalità corrosiva e violenta, bramosia e dipendenza.
Il film della Natoli in questo senso è invece la delicata dimensione di un amore ideale che richiama i sussulti del sogno, che vive e che pulsa nella sfera delle attese impreviste suscitate dalle emozioni, dai momenti, dagli scarti tra la realtà e le sue forme non materiali.
La figurazione perfetta di quella differenza sostanziale tra l'uomo e la donna, che spinge l'uno verso l'altro, alla ricerca di uno scambio continuo, di un dolce incastro tra le parti che sia nutrimento, intesa, contenuto per contenuto. Il movimento sinuoso della seduzione, dell'attrazione che non ha necessità di coprire, arginare i vuoti della parola, ma che anzi nell'assenza quasi totale del linguaggio brucia orgogliosa della propria forza.
Ogni movimento della macchina da presa è accompagnato da tensioni emozionali di sconcertante sincerità, che svelano di volta in volta la significazione più intima ed autentica dei due protagonisti; e pur non essendoci immagine filmica di quanto accaduto - come quando la donna ripensa all'incontro con "lo sconosciuto", e nel raccontarlo all'amica, vive una nuova percezione - riusciamo a vedere, ad intuire. Ad intenderci con quei volti, quegli sguardi presi nel loro mostrarsi, nel loro farsi certezza affettiva. Un lavoro sull'esperienza cinematografica che procede per sottrazione, nell'assenza dell'immagine fattuale che richiede perciò un investimento percettivo continuo, un sentire forte dello spettatore. Il cortometraggio di Iole Natoli è un taglio nello spazio e nel tempo, un esserci nel mondo che forse non cerca nessuna filiazione con il cinema italiano contemporaneo ed è per questo un'esperienza ancor più preziosa. Raramente il cinema è riuscito ad esprimersi in forme così libere ed emozionanti. A Un Millimetro dal Cuore inizia come un viaggio in una stanza, in un letto, per farci ritrovare poi a palpitare all'unisono per un desiderio ed un amore che è diventato in soli venticinque minuti, anche il nostro
A UN MILLIMETRO DAL CUORE
di Iole Natoli, con Giulia Mombelli, Alice Marchitelli, Diego Ribon e Marco Bellocchio
ITA 2002
di Antonio Montellanico
Un movimento lento tra le coperte del letto, i seni nudi, un delicato bacio al risveglio.
Una storia d'amore tra due sconosciuti. L'incontro inaspettato tra un uomo ed una donna, sfuggente e quasi intraducibile, che muove altrove verso le dinamiche più profonde del desiderio, dove due corpi si inseguono, si amano, si mostrano come un plusvalore visibile che vuole portare dentro di sé ciò che è dentro l'altro; sostanza interna di un essere straordinariamente presente.
Animato da una fluidità emotiva di grande impatto, il cortometraggio di Iole Natoli è un'esperienza filmica semplicemente incantevole: un discorso sull'amore nella dimensione opposta dell' amor fou, la fissazione tutta psicoanalitica per «l'oggetto unico» che tanta fortuna ha avuto nel cinema e che troppo spesso ha parlato di passionalità corrosiva e violenta, bramosia e dipendenza.
Il film della Natoli in questo senso è invece la delicata dimensione di un amore ideale che richiama i sussulti del sogno, che vive e che pulsa nella sfera delle attese impreviste suscitate dalle emozioni, dai momenti, dagli scarti tra la realtà e le sue forme non materiali.
La figurazione perfetta di quella differenza sostanziale tra l'uomo e la donna, che spinge l'uno verso l'altro, alla ricerca di uno scambio continuo, di un dolce incastro tra le parti che sia nutrimento, intesa, contenuto per contenuto. Il movimento sinuoso della seduzione, dell'attrazione che non ha necessità di coprire, arginare i vuoti della parola, ma che anzi nell'assenza quasi totale del linguaggio brucia orgogliosa della propria forza.
Ogni movimento della macchina da presa è accompagnato da tensioni emozionali di sconcertante sincerità, che svelano di volta in volta la significazione più intima ed autentica dei due protagonisti; e pur non essendoci immagine filmica di quanto accaduto - come quando la donna ripensa all'incontro con "lo sconosciuto", e nel raccontarlo all'amica, vive una nuova percezione - riusciamo a vedere, ad intuire. Ad intenderci con quei volti, quegli sguardi presi nel loro mostrarsi, nel loro farsi certezza affettiva. Un lavoro sull'esperienza cinematografica che procede per sottrazione, nell'assenza dell'immagine fattuale che richiede perciò un investimento percettivo continuo, un sentire forte dello spettatore. Il cortometraggio di Iole Natoli è un taglio nello spazio e nel tempo, un esserci nel mondo che forse non cerca nessuna filiazione con il cinema italiano contemporaneo ed è per questo un'esperienza ancor più preziosa. Raramente il cinema è riuscito ad esprimersi in forme così libere ed emozionanti. A Un Millimetro dal Cuore inizia come un viaggio in una stanza, in un letto, per farci ritrovare poi a palpitare all'unisono per un desiderio ed un amore che è diventato in soli venticinque minuti, anche il nostro
mercoledì 7 aprile 2004
La rosa più bella del nostro giardino
il film-documentario di
Massimo Domenico D'orzi
prodotto da
La cooperativa Il Gigante
è entrato nel Palmarès 2004 del FESTIVAL DU FILM DE STRASBOURG con il premio per la
"direzione artistica".
Vedi al sito www.strasbourg.festivalinfo.info
tradizioni cattoliche e islamiche
Repubblica ed. di Palermo 7.4.04
Le tradizioni dell'Isola a confronto con i pellegrinaggi nei luoghi sacri musulmani
I Sepolcri tra Sicilia e Islam
di MARCELLA CROCE
La vita oltre la morte: dal tempo dei greci in poi, senza soluzione di continuità, in Sicilia si preparano i lavureddi per i sepolcri del Giovedì Santo, e sono in tutto simili ai semi e fave che in Iran germogliano sulle tombe dei venerabili sciiti. Sul sancta sanctorum di Mashhad i pellegrini fanno a gara per toccare e baciare il sepolcro del terzo imam Reza; colpisce il numero di nastri verdi annodati alle grate e persino di catenacci chiusi.
Ogni nodo, ogni catenaccio rappresenta un problema, e tanta gente non si muove da lì perché con tante chiavi diverse in mano cerca di aprirne uno e risolvere così un´incognita della vita.
I sepolcri e le reliquie dei santi cattolici sono divenuti oggetto di travolgente culto e meta di pellegrinaggi epocali (basti pensare alla gola e al mento di San Antonio a Padova), allo stesso modo gli sciiti hanno creato una fitta rete di vie sacre. Un numero impressionante di pellegrini sciiti iracheni viene regolarmente in Iran a visitare il mausoleo di Reza a Mashhad, di suo fratello Sayyed Mir Ahmad a Shiraz, e di sua sorella Fatemé a Qom, i luoghi più sacri dell´Iran. Un numero ancora maggiore di iraniani visita i luoghi ove perì l´imam Huseyn nella città sacra di Kerbala in Iraq, di recente devastata da sanguinosi attentati. Ultimamente il numero dei pellegrini iraniani si era almeno decuplicato: da quando gli americani sono in Iraq ogni persona deve pagare solo 100 dollari (Saddam Hussein ne pretendeva ben 600) e non è detto che questa mossa non valga in futuro agli americani il consenso in qualche battaglia diplomatica.
«Osservammo uomini che baciavano la sua tomba, la circondavano, ci si gettavano sopra accarezzandola con le mani, una crescente folla si raccoglieva lì intorno, gridando invocazioni, piangendo e implorando Dio di benedire le sacre ceneri, e offrendo umili suppliche che avrebbero potuto sciogliere e spezzare il cuore più duro. Era uno spettacolo solenne e sconvolgente» (Ibn Giubair, 1183). A nove secoli di distanza, uno spettacolo altrettanto «solenne e sconvolgente» attende chi si rechi a visitare i sepolcri sacri. Ognuno dei dodici imam, discendente in linea diretta da Alì, cugino e genero del Profeta, e, secondo gli sciiti, suo unico legittimo erede, è venerato con fervore; l´importanza dei diritti ereditari in linea maschile, è una delle chiavi fondamentali per comprendere lo sciismo e contraddistingueva fino a non molto tempo fa anche il nostro tipo di società, anche se da noi non ha mai investito la sfera religiosa: basti pensare ai diritti del primogenito (maggiorascato), difesi fino all´estremo, nell´ambito delle famiglie nobili, pur di mantenere intatto il patrimonio; basti considerare il costume, ancora molto diffuso, di chiamare il primo figlio maschio con lo stesso nome del nonno paterno.
Il cronista Ibn Giubair è una nostra vecchia conoscenza per averci lasciato anche accurati reportage sulla Sicilia, il luogo descritto era il mausoleo del Cairo (Al-Qahira) dove era stata seppellita la testa del veneratissimo terzo imam Huseyn, che Giubair visitò trent´anni dopo la sua costruzione. E non era l´unica truce reliquia nelle vicinanze, anche la testa di Zayd, fratello di Ali, era stata recisa, poi ritrovata e risseppellita e "riceveva visite" nel suo bravo mausoleo. Al-Qahira era stata fondata nel 969; nel periodo fatimida della sua storia, la cittadella era accessibile solo dal califfo sciita e dalla sua famiglia, mentre la vicina Fustat era la "città del popolo". Al Muizz vi entrò nel 972 e vi portò i corpi del padre al-Mansur e del nonno al Qahim e di al Mahdi fondatore della dinastia, poi vi fu seppellito anche lui e otto dei suoi successori con relative famiglie. Di questo grande mausoleo, detto Turbat al-zafaran (tomba di zafferano), a quanto pare perché questa sostanza veniva adoperata per odorare la cappella, non è rimasto nulla. E´ rimasta invece un´intera serie di mausolei di persone imparentate con la famiglia di Alì, una vera e propria "Città dei morti" (anche la parola ?necropoli´ etimologicamente significa precisamente questo) che era stata costruita dai califfi fatimidi per legare la popolazione alla loro dinastia, inculcando entusiasmo di massa. La visita alle tombe (ziharat al-qubur) era stata da loro fortemente incoraggiata, era una pratica molto cara soprattutto alle donne che per l´occasione potevano uscire e partecipare alla vita sociale, ed era anche un perfetto instrumentum regni di cui si avvalsero in seguito anche i califfi sunniti che successero loro al potere.
Divenne un onore essere sepolti tra gli ahl - al-bayt (compagni del Profeta e amici di Dio) e partecipare così alla grazia (baraka), la forza benefica di origine divina che emana dagli individui durante la loro vita e anche dopo la loro morte. Questo culto dei sepolcri caratterizza ancora lo sciismo, e tuttora è grande onore (e costa anche molti soldi) essere seppelliti vicino all´imam Reza a Mashhad, o almeno "visitare" anche da morti il santuario prima di essere portati al cimitero fuori città.
Come in tutti i pellegrinaggi degni di questo nome, si è creata intorno a tutti questi luoghi, che rivestono anche un notevole interesse storico e artistico, un´imponente serie di infrastrutture. In alcuni casi i non musulmani non possono accedere ad alcune parti interne del santuario, ma anche rimanendo nel cortile non è difficile assistere a scene davvero impressionanti: nel santuario di Ghadamgah presso Neishabur, dove l´imam Reza, come Sant´Agata a Catania, lasciò l´impronta del suo piede, non esitano addirittura a strappare pezzi di corteccia dagli alberi del giardino, e a sradicare fiori e foglie, pur di portarsi via qualcosa dal sacro luogo.
Le tradizioni dell'Isola a confronto con i pellegrinaggi nei luoghi sacri musulmani
I Sepolcri tra Sicilia e Islam
di MARCELLA CROCE
La vita oltre la morte: dal tempo dei greci in poi, senza soluzione di continuità, in Sicilia si preparano i lavureddi per i sepolcri del Giovedì Santo, e sono in tutto simili ai semi e fave che in Iran germogliano sulle tombe dei venerabili sciiti. Sul sancta sanctorum di Mashhad i pellegrini fanno a gara per toccare e baciare il sepolcro del terzo imam Reza; colpisce il numero di nastri verdi annodati alle grate e persino di catenacci chiusi.
Ogni nodo, ogni catenaccio rappresenta un problema, e tanta gente non si muove da lì perché con tante chiavi diverse in mano cerca di aprirne uno e risolvere così un´incognita della vita.
I sepolcri e le reliquie dei santi cattolici sono divenuti oggetto di travolgente culto e meta di pellegrinaggi epocali (basti pensare alla gola e al mento di San Antonio a Padova), allo stesso modo gli sciiti hanno creato una fitta rete di vie sacre. Un numero impressionante di pellegrini sciiti iracheni viene regolarmente in Iran a visitare il mausoleo di Reza a Mashhad, di suo fratello Sayyed Mir Ahmad a Shiraz, e di sua sorella Fatemé a Qom, i luoghi più sacri dell´Iran. Un numero ancora maggiore di iraniani visita i luoghi ove perì l´imam Huseyn nella città sacra di Kerbala in Iraq, di recente devastata da sanguinosi attentati. Ultimamente il numero dei pellegrini iraniani si era almeno decuplicato: da quando gli americani sono in Iraq ogni persona deve pagare solo 100 dollari (Saddam Hussein ne pretendeva ben 600) e non è detto che questa mossa non valga in futuro agli americani il consenso in qualche battaglia diplomatica.
«Osservammo uomini che baciavano la sua tomba, la circondavano, ci si gettavano sopra accarezzandola con le mani, una crescente folla si raccoglieva lì intorno, gridando invocazioni, piangendo e implorando Dio di benedire le sacre ceneri, e offrendo umili suppliche che avrebbero potuto sciogliere e spezzare il cuore più duro. Era uno spettacolo solenne e sconvolgente» (Ibn Giubair, 1183). A nove secoli di distanza, uno spettacolo altrettanto «solenne e sconvolgente» attende chi si rechi a visitare i sepolcri sacri. Ognuno dei dodici imam, discendente in linea diretta da Alì, cugino e genero del Profeta, e, secondo gli sciiti, suo unico legittimo erede, è venerato con fervore; l´importanza dei diritti ereditari in linea maschile, è una delle chiavi fondamentali per comprendere lo sciismo e contraddistingueva fino a non molto tempo fa anche il nostro tipo di società, anche se da noi non ha mai investito la sfera religiosa: basti pensare ai diritti del primogenito (maggiorascato), difesi fino all´estremo, nell´ambito delle famiglie nobili, pur di mantenere intatto il patrimonio; basti considerare il costume, ancora molto diffuso, di chiamare il primo figlio maschio con lo stesso nome del nonno paterno.
Il cronista Ibn Giubair è una nostra vecchia conoscenza per averci lasciato anche accurati reportage sulla Sicilia, il luogo descritto era il mausoleo del Cairo (Al-Qahira) dove era stata seppellita la testa del veneratissimo terzo imam Huseyn, che Giubair visitò trent´anni dopo la sua costruzione. E non era l´unica truce reliquia nelle vicinanze, anche la testa di Zayd, fratello di Ali, era stata recisa, poi ritrovata e risseppellita e "riceveva visite" nel suo bravo mausoleo. Al-Qahira era stata fondata nel 969; nel periodo fatimida della sua storia, la cittadella era accessibile solo dal califfo sciita e dalla sua famiglia, mentre la vicina Fustat era la "città del popolo". Al Muizz vi entrò nel 972 e vi portò i corpi del padre al-Mansur e del nonno al Qahim e di al Mahdi fondatore della dinastia, poi vi fu seppellito anche lui e otto dei suoi successori con relative famiglie. Di questo grande mausoleo, detto Turbat al-zafaran (tomba di zafferano), a quanto pare perché questa sostanza veniva adoperata per odorare la cappella, non è rimasto nulla. E´ rimasta invece un´intera serie di mausolei di persone imparentate con la famiglia di Alì, una vera e propria "Città dei morti" (anche la parola ?necropoli´ etimologicamente significa precisamente questo) che era stata costruita dai califfi fatimidi per legare la popolazione alla loro dinastia, inculcando entusiasmo di massa. La visita alle tombe (ziharat al-qubur) era stata da loro fortemente incoraggiata, era una pratica molto cara soprattutto alle donne che per l´occasione potevano uscire e partecipare alla vita sociale, ed era anche un perfetto instrumentum regni di cui si avvalsero in seguito anche i califfi sunniti che successero loro al potere.
Divenne un onore essere sepolti tra gli ahl - al-bayt (compagni del Profeta e amici di Dio) e partecipare così alla grazia (baraka), la forza benefica di origine divina che emana dagli individui durante la loro vita e anche dopo la loro morte. Questo culto dei sepolcri caratterizza ancora lo sciismo, e tuttora è grande onore (e costa anche molti soldi) essere seppelliti vicino all´imam Reza a Mashhad, o almeno "visitare" anche da morti il santuario prima di essere portati al cimitero fuori città.
Come in tutti i pellegrinaggi degni di questo nome, si è creata intorno a tutti questi luoghi, che rivestono anche un notevole interesse storico e artistico, un´imponente serie di infrastrutture. In alcuni casi i non musulmani non possono accedere ad alcune parti interne del santuario, ma anche rimanendo nel cortile non è difficile assistere a scene davvero impressionanti: nel santuario di Ghadamgah presso Neishabur, dove l´imam Reza, come Sant´Agata a Catania, lasciò l´impronta del suo piede, non esitano addirittura a strappare pezzi di corteccia dagli alberi del giardino, e a sradicare fiori e foglie, pur di portarsi via qualcosa dal sacro luogo.
un caso
depressione e farmaci
Corriere della Sera 7.4.04
Pochi giorni prima di morire, il racconto di un calvario lungo 29 anni: dall’angoscia della solitudine ai tentativi di suicidio
«Io, in bilico tra amore e depressione»
L’ultima intervista di Gabriella Ferri a «Oggi». «Tutto cominciò con micidiali cocktail di farmaci»
«Mi chiudevo a chiave in camera, nulla mi apparteneva più, il mio corpo stesso mi era diventato estraneo»
La depressione e l’amore, i farmaci stordenti e la speranza, la solitudine e la voglia di vivere. Nell’ultima intervista concessa pochi giorni fa a Oggi - pubblicata nel numero in edicola -, Gabriella Ferri aveva ricostruito tutta la sua lotta per vivere, descrivendo un lungo calvario di terapie e di sogni. Partendo dal legame con il marito Seva, «senza il quale non avrei mai risalito la china». «Per un certo periodo - ricorda la cantante morta sabato precipitando dal balcone della sua abitazione nel Viterbese -, quando ancora abitavo a Campo de' Fiori, più di dieci anni fa, subivo ogni giorno la visita di un neurologo che mi prescriveva cocktail micidiali, fatti anche di dieci farmaci tutti insieme. Bombe, per il mio corpo che continuava a perdere forza, ammucchiando grasso inutile e polverizzando il mio amor proprio. Davanti allo specchio, ogni volta, mi ritrovavo un'immagine sempre più debordante e avvilente. Come un animale braccato, mi chiudevo a chiave con la doppia mandata, dentro la mia camera da letto, che trasformavo nella cella di una prigione. Tenevo le persiane sigillate, in pieno giorno. Dormivo? Nemmeno. Al buio, con gli occhi sbarrati, rimanevo immobile sotto le coperte, per una quantità di ore infinita, di cui non avevo più nozione. Mi sentivo una lattuga lessa dentro il letto, non mi lavavo. Aiutato dalla donna di servizio, ogni tanto mio marito mi ficcava dentro la vasca da bagno e mi insaponava, poi mi risciacquava col getto gelato della doccia. Ma non reagivo nemmeno a quel freddo. Osservavo la mia pelle d'oca, come non fosse la mia. Nulla mi apparteneva più, il mio corpo stesso mi era diventato estraneo».
E’ una descrizione spietata, un lungo viaggio nell’angoscia. «La prima crisi grave l'ho avuta nel 1975, quando mio padre Vittorio è morto, ucciso da un cancro ai polmoni, dopo una lunga degenza all'ospedale San Camillo, dove lo avevano isolato nel reparto dei condannati. Ma lui non si rassegnava a morire e mi gridava: "Gabriella, salvami! Gabriella, comprami la vita, tu che puoi!". Quelle parole avevano su di me un effetto spaventoso. Mi caricavo di una responsabilità disumana. Dovevo salvare mio padre, con ogni mezzo. Perché potesse essere operato in una costosa clinica privata, mi massacravo con le tournée, racimolando i soldi necessari all'intervento, che fu inutile».
Ed ecco il primo tentativo di uccidersi: «Nel giugno del 1975, ero già sposata da cinque anni e mamma di Seva junior, da due. Questo, in un momento di sconforto, non m'impedì di tentare il suicidio, tagliandomi le vene. Persi cinque litri di sangue, ero in pieno choc emorragico, quando mio marito mi salvò, portandomi di corsa all'ospedale, dove diedero fondo a tutto il sangue che avevano, facendomi due tempestive trasfusioni. Lo stesso mio marito che, dieci anni fa, mi salvò anche dal John Hopkins Institute di Baltimora, la clinica specializzata nella cura delle malattie nervose. Lì, infermieri più crudeli di aguzzini, mi rifiutavano le pillole per dormire. Esasperata da quell'insonnia prolungata, presi a pugni una caposala, prima che Seva mi portasse via. Ma quella fuga non servì. Ci furono altri ricoveri, altre fughe, altri inutili tentativi di capire il perché di questo mio male... Sono stata spesso in condizioni gravi, fino a un paio di anni fa, quando ho conosciuto uno psichiatra che, anziché prescrivermi nuovi medicinali, mi ha fatto parlare per tre ore di seguito, senza mai interrompermi».
Il racconto di Gabriella a Oggi si chiude con un sorriso, quello della sua nipotina. E il terrore di non riuscire a farcela davanti alla prossima crisi: «Lo vedo ancora, una volta alla settimana. Quel medico mi trasmette tanta calma. Anche se, per vincere l'ansia, qualche goccia la prendo ancora, appena sveglia. Quello è il momento più duro. Mi capita di pensare che non ce la farò, che ricadrò nell'inferno da cui sono uscita. Mi aiutano lo sguardo di mio marito, il pensiero dei miei quattro nipotini. L'ultima, Xenia, bionda come la sua nonna, ha un anno e mezzo e ride con le fossette, bella come un angelo».
Pochi giorni prima di morire, il racconto di un calvario lungo 29 anni: dall’angoscia della solitudine ai tentativi di suicidio
«Io, in bilico tra amore e depressione»
L’ultima intervista di Gabriella Ferri a «Oggi». «Tutto cominciò con micidiali cocktail di farmaci»
«Mi chiudevo a chiave in camera, nulla mi apparteneva più, il mio corpo stesso mi era diventato estraneo»
La depressione e l’amore, i farmaci stordenti e la speranza, la solitudine e la voglia di vivere. Nell’ultima intervista concessa pochi giorni fa a Oggi - pubblicata nel numero in edicola -, Gabriella Ferri aveva ricostruito tutta la sua lotta per vivere, descrivendo un lungo calvario di terapie e di sogni. Partendo dal legame con il marito Seva, «senza il quale non avrei mai risalito la china». «Per un certo periodo - ricorda la cantante morta sabato precipitando dal balcone della sua abitazione nel Viterbese -, quando ancora abitavo a Campo de' Fiori, più di dieci anni fa, subivo ogni giorno la visita di un neurologo che mi prescriveva cocktail micidiali, fatti anche di dieci farmaci tutti insieme. Bombe, per il mio corpo che continuava a perdere forza, ammucchiando grasso inutile e polverizzando il mio amor proprio. Davanti allo specchio, ogni volta, mi ritrovavo un'immagine sempre più debordante e avvilente. Come un animale braccato, mi chiudevo a chiave con la doppia mandata, dentro la mia camera da letto, che trasformavo nella cella di una prigione. Tenevo le persiane sigillate, in pieno giorno. Dormivo? Nemmeno. Al buio, con gli occhi sbarrati, rimanevo immobile sotto le coperte, per una quantità di ore infinita, di cui non avevo più nozione. Mi sentivo una lattuga lessa dentro il letto, non mi lavavo. Aiutato dalla donna di servizio, ogni tanto mio marito mi ficcava dentro la vasca da bagno e mi insaponava, poi mi risciacquava col getto gelato della doccia. Ma non reagivo nemmeno a quel freddo. Osservavo la mia pelle d'oca, come non fosse la mia. Nulla mi apparteneva più, il mio corpo stesso mi era diventato estraneo».
E’ una descrizione spietata, un lungo viaggio nell’angoscia. «La prima crisi grave l'ho avuta nel 1975, quando mio padre Vittorio è morto, ucciso da un cancro ai polmoni, dopo una lunga degenza all'ospedale San Camillo, dove lo avevano isolato nel reparto dei condannati. Ma lui non si rassegnava a morire e mi gridava: "Gabriella, salvami! Gabriella, comprami la vita, tu che puoi!". Quelle parole avevano su di me un effetto spaventoso. Mi caricavo di una responsabilità disumana. Dovevo salvare mio padre, con ogni mezzo. Perché potesse essere operato in una costosa clinica privata, mi massacravo con le tournée, racimolando i soldi necessari all'intervento, che fu inutile».
Ed ecco il primo tentativo di uccidersi: «Nel giugno del 1975, ero già sposata da cinque anni e mamma di Seva junior, da due. Questo, in un momento di sconforto, non m'impedì di tentare il suicidio, tagliandomi le vene. Persi cinque litri di sangue, ero in pieno choc emorragico, quando mio marito mi salvò, portandomi di corsa all'ospedale, dove diedero fondo a tutto il sangue che avevano, facendomi due tempestive trasfusioni. Lo stesso mio marito che, dieci anni fa, mi salvò anche dal John Hopkins Institute di Baltimora, la clinica specializzata nella cura delle malattie nervose. Lì, infermieri più crudeli di aguzzini, mi rifiutavano le pillole per dormire. Esasperata da quell'insonnia prolungata, presi a pugni una caposala, prima che Seva mi portasse via. Ma quella fuga non servì. Ci furono altri ricoveri, altre fughe, altri inutili tentativi di capire il perché di questo mio male... Sono stata spesso in condizioni gravi, fino a un paio di anni fa, quando ho conosciuto uno psichiatra che, anziché prescrivermi nuovi medicinali, mi ha fatto parlare per tre ore di seguito, senza mai interrompermi».
Il racconto di Gabriella a Oggi si chiude con un sorriso, quello della sua nipotina. E il terrore di non riuscire a farcela davanti alla prossima crisi: «Lo vedo ancora, una volta alla settimana. Quel medico mi trasmette tanta calma. Anche se, per vincere l'ansia, qualche goccia la prendo ancora, appena sveglia. Quello è il momento più duro. Mi capita di pensare che non ce la farò, che ricadrò nell'inferno da cui sono uscita. Mi aiutano lo sguardo di mio marito, il pensiero dei miei quattro nipotini. L'ultima, Xenia, bionda come la sua nonna, ha un anno e mezzo e ride con le fossette, bella come un angelo».
ipocondria
Corriere della Sera 7.4.04 pagg. 1 e 18
Studio americano: ai malati immaginari non concedete troppe visite e analisi
Curare gli ipocondriaci? Meglio rieducare i medici
di GIUSEPPE REMUZZI
Si sta male (certe volte malissimo) anche se qualcuno ci ride sopra. Il bello - o il brutto - è che non si è ammalati. O forse sì. È «quell’agente patogeno, mille volte più virulento di tutti i microbi: l'idea di essere malati» del racconto di Marcel Proust (I Guermantes: Alla ricerca del tempo perduto ). Ne soffre Woody Allen, ma ne hanno sofferto prima di lui Charles Darwin, lo stesso Proust e milioni di uomini fin dall'antichità. I greci, 2.500 anni fa, l'hanno chiamata ipocondria (ancora oggi i medici chiamano così i malati immaginari). Ipocondria perché c’è tante volte un senso di sconforto digestivo e malinconia che i greci antichi attribuivano alla milza. Su venti persone che vanno dal medico, almeno una soffre di ipocondria.
Intendiamoci, chiunque di noi ogni tanto ha dei disturbi che non si spiegano bene, e magari pensa che possa essere qualcosa di grave, ma l’ipocondria, quella vera, è pensare di essere ammalati, sempre, cercare continuamente dei medici, voler continuamente fare esami. Di tutti i soldi che si spendono per la salute, poco meno del 20% se ne va per i malati immaginari. Sono quelli che se hanno un livido, pensano di avere una leucemia. Se hanno il mal di testa pensano di avere un tumore al cervello (e questo fa peggiorare il mal di testa). A furia di pensare sempre e solo alle malattie, qualcuno arriva a non avere più una vita sociale, a non dormire più. E questo immiserisce anche la vita di chi gli sta vicino. Curare gli ipocondriaci è difficile. Ci si sente frustrati, non si sa più cosa fare, tanto più che una cura vera non c’è, non c’è mai stata, e di quel poco che si è fatto finora nessuno è mai riuscito a dimostrare l’efficacia in studi controllati.
Ma adesso, forse, c’è una svolta. Un lavoro, pubblicato proprio in questi giorni sul Jama (il giornale dell’associazione dei medici americani), potrebbe dare agli ipocondriaci una speranza. Di guarire? Qualche volta, o comunque, almeno, di poter stare meglio. Lo studio è stato fatto a Boston dal dottor Barsky dell’Ospedale Brigham. Centodue persone si sono sottoposte ad una psicoterapia cognitiva (fatta per capire le ragioni di un certo comportamento). Ottanta persone invece sono state curate come si fa di solito (buon senso, e qualche farmaco senza sapere se servirà davvero). Si è visto che più del 50% dei pazienti curati con la psicoterapia migliorava e quasi sempre tornava ad avere qualche forma di vita sociale. Per la verità, anche qualcuno di quelli curati con le solite cure migliorava, ma erano molto meno. L’ipocondria colpisce uomini e donne allo stesso modo: ma gli introversi, chi è troppo critico con se stesso, i narcisisti, sono ancora più vulnerabili. Anche quelli che soffrono di ansia e depressione tante volte diventano ipocondriaci. In questo caso servono i farmaci: quelli che agiscono sulla serotonina, certi antidepressivi, le benzodiazepine. Per anni i medici hanno cercato di aiutare i malati immaginari spiegandogli candidamente che i loro disturbi non corrispondevano a nessuna malattia, dovevano far finta che non ci fossero. Non funziona. Se uno i disturbi li sente, per lui ci sono, proprio come se fosse ammalato. La cura dei ricercatori di Boston invece prevede che psicologi ed infermieri sappiano convincere gli ipocondriaci ad abbandonare piano piano le loro fissazioni (attaccarsi ad Internet per trovare sempre nuove informazioni sui loro malanni, cercare sempre nuovi medici). Ma non basta, a detta dei ricercatori di Boston, per aiutare sul serio gli ipocondriaci bisogna educare i loro medici. I malati immaginari vanno visti, certo, ad intervalli regolari, ma non gli si deve dare un appuntamento tutte le volte che lo chiedono e nemmeno prescrivergli troppi esami e troppi farmaci. Quella del dottor Barsky e dei suoi collaboratori non sarà la soluzione di tutti i problemi dei malati immaginari, e si è già visto che non sempre gli ipocondriaci - specialmente quelli che soffrono di forme davvero gravi - si avvantaggiano della sua cura.
Ci sarà sempre qualcuno ha detto Barsky in un’intervista rilasciata qualche giorno fa al New York Times che mi verrà a dire «ho proprio bisogno di trovare un medico che mi faccia una biopsia del fegato».
Queste persone, ahimè, non guariranno mai, ma possono essere aiutate: in fondo il terrore di essere ammalato non ha impedito a Charles Darwin di formulare una teoria che ha cambiato dalle fondamenta le nostre idee sulla natura e sullo sviluppo della vita.
Studio americano: ai malati immaginari non concedete troppe visite e analisi
Curare gli ipocondriaci? Meglio rieducare i medici
di GIUSEPPE REMUZZI
Si sta male (certe volte malissimo) anche se qualcuno ci ride sopra. Il bello - o il brutto - è che non si è ammalati. O forse sì. È «quell’agente patogeno, mille volte più virulento di tutti i microbi: l'idea di essere malati» del racconto di Marcel Proust (I Guermantes: Alla ricerca del tempo perduto ). Ne soffre Woody Allen, ma ne hanno sofferto prima di lui Charles Darwin, lo stesso Proust e milioni di uomini fin dall'antichità. I greci, 2.500 anni fa, l'hanno chiamata ipocondria (ancora oggi i medici chiamano così i malati immaginari). Ipocondria perché c’è tante volte un senso di sconforto digestivo e malinconia che i greci antichi attribuivano alla milza. Su venti persone che vanno dal medico, almeno una soffre di ipocondria.
Intendiamoci, chiunque di noi ogni tanto ha dei disturbi che non si spiegano bene, e magari pensa che possa essere qualcosa di grave, ma l’ipocondria, quella vera, è pensare di essere ammalati, sempre, cercare continuamente dei medici, voler continuamente fare esami. Di tutti i soldi che si spendono per la salute, poco meno del 20% se ne va per i malati immaginari. Sono quelli che se hanno un livido, pensano di avere una leucemia. Se hanno il mal di testa pensano di avere un tumore al cervello (e questo fa peggiorare il mal di testa). A furia di pensare sempre e solo alle malattie, qualcuno arriva a non avere più una vita sociale, a non dormire più. E questo immiserisce anche la vita di chi gli sta vicino. Curare gli ipocondriaci è difficile. Ci si sente frustrati, non si sa più cosa fare, tanto più che una cura vera non c’è, non c’è mai stata, e di quel poco che si è fatto finora nessuno è mai riuscito a dimostrare l’efficacia in studi controllati.
Ma adesso, forse, c’è una svolta. Un lavoro, pubblicato proprio in questi giorni sul Jama (il giornale dell’associazione dei medici americani), potrebbe dare agli ipocondriaci una speranza. Di guarire? Qualche volta, o comunque, almeno, di poter stare meglio. Lo studio è stato fatto a Boston dal dottor Barsky dell’Ospedale Brigham. Centodue persone si sono sottoposte ad una psicoterapia cognitiva (fatta per capire le ragioni di un certo comportamento). Ottanta persone invece sono state curate come si fa di solito (buon senso, e qualche farmaco senza sapere se servirà davvero). Si è visto che più del 50% dei pazienti curati con la psicoterapia migliorava e quasi sempre tornava ad avere qualche forma di vita sociale. Per la verità, anche qualcuno di quelli curati con le solite cure migliorava, ma erano molto meno. L’ipocondria colpisce uomini e donne allo stesso modo: ma gli introversi, chi è troppo critico con se stesso, i narcisisti, sono ancora più vulnerabili. Anche quelli che soffrono di ansia e depressione tante volte diventano ipocondriaci. In questo caso servono i farmaci: quelli che agiscono sulla serotonina, certi antidepressivi, le benzodiazepine. Per anni i medici hanno cercato di aiutare i malati immaginari spiegandogli candidamente che i loro disturbi non corrispondevano a nessuna malattia, dovevano far finta che non ci fossero. Non funziona. Se uno i disturbi li sente, per lui ci sono, proprio come se fosse ammalato. La cura dei ricercatori di Boston invece prevede che psicologi ed infermieri sappiano convincere gli ipocondriaci ad abbandonare piano piano le loro fissazioni (attaccarsi ad Internet per trovare sempre nuove informazioni sui loro malanni, cercare sempre nuovi medici). Ma non basta, a detta dei ricercatori di Boston, per aiutare sul serio gli ipocondriaci bisogna educare i loro medici. I malati immaginari vanno visti, certo, ad intervalli regolari, ma non gli si deve dare un appuntamento tutte le volte che lo chiedono e nemmeno prescrivergli troppi esami e troppi farmaci. Quella del dottor Barsky e dei suoi collaboratori non sarà la soluzione di tutti i problemi dei malati immaginari, e si è già visto che non sempre gli ipocondriaci - specialmente quelli che soffrono di forme davvero gravi - si avvantaggiano della sua cura.
Ci sarà sempre qualcuno ha detto Barsky in un’intervista rilasciata qualche giorno fa al New York Times che mi verrà a dire «ho proprio bisogno di trovare un medico che mi faccia una biopsia del fegato».
Queste persone, ahimè, non guariranno mai, ma possono essere aiutate: in fondo il terrore di essere ammalato non ha impedito a Charles Darwin di formulare una teoria che ha cambiato dalle fondamenta le nostre idee sulla natura e sullo sviluppo della vita.
la religione americana
Repubblica 7.4.04
"Passion" di Mel Gibson non è l'unica espressione della destra cristiana. L'ultimo libro di due predicatori è un best-seller
Usa, la bibbia degli integralisti horror, fantascienza e profezie
Quattro americani su dieci si definiscono "cristiani rinati" Come il presidente Bush E non tutti sono moderati
Da un dialogo tra predicatori in tv: "Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici colpissero l'America. L'abbiamo meritato"
DAL NOSTRO INVIATO
FEDERICO RAMPINI
San Francisco - L´Anticristo si incarna nel segretario generale delle Nazioni Unite. Crea un governo unico mondiale, con una sola religione, e stabilisce la sua capitale globale nella biblica Babilonia (Bagdad). Sono i segni che l´Apocalisse è vicina e infatti il vero Cristo torna in terra: non il Gesù torturato di Mel Gibson ma un guerriero furioso che scatena la sua violenza sacra uccidendo e sventrando gli atei, i miscredenti e i seguaci di altre religioni. «Uomini donne e soldati sembrano esplodere d´un tratto... le parole del Signore fanno scoppiare il sangue dalle loro vene, la loro carne si squaglia, gli occhi liquefatti e le lingue disintegrate». È il finale di «Gloriosa Apparizione», il romanzo-thriller della destra fondamentalista cristiana che polverizza i record d´incasso in America. La più grande catena di supermercati, Wal-Mart, ne ha promosso il lancio distribuendo gratis milioni di anticipazioni del primo capitolo. Solo per far fronte alla richiesta del pubblico nella prima settimana di vendite, i librai ne hanno prenotato oltre due milioni di copie, più di quanto abbiano venduto le memorie di Hillary Clinton in sei mesi.
Non è John Grisham il re dei best-seller, né sono le avventure di Harry Potter la serie di maggior successo. Le loro vendite impallidiscono di fronte a un genere nuovo, esploso in un crescendo negli ultimi nove anni: la fantascienza-horror cristiana ispirata dalle profezie bibliche. Una coppia di autori, Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins, domina questa produzione con la serie Left Behind (Abbandonàti). I primi undici romanzi hanno venduto più di 40 milioni di copie, il dodicesimo è «Gloriosa Apparizione» che invade le librerie in questi giorni. Questo fenomeno di società ha preceduto il caso della «Passione di Cristo» di Mel Gibson, e ne supera l´importanza: per le dimensioni di massa, per la durata, e per l´estremismo dei messaggi. I sociologi si interrogano sul significato di questa attrazione popolare. Vi hanno individuato un risorgere di antiche superstizioni al passaggio del millennio; una lettura apocalittica dell´11 settembre; ma anche un sintomo che lo «scontro di civiltà» non nasce necessariamente alla periferia dell´impero, perché le guerre di religione hanno i loro fautori nel cuore della società americana: la serie Left Behind andava a ruba già prima dell´attacco alle Torri gemelle.
Sulla stampa liberal questo filone narrativo di serie B è criticato per i suoi contenuti intolleranti, razzisti, antisemiti e per la crudele violenza delle trame. In quelle storie non c´è scampo per gli ebrei né per gli atei, condannati allo sterminio da un Dio assetato di sangue nel giorno del giudizio. Molti teologi denunciano una pericolosa distorsione delle sacre scritture. Il primo della serie Left Behind si apre con una descrizione drammatica del Rapimento: è il momento nel quale i «cristiani rinati» saranno improvvisamente trasportati in Paradiso. Con un´allusione all´aborto, anche un embrione viene prelevato dal ventre materno per ascendere in cielo. Joseph Hough, presidente dello Union Theological Seminary di New York, ha condannato l´insistenza ossessiva sulle sofferenze che saranno inflitte ai non-credenti, e accusa gli autori di stravolgere la Rivelazione per dipingere un universo manicheo dove c´è spazio solo per Dio e il demonio. «È la stessa visione - ha detto il teologo - che appartiene ad alcuni recenti presidenti degli Stati Uniti, secondo cui c´è il mondo del bene e il mondo del male. I nemici dell´America diventano i nemici di Dio. È molto pericoloso perché giustifica comportamenti ispirati all´idea che chi non sta con te rappresenta le forze del male».
LaHaye, 77 anni, faceva il pastore evangelista in California 40 anni fa quando si unì al predicatore Jerry Falwell e al suo movimento conservatore della Moral Majority. L´idea di trasformare le profezie bibliche in romanzi popolari, nello stile di thriller futuristici, lo ha proiettato verso la fama e la ricchezza. Negli Stati Usa del Sud, lungo quella fascia geografica che viene chiamata la Bible Belt (la «cintura della Bibbia») 20mila volontari hanno creato dei club di fan dei suoi libri per promuoverne la lettura collettiva tra parenti e amici.
Dietro il fenomeno letterario c´è una tendenza profonda: la ri-evangelizzazione degli Stati Uniti. Mentre nella vecchia Europa la pratica religiosa è in declino, l´80% degli americani afferma di credere in Dio e il 39% si autodefiniscono born-again Christians cioè cristiani rinati. Il termine riunisce chiese protestanti che hanno un punto in comune: i fedeli sono convinti di essere rinati al cristianesimo perché in età adulta hanno «accettato consapevolmente Gesù Cristo come il loro Signore e il loro personale Salvatore». L´America ha una lunga tradizione di predicatori evangelici e nella sua storia ha conosciuto già tre periodi di potente risveglio della religiosità collettiva. L´ascesa dei cristiani rinati è considerata come il quarto grande risveglio religioso dopo quelli che avvennero alla fine del periodo coloniale, poi nel 1820, e ancora agli albori del Novecento. Il sintomo più noto è il seguito popolare di alcuni tele-evangelisti dalla personalità carismatica, che sfruttano la potenza dei mass media - attraverso le prediche televisive - per mobilitare milioni di persone. La semplificazione dei messaggi, il ricorso a tecniche manipolative per l´indottrinamento delle folle, o infine il fatto che alcuni di questi predicatori siano stati protagonisti di truffe finanziarie o scandali sessuali: tutto ciò induce spesso a liquidare il loro successo come una prova dell´ingenuità americana. La condanna degli intellettuali laici coincide con l´ostilità delle chiese tradizionali: preoccupate dalla concorrenza degli evangelizzatori, le gerarchie ecclesiali cattoliche o protestanti sono severe contro il fanatismo. Però gli evangelici sono riusciti dove il vecchio establishment clericale è fallito, hanno invertito la tendenza alla secolarizzazione e all´abbandono della pratica religiosa nella società più moderna, opulenta e consumista della storia. Al passaggio fra il secondo e il terzo millennio il nuovo fondamentalismo cristiano è riuscito a contrastare perfino il dominio della scienza, come dimostrano le campagne per sradicare l´insegnamento della teoria evoluzionista nelle scuole.
Più volte queste chiese hanno unito i loro sforzi per dar vita a una vera e propria forza politica: nel 1979 nacque la Moral Majority che sostenne Reagan, nel 1989 si formò la Christian Coalition. Bush padre, repubblicano laico e moderato, perse le elezioni del 1992 anche perché le truppe religiose del movimento antiabortista disertarono in massa le urne; suo figlio si è ripromesso di non commettere più lo stesso errore, e cavalca la radicalizzazione a destra di queste chiese. Lui stesso ha più volte raccontato di essersi liberato dall´alcolismo a trent´anni grazie alla «conversione», e molti dei suoi collaboratori (tra cui il ministro della Giustizia John Ashcroft) sono dei cristiani rinati come lui.
L´11 settembre 2001 ha aperto una nuova fase di visibilità di questi movimenti, in nome della difesa di un´America cristiana contro l´attacco del fondamentalismo musulmano. Il predicatore Franklin Graham ha definito l´Islam «una religione malvagia». Il leader della coalizione delle chiese battiste degli Stati del Sud ha bollato Maometto come «un pedofilo posseduto dal demonio». I più estremisti hanno visto nella strage delle Twin Towers un presagio apocalittico, il castigo divino contro un´America degradata dall´immoralità della sinistra, dal permissivismo ateista degli anni di Clinton. Un paranoico pamphlet dal titolo «Persecution», di David Limbaugh, sostiene che in America i cristiani sarebbero secondo lui «messi al margine della vita pubblica, privati dei diritti civili, discriminati a causa del loro credo» mentre i film di Hollywood e la scuola pubblica in mano alla sinistra «incoraggiano la diffusione della promiscuità e di una sessualità deviante». Il predicatore Jerry Falwell in un dialogo televisivo con l´altro leader carismatico Pat Robertson, trasmesso dalla rete tv Christian Broadcasting Network, ha dichiarato: «Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici dell´America ci colpissero perché lo abbiamo meritato. L´American Civil Liberties Union ha grandi responsabilità, così come i giudici che hanno cacciato Dio dai luoghi pubblici. Gli abortisti sono tra i colpevoli perché Dio non si lascia insultare. Quando uccidiamo 40 milioni di innocenti nascituri, facciamo infuriare Dio. I pagani, gli abortisti, le femministe, i gay e le lesbiche, tutti coloro che hanno cercato di secolarizzare l´America, io li accuso: quel che è accaduto l´11 settembre è anche colpa vostra»
"Passion" di Mel Gibson non è l'unica espressione della destra cristiana. L'ultimo libro di due predicatori è un best-seller
Usa, la bibbia degli integralisti horror, fantascienza e profezie
Quattro americani su dieci si definiscono "cristiani rinati" Come il presidente Bush E non tutti sono moderati
Da un dialogo tra predicatori in tv: "Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici colpissero l'America. L'abbiamo meritato"
DAL NOSTRO INVIATO
FEDERICO RAMPINI
San Francisco - L´Anticristo si incarna nel segretario generale delle Nazioni Unite. Crea un governo unico mondiale, con una sola religione, e stabilisce la sua capitale globale nella biblica Babilonia (Bagdad). Sono i segni che l´Apocalisse è vicina e infatti il vero Cristo torna in terra: non il Gesù torturato di Mel Gibson ma un guerriero furioso che scatena la sua violenza sacra uccidendo e sventrando gli atei, i miscredenti e i seguaci di altre religioni. «Uomini donne e soldati sembrano esplodere d´un tratto... le parole del Signore fanno scoppiare il sangue dalle loro vene, la loro carne si squaglia, gli occhi liquefatti e le lingue disintegrate». È il finale di «Gloriosa Apparizione», il romanzo-thriller della destra fondamentalista cristiana che polverizza i record d´incasso in America. La più grande catena di supermercati, Wal-Mart, ne ha promosso il lancio distribuendo gratis milioni di anticipazioni del primo capitolo. Solo per far fronte alla richiesta del pubblico nella prima settimana di vendite, i librai ne hanno prenotato oltre due milioni di copie, più di quanto abbiano venduto le memorie di Hillary Clinton in sei mesi.
Non è John Grisham il re dei best-seller, né sono le avventure di Harry Potter la serie di maggior successo. Le loro vendite impallidiscono di fronte a un genere nuovo, esploso in un crescendo negli ultimi nove anni: la fantascienza-horror cristiana ispirata dalle profezie bibliche. Una coppia di autori, Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins, domina questa produzione con la serie Left Behind (Abbandonàti). I primi undici romanzi hanno venduto più di 40 milioni di copie, il dodicesimo è «Gloriosa Apparizione» che invade le librerie in questi giorni. Questo fenomeno di società ha preceduto il caso della «Passione di Cristo» di Mel Gibson, e ne supera l´importanza: per le dimensioni di massa, per la durata, e per l´estremismo dei messaggi. I sociologi si interrogano sul significato di questa attrazione popolare. Vi hanno individuato un risorgere di antiche superstizioni al passaggio del millennio; una lettura apocalittica dell´11 settembre; ma anche un sintomo che lo «scontro di civiltà» non nasce necessariamente alla periferia dell´impero, perché le guerre di religione hanno i loro fautori nel cuore della società americana: la serie Left Behind andava a ruba già prima dell´attacco alle Torri gemelle.
Sulla stampa liberal questo filone narrativo di serie B è criticato per i suoi contenuti intolleranti, razzisti, antisemiti e per la crudele violenza delle trame. In quelle storie non c´è scampo per gli ebrei né per gli atei, condannati allo sterminio da un Dio assetato di sangue nel giorno del giudizio. Molti teologi denunciano una pericolosa distorsione delle sacre scritture. Il primo della serie Left Behind si apre con una descrizione drammatica del Rapimento: è il momento nel quale i «cristiani rinati» saranno improvvisamente trasportati in Paradiso. Con un´allusione all´aborto, anche un embrione viene prelevato dal ventre materno per ascendere in cielo. Joseph Hough, presidente dello Union Theological Seminary di New York, ha condannato l´insistenza ossessiva sulle sofferenze che saranno inflitte ai non-credenti, e accusa gli autori di stravolgere la Rivelazione per dipingere un universo manicheo dove c´è spazio solo per Dio e il demonio. «È la stessa visione - ha detto il teologo - che appartiene ad alcuni recenti presidenti degli Stati Uniti, secondo cui c´è il mondo del bene e il mondo del male. I nemici dell´America diventano i nemici di Dio. È molto pericoloso perché giustifica comportamenti ispirati all´idea che chi non sta con te rappresenta le forze del male».
LaHaye, 77 anni, faceva il pastore evangelista in California 40 anni fa quando si unì al predicatore Jerry Falwell e al suo movimento conservatore della Moral Majority. L´idea di trasformare le profezie bibliche in romanzi popolari, nello stile di thriller futuristici, lo ha proiettato verso la fama e la ricchezza. Negli Stati Usa del Sud, lungo quella fascia geografica che viene chiamata la Bible Belt (la «cintura della Bibbia») 20mila volontari hanno creato dei club di fan dei suoi libri per promuoverne la lettura collettiva tra parenti e amici.
Dietro il fenomeno letterario c´è una tendenza profonda: la ri-evangelizzazione degli Stati Uniti. Mentre nella vecchia Europa la pratica religiosa è in declino, l´80% degli americani afferma di credere in Dio e il 39% si autodefiniscono born-again Christians cioè cristiani rinati. Il termine riunisce chiese protestanti che hanno un punto in comune: i fedeli sono convinti di essere rinati al cristianesimo perché in età adulta hanno «accettato consapevolmente Gesù Cristo come il loro Signore e il loro personale Salvatore». L´America ha una lunga tradizione di predicatori evangelici e nella sua storia ha conosciuto già tre periodi di potente risveglio della religiosità collettiva. L´ascesa dei cristiani rinati è considerata come il quarto grande risveglio religioso dopo quelli che avvennero alla fine del periodo coloniale, poi nel 1820, e ancora agli albori del Novecento. Il sintomo più noto è il seguito popolare di alcuni tele-evangelisti dalla personalità carismatica, che sfruttano la potenza dei mass media - attraverso le prediche televisive - per mobilitare milioni di persone. La semplificazione dei messaggi, il ricorso a tecniche manipolative per l´indottrinamento delle folle, o infine il fatto che alcuni di questi predicatori siano stati protagonisti di truffe finanziarie o scandali sessuali: tutto ciò induce spesso a liquidare il loro successo come una prova dell´ingenuità americana. La condanna degli intellettuali laici coincide con l´ostilità delle chiese tradizionali: preoccupate dalla concorrenza degli evangelizzatori, le gerarchie ecclesiali cattoliche o protestanti sono severe contro il fanatismo. Però gli evangelici sono riusciti dove il vecchio establishment clericale è fallito, hanno invertito la tendenza alla secolarizzazione e all´abbandono della pratica religiosa nella società più moderna, opulenta e consumista della storia. Al passaggio fra il secondo e il terzo millennio il nuovo fondamentalismo cristiano è riuscito a contrastare perfino il dominio della scienza, come dimostrano le campagne per sradicare l´insegnamento della teoria evoluzionista nelle scuole.
Più volte queste chiese hanno unito i loro sforzi per dar vita a una vera e propria forza politica: nel 1979 nacque la Moral Majority che sostenne Reagan, nel 1989 si formò la Christian Coalition. Bush padre, repubblicano laico e moderato, perse le elezioni del 1992 anche perché le truppe religiose del movimento antiabortista disertarono in massa le urne; suo figlio si è ripromesso di non commettere più lo stesso errore, e cavalca la radicalizzazione a destra di queste chiese. Lui stesso ha più volte raccontato di essersi liberato dall´alcolismo a trent´anni grazie alla «conversione», e molti dei suoi collaboratori (tra cui il ministro della Giustizia John Ashcroft) sono dei cristiani rinati come lui.
L´11 settembre 2001 ha aperto una nuova fase di visibilità di questi movimenti, in nome della difesa di un´America cristiana contro l´attacco del fondamentalismo musulmano. Il predicatore Franklin Graham ha definito l´Islam «una religione malvagia». Il leader della coalizione delle chiese battiste degli Stati del Sud ha bollato Maometto come «un pedofilo posseduto dal demonio». I più estremisti hanno visto nella strage delle Twin Towers un presagio apocalittico, il castigo divino contro un´America degradata dall´immoralità della sinistra, dal permissivismo ateista degli anni di Clinton. Un paranoico pamphlet dal titolo «Persecution», di David Limbaugh, sostiene che in America i cristiani sarebbero secondo lui «messi al margine della vita pubblica, privati dei diritti civili, discriminati a causa del loro credo» mentre i film di Hollywood e la scuola pubblica in mano alla sinistra «incoraggiano la diffusione della promiscuità e di una sessualità deviante». Il predicatore Jerry Falwell in un dialogo televisivo con l´altro leader carismatico Pat Robertson, trasmesso dalla rete tv Christian Broadcasting Network, ha dichiarato: «Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici dell´America ci colpissero perché lo abbiamo meritato. L´American Civil Liberties Union ha grandi responsabilità, così come i giudici che hanno cacciato Dio dai luoghi pubblici. Gli abortisti sono tra i colpevoli perché Dio non si lascia insultare. Quando uccidiamo 40 milioni di innocenti nascituri, facciamo infuriare Dio. I pagani, gli abortisti, le femministe, i gay e le lesbiche, tutti coloro che hanno cercato di secolarizzare l´America, io li accuso: quel che è accaduto l´11 settembre è anche colpa vostra»
Tina Modotti
La Provincia di Como 7.4.04
mostre
Modotti e la sintesi tra l'arte e la vita
di Silvia Bernasconi
per vedere alcune delle più belle immagini di Tina Modotti e sapere di più della sua vita, clicca QUI
Sulla sua tomba, nel Pantheon de Dolores di Città del Messico, sono scolpiti versi di Pablo Neruda, il suo volto compare nei murales di Diego Rivera. La sua figura di donna passionale e coraggiosa ha stimolato il proliferare di biografie romanzate - ieri è stato presentato «Tina Modotti. Verità e leggenda» di Christiane Barckhausen - e scoop giornalistici, com'è accaduto all'amica pittrice Frida Khalo. La mostra «Tina Modotti. Fotografie, vita, arte e libertà», a San Donato Milanese fino al 20 aprile, intende celebrare una delle fotografe più significative del XX secolo, troppo a lungo trascurata dalla critica. «Metto troppa arte nella mia vita», ha scritto Tina nel 1925. E per rendere questa sintesi di arte e vita la rassegna comprende non soltanto fotografie, ma anche, lettere, poesie e filmati. Nel Messico post-rivoluzionario, dove si è trasferita nel 1923, la Modotti ha utilizzato l'obiettivo fotografico come strumento di indagine e denuncia sociale, schierandosi in difesa degli oppressi e delle libertà politiche. Simboli del lavoro, mani di operai, ritratti di donne e bambini, manifestazioni sindacali: le sue immagini non possono prescindere dal passato di povertà in Friuli, dove è nata nel 1896, dall'esperienza di emigrante e di operaia a San Francisco, né dalla condizione costante di perseguitata politica.
«Tina Modotti. Fotografie, vita, arte, libertà», Cascina Roma, San Donato Milanese, 7 marzo - 20 aprile 2004. Ingresso libero.
Orari: lun-sab 9.30-12.30 / 14.30-19; dom 10-12.30 / 16.30-19 Info: 0255603159
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Modotti e la sintesi tra l'arte e la vita
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«Tina Modotti. Fotografie, vita, arte, libertà», Cascina Roma, San Donato Milanese, 7 marzo - 20 aprile 2004. Ingresso libero.
Orari: lun-sab 9.30-12.30 / 14.30-19; dom 10-12.30 / 16.30-19 Info: 0255603159
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