domenica 5 dicembre 2004

storia
una interpretazione della Rivoluzione francese

Corriere della Sera 5.12.04
Diritti dell’uomo e giacobinismo, l’eredità ambigua della Rivoluzione francese
Il 1789, culla della libertà e dei suoi nemici
di PIERRE MILZA

Il 1989 è stato l’anno del bicentenario della Rivoluzione francese e quello della caduta del Muro di Berlino. I due eventi non sono privi di correlazione. L’Europa, spaccata in due dalla guerra fredda combattuta fra democrazia e «dittatura del proletariato», scopriva, o riscopriva, con la ritrovata libertà, un sentimento di appartenenza a quella che Mikhail Gorbaciov aveva chiamato «casa comune». I popoli che si erano ribellati pacificamente ai loro governi satellizzati, e per i quali la storia era stata un lungo cammino dall’assolutismo al fascismo e dal fascismo al comunismo, potevano concedersi un regime rispettoso di quei «diritti dell’uomo» di cui la Rivoluzione francese sarebbe stata la prima a proporre il modello ai «popoli fratelli» del vecchio continente. È così, perlomeno, che si interpretava il rapporto del presente con il passato nel Paese che della presa della Bastiglia aveva fatto la sua festa nazionale. Le cose non sono evidentemente tanto semplici. Di quale «modello» si parla e di quale «rivoluzione» si tratta? Da gran parte della sinistra, anche quella della fine del XIX secolo, repubblicana e moderata, la Rivoluzione è stata a lungo considerata come un «blocco». Secondo Georges Clemenceau, poteva solo essere globalmente accettata o rifiutata. Innanzitutto, perché costituiva un formidabile movimento di liberazione dell’intero popolo e poi perché era stato necessario difenderla contro tutte le forme di reazione, sia all’interno sia all’esterno. Certo, non venivano negati né il Terrore rappresentato dalla ghigliottina né i massacri di massa perpetrati in Vandea e altrove. Ma si riteneva che tali «eccessi» fossero dovuti alla preoccupazione legittima ed esclusiva di salvare la Rivoluzione, dunque la democrazia.
Il discorso dei testi scolastici, formatosi all’epoca della Repubblica trionfante, ha diffuso ampiamente nel corpo sociale questa interpretazione del fatto rivoluzionario. La stessa destra repubblicana, considerando che la «vera Rivoluzione» fosse quella del 1789-1791 (gli anni delle conquiste fondamentali), interrotta dall’esperienza del Comitato di salute pubblica, ha finito con l’adottare più o meno l’idea che, se fra il 1792 e il 1794 c’era stato un dérapage , uno sbandamento, la causa più importante si dovesse ricercare nella risposta all’aggressione esterna.
Sostenendo il contrario di una storiografia dominata a lungo da universitari marxisti o marxisteggianti, i lavori di François Furet hanno dato un’interpretazione ben diversa del dérapage - l’espressione è sua ed è del 1965 - della Rivoluzione. La Rivoluzione non è un «blocco» più di quanto non sia una rottura con quel che precede. Si inserisce in un lungo processo che comincia con l’opera centralizzatrice della monarchia assoluta e si conclude in Francia alla fine del XIX secolo, con il trionfo della democrazia liberale. «Ciò che chiamiamo "Rivoluzione francese" - scrive Furet - quell’evento catalogato, collocato nel tempo, magnificato come un’aurora, è soltanto un’accelerazione dell’anteriore evoluzione politica e sociale».
Ammettiamo pure che la democrazia liberale, che si preoccupa di parità giuridica, uguaglianza delle possibilità di successo, rispetto della persona umana e della sovranità del popolo, di cui i francesi continuano - talvolta con una certa arroganza - a rivendicare la paternità, possa effettivamente essere scelta come «modello» per l’edificazione di una «casa comune» europea o planetaria. Ma allora dobbiamo anche riconoscere che la Rivoluzione francese, nella sua fase giacobina e terroristica, fu la matrice di un’ideologia e di una pratica di governo che costituiscono un dirottamento dei principi della filosofia dei Lumi, fino a trasformare questi ultimi nel loro contrario. I socialisti francesi del XIX secolo hanno rivendicato tale filiazione giacobina e dopo di loro, fin dal 1903, Lenin e anche Trotzkij. L’immagine del Terrore come strumento della lotta di classe contro la borghesia è al centro della loro ammirazione per Maximilien Robespierre e il giacobinismo. E qui siamo alle origini stesse del totalitarismo, nella versione bolscevica. Infatti, per i compagni di Lenin, non si tratta più soltanto di instaurare un governo di salute pubblica e di eliminare i «nemici di classe» in una prospettiva di difesa dalla controrivoluzione. Dal precedente giacobino, dai discorsi di un Robespierre, di un Saint-Just o di un Marat, essi traggono l’idea che il Terrore sia uno strumento positivo per instaurare un buon regime e rigenerare gli uomini e la società. Gli uni e gli altri raccomandano un attivismo rivoluzionario sterminatore, legato a un concetto manicheo della politica, all’assillo del complotto controrivoluzionario, all’apparizione di una religione civile, laicizzata, ma portatrice d’intolleranza quanto lo sono le religioni di cui essa pretende di infrangere l’influenza sulla società.
Quindici anni dopo il crollo del comunismo in Europa, questa matrice giacobina del totalitarismo leninista - e degli aspetti simmetrici del fascismo, di cui una delle radici attinge alla stessa fonte - non è completamente scomparsa dall’orizzonte ideologico dei contemporanei.
In Francia, come in Italia, i nostalgici del Terrore, i superstiti non pentiti dell’epoca in cui «mirare al cuore dello Stato» capitalista sembrava loro un atto di salute pubblica, continuano a legittimare azioni criminali in nome di principi che sono all’opposto degli ideali originali della Rivoluzione. Non lasciamo che si approprino ingiustamente del titolo di araldi della libertà.
(traduzione di Daniela Maggioni)

la violenza contro i bambini

La Stampa 5.12.04
PANE AL PANE
Bambini d’Italia così pochi così maltrattati
Lorenzo Mondo

PARLIAMO di bambini, uccisi, rapiti, venduti. A Volpiano, presso Torino, una madre ha ucciso a coltellate la sua bambina di quattro anni che portava il nome luminoso di Nausicaa. Non ce l'ha fatta a darsi la morte con la stessa arma e sta lottando in ospedale per riemergere a una semivita di dolore e rimorso in compagnia di medici e psicofarmaci. A Mazara del Vallo sono mesi ormai che la piccola Denise è scomparsa dalla strada vicino a casa in cui giocava. Inutili finora le indagini, gli appelli a chi, in quell'ambiente circoscritto, presumibilmente ha visto e sa. E' come se si fosse volatilizzata. Ad Avezzano una immigrata ucraina dai turbinosi trascorsi ha dato alla luce una bimba che, attraverso mediatori interessati, ha venduto ancor prima della nascita a una coppia di coniugi cinquantenni che non poteva avere figli. L'uomo l'ha denunciata come sua, frutto di una relazione adulterina.
E' un piccolo campionario di vicende che hanno al centro, con situazioni e responsabilità diverse, la sorte infelice di bambini in una società evoluta come la nostra. Certo, il caso più atroce si rivela quello di Volpiano, che d'altronde è soltanto l'ultimo di una raccapricciante serie. Storici, sociologi e psicologi mettono in guardia da ogni eccessivo allarme. Sappiamo che nessuna epoca è stata immune dal sacrificio dei bambini. Il mito di Medea è un archetipo che illustra quale terrificante rivalsa possa esigere l'amore tradito, la perdita di senso della vita. E ci viene ricordato che anche in passato, specie nel mondo contadino, erano frequenti le soppressioni di infanti, alla stregua di gattini annegati in un fosso. Ma il turbamento nasce proprio dalla considerazione che per troppe volte siamo ancora lì. La città, che dovrebbe rappresentare il massimo di socializzazione, nutre e occulta storie di solitudine, di abbandono, di lotta stremante con giornate senza redenzione. L'uscita da ancestrali miserie, i più confortevoli accessori, la sanità pubblica non riescono a scongiurare certi drammi.
La sequestrata di Mazara porta il discorso sullo sfruttamento dei bambini. Anche se sfuggono i contorni della vicenda, resta il fatto che Denise è diventata quanto meno strumento di trame criminose. Una esperienza che, quand'anche si concludesse positivamente, lascerebbe in lei una ferita indelebile. Ad Avezzano si registrano invece risvolti contrastanti. Il traffico di denaro getta un'ombra livida su quella che potrebbe apparire la tutta umana disperazione di una madre, inquina l'aspirazione dei compratori a dotarsi di una creatura su cui riversare il proprio affetto. E' un caso di patente imbarazzo per chi deve giudicare tra il dovere di reprimere un losco commercio e la preoccupazione di garantire comunque alla bambina il calore di una famiglia (magari la stessa che ha fatto ricorso a una illecita forma di adozione).
Tutto questo avviene, e suona come tristo paradosso, in un paese come l'Italia, afflitto da un bassissimo tasso di natalità. Dove si uccidono e maltrattano i bambini ma si cerca anche spasmodicamente di procurarseli, a tutti i costi. Quasi una compensazione oscura, e spesso stravolta, all'impoverimento umano del nostro futuro.

Fausto Petrella:
sullo psico-test ai magistrati

Repubblica 5.12.04
Fausto Petrella, ordinario di psichiatria: "Aberrante questa scelta dello Stato"
"Lo psico-test ai magistrati? Non ci stiamo"
(g. c.)

ROMA - Duecento adesioni via mail in quattro giorni: un successo. Gli psicoanalisti, psichiatri e psicologi, proprio loro che dovrebbero essere arbitri della «idoneità psico-attitudinale all´esercizio della professione di magistrato», secondo la riforma Castelli, hanno lanciato sul web un documento di protesta. L´iniziativa è delle società psicoanalitiche (Spi e Sipp e Aipa e Aipsi), freudiane e junghiane, che sul lettino cominciano intanto a metterci la nuova legge sull´ordinamento giudiziario e i test per giudici e pm previsti all´articolo 2. «Questa idea che ci siano figure professionali di formazione psicologica o psichiatrica a cui viene affidata la selezione di magistrati, non ci piace», spiega Fausto Petrella, ordinario di psichiatria, psicoanalista, ex presidente della Spi.
Professor Petrella, perché non volete valutare la salute mentale degli aspiranti magistrati?
«Penso che sia tecnicamente impossibile fornire dei giudizi predittivi sulle capacità di persone chiamate a funzioni così complesse. I concorsi sono già difficili per i magistrati e questa è di per sé una garanzia sufficiente sulla funzionalità psichica del futuro magistrato».
Ma le aziende per reclutare il personale fanno test psico-attitudinali.
«Le aziende private fanno selezioni con vari sistemi, padronissime. Ma il fatto che lo faccia lo Stato introduce dei criteri quantomeno aberranti».
Non sono i magistrati una categoria a rischio, come ha anche detto il premier Berlusconi («Per fare il magistrato devi essere mentalmente disturbato...»)?
«Beh, come i politici, o gli psichiatri o i giornalisti, tutte le professioni con un´alta componente relazionale sono esposti a disagi emotivi. Casomai si pensi a corsi di formazione in itinere, a gruppi di discussione, ma non a selezioni preliminari».

donne di Bagdad

Repubblica 5.12.04
La casa segreta di Yannar e le ragazze della guerra
Le donne di Bagdad
di BERNARDO VALLI

Donne e bambini sono state le principali vittime della guerra in Iraq. È impossibile quantificare ma se fosse vera la stima peggiore 100 mila morti civili secondo Lancet calcolando che la quota femminile è del 55 per cento della popolazione, si tratterebbe di una vera ecatombe. Di recente Nicholas Kristof calcolava sul New York Times che il tasso di mortalità infantile è raddoppiato rispetto a quello precedente alla guerra. Non solo: «Se l'Iraq dovesse raggiungere livelli di mortalità da Somalia calcola l'editorialista si potrebbe arrivare a 203mila bambini morti e 9.900 donne che muoiono durante il parto ogni anno».
[...]

È uno stormire d'ali di corvo. L'immagine non è mia. È dell´irriverente ragazza musulmana che mi accompagna. L'usa indicando il fremito dei veli neri nel grande mercato di Sadr City. È primo mattino, l'ora della spesa, e nel quartiere sciita le donne, nascoste sotto ampi chador, o con il capo avvolto in più modesti foulard, si agitano attorno a cumuli di riso e a montoni smembrati, a montagne di legumi e di frutti. Alcune calzano anche guanti, neri come chador. Da lontano sembra una cerimonia funebre.
Secondo la ragazza che l'osserva rattristata e polemica, quel panorama umano, addobbato a lutto, è il trionfo delle moschee e dei partiti religiosi. Un agricoltore valuta con un'occhiata, dal loro biondeggiare, la maturazione delle messi da mietere: allo stesso modo, con uno sguardo al mercato affollato, i musulmani integralisti possono misurare la loro influenza, la loro autorità, dalla foggia e dal colore degli abiti femminili. Più sono neri, castigati e uniformi, più sono soddisfatti. Su certi quartieri di Bagdad è come se fossero stati rovesciati ettolitri di inchiostro.
I contrasti, le contraddizioni non mancano nel disordine iracheno. Nei negozi dei quartieri benestanti capita di trovare prodotti di bellezza che, se usati ed esibiti in pubblico, in certi luoghi e situazioni, sarebbero scandalosi. Cosi come accade di vedere sui teleschermi e sui giornali immagini di donne vestite e truccate all'occidentale che se comparissero in carne e ossa provocherebbero reazioni imprevedibili. Due modelli di società si scontrano in una mischia senza regole: da un lato affiorano esitanti libertà individuali, di cui fa parte quella elementare di mostrare i propri capelli; dall'altro pesa un rigore religioso al quale è affidato spesso il monopolio delle tradizioni.
Il fremito degli chador nel mercato di Sadr City sembra uno stormir d'ali di corvo. La macchia nera d'inchiostro è il colore dell'oppressione voluta dagli integralisti che sempre più spesso impongono la violenza nell'Iraq del caos.
In una villetta rifugio alla periferia di Bagdad un gruppo
di coraggiose prova a resistere. E a cambiar le cose
Le varie correnti di quest'ultimo, ossia i partiti islamici, sciiti e sunniti, potrebbero avere quasi il sessantacinque per cento dei voti, stando ai pronostici sulle prossime, incerte elezioni politiche di fine gennaio. Chi puntava su una democrazia irachena ha buoni motivi per dubitare della sua imminente nascita.
In un quartiere popolare, Al Husseini, a una ragazza senza velo è stata sfregiata la faccia. Era una cristiana. A Mossul spruzzano catrame sulle gambe femminili non nascoste fino alla caviglia. A Falluja, quando imperavano gli estremisti islamici, nessuna donna osava mostrarsi con i capelli scoperti. Le giovani, anche se avvolte nel velo, uscivano raramente di casa. Un uomo, profugo da quella città, adesso occupata dagli americani e dalle forze governative irachene, ha raccontato che dei maschi sono stati rapati a zero, in piazza, perché la loro capigliatura era stata giudicata troppo femminile.
A Sadr City, dove l'intolleranza diventa con facilità violenza, la mia guida, prima riluttante, alla fine cede e mette un fazzoletto sulla testa. Ma è grigio, più chiaro di quelli in cui sono avvolte le donne del mercato. In un quartiere popolare, quale è Sadr City, il colore forse conta. Serve, penso, a distinguersi, a non confondersi con la marea nera. Può essere un segno della classe sociale cui uno appartiene. Negli ambienti borghesi le tinte sono varie. Il nero non sommerge tutto come qui. La mia guida alza tuttavia le spalle a queste osservazioni. Importa, dice, che forme e lineamenti siano nascosti. O non risaltino.
Le varietà di quelli che chiamiamo sommariamente veli sono tante nell'Islam. Una arabista, Catherine Farhi, ne elenca alcune: jelbab, burnus, ferigee, haik, khimar, mandil, melaya, sefsari.... Il velo può essere più una protezione, gradita o no, che un segno di devozione o di sottomissione. Per chi lo indossa non ha sempre un valore religioso. Gli si può anche dare un significato antropologico. Può servire alla donna «per non essere offesa», come recita un versetto del Corano. Può diventare uno scudo dietro il quale trincerarsi. E le giovani hanno bisogno di difese. Ma affidare questo compito al velo, sarebbe come considerare la prigione un luogo in cui si è al sicuro. Le donne sono esposte a mille pericoli nell'Iraq d'oggi.
Sentono sul collo l'ansimare degli integralisti, le cui idee, spesso imposte come regole, attizzano il maschilismo. Il quale diventa licenza di aggredire o insultare le ragazze sorprese in pubblico senza velo. Deboli, indifese, sono in balia dei delinquenti comuni che le rapiscono per ottenerne il riscatto. Una volta liberate, sono poi possibili vittime dei familiari, degli stessi genitori, mariti o fratelli, incapaci di sostenere l'onta, se durante il sequestro sono state violentate, come accade il più delle volte. Rischiano, in questo caso, di essere ripudiate, cacciate di casa, o segregate. Per le adultere la punizione può essere la morte. La legge è indulgente quando è in ballo l'onore.

Le finestre sbarrate
A venti minuti d'automobile da piazza Tahrir, il centro di Bagdad, in una villetta a due piani, simile a tante altre in quel quartiere abitato da funzionari di grado medio, un tempo da ufficiali subalterni della polizia e dell'esercito di Saddam, si incontrano le vittime, spesso adolescenti, dei vari tipi di violenza cui sono sottoposte le donne. L'indirizzo è segreto. È conosciuto soltanto da un ristretto numero di militanti dell'Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq (la sigla inglese è Owfi). Nessun altro iracheno vi ha accesso. Lo si capisce. Le finestre sono sempre chiuse, come del resto lo sono quelle delle case vicine, per evidenti ragioni di sicurezza. Capita infatti che nei dintorni si accendano aspri combattimenti notturni, trovandosi la villa su una sponda del Tigri, in prossimità di una periferia infiltrata da guerriglieri e terroristi sfuggiti alla battaglia di Falluja. Anche in pieno giorno i posti di polizia sono presi d'assalto. Non sto dando indicazioni utili per individuare la località. Bagdad è una metropoli di più di sei milioni, piatta, costruita sul deserto. L'abitato si stende per decine di chilometri. Alcuni quartieri spuntano come oasi, dopo ampi spazi vuoti. Insomma, si può parlare di un ago nel pagliaio.
Al primo piano ci sono tre stanze e in ciascuna tre giacigli, più che veri letti. Al pianterreno una cucina e un dormitorio con tante coperte e materassi accatastati contro le pareti, per far spazio alle attività quotidiane. In particolare alle riunioni "per la psicologia di gruppo". L'arredamento è povero La pulizia meticolosa. Al momento le pensionanti sono una decina. Ognuna è protagonista di un dramma.
C'è chi, a poco più di vent'anni, con il volto più segnato di quel che dovrebbe essere a quella età, è reduce da un amore proibito. L'espressione non è mia. Cosi viene chiamata una relazione extraconiugale. Se scoperta la donna è espulsa dalla famiglia, dopo essere stata picchiata. E spesso minacciata di morte da un numero imprecisato di congiunti ansiosi di cancellare la vergogna.
Per inquadrarmi questi casi, e illustrarmi i rischi che essi comportano, Yannar Mohammed mi ricorda un celebre precedente. Yannar è una donna minuta, con i capelli neri e crespi, non ancora quarantenne, sprizzante energia. È turcomanna, del Kurdistan; e ha vissuto per qualche anno in Canada, Paese in cui ha imparato tante cose sull´uguaglianza tra maschi e femmine. Yannar è adesso presidente dell´Organizzazione per la Libertà della Donna e mi racconta come Saddam Hussein esaltò il delitto d'onore, al punto da farne un gesto eroico.

La bambina bastonata
Nel 1990, ai tempi dell'invasione del Kuwait e dell'imminente reazione americana, l'allora raìs aveva bisogno dell'appoggio dei capi tribù, per i quali negli anni precedenti non aveva avuto molti riguardi. Al fine di ingraziarseli decise di premiare un uomo che, adeguandosi alla tradizione tribale, aveva ucciso la nuora accusata di adulterio. Saddam andò di persona nella casa del giustiziere e gli appuntò al petto una medaglia. Fu un gesto propiziatorio anche nei confronti dei religiosi favorevoli alla sharia, la legge islamica, con i quali in quanto capo di un partito laico, come si dichiarava il Baath, non era mai stato tenero. Per sottolineare l'avvenimento fu emendata la legge che già prevedeva una pena insignificante (da tre a sei mesi) per il delitto d'onore. Con l'articolo 409 fu abolita anche quella. Non costerebbe dunque neanche un giorno di carcere uccidere una donna infedele.
I drammi delle altre ospiti della villa-rifugio, sulla sponda del Tigri, illustrano i rischi di essere donna in questo Paese. I racconti si ripetono tragicamente. L'adolescente fuggita da casa perché picchiata di santa ragione, ogni giorno, fino a spezzarle le braccia, affinché rinunciasse a incontrare un coetaneo sgradito ai genitori. Un'altra giovane, ancora più infelice, rapita, sembra stuprata, e per questo, una volta liberata, cacciata dalla famiglia disonorata. In reazione a tante miserie e ingiustizie si è creata una solidarietà femminile che consente a Yannar Mohammed di disporre, oltre alla modesta villa a due piani, di tanti altri rifugi segreti in case private disperse nella capitale. Una rete clandestina che merita il nobile nome di resistenza, negato ai terroristi.
L'Organizzazione di Yannar Mohammed denuncia la disperata situazione delle donne e spara accuse in tutte le direzioni. Definisce oppressivo e fascista il regime di Saddam Hussein; regressivi i cambiamenti politici originati dalla guerra americana; e altrettanto negative le azioni dei movimenti nazionalisti e islamici. «Al Qaeda ci ha minacciato più volte», dice Yannar. In un documento rivendica diritti che suonano bestemmie alle orecchie dei fondamentalisti. Ma che sono altrettanto inaccettabili da Iyhad Allawi, capo del governo proamericano. Il quale, pur essendo alla testa di un partito laico, non può ignorare i partiti religiosi alleati. La sua sopravvivenza politica dipende da loro. Nelle riunioni pubbliche, tenute all'ombra dei carri armati americani, laici e religiosi sostengono la presenza di una donna ogni quattro candidati, alle prossime elezioni. Ma che tipo di donna? Nessuno osa pensare che sulle liste possa apparire il nome di chi si oppone all'assoluzione degli assassini di mogli o sorelle infedeli. Di chi considera un'ignominia l'impunità dei delitti d´onore.

I diritti "impossibili"
Le rivendicazioni di Yannar riguardano diritti elementari e al tempo stesso irraggiungibili nel futuro scrutabile: l'uguaglianza tra uomini e donne; la separazione tra Stato e religione; la fine dell'imposizione del velo e la libertà nel disporre del proprio abbigliamento; la punizione della violenze contro le donne e in particolare pene appropriate per i delitti d'onore. Yannar Mohammed sa di non avere alleati, né nella opposizione armata, percorsa da un forte integralismo islamico, né nel governo, in cui sono presenti i partiti religiosi. La sua forza sta nella spontanea partecipazione di alcune migliaia di donne alle manifestazioni di piazza, organizzate tra gli attentati dei terroristi e le repressioni americane. Il suo più grande successo è stata la riassunzione di cinquanta impiegate di banca accusate di importanti sottrazioni di denaro, licenziate e arrestate in massa. Yannar ha avviato indagini per provare la loro innocenza, infine riconosciuta, e ha ottenuto che riprendessero i loro posti di lavoro. I cortei di protesta per le strade di Bagdad, nel frattempo dilaniate dalle autobombe dei kamikaze, si sono protratti per settimane, nella primavera scorsa.
Molte, coraggiose femministe del mondo musulmano, nel passato tenaci nell'affrontare mullah e dittatori, si sono ritirate davanti all'offensiva fondamentalista. Sul campo di battaglia iracheno, schiacciata tra due schieramenti a confronto, in diverso modo a lei entrambi ostili, Yannar, la turcomanna, continua imperterrita la sua lotta solitaria. Hai una stretta al cuore quando l'incontri in un ufficio buio, una vera topaia, invasa dalla puzza proveniente da una traboccante fogna vicina. Seduta su un divano sfondato, col computer in bilico sulle ginocchia, racconta con accenti epici la recente manifestazione a Bassora. Vi hanno partecipato centinaia di donne. All'improvviso adocchia la mia giovane guida, che a Sadr City metteva di malavoglia il fazzoletto grigio sulla testa per distinguersi nella marea nera dei chador. Yannar apprezza che indossi dei pantaloni, come lei. In Iraq oggi per una donna è un segno di coraggio. Pensa di reclutarla. Le chiede: «Non vuoi lavorare con me?».

La storia di Zainab
La femminista contro il raìs

Dalla sparizione di Nawal imparò la lezione opposta a quella che il regime voleva insegnare. Quella sua compagna di classe di 9 anni era colpevole di aver detto che, dopotutto, l'Iran non doveva essere uno Stato così cattivo. Ma era il Paese con cui l'Iraq era in guerra e dopo pochi giorni la bimba e tutta la sua famiglia sparirono. «Sapevamo tutti che erano state uccise» racconta l'adesso trentatreenne Zainab Al-Suwaij alla Harvard Gazette, «volevano che imparassimo a stare zitte e a non sfidare Saddam». Che è esattamente ciò che ha fatto per tutta la vita. Dopo essere stata una guerrigliera contro il raìs durante Desert Storm, dalla fine del regime cerca di mobilitare le donne irachene per recuperare i diritti perduti. Come fondatrice dell'America Islamic Congress è stata ricevuta anche da George Bush: «La mia famiglia era scioccata. Sono la prima donna che non resta a casa». E insieme a un'altra ex esiliata, Ala Talabani, è riuscita a far sancire nella costituzione provvisoria la parità tra i sessi oltre a raccogliere 50 mila firme affinché il 40 per cento dei ruoli politici nel nuovo governo siano affidati a donne. (r. sta.)

Shamia, in fuga dalla famiglia
La prostituta perseguitata

Cinque anni fa Shamia (il nome è di fantasia, la storia no) si innamorò del vicino di casa della sua famiglia. Chiese al padre di poterlo sposare: fu cacciata via e si trovò in mezzo alla strada. Aveva 19 anni. Oggi ne ha 24 e nel frattempo è diventata una prostituta. La liberazione dell'Iraq non l'ha aiutata. Anzi, l'esplodere dei delitti d'onore ha peggiorato la sua situazione. Suo fratello minore ha ricevuto dal padre l'ordine di ucciderla per restituire rispettabilità alla famiglia. Lo scorso giugno il ragazzo ha incontrato Shamia in una via di Bagdad e le ha puntato un coltello alla gola. Nelle vicinanze c'era però un poliziotto: «Un altro agente, informato dei fatti, mi avrebbe messo nuovamente nelle mani di mio fratello», ha spiegato la giovane al Time. «Ma per qualche ragione il poliziotto mi ha fatto da scudo. Non spero di essere così fortunata la prossima volta: mio fratello mi dà ancora la caccia». Shamia adesso vive aspettando la morte del padre. L'ultima possibilità per tornare a una vita normale: «Mia madre - confida - potrebbe prendermi nuovamente con lei».

sabato 4 dicembre 2004

da "Avvenimenti" adesso nelle edicole
un articolo di Federico Masini

ricevuto da Simona Maggiorelli

Da Avvenimenti numero 47
adesso nelle edicole
Gemelli diversi L’effetto Cina giova al Giappone che guarda con curiosità alle possibilità dell’economia e della cultura cinese
di Federico Masini*

Osaka (Giappone) 22 novembre 2004: Mi sono sempre chiesto perché la Cina e il Giappone nella lontana, e di questi tempi tanto piccola, Italia siano sempre stati confusi, come se l’oriente estremo fosse un tutt’uno, di gente dalla carnagione giallastra e dalla bassa statura. In realtà questi due paesi hanno condiviso grandi pezzi della loro storia, pur essendo radicalmente diversi, per usi, costumi e lingua; e forse in questi primi anni del nuovo millennio stanno nuovamente vivendo un periodo di grande sintonia economica e culturale, sviluppando, come altre volte nella loro storia, una fase di fecondo reciproco scambio.
Il Giappone è stato per millenni un paese chiuso ad ogni influenza esterna, ad eccezione di brevi periodi durante i quali subì fortemente l’influsso della cultura classica cinese, che insegnò a questo popolo un sistema di scrittura che poi, una volta rielaborato e trasformato, ha dato luogo alla complessa scrittura giapponese, unica al mondo per il fatto di impiegare, concorrentemente quattro distinti sistemi di trascrizione dei suoni: lettere del nostro alfabeto, caratteri cinesi e due alfabeti sillabici, fatti da segni derivati dalla scrittura cinese, impiegati foneticamente per trascrivere parole autoctone o prestiti dalle lingue occidentali. La Cina invece ha sviluppato un sistema di scrittura originale in tempi antichissimi e ad esso è restata fedele nei millenni, potendo oggi vantare forse uno dei più longevi sistemi di scrittura al mondo. Già da questo si possono osservare due diverse attitudini rispetto al mondo esterno: uno plastico e apparentemente disponibile all’assorbimento di influenze esterne ed uno chiuso e refrattario ai cambiamenti derivanti dallo sconto con altre civiltà. Così è andata anche la storia dei rapporti con l’occidente: la Cina fu la prima a scontrarsi con le potenze occidentali durante i primi decenni del XIX secolo, ma non reagì, se non dopo massacranti guerre, che imposero progressivamente al paese una sorta di protettorato straniero, conducendola alla fine all’abbandono del sistema imperiale e ad una estenuante guerra civile, che terminò solo nel 1949 con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Il Giappone invece fu conquistato dalla moderna cultura americana nella seconda metà del XIX secolo, senza che fosse stato necessario sparare un solo colpo di cannone, e procedette speditamente sulla strada della modernizzazione economica e scientifica, conservando il proprio sistema imperiale grazie ad un efficace riforma costituzionale.
La Cina è stato il paese delle rivoluzioni. Mentre il Giappone quello delle riforme. Oggi a distanza di quasi due secoli, il Giappone appare quindi come un paese in cui l’Occidente è presente in maniera compiuta, senza che abbia intaccato più di tanto le ataviche tradizioni nazionali - il sistema imperiale, lo shintoismo (la religione tradizionale), i costumi sociali - e dove tradizione e modernità convivono in apparente armonia; mentre la Cina dopo aver faticato ad aprirsi al mondo esterno, finalmente (chissà!) solo ora inizia a vedere le sue città pullulare di occidentali, ancora visti come mosche rare, assorbendo i modi del mondo occidentale in maniera a volte acritica, asettica e in radicale contrasto con ogni permanenza delle proprie tradizioni culturali, minate da anni di semicolonizzazione, guerre di occupazione, influenze sovietiche e maoismo.
Oggi questi due paesi visti da vicino appaiono come uno l’opposto dell’altro, ma al tempo stesso sembrano condividere aspetti salienti. L’economia giapponese, proverbialmente forte durante gli anni Ottanta, ha subìto un notevole rallentamento negli anni Novanta, per iniziare a decollare nuovamente adesso, proprio grazie all’effetto traino esercitato dall’economia cinese, che negli ultimi anni ha visto crescere la propria economia ad un tasso annuale a due cifre. Se dell’effetto Cina ha potuto godere l’economia americana e quindi mediatamente anche quella europea; il paese che in questo momento ne ha tratto più giovamento è proprio il Giappone che ha riversato sulla Cina le proprie esportazioni di tecnologia e di capitali. A fronte di tali relazioni economiche e commerciali, però Cina e Giappone non smettono mai di avere notevoli attriti politici, dovuti tanto al desiderio della Cina di estendere la propria supremazia militare nel bacino dell’Asia orientale, quanto alla riluttanza del Giappone di disfarsi del proprio passato militarista. Al tempo stesso però la Cina accusa sempre più un debito “culturale” nei confronti del Giappone: esportatore di cultura imprenditoriale e di civiltà sociale verso la Cina, paese sempre meno incline ai comportamenti socialmente corretti, nonostante voglia ancora dichiararsi ispirato ai principi del socialismo. Un caro amico e collega cinese, ormai naturalizzato giapponese, mi diceva appunto che nulla sarebbe più auspicabile che la Cina importasse dal Giappone della cura per la realtà collettiva: quell’insieme di naturali comportamenti civili che consentono l’armonica convivenza di grandi masse di popolazione, pur se ristrette in spazi angusti dove la densità della popolazione raggiunge i massimi livelli al mondo, e il rispetto dell’igiene pubblica. Negli spaventosi assembramenti di gente che affollano le stazioni della metropolitana ed i centri commerciali, le persone scorrono senza neppure sfiorarsi, senza mai però dare l’impressione di omologazione che potrebbero suggerire tanto ordine e pulizia. In Cina, invece, le folle sembrano scomposte e rissose, e si accalcano alle fermate dei mezzi pubblici come paventando sempre la possibilità di perdere l’occasione di assicurarsi un posto. La raccolta differenziata dei rifiuti è così diffusa e capillare in Giappone che, nelle zone residenziali che circondano i grandi centri urbani, fatte di case basse e minute, non esistono neppure i cestini per le strade; mentre in Cina cataste di immondizia circondano spesso anche le strade dei centri urbani maggiori, come Pechino e Shanghai. Sembra che la modernità del Giappone non abbia intaccato le sue tradizioni, ma sia stata digerita durante un lungo periodo di gestazione e raffinamento, mentre in Cina l’occidente moderno è arrivato fra singulti e folate e non ha ancora trovato il tempo per venir assimilato e reso armonico con la sua grande tradizione culturale. Anche il diverso panorama umano suggerisce paragoni e dissimetrie: le donne giapponesi appaiono curate nell’aspetto, variano nell’abbigliamento e nelle acconciature, mentre l’altra metà del cielo cinese, raramente mostra grazia e cura nel vestire. Il Giappone, da terra di conquista delle mode occidentali, oggi potrebbe invece essere la fonte di alcuni atteggiamenti che da esso si sono diffusi nel mondo, in primo luogo proprio in Cina. Ad esempio forse scorgiamo nel Giappone la fonte della moda dei nostri ragazzi di tenere sempre allacciate le scarpe, senza mai sciogliere i lacci: tipica abitudine giapponese dettata dal bisogno costante di essere sempre pronti a togliersi le calzature tutte le volte che si entra in un luogo chiuso, sia esso una palestra, un tempio o una casa privata, dove pavimenti laccati sembrano non essere mai stati calpestati da suola alcuna. Anche le teste dei ragazzi cinesi e giapponesi, così simili per la rigidità dei loro capelli corvini, appaiono diverse: sempre pareggiati e uguali quelli dei cinesi, e sempre ostinatamente scalati e variati quelli di ragazzi e ragazze giapponesi, con forme tanto inusuali, quanto curatissime nel loro, apparente, disordine, vigilato con specchi sempre a portata di mano.
I giovani giapponesi, proprio come quelli italiani - e questo è l’aspetto che più mi colpisce - sembrano oggi guardare alla Cina con estremo interesse, tentati dalle grandi prospettive economiche del gigante asiatico verrebbe da pensare. Ma vale forse la pena di interrogarsi sul perché a Roma come a Osaka la seconda lingua studiata nelle università, dopo l’immancabile inglese, sia proprio il cinese. Gli studenti a cui faccio lezione qui in Giappone, sembrano proprio uguali a quelli che ho lasciato a Roma: curiosi di un mondo molto più simile al loro che al nostro, ma pur sempre diverso. Per i ragazzi italiani la Cina è l’ultima frontiera del mondo moderno, per quelli giapponesi è la terra cui i loro avi hanno sempre guardato con rispetto e che hanno tentato di conquistare militarmente negli anni Trenta; mi sembra ciononostante di scorgere una comunanza di intenti in questi giovani: un profondo interesse per una realtà tanto diversa dalla loro, il segreto di una civiltà millenaria, che dopo tanta cultura e moderazione ha attraversato un periodo di soggezione lungo oltre un secolo, per riuscire solo oggi a riaffacciarsi sulla scena mondiale, come unico reale contendente del modello nordamericano. Molti dei ragazzi che studiano cinese in Giappone, come alcuni in Italia, sono di origine cinese e hanno preso questa strada per ritrovare le proprie radici culturali. Raccontando ai ragazzi giapponesi che tanti in occidente non li distinguono dai cinesi, gli ho chiesto cosa sentono di avere in comune con i cinesi: "Noi giapponesi, come i cinesi, siamo dei gran lavoratori - mi ha risposto un ragazzo - e solo grazie al nostro lavoro siamo riusciti a riscattare la nostra condizione". Forse voleva dire che la modernità da queste parti è stata conquistata - da tempo in Giappone e solo ora in Cina - a duro prezzo, per impedire che travolgesse oggi identità culturale, diventando solo omologazione.
Il Giappone, nonostante quello che si pensa, sembra essere sfuggito all’omologazione americana, riuscendo a mantenere vivo il retaggio di un’antica cultura propri di un popolo del quale ancora oggi si ignora l’origine e la parentela genetica. Il Giappone sembra quindi un paese ormai stabilizzato nel suo rapporto con l’Occidente, il suo governo non è più in alcun modo percepito come una minaccia dagli altri paesi occidentali, in particolare dagli Stati Uniti, essendo ormai stabilmente entrato a far parte delle potenze sviluppate del mondo. La Cina, invece, costituisce la vera minaccia del XXI secolo, con il suo ribollire di azzardate esperienze economiche e singolari sperimentazioni politiche, volte ad incentivare i meccanismi di controllo sociale, non potendo o non volendo aderire acriticamente al modello delle democrazie occidentali. Il Giappone invece è una democrazia con suffragio universale, ma conserva al potere la più antica dinastia di imperatori al mondo, anzi forse l’unica insieme a quella dei Papi! In Cina tutto sembra cambiare da un giorno all’altro: il paesaggio urbano come le strutture amministrative ed il sistema legale sono in continua trasformazione; in Giappone tutto sembra regolato una volta per sempre, come fosse il frutto di un sapiente e delicato equilibrio fra spirito collettivo che impregna tutti gli appartenenti alla medesima azienda o università che sia, e culto della personalità individuale che trova la sua massima realizzazione nella vita privata fatta di rituali e di gelosa conservazione della propria privacy. In Cina invece, a fronte di un formale e ostentato spirito collettivo, l’individualismo è assolutamente mal tollerato e mai si potrebbe uscire o entrare in casa senza che il proprio vicino non ne fosse a conoscenza.
Per certi aspetti il Giappone sembra un paese più collettivista della Cina, che ancora si dichiara comunista, ma al tempo stesso la Cina è un paese dal quale attendersi ancora molto, mentre il Giappone sembra invece staticamente destinato a perpetrare se stesso. Il Giappone, inoltre, come la Cina non appare un paese impregnato di sentimenti religiosi; se in Cina le religioni tradizionali, una autoctona, il taoismo, ed una importata dall’India, il buddismo, sono ormai completamente sbiadite e ridotte a pallidi simulacri, in Giappone, lo shintoismo, religione ufficiale di Stato e il buddismo, qui anticamente giunto dalla Cina, godono ancora di vitalità, ma senza mai che i loro sentimenti pervadano la vita pubblica, essendo eventualmente ed esclusivamente contenuti nella sfera dei comportamenti privati. Società quindi collettivamente atee entrambe, anche se in Giappone la religione sembra mantenere una vitalità legata alla conservazione delle tradizioni, mentre in Cina la religione non appare mai aver fatto compiutamente parte della vita sociale e collettiva della popolazione. Visti così da vicino e in rapida successione, questi due paesi lasciano sensazioni opposte, ma anche convergenti: un profondo sentimento d’irrequietezza e movimento la Cina, una silenziosa e rassicurante pace il Giappone; ma, pur nella loro diversità, entrambi stimolano nella ricerca di quello che tutti gli esseri umani condividono ad ogni latitudine.

*sinologo e preside della Facoltà di studi Orientali Università La Sapienza di Roma

"La rosa e le spine"
un convegno su Rosa Luxemburg delle donne del Prc

Liberazione 4.12.04
Dedicato a Rosa Luxemburg
"La rosa e le spine", un convegno oggi a Napoli dal Forum donne del Prc
«Nel buio sorrido alla vita»
La febbrile vitalità, la capacità di reagire alle situazioni più difficili, la fiducia, tutta laica e "materialistica", nella possibilità del riscatto finale dell'umanità
L'attualità di Rosa Luxemburg

di Rina Gagliardi

Un convegno-seminario su Rosa Luxemburg? E perchè? Non c'è alcun anniversario, quest'oggi, da celebrare. Non ci sono neppure circostanze particolari che "giustifichino" la giornata di discussione che si terrà quest'oggi a Napoli, la rosa e le spine, promossa dal Forum delle donne del Prc, dall'ateneo Federico II, dall'associazione Transform. E dunque? Dunque, c'è semplicemente la voglia di fare i conti con una figura straordinaria del '900: una «ebrea polacca», come scrisse Bertolt Brecht, «che combatté per i lavoratori tedeschi». Una donna che morì sulle barricate, nel 1919, durante lo sfortunato moto insurrezionale spartachista e che, troppo spesso, è stata ricordata solo come «martire», eroina sconfitta, icona. Ma proprio questa donna, questa intellettuale cosmopolita che visse sul crinale tra Otto e Novecento, questa rivoluzionaria intransigente che gli avversari del tempo rappresentarono come «Rosa la sanguinaria», fu anche e soprattutto il «miglior cervello» marxiano del suo tempo: «un'aquila», come ebbe a scrivere Vladimir I. Lenin, in un saggio pur ampiamente polemico che raccomandava alle generazioni future «la lettura e lo studio» delle sue opere complete. Può oggi quest'aquila dirci ancora qualcosa di importante e di utile, a noi, s'intende, che non abbiamo smesso di pensare alla grande trasformazione del mondo? Possiamo provare a riannodare i fili - rimasti troppo a lungo spezzati - di un'eredità rivoluzionaria che abbia finalmente al suo centro l'alternativa sociale, ciò che lei chiamava Umwaelzung, rivoluzionamento profondo di tutti i rapporti indotti dal dominio e dall'egemonia "borghese"? E ritrovare qualche radice della nostra attuale lotta per la pace nelle sue analisi e nella sua lotta contro il militarismo e la guerra?

Noi, appunto, anche quelli di noi che più hanno amato, letto e discusso Rosa Luxemburg, non siamo luxemburghiani - non cerchiamo nuove (e nel caso specifico insostenibili) ortodossie. Noi siamo mossi e motivati, una volta di più, da quel bisogno di rammemorazione - del passato e delle sue sconfitte - di cui parlava Walter Benjamin.

Socialismo o barbarie
«... E nel buio sorrido alla vita, come se conoscessi un qualche segreto magico che sbugiarda tutto il cattivo e triste e lo trasforma in chiarità e felicità. E io stessa cerco la causa di questa gioia, ma non trovo niente, e di nuovo non posso che sorridere di me stessa. Credo che il segreto non sia altro che la vita stessa...». Per capire la singolare personalità di Rosa Luxemburg, questo brano di una lettera famosa (scritta nel dicembre del 1917 dal carcere di Breslavia, dove stava scontando il suo terzo anno consecutivo di prigionia), può essere più utile di tanti articoli di analisi o battaglia politica: c'è qui la sua febbrile vitalità, la sua capacità di reagire alle situazioni più difficili o apparentemente perdute, e quella sua fiducia, tutta laica e "materialistica", nella possibilità del riscatto finale dell'umanità, che non ha nulla a che fare con l'ottimismo - neanche con l'ottimismo della volontà. Nonostante tutto, è la conclusione di quella lettera. Nonostante la morte, il sangue e le sofferenze (anche del «fratello bufalo») che la guerra sta producendo. Nonostante il revisionismo, la disfatta degli eserciti proletari. Nonostante la coazione carceraria. Tentare di rovesciare il corso degli eventi, provare a produrre da soli un nuovo corso della storia, anche se l'esito è sempre incerto, è sempre possibile: è una "necessità".

Certo, questi sono, per Rosa, gli anni più terribili della sua vita. La guerra mondiale imperversa, produce devastazioni e carneficine di massa, brucia «la meglio gioventù» operaia sui campi d'Europa. Ma, soprattutto, il movimento socialista ha ceduto di schianto: ha abbracciato in ogni singolo Paese la causa della «guerra patriottica», venendo meno ai solenni impegni internazionalisti e pacifisti fino ad allora sottoscritti. Per Rosa Luxemburg - che aveva visto con molti anni d'anticipo la natura struttturale del riarmo imperialista ed era stata incarcerata, nel 1913, per la sua propaganda attiva contro il militarismo e la guerra - il tradimento socialdemocratico è una delusione drammatica, un trauma politico ed esistenziale: quel 4 agosto 1914, nel quale i socialisti tedeschi votano a favore dei crediti di guerra, diventa perciò un tournant della storia. «Questa guerra», scriverà nel saggio La crisi della socialdemocrazia, «è già in sé la sconfitta del proletariato mondiale. Questa guerra «è la barbarie»: è la manifestazione dispiegata di un aut aut che il capitalismo cova da decenni nel suo seno, a dispetto dell'esplosione di progresso di fine Ottocento: socialismo o barbarie, appunto. Guerra o rivoluzione. Regresso o percorso verso il socialismo.

Una persona "intera"
Nel marxismo creativo e antidogmatico di Rosa Luxemburg, dunque, la tensione rivoluzionaria nasce dalla disillusione "riformista", dalla persuasione analitica (perfino "scientifica") che il modo di produzione capitalistico non è correggibile, non è riformabile, perchè non incarna più una civiltà davvero progressiva. Dunque, si diventa rivoluzionari, come lei è diventata, non per pura vocazione soggettiva o un qualche "fuoco" messianico, ma in virtù di un rapporto positivo col mondo, con le persone, con la natura - sulla base di un'istanza di nuova civiltà, il socialismo. In questo senso (e solo in questo senso), lei fu una intellettuale organica che però non ebbe alcun bisogno di "tradire" la sua classe d'origine. Ebbe un'infanzia e un'adolescenza felici, in una famiglia affettuosa ed aperta, fu una "prima della classe", divenne una "migrante politica": una che stava a proprio agio «dovunque ci fossero nuvole» e lotte politiche. Una persona «intera» nella quale non è lecito separare più di tanto il pubblico dal privato (ho una maledetta voglia di essere felice scrive al suo compagno, Leo Jogiches, mentre si sta organizzando la fondazione della nuova socialdemocrazia polacca) - così come l'etica dalla politica, l'idea di sé dall'idea dell'Altro. In virtù di questa intierezza, Rosa Luxemburg non fugge da Berlino, nel momento in cui la sconfitta della rivoluzione si profila con nettezza all'orizzonte: non è una scelta eroica, non è voluttà di sacrificio. E', quasi all'opposto, l'impossibilità di separare la propria sorte personale da un evento - la rivoluzione pur immatura - che si è contribuito comunque a produrre. E' ubbidienza ad una responsabilità tutta terrena e terrestre, rigorosamente antiidealistica: chi salvaguarda se stesso, la propria sopravvivenza ad una temperie rivoluzionaria, non confessa in fondo di custodire nella propria persona un "messaggio" capace di attraversare i tempi e i contesti? Rosa Luxemburg fu, come tutta la sua vita ha testimoniato, una rivoluzionaria e una pacifista senza se e senza ma. Ma visse sempre la sua vita di partito con un sottile e permanente disagio: «Come lei sa, spero di morire sulle barricate» scrive in un'altra nota lettera. «Ma in cuor mio sento di appartenere più alle cinciallegre che non ai compagni». Fu proprio, come scrisse Paul Froelich, una candela che brucia dalle sue parti.
Rina Gagliardi

salute mentale
dalle agenzie di stampa

Ansa.it
Sabato 4 Dicembre 2004, 18:50
PSICHIATRIA: MILIONI MALATI AL MONDO, LA FOTO DEL DISAGIO/ANSA

(ANSA) - ROMA, 4 DIC - Le patologie mentali affliggono milioni di persone nel mondo. Nonostante ciò, il pregiudizio sociale resta uno dei maggiori scogli da superare per questi pazienti e ancora lacunosa si presenta la rete assistenziale sul territorio, che in Italia, dove domani si celebrerà la prima giornata nazionale della salute mentale, si conferma a macchia di leopardo.
NEL MONDO 450 MLN CON DISTURBI MENTE, COLPITO 1 ITALIANO SU 10
Secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono 450 milioni le persone che nel mondo soffrono di qualche disturbo mentale. Per quanto riguarda invece il nostro Paese, un italiano su cinque (18,3%) ha sofferto di un qualche disturbo mentale nell'arco della propria vita e ad essere più colpite, sulla base dei dati del recente studio europeo Esemed, sono le donne. In Italia, così come nel resto dei paesi occidentali, inoltre, due persone su dieci sono a rischio di ammalarsi di qualche patologia mentale, più o meno grave, nel corso della loro esistenza, come rilevano gli ultimi studi epidemiologici sulla prevalenza dei disturbi mentali in Italia e in Europa. Una percentuale di rischio, concordano gli esperti, che spinge sicuramente a riflettere e che evidenzia la necessita' di un'ancora maggiore sensibilizzazione su questeproblematiche.
600 MILA FAMIGLIE ITALIANE CON UN MALATO, PER 70% E' VERGOGNA
Sono 600 mila le famiglie che vivono in Italia il dramma di un caro che soffre di psicopatologia grave e di queste 200 mila vivono un dramma nel dramma, con un familiare che non risponde alle cure oppure non vuole curarsi. Un ulteriore macigno da superare resta però il pregiudizio, a volte da parte delle stesse famiglie: ''Per circa il 70% degli italiani - ha sottolineato il presidente della Società degli psicologi e psichiatri cattolici, Tonino Cantelmi - resta una vergogna parlare di un familiare malato''.
SUL TERRITORIO SITUAZIONE A MACCHIA DI LEOPARDO
Risale alla fine del 2002 la chiusura dell'ultimo manicomio pubblico in Italia, con la dimissione degli ultimi pazienti. Da allora, in base ai dati più recenti aggiornati al dicembre 2003, sono rimasti operanti sette ex ospedali psichiatrici (OP) privati convenzionati, con circa 188 pazienti ancora ricoverati a causa della ritardata disponibilità di strutture residenziali. Al 31 marzo 2000, i malati usciti dagli ospedali psichiatrici erano 15.943, il 41,5% dei quali è entrato in strutture residenziali. Dal 1978 a oggi, 219 sono state le leggi regionali sulla salute mentale: la Regione che ha attuato il maggior numero di provvedimenti legislativi in materia è la Liguria con 24. Seguono la provincia di Trento con 23 e il Lazio con 21. Dieci sono le proposte di legge presentate durante questa legislatura in Parlamento, sei della maggioranza e quattro dell'opposizione. Ma come si presenta oggi la situazione sul territorio? Dipartimenti di salute mentale sono presenti in tutta Italia, oltre a una rete capillare di servizi diurni, ma con profonde diversità sul territorio nazionale: le Regioni meridionali sono infatti al di sotto dello standard obiettivo. La Valle D'Aosta è in testa alla classifica per Centri diurni (oltre 4 per 150 mila abitanti quando lo standard e' 1) seguita da Friuli (3), Toscana (2,5) e Veneto (2), mentre al di sotto di 1 si trovano Abruzzo, Calabria, Sardegna e provincia autonoma di Bolzano. Anche i posti letto in strutture pubbliche seguono un andamento simile: più numerosi nelle regioni del Nord e via via al di sotto dello standard obiettivo al Sud e al Centro (con Lazio e Umbria fanalini di coda). Le strutture residenziali hanno operatori in numero sufficiente solo in poche Regioni: Trento, Liguria, Toscana e Bolzano. Gli operatori in tutta Italia sono poco più di 30.700, di cui il 48% infermieri e il 18% medici. Un dato, osservano gli psichiatri, inferiore del 25% all'auspicabile: vale a dire che mancano almeno 5000-7000 operatori.(ANSA).


Ansa.it 04/12/2004 - 08:52

Psichiatria: 8 bimbi su 100 mostrano segnali di disagio
Fondamentale la prevenzione sin dall'infanzia

(ANSA) - ROMA, 4 DIC - In Italia, otto bambini su 100 tra i 2 e i 6 anni mostrano segnali di disagio psichico. Lo afferma il neuropsichiatra infantile Gabriel Levi. "Se si vuole combattere lo stigma della malattia mentale - ha affermato oggi Levi, in occasione della presentazione della Campagna nazionale promossa dal ministero della Salute - bisogna dimostrare che la malattia mentale può essere prevenuta, e per ottenere questo risultato è necessario aumentare gli investimenti nell'età evolutiva".
copyright @ 2004 ANSA

04/12/2004 13.32
SANITA' LAZIO: NASCE NUMERO VERDE SALUTE MENTALE

Roma, 4 dic. (Adnkronos Salute) - Nasce nel Lazio un nuovo servizio per le persone con disagio psichico: la "Linea per la vita salute mentale", un numero verde (800 298298) attraverso il quale un gruppo di esperti fornirà informazioni sui servizi sanitari e sociali per la salute mentale e sul trattamento dei disturbi psichici. L'iniziativa, avviata in occasione della Giornata nazionale della salute mentale, che si celebra domani, è stata illustrata oggi dall'assessore alla Sanità del Lazio, Marco Verzaschi. ( ... )
(Adnk/Adnkronos Salute)

Adnkronos Salute 03/DIC/04 - 17:02
PSICHIATRIA: L'ESPERTO, VIOLENZA ESPLODE IN FAMIGLIA MA POCHI GLI OMICIDI

Roma, 3 dic. (Adnkronos Salute) - La violenza dei malati di mente esplode soprattutto in famiglia, come dimostrano i recenti casi di cronaca. Ma gli omicidi commessi da persone con disturbi psichici in Italia sono pochi, meno di quanto la gente creda. Lo afferma Mario Maj, presidente della Societa' europea di psichiatria, a margine della presentazione della prima Campagna per la salute mentale questa mattina al ministero della Salute. ''Secondo il rapporto Eures 2004 - spiega Maj - dei 658 omicidi volontari registrati in Italia nel 2003, solo 27 (4,1%) sono stati commessi da persone con problemi mentali. E in molti casi non e' chiaro se il movente sia stato il disturbo. Un dato minimo, in linea con quelli internazionali, a fronte di un 7,3% di italiani che in un anno soffre di malattie psichiche''. ''Nel 63,3% dei casi - afferma Maj - la causa dell'omicidio e' una depressione grave, nel 16,7% la schizofrenia, nel 5% l'Alzheimer''. La violenza esplode in casa. ''Degli 88 omicidi commessi da malati di mente dal 2000 al 2003 - prosegue l'esperto - 77 hanno avuto come vittima un familiare, 8 conoscenti e solo 3 estranei. Dunque, sulle famiglie dovrebbero concentrarsi gli interventi, che pero' vengono attuati solo nel 5% delle famiglie di psicotici''. Maj ci tiene a precisare che si tratta di ''una minoranza di omicidi e atti violenti che fanno notizia perchè appaiono inspiegabili, ma sono imprevedibili solo all'apparenza: ricostruendo la storia della persona, si trovano segnali premonitori passati inosservati, nascosti o trascurati. Se fossero stati tenuti in debito conto, avrebbero potuto 'predire' la tragedia. Senza dimenticare che il comportamento di ognuno di noi è imprevedibile''.
(Mad/Adnkronos Salute)

il Centro di Medicina Sessuale del San Raffaele di Milano
sesso e cioccolato

Repubblica 4.12.04
LA SCOPERTA

Il consumo quotidiano influenza la libido. La prova in uno studio del San Raffaele di Milano
"Sesso, mangiare sempre cioccolata accresce il desiderio nelle donne"
CARLO BRAMBILLA

MILANO - All'accoppiata sesso-cioccolato e alle relative allusioni erotiche, più o meno esplicite, ci avevano da tempo abituato i messaggi pubblicitari. Da quelli dei tradizionali Baci Perugina al più trasgressivo gelato ricoperto Magnum Algida, fino alla familiare Nutella. E che il cacao in polvere avesse un leggero effetto stimolante ed eccitante sulle cellule cerebrali (grazie al contenuto di teobromina e feniletilamina) lo avevano a lungo spiegato gli alimentaristi e le case produttrici del settore. Ma adesso a certificare, scientificamente, lo stretto rapporto positivo che lega il consumo di cioccolato e la soddisfazione sessuale femminile, è una scoperta involontaria fatta da un gruppo di ricercatori del Centro di Medicina Sessuale dell'Ospedale San Raffaele di Milano, coordinati da Andrea Salonia, specialista in disfunzioni femminili.
«Una scoperta del tutto incidentale - racconta con entusiasmo Salonia - che presenteremo martedì prossimo, a Londra, al Congresso internazionale della Società Europea di Medicina sessuale. Nel corso di un approfondito studio sul comportamento sessuale di 163 donne, di età compresa tra i 22 e i 59 anni, ci siamo accorti, analizzando i dati conclusivi di una serie di questionari, che nelle donne con abitudine quotidiana al consumo di cioccolato, la soddisfazione sessuale è decisamente superiore rispetto a quella di chi non fa uso della stessa sostanza».
Le donne milanesi del campione hanno dovuto rispondere a una serie di questionari internazionali, messi a punto da un gruppo di psichiatri americani. Tra i diversi indici presi in considerazione il cosiddetto Fsfi (Female Sexsual Function Index) che analizza sei ambiti: il desiderio sessuale, l'eccitamento dei genitali, la lubrificazione vaginale, l´orgasmo, la soddisfazione sessuale complessiva e il dolore durante il rapporto. A ogni ambito viene assegnato un punteggio. «Le donne con l'abitudine all'utilizzo di cioccolato hanno registrato punteggi significativamente migliori - spiega Salonia. - Il nostro è un dato descrittivo, statistico. Il 78,4% del nostro campione fa uso di cioccolato contro il 21,6% che non ne fa uso. Ma la cosa particolarmente interessante è che tra tutti gli indicatori analizzati, peso, fascia di età, consumo di fumo, di alcol, di caffè e molti altri ancora, solo il consumo di cioccolato è risultato in evidente relazione con una maggiore soddisfazione sessuale».
Perché il cioccolato migliora le performance sessuali femminili? È possibile che il motivo sia strettamente alimentare, da cercare cioè nel contenuto del cioccolato. Ma è anche possibile che le motivazioni siano tutte di ordine psicologico. Il cioccolato, alimento gratificante, aiuterebbe a migliorare l'umore. «La prossima fase della ricerca tenterà di stabilirlo - racconta Salonia. - Daremo da mangiare del cioccolato a un campione di donne, poi faremo vedere loro un video erotico e controlleremo le reazioni a livello genitale».

Il premio "Biblioteche di Roma"
a Gianrico Carofiglio

Corriere della Sera ed. di Roma 4.12.04
IL PREMIO A TERMINI
A Carofiglio e Barberis il «Biblioteche di Roma»

I libri fanno viaggiare con la fantasia e per rafforzare con immediatezza questo messaggio ieri sera alle 20,30 i circoli di lettura degli utenti delle Biblioteche si sono riuniti nell’Ala Mazzoniana - Mezzanino Giallo della stazione Termini in occasione della seconda edizione del Premio letterario Biblioteche di Roma. Alla presenza dell’assessore comunale alle Politiche culturali Gianni Borgna e del presidente delle Biblioteche di Roma, Igino Poggiali, sono stati votati i vincitori per questa edizione del premio:
[...]
Per la narrativa Gianrico Carofiglio con «Ad occhi chiusi», edito da Sellerio, recente vincitore dello Strega.[...]

venerdì 3 dicembre 2004

Buongiorno, notte al prossimo Festival del cinema indipendente di Mar del Plata

El Clarin www.clarin.com
La alternativa marplatense

«Es la primera edición del Festival de Cine Independiente de Mar del Plata. Se verán 65 películas que, según su director artísti co, Daniel Boggio, conforman "un espacio de experimentación y de libertad, en el que se exhiba el cine más joven e innovador que se produce actualmente en el mundo."»

Il film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte sarà proiettato all'interno della sezione del Festival che ha per titolo

8 Imprescindibles 2003/2004

Guidi e il Ministero della Salute
«campagna per la salute mentale»

Yahoo Notizie Venerdì 3 Dicembre 2004, 14:08
PSICHIATRIA: IL 10% DEGLI ITALIANI HA DISTURBI, PARTE LA CAMPAGNA DEL MINISTERO

(ANSA) - ROMA, 3 DIC - Un italiano su dieci soffre di disturbi mentali e il pregiudizio che ancora oggi circonda tali patologie rappresenta per i pazienti un ulteriore macigno che si aggiunge alla malattia. Proprio per combattere lo stigma sociale delle patologie mentali, l'esclusione, la discriminazione e informare i cittadini sulle possibilita' di cura e accesso ai servizi e' ai nastri di partenza la I Campagna nazionale per la salute mentale, presentata oggi al ministero della Salute, che prendera' il via il prossimo 5 dicembre in occasione della celebrazione della I Giornata nazionale della Salutementale.
Indetta dal presidente del Consiglio, su proposta del ministro Girolamo Sirchia, la Campagna coinvolgera' direttamente le associazioni piu' rappresentative del mondo del volontariato in questo settore e le maggiori societa' scientifiche in psichiatria: dall'Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale Unasam alle Societa' italiana ed europea di psichiatria. Primo obiettivo: rendere appunto piu' omogenee ed efficaci le iniziative per combattere il pregiudizio che continua a circondare i malati mentali nella nostra societa'.
Tante le iniziative previste dalla Campagna, accompagnata dallo slogan 'Non e' diverso da te. Curare i disturbi mentali si puo', nessun pregiudizio, nessuna esclusione': manifestazioni nelle principali piazze italiane, convegni e incontri rivolti non solo ai medici ma anche ai malati e le loro famiglie, distribuzione di opuscoli nelle farmacie e negli ambulatori dei medici di famiglia, uno spot televisivo e la realizzazione di un sito ad hoc. Il sito, all'indirizzo www.fuoridallombra.it, sara' gestito dalle associazioni ma anche direttamente dai pazienti e rappresenta, per questo, una esperienza innovativa: Una mini-redazione composta da giovani affetti da disturbi mentali collaborera' infatti alla produzione di notizie che saranno pubblicate sul sito della Campagna. Un'iniziativa, sottolinea il ministero, destinata a testimoniare con i fatti la possibilita' di inclusione nel mondo del lavoro di soggetti con disturbi di mente come ''via maestra'' per combattere i pregiudizi nei loro confronti. Una lotta al pregiudizio colpevole anche, affermano gli esperti, di ritardare in moltissimi casi l'incontro con lo specialista e le prime cure.
''L'inguaribilita' e la pericolosita' della persona affetta da malattia mentale - ha affermato il sottosegretario alla Salute Antonio Guidi presentando la Campagna - sono i piu' diffusi pregiudizi alla base di atteggiamenti di esclusione e, spesso, anche di ostilita' e disprezzo verso le persone con problemi psichici''. Questi sentimenti, ha sottolineato Guidi, ''purtroppo diffusi anche tra i familiari e, talora, fra gli stessi operatori, sono il piu' potente ostacolo alla solidarieta' e alla comprensione della sofferenza del paziente, che sono invece la base per qualsiasi processo di cura''. (segue).

ancora sui "corsi di astinenza" federali negli USA

per chi volesse saperne di più sull'argomento, Sandra Mellone segnala le pagine che possono essere raggiunte cliccando sul link seguente:

http://www.plannedparenthood.org/

o direttamente il documento (un pdf) disponibile su questa pagina
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donne a Teheran

Repubblica 3.12.04
NOI DONNE DI TEHERAN
il vino nascosto dentro la borsetta
Perché si stanno svuotando le moschee
"Da bambine", si sente dire, "siamo costrette a recitare da adulte. Una volta cresciute viviamo di proibizioni"
La tentazione della modernità è molto forte, ma i richiami al vecchio ordine si fanno sentire in una contraddizione continua
di FRANCO MARCOALDI

TEHERAN. Sono in largo anticipo sull'appuntamento al ristorante Bistango e ne approfitto per fare un salto alla libreria Book-City. Sul bancone d'ingresso fanno bella mostra di sé una serie di volumi dedicati alla famiglia dello scià, con biografie di Reza Pahlavi, Soraya, Farah Diba e parentado. Molti i libri di cucina e manualistica varia, soprattutto su come raggiungere il successo in amore e conquistare la felicità. Infine, a fianco dei classici della letteratura persiana, svariate opere dei migliori scrittori occidentali tradotte in farsi; naturalmente con gli opportuni tagli approntati in anticipo sulla stessa censura, come mi racconta una traduttrice che ha espunto ex-ante da Cecità di Saramago tutte le pagine che avrebbero potuto irritare la smodata sessuofobia dei religiosi.
A Book City, insomma, di mullah e ayatollah nemmeno l'ombra: qui si oscilla tra la nostalgia del tempo che fu, la buona letteratura, e l'editoria popolare «fai da te».
Siamo nella Teheran nord, la parte più ricca e occidentalizzata della città. Il che ha sicuramente il suo peso. Nei quartieri popolari infatti tira un'altra aria, così come, a maggior ragione, nell'Iran arcaico e profondo dei villaggi. Come scrive Daryush Shayegan nel suo bellissimo Cultural schizofrenia. Islamic society confronting the West (Saqi Books), è bene non dimenticare che in quell'Iran remoto mullah e gente comune si comprendono alla perfezione, perché vivono entrambi nella stessa epoca premoderna. Se infatti l'incontro con la modernità ha in un certo senso messo all'angolo i mullah, per contro lo shock che quella modernità ha comunque inflitto a tanta gente, finisce per restituire loro un'importante funzione: «Perché garantisce una rifugio nella tradizione, dove c'è risposta per ogni domanda».
Shayegan ha il merito di aver tematizzato l'enorme difficoltà che l'Iran di oggi sperimenta, stretto com'è tra l'irruzione di un universo che invita al cambiamento, alla verifica empirica, all'uso critico della ragione, e l'obbedienza a una tradizione fissata invece in una temporalità leggendaria, tendente a una specie di oblomovismo sociale inerte e sclerotico, accompagnato però da un'ideologia del combattimento. Come può una persona convivere con due modi di pensare così diversi senza il rischio di comportamenti distorti? Da qui la schizofrenia tra nuove idee che cadono nel vuoto perché prive di contesto e tessitura emotiva, e le vecchie idee atrofizzate, fallite in partenza perché incapaci di mordere il presente. «Ed eccoci così costretti», conclude il filosofo iraniano, «a inventare continue scuse mentali: il capitalismo delle multinazionali, gli effetti catastrofici del colonialismo, il sionismo, l'imperialismo e tutti gli ismi del mondo».
Mi piacerebbe trasformare la cena che sta per cominciare in un piccolo seminario su questo fascinoso tema, così come ha fatto Azar Nafisi con la letteratura di Nabokov, James e la Austen per darne poi conto in Leggere Lolita a Teheran. Stasera, a farmi da guida nel labirinto iraniano, saranno tre giovani donne, belle e agguerrite: due giornaliste e una sociologa.
La scena ha luogo in uno dei pochi ristoranti davvero eccellenti della città: ottimo cibo, servizio impeccabile... e la solita comica dei tre bicchieri per acqua, fanta e coca-cola. Jila, al mio fianco, sorride e mi dice che nei ristoranti dove il controllo è più lasco lei si porta una bottiglia di vino dentro la borsa: l'ennesimo esempio di doppia vita cui è costretta la gente di qui. Del resto pare che l'esercizio della dissimulazione sia insito nella storia degli sciiti fin dall'inizio del loro confronto-conflitto con la maggioranza sunnita. Quanto alla classica distinzione tra spazio esterno (biruni) e interno (andaruni) - riferita all'architettura delle abitazioni, ma anche a quella della mente - a cos'altro allude se non ad una costante ambivalenza tra quel che si può fare in pubblico e quel che ci si permette in privato?
Come ho già avuto modo di dire, questo continuo esercizio di sdoppiamento impone un uso costante dell'intelligenza, ma può anche generare distorsioni mentali dalle quali poi è difficile salvarsi. Jila mi espone questa fatica nel più semplice ed efficace dei modi: «Come faccio a insegnare a mia figlia di non dire bugie se la mia vita è intrisa di bugie dalla mattina alla sera?».
Tra tutti gli iraniani, le donne sono quelle che patiscono di più questo stato di cose. Ma rappresentano anche la massima spina nel fianco del regime religioso, che a partire dalla rivoluzione del '79 aveva instaurato il matrimonio in età puberale, la disparità in ordine all'affidamento dei figli, al valore della testimonianza giudiziaria e dell´eredità. Per finire con l'imposizione del velo e la segregazione dei sessi in diverse sfere della vita.
Per effetto paradossale, però, fu proprio la segregazione a spingere molte famiglie tradizionali a mandare le proprie ragazze all'università, nella convinzione che la loro «purezza» fosse meglio «protetta». E ora sono loro, le donne, a rappresentare la maggioranza dei laureati iraniani; dunque il motore principale e inarrestabile del cambiamento.
Dice Zahra, la sociologa: «Il regime ha avuto bisogno di mobilitarci politicamente al momento della rivoluzione e successivamente, quando c'è stata la guerra contro l'Iraq, ha dovuto inserirci nel mercato del lavoro. Ma così facendo ci ha reso ancora più consapevoli dei diritti che ci spettano e che ci vengono perennemente negati».
Anche il visitatore occasionale ha modo di verificare quanto il maschilismo indigeno raggiunga spesso e volentieri livelli manicomiali di ipocrisia e doppiezza. Come nel caso dei contratti matrimoniali «temporanei», volti a consentire i rapporti sessuali occasionali, e insieme a coprire di fatto una prostituzione teoricamente bandita. Per non parlare delle molteplici manifestazioni di perversa sessuofobia, come denunciano le teste mozzate di manichini femminili nei negozi di moda; oppure, per contro, l'invito subliminale alla pedofilia di svariati giornali familiari che mettono in copertina bambine truccatissime e seducenti (le uniche che possono mostrare il loro volto imbellettato e i propri capelli sciolti senza infrangere la legge). «È l'ennesima conferma della schizofrenia in cui siamo catapultate», commenta la terza convitata, Elaheh. «Siamo considerate adulte per legge ben prima dei maschi, ma torniamo bambine quando siamo grandi per davvero, bambine che il regime costantemente «protegge»: col velo, coi matrimoni temporanei, non consentendoci di andare allo stadio perché sentiremmo parole che offenderebbero le nostre orecchie. Ma a ben guardare tutti gli iraniani, uomini e donne, sono trattati alla stregua di bambini. Ed è perciò che il movimento delle donne ha tanta importanza, perché se salta questo anello, salta l'intera catena di un regime gerarchizzato e patriarcale che pretende di sovrintendere a qualunque scelta individuale... Succederà, prima o poi, perché il comportamento di questi padroni produce sempre più spesso effetti opposti a quelli da loro auspicati. Basta pensare all'eccessiva politicizzazione della religione, che ha finito per allontanare la gente dalle moschee».
Tutti, a Teheran, mi parlano di questo nuovo fenomeno, che riguarderebbe in particolare - come è naturale - i più giovani. Anche stavolta, però, il processo è tutt'altro che lineare. Come sempre in Iran. Più che di una progressiva laicizzazione, infatti, si tratta di una nuova religiosità: una religiosità light, insofferente di ogni costrizione in materia di libertà sessuale, aborto, divorzio, che contemporaneamente rimpiange e invoca un islamismo in chiave patriottica quale unico possibile appiglio in una società priva di punti di riferimento. Dunque si torna ancora una volta all'ipotesi di Dayush Shayegan: la tensione tra nuove zone della realtà disvelate dalla modernizzazione e l´atavica compulsione ad escluderle dal campo della conoscenza, crea una ferita che la coscienza individuale non ce la fa a sanare.
Il seminario al ristorante è finito. Saluto con calore le mie nuove, generose amiche e mi tuffo nell'inestricabile traffico di Teheran, di fronte al quale, al vigile occhialuto e allampanato che lo veglia, altro non resta che ritirarsi in una postura meditabonda. Al modo del pensatore di Rodin. Lo guardo e mi tornano alla mente le parole che ieri, davanti a una tazza di tè, mi diceva lo scrittore Amir Hassan Cheheltan: «La nostra situazione è più o meno questa. Abbiamo assaggiato il boccone della modernità e quel boccone ci è rimasto sul gozzo. Non abbiamo ancora deciso se risputarlo o digerirlo una volta per tutte».

fenomenologia della parabola di Repubblica
Luciana Sica su Hillman

Repubblica 3.12.04
CARO HILLMAN TI SCRIVO
lettere a un grande
Esce un carteggio tra un gruppo di personaggi della cultura italiana e l'intellettuale americano che ama la provocazione e la sorpresa Il dissenso prevale sull'ammirazione per il maestro che ha radicalmente messo sotto accusa la psicoanalisi
Viene messa in discussione l'identità dell'inventore della "psicologia archetipica"
C'è una polifonia di voci anche molto contrastanti che percorre il mondo dei nipotini di Jung
di LUCIANA SICA

Alcuni personaggi della psicologia analitica e della cultura italiana scrivono a James Hillman, la figura senz'altro più carismatica - anche se molto controversa - dello junghismo contemporaneo: le venticinque lettere, accompagnate dalle risposte del destinatario, sono state raccolte in un libro dal titolo Caro Hillman?, per la cura intelligente e fantasiosa di Riccardo Mondo e Luigi Turinese (Bollati Boringhieri, pagg. 240, euro 26).
È un volume che interessa, per più di una ragione. Intanto, attraverso questo carteggio, si coglie con grande immediatezza la polifonia di voci - assai poco assimilabili tra loro - che percorre l'universo junghiano. Emergono, dall'epistolario, due tendenze che già coesistono in Jung, pensatore geniale ma disordinato e asistematico, contraddittorio e pieno di aporie: una è decisamente critica, ermeneutica, probabilista; l´altra sembra cadere nell'illusione di una psicologia perennis, di una psiche in qualche modo oggettiva, valida e identica per tutti, con un eccesso di enfasi - ad esempio - per quella ipotesi suggestiva ma enigmatica, nebulosissima, che è l'inconscio collettivo.
Oltre a disegnare una mappa curiosa dello junghismo italiano, questo libro sottende costantemente nelle sue pagine un interrogativo - sospeso e irrisolto - che rimanda all'identità più autentica del maestro di Atlantic City.
Chi è infatti oggi James Hillman? Si sa che, a Zurigo, è stato un allievo diretto di Jung, ma - dopo quella che lui stesso ha definito «una crisi di fede - è diventato l'inventore di un nuovo pensiero, di una sua disciplina detta "psicologia archetipica", ribattezzata frettolosamente e a dispetto del ridicolo "una terapia con gli dèi".
Oggi non è chiaro se Hillman si possa ancora in qualche modo considerare uno psicoanalista, per quanto eterodosso e da molti anni lontano dalla pratica clinica, o sia piuttosto un raffinatissimo letterato, un intellettuale neoplatonico (amatissimo dagli intellettuali, e dai molti che suppongono di esserlo), un cantore neopagano di cui poco o nulla è rimasto dell´imprinting originario: «un brillante bricoleur», per dirla con Augusto Romano.
In queste lettere inviate a Hillman, può sorprendere che in genere sia il dissenso a prevalere sull'ammirazione. Quella di Mario Trevi, firmata con Marco Innamorati (insieme hanno scritto Riprendere Jung), è una presa di distanza, sofisticata ma dura già nel titolo, "Contra psychologiam archetypalem", una messa sotto accusa delle tesi più ardite di Hillman: dalla lettura che fa dei classici alla pretesa di parlare ancora di un'ontologia dell´anima, al rifiuto drastico di ogni modello medico.
Nella sua risposta, il grande provocatore americano - che a tratti tende ad assumere un'aria sussiegosa un po´ irritante - sfugge abilmente alle questioni più sottili. «Un freddo vento del Senex soffia da nord, e potrei essere indotto a focose esagerazioni del Puer come difesa?»: Hillman non cade in questa tentazione, e del resto sarebbe poco convincente contrapporre a un presunto atteggiamento senile il suo spirito da eterno fanciullo, anzi il suo metodo ermetico/mercuriale che «si avvale di trucchi, inganni, appropriazioni e non vuole stare da qualche parte a combattere, ma fugge nell´invisibilità su scarpe alate in conformità con i suoi alati pensieri avvolti in "può darsi", "forse" e "come se"»?
La sensazione è che il comune ceppo junghiano non basti ad accorciare le distanze: Hillman e Trevi non potrebbero essere più sideralmente lontani, a cominciare dai linguaggi che utilizzano. «Che cosa abbiamo da dirci l'un l'altro?», si chiede Hillman con una qualche brutalità, concludendo in modo scarsamente dialettico: «Due sentieri paralleli, non importa quante miglia possiamo percorrere, non si incontreranno mai. Forse fianco a fianco è abbastanza».
Molto spiritosa, ma per nulla rapita dal pensiero dell'autore di Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, risulta Silvia Vegetti Finzi: lei ha tradito la psicoanalisi, gli scrive, «nel senso in cui l'amante tradisce l'amata per troppo amore? Lei affida alla psicoanalisi nientemeno che l'incarico di salvare il mondo? Ma siamo sicuri che la psicoanalisi abbia il compito di prendere il posto di Dio: di sapere tutto, di potere tutto?».
Se qui lo scambio è meno glaciale, la possibilità di un dialogo autentico rimane piuttosto remota. Il punto è che alle "regole" della clinica psicoanalitica Hillman è estraneo fino all'insofferenza, e non ha alcuna difficoltà a dichiararsi colpevole dell´accusa di essere un traditore. Non è la stanza d'analisi a interessarlo, non sono i piccoli o grandi malesseri di pazienti in cerca d'ascolto a catturarne l'attenzione. Il suo impegno ha dimensioni molto più ampie, più ambiziose: lui si dedica a «stendere l'anima del mondo sul lettino e a rimanere in ascolto delle sue sofferenze». È questa immagine a catturarlo, o anche, con un'espressione che gli è cara: è questo il suo daimon.
Alla fine, da raffinatissimo giocoliere qual è, ritorce con abilità l'accusa di tradimento, pure accettata senza sussulti: «Le replico - sempre nello spirito di calore e comprensione tra noi - che la Sua posizione tradisce la sfida contemporanea alla pratica clinica: la sua estensione oltre la stanza di terapia. Traggo questo orientamento sia da Freud sia da Jung, che consideravano il loro lavoro un lavoro sui tempi e sulla cultura collettiva in cui la psiche era immersa».
Spulciando ancora tra le molte lettere di questo carteggio, più incline alla perplessità che all'elogio appare anche Marcello Pignatelli, che - seppure con garbo amichevole - segnala il rischio di una deriva estetizzante. Come sempre Hillman si diverte soprattutto a spiazzare, e in questo caso lo fa rievocando una bella serata romana di anni fa proprio nella casa di Pignatelli, il "collega" junghiano involontariamente caduto in un fraintendimento comune.
«Quando tu mi hai ricevuto lì, con vino, cibo e conversazioni, ponendo attenzione ai bisogni di un visitatore straniero? questo tuo comportamento apparteneva all'etica o all'estetica? Conosci bene la tradizione classica, da Platone in poi, in cui Estetica ed Etica erano inseparabili. Entrambe sono contenute nella parola Kosmos, che significa giusto ordine, implicando sia la bellezza sia la giustizia»: per Hillman, la divisione tra queste due nozioni può risultare, oltre che falsa, dannosa per entrambe «poiché priva il mondo dell´estetica di ogni moralità e il mondo morale di ogni sensibilità». Dal suo punto di vista, l'insistenza sul bello avrebbe di per sé una connotazione di ordine etico.
Sarà il caso di fare almeno un cenno allo scambio affettuosissimo che in questo libro si rintraccia tra Manlio Sgalambro e Hillman sulla condizione della vecchiaia, un tema su cui entrambi si sono esercitati con risultati brillanti. Il filosofo gli ha inviato una sua poesia che si conclude con questi versi:
«Il vecchio è colui nel quale la vita è finita. Ma quale vita?
La vita funzionale, la vita dei ruoli, la vita che passa attraverso
il "permesso" di vivere concesso dalla società a certi patti.
Ma è dopo tutto questo che resta la "vita". La bellezza del vivere per
nessuno scopo, del vivere per vivere».
La replica di James Hillman è - almeno in questo caso - nel segno dell'entusiasmo: «Quanto più, quanto più squisite, quanto più apportatrici di verità sono le strofe della Sua poesia rispetto al mio intero libro sull'invecchiare!». L'epilogo si riassume nell'invito di un signore forse stravagante ma dallo charme innegabile, che prende congedo con poche semplicissime parole, impronunciabili per certi geometri della psiche: «Posso incontrarla un giorno nel Suo caffè preferito?».

sulla natura umana:
Science non ha dubbi: «chiunque può diventare un torturatore»

Le Scienze 29.11.2004
Le torture di Abu Ghraib
"Chiunque avrebbe potuto compiere atti così atroci"

Quando sono venute alla luce le notizie degli abusi sui prigionieri del carcere di Abu Ghraib, in Iraq, molti si sono chiesti chi mai potesse compiere atti simili. Secondo alcuni psicologi dell'Università di Princeton, che hanno esaminato numerosi studi sull'argomento, la risposta è: "chiunque".
In un articolo pubblicato sul numero del 26 novembre 2004 della rivista "Science", Susan Fiske e colleghi sostengono che molte forme di comportamento, compresi atti di estrema malvagità, sono influenzati tanto dalla psicologia dell'individuo quanto dalle figure dei superiori, dalle pressioni dei compagni e da altre interazioni sociali.
"Se mi chiedete se un diciottenne qualsiasi avrebbe potuto torturare quei prigionieri, - commenta Fiske - la mia risposta è: 'Sì, avrebbe potuto farlo chiunque.'".
Fiske e colleghi hanno tratto le loro conclusioni da 25.000 studi riguardanti 8 milioni di partecipanti, che spiegano come fattori che spaziano dallo stress della guerra alle attese dei superiori possono combinarsi per spingere persone del tutto normali a commettere azioni apparentemente inspiegabili. "Le persone comuni - scrivono i ricercatori - possono esibire un comportamento incredibilmente distruttivo, se gli viene ordinato da un'autorità legittima".
Gli scienziati hanno fatto riferimento soprattutto ai celebri studi condotti da Stanley Milgram negli anni settanta. Milgram aveva dimostrato che normali volontari avrebbero somministrato consapevolmente scosse elettriche anche letali ad altre persone se gli fosse stato detto che si trattava di una parte necessaria di un esperimento. "I subordinati non solo fanno quello che gli viene ordinato di fare, - conclude Fiske - ma anche quello che credono che i loro superiori desiderano, in base a una supposizione soggettiva degli obiettivi finali".

Susan T. Fiske et al., "Why Ordinary People Torture Enemy Prisoners", Science 306: 1482-1483 (26 novembre 2004).

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

giovedì 2 dicembre 2004

USA:
corsi federali di astinenza sessuale per milioni di giovani

Corriere della Sera 2.12.04
Denuncia all'amministrazione Bush che sostiene il progetto
Usa, le falsità nei corsi per l'astinenza sessuale
«L'aborto può portare al suicidio e alla sterilità, toccare i genitali può portare alla gravidanza». Milioni i ragazzi coinvolti
Un malato di Aids (Ansa)

ROMA - L'astinenza sessuale, l'ultima ossessione americana contro gravidanze indesiderate, Aids e malattie varie. A tal punto che l'amministrazione Bush ha istitutito, a questo scopo, dei corsi per i giovani. Non proprio ordotossi, però, vista la denuncia che appare sull'autorevole quotidiano Washington Post.
L'aborto può portare al suicidio e alla sterilità; metà dei gay americani hanno l'Aids; toccare i genitali «può portare alla gravidanza»: sono alcune delle 'perle' insegnate nei corsi per educare i giovani all'astinenza sessuale, fortemente sostenuti dall'Amministrazione Bush.
LA DENUNCIA - La denuncia è contenuta in uno studio commissionato da un membro del Congresso Usa, secondo quanto ha scritto giovedì il Washington Post online. Il rapporto, diffuso mercoledì, afferma che queste e altre affermazioni sono esempi della «informazione falsa, fuorviante o distorta» contenuta nei materiali didattici di molti di questi programmi. Lo studio, presentato dal parlamentare democratico Rep. Henry Waxman, della California, ha passato in rassegna i 13 programmi di insegnamento più usati nei progetti che mirano a prevenire gravidanze e malattie sessuali fra adolescenti. L'amministrazione del presidente George W. Bush, con l'appoggio del Congresso a maggioranza repubblicana, ha stanziato 170 milioni di dollari l'anno scorso per finanziare gruppi che predicano l'astinenza come unico modo di prevenire gravidanze precoci e malattie sessuali. Milioni di giovani, fra i nove e i 18 anni, hanno partecipato a qualcuno degli oltre 100 corsi federali sull'astinenza istituiti a partire dal 1999. Fra le altre informazioni sotto accusa, c'è che un feto di 45 giorni è «una persona pensante»; o che l'Hiv, il virus dell'Aids, può essere trasmesso dal sudore o dalle lacrime.

Bertinotti intervistato da Le Monde
e criticato
(lividamente) dal professor Giorello

Liberazione 2.12.2004
Bertinotti al quotidiano "Le Monde"
"NON SOLO CONTRO BERLUSCONI MA PER CAMBIARE POLITICA"
di Jean-Jacques Bozonnet

Lei ha contribuito alla caduta del governo Prodi nel 1998. Oggi, in vista del ritorno di Prodi siete di nuovo alleati. Che cosa è cambiato?
La situazione politica del paese si è radicalmente modificata. È per questo che non parlo di ritorno, ma di arrivo di Prodi in un nuovo contesto. In Italia si è sviluppata una grande corrente di critica alla globalizzazione e abbiamo visto crescere il movimento pacifista più importante d'Europa. C'è anche stata la rinascita delle grandi rivendicazioni sociali, testimoniata dallo sciopero generale del 30 novembre. Se il centrosinistra del primo governo Prodi era relativamente omogeneo, oggi si è dissolto in una grande alleanza che esprime un'ampia diversità. A sinistra l'alternativa non si limita più a Rifondazione comunista. C'è anche il Correntone, i Verdi e altre organizzazioni.
L'unico programma dell'opposizione sembra essere l'antiberlusconismo. Arriverete a un programma comune di governo?
Non sono d'accordo. Le proposte dei sindacati e dei movimenti sociali possono servire da base del programma. Così possiamo raggiungere una posizione comune sulla pace e sul ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. L'opposizione ha presentato degli emendamenti alla finanziaria che, pur non costituendo un programma di politica economica, danno degli orientamenti chiari, ad esempio in materia fiscale. Anche sull'ambiente, la giustizia e le riforme la nostra è un'opposizione qualitativa. Non ci battiamo solo per cacciare Berlusconi ma per cambiare politica.
Come conciliare le aspirazioni moderate e riformiste del centrosinistra con le vostre posizioni più radicali?
Per vincere un'elezione non è sufficiente avere un programma articolato: bisogna proporre alle persone di aderire a un'idea, a un'ideologia. Se Bush ha vinto è perché esprime una realtà popolare profonda. Uno stato come l'Ohio, con il 30% di disoccupati non avrebbe votato per lui senza una grande operazione ideologica. In Italia per battere le politiche liberal-populiste di Berlusconi bisogna contrapporgli una grande idea che rappresenti un progetto alternativo di società.


Magazine (Corriere della Sera) 2.12.2004
BERTINOTTI, CHE FAI: SCAMBI MARX PER POPPER?
di Giulio Giorello

Genova nei giorni «terribili» del G8: alla repressione «il movimento - dalla suora in preghiera alle tute bianche che forzavano la zona rossa - ha risposto con un comportamento di massa non violento». Così Fausto Bertinotti nel suo intervento in Non violenza (Le ragioni del pacifismo. Fazi Editore). Questo multicolore affresco dimentica le divise nere dei Black Bloc (quando qualcuno è «più a sinistra di te» bollalo come provocatore!). Questi tuttavia sono dettagli: Fausto è tutto preso nel compito di «cambiare il mondo rinunciando per sempre a ogni violenza». Non rinuncia però al «comunismo», riletto come l'aspirazione «a una società aperta». Che voglia operare una sostituzione del mitico Karl: non più Marx, ma Popper? I compagni non tremino: il comunismo resta il Movimento Reale che «dovrebbe abbattere lo stato di cose esistente». Ovviamente, in modi non violenti - con buona pace (è proprio il caso di dirlo) di Lenin e di Trotzkij. La giaculatoria bertinottiana mira comunque alla «rifondazione» del movimento, non a una specifica linea di condotta: non entra mai nei particolari di come attuare il suo «progetto», ma è generosa nel criticare il passato e stigmatizzare il «terrorismo»
Non è chiaro, però, in che misura «terrorismo» e «violenza» coincidano: il Nostro usa il secondo termine in una accezione piuttosto ampia. Nella «modernizzazione violenta, squilibrante e distruttiva» imposta dal capitalismo attuale rientra infatti un «assoluto dominio della scienza e della tecnica» e a tal dominio «tutti sono sottoposti in una catena e in una consequenzialità che si spinge fino alla manipolazione del gene». Al pacifismo impotente Fausto sposa così la demonizzazione dell'impresa scientifica in particolare delle biotecnologie - senza pensare che il lasciar fare alla Natura è solo una fuga dalla responsabilità di interventi che potrebbero efficacemente combattere fame e sofferenza. Altro che Goodbye Lenin!: l'eroe della Rivoluzione d'Ottobre, almeno, confidava nelle possibilità offerte dalla scienza. La pace di Bertinotti, invece, mi pare quella del camposanto.

Renato Caccioppoli

Liberazione 2.12.2004
Un libro sul matematico napoletano
IL FASCINO DI CACCIOPPOLI
di Tonino Bucci

Nipote dell'anarchico Bakunin, bambino prodigio, geniale matematico, raffinato artista, uomo di cultura, musicista, eccentrico, protagonista di aneddoti più o meno corroborati da prove storiche, compagno di strada del Pci napoletano. Ci sono tutti gli ingredienti per ricomporre il ritratto di una personalità carismatica e affascinante nel caso di Renato Caccioppoli, reso celebre al grande pubblico da un film di Mario Martone del 1992, "Morte di un matematico napoletano", e ora, nell'anno del centenario della nascita, riproposto nelle librerie da un volume di Roberto Gramiccia (Editori Riuniti, pref. di Abdon Alinovi, pp. 200, euro 12,00).
Probabilmente è proprio la ricchezza del profilo dell'uomo ad affrancare chiunque si cimenti nella sua biografia dall'obbligo di limitarsi al Caccioppoli matematico. Non che manchi il materiale per una ricostruzione scientifica del suo pensiero: a chi fosse provvisto della necessaria volontà si offrirebbe il vasto, non occorrerebbe far altro che affrontare il corpo delle originali ricerche sulla teoria delle funzioni di variabili reali e sull'analisi funzionale (prese in esame in due appendici finali di Ennio De Giorgi e Carlo Sbordone). Sarebbe perciò un errore di distorsione ottica far prevalere gli aspetti eccentrici del personaggio di Caccioppoli a discapito della produzione matematica, oscurandone il profilo di scienziato.
Il libro di Gramiccia - un non specialista delle matematiche, equamente diviso tra la professione di medito e l'interesse della critica d'arte, esercitata sulle pagine di "Liberazione" - non cade nelle due opposte tentazioni: l'una, quella di enfatizzare il racconto aneddotico di un viveur strambo come Caccioppoli (che fu, tra l'altro, anche un personaggio tragico, come dimostra la morte per suicidio); l'altra, quella di rinunciare alla biografia esistenziale a vantaggio dell'aspetto scientifico-matematico. Né l'uno né l'altro, il risultato è una scrittura che si mantiene a metà strada, semmai sempre orientata a interrogarsi su come fosse possibile questo binomio di dionisiaco e apollineo, di indole artistica e spirito scientifico, di intuizione e sistematicità all'interno di un'unica personalità. "Sono rimasto folgorato - spiega lo stesso autore - dalla genialità e multiformità del suo carattere. Era un periodo della mia vita in cui sempre più frequentemente mi capitava di riflettere, a partire dall'esperienza della mia professione di medico, sulle insidie della cultura tecnocratica divisa in blocchi di pensiero specialistici e non comunicanti. E' facile intuire quanto potesse felicemente sorprendermi in quel momento la figura del matematico napoletano".
Chi si aspetta un'opera scientifica, un saggio tradizionale, resterà deluso. E' un Caccioppoli visto soprattutto come una mente esuberante, anarcoide, sempre oltre i confini degli specialismi quello che emerge dalla lettura del libro - un Caccioppoli quasi adulato, al di là persino del personaggio storico, come una sorta di modello, di figura idealtipica al cui potere fascinatorio e seducente l'autore non si sottrae.
Qualunque sia l'aspetto biografico indagato - l'insegnamento universitario, l'arte, la politica, le donne, gli amici - il lettore avvertirà nelle parole l'irrompere di un sentimento di identificazione con questa personalità niente affatto scontata, elevata a maestro del disordine.
"Il disordine è contro la stagnazione. E' democratico, antidogmatico, antidispotico. E' un vaccino contro le milizie e le tirannidi. E' affine al riso e all'ironia. E, finalmente, alla disobbedienza. E' dionisiaco, libero e giustamente pericoloso". Ma la fascinazione non si ferma agli aspetti caratteriali, si estende anche alle suggestioni intellettuali. Quasi per associazione libera dell'autore al nome di Caccioppoli si legano filosofi, pensatori e letterati che con il matematico napoletano non hanno avuto alcun contatto reale. Su questo piano di affinità simboliche scorrono, nella terza parte del volume, i nomi di Paul K. Feyerabend, Cesare Pavese, Giordano Bruno, Evariste Galois e Arthur Rimbaud.
Di aneddoti la vita di Caccioppoli - dalla nascita a Napoli nel 1904 sino al suicidio, il 9 maggio 1959, con un colpo esploso da una Beretta - è piena. C'è il gesto individuale di ribellione nella città visitata da Hitler nel '38, quando intona la "Marsigliese" in un ristorante, che gli costerà il ricovero in manicomio. C'è la maniera del tutto originale di vivere la politica, come quella volta in cui, al posto di un comizio sulla pace, si mise a suonare il pianoforte indispettendo i dirigenti del Pci. Ma c'è anche l'epilogo tragico del suicidio del quale "non è permesso a nessuno liquidarne la solennità e il mistero con spiegazioni accattone e miserabili".