mercoledì 20 ottobre 2004

clonazione riproduttiva
Edoardo Boncinelli

Corriere della Sera 20.10.04
All'ONU
Il bando che divide il mondo in tre
di Edoardo Boncinelli

Si andrà anche più oltre realizzando la cosiddetta clonazione riproduttiva? Questi interrogativi, impensabili fino a una diecina di anni fa, sono al centro del dibattito di questi anni in tutti i Paesi del globo e saranno oggetto nei prossimi giorni dell’esame della 59ma sessione dell’Assemblea generale dell’Onu, il massimo organo mondiale di regolamentazione e di controllo. Si preannunciano molti contrasti e grandi battaglie fra i rappresentanti delle varie nazioni, schierate su diverse posizioni. C’è innanzi tutto un consenso generale sulla proibizione della clonazione riproduttiva umana, cioè la produzione di esseri umani completi attraverso tecniche di clonazione, sempre ammesso che ciò sia tecnicamente possibile. Su questo tutte le nazioni che si sono pronunciate sembrano d’accordo. Il disaccordo verte sulla clonazione terapeutica e sulle varie procedure per arrivarci. Un ampio schieramento, con gli Stati Uniti e l’Italia in prima fila, è contrario ad ogni tipo di clonazione umana, terapeutica o riproduttiva, e vorrebbe bandire del tutto questo tipo di ricerche.
All’estremo opposto si trovano quelle nazioni, tra le quali il Belgio e l’Inghilterra, che favoriscono le ricerche sulle cellule staminali umane per la loro utilizzazione a fini terapeutici, pur nel rispetto di una serie di regole e di strumenti di controllo volti a reprimere ogni abuso e a vigilare che la ricerca sia sensata e non lesiva degli interessi di nessuno. Tali nazioni tollerano anche la produzione ad hoc di embrioni umani da tenere in vita per qualche giorno per poter prelevare da questi cellule staminali embrionali di costituzione genetica predefinita. Lo scopo è quello di usare tali cellule per produrre tessuti o organi che saranno certamente «accettati» dall’organismo ricevente perché hanno in comune con questo molte caratteristiche genetiche.
Esiste anche uno schieramento di nazioni che hanno una posizione intermedia. Queste, fra le quali la Francia e la Spagna, sono favorevoli ad una cauta sperimentazione sulle cellule staminali embrionali umane a fini terapeutici, ma le cellule in questione devono essere prelevate da embrioni cosiddetti soprannumerari, cioè quegli embrioni già prodotti nella pratica della fecondazione assistita e conservati perché in eccesso rispetto a quelli effettivamente utilizzati. Esistono, ed esisteranno ancor più in futuro, molte altre posizioni intermedie sull’argomento, ma quelle principali sono le tre che abbiamo elencato.
Date queste premesse, appare molto dubbio che l’assemblea dell’Onu riesca a mettere insieme in tempi ragionevoli un pronunciamento che accontenti tutti. Appare molto più probabile che la discussione venga rinviata (di quanto?) o che si raggiungano formulazioni di compromesso di ben scarso peso. Non si tratta di somme di denaro, non si tratta di territori da annettere a questo o quel Paese, non si tratta di eserciti da inviare o bloccare, ma è facile prevedere che le discussioni saranno accesissime perché tutti sono convinti delle loro ragioni e considerano la questione della massima importanza.
Da una parte non possiamo non stupirci del fatto che una discussione su temi così squisitamente scientifici abbia raggiunto la massima assise mondiale. Dall’altra mi chiedo quali conseguenze potranno comportare sul futuro della medicina e della salute le decisioni eventualmente prese. I posteri probabilmente sorrideranno di tanto accanimento e furore argomentativo perché le soluzioni saranno quasi certamente diverse da tutto ciò che si prospetta oggi. Una cosa non posso non chiedermi, da biologo: perché tante discussioni sulle cellule staminali umane, quando c’è ancora tanto, tantissimo da fare per raggiungere un’efficace utilizzazione delle cellule staminali dei roditori o di altri mammiferi da laboratorio? Ci sta a cuore la salute dei nostri figli, se non addirittura la nostra, o preferiamo polemizzare e litigare?

qui di seguito la notizia che Boncinelli commenta:

Corriere della Sera 20.10.04
Stop alla clonazione, l’Onu si spacca
Usa, Italia e Vaticano per il divieto totale. Gran Bretagna e Cina: sì a quella terapeutica
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

NEW YORK - Albania, Australia, Cile, Italia, Santa Sede e Stati Uniti contro Cina, Cuba, India, Giappone, Regno Unito e Turchia. Si riapre domani al Palazzo di Vetro di New York la battaglia per bloccare gli esperimenti sugli embrioni umani che vede contrapposti due blocchi di Paesi. Uniti sulla necessità di un bando totale della clonazione umana, ma divisi sull’opportunità di lasciare aperta la porta a quella terapeutica.
DUELLO - Il primo blocco è formato da oltre 60 Paesi quasi tutti cristiani, guidati dal Costarica e di cui fanno parte, oltre all’Italia, numerose nazioni africane, decise a vietare su base mondiale ogni tipo di esperimenti sugli embrioni umani. Il loro obiettivo: l’adozione, entro il 2005, di una convenzione internazionale che metta al bando la clonazione umana a scopi sia riproduttivi che terapeutici. Secondo il primo fronte non c’è differenza tra le due dal punto di vista della procedura medico-scientifica. «Il solo distinguo è che nel primo caso l’embrione è creato per dar vita a una sorta di Frankenstein - dice un esperto giuridico dell’Onu che ha lavorato alla prima mozione - nel secondo per essere sfruttato e poi abortito, cioè ucciso». Di altro avviso il secondo blocco, guidato dal Belgio (e al quale hanno aderito 21 nazioni), che auspica un bando rapido della clonazione umana, lasciando però che siano i singoli governi a decidere su quella terapeutica. La speranza è aprire nuove prospettive per guarire malati come Christopher Reeve: il peso della sua eredità morale aleggia sul dibattito.
INDECISI - Cruciale sarà la presa di posizione dei 110 Paesi Onu, su un totale di 191, ancora indecisi. Tra questi, tutti i Paesi musulmani tranne la Turchia, e nazioni dell’Ue come la Germania. Eppure il dibattito sulla clonazione figura nell’agenda dell’Assemblea generale proprio grazie a una proposta franco-tedesca, che nel 2001 sollecitava l’adozione di un trattato internazionale per regolare la materia. Ma Parigi e Berlino non si sono ancora espresse sulla clonazione terapeutica, nonostante il bando a ogni tipo di clonazione votato dal parlamento Europeo il 29 gennaio. Dalla discussione in aula, domani e venerdì, si capirà se sono mutati o meno gli equilibri che l’anno scorso determinarono la sconfitta dei favorevoli al bando totale. I media lo definirono uno smacco per l’amministrazione Bush: all’ultimo momento, con uno dei voti più sofferti della storia Onu, la commissione legale rimandò la decisione. Dopo un voto sul filo del rasoio (80 a 79 e 15 astensioni) passò la mozione presentata dall’Iran a nome di 57 Paesi islamici e volta a rinviare ogni deliberazione.
DISACCORDO - Malgrado il bando degli esperimenti per clonare un uomo sia condiviso da tutti i 191 membri Onu, un buon numero di nazioni non vuole chiudere le porte alla ricerca sulle staminali embrionali perché, affermano, potrebbe aiutare a curare malattie come Alzheimer, tumori e Parkinson. «I Paesi dov’è stata legalizzata, come Inghilterra, Singapore e Corea del sud, non hanno ancora fornito le prove che questo tipo di ricerca funzioni - ribatte il partito del no -. La morte di Christopher Reeve, cavia in queste sperimentazioni, ne è la triste prova». Santa Sede, Usa e Italia chiedono di investire sull’utilizzo di cellule staminali adulte, «le sole che negli ultimi tempi hanno registrato progressi scientifici enormi».
«Queste cellule adulte non sono totipotenti e hanno un uso molto limitato», obietta il secondo gruppo, che accusa il primo di condurre «una crociata oscurantista e antiscientifica, simile a quella che contrappose Galileo alla Chiesa», destinata a «frantumare le speranze di milioni di malati terminali». I altri Paesi ribattono che «dietro a questo tipo di ricerche si nascondono le potentissime lobby farmaceutiche, che sperano di arricchirsi con la liberalizzazione della clonazione terapeutica».
A politicizzare ancora di più un dibattito già carico di risvolti etico-morali contribuisce la preoccupazione di molti Paesi africani, che temono la fuga di ovuli dai Paesi poveri a quelli ricchi, dove la ricerca medico-scientifica è più evoluta. «Sarebbe un odioso mercato nero - avverte un funzionario Onu - che aumenterebbe, invece di colmarlo, il divario tra nord e sud del mondo».

neuroscienze
nuove droghe: da Harvard la pillola per l'annullamento chimico

La Repubblica on line 19.10.04
San Diego, gli scienziati che lavorano al farmaco anti-ricordi
si incontreranno per discutere i primi risultati della ricerca
Cancella amori falliti e violenze
Fa discutere la "pillola dell'oblio"
Gli esperti: «Può permettere a chi ha vissuto traumi
di tornare a una vita accettabile». I detrattori: «Assolve i criminali»
di ALESSANDRA RETICO

UNA "pillola del giorno dopo" che cancella quello che non sarebbe dovuto accadere: un lutto inelaborabile, una violenza, un trauma. Una dose di dimenticanza da assumere per cancellare un evento e anestetizzarne gli effetti emotivi. Un contraccettivo dell'anima che renda infeconda l'esperienza del dolore. Da quando se n'è iniziato a parlare, ormai da diversi mesi, il farmaco che cancella dalla memoria le esperienze di sofferenza acute e sul quale un prestigioso team di scienziati sta lavorando in tutto il mondo ha assunto i nomi più diversi, da "pillola dell'oblio" a pillola dell'assoluzione".
Comunque la si voglia chiamare, apprezzandone le possibilità terapeutiche in quei soggetti che dopo vissuti drammatici come guerre o stupri non riescono più ad avere una vita apprezzabile o se ne condannino le possibili conseguenze come offrire a criminali vaccini contro il rimorso, fatto sta che la pillola per dimenticare fa discutere e farà discutere in modo più circostanziato a San Diego la settimana prossima, quando i primi risultati degli studi condotti in parallelo in Francia, Canada, California e New York verranno presentati al convegno della Società di Neuroscienze.
Allora sì che gli scenari fantascientifici di molta letteratura cinematografica, da Paycheck all'ultimo film con Jim Carrey Se mi lasci ti cancello in uscita venerdì nelle sale italiane, diverranno più che altro lungimiranti profezie. Come il disperato Joel del film di Micheal Gondry inabilitato alla vita da un amore fallito decide di bussare alla porta del dottor Howard Mierzwiak per togliersi dalla mente l'amatissima Clementine, così magari anche noi potremo sperare in un futuro ripulito da facce, odori, modi, eventi e situazioni crudelmente inopportuni.
O temerlo, certo. Come lo teme quella parte della scienza ossessionato dal problema contrario, dalla perdita di "presenza" in malattie come l'Alzheimer e la demenza senile. Senza parlare, sarebbe impossibile, di tutto ciò che al ricordo, anche doloroso, è connesso: dalla Storia all'evoluzione della psiche.
C'è che la pillola dell'oblio, l'anestetico delle angosce e delle brutture, ma anche delle emozioni forti tout court, pare abbia gli ingredienti adatti per entrare negli armadietti della nostra società, così ansiosa di cancellare e manipolare, che sia a colpi di bisturi o psicofarmaci, tutto quanto non appaia innocuamente "bello". E procurare, per quanto chimica, una parvenza di felicità.
Ma c'è chi come Roger Pitman, psichiatra di Harvard, fautore dell'oblio terapeutico, pensa che cancellare la memoria in alcuni casi si debba. Un incidente. Un attentato terroristico. Uno stupro. Gli orrori di una guerra. Esperienze che hanno il potenziale di mettere radici nella memoria provocando la sindrome da stress post traumatico, un disturbo che affligge molti reduci del Vietnam, chi sopravvive a un disastro aereo, i sopravvissuti dell'11 settembre. Ne soffrono dal tre all'otto per cento degli americani.
Pitman insieme a Glenn Saxe, psichiatra dell'età dello sviluppo al Boston Medical Center, è partito da un'intuizione: si sa da tempo che le terapie prolungate con farmaci antiipertensivi a base di propranololo provocano un leggero calo generalizzato della memoria. «Troppa adrenalina dopo un evento traumatico crea una memoria eccessivamente forte, eccessivamente emotiva e troppo profondamente radicata», ha spiegato Pittman.
Per ridurre l'adrenalina indotta dal trauma il team di Harvard ha somministrato a un gruppo di 40 pazienti per 19 giorni dopo il trauma il propanololo che interferisce con l'azione degli ormoni dello stress nel cervello. Una settimana dopo la fine della terapia gli individui che avevano preso la pillola erano in grado di raccontare l'evento traumatico di cui erano stati protagonisti senza sintomi da stress e, tre mesi dopo, con minor ansia.
La parte del cervello interessata, è quella profonda dell'amigdala, una sorta di "interruttore" nell'elaborazione delle paure. Se la pillola "pigia" a dissinnescare il motore delle paure, il ricordo non mette radici. Nell'università della California, a Irvine, il neurobiologo James L. McGaugh ha così scoperto di poter inibire nel cervello dei topi la reazione ormonale alla paura.
Alla Ponce School of Medicine di Portorico, Gregory Quirk ha osservato che la corteccia prefrontale ha un'attività neurale minore dopo eventi traumatici e che, stimolandola con appositi magneti, si può favorire la dimenticanza dell'evento critico.
Ma il "piccolo" problema è che di memoria sappiamo ancora poco e anche i ricercatori dell'oblio ammettono che «non sappiamo se stiamo cancellando il ricordo o erigendo barriere che nascondono il ricordo», ha confessato Karim Nader, della McGill University di Montreal.
Dubbi da parte del Consiglio per la Bioetica della Casa Bianca per il quale «cambiare il contenuto delle nostre memorie alterandone le tonalità emotive, per quanto desiderabile per alleviare sensi di colpa o consapevolezze dolorose, potrebbe sottilmente cambiare chi siamo».

Mark Rothko

Il Messaggero 19.9.04
Mostre/ A Bilbao retrospettiva del grande pittore emigrato bambino dalla Lettonia negli Stati Uniti
Rothko, l’arte è un muro di luce
Le radici ebraiche, la voglia di esprimere “emozioni fondamentali”
di SILVIA PEGORARO

IL MUSEO Guggenheim di Bilbao ospita una grande retrospettiva del pittore americano Mark Rothko : “Mark Rothko: Walls of Light”. Socchiudete appena un po’ gli occhi: la pittura si staccherà dal quadro e verrà verso di voi, come se si trattasse di un’emissione luminosa. La luce, da mezzo per elaborare una visione, diventa l’essenza stessa della visione. Marcus Rothkowitz (questo il suo vero nome), era nato in una famiglia di farmacisti ebrei, a Dvinsk (sud-ovest della Lettonia), nel 1903, e nel 1913 si era trasferito con la famiglia negli Stati Uniti. Non pensava di avere un futuro da pittore. Poi, una rivelazione, ma il suo avvio all’arte fu farraginoso, costellato di tentativi non riusciti. Nel 1923 si trasferì a New York dall’Oregon, e iniziò a insegnare disegno ai bambini del Brooklyn Jewish Academy Centre.
Nella grande metropoli dell’East Coast si trovò a frequentare artisti come Adolph Gottlieb o Barnett Newman, e critici come Rosenberg e Greenberg, formando con loro, nel ’35, il gruppo “The Ten”. Non si è scritto molto sul perché tanti esponenti dell’espressionismo astratto americano, soprattutto non gestuale, e tanti critici e collezionisti ad esso legati, fossero ebrei. Ma è certo riduttivo pensare che la strada dell’astrazione sia stata imboccata da questi artisti solo per mettersi al riparo dal divieto del 2° comandamento (“Non ti farai immagini...”, Esodo, 20, 4-5). All’inizio degli Anni 40 Rothkowitz, influenzato da Nietzsche e Jung, studia i miti antichi come fonte di simboli eterni, giungendo a una forma di figurazione sintetica e arcaica. Poi subisce il fascino dei surrealisti, soprattutto Mirò e Masson.
Ma nel 1949 Marcus Rothkowitz muore, e nasce Mark Rothko: la nuova firma è sintomo di una nuova via, che scarta tutti gli elementi figurativi. Compaiono i suoi grandi campi rettangolari di colore tonale (colore-luce) dai bordi sfumati e dissolventi, fluttuanti gli uni sugli altri. Forse un richiamo alle miniature dei manoscritti nella tradizione ebraica orientale, dove per distinguere blocchi di testo si usano campi di colori diversi? Rothko affermava che “i quadri sono drammi, le forme attori”, come a dirci che le sue tele sono lì a raccontarci una storia da leggere, e da interpretare. Anche in questo si avverte un forte richiamo alla vivissima tradizione testuale e scritturale, cuore dell’ebraismo. «Mi interessa solo esprimere emozioni umane fondamentali, la tragedia, il destino, l’estasi», diceva ancora Rothko, e crediamo ci sia riuscito. Cosa cercava quello strano personaggio, riservato, timido, chiuso dietro le lenti spesse dei suoi occhiali da miope? Forse, con una formula un po’ semplicistica, potremmo dire che cercava l’assoluto. In questa ricerca, l’artista si spinge fino a tentare di riempire di luce il nero. Lo testimonia la serie dei dipinti Black on Grey , presenti in mostra, dove i neri e gli antracite sono incoronati da un alone bianco, che non riflette ma “beve” la luce. Lo testimoniano, in modo estremo, le 13 grandi tele della cappella dell’Università di Saint-Thomas a Houston. I committenti, i coniugi miliardari De Menil, cattolicissimi, volevano realizzare in America qualcosa di simile alla cappella di Saint Paul de Vence di Matisse. Rothko risponde ai colori vivaci di Matisse con una sorprendente e inquietante serie di neri, profondi, tragici, intensamente sensuali, in cui una strana luce sembra espandersi e contrarsi all’infinito. Nella drammatica ricerca di questa luce assoluta si consuma anche l’ultima energia del pittore, che il 25 febbraio 1970 si uccide nel suo studio di New York.
I dipinti di Rothko sembrano usciti dalle pagine dello Zohar, o Libro dello splendore, il più coesivo e importante fra i testi della Kabbalah, scritto nella Spagna del XIII secolo. Il suo autore, Moses Ben Shem Tov de Leon, lascia da parte la filosofia intesa in senso razionalistico e si esprime attraverso analogie, evocazioni, colori. La Kabbalah cerca proprio il legame tra pensiero e materia. Lo trova nella luce, definita sostanza assoluta e originaria nello Zohar, come in tutta la filosofia ebraica del Medioevo. Vi si descrive Dio mentre piega e dispiega abiti di luce. Vi è formulata anche la teoria dello Zim-zum, letteralmente “contrazione”, “implosione”. Ecco allora l’immagine scaturire da un processo di sottrazione, cancellazione, come nel lavoro di Rothko. Ecco gli abissi di luce-colore dei suoi quadri.
Ma ecco anche la teoria del sublime formulata da Barnett Newman; o i suoi “zips”, le linee verticali che tagliano i quadri secondo una simmetria nascosta, fondata su un rigoroso calcolo numerico; o ancora gli stessi titoli delle opere, come quello della sua ultima scultura: Zim Zum I (1969). Ecco i neri assoluti di Ad Reinhardt, che si richiamano al “fuoco nero” di cui parla la Cabala... Pare allora di aver trovato un’altra di quelle “radici ebraiche del moderno” di cui parla Sergio Quinzio. Lo spietato cinismo del mercato dell’arte sembra, una volta tanto, lontanissimo da questo mondo. Sembrano invece vicine altre immagini, altre parole che animano le correnti mistiche delle altre religioni rivelate, Cristianesimo e Islam. Si espande liberamente il respiro del pensiero e dell’anima. Si perde la distinzione tra Oriente e Occidente, come in un bellissimo passo del Corano, che è certo una delle fonti del misticismo islamico: parla di “una lampada che arde con l’olio di un ulivo che non è né d’Oriente né d’Occidente, (...) ed è luce su luce...” (Qorân, 24, 35).

Arthur Rimbaud


Rimbaud! L'ora nuova è molto severa
La gente potrebbe annoiarsi
La gente muore di scienza, non è mica come scopare
La monotonia di tabacco, legumi, bruma, merda, Signor Cristo, ecc.
Sì la mia poesia qui è minacciata, Rimbaud

Gregory Corso

Un mattino cent'anni prima che Little Richard battezzasse l'America col rock'nd roll, Arthur con il fratello e le sorelle andavano per le vie di Charleville vestiti di blu e nastri bianchi a ricevere la prima comunione.
Patti Smith


Repubblica 20.10.04
Il ragazzo che fece vacillare il mondo
Il mito del poeta a centocinquant'anni dalla nascita
Molti cantanti hanno scelto le sue poesie come breviario a partire da Bob Dylan
Secondo Cioran tutto è inconcepibile in lui tranne il suo silenzio: ha cominciato dalla fine

DARIA GALATERIA

«Certo che Rimbaud è una leggenda», protestava Verlaine che gli aveva sparato per amore, «ma per me è stato una realtà viva; io lo sogno di notte». Era il 1895, Rimbaud era scomparso da tre anni, e già il suo mito era cristallizzato. In molti lo sognano, anche oggi che «questo dio della pubertà» (André Breton) avrebbe centocinquant'anni («Ahora / en este octubre / cumplirìas / cien anos», diceva l´ode di Neruda). Patti Smith, la rockstar americana, condensa in Sogno di Rimbaud quasi tutti gli elementi del mito: la madre, tenace custode delle tradizioni rurali del secolo borghese; il viso di Arthur, un arcangelo in esilio, gli occhi blu ghiaccio aureolati di pervinca, le lunghe braccia da adolescente non assestato; la bohème parigina, gli «amori di tigre» con Verlaine, che gli tira un colpo di pistola ferendolo alla mano; e poi, dopo i capolavori (Una stagione all´inferno, Illuminazioni) e le corse per il mondo, la fuga più profonda, la metamorfosi in mercante di caffé e di armi a Aden in Arabia e nell´Harar. «Sono una vedova», canta Patti Smith: «potrebbe essere Charleville o dovunque. Sono su, in camera da letto, che mi fascio la ferita. Lui entra. Si appoggia allo stipite, che hai alla mano, chiede, troppo casualmente. Guance vermiglie, aria di disprezzo grandi mani. Lo trovo diabolicamente seducente. Oh Arthur Arthur. Siamo in Abissinia Aden. Facciamo l´amore fumiamo sigarette. Ma è molto di più». Ma sono in molti i cantanti che hanno le poesie di Rimbaud per breviario. Bob Dylan dichiara che, in tourné, se vuole leggere qualcosa che lo emozioni, entra in libreria e legge «le parole di Rimbaud». Jim Morrison scrisse nel 1968 a Fallace Fowlie apposta per ringraziarlo di aver tradotto il poeta: «ne avevo bisogno perché non leggo bene il francese. Sono un cantante rock», specificava, «e il suo libro mi segue in tutti i miei spostamenti».
Così stringente è il mito del genio che spegne la sua propria meteora e non fa più ricorso al futuro, aderendo al vuoto della civiltà mercantile, e espiandola quasi nella morte atroce della corsa in barella per il deserto verso inutili ospedali - che in tanti sono partiti sulle tracce di Rimbaud, per capire, per omeopaticamente guarire. Evelyn Waugh, lo scrittore inglese alla ricerca inesausta di una misura d´ironia e distacco, era andato devotamente in Abissinia, nel 1930, a cercare un prete - grande e emaciato come un santo del Greco - che aveva conosciuto Rimbaud. Se lo ricordava, certo; un giovanotto barbuto che aveva un problema a una gamba; era
molto serio, non usciva quasi mai. Pensava solo agli affari. Il sacerdote aveva cercato nella memoria una parola, e aveva detto: molto serio, e triste. Nelle rare foto in Arabia e a Harar, Rimbaud ha lo sguardo vuoto e inaccessibile. La sua scelta di «amputarsi da vivo della poesia» (Mallarmé) è davvero compiuto «per testimoniare l´alienazione dell´uomo», come pensa Yves Bonnefoy? E´ il gesto che «squalifica i nostri alibi», come asserisce Albert Camus?
«Alla fine
comincia a far commercio di fucili illegali
a Tajoura
cavalcando in carovana, pazzo
una cintura di oro
alla vita»
scrive in versi Jack Kerouac, che imita quel vagabondaggio, anche se
«tutto questo non porta
a niente, come
Dostoevskij, Beethoven
o Da Vinci».
Emile Cioran, moralista della disperazione, ha scritto che «tutto è inconcepibile in Rimbaud, tranne il suo silenzio. Ha cominciato dalla fine». Lui, che ha detto tutto, si è strappato la lingua; questo silenzio ci opprime ancora, lamenta Jean-Marie Le Clézio Léopold Senghor, poeta e capo di stato, legge gli albori della «negritudine» nella Stagione all´inferno, dove Rimbaud si proclama «negro». Invece Philippe Soupault, un poeta surrealista che era nipote delle officine Renault e un po´ se ne vergognava, sostenne che l´enigma di Rimbaud non era l´oblio della poesia o le sue partenze, ma il fatto che si fosse fermato. Soupault aveva ripercorso i viaggi del poeta «dalle suole di vento» da Londra a Cipro, e nell´Harar, in Etiopia. Era il 1951; esplorando il mar Rosso, sentì una qualità di solitudine diversa, e l´oblio. Tutti quelli che incontrava ne erano vittime, anche il miliardario, Monsieur Besse, che, qualche anno dopo la partenza del negoziante, aveva fatto fortuna riprendendo i suoi progetti. Ma non tutti partecipano al grido di René Char (1947):«T´as bien fait de partir, hai fatto bene a partire, Arthur Rimbaud!». Il nostro Roberto Vecchioni canta:
«Portoghesi, inglesi e tanti altri
uccelli di rapina
scelse per compagnia;
Quella voglia di annientarsi
di non darsi
e basta, basta poesia».

Arthur Miller riteneva che fosse un atto di sfregio; «pensare che un ragazzo ha fatto vacillare il mondo!» La giovinezza è forse l´elemento più forte della leggenda di Rimbaud. Delahaye, l´amico d´infanzia, racconta che dal maggio a settembre 1871 - quando Verlaine, sedotto dai suoi versi, lo convoca a Parigi: «Venite, cara grande anima» - Rimbaud, in sei mesi, è cresciuto venti centimetri. La surenfance la chiama il filosofo Gaston Bachelard: infanzia diventata cosciente di sé. Ha fatto fiorire il mondo come un temporale d´aprile, riassumeva Cocteau.
Uno dei capolavori di Rimbaud, Le bateau ivre, nutre ancora il fascino dell´ignoto, il sogno di un altrove sempre ulteriore. Per molti, quella poesia è un´esperienza di fisica liberazione: «sono felice, mi sono bagnato nudo in un verde torrente di montagna e mi sono asciugato rotolandomi nell´erba calda. Leggo solo Rimbaud» scrive André Gide - Pasolini invece diceva: «Rimbaud, mio contemporaneo, mio castratore». La barca può essere la gioia di rinchiudersi in un guscio, un Nautilus, rifletteva Roland Barthes: se scompare il nocchiero, il vascello vola, sfiora gli infiniti. Paul Valéry, il poeta, sognò nel 1891 di essere nel battello ubriaco, «ero un´alga che non si appartiene. Tutto il mare passava attraverso le mie cellule».


L'Eco di Bergamo 19.10.04

Rimbaud, quel battello in rotta verso l'ignoto
di Maria Mataluno

Un secolo e mezzo fa nacque il profeta della poesia moderna. Usò il linguaggio per scoprire nuovi mondi Nei suoi versi e nei «silenzi» il disperato tentativo di fuggire dall'ipocrisia della società occidentale
«L' Io è un altro», scrisse Arthur Rimbaud all'epoca in cui, diciassettenne, lasciò la sua famiglia per intraprendere il vagabondaggio attraverso l'Europa che l'avrebbe portato a vivere, insieme all'amico-nemico Paul Verlaine, la straordinaria avventura della nascita della poesia moderna. Una frase in cui si può intravedere il nocciolo della ricerca artistica che il «poeta maledetto» condusse nel corso della sua breve vita (morì nel 1891), spesa nel tentativo di reagire a quanto c'era di marcio e insensato nella società del suo tempo. A un secolo e mezzo dalla sua nascita, avvenuta a Charleville il 20 ottobre 1854, chiediamo a Mario Richter, docente di Letteratura francese all'Università di Padova, autore del libro Viaggio nell'ignoto. Rimbaud e la ricerca del Nuovo (La Nuova Italia Scientifica, 1993), e curatore delle Opere complete di Rimbaud (Biblioteca della Pléiade, 1992), di aiutarci a interpretare questa frase.
Poesia soggettiva
poesia oggettiva
«Questa formula è contenuta in una lettera indirizzata da Rimbaud al suo professore di liceo, che lo pregava di tornare a scuola. In essa egli introduce una distinzione tra poesia soggettiva e poesia oggettiva, definendo la prima inerte e insignificante, e la seconda carica di possibilità. Possiamo vedere nella poesia soggettiva – ossia quella espressa dall'Io, dal Je – la vita nella forma che si è data la cultura occidentale, e i cui fondamenti concettuali sono stati elaborati dalla filosofia greca, in particolare da quella platonica, e poi ripresi dal cristianesimo. Con la frase Je suis un autre Rimbaud vuole dire che la nostra vita di uomini occidentali (quella espressa dal soggetto, dal Je ) ne nasconde un'altra, più autentica e produttiva. Quest'altra realtà, l'autre , è tuttavia sconosciuta, è quell'ignoto già evocato da Baudelaire nei Fiori del Male : “In fondo all'Ignoto per trovare qualcosa di nuovo!”. Per arrivare a tale ignoto è necessario per Rimbaud procedere a una distruzione del noto, o dell'Io, che dev'essere compiuta con freddo metodo. Per questo la lettera al professore si conclude con una poesia intitolata Il cuore suppliziato , nella quale il cuore sta per l'Io, per la vita nota.»
Quando Rimbaud, nel 1872, inviò Il battello ebbro a Paul Verlaine, questi si rese conto di trovarsi di fronte al profeta della «nuova» poesia. Ma in cosa consisteva la sua carica rivoluzionaria?
«Le bâteau ivre è la poesia più celebrata di Rimbaud. Racconta l'ebbrezza di un'imbarcazione (simbolo dell'Io) che, liberatasi di ogni freno, può discendere a suo piacimento un fiume fino a vagare liberamente nell'oceano. Tanta libertà si traduce in un turbinio di stupefacenti visioni, ma anche in un'estenuazione finale che porta al magnifico e disperato verso Je regrette l'Europe aux anciens parapets (“Rimpiango l'Europa dai parapetti antichi”), col quale Rimbaud dice quanto sia straziante, malgrado l'esaltazione, allontanarsi dall'Io. Col Battello ebbro Rimbaud tentò di far colpo sul gruppo di poeti parigini di cui Verlaine faceva parte, i “parnassiani”. In quei versi, però, il suo impegno rivoluzionario si esprime ancora entro i limiti della tradizione. Il Rimbaud più grande e nuovo è invece quello che poco dopo traduce il suo programma di autodistruzione nel viaggio con Verlaine e nel resoconto di quella esperienza, Una stagione all'inferno ».
In che modo il rapporto con Verlaine influenzò la sua poesia?
«Dapprima Rimbaud nutrì la speranza che Verlaine fosse l'unico poeta vivente capace di essergli d'aiuto nella sua impresa destinata a passare dall'Io all'Altro, dal noto all'ignoto. Ben presto, però, Verlaine lo deluse. Per capire perché, è necessario tornare al progetto di Rimbaud. Per passare dall'Io all'Altro egli giudicò necessario trovare una nuova lingua, dato che, quando si parla, è la lingua che parla per noi. La nostra lingua – e dunque anche la nostra maniera di pensare – si regge su un'illimitata serie di coppie oppositive: quando si dice “corpo” o “materia”, nella nostra mente è presente e attivo il suo opposto, “anima” o “spirito”; quando si dice “bene”, è presente il male, eccetera. Questo sistema di opposizioni ha origine nell'interpretazione della realtà data da Platone, il filosofo che conferì fondamento di verità alla divisione fra mondo sensibile e mondo soprasensibile, fra il divenire e l'essere. Anche la cultura cristiana adottò questa divisione. Questo dualismo, per Rimbaud, è il più grande ostacolo che impedisce l'accesso all'ignoto, all'aldilà della cultura occidentale. Rimbaud adoperò la lingua e la poesia per esplorare questo aldilà, ossia lo spazio nel quale la vita non è in contraddizione con la morte, la materia non si oppone allo spirito. Su questa via Verlaine non solo non gli insegnò nulla, ma lo contrariò, esortandolo a non dilapidare in “stupide” ricerche i suoi doni letterari. Verlaine non volle mai abbandonare l'Io per l'altro, e perciò Rimbaud finì per soprannominarlo “Loyola”, ossia ipocrita gesuita. Verlaine rimase sempre un letterato, interessato soprattutto ai valori estetici della poesia, mentre Rimbaud perlustrò spazi a cui la lingua esistente non aveva mai portato prima, rivelò orizzonti colmi d'avvenire. A lui – non certo a Verlaine – guarderanno infatti, nel Novecento, i surrealisti, in particolare André Breton».
Nel 1880 Rimbaud accettò un impiego di agente commerciale in Abissinia, rinunciando alla poesia. Maurice Blanchot ha affermato che con questa fuga non scelse il silenzio tout court, ma volle «dire nel silenzio». È d'accordo?
«Il silenzio di Rimbaud, effettivamente, dice qualcosa d'importante. Conferma il senso della sua precedente ricerca. Dopo il 1875 si limitò a scrivere solo poche lettere: non intese concedere più nulla alla letteratura, nel senso occidentale del termine. Lui, tanto esperto nell'uso della penna, si attenne, anche quando si trovò a parlare di popolazioni e terre ignote, di esperienze nuove e sorprendenti, all'informazione strettamente necessaria. Il fatto è che l'impegno di “trovare una lingua”, l'aveva già mantenuto. Compiuta la sua missione, aveva esaurito le proprie energie, e le parole scritte gli facevano ormai un tale orrore che, per far conoscere ai suoi il paese in cui viveva, preferì servirsi della macchina fotografica».
Nella ricerca ossessiva dell'Altro intrapresa da Rimbaud si può intravedere l'inconscia ricerca di un «Dio sconosciuto»?
«Continuatore di Baudelaire, Rimbaud era scandalizzato dall'ipocrisia della cultura occidentale, di cui rivelò l'inautenticità e l'orrore, mostrando squarci di verità nascoste. Che fosse alla ricerca del “Dio ignoto” di cui Paolo di Tarso parla agli Ateniesi? Difficile dirlo, ma è certo che quando le ricerche sono autentiche, sinceramente ribelli all'ipocrisia e pagate di persona, hanno inevitabilmente un rapporto col divino nelle sue più sconvolgenti e impensabili profondità».

martedì 19 ottobre 2004

il prof. Galimberti:
«qui occorre una psicoanalisi di massa...»

citato al Lunedì

Repubblica "D La Repubblica delle donne" sabato 16.10.04


L'IMPOTENZA DEL DOTTOR FREUD
PSICOANALISI
Un tempo era capace di spiegare una parte di noi. Oggi ci consegna la misura della nostra fragilità di fronte a un mondo instabile e imprevedibile, segnato da conflitti, torture, massacri. Morirà di asfissia? No, se rinascerà come etica sociale.
di Umberto Galimberti


Sono saltati i rimedi, le cure, le indicazioni terapeutiche. Le chiese sono deserte, le pratiche filosofiche si sono ritirate nella quiete delle aule accademiche, le pratiche psicoanalitiche hanno perso il loro referente, ossia la realtà, dal cui esame di individua, per scostamento, la nevrosi. Senza religione, senza filosofia, senza psicoanalisi, a trarre profitto è l'industria farmaceutica che seda l'anima e riduce l'inquietudine dell'individuo. Un'inquietudine che ha cambiato forma. Non più generata dal conflitto interiore fra passione e ragione che, su larga o su piccola scala, era stato il campo di gioco dei riti religiosi, delle pratiche filosofiche, delle cure psicoanalitiche, ma il conflitto fra la propria visione del mondo e il modo in cui oggi accade il mondo. Un modo che consegna all'individuo il senso della sua radicale impotenza. Come faccio a sopportare la colpa di essere un privilegiato nel mondo perché i miei figli non muoiono di fame e io non sono cacciato da casa mia dopo aver visto mia moglie uccisa a colpi di machete? Come faccio a vivere nell'imprevisto, dove ogni mezzo di trasporto è una potenziale minaccia, ogni volto appena dissimile dal mio è un volt inquietante? Dove colloco nella mia anima e dove sistemo nella mia ragione quei numeri approssimativi e indefiniti che dicono 15000 afgani uccisi per catturare Bin Laden e 20000 iracheni morti per deporre Saddam? Dove colloco, a partire dai miei parametri di civiltà, le torture nelle prigioni irachene, i prigionieri di Guantanamo, i bambini uccisi di petto e di schiena nella sperduta Ossezia, il rituale quotidiano delle teste che cadono, e questa volta non metaforicamente?
Dove colloco il mio futuro se anche la Cina, l'India e l'Africa si muovono per vivere come vivo io, e se io so di poter vivere come vivo solo se loro contengono e limitano le loro esigenze e possibilità di vita? Cos'è mai la mia vita e la mia realtà se la prima non è più scandita dalle dinamiche della mia esistenza e la seconda da quello spessore stabile e concreto su cui fin ora era possibile misurarsi, se l'una e l'altra si sono dissolte e volatilizzate in quell'unico misuratore di tutte le misure che è il denaro, che si produce anch'esso disancorato dalla realtà del lavoro, nella virtualità delle operazioni ?

È con la satana
[sic! Ndr] realtà, che la nostra anima, che nella realtà aveva la sua misura, sia per il suo equilibrio sia per il suo squilibrio, non ha più referente. E le parole che conosceva per nominare il suo dolore: peccato-redenzione nel registro religioso, angoscia e quiete in quello filosofico, governo di sé e nevrosi in quello psicoanalitico, sono diventate parole vuote che più non sanno nominare l'essenza del dolore, perché questo più non nasce nella nostra interiorità, ma dall'esterno giunge a contaminare e devastare l'anima.
Il lettino psicoanalitico ultima metafora dl raccogliemento prima religioso e poi filosofico, è vuoto, e le parole che giungono alle spalle degli ultimi pazienti ancora sdraiati sono parole fuori dal mondo, perché vanno a cercare l'origine del dolore nella biografia, mentre oggi sono la geografia e la storia a disanimare l'anima, a istillare sussulti d'angoscia.
L'individuo,nozione nata in Occidente con il concetto di anima, su cui l'Occidente ha costruito la sua cultura nella forma dei diritti e delle libertà individuali, non ha più molto senso se in gioco è l'indifferenza per la vita in generale, la sua sprecabilità, la sua inincidenza nell'andamento truculento del mondo. Il passato, in cui la psicoanalisi fa i suoi affondi per reperire le trame del disagio, è diventato così antiquato, diverso, quasi archeologico rispetto al presente, da non offrire nessuna chiave di lettura per riorientare l'anima nell'indecifrabilità dell'oggi, dove tutte le chiavi di lettura si sono perse nel disordine del mondo.
Il futuro poi ci è stato semplicemente tolto, sia quello religioso perchè Dio è morto, sia quello laico perché la rivoluzione è impossibile, l'utopia è lontana, la scienza progredisce in modo afinalizzato, spiazzando l'etica su cui avevamo costruito le nostre regole di condotta e conosciuto le nostre deroghe.
Il futuro-promessa, che alimentava in chiave religiosa la fede nella salvezza e in chiave scientifica il progresso, si è trasformato in futuro-minaccia, e anche l'ipotesi di Freud secondo cui la consapevolezza sarebbe subentrata e avrebbe preso il posto delle forze scatenate e sconvolgenti dell'inconscio (scrive letteralmente Freud:«Dov'era l'Es deve subentrare l'Io. Questa è l'opera della civiltà») si è rivelato un sogno, una vuota profezia.
Non è vero come titola un libro di Hillman:«Cento anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio». Il mondo di oggi non è "peggiore", non è uno scalino più sotto del mondo di ieri. Il mondo di oggi è un altro mondo, che ha percorso all'indietro il cammino che l'umanità ha compiuto quando si è congedata dalla violenza del sacro per giungere all'ordine della ragione.
Quando Dioniso entra a Tebe, ci riferisce Euripide nelle Baccanti, crolla il palazzo del re, il sovrano è ucciso, i vecchi si comportano come i bambini, le donne, come menadi, smaniano sul monte Citerone agitando un ramo di tirso, l'ordine della città è sconvolto. Non si può cacciare Dioniso, perché l'uomo nulla può contro la potenza devastante di un dio. Bisogna solo attendere che Dioniso se ne vada, che spontaneamente lasci la città (Deoconcedente).

Quest'immagine del sacro che irrompe nell'ordine e lo sconvolge sbaraglia tutti i nostri strumenti terapeutici
idonei solo a correggere e migliorare un ordine, e perciò langue la religione, che a furia di occuparsi dell'ordine del mondo ha dimenticato le orme del sacro, e langue la psicanalisi che, tutta raccolta intorno all'interiorità dell'individuo, non ha strumenti per un'interiorità lacerata da un mondo dove il sacro ha fatto la sua irruzione e compiuto la sua devastazione. Per usare una metafora di Umberto Eco questo può sembrare il discorso tipico degli "apocalittici", ma quale altro discorso è possibile se gli "integrati" hanno trovato il loro rifugio tra i decerebrati a cui la televisione, lo stadio, la moda, lo shopping hanno fornito gli opportuni strumenti di rimozione che possono essere "letterali": «Non è successo niente che mi tocchi da vicino», «Questi fatti non hanno niente a che fare con me e quindi non mi riguardano», oppure "interpretativi" per cui la pulizia etnica si chiama "scambio di popolazioni", un massacro "danno collaterale", una deportazione "trasferimento di popolazione", una tortura "pressione fisica", un'occupazione "esportazione della democrazia", una guerra "missione di pace". A colpi di diniego, letterale e interpretativo, i decerebrati possono sentirsi integrati e non toccati dall'accadere del mondo.
La psicoanalisi, che ha inventato la parola diniego (verneinung), ha sempre lasciato fuori dalla stanzetta analitica il mondo. Forse lo poteva fare perché il mondo era stabile, e se crollava, come nella prima e nella seconda guerra mondiale, si ricostruiva su schemi da secoli collaudati. Oggi questi schemi non valgono più, perché la nostra casa (l'Europa) non è più il mondo, ma una piccola parte del mondo, e l'uomo che la psicoanalisi ha conosciuto, è, come dice Gunter Anders, "antiquato".
Qui occorre una psicoanalisi di massa, simile a quella che un giorno hanno compiuto le religioni quando hanno insegnato a "non uccidere", "non rubare", "non nominare il nome di Dio invano". Non con gli strumenti della religione, perché Dio è morto, ma con quello strumento più modesto, a disposizione di tutti gli uomini, che si chiama "etica". "Etica sociale" che deve irrompere nel chiuso delle stanzette analitiche perché non è salute ma follia pensare di salvare la propria anima nel più completo disinteresse per tutto ciò che accade nel mondo. In caso diverso anche la psioanalisi andrabbe a rinforzare gli eserciti della rimozione e, così facendo, tradirebbe se stessa perché sua è la parole "rimozione" e sua è l'indicazione della salute come scavo per far riemergere il rimosso.

la nuova garzantina di filosofia

La Stampa 19.10.04
LA NUOVA GARZANTINA CONTIENE UNA SEZIONE DEDICATA ALLE 300 OPERE FONDAMENTALI DEL PENSIERO UMANO: NE PARLIAMO CON IL CURATORE GIANNI VATTIMO
Leggiamola con FILOSOFIA
di Bruno Ventavoli

C’ERANO 100 mila persone ad ascoltare i filosofi al festival di Modena, Carpi, Sassuolo. Sembra strano, ma la mente umana ha attratto quanto le gambe delle aspiranti veline. E non è un caso isolato. La filosofia esce sempre più dalle aule, per entrare nei teatri, nelle arene, negli spazi aperti della socialità. C’è sicuramente il richiamo dell’«evento», perché basta inventare un qualunque salone, magari dedicato al lombrico malese, per accumulare folle. Ma qui il discorso è più complesso. La filosofia non è più soltanto faccenda da geni distratti, con la testa talmente tra le nuvole che non s’avvedono dei pozzi e vi cadono dentro. Oggi parlare di filosofia significa confrontarsi con la complessità del mondo, in tutti gli aspetti, anche quelli che ci toccano direttamente. Quando vediamo il capitalismo impazzire negli scandali finanziari, quando cerchiamo di definire i confini della laicità e dello stato, quando parliamo di globalizzazione, clonazione o eutanasia, ci rendiamo conto che gli strumenti giuridici e scientifici a nostra disposizione sono insufficienti. Ed ecco allora tornare di moda il pensiero critico che incalza, indebolisce certezze, smaschera fantasmi. In questo clima di successo mediatico, esce la nuova edizione della Garzantina filosofica, che affronta il sapere umano dall’antichità a oggi. Gianni Vattimo ne è il curatore, in collaborazione con Gaetano Chiurazzi.
Professor Vattimo, la filosofia diventa un evento, attira pubblico. Che succede?
«Io comincerei molto brutalmente dicendo che la gente è stufa della tv, perché la tv si è autoconsumata, moltiplicandosi. Lo constato su me stesso. Non l’accendo più, non solo perché in Italia appartiene tutta a Berlusconi, ma perché non trovo più niente che m’interessi. Noia della tv a parte, credo che la popolarità della filosofia dipenda anche dalla gravità dei problemi in cui viviamo, dalla bioetica, alla politica, alla guerra, al rapporto tra mondi culturali diversi. Prima di andare a Lourdes facciamo ancora un tentativo di capire le cose con i concetti di cui disponiamo».
In che modo la filosofia può aiutarci a risolvere i problemi della modernità?
«Wittgenstein diceva “la filosofia può solo liberarci dagli idoli”. La filosofia in fondo ha una funzione più negativa che positiva. Un individuo che abbia letto molta filosofia non sempre è un uomo di forti convinzioni. In questo, paradossalmente, c’è una specie di equivoco anche nel desiderio diffuso di filosofia. Chi si rivolge alla filosofia pensa davvero di trovare un sostituto della religione? No, non credo. Io ho vissuto direttamente questa popolarità dei festival, per molti anni. Anzi, comincio persino a vergognarmi quando parto per l’ennesimo raduno. In questi luoghi la gente non si aspetta che uno gli spieghi come va il mondo o qual è il senso della vita. Vuole mobilitare liberamente dei concetti. Prendiamo ad esempio il successo dei caffè filosofici in molte metropoli del mondo, il pubblico li frequenta più per parlare che per ascoltare, ascolta un inizio poi comincia a intervenire. Nella filosofia la gente si aspetta un luogo di attività intellettuale, anche propria, piuttosto che un insegnamento da ricevere e da accettare».
Scorrendo la Garzantina sembrerebbe che la filosofia sia un sapere principalmente occidentale.
«Effettivamente è così, è un sapere che si è sviluppato nel nostro mondo. Mi è capitato qualche volta di andare in Giappone, chiedevo di parlare con un filosofo all’istituto che mi invitava. Mi facevano trovare o un giapponese che aveva studiato a Heidelberg, o un monaco buddhista. Insomma, non era tanto facile trovare un mio omologo».
Se in molti sensi la filosofia è una disciplina occidentale, significa che gli altri non la possono capire?
«Non credo questo. La filosofia semplicemente è una forma culturale abbastanza caratteristica dell’Occidente che cerca seriamente di non identificarsi semplicemente con il modo di vita occidentale. Per esempio, l’idea che si insegni filosofia in altre parti del mondo, non dipenderà dal fatto che anche là calcolano gli anni dalla nascita di Cristo, dipendono dalle banche americane, usano i nostri strumenti tecnologici, che si sono creati con la scienza europea moderna? E’ vero che molta scienza si è costruita in rapporto all’Islam, però, a un certo punto, si è sviluppata qui. La “mondializzazione” dell’Occidente è ambigua. Non possiamo dire che è solo cattiva. Certo, c’è un impero, c’è un dominio, ma c’è anche la diffusione di saperi scientifici e filosofici. Moltissimi indiani emigrano in Occidente di nascosto mentre sono pochissimi gli occidentali che emigrano di nascosto in India. Non dico che abbiamo ragione noi, ma effettivamente c’è una occidentalizzazione del mondo che realizza l’universalità del discorso filosofico come lo pensavano i nostri antenati. E mentre la realizza la mette in discussione. Non possiamo pretendere che tutti la pensino come Aristotele o Platone».
Pare quanto mai necessario ripensare a questioni che sembravano acquisite tipo cittadinanza, uguaglianza, democrazia stessa. La politica ha bisogno di filosofia?
«La filosofia ha la funzione di sdogmatizzare le nostre certezze politiche. Prendiamo i grandi filosofi del ‘900. Derrida è appena morto, era uno che non avrebbe mai giurato sulla verità assoluta delle nostre istituzioni. Non avrebbe mai occupato l’Iraq per esportare la democrazia. I filosofi non si comportano come Bush, ammettendo che sia in buona fede, cosa di cui dubito fortemente. Forse Heidegger avrebbe voluto esportare Hitler... ma a parte la battuta, nessuno dei grandi pensatori della modernità era certo delle nostre convinzioni politiche. Gli illuministi forse sono stati gli ultimi che avrebbero potuto pensare, paradossalmente, di esportare la democrazia, ma nemmeno loro, in quanto illuministi, potevano permettersi di essere dei fanatici, pensavano che occorresse discutere con la gente del luogo. Rispetto alla politica occidentale oggi la filosofia ha la grande funzione di insegnare ancora una volta a vincere le idolatrie. Il meglio della filosofia contemporanea è l’ermeneutica, il dialogo, il consenso informato, l’universalità come fatto che si costruisce nell’intesa piuttosto che con l’illuminazione».
Filosofia è anche etica. E in tutti i campi, dalla genetica agli affari, si invoca il ritorno della morale. C’è bisogno di lei anche qui?
«Ancora una volta la filosofia difficilmente insegna l’etica come sistema di principi. Ricordiamoci del demone di Socrate. Il demone diceva a Socrate cosa non doveva fare, non quello che doveva fare. I comportamenti di Socrate derivavano dai pregiudizi della polis, dal ventre, dagli istinti, dagli usi a cui era stato abituato. Il demone poneva un limite a questa appartenenza, dalla sopravvivenza quotidiana all’economia. E anche oggi, quando si parla di etica degli affari, secondo me, non si chiede all’etica di fornire un indirizzo positivo, ma di insegnare agli uomini d’affari ciò che non devono fare... non devono truffare, non devono ingannare, non devono malversare... L’etica può suggerire questo, e non consigliare in quali bond investire per essere morali. Le nostre azioni dipendono sempre in qualche dalle norme imposte e dalle aspettative degli altri. L’etica deve intervenire qui, sulla conformità dei comportamenti a usi, costumi, interessi. Il grande maestro di etica è Socrate, col suo demone, che dice continuamente ciò che non si deve fare».

storia:
un convegno a Roma

La Stampa 19.10.04
UNA KERMESSE A ROMA PER DISCUTERE LO STATO DELLA DISCIPLINA
Conversando di storia
di Pierluigi Battista

LE televisioni rigurgitano di programmi dedicati alla storia. Le case editrici hanno trovato nella storia un filone redditizio. I giornali allegano con sempre maggiore frequenza fascicoli e volumi che hanno nella storia il loro baricentro. Nelle pagine culturali dei quotidiani e dei periodici le controversie di carattere storico non cessano di alimentare una (sana) vis polemica. Nella politica continua a far capolino la storia come arma contundente e principio di delegittimazione dell'avversario. Si moltiplicano in tutta Italia convegni su temi storici, come quello che si apre domani a Roma e che è diventato un appuntamento fisso di sempre maggiore prestigio. Però non tutti questi fenomeni portano in sé lo stesso segno e il fatto che la storia sia al centro di tanti e disparati indicatori della sensibilità culturale corrente non vuol dire che di esso si possa dare una lettura univoca. Un conto è infatti il trionfo mediatico ed editoriale della divulgazione storica. Di tutt'altro genere è il sempre più marcato emergere della storia come tema di infinite discussioni che dall'analisi del passato si riverberano ineluttabilmente sulle polemiche politiche dell'attualità.
La divulgazione storica presuppone infatti un accordo diffuso sui fatti della storia che si vogliono raccontare. Si «divulga» un sapere di cui non si contesta la consistenza fattuale, di cui si accettano le premesse e le conseguenze. La divulgazione popolarizza e rende di larga comprensione anche per un pubblico non necessariamente specializzato, anzi preferibilmente non versato nella materia di cui si tratta, una conoscenza che si dà per acquisita e passabilmente «certa», comunque non contestata nelle sue stesse fondamenta empiriche. Con l'ausilio delle immagini e addirittura con il supporto di apposite fictions, i programmi storici della televisione offrono per lo più una lettura popolare e comprensibile di fatti dati per acclarati e comunemente fatti propri da una collettività di lettori e di fruitori. Le biografie in genere molto amate dalle case editrici perché sempre molto apprezzate da chi acquista libri di saggistica partono un genere da un quadro documentario generalmente condiviso (a meno che non si fondino su una documentazione inedita destinata a smentire le letture tradizionali del personaggio biografato, ma questa è un'altra storia, singolarmente sospesa tra l'accuratezza delle ricerche archivistiche e il desiderio diffuso, e scandalistico, di frugare nella parte oscura o messa in ombra di quei personaggi). I supplementi di argomento storico dei giornali rivestono per lo più un carattere enciclopedico che tende a dare di un avvenimento, di un personaggio o di un'intera epoca tutto ciò che generalmente si sa e che è accreditato, senza strappi interpretativi troppo violenti, entro una prospettiva mediamente pacificata oppure secondo un'ottima dichiaratamente di parte se il giornale che allega il supplemento e il volume storico appare a sua volta molto connotato ideologicamente (difficile che i libri dell'Unità si discostino dalla vulgata di sinistra o che i volumi allegati al Giornale possano esibire un'impronta, per dire, marxista o genericamente progressista).
Le controversie storico-politiche che invece tengono banco anche nell'editoria, ma in special modo nella dimensione giornalistica e pubblicistica, e in molta convegnistica come quella che si esibirà a Roma con meritorio spirito aperto e pluralistico, indicano tutta un'altra temperie culturale. Non partono da una piattaforma di conoscenze acquisite e condivise, ma presentano delle spaccature finanche nella scelta dei fatti da trattare e nell'ottica con cui i singoli avvenimenti vengono soppesati e valutati. Si sta parlando ovviamente dei temi (quelli del fascismo e dell'antifascismo, del valore della Resistenza, del comunismo, ma anche del Risorgimento e della Rivoluzione francese) su cui più si è accesa la disputa storico-politica di questi anni. Ma in genere la frattura che ancora divide la comunità degli storici e di chi si occupa di storia nella comunicazione pubblica non è la conseguenza, bensì l'antefatto delle divisioni e delle controversie polemiche che a molti appaiono incomprensibili. Al cospetto di nuovi e irriverenti schemi interpretativi, i sacerdoti della vulgata politico-storiografica solitamente deplorano un incontinente «uso pubblico della storia», quasi a voler dimenticare che anche quella vulgata affonda le sue radici in un precedente «uso pubblico della storia» di segno ideologicamente opposto ma non meno pervasivo e vincolante. Oppure denunciano l'esilità delle «nuove ricerche» in grado di smentire il vecchio canone egemone. E invece gli stessi materiali d'archivio possono illuminare letture diverse, canoni contrapposti, chiavi interpretative più convincenti. Le discussioni storiche degli ultimi anni nascono appunto da questa discordia interpretativa, dall'uso di diverse chiavi che danno ai fatti gerarchie, significati, valutazioni completamente diverse l'una dall'altra. Non c'è per esempio discordia sul numero delle vittime del comunismo, quanto piuttosto sulla radicalità del giudizio negativo da formulare su un fenomeno che ha suscitato tante speranze ma ha costellato il suo cammino di lutti infiniti. Non si contestano le cifre fornite da Giampaolo Pansa dei «vinti» uccisi dopo il 25 aprile, ma il rapporto tra quel sangue e la valutazione di un fenomeno come la Resistenza. E così via. Malgrado i meritori sforzi del Quirinale, animati dalla convinzione che non si possa dare senso duraturo di comune appartenenza nazionale senza il riconoscimento di un passato comune, non solo le memorie appaiono tuttora divise, ma anche la storia non riesce a trovare un terreno comune in cui riconoscersi. Ecco perché le discussioni storiche, lungi dall'esaurirsi in defatiganti dispute su questioni altrimenti consegnate alla polvere del tempo, dimostrano un'effervescenza destinata a rinfocolarsi alla prima occasione. Senza scandalizzate deplorazioni.

violenze in famiglia
test psicologici periodici per tutti i poliziotti

Corriere della Sera 19.10.04
La decisione di De Gennaro dopo gli ultimi casi di tragedie familiari. «Più a rischio tra i 30 e i 40 anni»
Pronti test psicologici per tutti i poliziotti
Il Viminale prepara una circolare: verifiche sull’idoneità alle armi. Sindacati in rivolta: sistema per punire
di Fiorenza Sarzanini

ROMA - Esami clinici e test psicologici per stabilire l’idoneità all’uso delle armi e alle attività ritenute maggiormente pericolose. Sinora questo tipo di visita veniva ordinato soltanto in casi di particolare gravità. Il capo della polizia Gianni De Gennaro ha invece deciso di modificare la procedura di controllo e di disporre accertamenti che riguardino l’intero personale. La circolare, che sarà firmata entro qualche settimana, prevede che tutti - dagli agenti ai funzionari - debbano sottoporsi periodicamente alla verifica. E tanto basta per scatenare la protesta dei sindacati che parlano di «strumento che viola le regole costituzionali» e minacciano di impugnare il provvedimento davanti alla Consulta.
LA PROCEDURA - La scelta sui criteri di selezione è stata affidata ad una commissione medica interna che ha già fissato alcuni parametri. In particolare sono state definite le fasce di età «critiche» - secondo gli esperti quella tra i 30 e i 40 anni - e le mansioni considerante più a rischio. In base a questi dati si è ritenuto che la prima visita debba essere disposta un anno dopo l’entrata in servizio per stabilire la capacità di adattamento e di integrazione. Gli esami dovrebbero essere ripetuti ogni tre anni fino al compimento dei 40 anni e poi diluiti con scadenza quinquennale. Tutto questo, tenendo naturalmente conto dei compiti svolti. Tra le attività ritenute maggiormente «usuranti» ci sono quelle che riguardano l’ordine pubblico, i servizi di scorta e l’appartenenza ai reparti impegnati nel contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo. In pratica tutti gli incarichi che prevedono l’uso delle armi e dunque la necessità di mantenere un saldo controllo delle possibili reazioni di fronte a situazioni di emergenza.
LA LEGGE - E’ un decreto del 30 giugno 2003 ad aver stabilito le regole di verifica sui «requisiti di idoneità fisica, psichica e attitudinale». Un provvedimento che all’articolo 2 assegna al capo della polizia il compito di stabilire «criteri e modalità per effettuare accertamenti sanitari, tenendo conto degli incarichi svolti, dell’età, dell’anzianità di servizio e dell’eventuale presenza di patologie pregresse o croniche». La decisione di far valere questa prerogativa è stata presa dopo gli ultimi casi di poliziotti coinvolti in casi di omicidio-suicidio o comunque di tragedie familiari che hanno posto il problema di autorizzare la concessione delle pistole di ordinanza anche a chi potrebbe non avere più i requisiti necessari per tenerle.
LA PROTESTA - Il giudizio più duro è quello di Claudio Giardullo, segretario del Silp, secondo il quale «queste visite periodiche si trasformeranno di fatto in una verifica disciplinare». «Siamo contrari - spiega - perché si tratta di un controllo fiscale, una sorta di tagliando che penalizza chi non è in linea con i vertici gerarchici». Lo stesso pensa Oronzo Cosi, responsabile del Siulp. Il sindacato ha già espresso parere negativo e adesso Cosi aggiunge: «Questa procedura potrà essere attivata soltanto di fronte a una motivazione certificata e prevedendo la presenza di un perito di parte, pagato dall’amministrazione, che possa esprimere un parere vincolante». No al controllo periodico di tutti i poliziotti arriva anche da Filippo Saltamartini del Sap. «Nessun Paese europeo - sottolinea - prevede una procedura di questo tipo. In ogni caso si tratta di test che non hanno alcuna dignità scientifica e dunque non sono utili a verificare l’attitudine dei singoli. A nostro parere è un procedimento che viola la Costituzione e se davvero fosse firmata la circolare saremo pronti a chiedere il parere della Consulta». Voce fuori dal coro è quella di Giovanni Aliquò, segretario dell’Associazione funzionari. «Si tratta - dice - di analisi necessarie e indispensabili. Non si può pensare di mandare in giro persone armate senza sottoporle a verifiche adeguate».

Cognitive Neuropsychology
sinestesia...

Yahoo! Salute 19.10.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Se vedi cose strane è il cervello che fa contatto
Il Pensiero Scientifico Editore
di Emanuela Grasso

Se qualche vostro amico o amica ha le visioni, non prendetelo in giro potrebbe essere vero. E se qualcuno vi dice che avete un’aura luminosa, dategli un minimo di credito. Ci sono delle persone in grado di vedere cose che gli altri non vedono, non perché hanno poteri paranormali ma semplicemente perché il loro cervello fa contatto.
Secondo uno studio pubblicato su Cognitive Neuropsychology, infatti, queste manifestazioni sarebbero dovute a fenomeni di sinestesia. La stimolazione di un senso, cioè, verrebbe percepita da almeno due centri sensoriali. Così il profumo delle castagne farebbe visualizzare la piazzetta dove la signora le vende a un euro al cartoccio, il blu la persona che si ama.
Probabilmente queste associazioni sono causate da un’interferenza nel cervello. Il segnale elettrico che dai recettori periferici corre su per gli assoni del nervo olfattorio che stimola i centri dell’olfatto, per esempio, potrebbe in qualche punto fare contatto e passare la stimolazione anche al nervo ottico che raggiunge la corteccia visiva.
La sinestesia è una condizione che si ritrova in una persona su duemila, le cui cause sono sconosciute. Il lavoro pubblicato su Cognitive Neuropsychology ha sviluppato soprattutto il caso di una ragazza di diciannove anni che sostiene di “avere le visioni” dall’età di dodici. In particolare la ragazza vede l’aura intorno alla gente: quella del suo amico James è rosa, quella di Thomas è nera, quella di Adia è blu. La letteratura medica è ricca di casi di sinestesia in cui alle emozioni sono associate sensazioni fisiche. Quello della diciannovenne britannica sarebbe un caso, inusuale ma reale, di sinestesia emozione-colori.
Chissà se tutti i veggenti che ci sono in giro sono affetti da questo disturbo. E chissà quanti di loro sono sinceramente convinti di avere poteri paranormali semplicemente perché ignorano l’esistenza della sinestesia. Intorno a queste figure di “sensitivi”, soprattutto in passato, sono state costruite pagine di folklore e di credenze che, se prese come tali, hanno il loro fascino. Oggi siamo in grado di dire che sono manifestazioni legate ad un corto circuito nel cervello. A volte è un peccato pensare che non ci sia niente di strano nella mente, ma che tutto ha una spiegazione.

Bibiliografia. Jamie Ward. Emotionally mediated synaesthesia. Cognitive Nueropsycology 2004;21:761-72

lunedì 18 ottobre 2004

su Bertinotti e Rifondazione comunista
materiali per un incontro

presso la Libreria Amore e Psiche sono disponibili il recente libro di Fausto Bertinotti: "Per una pace infinita" e "Agire la non violenza", Atti del convegno del febbraio 2004.
Nell'articolo che segue Liberazione presenta un terzo libro.

Liberazione 13.10.04

I quindici anni di storia e organizzazione del Prc nel libro-ricerca di Simone Bertolino
Dentro Rifondazione
Radiografia di un partito
di Maria R. Calderoni

Niente gossip, niente nota di colore, niente "voci" di corridoio, nemmeno voli interpretativi. Niente. Semplicemente lui prende Rifondazione tutta intera e la mette sotto la Tac. E poi racconta quello che l'occhio elettronico ha visto. Con fredda precisione. Con distacco professionale. In 378 pagine, 10 capitoli e 65 tabelle, Simone Bertolino con questo libro - "Rifondazione comunista. Storia e organizzazione" (il Mulino, euro 25) - fa il check up del Prc.
Tutto sul Prc. Il dentro e il fuori, il cuore, il fegato (anche il fegataccio), la febbre, le pulsazioni e gli affanni; il vigore e gli acciacchi, l'imprinting e il materiale genetico. Trattasi di un paziente giovane. Un paziente interessante.
Ben più di una fotografia, il libro di Simone Bertolino (laurea in Scienze politiche presso l'Università di Pavia), è uno "scavo", uno studio nel profondo della entità politica chiamata Rifondazione; una ricognizione tutta eseguita con gli strumenti asettici e meticolosi del ricercatore, mediante la raccolta e l'analisi dei dati. I quali riguardano quasi un quindicennio di esistenza: un materiale tutt'altro che scarno, e una vita pulsante, sanguigna, a tratti persino "disordinata". Una "vera" vita.
Come eravamo e come siamo; la ricerca dell'instancabile indagatore arriva praticamente al 2003 incluso, copre tutti i congressi e tocca anche le ultimissime elaborazioni (come la stessa teoria della non violenza). E in tal senso il libro è anche un utile calendario, un ripasso diligente dei corsi e ricorsi, delle novità e delle "cadute", di quella che è la nostra ormai non più tanto breve storia. Un ripasso rigoroso, fatto coi canoni appunto della scienza della politica, senza mai concedere nulla al lato spicciolo, meramente cronachistico, personalizzato. E questo è un altro non piccolo merito di questo libro, tanto più tenendo presente che il Prc, dalla nascita sino ad oggi, «non ha suscitato particolare interesse in sede scientifica. Fatta eccezione per una ricerca che limita la sua analisi ai primi mesi di vita del partito, per lo più l'attenzione si è concentrata sull'altra formazione nata dallo scioglimento del Pci, il Pds».
La nostra nascita di passione. «La mattina del 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Achille Occhetto annuncia la decisione storica di voler sciogliere il Partito comunista italiano (Pci)». Arriva il congresso di Rimini. «La mattina del 3 febbraio 1991, un gruppo di delegati contrari alla "svolta" del segretario annuncia di voler costituire un nuovo partito che raccolga l'eredità del Pci. Nasce ufficialmente il Movimento della rifondazione comunista (Mrc), nella cui effigie tornano a campeggiare i simboli della tradizione comunista: la bandiera rossa, la falce, il martello e la stella».
Da quel momento «Rifondazione comunista inizia la sua navigazione nei marosi della politica italiana, affrontando diverse prove elettorali, subendo scissioni e crisi interne, ma nonostante tutto resistendo e passando da semplice aggregazione fondata sulla nostalgia del "comunismo che fu", a forza capace di condizionare gli equilibri politici nazionali».
Rifondazione comunista che ne ha fatta di strada (anche accidentata). E che nasce con un marchio d'origine, quello che continua a "segnarci" ancora oggi e che - scrive Bertolino - trova da subito «la leadership comunista stretta fra la difesa dell'identità e la necessità delle alleanze». In sostanza l'eterno "che fare? " della eredità del Pci, della intera storia novecentesca fino al fallimento del socialismo reale e alla dissoluzione dell'Urss. Un'anima scissa, un fattore genetico che, sottolinea subito l'autore, «taglia verticalmente sia la leadership sia la base del partito». Il nostro peculiare "filo rosso".
Una nascita complicata. Non solo "zoccolo duro", cioè quella parte di militanti comunisti che sente la svolta come un imperdonabile strappo della propria identità politica e personale; in Rifondazione e nel suo nucleo dirigente sono presenti da subito altre forze di diversa ispirazione. In sostanza, sin dall'inizio è un partito toccato da varie "contaminazioni". «A quattro mesi dalla sua nascita il vertice di Rifondazione è composto da tre principali aree o tendenze politiche: il compatto gruppo cossuttiano, la sinistra comunista di ascendenza ingraiana e operaista e la nuova sinistra movimentista o trotzkista di provenienza demoproletaria».
E mica basta. Perché, «queste linee di distinzione non costituiscono l'unica frattura interna alla coalizione dominante; il "gruppo originario" infatti è solcato anche da differenze generazionali». Magari tra chi proviene dalla Resistenza e dal Pci e tra chi viene dal '68. Appunto come scrive l'autore nel "fissare" la prima fotografia di gruppo: «La caratteristica dominante del gruppo originario è senza dubbio la sua disomogeneità, strutturandosi non come un vero e proprio gruppo dirigente complessivo, ma come un'instabile sommatoria di componenti e aree, ciascuna con un proprio leader».
E però la barca va. «La forza organizzativa dell'Mrc si costituisce molto velocemente per lo più in un'unica ondata di mobilitazione che nell'arco di poche settimane aggrega la gran parte dei 112.835 iscritti del 1991, come è testimoniato dalla prima rilevazione ufficiale effettuata dal centro nazionale il 10 marzo 1991».
Il resto non è silenzio. Il resto è la nostra storia. Dieci fitti capitoli non sono pochi, la Tac di Bertolino indaga a tutto campo senza tralasciare nulla: racconta i passaggi, i sussulti, le multiple scissioni, le sconfitte, le vittorie, le ricorrenti lacerazioni, il radicamento nel territorio e nella realtà sociale, cenere e diamanti, le nostre grandezze e le nostre piccolezze. Racconta chi e quanti e dove e come siamo (se tre milioni e mezzo di voti nel 1996 vi sembrano trascurabili); e il volto del nostro popolo e quello della nostra leadership, il composito e mai quieto gruppo dirigente, il carismatico segretario, l'ex Urss e noi, il no-global e noi, l'eterno "chi siamo dove andiamo".
Primo studio sistematico su di noi, guardiamoci dentro, il quadro d'insieme è sorprendentemente ricco.
Un "buon" Partito. Che può persino essere meglio.

Pietro Ingrao:
lettera al Presidente della Repubblica

Liberazione 16.10.03
Costituzione: e ora, Ciampi?

di Pietro Ingrao
Ieri mattina, nell'aula di Montecitorio, è stata varata una mutazione grave della Costituzione repubblicana che deve essere segnalata all'attenzione del Paese.

È stato approvato, con il voto della coalizione di maggioranza una riforma che istaura il cosiddetto premierato forte. In concreto è un mutamento che dà al capo del governo poteri nuovi e cruciali; il Presidente del Consiglio diventa Primo Ministro, e determina - tale è la parola pesante e significativa - la politica del governo. Inoltre è suo il potere di nominare e revocare i ministri, senza dover sottoporre il cambiamento al Capo dello Stato. Infine la sua candidatura è indicata sulla scheda elettorale in collegamento con i candidati deputati. Quindi il Presidente della Repubblica non sceglie più il Presidente del Consiglio, ma solo prende atto della sua avvenuta elezione. E perciò se il premier entra in crisi, non interviene più il Capo dello Stato a interpellare i partiti e - ascoltate le loro opinioni - a decidere lui la continuazione della sessione o lo scioglimento delle Camere: si va invece direttamente allo scioglimento dell'assemblea parlamentare. Quindi la decisione sulla sorte del Parlamento è di nuovo e ancora largamente nella mani del Capo del Governo.
In pratica il premier ha in mano si può dire in ogni istante (stavo per dire brevi manu) la sorte del governo, e quanto al Presidente della Repubblica non si capisce più bene cosa ci stia a fare.
E l'allarme e la preoccupazione non sgorgano tanto da qualche singola parte della proposta di riforma (e tuttavia ce ne sono di clamorose: quale ad esempio il vincolo stringente stabilito fra il premier e ministri). E' l'insieme delle riforme che cancella - in modo persino clamoroso - l'articolazione e pluralità di poteri che, non a caso, quella Costituente - venuta dopo la terribile dittatura fascista - aveva voluto chiaramente costruire e garantire.
Ciò che in quei giorni di rinnovamento si volle non solo assicurare ma dilatare fu chiaramente l'articolazione dei poteri e delle sedi di decisione. E perciò fu creato quell'intreccio di potestà e di confronti, conseguenti alla relazione tra Capo dello Stato, Presidente del Consiglio, governo e assemblea: cioè quel dibattere e quello scontro, articolato e plurimo, che tanto è distante da questo fosco (e a volte anche un po' ridicolo) premier forte.
Fummo troppo aperti? Pensammo che il confronto pubblico delle parti servisse al Paese; e non solo per misurarci nell'aula e nel farci intendere dal paese: perché conoscessero la decisione e la motivazione: e - sì, perché no - le differenze, e la molteplicità.
Perché non volevamo uomini forti e decisi? Ma perché De Gasperi - e come lo combattevamo! - non era uomo forte?
Sì, volemmo un potere plurimo, proprio perché il nostro Paese aveva conosciuto il Parlamento muto e aveva tragicamente pagato quel silenzio.
E insieme con le Assemblee, noi comunisti volemmo che contasse anche il Capo dello Stato; seppure non fu mai della nostra parte, e spesso fu anzi nostro avversario aspro. Nella riforma berlusconiana, che resta di lui se non un dimidiato di cui non si riescono più ad afferrare né autorità né poteri effettivi? Attento, Presidente Ciampi, perché quel premier così goloso sta cercando di dare una stilettata anche al Palazzo dove lei risiede e al potere di decisione e di limiti che lei rappresenta: e non è poco. E della sorte delle istituzioni scritte in Costituzione è responsabile anche Lei. Ciò che oggi ci offende chiama in causa anche il Suo delicatissimo ruolo.
Infine chiedo ancora un attimo, d'ascolto a chi in questi anni mi è stato - nei suoi modi- vicino: persino così generoso verso miei limiti antichi e le debolezze del mio necessario tramonto. E mi scuso con loro se torna qui una mia vecchia domanda che io ebbi già a porre pubblicamente a Firenze, dinanzi a quella sala ardente, al Forum europeo di due anni fa.
Sì, era ancora una domanda cocciuta sui poteri: sui titolari e sui luoghi del potere fissati per legge: accreditati a decidere in nome del Paese.
Che farete? Potete tacere di fronte alla Costituzione stracciata o in pericolo? E dinanzi a una stretta autoritaria così aggressiva?
Attenti, perché fra le ragioni per cui egli, il Berlusca, si affanna tanto ad alzare la cresta temo ci stiate prima di tutto voi, e l'inedito di cui parlate.
Pietro Ingrao,
membro dell'Assemblea Costituente

Liberazione 16.10.04
Diritti sociali ridotti al minimo
Tradito il sacro Patto del 1948
L'intervento alla Camera di Rifondazione comunista
di Graziella Mascia

Rifondazione comunista vota contro il disegno di legge con queste modifiche costituzionali, poiché esse riguardano la parte II della Costituzione, ma incideranno sulla prima, contenente i diritti fondamentali. Si tratta di una riforma che produce la frammentazione della Repubblica e la frantumazione dei vincoli di solidarietà politica, economica e sociale. I diritti sociali dei cittadini si riducono al minimo, si introducono disparità tra regioni ricche e povere e si spezza il principio di uguaglianza. Si produce la demolizione dei diritti e della politica. Mi riferisco anche alla politica, poiché, assieme ad un finto Senato federale, si introduce un elemento ibrido, anomalo e pericoloso, come il "premierato assoluto". Con un Primo ministro che potrà esercitare arbitrariamente il suo potere, fino allo scioglimento delle Camere, ed un Capo dello Stato ridotto a notaio. Si determina una rottura di quella cultura dei contrappesi propria del costituzionalismo: la Corte costituzionale rischia di subire un processo di politicizzazione, il Parlamento viene espropriato dei suoi poteri, un Capo dello Stato perde il suo ruolo super partes ed i Presidenti delle Camere perdono la loro funzione di garanzia, essendo tutti piegati agli interessi governativi.
A fronte di una domanda sempre più forte di partecipazione dei cittadini, in particolare dei giovani, si risponde con un moderno autoritarismo, con una destrutturazione del sistema democratico ed istituendo una carica monocratica, eletta dal popolo, che dovrebbe incarnare il bene assoluto.
In una dialettica politica ed istituzionale con al centro la riforma di un ordinamento democratico, esistono due momenti di democrazia: uno appartiene alla fisica, l'altro alla metafisica. Sono ascrivibili alla fisica le espressioni di pensiero che mirano a garantire un miglior funzionamento delle istituzioni democratiche. In tal senso, si parla di premierati forti o deboli, di parlamenti perfetti o imperfetti e di centralizzazione o decentramento dei poteri. Vi è, poi, un momento metafisico della democrazia, che certa filosofia antica pone quale insieme dei principi primi. In questi casi, le regole della fisica seguono i valori della morale e della metafisica.
La nostra Carta costituzionale pare seguire tale stima, apprendo metafisicamente con i principi fondamentali, per arrivare, poi, fisicamente all'ordinamento della Repubblica. Nel 1948 gli ideali e i valori della metafisica democratica furono il cemento che tenne insieme uomini e donne della classe politica che aveva diretto la guerra di liberazione ed era giunta, sia pure attraverso conflitti, al Patto costituzionale. Da un lato, i conservatori rinunciarono ad un - allora impossibile - ritorno al passato e, dall'altro, le sinistre accantonarono il programma rivoluzionario della "dittatura del proletariato", coniando la formula della "democrazia progressiva" e, per bocca degli stessi Togliatti e Morandi, parlarono, con insistenza, di valori, ideali e metodi democratici.
Che fine ha fatto quel Patto? È indubbio che la Costituzione non è immutabile. Lo sapevano gli stessi costituenti, quando introdussero l'articolo 138. La metafisica della nostra democrazia impone, tuttavia, che non tutte le norme alla base di quel Patto siano modificabili. Anche Mortati parlava di un nucleo immodificabile quale forma di humus culturale che appartiene, quale codice genetico unico, ad ogni popolo. Quando si modifica solo uno di questo insieme di valori e principi non si tratta più di revisione costituzionale, perché non si salva identità e continuità della Costituzione, ovvero la tradizione autentica e i valori della storia.
Gli articoli delle costituzioni, scriveva Calamandrei, sono come membra di un corpo vivo, di cui non si può fare a meno: vivono finché gli circola dentro il sangue che le alimenta. Il sangue, in questo caso, si chiama correttezza politica e lealtà costituzionale. Così, se nella Costituzione si volesse cambiare uno di questi elementi identificatori, questa perderebbe l'identità. Ciò vorrebbe dire far crollare tutta la Costituzione e ricominciare da capo, tornando dal piano della legalità a quello della forza. Diverrebbe l'instaurazione ex novo, di fatto e non di diritto, di un nuovo regime.
Solo con questa premessa, si può passare al secondo momento, quello che riguarda la fisica della democrazia e che si traduce nel problema del governo democratico, che non è solo il governo del popolo e neppure il governo della maggioranza aritmetica del popolo, ma quel governo nel quale si ottiene la maggiore possibile identificazione fra governanti e governati e la minore possibile oppressione di governanti sui governati. Ciò era alla base del sacro Patto del '48, che oggi viene tradito.

Louis Van Delft
antropologia

Repubblica 18.10.04
ALLA FINE DEL '500 NASCE L'ANTROPOLOGIA
Una serie di studi indagano sulla anatomia e sul rapporto tra l'Io, l'anima e l'ambiente
La crisi della metafisica e la scienza moderna portano a un modo nuovo di guardare al soggetto
BENEDETTA CRAVERI

Tutto era cominciato alla fine del Cinquecento, quando Michel de Montaigne, voltando le spalle alla metafisica, aveva fatto suo il progetto socratico di «ricondurre giù dal cielo, dove perdeva il suo tempo, la saggezza umana, per restituirla all´uomo», e se ne era servito per conoscere in primo luogo se stesso. «Ciascuno guarda davanti a sé», egli scriveva negli Essais, «io guardo dentro di me: non ho a che fare che con me, mi osservo continuamente, mi controllo, mi saggio... mi rigiro in me stesso». Per la prima volta sotto la sua penna, il moi (il me) si trasformava in sostantivo e l´esplorazione delle sue regioni più segrete apriva la strada alla riflessione di quella vasta costellazione di scrittori francesi - i così detti moralisti classici - tra cui spiccano i nomi di Pascal, di La Rochefoucauld, di La Bruyère.
Pietra miliare della civiltà letteraria francese, questa nuova scienza antropologica che si proponeva di esaminare l´uomo «ad altezza d´uomo», è stata, negli ultimi decenni, l´oggetto di una attenzione crescente da parte della comunità scientifica internazionale e, nel Gotha dei suoi più insigni specialisti, il nome di Louis Van Delft si impone certamente tra i primi. Nessuno ha, infatti, quanto lui studiato la genealogia di questa scienza, i suoi presupposti teorici, i suoi metodi e i suoi strumenti d´indagine, le sue finalità, il suo impatto culturale e, naturalmente, le sue forme letterarie, le sue metafore, il suo linguaggio. I titoli stessi dei suoi libri - Le moraliste classique (1982), Littérature et anthropologie (1993), Les spectateurs de la vie. Généalogie du regard moralist (in corso di stampa) - indicano con chiarezza il suo percorso di ricerca. L´iniziativa del Mulino di raccogliere in volume, sotto il titolo di Frammento e anatomia, nell´accurata traduzione di Francesca Longo e con una interessante introduzione di Carmelina Imbroscio (pagg. 278, euro 22), i saggi in cui lo studioso indaga sui rapporti tra «rivoluzione scientifica e creazione letteraria» è doppiamente significativa. Non solo perché il volume appare, assai a proposito, nella nuova collana "Scorciatoie", consacrata alla letteratura aforistica, ma perché Bologna, dove ha sede il Mulino, vanta la più antica facoltà di medicina d´Europa e un celebre teatro anatomico. Ed è precisamente il rapporto tra morale e anatomia, così come è andato delineandosi nella letteratura europea tra la fine del Cinquecento e la Rivoluzione Francese, che Van Delft ha voluto indagare in questi saggi.
È un dato di fatto che a partire dai primi decenni del Seicento il termine "anatomia" ricorre sempre più sovente sotto la penna di moralisti, romanzieri e poeti di paesi diversi. In Francia Mademoiselle de Scudéry si interessa alla "anatomia del cuore innamorato" e La Rochefoucauld intende fare «l´anatomia di tutti i recessi dell´animo», in Inghilterra Robert Burton, nel suo The Anathomy of Melancholy, si propone di «anatomizzare correttamente» l´"umore" della malinconia, in Spagna Balthazar Gracián consacra un intero capitolo dell´Oracolo manual alla "Moral anatomía del hombre".
A prima vista tutto lascerebbe credere che si tratti di una metafora letteraria legata, come quelle cosmografiche, cartografiche, ottiche allora in voga, alla grande rivoluzione scientifica che era venuta modificando radicalmente la percezione che l´uomo aveva di se stesso e del posto che occupava nel mondo. Una metafora, d´altronde, perfettamente coerente con la scelta delle "forme brevi" fatta dai moralisti; una scelta che rispecchiava ugualmente la necessità di rendere conto di un´immagine del mondo andata in frantumi e di una segmentazione crescente del processo conoscitivo. Niente di più significativo, a riguardo, della celebre interrogazione di Pascal sull´identità dell´io: «Un uomo è un´unità; ma se lo si anatomizza, sarà la testa, il cuore, lo stomaco, le vene, ogni vena, ogni particella di vena, il sangue, ogni umore del sangue?».
Maestro dello studio del linguaggio metaforico, come attestano le analisi da lui condotte nel corso degli anni, sul significato di espressioni chiave come homo viator, theatrum mundi, piccolo mondo, Louis Van Delft non si è accontentato di queste considerazioni generiche e, a partire dall´uso letterario di un termine chirurgico, ha ricostruito un tassello prezioso della storia della cultura europea. Saggio dopo saggio, sulla scorta di vastissime letture di carattere interdisciplinare e di una interessante documentazione iconografica, lo studioso ci mostra come «la tendenza alla penetrazione sempre più approfondita e all´osservazione sempre più acuta, nell´ambito della conoscenza dell´io, è a grandi linee concomitante con lo sviluppo dell´anatomia e della dissezione, da Vaselio a Dionis e a Morgagni». Una concomitanza che comporta un folto intreccio di influenze reciproche e promuove una relazione tra l´anatomia, la letteratura e la psicologia, non meno "organica" di quelle con le arti. La conclusione a cui approda Van Delft alla fine della sua lunga esplorazione in paesi e in rami del sapere diversi è che non soltanto la dimostrazione anatomica ha costituito per i moralisti una fonte di ispirazione, ma ha fornito loro un preciso metodo di lavoro. Non a caso l´esempio più significativo propostoci dallo studioso è quello dell´autore delle Maximes: «In La Rochefoucauld, più che in chiunque altro», egli scrive, «è evidente come il modello anatomico abbia plasmato, modellato, sia lo sguardo sull´uomo, sia lo stile del discorso: lo sguardo penetra fino nelle "pieghe" più segrete, lo stile è tagliente. L´uno e l´altro sono dei bisturi».
Una volta di più, la curiosità e l´erudizione di Van Delft lo hanno portato ad arricchire, con un contributo nuovo e originale, il dibattito scientifico ancora in corso su quel momento cruciale della cultura europea in cui vediamo formularsi, uno a uno, tutti gli interrogativi che più contribuiranno a determinare la nascita dell´io moderno.

antidepressivi negli USA

ricevuto da Francesco Troccoli

"First World" riprende da: Bloomberg; CBS MarketWatch; CNN Health; Forbes; Morningstar; The New York Times
FDA orders black box warning for antidepressants
William Kanapaux 15.10.04


The FDA on Friday announced that all antidepressants must carry a black box warning that says the drugs are linked to an increased risk of suicidality among children and adolescents, as reported in news sources. The agency is also creating a medication guide that pharmacists will be required to distribute to patients with each prescription. The FDA said it will work with drugmakers to develop "unit of use" packaging so that the medication containers are pre-labelled by the manufacturer. The FDA also said that Pfizer, Wyeth and other antidepressant manufacturers would have to change television ads and other promotional materials, Bloomberg reports. The changes take effect immediately and apply to all drugs including Eli Lilly's Prozac, which is the only one approved for use in children. The new labels must include data from paediatric studies that show Prozac is the safest such drug for young people so far, Forbes reports. Acting FDA Commissioner Dr. Lester Crawford said that the agency sought to balance the risks of using the drugs in younger patients with the benefits. "We continue to believe ... that these drugs provide significant benefits for paediatric patients when used appropriately," he is quoted as saying. The new labels encourage patients to balance the risk of suicidality with clinical need, he said as reported in USA Today. But the American Psychiatric Association said in a statement that it was deeply concerned the black box warning "may have a chilling effect on appropriate prescribing for patients. This would put seriously ill patients at grave risk," CBS MarketWatch quotes the organisation as saying.

domenica 17 ottobre 2004

legge sulla fecondazione e movimenti celesti

Il Sole 24ore Domenica 17.10.04
Filosofia minima
Il referendum assistito da Dio
di Armando Massarenti

Secondo il presidente del Comitato nazionale per la bioetica, Francesco D'Agostino, è assurdo fare un referendum per abrogare la legge sulla fecondazione assistita. «Nella scienza non c'è democrazia - dice -. Tocca alla scienza e non ai politici dire quando c'è un embrione e cos'è». Come dargli torto? Se una cosa è vera dal punto di vista scientifico, davvero è assurdo sottoporla a un voto. Se è vero che la terra gira intorno al sole, che senso ha metterlo ai voti?
Ma c'è qualcosa che non quadra. È il fatto, per nulla secondario, che la legge sulla fecondazione assistita ha generato sconcerto, prima che tra i cittadini, proprio tra gli scienziati. Difficile che, tra di loro, si senta qualcuno dire che l'«embrione è una persona», e tantomeno che va salvaguardato anche a danno di un essere umano fatto e finito. E sono proprio loro, gli scienziati, a chiedersi, come si sia potuto immaginare di arrivare a una tale legge su questa materia con un voto parlamentare. Il che conferma ciò che dice D'Agostino. Certe cose andrebbero sottratte al voto: fin dall'inizio, però. È non solo le acquisizioni scientifiche, ma anche alcuni diritti fondamentali, che sono dei vincoli che impediscono che un giorno il parlamento si svegli e pensi di mettere ai voti - per esempio - l'abolizione della libertà di parola. O la libertà di provare ad avere un figlio, possibilmente sano. Che è esattamente quello che la legge sembra calpestare.
Si racconta che, all'inizio del secolo scorso, un consiglio comunale avesse avuto l'idea di mettere ai voti l'esistenza di Dio. Il quale ne è uscito perdente. Ora, in un certo senso, la cosa potrebbe ripetersi, e su scala molto più vasta. Ci rendiamo conto dell'imbarazzo da parte di qualcuno che aveva fatto male i suoi conti. Per fortuna non è così sicuro che Dio sia dalla sua parte.
[...]
a.massarenti@ilsole24ore.com

insonnia

Corriere della Sera 17.10.04
Una ricerca americana ha sostituito la psicoterapia ai sonniferi
L’insonnia? Ecco le lezioni per dormire
di GIUSEPPE REMUZZI

C’è una regola inventata nel Quattrocento: «Sex horis dormire sat est juvenique, senique; septem vix pigro, nulli concedimus octo». Ad un giovane e anche a un vecchio sei ore di sonno bastano. Sette si possono concedere a un pigro, ma nessuno dorma più di otto ore. A dispetto della Scuola Medica Salernitana (1479), oggi le persone che non dormono sono tantissime (soltanto in Italia, otto milioni, forse di più). Quasi tutti sentono un medico. Che quasi sempre dà un farmaco con cui si dorme, certo, specialmente i primi giorni, ma a lungo andare ci si abitua. Allora si aumentano le dosi. Qualcuno continua a non dormire, altri, che comunque di notte dormono male, qualche volta dormono di giorno. Fra l’altro i sonniferi danno assuefazione e certe volte disturbi anche più gravi, ma si continuano a prescrivere. Possibile che non ci siano alternative? Forse sì.
Gregg D. Jacobs, dell’Università di Harvard, si è chiesto se non si potesse «insegnare» a dormire, come si insegna a guidare, per esempio. Lui e i suoi collaboratori - il lavoro è pubblicato su Archives of Internal Medicine di questi giorni - hanno confrontato una terapia psicocognitiva (è fatta per capire i nostri comportamenti) con un ipnotico. La psicoterapia era impegnativa: quattro sedute alla settimana di trenta minuti per tre settimane, poi altre due chiacchierate al telefono per altre due settimane. In queste conversazioni si aiutavano gli insonni a capire le ragioni del loro non dormire e in più si insegnavano certe regole: non stare troppo a letto, alzarsi sempre alla stessa ora al mattino (anche se si è dormito poco). Usare la camera da letto solo per dormire (ed eventualmente per fare l’amore). Se non si dorme, alzarsi e fare qualcosa d’altro finché non viene sonno. Lo studio ha dimostrato che la psicoterapia da sola era più efficace del farmaco. Tutto risolto allora? Non è detto.
Anche se questo studio è molto ben fatto, meglio di qualunque altro studio sull’insonnia, ha dei limiti. Sono state studiate soltanto 63 persone, forse non abbastanza per trarre conclusioni definitive. Chi ha partecipato allo studio lo ha fatto in risposta ad un annuncio che c’era sul giornale (chissà, forse erano i più disponibili ad imbarcarsi in una psicoterapia e non è detto che rappresentino la popolazione generale). E poi le rilevazioni sono state fatte solo per qualche mese: è un po’ poco. Se però la psicoterapia cognitiva si dimostrasse davvero meglio dei sonniferi, i vantaggi sarebbero enormi. A cominciare dai costi, visto che oggi in Italia si spendono per l’insonnia quasi tre miliardi di euro.
Su Nature di queste settimane c’è un bellissimo lavoro: da 25 anni in qua si dorme sempre meno, ma se si dorme poco aumentano i costi sociali, diminuisce la produttività, aumentano gli incidenti (muoiono in Italia a causa di «colpi di sonno» 8.000 persone all’anno, senza contare i feriti) e aumentano le malattie (soprattutto malattie infettive e malattie del sistema immune).
Chissà se è vero che Dimitri Ivanovic Mendeleev - il grande scienziato russo -, la tavola periodica degli elementi l’ha concepita nel sonno. Forse no. Ma che dal sonno possano venire idee geniali è confermato da un altro bel lavoro pubblicato ancora su Nature, ancora quest’anno. Se è così, vale la pena di fare tutto per non mettere a repentaglio queste straordinarie funzioni del cervello. (Cominciando dall’evitare quei farmaci che, alla lunga, le possono compromettere).

Marco Bellocchio

La Sicilia - Agrigento 17.10.04
Bellocchio a caccia di talenti
di Giuseppe Patti

Oggi e domani per molte ragazze licatesi potrebbe avverarsi il sogno di entrare nel mondo dorato del cinema. La Models and Hostess Agency di Licata, infatti, è stata incaricata da un'agenzia di Roma, di segnalare un casting di ragazze da mandare domani a Roma per una selezione. Una sola delle ragazze segnalate avrà la parte di coprotagonista di una produzione italiana che verrebbe girata tra Roma e la Sicilia, la cui regia è stata affidata a Marco Bellocchio, regista conosciuto per aver vinto l'orso d'argento al cinema di Berlino nel 1994 con «Il sogno della farfalla» e il «David» di Donatello nel 1999 con «La balìa» tratto liberamente dall'omonimo romanzo di Pirandello. Il titolo del film in questione è «Il regista dei matrimoni», ambientato, come detto, in Sicilia. A parte il ruolo di coprotagonista, la produzione sta cercando anche dei volti per ricoprire ruoli di secondo piano e marginali, che saranno cercati esclusivamente tra ragazze siciliane. Le selezioni si svolgeranno a Roma domani, tra le 12 e le 16 in un luogo che verrà reso noto al momento della presentazione del curriculum presso l'agenzia licatese entro, e non oltre, oggi. Le ragazze dovranno avere un'età compresa tra i 18 e i 24 anni, e dovranno presentarsi con una foto ed il proprio curriculum vitae. Non necessariamente le ragazze che vorranno presentarsi alla selezione dovranno avere alle spalle un'esperienza cinematografica o nello spettacolo, ma almeno dovranno esser portate per le pubbliche relazioni ed avere una belle presenza. Non è la prima volta che ragazze licatesi partecipano a produzioni più o meno importanti, è successo, appena un anno fa con «Il sole tra le tenebre» film girato quasi per intero in città, o con «Piove al Sole», un lungometraggio autoprodotto da un associazione culturale di Ravanusa che fu girato lungo le spiagge licatesi e nel cuore della vecchia Marina. Anche in quel caso, i protagonisti, per la quasi totalità risultarono essere licatesi. Nel caso de «Il regista dei matrimoni» si tratterebbe di una produzione importante diretta da un regista che ha già avuto molti successi di critica nella sua carriera e che ha già dimostrato, nonostante sia piacentino, di amare la nostra terra.