Repubblica 8.7.04
LE MILLE RADICI D'EUROPA
Le Goff e Cacciari
"senza sens analogie con il trecento"
"sono molti gli strati che abbiam in comune"
"la matrice sia aperta e non chiusa o aggressiv
Lo storico e il filosofo dibattono sull'identità del continente
di VITTORIO BORELLI
Il braccio di ferro sulla Costituzione europea non poteva che concludersi con un compromesso politico. Ovviamente. Ma lo scontro è destinato a proseguire perché non c´è chiarezza né omogeneità sul modo di guardare alle radici comuni, alla comune identità. Ne abbiamo parlato con due intellettuali tra i più sensibili e attenti al tema Europa: lo storico francese Jacques Le Goff e il filosofo italiano Massimo Cacciari.
Molti politici e intellettuali mettono in discussione che esista una identità europea. Leggendo Il cielo sceso in terra. Le origini medievali dell´Europa, il libro di Le Goff da poco uscito in Italia da Laterza, si ha invece la prova del contrario. Ma sul tema anche Cacciari ha scritto molto in questi anni. Volete ricordarci quali sono i fondamenti della nostra comune identità?
LE GOFF L´identità europea si è costituita per stratificazioni successive e su un lungo periodo. Il primo strato è quello della cultura greco-romana portatrice dell´idea di democrazia, dello spirito scientifico, del metodo critico e dell´importanza del diritto. Il secondo strato, che io considero essenziale, è lo strato medievale con la diffusione dei valori giudeo-cristiani, la combinazione di unità europea e diversità nazionale. È lo strato del metodo scolastico e universitario, della filosofia scolastica, della nascita delle città, dell´equilibrio tra ragione e fede. Successivamente si sono sovrapposti lo strato scientifico dei secoli XVII-XVIII, lo strato dei Lumi del XVIII secolo, lo strato della rivoluzione francese, lo strato del Romanticismo e quello dei lunghi progressi della democrazia a partire dal XIX secolo.
CACCIARI L´elencazione dei caratteri comuni alle diverse nationes europee porterebbe, credo, assai poco lontano. La forma del loro relazionarsi mi pare, piuttosto, costituire la vera «identità» - e questa forma è polemos: riconoscersi-distinguersi. Contra-dirsi. La forma della «identità» europea è agonica nella sua essenza. È questa la forma dell´"arcipelago" greco; è questa la forma della civitas Romana, che costruisce la propria grandezza sulla «contra-dizione» tra patrizi e plebei; è questa la forma della respublica christiana: due Soli; concordia oppositorum come idea della cattolicità della Chiesa. Inquieto, in-sano il cuore d´Europa. E chi vorrà guarirlo lo farà cessare di battere.
Nel XII Secolo, l´identità degli europei si definiva rispetto al mondo bizantino da un lato e al mondo islamico dall´altro. Ritenete che anche oggi l´Europa debba definirsi in negativo, distinguendosi sia dal nuovo fondamentalismo islamico sia dall´unilateralismo americano dell´amministrazione Bush?
LE GOFF Evidentemente. Ma per proteggersi sia contro il terrorismo sia contro l´imperialismo essa deve riuscire a mantenere una sua identità aperta e non chiusa ed aggressiva.
CACCIARI Non ha alcun senso l´analogia con il XII Secolo. Lì l´Europa si definiva in competizione (ma era un agòn anche quello, nel senso che prima ricordavo!) con una civiltà, quella islamica, che la surclassava per molteplici aspetti. E non certo perché fosse "fondamentalista", nel senso che oggi intendiamo! Il "fondamentalismo" attuale, come Kimpel e tanti altri ci hanno ricordato, è il prodotto della nazionalizzazione-occidentalizzazione delle genti islamiche tra XIX e XX Secolo. E non potrà che svilupparsi e radicalizzarsi di fronte a politiche occidentali «unilaterali». Se - e ripeto: se - l´Europa declinerà la propria «identità» nei termini che ho detto, intrinsecamente «multilaterali» - se l´Europa saprà esprimere il suo stesso «io» come interrogazione-dialogo, allora potrà svolgere un ruolo proprio, autonomo rispetto a tutti i «fondamentalismi». Vi sono «memorie» di una tale possibilità nella storia europea? Oserei citare un nome: Francesco. Ma Francesco è ancora per noi un... possibile?
Intorno all´anno Mille, il sogno comune del Papa e dell´Imperatore era l´ingresso del mondo slavo nella cristianità unita. È ancora un tema di grande attualità...
LE GOFF Il mondo slavo è entrato a far parte della cristianità effettivamente ed essenzialmente verso l´anno Mille e l´allargamento attuale dell´Europa non è che una prima fase del ritorno all´allargamento medievale, fase che deve essere seguita dopo un periodo più o meno lungo dall´allargamento all´Ucraina, alla Bielorussia, e - più difficilmente, ma necessariamente - alla Russia stessa.
CACCIARI Sto leggendo uno straordinario libro, Sulla formazione della cultura europea occidentale di Bruno Luiselli, dove si mostra, secondo le più diverse prospettive l´acculturazione reciproca tra mondo cristiano-romano, mondo germanico e mondo celtico, soprattutto britannico e irlandese. Non so se vi siano ricerche di analogo spessore per le relazioni tra questo mondo occidentale e quello slavo, prima della sua cristianizzazione. Certo che compito e destino della cultura europea occidentale si sono fin dai suoi inizi proiettati «a oriente». L´Europa realizzerà la sua idea allorché questa nostalgia si combinerà con l´altra, complementare, di tanta parte della cultura slava per l´"arcipelago" europeo, per la dimensione cattolico-mediterranea dell´Europa.
A vostro parere, quali sono gli uomini che più hanno contribuito all´idea dell´Europa?
LE GOFF Gli uomini che nel Medioevo hanno fatto esplicitamente riferimento all´unità europea come ad un loro sogno personale sono stati il Enea Silvio Piccolomini, diventato papa come Pio II, e il re ussita di Boemia Georges Podebad.
CACCIARI Parlerei piuttosto di coloro che più hanno rappresentato la sua idea - e cioè di coloro che ne hanno più coerentemente e tragicamente declinato l´essere-contraddizione. Da un lato, coloro che ne volevano «interrare» le differenze, i fanatici dell´Unità, dell´Ordine, dalle grandi tradizioni imperiali a quelle giacobine, sia nelle sue versioni «di destra» sia «di sinistra»; dall´altro, i grandi critici delle "statolatrie", delle infernali confusioni tra civitas hominis e civitas dei, i federalisti nel senso più autentico e profondo del termine, quello che risuona ne La Ginestra di Leopardi! Ma occorre, realisticamente, sapere che entrambi sono l´Europa. Forse, "democrazia" per noi non significa altro che riuscire, di volta in volta, a comporre proprio tale dissonanza.
Le Goff sostiene che il cristianesimo è stato un importante fattore di identità, ma che il processo d´identità europea era iniziato prima e che è proseguito anche dopo la laicizzazione delle nostre società. Un´affermazione come questa sembra dare ragione a chi, in sede di elaborazione della costituzione europea, ha negato la necessità di rifarsi a radici cristiane...
LE GOFF Il preambolo alla costituzione europea mi sembra debba innanzi tutto affermare la laicità della nascente formazione politica; ciò premesso, può anche evocare le differenti eredità ideologiche e culturali, in particolare l´eredità giudeo-cristiana.
CACCIARI Ciò che diciamo «laicizzazione» non è per molti e decisivi aspetti che secolarizzazione di idee religiose. Non vedo fratture irreparabili, e perciò il processo dell´identità europea (ma è tale identità ad essere appunto un processo!) può essere descritto secondo un suo «senso». Basta non cadere in facili storicismi. Il «senso» di un processo storico avviene, Vico docet, essenzialmente per eterogenesi dei fini, non sulla base di calcoli e progetti che poi si realizzino. Nella storia vi è ancora meno «teleologia» che in natura. Il problema oggi non consiste nel «contare» quante manifestazioni o espressioni della nostra cultura debbano essere attribuite a «radici» cristiane, ma nell´analizzare se e come tali «radici» siano ancora «portanti». Credo, allora, risulterebbe evidente come esse lo siano soltanto in quanto «secolarizzate» - ed essenzialmente attraverso la loro riformulazione in chiave universalistico-filantropico-illuministica. Tutti i grandi classici della sociologia della religione tra Ottocento e Novecento, da Troeltsch a Scheler, da Durkheim a Weber, si sono impegnati nella spiegazione di tale «grande trasformazione». La Costituzione Europea avrebbe potuto costituire l´occasione per un ripensamento del «compromesso» tra Christentum e Kultur? A questo fine mirava Papa Wojtyla? I «costituenti» hanno comunque abdicato da tale compito. Ma esso avrebbe mai potuto compiersi?
Molti dicono che l´Europa soffre di un eccesso di vincoli economici e amministrativi e di un deficit di idealità. Le Goff sembra condividere questa opinione quando scrive che «l´Europa è ancora da fare e addirittura da pensare». Che cosa dovrebbero fare i politici e gli intellettuali europei per dare slancio e maggior respiro ideale al progetto europeo?
LE GOFF Bisogna che l´identità economica venga equilibrata dallo sviluppo di un´identità culturale europea le cui basi storiche sono lontane e profonde e infondere all´Europa un dinamismo che nasca da una volontà politica.
CACCIARI Le contraddizioni che minano l´attuale «costruzione» dell´Europa sono presenti in tutte le sue dimensioni. Nessun politico europeo, nessuna delle tradizionali "famiglie" politiche europee, «pensa» l´Europa, poiché significa non pensare l´Europa pensarla come appendice atlantica oppure come asse franco-carolingio; pensarla come crogiuolo occasionalistico di nationes oppure, all´opposto, come nuovo macro-Stato; pensarla come compromesso tra interessi statali o, all´opposto, in termini astrattamente utopistici, come se tradizioni, lingue, culture che la compongono potessero mai dar vita a degli Stati Uniti d´Europa sul modello americano. Ma non c´è dubbio che le contraddizioni riguardano anche la dimensione economica.
Ha collaborato Lidia Fornasiero
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 8 luglio 2004
neuroscienze
La Stampa 8 Luglio 2004
SU «NATURE» LA SCOPERTA DEI RICERCATORI DI MOLINETTE E CTO
«Così s’addestrano le cellule nervose»
Per la prima volta al mondo è stato dimostrato che sull’uomo i neuroni
che sovraintendono al sistema motorio reagiscono all’effetto placebo
di Grazia Longo
Il risultato positivo dell’effetto placebo - la sensazione di benessere attraverso una suggestione psicologica - è noto da tempo. Ma oggi possiamo affermare con certezza che si tratta di una realtà biologica. Che le cellule nervose possono essere condizionate. Nel senso che possono apprendere un comportamento, una reazione. Possono, insomma, essere addestrate.
La scoperta è il frutto della collaborazione tra il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino - 1° Divisione universitaria di Neurologia dell’ospedale Molinette, diretta dal professor Bruno Bergamasco, al suo fianco sono impegnati il professor Leonardo Lopiano e il professor Fabrizio Benedetti - e della Divisione di Neurochirurgia del Cto (di cui fanno parte i neurochirurghi Michele Lanotte e Antonio Melcarne ).
Una rivelazione di straordinaria importanza - non a caso è stata pubblicata sulla rivista americana Nature, la più prestigiosa al mondo in campo medico scientifico - emersa negli studi per curare il morbo di Parkinson.
Vediamo come. Durante un intervento chirurgico - su un campione di 23 pazienti - per l’applicazione di elettrodi che collegano l’attività dei neuroni ad un pacemaker al cuore è stato possibile registrare l’attività neuronale, la reazione dei neuroni legata all’attività motoria. Il risultato è sconvolgente: la risposta dei neuroni è la stessa sia che vengano somministrati farmaci per potenziare la dopamina (carente nei parkinsoniani), sia che al loro posto venga iniettata della semplice soluzione fisiologica, dell’acqua tanto per intenderci.
«Le singole cellule nervose che sovraintendono il sistema motorio reagiscono all’effetto placebo - ribadisce il professor Bergamasco -, ed è la prima volta al mondo che il fenomeno viene provato su un essere umano».
Una novità che non solo arricchirà la futura ricerca neuroscientifica, approfondendo sempre di più i processi dell’apprendimento umano e del funzionamento neuronale, ma che molto probabilmente avrà delle conseguenze anche sul piano farmaceutico. «È evidente che anche su questo fronte - interviene il professor Lopiano - gli studi sui nuovi medicinali dovranno tenere maggiormente in conto la loro resistenza all’effetto placebo».
Da qui a dire che la terapia farmacologica è vanificata dalla suggestione psicologica ce ne passa - gli stessi esperti stigmatizzano «sull’importanza dei farmaci» - ma apre sicuramente le porte a una nuova prospettiva neurofisiologica. Intanto la novità potrà aver notevoli ricadute cliniche, tra cui l’utilizzo a scopo terapeutico dell’effetto placebo per potenziare l’azione dei farmaci e portare ad altri approcci farmacologici in grado di aumentare la biodisponibilità di dopamina, il neurotrasmettitore chimico carente nella malattia del Parkinson.
Ma torniamo agli aspetti già individuati. La scoperta torinese è avvenuta attraverso la microregistrazione dell’attività elettrica cerebrale lungo la traiettoria che porta al posizionamento dell’elettrodo stimolante. «È stato cioè possibile registrare l’attività elettrica del nucleo subtalamico prima e dopo placebo - spiegano il professor Bergamasco e il professor Lopiano -, dimostrando una netta differenza della frequenza di scarica dei neuroni nei pazienti responsivi al placebo. Era inoltre presente una chiara correlazione clinica tra modificazioni elettriche e miglioramento del paziente».
A rafforzare ulteriormente l’esito torinese è la valutazione in cieco sia da parte di un neurologo sia dal paziente stesso. «In alcuni casi né il medico né il malato erano stati informati dell’utilizzo della soluzione fisiologica al posto del farmaco. Ma la ripresa del paziente si è comunque verificata».
SU «NATURE» LA SCOPERTA DEI RICERCATORI DI MOLINETTE E CTO
«Così s’addestrano le cellule nervose»
Per la prima volta al mondo è stato dimostrato che sull’uomo i neuroni
che sovraintendono al sistema motorio reagiscono all’effetto placebo
di Grazia Longo
Il risultato positivo dell’effetto placebo - la sensazione di benessere attraverso una suggestione psicologica - è noto da tempo. Ma oggi possiamo affermare con certezza che si tratta di una realtà biologica. Che le cellule nervose possono essere condizionate. Nel senso che possono apprendere un comportamento, una reazione. Possono, insomma, essere addestrate.
La scoperta è il frutto della collaborazione tra il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino - 1° Divisione universitaria di Neurologia dell’ospedale Molinette, diretta dal professor Bruno Bergamasco, al suo fianco sono impegnati il professor Leonardo Lopiano e il professor Fabrizio Benedetti - e della Divisione di Neurochirurgia del Cto (di cui fanno parte i neurochirurghi Michele Lanotte e Antonio Melcarne ).
Una rivelazione di straordinaria importanza - non a caso è stata pubblicata sulla rivista americana Nature, la più prestigiosa al mondo in campo medico scientifico - emersa negli studi per curare il morbo di Parkinson.
Vediamo come. Durante un intervento chirurgico - su un campione di 23 pazienti - per l’applicazione di elettrodi che collegano l’attività dei neuroni ad un pacemaker al cuore è stato possibile registrare l’attività neuronale, la reazione dei neuroni legata all’attività motoria. Il risultato è sconvolgente: la risposta dei neuroni è la stessa sia che vengano somministrati farmaci per potenziare la dopamina (carente nei parkinsoniani), sia che al loro posto venga iniettata della semplice soluzione fisiologica, dell’acqua tanto per intenderci.
«Le singole cellule nervose che sovraintendono il sistema motorio reagiscono all’effetto placebo - ribadisce il professor Bergamasco -, ed è la prima volta al mondo che il fenomeno viene provato su un essere umano».
Una novità che non solo arricchirà la futura ricerca neuroscientifica, approfondendo sempre di più i processi dell’apprendimento umano e del funzionamento neuronale, ma che molto probabilmente avrà delle conseguenze anche sul piano farmaceutico. «È evidente che anche su questo fronte - interviene il professor Lopiano - gli studi sui nuovi medicinali dovranno tenere maggiormente in conto la loro resistenza all’effetto placebo».
Da qui a dire che la terapia farmacologica è vanificata dalla suggestione psicologica ce ne passa - gli stessi esperti stigmatizzano «sull’importanza dei farmaci» - ma apre sicuramente le porte a una nuova prospettiva neurofisiologica. Intanto la novità potrà aver notevoli ricadute cliniche, tra cui l’utilizzo a scopo terapeutico dell’effetto placebo per potenziare l’azione dei farmaci e portare ad altri approcci farmacologici in grado di aumentare la biodisponibilità di dopamina, il neurotrasmettitore chimico carente nella malattia del Parkinson.
Ma torniamo agli aspetti già individuati. La scoperta torinese è avvenuta attraverso la microregistrazione dell’attività elettrica cerebrale lungo la traiettoria che porta al posizionamento dell’elettrodo stimolante. «È stato cioè possibile registrare l’attività elettrica del nucleo subtalamico prima e dopo placebo - spiegano il professor Bergamasco e il professor Lopiano -, dimostrando una netta differenza della frequenza di scarica dei neuroni nei pazienti responsivi al placebo. Era inoltre presente una chiara correlazione clinica tra modificazioni elettriche e miglioramento del paziente».
A rafforzare ulteriormente l’esito torinese è la valutazione in cieco sia da parte di un neurologo sia dal paziente stesso. «In alcuni casi né il medico né il malato erano stati informati dell’utilizzo della soluzione fisiologica al posto del farmaco. Ma la ripresa del paziente si è comunque verificata».
neuroscienze
trattamenti antidepressivi
Yahoo! Salute 8.7.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Trattamento combinato per la depressione
Il Pensiero Scientifico Editore
Secondo i risultati di una revisione sistematica pubblicata recentemente negli Archives of General Psychiatry, integrando la terapia antidepressiva con il trattamento psicologico si ottengono significativi miglioramenti nella cura della patologia rispetto al solo intervento farmacologico. In particolare è stato notato che il trattamento combinato favorisce una maggiore aderenza alla terapia farmacologica a lungo termine.
Gli autori della revisione hanno indagato la relazione tra aderenza ed efficacia del trattamento antidepressivo combinato con psicoterapia rispetto al solo intervento farmacologico nella cura dei disordini depressivi. I sedici studi inclusi nella meta-analisi hanno preso in esame 932 pazienti che hanno seguito unicamente un trattamento farmacologico e 910 che hanno seguito un trattamento combinato. Complessivamente i pazienti curati con il trattamento combinato hanno mostrato un miglioramento statisticamente rilevante rispetto a quelli che avevano seguito solo la terapia farmacologica, mentre per quanto riguarda il numero dei pazienti che non hanno avuto miglioramenti e di quelli che hanno abbandonato la cura non è stata riscontrata una distribuzione diversificata tra i due gruppi. Inoltre, le sperimentazioni con una durata superiore alle 12 settimane hanno mostrato una maggiore efficacia del trattamento combinato rispetto alla sola terapia farmacologica, con una significativa riduzione dei pazienti che hanno abbandonato la cura rispetto.
L’aderenza al trattamento farmacologico è uno dei problemi della pratica clinica più rilevanti per la cura delle malattie mentali: per questo gli autori auspicano che vengano svolti altri studi per verificare se una più alta risposta alla cura farmacologica, attribuibile all’uso combinato di farmaci e psicoterapia, possa essere raggiunta con l’uso integrato di psicofarmaci e interventi volti proprio a migliorare l’aderenza.
Bibliografia. Pampallona S, Bollini P, Tibaldi G, Kupelnick B, Munizza C. Patient adherence in the treatment of depression. Arch Gen Psychiatry 2004; 61:714-719
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Trattamento combinato per la depressione
Il Pensiero Scientifico Editore
Secondo i risultati di una revisione sistematica pubblicata recentemente negli Archives of General Psychiatry, integrando la terapia antidepressiva con il trattamento psicologico si ottengono significativi miglioramenti nella cura della patologia rispetto al solo intervento farmacologico. In particolare è stato notato che il trattamento combinato favorisce una maggiore aderenza alla terapia farmacologica a lungo termine.
Gli autori della revisione hanno indagato la relazione tra aderenza ed efficacia del trattamento antidepressivo combinato con psicoterapia rispetto al solo intervento farmacologico nella cura dei disordini depressivi. I sedici studi inclusi nella meta-analisi hanno preso in esame 932 pazienti che hanno seguito unicamente un trattamento farmacologico e 910 che hanno seguito un trattamento combinato. Complessivamente i pazienti curati con il trattamento combinato hanno mostrato un miglioramento statisticamente rilevante rispetto a quelli che avevano seguito solo la terapia farmacologica, mentre per quanto riguarda il numero dei pazienti che non hanno avuto miglioramenti e di quelli che hanno abbandonato la cura non è stata riscontrata una distribuzione diversificata tra i due gruppi. Inoltre, le sperimentazioni con una durata superiore alle 12 settimane hanno mostrato una maggiore efficacia del trattamento combinato rispetto alla sola terapia farmacologica, con una significativa riduzione dei pazienti che hanno abbandonato la cura rispetto.
L’aderenza al trattamento farmacologico è uno dei problemi della pratica clinica più rilevanti per la cura delle malattie mentali: per questo gli autori auspicano che vengano svolti altri studi per verificare se una più alta risposta alla cura farmacologica, attribuibile all’uso combinato di farmaci e psicoterapia, possa essere raggiunta con l’uso integrato di psicofarmaci e interventi volti proprio a migliorare l’aderenza.
Bibliografia. Pampallona S, Bollini P, Tibaldi G, Kupelnick B, Munizza C. Patient adherence in the treatment of depression. Arch Gen Psychiatry 2004; 61:714-719
«la casa del barbone»
citato al Mercoledì
una segnalazione di Paolo Izzo
Repubblica 8.7.04 cronaca di Roma
Quattro prototipi disegnati da progettisti e designer. Saranno utilizzati dalla Caritas
La "casa del barbone"? È firmata dall'architetto
Le abitazioni itineranti verranno distribuite ai numerosi clochard della Capitale
Dal box con cartoni ignifughi ad una copertura che si adatta a una panchina
di ORAZIO LA ROCCA
Architetti e designer all´opera per barboni e senza fissa dimora. Succede a Roma, precisamente all´Istituto Quasar di via Nizza, scuola universitaria di design, dove una equipe di progettisti, coordinati dal direttore didattico Orazio Carpenzano, ha realizzato quattro «case pieghevoli itineranti» destinate a clochard e senzatetto. Quattro prototipi abitativi progettati per singole persone, che il Quasar, in collaborazione con l´Associazione progettisti per l´Habitat (Aph), offrirà alla Caritas diocesana di Roma e alla Comunità di S. Egidio. I volontari di questi due enti caritativi a loro volta provvederanno a distribuire le prime case itineranti a quel variegato popolo di disperati che per scelta, per malattie o per improvviso degrado dovuto a perdita di lavoro, ad alcol o a tossicodipendenze, vivono ai margini della città di Roma.
Il progetto - che dopo Roma sarà proposto anche nelle altre grandi e piccole città dove più evidente è il fenomeno del barbonismo - sarà presentato stasera nell´ambito del meeting «Homeless-A living box" sull´isola Tiberina (alle 19). All´iniziativa hanno dato il loro appoggio il Comune di Roma, la Regione Lazio, la facoltà di architettura «Valle Giulia» e l´Ordine degli architetti di Roma. Circa duemila le case-itineranti che saranno messe a disposizione di Caritas diocesana e Comunità di S. Egidio - spiega Carpenzano - e riguardano in prevalenza il modello-box, un mini rifugio in cartone riciclato, pieghevole, dove una persona può stendersi e riposare. I progettisti - aggiunge Carpenzano - «hanno previsto anche alcune soluzioni tecnico-abitative per garantire anche un certo confort e, principalmente, sicurezza». I materiali sono, infatti, ignifughi, i colori tenui, le pareti laterali hanno un sistema di finestre per permettere l´areazione e, cosa importantissima, la casa è munita di due cellule alimentate da energia solare che di notte possono illuminare l´ambiente interno, senza che il clochard si serva di candele o accendini. Gli altri tre modelli sono: la casetta a tronco di piramide, con un lato libero, adatto per senza fissa dimora che amano dormire all´aperto senza perdere il contatto fisico con la natura; la copertura removibile per panchina, realizzata in pvc flessibile e in polipropilene; e la casa a cilindro elicoidale, richiudibile. «Si può dire - commenta Carpenzano - che in Italia per la prima volta architetti, designer e studenti si interessano dei barboni, una proposta ispirata a modelli architettonici giapponesi, ma plasmata secondo le esigenze legate al mondo dei senzatetto delle nostre città, a partire da Roma». «E´ una sfida ed una scommessa vinta, perché mai prima d´ora in Italia una scuola di design e una facoltà di architettura avevano progettato case per chi non ha case, nel rispetto delle esigenze di chi ha bisogno, con sentimenti di solidarietà e di sollecitudine per i senza fissa dimora e per l´ambiente», conclude Benedetto Todaro, uno dei responsabili del Quasar e docente alla storica facoltà di architettura «Valle Giulia» di Roma.
una segnalazione di Paolo Izzo
Repubblica 8.7.04 cronaca di Roma
Quattro prototipi disegnati da progettisti e designer. Saranno utilizzati dalla Caritas
La "casa del barbone"? È firmata dall'architetto
Le abitazioni itineranti verranno distribuite ai numerosi clochard della Capitale
Dal box con cartoni ignifughi ad una copertura che si adatta a una panchina
di ORAZIO LA ROCCA
Architetti e designer all´opera per barboni e senza fissa dimora. Succede a Roma, precisamente all´Istituto Quasar di via Nizza, scuola universitaria di design, dove una equipe di progettisti, coordinati dal direttore didattico Orazio Carpenzano, ha realizzato quattro «case pieghevoli itineranti» destinate a clochard e senzatetto. Quattro prototipi abitativi progettati per singole persone, che il Quasar, in collaborazione con l´Associazione progettisti per l´Habitat (Aph), offrirà alla Caritas diocesana di Roma e alla Comunità di S. Egidio. I volontari di questi due enti caritativi a loro volta provvederanno a distribuire le prime case itineranti a quel variegato popolo di disperati che per scelta, per malattie o per improvviso degrado dovuto a perdita di lavoro, ad alcol o a tossicodipendenze, vivono ai margini della città di Roma.
Il progetto - che dopo Roma sarà proposto anche nelle altre grandi e piccole città dove più evidente è il fenomeno del barbonismo - sarà presentato stasera nell´ambito del meeting «Homeless-A living box" sull´isola Tiberina (alle 19). All´iniziativa hanno dato il loro appoggio il Comune di Roma, la Regione Lazio, la facoltà di architettura «Valle Giulia» e l´Ordine degli architetti di Roma. Circa duemila le case-itineranti che saranno messe a disposizione di Caritas diocesana e Comunità di S. Egidio - spiega Carpenzano - e riguardano in prevalenza il modello-box, un mini rifugio in cartone riciclato, pieghevole, dove una persona può stendersi e riposare. I progettisti - aggiunge Carpenzano - «hanno previsto anche alcune soluzioni tecnico-abitative per garantire anche un certo confort e, principalmente, sicurezza». I materiali sono, infatti, ignifughi, i colori tenui, le pareti laterali hanno un sistema di finestre per permettere l´areazione e, cosa importantissima, la casa è munita di due cellule alimentate da energia solare che di notte possono illuminare l´ambiente interno, senza che il clochard si serva di candele o accendini. Gli altri tre modelli sono: la casetta a tronco di piramide, con un lato libero, adatto per senza fissa dimora che amano dormire all´aperto senza perdere il contatto fisico con la natura; la copertura removibile per panchina, realizzata in pvc flessibile e in polipropilene; e la casa a cilindro elicoidale, richiudibile. «Si può dire - commenta Carpenzano - che in Italia per la prima volta architetti, designer e studenti si interessano dei barboni, una proposta ispirata a modelli architettonici giapponesi, ma plasmata secondo le esigenze legate al mondo dei senzatetto delle nostre città, a partire da Roma». «E´ una sfida ed una scommessa vinta, perché mai prima d´ora in Italia una scuola di design e una facoltà di architettura avevano progettato case per chi non ha case, nel rispetto delle esigenze di chi ha bisogno, con sentimenti di solidarietà e di sollecitudine per i senza fissa dimora e per l´ambiente», conclude Benedetto Todaro, uno dei responsabili del Quasar e docente alla storica facoltà di architettura «Valle Giulia» di Roma.
panico
Repubblica Salute 8.7.04
Un test "ecologico" sull'attacco di panico
di Antonio Caperna
Un tuffo al cuore, brividi, sensazione di freddo, difficoltà di respirazione. Sono le spie dell'attacco di panico, un disagio che colpisce oltre due milioni di italiani, soprattutto donne (i due terzi, soprattutto tra i 18 e i 40 anni) e che vede nel periodo estivo innescarsi pericolosamente la "miccia". In questa stagione, infatti, c'è una rottura dell'equilibrio domestico che tanto tranquillizza.
"Il primo attacco arriva all'improvviso e rischia di fissarsi in maniera indelebile nella memoria di chi lo ha subito. Ecco perché sarebbe bene diagnosticare questo disagio mentale in tempo, per intervenire tempestivamente ed evitare che l'esperienza negativa vissuta ingigantisca e condizioni il resto della vita", ha affermato Rosario Sorrentino, fondatore dell'Associazione italiana ricerca su questo disturbo (Airdap) e responsabile della Unità italiana contro gli Attacchi di Panico (Uiap), attiva a Roma presso la Clinica Paideia (info 06330945100). "In estate poi", ha aggiunto l'esperto, "si mettono da parte le abitudini e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide sull'insorgenza del disagio mentale".
Quando nell'aria infatti aumenta la concentrazione di anidride carbonica (oltre le 9 mila parti per milione) si stimolano delle "sentinelle ecologiche", cioè dei chemocettori cerebrali, che fanno scatenare l'allarme, attivando l'attacco di panico in persone geneticamente predisposte, e che si possono individuare con uno specifico "test di scatenamento". "Nel centro il paziente viene seguito attraverso un approccio integrato di tipo farmacologico e psicologico", ha aggiunto Paola Vinciguerra, psicoterapeuta dello Uiap, "da un lato si agisce sui neurotrasmettitori e dall'altro si insegna a depotenziare il disturbo con tecniche di psicoterapia cognitivo-comportamentale".
Un test "ecologico" sull'attacco di panico
di Antonio Caperna
Un tuffo al cuore, brividi, sensazione di freddo, difficoltà di respirazione. Sono le spie dell'attacco di panico, un disagio che colpisce oltre due milioni di italiani, soprattutto donne (i due terzi, soprattutto tra i 18 e i 40 anni) e che vede nel periodo estivo innescarsi pericolosamente la "miccia". In questa stagione, infatti, c'è una rottura dell'equilibrio domestico che tanto tranquillizza.
"Il primo attacco arriva all'improvviso e rischia di fissarsi in maniera indelebile nella memoria di chi lo ha subito. Ecco perché sarebbe bene diagnosticare questo disagio mentale in tempo, per intervenire tempestivamente ed evitare che l'esperienza negativa vissuta ingigantisca e condizioni il resto della vita", ha affermato Rosario Sorrentino, fondatore dell'Associazione italiana ricerca su questo disturbo (Airdap) e responsabile della Unità italiana contro gli Attacchi di Panico (Uiap), attiva a Roma presso la Clinica Paideia (info 06330945100). "In estate poi", ha aggiunto l'esperto, "si mettono da parte le abitudini e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide sull'insorgenza del disagio mentale".
Quando nell'aria infatti aumenta la concentrazione di anidride carbonica (oltre le 9 mila parti per milione) si stimolano delle "sentinelle ecologiche", cioè dei chemocettori cerebrali, che fanno scatenare l'allarme, attivando l'attacco di panico in persone geneticamente predisposte, e che si possono individuare con uno specifico "test di scatenamento". "Nel centro il paziente viene seguito attraverso un approccio integrato di tipo farmacologico e psicologico", ha aggiunto Paola Vinciguerra, psicoterapeuta dello Uiap, "da un lato si agisce sui neurotrasmettitori e dall'altro si insegna a depotenziare il disturbo con tecniche di psicoterapia cognitivo-comportamentale".
mercoledì 7 luglio 2004
su rivoluzione francese e illuminismo
Repubblica 7.7.04
TORNA IL SAGGIO DI NICOLA MATTEUCCI SULLO STORICO JACQUES MALLET-DU PAN
L´UOMO CHE ODIAVA LA RIVOLUZIONE
I sentimenti contrastanti per i giacobini e robespierre
una presa di posizione critica verso l´illuminismo
di MASSIMO L. SALVADORI
Chi voglia una riprova di quanto certi capitoli della storia passata facciano da specchio a quella presente può ancor sempre guardare alla rivoluzione francese. Al punto che le maggiori vette della storiografia dedicata agli avvenimenti aperti dal 1789 rappresentano tappe tra le più significative dell´evolversi della coscienza europea. Così la coscienza che scrive la storia diventa essa stessa storia politica e civile. Si pensi solo a come prima i successi e poi la crisi e il crollo del comunismo abbiano potentemente influito sui modi di interpretare la rivoluzione francese e in particolare il ruolo svolto dai giacobini. A proposito di questi ultimi si è passati da Albert Mathiez a François Furet, dall´esaltazione di Robespierre alla sua esecrazione. In questo generale dibattito si colloca per molti aspetti anche il libro di Nicola Matteucci dal titolo Jacques Mallet-Du Pan. Ginevra, "L´Illuminismo e la Rivoluzione francese", apparso dapprima nel 1957 e ora ripresentato presso Marco Editore (pagg. 423, euro 35) con una nuova prefazione in cui l´autore assume con decisione la sua posizione in relazione alle controversie interpretative.
In questa prefazione Matteucci prende partito contro Mathiez, accusato di aver diretto la sua ricerca «solo a distinguere i buoni dai cattivi»; ma a sua volta non esista a schierarsi con chi - da Salvemini a Omodeo, Chabod e Furet - ha distinto tra la buona rivoluzione liberale del 1789 e il cattivo giacobinismo del 1793-94. Una linea, che non esita a proclamare «vincente». Il rapporto tra il 1789 e il 1793-94 e la loro contrapposizione pongono da sempre un problema di metodo di fondo. Una cosa, infatti, è la legittima e persino inevitabile celebrazione o condanna del giacobinismo in base ai valori e modelli etici e politici di ciascuno; un´altra tutta diversa è approdare alla conclusione di Salvemini che la vera e positiva rivoluzione fu quella svoltasi tra il 1789 e il 1792, laddove il potere giacobino costituì uno stravolgimento, un colpevole eccesso, una forzatura addirittura "antistorica" dovuta ad una degenerazione messa in atto da ideologi fanatici, ricomposta soltanto - sostenne Omodeo - dalla ripresa del liberalismo moderato nell´età della Restaurazione. Ma qui occorre tenere presente l´obiezione che al Salvemini rivolse uno studioso liberale, Walter Maturi, secondo il quale «una storia della Rivoluzione francese senza Robespierre e la dittatura giacobina non è una storia della Rivoluzione francese». L´obiezione è solida poiché problema ineludibile per lo storico, quali che siano i suoi amori e le sue avversioni, sarà sempre prioritariamente quello di comprendere perché dagli Stati Generali si arrivò al giacobinismo (come, per quanto attiene alla rivoluzione russa, perché dal febbraio 1917 si giunse all´ottobre). E fu un problema, il rapporto tra la caduta della monarchia in Francia e il regime di Robespierre, che si pose con acutezza, seppure in maniera contraddittoria e irrisolta, anche Mallet-Du Pan.
Quando scoppiò la rivoluzione, il ginevrino Mallet era un quarantenne giunto in Francia alla fine del 1783, che - ci spiega Matteucci - aveva maturato un atteggiamento critico verso l´illuminismo, era avverso ai dottrinarismi, ostile alla democrazia ma non a un liberalismo moderato; e guardava come ad un buon esempio alla costituzione inglese e con scetticismo alla capacità di rinnovamento della monarchia francese in crisi. Iniziato il grande rivolgimento, egli si schierò con i monarchiens, attestandosi sull´idea che la rivoluzione fosse stata la risposta inevitabile alle organiche insufficienze dell´assolutismo monarchico. I "diritti dell´uomo" come diritti di natura universali li considerò frutti di astratto ideologismo, in contrasto con l´inevitabile diseguaglianza sociale e la difesa di quella proprietà che richiedeva di necessità l´ineguaglianza politica. Il suo motto era la libertà senza anarchia, l´ordine senza il dispotismo vuoi monarchico vuoi popolare. Se aveva caldeggiato la rivoluzione "politica" del 1789, Mallet ricevette una scossa definitiva dalla rivoluzione "sociale" del 1792, che considerò l´inizio dell´assalto alla proprietà e causa del sopravvento di una democrazia distruttiva. Nell´agosto del 1793, quando si era ormai consumata la caduta dei girondini e Robespierre aveva preso il potere, Mallet pubblicò l´opera sua di maggior peso: le "Considérations sur la nature de la Révolution de France". Questo saggio - ispirato a quel punto ad «un violento odio» verso la rivoluzione - lo ha iscritto, accanto ai Burke, ai de Maistre e ai Rivarol, alla schiera degli scrittori controrivoluzionari. Sennonché Mallet, come sottolinea Matteucci, a differenza di Burke, il quale si levava contro «le eccessive ambizioni della ragione», temeva lo scatenamento delle forze irrazionali anzitutto nelle moltitudini. Dopo il 1793 il ginevrino divenne informatore e consigliere dei sovrani delle potenze in lotta con la Francia; poi, disilluso di tutti e di tutto, se ne andò in Inghilterra per morirvi nel 1800.
Nelle Considérations, al pari del suo storico Matteucci, Mallet per un verso afferma che il 1793 aveva ucciso e contraddetto il 1789; per l´altro arriva ad esaltare, in un misto di deprecazione-ammirazione, il governo dei giacobini capace di imporre l´ordine, con sovrumana energia, sul dilagante disordine. Da ultimo, profugo in Inghilterra, Mallet giunse a concludere che il 1792-93, lungi dall´essere un corpo estraneo da espungere, offriva invece la chiave - scrive Matteucci - con cui interpretare «tutta la storia francese», dando «una giustificazione storica della Rivoluzione e del fallimento delle illusioni dell''89». Così, egli in sostanza si poneva ante litteram in una linea interpretativa che sarebbe stata poi per aspetti essenziali, al di là di opposti valori, anche quella di Mathiez.
TORNA IL SAGGIO DI NICOLA MATTEUCCI SULLO STORICO JACQUES MALLET-DU PAN
L´UOMO CHE ODIAVA LA RIVOLUZIONE
I sentimenti contrastanti per i giacobini e robespierre
una presa di posizione critica verso l´illuminismo
di MASSIMO L. SALVADORI
Chi voglia una riprova di quanto certi capitoli della storia passata facciano da specchio a quella presente può ancor sempre guardare alla rivoluzione francese. Al punto che le maggiori vette della storiografia dedicata agli avvenimenti aperti dal 1789 rappresentano tappe tra le più significative dell´evolversi della coscienza europea. Così la coscienza che scrive la storia diventa essa stessa storia politica e civile. Si pensi solo a come prima i successi e poi la crisi e il crollo del comunismo abbiano potentemente influito sui modi di interpretare la rivoluzione francese e in particolare il ruolo svolto dai giacobini. A proposito di questi ultimi si è passati da Albert Mathiez a François Furet, dall´esaltazione di Robespierre alla sua esecrazione. In questo generale dibattito si colloca per molti aspetti anche il libro di Nicola Matteucci dal titolo Jacques Mallet-Du Pan. Ginevra, "L´Illuminismo e la Rivoluzione francese", apparso dapprima nel 1957 e ora ripresentato presso Marco Editore (pagg. 423, euro 35) con una nuova prefazione in cui l´autore assume con decisione la sua posizione in relazione alle controversie interpretative.
In questa prefazione Matteucci prende partito contro Mathiez, accusato di aver diretto la sua ricerca «solo a distinguere i buoni dai cattivi»; ma a sua volta non esista a schierarsi con chi - da Salvemini a Omodeo, Chabod e Furet - ha distinto tra la buona rivoluzione liberale del 1789 e il cattivo giacobinismo del 1793-94. Una linea, che non esita a proclamare «vincente». Il rapporto tra il 1789 e il 1793-94 e la loro contrapposizione pongono da sempre un problema di metodo di fondo. Una cosa, infatti, è la legittima e persino inevitabile celebrazione o condanna del giacobinismo in base ai valori e modelli etici e politici di ciascuno; un´altra tutta diversa è approdare alla conclusione di Salvemini che la vera e positiva rivoluzione fu quella svoltasi tra il 1789 e il 1792, laddove il potere giacobino costituì uno stravolgimento, un colpevole eccesso, una forzatura addirittura "antistorica" dovuta ad una degenerazione messa in atto da ideologi fanatici, ricomposta soltanto - sostenne Omodeo - dalla ripresa del liberalismo moderato nell´età della Restaurazione. Ma qui occorre tenere presente l´obiezione che al Salvemini rivolse uno studioso liberale, Walter Maturi, secondo il quale «una storia della Rivoluzione francese senza Robespierre e la dittatura giacobina non è una storia della Rivoluzione francese». L´obiezione è solida poiché problema ineludibile per lo storico, quali che siano i suoi amori e le sue avversioni, sarà sempre prioritariamente quello di comprendere perché dagli Stati Generali si arrivò al giacobinismo (come, per quanto attiene alla rivoluzione russa, perché dal febbraio 1917 si giunse all´ottobre). E fu un problema, il rapporto tra la caduta della monarchia in Francia e il regime di Robespierre, che si pose con acutezza, seppure in maniera contraddittoria e irrisolta, anche Mallet-Du Pan.
Quando scoppiò la rivoluzione, il ginevrino Mallet era un quarantenne giunto in Francia alla fine del 1783, che - ci spiega Matteucci - aveva maturato un atteggiamento critico verso l´illuminismo, era avverso ai dottrinarismi, ostile alla democrazia ma non a un liberalismo moderato; e guardava come ad un buon esempio alla costituzione inglese e con scetticismo alla capacità di rinnovamento della monarchia francese in crisi. Iniziato il grande rivolgimento, egli si schierò con i monarchiens, attestandosi sull´idea che la rivoluzione fosse stata la risposta inevitabile alle organiche insufficienze dell´assolutismo monarchico. I "diritti dell´uomo" come diritti di natura universali li considerò frutti di astratto ideologismo, in contrasto con l´inevitabile diseguaglianza sociale e la difesa di quella proprietà che richiedeva di necessità l´ineguaglianza politica. Il suo motto era la libertà senza anarchia, l´ordine senza il dispotismo vuoi monarchico vuoi popolare. Se aveva caldeggiato la rivoluzione "politica" del 1789, Mallet ricevette una scossa definitiva dalla rivoluzione "sociale" del 1792, che considerò l´inizio dell´assalto alla proprietà e causa del sopravvento di una democrazia distruttiva. Nell´agosto del 1793, quando si era ormai consumata la caduta dei girondini e Robespierre aveva preso il potere, Mallet pubblicò l´opera sua di maggior peso: le "Considérations sur la nature de la Révolution de France". Questo saggio - ispirato a quel punto ad «un violento odio» verso la rivoluzione - lo ha iscritto, accanto ai Burke, ai de Maistre e ai Rivarol, alla schiera degli scrittori controrivoluzionari. Sennonché Mallet, come sottolinea Matteucci, a differenza di Burke, il quale si levava contro «le eccessive ambizioni della ragione», temeva lo scatenamento delle forze irrazionali anzitutto nelle moltitudini. Dopo il 1793 il ginevrino divenne informatore e consigliere dei sovrani delle potenze in lotta con la Francia; poi, disilluso di tutti e di tutto, se ne andò in Inghilterra per morirvi nel 1800.
Nelle Considérations, al pari del suo storico Matteucci, Mallet per un verso afferma che il 1793 aveva ucciso e contraddetto il 1789; per l´altro arriva ad esaltare, in un misto di deprecazione-ammirazione, il governo dei giacobini capace di imporre l´ordine, con sovrumana energia, sul dilagante disordine. Da ultimo, profugo in Inghilterra, Mallet giunse a concludere che il 1792-93, lungi dall´essere un corpo estraneo da espungere, offriva invece la chiave - scrive Matteucci - con cui interpretare «tutta la storia francese», dando «una giustificazione storica della Rivoluzione e del fallimento delle illusioni dell''89». Così, egli in sostanza si poneva ante litteram in una linea interpretativa che sarebbe stata poi per aspetti essenziali, al di là di opposti valori, anche quella di Mathiez.
prima erano le «nevrosi di guerra» adesso sono i «disturbi post-traumatici da stress»
o, meglio, i DPTS...
Yahoo! Salute 7.7.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Guerre e disturbi post-traumatici
Il Pensiero Scientifico Editore
Il New England Journal of Medicine si occupa diffusamente del problema e del costo dei disturbi post-traumatici da stress (DPTS) associati alle più recenti campagne militari statunitensi, in particolare nelle missioni Iraqi Freedom e Operation Enduring Freedom in Afghanistan. Lo fa con un lavoro di Hoge, Castro e Messer sui rapporti tra il dovere di combattere e l’insorgere di problemi psichici nei soldati e con una più ampia riflessione sullo stesso tema, affidata ad un editoriale di Matthew J. Friedman.
I dati, ancorché preliminari, sono molto interessanti e assolutamente senza precedenti, anche se – avverte Friedman in apertura – è possibile sottostimino ancora l’effettiva incidenza clinica dei disturbi post-traumatici da stress tra le truppe di ritorno dai teatri operativi. Sì, perché di questo si tratta: lo stesso concetto di nevrosi di guerra, negli anni 1980 ancora limitato a ben definite situazioni di "combattimento", si è modificato ampliando i suoi confini in conseguenza del crescente impiego delle forze armate in missioni di "peace-keeping". Anche se in effetti l’impiego in combattimento aumenta ovviamente il carico di stress e di conseguenza l’incidenza di questi che sono i disturbi di maggior riscontro tra chi rientra dalle missioni attuali.
Per la prima volta si tenta di valutare la prevalenza di disturbi psichiatrici riconducibili ad una campagna in corso. In secondo luogo, i dati possono esser confrontati con quelli raccolti prima del dispiegamento delle truppe nei teatri di guerra. Un terzo aspetto che emerge subito dall’analisi è che lo stigma impedisce a molti veterani di ricorrere alle strutture assistenziali psichiatriche, anche se riconoscono la gravità dei propri problemi.
Friedman si ricollega ovviamente ai precedenti più noti, in particolare allo studio epidemiologico sui veterani della guerra in Vietnam, condotto verso la metà degli anni Ottanta; su militari, quindi, rientrati già da 10-20 anni dalla guerra. In quell’occasione, la percentuale di disturbi post-traumatici da stress fu del 15 per cento tra i soldati maschi e dell’8 per cento tra le donne.In seguito, uno studio retrospettivo di coorte su veterani della guerra del Golfo, condotto tra il ’95 ed il ’97, mostrò una prevalenza del 10,1 per cento tra chi aveva combattuto, contro un 4,2 per cento tra i non combattenti. Tuttavia, la percentuale degli affetti da disturbi post-traumatici da stress dopo la guerra del Golfo praticamente raddoppiava quando i soggetti sono stati ricontattati due anni dopo il rientro. I dati sono simili a quelli riscontrati sulle truppe rientrate dalla Somalia tra il 1992 ed il ’94, in quell’occasione senza differenze sostanziali tra i sessi.
Ovviamente, non si può ancora sapere se nel tempo la percentuale dei colpiti da disturbi post-traumatici da stress dopo le guerre attualmente in corso aumenterà o calerà. Le strutture di sostegno e cura attuali sono più adeguate di un tempo e ciò dovrebbe favorire il ricorso alle stesse da parte dei militari in difficoltà. Friedman ha ragione di temere tuttavia che la percentuale attuale, già alta (compresa tra il 15,6 ed il 17,1) tra i veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan potrà salire, per due motivi: primo, perché si sa ormai che nei due anni successivi al rientro la prevalenza è destinata a crescere, e in secondo luogo perché la missione si è di fatto incrudelita nel tempo, trasformandosi da un’attività di attacco breve e poi di peace keeping, in una guerra a oltranza, con disagi psichici crescenti per le truppe combattenti. Per cui i dati di Hoge et al. sono da considerarsi molto prudenti.
Un vantaggio per i veterani consisterà certamente nel fatto che, oggi come oggi, chi torna dall’Iraq e dall’Afghanistan non viene accolto con la diffidenza che incontravano invece i reduci dal Vietnam; Friedman ritiene che gli americani sappiano distinguere bene tra guerra e guerrieri e che anche chi osteggia la prima, ha motivi di gratitudine verso i secondi, pur persistendo il problema dello stigma ed un elemento psicologico non sottovalutabile, come la vergogna del militare che non vuole "soccombere" allo stress e quindi lo denega, invece che cercare aiuto e conforto nelle strutture appropriate.
Le terapie che si stanno dimostrando più efficaci sono quella cognitiva-comportamentale e quella farmacologica, in particolare grazie a due inibitori del reuptake della serotonina approvati dalla Food and Drug administration statunitense. È triste notare comunque che anche le maggiori riviste mediche internazionali debbano dedicare sempre più spazio a problemi di salute legati alle guerre in corso.
Fonti: Hoge CW, Castro CA, Messer SC, et al. Combat duty in Iraq and Afghanistan, mental health problems, and barriers to care. N Engl J Med 2004;351:13-22.
Friedman MJ. Acknowledging the psychiatric cost of war. N Engl J Med 2004;351:75-77.
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Guerre e disturbi post-traumatici
Il Pensiero Scientifico Editore
Il New England Journal of Medicine si occupa diffusamente del problema e del costo dei disturbi post-traumatici da stress (DPTS) associati alle più recenti campagne militari statunitensi, in particolare nelle missioni Iraqi Freedom e Operation Enduring Freedom in Afghanistan. Lo fa con un lavoro di Hoge, Castro e Messer sui rapporti tra il dovere di combattere e l’insorgere di problemi psichici nei soldati e con una più ampia riflessione sullo stesso tema, affidata ad un editoriale di Matthew J. Friedman.
I dati, ancorché preliminari, sono molto interessanti e assolutamente senza precedenti, anche se – avverte Friedman in apertura – è possibile sottostimino ancora l’effettiva incidenza clinica dei disturbi post-traumatici da stress tra le truppe di ritorno dai teatri operativi. Sì, perché di questo si tratta: lo stesso concetto di nevrosi di guerra, negli anni 1980 ancora limitato a ben definite situazioni di "combattimento", si è modificato ampliando i suoi confini in conseguenza del crescente impiego delle forze armate in missioni di "peace-keeping". Anche se in effetti l’impiego in combattimento aumenta ovviamente il carico di stress e di conseguenza l’incidenza di questi che sono i disturbi di maggior riscontro tra chi rientra dalle missioni attuali.
Per la prima volta si tenta di valutare la prevalenza di disturbi psichiatrici riconducibili ad una campagna in corso. In secondo luogo, i dati possono esser confrontati con quelli raccolti prima del dispiegamento delle truppe nei teatri di guerra. Un terzo aspetto che emerge subito dall’analisi è che lo stigma impedisce a molti veterani di ricorrere alle strutture assistenziali psichiatriche, anche se riconoscono la gravità dei propri problemi.
Friedman si ricollega ovviamente ai precedenti più noti, in particolare allo studio epidemiologico sui veterani della guerra in Vietnam, condotto verso la metà degli anni Ottanta; su militari, quindi, rientrati già da 10-20 anni dalla guerra. In quell’occasione, la percentuale di disturbi post-traumatici da stress fu del 15 per cento tra i soldati maschi e dell’8 per cento tra le donne.In seguito, uno studio retrospettivo di coorte su veterani della guerra del Golfo, condotto tra il ’95 ed il ’97, mostrò una prevalenza del 10,1 per cento tra chi aveva combattuto, contro un 4,2 per cento tra i non combattenti. Tuttavia, la percentuale degli affetti da disturbi post-traumatici da stress dopo la guerra del Golfo praticamente raddoppiava quando i soggetti sono stati ricontattati due anni dopo il rientro. I dati sono simili a quelli riscontrati sulle truppe rientrate dalla Somalia tra il 1992 ed il ’94, in quell’occasione senza differenze sostanziali tra i sessi.
Ovviamente, non si può ancora sapere se nel tempo la percentuale dei colpiti da disturbi post-traumatici da stress dopo le guerre attualmente in corso aumenterà o calerà. Le strutture di sostegno e cura attuali sono più adeguate di un tempo e ciò dovrebbe favorire il ricorso alle stesse da parte dei militari in difficoltà. Friedman ha ragione di temere tuttavia che la percentuale attuale, già alta (compresa tra il 15,6 ed il 17,1) tra i veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan potrà salire, per due motivi: primo, perché si sa ormai che nei due anni successivi al rientro la prevalenza è destinata a crescere, e in secondo luogo perché la missione si è di fatto incrudelita nel tempo, trasformandosi da un’attività di attacco breve e poi di peace keeping, in una guerra a oltranza, con disagi psichici crescenti per le truppe combattenti. Per cui i dati di Hoge et al. sono da considerarsi molto prudenti.
Un vantaggio per i veterani consisterà certamente nel fatto che, oggi come oggi, chi torna dall’Iraq e dall’Afghanistan non viene accolto con la diffidenza che incontravano invece i reduci dal Vietnam; Friedman ritiene che gli americani sappiano distinguere bene tra guerra e guerrieri e che anche chi osteggia la prima, ha motivi di gratitudine verso i secondi, pur persistendo il problema dello stigma ed un elemento psicologico non sottovalutabile, come la vergogna del militare che non vuole "soccombere" allo stress e quindi lo denega, invece che cercare aiuto e conforto nelle strutture appropriate.
Le terapie che si stanno dimostrando più efficaci sono quella cognitiva-comportamentale e quella farmacologica, in particolare grazie a due inibitori del reuptake della serotonina approvati dalla Food and Drug administration statunitense. È triste notare comunque che anche le maggiori riviste mediche internazionali debbano dedicare sempre più spazio a problemi di salute legati alle guerre in corso.
Fonti: Hoge CW, Castro CA, Messer SC, et al. Combat duty in Iraq and Afghanistan, mental health problems, and barriers to care. N Engl J Med 2004;351:13-22.
Friedman MJ. Acknowledging the psychiatric cost of war. N Engl J Med 2004;351:75-77.
Maria Schneider su Paris Match
com'era la sceneggiatura originale di "Ultimo Tango a Parigi"
La Gazzetta del Mezzogiorno 7.7.04
L'attrice sua partner in «Ultimo tango»
Maria Schneider: Brando era attratto dai ragazzi
PARIGI Marlon Brando «non faceva mistero, talvolta, di interessarsi ai ragazzi»: lo rivela Maria Schneider, interprete con il grande attore americano di Ultimo tango a Parigi. E aggiunge che il ruolo da lei interpretato nel film era, nella sceneggiatura originale, affidato a un attore maschio.
È un Marlon Brando «franco, semplice, sano, caloroso», un «uomo integro e generoso» quello che emerge dall'intervista della Schneider alla rivista Paris Match. Un attore che durante le pause di lavorazione offriva a tutti aperitivi e panini, sempre gentile con i tecnici.
L'attrice parigina, partner di Brando nel 1971, appena diciannovenne, nello scandaloso capolavoro di Bernardo Bertolucci, ricorda con trasporto l'esperienza a fianco del mostro sacro. «Marlon era estremamente pudico. Abbiamo girato le scene calde davanti a un'equipe ridotta. Il tutto nel modo più naturale del mondo. Sul set era assolutamente vietata ogni visita. Solo Jeanne Moreau riuscì, una volta, a forzare lo sbarramento», spiega l'attrice. Che rivela come sia stato molto imbarazzante vedere per la prima volta il film: «Non tanto per le scene fisiche, ma per quello che ci dicevamo. Bertolucci ci aveva obbligati a confidare dei ricordi della nostra infanzia. Questo si è rivelato più impudico delle nudità. Marlon ne fu molto irritato. Ebbe la sensazione di essere tradito e, per tredici anni, non parlò più a Bertolucci».
L'attrice sua partner in «Ultimo tango»
Maria Schneider: Brando era attratto dai ragazzi
PARIGI Marlon Brando «non faceva mistero, talvolta, di interessarsi ai ragazzi»: lo rivela Maria Schneider, interprete con il grande attore americano di Ultimo tango a Parigi. E aggiunge che il ruolo da lei interpretato nel film era, nella sceneggiatura originale, affidato a un attore maschio.
È un Marlon Brando «franco, semplice, sano, caloroso», un «uomo integro e generoso» quello che emerge dall'intervista della Schneider alla rivista Paris Match. Un attore che durante le pause di lavorazione offriva a tutti aperitivi e panini, sempre gentile con i tecnici.
L'attrice parigina, partner di Brando nel 1971, appena diciannovenne, nello scandaloso capolavoro di Bernardo Bertolucci, ricorda con trasporto l'esperienza a fianco del mostro sacro. «Marlon era estremamente pudico. Abbiamo girato le scene calde davanti a un'equipe ridotta. Il tutto nel modo più naturale del mondo. Sul set era assolutamente vietata ogni visita. Solo Jeanne Moreau riuscì, una volta, a forzare lo sbarramento», spiega l'attrice. Che rivela come sia stato molto imbarazzante vedere per la prima volta il film: «Non tanto per le scene fisiche, ma per quello che ci dicevamo. Bertolucci ci aveva obbligati a confidare dei ricordi della nostra infanzia. Questo si è rivelato più impudico delle nudità. Marlon ne fu molto irritato. Ebbe la sensazione di essere tradito e, per tredici anni, non parlò più a Bertolucci».
Roberto Herlitzka, in una intervista
L'Arena 7.7.04
(...)
- È inevitabile soffermarsi su "Buongiorno, notte", il film di Marco Bellocchio
«Oltre ad essere un’opera bellissima, mi ha dato un successo, un’approvazione a largo raggio che non penso durerà più di tanto ma che - finché c’è - mi fa piacere: la gente mi ha detto cose commoventi che è bello sentirsi dire perché capisci di aver comunicato ciò che veramente desideravi. Di questo devo ringraziare per primo il regista e poi me stesso che sono riuscito a trovare anche dentro di me corde particolari»
(...)
(...)
- È inevitabile soffermarsi su "Buongiorno, notte", il film di Marco Bellocchio
«Oltre ad essere un’opera bellissima, mi ha dato un successo, un’approvazione a largo raggio che non penso durerà più di tanto ma che - finché c’è - mi fa piacere: la gente mi ha detto cose commoventi che è bello sentirsi dire perché capisci di aver comunicato ciò che veramente desideravi. Di questo devo ringraziare per primo il regista e poi me stesso che sono riuscito a trovare anche dentro di me corde particolari»
(...)
archeologia storica
Giangstone de' Medici, l'ultimo
Repubblica Firenze 7.7.04
Rimossa per la prima volta la lastra nelle Cappelle: ma sotto c'era niente
La beffa dell´ultimo Medici la salma non si trova
Giallo granducale Sospese le ricerche dopo vari tentativi. Si attendono nuovi apparecchi per sondare il muro
Decadente e illuminato infelice e alcolista amatissimo dal popolo fu una figura grandiosa dello sfacelo di Firenze di inizio Settecento
Sposato a forza a una nobildonna tedesca da cui fuggì visse circondato da stuoli di amanti e morì senza eredi
di MARA AMOREVOLI
I ritratti ce lo consegnano con un parruccone di riccioli biondi che non sono certo la cornice migliore per quel volto marcato, dalla bocca troppo carnosa, dal naso lungo e curvo, dagli occhi grandi e malinconici. «Brutto come tutti gli ultimi Medici» stigmatizzano gli storici dell´arte. Eppure amatissimo, pianto e rimpianto dai fiorentini. Di Giangastone, l´ultimo dei Medici, granduca suo malgrado perché non amava il potere, si sa infatti che «cadde sul trono, più che salirci» dopo la morte del padre, Cosimo III, nel 1723. Aveva già 52 anni, ed era stanco e assai segnato dalla sua proverbiale indolenza e ipocondria. I documenti lo raccontano di indole mite, sensibile, colto anche se non particolarmente intelligente, appassionato di botanica tanto da eleggere come suo rifugio solitario, per studiare piante e fiori, la Palazzina del Cavaliere a Boboli.
Giangastone principe buono, con un matrimonio malriuscito alle spalle, e un´anima nera accanto, rappresentata da Giuliano Dami, uno dei suoi primi amanti, oltre che consigliere e complice di scorribande tra i «ruspanti», come venivano chiamati i tanti ragazzi e garzoni chiamati a corte, pagati con la moneta «ruspo» per le loro prestazioni. Inattivo come un moderno Oblomov, vizioso e dissoluto, ma anche regnante lungimirante e illuminato. Di certo disincantato e disilluso, dopo quel matrimonio a cui era stato costretto per assicurare un erede alla dinastia, con la principessa tedesca Anna Maria Franziska, figlia del duca di Sassonia, vedova del principe palatino Filippo di Neuberg, descritta come «brutta, rozza, massiccia, tutta petto e pancia». Il povero Giangastone, appena ventitreenne, amante della musica, raffinato cultore delle arti e del disegno, suo malgrado la impalmò il 2 luglio del 1697 e andò a vivere nella residenza della moglie a Reichstadt, in Boemia. Un fallimento, a cui fuggì quasi subito. Prima rifugiandosi a Parigi, poi a Praga, dove si dette al gioco e al bere, perdendo ingenti somme di denaro. Nel 1708 Giangastone rientrò definitivamente a Firenze, solo, senza erede e un po´ malmesso, ormai dedito al vizio del bere vino, rosolio e liquori.
«Eppure ironico, ben lontano dall´esercizio dell´ancien régime, geniale nel capire che la libertà e diversità degli individui andava difesa - precisa l´antiquario Alberto Bruschi, appassionato al personaggio tanto da dedicargli un libro «Giangastone, un trono di solitudine nella caligine di un crepuscolo» - Aprì le porte dei conventi facendo uscire le giovani obbligate al velo, lasciò libere anche le meretrici, abolì lo spionaggio e la tortura, pose le basi perché poi Pietro Leopoldo abolisse la pena di morte. Certo, visse in modo sregolato, forse perché assillato dall´eminenza grigia di Giuliano Dami, e anche per mettere in ridicolo tutti i troni d´Europa. Il suo motto? "Laissez faire", perché sentiva incombente la fine della sua dinastia, per questo si ritirò e appartò, passando così tanto tempo a letto, in una sorta di depressione e abulia senile. Ma non è stato il depravato che si è voluto disegnare».
Appena diventato granduca nel 1623, Giangastone tentò davvero di mettere ordine anche a corte, facendo fuori da Palazzo Pitti tutti i preti, il seguito di spie e beghine che assillava il padre Cosimo III. E abolì anche le pensioni sul credo, ossia le gabelle che dovevano pagare ebrei, luterani, calvinisti convertiti al cattolicesimo, oltre a dichiarare fuori legge lo spionaggio, cattivo costume incoraggiato prima a corte dal padre. E abbassò anche il prezzo del grano. I fiorentini lo amavano, sentivano uno di loro questo principe solitario che rifuggiva il fasto e che, spesso ubriaco, dava spettacolo lungo i traballanti percorsi in portantina, da Palazzo Pitti al Duomo, per andare ad assistere alle cerimonie religiose. In tutto il suo regno durò 14 anni. Senza che venisse versata una goccia di sangue. Nel 1728, Montesquieu di passaggio a Firenze, scriveva: «A Firenze c´è un governo molto mite, nessuno conosce o s´accorge del granduca o della sua corte. Ed è per questa ragione che questo piccolo Stato sembra grande».
La parabola di Giangastone si chiuse nel silenzio della sua camera da letto, ormai diventata trono e sala di ricevimento, sovrastata - come si vede in un dipinto del Museo degli Argenti- da un enorme baldacchino rosso, e riempita di fiori per eliminare l´orribile olezzo di un giaciglio che il granduca voleva intoccabile. Ormai senza eredi e rassegnato, uomo senza qualità perché consapevole della fine di una grande dinastia, Giangastone non si oppose neppure alla scelta dei Lorena, chiamati al suo posto dai capi di Stato europei senza neppure consultarlo. Quando morì, il 9 luglio del 1737, i fiorentini piansero a lungo il loro principe e il tramonto di una parte della loro storia.
ore 19.15 ultim'ora
Le hanno trovate!
c'era un botolino prima del tutto scpnosciuto. Pochi scalini... ed ecco la salma di Giangastone, con altre tre... Il mistero adesso è chi siano state le altre tre persone... Sono al lavoro anche i paleopatologi
Rimossa per la prima volta la lastra nelle Cappelle: ma sotto c'era niente
La beffa dell´ultimo Medici la salma non si trova
Giallo granducale Sospese le ricerche dopo vari tentativi. Si attendono nuovi apparecchi per sondare il muro
Decadente e illuminato infelice e alcolista amatissimo dal popolo fu una figura grandiosa dello sfacelo di Firenze di inizio Settecento
Sposato a forza a una nobildonna tedesca da cui fuggì visse circondato da stuoli di amanti e morì senza eredi
di MARA AMOREVOLI
I ritratti ce lo consegnano con un parruccone di riccioli biondi che non sono certo la cornice migliore per quel volto marcato, dalla bocca troppo carnosa, dal naso lungo e curvo, dagli occhi grandi e malinconici. «Brutto come tutti gli ultimi Medici» stigmatizzano gli storici dell´arte. Eppure amatissimo, pianto e rimpianto dai fiorentini. Di Giangastone, l´ultimo dei Medici, granduca suo malgrado perché non amava il potere, si sa infatti che «cadde sul trono, più che salirci» dopo la morte del padre, Cosimo III, nel 1723. Aveva già 52 anni, ed era stanco e assai segnato dalla sua proverbiale indolenza e ipocondria. I documenti lo raccontano di indole mite, sensibile, colto anche se non particolarmente intelligente, appassionato di botanica tanto da eleggere come suo rifugio solitario, per studiare piante e fiori, la Palazzina del Cavaliere a Boboli.
Giangastone principe buono, con un matrimonio malriuscito alle spalle, e un´anima nera accanto, rappresentata da Giuliano Dami, uno dei suoi primi amanti, oltre che consigliere e complice di scorribande tra i «ruspanti», come venivano chiamati i tanti ragazzi e garzoni chiamati a corte, pagati con la moneta «ruspo» per le loro prestazioni. Inattivo come un moderno Oblomov, vizioso e dissoluto, ma anche regnante lungimirante e illuminato. Di certo disincantato e disilluso, dopo quel matrimonio a cui era stato costretto per assicurare un erede alla dinastia, con la principessa tedesca Anna Maria Franziska, figlia del duca di Sassonia, vedova del principe palatino Filippo di Neuberg, descritta come «brutta, rozza, massiccia, tutta petto e pancia». Il povero Giangastone, appena ventitreenne, amante della musica, raffinato cultore delle arti e del disegno, suo malgrado la impalmò il 2 luglio del 1697 e andò a vivere nella residenza della moglie a Reichstadt, in Boemia. Un fallimento, a cui fuggì quasi subito. Prima rifugiandosi a Parigi, poi a Praga, dove si dette al gioco e al bere, perdendo ingenti somme di denaro. Nel 1708 Giangastone rientrò definitivamente a Firenze, solo, senza erede e un po´ malmesso, ormai dedito al vizio del bere vino, rosolio e liquori.
«Eppure ironico, ben lontano dall´esercizio dell´ancien régime, geniale nel capire che la libertà e diversità degli individui andava difesa - precisa l´antiquario Alberto Bruschi, appassionato al personaggio tanto da dedicargli un libro «Giangastone, un trono di solitudine nella caligine di un crepuscolo» - Aprì le porte dei conventi facendo uscire le giovani obbligate al velo, lasciò libere anche le meretrici, abolì lo spionaggio e la tortura, pose le basi perché poi Pietro Leopoldo abolisse la pena di morte. Certo, visse in modo sregolato, forse perché assillato dall´eminenza grigia di Giuliano Dami, e anche per mettere in ridicolo tutti i troni d´Europa. Il suo motto? "Laissez faire", perché sentiva incombente la fine della sua dinastia, per questo si ritirò e appartò, passando così tanto tempo a letto, in una sorta di depressione e abulia senile. Ma non è stato il depravato che si è voluto disegnare».
Appena diventato granduca nel 1623, Giangastone tentò davvero di mettere ordine anche a corte, facendo fuori da Palazzo Pitti tutti i preti, il seguito di spie e beghine che assillava il padre Cosimo III. E abolì anche le pensioni sul credo, ossia le gabelle che dovevano pagare ebrei, luterani, calvinisti convertiti al cattolicesimo, oltre a dichiarare fuori legge lo spionaggio, cattivo costume incoraggiato prima a corte dal padre. E abbassò anche il prezzo del grano. I fiorentini lo amavano, sentivano uno di loro questo principe solitario che rifuggiva il fasto e che, spesso ubriaco, dava spettacolo lungo i traballanti percorsi in portantina, da Palazzo Pitti al Duomo, per andare ad assistere alle cerimonie religiose. In tutto il suo regno durò 14 anni. Senza che venisse versata una goccia di sangue. Nel 1728, Montesquieu di passaggio a Firenze, scriveva: «A Firenze c´è un governo molto mite, nessuno conosce o s´accorge del granduca o della sua corte. Ed è per questa ragione che questo piccolo Stato sembra grande».
La parabola di Giangastone si chiuse nel silenzio della sua camera da letto, ormai diventata trono e sala di ricevimento, sovrastata - come si vede in un dipinto del Museo degli Argenti- da un enorme baldacchino rosso, e riempita di fiori per eliminare l´orribile olezzo di un giaciglio che il granduca voleva intoccabile. Ormai senza eredi e rassegnato, uomo senza qualità perché consapevole della fine di una grande dinastia, Giangastone non si oppose neppure alla scelta dei Lorena, chiamati al suo posto dai capi di Stato europei senza neppure consultarlo. Quando morì, il 9 luglio del 1737, i fiorentini piansero a lungo il loro principe e il tramonto di una parte della loro storia.
ore 19.15 ultim'ora
Le hanno trovate!
c'era un botolino prima del tutto scpnosciuto. Pochi scalini... ed ecco la salma di Giangastone, con altre tre... Il mistero adesso è chi siano state le altre tre persone... Sono al lavoro anche i paleopatologi
TSO:
un comunicato di Psichiatria Democratica
Vita 5.7.04
Psichiatria: allarme per le nuove Linee Guida sul TSO
Sono state emanate dalla Conferenza Stato-Regioni: Psichiatria Democratica le definisce "di eccezionale gravità"
di Benedetta Verrini
E' di nuovo allarme nel mondo degli operatori sociali e delle organizzazioni che si occupano di psichiatria: Psichiatria Democratica denuncia che il 19 maggio scorso la Conferenza Permanente Stato - Regioni ha inviato a tutti i Presidenti delle Regioni un documento recante "Linee guida sull'applicazione di accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori per la malattia mentale ai sensi degli articoli 34 e 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833".
Un documento definito "di eccezionale gravità" perché, sempre secondo Psichiatria Democratica, "lo strumento dell'Accertamento Sanitario Obbligatorio (ASO) può essere utilizzato dallo psichiatra - secondo le suddette linee- guida- anche quando si verifica "il rifiuto del soggetto interessato a recarsi presso il Servizio…, laddove si sia realizzata un'interruzione non concordata del programma terapeutico e ciò possa determinare una prevedibile riacutizzazione o ricaduta sintomatologica". A quali strumenti , ci chiediamo, ci si affiderebbe perchè si possa determinare la "prevedibile riacutizzazione" :secondo quali parametri? con quali certezze?".
Basterebbe, fa notare l'associazione, che il paziente si rifiuti di recarsi al servizio, per costringerlo a sottoporsi obbligatoriamente all'accertamento sanitario.
Ma c'è di più: è previsto che "il TSO extraospedaliero possa realizzarsi presso strutture semiresidenziali o residenziali afferenti al Dipartimento di Salute Mentale". "Siamo di fronte all'ignoranza delle più elementari regole di applicazione di una legge e delle funzioni svolte dalle strutture di un DSM" prosegue PD. "Possono mai essere trattati i pazienti acuti (per definizione quelli in TSO) in strutture deputate alla riabilitazione, come sono appunto quelle residenziali e semiresidenziali? Come può una struttura semiresidenziale, che è attiva solo di giorno, trattare un paziente in TSO che necessita di cure 24 ore su 24?"
E' previsto che laddove le prestazioni contenute nei LEA "non siano fruibili nella regione di residenza…le stesse possono essere usufruite, previa attestazione del DSM competente, presso i Servizi pubblici o privati accreditati sul territorio nazionale". "Questo è in contrasto con lo spirito delle leggi vigenti nazionali e regionali in materia psichiatrica, con i due Progetti- Obiettivo "Tutela della Salute Mentale"" spiega ancora PD. "Tutta la normativa ha sempre evidenziato l'importanza di assicurare la continuità terapeutica nel trattare il disagio là dove nasce, di sviluppare un rapporto costante con il territorio d'appartenenza, per favorire i processi d'inserimento sociale e lavorativo e per lottare contro il pregiudizio. Ciò non è possibile se si afferma la tendenza a deportare gli utenti in luoghi lontani dalla propria comunità e dai propri affetti. L'emigrazione ha già arrecato tanti danni, quella psichiatrica può causarne ancora di più".
Psichiatria Democratica denuncia, dunque, il tentativo da parte del Governo di introdurre attraverso queste assurde "linee- guida", quelle misure già contenute nella proposta di legge Burani- Procaccini, caratterizzate da aspetti pesantemente illiberali, che rilanciano le strutture della cronicità, insieme agli interessi dei privati.
"E', necessario, allora, che le stesse organizzazioni e gli stessi cittadini che si sono opposti alla revisione della legge 180 e che in migliaia e migliaia hanno sottoscritto, nei mesi addietro, l'appello di Psichiatria Democratica, insieme a tutti coloro che hanno a cuore le libertà sancite dalla nostra Costituzione, boccino con forza queste indicazioni governative palesemente contrarie ai più elementari diritti delle persone" conclude il comunicato di PD.
Psichiatria: allarme per le nuove Linee Guida sul TSO
Sono state emanate dalla Conferenza Stato-Regioni: Psichiatria Democratica le definisce "di eccezionale gravità"
di Benedetta Verrini
E' di nuovo allarme nel mondo degli operatori sociali e delle organizzazioni che si occupano di psichiatria: Psichiatria Democratica denuncia che il 19 maggio scorso la Conferenza Permanente Stato - Regioni ha inviato a tutti i Presidenti delle Regioni un documento recante "Linee guida sull'applicazione di accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori per la malattia mentale ai sensi degli articoli 34 e 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833".
Un documento definito "di eccezionale gravità" perché, sempre secondo Psichiatria Democratica, "lo strumento dell'Accertamento Sanitario Obbligatorio (ASO) può essere utilizzato dallo psichiatra - secondo le suddette linee- guida- anche quando si verifica "il rifiuto del soggetto interessato a recarsi presso il Servizio…, laddove si sia realizzata un'interruzione non concordata del programma terapeutico e ciò possa determinare una prevedibile riacutizzazione o ricaduta sintomatologica". A quali strumenti , ci chiediamo, ci si affiderebbe perchè si possa determinare la "prevedibile riacutizzazione" :secondo quali parametri? con quali certezze?".
Basterebbe, fa notare l'associazione, che il paziente si rifiuti di recarsi al servizio, per costringerlo a sottoporsi obbligatoriamente all'accertamento sanitario.
Ma c'è di più: è previsto che "il TSO extraospedaliero possa realizzarsi presso strutture semiresidenziali o residenziali afferenti al Dipartimento di Salute Mentale". "Siamo di fronte all'ignoranza delle più elementari regole di applicazione di una legge e delle funzioni svolte dalle strutture di un DSM" prosegue PD. "Possono mai essere trattati i pazienti acuti (per definizione quelli in TSO) in strutture deputate alla riabilitazione, come sono appunto quelle residenziali e semiresidenziali? Come può una struttura semiresidenziale, che è attiva solo di giorno, trattare un paziente in TSO che necessita di cure 24 ore su 24?"
E' previsto che laddove le prestazioni contenute nei LEA "non siano fruibili nella regione di residenza…le stesse possono essere usufruite, previa attestazione del DSM competente, presso i Servizi pubblici o privati accreditati sul territorio nazionale". "Questo è in contrasto con lo spirito delle leggi vigenti nazionali e regionali in materia psichiatrica, con i due Progetti- Obiettivo "Tutela della Salute Mentale"" spiega ancora PD. "Tutta la normativa ha sempre evidenziato l'importanza di assicurare la continuità terapeutica nel trattare il disagio là dove nasce, di sviluppare un rapporto costante con il territorio d'appartenenza, per favorire i processi d'inserimento sociale e lavorativo e per lottare contro il pregiudizio. Ciò non è possibile se si afferma la tendenza a deportare gli utenti in luoghi lontani dalla propria comunità e dai propri affetti. L'emigrazione ha già arrecato tanti danni, quella psichiatrica può causarne ancora di più".
Psichiatria Democratica denuncia, dunque, il tentativo da parte del Governo di introdurre attraverso queste assurde "linee- guida", quelle misure già contenute nella proposta di legge Burani- Procaccini, caratterizzate da aspetti pesantemente illiberali, che rilanciano le strutture della cronicità, insieme agli interessi dei privati.
"E', necessario, allora, che le stesse organizzazioni e gli stessi cittadini che si sono opposti alla revisione della legge 180 e che in migliaia e migliaia hanno sottoscritto, nei mesi addietro, l'appello di Psichiatria Democratica, insieme a tutti coloro che hanno a cuore le libertà sancite dalla nostra Costituzione, boccino con forza queste indicazioni governative palesemente contrarie ai più elementari diritti delle persone" conclude il comunicato di PD.
martedì 6 luglio 2004
spiriti negligenti
Corriere della Sera 6.7.04
LA NOSTRA COMMEDIA
Nella terra di mezzo, il non luogo che ci assomiglia
di SILVIA VEGETTI FINZI
La Divina Commedia
Canto III
Nel canto secondo, sul far dell'alba, Dante e Virgilio sono sulla spiaggia che circonda il monte del Purgatorio. Sul mare appare un lume che avanza rapidamente e fa via via più intensa la propria luce nell'avvicinarsi. È un angelo che traghetta le nuove anime, le quali presto si affollano intorno ai due poeti. Tra questi spiriti Dante riconosce l'amico Casella, musico, il quale intonerà in suo onoe la canzone «Amor che nella mente mi ragiona». Le anime estasiate dalla melodia si smemorano, ma giunge severo Catone che rimprovera questi «spiriti lenti» e li sprona a «correre al monte». Nell'eco del rimprovero del «veglio onesto»si apre il canto terzo, dove ci sarà l'incontro con una serie di spiriti negligenti (gdr)
Cosa volete che vi dica, io son di quelli che si appassionano di più quando «vedono» quel che leggono, quando le vicende non emergono dal nulla e i personaggi prendono corpo sul palcoscenico della fantasia, tra le quinte del sogno. Nella Commedia la scenografia è materia e forma, struttura e contenuto al tempo stesso. Ma se tutti abbiamo, quasi per eredità dell'immaginario culturale, una potente raffigurazione dell'Inferno, ben pochi sono in grado di descrivere il Purgatorio. E' il destino delle posizioni intermedie, delle vie di mezzo, schiacciate dalla potenza degli estremi, in questo caso l'Inferno e il Paradiso. Del Purgatorio Dante ci dice che è l'opposto dell'Inferno, essendo costituito dalla terra espulsa dagli inferi, quando Luciferò vi precipitò. Immaginate una montagna ripida, a forma di cono tronco. I penitenti devono raggiungere la cima seguendo sette terrazzamenti, corrispondenti ai sette peccati capitali. Le anime si presentano come diafane nebulosità che del corpo hanno lo stampo, non la sostanza, sì che la capacità di far ombra è ciò che distingue i vivi dai morti. Nell'attesa della fine dei tempi, esse rimangono sospese tra i due regni eterni, l'Inferno e il Paradiso, e i due tempi della storia, il passato della colpa e il futuro della speranza. La loro dimensione è il viaggio, il transito, l'attraversamento, l'andare verso. In questo senso ci assomigliano. Anche noi tendiamo a sostare sempre più a lungo in quelli che Marc Augé chiama i «non luoghi», come stazioni, aereoporti, parcheggi e supermercati. Con la differenza che il nostro andare è contingente, casuale, erratico, il loro saldamente intenzionato in senso verticale, proteso alla salvezza eterna. Contrariamente all'Inferno, qui non vi è disperazione e i colori delle emozioni si fanno, da cupi che erano, lievi, sfumati. Mentre i personaggi rivelano chiaroscuri psicologici ignoti alle figure a sbalzo della dannazione eterna. Sarà anche per questo che sentiamo il Purgatorio come una rappresentazione più prossima alle nostre coordinate esistenziali, al nostro desiderio di medietà sociale e mentale. Il regno di mezzo simbolizza la possibilità di uno spazio e di un tempo, mobili e finiti, che consentano alla storia di rimettersi in cammino dopo l'eclisse delle utopie e delle ideologie totalizzanti. Lo storico Le Goff sostiene che il Purgatorio è stato inventato per rappresentare l'emergere della borghesia, frapposta tra la nobiltà e la plebe, e legittimare il desiderio del nuovo ceto di assurgere alle vette della scala sociale.
Dante tutto questo non lo sa e si propone piuttosto di descrivere e valutare il mondo come lui lo vede: la società feudale nella quale vive e i conflitti che la dilaniano. Il canto precedente era terminato con la fuga precipitosa, disordinata e un po' sconveniente di Dante e Virgilio, incalzati dai rimproveri di Catone. Notando l'imbarazzo provato dal Maestro, Dante sottolinea come sia proprio della persona nobile vergognarsi di ogni piccolo errore. «El mi parea da sé stesso rimorso: / o dignitosa coscienza e netta, / come t'è picciol fallo amaro morso!». Una valutazione che sarà ripresa da Nietzsche quando scrive: «L'uomo nobile si propone di non provocare vergogna e, al tempo stesso, s'impone di provare vergogna per tutto quanto soffre». E' una caratteristica dei nostri tempi l'aver sostituito la vergogna alla colpa. Ma, mentre Dante la connette alla coscienza morale, noi la ritroviamo piuttosto nell'inconscio. Caduto infatti il rigido sistema di divieti che caratterizzava la famiglia patriarcale, ci si confronta ora con l'ideale di sé piuttosto che con i giudizi degli altri. Un ideale più estetico che morale, più imposto dai mass media che trasmesso dall'educazione. Ma proprio perché astratti e impersonali, i modelli sociali risultano particolarmente intransigenti, tanto da provocare un diffuso senso d'inadeguatezza. Se si ascoltano gli adolescenti, si scopre che dicono più frequentemente «non posso, non ce la faccio» piuttosto che «non devo». E che, non la rabbia, come ai tempi della contestazione giovanile, ma la depressione è la più diffusa affezione dell'anima.
Il procedere delle argomentazioni conduce poi Dante e Virgilio a collegare l'elogio della coscienza, «dignitosa e netta», con i limiti della ragione umana che trova, proprio nel riconoscimento della sua insufficienza di fronte agli insondabili misteri della fede, la massima affermazione. E' difficile per noi comprendere la spiritualità medioevale: la centralità della Rivelazione, il senso della Provvidenza, la svalutazione della mera vita di fronte alla Vera vita. Tuttavia il richiamo al riconoscimento del limite, alla necessità di un'etica della misura suona quanto mai attuale in una civiltà, come la nostra, votata all'eccesso e spesso incapace di governare le derive dei suoi saperi. E poteri.
Mentre i due visitatori van così discorrendo, con uno straordinario colpo di scena un'anima si stacca dalla fitta schiera dei penitenti, imponendo d'un balzo la sua luminosa figura: è Manfredi. Di cui Dante dice: biondo era e bello e di gentile aspetto, nonostante le ferite che gli solcano il viso e il petto. A voi lettori la scelta dell'attore più adeguato a impersonarlo. Io propenderei per Orlando Bloom, non so voi. Dante non lo aveva mai incontrato ma ne conosce le vicende perché appartengono alla storia. Figlio legittimato di Federico II, incoronato, non senza contrasti ereditari, re di Sicilia e di Puglia, era morto ancor giovane combattendo contro Carlo I d'Angiò, chiamato in Italia dal Papa Clemente IV. Sepolto cavallerescamente dagli avversari, il suo corpo era stato nottetempo dissotterrato e disperso per ordine pontificio, in conformità all’espulsione incondizionata che colpiva eretici e scomunicati. Benché in punto di morte Manfredi, con un estremo gesto di fede, avesse affidato la sua anima a Dio, a quei che volentier perdona, la scomunica papale sembrava averlo comunque destinato all'Inferno.
Ma per la moderna sensibilità di Dante, l'anatema della Chiesa non coincide necessariamente con il volere supremo perché il peccatore può ricorrere direttamente a Dio e, quando il pentimento sia profondo, ottenerne la grazia senza intercessione alcuna. Prendendo una decisione eterodossa, non priva di turbamenti, il Poeta sottrae pertanto l'orgoglioso Manfredi alla dannazione eterna, cui tutti lo credevano destinato. Ora quell'anima ambiziosa e guerriera rievoca il passato con distacco, ma ancor l'offende l'oltraggio arrecato alle sue spoglie. Affiorano qui, in rapidi versi, tre grandi temi della riflessione dantesca: la nefasta commistione tra potere politico e religioso; il destino del corpo; la possibilità di chiedere la grazia direttamente a Dio, saltando l'intermediazione della Chiesa. Lascio a ciascuno il compito di cogliere, nelle vicende di quell'epoca tormentata, gli elementi di permanenza che ancora c'interrogano. Ma ciò che più importa all'orgoglioso Manfredi è di far sapere ai vivi che la sua condanna non è eterna. Prega perciò Dante d'informare del suo destino la «bella» e «brava» figlia Costanza, regina di Sicilia e di Aragona, ricordandole che le intercessioni (preghiere e penitenze) potrebbero abbreviare la sua pena. Stupisce che un canto così virile si concluda con uno squarcio di tenerezza paterna. Tanto più rivolta a una figlia, mentre la tradizione classica ha sempre prediletto l'asse padre-figlio. Ma la capacità di cogliere il cuore segreto degli uomini è il privilegio della grande poesia. Proprio da questa intuizione si può prender spunto per analizzare il rapporto padre-figlia, spesso sostituito, di questi tempi, da quello madre-figlia. Da quando anche le donne vivono nel mondo e non solo nella casa, il padre è divenuto una figura marginale, smarrendo la funzione, un tempo esclusiva, di rappresentare i valori, i principi e le regole sociali. Ormai l'educazione è gestita dalla sola madre o da entrambi i genitori, sempre però secondo un codice materno, fondato sulla permessività e l'indulgenza. Recuperare la figura del padre, valorizzare la sua affettività, confrontarsi con la visione virile del mondo, potrebbe essere allora un buon modo per crescere le figlie, non solo i figli. Se questo è vero, conferma la convinzione di Freud che, sulla strada della conoscenza, i poeti ci precedono sempre.
LA NOSTRA COMMEDIA
Nella terra di mezzo, il non luogo che ci assomiglia
di SILVIA VEGETTI FINZI
La Divina Commedia
Canto III
Nel canto secondo, sul far dell'alba, Dante e Virgilio sono sulla spiaggia che circonda il monte del Purgatorio. Sul mare appare un lume che avanza rapidamente e fa via via più intensa la propria luce nell'avvicinarsi. È un angelo che traghetta le nuove anime, le quali presto si affollano intorno ai due poeti. Tra questi spiriti Dante riconosce l'amico Casella, musico, il quale intonerà in suo onoe la canzone «Amor che nella mente mi ragiona». Le anime estasiate dalla melodia si smemorano, ma giunge severo Catone che rimprovera questi «spiriti lenti» e li sprona a «correre al monte». Nell'eco del rimprovero del «veglio onesto»si apre il canto terzo, dove ci sarà l'incontro con una serie di spiriti negligenti (gdr)
Biondo era e bello e di gentile aspetto
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso
Quand'io mi fui umilmente disdetto
d'averlo visto mai, el disse:«Or vedi»;
e ostrommi una piaga a sommo 'l petto
Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperatrice;
ond'io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
dell'onor di Cicili e d'Aragona
e dichi il vero a lei, s'altro si dice
(Purgatorio, canto III vv. 107-117)
Cosa volete che vi dica, io son di quelli che si appassionano di più quando «vedono» quel che leggono, quando le vicende non emergono dal nulla e i personaggi prendono corpo sul palcoscenico della fantasia, tra le quinte del sogno. Nella Commedia la scenografia è materia e forma, struttura e contenuto al tempo stesso. Ma se tutti abbiamo, quasi per eredità dell'immaginario culturale, una potente raffigurazione dell'Inferno, ben pochi sono in grado di descrivere il Purgatorio. E' il destino delle posizioni intermedie, delle vie di mezzo, schiacciate dalla potenza degli estremi, in questo caso l'Inferno e il Paradiso. Del Purgatorio Dante ci dice che è l'opposto dell'Inferno, essendo costituito dalla terra espulsa dagli inferi, quando Luciferò vi precipitò. Immaginate una montagna ripida, a forma di cono tronco. I penitenti devono raggiungere la cima seguendo sette terrazzamenti, corrispondenti ai sette peccati capitali. Le anime si presentano come diafane nebulosità che del corpo hanno lo stampo, non la sostanza, sì che la capacità di far ombra è ciò che distingue i vivi dai morti. Nell'attesa della fine dei tempi, esse rimangono sospese tra i due regni eterni, l'Inferno e il Paradiso, e i due tempi della storia, il passato della colpa e il futuro della speranza. La loro dimensione è il viaggio, il transito, l'attraversamento, l'andare verso. In questo senso ci assomigliano. Anche noi tendiamo a sostare sempre più a lungo in quelli che Marc Augé chiama i «non luoghi», come stazioni, aereoporti, parcheggi e supermercati. Con la differenza che il nostro andare è contingente, casuale, erratico, il loro saldamente intenzionato in senso verticale, proteso alla salvezza eterna. Contrariamente all'Inferno, qui non vi è disperazione e i colori delle emozioni si fanno, da cupi che erano, lievi, sfumati. Mentre i personaggi rivelano chiaroscuri psicologici ignoti alle figure a sbalzo della dannazione eterna. Sarà anche per questo che sentiamo il Purgatorio come una rappresentazione più prossima alle nostre coordinate esistenziali, al nostro desiderio di medietà sociale e mentale. Il regno di mezzo simbolizza la possibilità di uno spazio e di un tempo, mobili e finiti, che consentano alla storia di rimettersi in cammino dopo l'eclisse delle utopie e delle ideologie totalizzanti. Lo storico Le Goff sostiene che il Purgatorio è stato inventato per rappresentare l'emergere della borghesia, frapposta tra la nobiltà e la plebe, e legittimare il desiderio del nuovo ceto di assurgere alle vette della scala sociale.
Dante tutto questo non lo sa e si propone piuttosto di descrivere e valutare il mondo come lui lo vede: la società feudale nella quale vive e i conflitti che la dilaniano. Il canto precedente era terminato con la fuga precipitosa, disordinata e un po' sconveniente di Dante e Virgilio, incalzati dai rimproveri di Catone. Notando l'imbarazzo provato dal Maestro, Dante sottolinea come sia proprio della persona nobile vergognarsi di ogni piccolo errore. «El mi parea da sé stesso rimorso: / o dignitosa coscienza e netta, / come t'è picciol fallo amaro morso!». Una valutazione che sarà ripresa da Nietzsche quando scrive: «L'uomo nobile si propone di non provocare vergogna e, al tempo stesso, s'impone di provare vergogna per tutto quanto soffre». E' una caratteristica dei nostri tempi l'aver sostituito la vergogna alla colpa. Ma, mentre Dante la connette alla coscienza morale, noi la ritroviamo piuttosto nell'inconscio. Caduto infatti il rigido sistema di divieti che caratterizzava la famiglia patriarcale, ci si confronta ora con l'ideale di sé piuttosto che con i giudizi degli altri. Un ideale più estetico che morale, più imposto dai mass media che trasmesso dall'educazione. Ma proprio perché astratti e impersonali, i modelli sociali risultano particolarmente intransigenti, tanto da provocare un diffuso senso d'inadeguatezza. Se si ascoltano gli adolescenti, si scopre che dicono più frequentemente «non posso, non ce la faccio» piuttosto che «non devo». E che, non la rabbia, come ai tempi della contestazione giovanile, ma la depressione è la più diffusa affezione dell'anima.
Il procedere delle argomentazioni conduce poi Dante e Virgilio a collegare l'elogio della coscienza, «dignitosa e netta», con i limiti della ragione umana che trova, proprio nel riconoscimento della sua insufficienza di fronte agli insondabili misteri della fede, la massima affermazione. E' difficile per noi comprendere la spiritualità medioevale: la centralità della Rivelazione, il senso della Provvidenza, la svalutazione della mera vita di fronte alla Vera vita. Tuttavia il richiamo al riconoscimento del limite, alla necessità di un'etica della misura suona quanto mai attuale in una civiltà, come la nostra, votata all'eccesso e spesso incapace di governare le derive dei suoi saperi. E poteri.
Mentre i due visitatori van così discorrendo, con uno straordinario colpo di scena un'anima si stacca dalla fitta schiera dei penitenti, imponendo d'un balzo la sua luminosa figura: è Manfredi. Di cui Dante dice: biondo era e bello e di gentile aspetto, nonostante le ferite che gli solcano il viso e il petto. A voi lettori la scelta dell'attore più adeguato a impersonarlo. Io propenderei per Orlando Bloom, non so voi. Dante non lo aveva mai incontrato ma ne conosce le vicende perché appartengono alla storia. Figlio legittimato di Federico II, incoronato, non senza contrasti ereditari, re di Sicilia e di Puglia, era morto ancor giovane combattendo contro Carlo I d'Angiò, chiamato in Italia dal Papa Clemente IV. Sepolto cavallerescamente dagli avversari, il suo corpo era stato nottetempo dissotterrato e disperso per ordine pontificio, in conformità all’espulsione incondizionata che colpiva eretici e scomunicati. Benché in punto di morte Manfredi, con un estremo gesto di fede, avesse affidato la sua anima a Dio, a quei che volentier perdona, la scomunica papale sembrava averlo comunque destinato all'Inferno.
Ma per la moderna sensibilità di Dante, l'anatema della Chiesa non coincide necessariamente con il volere supremo perché il peccatore può ricorrere direttamente a Dio e, quando il pentimento sia profondo, ottenerne la grazia senza intercessione alcuna. Prendendo una decisione eterodossa, non priva di turbamenti, il Poeta sottrae pertanto l'orgoglioso Manfredi alla dannazione eterna, cui tutti lo credevano destinato. Ora quell'anima ambiziosa e guerriera rievoca il passato con distacco, ma ancor l'offende l'oltraggio arrecato alle sue spoglie. Affiorano qui, in rapidi versi, tre grandi temi della riflessione dantesca: la nefasta commistione tra potere politico e religioso; il destino del corpo; la possibilità di chiedere la grazia direttamente a Dio, saltando l'intermediazione della Chiesa. Lascio a ciascuno il compito di cogliere, nelle vicende di quell'epoca tormentata, gli elementi di permanenza che ancora c'interrogano. Ma ciò che più importa all'orgoglioso Manfredi è di far sapere ai vivi che la sua condanna non è eterna. Prega perciò Dante d'informare del suo destino la «bella» e «brava» figlia Costanza, regina di Sicilia e di Aragona, ricordandole che le intercessioni (preghiere e penitenze) potrebbero abbreviare la sua pena. Stupisce che un canto così virile si concluda con uno squarcio di tenerezza paterna. Tanto più rivolta a una figlia, mentre la tradizione classica ha sempre prediletto l'asse padre-figlio. Ma la capacità di cogliere il cuore segreto degli uomini è il privilegio della grande poesia. Proprio da questa intuizione si può prender spunto per analizzare il rapporto padre-figlia, spesso sostituito, di questi tempi, da quello madre-figlia. Da quando anche le donne vivono nel mondo e non solo nella casa, il padre è divenuto una figura marginale, smarrendo la funzione, un tempo esclusiva, di rappresentare i valori, i principi e le regole sociali. Ormai l'educazione è gestita dalla sola madre o da entrambi i genitori, sempre però secondo un codice materno, fondato sulla permessività e l'indulgenza. Recuperare la figura del padre, valorizzare la sua affettività, confrontarsi con la visione virile del mondo, potrebbe essere allora un buon modo per crescere le figlie, non solo i figli. Se questo è vero, conferma la convinzione di Freud che, sulla strada della conoscenza, i poeti ci precedono sempre.
domenica 4 luglio 2004
Globi d'Oro:
Maja Sansa è la migliore attrice
Repubblica 4.7.04
I GLOBI D´ORO
Trionfano Castellitto e Giordana
ROMA - "Non ti muovere" di Sergio Castellitto ha vinto il Globo d´oro per il miglior film, assegnato dai 500 giornalisti della Stampa estera. Trionfo anche per Marco Tullio Giordana, la cui "Meglio gioventù" ottiene il premio per la miglior regia, sceneggiatura (di Sandro Petraglia e Stefano Rulli) e il Gran premio stampa estera. Un Globo speciale alla carriera è stato invece assegnato ad Adriana Asti. Miglior attore e attrice sono Carlo Verdone per "L´amore è eterno finché dura" e Maya Sansa per l´interpretazione in "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio. "Il fuggiasco" di Andrea Manni si è aggiudicato il premio come miglior opera prima e il suo protagonista, Daniele Liotti, quello per l´attore rivelazione. Michela Cescon è invece l´attrice rivelazione per "Primo amore" di Matteo Garrone. Film rivelazione dell´anno è "L´amore di Marja" di Anne Riita Ciccone mentre "Rosenstrasse" è eletto miglior film europeo. Premi anche a Riccardo Scamarcio e ad Annika e Erika Lepisto come attore e attrici esordienti. Globo d´oro per il distributore dell´anno a Medusa Film.
I GLOBI D´ORO
Trionfano Castellitto e Giordana
ROMA - "Non ti muovere" di Sergio Castellitto ha vinto il Globo d´oro per il miglior film, assegnato dai 500 giornalisti della Stampa estera. Trionfo anche per Marco Tullio Giordana, la cui "Meglio gioventù" ottiene il premio per la miglior regia, sceneggiatura (di Sandro Petraglia e Stefano Rulli) e il Gran premio stampa estera. Un Globo speciale alla carriera è stato invece assegnato ad Adriana Asti. Miglior attore e attrice sono Carlo Verdone per "L´amore è eterno finché dura" e Maya Sansa per l´interpretazione in "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio. "Il fuggiasco" di Andrea Manni si è aggiudicato il premio come miglior opera prima e il suo protagonista, Daniele Liotti, quello per l´attore rivelazione. Michela Cescon è invece l´attrice rivelazione per "Primo amore" di Matteo Garrone. Film rivelazione dell´anno è "L´amore di Marja" di Anne Riita Ciccone mentre "Rosenstrasse" è eletto miglior film europeo. Premi anche a Riccardo Scamarcio e ad Annika e Erika Lepisto come attore e attrici esordienti. Globo d´oro per il distributore dell´anno a Medusa Film.
«se il cinema è filosofia»
Repubblica 4.7.04
Se il cinema è filosofia
dialogo tra Umberto Eco ed Enrico Ghezzi
ECO: "ma non voglio stare dietro l'obiettivo"
ghezzi:"perché non vedi una materia che esiste già"
Il cinéphile e il semiologo al Festival di Procida
La macchina da presa? È una protesi del corpo
di ANTONIO GNOLI
PROCIDA. Pensare il cinema? La questione messa così ha un´aria intimidatoria. Non siamo abituati a declinare insieme cinema e pensiero. Se mai a unire cinema e piacere, cinema ed erotismo, cinema e avventura o al massimo cinema ed estetica. Amare il cinema (o magari odiarlo), gustarlo come una pietanza, toccarlo con gli occhi è questo che di norma facciamo accomodandoci nel buio di una sala. Chi pensa il cinema o chi è pensato dal cinema? A prima vista sembra un equivoco, forse un´ossessione. Ed è quella ci pare che attraversa la testa, il corpo, lo sguardo di Enrico Ghezzi. Fautore di questo interessante festival che si tiene in questi giorni a Procida con tanto di filosofi annessi. Il vento del cinema, è il titolo della manifestazione, dopo un´interruzione di qualche anno (qualcuno ricorderà l´ottima edizione che si tenne a Lipari nel 2001) ha ripreso a soffiare. Una cinquantina gli ospiti: fra i registi presenti con le loro opere Kiarostami, Emmer, Abel Ferrara, Maresco, Straub, Bela Tarr, De Oliveira. Tra i filosofi: Agamben, Bodei, Curi, Giorello, Rovatti, Severino.
Dunque il pensiero come gesto filosofico più che essere respinto dal cinema ne sarebbe attratto al punto da perdersi nella luce, nel movimento di un´immagine, di un suono o di un´ombra ricompresi in un fotogramma. Ma se il cinema in un certo senso, non privo di qualche vistosa forzatura, è filosofia, quest´ultima non può esaurirsi nella somma dei film che hanno fatto la storia. Ovviamente registi considerati naturalmente più filosofici ci sono: Antonioni, Bergman, Rossellini (che è poi un caso a sé) Godard, Kieslowski, Wenders. I loro pensieri prendono corpo attraverso l´occhio della camera.
Ma ho l´impressione che la sola filosofia che il cinema possa realizzare sia quella involontaria che il mondo dell´opinione a volte inavvertitamente riesce a produrre. Più dei nomi citati vengono allora alla mente certe sequenze di Stan Laurel e Oliver Hardy, pochi fotogrammi di Buster Keaton, alcune indimenticabili scene di Hitchcock. Come dire la filosofia si posa dove meno te lo aspetti.
E in fondo non ci aspettavamo questo dialogo fitto e fisso tra uno scrittore di immenso successo come Umberto Eco e Enrico Ghezzi il cui successo è un lavoro ai margini più che nella centralità delle cose. Oggetto di questo filmato in cui il semiologo si «confessa» davanti a una camera fissa è il cinema. La voce fuori campo fa domande, a volte riflette a volte incalza o divaga. C´è una penombra linguistica che avvolge le domande e le rende volutamente sfuggenti. E´ il modo di interrogare che Ghezzi sembra involontariamente prediligere. Eco sta al gioco. Viene da pensare che un´illuminista come lui si serva della ragione come esperienza totalizzante: anche la cosa più astrusa può essere inglobata o neutralizzata.
Il dialogo dura più di due ore. Poche le pause: ogni tanto Eco con un lungo accendino attizza una sigaretta. In un paio di occasioni perdono il filo delle domande o delle risposte: «Che stavo dicendo?», pausa, vuoto, il ritmo scende di tono. E´ un modo di ricominciare. Eco ricorda la sua infanzia al cinema: due o tre film al giorno gratis. Una festa per gli occhi del ragazzo di Alessandria: «La mia attività di scrittore e perfino di saggista sono state più influenzate dalle grammatiche del cinema che non dalla letteratura. Scrivo pensando al montaggio cinematografico».
Viene in mente Kafka, irraggiungibile scrittura cinematografica, munita perfino di dissolvenza. Eco fa il nome di John Ford: «Ho imparato più da Ombre rosse che da molta letteratura. Il primo a descrivere il meccanismo di Ombre rosse è stato Aristotele nella sua "poetica"».
In fondo Eco e Ghezzi malgrado l´incolmabile distanza sono convinti che il cinema esiste prescindendo dal cinema. Un´assurdità? Mica tanto. Osserva ancora Eco: «Credo esista una macchinetta nella nostra testa che ci fa pensare cinematograficamente ancor prima della nascita dei fratelli Lumière».
Eco insomma immagina il cinema come una protesi. Lo vede come un supplemento del corpo. Un obiettivo, un cervello, un movimento equivalgono a una testa a due occhi, alle gambe per muoversi: su, giù, avanti, dietro, destra, sinistra. Sono universali linguistici utilizzabili tanto dal corpo quanto dalla camera. Ecco perché Aristotele, o magari Manzoni, potevano pensare o raccontare cinematograficamente prima dell´invenzione del cinema. Entrambi basavano le loro descrizioni sui meccanismi corporali. Dunque il cinema cade nel nostro orizzonte. Non se ne può prescindere, ma lo si può dosare.
«Io, dice Eco, sono grandemente influenzato dal cinema. Ma tu Enrico che mi chiedi perché non faccio cinema, sei come quell´omosessuale che cerca di spiegare a un etero come sono attraenti i maschietti. Non ti rendi conto che fare cinema non mi interessa. Sono un consumatore di cinema, ma non potrei fare il regista. Se non altro perché odio i tempi morti. Se stai sul set e chiedi di avere un elefante devi aspettare come minimo otto ore perché te lo portino. Sono troppo ansioso per poter aspettare». E poi, aggiunge in un´altra parte del dialogo: «Non voglio guardare il mondo attraverso l´obiettivo. E´ il culto che io ho della mia memoria a far sì che non ci sia qualcos´altro a registrare quello che accade fuori di me».
«La tua», replica Ghezzi, «mi pare una reazione sentimentale. Un desiderio di vedere nei film degli oggetti che entrino nella memoria. Ma poi c´è il rifiuto di vedere come funziona questa macchina».
«Ma io», osserva Eco, «sto spiegando le ragioni autobiografiche del mio rapporto con il cinema. Mi sarebbe piaciuto essere un grande pianista, ma non lo sono».
«Non è questo il punto», incalza Ghezzi, «ti sto chiedendo della macchina...».
«Ma il discorso è nato dal perché non ho sentito il bisogno di sfruttare questa macchina che per te è tutta la tua vita» controbatte Eco.
«Per niente. Tutta la mia vita non è neanche un film. Mi domando», si chiede Ghezzi, «perché non senti o fingi di non sentire una provocazione un po´ più intensa. Sono stupito per come il cinema sia per te non una situazione ma una macchina per produrre un certo tipo di spettacolo».
In fondo il confronto è tra uno che guarda il cinema dal di fuori e l´altro che lo osserva dal di dentro che se ne è lasciato risucchiare fino a confondersi e a perdersi in esso. Eco è uno spettatore, Ghezzi un singolare metafisico alla ricerca di ontologia opalescente e ottusa. Cita Kubrick che cerca di ridurre al massimo la casualità del set, ma poi deve fare i conti con il visibile delle cose: «Non può esimersi dal trovarsi di fronte a una materia che preesiste, che è lì da "sempre". Qualcosa che anche Warhol aveva presente».
«Ma se Warhol invece di puntare la macchina fissa sull´Empire State Bulding la puntava sulla stazione di Milano, l´effetto sarebbe stato lo stesso?», si chiede Eco. «Ho l´impressione», prosegue il semiologo, «che prima che la camera intervenga ci sia una messa in scena, una disposizione dell´ambiente. Non è vero che un regista prende la montagna più immobile e la filma. Non credo all´ottusità che sta fuori e il regista che sceglie di filmarla. Nel momento in cui sceglie nella realtà, questa non è più ottusa».
«Ma non vedi», dice Ghezzi, «nel cinema quello che i futuristi russi chiamavano "fattografia", non vedi una vicinanza più beata e terribile a questo esserci già? Proprio perché il cinema è immagine ripetuta, esso lavora a un esserci già. Il cinema astrattizza il reale. E´ una specie di kantiana sintesi apriori».
«Ho l´impressione», replica Eco, «che la presenza del dato reale di partenza sia meno importante della preparazione della scelta del dato».
La datità ineliminabile, bruta, basica, è a quella che sembra pensare Ghezzi, e che intuiva Hitchcock quando diceva che gli attori erano bestiame. Il cinema ghezziano è il common ground. Il cinema di Eco è il senso comune dello spettatore, è diversamente da ciò che accade con il teatro, la comunicazione che si dirige verso un pubblico indistinto.
Spiega Eco: «Distinguerei tra comunicazione di massa e comunicazione faccia a faccia. La prima, come il cinema, parte da una fonte e non sa quanti e quali tipi di destinatari saprà raggiungere. Quello che è fondamentale, poniamo nel teatro, è che ad ogni parola che pronunci, o gesto che fai, senti la reazione della sala. Tutto quello che un attore di cinema non può sentire e che è avvertito da un attore di teatro».
Questa conversazione che solo in parte abbiamo restituito nasce dall´ultimo romanzo di Umberto Eco: La misteriosa fiamma della regina Loana (Bompiani) che molto deve al cinema. La parola "deve" può far pensare a una imposizione, ma nulla è imposto o si impone se non l´evidenza delle cose che è anche il loro mistero, per dirla in conclusione con un bell´intervento che sull´argomento cinema ha fatto proprio ieri il filosofo Emanuele Severino..
Se il cinema è filosofia
dialogo tra Umberto Eco ed Enrico Ghezzi
ECO: "ma non voglio stare dietro l'obiettivo"
ghezzi:"perché non vedi una materia che esiste già"
Il cinéphile e il semiologo al Festival di Procida
La macchina da presa? È una protesi del corpo
di ANTONIO GNOLI
PROCIDA. Pensare il cinema? La questione messa così ha un´aria intimidatoria. Non siamo abituati a declinare insieme cinema e pensiero. Se mai a unire cinema e piacere, cinema ed erotismo, cinema e avventura o al massimo cinema ed estetica. Amare il cinema (o magari odiarlo), gustarlo come una pietanza, toccarlo con gli occhi è questo che di norma facciamo accomodandoci nel buio di una sala. Chi pensa il cinema o chi è pensato dal cinema? A prima vista sembra un equivoco, forse un´ossessione. Ed è quella ci pare che attraversa la testa, il corpo, lo sguardo di Enrico Ghezzi. Fautore di questo interessante festival che si tiene in questi giorni a Procida con tanto di filosofi annessi. Il vento del cinema, è il titolo della manifestazione, dopo un´interruzione di qualche anno (qualcuno ricorderà l´ottima edizione che si tenne a Lipari nel 2001) ha ripreso a soffiare. Una cinquantina gli ospiti: fra i registi presenti con le loro opere Kiarostami, Emmer, Abel Ferrara, Maresco, Straub, Bela Tarr, De Oliveira. Tra i filosofi: Agamben, Bodei, Curi, Giorello, Rovatti, Severino.
Dunque il pensiero come gesto filosofico più che essere respinto dal cinema ne sarebbe attratto al punto da perdersi nella luce, nel movimento di un´immagine, di un suono o di un´ombra ricompresi in un fotogramma. Ma se il cinema in un certo senso, non privo di qualche vistosa forzatura, è filosofia, quest´ultima non può esaurirsi nella somma dei film che hanno fatto la storia. Ovviamente registi considerati naturalmente più filosofici ci sono: Antonioni, Bergman, Rossellini (che è poi un caso a sé) Godard, Kieslowski, Wenders. I loro pensieri prendono corpo attraverso l´occhio della camera.
Ma ho l´impressione che la sola filosofia che il cinema possa realizzare sia quella involontaria che il mondo dell´opinione a volte inavvertitamente riesce a produrre. Più dei nomi citati vengono allora alla mente certe sequenze di Stan Laurel e Oliver Hardy, pochi fotogrammi di Buster Keaton, alcune indimenticabili scene di Hitchcock. Come dire la filosofia si posa dove meno te lo aspetti.
E in fondo non ci aspettavamo questo dialogo fitto e fisso tra uno scrittore di immenso successo come Umberto Eco e Enrico Ghezzi il cui successo è un lavoro ai margini più che nella centralità delle cose. Oggetto di questo filmato in cui il semiologo si «confessa» davanti a una camera fissa è il cinema. La voce fuori campo fa domande, a volte riflette a volte incalza o divaga. C´è una penombra linguistica che avvolge le domande e le rende volutamente sfuggenti. E´ il modo di interrogare che Ghezzi sembra involontariamente prediligere. Eco sta al gioco. Viene da pensare che un´illuminista come lui si serva della ragione come esperienza totalizzante: anche la cosa più astrusa può essere inglobata o neutralizzata.
Il dialogo dura più di due ore. Poche le pause: ogni tanto Eco con un lungo accendino attizza una sigaretta. In un paio di occasioni perdono il filo delle domande o delle risposte: «Che stavo dicendo?», pausa, vuoto, il ritmo scende di tono. E´ un modo di ricominciare. Eco ricorda la sua infanzia al cinema: due o tre film al giorno gratis. Una festa per gli occhi del ragazzo di Alessandria: «La mia attività di scrittore e perfino di saggista sono state più influenzate dalle grammatiche del cinema che non dalla letteratura. Scrivo pensando al montaggio cinematografico».
Viene in mente Kafka, irraggiungibile scrittura cinematografica, munita perfino di dissolvenza. Eco fa il nome di John Ford: «Ho imparato più da Ombre rosse che da molta letteratura. Il primo a descrivere il meccanismo di Ombre rosse è stato Aristotele nella sua "poetica"».
In fondo Eco e Ghezzi malgrado l´incolmabile distanza sono convinti che il cinema esiste prescindendo dal cinema. Un´assurdità? Mica tanto. Osserva ancora Eco: «Credo esista una macchinetta nella nostra testa che ci fa pensare cinematograficamente ancor prima della nascita dei fratelli Lumière».
Eco insomma immagina il cinema come una protesi. Lo vede come un supplemento del corpo. Un obiettivo, un cervello, un movimento equivalgono a una testa a due occhi, alle gambe per muoversi: su, giù, avanti, dietro, destra, sinistra. Sono universali linguistici utilizzabili tanto dal corpo quanto dalla camera. Ecco perché Aristotele, o magari Manzoni, potevano pensare o raccontare cinematograficamente prima dell´invenzione del cinema. Entrambi basavano le loro descrizioni sui meccanismi corporali. Dunque il cinema cade nel nostro orizzonte. Non se ne può prescindere, ma lo si può dosare.
«Io, dice Eco, sono grandemente influenzato dal cinema. Ma tu Enrico che mi chiedi perché non faccio cinema, sei come quell´omosessuale che cerca di spiegare a un etero come sono attraenti i maschietti. Non ti rendi conto che fare cinema non mi interessa. Sono un consumatore di cinema, ma non potrei fare il regista. Se non altro perché odio i tempi morti. Se stai sul set e chiedi di avere un elefante devi aspettare come minimo otto ore perché te lo portino. Sono troppo ansioso per poter aspettare». E poi, aggiunge in un´altra parte del dialogo: «Non voglio guardare il mondo attraverso l´obiettivo. E´ il culto che io ho della mia memoria a far sì che non ci sia qualcos´altro a registrare quello che accade fuori di me».
«La tua», replica Ghezzi, «mi pare una reazione sentimentale. Un desiderio di vedere nei film degli oggetti che entrino nella memoria. Ma poi c´è il rifiuto di vedere come funziona questa macchina».
«Ma io», osserva Eco, «sto spiegando le ragioni autobiografiche del mio rapporto con il cinema. Mi sarebbe piaciuto essere un grande pianista, ma non lo sono».
«Non è questo il punto», incalza Ghezzi, «ti sto chiedendo della macchina...».
«Ma il discorso è nato dal perché non ho sentito il bisogno di sfruttare questa macchina che per te è tutta la tua vita» controbatte Eco.
«Per niente. Tutta la mia vita non è neanche un film. Mi domando», si chiede Ghezzi, «perché non senti o fingi di non sentire una provocazione un po´ più intensa. Sono stupito per come il cinema sia per te non una situazione ma una macchina per produrre un certo tipo di spettacolo».
In fondo il confronto è tra uno che guarda il cinema dal di fuori e l´altro che lo osserva dal di dentro che se ne è lasciato risucchiare fino a confondersi e a perdersi in esso. Eco è uno spettatore, Ghezzi un singolare metafisico alla ricerca di ontologia opalescente e ottusa. Cita Kubrick che cerca di ridurre al massimo la casualità del set, ma poi deve fare i conti con il visibile delle cose: «Non può esimersi dal trovarsi di fronte a una materia che preesiste, che è lì da "sempre". Qualcosa che anche Warhol aveva presente».
«Ma se Warhol invece di puntare la macchina fissa sull´Empire State Bulding la puntava sulla stazione di Milano, l´effetto sarebbe stato lo stesso?», si chiede Eco. «Ho l´impressione», prosegue il semiologo, «che prima che la camera intervenga ci sia una messa in scena, una disposizione dell´ambiente. Non è vero che un regista prende la montagna più immobile e la filma. Non credo all´ottusità che sta fuori e il regista che sceglie di filmarla. Nel momento in cui sceglie nella realtà, questa non è più ottusa».
«Ma non vedi», dice Ghezzi, «nel cinema quello che i futuristi russi chiamavano "fattografia", non vedi una vicinanza più beata e terribile a questo esserci già? Proprio perché il cinema è immagine ripetuta, esso lavora a un esserci già. Il cinema astrattizza il reale. E´ una specie di kantiana sintesi apriori».
«Ho l´impressione», replica Eco, «che la presenza del dato reale di partenza sia meno importante della preparazione della scelta del dato».
La datità ineliminabile, bruta, basica, è a quella che sembra pensare Ghezzi, e che intuiva Hitchcock quando diceva che gli attori erano bestiame. Il cinema ghezziano è il common ground. Il cinema di Eco è il senso comune dello spettatore, è diversamente da ciò che accade con il teatro, la comunicazione che si dirige verso un pubblico indistinto.
Spiega Eco: «Distinguerei tra comunicazione di massa e comunicazione faccia a faccia. La prima, come il cinema, parte da una fonte e non sa quanti e quali tipi di destinatari saprà raggiungere. Quello che è fondamentale, poniamo nel teatro, è che ad ogni parola che pronunci, o gesto che fai, senti la reazione della sala. Tutto quello che un attore di cinema non può sentire e che è avvertito da un attore di teatro».
Questa conversazione che solo in parte abbiamo restituito nasce dall´ultimo romanzo di Umberto Eco: La misteriosa fiamma della regina Loana (Bompiani) che molto deve al cinema. La parola "deve" può far pensare a una imposizione, ma nulla è imposto o si impone se non l´evidenza delle cose che è anche il loro mistero, per dirla in conclusione con un bell´intervento che sull´argomento cinema ha fatto proprio ieri il filosofo Emanuele Severino..
una scoperta archeologica:
la Venere dei Sanniti
Repubblica 4.7.04
LA SCOPERTA
La divinità è l'antenata di quella delle pitture già rinvenute. Così si comprenderà meglio la vita nell'area
La Venere dei Sanniti a Pompei eccezionale scoperta negli scavi
E nelle terme vicino al tempio le vergini erano iniziate al sesso
di STELLA CERVASIO
POMPEI - Un´antenata di Venere torna alla luce negli Scavi di Pompei. Uno scavo archeologico trova il tempio di Mefite, l´Afrodite dei Sanniti e corregge il tiro sul popolo rude e guerriero, che prima dei romani aveva tracciato gli attuali confini alla città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C.. Scavando sotto il tempio dedicato alla Venere Sillana che dà le spalle alla Porta Marina, lo studioso Emmanuele Curti dell´Università di Matera ha trovato resti di un tempio dell´epoca in cui Pompei era abitata dal popolo che per mezzo secolo impegnò Roma nelle guerre sannite, da alleato divenne nemico e per questo fu sterminato.
La scoperta è nel fronte sud occidentale degli Scavi: un edificio con porticato e cisterne del III secolo avanti Cristo, un tempio dedicato a una divinità femminile, forse Mefite, dea sotterranea che proteggeva il bestiame e le acque precedendo Venere, che spesso si trova a tutela dei porti. «Anche la Venere Fisica raffigurata in due pitture pompeiane - spiega l´archeologo - in quanto divinità che collega il cielo alla terra, la vita alla morte, aveva un manto stellato, che assomiglia molto a quello della Madonna del santuario della Pompei moderna».
Lo scavo è durato due settimane. «I risultati - dice Curti - sono di enorme interesse, non solo per l´individuazione e la ri-datazione delle varie fasi di vita dell´area. È un passo avanti nella comprensione della relazione tra spazi pubblici e privati di questo settore cruciale della città, a metà strada tra il Foro e l´aria esterna di Porta Marina, dove forse c´erano dei bacini portuali». Curti è originario di Perugia, ha studiato con due grandi nomi dell´archeologia, Filippo Coarelli e Mario Torelli, ha lavorato per dieci anni al Birkbeck College dell´Università di Londra ed è tornato con un progetto del "rientro dei cervelli" all´Università di Basilicata. Il suo studio ha ottenuto fondi per 80 mila euro, serviti a realizzare la campagna di scavo in collaborazione con la Soprintendenza di Pompei diretta da Pier Giovanni Guzzo. Il progetto è in sintonia con le scelte della Soprintendenza, che da anni ha trasformato Pompei in un laboratorio per studiosi di tutte le nazionalità che procedono per approcci sistematici alle diverse aree.
Seguendo questo criterio, accanto al tempio della Venere dei Sanniti è affiorato un impianto termale di epoca successiva dove, secondo l´archeologo, si praticava la prostituzione sacra. Protagoniste di questi riti di passaggio che nel terzo e secondo secolo viene affidato a professioniste del sesso, in un primo tempo sono ragazze anche di famiglia aristocratica, che perdono la verginità al riparo del "recinto sacro" in cambio di una moneta da conservare per il resto della vita, il lasciapassare per il matrimonio. Dalle due profonde cisterne del tempio sannita sono tornati alla luce centinaia di reperti, terracotte votive con piccoli eroi antenati dei puttini, monete, ossa, lucerne, piattelli, blocchetti di porpora usate dalle adolescenti per truccarsi prima degli incontri e le conchiglie da cui si estraeva il colore rosso.
LA SCOPERTA
La divinità è l'antenata di quella delle pitture già rinvenute. Così si comprenderà meglio la vita nell'area
La Venere dei Sanniti a Pompei eccezionale scoperta negli scavi
E nelle terme vicino al tempio le vergini erano iniziate al sesso
di STELLA CERVASIO
POMPEI - Un´antenata di Venere torna alla luce negli Scavi di Pompei. Uno scavo archeologico trova il tempio di Mefite, l´Afrodite dei Sanniti e corregge il tiro sul popolo rude e guerriero, che prima dei romani aveva tracciato gli attuali confini alla città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C.. Scavando sotto il tempio dedicato alla Venere Sillana che dà le spalle alla Porta Marina, lo studioso Emmanuele Curti dell´Università di Matera ha trovato resti di un tempio dell´epoca in cui Pompei era abitata dal popolo che per mezzo secolo impegnò Roma nelle guerre sannite, da alleato divenne nemico e per questo fu sterminato.
La scoperta è nel fronte sud occidentale degli Scavi: un edificio con porticato e cisterne del III secolo avanti Cristo, un tempio dedicato a una divinità femminile, forse Mefite, dea sotterranea che proteggeva il bestiame e le acque precedendo Venere, che spesso si trova a tutela dei porti. «Anche la Venere Fisica raffigurata in due pitture pompeiane - spiega l´archeologo - in quanto divinità che collega il cielo alla terra, la vita alla morte, aveva un manto stellato, che assomiglia molto a quello della Madonna del santuario della Pompei moderna».
Lo scavo è durato due settimane. «I risultati - dice Curti - sono di enorme interesse, non solo per l´individuazione e la ri-datazione delle varie fasi di vita dell´area. È un passo avanti nella comprensione della relazione tra spazi pubblici e privati di questo settore cruciale della città, a metà strada tra il Foro e l´aria esterna di Porta Marina, dove forse c´erano dei bacini portuali». Curti è originario di Perugia, ha studiato con due grandi nomi dell´archeologia, Filippo Coarelli e Mario Torelli, ha lavorato per dieci anni al Birkbeck College dell´Università di Londra ed è tornato con un progetto del "rientro dei cervelli" all´Università di Basilicata. Il suo studio ha ottenuto fondi per 80 mila euro, serviti a realizzare la campagna di scavo in collaborazione con la Soprintendenza di Pompei diretta da Pier Giovanni Guzzo. Il progetto è in sintonia con le scelte della Soprintendenza, che da anni ha trasformato Pompei in un laboratorio per studiosi di tutte le nazionalità che procedono per approcci sistematici alle diverse aree.
Seguendo questo criterio, accanto al tempio della Venere dei Sanniti è affiorato un impianto termale di epoca successiva dove, secondo l´archeologo, si praticava la prostituzione sacra. Protagoniste di questi riti di passaggio che nel terzo e secondo secolo viene affidato a professioniste del sesso, in un primo tempo sono ragazze anche di famiglia aristocratica, che perdono la verginità al riparo del "recinto sacro" in cambio di una moneta da conservare per il resto della vita, il lasciapassare per il matrimonio. Dalle due profonde cisterne del tempio sannita sono tornati alla luce centinaia di reperti, terracotte votive con piccoli eroi antenati dei puttini, monete, ossa, lucerne, piattelli, blocchetti di porpora usate dalle adolescenti per truccarsi prima degli incontri e le conchiglie da cui si estraeva il colore rosso.
sul "domenicale" del Sole 24 ore del 5.7.04
Storia di un sentimento che da secoli è una delle componenti decisive della vita sociale. Da Caligola al terrorismo
LA PAURA SIAMO NOI
Aristotele la condannava come reazione irrazionale, gli stoici la consideravano una delle passioni di cui liberarsi. Ora i biologi annunciano di averne identificato il gene, mentre gli psicologi fanno di tutto per sradicarla. Ma l'unico rimedio efficace contro di essa è il timore: una virtù che concorre alla formazione della coscienza morale e aiuta ad avere fiducia nell'altro e rispetto per la sua diversità
Invece di arrenderci allo sgomento dobbiamo ritrovare la fraternità contro ogni sfida e trasgresione disumana e blasfema. Anche se segnata col nome di Dio «nominato invano»
di monsignor Gianfranco Ravasi
(prima pagina)
Jean Giono
Lo scrittore francese era affascinato dalla figura del segretario fiorentino: avrebbe voluto tradurlo
MACHIAVELLI? PIÙ VIOLENTO DI CÉLINE
di Giuseppe Scaraffia
pagina 33
Miti Greci
VIA DA EURIDICE PER RITROVARE L'ISPIRAZIONE
La circolarità della leggenda di Orfeo interpretata da Rilke, Cocteau, Pavse e Bufalino
di Martino Menghi
pagina 33
La mentalità scientifica è il vero cardie di uno stato laico e dell'uso corretto delle istituzioni politiche
RICERCA, PALESTRA DI DEMOCRAZIA
Queste le basi della civiltà moderna: difendere le proprie ragioni con argomenti razionali adducendo dati sperimentali: con la possibilità di essere smentiti da chiunque abbia tesi migliori
di Edoardo Boncinelli
pagina 36
Embriologia
La vita non comincia né all'atto della fecondazione né il 14° giorno
QUANDO INIZIA L'INDIVIDUO
di Carlo Alberto Redi
pagina 36
Bernardo Bertolucci
una segnaazione di Paolo Izzo
Repubblica 3.7.04
Il regista racconta l'amicizia con l'attore di "Ultimo tango" e come si sono ritrovati dopo 12 anni di silenzio
L'ultimo omaggio di Bertolucci "Sul set mi innamorai di lui"
"Con le lacrime agli occhi penso che morendo Marlon è diventato immortale"
«Con le lacrime agli occhi penso che morendo Marlon è diventato immortale. Ma forse lo era già allora, sul ponte di Passy, a Parigi. È quello che provava ogni giorno l´intera troupe di Ultimo Tango totalmente ipnotizzata dalla sua presenza. Nessuno di noi si era mai trovato davanti a una grande leggenda vivente. Lui era forse, per chi ama il cinema, l'unica vera mai esistita». Bernardo Bertolucci racconta il rapporto unico, difficile, complesso, con l'attore del film scandalo del '72. Brando definì Ultimo tango «una delle esperienze più imbarazzanti della sua carriera professionale». Nell'autobiografia svelò particolari scabrosi della lavorazione: «Un giorno volevano fotografarmi in un vero amplesso con Maria Schneider, ma faceva freddo e il mio pene si ridusse alla dimensione di una noce. Si era semplicemente prosciugato. Tutto il corpo sembrava essersi ritirato e la situazione era ulteriormente peggiorata dalla tensione, dall'imbarazzo e dallo stress. Ho persino parlato al mio pene e ai testicoli per farli crescere ma non ci fu verso».
Se per l'attore girare il film fu un incubo, Bertolucci rimase folgorato dalla personalità di Brando e dal suo talento. «Ricordo il primo ciak. Io grido: "Buona la prima!". Umetelli, l´operatore di macchina, arrossendo, mi sussurra: "Scusami ma mi sono trovato Marlon Brando nel mirino e sono rimasto a guardarlo, paralizzato". L'inquadratura è da rifare. All'Actor's Studio aveva imparato meglio di tutti a sentirsi un altro, a diventare un rivoluzionario messicano, o un Hell's Angel, o un portuale di New York, o un albero o un fiume. Il cinema chiede di solito a un attore di entrare nella pelle di un altro. Io invece gli ho chiesto il contrario, di portare nel film il suo vissuto, di uomo e di attore. Alla fine mi ha detto: "Non farò mai più un film così. Non mi piace fare l'attore ma questa volta è stato peggio. Mi sono sentito violentato dall´inizio alla fine, la mia vita, le mie cose più intime, anche i miei figli, mi hai strappato fuori tutto". Non mi ha parlato per dodici anni. Mi ha fatto soffrire brutalmente, mi ha fatto dubitare di me e del mio lavoro. Poi, un giorno, l'ho cercato e lui mi ha tenuto al telefono per due ore. Abbiamo ricominciato a parlare come allora, c'era un grande buco da colmare e Marlon era diabolicamente curioso. L'ultima volta l'ho visto a casa sua qualche anno fa, erano le due del pomeriggio nella luce malata di Mulholland Drive. Parlavamo parlavamo e ben presto erano le otto di sera e continuavamo a parlare senza accorgerci che era diventato completamente buio. Nel buio gli chiesi se si era mai accorto di quanto fossi stato innamorato di lui».
Repubblica 3.7.04
Il regista racconta l'amicizia con l'attore di "Ultimo tango" e come si sono ritrovati dopo 12 anni di silenzio
L'ultimo omaggio di Bertolucci "Sul set mi innamorai di lui"
"Con le lacrime agli occhi penso che morendo Marlon è diventato immortale"
«Con le lacrime agli occhi penso che morendo Marlon è diventato immortale. Ma forse lo era già allora, sul ponte di Passy, a Parigi. È quello che provava ogni giorno l´intera troupe di Ultimo Tango totalmente ipnotizzata dalla sua presenza. Nessuno di noi si era mai trovato davanti a una grande leggenda vivente. Lui era forse, per chi ama il cinema, l'unica vera mai esistita». Bernardo Bertolucci racconta il rapporto unico, difficile, complesso, con l'attore del film scandalo del '72. Brando definì Ultimo tango «una delle esperienze più imbarazzanti della sua carriera professionale». Nell'autobiografia svelò particolari scabrosi della lavorazione: «Un giorno volevano fotografarmi in un vero amplesso con Maria Schneider, ma faceva freddo e il mio pene si ridusse alla dimensione di una noce. Si era semplicemente prosciugato. Tutto il corpo sembrava essersi ritirato e la situazione era ulteriormente peggiorata dalla tensione, dall'imbarazzo e dallo stress. Ho persino parlato al mio pene e ai testicoli per farli crescere ma non ci fu verso».
Se per l'attore girare il film fu un incubo, Bertolucci rimase folgorato dalla personalità di Brando e dal suo talento. «Ricordo il primo ciak. Io grido: "Buona la prima!". Umetelli, l´operatore di macchina, arrossendo, mi sussurra: "Scusami ma mi sono trovato Marlon Brando nel mirino e sono rimasto a guardarlo, paralizzato". L'inquadratura è da rifare. All'Actor's Studio aveva imparato meglio di tutti a sentirsi un altro, a diventare un rivoluzionario messicano, o un Hell's Angel, o un portuale di New York, o un albero o un fiume. Il cinema chiede di solito a un attore di entrare nella pelle di un altro. Io invece gli ho chiesto il contrario, di portare nel film il suo vissuto, di uomo e di attore. Alla fine mi ha detto: "Non farò mai più un film così. Non mi piace fare l'attore ma questa volta è stato peggio. Mi sono sentito violentato dall´inizio alla fine, la mia vita, le mie cose più intime, anche i miei figli, mi hai strappato fuori tutto". Non mi ha parlato per dodici anni. Mi ha fatto soffrire brutalmente, mi ha fatto dubitare di me e del mio lavoro. Poi, un giorno, l'ho cercato e lui mi ha tenuto al telefono per due ore. Abbiamo ricominciato a parlare come allora, c'era un grande buco da colmare e Marlon era diabolicamente curioso. L'ultima volta l'ho visto a casa sua qualche anno fa, erano le due del pomeriggio nella luce malata di Mulholland Drive. Parlavamo parlavamo e ben presto erano le otto di sera e continuavamo a parlare senza accorgerci che era diventato completamente buio. Nel buio gli chiesi se si era mai accorto di quanto fossi stato innamorato di lui».
arte e follia...
...e il fratello di Dalì
una segnalazione di Silvia Iannaco
Repubblica 2.7.04
Con Dalì all' insegna della follia
Lo scrittore e il musicista si confrontan sul tema della creazione artistica Milanesiana Questa sera si incontrano Ryuichi Sakamoto e Patrick McGrath McGrath: Scrivere un libro è una sorta di ossessione ma l' ansia riguarda la qualità della scrittur Sakamoto: Quando compongo ho bisogno di un suono che per me è come la pietra per lo scultore
di PICO FLORIDI
MILNO. Salvador Dalì ha ispirato a Elisabetta Sgarbi una serata all' insegna della follia. Una serata che anticipa la mostra di Palazzo Grassi per il centenario dell' artista con delle foto inedite e che vede protagonisti il musicista Ryuichi Sakamoto e lo scrittore Patrick McGrath. Sono stati scritti molti testi sulla follia reale o provocatoria di Dalì, ma se guardiamo la sua biografia troviamo un punto di partenza inquietante nella sua reincarnazione in un fratello morto a due anni nel 1903, un anno prima della sua nascita. Dalì fu chiamato Salvador come il bambino morto, fu vestito con gli stessi abiti e ricevette gli stessi giocattoli: una palingenesi del fratello scomparso che fu anche il destino di Vincent Van Gogh. Nacque in questo modo un uomo geniale, per il quale dipingere era una parte infinitesimale della sua personalità. La versatilità di Dalì si rispecchia in Ryuichi Sakamoto, artista che fa dell' eclettismo una virtù. Musicista classico, compositore, è uno dei padrini della techno-pop. Istintivo e camaleontico, Sakamoto attraversa le frontiere musicali e unendo generi e stili che vanno dalla bossa nova all' hip hop e anticipa un nuovo cd intitolato Chasm. In Italia è noto per le colonne sonore che ha scritto per Oshima, Stone, Almodovar, De Palma e naturalmente Bertolucci, con un Oscar per L' ultimo imperatore. Come in quella di Dalì, anche nella biografia di McGrath ci sono delle coincidenze bizzarre con quello che sarà il suo destino di scrittore. La sua promessa dell' alba è un' infanzia trascorsa a Broadmoor il manicomio criminale inglese dove il padre era responsabile della struttura. L' autore di Follia presenta Port Mungo (Bompiani, pagg. 297, euro 16) romanzo dove nulla è come sembra e dove le atmosfere minacciose fanno presa magnetica sul lettore raccontando un groviglio inestricabile di perversioni, nevrosi e insoddisfazioni. La vostra ispirazione ha mai avuto l' impeto della follia? SAKAMOTO: «La mia ispirazione non ha la forza di un demone. Quando ero più giovane cercavo gli stimoli più vari: niente sonno, droghe, ma sono metodi troppo rischiosi. Quando compongo ho bisogno di un suono, che è come la pietra per lo scultore. Un suono nel quale io possa vedere una forma bellissima. Il protocollo delle mie percezioni varia di continuo». McGRATH: «Scrivere un libro è un' ossessione, ma l' ansietà è solo rispetto alla qualità della scrittura e alla sfida di una storia ben congegnata. L' emozione è relativa solo alla paura dell' insuccesso. Le esplosioni avvengono solo nel contesto della mia scrivania e non mi seguono quando finisco la mia giornata di lavoro». Esiste una forma di scrittura musicale o letteraria che possa curare i malesseri psicologici? SAKAMOTO: «Ho scritto due pezzi per la voce di mia figlia Miu perché credo abbia delle qualità profondamente rilassanti, le qualità che ha la voce di una mamma per il suo bambino. Ma la stessa efficacia può esistere in altri suoni, naturali o artificiali. Quando ero più giovane, mi rilassavo arrivando ogni giorno nella stazione di Shinjuku, la più affollata di Tokyo. Adesso apprezzo sempre di più i suoni della natura». McGRATH: «La letteratura può essere di aiuto, è una delle sue funzioni, può aiutarci a vedere le cose con maggior chiarezza. Sto leggendo Ore italiane di Henry James. Le sue impressioni su Venezia mi aiutano a filtrare la massa di emozioni che questa città mi provoca, a dare ordine alla mia esperienza». Le vostre opere sono state descritte come a un tempo gelide e intensamente sentimentali. Come fate? SAKAMOTO: «Seguo semplicemente i miei sentimenti. Credo che ci sia sempre una parte di noi che resta obiettiva, anche quando siamo travolti da un grande dolore e la tragedia si opprime. Per l' essere umano è difficile dimenticarsi totalmente, resta sempre una specie di dislivello, un lato dal quale ci si può osservare». McGRATH: «E' una domanda difficile. Scrivo con molta cura, con molte revisioni, cercando di rendere la mia prosa chiara e musicale. La voce del narratore è molto importante perché rappresenta il controllo in superficie, lasciando erompere la passione in profondità». E' possibile l' improvvisazione pura? SAKAMOTO: «Per me il 95% della scrittura è codice. In musica non c' è un' unicità dell' originale rispetto alla copia. Siamo schiavi di un codice e possiamo solo attuare nuove combinazioni che esistono già. Quando suono il pianoforte, utilizzo lo stesso codice che era di Bach, trecento anni fa. Dov' è l' originalità, dov' è il diritto d' autore? McGRATH: «No, non esistono esperienze umane nuove. Ogni cosa che riesco a immaginare è stata vissuta da qualcun altro. A volte vi sono nuovi modi di esprimersi. Il Modernismo ha portato l' esperienza della macchina, del volo, della fotografia, forse è stato l' ultimo momento di novità in questo senso». Esiste una responsabilità sociale dell' artista? SAKAMOTO: «Non esiste un dovere preciso. La situazione di guerra che stiamo vivendo con l' Iraq è un problema attuale, ed è collegato a quello ambientale, che è a lungo termine. La ragione per cui la questione ambientale è profondamente connessa con tutti gli altri temi è che le decisioni sull' ambiente sono sempre motivate da ragioni economiche, politiche e spirituali». McGRATH: «Non come artista, forse come giornalista. La responsabilità dell' artista non esiste nemmeno nei confronti dell' arte. Se volessi cambiare il modo di pensare della gente scriverei dei pessimi romanzi. Molti credono che l' artista abbia un dovere in questo senso, per via della popolarità». Avete entrambi scelto di vivere parte del vostro tempo a New York. Come influisce sul vostro processo creativo? SAKAMOTO: «Per la creazione artistica è necessaria la pace. Dopo la tragedia dell' 11 settembre non potevo ascoltare né comporre musica. Avevo troppa paura. Adesso capisco gli iracheni. La sovranità dello stato è stata distrutta nel 2003». McGRATH: «L' 11 settembre ha avuto un impatto gigantesco. Stavo scrivendo Port Mungo e per molti mesi il mio lavoro è sembrato futile. Adesso l' incubo è cresciuto. Resta la sfrenata speranza di finirla con Bush a novembre».
Repubblica 2.7.04
Con Dalì all' insegna della follia
Lo scrittore e il musicista si confrontan sul tema della creazione artistica Milanesiana Questa sera si incontrano Ryuichi Sakamoto e Patrick McGrath McGrath: Scrivere un libro è una sorta di ossessione ma l' ansia riguarda la qualità della scrittur Sakamoto: Quando compongo ho bisogno di un suono che per me è come la pietra per lo scultore
di PICO FLORIDI
MILNO. Salvador Dalì ha ispirato a Elisabetta Sgarbi una serata all' insegna della follia. Una serata che anticipa la mostra di Palazzo Grassi per il centenario dell' artista con delle foto inedite e che vede protagonisti il musicista Ryuichi Sakamoto e lo scrittore Patrick McGrath. Sono stati scritti molti testi sulla follia reale o provocatoria di Dalì, ma se guardiamo la sua biografia troviamo un punto di partenza inquietante nella sua reincarnazione in un fratello morto a due anni nel 1903, un anno prima della sua nascita. Dalì fu chiamato Salvador come il bambino morto, fu vestito con gli stessi abiti e ricevette gli stessi giocattoli: una palingenesi del fratello scomparso che fu anche il destino di Vincent Van Gogh. Nacque in questo modo un uomo geniale, per il quale dipingere era una parte infinitesimale della sua personalità. La versatilità di Dalì si rispecchia in Ryuichi Sakamoto, artista che fa dell' eclettismo una virtù. Musicista classico, compositore, è uno dei padrini della techno-pop. Istintivo e camaleontico, Sakamoto attraversa le frontiere musicali e unendo generi e stili che vanno dalla bossa nova all' hip hop e anticipa un nuovo cd intitolato Chasm. In Italia è noto per le colonne sonore che ha scritto per Oshima, Stone, Almodovar, De Palma e naturalmente Bertolucci, con un Oscar per L' ultimo imperatore. Come in quella di Dalì, anche nella biografia di McGrath ci sono delle coincidenze bizzarre con quello che sarà il suo destino di scrittore. La sua promessa dell' alba è un' infanzia trascorsa a Broadmoor il manicomio criminale inglese dove il padre era responsabile della struttura. L' autore di Follia presenta Port Mungo (Bompiani, pagg. 297, euro 16) romanzo dove nulla è come sembra e dove le atmosfere minacciose fanno presa magnetica sul lettore raccontando un groviglio inestricabile di perversioni, nevrosi e insoddisfazioni. La vostra ispirazione ha mai avuto l' impeto della follia? SAKAMOTO: «La mia ispirazione non ha la forza di un demone. Quando ero più giovane cercavo gli stimoli più vari: niente sonno, droghe, ma sono metodi troppo rischiosi. Quando compongo ho bisogno di un suono, che è come la pietra per lo scultore. Un suono nel quale io possa vedere una forma bellissima. Il protocollo delle mie percezioni varia di continuo». McGRATH: «Scrivere un libro è un' ossessione, ma l' ansietà è solo rispetto alla qualità della scrittura e alla sfida di una storia ben congegnata. L' emozione è relativa solo alla paura dell' insuccesso. Le esplosioni avvengono solo nel contesto della mia scrivania e non mi seguono quando finisco la mia giornata di lavoro». Esiste una forma di scrittura musicale o letteraria che possa curare i malesseri psicologici? SAKAMOTO: «Ho scritto due pezzi per la voce di mia figlia Miu perché credo abbia delle qualità profondamente rilassanti, le qualità che ha la voce di una mamma per il suo bambino. Ma la stessa efficacia può esistere in altri suoni, naturali o artificiali. Quando ero più giovane, mi rilassavo arrivando ogni giorno nella stazione di Shinjuku, la più affollata di Tokyo. Adesso apprezzo sempre di più i suoni della natura». McGRATH: «La letteratura può essere di aiuto, è una delle sue funzioni, può aiutarci a vedere le cose con maggior chiarezza. Sto leggendo Ore italiane di Henry James. Le sue impressioni su Venezia mi aiutano a filtrare la massa di emozioni che questa città mi provoca, a dare ordine alla mia esperienza». Le vostre opere sono state descritte come a un tempo gelide e intensamente sentimentali. Come fate? SAKAMOTO: «Seguo semplicemente i miei sentimenti. Credo che ci sia sempre una parte di noi che resta obiettiva, anche quando siamo travolti da un grande dolore e la tragedia si opprime. Per l' essere umano è difficile dimenticarsi totalmente, resta sempre una specie di dislivello, un lato dal quale ci si può osservare». McGRATH: «E' una domanda difficile. Scrivo con molta cura, con molte revisioni, cercando di rendere la mia prosa chiara e musicale. La voce del narratore è molto importante perché rappresenta il controllo in superficie, lasciando erompere la passione in profondità». E' possibile l' improvvisazione pura? SAKAMOTO: «Per me il 95% della scrittura è codice. In musica non c' è un' unicità dell' originale rispetto alla copia. Siamo schiavi di un codice e possiamo solo attuare nuove combinazioni che esistono già. Quando suono il pianoforte, utilizzo lo stesso codice che era di Bach, trecento anni fa. Dov' è l' originalità, dov' è il diritto d' autore? McGRATH: «No, non esistono esperienze umane nuove. Ogni cosa che riesco a immaginare è stata vissuta da qualcun altro. A volte vi sono nuovi modi di esprimersi. Il Modernismo ha portato l' esperienza della macchina, del volo, della fotografia, forse è stato l' ultimo momento di novità in questo senso». Esiste una responsabilità sociale dell' artista? SAKAMOTO: «Non esiste un dovere preciso. La situazione di guerra che stiamo vivendo con l' Iraq è un problema attuale, ed è collegato a quello ambientale, che è a lungo termine. La ragione per cui la questione ambientale è profondamente connessa con tutti gli altri temi è che le decisioni sull' ambiente sono sempre motivate da ragioni economiche, politiche e spirituali». McGRATH: «Non come artista, forse come giornalista. La responsabilità dell' artista non esiste nemmeno nei confronti dell' arte. Se volessi cambiare il modo di pensare della gente scriverei dei pessimi romanzi. Molti credono che l' artista abbia un dovere in questo senso, per via della popolarità». Avete entrambi scelto di vivere parte del vostro tempo a New York. Come influisce sul vostro processo creativo? SAKAMOTO: «Per la creazione artistica è necessaria la pace. Dopo la tragedia dell' 11 settembre non potevo ascoltare né comporre musica. Avevo troppa paura. Adesso capisco gli iracheni. La sovranità dello stato è stata distrutta nel 2003». McGRATH: «L' 11 settembre ha avuto un impatto gigantesco. Stavo scrivendo Port Mungo e per molti mesi il mio lavoro è sembrato futile. Adesso l' incubo è cresciuto. Resta la sfrenata speranza di finirla con Bush a novembre».
Tommaso Campanella:
L'Atheismo trionfato
Corriere della Sera 3.7.04
Campanella inedito contro Machiavelli
di ARMANDO TORNO
E’ stata ritrovata nei manoscritti anonimi della Biblioteca Vaticana un’opera in italiano di Tommaso Campanella che si pensava perduta. Si intitola L’ateismo trionfato . La scoperta si deve a Germana Ernst, docente all’Università di Roma Tre, una delle più tenaci cacciatrici di inediti campanelliani. A lei dobbiamo anche la miglior raccolta contemporanea di opere del filosofo calabrese, pubblicata nel 1999 nei classici del Poligrafico dello Stato, contenente ben sedici testi. Per parlare de L’ateismo trionfato conviene fare un salto indietro nel tempo, recarci a Napoli e sbirciare nella corrispondenza del nunzio partenopeo, monsignor Deodato Gentile. Tra le sue lettere, soffermiamoci su quella del 9 aprile 1615, indirizzata al cardinale Scipione Borghese che, tra l’altro, era protettore dell’Ordine domenicano, a cui fra Tommaso più o meno degnamente apparteneva: «Da quattro o sei giorni in qua m’è capitato alle mani un libro scritto in lingua volgare... del Campanella, il cui carattere mi è molto ben noto e ha per titolo l’ Atheismo trionfato , ovvero Riconoscimento filosofico della religione ». All’occhio sagace del nunzio non sfuggivano le astuzie di cui era capace il frate: «... per quel poco che ne ho potuto sin hora raccogliere è pieno delli suoi antichi errori e atheismi, se ben mascherati con titolo di pietà e religione».
Il 23 aprile di quel medesimo anno, nella riunione dei cardinali dell’Inquisizione, papa Paolo V sollecitava l’invio di quel testo a Roma, senza dimenticarsi di raccomandare a chi di dovere che al prigioniero Campanella fosse impedito di scrivere. Il 7 maggio il libro era giunto e la congregazione inquisitoriale poteva consegnarlo al cardinale Agostino Galamini, per una lettura e un parere. Inutile poi inseguire la storia del libro: il manoscritto ritrovato da Germana Ernst è proprio questo, o meglio è l’autografo che Campanella aveva con sé nella cella di Castel Nuovo e che fu sequestrato all’inizio di aprile. Va detto che le improvvise e continue perquisizioni causarono la dispersione di alcuni suoi libri, come gli Astronomica ; altri, come la Metaphysica , furono riscritti con la tenacia e con la memoria formidabili del filosofo. La redazione italiana de ll’ Ateismo fu creduta smarrita; dell’opera era nota la sola versione latina, anzi addirittura si dubitava dell’esistenza di un originale in volgare.
Ma che cosa contiene il libro? Per rispondere a questa domanda, occorre ricordare che Campanella enunciò promesse mirabili, a cominciare dalla conversione degli eretici (prevedeva di recarsi in Germania lasciando parenti e discepoli in ostaggio); altre volte propose - nella Città del Sole e nelle Lettere - invenzioni tra le più curiose, come far cavalcare i soldati senza l’impaccio delle briglie, o muovere i carri con il vento, o addirittura procurare che «li vascelli senza remi navighino ancora senza vento». La parte più grossa di queste promesse è dedicata ai libri utili alla cristianità. E tra i progetti ecco, nella lettera al cardinale Odoardo Farnese del 30 agosto 1606, «un volume contra politici e machiavellisti, che son la peste di questo secolo». Egli voleva mostrare loro «con novi ed efficaci argomenti quanto s’ingannano nella dottrina dell’anima ed in pensar che la religione sia arte di stato».
Ora, L’ateismo trionfato è proprio il trattato che Campanella considera il suo contributo all’antimachiavellismo e in cui cerca di sostenere che la religione è una virtus naturale, intrinseca in ogni manifestazione del creato. Chi seguiva i suggerimenti del segretario fiorentino la considerava invece una finzione, uno strumento pratico per conseguire e rafforzare il potere.
Il manoscritto autografo e l’edizione critica dell’ Ateismo sono appena stati pubblicati in due volumi nelle edizioni, dirette da Michele Ciliberto, della Scuola Normale Superiore di Pisa. L’aver riproposto il testo campanelliano, così come l’ha lasciato il filosofo, con mille correzioni e ripensamenti, è già di per sé un avvenimento. Questo, d’altra parte, è anche l’autografo più corposo che abbiamo del frate che si finse pazzo per sfuggire all’esecuzione (e ci riuscì). Perché poi in queste pagine gli inquisitori sentirono odore di zolfo, è un’altra storia. Di certo si insospettirono del suo amore per la natura e per il ruolo ristretto concesso alla Grazia divina. Ora, con il ritrovamento dell’originale, vengono di nuovo beffati: Campanella è restituito senza le successive correzioni che fece alle sue pagine per parare i colpi dei censori.
Campanella inedito contro Machiavelli
di ARMANDO TORNO
E’ stata ritrovata nei manoscritti anonimi della Biblioteca Vaticana un’opera in italiano di Tommaso Campanella che si pensava perduta. Si intitola L’ateismo trionfato . La scoperta si deve a Germana Ernst, docente all’Università di Roma Tre, una delle più tenaci cacciatrici di inediti campanelliani. A lei dobbiamo anche la miglior raccolta contemporanea di opere del filosofo calabrese, pubblicata nel 1999 nei classici del Poligrafico dello Stato, contenente ben sedici testi. Per parlare de L’ateismo trionfato conviene fare un salto indietro nel tempo, recarci a Napoli e sbirciare nella corrispondenza del nunzio partenopeo, monsignor Deodato Gentile. Tra le sue lettere, soffermiamoci su quella del 9 aprile 1615, indirizzata al cardinale Scipione Borghese che, tra l’altro, era protettore dell’Ordine domenicano, a cui fra Tommaso più o meno degnamente apparteneva: «Da quattro o sei giorni in qua m’è capitato alle mani un libro scritto in lingua volgare... del Campanella, il cui carattere mi è molto ben noto e ha per titolo l’ Atheismo trionfato , ovvero Riconoscimento filosofico della religione ». All’occhio sagace del nunzio non sfuggivano le astuzie di cui era capace il frate: «... per quel poco che ne ho potuto sin hora raccogliere è pieno delli suoi antichi errori e atheismi, se ben mascherati con titolo di pietà e religione».
Il 23 aprile di quel medesimo anno, nella riunione dei cardinali dell’Inquisizione, papa Paolo V sollecitava l’invio di quel testo a Roma, senza dimenticarsi di raccomandare a chi di dovere che al prigioniero Campanella fosse impedito di scrivere. Il 7 maggio il libro era giunto e la congregazione inquisitoriale poteva consegnarlo al cardinale Agostino Galamini, per una lettura e un parere. Inutile poi inseguire la storia del libro: il manoscritto ritrovato da Germana Ernst è proprio questo, o meglio è l’autografo che Campanella aveva con sé nella cella di Castel Nuovo e che fu sequestrato all’inizio di aprile. Va detto che le improvvise e continue perquisizioni causarono la dispersione di alcuni suoi libri, come gli Astronomica ; altri, come la Metaphysica , furono riscritti con la tenacia e con la memoria formidabili del filosofo. La redazione italiana de ll’ Ateismo fu creduta smarrita; dell’opera era nota la sola versione latina, anzi addirittura si dubitava dell’esistenza di un originale in volgare.
Ma che cosa contiene il libro? Per rispondere a questa domanda, occorre ricordare che Campanella enunciò promesse mirabili, a cominciare dalla conversione degli eretici (prevedeva di recarsi in Germania lasciando parenti e discepoli in ostaggio); altre volte propose - nella Città del Sole e nelle Lettere - invenzioni tra le più curiose, come far cavalcare i soldati senza l’impaccio delle briglie, o muovere i carri con il vento, o addirittura procurare che «li vascelli senza remi navighino ancora senza vento». La parte più grossa di queste promesse è dedicata ai libri utili alla cristianità. E tra i progetti ecco, nella lettera al cardinale Odoardo Farnese del 30 agosto 1606, «un volume contra politici e machiavellisti, che son la peste di questo secolo». Egli voleva mostrare loro «con novi ed efficaci argomenti quanto s’ingannano nella dottrina dell’anima ed in pensar che la religione sia arte di stato».
Ora, L’ateismo trionfato è proprio il trattato che Campanella considera il suo contributo all’antimachiavellismo e in cui cerca di sostenere che la religione è una virtus naturale, intrinseca in ogni manifestazione del creato. Chi seguiva i suggerimenti del segretario fiorentino la considerava invece una finzione, uno strumento pratico per conseguire e rafforzare il potere.
Il manoscritto autografo e l’edizione critica dell’ Ateismo sono appena stati pubblicati in due volumi nelle edizioni, dirette da Michele Ciliberto, della Scuola Normale Superiore di Pisa. L’aver riproposto il testo campanelliano, così come l’ha lasciato il filosofo, con mille correzioni e ripensamenti, è già di per sé un avvenimento. Questo, d’altra parte, è anche l’autografo più corposo che abbiamo del frate che si finse pazzo per sfuggire all’esecuzione (e ci riuscì). Perché poi in queste pagine gli inquisitori sentirono odore di zolfo, è un’altra storia. Di certo si insospettirono del suo amore per la natura e per il ruolo ristretto concesso alla Grazia divina. Ora, con il ritrovamento dell’originale, vengono di nuovo beffati: Campanella è restituito senza le successive correzioni che fece alle sue pagine per parare i colpi dei censori.
psichiatria americana:
depressi? troppi neuroni!
Yahoo! Notizie Sabato 3 Luglio 2004, 11:15
CERVELLO:IN AREA SUPERSVILUPPATA SI CERCA CAUSA DEPRESSIONE
(ANSA) - ROMA, 3 LUG - Troppi neuroni confondono le emozioni e causano serie forme di depressione. Infatti sembra essere il sovraffollamento cellulare nella parte del cervello che controlla le emozioni, una porzione del talamo, a causare la depressione piu' grave. Lo ha scoperto un gruppo statunitense dell'universita' del Texas, che ha pubblicato la ricerca sull'American Journal of Psychiatry.
I ricercatori, coordinati da Dwight German, hanno analizzato tessuto cerebrale da cadavere di un gruppo di pazienti con questa grave forma di depressione ed hanno notato che una zona del cervello, il talamo, e' piu' grande del 16% rispetto alla norma e che, la quantita' di neuroni e' maggiore del 31% rispetto a quella presente nel talamo di individui sani. Il talamo e' una regione centrale del cervello con molteplici funzioni, tra cui quella di trasmettere informazioni da vari distretti cerebrali alla corteccia, tanto che alcuni esperti lo definiscono il 'segretario' della corteccia cerebrale. E' la prima volta, sostiene German, che si trova un legame diretto tra un disturbo psichiatrico e l'aumento del numero di cellule totale in una regione del cervello.
Umore rasoterra, mancanza di interesse verso le attivita' quotidiane, pessimismo: sono questi alcuni sintomi del male oscuro. Quest'indole pero', sottolinea German, riflette delle differenze organiche rispetto agli individui sani e non semplicemente mancanza di volonta' o espressione di un ambiente familiare che ha cresciuto la persona nel modo sbagliato.
Per sfatare questi miti che offuscano realta' e complessita' della malattia, gli scienziati statunitensi hanno esaminato i cervelli da cadavere di pazienti con varie patologie psichiatriche come depressione, disturbi bipolari dell'umore e schizofrenia, nonche' individui di controllo morti senza aver mai sofferto di malattie della psiche. All'esame la porzione talamica deputata alla gestione delle emozioni risultava considerevolmente piu' grande solo nei depressi. Nessuna conformazione anomala per gli altri disturbi ne' per i sani.
Gli scienziati hanno anche fatto un confronto tra cervelli di individui che erano stati in cura con antidepressivi e non. Stesso risultato per entrambi i gruppi: talamo piu' grosso, segno che il disturbo depressivo ha origini organiche contro cui nulla possono i trattamenti. Il talamo pero', osserva German, ha le sue dimensioni normali nei suoi sub-dstretti non deputati all'elaborazione di informazioni emotive.
Tutto cio', conclude, e' segno evidente che questo ingrossamento sia almeno una causa della depressione.(ANSA).
CERVELLO:IN AREA SUPERSVILUPPATA SI CERCA CAUSA DEPRESSIONE
(ANSA) - ROMA, 3 LUG - Troppi neuroni confondono le emozioni e causano serie forme di depressione. Infatti sembra essere il sovraffollamento cellulare nella parte del cervello che controlla le emozioni, una porzione del talamo, a causare la depressione piu' grave. Lo ha scoperto un gruppo statunitense dell'universita' del Texas, che ha pubblicato la ricerca sull'American Journal of Psychiatry.
I ricercatori, coordinati da Dwight German, hanno analizzato tessuto cerebrale da cadavere di un gruppo di pazienti con questa grave forma di depressione ed hanno notato che una zona del cervello, il talamo, e' piu' grande del 16% rispetto alla norma e che, la quantita' di neuroni e' maggiore del 31% rispetto a quella presente nel talamo di individui sani. Il talamo e' una regione centrale del cervello con molteplici funzioni, tra cui quella di trasmettere informazioni da vari distretti cerebrali alla corteccia, tanto che alcuni esperti lo definiscono il 'segretario' della corteccia cerebrale. E' la prima volta, sostiene German, che si trova un legame diretto tra un disturbo psichiatrico e l'aumento del numero di cellule totale in una regione del cervello.
Umore rasoterra, mancanza di interesse verso le attivita' quotidiane, pessimismo: sono questi alcuni sintomi del male oscuro. Quest'indole pero', sottolinea German, riflette delle differenze organiche rispetto agli individui sani e non semplicemente mancanza di volonta' o espressione di un ambiente familiare che ha cresciuto la persona nel modo sbagliato.
Per sfatare questi miti che offuscano realta' e complessita' della malattia, gli scienziati statunitensi hanno esaminato i cervelli da cadavere di pazienti con varie patologie psichiatriche come depressione, disturbi bipolari dell'umore e schizofrenia, nonche' individui di controllo morti senza aver mai sofferto di malattie della psiche. All'esame la porzione talamica deputata alla gestione delle emozioni risultava considerevolmente piu' grande solo nei depressi. Nessuna conformazione anomala per gli altri disturbi ne' per i sani.
Gli scienziati hanno anche fatto un confronto tra cervelli di individui che erano stati in cura con antidepressivi e non. Stesso risultato per entrambi i gruppi: talamo piu' grosso, segno che il disturbo depressivo ha origini organiche contro cui nulla possono i trattamenti. Il talamo pero', osserva German, ha le sue dimensioni normali nei suoi sub-dstretti non deputati all'elaborazione di informazioni emotive.
Tutto cio', conclude, e' segno evidente che questo ingrossamento sia almeno una causa della depressione.(ANSA).
venerdì 2 luglio 2004
soldati USA:
il prezzo della guerra
Liberazione 2.7
l venti per cento torna dall'Iraq con problemi psichici
Uranio e violenza torturano i marine
di Andrea Milluzzi
«Uno su cinque fra i soldati americani di ritorno dall'Iraq soffre di gravi problemi mentali accompagnati da disturbi da stress derivato da traumi»: è il risultato di una ricerca dell'esercito americano, la prima sull'argomento, pubblicata dal New England Journal of Medicine e ripresa ieri in prima pagina dall'inglese Financial Times e dallo statunitense The New York Times. E se fra i 6mila e più soldati visitati venissero conteggiati anche i casi di ansia, questo dato salirebbe al 28% sul totale delle truppe. Quindi, se da un lato le «nuove tecnologie» di questa guerra «hanno ridotto gli effetti delle azioni militari», dall'altro «le malattie mentali sono più frequenti dei conflitti passati, come il Vietnam e la Guerra del Golfo». Ovviamente questo incremento ha una spiegazione: «I soldati in Iraq hanno maggior contatto con il nemico e maggior esposizione agli attacchi terroristici rispetto alle truppe che hanno partecipato alla prima Guerra del Golfo»; non per niente «più del 90% dei marines tornati dall'Iraq hanno riferito di aver essere stati bersagli di spari ed il 66% ha detto di essere stato attaccato» e «non conoscere i nemici, che potrebbero essere anche le donne e i bambini, è particolarmente stressante» concludono i ricercatori. Torna l'incubo "sindrome del Golfo", torna il sipario calato del Pentagono che, attraverso un portavoce «si rifiuta di commentare i dettagli dello studio».
Sembra tutto già detto e sembrano già ampiamente pronosticabili lo "schock emotivo di un Paese" ed il relativo insabbiamento, quando e se le disgrazie dei soldati americani arriveranno agli occhi e alle orecchie dell'opinione pubblica americana, adesso più forte ma forse non tanto da reagire diversamente da quanto fecero nel 1991. Allora gli ufficiali militari tanto si impegnarono che riuscirono addirittura a negare l'esistenza di problemi per i reduci dall'Iraq. Nonostante l'evidenza di uomini che si sono ritrovati a vivere fra «depressioni, ansie, incubi e progressivo impazzimento» e gli studi e le denunce che decine di studiosi di tutto il mondo hanno presentato, la "sindrome del Golfo" è sempre stata spacciata come una leggenda metropolitana, quando non ignorata radicalmente. «La guerra può presentare situazioni estreme che spiegano l'alienazione dalla vita civile» - spiegano i ricercatori dell'Università di Sydney, autori del testo War, trauma and psychiatry, un singolo esempio di come la scienza si pone di fronte a tale fenomeno - «I soldati hanno provato le esperienze di uccidere civili disarmati con modi barbari, mossi dalla rabbia, dalla vendetta e dalla paranoia». Le reazioni possono essere diverse fra loro, «c'è chi riesce a dimenticarsi tutto e chi non riesce più a muoversi dopo essere stato testimone di torture ed omicidi, o dopo aver perso amici in battaglia, aver ucciso qualcuno o essere stati esposti prolungatamente al fuoco nemico», ma in ogni caso «combattere una guerra altera profondamente la vita di uomini e donne».
E' questa la faccia nascosta della guerra, quella che continua anche lontano da cannoni e trincee. Quella che va a braccetto con i danni dell'uranio impoverito. La "sindrome del Golfo" infatti, come i suoi avi e i suoi discendenti, non ha interessato esclusivamente il cervello dei marines, ma anche il fisico. Le statistiche del Dipartimento della Difesa americano parlano infatti di 163mila reduci dalla Guerra del Golfo che sono stati dichiarati disabili dallo stesso Dipartimento, di 221mila su 697mila per cui sono stati previsti rimborsi e trattamenti e di un numero maggiore di 11mila soldati morti dopo il loro rientro a casa. Motivo? Contaminazione da uranio impoverito. Ancora una volta è la scienza a dirlo: il 3 settembre 2000 il britannico Sunday Times pubblicò un articolo sull'esito delle ricerche del dottor Asaf Durakovic, professore di medicina nucleare alla Georgetown University di Washington. Gli studi condotti dal professore su 17 reduci di guerra hanno provato che «decine di migliaia di soldati americani ed inglesi stanno morendo per le radiazioni dei proiettili all'uranio impoverito sparati durante la Guerra del Golfo». Pazzia ed avvelenamento, Somalia, Iraq, ex Jugoslavia e ancora Iraq. A chi richiede una spiegazione, basti sapere cosa ha risposto Shad Meshad, reduce dal Vietnam e presidente dell'americana Fondazione Nazionale dei Veterani: «Voi create killer giovani, forti ed arrabbiati e poi vi aspettate che tornati a casa si riabituino ai ruoli. Vi chiedete qual è il problema?».
l venti per cento torna dall'Iraq con problemi psichici
Uranio e violenza torturano i marine
di Andrea Milluzzi
«Uno su cinque fra i soldati americani di ritorno dall'Iraq soffre di gravi problemi mentali accompagnati da disturbi da stress derivato da traumi»: è il risultato di una ricerca dell'esercito americano, la prima sull'argomento, pubblicata dal New England Journal of Medicine e ripresa ieri in prima pagina dall'inglese Financial Times e dallo statunitense The New York Times. E se fra i 6mila e più soldati visitati venissero conteggiati anche i casi di ansia, questo dato salirebbe al 28% sul totale delle truppe. Quindi, se da un lato le «nuove tecnologie» di questa guerra «hanno ridotto gli effetti delle azioni militari», dall'altro «le malattie mentali sono più frequenti dei conflitti passati, come il Vietnam e la Guerra del Golfo». Ovviamente questo incremento ha una spiegazione: «I soldati in Iraq hanno maggior contatto con il nemico e maggior esposizione agli attacchi terroristici rispetto alle truppe che hanno partecipato alla prima Guerra del Golfo»; non per niente «più del 90% dei marines tornati dall'Iraq hanno riferito di aver essere stati bersagli di spari ed il 66% ha detto di essere stato attaccato» e «non conoscere i nemici, che potrebbero essere anche le donne e i bambini, è particolarmente stressante» concludono i ricercatori. Torna l'incubo "sindrome del Golfo", torna il sipario calato del Pentagono che, attraverso un portavoce «si rifiuta di commentare i dettagli dello studio».
Sembra tutto già detto e sembrano già ampiamente pronosticabili lo "schock emotivo di un Paese" ed il relativo insabbiamento, quando e se le disgrazie dei soldati americani arriveranno agli occhi e alle orecchie dell'opinione pubblica americana, adesso più forte ma forse non tanto da reagire diversamente da quanto fecero nel 1991. Allora gli ufficiali militari tanto si impegnarono che riuscirono addirittura a negare l'esistenza di problemi per i reduci dall'Iraq. Nonostante l'evidenza di uomini che si sono ritrovati a vivere fra «depressioni, ansie, incubi e progressivo impazzimento» e gli studi e le denunce che decine di studiosi di tutto il mondo hanno presentato, la "sindrome del Golfo" è sempre stata spacciata come una leggenda metropolitana, quando non ignorata radicalmente. «La guerra può presentare situazioni estreme che spiegano l'alienazione dalla vita civile» - spiegano i ricercatori dell'Università di Sydney, autori del testo War, trauma and psychiatry, un singolo esempio di come la scienza si pone di fronte a tale fenomeno - «I soldati hanno provato le esperienze di uccidere civili disarmati con modi barbari, mossi dalla rabbia, dalla vendetta e dalla paranoia». Le reazioni possono essere diverse fra loro, «c'è chi riesce a dimenticarsi tutto e chi non riesce più a muoversi dopo essere stato testimone di torture ed omicidi, o dopo aver perso amici in battaglia, aver ucciso qualcuno o essere stati esposti prolungatamente al fuoco nemico», ma in ogni caso «combattere una guerra altera profondamente la vita di uomini e donne».
E' questa la faccia nascosta della guerra, quella che continua anche lontano da cannoni e trincee. Quella che va a braccetto con i danni dell'uranio impoverito. La "sindrome del Golfo" infatti, come i suoi avi e i suoi discendenti, non ha interessato esclusivamente il cervello dei marines, ma anche il fisico. Le statistiche del Dipartimento della Difesa americano parlano infatti di 163mila reduci dalla Guerra del Golfo che sono stati dichiarati disabili dallo stesso Dipartimento, di 221mila su 697mila per cui sono stati previsti rimborsi e trattamenti e di un numero maggiore di 11mila soldati morti dopo il loro rientro a casa. Motivo? Contaminazione da uranio impoverito. Ancora una volta è la scienza a dirlo: il 3 settembre 2000 il britannico Sunday Times pubblicò un articolo sull'esito delle ricerche del dottor Asaf Durakovic, professore di medicina nucleare alla Georgetown University di Washington. Gli studi condotti dal professore su 17 reduci di guerra hanno provato che «decine di migliaia di soldati americani ed inglesi stanno morendo per le radiazioni dei proiettili all'uranio impoverito sparati durante la Guerra del Golfo». Pazzia ed avvelenamento, Somalia, Iraq, ex Jugoslavia e ancora Iraq. A chi richiede una spiegazione, basti sapere cosa ha risposto Shad Meshad, reduce dal Vietnam e presidente dell'americana Fondazione Nazionale dei Veterani: «Voi create killer giovani, forti ed arrabbiati e poi vi aspettate che tornati a casa si riabituino ai ruoli. Vi chiedete qual è il problema?».
giovedì 1 luglio 2004
neurobiologi e psichiatri su Nature:
le funzioni del sonno
Repubblica 1.7.04
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica "Nature"
prospetta una nuova ipotesi: le nozioni si organizzano di notte
Più si dorme, più si impara
Le notti magiche del cervello
di ELENA DUSI
ROMA - A cosa serve dormire? A riposare, si direbbe. Ma è una risposta troppo generica. Secondo le teorie più recenti, il sonno contribuirebbe a rafforzare i circuiti della memoria. Ma come questi circuiti funzionino, e cosa accada loro esattamente durante la notte, rimane ancora un mistero. Sulla rivista scientifica Nature viene proposta una nuova ipotesi. Gli autori sono tre italiani (Lice Ghilardi, Marcello Massimini e Giulio Tononi) e uno svizzero (Reto Huber) che lavorano per l'università del Wisconsin. Il sonno, secondo loro, servirebbe a "fare pulizia" di tutte le conoscenze inutili acquisite durante il giorno, a riordinare gli stimoli che abbiamo ricevuto e a selezionare le esperienze vissute. Da svegli impariamo nozioni, movimenti e procedure. E tutto questo si traduce in un cambiamento reale, fisico, nel nostro cervello, che grazie alla sua plasticità è in grado di creare continuamente nuove connessioni fra neuroni.
"Il peso dell'esperienza" esiste veramente, e gli autori della ricerca scientifica lo hanno misurato grazie a un elettroencefalogramma tanto preciso da poter rilevare l'attività elettrica del cervello con la risoluzione di un centimetro. Lo strumento che usiamo per liberarci da questo "peso dell'esperienza" sarebbe il sonno. La dimostrazione? Secondo Lice Ghilardi: "Più aumenta l'attività di apprendimento, più c'è bisogno di dormire".
A Madison, dove i neurobiologi lavorano, un gruppo di volontari è stato sottoposto a un test studiato ad hoc per misurare il lavoro svolto da una determinata area del cervello durante il giorno, e la conseguente azione di "pulizia" messa in atto durante la notte. Si partiva da un semplice videogioco. Una pallina si muoveva sullo schermo di un computer, e i volontari dovevano inseguirla con un cursore manovrato da un mouse. In alcuni casi però c'era un trucco: il mouse si muoveva in una direzione, ma il cursore seguiva una direzione leggermente diversa, deviata di quindici gradi. Troppo poco perché i volontari ne avessero coscienza. Abbastanza però per mettere in funzione un'area del cervello dell'emisfero destro deputata alla coordinazione fra occhio e mano.
Dopo tre quarti d'ora di gioco, arrivava il momento di andare a dormire. E qui entravano in gioco i 256 elettrodi applicati sulla testa dei volontari. L'area della coordinazione occhio-mano, quella sollecitata durante il gioco con il mouse truccato - e solo quella - continuava a mostrare un'attività elettrica superiore al normale anche con la testa sul cuscino. "In quel momento - spiega Massimini - il sonno stava ricalibrando i miliardi e miliardi di connessioni fra neuroni che erano state sollecitate durante la veglia, e che in generale sono responsabili della nostra capacità di apprendere e ricordare". Altro che riposare. "Proprio nelle aree sollecitate dal gioco - prosegue Massimini - le onde lente prodotte dal sonno diventavano molto più ampie".
L'attività notturna di riorganizzazione delle connessioni fra neuroni non serve solo a liberare il cervello dalle esperienze inutili, a renderlo quindi più agile e leggero. Ma anche a far risaltare le esperienze utili. Dopo una buona dormita, il punteggio realizzato al videogioco era infatti dell'11 per cento circa più alto rispetto alla sera precedente. Mentre un altro gruppo di volontari che aveva iniziato a giocare la mattina e si era ripetuto la sera - senza dormire nel frattempo - non aveva effettuato nessun miglioramento. "Questi risultati - conclude Massimini - rivelano alcuni dati fondamentali sul sonno. Se una parte del cervello impara, deve dormire di più. E tanto maggiore sarà l'intensità del sonno, tanto migliori saranno le nostre prestazioni il giorno successivo.
Le onde elettriche prodotte dormendo servono a ricalibrare (a "far dimagrire") le connessioni fra neuroni rafforzate (ingrassate) durante la veglia. Spazzano via dai circuiti cerebrali le scorie e le imprecisioni che l'apprendimento porta con sé. Grazie a questo processo di ricalibrazione, la mattina ci svegliamo con un cervello più leggero e più preciso".
Massimini, Maria Felice Ghilardi e Giulio Tononi (al loro articolo Nature dedica la copertina) lavorano negli Usa rispettivamente da due, diciotto e tredici anni. "No, nessuna cattiva esperienza in Italia. Qui potevamo trovare opportunità migliori" spiega Tononi. "Il mio primo amore - aggiunge - sono gli studi sulla coscienza. E gli Stati Uniti sono all'avanguardia in questo campo".
Repubblica 1.7.04
L'INTERVISTA
Giulio Tononi, docente di psichiatria all'università del Wisconsin e coordinatore della ricerca
"Il sonno fissa i ricordi utili e fa pulizia nella memoria"
Dormire serve proprio a questo: far dimagrire il cervello eliminando le cose inutili e farlo ripartire più snello
(e. d.)
ROMA - «Tutti gli animali dormono, dal moscerino della frutta ai delfini. Il sonno ha una funzione universale per la vita degli animali». Quale sia questa funzione, però, ancora non è chiaro. Giulio Tononi, che insegna psichiatria all´università del Wisconsin, è il coordinatore della ricerca di Nature. «Tante ipotesi sono state suggerite. Forse il sonno serve a consolidare i ricordi, o forse a tenerci lontano dai guai durante la notte».
La vostra idea?
«I neuroni dialogano continuamente l´uno con l´altro. E quando dialogano, formano delle connessioni tra loro. Queste connessioni sono tanto più forti e numerose quanto più siamo concentrati o ci stiamo sforzando di imparare qualcosa di nuovo. Il risultato: alla fine della giornata, quando abbiamo visto, sentito e fatto molte cose nuove, il nostro cervello si è modificato. Approssimativamente, possiamo dire che tra la mattina e la sera le connessioni fra neuroni si irrobustiscono di un buon 20-30 per cento».
Non è una crescita straordinaria?
«In realtà si tratta di un problema, per il cervello. Da solo quest´organo consuma circa il 20 per cento dell´energia del corpo. Ci sono anche problemi di spazio, perché la scatola cranica è un ambiente molto affollato di cellule. Come si può pensare di sostenere una crescita del 20-30 per cento tutti i giorni? Occorre fare pulizia e razionalizzare lo spazio eliminando le connessioni inutili. E noi crediamo che il sonno serva proprio a questo: a far dimagrire il cervello e a farlo ripartire più agile e snello il mattino dopo».
Che cosa vuol dire dimagrire, per un cervello?
«Eliminare le connessioni inutili. Quel rumore di fondo che ci accompagna durante la giornata va eliminato, insieme a tutte le esperienze che non vale la pena di portare con sé nel futuro. Il meccanismo esatto con cui la razionalizzazione delle connessioni avvenga non è chiaro. Ma siamo riusciti a dimostrare che l´attività del cervello durante la notte è più intensa nelle aree che durante il giorno sono state impegnate in un compito di apprendimento. In quell´area dove si sono formate molte nuove connessioni, è più importante riportare un po´ di ordine».
Il bisogno di sonno quindi è legato all´apprendimento. Questo potrebbe spiegare come mai i bambini (i cuccioli in generale) hanno più bisogno di dormire ore rispetto ad adulti e anziani?
«Se la nostra ipotesi è giusta, la spiegazione è proprio questa. Ancor prima che i cuccioli aprano gli occhi, iniziano ad apprendere moltissime cose, e il loro cervello si modifica in maniera tumultuosa. Per regolare questo gran numero di nuove connessioni occorrono più ore di sonno».
Diventare bravi al vostro videogioco vuol dire creare molte nuove connessioni, quindi potenziare il cervello. Ma questo potenziamento sarà utile anche per altre attività, magari più importanti?
«Difficile rispondere. Probabilmente alcune connessioni si adattano a molti usi, altre no. Non credo che il nostro gioco si riveli molto utile per la vita di tutti i giorni».
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica "Nature"
prospetta una nuova ipotesi: le nozioni si organizzano di notte
Più si dorme, più si impara
Le notti magiche del cervello
di ELENA DUSI
i topi
Quelli addestrati in laboratorio a uscire da un labirinto, anche nel sonno mantengono in attività l'area cerebrale coinvolta: gli scienziati ne hanno dedotto
che sognano di uscire
gli uccelli
Nel sonno, ripassano e memorizzano le melodie imparate di giorno. L'attività elettrica del cervello, in alcune fasi del sonno, è uguale a quella prodotta durante il canto diurno
I delfini
Fanno riposare un emisfero del cervello alla volta. Così l'altro è sempre in funzione per nuotare, cercare il cibo ed evitare i pericoli. È uno dei sonni migliori presenti in natura
i moscerini
Anche i moscerini della frutta a una certa ora si sentono stanchi, ma bastano poche gocce di caffè a tenerli svegli più a lungo. Salvo ritrovarli il giorno dopo assonnati, irritabili e aggressivi
ROMA - A cosa serve dormire? A riposare, si direbbe. Ma è una risposta troppo generica. Secondo le teorie più recenti, il sonno contribuirebbe a rafforzare i circuiti della memoria. Ma come questi circuiti funzionino, e cosa accada loro esattamente durante la notte, rimane ancora un mistero. Sulla rivista scientifica Nature viene proposta una nuova ipotesi. Gli autori sono tre italiani (Lice Ghilardi, Marcello Massimini e Giulio Tononi) e uno svizzero (Reto Huber) che lavorano per l'università del Wisconsin. Il sonno, secondo loro, servirebbe a "fare pulizia" di tutte le conoscenze inutili acquisite durante il giorno, a riordinare gli stimoli che abbiamo ricevuto e a selezionare le esperienze vissute. Da svegli impariamo nozioni, movimenti e procedure. E tutto questo si traduce in un cambiamento reale, fisico, nel nostro cervello, che grazie alla sua plasticità è in grado di creare continuamente nuove connessioni fra neuroni.
"Il peso dell'esperienza" esiste veramente, e gli autori della ricerca scientifica lo hanno misurato grazie a un elettroencefalogramma tanto preciso da poter rilevare l'attività elettrica del cervello con la risoluzione di un centimetro. Lo strumento che usiamo per liberarci da questo "peso dell'esperienza" sarebbe il sonno. La dimostrazione? Secondo Lice Ghilardi: "Più aumenta l'attività di apprendimento, più c'è bisogno di dormire".
A Madison, dove i neurobiologi lavorano, un gruppo di volontari è stato sottoposto a un test studiato ad hoc per misurare il lavoro svolto da una determinata area del cervello durante il giorno, e la conseguente azione di "pulizia" messa in atto durante la notte. Si partiva da un semplice videogioco. Una pallina si muoveva sullo schermo di un computer, e i volontari dovevano inseguirla con un cursore manovrato da un mouse. In alcuni casi però c'era un trucco: il mouse si muoveva in una direzione, ma il cursore seguiva una direzione leggermente diversa, deviata di quindici gradi. Troppo poco perché i volontari ne avessero coscienza. Abbastanza però per mettere in funzione un'area del cervello dell'emisfero destro deputata alla coordinazione fra occhio e mano.
Dopo tre quarti d'ora di gioco, arrivava il momento di andare a dormire. E qui entravano in gioco i 256 elettrodi applicati sulla testa dei volontari. L'area della coordinazione occhio-mano, quella sollecitata durante il gioco con il mouse truccato - e solo quella - continuava a mostrare un'attività elettrica superiore al normale anche con la testa sul cuscino. "In quel momento - spiega Massimini - il sonno stava ricalibrando i miliardi e miliardi di connessioni fra neuroni che erano state sollecitate durante la veglia, e che in generale sono responsabili della nostra capacità di apprendere e ricordare". Altro che riposare. "Proprio nelle aree sollecitate dal gioco - prosegue Massimini - le onde lente prodotte dal sonno diventavano molto più ampie".
L'attività notturna di riorganizzazione delle connessioni fra neuroni non serve solo a liberare il cervello dalle esperienze inutili, a renderlo quindi più agile e leggero. Ma anche a far risaltare le esperienze utili. Dopo una buona dormita, il punteggio realizzato al videogioco era infatti dell'11 per cento circa più alto rispetto alla sera precedente. Mentre un altro gruppo di volontari che aveva iniziato a giocare la mattina e si era ripetuto la sera - senza dormire nel frattempo - non aveva effettuato nessun miglioramento. "Questi risultati - conclude Massimini - rivelano alcuni dati fondamentali sul sonno. Se una parte del cervello impara, deve dormire di più. E tanto maggiore sarà l'intensità del sonno, tanto migliori saranno le nostre prestazioni il giorno successivo.
Le onde elettriche prodotte dormendo servono a ricalibrare (a "far dimagrire") le connessioni fra neuroni rafforzate (ingrassate) durante la veglia. Spazzano via dai circuiti cerebrali le scorie e le imprecisioni che l'apprendimento porta con sé. Grazie a questo processo di ricalibrazione, la mattina ci svegliamo con un cervello più leggero e più preciso".
Massimini, Maria Felice Ghilardi e Giulio Tononi (al loro articolo Nature dedica la copertina) lavorano negli Usa rispettivamente da due, diciotto e tredici anni. "No, nessuna cattiva esperienza in Italia. Qui potevamo trovare opportunità migliori" spiega Tononi. "Il mio primo amore - aggiunge - sono gli studi sulla coscienza. E gli Stati Uniti sono all'avanguardia in questo campo".
Repubblica 1.7.04
L'INTERVISTA
Giulio Tononi, docente di psichiatria all'università del Wisconsin e coordinatore della ricerca
"Il sonno fissa i ricordi utili e fa pulizia nella memoria"
Dormire serve proprio a questo: far dimagrire il cervello eliminando le cose inutili e farlo ripartire più snello
(e. d.)
ROMA - «Tutti gli animali dormono, dal moscerino della frutta ai delfini. Il sonno ha una funzione universale per la vita degli animali». Quale sia questa funzione, però, ancora non è chiaro. Giulio Tononi, che insegna psichiatria all´università del Wisconsin, è il coordinatore della ricerca di Nature. «Tante ipotesi sono state suggerite. Forse il sonno serve a consolidare i ricordi, o forse a tenerci lontano dai guai durante la notte».
La vostra idea?
«I neuroni dialogano continuamente l´uno con l´altro. E quando dialogano, formano delle connessioni tra loro. Queste connessioni sono tanto più forti e numerose quanto più siamo concentrati o ci stiamo sforzando di imparare qualcosa di nuovo. Il risultato: alla fine della giornata, quando abbiamo visto, sentito e fatto molte cose nuove, il nostro cervello si è modificato. Approssimativamente, possiamo dire che tra la mattina e la sera le connessioni fra neuroni si irrobustiscono di un buon 20-30 per cento».
Non è una crescita straordinaria?
«In realtà si tratta di un problema, per il cervello. Da solo quest´organo consuma circa il 20 per cento dell´energia del corpo. Ci sono anche problemi di spazio, perché la scatola cranica è un ambiente molto affollato di cellule. Come si può pensare di sostenere una crescita del 20-30 per cento tutti i giorni? Occorre fare pulizia e razionalizzare lo spazio eliminando le connessioni inutili. E noi crediamo che il sonno serva proprio a questo: a far dimagrire il cervello e a farlo ripartire più agile e snello il mattino dopo».
Che cosa vuol dire dimagrire, per un cervello?
«Eliminare le connessioni inutili. Quel rumore di fondo che ci accompagna durante la giornata va eliminato, insieme a tutte le esperienze che non vale la pena di portare con sé nel futuro. Il meccanismo esatto con cui la razionalizzazione delle connessioni avvenga non è chiaro. Ma siamo riusciti a dimostrare che l´attività del cervello durante la notte è più intensa nelle aree che durante il giorno sono state impegnate in un compito di apprendimento. In quell´area dove si sono formate molte nuove connessioni, è più importante riportare un po´ di ordine».
Il bisogno di sonno quindi è legato all´apprendimento. Questo potrebbe spiegare come mai i bambini (i cuccioli in generale) hanno più bisogno di dormire ore rispetto ad adulti e anziani?
«Se la nostra ipotesi è giusta, la spiegazione è proprio questa. Ancor prima che i cuccioli aprano gli occhi, iniziano ad apprendere moltissime cose, e il loro cervello si modifica in maniera tumultuosa. Per regolare questo gran numero di nuove connessioni occorrono più ore di sonno».
Diventare bravi al vostro videogioco vuol dire creare molte nuove connessioni, quindi potenziare il cervello. Ma questo potenziamento sarà utile anche per altre attività, magari più importanti?
«Difficile rispondere. Probabilmente alcune connessioni si adattano a molti usi, altre no. Non credo che il nostro gioco si riveli molto utile per la vita di tutti i giorni».
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