mercoledì 12 maggio 2004

il pensatoio di Repubblica
nazismo irrazionalità normalità

una segnalazione di Sergio Grom

Repubblica 12.5.04
MA NOI NON SIAMO VITTIME
Un saggio sulle radici delle atrocità della shoah
Se vogliamo dare un senso alla parola pace bisogna allargare la comunità morale ed estendere i diritti
L'autrice, Marcella Ravenna, è figlia di un deportato ad Auschwitz Gli stessi orrori si ripetono quando il gruppo dominante esclude l´"altro"
di UMBERTO GALIMBERTI


Leggo, riportato da Marcella Ravenna, autrice di Carnefici e vittime. Le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità sociali (Il Mulino pagg. 396, euro 24) che «un numero imprecisato di prigionieri talebani nel tragitto fra Kunduz e la prigione di Sheberghan sono stati ammassati in grandi container sigillati e lasciati sotto il sole a morire asfissiati. Tutti gli operatori per i diritti umani e funzionari afgani confermano di aver ascoltato la stessa versione dei fatti», peraltro riportati da Repubblica il 19 agosto 2002 in un articolo dal titolo «Afghanistan una guerra sporca. Gli Usa lasciarono sterminare migliaia di prigionieri».
Marcella Ravenna, figlia di un deportato ad Auschwitz a cui sterminarono tutta la famiglia, accosta questo episodio ad altre atrocità analoghe, verificatesi in epoca nazista, e si domanda come mai, in contesti diversi, con motivazioni diverse, con ideologie diverse, o addirittura senza neppure bisogno di ideologie, succedono le stesse cose, ossia la sospensione delle norme che generalmente inducono le persone a non danneggiare altri esseri umani e a prestare loro aiuto in caso di bisogno e di necessità. Se avesse potuto, l´autrice avrebbe raccontato anche le torture nella prigione irachena di Abu Ghraib.
Follia collettiva? No. Esclusione, maltrattamento, atrocità ed eccidi non dipendono dall´irrazionalità o dalla psicopatologia di chi li attua, ma da una serie di processi psicologici «normali» che caratterizzano il modo in cui le persone funzionano nella vita sociale ordinaria. Così, ad esempio, nessuno può vivere se non raggiunge un adeguato concetto di sé che gli psicologi chiamano «identità». L´identità, a sua volta, si costruisce attraverso il riconoscimento che uno ottiene. Hegel arriva a dire che mentre gli animali uccidono per alimentarsi, gli uomini uccidono per essere riconosciuti. Per «onore» quindi, per salvaguardare la propria «identità», non per fame.
E come i bambini, misconosciuti in famiglia o a scuola, si associano in bande per trovare nel cerchio ristretto di appartenenza il riconoscimento della loro identità, così particolari contingenze storiche e sociali possono attivare analoghi processi sociopsicologici in grado di trasformare le condizioni di disagio vissute da una popolazione in ostilità nei confronti di altri gruppi. Se poi su tali sentimenti di ostilità intervengono ideologie o forme di propaganda il passo a considerare legittimo l´uso della forza, fino agli esiti estremi e alle atrocità più incredibili, il passo è non breve, brevissimo.
Si comincia da piccoli con l´esclusione dalla comunità morale degli animali a cui non si riconosce alcuna affinità psicologica, per cui è possibile attuare nei loro confronti quel processo di esclusione che li visualizza come esseri inferiori, quando non addirittura come oggetti d´uso da sfruttare a proprio vantaggio. Passare poi dagli animali, agli stranieri, ai barboni, ai vecchi, ai malati di mente, agli zingari, agli ebrei e non di rado anche alle donne, non è difficile quando è innescato il meccanismo che separa il gruppo di appartenenza (In Group), da cui si attende il riconoscimento della propria identità, dagli altri gruppi (Out Group) che vengono esclusi dalla comunità morale, per ragioni che vanno dall´ideologia alla religione, dall´appartenenza di genere a quella etnica, dal colore della pelle all´età, alle capacità cognitive, agli stili di vita.
Basterebbe questo per chiudere tutte le scuole private, non perché promuovono o bocciano, ma perché «separano», perché coloro che le frequentano provengono e cementano un gruppo di appartenenza che porta inevitabilmente con sé delle procedure di esclusione che, nei momenti drammatici della storia, producono effetti che, quando non sono di atrocità, sono di indifferenza, menefreghismo, egoismo, perché a suo tempo non si è avuta la possibilità di sperimentare il «diverso» come «prossimo tuo».
La scuola pubblica, ritrovo delle differenze, questa opportunità la offre. Ed educarsi alla frequentazione del diverso è la prima condizione che dispone psicologicamente a intendersi con chi non è nato nella stessa culla dove siamo nati noi. Questa disposizione psicologica eviterà in seguito di escludere dal proprio universo morale stranieri, avversari, membri di gruppi svantaggiati, e indurrà a riconoscere a loro gli stessi obblighi morali che sentiamo per i nostri familiari e amici.
Se vogliamo dare un contenuto concreto alla parola «pace», questo consiste nell´allargamento della comunità morale, in modo da considerare titolare di diritti non solo gli appartenenti al proprio gruppo con cui condividiamo alcuni orientamenti di fondo, ma tutti i «remoti» della terra da cui ci sentiamo psicologicamente distanti. Dove la distanza non è solo quella che ci separa dalla Cecenia, dall´Afghanistan o dall´Iraq, ma il pianerottolo che ci separa dal vicino di casa.
Voci nel deserto (Guerini & Associati, pagg. 262, euro 18) li chiama Pietro Kuciukian i giusti non armeni che, in occasione dei massacri del 1915, hanno salvato la vita di uomini, donne, bambini armeni che non rientravano nel loro gruppo di appartenenza, ma non erano esclusi dal loro scopo di giustizia. Tra i «giusti» rientrano anche i «testimoni» che non hanno taciuto, rincantucciandosi nel silenzio dell´indifferenza, ma hanno denunciato il genocidio, raccolte le prove che furono poi trasmesse ai figli e ai figli dei figli, fino a ottenere, alla fine del secolo scorso, il riconoscimento del genocidio armeno da parte di tutte le nazioni occidentali, con la sola esclusione della Turchia e di Israele.
Se il genocidio degli armeni e poi quello degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, dei malati di mente avvenuto nella Seconda guerra mondiale appartengono al passato, non appartiene al passato l´atteggiamento che assumiamo di fronte alle immagini televisive che ci fanno vedere profughi in fuga dai loro paesi per fame o per ragioni politiche, bambini africani che muoiono di fame o di Aids, cadaveri nei fiumi, volti contorti nello strazio e nella disperazione.
Spesso decidiamo consciamente di evitare queste informazioni, qualche volta non sappiamo neppure quanto escludiamo e quanto accettiamo. Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi. E se il diniego politico è cinico, calcolato ed evidente, il nostro diniego, quello che si muove tra consapevolezza e inconsapevolezza, è disastroso, perché toglie ogni speranza a una possibile reazione e inversione del corso degli eventi.
Prima dell´ideologia, prima della propaganda è il linguaggio, quello che ognuno di noi ha a disposizione, il grande alleato del diniego che può essere letterale: «non è successo niente», «non c´è stato alcun massacro», «non sarebbe potuto succedere senza che noi lo sapessimo»; interpretativo: per cui la pulizia etnica si chiama «scambio di popolazioni», un massacro civile «danno collaterale», una deportazione «trasferimento di popolazione», una tortura «pressione fisica», una guerra «missione di pace». Oppure, ed è il più diffuso, il diniego può essere implicito e ciò avviene quando non si negano i fatti, si esclude solo che questi fatti interpellino proprio noi.
I bambini che muoiono di fame in Somalia, gli stupri di massa delle donne in Bosnia, i massacri di Timor Est, i senzatetto nelle nostre strade sono fatti riconosciuti, ma non sono percepiti come un elemento di disturbo psicologico o carichi di un imperativo morale ad agire. Il diniego implicito che qui scatta è lo stesso per cui, di fronte a un incidente stradale, i testimoni si dileguano, perché «il fatto non ha niente a che fare con loro» perché «ci penserà qualcun altro».
Ogni tipo di diniego comporta una falsificazione della nostra condizione psicologica. Nel diniego letterale non si vuol sapere ciò che si sa; in quello interpretativo si vuole evitare, attraverso una riformulazione di comodo dei fatti, di essere interpellati legalmente o moralmente; in quello implicito si visualizzano i fatti come estranei alla propria competenza, in modo da sentirsi esonerati da un pronto intervento. Per arrivare a queste conclusioni è necessaria una falsificazione del nostro apparato cognitivo (non riconoscere i fatti che si conoscono), emozionale (non provare sentimenti di fronte a fatti che li sollecitano), morale (non riconoscere nei fatti alcuna valenza di ingiustizia o di responsabilità), e di azione (non agire in risposta a quanto conosciamo).
Qui scatta quella che Marcella Ravenna definisce la «morale dell´appartenenza» che tende a difendere il gruppo familiare o comunitario e a ignorare tutto il resto. Ma oggi che i mezzi d´informazione ci fanno conoscere quanto accade in tutto il mondo, il persistere della morale dell´appartenenza non ci consente di vivere all´altezza del nostro tempo, se non a colpi di diniego, che può assumere o la forma dell´indifferenza per tutte le disgrazie che accadono lontano da noi, o la forma dell´insensibilità dovuta al fatto che fondamentalmente i miei bambini non muoiono e non moriranno di fame, e che io non sono stato né sarò cacciato da casa mia dopo aver visto mia moglie uccisa a colpi di machete.
Se non allarghiamo i confini della nostra comunità morale, e non estendiamo lo scopo di giustizia oltre il nostro gruppo d´appartenenza, il ruolo di carnefici e vittime, prima o poi finisce con l´invertirsi. E, se non siamo ciechi, già se ne vedono le avvisaglie.

serial killer

un comunicato ricevuto da Paola Franz

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA "LA SAPIENZA"

“Serial Killer: storie di ossessione omicida a confronto”: investigatori, psichiatri, sociologi, psicologi, scrittori e giuristi in un convegno per tracciare la vita privata dei “mostri”

Conferenza - 13 maggio - ore 9.00
“La Sapienza” – Facoltà Sociologia - Sala conferenze - Via Salaria 113 - Roma


Cosa hanno in comune Jack lo Squartatore, il mostro di Milwaukee e Donato Bilancia? In che modo persone così diverse, per tipologie ed epoche, possono considerarsi simili?
Sociologi, psicologi, psichiatri, investigatori e scrittori percorreranno nel convegno la storia dei 150 anni della criminologia: dalle teorie deterministiche del primo criminologo Cesare Lombroso, alla teoria ecologica di Chicago fino a quelle multifattoriali più recenti sulla definizione di “serial killer” .
Durante il convegno, organizzato dal dipartimento di Sociologia de “La Sapienza”, si analizzeranno specifici casi di alcuni assassini seriali. L’obiettivo è di mettere in luce la relazione tra la biografia dei “mostri” e l’efferatezza del loro modus operandi.

Seguirà un dibattito a cui interverranno:

Paolo De Nardis, docente di Sociologia - “La Sapienza”
Paolo De Pasquali, docente di Psicopatologia forense e Criminologia
Marco Strano, presidente dell’ICAA
Cinzia Tani, scrittrice
Davide De Caprio, avvocato penalista

www.uniroma1.it
 

martedì 11 maggio 2004

FEDERICO MASINI
QUESTA SERA SU "INSIDER"
(info confermata)

Licia Pastore comunica che:

FEDERICO MASINI

sarà intervistato da Giancarlo Santalmassi in diretta
nella trasmissione di INSIDER
che andrà in onda dalle 19.45 (o poco dopo) alle 20,20 di

QUESTA SERA
MARTEDI 11 MAGGIO


«"Nigeria: scontri tra cristiani e musulmani" e "il caso Cina".
Questi i temi della puntata di martedì 11 maggio 2004 di Insider, il programma condotto da Giancarlo Santalmassi. Ospite in studio, il prof. Federico Masini, preside della Facoltà di Scienze Orientali a Roma»


il numero verde per intervenire in diretta o porre domande al Prof. Masini è: 800 029 727
in alternativa si può anche inviare una e-mail a insider@nessuno.tv
o un fax allo 0645437803


- occorre collegarsi al canale satellitare (430) di NESSUNO TV
o su "Internet", al sito di www.nessuno.tv
entrando poi nella pagina di "INSIDER, dentro la notizia" -
con replica alle 13:00 di domani, sempre sl sito Internet, in audio video
o, in solo audio -per la zona di Roma- sempre in diretta, sugli 88.3 della modulazione di frequenza
di www.ecoradio.it


SE SI INCONTRASSERO PROBLEMI NELL'ASCOLTO
collegandosi via Internet al sito web sopra indicato di www.ecoradio.it è possibile ascoltare (ma non vedere) la trasmissione, IN TUTTO IL PAESE, dopo aver cliccato su "PLAY"

LE LEZIONI DI CHIETI
DEL 7/8 MAGGIO 2004

sono TUTTE disponibili su
MAWIVIDEO


le scelte culturali di Repubblica:
Odifreddi e il mondo greco

citato al Lunedì

Repubblica 9.5.04
L'altra Grecia
Lectio Magistralis a Torino
Il volto più noto è l'irrazionale tra divini furori e fiabe mitologich Ma quello più vero è rappresentata dal razionalismo scientifico
di PIERGIORGIO ODIFREDDI


Nell´ambito della Fiera del Libro di Torino, Piergiorgio Odifreddi ha tenuto una Lectio Magistralis sul tema «L´altra Grecia, quella vera», che qui anticipiamo. La Grecia è il paese ospite di quest´anno. E a alla cultura greca, specie in età classica, sono dedicate diverse iniziative: dalla riflessione sulla filosofia antica a un incontro sulla grecità pugliese.
 
In un famoso saggio degli anni Cinquanta, "I Greci e l´irrazionale", Eric Dodds intendeva mostrare l´altra faccia della cultura greca: quella delle superstizioni religiose, delle favole mitologiche, dei riti sciamanici, delle orge bacchiche, dei deliri pitici, delle previsioni astrologiche, delle cure magiche, delle interpretazioni oniriche... In una parola, la versione greca del buio che da sempre regna nell´emisfero destro del cervello dell´uomo, contrapposto alla luce che risplende in quello sinistro.
Ironicamente, però, l´altra faccia della Grecia mostrata da Dodds non era molto diversa, se non nelle sfumature, da quella mostrata da Bruno Snell in "La cultura greca e le origini del pensiero europeo", un altrettanto famoso saggio di quegli stessi anni, percepito appunto (ad esempio, dal Momigliano) come antitetico al precedente. A chi la guardi dall´esterno, invece che dall´interno, è infatti l´intera cultura umanistica greca ad apparire irrazionalista, sia pure in versione più o meno hard o soft, a seconda degli aspetti sui quali ci si concentra.
Ad esempio, che tipo di uomo descrivono l´Iliade e l´Odissea? Un uomo che, non a caso, Julian Jaynes ha diagnosticato in Il crollo della mente bicamerale e l´origine della coscienza come letteralmente schizofrenico. Un uomo che antropomorfizza la propria voce interiore e il proprio inconscio sotto forma di dèi, che gli appaiono quotidianamente in forma visibile e udibile, e coi quali egli conversa e discute in palese dissociazione mentale. Un uomo oggi internato nei manicomi o nei conventi, ma che allora evidentemente circolava in libertà per le strade.
E che modello di uomo propongono, invece, i Dialoghi platonici? Un uomo che, nel Fedro, dichiara esplicitamente che «i beni più grandi ci vengono dalla pazzia», e riconosce come oggettivi addirittura quattro tipi di «divino furore»: profetico, rituale, erotico e poetico, rispettivamente ispirati da Apollo, Dioniso, Afrodite e le Muse. Un uomo che candidamente confessa di sentire la voce di un daimon personale, inibitivo e proibitivo, al quale anche oggi noi dovremmo continuare a credere e dare ascolto, secondo «psicologi» come Hillmann e «libri» come Il codice dell´anima.
Questa è dunque la Grecia che ci viene presentata in opere che, lungi dal costituire oggetti d´analisi nei reparti di psichiatria e neurologia, rimangono invece soggetti di studio nei dipartimenti di letteratura e filosofia. Con buone ragioni, naturalmente, perché educando all´irrazionalità si concima il terreno sul quale attecchiscono e prosperano, ad esempio, le redditizie imprese della religione e della magia. Non è un caso, dunque, che Giovanni Reale rilegga, in Corpo, anima e salute, Omero e Platone come tappe di un percorso che porta dritto al cristianesimo, e che Giuseppe Bertagna imponga, per la controriforma della scuola inferiore, la cancellazione dell´evoluzionismo dai programmi per «dare spazio al mito e ai racconti delle origini».
Ma, come la Luna, anche la cultura greca ha una faccia nascosta, pari in estensione e interesse a quella perennemente visibile dell´irrazionalismo umanistico. È la faccia del razionalismo scientifico, senza il quale non sarebbe possibile la tecnologia che domina la vita di tutti noi, irrazionalisti compresi, e che costituisce la vera radice della nostra civiltà: l´unica che avrebbe veramente senso citare nella futura Costituzione Europea, se questa non venisse scritta sulla base degli strilli dei partiti e dei lamenti delle chiese.
E come sulla faccia visibile della cultura greca svettano l´Iliade e l´Odissea di Omero e i Dialoghi di Platone, così su quella nascosta si ergono maestose le prime sistemazioni della matematica e della logica occidentali: gli Elementi di Euclide e l´Organon di Aristotele, che oppongono i fatti di una cultura alle interpretazioni dell´altra. E questi fatti non sono soggettivi racconti di guerra o di viaggio, né personali opinioni etiche o morali, ma oggettive e impersonali descrizioni di precise scoperte, destinate a rimanere immutabili, e rimaste immutate, nei secoli.
Per non rimanere nel vago, consideriamo ad esempio la visione che avevano del mondo i razionalisti greci di più di due millenni fa. Naturalmente sapevano che la Terra è rotonda, per motivi sia diretti che indiretti: dalla forma dell´ombra che essa proietta durante le eclissi di Luna, alla graduale sparizione delle navi all´orizzonte. Persino le dimensioni terrestri erano note con ottima precisione, grazie alla proporzione stabilita da Eratostene tra l´intera circonferenza e il suo arco compreso tra Alessandria e Siene (vicina all´odierna Assuan), da lui valutato in base ai cinquanta giorni necessari per andare in cammello tra le due città. La proporzione era stata calcolata misurando l´ombra di un bastone ad Alessandria nel giorno del solstizio d´estate, quando si sapeva che a Siene l´ombra sarebbe stata nulla perché i raggi di Sole entravano a perpendicolo in un pozzo: una meravigliosa combinazione di teoria e pratica, che portò a una stima corretta di circa 40.000 chilometri per la circonferenza terrestre.
Ancora più stupefacente, perché basata sulla pura deduzione, fu l´intuizione dell´esistenza dell´America da parte di Ipparco. Egli la dedusse dalla notevole diversità delle maree degli Oceani Atlantico e Indiano, osservate dagli esploratori che si erano spinti da un lato verso l´Europa settentrionale nella spedizione di Pitea, e dall´altro verso l´Asia al seguito di Alessandro Magno: diciassette secoli prima di Cristoforo Colombo, e a differenza di lui, Ipparco aveva già capito che maree così diverse impedivano all´oceano a ovest di Gibilterra di essere lo stesso che stava a est dell´India, e che le due masse d´acqua dovevano essere divise da un immenso continente che le separasse come compartimenti stagni.
Per buona misura, e usando solo gli scarsi dati astronomici disponibili, Ipparco riuscì anche a dimostrare la precessione degli equinozi: quello, cioè, che Il mulino di Amleto di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend chiama «il più grandioso dei fenomeni celesti». Grandioso o no, il moto a trottola dell´asse terrestre rende comunque sbagliati di una casa tutti i segni zoodiacali oggi usati per i loro oroscopi dagli astrologi del mondo intero, ancora fermi alle case in voga nell´antichità: con quanta accuratezza per le loro «previsioni», si può facilmente immaginare.
Ma, almeno, gli astrologi si limitano a turlupinare gli allocchi, senza pretendere di imprigionare, torturare e bruciare sul rogo le persone intelligenti e i loro libri. La Santa Inquisizione, invece, imbastì quattro secoli fa idioti processi a Giordano Bruno e Galileo Galilei, accusati di sostenere che la Terra girava intorno al Sole, e non viceversa: cosa già nota ad Aristarco nel terzo secolo prima dell´Era Volgare, e usata da Archimede nell´Arenario. E poiché nessun regime o ideologia ha il monopolio della stupidità, anche Aristarco era stato accusato dagli stoici di aver minato le fondamenta della religione e dell´astrologia: d´altronde, già nel 432 prima dell´Era Volgare dubitare del soprannaturale e insegnare l´astronomia erano divenuti ad Atene reati perseguibili penalmente.
Oggi, naturalmente, anche i «selvaggi del Madagascar» sanno che la Terra è rotonda e gira attorno al Sole, o che esiste l´America, ma questo non basta alla maggioranza per dedurre che non sono i racconti, i miti e le superstizioni a descrivere correttamente il mondo, bensì la scienza, la matematica e la logica. D´altronde, poiché la statistica ci dice che metà della popolazione ha un´intelligenza inferiore alla media, dobbiamo attenderci che essa si impegni a rendere il più dura possibile la vita all´altra metà, che fa invece il possibile per rendere la vita meno dura per tutti. In fondo, come osservava Coleridge in una Conversazione a tavola, tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici, cioè razionali o irrazionali: le opinioni e le interpretazioni difficilmente interesseranno i primi, e i fatti e le dimostrazioni non convinceranno mai i secondi.

anoressia e bulimia
medicina cinese
serial killer

tre articoli ricevuti da Piergiuseppe Cancellieri

Il Mattino lunedì 10 maggio 2004
INCONTRI DI SALUTE MENTALE
Anoressici e bulimici
anche i ragazzi presi dal male oscuro


Soffrono sempre più spesso di anoressia, bulimia, depressione. Tentano il suicidio. E, sempre di meno, parlano con il loro genitori. Hanno meno di 18 anni e a Salerno come in provincia, sono proprio loro, gli adolescenti, i protagonisti di una realtà tutta in salita. Fatta di patologie psichiche gravi, come la depressione. E di isolamento dal loro nucleo familiare. Fatta di una richiesta di aiuto il cui linguaggio di espressione, spesso, è rappresentato dalla violenza.
La II edizione di «Incontri... Giornate di formazione in tema di salute mentale», organizzata dal Dipartimento di Salute Mentale dell'Asl Sa 2 e dalla Casa di Cura «La Quiete», e conclusasi ieri (350 operatori provenienti da tutt’Italia) ha significato anche questo. Fare un quadro di cosa è oggi il disagio psichico. E di come si potrebbe davvero curarlo. Con «Schizzo», ad esempio. Personaggio di un cartone animato che riproduce in tutto e per tutto le fattezze di Einstein. Proprio lui, lo scienziato degli scienziati non riconosce più la sua formula, davanti ad un incrocio non ricorda più quale direzione seguire, e davanti ad uno specchio non si riconosce più. Il Dipartimento di Salute Mentale dell'Asl Sa 1, una delle forme del disagio psichico, ha deciso di combatterlo così: con un cartone animato realizzato, con la computer grafica, da chi soffre di schizofrenia e psicosi gravi. Non solo.
La cura di patologie come la depressione, «Incontri» ha dimostrato che si può affidare anche alla preparazione di una pizza, nel cuore del centro storico. Lì persone che la loro vita l'avevano vista interrotta, hanno ripreso a vivere. Lo hanno fatto dopo aver seguito un corso di formazione professione per pizzaioli e con una serata, «La pizza... che pazzia», che ha richiamato centinaia di salernitani. Vincenzo De Leo, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell'Asl Salerno 2, parla chiaro. «La percentuale di persone tra i 16 ed i 25 anni che soffre di disturbi gravi dell'alimentazione, come anoressia o bulimia, si aggira sul 10%, quella che chiama in causa disagi legati al cibo, detatti da diete e quant'altro, supera il 50% - dice - un quadro che negli ultimi anni presenta due novità: l'aumento di uomini che soffrono di queste patologie ed un innalzamento dell'età che arriva anche ai 35-40 anni». Persone, dice De Leo, che non chiedono aiuto perché il loro obiettivo, in fondo, è quello di annullarsi.

Yahoo! Salute lunedì 10 maggio 2004
Il Pensiero Scientifico Editore
Maggiore accesso alla medicina cinese
di Erica Villa


L’Italia e la Repubblica Popolare Cinese hanno concordato a Milano un Piano d'Azione Comune sulla ricerca biomedica sottoscrivendo due “Memorandum di Intesa” per promuovere in Italia ed Europa la possibilità di accedere a farmaci della medicina tradizionale cinese.
Addentrarsi nella storia della Cina porta alla scoperta di una cultura ricchissima in cui il medesimo concetto di salute, che risale all'origine stessa di questa civiltà, si è mantenuto inalterato nel tempo. Ne sono testimonianza le tracce nelle ossa o nei gusci di tartaruga di ideogrammi raffiguranti questi strani per noi utensili alla salute: gli aghi. Venivano quindi già utilizzati agli albori, nel periodo neolitico (8000 a.C.). I primi aghi ritrovati non sono certo quanto di più raffinato o smussato si possa immaginare: grossi utensili ricavati da ossa animali, da pietre o dal bambù, con le punte arrotondate, o appena affilate, che evidentemente assolvevano lo scopo per cui erano stati ideati, riequilibrare le energie del corpo riportandolo alla salute.
Secondo la tradizione cinese la salute è l'armonia e l'equilibrio tra le varie componenti dell'uomo stesso: organi, visceri, tessuti, della sua parte fisica e di quella mentale e tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda. La malattia, al contrario, è la rottura di questo equilibrio. Il primo passo verso la malattia è lo squilibrio energetico: anatomicamente non si riscontra nulla, gli esami ematologici, radiografici e tutti gli altri sono a posto, ma l'individuo sta male.
Il ministro della Salute Girolamo Sirchia ha incontrato, presso la Prefettura milanese, il vice ministro cinese della Sanità Gao Quiang, il vice direttore generale dell'Amministrazione Statale per la Medicina tradizionale cinese, Fang Shuting e il vice commissario dell'Amministrazione Statale per i Farmaci e gli Alimenti, Shao Mingli. Con il vice ministro Gao Quiang, Sirchia ha siglato il Piano d'Azione Comune, relativo agli anni 2004-2006, su quattro aree di ricerca prioritarie: trattamento delle malattie del sangue; trattamento del cancro; trasfusioni di sangue, terapie con cellule staminali e trapianti cellulari; medicina d' urgenza.
La cooperazione si svilupperà attraverso scambi di conoscenze, l'organizzazione di seminari, corsi di formazione e di aggiornamento oltre che attraverso scambio di esperti. Il trattamento delle malattie del sangue vedrà impegnato, per l'Italia, l'Istituto Mediterraneo di Ematologia e per la Cina il Centro di Ematologia e di Oncologia dell'Ospedale pediatrico di Pechino. Del trattamento del cancro si occuperanno l'Associazione cinese della lotta contro il cancro e il network italiano Alleanza contro il cancro.
Il primo Memorandum di Intesa si propone, come precisa una nota del ministero, di promuovere un'ampia possibilità di accesso dei prodotti della medicina tradizionale cinese, fabbricati in Cina, nel mercato comunitario attraverso una registrazione italiana e di sviluppare programmi di cooperazione attiva su trattamenti medici, educazione e ricerca scientifica al fine di favorire una corretta utilizzazione dei prodotti della medicina tradizionale cinese. Quanto al secondo Memorandum di Intesa, si propone l'obiettivo - prosegue la nota - di attuare uno scambio di informazioni su leggi e regolamenti relativi alla gestione dei farmaci, agli standard, alla registrazione, ai requisiti tecnici per la valutazione e la buona pratica di fabbricazione, in modo di favorire la collaborazione nel settore della gestione dei farmaci.
La collaborazione riguarderà anche i prodotti erboristici medicinali tradizionali, l'individuazione di procedure semplificate per la registrazione dei prodotti medicinali tradizionali cinesi nell’Unione Europea, studi preclinici e sperimentazioni cliniche per la registrazione di prodotti antimalarici.

sanihelp.it 10.5.04
Nella testa del mostro: tutti i perchè di un serial killer
 
Chi sono gli assassini che dalle pagine di cronaca nera terrorizzano la società con efferati delitti seriali? Cosa scatta nella testa del serial killer prima di colpire? Sanihelp.it ha posto questi interrogativi a un esperto criminologo, per scoprire se il mostro può essere vicino a noi
di Silvia Nava


Il primo è stato Jack Lo Squartatore nel 1888. Il primo pluriomicida seriale della storia. Allora si diceva così, perchè il termine serial killer è stato coniato dopo, negli anni ’50.
Da quel momento in poi, comunque, la figura del serial killer è sempre stata circondata da un alone di orrore ma anche di curiosità.
-Ma chi è davvero il serial killer?
Lo abbiamo chiesto al professor Ernesto Ugo Savona, ordinario di criminologia e sociologia del diritto alla facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica del S.Cuore di Milano, e membro dell'European Sociey of Criminology.
«Pur nella complessità e nelle differenze da caso a caso, molto semplicemente il serial killer non è una persona normale, anche se poi bisognerebbe indagare quale sia il concetto di normalità, se esiste. Si può individuare un fattore di riconoscimento comune: tutti i serial killer hanno avuto seri problemi nell’infanzia e nell’adolescenza, nel rapporto con gli altri ma soprattutto con la madre».
La non risoluzione di questo conflitto, spiega Savona, «è dimostrata dal fatto che i serial killer uccidono quasi sempre donne, spesso prostitute o sconosciute a caso». Vittime ignare, che hanno la sfortuna di risvegliare il mostro nascosto in questi individui.
Il manifestarsi della follia omicida dei serial killer, infatti, non è un percorso costante.
Da quando qualcosa nella loro anima si è spezzato, possono passare anni prima che la loro patologia si manifesti.
«Si tratta di fasi altalenanti, chiamate stop and go, caratterizzate da momenti di furia subito seguiti da periodi di calma, durante i quali il serial killer conduce la vita di sempre».
-Allora è possibile che un serial killer si nasconda dietro la porta accanto, o peggio in modo latente in ognuno di noi?
«Il serial killer non può essere la persona qualunque vicino a noi, anche se comunque non lo riconosceremmo. Il serial killer ha subìto traumi così forti da arrivare a possedere la capacità di uccidere, dieci o anche cento volte. Nessuno se non in quelle condizioni ci riuscirebbe».
-Ma quali sono i traumi in grado di scatenare una disperazione e una rabbia così profonde?
«Si tratta di traumi infantili, violenze fisiche, psicologiche o sessuali subite quasi sempre in ambito familiare o vissute come spettatore inerte. In particolare pesano i rapporti conflittuali vissuti con la madre o altre donne, e i rapporti negativi con il padre. Si tratta sempre di rotture a livello psicologico».
-Non ci sono corrispondenze fisiologiche o mediche che individuino un serial killer?
«No, al massimo la presenza di problemi di impotenza sessuale (che però a sua volta ha quasi sempre cause psicologiche). Invece, a livello di rapporti interpersonali, i disagi sono enormi».
Conflitti irrisolti con la madre, omicidi prevalentemente femminili …
-Perché il serial killer è quasi sempre un uomo?
La risposta è semplice, ma nasconde un universo complesso:
«La struttura della donna è totalmente diversa, e così la sua psiche. Una donna non vive la conflittualità con la figura materna, e non prova quel bisogno di sopraffare e di dominare che invece l’uomo sfoga ai danni dell’altro sesso. I casi di serial killer donne sono rarissimi, e motivati da altre cause».
Leggendo i numerosi casi clinici dei mostri della nostra storia, si percorrono storie efferate, di incredibile violenza e ferocia. La condanna a questi delitti è unanime.
Eppure, dai racconti di ex-serial killer ormai arrestati emerge sempre l’aspetto tragico dei soprusi subiti, della disperazione senza fondo che hanno provocato.
-Il serial killer è anche una vittima?
«Il serial killer è vittima, mostruosa quanto si vuole ma vittima, di una società violenta a sua volta. Bisognerebbe spezzare questo filo rosso».
Purtroppo però il serial killer viene riconosciuto solo quando lo è già diventato, quando ha già compiuto le sue vendette contro la società, e il suo destino è un carcere a vita che non si preoccuperà certo di recuperarlo.
-Non esiste un modo per salvare la persona prima che il mostro venga allo scoperto?
«Il modo, forse, ci sarebbe. Si tratterebbe di fare un investimento, in termini di formazione e informazione, su genitori e insegnanti. Cioè sulle persone che vivono da vicino la crescita di un bambino, e potrebbero individuare eventuali campanelli d’allarme, come comportamenti violenti verso gli altri bambini o gli animali».
Un grosso impegno, che per ora hanno raccolto in pochi.

lunedì 10 maggio 2004

psichiatria sul territorio
una polemica a Napoli

Repubblica, ed. di Napoli 10.5.04
LA POLEMICA
Le due linee della salute mentale
di MAURO MALDONATO


In principio era il manicomio. Bisogna partire da lì, da quella perfetta metafora della conditio inhumana che superava ogni concetto giuridico di crimine; da quel luogo dove migliaia di uomini vagavano per tutta la giornata, nudi, sporchi, spesso rannicchiati in un angolo dello stanzone, intirizziti, con lo sguardo perso nel vuoto; bisogna partire da lì, da quello spazio d´eccezione fuori dall´ordine giuridico normale, abitato da esseri spogliati di ogni diritto e ridotti a nuda vita, per capire qualcosa della discussione attuale sulle istituzioni per la "salute mentale".
Non si tratta di ricostruire - in questo mesto compleanno della legge 180 (26 anni) che nessuno sembra voler celebrare - le circostanze storiche, giuridiche e politiche, di un esperimento (per molti versi ancora impensato) che ha consentito a un manipolo di idealisti senza illusioni di chiudere i manicomi e rimediare, almeno un po´, alla nostra colpa e alla nostra vergogna con la restituzione alla libertà di migliaia di vite sommerse e salvate. Non è nostro compito. Né questa la sede. È però tempo - contro il rifiuto intollerante dei semplificatori a buon mercato - di fissare alcuni punti fermi. Dando la parola ai fatti. Ma, soprattutto, tenendoci alla larga dalla retorica aggressiva di chi si pretende titolare della verità. Mai come su questo argomento ogni parola che scriviamo è già una sottomissione, una caduta in questa retorica.
Insidia temibilissima, questa, a cui Sergio Piro non sembra far caso quando ingaggia le sue strane e ricorrenti battaglie contro coloro che in questa città stanno portando avanti il difficile (e interminabile) compito di costruire una rete di strutture per la salute mentale, sporcandosi le mani nel lavoro del giorno dopo giorno e fuori dalla ribalta mediatica. Insomma, facendo le cose, più che enunciarle o annunciarle.
Battaglie strane, dicevo. Perché? Per almeno due ragioni. La prima è che alzando la voce, moltiplicando le parole e agguerrendo il pensiero (con l´illusoria pienezza di chi afferma se stesso) si imbocca la via della rassegnazione, dell´immobilità e della disperazione. Una discussione pubblica, anche quando è fortemente agonistica, è sempre un incontro con gli altri, un entrare in rapporto con gli altri: dunque, un mettersi in condizione, di nuovo, di agire. La seconda ragione è che, ingaggiando questa battaglia, si trascurano i fatti, gli indigeribili fatti che, invece, bisogna tenere in massima considerazione.
Vediamo. A Napoli, il primo gennaio ?94 nell´ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi c´erano ancora 777 pazienti, nel Frullone circa 200. Perché a 16 anni dalla legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi la situazione era ancora quella? (Sbaglio o in quegli anni Piro svolgeva un ruolo istituzionale e scientifico di primissimo piano in città e in regione?). Inoltre, nell´arco di pochi anni si è passati in città, nonostante la scarsità di risorse, da 3-4 a più di 20 Sir (strutture intermedie residenziali: cioè quelle che ospitano le centinaia di persone liberate dal manicomio, più di una in ogni unità operativa). Fu proprio "Repubblica" (sul "Venerdì" di un anno fa) a fare un ampio e positivo servizio su una delle vituperate strutture.
Nei suoi toni intransigenti Piro sembra far rivivere l´antica idea della linea rossa che delimitava la rivoluzione permanente dalla linea nera, quella dei poveri funzionari che difendono l´esistente. Nel suo furore (non si capisce bene motivato da cosa) egli decide di ignorare che un´istituzione è una tensione inesausta e spesso contraddittoria tra "istituito" e "istituente", una complessità vivente costituita da una pluralità di livelli e di individualità. Inoltre, come fa a lamentare l´assenza e la latitanza delle istituzioni e poi, quando le istituzioni ci sono e magari funzionano, squalificarle. Ancora, non è un´enormità far diventare il normale trasloco di un servizio (da via Morghen a non so dove) un rischio per la civiltà e la democrazia? Nientemeno. Per quanto è dato capire il trasferimento ad altra sede non è dipeso dalla Asl, ma dalla decisione del proprietario di affittare i suoi locali a un commissariato di pubblica sicurezza. Dove, però, Piro appare incomprensibile è quando elegge a modello da imitare la realtà della "salute mentale" della Asl di Aversa. Conosco un po´ quel mondo per aver lavorato, per 7 anni e in prima linea, nella zona di Casal di Principe-Villa Literno. Ciò a cui Piro fa riferimento è solo una bella fantasia. Lì si è consumata un´opera di colonizzazione sistematica che ha solo umiliato la professionalità di tantissimi operatori.
Nessuno, caro Piro, crede di vivere in un mondo ideale. Figuriamoci! Ma una cosa è la faticosa e paziente costruzione di soluzioni alle questioni reali, altro ancora la sottile crudeltà di chi brucia con la penna tutto ciò che non è conforme ai propri desideri.

omicidi in famiglia
i nuovi dati Eurispes

Repubblica.it 8.5.04
Eurispes: un omicidio ogni due giorni fra le mura domestiche
Da maggio ad agosto 2003 il 28% in più rispetto al 2002
Aumentano i delitti in famiglia
Uomini uccidono più delle donne

La convivenza matrimoniale è il terreno più fertile
Gli psichiatri: "Il raptus non esiste, è l'epilogo di un percorso"


ROMA - Un delitto in famiglia ogni due giorni. E in due casi su tre, ad uccidere è un uomo. Così come è avvenuto per la studentessa trovata morta in auto, uccisa forse dal nonno, e per la donna assassinata nel reggiano dal figlio. I dati arrivano da un'indagine dell'Eurispes, relativa al secondo quadrimestre del 2003, elaborata su numeri della Criminalpol.
Nel complesso, da maggio ad agosto sono stati registrati 257 omicidi, ben il 21,8 per cento in più rispetto al quadrimestre precedente. E gli omicidi maturati all'interno della coppia e dei rapporti familiari sono passati da 49 a 55, registrando una crescita del 12 per cento. Nel periodo interessato i tentati omicidi sono stati 23, di cui dieci di coppia.
La maggior parte degli omicidi, 39 su 55, è avvenuta all'interno della coppia. In 30 casi, l'omicida è stato l'uomo. Record al Nord: 26 omicidi su 55. A livello regionale, spicca la Lombardia (21), seguono il Lazio (9), l'Emilia Romagna (5), la Liguria (4). Roma e Milano sono le città dove si registra il maggior numero di omicidi, rispettivamente 5 e 6.
Secondo l'istituto di ricerca, la convivenza matrimoniale è il terreno più fertile nel quale matura la possibilità di uccidere il partner e, talvolta, anche i figli. Alcune volte la molla che fa scattare la violenza è la scoperta di un tradimento o la non accettazione della separazione. In atri casi, si è registrata una situazione di conflittualità preesistente o disagi economici.
"E' proprio fra le mura di casa che si consuma la maggior parte degli omicidi", osserva il presidente della Società italiana di psichiatria forense, Giancarlo Nivoli. E secondo il parere di alcuni psichiatri le cosiddette "tragedie della follia" non arrivano mai all'improvviso. Per Nivoli, ad esempio, "ogni delitto è scatenato da una costellazione di fattori che agiscono insieme, come un'orchestra".
"Il raptus non esiste" anche secondo lo psichiatra Tonino Cantelmi, dell'università Gregoriana di Roma. Esiste invece "una lunga catena di dolore e sofferenza che non viene intercettata e che a un certo punto si spezza". Saper riconoscere questi segnali e poter chiedere aiuto, ha aggiunto Cantelmi, farebbe evitare molti dei delitti in famiglia.

El Greco a Londra

Ha successo a Londra la rassegna dell'Artista cinquecentesco
Quando Cézanne copiava El Greco
Tra Ottocento e Novecento la sua opera fu al centro di accanite discussioni tra critici
di ANTONIO PINELLI

Londra. El Greco è uno dei pochi maestri del passato che possa vantare una fama davvero universale, come dimostrano le strabocchevoli folle di visitatori che lo scorso inverno si accalcavano nelle sale del Metropolitan di New York e oggi accorrono alla National Gallery londinese, rischiando estenuanti file pur di non perdere la seconda ed ultima tappa di questa magnifica mostra monografica (El Greco, a cura di D. Davies, fino al 23 maggio). Non tutti sanno, però, che l´enorme popolarità di cui oggi gode questo pittore è un fatto relativamente recente, che ha scarso riscontro nella fama tardiva da lui conseguita in vita. Fama limitata e, in apparenza, effimera, tanto da scolorire rapidamente dopo la sua morte, condannando il suo nome ad oltre due secoli di perfetto oblio.
El Greco nacque a Creta nel 1541 e si formò nella sua isola, che allora era un possedimento veneziano, divenendo un tipico "madonnero" di scuola neo-bizantina. Sui 25 anni, spinto dalla voglia di ampliare i propri orizzonti, si spostò in Italia, dove trascorse quasi un decennio tra Venezia e Roma, entrando in contatto con Tiziano, Tintoretto, Michelangelo e la raffinata cerchia culturale della potente famiglia Farnese, senza però ottenere il pieno successo professionale cui aspirava. Approdato in Spagna nel 1576, la sua speranza di divenire pittore di corte andò presto delusa, tanto che dovette ripiegare su Toledo, città prospera ma esclusa dal grande circuito delle committenze regie. Vi si stabilì definitivamente, facendone la propria base operativa per il mezzo secolo scarso che ancora gli restava da vivere, e fu qui che poté gustare i frutti di una reputazione ormai consolidata, ma che sembrava destinata a relegarlo nel modesto Pantheon delle glorie locali. Finché nella seconda metà dell´800, proprio come accadde a Piero della Francesca e a Botticelli, un animoso manipolo di critici e di collezionisti lo riportò clamorosamente alla ribalta individuando in lui una sorta di prototipo dell´artista moderno. Maestri sulla cresta dell´onda, come Delacroix o Sargent, si fecero un vanto di possedere copie o repliche autografe di suoi capolavori, mentre il giovane Cézanne manifestò tutta la sua ammirazione per lui, copiando con grande applicazione uno dei suoi ritratti più famosi, la Dama con il mantello di pelliccia.
Questa riabilitazione, tuttavia, fu a lungo contestata negli ambienti più conservatori, perché nei decenni a cavallo tra '800 e '900 l´essere pro o contro El Greco era divenuto una discriminante tra chi era a favore e chi avversava l´arte contemporanea. A critici di punta come Fry o Dvoràk si contrapposero studiosi di bieco stampo positivista, che non esitarono a spiegare il febbrile cromatismo, le forzature prospettiche e le contorsioni delle sue figure esageratamente allampanate come il frutto di anomalie percettive di un soggetto afflitto da grave astigmatismo.
Tutto risulterà più chiaro, se si tiene presente che dietro a questa disputa su di un pittore vissuto ben tre secoli prima infuriava la ben più attuale battaglia a favore o contro la verosimiglianza nelle arti figurative. Dal canto loro, Fry e i suoi sodali non esitavano ad additare nella programmatica distorsione ottica cui El Greco sottoponeva le sue figure l´origine della scomposizione dei piani operata da Cézanne e portata ad estreme conseguenze dal Cubismo.
Oggi l´eco di questa battaglia, persa dagli antimodernisti, si è ormai affievolita. Resta comunque istruttivo constatare retrospettivamente quante tappe cruciali della battaglia in favore del "moderno" abbiano visto la questione di El Greco in prima linea. Come quando Franz Marc, impegnato a stendere con Kandinsky il manifesto del Cavaliere Azzurro, esaltava il pittore per l´arroventato misticismo dei suoi quadri. O come quando Picasso, proprio nell´impostare le sue rivoluzionarie Demoiselles d´Avignon, aggiungeva alla già deflagrante miscela composta dalla scheggiatura dei piani appresa da Cézanne e dal brutale sintetismo della scultura africana, la polvere pirica dei più arditi contorcimenti anatomici immaginati da El Greco in un quadro - L´apertura del quinto sigillo - che oggi figura tra gli oltre 80 capolavori presenti in mostra.
Non si può nascondere, tuttavia, che tuttora proprio la polvere sollevata da questa "battaglia per la modernità" offuschi alquanto l´esatta percezione di cosa davvero si celi dietro lo stile sfoggiato da El Greco. Uno stile che trae spiegazione dalla temperatura altissima con cui il fiammeggiante talento del pittore ha saputo portare al punto di fusione la singolarissima miscela composta dai fulgidi ed astratti stilemi bizantini, profondamente assorbiti durante il suo apprendistato di "madonnero" cretese, e dalle sconvolgenti novità apprese in Italia - l´acceso colorismo e il concitato luminismo dei Veneti, le torsioni e gli avvitamenti del manierismo michelangiolista.
Il paradosso è che tutto ciò sia sostanzialmente giunto a piena maturazione soltanto in Spagna. Quella Spagna in cui El Greco si trapiantò, ma senza integrarvisi completamente, tanto che continuò imperterrito a firmare le sue tele con il proprio nome greco - Doménikos Theotokópoulos. Dal canto suo, la Spagna ricambiò questa riluttante integrazione con un soprannome - El Greco, si badi bene, non El Griego - che a ben guardare riassume perfettamente la duplice identità, sia nazionale che culturale, del pittore: quella cretese e quella italiana. E ciò a dispetto del fatto che oggi gli spagnoli, grazie alla potenza persuasiva dell´arte, credano di veder riflesso nella sua pittura, corrusca e ardente, un frammento della propria identità più profonda.

in un reparto di psichiatria

Kataweb Notizie 09 mag 2004 - 19:54
Maradona: Ospedale Italiano di Baires tenterà il suo recupero


Buenos Aires. Entro domani Diego Armando Maradona verrà trasferito nel reparto di psichiatria dell'Ospedale Italiano di Buenos Aires, che si farà carico del tentativo di recuperare l'ex fuoriclasse del Napoli alla vita normale. Lo ha rivelato il responsabile del servizio di psichiatria dell'ospedale, Hector Marchitelli, intervistato dal quotidiano Clarin.
Fino a ieri vari ospedali e centri di recupero dalla droga non avevano accettato di prendersi cura di Maradona, ritenuto paziente troppo 'scomodo'. Nelle ultime ore il medico curante di Diego, Alfredo Cahè, si è messo in contatto con Marchitelli e la situazione pare essersi sbloccata. "Non c'è nulla di sicuro al 100 per cento - ha puntualizzato Marchitelli - però ci siamo offerti di aiutare Maradona. Ora tutto è nelle mani della famiglia di Diego: l'ultima parola spetta a loro".
Della questione si sta occupando l'ex moglie del 'Pibe de Oro', Claudia Villafane, che ha scelto l'ospedale del Centro Italiano (ce ne sono quattro, due a Buenos Aires, una a Entre Rios e una in Uruguay a Punta del Este) dove far ricoverare il paziente. Maradona, che si trova ancora nella clinica Suizo Argentina di Buenos Aires, aveva ricevuto un'offerta di aiuto, e di ricovero, anche da parte di un centro specializzato nella cura delle tossicodipendenze di Montevideo, gestito dalla locale Associazione Spagnola. Ma Claudia sembra aver preferito l'Ospedale Italiano di Buenos Aires, ritenendo quel reparto di psichiatria la struttura più adatta per far curare l'ex marito. (Spr)

domenica 9 maggio 2004

le scelte culturali di Repubblica:
basaglismo in prima pagina

Repubblica 9.5.04
IL CASO
Rete 180, una radio di matti "Qui ci sentiamo più normali"
Terapia al microfono per vincere il disturbo mentale

Ma ora i redattori ambiscono ad avere una frequenza per trasmettere le proprie interviste, le ricette, i servizi o i propri strani pensieri
L'emittente, nata in una stanza del centro psico-sociale "Poma" di Mantova, ha aiutato i pazienti a entrare in contatto con la realtà
di FABRIZIO RAVELLI


«LA TV fa male perché la guardi, la radio fa bene perché la fai». Parola di Luciano, che oggi dirige i dibattiti, fa interviste, vorrebbe avere una diretta notturna tutta per sé. Passa ancora molte ore davanti alla tv, convinto che l´elettrodomestico gli parli, proprio a lui. «Delirio di influenzamento», la diagnosi. Ma la sua vita è un po´ migliore, da quando è passato dall´altra parte, da quando usa un microfono e lavora a Rete 180, «la voce di chi sente le voci», la radio dei pazienti qui al Centro psicosociale dell´azienda ospedaliera Carlo Poma di Mantova. L´hanno chiamata «radio-terapia», con quell´umorismo lucido e stralunato che è uno dei marchi di fabbrica. La redazione è nella stanza più grande del centro di salute mentale: l´antenna è un attaccapanni.
E´ tutto cominciato quella volta che Luciano si trovò a parlare in tv. «Quella sera - racconta Giovanni Rossi, primario ed "editore" di Rete 180 - lui che era sempre convinto di essere perseguitato da gente ostile riuscì a parlare di sé, della sua patologia, in modo tranquillo e adeguato». Ci hanno pensato su, Rossi e il suo collega Baraldi, e hanno provato a usare la radio («La radio perché è semplice, abbiamo cominciato con un microfono e un impianto stereo») come trattamento terapeutico. «Ai pazienti serviva uno spazio di comunicazione. E la radio era perfetta: crea distanza, mediazione, protezione, filtro. Ma dà la possibilità di entrare in contatto con la realtà esterna, con le persone. Abbiamo scoperto che, con un microfono in mano, parlavano anche quelli che non parlavano mai».
Siccome non hanno ancora una frequenza, tengono bassissimo il livello del trasmettitore: il segnale si capta solo dentro l´ospedale, e pochi metri fuori. Sperano che qualcuno gli affitti una frequenza: «Per comprarne una girano prezzi pazzeschi, centinaia di migliaia di euro». Qualche spazio l´hanno avuto da Radio Base, qualche intervista l´hanno data a Radio Popolare, anche Caterpillar su Radio 2 ha trasmesso cose loro. Ma insomma, Rete 180 è quasi una vera radio. L´apparecchiatura è stata messa insieme da Stefano, infermiere. C´è una redazione, che si riunisce ogni venerdì per discutere i programmi, per registrare dibattiti interni. Intorno a un tavolo, passandosi il microfono. Marco detto "Notizia" ogni mattina fa una sorta di rassegna stampa: lui si sente povero, e ogni notizia è letta in quella chiave. L´Alitalia va male? «Perché l´Alitalia è povera». Marco tiene sempre 20 chili di pasta in casa, non si sa mai.
Luciano, pioniere e fondatore, dirige e tiene rapporti con gli ospiti: ha un talento naturale per la radio. Luisa, l´esperta di cucina, diffonde ricette. Alcune tradizionali, come quella dei tortelli di zucca: «Ma con le dosi per 150 persone, l´ho data quando c´era il controfestival, visto che c´erano 150 cantanti. Le decido a seconda del tema del giorno». Altre fantastiche: «Come il tiramisù per l´amore di coppia: 1 cucchiaino di lacrime, 1 palpito di cuore, 1 etto di nostalgia, 1 pizzico di gelosia, 1/2 dozzina di ceffoni...». Una volta Luisa diede la ricetta della torta sbrisolona, ma per 50 mila persone, indicando che per l´impasto servivano le ruspe.
Il Dipartimento di salute mentale ha un reparto con 14 posti, a rotazione quando qualcuno dei pazienti passa un brutto momento. Ma quasi tutti vivono fuori, nel mondo della gente "normale". Rete 180 serve a entrare in rapporto coi "normali", ascoltandoli e intervistandoli. Ma la radio è comunque il centro della vita di chi ci lavora: «L´effetto - dice Rossi - si trasmette a tutta l´attività del dipartimento, influenza tutto. Perché nei loro dibattiti affrontano questioni fondamentali. Per esempio: serve a qualcosa prendere farmaci?». Gli psichiatri a volte sobbalzano, ascoltando certe trasmissioni.
Come quando, dieci giorni fa, hanno fatto una trasmissione sul tema: «Siamo tutti un po´ ostaggi?». Dall´Iraq a Mantova, senza mediazioni. L´Iraq era «La guerra di Piero», De André in sottofondo. Il resto erano le vite in diretta: «Quando siamo stati ricoverati, ci siamo sentiti ostaggi?». Libere associazioni mentali: «Paura, disagio, nemico, libertà, viaggio, terrore, salame, cattura, rabbia, dolore, infermità, incertezza, tradimento, prigione, angoscia, prigioniero, zio». Racconto: «Io sono stata veramente prigioniera un anno e nove mesi a Pisa: mi facevano l´elettroshock, mi legavano, mi imbottivano di farmaci. Non è servito a niente, ha solo aggravato la mia situazione».
Questa è Cinzia. Durante il «controfestival», quando Rete 180 intervistava cantanti e personalità nell´atrio del teatro Ariston, Cinzia intervistò il cabarettista Dario Vergassola. Per scoprire che anche lui, Vergassola, era stato imbottito di farmaci a Pisa. Che aveva avuto uno zio "matto", tornato all´improvviso a casa dal manicomio quando la legge 180 aprì le porte: «Arrivò con la valigia e con la barba. Fu un trauma per lui e per noi». Cinzia, con la radio, ha acquistato un po´ di sicurezza. Ha preso un diploma di restauratrice, lavora a Palazzo Te e censisce i restauri necessari. Dice: «L´arte mi scalda dentro». Con altre due ragazze, pazienti del centro, hanno preso casa: «Era un periodo difficile, abbiamo avuto questa idea. L´agenzia immobiliare ce ne ha trovata una, e la padrona ce l´ha affittata senza problemi». Il primario dice che l´idea stessa di restauro ha a che vedere con il lavoro del dipartimento: «In fondo restauriamo persone, o ci proviamo.
Trasformiamo cose considerate inutili in cose utili: come quando qui hanno fatto dei portavasi con le vecchie cinghie di contenzione».
Divina, una delle tre ragazze dell´appartamento, è nella radio la voce della poesia: «Di solito le scrivo seduta stante, ispirandomi al tema della trasmissione». Ne ha una borsa intera, di poesie battute a macchina, e poi un grande quaderno nero ordinatissimo. Dice che anche la radio è venuta fuori così: «Una parola tira l´altra, e avevamo fatto la radio». Microfono in mano, continuano a tenersi attaccati al mondo. Girano la città, vengono accreditati agli eventi sportivi e culturali.
Discutono e intervistano su tutto: lo sciopero generale, «raccogliendo materiali su cose, persone o cose che non possono scioperare, per esempio il prete o l´ambulanza», o la ricerca del Politecnico di Milano sull´identità mantovana, subito centrata sulla definizione di «vissuto». O ancora, «i kamikaze». Luciano aveva una sua idea televisiva: «Lì in Medio Oriente per me succede che gli israeliani hanno un tipo moderno di televisione, la guardano e non succede niente, sono abituati. Gli orientali invece, quando gli vengono quelle robe lì della televisione si vanno a suicidare in Israele, piuttosto di soccombere a quella cultura televisiva».
Non c´è niente di idilliaco, in questa Rete 180. I redattori-pazienti sono tutti consapevoli della loro sofferenza mentale: «Ci sono malati psicotici gravi - dice il primario - Ma questo progetto li fa sentire protagonisti, li valorizza, e stimola l´auto-aiuto. Si è formato un gruppo solidale, dove ciascuno trova l´appoggio dell´altro. Stiamo tutti lavorando sulla nostra crescita». I pazienti frequentano tutti un corso di professionale di spettacolo, con la cooperativa Teatro Magro di Brescia. Adesso vorrebbero diventare grandi, e avere una frequenza per farsi sentire. Luciano vorrebbe la diretta notturna. Lui di notte quasi non dorme, e telefona in ospedale per parlare con qualcuno. La tv gli fa male, «ma la radio fa bene perché la fai».

Emanuele Severino, la tortura, il Logos occidentale

Corriere della Sera 9.5.04
IL FILOSOFO SEVERINO
«In quegli atti torna il peccato originale»
«Quando avremo finalmente il coraggio di guardare verso il fondo dell’abisso?»

Il filosofo Emanuele Severino commenta le foto delle torture: «Quello che ci indigna è l’immagine dell’uomo ridotto a un animale sofferente o fatto cosa, un pezzo di carne... Ma non basta l’orrore per rifiutarlo. È una violenza puramente occidentale che vediamo all’opera, una sorta di "peccato originale".
In queste foto abbiamo una volontà di annientamento del prigioniero: si vuol fare diventare niente la sua dignità. La violenza raggiunge il colmo della sua oscenità quando si unisce al più radicale degli errori: il pensare che una cosa sia altro da sé. E che possa infine diventare niente».
intervista di Gian Guido Vecchi


«Quando avremo finalmente il coraggio di guardare verso il fondo dell’abisso?». Emanuele Severino parla quasi tra sé e fissa qualcosa che se non è il fondo in qualche modo ci si avvicina, Lynndie England che tira il guinzaglio legato al collo di un iracheno, il sorriso della soldatessa mentre sta in posa dietro a un groviglio di braccia, gambe, corpi nudi. «Quando l’ho vista per la prima volta ho sperato che fosse soltanto un sorriso ebete, il ghigno di chi non capisce la portata di ciò che accade. Quello che ci indigna, in queste foto, è l’immagine dell’uomo ridotto a un animale sofferente o fatto cosa, un pezzo di carne, un mucchio d’ossa, sangue, urina. Però dissento da chi dice: basta l’orrore per rifiutarlo. No, l’orrore non basta». L’esercizio del pensiero, il lógos . Il più celebrato tra i filosofi italiani fa una pausa e sillaba: «È una violenza puramente occidentale che vediamo all’opera. E sarebbe un’ingenuità altrettanto colpevole addossare tutta la colpa a questi soldati. Tarati e sadici, va bene, è chiaro che vadano puniti. Ma ci facilita il compito pensare che con l’ergastolo o la condanna a morte il problema sia risolto. Non per nulla le grandi religioni lo avvertono, seppure in forma mitica: c’è un peccato originale che si fa sentire dovunque».
E qual è il peccato originale, professore?
«Vede, in queste foto abbiamo una volontà di annientamento del prigioniero: si vuol fare diventare niente la sua dignità. Pensi alla distruzione che si esercitava sull’uomo nei campi di sterminio nazisti: identità, igiene personale, fame, l’annichilimento progressivo dell’altro fino alla morte, finché l’uomo diventa niente . Ecco, la violenza raggiunge il colmo della sua oscenità quando si unisce al più radicale degli errori: il pensare che una cosa sia altro da sé. E che possa infine diventare niente».
Tutto questo è occidentale?
«Sta alle origini della storia ma anche della preistoria dell’Occidente. La radice della volontà che le cose diventino altro, si mostra nel fatto che gli uomini credono di poter sopravvivere mangiando gli dei, facendo diventare identici a se stessi quegli altri che sono gli dei. La manducazione del dio è una costante in tutte le religioni. Ma lo si vede anche nell’omicidio, la storia dell’uomo inizia da Caino e Abele, no? Chi uccide vuole impadronirsi di quel vuoto lasciato dall’altro, assumerne la potenza. Non per nulla le popolazioni primitive si cibano del nemico».
Ma questo non riguarda solo l’Occidente...
«Questa era la preistoria. Con il pensiero greco si aggrava la volontà di far diventare le cose altro da sé: addirittura le si vuol fare diventare niente. Nel Teeteto di Platone si dice: nemmeno chi è pazzo, e nemmeno in sogno, ha il coraggio di dire sul serio a se stesso che il due è uno, che il bove è cavallo... E invece si comincia a pensare che le cose siano l’assolutamente altro da sé. È questa la follia radicale. Noi ci meravigliamo dei comportamenti abnormi, ma questo atteggiamento distruttivo e radicalmente errante non è una deviazione dall’essenza più profonda dal nostro modo di pensare, non è una patologia rispetto alla normalità dell’uomo occidentale: è la radice violenta di ciò che diciamo razionalità, bene, sapienza, bontà... Tutte le categorie positive che elogiamo crescono come rose terribili da un letame ancora più terribile».
Samuel Huntington diceva: non possiamo esportare i nostri valori se vi abdichiamo...
«Nell’indignazione generale c’è una sorta di malafede. Anche il comandamento "non uccidere" ha nella propria anima l’omicidio perché concepisce l’uomo come qualcosa di per sé annientabile».
Ma perché «malafede»?
«La malafede cui mi riferisco io è una inconsapevolezza che dimora nell’inconscio dell’Occidente e agisce con la stessa potenza degli istinti. Non è la malafede consapevole, l’ipocrisia da sepolcro imbiancato. È inconsapevole. Ci sono movimenti nobili che intendono salvare l’uomo come la Chiesa cattolica, ma le grandi forme di nobiltà sono minacciate e destinate al fallimento perché nel sottosuolo hanno quella malafede inconscia che consiste nel pensare l’uomo come un nulla».
Ne I fratelli Karamazov , Ivan parla ad Alësa della sofferenza innocente, le «lacrime irriscattabili». Per le vittime non c’è redenzione?
«Come eterni siamo destinati alla gioia. Anche i bambini di Dostoevskij lo sono».
E intanto che si fa?
«È chiaro che preferisco vivere in America piuttosto che nell’Iraq di Saddam, in democrazia e non nel totalitarismo, con Gesù invece che con Hitler. Ma finché non riusciremo a capire che le grandi opposizioni sono sottese da questo errore-orrore di fondo - il nichilismo -, il nostro tentativo di salvare l’uomo è destinato a fallire. Avremo più o meno potato le fronde, ma non il tronco né le radici dell’albero della malvagità».

Pietro Ingrao

Corriere della Sera 9.5.04

ROMA - Sul palco il leader degli «ultrasinistri», come Pietro Ingrao chiama con affetto i compagni di strada di Fausto Bertinotti, il segretario di Rifondazione sale da presidente in pectore.

(...)
PUGNO ALZATO -Ingrao, classe 1915, entra col pugno alzato, schiena dritta e piccoli passi scanditi da una lunga standing ovation . «Che un uomo con la sua storia decida di essere coinvolto in questa impresa è un fatto enorme» dirà emozionato Bertinotti. Della Quercia di Fassino il grande vecchio del comunismo italiano dice di non condividere nulla, mentre tutto (tranne la tentazione di andare al governo con Prodi) apprezza del Bertinotti di oggi. A cominciare dalla «necessaria» rottura con lo stalinismo.
«Veniamo da una storia grande e terribile, non possiamo andare verso il futuro senza una rottura chiara e irrevocabile con ciò che ha impedito alla nostra storia di essere, per tanta parte dell’umanità, una storia di liberazione» scandisce Bertinotti nel passaggio più applaudito.
(...)

Corriere della Sera 9.5.04
E Ingrao: il comunismo? Non è solo storia, riguarda il futuro

«Mao diceva che la nostra vittoria avrebbe causato milioni di morti»
«Castro? Mai piaciuto. All’Avana, pure gli stabilimenti balneari erano dello Stato. Mi appariva così assurdo, il comunismo dei bagnini. E delle condanne a morte».
Incontro con Pietro Ingrao, 89 anni, al congresso di fondazione della «Sinistra europea»
intervista di Aldo Cazzullo


Il delegato slovacco è in maglietta, il boemo in camicia rossa. Pietro Ingrao ha spessi calzettoni grigi, devono avergli detto di coprirsi bene vista la giornata incerta. Comunisti nuovi e antichi di 16 Paesi fondano alla Domus pacis il partito della Sinistra europea e ne fanno presidente Bertinotti, insieme con pacifisti, cattolici, no global: un partito «né marginale né residuale», che non sia ex di nulla, ancorato a una visione romantica del comunismo che non è stato ma forse sarà. Ingrao è venuto per questo. «Per me comunismo è una parola politica sino a un certo punto. Non riguarda solo la storia ma l’avvenire. È la speranza di un mondo migliore, che non mi ha mai abbandonato e come vede muove ancora molta gente». Ingrao è qui perché rivendica l’interpretazione movimentista del comunismo, e un poco anche quella confusionaria (a guardarla dall’esterno ovviamente). Si riparte da lontano, molto da lontano. Bertinotti condanna lo stalinismo, applaudono tutti anche i perplessi come i delegati boemi, applaude pure Ingrao. Ma non avevate già risolto con il XX Congresso del Pcus, 48 anni fa? «Lo stalinismo è stato un errore così grande che è bene ribadirne il rigetto. Io stesso ho riconosciuto lo sbaglio dopo qualche tempo, ma le cose non erano così semplici. La figura di Stalin non ha un solo volto. Io ho partecipato dell’emozione per la sua morte, perché Stalin era il vincitore del nazismo, l’uomo che aveva preso Berlino. Non ho saputo rompere in tempo, e ora l’età mi restituisce il peso del più grande errore della mia vita. Ma fu un errore diffuso, Togliatti ad esempio era un grande ammiratore di Stalin, e Krusciov ci rimproverò per questo con violenza».
L’alleanza europea della sinistra antagonista appare a Bertinotti l’anticipo di quanto potrà accadere in Italia: Rifondazione, verdi, cossuttiani (assenti) e sinistra Ds (rappresentata dal portavoce Mussi) uniti per contare di più nell’alleanza con Prodi. «Ma sarà una trattativa molto, molto difficile - profetizza Ingrao -. Mi sembrano posizioni così distanti. Io mi trovo bene qui tra gli ultrasinistri; Fassino non so. E anche D’Alema mi pare molto cambiato. L’ho conosciuto a Pisa quando organizzava le lotte del '68, era un buon comunista, figlio di un compagno, ma ora mi sembra piuttosto un centrista. Eppure quando Occhetto annunciò che avrebbe cambiato nome al partito, mentre io ero in Spagna a seppellire la Ibarruri, ricordo che D’Alema espresse le sue giuste perplessità». Chi le piace allora? Castro? «Di Castro ho un’opinione niente affatto buona, e non da ora. Quando andò al potere passai un mese a Cuba, e non mi piacque. Mancava, come dire...». La libertà? «Libertà è una parola grossa. Diciamo che mancava l’articolazione, la differenza. Una voce che non fosse la sua. I comizi li faceva solo lui: ore e ore da solo sul palco. Per riprenderci andavamo a fare il bagno, nelle conche sulla spiaggia dell’Avana. Chiedevo: di chi sono questi stabilimenti? Dello Stato, mi rispondevano. Mi appariva così assurdo. Il comunismo non poteva essere lo Stato che fa il bagnino. Tantomeno lo Stato che condanna a morte».
Tutto quanto appare forse un po’ tardivo, l’autocritica, il rimpianto, l’altra possibilità. Si dicono comunisti anche i cinesi, il primo ministro è qui a Roma. «Ma il loro è un centralismo soffocante» dice Ingrao. Mao invece... «Lo incontrai per la prima volta nel novembre del 1957, dopo il XX congresso e prima della rottura tra sovietici e cinesi: fu l’ultima grande riunione dell’Internazionale comunista. Mao venne a trovare Togliatti e me nella dacia dove alloggiavamo. Era un uomo di grande suggestione, però disse cose terribili: il comunismo vincerà, al prezzo di centinaia di milioni di morti. Mi parve eccessivo. Per fortuna non è andata così». I morti sono stati meno, e il comunismo non ha vinto. «Ma non mi pare che il mondo abbia sconfitto la barbarie. Mi hanno impressionato le immagini della tortura in Iraq. Mi sono ricordato che quando cospiravamo contro il fascismo la nostra paura più grande erano gli interrogatori violenti. Poi arrivarono i nazisti. Via Tasso. La pensione Iaccarino. Anche loro puntavano non solo a far male ai corpi, ma a umiliare il prigioniero, a negarne l’umanità. Ricordo un compagno di 19 anni che si impiccò in carcere per timore della tortura». Furono gli americani a mettere fine a quell’orrore, però. Come si possono accostare ai nazisti? Bush sarà a Roma il 4 giugno a commemorarne la liberazione, Bertinotti annuncia che il partito si unirà alla protesta. «E farà bene. La memoria non è mai separata dal presente. Bush è il capo dell’impero e io non sono nulla, ma se potessi gli chiederei solo: come è stato possibile?».
I delegati dell’Est sono giovanissimi. I palestinesi non sono potuti venire tranne uno, che piange sul palco. Ingrao compirà novant’anni il prossimo 30 marzo. Ha imparato da poco ad andare in motorino, però stavolta il partito gli ha mandato un’auto. «Che vuole, è la vanità umana. Finire sui giornali. Io ho cominciato da giornalista, il 26 luglio del ’43. Quand’ero direttore dell’Unità inventai la diffusione volontaria: anziché al mare, i militanti andavano con le copie sotto il braccio a farsi insultare nei condomini borghesi. L’Unità di oggi non mi dispiace, è sciolta, vivace, però i confronti mi deprimono. Sono diventato deputato nel ’48, ho presieduto la Camera negli anni di piombo, ma non c’è mai stato tra gli schieramenti un clima cupo e chiuso come ora. Gli anni dello scelbismo sono stati durissimi, la polizia sparava sugli operai, però in Parlamento si parlava. Se il mattino accadeva un fatto importante, la sera De Gasperi o il ministro venivano a riferire. Da quanto tempo si attende che Berlusconi spieghi in aula cosa farà in Iraq? Delle torture avete discusso?». Giordano, capogruppo di Rifondazione, fa segno di no.
In platea c'è un altro grande vecchio, Mario Monicelli. Curzi, Manisco, Ritanna Armeni. Israeliani e iracheni i più applauditi. Freccero. Aderiscono la Pds partito erede della Sed di Honecker e la rete Lilliput, il Pcf con la leader Marie-Georges Buffet e la teologa Adriana Zarri. Finlandesi, ciprioti e due delegazioni venezuelane. Agnoletto in giacca e cravatta. Lo slogan è sessantottino, «ce n’est qu’un debut» , ma è un inizio velato di malinconia, a giudicare dai libri sulla bancarella: Euro kaputt ; Game over . La sfida al G-8 ; La fucilazione dell’alpino Ortis ; Il pensionato furioso ; Rifondare è difficile ; La strage infinita . L’Indonesia dal pogrom anticomunista al genocidio di Timor Est ; Lamento in morte di Carlo Giuliani . Marco Ferrando leader dell’opposizione trotzkista distribuisce in proprio la sua opera, L’altra Rifondazione. Anche Ingrao ha la cravatta, un gilet azzurro, una rasatura affrettata che gli ha lasciato qualche ciuffo di peli bianchi. «Buon viaggio compagne e compagni» chiude il neopresidente europeo Bertinotti.
«Ecco, il movimento è importante - chiosa Ingrao -. Questa operazione è necessaria, per rispetto del passato e per preparare l’Europa a modo nostro. Il comunismo per me è speranza, è futuro, perché io sono comunista. Spero anche Bertinotti». Giordano fa segno di sì, va a sapere se è vero.

Pietro Barcellona

Repubblica, ed. di Palermo 9.5.04
Pietro Barcellona. Il professore comunista che indaga sull'attualità

Docente di diritto all'Ateneo di Catania è stato segretario cittadino e deputato del Pci. Dal 1997 non ha più alcuna tessera
Ateo e autodidatta i suoi grandi amori sono sempre stati la filosofia la psicanalisi la politica e la pittura
dilettante: Sono un dilettante di professione: mi interesso di tante cose, ma sempre a mezzo servizio
marxismo: Capisco rivedere il marxismo, ma i Ds stanno troncando ogni rapporto con la giustizia sociale
di AUGUSTO CAVADI


DA 40 anni partecipa al dibattito culturale e politico europeo, insistendo soprattutto sul paradosso dello Stato che si proclama difensore del cittadino ma, in realtà, lo impoverisce dei legami sociali e lo trita nei propri meccanismi. I titoli di alcuni libri, come L´individualismo proprietario del 1987, sono diventati formule di uso comune. Conosciutolo in qualche convegno, avevo ricavato l´impressione di una persona autorevole («Più che parlare, pensa a voce alta» commentava una studentessa alla fine di una sua conferenza), ma un po´ scostante.
Adesso, per la prima volta, incontro Pietro Barcellona senza l´apparato ufficiale di tavoli e pedane che lo innalzano - e un po´ lo isolano: e mi sembra più piccolo, più accessibile. Direi - con quel sorriso da bambino furbo ma mite - un po´ indifeso.
Gli chiedo se la sua vocazione originaria siano stati i libri o le battaglie politiche. «Tutto è cominciato con una lite. Mio padre mi aveva iscritto dai Salesiani e, in effetti, ho trovato un bravo religioso che insegnava filosofia. Ma, quando gli ho detto che il peccato originale era solo un´invenzione per mantenere la gente in stato di soggezione, abbiamo rotto. Diventai ateo, ma anche autodidatta. Un conoscente mi concesse di spulciare fra gli scaffali dove i libri dell´Einaudi aspettavano di essere distribuiti per la Sicilia orientale: e fu per me la scoperta del mondo. Procedevo nel disordine più totale: folgorato da Kierkegaard, saltavo da Freud alla teologia protestante del XX secolo, senza conoscere Hegel. Avvertii la vera passione della mia vita: indagare con curiosità il mio tempo, fare - per dirla con Foucault - la diagnosi dell´attualità. Mi confrontavo anche con il padre di un mio amico, il professor Giacobbe, indimenticabile figura di ebreo comunista. Dopo la laurea mio padre impose un ultimatum: o diventi insegnante entro pochi anni o vieni a lavorare nel mio studio di avvocato. Mi gettai allora a capofitto nel diritto, vinsi la cattedra universitaria e mi resi autonomo: potevo spaziare intellettualmente, senza rendere conto a nessuno, inseguendo i miei interrogativi più disparati. Da allora sono rimasto un dilettante di professione: mi interesso di tante cose, ma sempre a mezzo servizio. Con serietà, ma solo per diletto». Uno dei suoi primi scritti tocca l´economia e il grande Federico Caffè lo chiama per dirgli: «Il saggio d´interesse, che è l´argomento del tuo saggio, non l´hai capito bene: ma per il resto hai intuizioni davvero interessanti». La filosofia, la psicanalisi (soprattutto mediata da Castoriadis, l´esule greco che fonda a Parigi - con Lefort e Morin - la celebre rivista "Socialismo o barbarie"), la politica: questi tre amori ne fanno un meticcio della ricerca.
Ma nel 1973 la svolta della sua vita: l´intreccio intellettuale si complica, e si arricchisce, diventando anche impasto con la pratica. Barcellona organizza a Catania un convegno europeo sull´uso alternativo del diritto. Secondo il suo stile - guardare i saperi andando oltre i saperi - vuole soppesare il diritto per svelarne presupposti impliciti e conseguenze sociali. La risonanza dell´avvenimento (Laterza pubblica gli interventi più significativi) gli attira le ire dei fascisti: dunque anche minacce, anche aggressioni. Il Pci, vedendolo isolato all´interno di una facoltà «che è stata sempre conformista e tradizionalista», gli propone la tessera: un modo per proteggerlo, ma anche per fruirne la vivacità propositiva. Accetta ed è subito cooptato nel comitato regionale. «Conobbi Ingrao, ne divenni amico, seguii le sue richieste: segretario cittadino del partito, poi membro laico al Csm, poi parlamentare. L´esperienza della prassi mi ha arricchito come uomo e come pensatore. Venivo da una famiglia borghese, non parlavamo neppure il dialetto, avevo una visione astratta della società. Come militante fui costretto a immergermi nella concretezza del "popolo" effettivo. Ingrao mi aveva raccomandato che, da segretario cittadino, avrei dovuto almeno incendiare il municipio: mi limitai a occuparlo con i senza-casa delle periferie. In giro per le sezioni mi facevano mangiare il "sangele", una sorta di budello pieno di sangue bovino: poi, a casa, stavo davvero male. Però questa contaminazione vitale mi liberava dal radicalismo dei teorici. Gradualmente, ma irreversibilmente, capivo che la politica è mediazione nel senso alto della parola: meglio amministrare decentemente una città che morire da eroi all´opposizione. Tutto ciò ha modificato anche il mio modo di vedere il mondo: non da una sola angolazione, ma da molte e differenti».
Gli chiedo come visse la svolta del Partito comunista alla Bolognina. «È stata una scelta devastante - risponde - Che il marxismo dovesse essere ripensato non c´era dubbio. Ma Occhetto ha inanellato un errore dopo l´altro. Intanto, all´interno, ha travisato la posizione di quanti da anni lavoravamo con Ingrao, al Centro per la riforma dello Stato, per una revisione delle dottrine classiche in chiave critica: ha accusato di "conservatorismo" proprio noi che avevano ideato e realizzato le aperture più coraggiose, coinvolgendo ad esempio gli indipendenti di sinistra come Rodotà. Poi, all´esterno, ha cominciato a chiedere perdono per crimini che il Partito comunista italiano non ha mai perpetrato. Si è vergognato di una tradizione gloriosa. Ero e sono convinto, al contrario, che il Pci - come del resto la Dc - non sono stati bande di delinquenti, ma i pilastri della democrazia italiana. Il Pci non è stato mai leninista: se mai, ma senza dogmatismi, gramsciano».
Eppure, «più ingraiano di Ingrao», Barcellona resta nel partito per altri cinque anni. Non va con Rifondazione («Credevo nella necessità di non frantumare l´unità. E poi non mi ha mai convinto l´estremismo di Bertinotti: la politica non si fa sperando di non arrivare mai al potere, se no è testimonianza»). Accetta, uscito Ingrao, di presiedere il Centro per la riforma dello Stato: ma - «a riprova del fatto di essere uno sciamano, non un capo» - «combino un po´ di guai e mi sfiduciano. Tra l´altro, in quegli anni, sono stato molto critico verso l´inedito matrimonio fra sinistra e giustizialismo. Il Pds ha dimenticato la differenza fra diritto e politica, affidando ai magistrati il compito di abbattere gli avversari. Ha dimenticato che il giudice deve reprimere i reati individuali, non riformare i sistemi. Cancellare il confine fra la giustizia e la politica significa aprire la strada al berlusconismo: farsi le leggi a propria misura, in nome del consenso elettorale, è la perversione opposta, ma simmetrica, di chi ha delegato al protagonismo dei giudici la lotta politica. Urge ristabilire la differenza fra la regola e la forza: altrimenti ci condanniamo definitivamente all´imbarbarimento della vita civile consumato da Bush a livello mondiale e dai suoi mediocri imitatori a livello nazionale».
Dal 1997 non prende più nessuna tessera: «Capisco rivedere il marxismo, io stesso adesso mi definirei comunista solo in quanto ho una visione umanistica del cosmo. In quanto penso che l´uomo in carne e ossa debba avere la priorità rispetto alle leggi dell´economia capitalistica. Ma non si può abbandonare anche questa priorità per inseguire le mode americane. Su questo punto aveva ragione Augusto Del Noce quando avvertiva, da cattolico molto tradizionalista, che se il comunismo storico avesse perduto ogni fondazione etica si sarebbe ridotto all´alienazione del consumismo. Che hanno fatto i Ds? Stanno troncando ogni rapporto con la giustizia sociale?». Senza più tessere in tasca, da «comunista privato», si dedica a due progetti che gli stanno molto a cuore.
Il primo lo riguarda come docente dell´Università di Catania dove, con altri colleghi, si attiva per la fondazione del Centro Braudel perché «il Mediterraneo è un meraviglioso laboratorio di coesistenza degli opposti. È il luogo dove il conflitto non è negato, ma - come nella tragedia - rappresentato. E, per ciò stesso, in qualche misura, controllato». Mi consegna un dossier con la programmazione del Centro: gruppi di ricerca in varie università europee, colloqui internazionali, corsi di dottorato, master. Vedo che ricorre insistentemente la questione del rapporto fra globalizzazione e processi locali. «In effetti - aggiunge - il mondo si cambia a partire dalla propria relazione col vicino di casa: troppe persone sono generose con gli abitanti del Chiapas e fetenti col venditore ambulante dell´angolo».
Del secondo ambito di attività, che lo riguarda nella sfera più privata, parla con un pizzico di pudore ma con la malcelata soddisfazione di chi si appresta a stupire ancora una volta. «Sì, lo confesso con piacere: sono anche un pittore. Ho esposto in varie città, di recente anche a Roma e a Firenze. Sarei contento di far conoscere i miei quadri pure a Palermo. Ma, secondo i luoghi, bisognerebbe operare una selezione. Forse certi nudi risulterebbero troppo audaci?».
L´accenno alla pittura non è una nota, per così dire, di colore. Forse è l´esplicazione migliore di quello che, nel corso della conversazione, Barcellona mi aveva sottolineato come il filo rosso della sua caleidoscopica riflessione: «La minaccia epocale è oggi lo scientismo che comprime tutto alle sole dimensioni della scienza e della tecnica. Il mito americano ha successo presso i superficiali perché esalta lo strapotere dell´uomo sulla natura. Ma questo è gravemente riduttivo dell´uomo stesso. Non siamo riducibili solo al razionale e al funzionale: siamo anche magma immaginativo, macchina di simboli, eredità mitica».

«l'indifferenza di Caino»

Corriere della Sera 9.5.04
L’indifferenza di Caino
di ENZO BIAGI


Tema di questi giorni: la tortura. Protagonisti: gli Usa. Vittime della crudeltà: i prigionieri iracheni. Certe storie si ripetono. Trent’anni fa, a Parigi, andai a trovare Henri Alleg, alla redazione dell’ Humanité . Lo avevano arrestato ad Algeri durante l’estate 1957. Fu preso dai paracadutisti di Massu, lo portarono a El Biar, che era un posto di raccolta per quelli del Fronte di liberazione.
Alleg, piccolo, un po’ rotondo, sorridente, mi raccontò: «I fatti? Venivamo denudati, legati a un’asse marcia per i vomiti di quelli che c’erano passati prima, e poi lasciati così per ore, con certi tipi attorno che ci incitavano a parlare. Speravano bastasse la paura. Niente? E allora si passava agli esercizi, all’elettricità. Appendevano il prigioniero per i piedi, lo bruciavano con torce di carta: lo hanno fatto anche con me. Quando si sono contemplate delle cose orribili, quando le hai guardate, vissute su di te, si spera soprattutto che ciò non debba mai accadere ai tuoi figli, a nessuno su questa terra».
Ne parlai con Pierre Vidal-Naquet: insegnava storia romana all’università e aveva pubblicato un saggio sul problema. «Sono le ideologie stesse che prendono un aspetto totalitario. Si può torturare quando si crede di avere ragione, e sono molti quelli che credono di essere possessori della verità. E, quando si è tutori di una certezza, si ha la tendenza a imporla a chi non la riconosce».
La sociologia, la psicologia, la scienza spiegano quasi tutto, anche l’indifferenza e lo spirito di legittimità di cui è pervaso Caino che in qualche modo si presenta addirittura nelle vesti del salvatore e sempre dell’idealista.
Si è inventato anche un linguaggio: in gergo militare si dice «assumere informazioni», in quello giuridico e poliziesco «porre domande»; «torturare» è un verbo che si coniuga soltanto riferito ad altri.

vedere... toccare...

Repubblica 9.5.04
LO STUDIO
I risultati di un esperimento sui non vedenti
"La vista e il tatto ci trasmettono la stessa immagine"
La ricerca è stata svolta dall'ateneo di Pisa con la risonanza magnetica


ROMA - Guardare un oggetto con gli occhi o toccarlo con le mani: per il cervello non esiste molta differenza. L´immagine della realtà, ricostruita dal nostro organo del pensiero, non cambia se a fornire informazioni è un senso piuttosto che un altro. Questa la conclusione di uno studio dell´università di Pisa (in collaborazione con uno psicologo dell´università di Princeton) apparso a marzo su Proceedings of the national academy of sciences. «Abbiamo dimostrato - sintetizza Pietro Pietrini, coordinatore dell´equipe - che è possibile «vedere con le mani». Quando un non vedente o un uomo bendato analizzano la forma di un oggetto, poniamo una bottiglia, toccandolo con i polpastrelli, nella loro corteccia cerebrale si forma l´immagine della bottiglia. Quest´immagine è sostanzialmente identica a quella di una persona che osserva la bottiglia con gli occhi. Cambia il canale di afferenza delle informazioni, ma non il risultato finale».
I risultati sono stati ottenuti utilizzando immagini di risonanza magnetica. Ai volontari, in parte vedenti (bendati negli esperimenti), in parte non vedenti dalla nascita, è stato chiesto di riconoscere al tatto degli oggetti comuni come bottiglie o scarpe e delle maschere che rappresentavano dei visi. La scoperta, prosegue Pietrini, «apre la strada a nuove strategie di riabilitazione dei non vedenti». Le capacità di adattamento delle persone prive della vista già oggi rappresentano uno degli esempi più evidenti di plasticità cerebrale. «I nostri risultati - si legge nell´articolo - dimostrano che il cervello è organizzato in maniera molto più complessa rispetto a quanto sapevamo finora. Quella che siamo abituati a chiamare corteccia «visiva» appare in realtà indipendente dalla modalità sensoriale che fornisce informazioni.
(e.d.)

sabato 8 maggio 2004

...ma hanno mai saputo interpretare un sogno?

La Gazzetta del Sud 8.5.04
Catania Psicanalisti e filosofi a convegno
Sogni e pensiero creativo



«Il sogno: immagine artistica e pensiero creativo» è il titolo del convegno organizzato all'hotel Sheraton di Catania mercoledì 19 maggio alle 9,30 dal Comune e dall'associazione “Amici della collina” con il patrocinio dell'Ordine degli psicologi della regione siciliana, dell'Asl 3 e della facoltà di Psicologia dell'Università di Palermo. L'importanza dell'attività onirica nella lettura della proiezione psichica è evidenziata, con sfumature diverse, da Sigmund Freud e Carl Gustav Jung.
Ne discuteranno i relatori: Angela Maria Di Vita - Pa - (“Affetti e sogno nella vita femminile”); Ferdinando Testa - Ct - (“Il sogno dello spicanalista”); Roberto Ortoleva - Ct - (“Sogno e archetipo”); Robert Mercurio - Roma - (“Il sogno terra damnata e humidumradicale”); Salvina Artale - Ct - (“Il sogno nell'antica Grecia”); Maria Teresa Giraffa - Ct - (“Sogno e dimensione religiosa); Aurora Pollicina - Ct -(“Gli animali del sogno”); Rosario Puglisi - Ct - (“Sogno e patologia”); Luciano Perez - Roma - (“Le immagini sacre nei sogni”); Pasqualino Ancona - En - (“Il sogno nella diagnosi psichiatrica”). Chairmen: Bent Parodi e Daniele La Barbera. Saluti di Gaetano Sardo, assessore alla Cultura; Carlo Romano, ds Asl 3; Fulvio Giardina, presidente ordine psicologi; Orazio Licciardello, presidente corso di laurea in scienze psicologiche (Enna) e Ferdinando Testa, presidente dell'associazione “Adc”.

quanto abbiamo di meglio:
scambi culturali

Corriere della Sera 8.5.04
La cultura italiana sbarca a Pechino «Così restaureremo la Città Proibita»
Nella capitale, la prima multisala: «Cinecittà». E apre un museo archeologico
Verso Oriente
di Paolo Conti


ROMA - La cultura italiana sbarca in Cina su due fronti. La prima multisala cinematografica di Pechino da 14 schermi, che verrà aperta in uno dei principali centri commerciali, si chiamerà «Cinecittà»: sarà gestita dal marchio italiano di Cinecittà Holding attraverso la sua società di gestione Mediaport. Un’opportunità senza precedenti per la futura distribuzione e diffusione del cinema italiano come per quello europeo. Secondo fronte: Italia e Cina lavoreranno insieme al grandioso progetto di restauro del padiglione della Suprema armonia, il cuore della Città Proibita famoso in Italia grazie al film «L’ultimo imperatore» di Bernardo Bertolucci. Ed è solo il segmento di un accordo, raggiunto dal ministero guidato da Giuliano Urbani, ben più ampio e che prevede la realizzazione del futuro Museo archeologico di Pechino, la consegna al nostro Paese entro le Olimpiadi del 2008 di uno «Spazio Italia» di mille metri quadrati nei nuovi ambienti del Museo nazionale cinese e che sarà destinato ad esporre stabilmente i simboli della nostra cultura (dall’archeologia passando per la moda o la gastronomia e per finire con la Ferrari). Ancora: un secondo progetto di restauro per la città portuale di Tien-Sin (dov’è nato il primo ministro Wen Jiabao), che conserva il quartiere primo ’900 della vecchia concessione italiana.
L’esordio dell’intesa è fissato per il 6 giugno, quando il presidente Carlo Azeglio Ciampi, durante la sua visita ufficiale a Pechino, inaugurerà al Museo nazionale cinese la mostra «Civiltà romana» con 150 pezzi (tra marmi, bronzi, frammenti di affreschi, plastici ricostruttivi per esempio della Casa del poeta tragico di Pompei o dell’Anfiteatro di Pozzuoli) che proverranno da Roma (musei Capitolini, museo Nazionale romano) e da Napoli (museo Archeologico nazionale).
A Ciampi sta molto a cuore anche una seconda visita: quella al Centro nazionale del restauro cinese, nato anni fa col sostegno del nostro Istituto centrale del restauro (quando era diretto dallo scomparso Michele Cordaro) e con i fondi della Cooperazione, e che ora ha avviato il suo primo corso di formazione per 68 studiosi di tutte le 18 province cinesi. Anche in questi locali si parla italiano, buona parte dei docenti vengono dal nostro Paese.
La prima bozza di un programma congiunto è nata da una visita del ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani nel novembre 2002 a Pechino. Poi i contatti col suo omologo cinese, Sun Jiazheng, sono continuati concentrandosi soprattutto sul meraviglioso padiglione della Suprema armonia: 2377 metri quadrati di grande arte in legno a vista o laccato, pietra locale, mattone scuro. La struttura risale al 1400 come l’intera Città Proibita (vasta ben 720.000 metri quadrati) anche se la costruzione che conosciamo è sostanzialmente quella rimaneggiata nel 1644. Sui troni dell’aula si sono seduti 24 imperatori della fine della dinastia Ming e dell’intera dinastia Ching. Il ministero italiano ha organizzato sei spedizioni ad alto livello amministrativo, guidate via via dal direttore generale per l’archeologia Giuseppe Proietti (che ora svolge anche le funzioni di segretario generale del ministero), dal direttore generale per il patrimonio architettonico e il paesaggio Roberto Cecchi, dal direttore dell’Istituto centrale del restauro Caterina Bon Valsassina. Sono partiti geologi, chimici, restauratori del legno e della pietra, architetti, fotografi.
Il piano di lavoro è a ottimo punto. Il rilievo tridimensionale, affidato alla Sat Survey srl di Marghera (con la sponsorizzazione della Cm Sistemi di Roma) è già pronto: in tremila ore di lavoro uno scanner con laser tridimensionale ha realizzato una «nuvola» composta da milioni di punti che ha permesso una riproduzione fedelissima (nei colori come nelle strutture) del padiglione dal quale la Cina è stata politicamente pilotata per mezzo millennio. Durante i primi dieci giorni di giugno i tecnici del ministero procederanno con i primi saggi sulla pietra: analisi del degrado, possibili soluzioni tecniche. Entro la fine di settembre verrà consegnato il piano del progetto, destinato all’approvazione dei ministeri cinese e italiano. Se tutto andrà come previsto, l’Italia collaborerà concretamente con la Cina per il restauro più suggestivo del mondo intervenendo sui danni provocati dal tempo sia al legno che ai materiali duri.
Giuliano Urbani, che visiterà la Cina nei primi giorni di luglio, è entusiasta: «C’è grande soddisfazione per un’occasione straordinaria che viene offerta all’Italia e per il prestigio dei luoghi. Soprattutto c’è la fortissima speranza che questi accordi aprano la via a cooperazioni anche economiche e avviino un flusso di turismo culturale nei due Paesi».
Il direttore generale Proietti tiene a precisare un punto: «Tutta l’intesa si sviluppa su un piano assolutamente paritario tra Italia e Cina». Ed è sempre Proietti a immaginare uno scenario che inorgoglirebbe Cesare Brandi, che nel 1939 fondò l’Istituto centrale: «A Pechino, intorno al padiglione, potrà nascere un cantiere-scuola in cui i nostri tecnici aiuteranno i giovani cinesi ad apprendere il metodo italiano di restauro».
Un passaggio culturale sottolineato da Roberto Cecchi: «Con questo progetto la Cina si allinea ai canoni occidentali, e in particolare della scuola classica italiana, del restauro conservativo. È una questione molto rilevante, come si sa, di filosofia e insieme di tecnica». In Cina come in Giappone ha spesso prevalso la tendenza «sostitutiva», cioè un approccio non conservativo ma radicalmente ricostruttivo in caso di danni ai beni culturali. L’accordo con l’Italia segna invece una completa inversione di tendenza.
Proietti anticipa un ultimo programma per il futuro: «Una grande mostra parallela sull’impero romano e sull’impero Han». Periodo che, per la precisione storica, copre dal 206 avanti Cristo al 206 dopo Cristo. Ancora Proietti: «Il parallelismo nasce dal fatto che i cinesi individuano nell’antica cultura cinese la radice dell’Oriente e in quella romana la base dell’Occidente». Un bel racconto (soprattutto inedito) per due capitali piene di storia come Pechino e Roma.

venerdì 7 maggio 2004

Science: uomini e scimmie

APCOM 7.5.06 - 01:10
MEDICINA/ LA SEROTONINA AGISCE SU DISTURBI DEL COMPORTAMENTO
La sua mancanza causerebbe gravi disordini psichiatrici


Roma, 7 mag. (Apcom) - La diminuzione dei livelli di serotonina, un neurotrasmettitore molto importante, nelle zone frontali del cervello sarebbe la causa di molte malattie psichiatriche, come i disordini ossessivo-compulsivi, la schizofrenia e certe forme di comportamenti derivanti dalla tossicodipendenza.
Gi? si sapeva dell'importante ruolo della serotonina e della possibile associazione tra la mancanza di questa sostanza chimica e problemi psichiatrici, ma mai prima d'ora si era considerato questo problema in riferimento ad una specifica zona del cervello. Hannah Clarke dell'Università di Cambridge, Cambridge, in Gran Bretagna, riferisce in una ricerca pubblicata sulla rivista Science che per verificare tale ipotesi, ha diminuito i livelli di serotonina nella corteccia frontale del cervello di alcune scimmie, in una zona deputata all'apprendimento, alla concentrazione, alla presa di decisioni e alla pianificazione del futuro.
Le scimmie hanno mostrato subito dei cambiamenti, con comportamenti meno flessibili e con evidente coercizione a ripetere all'infinito certe azioni, piuttosto che adattarsi alle circostanze. I ricercatori riferiscono che i comportamenti osservati a seguito della diminuzione dei livelli di serotonina sono gli stessi osservati nell'uomo quando è colpito da disordini psichiatrici.

copyright @ 2004 APCOM

cristiani:
«ama il prossimo tuo...»
altri massacri anche in Indonesia, in Thailandia, in Sudan

Repubblica 7.5.04
Miliziani cristiani hanno attaccato la comunità musulmana
Secondo la Croce Rossa ci sono almeno 630 vittime
Nigeria, scontri a Yelwa
centinaia di morti
Case in fiamme a Yelwa


 YELWA - Almeno 630 persone sono morte nel massacro di Yelwa, nella Nigeria centrale, dove domenica scorsa la locale comunità musulmana è stata attaccata da miliziani cristiani. Lo hanno detto oggi testimoni e un responsabile della Croce Rossa, presso una fossa comune.
"La cifra è esatta - ha detto Abdu Mamairiga, responsabile della Croce Rossa per la gestione delle catastrofi nazionali in Nigeria - Tutti i corpi sono stati riuniti presso la residenza del capo (locale) e sono stati sepolti dietro ad essa". Gli abitanti di Yelwa parlano di 630 vittime ma per l'esponente della Croce Rossa "potrebbero essercene altri". D'altro canto l'agenzia France Presse ha riportato il racconto di un dirigente locale, Yakubu Haruna, vicino a un terrapieno di 50 metri per 10 servito da fossa comune: "Abbiamo sepolto oltre 630 persone - ha dichiarato Haruna - Alcune sono state seppellite dietro alle loro case".
Domenica la polizia aveva riferito di un attacco, portato da miliziani cristiani dell'etnia Tarok contro la comunità islamica di Yelwa, che aveva causato almeno 67 vittime. Ma con il passare dei giorni il bilancio si è aggravato fino a comprendere centinaia di vittime. Testimoni hanno riferito di decine di cadaveri mutilati e straziati per le strade, mentre migliaia di abitanti scandivano slogan islamici e invocano vendetta contro gli assalitori.
Il sanguinoso raid si inquadra nelle tensioni interetniche e interconfessionali che nei mesi scorsi hanno fatto diverse centinaia di morti nei villaggi al confine fra gli stati di Plateau e Taraba, nella Nigeria centrale. Da mesi nella zona è riesplosa la tradizionale rivalità fra i musulmani Fulani, che sono allevatori di bestiame, e i cristiani Tarok, che sono invece agricoltori. La maggior parte delle vittime risultano uccise a coltellate o perite nei roghi delle loro abitazioni date alle fiamme.

«Cesare o dio?»
la vocazione teocratica di cristianesimo e islamismo

La Stampa 7.5.04
IL WORLD POLITICAL FORUM OGGI ALLA KERMESSE TORINESE. TEMA: STATO E RELIGIONI, RAPPORTO DI INCONTRI E SCONTRI
PADRONI del SACRO
di Mario Baudino


(...)
Il filosofo Emanuele Severino porta al dibattito una analisi piuttosto spietata su quella che chiama la "vocazione teocratica" delle religioni. "È indubbia per l'Islam - dice -, ed è meno accentuata in altri culti, ma ben presente nella tradizione cristiana". Non come qualcosa di estraneo al messaggio evangelico. Anzi: "Sta proprio nell'affermazione di Gesù di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio".
Questa frase è stata letta perlopiù come un rivoluzionario invito alla divisione dei poteri, ma una lettura del genere, spiega Severino, rappresenta solo "l'intenzione esplicita della Chiesa, a partire da quanto diceva San Tommaso sull'autonomia di fede e ragione. Nonostante questo, il cristianesimo in sé persegue una teocrazia, e i fondamentalismi ne sono la prova. A Cesare non si può dare qualcosa che sia contro Dio, perché Gesù dice anche che non si possono servire due padroni, Dio e mammona. Quindi lo Stato non può essere contro Dio, e Cesare non può che essere cristiano". Per il filosofo Ragione, Stato, Fede, Dio sono le categorie su cui si sviluppa la nostra storia. E il modo in cui si strutturano ci riguarda da vicino. "Il nemico dell'Islam non è allora l'Occidente, cui peraltro appartiene. È la contemporaneità filosofica che dice: "l'agire umano è destinato a procedere senza vincoli". Sembra un problema antico, e invece è attualissimo: Cesare e Dio, Cesare o Dio?
(...)

il catto-freudismo di un filosofo "laico" e "di sinistra"
il prof. Cacciari e il «male radicale»

Repubblica 7.5.04
COMMENTO
Il male radicale
di MASSIMO CACCIARI


ECCOCI a ripetere per l'ennesima volta la medesima domanda: com'è possibile? Per carità di patria, fingiamo pure di ignorare quante Abu Ghraib siano perfettamente attive nel mondo in questo stesso momento, in quante cosiddette carceri si consumino i delitti incidentalmente e ingenuamente fotografati in Iraq. Come se non avessimo letto i resoconti di Amnesty International. Come non sapessimo tutti i motivi, anche quelli inconfessati e inconfessabili, per cui alcune potenze non hanno aderito alla Corte penale internazionale.
La Corte penale internazionale dovrebbe avere giurisdizione sui criminali di guerra, sui genocidi, sui delitti contro l'umanità. Ipocrisia sconfinata: mai si è chiacchierato tanto di diritti umani e mai si è forse così alacremente lavorato a costruire un mondo inumano.
Inumano? La retorica offende le vittime più dei torturatori. La realtà cruda è un'altra: solo quando lo scopriamo in tutta la sua oscenità, solo quando è sbattuto in prima pagina, ci ridestiamo al male radicale che ci affligge, che è proprio esclusivamente di noi uomini. Ma per volgerne via subito lo sguardo e consolarci dicendo che mai saremmo capaci di quegli atti. Che essi, appunto, non appartengono all'umano. E a chi allora? All'animale, forse? Assolutamente no. Agli angeli? Neppure, credo. Guardiamo allora in faccia l'orrore di queste immagini, se vogliamo tentare di conoscere noi stessi. Allora soltanto potremo sperare di oltrepassare la condizione che rende possibile l'orrore, per cui continuamente esso fa ritorno.
È la condizione della paura, dell'ignoranza che genera paura. Della paura che genera odio. Tutto ciò che lo istiga e ispira, tutto ciò che dissimula sotto la maschera di intolleranze liberatrici la prepotenza del credersi e proclamarsi superiori, tutto ciò che ritiene nemico ogni prossimo che non si identifichi a noi, sta oggettivamente dalla parte dei torturatori. Tutto ciò che combatte il terrore con le armi del terrore non ha alcun diritto di giudicare i criminali di Abu Ghraib. Ma proprio per questo, pietà per i torturatori. Non solo perché non sanno quello che fanno e si fanno. Pietà anche per la nostra natura che in loro si disvela secondo la più perfetta misura della sua miseria. Essa consiste essenzialmente nel credere che la propria superiorità (e perciò la propria stessa sicurezza) si esprima nella capacità di abbassare l'altro, di umiliarlo. Che la nostra vittoria consista nella totale sconfitta di chi ci ha affrontato. In questa fede trova fondamento il nostro male radicale. I torturatori di Abu Ghraib non sanno che la tortura innalza, invece, la vittima; che il terrore che infliggono non rifletterà, alla fine, che la loro stessa angoscia impotente. Quando i vincitori vedono nell'annichilimento del nemico la misura della propria forza, la loro vittoria è destinata a trasformarsi in impotente prosecuzione della guerra.
Forse anche a loro nelle scuole e nelle accademie tutto ciò era stato insegnato. Umano, troppo umano: comprendere ciò che sarebbe bene, e tanto a parole esaltarlo quanto contraddirlo nei fatti.

giudici, psichiatri, prigioni

La Stampa 7.5.04
SECONDO I GIUDICI IL RICOVERO NON SERVE
«L’ospedale psichiatrico è inutile per un omicida»
di A.Gaino


«L’ospedale psichiatrico giudiziario è soltanto un luogo di contenimento e non anche di cura. Non si può mandarvi a vivere per 5 anni un imputato di omicidio giudicato totalmente infermo di mente e attualmente ricoverato in una comunità psichiatrica protetta».
La legge, quando si tratti di soggetti socialmente pericolosi come in questo caso, non detta alternative al vecchio manicomio giudiziario. Perciò la prima Corte d’assise ha sollevato un’eccezione di costituzionalità che, se accolta dalla Consulta, potrebbe rivelarsi dirompente per il «sistema custodialistico» degli ospedali psichiatrici giudiziari e la pessima fama che li circonda. Il caso è quello del ventiseienne Davide Santoli che, il 20 ottobre 2002, uccise a coltellate il padre a Cambiano. A conclusione del dibattimento, accusa e difesa hanno concordato che il giovane non può essere punibile e il pm Manuela Pedrotta ne ha chiesto l’internamento in un ospedale psichiatrico giudiziario. I giudici hanno rinviato la sentenza per evitare che le terapie cui è sottoposto Santoli in una comunità psichiatrica protetta (i pazienti sono sorvegliati e non possono venirne via) «siano interrotte con pregiudizio della sua salute e dei piccoli miglioramenti prodotti dal complesso trattamento terapeutico cui è sottoposto».
La Corte ha disposto una perizia (lo psichiatra scelto, Mauro Nannini, ha ribadito la diagnosi per Santoli di «perdurante schizofrenia paranoide») e ascoltato gli specialisti che hanno seguito in precedenza Santoli al «Fatebenefratelli» di San Maurizio Canavese e poi nella nuova «struttura chiusa». E ieri ha emesso l’ordinanza scritta a quattro mani dal presidente Franco Giordana e dal giudice a latere Pier Giorgio Balestretti: «Sia la Corte Costituzionale a pronunciarsi se vada privilegiata la sola esigenza di sicurezza sociale» e «o non si debba piuttosto tener conto sia di questo profilo sia del dovere di curare tutti i cittadini, come la carta costituzionale prevede».