sabato 18 dicembre 2004

Federico Masini:
su AVVENIMENTI adesso in edicola
la visita di Ciampi in Cina

ricevuto da Simona Maggiorelli

Avvenimenti n° 49, in edicola dal 17 al 23 dicembre


il pezzo che segue, di Federico Masini sulle reazioni cinesi al viaggio in Cina di Ciampi, è pubblicato sul numero 49 di Avvenimenti, ad incipit di un dossier che comprende anche un'intervista alla scrittrice Xinran, sulla condizione della donna in Cina e un pezzo di Amnesty International sui diritti umani in Cina

La visita di Ciampi serve a riguadagnare il tempo perduto Questa volta senza alcuna mediazione a favore del Vaticano.
La caduta del muro di Pechino
Ciampi in Cina

di Federico Masini*

*
Sinologo, preside della Facoltà di Studi Orientali,
Università di Roma “la Sapienza”


Il 4 dicembre Ciampi è sbarcato a Pechino per una delle più imponenti visite di un capo stato occidentale in Cina, con al seguito ben quattro aerei carichi di oltre 200 imprenditori italiani, oltre a quattro ministri: Fini, Marzano, Urbani e Urso, al presidente della Confindustria Cordero di Montezemolo, al Presidente dell’Ice Quintieri e a 30 giornalisti. Mai una visita di un capo di stato europeo aveva assunto una tale dimensione ed è testimonianza del grande interesse con il quale l’Italia guarda ora alla Cina, nonché del grande sforzo profuso dalle nostre rappresentanze in Cina, l’Ambasciata d’Italia e l’Ufficio ICE a Pechino e il Consolato generale a Shanghai. Durante la visita sono stati infatti firmati otto accordi bilaterali per lo sviluppo delle relazioni politiche, economiche e culturali fra i due paesi.
Per la prima volta insomma l’Italia ha tentato di presentarsi come un sistema integrato, superando divisioni e particolarismi, nel tentativo di eguagliare l’impegno già profuso da Francia e Germania, che negli anni scorsi erano accorse in massa alla corte di Pechino, nel desiderio di trarre profitto dallo straordinario sviluppo economico e commerciale che in questi anni ha collocato la Cina al primo posto nel mondo per tasso di sviluppo, imponendola come la vera locomotiva dell’economia mondiale.
Sembrano lontanissimi i tempi, solo quindici anni fa, quando dopo i fatti di Tian’an men del 1989, nessun rappresentante occidentale veniva più in Cina, ed invece adesso quando Ciampi era ricevuto dal presidente della Repubblica Hu Jintao, dal Presidente del Consiglio Wen Jiabao e dal Presidente del Parlamento Wu Bangguo, lo seguiva a ruota nello stesso giorno il cancelliere tedesco Schröder.
La visita, se seguita da fatti concreti, potrebbe consentire al nostro paese di riguadagnare il tempo perduto, avviando relazioni sistematiche e non più sporadiche, in campo politico, economico e culturale. L’Italia fu infatti uno dei primi paesi occidentali ad avviare relazioni economiche con la Cina negli anni ‘60 e ’70, tuttavia i disastri dei programmi di cooperazione economica del nostro Ministero degli Esteri, e l’assenza in Italia di grandi gruppi, capaci di forti investimenti all’estero, aveva lasciato il mercato cinese solo alle piccole e medie imprese italiane, che negli anni ’80 avevano collocato l’Italia ai primi posti fra i paesi occidentali, per l’interscambio con la Cina, venendo però poi sopravanzata da quei paesi occidentali capaci di interventi più sistematici. L’Italia cioè non era stata in grado di profittare della sua condizione di paese sviluppato, ma con il quale la Cina non aveva quasi alcuna ruggine semicoloniale, come è il caso di Gran Bretagna, Francia e Germania.
Sul piano politico la vista di Ciampi si collocava inoltre in un momento strategico per il governo di Pechino: infatti l’8 dicembre, il premier Wen Jiabao, subito dopo aver incontrato Ciampi, è volato all’Aja per il settimo incontro UE-Cina, che egli sperava avrebbe fatto incassare alla Cina la revoca dell’embargo all’importazione di armamenti dall’Europa, imposta dopo i fatti del 1989. Durante i colloqui con Ciampi, Wen Jiabao aveva ottenuto il sostegno dell’Italia, oltre a quelli già manifestati da Francia e Germania; tuttavia l’opposizione di Gran Bretagna e Svezia, sostenute dagli Usa, non hanno consentito alla Cina di ricevere l’immediato via libera alle importazioni di armamenti, ma solo la preventiva approvazione di un “codice di condotta” UE-Cina sulle importazioni ed importazioni di armamenti. In cambio delle aperture italiane, la Cina ha dichiarato di appoggiare il progetto di riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite meno sgradito all’Italia.
In campo economico - anche grazie alla dichiarazione di Ciampi di voler “contrastare la demagogia protezionistica” - la visita potrebbe consentire alle oltre 500 imprese italiane presenti in Cina nuovi margini di sviluppo, in particolare nel settore agro-alimentare e della progettazione di mezzi di locomozione ecologici. Presso l’università di Qinghua, la più grande istituzione accademica cinese nel settore scientifico, Ciampi ha infatti posto la prima pietra di un palazzo ecologico, frutto della collaborazione con il ministero dell’ambiente italiano. A Shanghai, il capo dello Stato ha presenziato un forum organizzato dalla Confindustria e dall’Ice per la promozione del “Made in Italy” in Cina.
Le dichiarazioni di Ciampi a Pechino hanno però procurato una levata di scudi in Italia, dove la Lega ha criticato le aperture economiche alla Cina, come aveva fatto a già suo tempo il Ministro Tremonti, reclamando l’introduzione di anacronistiche forme di protezionismo commerciale; mentre i Radicali e il Partito della Rifondazione Comunista hanno stigmatizzato le aperture politiche di Ciampi, protestando vibratamente per la disponibilità dell’Italia a favorire le forniture di armamenti alla Cina.
In campo educativo c’è da sperare che finalmente l’Italia comprenda come solo sviluppando più ampie relazioni culturali si potrebbe imprimere una dimensione di continuità alla nostra presenza in Cina. Il presidente ha infatti visitato una mostra sulle relazioni fra l’Italia e la Cina allestita presso il nostro istituto di cultura di Pechino da Roberto Ciarla, curatore del Museo d’Arte Orientale di Roma e da Filippo Salviati, professore presso la Facoltà di Studi Orientali de “la Sapienza”, che testimonia l’ininterrotta storia di relazioni fra l’Italia e la Cina fin dai tempi degli antichi romani, storia che nessun altro paese al mondo può vantare. In campo culturale - grazie al memorandum per l’organizzazione nel 2006 di un anno dedicato all’Italia in Cina e alla firma del protocollo per le relazioni culturali per il triennio 2004-2006 - si auspica inoltre che la visita possa incrementare il numero degli studenti cinesi in Italia, che sono solo 800, a fronte delle decine di migliaia che studiano presso università francesi, tedesche e inglesi, favorendo al contempo la valorizzazione dello studio della lingua cinese presso le università italiane, dove attualmente oltre tremila ragazzi hanno scelto questa lingua, senza che sia giunto dal Ministero dell’università alcun sostegno specifico.
La vista di Ciampi è stata ampiamente celebrata tanto sulla stampa italiana, come su quella cinese, tuttavia non una sola parola è stata spesa dai media cinesi sui reali contenuti del discorso pronunciato da Ciampi dinanzi agli studenti di economia dell’Università di Qinghua, incentrato sui principi costituzionali dell’UE, cioè sui diritti umani dei popoli - secondo i resoconti della stampa italiana -, teso invece allo sviluppo delle relazioni economiche fra i popoli - secondo la stampa cinese.
A margine vale la pena notare inoltre, che non risulta che Ciampi sia intervenuto per favorire la normalizzazione delle relazioni con il Vaticano, cosa che era stata sempre oggetto di particolare interesse durante analoghe visite in passato. A riprova di ciò le sconvolgenti dichiarazioni rilasciate dal Cardinale Ruini, secondo cui “il vero pericolo per il cristianesimo è la Cina”; “Poiché in questa civiltà la religione ha un ruolo minore e ignora la fede in un Dio personale, Ruini prevede che essa non aiuterà, in Occidente, un rafforzamento dell’identità cristiana – come oggi avviene con l’Islam – ma all’opposto un suo indebolimento” (Avanti! 9-12-2004).
Vedere che finalmente l’Italia si sia accorta dell’esistenza della Cina non può che essere motivo di soddisfazione, resta tuttavia l’incognita, tutta italiana, se tante parole saranno seguite da fatti concreti, oppure, ancora una volta, rimarranno solo belle speranze; come accadde quando si fece una scampagnata a Pechino l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, a metà degli anni ’80, con al seguito decine di amici, parenti e conoscenti, che ispirò la meravigliosa battuta che Beppe Grillo volle mettere in bocca all’allora leader Deng Xiaoping, il quale vedendo gli italiani uscire dall’aereo (uno solo in quell’occasione!) avrebbe esclamato: “Non pensavo che questi italiani fossero più di noi!”.

sinistra
Liberazione tutto nuovo a febbraio

L'Espresso 17.12.04
Rossanda contro Ingrao. Chiude la rivista del quotidiano comunista. Ma per l'ala radical è pronto un nuovo spazio. Sponsor Bertinotti
DISSENSO MOLTO MANIFESTO
Dice il direttore di "Liberazione": "Un dibattito che interessa 100 mila lettori"
di Chiara Valentini

L'omino, disegnato con pochi tratti di penna, ha appoggiato in terra la valigia e sta attaccando alla porta, prima di andarsene, un biglietto laconico: «Torno subito». E' il messaggio con cui "la rivista del manifesto", sofisticata palestra della sinistra a sinistra dei Ds, annuncia che il numero appena uscito, quello di dicembre, sarà anche l'ultimo, almeno per il momento. Alimenta lo stupore e qualche pettegolezzo non solo il fatto che 8 mila copie vendute ogni mese sono una cifra irraggiunghile per imprese analoghe e che non c'erano nemmeno problemi economici seri. Quel che rende paradossale la chiusura è che contemporaneamente il quotidiano "il manifesto", rilanciando una proposta di Alberto Asor Rosa, ha convocato per il 15 gennaio a Roma un'assemblea dei partiti e dei movimenti della sinistra radicale, con lo scopo di definire strategie e proposte della "sinistra che verrà" . Ma si tratta proprio del tipo di lavoro che la rivista aveva portato avanti in questi cinque anni di vita, schierando a fianco delle sue prestigiose firme, da Rossana Rossanda a Pietro Ingrao a Fausto Bertinotti a Valentino Parlato ad Aldo Tortorella e Giuseppe Chiarante, i personaggi della sinistra sindacale e dei movimenti che ora vengono chiamati a raccolta. «La decisione di chiudere è solo del comitato promotore, noi non abbiamo messo bocca», dice Gabriele Polo, direttore de "il manifesto". Non lo smentisce Lucio Magri, il direttore della "rivista", secondo cui, di fronte alle molte novità italiane, è venuta a mancare una visione comune. E anche sull'analisi della propria storia ci si è divisi fra "la liquidazione sommaria del passato" di alcuni e la "patetica nostalgia" di altri.
Fuori dalle diplomazie, si tratta dello scontro che ha messo uno contro gli altri Ingrao, padre spirituale di ogni dissenso, e i suoi fìgliocci di un tempo, a cominciare da Rossanda e dallo stesso Magri. Già amareggiati dalla lettura sempre più liquidatoria che lngrao aveva iniziato a fare della storia comunista, erano rimasti senza fiato leggendo le condanne secche e senza appello, anche su Togliatti, contenute in un breve libro firmato da Antonio Galdo, "Il compagno disarmato", che Ingrao non ha autorizzato esplicitamente, ma nemmeno sconfessato. Fa poi da sfondo alla vicenda, l'avvicinamento esplicito di lngrao a Bertinotti e alla sua svolta, con il no a tutti i comunismi e l'abbraccio della non violenza, con cui peraltro gli eredi del Pci ritengono di non aver mai avuto niente a che fare.
Intanto, mentre "il manifesto" perde la sua prestigiosa appendice, allarga i suoi orizzonti "Liberazione", dove Bertinotti ha chiamato come direttore Piero Sansonetti, brillante giornalista politico che a Rifondazione non è nemmeno iscritto. E che sta preparando per febbraio una versione nuova del quotidiano, molto aperto agli intellettuali senza tessera. «Non pensiamo proprio di metterci in concorrenza con "il manifesto". Nell'area della sinistra alternativa ci sono almeno100 mila lettori pieni di voglia di discutere», dice Sansonetti. Sono l'avanguardia di quella sinistra diffusa che per un momento aveva creduto di aver trovato) il suo leader in Sergio Cofferati. Rimasta delusa dal rifluire dei movimenti e dalla partenza del Cinese per Bologna, adesso sembra desiderosa di tornare a farsi sentire. Questa è anche l'opinione di un altro personaggio di riferimento dell'area, lo storico Paul Ginsborg, che nel suo ultimo libro, "Il tempo di cambiare" (Einaudi), propone una nuova politica, partendo dall'esempio del Laboratorio per la democrazia, il movimento fiorentino di cui è stato uno dei fondatori. «Bisogna saper mettere da parte il passato, soprattutto quando divide, per riuscire a sprigionare entusiasmo sul presente», dice Ginsborg, che aspetta con impazienza l'appuntamento del 15 gennaio. All'ordine del giorno, spiegano i promotori, c'è la voglia di mobilitare forze sparse contro Berlusconi e di cominciare a costruire una cultura comune alla sinistra alternativa. Impresa certamente coraggiosa, almeno a giudicare dalle mille divisioni che continuano ad agitare gruppi e movimenti, non importa se nuovi o vecchi.

donne nella storia
Cleopatra

Il Messaggero 17.12.04
La regina d'Egitto non era solo una gran bella donna
Cleopatra? Una scienziata
di VALERIO MASSIMO MANFREDI

È l'eterno sogno dei filologi classici: il ritrovamento di testi non conosciuti o non pervenuti. Ciò che ci resta della letteratura antica è una percentuale molto limitata rispetto a quello che è andato perduto. Pensiamo che nel territorio dell'Impero Romano c'erano circa diecimila città e alcune centinaia di esse avevano biblioteche sia pubbliche che private di decine o anche centinaia di migliaia di volumi che sono andati in gran parte distrutti. Il resto è stato completamente catalogato, studiato ed editato, inclusi i frammenti, o derivati da citazioni presso altri autori o da papiri rinvenuti occasionalmente durante gli scavi archeologici. Le novità possono venirci solo da nuove scoperte: immaginiamo che lo scavo della Villa dei Papiri a Ercolano ci restituisse la biblioteca latina della Domus, per esempio. Oppure il testo inedito potrebbe nascondersi dietro una traduzione in una lingua non molto praticata o frequentata da filologi classici: come l'arabo, per esempio. È quello che sarebbe accaduto, a quanto sembra, a un egittologo del Museo Flinders Petrie dell'University College di Londra, Okasha el Daly, che ritiene di aver trovato presso varie fonti arabe fino ad ora sconosciute, una serie di notizie sulla regina Cleopatra che la presenterebbero come una grande scienziata: esperta di astronomia, alchimia, architettura, cosmetica e medicina. Avrebbe studiato le fasi dello sviluppo del feto nel grembo materno e avrebbe ristrutturato il Faro di Alessandria per farne un osservatorio astronomico. Alcuni di questi testi arabi ci conserverebbero addirittura opere redatte dalla stessa Cleopatra.
Sarà vero? Probabilmente sì. A parte la valutazione scientifica del lavoro di El Daly, va tenuto presente che Cleopatra, già nell'antichità, era nota per essere una donna non solo di grande fascino, ma anche di grande intelligenza. Nel suo palazzo esisteva la mitica Grande Biblioteca di Alessandria che arrivò a contare un milione di volumi, e il Museo, il primo Istituto di ricerca pura che sia stato creato nella storia dell'uomo. Non è un caso che Giulio Cesare riformasse l'antiquato calendario romano proprio nel periodo in cui Cleopatra era con lui a Roma.
La riforma è di solito attribuita agli astronomi della regina, in particolare a Sosigene, ma perché la giovane regina non avrebbe dovuto interessarsi all'ambiente scientifico in cui era cresciuta? Quella alessandrina fu una vera e propria rivoluzione scientifica che portò a risultati strabilianti come l'invenzione di una macchina a vapore basata sul principio di azione-reazione (la macchina di Erone), la misurazione della circonferenza dell'equatore calcolata da Eratostene con un errore di poche miglia, l'invenzione del principio della idrodinamica (a opera di Archimede) e la scoperta del sistema eliocentrico in astronomia che sarebbe stato recuperato soltanto con Copernico e Galileo, per non fare che alcuni esempi. Cleopatra inoltre dimostrò una intelligenza politica strabiliante: sapendo che nessun paese del Mediterraneo avrebbe potuto mantenersi indipendente da Roma, e quindi nemmeno l'Egitto, cercò di impiantare la propria dinastia sul corpo dell'Impero romano dando un figlio a Giulio Cesare. Le idi di marzo stroncarono il suo sogno, e il suo secondo tentativo con Marco Antonio non ebbe esito migliore, ma l'idea era brillante. Quando l'ufficiale romano inviato da Ottaviano al suo palazzo per prenderla prigioniera la trovò già morta per il morso dell'aspide, avrebbe chiesto indispettito alla sua schiava agonizzante: «Ti sembra questa una degna fine?». «Più che degna rispose quella, degna dell'ultima regina di una grande stirpe».

venerdì 17 dicembre 2004

una terza area del linguaggio?

Le Scienze 16.12.04
Una terza area cerebrale del linguaggio
La regione di Geschwind è connessa con quelle di Broca e di Wernicke

Il network cerebrale del linguaggio sembra molto più complesso di quanto si credeva. Alcuni ricercatori hanno scoperto che una nuova area cerebrale è connessa alle due regioni già note.
Utilizzando una variante della risonanza magnetica (la DT-MRI), Marco Catani del King’s College di Londra e colleghi hanno identificato una regione densamente connessa alle classiche aree di Broca e di Wernicke, la cui presenza era già stata ipotizzata ma il cui legame con le regioni classiche era sconosciuto. Battezzata "regione di Geschwind", in onore del neurologo americano Norman Geschwind che ne aveva studiato l'importanza linguistica decenni or sono, l'area è stata descritta in un articolo pubblicato sul numero del 13 dicembre 2004 della rivista "Annals of Neurology".
Il linguaggio viene generato e interpretato nella corteccia, la copertura più esterna del cervello. Paul Broca e Carl Wernicke, neurologi del diciannovesimo secolo, avevano notato che un danno alle specifiche aree corticali che oggi portano il loro nome produceva disturbi nella produzione oppure nell'elaborazione del linguaggio, ma non entrambi. Si scoprì in seguito che un grande fascio di fibre nervose collegava le due aree.
Tuttavia, molti indizi suggerivano che anche altre aree cerebrali contribuissero all'elaborazione del linguaggio. Ora Catani e colleghi hanno scoperto un percorso separato che connette le aree di Broca e Wernicke attraverso una regione nel lobo parietale della corteccia, che Geschwind aveva descritto già negli anni sessanta.
Marco Catani, Derek K. Jones, Dominic H. Ffytche, "Perisylvian Language Networks of the Human Brain," Annals of Neurology, pubblicato online il 13 dicembre 2004 (DOI: 10.1002/ana.20319).
Marsel Mesulam, "Imaging Connectivity in the Human Cerebral Cortex: The Next Frontier?" Annals of Neurology, editoriale, (DOI: 10.1002/ana.20368).

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

staminali

una segnalazione di Franco Pantalei

ANSA.IT
MEDICINA: POSSIBILE CENTUPLICARE LE STAMINALI DEL CERVELLO

ROMA - Centuplicare la produzione di cellule staminali del cervello adulto: e' quanto e' riuscito a fare il gruppo guidato da Stefano Bertuzzi, ricercatore dell'Istituto Telethon Dulbecco presso l'Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR) di Segrate (Milano).
La ricerca, pubblicata on line sul Journal of Neuroscience e finanziata anche dalla Fondazione Cariplo, e' stata condotta in collaborazione con Rossella Galli e Angela Gritti, dell' Istituto di ricerca sulle cellule staminali del San Raffaele di Milano, diretto da Angelo Vescovi.
Anche se tradurre questa scoperta in cure richiedera' ancora molti anni, la ricerca e' un passo molto importante verso la possibilita' di riparare lesioni cerebrali e malattie neurodegenerative, come quella di Alzheimer e il morbo di Parkinson. Le ricadute potrebbero essere molto importanti anche per la cura di alcuni tumori.
Si tratta di un passo avanti fondamentale, anche se ''non dobbiamo dimenticare che questa e' una ricerca di base e che siamo ancora lontani dal letto del paziente'', ha osservato Bertuzzi. Ma senza dubbio, ha aggiunto, ''siamo entrati nella stanza dei bottoni del cervello''. Il gene scoperto dal gruppo di Bertuzzi si chiama VAX1. Non e' il primo freno alle staminali del cervello finora scoperto, ma secondo i ricercatori e' indubbiamente il piu' potente.
Due anni fa era stato il gruppo di Angelo Vescovi a scoprire un altro freno biologico delle staminali adulte del cervello nel gene EMX2: quando il gene e' spento le cellule immature si moltiplicano piu' rapidamente, mentre quando e' acceso le cellule maturano e proliferano meno..
Spegnendo il gene VAX1, le cellule staminali del cervello adulto si moltiplicano 100 volte piu' velocemente del normale. ''E' una scoperta importante - ha osservato Bertuzzi - perche' adesso diventa possibile modulare il funzionamento di questo gene per produrre cellule staminali''.
La conferma dell'importanza del gene-freno e' venuta dall'esperimento condotto su cellule staminali del cervello di topi adulti geneticamente modificati in modo da non avere il gene VAX1. Coltivando in laboratorio queste cellule, i ricercatori hanno osservato che si moltiplicano con un ritmo cento volte superiore rispetto a quanto avverrebbe in condizioni normali. ''Con questo lavoro i ragazzi del mio gruppo, in particolare Jose' Miguel Soria, hanno dimostrato che VAX1 e' un potente ostacolo alla moltiplicazione delle cellule staminali del cervello adulte. Il risultato piu' sorprendente e' che in assenza di VAX1 le cellule proliferano 100 volte di piu'''.
Il gene-freno e' una vecchia conoscenza dei ricercatori. Lo stesso gruppo di Bertuzzi lo aveva individuato come il gene fondamentale che guida la maturazione delle cellule staminali del cervello durante lo sviluppo embrionale. ''Adesso abbiamo aggiunto un altro tassello importante - ha detto il ricercatore - perche' abbiamo scoperto che nel cervello adulto il gene VAX1 reprime la formazione delle cellule staminali''. In condizioni fisiologiche e' quindi un gene essenziale perche' nel cervello si trovi presente sempre lo stesso numero di staminali. Ma poterlo disattivare rende possibile avere a disposizioni grandissime quantita' di cellule staminali neurali da usare in future terapie.

Ansa.it
Telethon: possibile centuplicare staminali cervello
17/12/2004 - 13:44

(ANSA) - ROMA, 17 DIC - Centuplicare la produzione di cellule staminali del cervello: e' quanto e' riuscito a fare l'Istituto Telethon Dulbecco di Segrate (Milano). Anche se tradurre questa scoperta in cure richiedera' ancora molti anni, la ricerca e' un passo molto importante verso la possibilita' di riparare lesioni cerebrali e malattie neurodegenerative, come quella di Alzheimer e il morbo di Parkinson. Gli impieghi potrebbero essere molto importanti anche per la cura di alcuni tumori.
copyright @ 2004 ANSA

Repubblica 16.12.04 - SUPPLEMENTO SALUTE

L'anno raccontato dai medici
Con le staminali nuove speranze
Le ricerche hanno aperto nuove prospettive di cura I grandi esperti tracciano un bilancio del 2004 con un occhio rivolto al futuro biotecnologico. Intervista a Claudio Bordignon
di Daniele Diena

Il 2004 è stato l'anno delle staminali. Da tempo grande promessa e poi graduale conquista, più volte annunciata attraverso le pubblicazioni dei primi successi della cosiddetta "ricerca di base", la cura con le staminali, le "madri" di tutte le cellule, ha fatto finalmente registrare i primi, attesissimi, risultati concreti sui pazienti. Da Milano a Francoforte, da Boston a Roma fino a Torino, sono numerosi i centri di sperimentazione clinica avanzata che hanno pubblicato le prime casistiche di ammalati delle patologie più gravi con "storie" di regressione della malattia, ottenuta con le staminali, osservate con "follow up" fino a 2 anni. Siamo insomma ad una svolta importante per la medicina, e non solo, che sta avendo riflessi significativi anche sull'economia e perfino sul tessuto industriale. Ne abbiamo parlato con chi è in prima linea su questa frontiera emergente della ricerca e della terapia, il professor Claudio Bordignon, direttore scientifico dell'Istituto San Raffaele, di Milano.
Un anno di importanti avanzamenti scientifici e di nuove prospettive mediche, in particolare per le patologie cardiache.
"Sì, diversi tipi di cellule staminali sono state impiantate nelle aree infartuate del muscolo cardiaco, con risultati alterni e peraltro non sempre soddisfacenti. Le staminali emopoietiche ed i mioblasti del muscolo scheletrico quando si iniettano nel cuore non paiono riuscire a fondersi con il tessuto circostante e a ricostruire correttamente il tessuto cardiaco. In molti casi hanno portato un miglioramento della funzione cardiaca e delle condizioni del paziente, probabilmente per un effetto pro-angiogenico (produzione di nuovi vasi) prodotta dall'impianto di cellule staminali".
La strada invece più proficua?
"Assai più promettenti sembrano gli studi su cellule staminali "specializzate" nella riparazione di vasi e cuore, come quelli svolti da Ziegler dell'ateneo di Francoforte sull'uso delle EPC (endothelial progenitor cells) in Europa e negli Usa dal professor Anversa e successivamente da Schneider sull'uso di cellule staminali endogene".
Che cosa è emerso?
"I risultati sugli animali sono molto promettenti e l'applicazione sull'uomo è attesa a breve. Più conclusivi sono stati i risultati di nuovi metodi per bloccare i disturbi del ritmo cardiaco: una nuova e rivoluzionaria tecnologia ablativa, messa a punto dal dottor Pappone, al San Raffaele, e pubblicata sul "New England Journal of Medicine", è divenuta uno standard terapeutico per il sistema sanitario americano".
Un altro settore d'applicazione delle staminali è quello delle malattie neurodegenerative: cosa è stato fatto?
"Dopo i risultati parzialmente deludenti di uno studio randomizzato di diversi centri Usa, riguardanti il trapianto di cellule fetali nel cervello di pazienti affetti da Parkinson, la ricerca si sta focalizzando su cellule staminali neurali: il gruppo di Fred Gage, con il supporto della società biotech Stem Cells, Inc. sta finalizzando una serie di studi per il trattamento di malattie neurodegenerative congenite ed acquisite (Parkinson e sclerosi multipla). In quest'ultimo settore anche l'Italia è all'avanguardia col gruppo del S. Raffaele (Gianvito Marino ed Angelo Vescovi)".
Queste ricerche stanno rivoluzionando l'industria?
"Direi che l'esempio della californiana Stem Cell Inc. è sintomatico: certe terapie fortemente innovative, come l'uso medico delle staminali, poco si addicono alle strutture di ricerca e di marketing della grande industria farmaceutica. Di conseguenza nuove società biotecnologiche con modelli di sviluppo fortemente innovativi si fanno strada negli Usa come in Europa. Anche in Italia stanno sviluppando modelli terapeutici innovativi (MolMed, Bioxell, Genextra)".
Il progresso di questo filone di ricerca è però frenato dall'acceso dibattito sulle fonti da cui è lecito ricavare le staminali. Tra i nodi da sciogliere c'è l'ammissibilità o meno dell'utilizzo delle embrionali, che sarebbero ovviamente le più appetibili da parte dei ricercatori perché in grado di trasformarsi in tutti i tessuti dell'organismo. In alcuni paesi, come la Corea del Sud, stanno producendo risultati scientificamente avanzati, anche tramite la clonazione, che sollevano però grandi quesiti etici. Come uscire dall'impasse? Secondo il Bordignon è urgente "armonizzare la legislazione in materia a livello sovranazionale".

sinistra
crisi nella GAD: rinviato il vertice
D'Alema vuole decidere lui,
ma Bertinotti non cede

aprileonline.info 17.12.04
Regionali, Prodi costretto a rinviare il vertice. È crisi acuta nella Gad
Alla fine Romano Prodi ha dovuto far saltare il vertice dalla Gad previsto per questa mattina.

Il giro di consultazioni svolto ieri è andato male. Musi lunghi all'uscita da piazza Santi Apostoli, dove Prodi ha il suo ufficio. Franco Marini preconizza: domani non si risolverà nulla. Infatti.
I termini della questione sono noti. Lo scoglio più grosso, insieme alle bizze mastelliane sulla Basilicata, rinfocolate dalla bagarre andata in scena in aula l'altro giorno, è rappresentato dalla Puglia, dove Rifondazione non molla su Nichi Vendola. Proprio ieri dalla Margherita sono trapelate ampie disponibilità ad accogliere la candidatura del deputato di Terlizzi. Ma D’Alema, che in una intervista pubblicata oggi sull’Espresso si autoassegna il compito di «paciere» dentro la coalizione, taglia corto: «si accontentino di un assessorato importante, la presidenza è impossibile». Frase che ha fatto infuriare lo stesso Vendola («basta ipocrisie, è lui che ha messo il veto contro di me») e Franco Giordano, capogruppo del Prc alla Camera, che segue per il suo partito le trattative: «D’Alema sbaglia e in ogni caso noi aspettiamo Prodi». Così il ruolo di paciere è tramontato prima di sorgere. E il Prc, malignamente, fa sapere che se fosse scelto Boccia e questi perdesse, a perdere in realtà sarebbe D’Alema. Che mette le mani avanti: «Nella mia Puglia la situazione è a rischio» per le liti tra i partiti. Come se lui non c’entrasse nulla.
Del colloquio intercorso ieri tra Piero Fassino e Prodi, invece, non trapela molto. «Hanno parlato del rinvio alle camere della riforma dell’ordinamento giudiziario, della finanziaria e dei problemi noti» dicono, abbottonatissimi, in casa Ds.
Dopo il segretario della Quercia, il leader della Gad ha visto Marini, che uscendo si è detto scettico sulle possibilità che il vertice che doveva tenersi oggi potesse sciogliere i nodi. A chi gli chiedeva se si troverà soluzione a tutte le incognite il “lupo marsicano” rispondeva laconico: «Non solo in grado di dirlo». Infine è stata la volta di Nicola Mancino.
A pranzo il professore aveva consultato i suoi (Bordon e Monaco) prima di immergersi nel tour de force. Dal quale non è uscita alcuna soluzione. Ciò che rimane in piedi, però, è il principio. Rifondazione e Udeur dovranno avere un candidato ciascuno. E per sottolineare la cosa, Mastella e Bertinotti facevano sapere che non si sarebbero presentati all'appuntamento. Un motivo in più per rinviare il vertice.
La mossa potrebbe (vorrebbe) servire a far decantare le tensioni. Lunedì si riuniranno i grandi elettori in Puglia (il margheritino Boccia può contare sui 2/3 dei voti). Non è un mistero che Prodi avrebbe già indicato Vendola se non fosse per i Ds, e che la Margherita è ben disposta a far fare un passo indietro al “suo” Boccia.
Ma a questo punto quando la Gad si riunirà a Roma, a Bari ci sarà già stata una pronuncia pesante che non potrà non avere ripercussioni sugli equilibri nazionali. Questo, insieme alla minaccia di Mastella di uscire dall'Alleanza, fa precipitare la situazione della coalizione.
Oramai è crisi dentro la Gad. Mentre la maggioranza fa a pezzi il Paese, l'unico baluardo che resiste pare essere il Colle.

sinistra
Fausto Bertinotti interviene ad un convegno su Rosa Luxemburg

L'Eco di Bergamo 17.12.04
Rosa Luxemburg, storia e leggenda
Convegno dedicato alla rivoluzionaria.
Bertinotti: il capitalismo è totalizzante
di Gianluigi Ravasio

Ricostruire e rileggere il pensiero e l'azione di Rosa Luxemburg per ritrovarne gli elementi di attualità e approfondire il valore delle sue idee in campo economico: ha preso il via ieri il convegno internazionale organizzato dal Dipartimento di Scienze economiche dell'Università di Bergamo sul pensiero di Rosa Luxemburg, polacca di famiglia ebraica, nata nel 1870; nel 1898 a Berlino aderì all'ala marxista antirevisionista del partito socialdemocratico, nel dicembre del 1918 contribuì a fondare il partito comunista tedesco; venne uccisa nel gennaio del 1919 dopo essere stata arrestata a seguito della rivolta spartachista berlinese.
I lavori di ieri si sono aperti con gli interventi di Riccardo Bellofiore, organizzatore del convegno, e di Paul Zarembka (Università di Buffalo, Usa); nel pomeriggio Edoarda Masi (Istituto orientale di Napoli) e Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo) hanno tratteggiato la figura di «Rosa Luxemburg: la donna, la rivoluzionaria». «Rosa Luxemburg - ha sottolineato Riccardo Bellofiore, illustrando le finalità del convegno in programma sino a domani - è stata oggetto di facili leggende; non se ne parlava da molto tempo. Nell'ultimo periodo, in presenza di un mondo completamente cambiato, ci si è rifatti a questa figura in un modo che non ha molto a che fare con lei. Occorre discutere scientificamente le sue opere economiche, vedere in che misura i suoi problemi sono attuali: la situazione di oggi ci porta ad interrogarci su queste problematiche. È importante prendere sul serio Rosa Luxemburg come economista, i problemi che si è posta si sono rivelati fecondi».
Nel pomeriggio di ieri sono intervenuti anche Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista, e Gianni Rinaldini, segretario nazionale della Fiom-Cgil. «Rosa Luxemburg - ha rimarcato Bertinotti - ci propone un grande problema irrisolto che si affaccia nei tempi di crisi: ha indagato i problemi che si pongono quando lo sviluppo capitalistico non è più in grado di produrre progresso storico spalancando, in tal modo, il rischio della barbarie: in questo senso è attuale. Pensa la storia aperta a entrambe le soluzioni: da una parte la barbarie e dall'altra il socialismo, la possibilità di costruire una nuova società». Oggi, ha concluso Bertinotti, «viviamo una fase di radicale cambiamento: è finito il mondo diviso in due blocchi, nel processo di globalizzazione è in atto una riorganizzazione del capitalismo, assistiamo alla nascita di movimenti come espressione di soggettività nuove. Si impone una riorganizzazione della rappresentanza: siamo di fronte al tentativo del capitalismo di diventare totalizzante, ma di fronte a questa sfida dobbiamo tentare, avere l'ambizione di riprovarci».
C'è una ripresa dell'interesse rispetto al pensiero di Rosa Luxemburg, ha sottolineato Rinaldini, «perché siamo in una fase segnata dalla vittoria del liberismo su scala planetaria: la mia impressione è che siamo in un momento di esplicitazione radicale dell'idea di liberismo senza più alcun contrappeso. Per certi aspetti, pur se in un contesto diverso, siamo di fronte al riproporsi di problemi che si ponevano all'inizio del Novecento. Il rapporto con Rosa Luxemburg sta proprio nella questioni non chiuse che ci vengono riproposte». Il convegno prosegue oggi nella sede di via Salvecchio: in programma, tra l'altro, interventi, di studiosi cinesi, americani e inglesi. Domani mattina la conclusione: tra gli interventi previsti anche quello dell'economista Luigi Pasinetti.

ancora sulla malattia mentale fra le truppe Usa

il manifesto 17.12.04
IRAQ, I MARINES IMPAZZITI PER LA GUERRA
Tra i soldati Usa dilagano le malattie mentali, come non si vedeva dai tempi del Vietnam
G.S.

[...]
Sul fronte americano non è solo il numero dei morti in Iraq a preoccupare pur se la cifra dei caduti si avvicina ai 1.300, e non è poco. Anche se nemmeno lontanamente paragonabile agli oltre 100.000 morti iracheni. Quello che gli Stati Uniti stanno per affrontare e stanno già affrontando è un "diluvio di decine di migliaia di soldati che tornano dall'Iraq con seri problemi mentali provocati dallo stress e dalla carneficina della guerra, denunciano i veterani e sostengono i medici militari", è l'allarme lanciato ieri dal quotidiano The New York Times. Su questo terreno il paragone con il Vietnam non è solo una previsione catastrofica ma è già una realtà. Secondo uno studio dell'esercito, un soldato su sei in Iraq presenta sintomi da depressione acuta, forte ansia o disturbi mentali post-traumatici, ma, secondo alcuni esperti, la percentuale potrebbe anche aumentare a uno su tre, la stessa registrata in Vietnam. Siccome finora, secondo il Pentagono, circa un milione di soldati statunitensi hanno servito in Iraq e Afghanistan, il numero di coloro che avranno bisogno di assistenza psicologica per problemi mentali potrebbero superare i centomila.
"C'è un treno in arrivo pieno di gente che avrà bisogno di aiuto per i prossimi 35 anni", ha detto al quotidiano di New York Stephen L. Robinson ventennale veterano dell'esercito che è ora direttore esecutivo del National Gulf War Resource Center. A fine settembre erano già 885 soldati evacuati dall'Iraq per problemi psichiatrici. Quello che era previsto come un rapido e breve intervento in Iraq si è trasformato in un terreno di battaglia che non si era più visto dai tempi del Vietnam, soprattutto a Falluja: imboscate a ogni angolo di strada, impossibilità di distinguere tra iracheni amici o nemici.
Gli effetti sui soldati americani sono disastrosi ed erano stati proprio "i disturbi post-traumatici da stress". Nel suo plotone di 38 militari, 8 hanno divorziato mentre erano in Iraq o da quando sono tornati in febbraio, sostiene Rieckoff, mentre su una compagnia di 120 uno si è suicidato (anche il numero dei suicidi nell'esercito si è moltiplicato). Troppi veterani si danno all'alcool e non riescono più a trovare un lavoro dopo il rientro. "E' quando ritornano e trovano che le loro relazioni non sono normali e che non riescono a mantenere un lavoro che si rendono conto che hanno un problema".
Per prevenire questi effetti l'esercito ha dispiegato "unità per controllare lo stress". Ma Rieckhoff ha detto di averne sentito parlare solo dopo essere rientrato e di non avere mai visto queste "unità" finché comandava un plotone in Iraq.


carta.it 16.12.04

Migliaia i soldati Usa che necessitano di cure psicologiche


Il sistema sanitario americano potrebbe dover far fronte a decine di migliaia di soldati di rientro dall'Iraq con gravi problemi di salute mentale. A lanciare l'allarme sono legali dei veterani e medici militari, citati oggi dal New York Times.
Stando ai risultati di uno studio commissionato dall'esercito, un soldato su sei tornato dall'Iraq denuncia sintomi di forte depressione, ansia o disordine da stress post-traumatico, ma il rapporto potrebbe salire secondo alcuni esperti a uno su tre. Considerando che finora circa un milione di militari hanno prestato servizio o in Afghanistan o in Iraq, stando a cifre fornite dal Pentagono, circa centomila soldati potrebbero aver bisogno di terapie psicologiche. "Sta arrivando un intero convoglio pieno di gente che avrà bisogno di aiuto per i prossimi 35 anni'', ha dichiarato Stephen L. Robinson, direttore del National Gulf War Resource Center, autore di un rapporto per il Center for American Progress, gruppo di ricerca statunitense, sul bilancio psicologico della guerra. Alla situazione di fortissimo stress vissuta sul fronte - spiegano gli esperti - va inoltre aggiunto il fatto che in nessun conflitto recente i soldati hanno avuto così poche certezze sulla durata del loro dispiegamento.

evoluzione dei rituali religiosi: una ricerca

Le Scienze 16.12.2004
Rituali religiosi in Messico
Sono una conseguenza della complessità sociale

In uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", alcuni archeologi hanno dimostrato - per mezzo delle datazioni con il radiocarbonio - come i rituali religiosi e l'organizzazione sociale si siano evoluti di pari passo nella regione di Oaxaca, in Messico. Nonostante si ritenesse già che i rituali di tipo religioso fossero un risultato della complessità sociale, finora ne esistevano ben poche prove fisiche.
Per determinare la storia dell'evoluzione delle antiche pratiche religiose, Joyce Marcus e Kent Flannery dell'Università del Michigan hanno usato datazioni al radiocarbonio di antichi edifici rituali e di numerosi oggetti trovati nella regione. Hanno così scoperto che il più antico sito rituale, un'area sgombra che assomiglia ai terreni di danza dei nativi americani, risale a circa 8.600 anni or sono. A quel tempo, la popolazione era soprattutto nomade, e la maggior parte dei riti venivano eseguiti quando il massimo numero di famiglie si riuniva per parteciparvi.
Con l'avvento di una società basata sull'agricoltura, incentrata su villaggi permanenti, i ricercatori hanno scoperto che i riti e i templi divennero meno accessibili a tutti, riflettendo l'aumento dell'ingiustizia sociale. Inoltre, alcuni rituali cominciarono ad essere eseguiti in specifici periodi dell'anno. I risultati suggeriscono che i riti si siano evoluti insieme ai cambiamenti nell'organizzazione sociale, dai cacciatori-raccoglitori nomadi agli abitanti permanenti dei villaggi fino alle società stratificate.

Joyce Marcus, Kent V. Flannery, "The coevolution of ritual and society: New 14C dates from ancient Mexico". Proceedings of the National Academy of Sciences (2004).

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

storia
nel quarantesimo della morte di Togliatti

La Stampa 17 Dicembre 2004
STUDI DISCUTIBILI E CONCLUSIONI AFFRETTATE DEMONIZZANO IL SEGRETARIO DEL PCI
Togliatti, tutto il male vien per nuocere
Angelo d'Orsi

AL recente convegno della Fondazione Gramsci su Palmiro Togliatti, come in estrema sintesi in un pezzo per questo giornale, ho raccontato la storia di una laurea presa dal futuro leader comunista non con Luigi Einaudi, come si era sempre creduto, ma con Achille Loria, il discusso «Marx italiano», messo sulla graticola da Engels, Croce, Labriola e infine Gramsci. Un frammento non irrilevante di una biografia - quella di Togliatti - che per tanti aspetti, nonostante l'opera di tanti studiosi, a cominciare da Aldo Agosti, è da arricchire e precisare. Lo scoop è stato subito «buttato in politica», e molti vi hanno letto una conferma dell'ormai proverbiale «doppiezza togliattiana», e v'è chi si è spinto ben oltre, addirittura tirando in campo Orwell, la cancellazione della memoria, la contraffazione della storia e via imprecando.
Del resto, sul finire di questo anno di celebrazioni (quarantesimo della morte), caratterizzato nell'insieme da valutazioni serene - emblematica la testimonianza intelligente e spiritosa come sempre di Giulio Andreotti a conclusione del Convegno di Roma - sulla figura complessa e sull'opera ricca di drammatici chiaroscuri, ma decisiva per la lotta al fascismo prima, per la creazione della Repubblica democratica poi, sono usciti due libri che, pur affrontando due personaggi diversi, il primo Giovanni Gentile, l'altro Antonio Gramsci, finiscono per essere accomunati da una conclusione, ferrea, quanto, documenti alla mano, insostenibile.
La conclusione cui arrivano entrambi gli autori, Francesco Perfetti per Gentile, Luigi Nieddu per Gramsci, è che Palmiro Togliatti fu un personaggio orribile, autore, per via diretta o indiretta, delle «peggio cose» della storia italiana.
Stando a Perfetti, allievo di De Felice, esponente di un revisionismo oltranzistico, attraverso la sua rivista Nuova Storia Contemporanea, l'esecuzione di Gentile a Firenze da parte di una squadra dei Gap fu «la pagina più nera della storia della resistenza (rigorosamente scritta sempre con la minuscola) italiana». Libro deliberatamente a tesi, quello di Perfetti, che pretende di dimostrare, che Gentile fu ucciso non per una motivazione politica che voleva eliminare, a torto o ragione, chi stava in quei giorni incitando gli italiani a schierarsi compatti con il Duce e il Führer, invitando a dare la caccia ai «traditori», bensì per una ignobile «ragion di partito»: ossia il PCI, che per meschini interessi di bottega, voleva eliminare quella grande figura di intellettuale, per potere poi facilmente dar corso a una strategia gramsciana tesa a costuire l'egemonia, in vista della conquista del potere. Una storiografia ipotetica, di cui a Roma ha dato prova, a mio vedere, anche Elena Aga Rossi, sostenendo che Togliatti nel ‘64, alla vigilia della morte, in Urss era andato non in vacanza ma per far cadere Kruscev!
Del progetto contro Gentile, manco a dirlo, fu Togliatti il "deus ex machina", con la stolta collaborazione degli azionisti, che pure erano figli (infedeli) di Gentile, e che in tal modo, stando alla elucubrazione di Perfetti, Togliatti metteva in crisi, egemonizzando e insieme ponendo da parte. E dunque quando, da Dionisotti a Bobbio, furono espressi giudizi severi su Gentile e la sua filosofia, o, nel caso di Dionisotti (che poi avrebbe opportunamente spiegato e contestualizzato quel giudizio), anche di approvazione della sua esecuzione, gli azionisti rivelarono, secondo Perfetti, la loro pochezza morale, nonché la loro stoltezza politica.
Togliatti è il grande nemico di un Antonio Gramsci che, nell'altro libro, Luigi Nieddu addita alla pubblica ignominia, sulla base delle supposizioni più azzardate - ma bisogna riconoscergli di aver fatto qualche utile precisazione, qua e là, nella biografia gramsciana, pur ignorando deliberatamente tanta parte della storiografia evidentemente a lui non gradita. Addirittura vede in Gramsci (per lui solo un modesto giornalista, che diventa leninista senza aver conosciuto Marx, attraverso Croce e Gentile…), un ingenuo, ma non incolpevole agente dei bolscevichi fin dall'immediato indomani della Grande guerra, mentre dell'Ordine Nuovo (1919-20) si avanza il sospetto che venisse pagato dal solito «oro di Mosca», e ciò quando la Russia era in piena guerra civile, assediata dalle potenze imperialistiche, con problemi gravissimi di sopravvivenza…! Il Comintern, sempre lui, insomma, a pagare quattro ragazzotti sconosciuti torinesi (Tasca, Terracini, Togliatti, oltre Gramsci), per farne propagatori della sovietica Falce e Martello…
Ma c'è un Gramsci due, quello in prigione, circondato da agenti del PCI e del KGB (a cominciare da sua moglie, dalle cognate, e da quel figuro di Piero Sraffa, presentato come una macchietta stalinista…), che Togliatti non vuole libero (sciocchezza più volte smentita in sede storica), e che preferisce lasciar morire, anzi accelerandone la fine, con la complicità di parenti e del solito Sraffa. Per poi, subito dopo la morte di Gramsci (per la quale l'autore sostanzialmente scagiona il regime fascista!) costruirne il mito sempre al fine di edificare l'egemonia a sua volta finalizzata alla conquista del potere.
Insomma, Togliatti un genio del male, che - come ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia al convegno romano - occorre finalmente portare davanti al «tribunale dell'etica». Finora noi storici avevamo creduto che il solo tribunale per i seguaci di Clio fosse quello della Filologia e della Metodologia, ma prendiamo atto della novità.
Mi permetto soltanto, a questo punto, di suggerire a Galli della Loggia di reclutare Perfetti e Nieddu come giudici a latere.

giovedì 16 dicembre 2004

giovedi 16 dicembre

su il manifesto

è apparsa la pubblicità del libro


ANALISI COLLETTIVA INCONTRI

atti dell'incontro del 10 novembre
di villa Piccolomini

Ingrao
Bertinotti

uscirà presto anche su
Liberazione
(e questa volta a colori)


NUOVE EDIZIONI ROMANE


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Buongiorno, notte - il libro

una segnalazione di Tonino Scrimenti

Buongiorno, notte - Le ragioni e le immagini

Giovedì 16 dicembre alle ore 18:00
presso la Casa del Cinema di Roma
(Largo Marcello Mastroianni, 1 – Villa Borghese)

è stato presentato il volume
Buongiorno, notte - Le ragioni e le immagini
di Luca Bandirali e Stefano D’Amadio
pubblicato dalle edizioni Argo

Nel corso dell'incontro con gli autori - coordinato da Franco Montini - interverranno

Marco Bellocchio
Flavio De Bernardinis
Riccardo Giagni
e Curzio Maltese

La presentazione del volume è stata preceduta
– alle ore 16:00 e nella stessa sede -
dalla proiezione di
Buongiorno, notte

il Guggenheim a Roma

IL MESSAGGERO 16.12.04
GUGGENHEIM E ROMA, ATTRAZIONE FATALE
Eventi - Raffaele Ranucci, presidente delle Scuderie del Quirinale, parla della megarassegna del museo newyorkese. Che arriva a marzo con 80 capolavori di Van Gogh, Matisse e altri grandi maestri
di Fabio ISMAN

«Saranno almeno 80 opere, quasi mai viste in Italia; anche degli autentici capolavori», spiega Raffaele Ranucci, il presidente delle Scuderie del Quirinale e di Palazzo delle Esposizioni: da marzo a giugno, di fronte all'edificio in cui lavora e vive il Capo dello Stato, approderanno dipinti che "hanno fatto" la storia dell'arte moderna e contemporanea. Dalla Donna con pappagallo di Renoir, una delle prime opere al rientro a Parigi dal servizio nei corazzieri (1871),che eterna Lise, modella a lungo preferita, fino all'immenso Autoritratto (tre metri per tre) di Andy Warhol, passando per un Van Gogh del 1888, Paesaggio con neve; per un Monet nell'autunno veneziano del 1908, quando già era dedito alle Ninfee (Palazzo Ducale visto da San Giorgio); o il Matisse dell'Italiana (1916); dei Kandinsky del 1909, o Chagall del 1913 (Il calesse volante); un de Chirico (Il pomeriggio gentile) del '16, metafisico ferrarese con tanto di dolci e pani, esposto al Salon d'Antin di Parigi nello stesso anno; Picasso degli Anni 30 e Léger, fino a Lichtenstein, Jasper Johns, Rothko, Pollock. «Tesori di un binomio zio-nipote, cui dobbiamo la conoscenza almeno di Kandinsky, ne comprano oltre 150, e Pollock», continua Ranucci; «ed aver stabilito un rapporto con i Guggenheim Museums, New York,Venezia e BiIbao, ci fa immenso piacere». «Ci sarà anche la scultura di Calder, che di solito è al centro del Guggenheim nella Grande Mela; ci proponiamo di spiegare come gli Stati Uniti hanno rielaborato la grande pittura europea», aggiunge Enzo Siciliano, a capo del comitato scientifico; «e la mostra sarà uno dei momenti del "nuovo spirito" delle Scuderie: vogliamo crescere, dopo il molto che è già stato fatto nel passato», spiega.
Perché i capolavori dei musei Guggenheim (Solomon che sposa una Rothschild, e Peggy che a Venezia chiude da "dogaressa" una parabola davvero incredibile) non sono tutto. Nel 2006, a primavera, andrà in scena Antonello da Messina; oltre 40 opere: quante nessuno ne ha mai esposte. E, in autunno, la Cina: «Quella del primo Impero, dei guerrieri di terracotta di Xian e speriamo di poterne portare anche un carro, degli abiti a filigrana d'oro e delle giade», dice Siciliano; «e ci ha molto aiutato anche il recente viaggio del Presidente Ciampi». Mentre Ranucci aggiunge che «il Sindaco ci segue assai da vicino: chiede e s'informa quasi ogni giorno». L'azienda Scuderie-PalaExpo ha appena varato la sua prima programmazione triennale, e non è affatto un rigurgito di pianificazione socialista: «La cultura è anche economia; è anche un lungo prevedere il futuro. Nessuna città ha sei luoghi capaci dimostre da oltre 50 mila visitatori», dice Ranucci; «con una tale offerta, occorre puntare sulla qualità e sugli eventi; aumentare il numero dei visitatori, e allungare il breve soggiorno medio dei turisti a Roma, nemmeno quattro giorni; con occhi attenti al bilancio: 11 milioni dieuro di spese, 4,5 che provengono dal Comune, un utile di 4.000 euro; per la prima volta, il costo che pesa sulla collettività scende sotto il 50 per cento». E questo, mentre è ancora chiuso Palazzo delle Esposizioni, che, dice il direttore generale, Rossana Rummo, «forse riaprirà con una mostra dedicata al famoso regista Stanley Kubrick; prevediamo coproduzioni con la Tate Gallery di Londra e il Beaubourg di Parigi, dove ho avuto colloqui di recente».
Intanto, però, la rassegna sugli Anni del Rock migrerà alla Stazione Termini. «Il problema», spiega Ranucci, «è che tutte le mostre che totalizzano svariate decine di migliaia divisitatori, quelle che garantiscono incassi prestigiosi, ruotano sempre attorno agli stessi autori, o temi: bisogna diversificare; battere altri sentieri; sapere inventare qualcosa di nuovo». Così, arriveranno anche gli Omayyadi: una mostra curata da Eugenio La Rocca e PaoloMatthiae (lo scopritore di Ebla) sulla dinastia dei califfi arabi, nella Siria e Giordania di 1250 anni or sono; e, inagibile il Palazzo delle Esposizioni, in quello dell'istituto per la Grafica a Fontana di Trevi, l'ultima mostra realizzata "in proprio" dal celebre fotografo Henry Cartier Bresson. Perché, sancisce Ranucci, dalla cui azienda dipendono anche le Case del Cinema e del Jazz (che s'aprirà ad aprile), «la cultura non può che essere soprattutto qualità».
Quella dei dipinti collezionati da zio e nipote Guggenheim: «Per capire come grandi raccolte private diventano poi un museo globale» (Siciliano).Un secolo d'immensa pittura: da fine '800, Cézanne, Manet, Seurat, il Doganiere Rousseau, fin quasi ai giorni nostri, attraverso Braque e Picasso, ma anche Boccioni e Balla, Klee e Mondrian. «Comprare un'opera al giorno» era uno dei motti di Peggy, l'ultima "dogaressa" di cui è appena stata tradotta in Italia un'interessante e voluminosa biografia (Anton Gil, Peggy Guggenheim, una vita leggendaria nel mondo dell'arte, Baldini Castoldi Dalai, 490 pagine): e, tra i dipinti suoi e dello zio Salomon, che saranno esposti nella primavera romana, si vede che ha mantenuto assai bene l'impegno. «L'accordo con i tre musei Guggenheim è il primo d'altri che intendiamo stipulare; per portare nella nostra città la grande pittura del mondo, ed esportare magari quella italiana meno remota che, troppo spesso, non ha saputo o potuto varcare i nostri confini. E con uno sguardo attento soprattutto ai giovani: non si può immaginare la cultura come un fatto d'élite, ormai non più; anche perché bisogna badare pure ai bilanci, no?», conclude Ranucci.

Pera, presidente innovatore

CORRIERE DELLA SERA 16.12.04
[...]

SENATO - La rappresentazione della Natività per la prima volta al Senato. Le statuine sono state posizionate dal presidente Pera, aiutato da Silvia, la figlia dodicenne del segretario generale Antonio Malaschini, nella Sala degli Specchi a Palazzo Giustiniani.
[...]

Fausto Bertinotti non cede alle prestese di egemonia ds

Corriere della Sera 16.12.04
I Ds: a noi la Puglia ma diamo il via libera a Mastella
BERTINOTTI E IL CASO UDEUR
DUE NUOVI FRONTI PER PRODI
Maria Teresa Meli

Il segretario del Prc: Romano, dimostra che sei il leader
«Tu sei il leader? E allora su questa storia di Vendola devi andare fino in fondo e assumerti tutte le tue responsabilità». Così Fausto Bertinotti a Romano Prodi reduce da un incontro andato male con Massimo D'Alema (ma il segretario di Rifondazione non si aspettava un esito diverso), Bertinotti ricorda all'ex presidente della Commissione europea che al candidato premier «spettano gli onori ma anche gli oneri». «Le scuse servono a poco: se Prodi è il leader deve dimostrarlo». Così Clemente Mastella ai suoi. Insultato e contestato dalla Gad, il numero uno dell'Udeur annuncia ai colleghi di partito che è intenzionato a non andare al vertice di venerdì. «Prodi avrà la parola conclusiva sulle indicazioni di candidature provenienti dal territorio". Così Francesco Rutelli, in pubblico. Morale della favola: se non vuole indebolire la sua leadership difficilmente, questa volta, Prodi (che oggi saràa Roma) potrà esimersi dal prendere una decisione. Sia pure quella di rinviare i nodi delle candidature regionali a gennaio. Soluzione che i bookmakers del centrosinistra danno come favorita.
Il vertice
Il vertice della Gad di venerdì, comunque, rischia di essere inutile. Bertinotti ha già annunciato ai leader del centrosinistra che lui non ci sarà: mandera il capogruppo Franco Giordano. E anche Clemente Mastella ha minacciato di disertare l'appuntamento. Ma i "big" della Gad non disperano. A Montecitorio Piero Fassino e Franco Marini, nonchè i responsabili Enti Locali di Ds e Margherita, Antonello Cabras e Beppe Fioroni, cercano una via d'uscita praticabile. Una delle ipotesi che vengono fatte nella riunione informale e riservata che si svolge in serata è quella di accontentare in qualche modo Mastella (ma non con la Basilicata) e di trovare una via d'uscita onorevole per Bertinotti che consenta al leader di Rifondazione comunista di rinunciare a Nichi Vendola senza apparire agli occhi di dirigenti e militanti del suo partito come uno che si è fatto fagocitare dalla Gad.
La lite
Ma anche su questo punto Margherita e Ds hanno avuto modo di litigare. Secondo Franco Marini, infatti, «è una sciocchezza pensare di accontentare prima Mastella e poi di provvedere al problema Bertinotti". Fassino, invece, è convinto che sia più importante scendere a patti con l'Udeur che con Rifondazione. «Tanto - è il suo convincimento - Fausto non rompe». Identica la posizione di D'Alema: «No, non può rompere, perchè non può andare altrove, mentre Mastella può farlo perché ha una subordinata». Quale sia l'antifona l'hanno ben capito i dirigenti del Prc. Tant'è che Giordano spiega: «E' la Puglia che vuole altrimenti».
« Insomma, a meno che Prodi non decida di imporsi sui Ds e sulla Margherita, difficilmente Mastella e Bertinotti vedranno soddisfatte le loro richieste. Ma se Bertinotti cederà in questo frangente gli sarà ancor più difficile resistere quando, tra qualche mese, si troverà dì fronte a un altro passaggio difficile. Quello del simbolo e del nome della coalizione. «Non possiamo cancellare l'Ulivo: sarebbe un errore» va ripetendo Prodi in questi giorni. E intende ripeterlo anche al segretario del Prc, che invece non vuoi sentire parlare di Ulivo. Ma Prodi è convinto che, tanto, «Fausto non vuole creare problemi al centrosinistra».

il ministro Sirchia vuole controlli psicologici per tutto il personale sanitario, medici compresi

CORRIERE DELLA SERA 16.12.04
SIRCHIA: INTRODURRE TEST PSICHICI

Certificati di idoneità e prove di «tenuta» psicologica prima e durante i corsi di formazione universitaria. Poi, al momento dell'assunzione e una volta che entra in servizio o sceglie la libera professione, l'infermiere non è obbligato a superare altri esami. La stessa trafila vale per tutto il personale sanitario, medici compresi. Così avviene anche oggi, dopo l'istituzione del corso universitario per gli angeli custodi della corsia.
«Il caso di Lecco deve farci riflettere. Sarebbe opportuno prevedere verifiche psicoattitudinali periodiche e all'inizio del rapporto di lavoro come succede per certe categorie a rischio cli stress, ad esempio i piloti di aereo», si dice convinto il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, chiarendo però che «non è competenza dello Stato fissare i termini delle modalità di assunzione, ma di ospedali e Regioni".
Da nessuna parte è scritto che il personale sanitario è soggetto a test di verifica, conferma Gennaro Rocco, presidente del Collegio di Roma dell'Ipasvi, la federazione degli infermieri, e vicepresidente nazionale con un passato in prima linea al policlinico Umberto I. Rocco è preoccupato e ritiene scontato che la drammatica vicenda di Lecco getti ombre sull'immagine della categoria da lui rappresentata. Circa 320 mila professionisti in forze presso strutture pubbliche e private e, in minima parte, più o meno 15 mila, impegnati nella libera professione, come consulenti o per l'assistenza domiciliare: «Chi si avvia versoquesta professione e aspira al diploma universitario deve presentare un certificato del medico legale che attesta l'idoneità psicologica e fisica - si addentra nei particolari il presidente del Collegio -. Nei tre anni di corso il percorso di formazione include una decina di materie psicologiche e la partecipazione ai giochi di ruolo dove i laureandi vengono addestrati a gestire situazioni stressanti. Siamo gente ben preparata, la nostra affidabilità non va messa in dubbio».Una prima selezione naturale avviene già nei primi mesi di corso, quando comincia il tirocinio in un ospedale. In questa fase una parte considerevole degli iscritti si tirano indietro, rinunciano, perché si rendono conto di quanto sia pesante il confronto quotidiano con la sofferenza, la morte, il pianto. E' molto difficile che dopo l'assunzione si venga convocati per una visita psichiatrica, a meno che nelle ore di lavoro l'infermiere non abbia mostrato segni di disagio evidente. Sirchia denuncia un secondo problema: «La carenza di personale è tale che non sempre il personale viene selezionato e assegnato ai reparti che più si addicono alle sue capacità».
Margherita De Bac
mdebac@corriere. it

il New York Times di oggi
gravi malattie mentali affliggono i veterani dell'Iraq

The New York Times

December 16, 2004
A Flood of Troubled Soldiers Is in the Offing, Experts Predict
By SCOTT SHANE

WASHINGTON, Dec. 15 - The nation's hard-pressed health care system for veterans is facing a potential deluge of tens of thousands of soldiers returning from Iraq with serious mental health problems brought on by the stress and carnage of war, veterans' advocates and military doctors say.

An Army study shows that about one in six soldiers in Iraq report symptoms of major depression, serious anxiety or post-traumatic stress disorder, a proportion that some experts believe could eventually climb to one in three, the rate ultimately found in Vietnam veterans. Because about one million American troops have served so far in the conflicts in Iraq and Afghanistan, according to Pentagon figures, some experts predict that the number eventually requiring mental health treatment could exceed 100,000.

"There's a train coming that's packed with people who are going to need help for the next 35 years," said Stephen L. Robinson, a 20-year Army veteran who is now the executive director of the National Gulf War Resource Center, an advocacy group. Mr. Robinson wrote a report in September on the psychological toll of the war for the Center for American Progress, a Washington research group.

"I have a very strong sense that the mental health consequences are going to be the medical story of this war," said Dr. Stephen C. Joseph, who served as the assistant secretary of defense for health affairs from 1994 to 1997.

What was planned as a short and decisive intervention in Iraq has become a grueling counterinsurgency that has put American troops into sustained close-quarters combat on a scale not seen since the Vietnam War. Psychiatrists say the kind of fighting seen in the recent retaking of Falluja - spooky urban settings with unlimited hiding places; the impossibility of telling Iraqi friend from Iraqi foe; the knowledge that every stretch of road may conceal an explosive device - is tailored to produce the adrenaline-gone-haywire reactions that leave lasting emotional scars.

And in no recent conflict have so many soldiers faced such uncertainty about how long they will be deployed. Veterans say the repeated extensions of duty in Iraq are emotionally battering, even for the most stoical of warriors.

Military and Department of Veterans Affairs officials say most military personnel will survive the war without serious mental issues and note that the one million troops include many who have not participated in ground combat, including sailors on ships. By comparison with troops in Vietnam, the officials said, soldiers in Iraq get far more mental health support and are likely to return to a more understanding public.

But the duration and intensity of the war have doctors at veterans hospitals across the country worried about the coming caseload.

"We're seeing an increasing number of guys with classic post-traumatic stress symptoms," said Dr. Evan Kanter, a psychiatrist at the Puget Sound veterans hospital in Seattle. "We're all anxiously waiting for a flood that we expect is coming. And I feel stretched right now."

A September report by the Government Accountability Office found that officials at six of seven Veterans Affairs medical facilities surveyed said they "may not be able to meet" increased demand for treatment of post-traumatic stress disorder. Officers who served in Iraq say the unrelenting tension of the counterinsurgency will produce that demand.

"In the urban terrain, the enemy is everywhere, across the street, in that window, up that alley," said Paul Rieckhoff, who served as a platoon leader with the Florida Army National Guard for 10 months, going on hundreds of combat patrols around Baghdad. "It's a fishbowl. You never feel safe. You never relax."

In his platoon of 38 people, 8 were divorced while in Iraq or since they returned in February, Mr. Rieckhoff said. One man in his 120-person company killed himself after coming home.

"Too many guys are drinking," said Mr. Rieckhoff, who started the group Operation Truth to support the troops. "A lot have a hard time finding a job. I think the system is vastly under-prepared for the flood of mental health problems."

Capt. Tim Wilson, an Army chaplain serving outside Mosul, said he counseled 8 to 10 soldiers a week for combat stress. Captain Wilson said he was impressed with the resilience of his 700-strong battalion but added that fierce battles have produced turbulent emotions.

"There are usually two things they are dealing with," said Captain Wilson, a Southern Baptist from South Carolina. "Either being shot at and not wanting to get shot at again, or after shooting someone, asking, 'Did I commit murder?' or 'Is God going to forgive me?' or 'How am I going to be when I get home?' "

When all goes as it should, the life-saving medical services available to combat units like Captain Wilson's may actually swell the ranks of psychological casualties. Of wounded soldiers who are alive when medics arrive, 98 percent now survive, said Dr. Michael E. Kilpatrick, the Pentagon's deputy director of deployment health support. But they must come to terms not only with emotional scars but the literal scars of amputated limbs and disfiguring injuries.

Through the end of September, the Army had evacuated 885 troops from Iraq for psychiatric reasons, including some who had threatened or tried suicide. But those are only the most extreme cases. Often, the symptoms of post-traumatic stress disorder do not emerge until months after discharge.

"During the war, they don't have the leisure to focus on how they're feeling," said Sonja Batten, a psychologist at the Baltimore veterans hospital. "It's when they get back and find that their relationships are suffering and they can't hold down a job that they realize they have a problem."

Robert E. Brown was proud to be in the first wave of Marines invading Iraq last year. But Mr. Brown has also found himself in the first ranks of returning soldiers to be unhinged by what they experienced.

He served for six months as a Marine chaplain's assistant, counseling wounded soldiers, organizing makeshift memorial services and filling in on raids. He knew he was in trouble by the time he was on a ship home, when the sound of a hatch slamming would send him diving to the floor.

After he came home, he began drinking heavily and saw his marriage fall apart, Mr. Brown said. He was discharged and returned to his hometown, Peru, Ind., where he slept for two weeks in his Ford Explorer, surrounded by mementos of the war.

"I just couldn't stand to be with anybody," said Mr. Brown, 35, sitting at his father's kitchen table.

Dr. Batten started him on the road to recovery by giving his torment a name, an explanation and a treatment plan. But 18 months after leaving Iraq, he takes medication for depression and anxiety and returns in dreams to the horrors of his war nearly every night.

The scenes repeat in ghastly alternation, he says: the Iraqi girl, 3 or 4 years old, her skull torn open by a stray round; the Kuwaiti man imprisoned for 13 years by Saddam Hussein, cowering in madness and covered in waste; the young American soldier, desperate to escape the fighting, who sat in the latrine and fired his M-16 through his arm; the Iraqi missile speeding in as troops scramble in the dark for cover.

"That's the one that just stops my heart," said Mr. Brown. "I'm in my rack sleeping and there's a school bus full of explosives coming down at me and there's nowhere to go."

Such costs of war, personal and financial, are not revealed by official casualty counts. "People see the figure of 1,200 dead," said Dr. Kanter, of Seattle, referring to the number of Americans killed in Iraq. "Much more rarely do they see the number of seriously wounded. And almost never do they hear anything at all about the psychiatric casualties."

As of Wednesday 5,229 Americans have been seriously wounded in Iraq. Through July, nearly 31,000 veterans of Operation Iraqi Freedom had applied for disability benefits for injuries or psychological ailments, according to the Department Veterans Affairs.

Every war produces its medical signature, said Dr. Kenneth Craig Hyams, a former Navy physician now at the Department of Veterans Affairs. Soldiers came back from the Civil War with "irritable heart." In World War I there was "shell shock." World War II vets had "battle fatigue." The troubles of Vietnam veterans led to the codification of post-traumatic stress disorder.

In combat, the fight-or-flight reflex floods the body with adrenaline, permitting impressive feats of speed and endurance. But after spending weeks or months in this altered state, some soldiers cannot adjust to a peaceful setting. Like Mr. Brown, for whom a visit to a crowded bank at lunch became an ordeal, they display what doctors call "hypervigilance." They sit in restaurants with their backs to a wall; a car's backfire can transport them back to Baghdad.

To prevent such damage, the Army has deployed "combat stress control units" in Iraq to provide treatment quickly to soldiers suffering from emotional overload, keeping them close to the healing camaraderie of their unit.

"We've found through long experience that this is best treated with sleep, rest, food, showers and a clean uniform, if that is possible," said Dr. Thomas J. Burke, an Army psychiatrist who oversees mental health policy at the Department of Defense. "If they get counseling to tell them they are not crazy, they will often get better rapidly."

To detect signs of trouble, the Department of Defense gives soldiers pre-deployment and post-deployment health questionnaires. Seven of 17 questions to soldiers leaving Iraq seek signs of depression, anxiety and post-traumatic stress disorder.

But some reports suggest that such well-intentioned policies falter in the field. During his time as a platoon leader in Iraq, Mr. Rieckhoff said, he never saw a combat stress control unit. "I never heard of them until I came back," he said.

And the health screens have run up against an old enemy of military medicine: soldiers who cover up their symptoms. In July 2003, as Jeffrey Lucey, a Marine reservist from Belchertown, Mass., prepared to leave Iraq after six months as a truck driver, he at first intended to report traumatic memories of seeing corpses, his parents, Kevin and Joyce Lucey, said. But when a supervisor suggested that such candor might delay his return home, Mr. Lucey played down his problems.

At home, he spiraled downhill, haunted by what he had seen and began to have delusions about having killed unarmed Iraqis. In June, at 23, he hanged himself with a hose in the basement of the family home.

"Other marines have verified to us that it is a subtle understanding which exists that if you want to go home you do not report any problems," Mr. Lucey's parents wrote in an e-mail message. "Jeff's perception, which is shared by others, is that to seek help is to admit that you are weak."

Dr. Kilpatrick, of the Pentagon, acknowledges the problem, saying that National Guardsmen and Reservists in particular have shown an "abysmal" level of candor in the screenings. "We still have a long ways to go," he said. "The warrior ethos is that there are no imperfections."

Richard A. Oppel Jr. contributed reporting from Baghdad for this article.


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la sentenza della Consulta sul crocifisso nelle scuole
LA CORRETTA INTERPRETAZIONE GIURIDICA

15.12.04 ore 21:35
(fate circolare questo comunicato)

“Per la Scuola della Repubblica”

Tel. 06 3337437 telefax 06 3723742
e-mail scuolarep@tin.it
sito www.comune.bologna.it/iperbole/coscost


comunicato stampa

La Corte Costituzionale:
il crocefisso nelle scuole non è previsto della Legge.
Le norme regolamentari di 80 anni fa
non contengono alcun obbligo per le scuole.

Non essendoci una legge specifica, lo Stato e le Scuole devono applicare il principio supremo di laicità dello Stato.
Quindi le scuole devono rispettare tale principio e non devono affiggere simboli religiosi.

La pronuncia, al contrario di quanto parrebbe aver imprudentemente affermato qualche mezzo di informazione, è meramente processuale, poiché si limita ad affermare che la Corte costituzionale non è competente a giudicare della legittimità delle norme censurate (in quanto contenute, in realtà, in fonti regolamentari e non in fonti legislative).
La Corte Costituzionale afferma che le norme impugnate ''si limitano a disporre l'obbligo a carico dei Comuni di fornire gli arredi scolastici, rispettivamente per le scuole elementari e per quelle medie'', ma allo stesso tempo circoscrivono ''il loro oggetto e il loro contenuto solo all'onere della spesa per gli arredi''.
Insomma, dell'obbligo di esposizione del crocifisso nelle norme regolamentari impugnate non si parla affatto.
Infatti la tabella allegata al regio decreto del 1928 ''contiene soltanto elenchi di arredi previsti per le varie classi, elenchi peraltro in parte non attuali e superati, come ha riconosciuto la stessa amministrazione''.
L’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924 “si riferisce bensì alla presenza nelle aule del Crocifisso e del ritratto del Re, ma non si occupa dell’arredamento delle aule, e dunque non può trovare fondamento legislativo”.
Infine - conclude la Corte - non ha alcun valore il fatto che l'art. 676 del testo unico preveda che rimangono in vita tutte le norme non espressamente abrogate dallo stesso testo unico, perche' ''l'eventuale salvezza'' di norme ''non incluse nel testo unico e non incompatibili con esso, puo' concernere solo disposizioni legislative e non disposizioni regolamentari''
Il segnalato problema di legittimità riguarda il fondamento legislativo delle norme regolamentari (che l’ordinanza della Corte non ha indicato);
Il problema amministrativo dovrà ovviamente trovare soluzione nel giudizio principale,
da parte del Tribunale Amministrativo Regionale remittente;


Il comitato direttivo dell’associazione

Roma 15 dicembre 2004

la Consulta ha deciso sul crocifisso nelle scuole
ecco il testo ufficiale integrale

IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA:


ORDINANZA della Corte costituzionale N.389 dell’ANNO 2004

LA CORTE COSTITUZIONALE
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 159 e 190 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado), come specificati, rispettivamente, dall’art. 119 (e allegata tabella C) del regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297 (Approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare), e dall’art. 118 del regio decreto 30 aprile 1924, n. 965 (Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media), e dell’art. 676 del predetto decreto legislativo n. 297 del 1994, promosso con ordinanza del 14 gennaio 2004 dal TAR per il Veneto sul ricorso proposto da Soile Lautsi in proprio e nella qualità di esercente la potestà genitoriale contro il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, iscritta al n. 433 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, edizione straordinaria, del 3 giugno 2004.

Visti l’atto di costituzione di Soile Lautsi nonché gli atti di intervento di Paolo Bonato ed altro e del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 26 ottobre 2004 il Giudice relatore Valerio Onida;

uditi l’avvocato Massimo Luciani per Soile Lautsi, l’avvocato Franco Gaetano Scoca per Paolo Bonato ed altro e l’avvocato dello Stato Antonio Palatiello per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto che, con ordinanza emessa il 14 gennaio 2004, pervenuta a questa Corte il 20 aprile 2004, il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, nel corso di un giudizio per l’impugnazione di una deliberazione del consiglio di istituto di una scuola, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento al principio di laicità dello Stato, e, "comunque", agli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, degli artt. 159 e 190 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado), "come specificati", rispettivamente, dall’art. 119 (e tabella C allegata) del regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297 (Approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare), e dall’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965 (Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media), "nella parte in cui includono il Crocifisso tra gli arredi delle aule scolastiche", nonché dell’art. 676 del medesimo d.lgs. n. 297 del 1994 "nella parte in cui conferma la vigenza delle disposizioni" di cui ai predetti art. 119 (e tabella C allegata) del r.d. n. 1297 del 1928 e art. 118 del r.d. n. 965 del 1924;

che l’impugnato art. 159 del d.lgs. n. 297 del 1994 stabilisce fra l’altro, al comma 1, che "spetta ai Comuni provvedere (…) alle spese necessarie per l’acquisto, la manutenzione, il rinnovamento (…) degli arredi scolastici" nelle scuole elementari, mentre l’art. 119 del r.d. n. 1297 del 1928 stabilisce che "gli arredi, il materiale didattico delle varie classi e la dotazione della scuola sono indicati nella tabella C allegata", la quale, nell’elencare gli arredi e il materiale occorrente nelle varie classi, include al n. 1, per ogni classe, il Crocifisso;

che, a sua volta, l’impugnato art. 190 del d.lgs. n. 297 del 1994 stabilisce fra l’altro, al comma 1, che "i Comuni sono tenuti a fornire (...) l’arredamento" dei locali delle scuole medie, mentre l’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924 recita che "ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re";

che l’impugnato art. 676 del d.lgs. n. 297 del 1994 stabilisce che le disposizioni non inserite nel testo unico "restano ferme ad eccezione delle disposizioni contrarie od incompatibili con il testo unico stesso, che sono abrogate";

che il Tribunale remittente premette che le disposizioni citate del r.d. n. 1297 del 1928 e del r.d. n. 965 del 1924 costituirebbero adeguato fondamento giuridico del provvedimento impugnato nel giudizio a quo; sarebbero tuttora in vigore in quanto non abrogate per incompatibilità dalle disposizioni dei Patti Lateranensi cui si è data esecuzione con la legge 27 maggio 1929, n. 810, né da quelle dell’Accordo di modifica di detti Patti reso esecutivo con la legge 25 marzo 1985, n. 121; non sarebbero incompatibili infine con il testo unico approvato con il d.lgs. n. 297 del 1994, né sarebbero state abrogate per nuova disciplina dell’intera materia in quanto l’impugnato art. 676 del testo unico medesimo dispone che restino salve le norme preesistenti non inserite in esso e non incompatibili con le disposizioni del medesimo testo unico; che dette disposizioni sarebbero destinate ad introdurre norme attuative di dettaglio rispetto ad atti legislativi, e cioè, rispettivamente, il r.d. 5 febbraio 1928, n. 577, al cui art. 55 corrisponde oggi l’art. 159, comma 1, del d.lgs. n. 297 del 1994, e il r.d. 6 maggio 1923, n. 1054, al cui art. 103 corrisponde oggi l’art. 190 del d.lgs. n. 297 del 1994;

che il giudice a quo si pone il problema della costituzionalità delle disposizioni regolamentari citate, da cui discenderebbe l’obbligo di esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche, e ritiene che queste, pur non potendo essere oggetto diretto di controllo di costituzionalità, dato il loro rango regolamentare, sarebbero invece suscettibili di controllo indiretto, in quanto specificano e integrano i disposti legislativi impugnati degli artt. 159 e 190 del d.lgs. n. 297 del 1994, il cui art. 676 a sua volta costituirebbe una norma primaria "attraverso la quale l’obbligo di esposizione del Crocifisso conserva vigenza nell’ordinamento positivo";

che, in punto di non manifesta infondatezza della questione, il Tribunale remittente sostiene che il Crocifisso è essenzialmente un simbolo religioso cristiano, di univoco significato confessionale; e che l’imposizione della sua affissione nelle aule scolastiche non sarebbe compatibile con il principio supremo di laicità dello Stato, desunto da questa Corte dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, e con la conseguente posizione di equidistanza e di imparzialità fra le diverse confessioni che lo Stato deve mantenere; e che la presenza del Crocifisso, che verrebbe obbligatoriamente imposta ad alunni, genitori e insegnanti, delineerebbe una disciplina di favore per la religione cristiana rispetto alle altre confessioni, attribuendo ad essa una ingiustificata posizione di privilegio;

che si è costituita la parte privata ricorrente nel giudizio a quo, concludendo per l’accoglimento della questione;

che, secondo la parte, l’obbligatoria esposizione del Crocifisso nelle aule violerebbe il dovere di equidistanza dello Stato rispetto alle varie confessioni e contraddirebbe l’esigenza di uno "spazio pubblico neutrale" in cui non potrebbe trovare posto un simbolo religioso; non si potrebbe attribuire al Crocifisso il carattere di un simbolo genericamente civile e culturale, essendo innegabile la sua valenza religiosa, e mancando del resto ogni base costituzionale per poter fare del Crocifisso un simbolo dell’unità della nazione al pari della bandiera; non sarebbe praticabile, infine, nemmeno una soluzione che postuli la permanenza dell’esposizione del Crocifisso salvo che qualcuno degli alunni ritenga di esserne leso nella propria libertà religiosa, poiché sarebbe violato comunque il principio oggettivo di laicità, né si potrebbe costringere il singolo a opporsi apertamente alla eventuale volontà maggioritaria del gruppo sociale di appartenenza;

che sono intervenuti altresì, con unico atto, il sig. Paolo Bonato, in proprio e quale genitore di un’alunna della stessa scuola, e il sig. Linicio Bano, in qualità di presidente dell’associazione italiana genitori di Padova, concludendo per la inammissibilità e comunque per la infondatezza della questione;

che gli intervenienti, affermata la propria legittimazione ad essere presenti nel giudizio in quanto controinteressati nel giudizio a quo, pur se non evocati in esso, nonché in quanto titolari di un interesse direttamente inerente al rapporto sostanziale dedotto nel giudizio medesimo, negano che l’esposizione del Crocifisso nelle aule leda il principio di laicità, il quale non implicherebbe indifferenza dello Stato rispetto alle religioni, e non impedirebbe l’esposizione di un simbolo che rappresenta una parte integrante dell’identità culturale e storica del popolo italiano;

che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, concludendo per l’inammissibilità e comunque per l’infondatezza della questione;

che l’Avvocatura erariale eccepisce anzitutto il difetto di rilevanza della questione, in quanto, alternativamente, il giudizio davanti al TAR non sarebbe stato proponibile per difetto di contraddittorio e di legittimazione del ricorrente, ovvero il TAR sarebbe carente di giurisdizione;

che, nel merito, la difesa del Presidente del Consiglio sostiene che le norme legislative impugnate e le norme regolamentari richiamate dal remittente non stabiliscono alcun obbligo di esposizione del Crocifisso, e che, in assenza di un obbligo legale di esposizione, il problema sarebbe quello di verificare se le norme costituzionali consentano l’esposizione di quel simbolo del cattolicesimo: esposizione che non sarebbe in contrasto con la laicità dello Stato e sarebbe coerente sia con l’art. 7 della Costituzione, sia con il riconoscimento, contenuto nell’art. 9 dell’accordo di revisione del concordato reso esecutivo con la legge n. 121 del 1985, secondo cui i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano;

che nella memoria presentata in vista dell’udienza l’Avvocatura erariale argomenta nel senso della legittimità costituzionale della presenza del Crocifisso nelle aule, quale "evenienza naturale" nell’ordinario svolgimento della vita scolastica: il Crocifisso sarebbe bensì anche un simbolo religioso, ma sarebbe "il vessillo della Chiesa cattolica, unico alleato di diritto internazionale" dello Stato nominato dalla Costituzione all’art. 7, e dunque sarebbe da considerarsi alla stregua di un simbolo dello Stato di cui non si potrebbe vietare l’esposizione, al pari della bandiera e del ritratto del Capo dello Stato.

Considerato che l’intervento spiegato nel giudizio è stato ammesso dalla Corte con ordinanza pronunciata in udienza, in quanto la posizione sostanziale fatta valere dal sig. Paolo Bonato, in proprio e in qualità di genitore di un’alunna, è qualificata in rapporto alla questione oggetto del giudizio di costituzionalità, dovendosi in questa sede precisare che la legittimazione ad intervenire non si estende all’altro firmatario dell’unico atto di intervento, sig. Linicio Bano, in quanto presidente dell’associazione italiana genitori di Padova;

che il remittente impugna gli articoli 159 e 190 del d.lgs. 16 aprile 1994, n. 297, sul presupposto che essi, "come specificati", rispettivamente, dall’art. 119 (e allegata tabella C) del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297, e dall’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965, forniscano fondamento legislativo ad un obbligo – contestato dal ricorrente per contrasto con il principio di laicità dello Stato – di esposizione del Crocifisso in ogni aula scolastica delle scuole elementari e medie; e impugna altresì l’art. 676 del medesimo d.lgs. n. 297 del 1994 sul presupposto che a tale disposizione – che sancisce l’abrogazione delle sole disposizioni non incluse nel testo unico che risultino incompatibili con esso – debba farsi risalire la permanente vigenza delle due norme regolamentari citate, dopo l’emanazione dello stesso testo unico;

che tali presupposti sono però erronei;

che, infatti, gli articoli 159 e 190 del testo unico si limitano a disporre l’obbligo a carico dei Comuni di fornire gli arredi scolastici, rispettivamente per le scuole elementari e per quelle medie, attenendo dunque il loro oggetto e il loro contenuto solo all’onere della spesa per gli arredi;

che, pertanto, non sussiste fra le due menzionate disposizioni legislative, da un lato, e le disposizioni regolamentari richiamate dal remittente, dall’altro lato, quel rapporto di integrazione e specificazione, ai fini dell’oggetto del quesito di costituzionalità proposto, che avrebbe consentito, a suo giudizio, l’impugnazione delle disposizioni legislative "come specificate" dalle norme regolamentari;

che, a differenza di quanto rilevato da questa Corte nelle sentenze n. 1104 del 1988 e n. 456 del 1994 (richiamate dal remittente) a proposito dell’ammissibilità di censure mosse nei confronti di disposizioni legislative come specificate da norme regolamentari previgenti, fatte salve dalla legge fino all’emanazione di nuovi regolamenti, nella specie il precetto che il remittente ricava dalle norme regolamentari non si desume nemmeno in via di principio dalle disposizioni impugnate degli artt. 159 e 190 del testo unico;

che, infatti, per quanto riguarda la tabella C allegata al r.d. n. 1297 del 1928, e richiamata nell’art. 119 dello stesso, essa contiene soltanto elenchi di arredi previsti per le varie classi, elenchi peraltro in parte non attuali e superati, come ha riconosciuto la stessa amministrazione;

che l’assenza del preteso rapporto di specificazione è ancor più evidente per quanto riguarda l’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924, che si riferisce bensì alla presenza nelle aule del Crocifisso e del ritratto del Re, ma non si occupa dell’arredamento delle aule, e dunque non può trovare fondamento legislativo nella – né costituire specificazione della – disposizione censurata dell’art. 190 del testo unico, volta anch’essa, come si è detto, a disciplinare solo l’onere finanziario per la fornitura di tale arredamento;

che, per quanto riguarda l’art. 676 del d.lgs. n. 297 del 1994, non può ricondursi ad esso l’affermata perdurante vigenza delle norme regolamentari richiamate, poiché la eventuale salvezza, ivi prevista, di norme non incluse nel testo unico, e non incompatibili con esso, può concernere solo disposizioni legislative, e non disposizioni regolamentari, essendo solo le prime riunite e coordinate nel testo unico medesimo, in conformità alla delega di cui all’art. 1 della legge 10 aprile 1991, n. 121, come sostituito dall’art. 1 della legge 26 aprile 1993, n. 126;

che l’impugnazione delle indicate disposizioni del testo unico si appalesa dunque il frutto di un improprio trasferimento su disposizioni di rango legislativo di una questione di legittimità concernente le norme regolamentari richiamate: norme prive di forza di legge, sulle quali non può essere invocato un sindacato di legittimità costituzionale, né, conseguentemente, un intervento interpretativo di questa Corte;

che, pertanto, la questione proposta è, sotto ogni profilo, manifestamente inammissibile.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 159 e 190 del d.lgs. 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado), come specificati, rispettivamente, dall’art. 119 (e allegata tabella C) del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297 (Approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare), e dall’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965 (Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media), e dell’art. 676 del predetto d.lgs. n. 297 del 1994, sollevata, in riferimento al principio di laicità dello Stato e, comunque, agli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per il Veneto con l’ordinanza in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 dicembre 2004.

F.to:
Valerio ONIDA, Presidente e Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 15 dicembre 2004.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: DI PAOLA

Allegato
ordinanza letta all’udienza del 26 ottobre 2004
ORDINANZA

Visto l’intervento spiegato in giudizio, in termini, dal Sig. Paolo Bonato e dal Sig. Linicio Bano;

considerato che la posizione sostanziale fatta valere nel presente giudizio dal Sig. Paolo Bonato in proprio e quale genitore dalla minore Laura Bonato appare qualificata in rapporto alla questione oggetto del giudizio di costituzionalità.

per questi motivi
ammette l’intervento di cui in premessa.

F.to: Valerio ONIDA, Presidente