mercoledì 21 aprile 2004

DELLA LIBRERIA AMORE E PSICHE

Vi comunichiamo le date delle lezioni di Maggio a Chieti:

Venerdi 7 Maggio:

Prof. Andrea Masini h.14-16

Prof.ssa Francesca Fagioli h.16-18

Sabato 8 Maggio:

Prof. Andrea Masini h.9-11

Prof. Massimo Fagioli h.11-13

Venerdi 21 Maggio:

Prof. Andrea Masini h.14-16

Prof.ssa Francesca Fagioli h.16-18

Sabato 22 Maggio:

Prof. Andrea Masini h.9-11

Prof. Massimo Fagioli h.11-13


Data la concomitanza della lezione del 22 con la visita all’affresco, vi
comunicheremo al più presto a che giorno verrà spostata quest’ultima.


Un saluto

Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.itl
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

pieghe: la neuropsichiatria australiana

ANSA Martedì 20 Aprile 2004, 19:36
SCIENZA: PIEGHE CERVELLO INDICANO INTELLIGENZA, RICERCA


(ANSA) SYDNEY, 20 APR L'intelligenza di una persona, secondo una nuova ricerca australiana, puo' essere indicata dalla maniera in cui si piega la superficie del cervello, e chi ha un cervello asimmetrico ottiene migliori risultati nei test di abilita' verbale e spaziale. Finora gli scienziati non avevano imparato molto dalle ammaccature e dai solchi sulla superficie del cervello umano, ma l'equipe della cattedra di psicologia e neuropsichiatria dell'universita' di Melbourne ritiene grazie allo studio delle pieghe di poter spiegare alcuni aspetti dei disturbi mentali, e di aiutare a comprendere meglio quali tra i disturbi siano ereditari.
La ricerca guidata dal neuropsichiatra Alex Fornito, appena pubblicata dalla rivista Cerebral Cortex, mette in luce il significato dell'asimmetria e delle variazioni nelle pieghe della superficie cerebrale, presenti nei pazienti psichiatrici.
''Benche' il nostro studio fosse mirato alla soluzione dei problemi ed al pensiero strategico, la nostra attenzione e' stata attirata dalla scoperta che variazioni simili nelle pieghe in parti del cervello possono essere legate ad altre abilita' intellettuali'', scrive Fornito.
Lo studio si era concentrato inizialmente su una parte specifica del cervello chiamata paracingolato (Pc), situata entro una piega esistente solo nel cervello umano. I ricercatori hanno messo alla prova i partecipanti di mano destra (non mancini) con compiti appartenenti sia all'emisfero sinistro, che ospita la conoscenza verbale, sia a quello destro, il cui orientamento e' piu' sulle abilita' spaziali.
E' risultato che la piega Pc era piu' sviluppata nell emisfero destro per alcune persone, ma in misura uguale per altre. Chi aveva la piega Pc nell'emisfero destro ha conseguito migliori risultati nei test cognitivi, rispetto ai partecipanti con Pc simmetrici - questo sia che i compiti fossero 'assegnati' all emisfero sinistro, oppure destro, del cervello.
''Sapevamo gia' che vi e' variabilita' nelle pieghe del cervello, ma la ricerca ci indica che queste hanno relazioni con il comportamento e le abilita' mentali'', dichiara Fornito. E' gia' noto da studi precedenti aggiunge che i pazienti di schizofrenia hanno cervelli piu' simmetrici. (ANSA).

Sartre: il punto di vista del manifesto...

due aticoli ricevuti da P.Cancellieri

il manifesto 21 aprile 2004
SARTRE
Atto unico contro i dominatori
«Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti», pièce teatrale scritta e rappresentata dal filosofo francese nel 1940 per i suoi compagni di prigionia nel campo di Treviri. Un testo sottratto all'oblio con la prima traduzione italiana nella collana sartriana delle edizioni Marinotti
di CLAUDIO TOGNONATO


Natale del 1940 siamo nel campo di concentramento di Treviri dove Jean-Paul Sartre è rinchiuso dopo la sua cattura a Padoux, Lorena, nel nordest della Francia. Inviato al fronte, la guerra è stata per Sartre una lunga attesa che finirà senza nemmeno sparare un colpo. Sarà fatto prigioniero il 21 giugno 1940, proprio il giorno del suo compleanno, e dopo qualche mese verrà trasferito in Germania, ma riuscirà a evadere nove mesi dopo con un falso certificato medico che fa riferimento alla cecità a un occhio, accompagnato da un contraffatto documento d'identità in cui si fa passare per civile. Dai campi di concentramento nazisti non si evade facilmente, ma il giovane Sartre, che non si limita a essere soltanto un teorico della libertà, riesce a fuggire. La fuga però, era in realtà cominciata durante la stessa prigionia dove si dedica interamente a leggere, scrivere e preparare opere come L'Essere e il Nulla o la trilogia I cammini della libertà. Organizza un seminario su Heidegger, scrive il suo diario (I taccuini della strana guerra), mantiene una copiosa corrispondenza con Simone de Beauvoir alla quale scrive: «se la guerra continuasse a questo ritmo lento e cullante, credo che al momento della pace avrei scritto tre romanzi e dodici opere filosofiche». Questo periodo di forzata «chiusura» si rivelerà, infatti, fondamentale per permettere quella offensiva esistenzialista che furono gli anni Quaranta e Cinquanta. Una articolata macchina filosofica, politica e letteraria preparata, confesserà più tardi, «per fornire una ideologia al dopoguerra». È qui, nella baracca «degli intellettuali» e a richiesta di due preti prigionieri divenuti amici, dove Sartre accetta di scrivere e rappresentare una pièce di teatro, Bariona o il figlio del tuono (Christian Marinotti Edizioni, pp. 117, € 14,50) che solo ora vede la sua prima edizione italiana.
Bariona, un atto unico in sette quadri, è ambientato all'epoca della dominazione romana sulla Giudea. Nel campo di concentramento nazista di Treviri, ai margini della stessa città che diede i natali, nel 1818, a Karl Marx, Sartre sceglie di schierarsi dalla parte degli oppressi, dalla parte degli ebrei. Bariona è il capo di un povero villaggio di montagna che per opporsi e protestare contro l'innalzamento delle tasse decide una sorta di malthusiano «sciopero della natalità»: non si faranno più figli, non ci sarà più nessuno per pagare le tasse, il paese scomparirà e gli esattori romani resteranno a mani vuote. Bariona sa che non può contrastare gli oppressori, sa che la ribellione di un piccolo paese sarebbe stata soffocata nel sangue e propone allora la lenta estinzione come forma estrema di lotta. Anche quando scopre che sua moglie è incinta Bariona non esita e cerca di convincerla che generare la vita è perpetuare la sofferenza umana. Ma ecco che a un gruppo di pastori appare un angelo che annuncia che a Betlemme è nato il Messia. L'intero paese, prima fedele al suo capo, ora gli si rivolta contro. Bariona, il figlio del tuono, rifiuta di recarsi a Betlemme e proclama la libertà dell'uomo davanti a Dio: «Quand'anche l'Eterno mi avesse mostrato il suo volto tra le nuvole io rifiuterei ugualmente di sentirlo poiché sono libero, e contro un uomo libero, Dio stesso non può nulla». A questo punto entrano in scena i Re Magi in viaggio verso Betlemme e Baldassarre (impersonato nella recita dallo stesso Sartre) si rivolge a Bariona in un lungo monologo per dirgli: «Tu soffri e pertanto il tuo dovere è di sperare (...) l'uomo è sempre molto di più di quello che è. Vedi questo uomo, tutto appesantito dalla sua carne, radicato sul luogo dai suoi due grandi piedi e tu dici, stendendo la mano per toccarlo: è là. E ciò non è vero: ovunque sia, un uomo, Bariona, è sempre altrove». Tutto il villaggio decide di mettersi in viaggio per Betlemme tranne Bariona, che partirà solo in un secondo momento e per una scorciatoia con l'idea di uccidere il Messia. Arrivato a Betlemme di nuovo si troverà di fronte Baldassarre-Sartre che in un altro monologo (tutto sartiano) lo convincerà del contrario. Baldassarre dirà che la sofferenza è umana, ma non bisogna ruminarla né rassegnarsi, conviene piuttosto «accettarla come se vi fosse dovuta ed è sconveniente parlarne troppo, foss'anche con sé stessi» (...) «tu non sei la tua sofferenza. Qualunque cosa tu faccia la superi infinitamente, poiché è proprio ciò che tu vuoi che essa sia.» La sofferenza non è più rassegnazione, ma l'accettazione della propria contingenza. Bariona si sentirà allora libero e responsabile della sua scelta. Marcerà contro i soldati di Erode, cercherà di rallentare il massacro di neonati per permettere la fuga di Gesù e morirà prima di vedere nascere suo figlio in un finale dove si coniugano la lotta contro l'oppressore e l'accettazione della vita.
Perché questo lavoro teatrale è rimasto in un secondo piano, non solo in Italia, ma in tutto il mondo? perché non è stata inserito a pieno titolo nel teatro di situazioni? perché la prima pièce di teatro scritta da Sartre è diventata l'ultima? La risposta a queste domande va forse ricercata nel carattere anomalo e perfino discordante di questa che costituisce un'avant première nel contesto della vastissima opera sartriana. Una prima risposta si trova nella lettera che precede il testo, datata 31 ottobre 1962, in cui Sartre precisa: «Se ho preso il mio soggetto nella mitologia del Cristianesimo, ciò non significa che la direzione del mio pensiero sia cambiata, fu un momento, durante la cattività. Si trattava semplicemente, d'accordo con i preti prigionieri, di trovare un soggetto che potesse realizzare, in quella sera di Natale, l'unione più vasta di cristiani e di non credenti». Questa avvertenza indica in modo esplicito una chiara presa di distanza dal testo. Si dovrà aspettare fino al 1962 perché Sartre autorizzi l'edizione di Bariona limitata di cinquecento copie fuori commercio e destinate in gran parte ai suoi compagni di prigionia; poi ce ne sarà una seconda, nel 1967, anch'essa fuori commercio. La prima pubblicazione «regolare» è riportata in appendice, a pagina 565 de Les écrits de Sartre, cronologie, bibliographie commentée (1970) di Michel Contat e Michel Ribalka.
Nella nostra (sempre più) cattolica Italia la pièce è stata prontamente recensita dal Corriere della Sera e da Famiglia Cristiana - con titoli quali «Sartre, l'ateo che decise di inchinarsi a Gesù» o «L'ateo che scoprì la Speranza» -, leggendo in questo libro ciò che più volte Sartre stesso ha esplicitamente negato. «A vedermi scrivere un mistero, alcuni avranno potuto vedere che attraversassi una crisi spirituale. No! Un medesimo rifiuto del nazismo mi legava ai preti prigionieri nel campo.» Questo è il movente che lo porta a scrivere una pièce su «un soggetto della mitologia cristiana» come dirà con evidente distacco negli anni Sessanta.
Contat e Ribalka annotano che Sartre non ha mai avuto un'opinione molto alta della sua pièce, la considerava un lavoro non riuscito, scritto in pochi giorni e in circostanze molto particolari: «la pièce non era né buona né ben rappresentata: un lavoro di dilettanti, direbbero i critici, e non è stato altro che il prodotto delle circostanze». Sono proprio le «circostanze» che portano Sartre a scrivere Bariona, dalla quale ne ricaverà un'interessante esperienza per il futuro: «attraverso le luci mi sono rivolto ai miei compagni per parlare della loro situazione di prigionieri, li ho visti all'improvviso attenti e silenziosi e mi sono reso conto di ciò che era il teatro: un grande fenomeno collettivo, religioso.» Questa prima esperienza lascerà il segno e pochi anni dopo diventerà autore di teatro. Prima ancora di L'Essere e il nulla (1943), scriverà Le Mosche (1943), e in seguito una lunga serie di pièces: Porte chiuse (1945), Morti senza sepoltura (1946), La sgualdrina timorata (1946), Il gioco è fatto (1947), Le mani sporche (1948), L'ingranaggio (1946), Il diavolo e il buon Dio (1948), Kean (1954), Nekrassov (1956), I sequestrati d'Altona (1960). Sartre confesserà (Le Parole) che il suo motto fu sempre «mai un giorno senza una riga» e il lungo elenco delle sue opere ne è una testimonianza.
E' noto come Sartre sia sempre stato molto critico con se stesso e i suoi lavori. La scarsa considerazione riservata a Bariona ne è una prova, forse eccessiva. Se quel testo fosse stato scritto nella serenità del suo appartamento parigino sarebbe stato sicuramente diverso, più rifinito e più libero, ma il bisogno, urgente e prevalente, di consegnare un messaggio di libertà ai suoi compagni di prigionia ha prevalso sulla forma e la cura del testo. Nell'introduzione italiana alla pièce Antonio Delogu indica un punto fondamentale che lega la stesura di Bariona all'insieme dell'opera sartriana, l'impegno. Impegno inteso dal filosofo francese «come una missione da vivere con la stessa onestà con cui un cristiano viveva la propria vocazione». Due diverse vocazioni, due impegni fusi nella lotta.

il manifesto 21.4.04
La ricerca di un uomo libero
Tradotto il libro di Bernard-Henry Lévy dedicato a Jean-Paul Sartre
Il secolo in salotto Secondo Lévy, l'amore per la libertà del filosofo considerato l'incarnazione dell'intellettuale impegnato, lo avrebbe spinto nelle braccia dello stalinismo
C. TO.


Pochi si meravigliavano quando in una scena della Battaglia di Algeria, di Gillo Pontecorvo, un ufficiale francese domandava: «cosa ha scritto oggi Sartre?» Erano gli anni Sessanta e Jean-Paul Sartre rappresentava il pensiero anti-istituzionale, la critica inesorabile, l'intellettuale ribelle e scomodo di cui non si poteva fare a meno. Vita e opera hanno lasciato un segno decisivo al punto che Bernard-Henry Lévy designa il ventesimo secolo come Le Siècle de Sartre (Il secolo di Sartre, tradotto da Roberto Salvatori per il Saggiatore, pp. 550, € 25), parafrasando il celebre volteriano Le Siècle de Louis XIV. Forse i secoli non hanno proprietari e non possono ridursi a un personaggio, forse Sartre, che nel 1964 ha rifiutato il Nobel per la letteratura, sarebbe stato contrario a bollare il secolo con il suo nome. Sartre resta comunque un testimone d'eccezione e la sua monumentale opera, che ha contribuito a modellare la sua epoca, continua a suscitare dibattito nei nostri giorni.
Il lavoro di Bernard-Henri Lévy (BHL per i media di oltralpe) uscito in Francia nel gennaio 2000 aveva aperto i fuochi d'artificio per celebrare il ventennale della morte di Sartre. Accompagnato da numerosi articoli in giornali e riviste che parlavano del ritorno a Sartre, della rinascita dell'impegno e del ruolo critico dell'intellettuale, l'operazione ha funzionato e BHL ha venduto migliaia di copie. Si sa che viviamo nell'impero della «razionalità» economica. In Italia l'uscita del libro si proietta invece sul centenario della nascita del filosofo francese che avverrà il prossimo anno.
BHL faceva parte di quei nouveaux philosophes che negli anni `70 hanno duramente polemizzato con lo stesso Sartre. Lévy si definisce un filosofo libertino «figlio naturale di una coppia diabolica, il fascismo e lo stalinismo». Oggi l'immagine del filosofo silenzioso, misurato e saggio non ha successo. Nella società dello spettacolo a vincere è sempre il dandy dalla risposta semplice e pronta. Già la copertina de Il secolo di Sartre nell'edizione italiana è indicativa del personaggio: al volto di Sartre in bianco e nero si sovrappone una foto a colori di BHL di qualche anno fa, quando la sua folta capigliatura era ancora nera. Anni fa il sociologo Pierre Bourdieu aveva sentenziato un lavoro di BHL sull'Algeria «l'antitesi assoluta di ciò che definisce un intellettuale». Ma sarebbe ingiusto dire che Lévy è solo questo. L'autore de Il secolo di Sartre è anche uno scrittore con alle spalle più di 30 opere e un impegno permanente nella difesa dei diritti umani degli oppressi, dalla creazione nel 1980 di «Action International contre la Faim» a quella di «Sos Racisme» nel 1984.
L'edizione francese del libro ha per sottotitolo «una ricerca filosofica» da cui si deduce che non si tratta semplicemente di una biografia, invece nell'edizione italiana il sottotitolo non è più quello ma semplicemente «l'uomo, il pensiero, l'impegno». In realtà Il secolo di Sartre è il tentativo di descrivere, attraverso il racconto di una vita, come la posizione filosofica e politica dell'autore di L'Essere e il Nulla si sia negli anni trasformata. Sartre stesso confessa nelle ultime pagine delle Parole di voler indagare la ragione che l'ha indotto a pensare sistematicamente contro se stesso, al punto di misurare l'attendibilità di un'idea in base al dispiacere che essa gli procurava. La concordanza, il restare fedele a quanto era stato scritto non erano per Sartre valori da rispettare. Spesso ci si chiede a quale Sartre si fa riferimento o qual è quello vero e la risposta non è facile. Le sue opere si costruiscono una sopra l'altra, si sovrappongono e perfino si contraddicono. Si potrebbe dire con Sartre che nel campo dell'umano «il superamento conserva il superato», che ogni affermazione ha dietro di sé una negazione che la sostiene e la giustifica, che il pensiero solo può esistere come mutamento in atto, come pensiero vissuto.
In questo fluire BHL individua due periodi, o meglio due Sarte e si chiede perché «quel uomo libero, il ribelle, il personaggio scintillante... volti le spalle a ciò che costituiva il suo momento di grazia e diventi il grande traviato, complice dei peggiori stalinisti». Secondo Lévy, Sartre «non dice: c'è un evento, ed ecco quale, che ha fatto di me un antidemocratico e una carogna».
Il punto di svolta, spiega BHL, si è prodotto durante la guerra e più precisamente si è cristallizzato in Bariona, la pièce scritta per essere rappresentata nel campo di concentramento durante il Natale, essa «è il luogo in cui, non soltanto si realizza, ma si esprime e si esplicita, tutto il senso della sua conversione.»
In un'intervista concessa a Michel Contat nel 1975 Sartre spiega in che consiste questa «conversione» che ha diviso la sua vita in due: «È in guerra, se vogliamo, che sono passato dall'individualismo e dall'individuo puro di prima della guerra al sociale, al socialismo. È questa la vera svolta della mia vita». Sartre tra i compagni di prigionia si sente sperduto nella massa, partecipa alla vita comunitaria e impara la solidarietà. Con gli anni queste percezioni si consolideranno in un nuovo punto di vista che dalla libertà quasi metafisica si sommergerà nel mondo. Sartre capisce che la libertà, per essere tale, dev'essere sociale.
Quello che per il libertino BHL fa di Sartre «un antidemocratico» è il modo in cui Sartre intende l'impegno, come se la priorità del sociale sull'individuo annullasse la persona.

depressione e «blocco dello scrittore»

Yahoo! Notizie Mercoledì 21 Aprile 2004, 12:30
Antidepressivi possono causare il “blocco dello scrittore”
Di Italiasalute.it


Qualche tempo fa la poetessa americana, Eve Stern, ricevette la diagnosi di depressione maggiore, per curare la quale gli furono prescritti più di 50 tipi diversi di antidepressivi. Uno degli effetti collaterali riferiti, però, fu la totale mancanza di ispirazione, facilmente intuibile se si pensa allo sconquasso chimico che la poetessa dovette subire nel proprio cervello.
La neurologa Alice Flaherty, del Massachusetts General Hospital specializzata in disturbi del movimento ritenne che la mancata ispirazione non fosse, in questo caso, di origine psicologica, bensì attribuibile a cambiamenti della chimica del cervello indotti dai farmaci.
Chiunque abbia sofferto del 'blocco dello scrittore' ha potuto constatare il suo effetto devastante, ma ora alcuni ricercatori stanno indagando per comprendere ancora meglio l'anatomia di questo disturbo.
Secondo la Flaherty i lobi temporali e quelli frontali interagiscono nella capacità di scrivere con meccanismo particolare di tipo 'tira e molla'. I cambiamenti nei lobi frontali producono i sintomi del blocco: la lotta per trovare parole e significati diventa una vera e propria battaglia in cui lo sforzo può determinare ansia e depressione. La dimostrazione di questo rapporto anatomico viene da alcuni casi clinici come la Sindrome De La Tourette in cui una paziente affetta, curata con l'applicazione di un elettrodo per la stimolazione cerebrale la rese improvvisamente una scrittrice. In un altro caso un paziente a cui venne asportato un tumore cerebrale risolse un caso di 'blocco dello scrittore' che lo affliggeva da alcuni anni.
Sulla base di queste scoperte sono ora in corso diversi esperimenti che si avvalgono della Risonanza Magnetica Funzionale (FMRi) una raffinata tecnica di diagnostica per immagini, allo scopo di identificare in maniera definitiva in quali aree dei lobi frontali risieda effettivamente la creatività degli scrittori. Fonte: Comuni-care.it

i padroni del mondo

Rai News 21.4.04

Nel 2003- secondo i dati forniti da Comscore Media Metrix - sono stati 45 milioni gli statunitensi transitati sui siti per cuori solitari spazzando via, nella sola prima meta' dell'anno, i 35 milioni di utenti registrati nel 2002. In ciclopico progresso anche le spese dei sottoscrittori di questi servizi. A giudizio della Associazione dei pubblicitari americani su web, per ogni trimestre del 2003 il danaro versato, per trovare il partner della vita, salira' - complessivamente e in via prospettica - a 100 milioni di dollari, rispetto ai poco meno di 10 milioni di dollari a trimestre di 12 mesi prima.

«cineondata mistica del "cinema della spiritualità"»

Corriere della Sera 21.4.04
Dopo la «Passione» di Gibson un nuovo film religioso ispirato al padre della Riforma. Con Joseph Fiennes e Ustinov
Lutero, l’«eretico liberatore» che divide gli spettatori
di Giovanna Grassi


ROMA - Quattro milioni di spettatori in Germania, buone critiche e molti dibattiti in Usa - dove è uscito nel settembre scorso con ottimi incassi -, dal 30 aprile sarà sugli schermi italiani Luther di Eric Till. Il film ripropone la vita del monaco agostiniano Lutero, che contestò nel sedicesimo secolo la Chiesa Cattolica, fu corifeo della rottura dell’unità dei cristiani, rappresentò la coscienza della Riforma protestante, fu scomunicato da Leone X, bollato come eretico guadagnandosi le etichette - che sono anche quelle di lancio nel mondo della pellicola - di «ribelle, genio, liberatore» (sebbene il film abbia infuocato molti animi in America, specie quelli che bollano Lutero di un acceso antisemitismo). Presentando il film in Usa, il protagonista Joseph Fiennes disse ironicamente: «Spero che il mio personaggio storico non venga confuso con un eroe muscoloso dei tempi moderni o con il segretario della Difesa Usa Donald Rumsfeld, la cui famiglia è di origine tedesca. Comunque, è stato un film di pensiero oltre che, ve lo confermo, d’azione anche per le molte scene faticose, pericolose e spettacolari». Al fianco di Fiennes, sir Peter Ustinov in una delle sue ultime apparizioni pubbliche (nel film è Federico il Saggio): il grande attore accettò anche se ormai molto sofferente il ruolo perché il regista Till, spiegò, era uno dei suoi migliori amici e gli aveva procurato con il film girato insieme Hot Millions una nomination agli Oscar nel 1968 come sceneggiatore . La pellicola, coprodotta dai tedeschi e dagli americani (tra i finanziatori c’è anche la Comunità luterana d’oltreoceano), è interpretata anche da Bruno Ganz (Padre Johann von Staupitz), Alfred Molina (Johann Tetzel), Jonathan Firth (Girolamo Aleandro), Uwe Ochsenknecht (Papa Leone X) e da Claire Cox (l’amore di Lutero, che aveva lasciato il velo e che sposò il monaco e contadino sassone). Ieri, di Luther , si è discusso a Roma con diverse personalità. Il pastore della comunità luterana Alberto Saggese ha sottolineato le inesattezze storiche sostenendo che nel film Lutero «è molto più bello di quanto fosse», mentre il professor Paolo Ricca della Facoltà valdese italiana ha dichiarato: «Finalmente si presenta Lutero in positivo e, poiché ha sempre avuto in Italia una immagine negativa, il film fungerà da opera di alfabetizzazione storica».
Fa parte Luther, come La Passione di Cristo di Gibson e altri film in lavorazione , di una nuova cineondata mistica del «cinema della spiritualità» e del disegno della Fede capace di cambiare il mondo? Ieri, Giovanni Cereti, docente di teologia ecumenica a Venezia, ha dichiarato: «Vediamo nella Passione che Gesù è stato ebreo sino in fondo, come Lutero è stato cattolico. Egli fa parte di un’unica Chiesa e ciò che diceva rifletteva il patrimonio cristiano».

Nietzsche e Schopenhauer

Il Giornale di Vicenza 21.4.04
LIBRI. Terza inattuale tradotta da Giametta
Quando Nietzsche era un "devoto" di Schopenhauer

Da oggi è in libreria, edita da Rizzoli, la terza "considerazione inattuale" di Friedrich Nietzsche, "Schopenhauer come educatore". L’introduzione e la nuova traduzione sono di Sossio Giametta, collaboratore delle pagine culturali del nostro giornale, per la cui cortesia pubblichiamo una parte del saggio di presentazione.
di Sossio Giametta


Volendo scrivere su un'opera di Nietzsche sulla quale Nietzsche stesso ha scritto, bisogna anzitutto rifarsi a ciò che ne ha scritto Nietzsche. Non solo per una cortesia che gli è naturalmente dovuta, ma anche perché i suoi commenti sono spesso giusti, essendo allora anche splendidi nella loro forma ditirambica, e perché anche quando non sono giusti, dicono cose interessantissime, ispirati come sono da motivi grandiosi e variamente utilizzabili. Lo scrigno principale di tali aurei commenti è, come si sa, Ecce homo: l'opera tarda in cui Nietzsche, quasi presagendo il prossimo obnubilamento, volle passare in rassegna, quasi inventariare le sue opere e assicurarle all'avvenire, o, per dirla in un modo che a lui sarebbe certo piaciuto di più, volle ricantarsi la serie folgorante delle sue vittorie.
Che cosa dice Nietzsche in Ecce homo di Schopenhauer come educatore? Dice anzitutto - riunendo alla terza la quarta considerazione inattuale, Wagner a Bayreuth - che non si sente di sostenere che esse «servano tanto a comprendere i due casi, o anche solo a impostarne il problema psicologico» . Quello che egli voleva fare, dice, non era psicologia, ma affrontare «un problema di educazione che non ha precedenti», stabilire «un nuovo concetto dell'autodisciplina, dell'autodifesa», indicare «una via verso la grandezza».
Ma qual è in questo progetto il ruolo dei due a cui le due inattuali sono dedicate, Schopenhauer e Wagner? Niente di troppo diretto, di troppo personale, essi rappresentano semplicemente «un'occasione per enunciare qualcosa, per avere in mano un paio di formule, di segni, di strumenti linguistici in più. Lo stesso ha fatto Platone, servendosi di Socrate come di una semiotica per Platone». Insomma questi scritti «parlano semplicemente di me stesso. Wagner a Bayreuth è una visione del mio futuro; in Schopenhauer come educatore, invece, è iscritta la mia storia più intima, il mio divenire. Innanzitutto il mio voto solenne!? Oh quanto lontano io ero allora da ciò che sono oggi, da dove mi trovo oggi - a un'altezza che mi fa parlare non più con parole, ma con fulmini! - Però avevo avvistato la terra - non mi ero ingannato un momento sulla via, sul mare, sul pericolo - e sul successo! La grande pace del promettere, quello sguardo felice verso un futuro che non resterà una mera promessa! - Qui ogni parola è vissuta, profonda, intima; non vi manca il dolore, il più forte, certe parole sanguinano addirittura. Ma un vento di libertà, della grande libertà, spazza via tutto; la ferita stessa non è un'obiezione. - Anche ammettendo che non tratti, in fondo, di Schopenhauer come educatore, ma del suo opposto, di Nietzsche come educatore, pure questo scritto offre un insegnamento inestimabile sulla mia maniera di concepire il filosofo, come un tremendo esplosivo, che mette tutto in pericolo, su un concetto di 'filosofo' che sta miglia e miglia da quell'altro concetto, che pure comprende in sé un Kant, per non parlare dei 'ruminanti' accademici e degli altri professori di filosofia. - Se si considera che a quel tempo fare il dotto era il mio mestiere, non sembrerà senza significato che in questo scritto compaia improvvisamente un aspro frammento di psicologia del dotto: esso esprime il senso della distanza, la profonda sicurezza su ciò che per me può far parte del compito, e ciò che invece è solo mezzo, intermezzo e lavoro laterale».
Come si vede, abbiamo qui subito un esempio di quegli alti, grandiosi commenti di cui si è detto sopra. Vediamo se è tutto giusto quello che Nietzsche dice. È vero che egli non vuol fare della psicologia, ma affrontare un problema di educazione e indicare una via verso la grandezza. In questo senso, Schopenhauer come educatore, per limitarci alla terza inattuale che qui soltanto ci interessa, è il manifesto di Nietzsche. Ma che Schopenhauer e Wagner fossero solo un'occasione, una, mentre sui due e per i due Nietzsche ha speso il suo sangue e il suo sonno, non è vero, come non è vero che essi fossero per lui solo formule, segni, strumenti. È la vendetta per essere stato, egli, a suo tempo, occasione, formula, segno e strumento di quei due, del morto e del vivo. Nietzsche parla di sé, ma parla anche dei suoi due auctores . Schopenhauer in particolare è, in tutta la "considerazione" dedicatagli, veramente Schopenhauer, l'uomo che per il suo carattere, ma grazie anche alla rendita assicuratagli dal padre, come egli stesso ammette, ha vissuto da pensatore libero e insouciant, non è sceso a compromessi, non si è inchinato al potere, sebbene, nella lunga unbefriedigungszeit, cioè finché non raggiunse la fama, si dimostrasse, come Nietzsche stesso, desideroso di ottenere una cattedra di filosofia e pronto a sfruttare qualsiasi possibilità per emergere, come del resto è ben naturale e umano.
Il richiamo a Socrate è tendenzioso, perché Platone ha voluto soprattutto esaltare, non strumentalizzare Socrate, e non è mai stato ambiguo verso di lui come Nietzsche con Schopenhauer, col quale anzi Nietzsche è stato a tratti negativo e astioso e tutto sommato ingiusto, nonostante il ricorrente lip-service a suo favore. Però, sebbene abbia abbastanza presto, non subito, appuntato delle critiche alla filosofia di Schopenhauer, per tutto un lungo periodo fu e si sentì effettivamente, come appunto in questa considerazione inattuale, un seguace appassionato del maestro di Danzica. Di ciò resta un monumento nella Nascita della tragedia , che con tutta la sua originalità è una filiazione di quei due numi tutelari. Questo non toglie, ad ogni modo, che la presente inattuale parli veramente di lui, Nietzsche, anche e soprattutto di lui, e ne narri la storia intima e il voto solenne: che equivalga dunque a un suo diario. È anche vero, infine, che egli ha un concetto esplosivo del filosofo e che distingue nettamente il filosofo dal dotto, cioè dal filologo, quale egli stesso era allora. Il filologo è poi diventato per lui sempre più una bestia nera, oggetto di violento odio e disprezzo, per la sua incapacità di riconoscere e rispettare la superiorità del filosofo.

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Università di Firenze: un disservizio o un'opportunità?

Repubblica, ed. di Firenze 21.4.04
Autorizzato un solo corso dei quattro chiesti dalla facoltà per chi vuole continuare gli studi
Psicologia, specializzazione ma non per tutti


Stop dopo la laurea triennale, chi vuole continuare a studiare Psicologia dovrà cambiare città, trasferirsi a Bologna, a Roma o a Padova. E´ quanto temono gli studenti di Psicologia di Firenze che si sono riuniti in assemblea ieri mattina per discutere con il preside Saulo Sirigatti il problema del biennio di specializzazione: delle 4 lauree specialistiche che la facoltà di Psicologia di Firenze aveva chiesto di poter attivare soltanto una soddisfa i requisiti minimi ed è stata accettata, le altre 3 non partiranno l´anno prossimo. Il fatto, hanno fatto sapere gli studenti e il preside Sirigatti ha confermato, è che mancano i docenti e le risorse: per attivare le 4 lauree specialistiche erano richiesti almeno 55 docenti, mentre la facoltà di Psicologia ne conta soltanto 44 per più di 7.000 studenti. Ieri mattina durante l´assemblea degli studenti si è costituito un comitato di crisi che valuterà possibili soluzioni e forme di pressione. Dal rettorato fanno sapere che in base ai loro calcoli i posti dell´unica laurea specialistica che sarà attivata dovrebbero essere sufficienti per i primi laureati del triennio.

revisionismo storico: Ernst Nolte

Corriere della Sera 21.4.04
La fine della «guerra civile europea» secondo Ernst Nolte
«Comunismo e nazismo vanno sepolti col Novecento»


Ernst Nolte è nato l’11 gennaio 1923 a Witten nella Ruhr. Ha studiato lingue e filosofia a Münster, a Berlino con Nicolai Hartmann e a Friburgo con Martin Heidegger, per laurearsi dopo un’interruzione degli studi, con Eugen Fink, tesi sull’idealismo tedesco. Nel 1963 pubblica I tre volti del fascismo , testo che diventerà il referente del revisionismo storico e dal quale nasce un sodalizio intellettuale con l’italiano Augusto Del Noce. La sua carriera universitaria inizia come insegnante di storia a Marburgo nel 1964. Nel 1968, contestato dagli studenti, è costretto a tenere le sue lezioni in aule vuote. Nello stesso anno esce La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti , Nolte fonda inoltre la lega militante conservatrice «Bund Freiheit der Wissenschaft». Nel 1973 cambia ateneo, insegna a Berlino dove è tuttora professore emerito. L’anno dopo pubblica La Germania e la guerra fredda e, nel 1983 Marxismo e rivoluzione industriale.
Ma la vera popolarità, grazie alle feroci polemiche scatenate in patria, giunge con un articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 6 giugno 1986. Nolte metteva in dubbio l’unicità storica dell’Olocausto, provocando la cosiddetta lite sulla storia (Historikerstreit) che vide tra i suoi principali oppositori il filosofo Jürgen Habermas. Nel 1987 esce La guerra civile europea 1917-1945 . Ha scritto anche Il giovane Mussolini e testi su Nietzsche e Heidegger.


Nell'aprile e nel maggio 1945 si combatterono le ultime battaglie della guerra civile europea, ma tutti videro in esse soltanto la resistenza disperata dell'esercito tedesco sconfitto, che aveva ormai l'unico obiettivo di portare nella relativa sicurezza dell’«Ovest» la maggior parte possibile della popolazione della Germania orientale. La «coalizione mondiale democratica» celebrò il suo trionfo quando l'8 maggio il general feldmaresciallo Keitel e l'ammiraglio d'armata von Friedeburg firmarono l'atto di capitolazione e tutta la Germania fu occupata dalle truppe delle potenze vincitrici. La potenza sconfitta veniva spesso denominata «il fascismo», ma le appartenenze di partito non giocavano più alcun ruolo: gli abitanti delle regioni tedesche a est dell'Oder e del Neisse furono cacciati tutti, senza minimamente distinguere tra «nazisti» e «non-nazisti»; un trattamento quasi identico fu riservato alle regioni dei Sudeti. I capi del Terzo Reich - quelli che vennero catturati - furono in gran parte condannati a morte e impiccati a Norimberga come criminali di guerra e per «crimini contro l'umanità», le Ss furono dichiarate «organizzazione criminale» e la Nsdap era già stata sciolta; era ovvio che, con il collasso della Germania, il nazionalsocialismo aveva perduto la sua forza e che bisognava soltanto eliminare i suoi residui (...).
La rivoluzione russa dei bolscevichi, nata dalla Prima guerra mondiale, fu l'evento più importante e più gravido di conseguenze del secolo. Essa tentò di realizzare in modo violento il socialismo, un'idea antichissima dell'umanità che Marx ed Engels avevano tradotto in forma moderna. Il tentativo fallì perché questi due autori avevano unito nel loro pensiero realtà inconciliabili: l'unità del mondo, l'idea dell'umanità come di una famiglia e l'eliminazione degli apparati e della reificazione. Esso diede però a innumerevoli uomini una grande speranza e risvegliò in molti altri un odio fino a quel momento sconosciuto, aprendo così la strada a un movimento militante contrario che poteva fondarsi sulla forza ancora indomita del nazionalismo. Questo movimento produsse un'ideologia che si basava più su ipotesi e postulati che su speranze e convinzioni e che nella prassi dimostrò di essere, sia pure in modo diverso, una «macchina per sterminare gli uomini», tanto quanto lo era stato prima il sistema bolscevico.
E così il periodo di tempo che va dal 1917 al 1945 non divenne l'epoca della rivoluzione proletaria mondiale, come Lenin aveva creduto, ma l'epoca del fascismo e della guerra civile europea tra il nazionalsocialismo radicalfascista della Germania e il bolscevismo dell'Unione Sovietica che diventava sempre più statale.
Nel 1947, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, cominciò l'epoca della Guerra fredda nella quale i Paesi dell'Europa giocarono un ruolo soltanto secondario accanto agli antagonisti principali, l'Unione Sovietica con l'economia pianificata e gli Stati Uniti con l'economia di mercato. Possiamo parlare di «una guerra civile mondiale» caratterizzata da un reciproco «potere di conversione, anche se negli Usa a partire dagli anni Sessanta s'impose un pragmatismo non-ideologico e l'ideologia marxista dell'Unione Sovietica e dei suoi satelliti perse forza e credibilità. La libertà economica e intellettuale, legata a un crescente benessere, si dimostrò in definitiva più forte e più attraente; la strategia della distensione, anzi dell'abbraccio, ebbe molto più successo della strategia del confronto militante nella guerra civile europea; nel 1991 l'Unione Sovietica si dissolse, ma la Russia rimase uno Stato grande anche se indebolito. Oggi non è più necessario chiedere che il mondo si allontani sempre più dall'epoca del fascismo e della guerra civile europea poiché questo distacco è da lungo tempo una realtà. Ciò non significa però che il mondo vada verso un futuro libero, o quasi, dai conflitti; semplicemente, è divenuta impensabile e praticamente impossibile una guerra condotta con tutti i mezzi tecnici tra due grandi potenze dello stesso rango.
Sarà possibile dare un giudizio storico definitivo sul socialismo violento che nel 1917 conquistò il potere in Russia, e sul nazionalismo violento, che sotto il nome di nazionalsocialismo si impose in Germania, soltanto quando saranno chiare le conseguenze della «globalizzazione capitalistica» sfrenata e del liberalismo che continua ad avanzare.
Le cose stanno diversamente per quanto concerne il rapporto tra i due totalitarismi più importanti del secolo: possiamo già ora lasciare al dibattito scientifico la discussione sulle sue possibili interpretazioni, ovvero come una relazione tra due realtà contraddittorie, come un parallelismo oppure come un «nesso causale» fra un originale e una copia deformata, o anche come un rapporto maestro-discepolo, come viene formulato o perlomeno accennato da Solzenitsin e da Grossman. A patto però che non si giochi a dadi con i giudizi morali e con quelli storici.
Rende un cattivo servizio al futuro chi cerca di costringere con la forza i grandi e nuovi problemi del XXI secolo entro gli stessi schemi in cui si esprimevano le domande e le emozioni del XX secolo: per esempio, coloro che utilizzano i termini «comunismo» e «fascismo» anche se gli avversari politici non si definiscono più in questo modo ed è possibile riconoscere differenze sostanziali. Certo, nella storia vi sono continuità e renaissances ma, dal 1991, il bolscevismo di Lenin e di Stalin e più che mai il fascismo di Mussolini e di Hitler sono talmente passati che essi dovrebbero ora diventare definitivamente argomenti della riflessione scientifica, invece che oggetti o pretesti per la polemica dei partiti politici.

martedì 20 aprile 2004

un saggio sul veltro dantesco di Lamberto Vaghetti

Lamberto Vaghetti ha scritto un breve ed importante saggio sulla profezia del veltro di Dante. È quella che dà inizio all'opera, il veltro che verrà sconfiggerà la lupa, la belva di fronte alla quale il sommo poeta indietreggia.

Il saggio è stato pubblicato in questi giorni su Nuova Antologia ma, chi è interessato a leggerlo, può trovarlo sul sito: "Progetto Dante Alighieri" alla pagina:

www.classicitaliani.it/critica_htm/vaghetti_veltro_dantesco.htm

il prof. Federico Masini intervistato da Annalina Ferrante nella ricorrenza della rivolta di Tienanmen

ricevo da Annalina Ferrante:

«ho realizzato una breve intervista a Federico Masini sui fatti di Piazza Tienanmen pubblicato sul sito:
www.radioscrigno.rai.it

Sarà visibile fino a domani sulla home page. Dopo sarà in archivio e ci si dovrà linkare, sempre sulla home page, alla voce "almanacco".
Annalina (18.4.04)»

Per ascoltare questa intervista (che è in formato Real Player) occorre dunque collegarsi al sito sopra indicato e poi cliccare sul link in basso, oppure si può scaricare quel file sul proprio computer cliccando direttamente sull'indirizzo seguente:

http://www.radio.rai.it/radioscrigno/audio/alm218.ram


18 aprile 2004
L'almanacco di Radioscrigno
Nel 1989 i moti e la tragica repressione di piazza Tienanmen


Il 18 aprile 1989, al suono degli slogan "Abbasso la rivoluzione, viva la democrazia, viva la Cina" un pugno di studenti, diventati migliaia nel corso delle settimane, occupava piazza Tienanmen (Porta della Pace Celeste) nel cuore di Pechino.
In questa piazza si svolsero raduni importanti durante la rivoluzione culturale, quando Mao, con la divisa delle Guardie Rosse, organizzava parate che riunivano fino a un milione di persone. Nel 1976 un altro milione di persone riempì la piazza per portargli l'estremo saluto. Nel 1989 fu il teatro di un'occupazione pacifica, tragicamente abbattuta sette settimane dopo, sostenuta da richieste precise da parte degli occupanti: lotta alla corruzione, risanamento dell'economia e più voce nelle scelte politiche future del paese.
Era morto da pochissimo Hu Yaobang, l'ex segretario del partito licenziato per aver appoggiato le proteste studentesche del 1987, e fu Zhao Zyang, l'allora segretario del partito, a farsi sostenitore della protesta studentesca.
Il 20 maggio viene introdotta la legge marziale, mentre il "paladino" Zhao Zyang veniva progressivamente allontanato dai vertici del partito.
In questa data gli studenti iniziano lo sciopero della fame chiedendo un dialogo che sembrava lontanissimo. Le proteste continuano con la costruzione provocatoria di una statua della libertà in polistirolo ma il 28 maggio gran parte della protesta studentesca era rientrata sfinita da una attesa lunghissima e sfidata dal silenzio duro e pervicace delle autorità.
I primi giorni di giugno, infatti, scorrono in una quiete sinistra e surreale tanto che, per esempio, sui quotidiani italiani dal 1 al 3 giugno le notizie sugli avvenimenti cinesi sono commentate da brevi corrispondenze nelle pagine interne.
Ma il silenzio minacciava una reazione che si rivelò tragica. Infatti, alle prime ore del 4 giugno l'esercito cinese interviene con i carri armati e le mitragliatrici pesanti sulla folla radunata nella piazza, mentre per tutto il giorno e fino a not te inoltrata i manifestanti si oppongono con tutti i mezzi possibili all'avanzare nei mezzi corazzati: lanci di pietre, barricate, bottiglie molotov.
La protesta viene soppressa in un bagno di sangue. Il ricordo di Tienanmen viene cancellato d'autorità dalla storia ma non dai protagonisti, dai familiari delle vittime, dai testimoni.
Quattordici anni dopo, va riconosciuto che la Cina è l'unico paese del blocco comunista dell'est a sopravvivere e rimanere saldo e compatto, sia politicamente che economicamente, tra le macerie del muro di Berlino e il collasso e la frantumazione dell'impero sovietico. Ed è una nazione all'avanguardia che ha voluto e saputo conciliare, a leggere i commentatori più attenti, comunismo e capitalismo. Un'alchimia davvero strana e incomprensibile agli occhi occidentali.
Oggi, allora, come possiamo leggere quegli avvenimenti? A che prezzo questo paese dalla cultura millenaria ha raggiunto la sua stabilità? Si può "dimenticare" una tragedia, come mille nella storia, per sopravvivere e costruire un paese nuovo?
Lo abbiamo chiesto ad un testimone d'eccellenza di quei giorni: il Prof. Federico Masini, preside della Facoltà di Studi Orientali dell'Università La Sapienza di Roma.

A cura di Annalina Ferrante

su Repubblica:
mutamenti della percezione, una ex allieva contro Jacques Lacan

Repubblica 20.4.04
Polemiche/ una ex allieva si scaglia contro il maestro
Che impostore quel Lacan
l'autrice ha trascritto per anni i seminari
di FABIO GAMBARO


PARIGI. Gli idoli, si sa, sono destinati prima o poi a finire nella polvere. Jacques Lacan, il famoso psicanalista scomparso nel 1981 non ha fatto eccezione. Venerato in vita come un dei maggiori intellettuali francesi, dopo la morte è stato a più riprese aspramente criticato, anche se continua ad avere moltissimi seguaci in tutto il mondo. L´uomo infatti non era certo un tipo facile, come ha raccontato nella sua biografia Elisabeth Roudinesco. E come hanno confermato le numerose testimonianze che in tutti questi anni ne hanno rivelato i comportamenti autoritari e stravaganti. A questo coro di voci critiche, si aggiungono ora i ricordi di Maria Pierrakos, la stenotipista che dal 1967 al 1979 lo ha seguito nei suoi celebri seminari per trascriverne fedelmente le parole. Diventata in seguito psicanalista, oggi pubblica un libro in cui racconta di quei dodici anni passati accanto al fondatore dell´Ecole freudienne, proponendone un ritratto al vetriolo che certo non farà piacere ai suoi eredi.
L´opera, che s´intitola La "tapeuse de Lacan" (l´Harmattan, pagg. 79), dice già tutto nel sottotitolo: «Ricordi di una stenotipista arrabbiata, riflessioni di una psicanalista desolata». Per Maria Pierrakos, infatti, Lacan, era un uomo arrogante e distante che in dodici anni, pur vedendola tutte le settimane, non le ha mai rivolto la parola. L´ex stenotipista lo dipinge come «un caposcuola divorato da un narcisismo assoluto», un uomo «intelligentissimo e manipolatore che ha soggiogato gli intellettuali del suo tempo». Un intellettuale che ha cinicamente trasformato la teoria in uno strumento di potere, grazie soprattutto a un linguaggio oscuro, fatto di «formule sibilline e misteriose», che però erano «adorate dai suoi interpreti». E´ nato così quello che l´autrice chiama oggi il parlacan, il linguaggio di Lacan che «nel corso degli anni è diventato sempre più complicato, lambiccato e contorto, proprio come i sigari che fumava negli ultimi tempi». Ma quel linguaggio fatto di «paradossi efficaci e irrefutabili, d´ingiunzioni paradossali e paralizzanti, di dimostrazioni sapienti», secondo l´autrice era in fondo lo strumento di una vera e propria «impostura». Un termine violentemente negativo che neppure i più acerrimi nemici di Lacan avevano mai osato utilizzare.
Certo, l´ex stenotipista riconosce che il lavoro teorico di Lacan «ha permesso di risvegliare la psicanalisi dalla sua letargia», ma i comportamenti del maître à penser che ha imposto ai suoi ossequiosi discepoli «un linguaggio segreto e riti settari» avrebbero poi prodotto «un´assemblea di cloni, di tanti piccoli Lacan che imitano i suoi sospiri, il suo modo di vestirsi, cercando di parlare e di comportarsi come lui». Tutti provando a riprodurre il portamento altero dell´«homo lacanus, che in una mano tiene il manganello del paradosso e nell´altra la lancia della derisione, ben protetto sempre dalla sua sfolgorante corazza teorica». Quella di Maria Pierrakos, dunque, è una condanna senz´appello, che non mancherà di far discutere dentro e fuori gli ambienti della psicanalisi. A vent´anni dalla sua scomparsa, Lacan continua a dividere il mondo intellettuale d´oltralpe.

di questi tempi
patetici tentativi di riabilitazione della figura del Padre

Repubblica 20.4.04
UN VOLUME DI TESTIMONIANZE SMENTISCE LA SUA TRUCE IMMAGINE
QUANTE BUGIE SUL PADRE DI KAFKA
di ANDREA TARQUINI


BERLINO. Franz Kafka tramandò un´immagine unilaterale e tendenziosa di suo padre. Ne esagerò la severità, la durezza, i lati negativi. Lo dipinse come un capofamiglia autoritario e senza cuore, causa della sua infelicità. Hermann Kafka invece non era poi così cattivo. Era un borghese tranquillo, capace di slanci generosi. Il nuovo, inedito scorcio su Kafka senior ci viene da una testimonianza sulla famiglia dello scrittore, opera di un ex apprendista nel negozio che il padre del grande scrittore gestiva a Praga.
L´autore della testimonianza si chiamava Frantisek Basik. Il suo resoconto correda la nuova edizione delle lettere al padre di Franz Kafka, pubblicato da Wagenbach. Tutto cominciò in una bella mattina di settembre del 1892, quando due signore si presentarono nella bottega di Kafka senior. Una delle due, Frau Munk, proprietaria di un ufficio di collocamento, era accompagnata da un ragazzo mingherlino, che presentò a Hermann Kafka proponendoglielo come apprendista. «Ma è così piccolo, sparirà dietro il bancone», rispose Kafka senior. «Ha solo 14 anni, crescerà, non ne sarà deluso», replicò Frau Munk. E Kafka senior ridendo bonario assunse Frantisek seduta stante.
«Il signor Kafka era severo, ma sapeva anche mostrarsi generoso con noi dipendenti», scrisse l´allora apprendista. La cui testimonianza è giudicata tanto più attendibile perché scritta prima che Franz pubblicasse le sue durissime lettere al padre. «Era un uomo calmo, gioviale. Non alzava la voce, e - cosa allora rarissima - non picchiava mai né i figli né noi apprendisti. A Franz pagò la migliore istruzione. E al termine degli studi gli regalò un costoso viaggio d´istruzione».
Hermann Kafka e sua moglie Julie quasi cominciarono a voler bene a Frantisek. Gli concessero un aumento di stipendio. E in cambio di piccoli premi lo convinsero ad aiutare ogni giorno Franz allora undicenne nel difficile studio della lingua cèca. Giunsero persino a invitarlo in vacanza. La speranza di Kafka senior, afferma Volker Weidermann sulla Frankfurter Allgemeine, era che l´amicizia di Frantisek facesse uscire Franz dal suo isolamento introverso. Il sodalizio finì quando Frantisek spiegò a Franz, quindicenne, che sposarsi e far figli era un momento centrale della vita. Hermann e sua moglie Julie non gradirono questo timido e non richiesto accenno all´educazione sessuale. La carriera di apprendista di Frantisek al negozio dei Kafka finì d´improvviso, ma senza drammi né sfuriate.

Libertà 20.4.04
«Padri, dovete riprendere il potere»
Famoso pediatra avverte: madri troppo forti un pericolo per i figli
di Tullio Giannotti


Parigi - Le mamme hanno ormai tutto il potere in famiglia, gli uomini hanno perduto il loro vero ruolo e a soffrire di tutto questo sono i bambini, che non hanno più i punti di riferimento ideali. Preoccupato per i sempre più numerosi disturbi psichici dell'infanzia, Aldo Naouri, un pediatra caposcuola in Francia, pubblica un libro che fa subito discutere.
In ognuno dei 10 libri che in poco meno di 40 anni di carriera ha pubblicato, Aldo Naouri, punto di riferimento per tanti genitori francesi, ha lanciato almeno un sasso nello stagno. Stavolta il suo è un macigno, perchè inverte la tendenza degli ultimi decenni e lo espone al rischio di farsi sbranare dalle femministe. “Les Peres et les meres”, i padri e le madri, si intitola l'opera provocatoria che incita i genitori a non confondere più i ruoli. Va bene che lui lavi i piatti, ma poi deve essere uomo, capo, maschio, una figura completamente diversa da quella della donna. La situazione ideale, per Naouri, è che il bambino «scorga da sopra la spalla della mamma, un uomo. E che quest'uomo interessi terribilmente a sua madre». «Le madri sono potentissime oggi - spiega Naouri - la malattia più grave che possa colpire un essere umano, soprattutto maschio, è di essere straboccante di una madre del genere».
«Madri - lancia poi un appello - voi vi mettete al servizio dei vostri bambini, ma vi assicuro che in questo modo non rendete loro un buon servizio». In pratica, il pediatra e psicologo dell'infanzia ritiene che la tendenza della madre sia quella di controllare il figlio sempre di più, di farlo sentire al centro di ogni interesse della famiglia, in un ideale e insano proseguimento dell'allattamento: «Se stai attaccato a me hai la vita, se ti stacchi c'è la morte» è il messaggio subliminale che passa attraverso le moderni madri che tanto si preoccupano del benessere dei figli.
E i padri moderni, democratici, liberali? «Deve riprendersi il suo ruolo. Deve essere un individuo che si interpone fra la madre e il bambino. Non combatto lo strapotere delle madri - spiega - al contrario lo celebro. Ma a una condizione: che i padri non smettano di ricordare a queste madri che sono delle donne». Ricolmo di attenzioni il bambino cresce ignaro della realtà e dipendente dal piacere - spiega Naouri - «Sarà sempre tentato di prendere la strada più facile, mancherà di ambizione e di dinamismo». In sostanza, la madre deve avere a cuore il figlio ma deve soprattutto essere la donna del suo uomo. E il padre, consiglia Naouri, per il benessere del figlio può fare soprattutto una cosa: «Fare in modo che la madre dei suoi bambini sia per tutta la vita innamorata di lui». Fin dai primi mesi di vita, il consiglio è di allattare o dare pasti a ore fisse, così che insieme alla sazietà il piccolo sperimenti la frustrazione: «Così non avremo più bambini-tiranno o abominevoli adolescenti che non hanno risolto fin dall'infanzia un problema, quello che si possono vivere dei momenti senza piacere e non per questo si muore».

psicofarmaci ai bambini: un'inchiesta

ricevuto da Daniela Venanzi

Corriere della Sera 20.4.2004, pag. 18
PSICOFARMACI AI BIMBI, APERTA UN'INCHIESTA
Molti medici avrebbero ignorato l'indicazione di non prescriverli
Di Margherita De Bac


Il ministero della Salute quando deve raccomandare qualcosa di importante ai medici ricorre allo strumento della "Dear doctor letter". Il "caro dottore" viene aggiornato sulle ultime conoscenze nel mondo dei farmaci già in prontuario. Malgrado il tono amichevole la lettera ha caratteristiche vincolanti. Alla fine del 2003 il ministero ne ha scritta una sull'uso di uno psicofarmaco di largo consumo, la paroxetina, ricordando che non può essere dato ai bambini. Nuove indagini hanno infatti evidenziato che la sostanza può determinare l'aumento del rischio di suicidio.
I medici italiani però non si sono adeguati alla raccomandazione e hanno continuato a prescrivere. Almeno questo è il sospetto della Procura di Torino. E' stata aperta un'inchiesta sulla prescrizione di paroxetina (sei le specialità vendute nel nostro Paese) sotto i 18 anni. Il procuratore aggiunto, Raffaele Guariniello, ha chiesto alla Regione Piemonte l'elenco di tutte le ricette con antidepressivi rilasciate dai medici. Vuole accertarsi se tra i destinatari delle pillole della felicità ci sono anche bambini e adolescenti cui sono sconsigliate. L'ipotesi di accusa è "somministrazione di farmaci in modo pericoloso".
Guariniello ha inoltre scritto al ministero della Salute per sapere come intende regolarsi con altre molecole indicate per la cura della depressione, come citalopram, escitalopram, sertralina e fluvoxamina, che attualmente non sono sottoposte a nessun vincolo in Italia pur essendo specificata l'età minima di prescrizione sul foglietto illustrativo: superiore a 16 o 18 anni.
La decisione del nostro ministero sulla paroxetina è arrivata sulla scia di uguali provvedimenti in Usa e Gran Bretagna. Alcuni studi dimostrano un eccesso di effetti collaterali cosiddetti di "ostilità" e di rischio di suicidio. La quasi totalità degli antidepressivi non è stata sperimentata sui bambini, specialmente quelli di ultima generazione, come appunto gli SRRI, classe cui appartiene il farmaco nel mirino della procura.
"E' un'iniziativa opportuna, ma in queste situazioni è il ministero che dovrebbe muoversi attuando un monitoraggio continuo - osserva Maurizio Bonati, laboratorio materno infantile dell'Istituto Mario Negri -. Negli ultimi 4 anni l'uso e abuso di psicofarmaci è quintuplicato in adulti e minorenni. Ci si dimentica con facilità che sono sostanze da maneggiare con oculatezza. Invece molto spesso vengono dispensate in modo errato, senza indicazioni o per cicli troppo brevi". Secondo il Negri sono 25mila i bambini che prendono psicofarmaci. Nella popolazione generale, i suicidi dei minorenni sono 40, ma non si sa se qualche caso può esser ricollegato alle pillole sotto accusa.

La Stampa 20.4.04
SONO FARMACI A BASE DI PAROXETINA: POTREBBERO CAUSARE NEGLI ADOLESCENTI OSTILITA’ E TENDENZA AL SUICIDIO
«Antidepressivi pericolosi per i bambini»
La Procura indaga: vietato prescriverli ai minori di 18 anni
di Giorgio Ballario


Secondo uno studio inglese la loro somministrazione può provocare in bambini e adolescenti stati di ostilità, labilità emozionale e persino tendenza al suicidio. Sono i farmaci antidepressivi a base di Paroxetina, un principio attivo molto usato nei Paesi anglosassoni per curare patologie moderne come depressione, disturbi ossessivo-compulsivi, ansia e attacchi di panico. In farmacia si possono trovare dietro nomi commerciali come Seroxat Gsk, Eutimil Valda Lab Farm, Sereupin Abbott.
Ora questi particolari medicinali sono finiti nel mirino della Procura, che sta cercando di capire se negli ultimi mesi ci sia stato un abuso di prescrizioni e soprattutto se i prodotti a base di Paroxetina siano stati somministrati a pazienti con meno di 18 anni. Dall’estate dello scorso anno tali farmaci possono venir prescritti soltanto a pazienti maggiorenni: la Commissione Unica del Farmaco (Cuf) e il ministero della Salute hanno infatti stabilito che l’uso pediatrico della Paroxetina non dà ancora sufficienti garanzie, anzi in termini terapeutici il rapporto costi-benefici del suo uso sarebbe negativo.
«I risultati di “clinical trial” condotti su bambini e adolescenti per il trattamento della depressione in queste fasce d’età - si legge nella nota informativa del ministero indirizzata ai medici italiani - non hanno dimostrato l’efficacia della Paroxetina rispetto al placebo e hanno altresì evidenziato un maggior rischio di comportamenti autolesivi e di tentativi di suicidio».
Malgrado il provvedimento del ministero, però, sembra che l’uso di farmaci antidepressivi nella cura di bambini e ragazzini sia ancora troppo diffuso. Anche in Piemonte. Per questo motivo il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello ha aperto un fascicolo per il reato di somministrazione di medicinali pericolosi per la salute pubblica e ha chiesto all’Assessorato regionale alla Sanità gli elenchi di tutte le prescrizioni di farmaci a base di Paroxetina. Per il momento l’inchiesta è ancora a carico di ignoti e non ci sono persone indagate.
Guariniello ha pure scritto al ministro della Salute Girolamo Sirchia per sapere che cosa si intenda fare con altri principi attivi della stessa famiglia (Citalopram, Escitalopram, Sertralina e Fluoxetina, quest’ultimo è il composto base del famoso Prozac), non ancora presi in considerazione dalle direttive ministeriali. Il Prozac, ad esempio, ha ottenuto dalla americana Food & Drug Administration l’autorizzazione anche per la cura dei pazienti minorenni, purché al di sopra dei 6 anni.
Secondo un recente studio dell’Istituto Mario Negri di Milano, pubblicato sul British Medical Journal, in Italia il ricorso ai farmaci antidepressivi da parte di adolescenti e persino di bambini è particolarmente cresciuto negli ultimi anni. Fra il 2000 e il 2002 è addirittura quintuplicato l’uso di medicinali inibitori della ricaptazione della serotonina (Ssri in gergo scientifico), vale a dire a base di Paroxetina, Fluoxetina e altri principi attivi dello stesso genere.
Se in Italia le statistiche sui bambini depressi non destano ancora troppo allarme (sarebbero intorno all’1-2 per mille), negli Stati Uniti il fenomeno dei ragazzi con problemi neuropsichiatrici rischia di diventare la nuova emergenza: per il Mental Health Institute soffrirebbero di forme depressive il 2,4 per cento dei bambini e l’8,3 per cento degli adolescenti. Fra il 1987 e il 1996 il ricorso ad antidepressivi per uso pediatrico è triplicato.

depressione in gravidanza

ricevuto da P. Cancellieri

Yahoo! Salute  lunedì 19 aprile 2004
Depressione in gravidanza: alta prevalenza
Il Pensiero Scientifico Editore


Il risultato della revisione di una serie di studi coinvolgenti più di 19000 donne suggerisce che la percentuale di depressioni durante la gravidanza è piuttosto alta, soprattutto tra il secondo e il terzo trimestre. È il risultato di uno studio dell’Università di Toronto di cui si parla su Obstetrics and Gynecology.
La percentuale di gestanti che soffre di depressione durante la gravidanza è intorno va dal 4 al 15 per cento: questa condizione aumenta il rischio della comparsa di una depressione post-natale. I disturbi dell’ansia e i sintomi di depressione (stanchezza, esagerata emotività, disturbi del sonno e cambiamenti d’appetito) si distinguono e si riconoscono con difficoltà dalla normale gamma d’esperienze e di adattamenti propri della gravidanza. Normalmente le donne provano ansia e a volte angoscia verso i normali disagi e fastidi di questo periodo, vivono con insicurezza l’esito della gravidanza e temono di non essere in grado di accudire il neonato. Solo un alto livello di preoccupazione può nuocere sia alla salute della madre che del bambino e causare gravi disturbi dell’umore e depressione post-natale. Un eccesso di stress può peggiorare condizioni psicologiche precedentemente difficili. E’ opportuno trattare adeguatamente i sintomi depressivi per evitare difficoltà di relazione con il partner , nel legame con il bambino e l’insorgenza di problemi psicologici a lungo termine.
Poichè mancano delle stime reali sulla prevalenza della depressione durante la gravidanza, il gruppo di ricerca ha preso in considerazione i risultati di 21 diversi studi sull’argomento per un totale di 19284 donne coinvolte. Dall’analisi dei dati è emerso che la depressione durante la gravidanza ha una prevalenza del 7,4 per cento nel primo trimestre, del 12,8 per cento nel secondo, del 12 per cento nel terzo. Come precisano gli stessi autori, il dato riguardante il primo trimestre dev’essere interpretato con cautela perchè molti studi riportano una difficoltà maggiore a diagnosticare la depressione in questo periodo piuttosto che in quelli successivi, cosa che potrebbe portare ad una sottostima del numero dei casi.
Alla luce di questi risultati, “sono necessari stime ancor più precise e studi più approfonditi non solo per valutare la conseguenze che la depressione può avere sul rapporto tra mamma e figlio”, precisa Thomas Einarson, coordinatore della ricerca, “ma anche sullo sviluppo di nuove strategie per affrontare il problema”.

Bibliografia. Bennett H, Einarson A, Taddio A et al. Prevalence of depression during pregnancy: systematica review. Obstet.Gynecol.2004; 103:698-709.

prassi del basaglismo

GAZZETTA DI PARMA 20.4.04
SOLIDARIETA'—Un seminario sull'attività del centro «Pietro Corsini»
«Così riabilitiamo i malati psichici»


Un tempo Leon Eisemberg disse: «La salute mentale è possibile, la malattia mentale è trattabile». Come? Attraverso persone che creino legami e non più legamenti. E' il sunto del seminario di studio «Dall'assistenza psichiatrica alla riabilitazione psico-sociale», organizzato dalla cooperativa sociale Domus, che si è svolto al dipartimento di filosofia della Facoltà di Lettere in occasione dell'inaugurazione ufficiale del residence «Pietro Corsini» a Pellegrino Parmense. Si tratta di una struttura condominiale, attiva dal 2002, inserita in un Centro polifunzionale e articolata in sei mini-appartamenti che ospitano dodici coinquilini, ex-degenti dell'Ospedale psichiatrico di Colorno. Un appartamento esterno, inoltre, in locazione da privato, ospita altre due persone, seguite dall'équipe del Centro. «Il lavoro si svolge attraverso Progetti riabilitativi individualizzati insistendo su tre aree: habitat, lavoro, socialità relazione; e tramite alcune iniziative collettive come il laboratorio teatrale condotto da Lenz Rifrazioni di Parma (attivo dal 1999), l'inserimento scolastico per mezzo del Centro di formazione permanente della Scuola media statale (attivo dal 2000), gruppi di motricità e laboratori artigianali», spiega Roberta Lasagna, responsabile dell'area psichiatrica della Domus. L'esperienza di Pellegrino, la collaborazione solidale e affettuosa della sua gente, l'attivazione di sinergie tra le varie istanze sociali e culturali, i malati che possono vivere in una casa propria, ha proposto un momento di riflessione sulle politiche in psichiatria.
Dopo la ricostruzione della memoria del passaggio, dall'ospedale psichiatrico (manicomio di Colorno) alle comunità terapeutiche fino al residence «Corsini», presentata dalla ricercatrice in Scienze antropologiche Licia Gambarelli attraverso interviste narrative a persone che han vissuto quei momenti, c'è stato l'intervento di alcuni dei protagonisti stessi. Ora il manicomio, l'istituzione che segnava la differenza tra «follia» e «normalità», non esiste più, ma «quando sono arrivato io – ricorda Mario Tommasini -, nel 1965, all'ospedale psichiatrico di Colorno c'erano 1500 malati di cui 200 legati al letto con le camicie di forza, con soli 4 medici, invece di 30 e 170 infermieri, invece di 500». In una sorta di ritiro quasi autistico, i pazienti «vivevano» in gruppi di 50, internati in saloni spogli d'arredo, con i letti a 30 centimetri dal muro e camminavano attaccati alle pareti… per paura delle percosse.
Oggi i malati «respirano» nelle proprie case-libertà, stimolati a continui miglioramenti tesi a far riemergere quella persona alla quale per tutta la vita è stata negata la possibilità di «esserci»: grazie a una nuova formula che vuole più riabilitazione e meno psichiatria. Come? Anzitutto sono le istituzioni che bisogna riabilitare, solo poi, inizia l'intervento sul paziente: attraverso la conoscenza della sua storia personale pre e post-ospedaliera, programmi personalizzati, norme condivise che regolano la convivenza, reti di impegno civico, integrazione con l'ambiente circostante e quant'altro.

Storia, inediti
Chabod vs. Momigliano sull'interpretazione del rapporto fra fascismo e nazismo

Il Mattino 20.4.04
INEDITI/ Rovente carteggio tra il grande storico e Momigliano sull’interpretazione del rapporto tra nazismo e fascismo
di Titti Marrone


Questa è la storia del giallo di una busta di lettere a lungo cercata dagli studiosi e poi improvvisamente apparsa. Vi si racconta di un clamoroso litigio tra due grandi della storiografia italiana, Federico Chabod e Arnaldo Momigliano. Vi emerge una delle più virulente polemiche tra intellettuali del secolo scorso, di cui si conosceva l’eco ma non il reale contenuto, sull’interpretazione del rapporto tra fascismo e nazismo, sui tempi della «nazificazione» dell’Italia e sulla possibilità di decifrare il tutto con gli strumenti dell’idealismo.
La busta di lettere, su cui era stata vergata l’annotazione «affaire Chabod», è stata scovata dallo studioso Riccardo Di Donato in una borsa di pelle nella casa londinese del grande storico dell’antichità Arnaldo Momigliano. Non era destinata ad essere distrutta in mortem, cosa prescritta invece da Momigliano per molte sue carte, ma ad essere ritrovata a distanza di tempo e interpretata quando la tensione passionale fosse stata sufficientemente placata perché menti più sgombre riconsiderassero la materia del contendere. Ed è quanto avviene adesso, a ritrovamento compiuto: lo scambio di lettere tra Arnaldo Momigliano e uno dei maestri indiscussi della storiografia contemporanea, Federico Chabod, è stato oggetto di una sorta di «consulto» storico tra Di Donato e Gennaro Sasso, direttore dell’Istituto italiano per gli studi storici «Benedetto Croce», che le ha prese, per così dire, in custodia, le ha raccolte e commentate per «Il Mulino» nel volume Chabod-Momigliano, un carteggio del 1959 che sarà presentato giovedì alle 16 a palazzo Filomarino dallo stesso Sasso con Di Donato, Giuseppe Galasso e Andrea Giardina. Sasso racconta di aver faticato non poco per decifrare la grafia di Chabod, «perturbata come il suo animo mentre scriveva soprattutto la seconda epistola». Però aggiunge che ha potuto contare sull’aiuto di una vera esperta di grafie impossibili, Lidia Croce, che ha affinato la sua abilità sugli illeggibili manoscritti paterni.
Lo scambio epistolare tra Chabod e Momigliano del 1959 si svolse con veemenza tutt’altro che insolita tra intellettuali ma piuttosto rara nel pacato microcosmo racchiuso tra palazzo Filomarino, la «Rivista storica italiana», l’Enciclopedia Treccani e l’Accademia dei Lincei e fu stimolato da una richiesta nata all’interno di un rapporto di reciproca stima: la richiesta di Momigliano a Chabod, che conosceva dagli anni giovanili del comune lavoro alla Treccani, di un parere sul «necrologio» che aveva scritto in morte del filosofo Carlo Antoni. Momigliano aveva solo otto anni meno di Chabod, si rivolgeva al grande studioso in un rapporto percepito come alla pari e probabilmente non poteva immaginare quanto lo aspettava: una lettera di Chabod puntigliosissima, divisa in tre parti, che equivaleva a una vera e propria stroncatura del suo scritto, cui Momigliano rispose con veemenza quasi pari all’asprezza di Chabod. Il quale ribatté a sua volta, ancor più aspro.
In primo luogo, Chabod dissentiva da Momigliano per aver postulato un’influenza di Antoni su Croce e trovava fondamentalmente sminuito nel necrologio il ruolo di questi. «Però, in un certo senso, difendendo Antoni, Chabod difendeva se stesso e si sentiva attaccato dalle argomentazioni di Momigliano», dice Sasso. «All’epoca Chabod era infatti direttore del ”Croce”, dunque si sentiva custode di una tradizione umanistica che, a detta di Momigliano, non sarebbe stata sufficientemente avvertita nel cogliere la pericolosità di un certo momento storico».
Il dissenso più forte emerge dal tema adombrato dalle lettere che riportiamo qui accanto: Momigliano indicava già nel 1933-34 l’inizio di una «nazificazione dell’Italia», mentre per Chabod questo cominciò solo dopo le leggi razziali, nel 1938. La veemenza con cui Chabod criticò Momigliano definendo la sua interpretazione «uno sproposito» è così spiegata da Sasso: «Chabod non era mai stato fascista, ma aveva guardato con un blando interesse al primo periodo. Dunque, si sentì ferito nel vivo a quell’affermazione di Momigliano, peraltro complessivamente poco fondata sul piano storico, poiché non mi sembra si posa rintracciare un antisemitismo sistematico del fascismo prima delle leggi razziali».
L’eco della polemica giunse già allora a Sasso, Romeo, Arnaldi e De Caprariis, ma i suoi contenuti sono stati noti solo alla scoperta del carteggio. Sullo sfondo di essa, e al di sotto degli argomenti di Momigliano, si coglieva l’imminenza di una svolta: quella di un disagio di tipo illuminista nei confronti dell’idealismo crociano che presto si sarebbe manifestato, con più evidenza nel marxismo, in buona parte della cultura italiana.

Lettere sulla «nazificazione» dell’Italia

Lettera di Chabod a Momigliano del 5 novembre 1959:
«Caro Momigliano,
(fai) un errore di fatto: ”nel decennio che fu non solo di nazismo in Germania, ma di nazificazione dell’Italia”. Secondo te, dunque, ci sarebbe una nazificazione dell’Italia sin dal 1933 (...). Questo è uno sproposito, che altera tutta la storia italiana ed europea, salta a pié pari il primo periodo di ”urti” Mussolini-Hitler sino al ’35, e salta a pié pari le differenze, grosse assai, ancora degli anni ’35-’37 sino dopo la primavera del ’38.
Di nazificazione (per essere più precisi direi tentata nazificazione: è ingiusto infatti dimenticare che la politica razziale di Mussolini incontrò (...) ostilità quasi generale, di ciò si ebbe la prova concreta nei rapporti fra quasi tutti gli italiani non ebrei e gli ebrei».
Lettera di Momigliano a Chabod dell’11 novembre 1959:
«Caro Chabod,
la pressione da parte tedesca per permeare il fascismo di idee naziste cominciò nel 1933 o forse anche prima. Non so bene. Quando Ginzburg e compagni furono arrestati, già si accentuò la loro origine ebraica. L’ascesa di Interlandi-Tevere, Preziosi-Vita Italiana, l’alleanza Preziosi-Farinacci (Regime Fascista), l’uscita di Evola dalla «lunatic fringe», se ricordo bene, sono eventi anteriori al 1938. Soprattutto ricordo l’ansietà che tu, io, Cantimori etc. sentivamo per questa pressione. Avrei dovuto probabilmente scrivere ”progressiva” o ”tentata nazificazione”, ma in verità badavo al risultato del processo progressivo, e non temevo di essere frainteso».

beni culturali:
un'intervista di Simona Maggiorelli, parte di un suo dossier in edicola giovedì su Avvenimenti

Anticipiamo l'intervista al professor Salvatore Settis(*) che sarà pubblicata su Avvenimenti, sul numero in edicola da giovedì prossimo, ad apertura di un dossier che Simona Maggiorelli ha curato sul futuro dei beni culturali. Il 1 maggio infatti entrerà in vigore il nuovo codice Urbani che prevede molte innovazioni quanto meno assai discutibili.
L'intervista a Settis sarà seguita da alcune pagine che ricostruiranno l'inter della "Patrimonio spa" più uno zoom su palazzi anche importanti che pare si vogliano vendere a Roma e varie altre cose.


ALL'INCANTO
A maggio entra in vigore il nuovo codice dei beni culturali voluto da Urbani. Iniziano i saldi di fine Paese. Il nostro patrimonio ceduto al migliore, ma mica tanto, offerente
Salvatore Settis: "In 120 giorni le soprintendenze dovranno rispondere se un bene potrà essere venduto. Se tacciono è come se dicessero sì. Ma senza personale e con pochi fondi è difficile che riescano a fare il loro lavoro"
di Simona Maggiorelli


Il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali voluto dal ministro Urbani e tra pochi giorni inizieranno ad apparire sui giornali gli avvisi di vendita e di aste per la cessione di beni del patrimonio pubblico. In una previsione del Demanio, ancora approssimativa, si parla di oltre 15mila immobili. Le soprintendenze territoriali, già acciaccate da tagli e accorpamenti e, sotto organico, saranno intasate dal lavoro. Su di loro pende la spada di Damocle del silenzio-assenso. Ogni mancata risposta al Demanio verrà letta, così dice la legge, come un via libera alla vendita. Le associazioni ambientaliste, esperti e storici dell'arte denunciano, da più parti, il rischio di dismissioni selvagge. Qualche assaggio si è già avuto lo scorso dicembre con la cessione della Manifattura tabacchi di Firenze. L'ha decisa il ministro Tremonti per decreto, senza consultare il ministero dei Beni culturali. "Alla vigilia della sua entrata in vigore il nuovo codice destava parecchia preoccupazione - spiega Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, uno dei cinque consulenti di Urbani per la tutela dei beni culturali e autore del polemico volume, Italia Spa - Assalto al patrimonio culturale -. Abbiamo temuto che per beni non si intendesse più " tutto ciò che ha un interesse culturale", ma soltanto ciò che ha "un interesse culturale particolarmente importante". Così si sarebbe potuto considerare importante il Colosseo e magari non una tomba sulla via Appia. Per fortuna il testo è stato corretto in più punti. Ma restano, ancora, diverse ombre".

Per esempio?
Il confine incerto fra le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. Si è adottata una via molto fumosa: allo Stato spetta la tutela e alle Regioni la valorizzazione. Una distinzione senza capo né coda. Che non ha luogo in nessun paese al mondo. Ma bisogna anche dire che molto si deve alla modifica del Titolo V della Costituzione, di cui la responsabilità politica va al precedente governo. Il presidente della Consulta ha ammesso, di recente, che la metà del lavoro della Corte riguarda l'interpretazione di questo titolo, il che vuol dire che la riforma è stata fatta veramente con i piedi.

Perché si è scagliato contro la norma sul silenzio-assenso? Eppure Urbani dice che con questo meccanismo aumenteranno le tutele.
"Ma no. Questo è un meccanismo molto negativo inserito il gennaio scorso su indicazione del ministro dell'economia Tremonti. Un modo per favorire le vendite. Alle soprintendenze spetterà dire se un bene che il Demanio vuole vendere abbia un valore culturale oppure no. Ma se la soprintendenza non risponderà entro 120 giorni, il silenzio verrà interpretato come un assenso alla vendita".

Il nuovo codice ridisegna le soprintendenze. Che ruolo avranno?
"Il codice, di fatto, non stabilisce nulla in materia. Ma dà alle soprintendenze tantissimi compiti. Per rispondere entro i tempi stabiliti alle richieste di valutazione ci vorrebbe un adeguato personale. Invece le soprintendenze, da 20 anni a questa parte, stanno perdendo dipendenti. Nei cinque anni del centrosinistra sono state assunte circa 300 persone, a fronte di 3000 dipendenti che, nel frattempo, sono andati in pensione. Di questo passo la situazione diventerà ingestibile. Il ministro Urbani sta approntando un decreto che riordina tutta la materia delle soprintendenze. Ma ci sono aspetti che io trovo molto criticabili. Si continua a moltiplicare il numero delle posizioni di vertice, mentre diminuisce quello delle soprintendenze territoriali. Le posizioni di vertice erano quattro nel 1998. Con il ministro Melandri, sono diventate nove. E adesso sono 15. La tutela si fa nelle soprintendenze territoriali, si fa sul luogo stesso, non a Roma nei corridoi dei ministeri. Le posizioni di vertice hanno stipendi elevati, così si depauperano le finanze del ministero, mentre sul territorio ci saranno sempre meno persone".

Un quadro abbastanza fosco quello delle soprintendenze locali, stipendi bassi, pochi addetti, ridotti quasi a far volontariato...
"È così. Gli stipendi di chi lavora in soprintendenza non sono per nulla competitivi. E spesso si tratta di persone molto preparate. Se lavorassero in un museo americano, con le stesse mansioni, sarebbero pagati almeno 7 o 8 volte di più."

Il sistema americano in Italia viene spesso citato astrattamente. Lei che è stato responsabile del Getty di Los Angeles che ne pensa? È davvero un modello da inseguire?
"Conosco il sistema americano, gli ho dedicato sei anni della mia vita. Per certe cose mi piace, per altre no. Apprezzo, ad esempio, il rapporto che gli americani hanno con la loro Costituzione: prima di metterci le mani ci pensano su parecchio. Da noi, invece, la Carta è diventata come una sorta di leggina che si può cambiare a piacimento. Per quanto riguarda i musei in senso stretto, non credo siano un modello esportabile in Italia. Le condizioni sono completamente diverse. Il Metropolitan Museum o il Getty non hanno nulla a che fare con il territorio circostante. Si va al Metropolitan per vedere un Tiziano, ma quando si esce per le strade di New York non c'è niente che gli corrisponda. Non è così a Venezia".

Dunque?
"Il rapporto museo territorio da noi è un nesso stringente. Non è stata una scelta felice quella del ministro Melandri di creare i cosiddetti poli museali svincolati dal territorio. Non è mai stato così nella nostra storia. E poi i musei americani sono quasi tutti privati. E in Italia, per ingenuità, ma credo anche per disinformazione, quando si parla di gestione privata si pensa subito che il museo funzioni come una azienda e faccia profitti. Non è così".

Il Getty o il Moma come si reggono?
"Il Getty spende ogni anno 200-250 milioni di dollari e ne incassa circa 1000. Certamente non è la biglietteria che lo fa andare avanti. Mister IL Getty ha circa 7 miliardi di dollari investiti in borsa. Con gli utili che producono viene tenuto in vita il museo. Quando sento dire facciamo degli Uffizi una specie di Getty mi viene da ridere, perché gli Uffizi sono grandi almeno 30 o 40 volte il Getty Museum e non hanno fondi investiti o investibili".

I giornali economici dicono che nel 2003, su cinque milioni di imprese italiane, solo 571 hanno usufruito della norma delle erogazioni per i beni culturali. Tutti ignoranti o non ci sono gli strumenti adeguati?
"Ecco, come si fa a pensare di poter trasformare gli Uffizi o altri musei italiani in musei privati o retti da privati? E poi bisogna studiare la storia. In Europa, e in particolare in Italia, i musei nascono dallo Stato, prima dai sovrani poi dalla Repubblica, ed è lo Stato che ne assicura la vita perché sono dei servizi. L'America è troppo giovane per avere questo tipo di passato, fino al 1900 non c'era nessun museo importante. Da quella data in poi grandi mecenati hanno cercato di creare una grande rete dei musei, sostituendosi allo Stato. Insomma il modello americano da noi è un'assoluta impossibilità istituzionale ed economica e stupisce vederlo citato anche da persone che dovrebbero essere informate".

Se dovesse pensare a come rilanciare i musei italiani da dove partirebbe?
"Innanzitutto dalla ricomposizione di quel nesso museo-territorio di cui dicevamo. Parlando degli Uffizi, è assurdo che facciano capo al polo museale fiorentino, mentre Palazzo Vecchio e le chiese cento metri più in là rispondano ad altri. Bisognerebbe creare più semplicemente una soprintendenza “città di Firenze”, una “città di Roma” e così via. E fare in modo che godano di larga autonomia. Bisognerebbe in primo luogo incrementare il finanziamento pubblico e al tempo stesso incoraggiare le donazioni private mediante un sistema di defiscalizzazione totale. Tentando un circolo virtuoso fra i due. Puntando non solo sul grosso personaggio che regala dieci quadri, ma anche sul singolo cittadino che dà cento o mille euro".

Incoraggiare le donazioni ma non le speculazioni private?
"Quando si pensa a delle imprese private che entrano in un museo per guadagnarci, bisogna anche considerare che chi ci guadagna non incrementa i finanziamenti del museo".

E con le attuali situazioni d'impasse? Per restare in tema il corridoio vasariano a Firenze, con tutto ciò che contiene, è chiuso al pubblico e probabilmente lo resterà ancora a lungo, nonostante i buoni propositi.
"Ovviamente bisogna cercare un maggiore dinamismo. Il corridoio vasariano che è una delle cose più belle, non solo di Firenze, ma al mondo, dovrebbe essere riaperto. So che c'è un progetto. Per realizzarlo occorre più personale e trovare una gestione che non tratti i musei in maniera polverosa.

In questo quadro qual è il ruolo delle fondazioni? La trasformazione del Museo Egizio in fondazione ha suscitato parecchie polemiche.
"Le fondazioni, io credo, vadano viste una per una. La situazione del museo egizio così come si presenta oggi, non mi piace. Quello è un caso in cui ci sono ben due fondazioni bancarie. L'esordio credo sia stato di 70 milioni di euro fra tutte e due. Il tipo di marchingegno che è stato creato fa sì che la fondazione inghiotta il museo. È inaccettabile che ci sia un consiglio di amministrazione composto da 9 persone di cui uno solo rappresenta la struttura delle soprintendenza. Lo Stato, che dà due o tre miliardi di euro con tutti gli oggetti del museo, dovrebbe avere la maggior parte del consiglio di amministrazione. Invece si mette in minoranza. Ora uno Stato che si mortifica, si genuflette per 70 milioni di euro, a me non piace. Io credo in uno Stato forte che negozia con i privati. Sono anche per un ruolo molto propositivo dei privati, ma non così".

Allora cosa pensa del condono e della sua proroga?
"Lo considero una sciagura nazionale. È uno degli atti contraddittori che questo governo ha fatto, oltretutto dopo un mese o due che il ministro Urbani ha varato una legge sulla qualità architettonica. Non si può proteggere la qualità architettonica e insieme condonare qualsiasi orrore. Sono due concezioni completamente opposte. Il condono, fra l'altro, pare abbia prodotto un gettito inferiore a un quarto di quanto si attendeva. Non ho verificato questa cifra, ma al di là del possibile incasso penso sia un modo assai sbagliato di affrontare i problemi. Ne esce un discorsetto di questo genere: esistono delle regole, ma non importano più nulla se serve a fare cassa. Quando Craxi, nell'84, varò il primo condono, si disse che era una tantum. Da allora si è concesso altre due volte. Ormai tutti hanno la quasi certezza che ogni 5 o 6 anni ci sarà un condono e questo incoraggia gli abusivi.

(*) SALVATORE SETTIS: professore ordinario di storia dell'arte e archeologia classica, è direttore della Scuola Normale di Pisa. Dal 1994, per sei anni, è stato direttore del Getty Center Research Institute a Los Angeles e, l'anno scorso, è stato fra i cinque saggi a cui il ministro Urbani ha chiesto una consulenza sui temi della tutela. Fra i suoi tanti scritti, i saggi su Giorgione, sulla colonna Traina e sull'evoluzione del canone della pittura, fra sfumato e disegno, fra '400 e '500. Nel 2002 ha pubblicato il pamphlet Italia Spa, assalto ai beni culturali e, sempre per Einaudi, è appena uscito il suo Futuro del classico.

lunedì 19 aprile 2004

LE LEZIONI DI VENERDÌ 16 E SABATO 17
ALL'UNIVERSITÀ DI CHIETI

sul sito di

MAWIVIDEO.IT

sono disponibili


Le lezioni di

Venerdì 16 aprile 2004

- prof. Andrea Masini
- prof.ssa Francesca Fagioli

e quelle di

Sabato 17 aprile 2004

- prof. Andrea Masini
- prof. Massimo Fagioli

quest'ultima soltanto NON scaricabile
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un commento di Franca Nardi su Repubblica

Repubblica 16.4.04
La voce inascoltata delle passioni atee
di Franca Nardi

franca.nardi@esteri.it


A proposito di noi atei, continuamente annullati dai media, banditi, resi inesistenti. Qual è il minimo di presenza per essere considerati? Il 4 per cento come per le elezioni? Anche se non urliamo né utilizziamo provocazioni volgari, nonostante le varie "passion" che fanno scalpore, le diatribe sul crocifisso o sul velo che movimentano province nazionali o internazionali, esiste un discreto numero di persone che è interessata ad avere un telegiornale laico e rifugge temi spacciati come culturali, vertenti su misteri trascendenti o extraterrestri.

il commento è stato un poco tagliato dalla redazione di Repubblica. Il testo originale era il seguente:
Vorrei unirmi “con passione” alla voce di Michele Serra, per parlare di “noi” atei, della nostra esclusione, dell‘impossibile intervento su qualsiasi tema che non ci prevede, di un pubblico che seppur minoritario (ma bisognerebbe contarsi per saperlo!) viene continuamento annullato dai media, bandito, reso inesistente. Qual’è il minimo di presenza per essere considerati? E’ il 4% come per le elezioni dei partiti? Sono convinta che siamo superiori per numero a tale percentuale, anche se non urliamo né utilizziamo provocazioni volgari ed insolenti. Sarebbe interessante aprire un forum sulla questione: sono certa che nonostante le varie “passion” che fanno scalpore, le diatribe sul crocifisso o sul velo, che movimentano provincie nazionali o internazionali, esiste un discreto numero di persone che è interessata ad avere un telegiornale laico, che rifugge temi spacciati come culturali vertenti su misteri trascendenti o extraterrestri, che trova antidemocratica la regalia della sinistra di professori e soldi alla scuola cattolica, ecc. ecc.
Franca Nardi

il prof. Antonino Zichichi, una mail ricevuta

18.4.04, da Pietro Curto

«volevo segnalare delle affermazioni deliranti ascoltate stamattina in TV dall‘esimio scienziato Antonino Zichichi, il quale la domenica mattina, all‘interno del programma di intrattenimento di RAIDUE “In famiglia” condotto da Tiberio Timperi e Adriana Volpe, conduce uno spazio di circa un quarto d‘ora nel corso del quale risponde a domande poste da studenti sui più svariati argomenti scientifici (principalmente di fisica). Egli ha prima affermato che il cervello continua a lavorare anche durante il sonno, continuando a cercare di risolvere i problemi lasciati insoluti durante la veglia (riferendosi esclusivamente a problemi pratici, concreti, tipo lavorativi o scientifici), e ci riesce molto meglio che di giorno, tant’è che spesso, dopo essere andati a dormire con dei problemi in sospeso, il mattino dopo al risveglio, quasi magicamente : “Idea!”. Quindi, per questi motivi, non bisogna turbare assolutamente il sonno di una persona che è andata a dormire concentrata sulla risoluzione di un qualche grattacapo. Dopo tali importanti affermazioni scientifiche, una studentessa gli ha chiesto la sua opinione sui sogni: “I sogni sono solo delle inutili fantasie notturne, roba che non serve assolutamente a nulla”. A quel punto ... ho cambiato canale.»

attualità di Heidegger

Repubblica 19.4.04
HEIDEGGER E I "NEO-CON"
Nelle idee del filosofo singolari sintonie con tesi oggi di moda
l'eterno dibattito sull'adesione al nazismo
la tentazione di lasciare il segno in politica
di ANTONIO GNOLI


NAPOLI. La letteratura heideggeriana - quella potente macchina editoriale che si nutre di testi e pensieri di uno dei maestri più autorevoli (ma anche più discussi) del secolo scorso - non conosce pause né ripensamenti. Molto di quello che in un passato più o meno recente si immaginava avrebbe resistito all´usura del tempo è tramontato. Autori sui quali avremmo scommesso circa la loro capacità di sopravvivere sono inesorabilmente usciti di scena. Qualcuno ha ancora sentore di un Lukàcs, di un Marcuse, di un Sartre? Sarebbe difficile poterlo sostenere. E invece l´ometto dagli occhi arguti e baffi sottili è ancora qui: con la sua capanna, il suo gergo, i suoi libri, i suoi officianti.
È stato rilevato che Heidegger è il filosofo contemporaneo i cui libri hanno avuto e continuano ad avere la più ampia circolazione nel mondo. È anche quello a cui sono stati dedicati il più alto numero di convegni. L´ultimo inizierà stamane all´Università degli studi di Napoli "Federico II". Per tre giorni, nell´aula Altiero Spinelli della facoltà di Scienze politiche, studiosi provenienti da tutto il mondo si confronteranno sul suo pensiero e le prospettive in qualche modo insite nella sua filosofia. "Heidegger a Marburg", questo è il titolo del convegno, vedrà la presenza di specialisti italiani come Mazzarella, Vitiello, Esposito e stranieri quali Courtine, Strube, Kisiel, von Hermann. Il numero dei partecipanti è talmente alto che rinunciamo a elencarli tutti.
Il periodo passato a Marburg, come racconta Franco Volpi qui accanto, è stato per Heidegger filosoficamente straordinario. Se non altro per aver incubato e dato alla luce uno dei grandi capolavori della filosofia del Novecento: Essere e tempo. Anche i non heideggeriani riconoscono a quel testo virtù speculative non indifferenti. C´è l´annosa questione se Essere e tempo sia la prima parte di un discorso filosofico più ambizioso che Heidegger porterà a termine molti anni dopo. Problema di indubbia forza speculativa, ma che rischia di appassionare soprattutto gli specialisti.
C´è un aspetto invece che ha attratto un pubblico più vasto e sul quale gli studiosi si sono ferocemente divisi: si tratta della adesione del filosofo al nazismo. Un´infinità di parole sono state pronunciate per analizzare, capire, condannare o smussare il senso di quella scelta.
Qualcuno ricorderà. Era il 1933. Il nazismo va al potere. Heidegger, che non è insensibile al nuovo corso politico, decide, come rettore appena eletto all´Università di Heidelberg, di pronunciare il discorso su L´autoaffermazione dell´università tedesca (è un testo che oggi si può acquistare nelle edizioni Il Melangolo, con una nota molto puntuale di Carlo Angelino, che lo ha curato).
Provate a rileggerlo oggi. Fa una strana impressione. Dirò fra un momento perché. Prima però fermiamoci su questa enorme pantomima se Heidegger è stato e fino a che punto nazista. E se perfino la sua filosofia ne porti per così dire il segno. La questione, per le sue implicazioni anche drammatiche, ha diviso la comunità filosofica. E sarà difficile, riteniamo, giungere a un verdetto unanime. Gli estremi della vicenda, che coinvolge marcate ideologie e feroci totalitarismi, oscillano tra due modelli. Quello da un lato dello studioso cileno Victor Farias che in una documentata e faziosa ricostruzione ha messo sotto accusa il filosofo; e dall´altro François Fédier, l´interprete francese che ha letto lo Heidegger politico con esibita indulgenza. Dov´è la verità, direte. Non c´è verità che i testi non possano smentire o approvare. E qualunque sia l´esito di questa incerta contesa, rimane il fatto che Heidegger è il Novecento. È quell´immenso sortilegio filosofico che ha incantato, stregato, ipnotizzato le anime che lo hanno attraversato. Non tutte ovviamente si sono lasciate sedurre dal suo pensiero. Se guardassimo al modo in cui certi filosofi analitici hanno ridotto a fumoso gioco concettuale il suo linguaggio - come se Heidegger fosse davvero l´ultimo dei mistagoghi - avremmo più o meno chiara sotto gli occhi che quella che si è combattuta e si continua a combattere è una guerra tutt´altro che rituale.
Ci sono autori i cui pensieri producono effetti al di fuori del loro ristretto mondo speculativo in cui vengono formulati. A imporli su un territorio più vasto non è solo l´intelligenza, l´acume, l´innata capacità di essere concettualmente provocanti. Ma anche una sorta di curioso demone che hanno dentro e che li rende, loro malgrado, personaggi pubblici. Essi hanno parlato a una polis, a una città. Hanno aspirato ad andare oltre. Cercando in quell´oltre un rinnovato e ambizioso equilibrio tra filosofia e politica che la storia si è spesso incaricata di smentire.
Anche Heidegger ha avuto questa tentazione. La prolusione che lesse all´inizio dell´anno accademico 1933-34 è lì a mostraci quanto precaria fosse l´immagine del filosofo chiamato a giustificare i compiti della nuova politica. Ma se quel testo lo si sfronda dalle imbarazzanti affermazioni che parafrasano speranza ed entusiasmo per la politica del Führer, vi si può scorgere qualcosa di sorprendentemente vicino a certe tesi che oggi circolano.
L´autoaffermazione è forse il primo manifesto che a tratti ricorda l´analisi di un neo-conservatore. Certo un neocon sui generis, che matura le proprie idee politiche nella temperie illiberale degli anni Trenta, che ha una concezione del tramonto dell´Occidente diversa da quella che oggi viviamo. E tuttavia quell´appello alla potenza, il riferimento a Clausewitz, l´idea, tra le righe, che un conflitto sia esportabile qualora la propria identità è minacciata, ci suggeriscono un accostamento teorico che meriterebbe di essere approfondito.

Repubblica 19.4.04
Da oggi Un convegno a Napoli
Quegli anni straordinari a Marburgo
Il rapporto con il teologo Bultmann La tormentata relazione con Hannah Arendt
di FRANCO VOLPI


Marburgo, piccola città universitaria nel cuore della Germania, era agli inizi del Novecento la capitale del neokantismo. Vi insegnavano Hermann Cohen, Paul Natorp, poi Ernst Cassirer e Nicolai Hartmann. Nel 1923 vi giunse Heidegger, e la scena cambiò. Già a Friburgo il giovane assistente di Husserl si era conquistato la fama di astro nascente nel firmamento della filosofia tedesca. Benché da anni non avesse pubblicato più nulla, bastò il breve ma folgorante progetto di ricerca con cui si candidò a Marburgo, il cosiddetto Natorp-Bericht, perché la commissione lo preferisse agli altri candidati.
Heidegger rimase a Marburgo fino all´estate del 1928. Cinque intensi anni, che egli stesso definì «i più fecondi della mia vita». Oltre al dialogo con Natorp, alla rivalità con Hartmann, alle dispute sui Greci con l´antichista Paul Friedländer, il geniale filosofo attirò intorno a sé con le sue travolgenti lezioni un´impressionante schiera di allievi: Löwith, Gadamer, Hannah Arendt, Hans Jonas, e altri ancora. Ascoltarlo, ricordano unanimi, era come assistere a uno spettacolo della natura.
Ci fu poi la decisiva amicizia con il teologo protestante Rudolf Bultmann. Nell´esperienza protocristiana dell´esistenza Heidegger vedeva il paradigma per comprendere la vita umana nei suoi tratti genuini. L´incontro con Bultmann lo portò dare forma a tale programma nell´"analitica dell´esistenza" che si ritrova in Essere e tempo. Dal canto suo Bultmann, grazie all´incontro con Heidegger, concepì l´«interpretazione esistenziale» del Nuovo Testamento con cui ridiede vita all´esausta riflessione teologica del tempo.
Ci fu la torturante storia d´amore con Hannah Arendt. Una passione che irruppe nella vita di Heidegger scolvolgendolo nel profondo. Incontri clandestini di rara intensità («Hannah è l´unica che mi abbia veramente capito»), dolorose separazioni, ritrovamenti fugaci e laceranti si accavallarono senza che il filosofo della «decisione» e della «chiamata della coscienza» trovasse la forza per una scelta autentica. Il dramma si intuisce già nell´appassionante interpretazione del racconto biblico del peccato originale che egli presentò nel seminario di Bultmann in concomitanza con la relazione segreta.
C´è soprattutto l´impressionante serie di corsi universitari - in gran parte tradotti (Adelphi, Il melangolo, Mursia) - che consente di toccare con mano come attraverso un profondo scavo della tradizione occidentale, Aristotele e Kant su tutti, Heidegger giunse a concepire Essere e tempo, l´opera che cambiò non solo lo scenario marburghese, ma l´intera filosofia europea. Di questo fulminante capitolo nella storia della filosofia del Novecento discutono a Napoli da oggi al 21 i maggiori "heideggeristi", invitati dal Dipartimento di Filosofia dell´Università Federico II.