lunedì 28 giugno 2004

la santa Inquisizione e l'Indice dei libri proibiti

Corriere della Sera 28.6.04
AUTORI
Il saggio di Peter Godman basato sugli archivi dell’Inquisizione
di ARMANDO TORNO


Correva il 1996. Lo storico ateo neozelandese Peter Godman, professore a Tubinga, riusciva ad accedere agli archivi segreti dell’Inquisizione e dell’Indice dei libri proibiti. Due anni più tardi sarebbero stati ufficialmente aperti, ma allora molti documenti erano ancora inaccessibili. Cominciò così un viaggio tra quelle carte che contenevano quattro secoli di storia europea. Nel 2001 Godman pubblicava in tedesco I segreti dell’inquisizione , ovvero il resoconto di quell’odissea: era il suo primo libro rivolto al grande pubblico. Ora sta uscendo la traduzione italiana. Va detto che anche se sono passati soltanto pochi anni, l’impatto dell’argomento si è attenuato. L’attuale pontefice ha chiesto scusa a nome della Chiesa di quegli antichi errori e proprio in questi giorni il «Comitato del grande Giubileo dell’anno 2000» ha pubblicato gli atti del simposio internazionale dedicato, appunto, a L’inquisizione : un tomo di quasi 800 pagine, curato da Agostino Borromeo, in cui si offre una lettura cattolica e critica del fenomeno (è edito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, costa euro 60). Di più: le Edizioni dell’Università di Sherbrooke e la Librairie Droz hanno ormai messo a disposizione, sotto la direzione di De Bujanda, gli 11 ponderosi volumi dell’ Index des livres interdits , vale a dire il repertorio completo di quanto è stato proibito dalle varie università rinascimentali sino al 1966.
Ma torniamo a Godman. Il suo libro è scritto con spirito e sagacia, offre pagine non scontate, soprattutto mostra come il meccanismo inquisitoriale fu sovente un’arma a doppio taglio capace anche di ricadere sull’infimo censore ma anche sul papa stesso. Sceglieremo da quelle infinite storie qualcosa legato all’editoria, anche se tutte narrano una tragedia dell’intelligenza. In ogni caso, un giorno qualcuno non ispirato credette che avesse ragione l’imperatore Giustiniano (e il diritto penale associato al suo nome) nel decretare che fossero mozzate le dita a chi era sospettato di aver preso in mano libri proibiti.
Le vicende di Giordano Bruno, l’«inveterato eretico» che meritò il rogo per aver misconosciuto l’autorità del Sant’Uffizio più che per le sue teorie, o di Galileo Galilei, che peccò di «maldestra cortigianeria» suscitando le ire di Urbano VIII e la inevitabile condanna, sono soltanto le conseguenze più note del funzionamento di una macchina burocratica che non rispondeva sempre alla fede. Gli incartamenti visionati da Godman sono popolati da illustri dimenticati, come il consultore Francisco Peña (1540-1612), noto tra l’altro per un suo commento al processo del filosofo bruciato in Campo dei Fiori a Roma, in cui scriveva: «Nessun uomo è padrone della sua vita e del suo corpo, se non per quanto lo consente la legge». E il tutto va unito a pareri, opinioni, forse battute. C’è quella di papa Paolo IV, il fondatore del ricordato Sant’Uffizio regnante tra il 1555 e il 1559, che assicurò all’ambasciatore di Venezia di essere pronto - se necessario - a mandare al rogo anche il proprio padre. Godman coglie molteplici aspetti, soprattutto la messa al bando di celebri autori. È innegabile che ci furono decenni di confusione, o quanto meno di giudizi arbitrari. Si pensi che non mancò nemmeno chi era preposto a «purificare» la prima tradizione cristiana, intervenendo sui testi dei Padri della Chiesa. Sant’Agostino, ad esempio, ebbe alcuni suoi scritti considerati «cripto-luterani» e di Tommaso d’Aquino non poche pagine apprezzate dai calvinisti furono giudicate «spurie». Finì all’Indice Erasmo da Rotterdam con motivazioni che restano poco chiare; più comprensibile è il pollice verso per «l'abominevole eretico» Machiavelli, le cui opere si condannarono insieme con il suo nome nel 1559 e nel 1564 (furono incluse le Istorie fiorentine , che gli erano state commissionate da Clemente VII). Ma non si creda che i papi ne uscissero immuni. Pio II, Enea Silvio Piccolomini, ebbe i suoi Commentarii (di cui c’è un’eccellente edizione Adelphi) espurgati un secolo dopo la sua morte. Del resto, parlando della propria elezione, al capitolo 36 del I libro, Pio II racconta di cardinali corrotti, arroganti, stupidi e di un complotto dei suoi avversari riunitosi nelle latrine del conclave.
Ma quel che più sorprende è a volte il meccanismo incontrollato e bolso che colpiva. Ad esempio Descartes (1596-1650), il nostro Cartesio, fu condannato in blocco. Sia gli scritti latini che quelli francesi furono posti all’Indice «finché non saranno corretti». Eppure le sue Meditationes de prima philosophia si ispiravano agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio, il fondatore dei gesuiti, di cui il filosofo era stato allievo e poi corrispondente. C’è il sospetto che le sue opere furono vietate senza essere state lette, anche perché nel 1664 - 14 anni dopo la sua morte - non si aveva ancora l’idea su come intervenire e nel 1671 furono di nuovo richieste da Roma a Parigi perché pressioni esterne domandavano continuamente di liberare con gli opportuni accorgimenti gli scritti di un pensatore di primo piano.
Leibniz finì anch’egli in questo olimpo nero: ciò non impedì a molti di supporre che durante il suo soggiorno romano gli fosse stata offerta la porpora cardinalizia; Hobbes vi fu messo dal censore Giacomo Caracciolo, che quando lo inserì era ancora un giovanotto di primo pelo e sbagliò il suo nome, confondendolo con il cognome, consigliando infine i lettori di star lontano da tale «Thomas Gobes». Ci finirono gli illuministi, gli enciclopedisti, ci finì Kant con la sua Critica della Ragion pura . L’onore di questo inserimento si deve ad Albertino Bellenghi, che giudicò l’opera «tenebrosa». Questo non impedì qualche anno prima a Voltaire di essere posto all’Indice ma di avere un ammiratore in papa Benedetto XIV: gli inviò due onorificenze pontificie, una benedizione apostolica e una lettera di ringraziamento per il suo Mahommet . Anzi, in Vaticano anche il cardinal Querini lo stimava, tanto che ne tradusse l’ Henriade e il Poème de Fontenoy .
Tra gli infiniti altri esempi, ci soffermiamo brevemente sulla letteratura italiana. Tre autori come Fogazzaro, D’Annunzio e Moravia li ritroviamo puntualmente messi all’Indice, che è in sostanza l’unica cosa che li unisce. D’Annunzio e Moravia fanno già parte di un’epoca che usò questa condanna come la miglior recensione per diffondere le proprie opere. C’è poi chi ci scherzò, da buon cattolico. È il caso di Graham Greene (1904-1991) che si vide condannato dal Sant’Uffizio (era questa istituzione a esercitare la censura, perché nel 1917 l’Indice fu soppresso). Qualcuno aveva persino proposto di riscrivere il finale del suo celebre Il potere e la gloria . Nell’introduzione all’edizione 1971, notava: «Mi chiedo se un qualsiasi stato totalitario mi avrebbe trattato con altrettanta comprensione quando ho rifiutato di rivedere il libro, accampando il pretesto che erano i miei editori ad avere i diritti d’autore. Non c’è stata nessuna condanna pubblica, e la questione è sprofondata in quel pacifico oblio che la Chiesa saggiamente riserva ai problemi importanti». Sei anni prima, incontrando Paolo VI, Greene gli aveva ricordato la condanna. Il papa rispose: «Signor Greene, è indubbio che qualche passo del suo libro possa offendere alcuni cattolici, ma lei non deve farci caso».

Il libro di Peter Godman, «I segreti dell’Inquisizione», è edito da Baldini Castoldi Dalai, pagine 360, 16

Luciana Sica
su arte e psichiatria

Repubblica 28.6.04
Saggi
Arte e psichiatria se l'ansia uccide lo sguardo
LUCIANA SICA


Eugenio Borgna affronta i temi che da sempre lo catturano - le penombre della malinconia, le angosce della condizione psicotica, le ferite dell´ansia - in un catalogo delle emozioni che spazia nell´universo della letteratura e della filosofia. Anche in questo suo nuovo libro, il dolore del vivere rientra negli sconfinati orizzonti di senso della vita interiore, con un puntuale rimando a certi versi dei poeti o alle riflessioni dei grandi pensatori. Ma con una novità: qui è in gioco soprattutto il rapporto tra psichiatria e creatività, è il lavoro di alcuni artisti del Novecento a diventare specchio degli aspetti oscuri della mente.
Van Gogh, Munch, de Chirico, Sironi, Bacon? nella lacerazione dei paradigmi dell´arte classica, il linguaggio dei corpi dilata la conoscenza degli smarrimenti dell´anima. Scorrendo le pagine di questo libro, che racchiude alcune significative immagini pittoriche, si coglie come la dimensione estetica dell´opera sia legata alla sua capacità di metterci in contatto con le alte maree delle emozioni.
Al tema "senza fine" del volto, è dedicato il capitolo forse più intenso. Non c´è solo il tempo dell´orologio che procede implacabile: c´è anche un tempo interiore che ritrasfigura i volti, quando lo sguardo non è più capace di relazione, di costituire un ponte che colmi la distanza con l´Altro. O, per dirla con Giacometti, tutti noi abbiamo occhi, ma non tutti abbiamo sguardi: l´angoscia può portarseli via.

Eugenio Borgna, Il volto senza fine, Le Lettere, pagg. 150, euro 14

scuola e cristianesimo, due articoli di Simona Maggiorelli:
cosa ci cucina Moratti per il prossimo anno scolastico

Avvenimenti in edicola
Scuola market
La riforma Moratti e i cambiamenti dal prossimo anno scolastico
di Simona Maggiorelli


Sono appena finite le lezioni, ma per studenti e professori non c’è di che rilassarsi. A settembre troveranno una scuola profondamente mutata nei propri connotati fondamentali. Genitori e studenti si troveranno ad avere a che fare con una scuola in complesso molto più povera di contenuti culturali. E povera anche sul piano delle risorse materiali da investire nei corsi, visto il forte taglio di risorse deciso dal Ministero. «Una scuola molto diversa da quella che hanno conosciuto, mutata nei suoi aspetti costituzionali», denuncia il sindacalista Enrico Panini. «Sulla scuola secondaria superiore si stanno accentuando le attenzioni del Ministero e del governo e nei prossimi mesi – preconizza il segretario generale della Cgil Scuola - ci saranno grandi manovre di cambiamento». Intanto non esisterà più l’obbligo scolastico previsto dalla Costituzione, con l’attuazione del decreto legislativo che prevede l’introduzione di un più vago ”diritto-dovere all’istruzione e alla formazione”. E diventerà percorribile un’alternanza fra scuola e lavoro che, al nocciolo, significa, a partire da 15 anni, lavoro in fabbrica, normale lavoro di attività produttiva, con l’aggiunta di un ridottissimo rapporto con l’istruzione. Per questo gli istituti potranno stipulare convenzioni con le camere di commercio, con le imprese e con enti pubblici e privati. Ci saranno periodi più o meno lunghi di tirocinio in azienda e le esperienze di lavoro frutteranno crediti formativi riconosciuti dalla scuola. «In pratica si reintroduce la separazione tra scuola vera e propria e avviamento al mestiere - dice Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas scuola - come accadeva prima della riforma del ’62, con in più l’aggravante, che oggi chi esce da questi percorsi non arriva a praticare un mestiere, perché la scuola non fornisce una vera abilità professionale e le aziende vogliono soprattutto manovalanza senza pretese, apprendisti flessibili e sottopagati da mantenere in una perenne precarietà».
Non tutte le regioni italiane, però, sono disponibili a fare questo salto. E non tutte le scuole, anche all’interno di una stessa regione o provincia, accettano di applicare la Legge 53, portando l’orario a 27 ore, più alcune ore facoltative, introducendo la figura del tutor (insegnante coordinatore che dovrebbe funzionare da raccordo fra scuole e famiglie e che i sindacati vorrebbero poter contrattare con il ministro), le materie facoltative e il portfolio di valutazione, insomma tutte le novità previste dalla Moratti. La riforma del titolo V della Costituzione ha permesso, nel bene e nel male, ad alcune regioni - alla Toscana, all’Emilia Romagna, alle Marche, all’Umbria in primis - di dire un primo no. È accaduto durante la conferenza unificata Stato Regioni del dicembre scorso. Ma gli effetti concreti di quella opposizione ancora non si vedono. E in ogni caso si potrebbe arrivare a un sistema scuola decisamente a macchia di leopardo, con differenze sostanziali, fra istituti anche a pochi chilometri gli uni dagli altri.
I nuovi programmi
All’orizzonte autunnale, oltre alla riforma dei cicli, si profila soprattutto un rimescolamento e una disarticolazione complessiva dei programmi e delle materie di studio, con tagli e vistose lacune. Preoccupa l’idea di “sapere” che si legge in filigrana nei programmi Moratti che hanno cominciato a circolare. Partiamo dalle maltrattate scienze. Bene, si scopre che l’ostracismo che la Moratti ha scatenato contro Darwin e la teoria dell’evoluzionismo nel decreto legislativo dello scorso febbraio non è affatto rientrato. Allora il ministro scriveva: «Le indicazioni nazionali privilegiano le narrazioni fantastiche, i miti delle origini ...». Sono partite da qui le reazioni forti dell’Accademia dei Lincei. Ai ripetuti appelli dell’intellighenzia della scienza italiana che paventava un ritorno al creazionismo e a teorie di fede ascientifica il ministro Moratti ha risposto con promesse di passi indietro. Istituendo una commissione di saggi e invitando Rita Levi Montalcini a guidarla. Ma passati più di tre mesi, la commissione non si è ancora riunita. E non si parla più di modificare i programmi.
Nel corpo della storia
I programmi di storia sotto la scure Moratti. Sparisce il colonialismo, spariscono le crociate e l’inquisizione. «L’insegnamento della storia – denuncia lo storico Adriano Prosperi – si trasforma in una favola edificante, cucita intorno all’Europa cristiana, che non sarebbe mai stata percorsa da conflitti».
E di questo passo, addio all’insegnamento di storia antica alle medie, dove, invece, tornano taglio, cucito e ricamo, insieme alla dominanza delle tre famigerate “i”: informatica, impresa e inglese in ottemperanza alle logiche del mercato. Ma, anche in questo caso, non senza contraddizioni e ombre, visto che al contempo si tagliano i fondi alle scuole (in tre anni tagli del 60 per cento dei contributi sul funzionamento della scuola, una media del 20 per cento in meno all’anno) e dunque sarà difficile poter acquistare computer e attrezzature per l’insegnamento di nuove tecnologie. L’aumento di ore di studio della lingua internazionale per antonomasia poi è, alla resa dei fatti, più presunta e auspicata, che reale. Alle elementari che hanno in programma lingue straniere, per esempio, le tre ore oggi obbligatorie di inglese si ridurranno a una. Le altre due dovranno essere richieste dalla famiglia fra le attività facoltative. Così anche alle medie dove le ore di inglese passano dalle attuali 99 annuali a 54, per far posto, in parte, alla seconda lingua (francese, spagnolo e tedesco). E da più parti - dai sindacati, dai genitori e insegnanti che più volte sono scesi in piazza in questi mesi - è anche e soprattutto quest’idea di una “scuola flessibile” ad essere criticata, una scuola dove le famiglie potranno acquistare come al supermarket quei percorsi formativi più adatti ai loro figli, o più semplicemente quelli che si potranno permettere dal punto di vista economico. E questo mentre la qualità e i contenuti culturali dei programmi continuano a inabissarsi.
Si starà a scuola, forse, più o meno per lo stesso range di ore, ma il tempo pieno diventerà sempre più “dopo scuola”, con più ore per la mensa e la ricreazione e meno per l’insegnamento e con il tentacolare espandersi di quelle materie di cosiddetta educazione alla “convivenza civile” che va dall’educazione stradale, a quella ambientale, dall’educazione alimentare a una generica educazione all’affettività, che ancora il ministro deve spiegare di che si tratti e chi la insegnerà. Ma soprattutto, la vera reginetta sarà “l’educazione cattolica”, ombra lunga sottesa a tutte le materie umanistiche e non, declinata fra ore di religione e insegnamento della più volte evocata “antropologia cristiana”, mutuata dalla Conferenza episcopale.
Scuola e religione
«Il ministro ha firmato con il Cardinale Ruini un’intesa sui programmi di insegnamento di religione cattolica in cui si dice che la scuola deve assumere come punto di vista l’antropologia cristiana. Da una scuola laica andiamo a una scuola confessionale - rilancia il dirigente della Cgil Panini - siamo di fronte a una chiara scelta, tutte le indicazioni fornite dalla Moratti sono più o meno infarcite di un’ottica confessionale. La Legge 53 sulla riforma della scuola fissa al capitolo primo, l’educazione ai valori spirituali».
Questo riguardo ai contenuti culturali. Sul piano economico, come incentivo, la Moratti offre bonus alle famiglie che scelgono le scuole private parificate, in maggioranza cattoliche. «A dire il vero - conclude Panini - la scuola privata è l’unico grande amore del ministro Moratti. È arrivata perfino a modificare le norme in modo tale che queste scuole possano fare come credono meglio. Da qui il boom dei diplomifici a cui stiamo assistendo. In un momento di tagli per la scuola pubblica, i soldi per le private il ministero riesce a trovarli. E questo indubbiamente grida vendetta». Insomma quando il ministro dice che l’Italia, diversamente dal resto dell’Europa, ha un monopolio che è quello della scuola pubblica, denuncia chiaramente quali sono le sue intenzioni. «Ma - commenta il sindacato - dimentica di dire che il ruolo della scuola pubblica è sancito dalla nostra Costituzione».

Avvenimenti in edicola
Scocca l’ora di religione
Remo Ceserani: “La scuola della Moratti falsifica la storia”.
di Simona Maggiorelli


Insieme a Lidia De Federicis, una ventina di anni fa mise insieme uno dei manuali più stimolanti per la scuola superiore, Il Materiale e l’immaginario, una serie di sette volumi che invitavano lo studente, durante il triennio, a ricercare fra letteratura e storia, a ritagliarsi, con i professori e via via sempre più autonomamente, propri percorsi critici, all’interno di una materia letteraria che allargava lo sguardo oltre i confini della vecchia Europa. «Ancora oggi - racconta Remo Ceserani, docente di letterature comparate all’Università di Bologna - mi capita di incontrare persone che lavorano nell’editoria, giornalisti, ma anche avvocati e gente che fa i mestieri più diversi che mi dicono: a quel tempo ho imparato moltissimo su quei libri».
Nella scuola di oggi che accoglienza ha quel suo manuale laboratorio?
Anche se continuano ad esserci delle scuole che lo adottano, oggi sarebbe molto difficile proporlo su larga scala.
Cosa è cambiato?
Allora ci fu un momento di tensione ideale che non era solo del nostro manuale, era della scuola nel suo insieme. C’è stata una classe di insegnanti che si è entusiasmata per un tipo di lavoro un po’ diverso dal solito che richiedeva collaborazione fra colleghi, programmazione, e studio, lavoro in proprio. Che viveva la scuola come momento di comunicazione, di crescita comune.
Per gli studenti, anche se giovani, significava provare per la prima volta il piacere di fare ricerca?
Il Materiale e l’Immaginario era un modo di fare ricerca a livello della scuola superiore. Un elemento che è andato perso.
Con un’idea nuova di letteratura.
Ci credevo allora e continuo a crederci oggi, la letteratura non è un messaggio spirituale che viene dalla pura e semplice intuizione come avrebbe voluto Croce, ma nasce in un rapporto forte con la materialità della vita, con le sofferenze, con il lavoro. Adesso si parla tanto di studi culturali, quello era già un tentativo di collegare gli studi letterari a quelli culturali e sociali. Era il tentativo di imbastire un tipo di storia plurima che, per altro, non avevamo inventato noi ma ci veniva da alcuni modelli, dalla scuola francese di Les Annales, per esempio.
Il modello di scuola proposto dalla Moratti, sembra preferire una cultura tecnica parcellizzata e al tempo stesso, un po’ come all’epoca di Bacone, un patto forte con la Chiesa, come a dire a voi demandiamo le cose dell’anima noi ci occupiamo solo delle cose fattuali.
Mi viene in mente un articolo di Pietro Citati, alcune settimane fa, su Repubblica. Un intervento cartina di tornasole, che dimostra profonda incompetenza, mettendo Berlinguer e la Moratti sullo stesso piano, cancellando ogni differenza.
La crisi della scuola non data già dal ministero Berlinguer?
Come ministro Berlinguer ha fatto alcuni errori. Sbagliato il modo in cui è stato calato nella scuola, senza sufficienti mezzi, senza adeguata discussione e preparazione. Ma non era un progetto di un incompetente.
E la Moratti?
Non esito a dirlo, è a tutti i livelli un’incompetente. Il suo modello di scuola è una combinazione fra una scuola privata delle Orsoline e un college americano per fanciulle stile Vassar. Un mix micidiale. E la cosa che mette più in allarme è che si è circondata di pedagogisti di scuola cattolico-americana, una delle correnti della pedagogia, a mio avviso più pericolose.
In che senso pericolosa?
Perché hanno un’idea della pedagogia e della didattica molto tecnica e semplicistica, quando l’educazione, sempre di più, è un’operazione complessa. E poi propugnano uno spiritualismo molto piatto. Non so se ha visto i programmi della Moratti.
Al centro pongono la questione dell’educazione spirituale, religiosa, mentre c’è stata una discussione e poi un’esclusione di tutto questo dalla Costituzione europea. I francesi, in modo particolare si sono impuntati, hanno preteso che fosse dato un profilo laico all’Europa, in questo programma che io ho davanti c’è scritto il contrario. Si dice che: «un ragazzo ha consapevolezza sia pure in modo improduttivo delle radici storico giuridiche, linguistico letterarie e artistiche che ci legano al mondo classico e giudaico cristiano e dell’identità spirituale e materiale dell’Italia e dell’Europa». Io sono per un’idea di Europa esattamente opposta, cioè un’Europa delle differenze, un’Europa che è ricca proprio perché ha tante culture e tante spiegazioni del mondo e che ha tante diverse spiritualità, tante diverse materialità; questo, mi pare, dovrebbe essere la base di una moderna collettività europea.
E questi richiami a una vaga antropologia cristiana che, secondo il ministro Moratti, dovrebbero diventare il contenuto sotteso a differenti discipline umanistiche?
Quella frase che leggevo poca fa prosegue in maniera ancora più esplicita, dice: l’educazione di un ragazzo «colloca la riflessione sulla dimensione religiosa dell’esperienza umana e l’insegnamento della religione cattolica impartito secondo gli accordi cofondatari e le successive intese». È evidente che qui è al primo punto l’insegnamento della religione. È considerato il profilo fondativo e fondamentale della nuova scuola.
In questo contesto difficile pensare a una libera ricerca. E questo aspetto riguarda la scuola media superiore, ma anche l’Università?
Il mondo si sta sviluppando in modo molto rapido. In questo orizzonte di “globalizzazione” occorre una ricerca avanzata, intensa, a tutti i livelli e occorrono investimenti. Invece sono stati largamente ridotti. Si sono privilegiati alcuni settori rispetto ad altri: da un lato una scelta ideologica, dall’altro legata al mercato. Si privilegiano quelle ricerche che hanno delle ricadute nella produzione. In modo estremamente miope. La ricerca oggi, invece, è basata su tempi più lenti, le ricerche di base hanno una gradualità prima di arrivare alle applicazioni. Naturalmente questo richiede quattrini, non ha un immediato tornaconto.
Nel frattempo?
L’Italia si impoverisce se non rimane all’altezza della Cina o di quei paesi orientali che in questo momento stanno facendo dei passi enormi, investendo energie umane in questi settori.
Lei insegna letterature comparate. La produzione di paesi fin qui ai margini del canone occidentale adesso sembra segnare un punto di maturità, non più di sudditanza.
È così. In tutti i paesi occidentali la letteratura ha perso il compito di fornire materiali per l’identità nazionale; e quindi c’è stata un’apertura, almeno nei paesi più intelligenti, verso le differenze. La letteratura, in questo senso svolge un ruolo importante, succedeva già nella letteratura greca, già con i Persiani di Eschilo. I Greci ebbero questo improvviso e quasi mortale scontro con i Persiani ma Eschilo scrisse una tragedia sui nemici, per capire come erano fatti.
Con la riforma Moratti, invece, pare, ci si occuperà sempre meno di altri popoli. Di Fenici e Assiri Babilonesi, per esempio, soltanto al liceo, non più alle medie. Cosa comporterà questa perdita di uno sguardo largo sulla storia?
Purtroppo sono le parole d’ordine dei pedagogisti che stanno mettendo le mani sulla storia, uno dei territori sui quali è più facile compiere quest’operazione semplificatoria. Spalmeranno un po’ di storielle, dalle elementari in avanti. I miei colleghi storici sono disperati, si perde il senso della ricerca storica e delle tante storie. Una delle cose che avevamo tentato proprio con il Materiale e l’immaginario era cercare di cogliere l’eco delle tante storie. Che hanno un’applicabilità didattica molto importante, perché i ragazzi, così come nelle scienze possono lavorare in laboratorio, nella storia lavorano sui documenti a disposizione e imparano a conoscere il mondo in questo modo.

domenica 27 giugno 2004

calo demografico, un convegno a Genova:
«stress e paure, cala il desiderio»

Repubblica 27.6.04
Genova, duemila esperti a convegno spiegano il calo demografico: il problema non è solo sociale
Natalità, l'allarme dei ginecologi "Stress e paure, cala il desiderio"
Si alza l´età in cui si decide di avere figli, il parto naturale spaventa e tutto diventa difficile
di Donatella Alfonso


GENOVA - Quello che sempre più spesso le donne non dicono ai loro partner è: «Facciamo l´amore, fammi fare un bambino». Il calo del desiderio femminile è la realtà con la quale con frequenza crescente i ginecologi italiani si scontrano quando le pazienti lamentano mancate gravidanze. «Il primo figlio si fa a 31-32 anni, perché c´è da studiare, costruire una carriera, sistemarsi; poi c´è un periodo di stabilizzazione necessaria per la nuova famiglia» spiega Nicola Ragni, primario di Ginecologia e Ostetricia al San Martino di Genova e co-presidente con il professor Emilio Imparato dell´80° congresso della Società di Ginecologia e Ostetricia che si apre oggi a Genova con una "lectio magistralis" del professor Umberto Veronesi sul tumore al seno davanti a 2000 ginecologi. «Ma a 35 anni l´ovocita mostra già i primi elementi di menopausa; e intanto ne appare uno dei primi segni, il calo del desiderio - prosegue Ragni - I rapporti sono sempre più spesso a livello meccanico, manca l´aspetto legato ai sentimenti, all´emotività; si sa che si deve fare l´amore perché certe spinte ogni tanto arrivano. Ma, rispetto agli uomini, per la donna il problema è sempre più forte». Meno rapporti sessuali, meno nascite: colpa anche delle pressioni sociali, delle incertezze del momento storico attuale? «Mi sembra una sciocchezza: le nascite raggiungono il massimo nei paesi dove peggiori sono le condizioni di vita, non penso che in Italia si fanno meno figli perché si pensa che ci sia un cattivo governo - puntualizza Romolo Rossi, ordinario di psichiatria a Genova e psicanalista, tra i partecipanti alla tavola rotonda sulla nascita, in programma domani al congresso - Sono crisi cicliche, già accadute nell´impero romano, andamenti circolari delle società. Se mai, dalla mia esperienza clinica vedo che non c'è dramma più grosso per le donne che non avere figli, al punto da diventare una causa fortissima di depressione. La paziente può magari aver raggiunto grossi risultati sul lavoro, ma si sente fallita per la mancata maternità, perché questo la società le imputa; e si è resa conto di aver perso il grande, intoccabile vantaggio che aveva sull´uomo: dare una vita. Il che non toglie che manchi la spinta affettiva a questa maternità: si mangia anche se non si ha fame, quando si ha tempo. Così è per l´amore, che non si sa più fare. E maternità e affettività vanno sempre insieme».
Molto spesso, le donne che non riescono ad avere figli passano alla procreazione assistita; fare l´amore, come nel "Mondo Nuovo" di Huxley, non serve più. «Ma il desiderio di maternità è il motore della nostra vita, è ovvio che si cerchino strade alternative - spiega Nicola Ragni - ma se la maternità è frutto di tecniche che tolgono poesia e coinvolgimento, spesso la vita sessuale continua a restare un elemento casuale, secondario. C´è da considerare che sempre più spesso le donne pensano alla maternità come realizzazione del "prodotto perfetto": il bambino roseo, biondo e bello, quello che nasce dal cesareo senza correre rischi. Anche perché, come diceva Ivan Illich, la nostra capacità di far fronte alla sofferenza è ormai finita». I cesarei crescono non solo in Italia, ma qui la media viaggia ormai sul 33%, mentre secondo i ginecologi sarebbe giustificata nel 15-20% dei casi; e se il numero cresce nelle strutture private (considerando quindi anche una responsabilità dei sanitari, oltre che la scelta della donna), ci sono regioni come la Campania dove si arriva al 53% dei parti eseguiti chirurgicamente.

cultura tolemaica:
gli adolescenti secondo le neuroscienze

La Stampa 27 Giugno 2004
NUOVI STUDI SUL CERVELLO DEI GIOVANISSIMI, UNA REALTÀ ANCORA MISTERIOSA
«Passione e forza, ma niente freni»
Neurologi e scienziati al lavoro per «capire» gli adolescenti
di Raffaella Silipo


Capire un adolescente? Non si può, direbbe qualsiasi genitore di fronte agli inquietanti alieni che hanno preso il posto dei suoi deliziosi bambini. Qualcosa si può fare, sostiene invece Barbara Strauch, esperta americana che abborda la «questione teenager» dal punto di vista delle neuroscienze: la sfida del suo libro «Capire un adolescente» (Mondadori) è «vedere come cambia il cervello dei ragazzi tra i 13 e i 18 anni» attraverso i più recenti studi dei neurologi.
Cervello e adolescenza normalmente vengono collegati solo «a contrario», come due entità che si sfiorano appena. «Un libro sul cervello degli adolescenti? Sarà breve» era la battuta che si sentiva inevitabilmente fare l’autrice agli inizi delle sue fatiche. D’altronde non è da ieri che i teen agers sconcertano il mondo. Già Aristotele sosteneva che a questa età si hanno «desideri volubili» «tanto passeggeri quanto impetuosi» e Shakespeare liquidava il loro cervello definendolo «in bollore». Eppure i neuroscienziati per la prima volta stanno studiando l’adolescenza: la loro è una scienza in divenire che, al pari dei ragazzi che ne sono l’oggetto, sfugge a qualsiasi regola. «E’ possibile - si chiede la Strauch - che ci conducano in territori ancora inesplorati? Che ci aiutino a capire perchè un teenager può essere così simpatico e allo stesso tempo così insopportabile?»
Quel che è certo è che nell’adolescenza non soltanto il corpo è sottoposto a cambiamenti radicali, ma anche la mente: cambiamenti paragonabili per entità a quelli che avvengono nella prima infanzia. In particolare «sembra che le funzioni più complesse come il ragionamento, la motivazione e la capacità di giudizio, si sviluppino gradatamente durante l’infanzia e l’adolescenza grazie alla ricchezza delle sinapsi». Per cui se da un lato è lecito aspettarsi che i ragazzi inizino a dimostrarsi capaci di ragionamenti sempre più articolati, dall’altro «non dovremmo sorprenderci se hanno difficoltà a prendere decisioni». Col passare del tempo il cervello selezionerà le sinapsi, manterrà solo quelle utili e «poterà» le altre.
Un’altra trasformazione neurologica fondamentale negli adolescenti è il rimodellamento dei lobi frontali, quella parte di cervello che ci consente di resistere agli impulsi. Ecco perchè «molti ragazzi di quell’età non riescono semplicemente a prevedere le conseguenze delle loro azioni. Possiedono passione e forza ma nessun freno inibitorio». Collegata a questa caratteristica ce n’è un’altra che discende dal fatto che in un cervello adolescente il processo di «mielinizzazione» , cioè grosso modo di isolamento degli impulsi cerebrali, è ancora in atto. «Le emozioni che percepiamo - spiega uno scienziato - hanno due componenti, una viscerale e una concettuale. Nell’infanzia e adolescenza le esperienze emotive non sono perfettamente integrate con i processi cognitivi».
Gli esempi e le teorie sul cervello dell’adolescente sono moltissimi: è un filone di studi molto vivace («Time» vi ha persino dedicato la copertina), tanto quanto è vivace lo sviluppo delle menti dei teenager, finchè non incomincia a rallentare, a tranquillizzarsi, a ridursi e specializzarsi: da giungla incolta si trasforma in bonsai. Un sollievo per tutti, ma anche un peccato per quelle potenzialità che mai troveranno realizzazione. Perchè è vero, conclude la Strauch, «gli adolescenti sono un po’ strampalati. Ma lo sono sulla base di un progetto ben preciso. Non sono mai strampalati per caso».

Milano
cresce l'abuso di psicofarmaci

Corriere della Sera 24.6.04
«Giovani e sballo, medicine usate come droga»
Cresce l' abuso di psicofarmaci, oltre 100 morti in incidenti. Campagna contro gli stupefacenti ispirata al film di Tarantino
di Paolo Foschini


MILANO - Siamo lì ormai da anni e la tendenza è confermata sempre più: i più giovani lo fanno soprattutto alla ricerca dello sballo, gli adulti perché stressati dall’ansia di prestazione, efficienza, produttività, successo, insomma il mercato di ecstasy non sembra conosce crisi e quello di cocaina tira più che mai anche sui luoghi di lavoro.
La novità che si profila come sempre più allarmante invece è un’altra: ed è il consumo in crescita costante, specie fra i giovani ma non solo, di tutte quelle cose come sonniferi, antidepressivi, stimolanti, amfetaminici o al contrario tranquillanti, insomma tutto il repertorio di pastiglie che il parlar comune non definisce propriamente «droghe» ma che in caso di abuso possono diventare un pericolo assai simile.
Pericolo di cui - e questo è il punto - spesso manca un’esatta percezione. Sono queste alcune tra le conclusioni della ricerca annuale presentata ieri dal Comune a sostegno dalla sua campagna 2004 antidroga: che culminerà sabato, giornata mondiale della lotta agli stupefacenti, con una festa gratuita alla discoteca «Shocking» accompagnata da un manifesto destinato a tappezzare Milano e ispirato al Quentin Tarantino più recente. Anziché «Kill Bill» la scritta recita «Kill Drug», seguono droghe cancellate con un tratto di penna come nella locandina del film.
«Questa campagna rivolta ai ragazzi - spiega l’assessore ai Servizi sociali, Tiziana Maiolo - non vuole essere né paternalistica né terroristica. Vogliamo fare solo informazione, e quindi prevenzione, andando a cercare i giovani là dove sono». Cioè in discoteca, ma anche in una serie di iniziative e incontri organizzati in città al fino al 27 giugno, e naturalmente su Internet: dove il primo luglio sarà inaugurato il portale www.progettodipendenze.it, nato da una collaborazione fra il Comune e i privati, con un elenco di tutte le strutture accreditate per la disintossicazione e un forum per contattare esperti.
L’indagine di quest’anno, su un campione di duemila ragazzi tra 18 e 24 anni, mostra appunto che se i ragazzi conoscono i rischi della cocaina non si può dire altrettanto per gli psicofarmaci in genere: 28 su cento li hanno usati almeno una volta, e oltre la metà di questi 28 li riprova. Complesso il problema della mortalità. L’anno scorso i morti da overdose in senso stretto, a Milano, sono stati 18: ma gli incidenti mortali provocati da abuso di stupefacenti sono stati 126, e ad essi si potrebbero anche aggiungere i 122 suicidi compiuti con sonniferi e affini.
Il problema, conclude l’assessore Maiolo, è la percezione sempre più «normale» dell’uso delle sostanze: sempre più diffuse anche nei luoghi di lavoro. Ed è per raggiungere questo «target», fatto di manager e gente di spettacolo ma anche di funzionari di banca, impiegati e così via, che il Comune ha programmato per il prossimo settembre una serie di incontri e seminari direttamente negli uffici: diverse banche sono già state contattate e hanno risposto di sì.

lo stile americano
è ufficiale: l'uso della bomba su Hiroshima e Nagasaki non era necessario

nel centenario della nascita di Julius Oppenheimer

LA STAMPA TST 23 Giugno 2004
Hiroshima e Nagasaki
Di chi fu la vera colpa
I FISICI CHE CONSIGLIARONO IL RICORSO ALL’ATOMICA
ERANO TENUTI ALL’OSCURO DELLE ALTRE POSSIBILITA’
di Stefania Maurizi


OCCHI azzurri, sorriso nervoso, personalità complessa ed enigmatica. Nasceva cento anni fa, Robert Oppenheimer, il grande fisico americano che diresse la costruzione della prima bomba atomica. Costruita dagli angloamericani nel terrore che la potesse ottenere prima un dittatore contro il quale ogni avversario poté sentirsi tranquillamente dalla parte della ragione, la bomba tuttavia non fu usata contro Hitler.
Era la sera del 6 agosto 1945 quando la BBC annunciò che una bomba atomica era stata sganciata su una «base militare giapponese». La «base» in realtà era Hiroshima, una città in cui vivevano 290.000 civili e 43.000 soldati. Tre giorni dopo, anche la città Nagasaki fu distrutta da una bomba atomica, che utlizzava plutonio anziché uranio arricchito come quella di Hiroshima. Le due bombe complessivamente uccisero 300 mila persone e, quanto ai sopravvissuti, Oppenheimer arrivò a chiedersi se non fossero stati addirittura più disgraziati dei morti.
Si è detto che la decisione del presidente americano Truman di usare ordigni nucleari contro le popolazioni civili delle due città giapponesi fosse l'unico modo per chiudere con il minor numero di vittime possibile una guerra che altrimenti avrebbe richiesto una sanguinosa invasione del Giappone ma grazie alla desecretazione di documenti cruciali rilasciati nel corso degli ultimi cinquant'anni è emerso che l'uso della bomba non era necessario per chiudere la guerra in breve tempo e senza l'invasione: esistevano alternative, Truman e i suoi più stretti consiglieri le conoscevano.
Non le conoscevano, invece, i quattro scienziati chiamati a consigliare il governo americano sull'uso dell'atomica, cioè Oppenheimer, Fermi, Compton e Lawrence. «Non sapevamo assolutamente nulla della situazione militare in Giappone. Non sapevamo se fosse possibile convincerli ad arrendersi usando altri mezzi, oppure se l'invasione fosse un passo obbligato».
«Avevamo in testa l'idea che l'invasione fosse inevitabile, perché così ci era stato detto», avrebbe affermato in seguito Oppenheimer. Con il "cuore pesante" e con quel mucchio di dati, Oppenheimer e gli altri consigliarono l'uso delle due bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki.

alcuni altri articoli disponibili

chi volesse leggerli può richiederli con un'e.mail a questo indirizzo
(specificando, per cortesia, quale/i vuole ricevere)


La Stampa 27.6.04
Neruda, I cent’anni della farfalla nera, di Mario Vargas Llosa

La Stampa 27.6.04
Dodici saggi per ricostruire la storia del PCI a Torino, dal '45 al '91. Comunisti, che fine hanno fatto? di Giuseppe Berta

La Stampa 27.6.04
Un'invenzione letteraria moderna: tra Settecento e Novecento il tema dell'«alter ego» ha dato una svolta alla narrativa. Un'antologia ne indica il percorso, E il buono gridò: quel cattivo sono io, Da Chamisso a Calvino gli scenari imprevisti del Doppio, di Guido Davico Bonino

Corriere della Sera 27.6.04
Le arti fra l'inizio e la fine del primo conflitto mondiale, si affermano nuovi stili e tramontano i valori ottocenteschi, Tamburi di guerra, il lampo dell’espressionismo, di Gillo Dorfles

La Stampa Tuttolibri, 26.6.04
Rimbaud in Africa, Bell'Abissinia così ti illumino, di Giuseppe Marcenaro

La Stampa TTS, 26.6.04
«Il mio Oppenheimer», controverso protagonista dell'era nucleare era un raffinato equilibrista della parola, un collezionista di quadri dal valore astronomico ed uno «snob» geniale, di Tullio Regge


__________________________________________

sabato 26 giugno 2004

storia criminale del cristianesimo

Repubblica, ed di Napoli 26.6.04
QUANDO I CRISTIANI TAGLIAVANO LE TESTE
di Giovanni Romeo


Il taglio della testa, che dovrebbe riuscire con un colpo solo e quindi evitare troppe sofferenze, è un privilegio. Quando però si sale sul patibolo come colpevoli dei delitti ritenuti più efferati, le tecniche di esecuzione abituali non bastano.
Si deve educare il popolo, dissuaderlo col terrore dagli eccessi del condannato: ci sono uomini bruciati vivi, arrotati, squartati, si strappano pezzi di carne con tenaglie infuocate, o si tagliano arti, a persone vive. Talvolta le teste o i quarti dei giustiziati restano esposti, ben in vista, a futura memoria, finché agenti atmosferici e animali non ne fanno scempio. Solo verso la metà del Settecento l´intensità e la crudeltà delle condanne a morte cominciano ad affievolirsi e si apre il faticoso percorso che condurrà all´abolizione della pena capitale e all´abbandono degli orrori "ufficiali". Sono solo gli esiti di questo lento e recente processo storico che ci consentono oggi di sentirci estranei e inorriditi di fronte alle atrocità che ci sono esibite: in precedenza il cristianesimo non era servito a nulla.
Ha invece radici in un passato un po´ più lontano il senso di superiorità con cui le guardiamo. Già nel Cinquecento il rigore delle esecuzioni capitali si allentava, quando il reo era pronto a chiedere perdono a Dio per le sue malefatte, a riconoscere la legittimità della condanna subita e a piegarsi alla confessione e alla comunione. I più incalliti criminali potevano conquistare così ? e solo così ? il diritto a un´esecuzione "normale". Era un meccanismo tipico dei processi dell´Inquisizione, che i giudici di Stato inserivano di buon grado nel loro modello di condanna a morte, perché ne rafforzava la credibilità e l´efficacia. Per gli stessi motivi, i boia erano anche autorizzati, su segnalazione dei confratelli incaricati del conforto, a torturare chi alla vigilia dell´esecuzione era restio all´assunzione dei sacramenti. Sembra incredibile, ma è così, a Napoli, come nel resto d´Italia.
Lo schema era applicato con particolare zelo ai condannati di religione islamica. Se accettavano in extremis di convertirsi, ottenevano un´esecuzione "normale"; in caso contrario, andavano incontro alla pena che avevano meritato. Il tranello teso ai confortatori napoletani e al boia nel 1672 da uno schiavo musulmano, che prima accetta il battesimo per sfuggire a una crudele esecuzione e poi lo rinnega, è una delle testimonianze più ricche di questo scontro di civiltà. Nel nostro disorientamento di oggi, nella difficoltà di capire gli orrori iracheni, c´è anche questo, c´è una lunga storia di intolleranza e di disprezzo. Se ce ne rendiamo conto, anche gli echi di drammi così lontani nel tempo possono essere di stimolo e di aiuto: a non guardare le altre civiltà dall´alto in basso, a comprendere prima di giudicare, a riflettere più sugli elementi che ci uniscono che su quelli che ci dividono. Aveva fatto così, nel 1587, un vecchio schiavo musulmano, quando un sacerdote napoletano lo aveva invitato a farsi cristiano, per evitare che il suo cadavere fosse buttato in un immondezzaio: gli aveva semplicemente risposto che tutti siamo figli di Dio grande, che Dio aiuta tutti.

«l’Asia è il continente più ostile al cristianesimo»

La Stampa 26.6.04
Ricerca di una associazione indipendente sulla libertà religiosa
«Non solo Islam, è allarme induismo»
L’Asia è il continente più ostile al cristianesimo
di Marco Tosatti


CITTÀ DEL VATICANO. E’ l’induismo aggressivo e xenofobo, dopo - ovviamente - l’Islam nelle sue forme più radicali (e non necessariamente terroristiche) il «cattivo» dell’anno nel rapporto sulla libertà religiosa stilato dall’associazione «Aiuto alla Chiesa che Soffre». Ed è sicuramente l’Asia il continente in cui è più difficile credere, vivere pubblicamente la propria fede ed eventualmente passare ad un’altra. Ma neanche l’Europa è esente da problemi. Se in Russia nel 2003 e nei primi mesi del 2004 - a detta di molti osservatori - si è potuto notare un discreto miglioramento del rispetto della libertà religiosa (sul quale tra l'opinione pubblica e tra le diverse confessioni è in corso un dibattito ampio), in Bielorussia il regime autoritario del presidente Alyaksandr Lukashenko rende l'attività religiosa praticamente impossibile per molte comunità religiose minoritarie. La Chiesa ortodossa gode di uno status privilegiato rispetto agli altri gruppi religiosi, mentre l'accesso ai vari settori statali è precluso alle altre religioni e la Chiesa cattolica è costretta a vivere ai margini della legalità.
Ma anche in Turchia, dove all'inizio del 2003 il governo ha approvato modifiche tese a rafforzare il rispetto dei diritti umani e delle libertà personali, nell’ottica di favorire l'adesione del Paese all'Ue, la situazione appare difficile. «La Chiesa cattolica subisce restrizioni all'attività di evangelizzazione - scrive il rapporto -. Un frate cappuccino italiano, il 60enne padre Roberto Ferrari, da 45 anni missionario in Turchia, è stato messo sotto inchiesta dalle autorità che gli hanno anche ritirato il passaporto e impedito il ritorno in patria per aver amministrato il battesimo a un giovane di 26 anni.
Il mondo islamico è però sicuramente quello dove si registrano i maggiori problemi. Camille Eid, specialista del mondo arabo e autore del libro «A morte in nome di Allah» sui martiri cristiani dalle origini dell’Islam a oggi, ha parlato di luci ed ombre, e di qualche voce, che in Arabia Saudita, chiede di riformare il curriculum scolastico, elimimando dai testi liceali citazioni del tipo: «Pur essendo esperti nelle scienze, gli infedeli rimangono ignoranti e non meritano di essere chiamati sapienti, perché la loro scienza non ha oltrepassato le cose della vita terrena e questa scienza è incompiuta». E nell’Arabia Saudita wahabita, che proibisce ai cristiani di pregare, costruire chiese o dire messa (pena l’arresto o peggio), 700 imam sono stati obbligati a corsi di «rieducazione», perché giudicati troppo radicali.
Diversa, sia pure con luci e ombre, la situazione altrove. Se il rettore dell’università cairota di Al Azhar, Al Tantawi, ha detto che «la religione islamica accetta solo la fede scaturita da una libera scelta e non dalla costrizione», accettando perciò che dall’Islam si possa passare ad un’altra fede, un imam altrettanto famoso (ha una rubrica su «Al Jazeera») sostiene che l’apostasia di un musulmano è un tradimento della patria e, quindi, è punibile con la morte. Cina, Vietnam e soprattutto Corea del Nord cercano di distruggere, o almeno controllare, le spinte religiose. Ma se questi Paesi hanno una lunga e affermata tradizione di violazione delle libertà, religiose e e non solo, un «outsider» sta emergendo in maniera preoccupante. «Il fondamentalismo induista in India calpesta - scrive “Aiuto alla Chiesa che Soffre” - ripetutamente i diritti delle minoranze etniche e religiose, nega loro i diritti costituzionali e ne minaccia l'esistenza. I valori di tolleranza e rispetto, che hanno permesso ai sikh del Punjab di dare vita a una religione nata dalla fusione tra induismo e islam e che hanno animato la spiritualità e la vita di Buddha e del Mahatma Gandhi, sono oggi gravemente violati».

Repubblica 26.6.04
FEDE E POLITICA

In molte zone il culto è vietato, in altre i seguaci di Cristo sono accusati di proselitismo: nel mirino dei fondamentalisti chiese e missionari
Cristiani sotto attacco in tutto il mondo
Persecuzioni e minacce soprattutto in Asia e nei paesi islamici
In Laos molte persone sono state imprigionate e spinte a rinunciare alla loro fede
In Birmania il governo offre favori e denaro a chi lascia la Chiesa e torna al buddhismo
di MARCO POLITI


ROMA - Cristiani nel mirino. Il Rapporto 2004 sulla libertà religiosa nel mondo, pubblicato dall´Acs («Aiuto alla Chiesa che soffre»), mostra un´ondata di astio, violenze, intolleranza, azioni minacciose fino all´omicidio che colpiscono cattolici e protestanti in varie parti del mondo: specie in Asia e in alcuni paesi islamici. E´ come se la ruota della storia avesse cominciato a girare all´incontrario. Gruppi e comunità cristiane, che tre secoli fa avevano iniziato fiduciosi la loro marcia di espansione attraverso il globo terraqueo al seguito di mercanti, soldati e funzionari, si ritrovano oggi sulla difensiva di fronte all´esplodere di fondamentalismi e ultra-nazionalismi. Si moltiplicano le situazioni in cui i seguaci di Cristo vengono considerati un elemento estraneo, se non una vera e propria infezione del corpo di un´etnia o di una compagine sociale e statale.
Il Laos lo afferma esplicitamente: il cristianesimo è una «religione straniera imperialista» e di stagione in stagione cristiani vengono picchiati, imprigionati, torturati perché non firmano il documento di «rinuncia volontaria» alla propria fede. Attilio Tamburrini, direttore della sezione italiana di Acs, mette in guardia dal contare solo morti e martiri. Di stragi ce ne sono state meno nel 2003 rispetto al 2002, ma è il quadro complessivo di intolleranza e rigetto che preoccupa. In Arabia saudita la repressione di ogni forma di culto non-islamica persiste. Nel Brunei è vietato - come nella grande maggioranza dei paesi arabi - il proselitismo tra i musulmani. Nel Buthan è proibito dal 2000 il culto pubblico dei cristiani. In Indonesia continuano le distruzioni di chiese da parte dei fondamentalisti musulmani. In Birmania il regime offre incentivi ai cristiani che ritornano al buddismo (ma perseguita con eguale impegno anche i musulmani). In Pakistan torture e arresti ai danni dei cristiani avvengono sotto pretesto di una presunta violazione del reato di «blasfemia». In India prosegue la campagna d´odio lanciata dai fanatici induisti contro le più diverse comunità cristiane accusate di forzare le conversioni. E´ simbolico l´attacco di un gruppo estremista contro la Pata Fellowship Church del villaggio di Patapaypangara, culminato con la distruzione della chiesa e il tentativo di mettere sull´altare una statua di divinità indù. In Somalia, dove il 5 ottobre scorso fu uccisa la missionaria laica Annalena Tonelli, è proibita qualsiasi forma di proselitismo, mentre in Algeria il fondamentalismo islamico colpisce soprattutto i musulmani moderati e laici.
Nel quadro spiccano i sussulti sanguinosi che si verificano in Nigeria e in Sudan, dove odio religioso e odio etnico formano una miscela politicamente esplosiva. Non ideologica, ma motivata dalla preoccupazione nuda e cruda dell´establishment partitico di mantenere la propria supremazia, appare di converso la politica sistematicamente vessatoria delle autorità cinesi nei confronti delle comunità cattoliche che dichiarano esplicitamente il loro legame con la Santa Sede. Padre Cervellera, direttore di Asia News, riporta che il regime consente oggi scuole private straniere, «ma non religiose». Così come a Cuba i conflitti riguardano il governo e la dissidenza cattolica o l´episcopato per quanto riguarda la richiesta di una riforma politica generale, ma non investono la libertà di culto della popolazione.
D´altro lato, dopo l´attacco alle Torri Gemelle qualcosa è cambiato in peggio anche negli Usa, paese notoriamente tollerante. Il Consiglio delle relazioni americano-islamiche denuncia che nel corso del 2003 le aggressioni contro i musulmani sono aumentate del 70 per cento sino a raggiungere quota 1.019 tra incidenti e manifestazioni di violenza.
Eppure si fanno strada anche esperienze positive. In molti stati ex sovietici o dell´est europeo la libertà religiosa è stata più o meno restaurata. E qualcosa di importante sta avvenendo anche in alcuni paesi arabi. In Qatar si è tenuta il mese scorso un´importante conferenza islamo-cristiana. E persino nell´Arabia saudita, racconta Camille Eid, uno dei massimi esperti sulla situazione religiosa nei paesi musulmani, si manifestano segni di novità: «Alcuni intellettuali coraggiosi hanno chiesto la riforma dei testi scolastici che denigrano i miscredenti».
Chi è libero, tuttavia, a volte diventa prepotente. In Croazia i vescovi cattolici hanno bloccato l´introduzione nelle scuole dell´insegnamento di yoga.

storia:
Isabella "la Cattolica" (1451 - 1504), «santa o spietata»?

Corriere della Sera 26.5.04
Mentre i vescovi chiedono la canonizzazione della regina a 500 anni dalla scomparsa, gli storici accusano: crudele con ebrei ed eretici
Santa o spietata, Isabella divide ancora la Spagna
d Mino Vignolo


MADRID - Si festeggia con mostre, convegni, biografie, restauro di monumenti dell’epoca il quinto centenario della scomparsa di Isabella la Cattolica, la grande regina che, assieme al marito Ferdinando di Aragona, unificò la Spagna nella fede cristiana, riconquistando Granada, l’ultimo regno musulmano in terra iberica, e permise a Cristoforo Colombo di scoprire l’America, fornendogli le caravelle. Isabella, grazie all’aiuto fornito al navigatore genovese, ebbe un ruolo straordinario nella evangelizzazione del Nuovo Mondo, un ruolo riconosciuto dalla Chiesa che già nel 1494, due anni dopo la scoperta dell’America, concesse alla regina di Castiglia e al marito il titolo di «Re cattolici».
Autorevoli voci dell’episcopato spagnolo, come quella degli arcivescovi Antonio Rouco Varela e Braulio Rodriguez, si sono alzate per porre il sigillo finale alla riconoscenza della Chiesa accelerando la canonizzazione della sovrana. La conferenza episcopale ha seguito l’invito ed ha chiesto al Vaticano di riesumare la causa di beatificazione che si è aperta nel 1958 ma che sembra essersi impantanata nel timore, fondato, di ravvivare polemiche. Isabella la Cattolica non fu anche la regina che, assieme al marito, decise di espellere dalla Spagna la comunità ebraica e quella musulmana.
In occasione del quinto centenario della morte è stata organizzata la mostra «Isabella la Cattolica: la magnificenza di un regno», che ha carattere nomade, si è aperta a Valladolid prima di trasferirsi a Valencia, a Santiago e a Granada. Altre rassegne minori si sono tenute a Madrigal de las Altas Torres, luogo di nascita, e a Medina del Campo, località dove la regina morì nel 1504.
Ma in Spagna non si parla solo delle iniziative. Si discute sulla santità di Isabella. E la maggioranza degli storici, pur ammirando le doti della sovrana, non sono d’accordo con i vescovi spagnoli. Manuel Fernandez Alvarez, autore della biografia Isabel la Catolica (Espasa), sostiene che la regina fu una persona devota ma non santa. «È stata una grande regina - dichiara -. Era molto religiosa e tutti i santi sono stati molto religiosi. Ma lei non era una santa. La devozione e la estrema religiosità non assicurano la santità. Era una sovrana, una posizione che implicava a volte essere giustiziera implacabile. Secondo le testimonianze dell’epoca preferiva il rigore nelle pene alla clemenza». E sulla sua figura pesa l’espulsione dal regno di coloro che non erano di religione cristiana e l’impulso dato all’Inquisizione, la caccia agli eretici e ai falsi convertiti. «Non bisogna sottovalutare episodi come quello dell’espulsione degli ebrei dicendo che erano cose dell’epoca. Ci sembra una decisione terribile, oggi, ma era terribile anche allora. E ancora più orrendo è essere bruciati vivi in un falò durante l’Inquisizione. Era così terribile e diffusa la pratica che lo stesso Papa Sisto IV, che diede il via con una Bolla all’Inquisizione in Castiglia nel 1478, chiese di porre un freno. Bisogna tenere in conto le circostanze storiche però il cattivo comportamento rimane cattivo».
Uno dei maggiori esperti di Isabella la Cattolica e della sua epoca, Antonio Dominguez Ortiz, pensa che la regina sia stata una ottima sovrana ma che il Vaticano farebbe bene a trascinare nel tempo la richiesta di beatificazione per non creare polemiche non necessarie. I difensori della beatificazione ricordano, come è scritto nel comunicato ufficiale dei vescovi, che Isabella è stata «una figura eccezionale nella impresa della evangelizzazione dell’America» e pensano che la sua intransigenza religiosa vada inquadrata nello spirito dei tempi. Allora vigeva in Europa il principio «cuius regio, eius religio», in base al quale le persone dovevano professare la religione del re o del signore del luogo in cui vivevano.
Non è d’accordo con questa tesi il segretario della Federazione delle comunità ebraiche Carlos Schorr. Ritiene Isabella indegna di «essere elevata agli altari» perché fu «intransigente con coloro che non la pensavano come lei» e quindi non può diventare, in qualità di beata o santa, un modello da imitare per le schiere dei fedeli.

«Ma che cosa sono le "radici cristiane"?»

L'Adige 26.6.04
Ma che cosa sono le radici cristiane?
di Franco Valduga


Il papa lamenta che non sia stato introdotto nella bozza di costituzione europea il riferimento alle "radici cristiane" dell´Europa, da lui lungamente e insistentemente richiesto. Ma in che cosa consisterebbero queste radici cristiane? Nel fatto che le religioni europee si richiamano al cristianesimo?
A che serve questo, se non ha impedito che da Cristo in poi gli europei siano state quasi costantemente in guerra fra di loro e con altri, abbiano sottomesso i popoli del resto del mondo, mentre uno degli aspetti fondamentali del cristianesimo è l´amore, anche verso chi ci offende, verso i "nemici"? Addirittura crociate sanguinose sono state fatte, perorate da papi. Non solo contro gli arabi infedeli, ma contro cristiani europei dichiarati eretici e nemici perché non la pensavano come voleva la gerarchia ecclesiastica. Centinaia di migliaia di morti. Che c´entra Cristo con tutto ciò?
Per secoli la Chiesa cattolica ha avuto addirittura un suo stato, lo Stato della Chiesa appunto, dove avrebbe potuto realizzare compiutamente una società fondata sui valori del cristianesimo. Si possono capire, laicamente, i motivi per cui quello Stato non fu affatto un modello di cristianesimo: ma perché lo si dovrebbe dimenticare? Se volete salvarvi, lasciate tutto e venite con me, diceva Cristo. Lui sarà stato un po´ estremista forse, ma questo è un altro aspetto fondamentale della sua predicazione. Non se ne vede traccia nella storia d´Europa, nemmeno nelle Chiese che a lui si richiamano. Figurarsi nella pratica normale dei laici. Ricerca continua di ricchezza e di potere, sfruttamento, oppressione, umiliazione dei deboli. Questi sono stati i "valori" affermati di fatto in Europa, ed esportati in tutto il mondo. Altro che radici cristiane. I pochi aspetti di solidarietà che si rifanno ai valori cristiani dell´amore e della fratellanza fra gli uomini, presenti nelle istituzioni statali europee (pari dignità di tutti, assistenza sanitaria pagata con contributi versati dalla generalità, pensione per gli anziani, retribuzione dignitosa, anche scuola pubblica gratuita e simili), sono stati conquistati con lotte lunghe e dure, e vengono sistematicamente picconati in questi ultimi tempi.
È molto meglio insistere perché nella costituzione europea siano inseriti questi principi. Nell´articolato, non nel preambolo. E sopra tutti sia inserito (ma poi rispettato anche) il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. Questo realizza sicuramente punti fondamentali della predicazione di Cristo. Un semplice richiamo a non precisate "radici cristiane" è solo fonte di equivoco. Ognuno può vedervi ciò che vuole, compresa la supremazia delle chiese che si richiamano a Cristo: supremazia non solo nei confronti di altre religioni ma anche dei singoli stati. Non sarebbe cosa nuova.

venerdì 25 giugno 2004

«L'amore per la mamma è una droga»

Repubblica 25.6.04
Su "Science" il lavoro di due ricercatrici del Cnr: i topolini privi di "oppiacei endogeni" perdono l'attaccamento materno
L'amore per la mamma è una droga dalle cavie nuova scoperta shock
Lo studio potrà essere usato come indicazione sperimentale per capire meglio anche l'autismo
La sostanza che crea il legame con la madre viene prodotta pure per alleviare lo stress
di CLAUDIA DI GIORGIO


ROMA - L´amore per la mamma è un po´ come una droga? È quel che si potrebbe dedurre dall´esperimento effettuato da due ricercatrici italiane del Cnr e una del Cnrs francese, pubblicato sul numero di oggi della rivista americana "Science". Al centro dello studio c´è il legame di attaccamento tra madre e neonato, il cosiddetto "bonding", forse il più profondo dei vincoli biologici. Il meccanismo di formazione del bonding affascina gli scienziati da tempo (basti citare i famosi esperimenti di Konrad Lorentz con gli anatroccoli), ma da qualche anno alle classiche ricerche comportamentali si sono affiancati studi che vanno a caccia delle sostanze che determinano l´instaurarsi del legame.
Studiando un gruppo di topolini mutanti, Anna Moles e Francesca D´Amato, dell´Istituto di neuroscienze e psicobiologia del Cnr a Roma, in collaborazione con Brigitte Kieffer, hanno scoperto che tra queste sostanze giocano un ruolo di primissimo piano i cosiddetti oppiacei endogeni, molecole come le endorfine, che vengono prodotte naturalmente dal nostro organismo e che sono parenti strette di derivati dell´oppio come morfina o eroina. Il nostro corpo le produce come analgesici naturali e per alleviare lo stress, ma soprattutto per "premiare", associandoli a sensazioni di piacere, i comportamenti che hanno un valore adattativo, vale a dire che migliorano le capacità di sopravvivere e trasmettere i propri geni. E quale comportamento è più essenziale per un neonato dell´attaccamento alla madre, che nutre, protegge e rassicura?
Moles e D´Amato hanno messo alla prova l´importanza degli oppiacei nel bonding usando topi geneticamente modificati in modo tale da essere privi dei recettori "mu", le molecole con cui si legano sia le endorfine che la morfina. In pratica, sono topi che non reagiscono agli oppiacei. E, di conseguenza, nemmeno alla separazione dalla madre. Quando questa viene allontanata, normali topolini di 8 giorni squittiscono a lungo e disperatamente. I topolini mutanti della stessa età, al contrario, manifestano indifferenza, strillando poco o nulla. Inoltre, posti di fronte alla scelta tra un nido con l´odore della propria mamma e l´altro di un´estranea, ben due terzi dei topolini mutanti sono andati nel secondo.
La scoperta è un´importante indicazione sperimentale che «il cattivo funzionamento del sistema degli oppiacei naturali sia implicato nell´indifferenza sociale dei bambini autistici».

«America the beautiful»

Repubblica 25.6.04
Sbarcano in Europa i missionari del Silver Ring: predicano l'astinenza ai teen-ager
Dall'America l'anello della castità

La compagnia del "Silver Ring" ha convinto all´astinenza ben 22 mila giovani americani. Oggi sbarcano a Londra, ma l'accoglienza sembra fredda
I missionari dell'anello di castità
Dopo i proseliti in Usa, ora sfidano gli esuberanti teen-ager inglesi
L'iniziativa è di un sacerdote protestante L´obiettivo, evitare gravidanze minorili
di ENRICO FRANCESCHINI


UNA fede d'argento al dito di un adolescente, negli Stati Uniti, equivale a una cintura di castità: è una dichiarazione di astinenza dai rapporti sessuali. La moda del "Silver Ring" è nata qualche anno fa in America per combattere il fenomeno della gravidanza minorile: convincere i giovani che il modo più sicuro per non cadere in tentazione è un orgoglioso atto di rinuncia, la promessa di arrivare vergini al matrimonio. Lanciata da un sacerdote protestante, l'iniziativa ha avuto un certo successo nel profondo sud degli Usa, la regione più animata dal fervore dell'integralismo cristiano.
Ora però il movimento sbarca in Europa: a partire da oggi, una ventina di zelanti "missionari della fede argentata" cominciano una tournèe a Londra per convincere gli adolescenti d´Inghilterra a imitarli. Sono in programma conferenze, dibattiti, volantinaggi. Ma le aspettative sono piuttosto basse: i media britannici hanno ignorato o ridicolizzato l´idea, psicologi e assistenti sociali la criticano, i sondaggi indicano che le ragazze e i ragazzi d´oggi, nel Regno Unito, non si lasceranno persuadere dalla crociata per l´astinenza sessuale.
Gli Usa sono il paese sviluppato con il più alto tasso di gravidanza tra le donne al di sotto dei vent´anni: il 22 per cento. In Europa, la media è molto più bassa, intorno al 4-5 per cento, con la vistosa eccezione della Gran Bretagna, dove è del 13 per cento. Era dunque logico che il movimento per la castità, dopo avere conquistato l´America, provasse a fare altrettanto con il Regno Unito. Lo scetticismo con cui viene accolto ha sorpreso il fondatore del "Silver Ring", il reverendo statunitense Denny Pattyn: «Non capisco come sia possibile che un paese con un problema così serio non sia interessato a un metodo nuovo e promettente per risolverlo». A Londra, tuttavia, giornali ed esperti citano varie ragioni per spiegare il disinteresse. La prima è che la Gran Bretagna, a differenza degli Stati Uniti, è diventata negli ultimi decenni una nazione largamente secolarista, dove la religiosità è caratteristica di un´esigua minoranza: senza una forte convinzione religiosa è difficile farsi prendere dal fascino della castità. Un´altra è che la rivoluzione sessuale degli anni '60 ha definitivamente spazzato via ogni residuo del puritanesimo che caratterizzava l´era Vittoriana. Una terza ragione è che altri metodi per combattere la gravidanza minorile e il pericolo di malattie contratte sessualmente stanno avendo miglior esito: come l´educazione sessuale nelle scuole, la contraccezione, i consultori pubblici. «Far cambiare atteggiamento ai giovani è possibile, come dimostrano i progressi che abbiamo ottenuto nella lotta al fumo e all´ubriachezza al volante», osserva John Tripp, sociologo della Exeter University, «ma occorrono motivazioni valide».
Del resto anche negli Usa il successo del "Silver Ring" è relativo: ventimila giovani con l´anello dell´astinenza al dito sono poca cosa rispetto a una promiscuità sessuale dilagante. Recentemente il New York Times ha segnalato addirittura che nelle scuole medie superiori americane sta cadendo in disuso l´abitudine a corteggiarsi per avere il "boyfriend" o la "girlfriend", considerati poco "cool", cioè sorpassati, mentre è più di moda avere rapporti sessuali casuali senza alcun legame affettivo.

Repubblica 25.6.04
GLI ESPERTI
La verginità è un valore "di nicchia", ma i ragazzi preferiscono comunque aspettare
"Italiani, prima volta senza fretta"
Qui i missionari non avrebbero successo, ma sarebbe utile più informazione: nel 2002 le baby mamme sono state diecimila
di VERA SCHIAVAZZI


ROMA - Invitare i giovani italiani alla castità? Non serve, grazie. In molti casi ci pensano da soli, rinviando il momento del primo rapporto sessuale (oggi, in media, collocato in Italia tra i 17 e i 18 anni per i maschi e tra i 18 e i 19 per le ragazze) e, comunque, affrontando il sesso in modo assai più rilassato delle generazioni che li hanno preceduti. Castità e verginità sono invece per i ventenni italiani un valore «di nicchia», collegato a particolari comunità o appartenenze, magari anche al desiderio di andare controcorrente. Un impulso rispettabile, ma non più così attuale visto che, sul fronte opposto, si è allentata in tutta Europa quella pressione sociale che fino a cinque, dieci anni fa faceva sentire profondamente a disagio soprattutto le giovani donne che a 18 o vent´anni non avevano ancora provato un rapporto sessuale completo.
Lo spiega Franco Garelli, il sociologo torinese che da sempre si occupa di adolescenti e di giovani, e lo confermano numerose ricerche, a cominciare da quella, condotta da lui stesso, «I giovani, il sesso e l´amore». «Dal nostro campione di interviste, realizzate soprattutto a Napoli, Bologna e Torino, è emerso che soltanto il 5 per cento non ha ancora avuto rapporti tra i 20 e i 24 anni - spiega il docente - circa la metà del gruppo ha perso la verginità tra i 17 e i 19 anni, con una differenza di un anno tra maschi e femmine: le ragazze in genere aspettano un po´ di più». Ma che cosa hanno detto gli intervistati giudicando dopo mesi o anni quel primo approccio col sesso? «Soprattutto le ragazze, pur non dichiarandosi "pentite" e non attribuendo un particolare valore alla verginità perduta hanno espresso sovente un po´ di rammarico perché l´esperienza non era stata poi così bella». Ed è proprio questo effetto-ripensamento che spinge molti giovani non tanto a restare vergini a lungo, quanto a lasciar passare un periodo non breve prima di ricominciare.
Più dei missionari di "Silver Ring Thing", comunque, ai ragazzi e soprattutto alle ragazze italiane gioverebbe maggiore informazione: nel 2002, i bambini nati da minorenni sono stati poco meno di diecimila, mentre le interruzioni di gravidanza prima dei 18 anni autorizzate dai Tribunali sono state 4 mila, cioè più del 7 per cento del totale secondo i dati diffusi da «Sos Donna». Commenta Tilde Gianni Gallino, docente di Psicologia dell´età evolutiva: «Non stupisce che un movimento in favore della castità si sviluppi in America, dove è molto forte l´influenza della collettività sui singoli e dove, d´altro canto, le quattordicenni diventano spesso drop out in seguito ad una gravidanza precoce e rappresentano un serio problema sociale. Ma in Italia è molto diverso: da un lato i rapporti non sono così precoci, dall´altro i ragazzi ci arrivano dopo esperienze sessuali mediate, in qualche modo "contrattate" dalle ragazze che oggi hanno più consapevolezza e più potere di un tempo».
Repubblica 24.6.04 segnalato da Licia Pastore

TRASTEVERE
E a piazza San Cosimato comincia il restyling


Tra due mesi, il via ai lavori per riqualificare lo slargo
Piazza San Cosimato, tra due mesi iniziano i lavori di riqualificazione. Il Comune ha infatti appena pubblicato l´avviso di gara d´appalto, che verrà aggiudicata il prossimo 21 luglio. Poi un mese per le verifiche dei requisiti, infine il cantiere, che rimarrà aperto per un anno. Durante gli interventi, i banchi verranno trasferiti in un´area vicina, probabilmente via dei Veneziani, che dunque sarà chiusa alle auto in orario di mercato dalle 8 alle 14.
«Si tratta di un intervento importante - ricorda l´assessore alle Attività produttive Daniela Valentini, che ha lavorato al progetto insieme all´assessore al Territorio Roberto Morassut - La riqualificazione mette insieme il rispetto per una zona storica di pregio e le esigenze della vita quotidiana».
A vincere il concorso per la progettazione definitiva ed esecutiva della piazza sono stati gli architetti Lorenzo Pignatti Morano e Federica Ottone, che l´hanno spuntata su 76 gruppi di partecipanti. Ora, gli interventi restituiranno a Trastevere una piazza rinnovata, in gran parte pedonale, libera e fruibile di pomeriggio grazie ai banchi mobili, 20 su 28 complessivi, tutti ripensati con un diverso design, in legno lamellare, montati su una pedana sempre di legno.
Il mercato resterà nella parte nord della piazza, mentre al centro, intorno al grande platano, verranno allestiti verde, panchine e zone d´ombra, per permettere la chiacchiera e il riposo. Un nuovo spazio giochi completerà l´opera, insieme ad una migliore illuminazione e al ripristino dell´accesso al cortile della chiesa di san Cosimato, dove si trovano il centro anziani e un giardino.
Il progetto di sistemazione della piazza è stato fortemente voluto dal presidente del primo municipio Giuseppe Lobefaro e dai residenti, che hanno espresso suggerimenti e segnalazioni attraverso le associazioni del rione.
(ce.ge)

un caso:
l’ultimo «matto» di Collegno

LA STAMPA 25 Giugno 2004
GENOVESE, LAUREATO IN FILOSOFIA, QUANDO LA LEGGE CANCELLÒ GLI OSPEDALI PSICHIATRICI RIFIUTÒ UNA CASA ALLOGGIO
Addio all’ultimo «matto» di Collegno
Morto a 69 anni: non ha mai voluto lasciare il manicomio
di Marco Neirotti


Io me ne andrò di qui soltanto quando mi avrete restituito i vent’anni di vita che mi avete preso». Insieme con la sofferenza c’è una cascata di dignità nella disfida di C.R. Viveva da vent’anni nel manicomio di Collegno quando - 1994 - si arrivò alle ultime dimissioni dei malati psichiatrici, verso casa, verso parenti, verso comunità e case famiglia. Lui li guardava partire, come si sconta un addio e si augura una speranza. E, intanto, si aggrappava al suo nido: «Non ho chiesto io di venirci, mi ci avete portato e adesso voglio rimanerci. Cambiare idea e metterci fuori è troppo comodo».
Se n’è andato tre giorni fa. Sdraiato in una bara, distrutto dalle 80 sigarette al giorno che gli hanno fatto compagnia di giorno e di notte. L’ultimo superstite di una stagione finita da tempo, da quando la legge 180 promossa da Franco Basaglia trovò applicazione definitiva: signori, si chiude. C.R. - forte e debole - quel «si chiude» non lo voleva sentire. Gli fecero vedere un minialloggio curato e pulito in Grugliasco. Rispose no. La soluzione trovata da uno psicologo che gli voleva bene fu un angolo dell’appartamento che un tempo occupava il prete dell’ospedale. Si rintanò lì con i suoi libri: da San Tommaso a Kant, da Shopenhauer agli utopisti (Campanella, Moro, Bacone), da Freud a Jung. E poi poesia, narrativa, storia.
Questo paladino - suo malgrado - della vecchia istituzione manicomiale nasce nel 1935 a Genova, ultimo di cinque figli. A sei anni assiste ai lamenti dell’agonia della madre. Affronta crisi di panico e poi, perso in sue nebbie, forse per esorcizzare quel dolore, decide che sua madre a tutti gli effetti è la sorella quindicenne. Frequenta il liceo classico, si laurea in filosofia, è un ottimo insegnante. Ha una cattedra in un liceo. Ma all’inizio degli anni ‘70 accade qualcosa.
Si parla di bombe atomiche, fine del mondo. Lui si rifugia in una casa di campagna, si nasconde tra il materasso e la rete per evitare le radiazioni. Rimane lì immobile per giorni, senza mangiare e bere, in attesa dell’Evento. Finché non lo trovano. E’ il primo ricovero coatto. In ospedale incontra il dottor Annibale Crosignani. Insieme discutono del concetto di tempo, che lui filtra attraverso Bergson, Claudel. E’ una bella sfida fra persone di cultura. Tanto da far sì che possa tornare a casa. Si circonda di libri. Un altro delirio lo assale: l’avvelenemanto. E’ il tormento che lo assilla giorno dopo giorno. «Arrivammo a nutrirlo per flebo, perché era ossessionato dal veleno».
A Collegno ci sono in quel periodo duemila malati e lui va e viene per i reparti, incontra i parenti dei ricoverati, dà consigli, scrive lettere a casa per conto terzi, «addirittura faceva i compiti per i figli degli infermieri», ricorda Crosignani. Quest’uomo gentile, in alternanza fra delirio e realtà, sfida l’istituzione: «Voglio vedere la mia cartella clinica, è mio diritto». Trent’anni prima del consenso informato. Perché? «Perché voi medici scrivete solo antitifo, quattro vaccini e via. La voglio completa per quando la troveranno, così come forse si troverà quella di Nietzsche». Controlla ed è rasserenato. Ha voglia di fare. Gli affidano la biblioteca dell’ospedale: «Fu straordinario - dice Crosignani - ci ritrovammo con tutto catalogato, ordinato. Ci telefonava a casa: lei, dottore, ha preso un dizionario di psicologia che appartiene all’istituzione». C.R. è uguale e opposto al Frank Drummer dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che all’ingorgo di sentimenti che non riesce a esprimere reagisce studiando a memoria l’Enciclopedia Britannica. Per lui, invece, il libro viene prima, viene prima della schizofrenia paranoide.
«Di qui me ne vado quando mi restituite quegli anni». L’altro matto, più «matto» di lui, cioé il professor Crosignani, ha una bella pensata: deve tenere un corso agli infermieri sugli effetti collaterali degli psicofarmaci e presenta il professor C.R., gli lascia la parola. Ascoltano, prendono appunti, lui è preciso, dettagliato, quasi commosso. Nessuno specialista in neuropsicofarmacologia può dissertare con tanta dovizia di particolari. Tanto che quando il malato chiede un certificato per la pensione, lo psichiatra replica: «Scrivilo tu. Se è corretto lo firmo». Firma arrivata. «Mi obbligava a ragionare», dice oggi Crosignani.
Ci crederanno in pochi che era un paziente a parlare agli studenti. Ma quel paziente teme la solitudine, guarda l’enorme Certosa svuotarsi. Quando la legge 180 apre i cancelli, Crosignani va sul territorio, fino al primariato alle Molinette. Lui, il filosofo dolce e disponibile che ha paura di essere avvelenato, si sente tradito: «Lei se n’è andato, mi ha lasciato solo». E’ il lavoro, gli spiega, è la legge. «Non ho chiesto io di venire qui. Per vent’anni mi avete cercato i segreti, mi avete scavato le perle nel cuore e poi addio».
E rimane lì, con la sua tenacia, con lo sguardo cupo verso il cibo. Finché un male del corpo e non della mente se lo porta via, il tenente Drogo che vola dal Deserto dei tartari di Buzzati alle «antiche scale» di Tobino, guardiano paziente, memoria di una rivoluzione psichiatrica.
Al camposanto erano pochi: lo psichiatra Crosignasni e un altro specialista, uno psicologo, la sorella, due infermiere, un altro malato, forse lo stesso che gli teneva in ordine la stanza. Uscendo, Crosignani ha detto: «A volte gli domandavo: secondo te che dovrei fare? Ci aiutava a sfuggire alla logica dello specialista, del tapis roulant delle cure. Per noi lui è stato un paziente, un amico, un maestro».

Vladimir Il'ic Ul'janov, detto Lenin (1870 - 1924)

Corriere della Sera 25.6.04
Per un medico israeliano il leader comunista avrebbe contratto la sifilide prima della rivoluzione
Il mal d’amore, ultima ipotesi su Lenin
di St. B.


Sifilide: sarebbe solo questa la diagnosi da scrivere sulla cartella clinica di Lenin. Diagnosi che continua a sembrare scomoda per il padre della rivoluzione bolscevica, ancora più scomoda se si pensa che (all’epoca) il governo sovietico si era impegnato in «un’intensa campagna» per rimuovere quella che nella Russia degli zar era stata a lungo considerata una vera e propria piaga. L’ipotesi formulata da un’équipe di medici israeliani (poi rimbalzata sull’European Journal of Medicine e sul New York Times) non è, comunque, nuova: ma quello realizzato da Vladimir Lerner, capo del dipartimento di psichiatria del Bèer Sheva Mental Health Center è con tutta probabilità «lo studio più completo e convincente» mai realizzato sull’argomento. A supporto della propria tesi, Lerner cita (tra l’altro) il fatto che Lenin (1870-1924) fosse stato curato con il salvarsan, farmaco che al tempo veniva utilizzato in pratica esclusivamente per combattere la sifilide. E a confermare la sua ipotesi arriva il commento di Deborah Hayden, storica della medicina (e della sifilide in particolare) che ricorda come «alcuni biografi di Lenin avessero riferito che i suoi medici curanti già sospettassero questa patologia, anche se nessuno aveva mai messo insieme tutte le informazioni sul caso».
Ma quando Lenin avrebbe contratto la sifilide? Secondo i medici israeliani, con tutta probabilità, il contagio sarebbe avvenuto nell’Europa degli anni precedenti alla Rivoluzione d’ottobre e tutto sarebbe nato da un rapporto sessuale. Lenin avrebbe combattuto a lungo con gli effetti di una malattia allora considerata incurabile e che con l’andar del tempo avrebbe manifestato sintomi sempre più «devastanti e dolorosi». Anche dal punto di vista politico visto che, secondo Lerner, sarebbe stata sempre colpa della sifilide (che presenta anche complicazione cerebrali) se Lenin sarebbe stato incapace di esprimere una posizione coerente e una guida forte proprio «nel periodo in cui Stalin complottava per prendere il controllo del Partito comunista».
Ma non tutti sono così sicuri come Lerner e la sua équipe. Innanzitutto sembra mancare proprio quella prova certa che potrebbe venire solamente nel caso in cui fosse concessa «la possibilità di accedere» al cervello di Lenin, attualmente tagliato a fettine e gelosamente conservato in un istituto scientifico di Mosca. Possibilità remotissima (se non da escludere in modo assoluto) visto che le autorità locali hanno già fatto sapere «di non avere alcuna intenzione di svolgere test ed esami del Dna sulla materia cerebrale di Lenin».
Eppure i medici israeliani restano sicurissimi: «Se si prende l’intero caso Lenin - arrivano a dire -, si cancella il suo nome dalla cartella clinica e la si mostra ad un neurologo, questo parlerà subito di sifilide». Caso mai, si potrà utilizzare uno dei tanti eufemismi (come «malattia del marinaio») che hanno da sempre mascherato un «male» tanto irrispettoso da colpire persino Lenin.

giovedì 24 giugno 2004

cultura tolemaica 2:
alcuni articoli dal Corsera

Corriere della Sera 24.6.04
GLI ITALIANI Ansioso 1 su 3


Un italiano su tre soffre di ansia o depressione e uno su due ne ha sofferto almeno una volta. Lo rivela un’indagine dello psichiatra Marcello Nardini dell’Università di Bari su un campione di oltre duemila persone
I MODI : Insonnia e fobie. L’ansia si presenta sotto forma di tensione, preoccupazioni, insonnia, difficoltà a concentrarsi, attacchi di panico, fobie
LE CURE: I farmaci. Sono efficaci varie forme di psicoterapia, in particolare la cognitivo comportamentale. I farmaci sono di aiuto, purché sotto stretto controllo

Corriere della Sera 24.6.04
Addio alla paura, il segreto nel cervelletto
Ricerca italiana scopre nei topi la proteina che fa ricordare i traumi. «Potrebbe servire contro l’ansia»
di Margherita De Bac


Un brutto incidente, una violenza sessuale, uno scippo. La reazione a esperienze sgradevoli è la paura. E la paura genera ansia. Quando ci ritroveremo in una situazione che richiama esperienze già vissute, o avremo il timore di riviverle, saremo colti da un senso di angoscia, con ricadute a livello psichico. Colpa della memoria. La «memoria della paura». Uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista internazionale Neuron fa intravedere una cura (tutta da verificare e comunque lontana) per cancellarla. Per impedire che ricordi traumatici vengano immagazzinati, processo che richiede due o tre giorni a partire dall’evento. Scienziati italiani hanno infatti scoperto nel cervelletto del topo la funzione di una proteina la cui assenza determina la rimozione dei ricordi recenti. In parole semplici, gli animaletti geneticamente privi di questa sostanza non imparano la paura. «Sia chiaro, è molto prematuro immaginare una pillolina antiansia - evita ogni tipo di semplificazione Piergiorgio Strata, neurologo di Torino che ha coordinato la ricerca condotta presso la Fondazione ricerca Santa Lucia, a Roma -. Però è molto importante aver individuato il meccanismo che permette di dimenticare». La pasticca, se davvero venisse sintetizzata, funzionerebbe un po’ come la pillola del giorno dopo, che annulla il rischio di gravidanza dopo un rapporto sessuale. Esempio: torno a casa la notte, dall’ombra spunta un uomo che mi aggredisce. Il giorno successivo prendo il farmaco e prevengo l’ansia che mi catturerebbe scorgendo in un’altra occasione un’ombra nella notte, seppur innocua.
Strata si è sempre occupato del cervelletto, una regione cerebrale che, come hanno confermato una serie di studi recenti, non solo sovrintende ai movimenti, ma allo stesso tempo coordina alcune funzioni superiori, psichiche. E’ coinvolto anche nelle emozioni. In questo piccolo organo è stata individuata una sinapsi, cioè il punto di contatto tra due neuroni, che produce una proteina essenziale per la memoria. Di fronte a un evento che innesca paura questa proteina si trasforma e la sua trasformazione resta evidente almeno per le successive 24 ore. I topi che geneticamente non la possiedono hanno la fortuna di rimuovere i traumi, di non immagazzinarli. «In teoria riproducendo lo stesso meccanismo nell’uomo si potrebbe fargli dimenticare le esperienze spiacevoli che sono alla base di ansia, nevrosi, sindromi post traumatiche. In questo caso si cancellerebbe un ricordo molto recente, non le paure innate che costituiscono la nostra difesa contro i pericoli dell’ambiente», spiega Strata. La ricerca, fa notare Carlo Caltagirone, direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia, è stata possibile anche dal fatto che «la Fondazione, attraverso l’Istituto europeo di ricerche sul cervello, l’Ebri, ha stabilito una rete di laboratori con progetti in comune per lo sviluppo di tematiche che difficilmente un unico gruppo potrebbe portare avanti».
Strata sta lavorando con un gruppo giapponese che ha messo a punto una molecola sintetica capace di inattivare la proteina che fa sedimentare la paura. Verrà provata su topi sani per verificare se davvero si riesce a prevenire l’ansia.

Corriere della Sera 24.6.04
IL VALORE DELL’ESPERIENZA
di Massimo Piattelli Palmarini


Puntualmente, le notizie dal mondo della biologia ci ricordano che, grazie alle raffinate tecniche di ingegneria genetica, le specie viventi costituiscono ormai una biblioteca di testi complessi, che i ricercatori più smaliziati riescono non solo a leggere, ma anche a riscrivere, fino nei minuti dettagli. Nell’ultima ricerca pubblicata su Neuron si parla di topi geneticamente manipolati, i quali risultano incapaci di ricordare eventi spaventosi recentemente subìti. Già si sapeva che la memoria duratura di un evento si basa su modificazioni chimiche ed elettriche stabili di alcune connessioni nervose, cioè di alcune sinapsi. Il meccanismo principale di tale modifica consiste nella sintesi e nella fissazione, sulle membrane delle cellule nervose, di particolari proteine. Bersaglio della ricerca del gruppo torinese è la proteina codificata da un gene chiamato GRID2. Modificando questo gene, e quindi il suo prodotto, l’animale impara sul momento la reazione di paura acquisita, ma poi la dimentica. Continuano a funzionare le associazioni paurose innate, come quelle a un colpo di pistola o alla presenza di un serpente, ma gli abbinamenti nuovi, per esempio con uno shock elettrico o un elevato livello di rumore, si disciolgono abbastanza rapidamente nel tempo in questi topi mutanti. Il centro cerebrale specificamente coinvolto è il cervelletto, tradizionalmente ritenuto il direttore d’orchestra per la coordinazione dei movimenti, soprattutto nella marcia e nella corsa, ma recentemente accreditato anche per un controllo di connessioni per svariate altre funzioni, compresi alcuni compiti linguistici. Il suo coinvolgimento nella formazione e la stabilizzazione delle memorie a lungo termine è il risultato scientifico più notevole di questa nuova scoperta.
Il cervelletto dialoga con la cosiddetta amigdala, ben noto centro cerebrale molto profondo, molto antico, che i mammiferi hanno in comune con i rettili. L’amigdala è notoriamente connessa con la paura, l’ansietà, i segnali di pericolo, la reazione ad un animale che si avvicina troppo e, come recentemente mostrato, nell’uomo, anche al dispiacere di perdite economiche. Alcune patologie dell’amigdala inducono, negli esseri umani, autismo, depressione e particolare suscettibilità ad attacchi di ansia. Il gene adesso manipolato dagli studiosi italiani è coinvolto nelle connessioni tra cervelletto ed amigdala e si rivela indispensabile al processo di memorizzazione e apprendimento attraverso esperienze paurose. I film di fantascienza ci hanno abituato ad immaginare situazioni nelle quali memorie particolari vengono impiantate o rimosse chimicamente dall’esterno. Questa scoperta rimuove un po’ del prefisso «fanta» e avvicina tali possibilità almeno di un primo timido passo, verso la scienza vera e propria. Il gene in questione è presente, infatti, anche nell’uomo ed esso assomiglia a quello del topo per ben l’ottanta per cento, nella sua sequenza di Dna, e le sue sregolazioni sono legate a una patologia chiamata atassia cerebellare. Inevitabile domandarsi se si avrebbe il diritto, potendolo fare, di rimuovere selettivamente certe memorie spaventose dal nostro cervello e dalla nostra mente.
Le memorie fanno parte integrante di ciò che costituisce una persona come quella persona e sono parte della nostra privata sensazione di identità. Inoltre, ci serve imparare dalle memorie delle nostre esperienze molto negative. Manipolarle appare, quanto meno, di dubbia legittimità etica, perfino se lo facessimo con il pieno consenso dell’interessato. D’altro canto, i reduci dalle guerre, le prigionie, le torture, i sequestri e altre immense sciagure limitate nel tempo, spesso trovano arduo reinserirsi in un’esistenza normale. In tali casi estremi, si sarebbe tentati, se mai tale tecnologia divenisse veramente accessibile, di rimuovere selettivamente i ricordi spaventosi.
Il professor Strata si dichiara prudentemente favorevole, in linea di principio, a tali interventi, in casi estremi. Una volta di più, l’etica delle manipolazioni genetiche e farmacologiche stenta a seguire il passo delle ricerche. Dovremo procedere caso per caso, soppesando anche le possibili controindicazioni cliniche, per ora del tutto ignote. Chi beveva per dimenticare, forse, inconsapevolmente e goffamente, anticipava solo i tempi.

cultura tolemaica 1:
alcuni articoli da Repubblica

Repubblica Salute 24.6.04
Sua signoria la Serotonina
La molecola che decide il nostro umore La produzione stimolata dal movimento e dalla digestione. E dallo psicofarmaco più famoso
di Francesco Bottaccioli


LA SEROTONINA, 5-idrossitriptamina (5-HT in sigla), viene prodotta da alcune decine di migliaia di neuroni (pochi rispetto a un contesto fatto di miliardi di cellule) collocati nel tronco dell'encefalo, posto nella parte bassa del cervello (i cosiddetti Nuclei del Rafe), Da qui queste cellule distribuiscono una selva di prolungamenti (assoni ricchi di collaterali) in avanti verso tutte le aree fondamentali del cervello e in basso verso il midollo spinale, dove si connettono sia ai neuroni che comandano il movimento (motoneuroni) sia a quelli che ricevono le sensazioni (neuroni sensitivi) sia ai neuroni del simpatico.
La molecola viene catturata tramite diversi tipi e sottotipi di recettore. Nell'intestino, ad esempio, la stimolazione del recettore 5-HT3 produce una sensazione di pienezza che può arrivare fino alla nausea violenta.
Molto studiato è il recettore che trasporta la serotonina (sert o 5-HTT). Un cattivo funzionamento del trasportatore può non solo ridurre la disponibilità di serotonina nei neuroni, con rabbia e depressione, ma anche un incremento della molecola fuori dai neuroni, con possibile aumento dell'infiammazione e alterazione della coagulazione del sangue. Questa alterazione può dipendere da una variante genetica che sembra diffusa e rilevante soprattutto per le donne. (f. b.)

Repubblica Salute 24.6.04
I "brutti pensieri" causati dai farmaci
Allarme delle Sanità Usa, inglese e canadese


Nelle scorse settimane le autorità sanitarie americane, canadesi e inglesi hanno messo in guardia prescrittori e assuntori di farmaci antidepressivi serotonergici, in particolare per quanto riguarda il loro uso nei giovani con meno di 18 anni di età.
La decisione della Fda, l'ente governativo Usa di controllo sui farmaci, è la più cauta. Da un lato ha chiesto alla Columbia University di riesaminare i 25 studi su questi farmaci, al tempo stesso ha deciso di scrivere sul foglietto delle istruzioni "non è stato provato che causino un incremento del rischio di suicidio". La qual cosa ha suscitato critiche e ilarità di un movimento d'opinione che da anni segnala alle autorità statunitensi il rischio che, in alcuni soggetti, l'inizio della terapia con serotonergici possa aumentare pensieri suicidi.
L'Agenzia governativa inglese (Mhra) ha invece deciso che, al momento, solo un farmaco, la fluoxetina, ha prove tali da essere usato nei giovani sotto i 18 anni. Tutti gli altri, la paroxetina, la sertralina, il citalopram, la fluvoxamina non sono meglio del placebo, e in più potrebbe aumentare il rischio di suicidio o di idee suicide. Recentemente su Lancet un gruppo della Università di Londra ha dimostrato che le aziende non pubblicano tutti i dati a loro disposizione, dai quali emerge un quadro più preoccupante di quello noto.
Gli studiosi denunciano la scarsa o nulla efficacia dei farmaci sopradetti, almeno nei giovani, e gli effetti avversi: l'aumento delle idee e dei propositi suicidi e la possibile sindrome da astinenza nel caso di una loro brusca interruzione. E se non sorprende l'astinenza, comune a altri psicofarmaci, per l'incremento dei propositi suicidi è difficile avanzare spiegazioni. E' noto da tempo solo un meccanismo di desensibilizzazione dei recettori da eccesso extracellulare di serotonina e l'esistenza di una variante genetica che renderebbe meno efficiente il trasporto della molecola, esponendo le persone portatrici a una grave alterazione della trasmissione serotonergica. Ma per ora sono ipotesi.
Resta il fatto che "Lancet" denuncia l'assenza di una ricerca di Stato, indipendente, ed il monopolio di fatto degli studi clinici delle aziende. Cita il caso dell'inglese Biobank, che vuole reclutare mezzo milione di volontari per la sperimentazione dei farmaci. Presidente del comitato scientifico della Biobank è John Bell, che è anche il direttore di Roche, il colosso farmaceutico. È evidente, afferma "Lancet", che il coinvolgimento di interessi è tale da porre sospetti sulla trasparenza e correttezza degli studi da cui poi verranno autorizzati nuovi farmaci. (f. b.)


Repubblica 24.6.04
Ne soffrono 2 milioni d´italiani, colpite le donne
Estate, stagione a rischio per gli attacchi di panico


ROMA - Attacchi di panico per oltre due milioni di italiani, Ed è l´estate la stagione più a rischio. Molte volte la vittima predestinata è donna: due terzi delle persone che ne soffrono, soprattutto tra i 18 e i 40 anni, sono donne, quasi sempre in carriera, in competizione e stressate. Ma sono anche le grandi città, Roma e Milano in testa, a contare il maggior numero di casi. Questi i numeri diffusi dal neurologo Rosario Sorrentino, membro dell´Accademia americana di Neurologia e a capo dell´Uiap, unità italiana contro gli attacchi di panico, presso la clinica Paideia di Roma, Il neurologo ritiene che in estate gli attacchi s´intensifichino. «In questa stagione - dice - si rompe con la quotidianeità e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide notevolmente sull´insorgenza del disagio mentale». Almeno un italiano su tre ha vissuto un episodio di attacco di panico, la paura di morire, di respirare e di volare. Il 10% di questi malati è candidato ad avere il disturbo da attacco di panico

Repubblica 24.6.04
L'animale, grazie a una proteina, dimentica i traumi
Si studia un "supertopo" per vincere ansia e paura


ROMA - Si nasconde nel cervelletto uno dei nodi di quella "rete della paura" di cui i neuroscienziati stanno ricostruendo il tracciato. La scoperta, che appare domani sulla prestigiosa rivista "Neuron", è opera di ricercatori dell´università di Torino e della Fondazione Santa Lucia di Roma, coordinati da Piergiorgio Strata. Lo studio riguarda un tipo di sinapsi (il collegamento in cui passano i segnali tra i neuroni) che ha sede nel cervelletto, e che ha una proteina prodotta da un gene detto GRID2. Studiando topi con una mutazione genetica naturale che provoca la mancanza della proteina, i ricercatori hanno scoperto che questi animali non ricordano gli eventi traumatici (ad esempio la scossa elettrica presa passando in un certo punto di una gabbia). Mentre i topi normali imparano a evitare le zone a rischio, i mutanti al momento hanno paura, ma dimenticano lo shock quasi subito. «Lo studio - commenta Strata - conferma che il cervelletto è coinvolto in funzioni superiori complesse. Ed è un importante passo avanti verso terapie per le sindromi fobiche e post-traumatiche». (c.d.g.)

a proposito di «radici cristiane»
sul manifesto

il manifesto 24.6.04
EUROPA
Le radici disperse e la sconfitta del Papa
FILIPPO GENTILONI


Le fonti ufficiali del Vaticano hanno parlato di «rammarico» per l'assenza delle «radici cristiane» nel testo della nuova costituzione europea. «Non si tagliano le radici dalle quali si è nati». Probabilmente rammarico è troppo poco: il Papa ha criticato la costituzione con una certa violenza, parlando in polacco al di là del testo ufficiale. Una irritazione, questa del Vaticano e personalmente del Papa, sulla quale vale la pena di riflettere. Almeno tre gli interrogativi ineludibili. Il primo è storico: sono veramente cristiane le radici dell'Europa? Il secondo è politico: non sarebbe meglio difenderle in altro modo le supposte radici? E ancora: come mai questa insistenza vaticana - insolita, a dir poco - su un tema che lo vede perdente?
La storia è ben nota. Ed è, a dir poco, complessa. Molte le radici della nostra Europa, e fra queste quelle cristiane non sono certamente dominanti. E sono anche «sporche»: i cristiani si sono violentemente combattuti fra di loro mentre cercavano a fatica di affermarsi sulle altre radici. Basti pensare a quelle della cultura greca. In quanto all'Europa moderna, poi, le sue radici si riconoscono molto più nei principi della rivoluzione francese che in quelli del vangelo. La lettura vaticana è, a dir poco, parziale e faziosa.
Ma qui si inserisce il secondo interrogativo. A che cosa gioverebbe la contestata menzione delle presunte radici cristiane? Non sarebbe meglio se il presunto spirito cristiano dell'Europa unita fosse letto nella vita degli europei più che nel testo di una costituzione? E' qui, nella vita, il vero testo. Ma qui si legge tutt'altro. Si legge di un'Europa che negli ultimi secoli si è voluta imporre sugli altri, che si è distinta per le guerre e il potere, non certo per lo spirito delle beatitudini. Lo si chieda, quale è il volto dell'Europa e quali sono le sue radici, a tutti i colonizzati schiacciati, dall'India all'Africa. La loro voce conta molto più di un testo redatto a tavolino dai diplomatici di turno. Per non parlare degli ebrei, ai quali sarebbe bene chiedere quale è la loro presenza e il loro ruolo in un'Europa che si vanta delle sue radici cristiane. Forse addirittura antisemite.
Anche oggi , mentre si parla di globalizzazione e di immigrazione, l'Europa non mostra certamente un volto «cristiano»: si provi a rivolgere il discorso non tanto ai deputati di Strasburgo ma agli immigrati sbattuti sulle coste del Mediterraneo e poi rinchiusi nei lager.
Come mai, allora, nonostante tutto ciò, il Vaticano insiste? Non sarebbe meglio chiedere perdono, come il papa ha fatto con coraggio a proposito dell'Inquisizione? La diplomazia vaticana, d'altronde, non cerca sempre di evitare le sconfitte? Si può cercare di rispondere ricordando quanto il discorso sull'Europa sia caro a Wojtyla. Fin dai primi tempi del pontificato il papa parlava di Europa «dall'Atlantico agli Urali»: unita e cristiana. Il crollo dei muri, però, non favorì quel sogno. Nasceva una Europa unita più dal capitalismo filoamericano che dalle sue presunte radici cristiane. Oggi, con la costituzione dell'Europa a 25 il sogno wojtyliano si è ripetuto, ma se ne sta ripetendo il fallimento. L'Europa a 25 nasce più laica che cristiana: le sue radici non sono certamente nella rivoluzione d'ottobre, come forse qualcuno aveva sperato, ma neppure nelle pagine del vangelo, come ha sperato il Vaticano. Caso mai, piuttosto nelle rivoluzioni borghesi del sette e ottocento. Con i loro vantaggi e i loro limiti.

embrione
il prof. Vattimo sul manifesto

il maifesto 24.6.04
PROCREAZIONE
La nuda vita dell'embrione
di GIANNI VATTIMO


Ma i difensori dell'embrione e dei suoi diritti si rendono conto che la loro sacralità della vita è tutto il contrario della dedizione ai valori con cui cercano di giustificare ciò che, alla fine, è solo una vera e propria idolatria spermatico-cellulare? Che cosa hanno da fare i valori con la «nuda vita» (prendo liberamente l'espressione da Giorgio Agamben), che per loro si riduce al grumo di sostanze da cui, in futuro, può venire un essere umano titolare cosciente di diritti ? Un effetto collaterale delle recenti discussioni sulla legittimità della guerra e sugli ideali in nome dei quali può essere giusto morire in battaglia non dovrebbe essere anche la presa d'atto che la nuda vita, priva delle «vivendi causas», non ha alcun senso? I valori - la cultura, lo scambio intersoggettivo, la volontà di lasciare alle generazioni future un mondo più felice, per non parlare della speranza nell'al di là - hanno poco o nulla da fare con la pura e semplice sopravvivenza biologica? Certo, si risponderà che senza questa non ci possono neanche essere quelli. Ma quando i due valori confliggono, o comunque impongono scelte come quelle che si presentano nei casi di eutanasia, aborto, sperimentazione con gli embrioni, proprio lì è il caso di domandarsi che senso ha la difesa della nuda vita a tutti i costi. Si può ragionevolmente sospettare che la troppo spesso untuosa preoccupazione di non danneggiare questa vita non sia un modo di opporsi alla «crisi dei valori», ma ne sia invece la più completa espressione. Come dire che non crediamo più a niente, e allora salviamo almeno la pelle. Se no dovremmo approvare i tanti che rubano «perché tengono famiglia»; e stigmatizzare come fanatici i partigiani ventenni della canzone di Calvino, che si «conquistavano le armi in battaglia» - non certo per farne una collezione da museo.
Già, ma allora il pacifismo? E anche molte giuste e condivisibili ragioni di un minimalismo etico che ci vuole salvare dai fanatismi del passato? Tutto bene, ma meglio sarebbe giustificare queste posizioni con ragioni storiche concrete. Per esempio: oggi non si può più fare una guerra mondiale senza correre il rischio di distruggere il mondo, dunque si può e deve essere pacifisti senza riserve. Ma un ragionamento simile può facilmente volgersi in una accettazione della pax americana, che identifica ogni movimento di liberazione con il terrorismo. Eccetera.
E' chiaro che non ha senso opporre i diritti dell'embrione alle opportunità che, sul piano dei valori - salvezza di esseri viventi in pienezza, amici che stanno morendo o sono bloccati su una carrozzella - derivano dalla ricerca sulle cellule staminali. E si potrebbe essere anche più chiari e radicali: la storia dell'umanità e dei suoi «valori» (ci sono anche le medaglie al valore, ce lo siamo dimenticato?) è passata attraverso il sacrificio di molte vite, ben più che embrionali. Certo preferiamo un mondo in cui non ci sia bisogno di eroi; ma anche sopravvivere in una realtà umbratile dove la nostra sola funzione sia di garantire la nuda sopravvivenza della specie sembra assai peggio.
Qualche biologo molto realista ha suggerito che le galline sono macchine biologiche inventate dalla uova per perpetuarsi. E noi?