Corriere della Sera 3.9.03
ELZEVIRO Il nuovo saggio di Damasio
Viaggio all’origine delle emozioni
di EDOARDO BONCINELLI
Gioia e dolore, esaltazione e abbattimento: con il pensiero e l'immaginazione l'uomo è capace di elevarsi al di sopra delle acque agitate del mondo della vita, ma tutto il suo essere affonda le radici nelle emozioni, nei sentimenti e negli stati d'animo, che lo mettono in diretto contatto con l'ordito stesso della vita. Alcuni di noi sono portati a disprezzare la propria vita emotiva, mentre altri la esaltano, considerando invece con sufficienza la ragione e la sua freddezza. Né gli uni né gli altri possono sottrarsi tuttavia alla realtà dei fatti. Noi siamo, inevitabilmente, un fascio di emozioni, di sentimenti e di stati d'animo - piacevoli, impercettibili o fastidiosi - come lo siamo di pensieri, di sogni e di ricordi. Alle emozioni e ai sentimenti ci riconduce ogni attimo della nostra giornata. A questi dobbiamo letteralmente la vita. Ma di questi sappiamo ben poco, nonostante il gran parlare che se ne fa. Una domanda prima di tutto: vengono dal corpo e la mente li percepisce, quando li percepisce, solo in un secondo tempo; oppure nascono nella nostra mente e interessano solo secondariamente il corpo? Quasi tutti, penso, propenderebbero per la seconda soluzione. Il grande William James, fratello di Henry James, affacciò cento anni fa l'ipotesi inversa, che le emozioni stessero cioè prima nel corpo e poi nell'anima, ma nessuno gli diede retta. C'è una grande, e per me incomprensibile, resistenza a riconoscere il primato del corpo nell'orchestrazione della nostra vita emotiva. Mi colpì molto perciò leggere, qualche anno fa, alcune affermazioni di Antonio Damasio, un noto studioso di neuropsicologia umana, che suggeriva un ruolo primario delle reazioni emotive somatiche, dalle più contenute alle più viscerali, anche nella retta e «razionale» valutazione di linee di condotta e di comportamenti nella vita di tutti i giorni.
Sul tema delle emozioni e dei sentimenti ritorna oggi Damasio in un libro in uscita da Adelphi, Alla ricerca di Spinoza . Dico subito che si tratta di un libro molto bello e coinvolgente; un libro coraggioso, scritto da uno spirito illuminista che muove alla ricerca delle ragioni del cuore, quelle che la ragione, secondo Pascal, non può comprendere.
La sua vocazione illuminista si vede nella scelta dell'argomento, il tentativo di comprendere appunto le basi neurobiologiche del sentimento, e nella ferma e appassionata denuncia di tutte le passate persecuzioni contro chi pensa con la propria testa: Spinoza ad esempio, ma non lui solo. È veramente incredibile quello che riesce a fare l'essere umano quando ritiene di agire a fin di bene. Ed è altrettanto incredibile che qualcuno, più d'uno in verità, possa oggi esaltare e rimpiangere quei tempi passati.
Dopo aver confessato che per potersi mettere a studiare seriamente la biologia dei sentimenti umani aveva dovuto liberarsi di tutto quanto aveva appreso fino ad allora sull'argomento - che i sentimenti fossero impossibili da definire, destinati a restare per sempre misteriosi, impalpabili entità aleggianti a mezz'aria nei paraggi dell'anima -, Damasio passa a illustrare alcune cose che i suoi studi gli hanno fatto intravedere sulle emozioni e sui sentimenti. Prima le emozioni, per dir la verità, e poi i sentimenti, perché quelle vengono da lontano, da un passato di animali dotati di un corpo e di un sistema nervoso anche appena accennato; e poi i sentimenti, che richiedono invece un'organizzazione delle funzioni cerebrali superiori che le metta in condizione di rappresentarsi i diversi stati del corpo. Le emozioni quindi nascono nel corpo e dal corpo, e guai a un animale che non le avesse, e i sentimenti non sono altro che la percezione sufficientemente dettagliata dei diversi stati d'agitazione (affectiones direbbe Spinoza) del corpo stesso. Damasio ha raggiunto le sue conclusioni studiando il comportamento, a volte incredibilmente rivelatore, di individui portatori di vari tipi di lesioni cerebrali, ma le sue riflessioni aspirano a raggiungere una validità generale. E ci riservano comunque una grande lezione.
Un libro illuminista, abbiamo detto, per il coraggio di guardare dentro un argomento così sfuggente e di farlo contro la cultura oggi dominante, tutta impregnata di sentimentalismi da feuilleton e traboccante di pseudospiegazioni psicologistiche. Neanche i neuroscienziati amano per lo più l'argomento, preferendo altre indagini più promettenti e meno coinvolgenti. Ma da qualche anno le cose sono un po’ cambiate, grazie anche a gente come i Damasio, marito e moglie. Mi aspetterei che uno studio serio e documentato sulla nostra emotività come è questo giungesse a tutti gradito e lasciasse qualche traccia. Ma non mi faccio illusioni. La nostra cultura ingloba, neutralizza e incista tutto, per poter impunemente ritornare al suo rassicurante sonno dogmatico.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 3 settembre 2003
martedì 2 settembre 2003
Buongiorno notte venerdì anche a Firenze
Fiorella Atelier
Via G. D'Annunzio - Tel. 055.678.123 - In Dolby Stereo - E 6,50 - ridotti e mercoledì E 4. Martedì rid. Agis. Tutti giorni rid. Per le Carte Atelier. Aria condizionata
SALA «CLAUDIO ZANCHI» Riapertura venerdì 5 settembre
con il film Buongiorno notte
di Marco Bellocchio
Via G. D'Annunzio - Tel. 055.678.123 - In Dolby Stereo - E 6,50 - ridotti e mercoledì E 4. Martedì rid. Agis. Tutti giorni rid. Per le Carte Atelier. Aria condizionata
SALA «CLAUDIO ZANCHI» Riapertura venerdì 5 settembre
con il film Buongiorno notte
di Marco Bellocchio
dopo la presentazione di The Dreamers
Corriere della Sera 2.9.03
Bernardo Bertolucci:
«...Il '68 è stato molto destabilizzante anche per i padri: sono rimasti fuori dalla porta a guardare». Un grande sogno che pareva non dover finire. E invece... «Per me si è infranto nel '78: l'omicidio di Moro ha mutato il sogno in incubo, in qualcosa di inaccettabile. Una pagina nera ancora avvolta in troppi misteri. Attendo con ansia il film di Marco Bellocchio che affronterà quel capitolo...».
Bernardo Bertolucci:
«...Il '68 è stato molto destabilizzante anche per i padri: sono rimasti fuori dalla porta a guardare». Un grande sogno che pareva non dover finire. E invece... «Per me si è infranto nel '78: l'omicidio di Moro ha mutato il sogno in incubo, in qualcosa di inaccettabile. Una pagina nera ancora avvolta in troppi misteri. Attendo con ansia il film di Marco Bellocchio che affronterà quel capitolo...».
Tony Carnevale
Dal sito della casa discografica “The Laser’s Edge” (USA)
Tony Carnevale – LIVE, Rock Symphonic Concert
Tony Carnevale is a very talented Italian keyboardist that made the killer "La Vita Che Grida" album a few years back. This is an orchestrated concert put together by Carnevale focusing on his solo work as well as an interesting reworking of Pictures Of An Exhibition. Notable participants of the concert are Banco's Francesco Di Giacomo and Rudolfo Maltese. This is killer symphonic prog rock as only the Italians can do it!
Da “Metal Shock” di Agosto
TONY CARNEVALE "Live - Rock Symphonic Concert” (Artonica 96)
9 tks -79 min.
Ottimo live per Tony Carnevale, musicista e tastierista di grande talento e già autore di tre lavori racchiusi anche su un box cd e recensiti tra questa pagine ed anche di una colonna sonora dal sound più particolare. Stavolta dal vivo, Carnevale ci offre quasi ottanta minuti di grande rock progressivo e sinfonico, suonato con maestria e con passione da una serie di musicisti eccezionali. Si parte subito con "Quadri", rielaborazione di Tony Carnevale dell'opera di Mussorgsky "Pictures at an exibhition", resa qui molto più energica grazie agli ottimi interventi delle tastiere di Tony e da quelli chitarristici di Rudy Costa e da un poderoso drum work ad opera di Maurizio Boco e non mancano violini e violoncelli a rendere il tutto più sinfonico. Si va avanti con "Fuoco e ferro" e la chitarra di Rudy Costa si fa sempre più aggressiva regalandoci anche degli ottimi solos che ben si innestano tra le volate tastieristiche di Carnevale. Si rallentano i ritmi con "Le memorie dalla scogliera", altro ottimo brano caratterizzato dagli interventi pianisti ci di Tony e che progredisce poi tornando ad essere un rock progressivo molto tecnico e dalle tentazioni metallare, sempre grazie alla chitarra di Costa ed all'ottimo lavoro svolto da Boco dietro i tamburi. Tutto il cd si mantiene su ottimi livelli e vanno segnalati anche brani come "Isabeau", una piccola sinfonia dove ampio spazio viene dato alla sezione d'archi e "Danza sul vulcano", altro ottimo brano suonato egregiamente da tutti i musicisti coinvolti nel progetto. Chiudono il cd la lenta e pianistica "Quello che gli altri non sanno" e "La vita che grida", ottima song con un'ospite d'eccezione, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso (c'è anche la presenza di Rodolfo Maltese alle chitarre). Un ottimo live, consigliato a chiunque ami il rock progressivo in tutte le sue forme. (II)
Tony Carnevale – LIVE, Rock Symphonic Concert
Tony Carnevale is a very talented Italian keyboardist that made the killer "La Vita Che Grida" album a few years back. This is an orchestrated concert put together by Carnevale focusing on his solo work as well as an interesting reworking of Pictures Of An Exhibition. Notable participants of the concert are Banco's Francesco Di Giacomo and Rudolfo Maltese. This is killer symphonic prog rock as only the Italians can do it!
Da “Metal Shock” di Agosto
TONY CARNEVALE "Live - Rock Symphonic Concert” (Artonica 96)
9 tks -79 min.
Ottimo live per Tony Carnevale, musicista e tastierista di grande talento e già autore di tre lavori racchiusi anche su un box cd e recensiti tra questa pagine ed anche di una colonna sonora dal sound più particolare. Stavolta dal vivo, Carnevale ci offre quasi ottanta minuti di grande rock progressivo e sinfonico, suonato con maestria e con passione da una serie di musicisti eccezionali. Si parte subito con "Quadri", rielaborazione di Tony Carnevale dell'opera di Mussorgsky "Pictures at an exibhition", resa qui molto più energica grazie agli ottimi interventi delle tastiere di Tony e da quelli chitarristici di Rudy Costa e da un poderoso drum work ad opera di Maurizio Boco e non mancano violini e violoncelli a rendere il tutto più sinfonico. Si va avanti con "Fuoco e ferro" e la chitarra di Rudy Costa si fa sempre più aggressiva regalandoci anche degli ottimi solos che ben si innestano tra le volate tastieristiche di Carnevale. Si rallentano i ritmi con "Le memorie dalla scogliera", altro ottimo brano caratterizzato dagli interventi pianisti ci di Tony e che progredisce poi tornando ad essere un rock progressivo molto tecnico e dalle tentazioni metallare, sempre grazie alla chitarra di Costa ed all'ottimo lavoro svolto da Boco dietro i tamburi. Tutto il cd si mantiene su ottimi livelli e vanno segnalati anche brani come "Isabeau", una piccola sinfonia dove ampio spazio viene dato alla sezione d'archi e "Danza sul vulcano", altro ottimo brano suonato egregiamente da tutti i musicisti coinvolti nel progetto. Chiudono il cd la lenta e pianistica "Quello che gli altri non sanno" e "La vita che grida", ottima song con un'ospite d'eccezione, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso (c'è anche la presenza di Rodolfo Maltese alle chitarre). Un ottimo live, consigliato a chiunque ami il rock progressivo in tutte le sue forme. (II)
un'intervista a Federico Masini sul trasferimento della Facoltà di Studi Orientali all'Esquilino
(segnalato da Giovanni Senatore)
http://www.stranieriinitalia.it/news/orientali1set2003.htm
in Primo Piano nella home page
Roma: la Facoltà di Studi Orientali si trasferisce a piazza Vittorio, cuore multietnico della capitale
ROMA - Nel quartiere più multietnico della capitale arrivano anche gli "stranieri" dell'ateneo romano.
di Elvio Pasca
La Facoltà di Studi Orientali, fiore all'occhiello (è l'unica in Italia) dell'Università La Sapienza, ha quasi completato il suo trasferimento dalla vecchia città universitaria a piazza Vittorio, nei locali dell'ex Caserma Sani.
Già l'anno scorso i milleottocento studenti della facoltà hanno potuto seguire le lezioni di arabo, cinese, coreano, ebraico, giapponese, hindi e persiano nel cuore della "Babele" romana.
Un'occasione unica per tuffarsi in quelle culture che, fino a ieri, per molti studenti rischiavano di rimanere tra le pagine dei libri.
Per il preside Federico Masini, che è anche docente di lingua e letteratura cinese, non sarà un incontro a senso unico.
La sua facoltà vuole costruire un dialogo con i nuovi vicini, creando momenti di incontro e integrazione culturale.
"Ho già preso contatti ufficiali - spiega il prof. Masini - con la comunità cinese, per avviare iniziative che facciano conoscere ai cinesi di piazza Vittorio la presenza di questa struttura".
La facoltà si farà quindi promotrice di cineforum, presentazioni di libri e seminari aperti ai tanti nuovi cittadini della zona.
"L'anno scorso - continua il preside - abbiamo organizzato, con un buon riscontro di pubblico, due rassegne di film coreani e indiani. Le ripeteremo quest'anno, dedicando una manifestazione simile anche ai film cinesi".
La facoltà attiverà anche uno "sportello" aperto al pubblico e affidato ai suoi studenti, che potranno così esercitarsi nella conversazione in lingua.
Lo sportello non darà consulenze di tipo normativo ("è al di fuori delle nostre competenze"), ma di carattere culturale. Nei suoi locali verrà infatti trasferita anche la biblioteca della facoltà con il suo prezioso patrimonio di testi orientali.
Per italiani e stranieri che quei libri volessero anche acquistarli, a piazza Vittorio c'è poi Orientalia, libreria specializzata gestita da alcuni ex studenti della Facoltà.
Senza dimenticare che anche tra gli studenti ci sono degli stranieri, molti dei quali figli di immigrati che trovano nei corsi della Facoltà di Studi Orientali del professor Masini un ponte con la cultura dei propri padri.
"Mentre - spiega Masini- i ragazzi parlano il cinese a casa loro, solitamente in un dialetto, vengono da noi per imparare a scriverlo e per studiare la letteratura . Un modo per riqualificarsi sulla loro stessa identità culturale".
Ma non di soli libri vive l'uomo, tanto meno un giovane studente.
Ecco allora fiorire le convenzioni tra la facoltà ed i tanti ristoranti e fast food etnici del quartiere. "È giusto- scherza il preside - che chi studia il cinese mangi anche cinese. Naturalmente a prezzi convenienti…"
L'interessantissima simbiosi tra facoltà e quartiere, toccherà infine i suoi livelli massimi tra qualche mese, quando al piano terra dell' ex Caserma Sani sarà trasferito anche il mercatino dell'abbigliamento di Piazza Vittorio, gestito per lo più da stranieri.
Per il prof. Masini, che a quarantadue anni è anche il più giovane preside d'Italia, è l'ennesima scommessa: "Può venirne fuori un caos totale oppure una cosa davvero interessante.
Ma sono ottimista: sono sempre gli studenti a trasformare le cose piuttosto che ad esserne trasformati"…
(1 settembre 2003)
http://www.stranieriinitalia.it/news/orientali1set2003.htm
in Primo Piano nella home page
Roma: la Facoltà di Studi Orientali si trasferisce a piazza Vittorio, cuore multietnico della capitale
ROMA - Nel quartiere più multietnico della capitale arrivano anche gli "stranieri" dell'ateneo romano.
di Elvio Pasca
La Facoltà di Studi Orientali, fiore all'occhiello (è l'unica in Italia) dell'Università La Sapienza, ha quasi completato il suo trasferimento dalla vecchia città universitaria a piazza Vittorio, nei locali dell'ex Caserma Sani.
Già l'anno scorso i milleottocento studenti della facoltà hanno potuto seguire le lezioni di arabo, cinese, coreano, ebraico, giapponese, hindi e persiano nel cuore della "Babele" romana.
Un'occasione unica per tuffarsi in quelle culture che, fino a ieri, per molti studenti rischiavano di rimanere tra le pagine dei libri.
Per il preside Federico Masini, che è anche docente di lingua e letteratura cinese, non sarà un incontro a senso unico.
La sua facoltà vuole costruire un dialogo con i nuovi vicini, creando momenti di incontro e integrazione culturale.
"Ho già preso contatti ufficiali - spiega il prof. Masini - con la comunità cinese, per avviare iniziative che facciano conoscere ai cinesi di piazza Vittorio la presenza di questa struttura".
La facoltà si farà quindi promotrice di cineforum, presentazioni di libri e seminari aperti ai tanti nuovi cittadini della zona.
"L'anno scorso - continua il preside - abbiamo organizzato, con un buon riscontro di pubblico, due rassegne di film coreani e indiani. Le ripeteremo quest'anno, dedicando una manifestazione simile anche ai film cinesi".
La facoltà attiverà anche uno "sportello" aperto al pubblico e affidato ai suoi studenti, che potranno così esercitarsi nella conversazione in lingua.
Lo sportello non darà consulenze di tipo normativo ("è al di fuori delle nostre competenze"), ma di carattere culturale. Nei suoi locali verrà infatti trasferita anche la biblioteca della facoltà con il suo prezioso patrimonio di testi orientali.
Per italiani e stranieri che quei libri volessero anche acquistarli, a piazza Vittorio c'è poi Orientalia, libreria specializzata gestita da alcuni ex studenti della Facoltà.
Senza dimenticare che anche tra gli studenti ci sono degli stranieri, molti dei quali figli di immigrati che trovano nei corsi della Facoltà di Studi Orientali del professor Masini un ponte con la cultura dei propri padri.
"Mentre - spiega Masini- i ragazzi parlano il cinese a casa loro, solitamente in un dialetto, vengono da noi per imparare a scriverlo e per studiare la letteratura . Un modo per riqualificarsi sulla loro stessa identità culturale".
Ma non di soli libri vive l'uomo, tanto meno un giovane studente.
Ecco allora fiorire le convenzioni tra la facoltà ed i tanti ristoranti e fast food etnici del quartiere. "È giusto- scherza il preside - che chi studia il cinese mangi anche cinese. Naturalmente a prezzi convenienti…"
L'interessantissima simbiosi tra facoltà e quartiere, toccherà infine i suoi livelli massimi tra qualche mese, quando al piano terra dell' ex Caserma Sani sarà trasferito anche il mercatino dell'abbigliamento di Piazza Vittorio, gestito per lo più da stranieri.
Per il prof. Masini, che a quarantadue anni è anche il più giovane preside d'Italia, è l'ennesima scommessa: "Può venirne fuori un caos totale oppure una cosa davvero interessante.
Ma sono ottimista: sono sempre gli studenti a trasformare le cose piuttosto che ad esserne trasformati"…
(1 settembre 2003)
Nietzsche
(citato al seminario del lunedì, ringrazio Paola D'Ettole)
Sole24ore Domenicale 31.8.03
Friedrich Nietzsche - Esce, a cura di Sossio Giametta, la traduzione delle opere del filosofo tedesco, dallo «Zarathustra» all'«Anticristo»
Contraddizioni da Superuomo
Ma il presunto colpo di grazia inferto al cristianesimo in realtà è caduto nel vuoto - Dando il meglio di sé in frammenti e aforismi, i suoi libri sono «una grande avventura della conoscenza e della morale all'insegna della negazione della conoscenza e della morale»
di Giovanni Reale
Escono, editi dalla Utet, due imponenti volumi contenenti opere principali di Nietzsche: La gaia scienza; Idilli di Messina; Così parlò Zarathustra (pagg. 728, 69,00); Al di là del bene e del male; Genealogia della morale; Crepuscolo degli idoli; L'Anticristo (pagg. 602, 57,00).
Il traduttore e curatore delle introduzioni e degli apparati è Sossio Giametta, ben noto agli studiosi, in quanto, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso aveva tradotto numerosi scritti nietzschiani per la collana Opere di Friedrich Nietzsche diretta da G. Colli e M. Montinari delle Edizioni Adelphi: Umano, troppo umano; Richard Wagner a Bayreuth; La nascita della tragedia; Considerazioni inattuali e ben quattro raccolte dei Frammenti postumi, del 1984-1985, del 1985-1987, del 1987-1988, del 1988-1989. Di recente ha raccolto i suoi numerosi scritti su Croce, Schopenhauer, Nietzsche e altri filosofi nel volume I pazzi di Dio (Istituto per gli Studi Filosofi - La città del sole). Giametta ha quindi alle spalle decenni di esperienza e di lavoro, che gli permettono di dominare la materia, sia come traduttore sia come interprete, in modo egregio.
Nietzsche è un autore fra i più letti, anche da persone di differente estrazione e con differenti interessi, e di conseguenza interpretato nei modi più opposti, largamente frainteso e utilizzato anche per motivi politici blasfemi. Ricordo, ad esempio, che all'inizio degli anni Cinquanta, recatomi a Marburg per ragioni di studio, trovai in varie bancarelle moltissime opere di Nietzsche a costi irrisori. Il professore che mi insegnava la lingua tedesca e che mi accompagnava, mi spiegò che il nazismo imponeva la lettura del filosofo come essenziale per la formazione culturale. Di conseguenza, quelle opere venivano stampate a tiratura assai alta. Dopo la caduta del regime, gli acquirenti si erano molto ridotti di numero, e le bancarelle avevano ricevuto sottocosto un gran numero di quelle opere.
In realtà, si tratta di un autore il cui pensiero è fra i più difficili da intendere in modo convincente, e quindi da ricostruire. La qualifica che gli è stata data di è sotto un certo aspetto vera, sotto un altro fortemente deviante. La stessa cosa, infatti, sia pure in maniera più temperata, si potrebbe dire (ed è stata detta) anche di Platone. La poesia, infatti, in uomini geniali di questo tipo, ha una funzione e un valore altamente conoscitivo.
É vero che Nietzsche non ha scritto neppure un'opera sistematica. Jaspers diceva che le opere nietzschiane sono un Trummerhaufen, un «ammasso di frammenti». Ma le cose più belle egli le ha dette proprio in frammenti e in sentenze. Egli lo sapeva bene, e lo ha anche confessato con un elogio alla sentenza di questo tenore: «Una buona sentenza è troppo dura per il dente del tempo e non viene consumata neanche da tutti i secoli, benché serva da nutrimento a ogni epoca: in tal modo essa rappresenta il gran paradosso della letteratura, l'imperituro in mezzo al mutevole, l'alimento che rimane sempre apprezzato, come il sale, e mai, come persin questo, diventa insipido».
Solo con Heidegger si è incominciato a trattare il «paradosso» del pensiero di Nietzsche in modo adeguato, pur senza raggiungere interpretazioni definitive e condivisibili dal punto di vista storico-ermeneutico.
Intanto, proprio con Heidegger si può dire che i punti-chiave - o i «titoli capitali» come egli li chiama - del pensiero nietzschiano sono cinque: 1) il «nichilismo», 2) la «trasvalutazione dei valori», 3) la «volontà di potenza», 4) «l'eterno ritorno dell'uguale» e 5) il «superuomo».
Questi cinque concetti-chiave hanno fra di loro un nesso strutturale assai preciso, e precisamente il primo, ossia il nichilismo come svalutazione dei valori supremi, in connessione con la volontà di potenza, che è ciò che corrisponde al divenire delle cose (in senso eracliteo). «I valori e la loro trasformazione - scrive Nietzsche - stanno in rapporto con la crescita di potenza di chi pone i valori».
In questa ottica Heidegger e molti con lui ricostruiscono e interpretano il pensiero di Nietzsche in modo sistematico. Ma Giametta capovolge lo schema interpretativo: Nietzsche non va affatto inteso in modo filosofico-sistematico, perché non è un filosofo, ma è un moralista, un poeta-moralista, e quei concetti-chiave sopra indicati sono da considerare delle vere e proprie cadute e deviazioni. Giametta scrive: «Nietzsche era dotato non solo di ingegno, ma anche di genio. Come filosofo puro, cioè sistematico, non lo era: gli mancava quell'iniziativa e quell'inventiva in campo concettuale che fanno l'originalità e l'autonomia del filosofo. Le prove filosofiche che fu comunque costretto a fare - perché occupandosi di filosofia si sentiva costretto a riempire i vuoti che egli stesso produceva con la sua scepsi dissolutrice - furono un fallimento generale e degenerarono in cattivi miti (a cui molti nietzschiologi, che non sanno di essere dominati dagli idola theatri, ancora dedicano saggi e libri): il superuomo, l'eterno ritorno, la grande politica, la grande salute, la volontà di potenza e, nei suoi esiti ultimi, nefasti, anche la trasvalutazione di per sé geniale (per non parlare dell'"allevamento" e della "selezione matrimoniale"); furono, queste, escogitazioni risonanti, e caratterizzanti ma povere, o veri e propri traviamenti, indotti peraltro dalla cultura del tempo (evoluzionismo) e dalla crisi della storia».
Per Nietzsche, come per Pascal, bisognerebbe essere «moralisti», e non «filosofi».
Due sono le opere che Giametta ritiene particolarmente rivelative del pensiero nietzschiano. In primo luogo, Così parlò Zarathustra, che è «una grande avventura della conoscenza e della morale all'insegna della negazione della conoscenza e della morale». In secondo luogo e in modo particolare la Genealogia della morale. Quest'opera, secondo Giametta, si potrebbe paragonare allo scritto di Gorgia Del non essere o della natura. Mentre Gorgia rovesciava l'ontologia eleatica, Nietzsche rovescia in modo analogo i Pensieri di Pascal. La Genalogia della morale è il paradigma dell'antisistema nietzschiano. Giametta scrive: «Frutto di un profondo senso storico, di una genialità psicologica e moralistica senza pari, la Genealogia della morale è il colpo di grazia vibrato al cristianesimo già da secoli languente e ormai rinsecchito, non tanto come religione (al riguardo Nietzsche è ingiustamente violento e unilaterale) quanto come motore della bimillenaria civiltà succeduta a quella pagana antica».
Ma si tratta di un colpo di grazia che - a nostro avviso - sulla base del nichilismo nietzschiano cade nel vuoto: infatti, sul nulla non si può costruire nulla. Siamo convinti che - contro ciò che dice Nietzsche - valga ciò che T. S. Eliot ha ben rilevato: «Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell'Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della Fede Cristiana. E ne sono convinto non solamente come cristiano, ma come studioso di biologia sociale. Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. E allora voi dovrete ricominciare faticosamente da capo e non potrete indossare una cultura già fatta. Dovrete attendere che l'erba cresca perché nutra le pecore che daranno la lana di cui sarà fatto il vostro nuovo vestito. Dovrete attraversare molti secoli di barbarie. Non vivremo per vedere la nuova cultura, e neppure i nostri nipoti, né i loro nipoti: e quand'anche lo potessimo, nessuno di noi sarebbe in essa felice».
Sole24ore Domenicale 31.8.03
Friedrich Nietzsche - Esce, a cura di Sossio Giametta, la traduzione delle opere del filosofo tedesco, dallo «Zarathustra» all'«Anticristo»
Contraddizioni da Superuomo
Ma il presunto colpo di grazia inferto al cristianesimo in realtà è caduto nel vuoto - Dando il meglio di sé in frammenti e aforismi, i suoi libri sono «una grande avventura della conoscenza e della morale all'insegna della negazione della conoscenza e della morale»
di Giovanni Reale
Escono, editi dalla Utet, due imponenti volumi contenenti opere principali di Nietzsche: La gaia scienza; Idilli di Messina; Così parlò Zarathustra (pagg. 728, 69,00); Al di là del bene e del male; Genealogia della morale; Crepuscolo degli idoli; L'Anticristo (pagg. 602, 57,00).
Il traduttore e curatore delle introduzioni e degli apparati è Sossio Giametta, ben noto agli studiosi, in quanto, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso aveva tradotto numerosi scritti nietzschiani per la collana Opere di Friedrich Nietzsche diretta da G. Colli e M. Montinari delle Edizioni Adelphi: Umano, troppo umano; Richard Wagner a Bayreuth; La nascita della tragedia; Considerazioni inattuali e ben quattro raccolte dei Frammenti postumi, del 1984-1985, del 1985-1987, del 1987-1988, del 1988-1989. Di recente ha raccolto i suoi numerosi scritti su Croce, Schopenhauer, Nietzsche e altri filosofi nel volume I pazzi di Dio (Istituto per gli Studi Filosofi - La città del sole). Giametta ha quindi alle spalle decenni di esperienza e di lavoro, che gli permettono di dominare la materia, sia come traduttore sia come interprete, in modo egregio.
Nietzsche è un autore fra i più letti, anche da persone di differente estrazione e con differenti interessi, e di conseguenza interpretato nei modi più opposti, largamente frainteso e utilizzato anche per motivi politici blasfemi. Ricordo, ad esempio, che all'inizio degli anni Cinquanta, recatomi a Marburg per ragioni di studio, trovai in varie bancarelle moltissime opere di Nietzsche a costi irrisori. Il professore che mi insegnava la lingua tedesca e che mi accompagnava, mi spiegò che il nazismo imponeva la lettura del filosofo come essenziale per la formazione culturale. Di conseguenza, quelle opere venivano stampate a tiratura assai alta. Dopo la caduta del regime, gli acquirenti si erano molto ridotti di numero, e le bancarelle avevano ricevuto sottocosto un gran numero di quelle opere.
In realtà, si tratta di un autore il cui pensiero è fra i più difficili da intendere in modo convincente, e quindi da ricostruire. La qualifica che gli è stata data di
É vero che Nietzsche non ha scritto neppure un'opera sistematica. Jaspers diceva che le opere nietzschiane sono un Trummerhaufen, un «ammasso di frammenti». Ma le cose più belle egli le ha dette proprio in frammenti e in sentenze. Egli lo sapeva bene, e lo ha anche confessato con un elogio alla sentenza di questo tenore: «Una buona sentenza è troppo dura per il dente del tempo e non viene consumata neanche da tutti i secoli, benché serva da nutrimento a ogni epoca: in tal modo essa rappresenta il gran paradosso della letteratura, l'imperituro in mezzo al mutevole, l'alimento che rimane sempre apprezzato, come il sale, e mai, come persin questo, diventa insipido».
Solo con Heidegger si è incominciato a trattare il «paradosso» del pensiero di Nietzsche in modo adeguato, pur senza raggiungere interpretazioni definitive e condivisibili dal punto di vista storico-ermeneutico.
Intanto, proprio con Heidegger si può dire che i punti-chiave - o i «titoli capitali» come egli li chiama - del pensiero nietzschiano sono cinque: 1) il «nichilismo», 2) la «trasvalutazione dei valori», 3) la «volontà di potenza», 4) «l'eterno ritorno dell'uguale» e 5) il «superuomo».
Questi cinque concetti-chiave hanno fra di loro un nesso strutturale assai preciso, e precisamente il primo, ossia il nichilismo come svalutazione dei valori supremi, in connessione con la volontà di potenza, che è ciò che corrisponde al divenire delle cose (in senso eracliteo). «I valori e la loro trasformazione - scrive Nietzsche - stanno in rapporto con la crescita di potenza di chi pone i valori».
In questa ottica Heidegger e molti con lui ricostruiscono e interpretano il pensiero di Nietzsche in modo sistematico. Ma Giametta capovolge lo schema interpretativo: Nietzsche non va affatto inteso in modo filosofico-sistematico, perché non è un filosofo, ma è un moralista, un poeta-moralista, e quei concetti-chiave sopra indicati sono da considerare delle vere e proprie cadute e deviazioni. Giametta scrive: «Nietzsche era dotato non solo di ingegno, ma anche di genio. Come filosofo puro, cioè sistematico, non lo era: gli mancava quell'iniziativa e quell'inventiva in campo concettuale che fanno l'originalità e l'autonomia del filosofo. Le prove filosofiche che fu comunque costretto a fare - perché occupandosi di filosofia si sentiva costretto a riempire i vuoti che egli stesso produceva con la sua scepsi dissolutrice - furono un fallimento generale e degenerarono in cattivi miti (a cui molti nietzschiologi, che non sanno di essere dominati dagli idola theatri, ancora dedicano saggi e libri): il superuomo, l'eterno ritorno, la grande politica, la grande salute, la volontà di potenza e, nei suoi esiti ultimi, nefasti, anche la trasvalutazione di per sé geniale (per non parlare dell'"allevamento" e della "selezione matrimoniale"); furono, queste, escogitazioni risonanti, e caratterizzanti ma povere, o veri e propri traviamenti, indotti peraltro dalla cultura del tempo (evoluzionismo) e dalla crisi della storia».
Per Nietzsche, come per Pascal, bisognerebbe essere «moralisti», e non «filosofi».
Due sono le opere che Giametta ritiene particolarmente rivelative del pensiero nietzschiano. In primo luogo, Così parlò Zarathustra, che è «una grande avventura della conoscenza e della morale all'insegna della negazione della conoscenza e della morale». In secondo luogo e in modo particolare la Genealogia della morale. Quest'opera, secondo Giametta, si potrebbe paragonare allo scritto di Gorgia Del non essere o della natura. Mentre Gorgia rovesciava l'ontologia eleatica, Nietzsche rovescia in modo analogo i Pensieri di Pascal. La Genalogia della morale è il paradigma dell'antisistema nietzschiano. Giametta scrive: «Frutto di un profondo senso storico, di una genialità psicologica e moralistica senza pari, la Genealogia della morale è il colpo di grazia vibrato al cristianesimo già da secoli languente e ormai rinsecchito, non tanto come religione (al riguardo Nietzsche è ingiustamente violento e unilaterale) quanto come motore della bimillenaria civiltà succeduta a quella pagana antica».
Ma si tratta di un colpo di grazia che - a nostro avviso - sulla base del nichilismo nietzschiano cade nel vuoto: infatti, sul nulla non si può costruire nulla. Siamo convinti che - contro ciò che dice Nietzsche - valga ciò che T. S. Eliot ha ben rilevato: «Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell'Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della Fede Cristiana. E ne sono convinto non solamente come cristiano, ma come studioso di biologia sociale. Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. E allora voi dovrete ricominciare faticosamente da capo e non potrete indossare una cultura già fatta. Dovrete attendere che l'erba cresca perché nutra le pecore che daranno la lana di cui sarà fatto il vostro nuovo vestito. Dovrete attraversare molti secoli di barbarie. Non vivremo per vedere la nuova cultura, e neppure i nostri nipoti, né i loro nipoti: e quand'anche lo potessimo, nessuno di noi sarebbe in essa felice».
autismo e genio
(citato al seminario del lunedì)
Repubblica 1.9.03
Gli scienziati americani: un cervello di grandi dimensioni aumenta la predisposizione a questo tipo di sindrome
Autismo, non solo una malattia C' è del genio in quei bambini
le frontiere della scienza Chi ne soffre sembra avere una marcia in più nelle operazioni che richiedono ordine e applicazione più che intuizione e fantasia Lo scetticismo di un neuropsichiatra 'Sì, certe capacità possono essere potenziate ma definirle un dono è eccessivo'
ELENA DUSI
ROMA - L' autismo può essere una risorsa? Tra il ventaglio di disturbi che ricadono sotto questo nome c' è anche la sindrome di Asperger, associata a un quoziente intellettivo superiore alla norma. Il più recente fra gli studi su questa malattia tanto elusiva afferma che un cervello di grandi dimensioni sembra aumentare la predisposizione all' autismo. La moltiplicazione tumultuosa dei neuroni durante la gestazione e i primi anni dell' infanzia determinerebbe un aumento sregolato delle connessioni nervose, suggerisce Eric Courchesne, ricercatore dell' università della California. «Le sinapsi - spiega in un articolo apparso recentemente su New Scientist - si sviluppano così rapidamente che l' esperienza non fa in tempo a selezionare quelle più valide, distruggendo le altre». L' ipotesi ha suscitato nella comunità scientifica reazioni oscillanti fra l' entusiasmo e lo scetticismo. Resta il fatto che la sindrome di Asperger sembra dare una marcia in più nelle operazioni che richiedono applicazione più che intuizione e sistematicità più che fantasia. Alcuni esempi: abilità nei videogiochi e nell' uso del computer in genere, capacità di calcolo stupefacenti, destrezza nello smontare e rimontare gli oggetti. Di autismo come risorsa parlano l' ultimo numero di Newsweek, che dedica all' argomento il servizio di copertina, e un' inchiesta apparsa sulla Bbc lo scorso luglio. A parlare dal network britannico è Luke Jackson, un ragazzo di 14 anni autore già di diversi libri fra cui "Freaks, geeks and Asperger syndrome", cioè "Frizzi, lazzi e la sindrome di Asperger". In apertura si legge: «Una cosa particolare che mi riguarda e che molte persone chiamerebbero un handicap, ma secondo me è un dono, è che sono malato di una particolare forma di autismo». Simon Baron-Cohen, lo psicologo dell' università di Cambridge intervistato da Newsweek, ne fa una questione di sessi. Nel suo libro "The essential difference" (La differenza essenziale) distingue tra la capacità di capire le persone e le loro emozioni (tipica delle donne) e l' abilità nel sistematizzare i concetti, punto forte degli uomini. L' autismo, secondo questo studioso, non sarebbe altro che un attaccamento morboso a regole e schemi rigidi, accompagnato da incapacità di percepire le emozioni altrui e comunicare le proprie. Motivo per cui, sostiene Baron-Cohen, a essere colpiti dalla sindrome nell' 80 per cento dei casi sono i maschi. Definire la sindrome di Asperger un "dono" è «francamente un' esagerazione» secondo Ernesto Caffo, che insegna neuropsichiatria infantile all' università di Modena e Reggio Emilia. «Anche quando alcune capacità intellettive sono potenziate - spiega - ci troviamo di fronte a bambini con difficoltà di socializzazione. Se diagnosticati in tempo e curati possono fare grandi passi avanti, andare a scuola e vivere una vita piuttosto normale. Ma occorre ricordare che da questa sindrome non si guarisce definitivamente. Nel momento in cui si cresce e arriva il momento di trovare un lavoro, le disarmonie possono riemergere». La terapia in Italia coinvolge solo la sfera comportamentale e affettiva. In genere si preferisce evitare i farmaci. «L' importante - prosegue Caffo - è studiare una risposta valida a livello individuale. L' autismo si manifesta con infinite sfumature diverse e purtroppo dalla mia esperienza posso vedere che sono pochi i casi cosiddetti ad alto funzionamento, in cui delle capacità spiccate permettono l' inserimento nella vita produttiva. La varietà dei sintomi, le mille situazioni familiari e sociali in cui un bambino può trovarsi ci invitano alla prudenza: meglio usare le categorie il meno possibile quando si ha a che fare con l' autismo e affidarsi a una terapia personalizzata». Per quanto "ad alto funzionamento", i bambini affetti di autismo tenderanno sempre a ritirarsi nei loro spazi, ripetere compulsivamente dei comportamenti senza senso, come ad esempio picchiettare un tavolo o una bottiglia e soprattutto tagliare le comunicazioni con il mondo esterno. «In passato - spiega il neuropsichiatra - i casi di autismo venivano classificati sotto le più varie forme di malattia mentale. Oggi almeno abbiamo imparato a diagnosticare questa sindrome, e possiamo evitare ai bambini che ne vengono colpiti di finire in una struttura di assistenza». Non mancano poi le forme leggere del disturbo, che vengono classificate come semplici stranezze del carattere. «Durante i nostri incontri scientifici - ammette in conclusione Caffo - capita spesso di notare dei personaggi di successo dell' attualità e cogliere in loro una sottile vena di autismo».
Repubblica 1.9.03
Gli scienziati americani: un cervello di grandi dimensioni aumenta la predisposizione a questo tipo di sindrome
Autismo, non solo una malattia C' è del genio in quei bambini
le frontiere della scienza Chi ne soffre sembra avere una marcia in più nelle operazioni che richiedono ordine e applicazione più che intuizione e fantasia Lo scetticismo di un neuropsichiatra 'Sì, certe capacità possono essere potenziate ma definirle un dono è eccessivo'
ELENA DUSI
ROMA - L' autismo può essere una risorsa? Tra il ventaglio di disturbi che ricadono sotto questo nome c' è anche la sindrome di Asperger, associata a un quoziente intellettivo superiore alla norma. Il più recente fra gli studi su questa malattia tanto elusiva afferma che un cervello di grandi dimensioni sembra aumentare la predisposizione all' autismo. La moltiplicazione tumultuosa dei neuroni durante la gestazione e i primi anni dell' infanzia determinerebbe un aumento sregolato delle connessioni nervose, suggerisce Eric Courchesne, ricercatore dell' università della California. «Le sinapsi - spiega in un articolo apparso recentemente su New Scientist - si sviluppano così rapidamente che l' esperienza non fa in tempo a selezionare quelle più valide, distruggendo le altre». L' ipotesi ha suscitato nella comunità scientifica reazioni oscillanti fra l' entusiasmo e lo scetticismo. Resta il fatto che la sindrome di Asperger sembra dare una marcia in più nelle operazioni che richiedono applicazione più che intuizione e sistematicità più che fantasia. Alcuni esempi: abilità nei videogiochi e nell' uso del computer in genere, capacità di calcolo stupefacenti, destrezza nello smontare e rimontare gli oggetti. Di autismo come risorsa parlano l' ultimo numero di Newsweek, che dedica all' argomento il servizio di copertina, e un' inchiesta apparsa sulla Bbc lo scorso luglio. A parlare dal network britannico è Luke Jackson, un ragazzo di 14 anni autore già di diversi libri fra cui "Freaks, geeks and Asperger syndrome", cioè "Frizzi, lazzi e la sindrome di Asperger". In apertura si legge: «Una cosa particolare che mi riguarda e che molte persone chiamerebbero un handicap, ma secondo me è un dono, è che sono malato di una particolare forma di autismo». Simon Baron-Cohen, lo psicologo dell' università di Cambridge intervistato da Newsweek, ne fa una questione di sessi. Nel suo libro "The essential difference" (La differenza essenziale) distingue tra la capacità di capire le persone e le loro emozioni (tipica delle donne) e l' abilità nel sistematizzare i concetti, punto forte degli uomini. L' autismo, secondo questo studioso, non sarebbe altro che un attaccamento morboso a regole e schemi rigidi, accompagnato da incapacità di percepire le emozioni altrui e comunicare le proprie. Motivo per cui, sostiene Baron-Cohen, a essere colpiti dalla sindrome nell' 80 per cento dei casi sono i maschi. Definire la sindrome di Asperger un "dono" è «francamente un' esagerazione» secondo Ernesto Caffo, che insegna neuropsichiatria infantile all' università di Modena e Reggio Emilia. «Anche quando alcune capacità intellettive sono potenziate - spiega - ci troviamo di fronte a bambini con difficoltà di socializzazione. Se diagnosticati in tempo e curati possono fare grandi passi avanti, andare a scuola e vivere una vita piuttosto normale. Ma occorre ricordare che da questa sindrome non si guarisce definitivamente. Nel momento in cui si cresce e arriva il momento di trovare un lavoro, le disarmonie possono riemergere». La terapia in Italia coinvolge solo la sfera comportamentale e affettiva. In genere si preferisce evitare i farmaci. «L' importante - prosegue Caffo - è studiare una risposta valida a livello individuale. L' autismo si manifesta con infinite sfumature diverse e purtroppo dalla mia esperienza posso vedere che sono pochi i casi cosiddetti ad alto funzionamento, in cui delle capacità spiccate permettono l' inserimento nella vita produttiva. La varietà dei sintomi, le mille situazioni familiari e sociali in cui un bambino può trovarsi ci invitano alla prudenza: meglio usare le categorie il meno possibile quando si ha a che fare con l' autismo e affidarsi a una terapia personalizzata». Per quanto "ad alto funzionamento", i bambini affetti di autismo tenderanno sempre a ritirarsi nei loro spazi, ripetere compulsivamente dei comportamenti senza senso, come ad esempio picchiettare un tavolo o una bottiglia e soprattutto tagliare le comunicazioni con il mondo esterno. «In passato - spiega il neuropsichiatra - i casi di autismo venivano classificati sotto le più varie forme di malattia mentale. Oggi almeno abbiamo imparato a diagnosticare questa sindrome, e possiamo evitare ai bambini che ne vengono colpiti di finire in una struttura di assistenza». Non mancano poi le forme leggere del disturbo, che vengono classificate come semplici stranezze del carattere. «Durante i nostri incontri scientifici - ammette in conclusione Caffo - capita spesso di notare dei personaggi di successo dell' attualità e cogliere in loro una sottile vena di autismo».
lunedì 1 settembre 2003
Bertolucci e Bellocchio
Gazzetta di Modena e Gazzetta di Mantova LUNEDÌ, 01 SETTEMBRE 2003
In programma anche il film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro
“The dreamers” in Laguna Oggi è il Bertolucci-day
Il regista di Novecento è arrivato ieri sera al festival salutando con il pugno chiuso
VENEZIA. (...) L’attesa ora è tutta per Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio. Oggi è il “Bertolucci day”, in omaggio o per timore del quale, a parte il Leone a Dino De Laurentiis, sono stati spostati al giorno dopo tutti gli incontri non ufficiali per altri film. Così alla 60ª Mostra si ritrovano curiosamente due dei registi che più la contestarono in passato. Entrambi, non dimenticando oggi quelle origini, si presentano con due film che riallacciano i fili della Memoria e della Storia, intrecciandola con la storia minima. Bertolucci ieri sera è sbarcato al Lido con i tre giovani protagonisti. Davanti alla folla di telecamere e fotografi, ha salutato, alzando il braccio col pugno chiuso.
Bertolucci in “The Dreamers”, “I sognatori”, sullo sfondo del turbolento maggio Sessantotto, racconta le scoperte reciproche, anche e soprattutto erotiche, di tre ragazzi a Parigi.
Bellocchio in “Buongiorno notte” offre un punto di vista tutto introspettivo, non per questo meno drammatico, del caso Moro.
La vita quotidiana dei carcerieri, quella di Chiara (Maya Sansa) soprattutto per raccontare il fallimento di una generazione e della sua utopia estrema e violenta.
Sia Bertolucci che Bellocchio dichiarano di non voler affrontare la Storia, andando oltre la cronaca, riportando i fatti a dimensioni quotidiane.
Nel primo caso però il regista di “Novecento” vuole riabilitare le utopie del Sessantotto: fallito il sogno rivoluzionario, resta un’eredità di libertà; nel secondo l’utopia ben più estrema e violenta delle Brigate Rosse non può essere riabilitata e per questo Bellocchio ha scelto di citare Brecht: “entrò la Storia e si sedette dalla parte del torto”.
Dice Bertolucci: «Il Sessantotto è vissuto oggi per alcuni come una sconfitta. Mi pare una sciocchezza, molte cose sono cambiate anche grazie a quel momento».
E anche per questo, l’ultima inquadratura di “The Dreamers” (che la stampa accreditata ha visto in anteprima ieri stasera), è stata allungata: la carica dei poliziotti per le strade di Parigi è proseguita per le strade di Genova durante il G8. Certo, «Nel Sessantotto il sogno andava ad una temperatura molto più alta di oggi», prosegue Bertolucci.
In quegli anni entrambi frequentavano e contestavano la Mostra del cinema: Bertolucci aveva girato nel maggio del Sessantotto a Roma un piccolo film “Partner”, con Pierre Clementi e Stefania Sandrelli.
A Parigi in quei giorni c’erano i rivoluzionari “Stati del cinema” e dopo ogni weekend Clementi tornava a Roma a riferire quel che accadeva nella capitale francese.
Bellocchio girava “La Cina è vicina” inneggiando al maoismo dell’epoca, tre anni prima aveva realizzato “I pugni in tasca” con cui subito conquistò attenzione internazionale.
Seguirono altri film con riferimenti al clima di quegli anni, tra cui “Sbatti il mostro in prima pagina”, del 1972. E anche registi lontani da loro, come il Luigi Zampa di “Contestazione generale”, non potevano tralasciare le storie di quegli anni caldi.
(...)
In programma anche il film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro
“The dreamers” in Laguna Oggi è il Bertolucci-day
Il regista di Novecento è arrivato ieri sera al festival salutando con il pugno chiuso
VENEZIA. (...) L’attesa ora è tutta per Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio. Oggi è il “Bertolucci day”, in omaggio o per timore del quale, a parte il Leone a Dino De Laurentiis, sono stati spostati al giorno dopo tutti gli incontri non ufficiali per altri film. Così alla 60ª Mostra si ritrovano curiosamente due dei registi che più la contestarono in passato. Entrambi, non dimenticando oggi quelle origini, si presentano con due film che riallacciano i fili della Memoria e della Storia, intrecciandola con la storia minima. Bertolucci ieri sera è sbarcato al Lido con i tre giovani protagonisti. Davanti alla folla di telecamere e fotografi, ha salutato, alzando il braccio col pugno chiuso.
Bertolucci in “The Dreamers”, “I sognatori”, sullo sfondo del turbolento maggio Sessantotto, racconta le scoperte reciproche, anche e soprattutto erotiche, di tre ragazzi a Parigi.
Bellocchio in “Buongiorno notte” offre un punto di vista tutto introspettivo, non per questo meno drammatico, del caso Moro.
La vita quotidiana dei carcerieri, quella di Chiara (Maya Sansa) soprattutto per raccontare il fallimento di una generazione e della sua utopia estrema e violenta.
Sia Bertolucci che Bellocchio dichiarano di non voler affrontare la Storia, andando oltre la cronaca, riportando i fatti a dimensioni quotidiane.
Nel primo caso però il regista di “Novecento” vuole riabilitare le utopie del Sessantotto: fallito il sogno rivoluzionario, resta un’eredità di libertà; nel secondo l’utopia ben più estrema e violenta delle Brigate Rosse non può essere riabilitata e per questo Bellocchio ha scelto di citare Brecht: “entrò la Storia e si sedette dalla parte del torto”.
Dice Bertolucci: «Il Sessantotto è vissuto oggi per alcuni come una sconfitta. Mi pare una sciocchezza, molte cose sono cambiate anche grazie a quel momento».
E anche per questo, l’ultima inquadratura di “The Dreamers” (che la stampa accreditata ha visto in anteprima ieri stasera), è stata allungata: la carica dei poliziotti per le strade di Parigi è proseguita per le strade di Genova durante il G8. Certo, «Nel Sessantotto il sogno andava ad una temperatura molto più alta di oggi», prosegue Bertolucci.
In quegli anni entrambi frequentavano e contestavano la Mostra del cinema: Bertolucci aveva girato nel maggio del Sessantotto a Roma un piccolo film “Partner”, con Pierre Clementi e Stefania Sandrelli.
A Parigi in quei giorni c’erano i rivoluzionari “Stati del cinema” e dopo ogni weekend Clementi tornava a Roma a riferire quel che accadeva nella capitale francese.
Bellocchio girava “La Cina è vicina” inneggiando al maoismo dell’epoca, tre anni prima aveva realizzato “I pugni in tasca” con cui subito conquistò attenzione internazionale.
Seguirono altri film con riferimenti al clima di quegli anni, tra cui “Sbatti il mostro in prima pagina”, del 1972. E anche registi lontani da loro, come il Luigi Zampa di “Contestazione generale”, non potevano tralasciare le storie di quegli anni caldi.
(...)
Buongiorno, notte
il film di Marco Bellocchio concorrente al Leone d'oro che, come si sa, sarà proiettato alla Mostra di Venezia la sera di Giovedì 4 settembre nella Sala Grande alle 20, uscirà in molte sale di tutto il Paese il giorno dopo, venerdì 5 settembre
(per esempio al Quattro Fontane e all'Eliseo a Roma, all'Astra di Prato eccetera)
La cerimonia di premiazione avrà luogo sabato 6 alle ore 19 sempre nella Sala Grande della Mostra, a Venezia. Sarà trasmessa in diretta almeno certamente da SKY
(per esempio al Quattro Fontane e all'Eliseo a Roma, all'Astra di Prato eccetera)
La cerimonia di premiazione avrà luogo sabato 6 alle ore 19 sempre nella Sala Grande della Mostra, a Venezia. Sarà trasmessa in diretta almeno certamente da SKY
domenica 31 agosto 2003
altre streghe
La Provincia 31.8.03
Seguitissima conferenza venerdì sera a Valdidentro: ripercorsi cinque secoli di storia e credenze
Streghe e sibille, l’Alta Valle ha le sue leggende
Sono molte in Valtellina le testimonianze storiche e artistiche relative alla stregonieriadi Daniela Gurini
Valdidentro Gli unguenti miracolosi, l’amore per le percussioni e la musica, il mettersi in competizione con la medicina, la persecuzione: ricchissima la storia delle streghe in Alta Valle illustrata con dovizia di particolari e di curiosità dalla valchiavennasca Michela Zucca, ricercatrice che sta conducendo numerosi progetti Interreg dedicati alle tradizioni e alle streghe. Una conferenza seguitissima e ricca di domande da parte del pubblico, una serata, quella di venerdì presso la sala teatro di Isolaccia, che ha chiuso il ciclo di conferenze promosso quest’estate dalla Pro Loco Valdidentro. Risale al 1737 l’ultima ricetta delle streghe, una pomata lenitiva che tra i componenti annoverava anche l’oppio. E poi la mandragola, erba che con il suo urlo si diceva uccidesse l’erborista che la coglieva: proprio per questo era consuetudine farla raccogliere dai cani che poi, con una corda al collo, nella fuga si strozzavano soffocando così l’urlo della pianta. Numerose le curiosità delineate a partire dalle tradizioni legate ai primi orti, coltivati nei monasteri esclusivamente per la crescita delle erbe officinali e non per i prodotti da mangiare: «Ancor oggi - ha commentato Michela Zucca - soprattutto in Alto Adige gli orti hanno conservato qualcosa di magico. In molti di essi è possibile vedere una palla colorata scacciaspiriti». Ma si è parlato anche delle sibille, riprodotte in numerosi dipinti nelle chiese, della cultura matriarcale e delle streghe: «Soggetti - ha evidenziato l’esperta - che possono essere definiti degli operatori sociali per le loro comunità e che agivano in base a ciò che reputavano utile per la sopravvivenza. Paracelso disse che tutta la sua conoscenza veniva dalle streghe». Non la cultura del bene o del male ma quella dell’utile e del non utile a differenza del mago rinascimentale, uomo che voleva solo accrescere il proprio sapere, che lavorava al servizio di questo o di quel re solo per aumentare il proprio prestigio. Streghe che conoscevano molto la medicina, streghe ben presto messe alla gogna. Numerose le leggende legate a luoghi particolari in Alta Valle come per il sasso di Scianno ad Isolaccia la cui spaccatura, da dove attualmente sgorga la cascata, si afferma generata dall’urlo di una vecchia gettata nel precipizio dai suoi compagni di viaggio. E poi i raduni a Cancano, i falò e le danze tipiche attorno alle Torri di Fraele che si notavano da ogni parte del comprensorio. Ma Michela Zucca non ha mancato di accennare anche alle condizioni delle donne in molti paesi sperduti di montagna, soprattutto in Trentino, alla mancanza di servizi, allo spopolamento in atto in molti paesi, agli oramai sempre più numerosi fatti di cronaca nera.
Seguitissima conferenza venerdì sera a Valdidentro: ripercorsi cinque secoli di storia e credenze
Streghe e sibille, l’Alta Valle ha le sue leggende
Sono molte in Valtellina le testimonianze storiche e artistiche relative alla stregonieriadi Daniela Gurini
Valdidentro Gli unguenti miracolosi, l’amore per le percussioni e la musica, il mettersi in competizione con la medicina, la persecuzione: ricchissima la storia delle streghe in Alta Valle illustrata con dovizia di particolari e di curiosità dalla valchiavennasca Michela Zucca, ricercatrice che sta conducendo numerosi progetti Interreg dedicati alle tradizioni e alle streghe. Una conferenza seguitissima e ricca di domande da parte del pubblico, una serata, quella di venerdì presso la sala teatro di Isolaccia, che ha chiuso il ciclo di conferenze promosso quest’estate dalla Pro Loco Valdidentro. Risale al 1737 l’ultima ricetta delle streghe, una pomata lenitiva che tra i componenti annoverava anche l’oppio. E poi la mandragola, erba che con il suo urlo si diceva uccidesse l’erborista che la coglieva: proprio per questo era consuetudine farla raccogliere dai cani che poi, con una corda al collo, nella fuga si strozzavano soffocando così l’urlo della pianta. Numerose le curiosità delineate a partire dalle tradizioni legate ai primi orti, coltivati nei monasteri esclusivamente per la crescita delle erbe officinali e non per i prodotti da mangiare: «Ancor oggi - ha commentato Michela Zucca - soprattutto in Alto Adige gli orti hanno conservato qualcosa di magico. In molti di essi è possibile vedere una palla colorata scacciaspiriti». Ma si è parlato anche delle sibille, riprodotte in numerosi dipinti nelle chiese, della cultura matriarcale e delle streghe: «Soggetti - ha evidenziato l’esperta - che possono essere definiti degli operatori sociali per le loro comunità e che agivano in base a ciò che reputavano utile per la sopravvivenza. Paracelso disse che tutta la sua conoscenza veniva dalle streghe». Non la cultura del bene o del male ma quella dell’utile e del non utile a differenza del mago rinascimentale, uomo che voleva solo accrescere il proprio sapere, che lavorava al servizio di questo o di quel re solo per aumentare il proprio prestigio. Streghe che conoscevano molto la medicina, streghe ben presto messe alla gogna. Numerose le leggende legate a luoghi particolari in Alta Valle come per il sasso di Scianno ad Isolaccia la cui spaccatura, da dove attualmente sgorga la cascata, si afferma generata dall’urlo di una vecchia gettata nel precipizio dai suoi compagni di viaggio. E poi i raduni a Cancano, i falò e le danze tipiche attorno alle Torri di Fraele che si notavano da ogni parte del comprensorio. Ma Michela Zucca non ha mancato di accennare anche alle condizioni delle donne in molti paesi sperduti di montagna, soprattutto in Trentino, alla mancanza di servizi, allo spopolamento in atto in molti paesi, agli oramai sempre più numerosi fatti di cronaca nera.
venerdì 29 agosto 2003
Lietta Tornabuoni
La Stampa 26.8.2003
Venezia, il ritorno dei grandi
di Lietta Tornabuoni
(...)
Troppa politica? Per niente, se si pensa a quanta politica, in tutto il mondo, occupa tutte le nostre ore. E poi bisogna vederli, i film: bisognerà vedere se «The Dreamers» di Bernardo Bertolucci è «un film sul '68, sul Maggio francese», o magari un film sulla passione della giovinezza, sul cinema come amore, sull'eros; si dovrà constatare se «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio è «un film sul caso Moro» o qualcosa di più profondo, di più attinente alla natura umana anzichè alla cronaca politica
(...)
Venezia, il ritorno dei grandi
di Lietta Tornabuoni
(...)
Troppa politica? Per niente, se si pensa a quanta politica, in tutto il mondo, occupa tutte le nostre ore. E poi bisogna vederli, i film: bisognerà vedere se «The Dreamers» di Bernardo Bertolucci è «un film sul '68, sul Maggio francese», o magari un film sulla passione della giovinezza, sul cinema come amore, sull'eros; si dovrà constatare se «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio è «un film sul caso Moro» o qualcosa di più profondo, di più attinente alla natura umana anzichè alla cronaca politica
(...)
Boncinelli e Oliveiro commentano una nuova ipotesi americana basata ancora una volta sull'osservazione dei topi...
Corriere della Sera 29.8.03
I dati di una ricerca di due università americane. Boncinelli: risultati importanti, che fanno chiarezza
«Siete indecisi? La colpa è di un difetto del cervello»
La difficoltà a scegliere scatta se la comunicazione tra due zone cerebrali è danneggiata
di Giovanni Caprara
Se siamo indecisi davanti alle piccole o grandi scelte della vita non è colpa di una cattiva educazione o conseguenza di vicende subìte capaci di toglierci l’immediatezza nella decisione. La ragione secondo un gruppo di scienziati americani sta in una anomala comunicazione fra due aree del cervello: la corteccia prefrontale e l’amigdala. Geoff Schoenbaum, della scuola di medicina dell’Università di Baltimora, assieme ai colleghi della Johns Opkins University spiegano sulla rivista Neuron di aver trovato la prova studiando il cervello dei topi e mettendolo a confronto con quello umano in certe condizioni. Quando le connessioni tra le due zone indagate sono danneggiate, i piccoli animali addestrati a distinguere tra una bibita dolce ed una amara precipitano nell’indecisione e, dopo un lunga attesa, ne bevono una a caso. «Lo stesso comportamento - precisa Schoenbaum - l’abbiamo riscontrato nei pazienti vittime di danni analoghi. La loro incapacità a esprimersi è evidente, non riescono ad assegnare il giusto valore alle cose, alle persone o alle azioni che compiono e poi finiscono per fare la scelta sbagliata». Fotografando le aree attivate del cervello nei diversi comportamenti si sono viste differenze sostanziali: alterando l’amigdala non si «accendono» più i neuroni della corteccia prefrontale perché non arrivano più le informazioni necessarie e il soggetto diventava insicuro e incapace a orientarsi verso una netta preferenza. Dunque - notano i ricercatori - anche l’incertezza, la titubanza davanti alle scelte da prendere nella vita normale deve essere legata ad un problema di comunicazione di questo genere ed ha origini organiche.
«E’ un risultato interessante - commenta Edoardo Boncinelli, direttore della Sissa di Trieste - che chiarisce i rapporti tra le diverse aree del cervello, soprattutto quelli con l’amigdala, sede nota delle emozioni. Nello stesso tempo rafforza l’origine biologica di molti nostri comportamenti».
«La corteccia prefrontale svolge il ruolo di controllore della cognizione - chiarisce Alberto Oliverio, docente di psicobiologia all’Università di Roma -. Però si è visto che negli scambi di informazioni con l’amigdala è quest’ultima di solito che ha il sopravvento. Cioè, spesso l’emozione per la scelta da compiere, e per le sue conseguenze, alla fine prevale causando incertezza. Conoscere i meccanismi ora rivelati è utile perché si possono immaginare magari delle terapie cognitive attraverso le quali aiutare coloro che manifestano condizioni più acute. Ma io mi preoccuperei ugualmente anche degli eccessi di decisionismo. L’incertezza - conclude Oliverio - quando si esprime normalmente è un campanello d’allarme che ci aiuta a pensare e a compiere alla fine una scelta migliore».
I dati di una ricerca di due università americane. Boncinelli: risultati importanti, che fanno chiarezza
«Siete indecisi? La colpa è di un difetto del cervello»
La difficoltà a scegliere scatta se la comunicazione tra due zone cerebrali è danneggiata
di Giovanni Caprara
Se siamo indecisi davanti alle piccole o grandi scelte della vita non è colpa di una cattiva educazione o conseguenza di vicende subìte capaci di toglierci l’immediatezza nella decisione. La ragione secondo un gruppo di scienziati americani sta in una anomala comunicazione fra due aree del cervello: la corteccia prefrontale e l’amigdala. Geoff Schoenbaum, della scuola di medicina dell’Università di Baltimora, assieme ai colleghi della Johns Opkins University spiegano sulla rivista Neuron di aver trovato la prova studiando il cervello dei topi e mettendolo a confronto con quello umano in certe condizioni. Quando le connessioni tra le due zone indagate sono danneggiate, i piccoli animali addestrati a distinguere tra una bibita dolce ed una amara precipitano nell’indecisione e, dopo un lunga attesa, ne bevono una a caso. «Lo stesso comportamento - precisa Schoenbaum - l’abbiamo riscontrato nei pazienti vittime di danni analoghi. La loro incapacità a esprimersi è evidente, non riescono ad assegnare il giusto valore alle cose, alle persone o alle azioni che compiono e poi finiscono per fare la scelta sbagliata». Fotografando le aree attivate del cervello nei diversi comportamenti si sono viste differenze sostanziali: alterando l’amigdala non si «accendono» più i neuroni della corteccia prefrontale perché non arrivano più le informazioni necessarie e il soggetto diventava insicuro e incapace a orientarsi verso una netta preferenza. Dunque - notano i ricercatori - anche l’incertezza, la titubanza davanti alle scelte da prendere nella vita normale deve essere legata ad un problema di comunicazione di questo genere ed ha origini organiche.
«E’ un risultato interessante - commenta Edoardo Boncinelli, direttore della Sissa di Trieste - che chiarisce i rapporti tra le diverse aree del cervello, soprattutto quelli con l’amigdala, sede nota delle emozioni. Nello stesso tempo rafforza l’origine biologica di molti nostri comportamenti».
«La corteccia prefrontale svolge il ruolo di controllore della cognizione - chiarisce Alberto Oliverio, docente di psicobiologia all’Università di Roma -. Però si è visto che negli scambi di informazioni con l’amigdala è quest’ultima di solito che ha il sopravvento. Cioè, spesso l’emozione per la scelta da compiere, e per le sue conseguenze, alla fine prevale causando incertezza. Conoscere i meccanismi ora rivelati è utile perché si possono immaginare magari delle terapie cognitive attraverso le quali aiutare coloro che manifestano condizioni più acute. Ma io mi preoccuperei ugualmente anche degli eccessi di decisionismo. L’incertezza - conclude Oliverio - quando si esprime normalmente è un campanello d’allarme che ci aiuta a pensare e a compiere alla fine una scelta migliore».
Luigi Cancrini
Il Messaggero, Venerdì 29 Agosto 2003
Cancrini: «Servono più mezzi»
«Il vero problema è che non fai in tempo a costruire un progetto su questi ragazzi, che devono tornare nei loro villaggi, per portare alle famiglie quello che hanno guadagnato per le strade. Per questo è importante lavorare con le famiglie, magari con la comunità nella quale poi tornano: ma per fare tutto questo occorrono mezzi e risorse e strutture», sostiene il professor Luigi Cancrini, convinto da sempre che «la tutela dei minori sia una necessità fondamentale che richiede un forte impegno di risorse economiche» e tra gli autori del progetto comunale per i minori nato ascoltando tutte le associazioni coinvolte, Procura, tribunale dei minori, Questura.
«Un’iniziativa sperimentale e coraggiosa che, dopo l’autunno, avrà bisogno di nuovo personale, anche per dare al progetto rinnovata forza. Il fatto è che dall’incontro di un minuto prende il via un impegno lunghissimo, per arrivare a comprendere e scoprire tutta la storia del ragazzo e della sua famiglia. Sarebbe utile poter partire su scala nazionale, instaurando rapporti con le altre comunità internazionali. Il progresso di un paese non dovrebbe essere misurato solo in termini di Pil o di ricchezza dei consumi, bensì nella maniera in cui riesce a dare risposte a questo tipo di esigenze. Come raccontava Charles Dickens con i suoi bimbi in miniera, ai margini della società capitalista. Per aiutarli, adesso, bisogna saperli accogliere con intelligenza».
Be.Pi.
Cancrini: «Servono più mezzi»
«Il vero problema è che non fai in tempo a costruire un progetto su questi ragazzi, che devono tornare nei loro villaggi, per portare alle famiglie quello che hanno guadagnato per le strade. Per questo è importante lavorare con le famiglie, magari con la comunità nella quale poi tornano: ma per fare tutto questo occorrono mezzi e risorse e strutture», sostiene il professor Luigi Cancrini, convinto da sempre che «la tutela dei minori sia una necessità fondamentale che richiede un forte impegno di risorse economiche» e tra gli autori del progetto comunale per i minori nato ascoltando tutte le associazioni coinvolte, Procura, tribunale dei minori, Questura.
«Un’iniziativa sperimentale e coraggiosa che, dopo l’autunno, avrà bisogno di nuovo personale, anche per dare al progetto rinnovata forza. Il fatto è che dall’incontro di un minuto prende il via un impegno lunghissimo, per arrivare a comprendere e scoprire tutta la storia del ragazzo e della sua famiglia. Sarebbe utile poter partire su scala nazionale, instaurando rapporti con le altre comunità internazionali. Il progresso di un paese non dovrebbe essere misurato solo in termini di Pil o di ricchezza dei consumi, bensì nella maniera in cui riesce a dare risposte a questo tipo di esigenze. Come raccontava Charles Dickens con i suoi bimbi in miniera, ai margini della società capitalista. Per aiutarli, adesso, bisogna saperli accogliere con intelligenza».
Be.Pi.
mercoledì 27 agosto 2003
dal Mattino di Napoli
Con Bertolucci e Bellocchio torna l’impegno
di Titta Fiore
(...)
Curiosamente, in una Mostra ricchissima di proposte e perciò anche dispersiva, è proprio la memoria a fare da filo rosso tra le opere della maggior parte degli autori italiani. Nel festival delle sessanta edizioni due maestri ultrasessantenni come Bertolucci e Bellocchio affrontano da par loro la storia che fino a ieri era stata tormentato presente, tragedia collettiva, rovello generazionale o meravigliosa progettualità: il Maggio francese l'uno, il rapimento Moro l'altro. «Entrò la Storia e si sedette dalla parte del torto»: cita Brecht Bellocchio, per spiegare la chiave di «Buongiorno, notte», il suo film che certo non sarà cronachistico, partendo come fa dall'idea di raccontare «il fallimento di una generazione e della sua utopia estrema e violenta» attraverso le vicende di una giovane terrorista, divisa tra i riti della clandestinità e l'apparente normalità del quotidiano. Ispirato a un verso di Emily Dickinson, «Buongiorno notte» è anche un modo per esprimere un contrasto insanabile, una contraddizione bruciante tra l'oscurità degli anni di piombo e il loro superamento. «Ma se oggi sia giorno» si chiede il regista di fronte alle nuove forme di terrorismo mondiale, al moltiplicarsi delle vittime e dei carnefici, «io non lo so».
«Il tempo discende dal futuro, che ancora non esiste, diventa presente, che non dura, e subito si trasforma in passato, che non esiste più»: si rifà addirittura a Sant'Agostino, Bernardo Bertolucci, illustrando i motivi che lo hanno riportato a Parigi, trent'anni dopo «Ultimo tango» per raccontare, con le vicende di tre ragazzi chiusi in un appartamento a scoprire il mondo e se stessi mentre nelle strade impazzava il movimento, le pulsioni intellettuali, cinefile e erotiche che furono le sue. Interrogarsi sul passato perché «al presente manca una grande speranza politica», come ha più volte spiegato Bertolucci? O per rispondere a domande «ancora senza risposte», come dice Paolo Benvenuti a proposito del suo «Segreti di Stato», il film sulla strage di Portella della Ginestra destinato a riaprire uno dei casi più controversi della storia italiana? O perché, come insinua perfido il più sulfureo dei nostri registi, il presidente della giuria Monicelli, a parlare del passato si fa meno fatica che a capire il presente?
Staremo a vedere.
(...)
Buongiorno notte visto da Palermo
Repubblica, ediz. di Palermo 27.8.03
Ancora una volta il nostro cinema conquista una delle passerelle più importanti
(...)
MARCO OLIVIERI
C´è il respiro profondo della Sicilia nella nuova Mostra cinematografica di Venezia. L´edizione numero 60, in programma da oggi al 6 settembre, presenta in passerella molti talenti isolani, tra mostri sacri e figure emergenti: attori come Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Paolo Briguglia, Antonio Catania, Franco Scaldati e Nicole Grimaudo. Ma anche Marco Dentici, lo scenografo prediletto da Bellocchio, e i registi Ciprì e Maresco, con il loro humour corrosivo.
(...)
Poi, giovedì 4 settembre, avviene il passaggio del testimone dalla vecchia, grande scuola di Burruano alla nuova generazione degli interpreti palermitani Lo Cascio e Briguglia, nel cast di "Buongiorno, notte", in corsa per il Leone d´oro. Lontano dai canoni del cinema politico, il film di Marco Bellocchio rielabora in chiave personale il caso Moro. «Io e Lo Cascio - sottolinea Paolo Briguglia, fresco del Globo d´oro per l´interpretazione di "El Alamein" - costituiamo i due poli opposti che dilaniano la protagonista, interpretata da Maya Sansa. Su di lei esercita una profonda influenza il terrorista Mariano, impersonato da Luigi. Eppure, malgrado tutto, le posizioni pacifiste dello scrittore Enzo, il mio personaggio, la indurranno a ripensare alle sue scelte. A comprendere che una parte di lei desidera l´amore, la serenità. Lontano dalla miseria di una vita trascorsa nel buio di un appartamento». Così il contrasto tra la luce e l´oscurità rappresenta un elemento centrale di "Buongiorno, notte".
E a questo criterio stilistico si è attenuto lo scenografo messinese Marco Dentici nel ricostruire gli ambienti a Cinecittà. «Mentre Bellocchio ama muoversi sul terreno dell´infedeltà – afferma l´artista - da parte mia ho invece cercato di riprodurre più fedelmente possibile il covo di Via Montalcini, compreso la realizzazione del buco attraverso il quale si accedeva nella cella di Moro. Ma la prima esigenza è stata quella di creare un´atmosfera claustrofobica, essenziale per la storia».
Se il film interpretato da Lo Cascio e da Briguglia è destinato a occupare il centro dei riflettori veneziani...
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Ancora una volta il nostro cinema conquista una delle passerelle più importanti
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MARCO OLIVIERI
C´è il respiro profondo della Sicilia nella nuova Mostra cinematografica di Venezia. L´edizione numero 60, in programma da oggi al 6 settembre, presenta in passerella molti talenti isolani, tra mostri sacri e figure emergenti: attori come Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Paolo Briguglia, Antonio Catania, Franco Scaldati e Nicole Grimaudo. Ma anche Marco Dentici, lo scenografo prediletto da Bellocchio, e i registi Ciprì e Maresco, con il loro humour corrosivo.
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Poi, giovedì 4 settembre, avviene il passaggio del testimone dalla vecchia, grande scuola di Burruano alla nuova generazione degli interpreti palermitani Lo Cascio e Briguglia, nel cast di "Buongiorno, notte", in corsa per il Leone d´oro. Lontano dai canoni del cinema politico, il film di Marco Bellocchio rielabora in chiave personale il caso Moro. «Io e Lo Cascio - sottolinea Paolo Briguglia, fresco del Globo d´oro per l´interpretazione di "El Alamein" - costituiamo i due poli opposti che dilaniano la protagonista, interpretata da Maya Sansa. Su di lei esercita una profonda influenza il terrorista Mariano, impersonato da Luigi. Eppure, malgrado tutto, le posizioni pacifiste dello scrittore Enzo, il mio personaggio, la indurranno a ripensare alle sue scelte. A comprendere che una parte di lei desidera l´amore, la serenità. Lontano dalla miseria di una vita trascorsa nel buio di un appartamento». Così il contrasto tra la luce e l´oscurità rappresenta un elemento centrale di "Buongiorno, notte".
E a questo criterio stilistico si è attenuto lo scenografo messinese Marco Dentici nel ricostruire gli ambienti a Cinecittà. «Mentre Bellocchio ama muoversi sul terreno dell´infedeltà – afferma l´artista - da parte mia ho invece cercato di riprodurre più fedelmente possibile il covo di Via Montalcini, compreso la realizzazione del buco attraverso il quale si accedeva nella cella di Moro. Ma la prima esigenza è stata quella di creare un´atmosfera claustrofobica, essenziale per la storia».
Se il film interpretato da Lo Cascio e da Briguglia è destinato a occupare il centro dei riflettori veneziani...
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cosa dice Mario Monicelli, il presidente della giuria
Corriere della Sera 27.8.03
«No ai film per pochi intimi, il cinema è di tutti»
Monicelli, presidente della giuria a Venezia: spero si debba discutere per assegnare il Leone
da uno dei nostri inviati
VENEZIA - Si apre oggi la Sessantesima Mostra del cinema e se Mario Monicelli decide, per la prima volta in 88 anni di prestigiosa carriera, di presiedere la giuria di un festival insidioso come quello di Venezia, vuol dire che questo ruolo vuol giocarselo fino in fondo. Con la stessa grinta anarchica e senza etichette, che l’accompagna da una vita, lo stesso spiritaccio ironico, anticonformista. «Quel po’ di peso in più che in giuria ha un presidente lo farò valere», assicura battagliero. E ribadisce quello che il Corriere anticipò nelle scorse settimane: «A parità di meriti appoggerò un film italiano. Il patriottismo non c’entra, c’entra il cinema. Il nostro sta riprendendo quota e un premio come il Leone potrebbe aiutarlo».
Allora non è vero, come ciclicamente si dice, che il Leone o la Palma non contano più ?
«Valgono, valgono... Però, da soli non bastano. I premi per un film sono un prezioso valore aggiunto, ma quello che davvero fa la differenza è che il film possa essere visto. Invece, è capitato che l’opera che ha vinto un festival poi non è stata neanche distribuita... Una beffa».
Insomma, il giudizio artistico deve tener conto del mercato?
«Il cinema è arte, d’accordo. La settima, stando alle classifiche. Ma a mio parere è un’arte minore, applicata a un’industria che dà lavoro a moltissima gente e fa girare enormi quantità di denaro. Un film è un prodotto artistico costoso. Oggi più che mai. Un regista non deve scordarlo. Le esigenze estetiche non possono dettar legge al punto di dimenticare che dall’altra parte c’è un pubblico. Il cinema è stato inventato per essere visto da milioni di persone. Non da pochi intimi, come invece spesso accade».
Molti film italiani sono finiti relegati in quest’ultima categoria ...
«Un paio di generazioni sono rimaste schiacciate dai grandi maestri. Difficile reggere il confronto. Si sono salvati in pochi: Bellocchio, Ferreri, Bertolucci... L’ultimo è stato Moretti. Gli altri... O non hanno osato venir fuori o si sono concentrati sui loro ombelichi tentando penose imitazioni».
(...)
sempre sul Corriere, in un'altro articolo, si può leggere:
Nel letto della Storia. Accusato per anni di essere ombelico-centrico, il cinema italiano dà ora conferma del voler cercare nel passato, più o meno recente, le ragioni del presente. Così, se in The dreamers Bertolucci spia il Maggio francese con gli occhi e i sensi di tre ragazzi, in Buongiorno, notte Bellocchio mette sotto la lente d’ingrandimento dell’inconscio l’Italia degli anni degli piombo ripercorrendo il caso Moro attraverso una giovane terrorista divisa tra tentazione della normalità e sogno della lotta armata
«No ai film per pochi intimi, il cinema è di tutti»
Monicelli, presidente della giuria a Venezia: spero si debba discutere per assegnare il Leone
da uno dei nostri inviati
VENEZIA - Si apre oggi la Sessantesima Mostra del cinema e se Mario Monicelli decide, per la prima volta in 88 anni di prestigiosa carriera, di presiedere la giuria di un festival insidioso come quello di Venezia, vuol dire che questo ruolo vuol giocarselo fino in fondo. Con la stessa grinta anarchica e senza etichette, che l’accompagna da una vita, lo stesso spiritaccio ironico, anticonformista. «Quel po’ di peso in più che in giuria ha un presidente lo farò valere», assicura battagliero. E ribadisce quello che il Corriere anticipò nelle scorse settimane: «A parità di meriti appoggerò un film italiano. Il patriottismo non c’entra, c’entra il cinema. Il nostro sta riprendendo quota e un premio come il Leone potrebbe aiutarlo».
Allora non è vero, come ciclicamente si dice, che il Leone o la Palma non contano più ?
«Valgono, valgono... Però, da soli non bastano. I premi per un film sono un prezioso valore aggiunto, ma quello che davvero fa la differenza è che il film possa essere visto. Invece, è capitato che l’opera che ha vinto un festival poi non è stata neanche distribuita... Una beffa».
Insomma, il giudizio artistico deve tener conto del mercato?
«Il cinema è arte, d’accordo. La settima, stando alle classifiche. Ma a mio parere è un’arte minore, applicata a un’industria che dà lavoro a moltissima gente e fa girare enormi quantità di denaro. Un film è un prodotto artistico costoso. Oggi più che mai. Un regista non deve scordarlo. Le esigenze estetiche non possono dettar legge al punto di dimenticare che dall’altra parte c’è un pubblico. Il cinema è stato inventato per essere visto da milioni di persone. Non da pochi intimi, come invece spesso accade».
Molti film italiani sono finiti relegati in quest’ultima categoria ...
«Un paio di generazioni sono rimaste schiacciate dai grandi maestri. Difficile reggere il confronto. Si sono salvati in pochi: Bellocchio, Ferreri, Bertolucci... L’ultimo è stato Moretti. Gli altri... O non hanno osato venir fuori o si sono concentrati sui loro ombelichi tentando penose imitazioni».
(...)
sempre sul Corriere, in un'altro articolo, si può leggere:
Nel letto della Storia. Accusato per anni di essere ombelico-centrico, il cinema italiano dà ora conferma del voler cercare nel passato, più o meno recente, le ragioni del presente. Così, se in The dreamers Bertolucci spia il Maggio francese con gli occhi e i sensi di tre ragazzi, in Buongiorno, notte Bellocchio mette sotto la lente d’ingrandimento dell’inconscio l’Italia degli anni degli piombo ripercorrendo il caso Moro attraverso una giovane terrorista divisa tra tentazione della normalità e sogno della lotta armata
ancora Libertà su Marco Bellocchio
Libertà 27.8.03
«Nell'immaginare lo statista ho pensato spesso a mio padre»
Il film del regista piacentino si tiene lontano da ogni tentativo di ricostruzione della verità oggettiva
di Alfredo Tenni
VENEZIAI 3 film italiani destinati a contendersi il Leone d'Oro o un'altro dei premi ufficiali nella sfida contro i 17 campioni stranieri schierati dalla 60ª Mostra di Venezia mostrano un filo comune che ha le radici nella memoria pubblica e privata dell'Italia di ieri e la testa nei sogni e nelle speranze aperte sul futuro. Un filo conduttore che li apparenta idealmente anche al grande italiano fuori concorso, ovvero Bernardo Bertolucci con The Dreamers. «A me - dice sciogliendo un po' le riserve di qualche giorno fa Marco Bellocchio, che porta alla Mostra Buongiorno notte - non interessa, non essendo uno storico, cercare di scoprire la verità all'interno di una pagina sanguinosa e dolorosa come il sequestro di Aldo Moro. Ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente. Oggi - continua il regista - c'è anche una esigenza civile e morale, non solo artistica, di tradire la storia nel senso di non subirla. Già negli anni '70 non simpatizzavo con le Br ed ho avuto orrore per la conclusione di quel rapimento». Infatti il suo film è lontano da ogni tentativo di ricostruzione oggettiva e mette in scena più di tutto il confronto tra un uomo anziano e due giovani designati a fargli da carcerieri (Luigi Lo Cascio, attore emergente nel panorama italiano e Maya Sansa che già fu con il regista piacentino ne La balia tratto da Pirandello). «Nell'immaginare il personaggio di Moro - dice ancora Bellocchio - spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Quell'immagine ha dato corpo ad un personaggio che non ho mai conosciuto. E forse non è un caso che io abbia scelto per impersonarlo Roberto Herlitzka, un uomo del Nord che parla con un accento settentrionale, come mio padre».
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«Nell'immaginare lo statista ho pensato spesso a mio padre»
Il film del regista piacentino si tiene lontano da ogni tentativo di ricostruzione della verità oggettiva
di Alfredo Tenni
VENEZIAI 3 film italiani destinati a contendersi il Leone d'Oro o un'altro dei premi ufficiali nella sfida contro i 17 campioni stranieri schierati dalla 60ª Mostra di Venezia mostrano un filo comune che ha le radici nella memoria pubblica e privata dell'Italia di ieri e la testa nei sogni e nelle speranze aperte sul futuro. Un filo conduttore che li apparenta idealmente anche al grande italiano fuori concorso, ovvero Bernardo Bertolucci con The Dreamers. «A me - dice sciogliendo un po' le riserve di qualche giorno fa Marco Bellocchio, che porta alla Mostra Buongiorno notte - non interessa, non essendo uno storico, cercare di scoprire la verità all'interno di una pagina sanguinosa e dolorosa come il sequestro di Aldo Moro. Ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente. Oggi - continua il regista - c'è anche una esigenza civile e morale, non solo artistica, di tradire la storia nel senso di non subirla. Già negli anni '70 non simpatizzavo con le Br ed ho avuto orrore per la conclusione di quel rapimento». Infatti il suo film è lontano da ogni tentativo di ricostruzione oggettiva e mette in scena più di tutto il confronto tra un uomo anziano e due giovani designati a fargli da carcerieri (Luigi Lo Cascio, attore emergente nel panorama italiano e Maya Sansa che già fu con il regista piacentino ne La balia tratto da Pirandello). «Nell'immaginare il personaggio di Moro - dice ancora Bellocchio - spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Quell'immagine ha dato corpo ad un personaggio che non ho mai conosciuto. E forse non è un caso che io abbia scelto per impersonarlo Roberto Herlitzka, un uomo del Nord che parla con un accento settentrionale, come mio padre».
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martedì 26 agosto 2003
la Corte di cassazione e la depressione
Corriere della Sera 26.8.03
LA SENTENZA / Riconosciuta a un’impiegata siciliana una riduzione del 50% della capacità di lavoro e di guadagno
La Cassazione: assegno d’invalidità anche per i depressi
Circa cinque milioni i malati in Italia Il doppio le ore d’ufficio perse all’anno
ROMA - I malati di depressione hanno diritto all’assegno di invalidità versato dall’Inps. Lo ha riconosciuto la Corte di cassazione sottolineando come questo «stato invalidante» influisca sulla «riduzione della capacità di lavoro e di guadagno in misura superiore al 50 per cento». A rivolgersi ai supremi giudici era stata un’impiegata siciliana, Angela D., che, dopo aver percepito il contributo per quattro anni, se lo era visto negare per ordine del pretore di Messina. Nel 1982 la donna aveva ottenuto il riconoscimento dell’invalidità «visto il ridotto rendimento sul lavoro» e dunque il minor guadagno. Nel 1986 l’Inps aveva però sospeso l’erogazione dell’assegno e Angela D. decise di rivolgersi alla magistratura. Il ricorso fu bocciato sia in primo grado che in appello. In entrambi i casi si ritenne infatti che l’impiegata fosse comunque in grado di svolgere la propria attività, sia pure non completamente. Una tesi del tutto ribaltata adesso dalla Cassazione.
«Per accertare la permanenza dello stato depressivo - si legge nelle motivazioni - il giudice deve effettuare necessariamente il raffronto fra la situazione patologica esistente al tempo della revoca e la situazione patologica esistente al tempo del riconoscimento. Ebbene, alla luce di questo confronto è emerso che la depressione dell’impiegata era oggettivamente uguale a quella accertata al tempo dell’iniziale riconoscimento della pensione. Ed è stato confermato che la malattia ha determinato una riduzione della capacità di guadagno in misura superiore al 50 per cento».
Spetterà adesso alla Corte d’appello di Catania, quantificare l’importo dell’assegno che dovrà essere versato dall’Inps, ma intanto le associazioni che si occupano di questa patologia plaudono per la decisione.
«Dopo il caso di un dipendente pugliese che si era dimesso dal lavoro e che è stato poi riammesso - dichiara Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade (la Onlus per lo Studio e il trattamento della depressione) - questo è il secondo importante risultato. Finalmente viene riconosciuto che la depressione è una condizione invalidante, che deriva da una malattia biologica e non da un disagio soggettivo. Questa sentenza certamente contribuirà ad un maggiore riconoscimento dei diritti delle numerose persone affette da questa malattia».
Secondo una stima di Strade, in Italia i depressi sono circa 5 milioni, per un totale di ben 10 milioni di ore di lavoro perse ogni anno a causa di questa malattia. Nicola Magnavita, professore di medicina del lavoro e ricercatore al Policlinico Gemelli, invita però alla cautela. «Le depressioni che possono colpire un lavoratore - spiega - sono di varia natura. Ci sono i depressi da lavoro, ma anche gli stressati da situazioni extralavorative. Perciò dico che la solidarietà sociale è giusta laddove la depressione è cronica e davvero grave. La cosa più importante negli ambienti di lavoro è la tutela della privacy di queste persone. Perché la depressione può anche essere un fattore temporaneo e allora non si può sbandierare la malattia, rovinando la carriera. Inoltre sarebbe fondamentale intervenire non solo su chi soffre di depressione ma tutelare anche chi lavora con loro».
R. I.
LA SENTENZA / Riconosciuta a un’impiegata siciliana una riduzione del 50% della capacità di lavoro e di guadagno
La Cassazione: assegno d’invalidità anche per i depressi
Circa cinque milioni i malati in Italia Il doppio le ore d’ufficio perse all’anno
ROMA - I malati di depressione hanno diritto all’assegno di invalidità versato dall’Inps. Lo ha riconosciuto la Corte di cassazione sottolineando come questo «stato invalidante» influisca sulla «riduzione della capacità di lavoro e di guadagno in misura superiore al 50 per cento». A rivolgersi ai supremi giudici era stata un’impiegata siciliana, Angela D., che, dopo aver percepito il contributo per quattro anni, se lo era visto negare per ordine del pretore di Messina. Nel 1982 la donna aveva ottenuto il riconoscimento dell’invalidità «visto il ridotto rendimento sul lavoro» e dunque il minor guadagno. Nel 1986 l’Inps aveva però sospeso l’erogazione dell’assegno e Angela D. decise di rivolgersi alla magistratura. Il ricorso fu bocciato sia in primo grado che in appello. In entrambi i casi si ritenne infatti che l’impiegata fosse comunque in grado di svolgere la propria attività, sia pure non completamente. Una tesi del tutto ribaltata adesso dalla Cassazione.
«Per accertare la permanenza dello stato depressivo - si legge nelle motivazioni - il giudice deve effettuare necessariamente il raffronto fra la situazione patologica esistente al tempo della revoca e la situazione patologica esistente al tempo del riconoscimento. Ebbene, alla luce di questo confronto è emerso che la depressione dell’impiegata era oggettivamente uguale a quella accertata al tempo dell’iniziale riconoscimento della pensione. Ed è stato confermato che la malattia ha determinato una riduzione della capacità di guadagno in misura superiore al 50 per cento».
Spetterà adesso alla Corte d’appello di Catania, quantificare l’importo dell’assegno che dovrà essere versato dall’Inps, ma intanto le associazioni che si occupano di questa patologia plaudono per la decisione.
«Dopo il caso di un dipendente pugliese che si era dimesso dal lavoro e che è stato poi riammesso - dichiara Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade (la Onlus per lo Studio e il trattamento della depressione) - questo è il secondo importante risultato. Finalmente viene riconosciuto che la depressione è una condizione invalidante, che deriva da una malattia biologica e non da un disagio soggettivo. Questa sentenza certamente contribuirà ad un maggiore riconoscimento dei diritti delle numerose persone affette da questa malattia».
Secondo una stima di Strade, in Italia i depressi sono circa 5 milioni, per un totale di ben 10 milioni di ore di lavoro perse ogni anno a causa di questa malattia. Nicola Magnavita, professore di medicina del lavoro e ricercatore al Policlinico Gemelli, invita però alla cautela. «Le depressioni che possono colpire un lavoratore - spiega - sono di varia natura. Ci sono i depressi da lavoro, ma anche gli stressati da situazioni extralavorative. Perciò dico che la solidarietà sociale è giusta laddove la depressione è cronica e davvero grave. La cosa più importante negli ambienti di lavoro è la tutela della privacy di queste persone. Perché la depressione può anche essere un fattore temporaneo e allora non si può sbandierare la malattia, rovinando la carriera. Inoltre sarebbe fondamentale intervenire non solo su chi soffre di depressione ma tutelare anche chi lavora con loro».
R. I.
genii sfortunati
La Provincia 26.8.03
Fuori dal coro Eretici da sempre Un rapporto diffile quello tra i geni e la società, la Chiesa in particolare. « In ogni epoca - dice Ermanno Gallo - , inventori e invenzioni recano le stimmate dell’eresia e della diversità. All’atto dell’invenzione si accompagnava qualcosa d’occulto, l’ipotesi di una fede eretica come lo gnosticismo, scomparso storicamente nel VI secolo dopo Cristo » . « Lo gnosticismo eretico - continua Gallo - è il bandolo metaforico della creazione umana in Occidente. È l’energia sotterranea, ambigua e sincretica, che può aver spinto il demiurgo umano verso la realizzazione amorfica ».
INTERVISTE / Ermanno Gallo racconta i grandi incompresi
La SFORTUNA di nascere GENI
Fuori dagli schemi Albert Einstein, inventore della teoria della relatività ed emblema del genio, aveva difficoltà in matematica
di Francesco Mannoni
Nel secolo scorso Xavier Francotte, affermò che «il genio è una manifestazione della follia». Nella stessa epoca, Cesare Lombroso, analizzando svariati uomini noti per la loro eccezionalità (rivoluzionari, letterati, artisti e criminali) individuò in tutti caratteristiche similari di tipo patologico e degenerato. Ne consegue che Byron e Cafiero, Cresci e Artaud, Maupassant e Nietzsche, Masacci e London, Van Gogh e Rimbaud, Picasso, Godel e Teller, Einstein, Gandhi e Freud e più indietro nel tempo Alberto Magno, Ruggero Bacone, Raimondo Lullo, Keplero e tanti altri geni, sarebbero degli estrosi indefinibili. Spesso emarginati, irrisi o sospettati di commerci diabolici, perché «chi realizza l’increato fin dall’antichità, ha portato un marchio d’invasato, succube o genio». Di questa musa tragica, deforme, ipnotica e dissoluta, Ermanno Gallo, saggista e narratore, traccia un profilo inedito in un saggio erudito e curioso: Geni incompresi (Piemme, pagine 350, €16,90). Percorrendo la storia degli inventori in cui figurano molti personaggi eccentrici o sfortunati, il professor Gallo recupera gli aspetti imprevedibili di un mondo scientifico in continua evoluzione, grazie all’intelligenza di predestinati come Cartesio, che nel Seicento pare costruisse uno dei primi androidi, una figlia artificiale in grado di parlare. Non tutti hanno lasciato un’impronta profonda, ma come ignorare le capacità intuitive di Joseph Gaytty che nel 1857 perfezionò il rotolo di carta igienica? Da questo sconosciuto inventore ai padri della bomba atomica corrono decenni di concitato totalitarismo scientifico nel quale il darwinismo tecnico ebbe parecchia importanza. Ma il genio è veramente paragonabile alla follia? E, soprattutto, che cos’è il genio? Giriamo la domanda al professor Ermanno Gallo che incontriamo a Torino. «Il genio – precisa - è considerato spesso un essere un po’ fuori del comune, un po’ marginale, un po’ pazzo. Questo forse deriva dalla cultura che ci riporta al pensiero socratico, perciò il genio sarebbe posseduto da un demone che gli dà delle possibilità in più rispetto agli altri esseri umani. A livello non romantico si potrebbe parlare di malinconie, di stranezze che potevano terminare con degli atti eccessivi contro se stessi come il suicidio, o nei confronti degli altri. Nel secolo passato, ci sono stati degli studi particolari di psichiatri e psicanalisti, che hanno cercato di chiarire il soggetto - genio, che ha attraversato tutte le culture e tutti i vari stadi di coscienza dell’essere umano». Quando un personaggio si può definire genio? Per quanto mi riguarda, non ritengo che esista un personaggio che possiamo definire genio. Philippe Brenot, uno psichiatra francese che ha scritto Matti da legare , termina il suo libro con questa pensiero: può darsi che il genio sia lo sciamano della società moderna. Non sono totalmente in disaccordo, anche se questa è ancora una visione che ci riporta al discorso della diversità, e quindi definisce il genio perché tale, un essere umano a parte. Guardato con sospetto o diffidenza, se non perseguitato – pensiamo a Galileo Galilei – il genio ebbe sempre vita dura: perché quest’avversione? Il genio com’è stato definito nei secoli, non come lo definirei oggi, è un personaggio che ha dei saperi, ma non sono più dei saperi enciclopedici. Dalla fine dell’Ottocento, l’inventore, non è più un creatore individuale che opera da solo nel laboratorio che ha ereditato dall’alchimista del 1500 per costruire delle cose straordinarie: è semplicemente uno scienziato, un fisico, un tecnocrate che lavora all’interno di laboratori molto complessi. In passato questa figura si apparentava di più al vecchio alchimista, e quindi c’erano anche sospetti di rapporti diabolici o satanici che potevano essere positivi o negativi. Il Rinascimento con tutta la sua chiarezza e il suo desiderio antropocentrico, in realtà era ancora diviso tra un mondo d’ombre e un mondo di luci. Si dovrà aspettare l’illuminismo, per chiarire la posizione dell’individuo che inventa e che, come si direbbe oggi, esce dal coro. Hanno penato davvero parecchio i poveri geni per imporre le loro capacità? Si, soprattutto se consideriamo che gli ultimi processi contro i diversi, i maghi o le streghe, sono terminati in Europa all’inizio del Settecento ed oltre. Sia in rapporto alla medicina o in rapporto ad altri saperi, che erano considerati diabolici perché non appartenevano a delle caste riconosciute, tutti coloro che non avevano a che fare con la conoscenza comune, erano considerati degli invasati. Il medico Gaspare Tagliacozzo, fu il precursore della chirurgia ricostruttiva. Nel 1597 fece il primo impianto di pelle su un paziente dal naso sfregiato, utilizzando un pezzo d’epidermide dall’avambraccio. La Chiesa insorse e gridò all’eresia bloccando un progresso che avrebbe impiegato altri tre secoli per riscoprire e mettere in pratica quella che era stata definita una tecnica maledetta. Il genio è anche l’inventore dell’energia nucleare da cui deriva la bomba atomica, e lei scrive che dopo Hiroshima il mondo non è stato più lo stesso: perché? L’energia atomica è stata una scoperta in termini positivi. Fermi e gli altri giovani che all’epoca la studiarono, la consideravano un’energia al servizio dell’uomo. Questa è stata la prima volta in cui il creatore umano è riuscito a controllare forze della natura che fino allora erano sconosciute. Subito dopo però è subentrato un utilizzo negativo con la bomba atomica A, costruita per timore che fossero i tedeschi del Terzo Reich ad ottenere risultati più consistenti degli americani. Dopo Hiroshima, è stata messa a punto la bomba all’idrogeno, un’altra bomba ancora più potente e più distruttiva. A differenza della bomba A che aveva delle giustificazioni difensive e poteva servire come centrale nucleare, la bomba H invece non è altro che uno strumento di distruzione collettiva. Fra i tanti geni sfortunati presenti nel suo libro, a chi diamo la palma di quello più disgraziato e scalognato? Direi Emilio Salgari, uno scrittore che per me è un grande inventore. Con la sua vastissima produzione letteraria, è il precursore del cinema d’avventura, ma ha avuto una vita talmente disgraziata, che alla fine si è ucciso per l’indifferenza degli editori e dei critici. Nell’aprile del 1911, mentre Torino si preparava per l’esposizione universale che sarebbe stata inaugurata dal ministro Giolitti, lo zingaro dei mari e della letteratura ignorò la primavera che correva lungo il dorso delle colline e increspava il Po. Con brevi, scarne lettere si rivolse ai figli, agli editori, ai giornalisti e ad alcuni corrispondenti formali e poi si uccise nel bosco a rasoiate. Sulla sua morte fiorirono le leggende e si arrivò perfino ad evocare la magia nera.
Fuori dal coro Eretici da sempre Un rapporto diffile quello tra i geni e la società, la Chiesa in particolare. « In ogni epoca - dice Ermanno Gallo - , inventori e invenzioni recano le stimmate dell’eresia e della diversità. All’atto dell’invenzione si accompagnava qualcosa d’occulto, l’ipotesi di una fede eretica come lo gnosticismo, scomparso storicamente nel VI secolo dopo Cristo » . « Lo gnosticismo eretico - continua Gallo - è il bandolo metaforico della creazione umana in Occidente. È l’energia sotterranea, ambigua e sincretica, che può aver spinto il demiurgo umano verso la realizzazione amorfica ».
INTERVISTE / Ermanno Gallo racconta i grandi incompresi
La SFORTUNA di nascere GENI
Fuori dagli schemi Albert Einstein, inventore della teoria della relatività ed emblema del genio, aveva difficoltà in matematica
di Francesco Mannoni
Nel secolo scorso Xavier Francotte, affermò che «il genio è una manifestazione della follia». Nella stessa epoca, Cesare Lombroso, analizzando svariati uomini noti per la loro eccezionalità (rivoluzionari, letterati, artisti e criminali) individuò in tutti caratteristiche similari di tipo patologico e degenerato. Ne consegue che Byron e Cafiero, Cresci e Artaud, Maupassant e Nietzsche, Masacci e London, Van Gogh e Rimbaud, Picasso, Godel e Teller, Einstein, Gandhi e Freud e più indietro nel tempo Alberto Magno, Ruggero Bacone, Raimondo Lullo, Keplero e tanti altri geni, sarebbero degli estrosi indefinibili. Spesso emarginati, irrisi o sospettati di commerci diabolici, perché «chi realizza l’increato fin dall’antichità, ha portato un marchio d’invasato, succube o genio». Di questa musa tragica, deforme, ipnotica e dissoluta, Ermanno Gallo, saggista e narratore, traccia un profilo inedito in un saggio erudito e curioso: Geni incompresi (Piemme, pagine 350, €16,90). Percorrendo la storia degli inventori in cui figurano molti personaggi eccentrici o sfortunati, il professor Gallo recupera gli aspetti imprevedibili di un mondo scientifico in continua evoluzione, grazie all’intelligenza di predestinati come Cartesio, che nel Seicento pare costruisse uno dei primi androidi, una figlia artificiale in grado di parlare. Non tutti hanno lasciato un’impronta profonda, ma come ignorare le capacità intuitive di Joseph Gaytty che nel 1857 perfezionò il rotolo di carta igienica? Da questo sconosciuto inventore ai padri della bomba atomica corrono decenni di concitato totalitarismo scientifico nel quale il darwinismo tecnico ebbe parecchia importanza. Ma il genio è veramente paragonabile alla follia? E, soprattutto, che cos’è il genio? Giriamo la domanda al professor Ermanno Gallo che incontriamo a Torino. «Il genio – precisa - è considerato spesso un essere un po’ fuori del comune, un po’ marginale, un po’ pazzo. Questo forse deriva dalla cultura che ci riporta al pensiero socratico, perciò il genio sarebbe posseduto da un demone che gli dà delle possibilità in più rispetto agli altri esseri umani. A livello non romantico si potrebbe parlare di malinconie, di stranezze che potevano terminare con degli atti eccessivi contro se stessi come il suicidio, o nei confronti degli altri. Nel secolo passato, ci sono stati degli studi particolari di psichiatri e psicanalisti, che hanno cercato di chiarire il soggetto - genio, che ha attraversato tutte le culture e tutti i vari stadi di coscienza dell’essere umano». Quando un personaggio si può definire genio? Per quanto mi riguarda, non ritengo che esista un personaggio che possiamo definire genio. Philippe Brenot, uno psichiatra francese che ha scritto Matti da legare , termina il suo libro con questa pensiero: può darsi che il genio sia lo sciamano della società moderna. Non sono totalmente in disaccordo, anche se questa è ancora una visione che ci riporta al discorso della diversità, e quindi definisce il genio perché tale, un essere umano a parte. Guardato con sospetto o diffidenza, se non perseguitato – pensiamo a Galileo Galilei – il genio ebbe sempre vita dura: perché quest’avversione? Il genio com’è stato definito nei secoli, non come lo definirei oggi, è un personaggio che ha dei saperi, ma non sono più dei saperi enciclopedici. Dalla fine dell’Ottocento, l’inventore, non è più un creatore individuale che opera da solo nel laboratorio che ha ereditato dall’alchimista del 1500 per costruire delle cose straordinarie: è semplicemente uno scienziato, un fisico, un tecnocrate che lavora all’interno di laboratori molto complessi. In passato questa figura si apparentava di più al vecchio alchimista, e quindi c’erano anche sospetti di rapporti diabolici o satanici che potevano essere positivi o negativi. Il Rinascimento con tutta la sua chiarezza e il suo desiderio antropocentrico, in realtà era ancora diviso tra un mondo d’ombre e un mondo di luci. Si dovrà aspettare l’illuminismo, per chiarire la posizione dell’individuo che inventa e che, come si direbbe oggi, esce dal coro. Hanno penato davvero parecchio i poveri geni per imporre le loro capacità? Si, soprattutto se consideriamo che gli ultimi processi contro i diversi, i maghi o le streghe, sono terminati in Europa all’inizio del Settecento ed oltre. Sia in rapporto alla medicina o in rapporto ad altri saperi, che erano considerati diabolici perché non appartenevano a delle caste riconosciute, tutti coloro che non avevano a che fare con la conoscenza comune, erano considerati degli invasati. Il medico Gaspare Tagliacozzo, fu il precursore della chirurgia ricostruttiva. Nel 1597 fece il primo impianto di pelle su un paziente dal naso sfregiato, utilizzando un pezzo d’epidermide dall’avambraccio. La Chiesa insorse e gridò all’eresia bloccando un progresso che avrebbe impiegato altri tre secoli per riscoprire e mettere in pratica quella che era stata definita una tecnica maledetta. Il genio è anche l’inventore dell’energia nucleare da cui deriva la bomba atomica, e lei scrive che dopo Hiroshima il mondo non è stato più lo stesso: perché? L’energia atomica è stata una scoperta in termini positivi. Fermi e gli altri giovani che all’epoca la studiarono, la consideravano un’energia al servizio dell’uomo. Questa è stata la prima volta in cui il creatore umano è riuscito a controllare forze della natura che fino allora erano sconosciute. Subito dopo però è subentrato un utilizzo negativo con la bomba atomica A, costruita per timore che fossero i tedeschi del Terzo Reich ad ottenere risultati più consistenti degli americani. Dopo Hiroshima, è stata messa a punto la bomba all’idrogeno, un’altra bomba ancora più potente e più distruttiva. A differenza della bomba A che aveva delle giustificazioni difensive e poteva servire come centrale nucleare, la bomba H invece non è altro che uno strumento di distruzione collettiva. Fra i tanti geni sfortunati presenti nel suo libro, a chi diamo la palma di quello più disgraziato e scalognato? Direi Emilio Salgari, uno scrittore che per me è un grande inventore. Con la sua vastissima produzione letteraria, è il precursore del cinema d’avventura, ma ha avuto una vita talmente disgraziata, che alla fine si è ucciso per l’indifferenza degli editori e dei critici. Nell’aprile del 1911, mentre Torino si preparava per l’esposizione universale che sarebbe stata inaugurata dal ministro Giolitti, lo zingaro dei mari e della letteratura ignorò la primavera che correva lungo il dorso delle colline e increspava il Po. Con brevi, scarne lettere si rivolse ai figli, agli editori, ai giornalisti e ad alcuni corrispondenti formali e poi si uccise nel bosco a rasoiate. Sulla sua morte fiorirono le leggende e si arrivò perfino ad evocare la magia nera.
le streghe dolomitiche
L'Adige 26.8.03
Le streghe, rivoluzionarie
Il nuovo libro di Pinuccia Di Gesaro: da Nogaredo allo Sciliar, storia di un´epoca inquieta e feroce
La caccia a queste donne fu teorizzata dalle più raffinate menti del Rinascimento, con la Chiesa
di Corona Perer
Avevano come amante il "cattivo nemico", sapevano come guastare il latte ed anche come muovere un bimbo verso la morte. In una parola streghe, o almeno così passarono alla storia.
«Facemmo una crema di rospo e poi la usammo per il nostro viaggio» racconta una di loro. Maghe o streghe che fossero operavano dallo Sciliar alla vicinissima Nogaredo, celate dietro nomi suggestivi, che potrebbero sembrare appositamente coniati. Quelle "nostrane" si chiamavano Mercuria (furono le sue delazioni a dare origine alla persecuzione di Nogaredo). Un´altra era la Menegota. Fu decapitata e bruciata e tutti i suoi beni confiscati. Un´altra ancora si chiamava Caterina, ma tutti la chiamavan Fitola. Anche per lei rogo e decapitazione. La "filosofa", al secolo Maddalena Andrei, morì invece in carcere di stenti. Di Isabetta Graziadei, riuscita a sfuggire e condannata alla pena capitale in contumacia si diceva soltanto "la brentegana". Anna, Katharina, Kunigunde e Magdalena sono quelle dello Sciliar ovvero le streghe dolomitiche tutte processate a Castel Prosels.
Ad aprirci uno squarcio sul meccanismo processuale che produsse la caccia alle streghe è un saggio di facile lettura e fresco di stampa. L´ha scritto Pinuccia Di Gesaro (nella foto a destra), scrittrice ed anche editore, che al fenomeno della stregoneria ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca. Già autrice di una monumentale storia della stregoneria ("Streghe ossessione del diavolo e repertorio dei malefici" dato alle stampe nel 1989) la Di Gesaro ha scritto molte opere sulla materia, come "I giochi delle streghe" e "La Monaca di Monza". La sua ultima fatica è appunto "Le Streghe dolomitiche" (Edizioni Praxis 3) da pochi giorni in libreria con il quale l´autrice analizza ed individua i tratti caratteristici dei processi alle streghe. E si scopre che nei comportamenti di quelle donne che vennero catalogate come tali persistevano in realtà tracce di un´antichissima religione largamente diffusa nelle prime civiltà mediterranee. Una cultura di origine matristica e guerriera, con un culto arcaico dominato dalla dea Madre, una divinità soave e benefica che sovrastava tutte le altre e che veniva chiamata Signora del Gioco, ma anche Venus o Erodiade. Per i Romani era Diana, per le popolazioni francesi Abonde, Trodessa per quelle rumene.
Questa divinità femminile sopravvisse, anche se clandestinamente grazie a riti strettamente legati alla terra, all´avvento del Cristianesimo e al potere della Chiesa.
«Basta inoltrarsi nelle carte degli archivi storici e leggere gli atti dei processi alle streghe per accorgersi che questa pagina di storia si intreccia con altre pagine fondamentali: la storia della Chiesa, la storia delle eresie, la storia del Medioevo e del Rinascimento, la storia del diritto in Europa, la storia dell´antifemminismo» dice Pinuccia Di Gesaro. «La caccia alle streghe fu teorizzata dalle più raffinate menti del Rinascimento e attuata in perfetto accordo con le due massime istituzioni che reggevano le sorti dell´Europa occidentale, la Chiesa e il Potere civile. Tutte le culture moderne hanno bisogno di capri espiatori sui quali convogliare le proprie impurità. La caccia alle streghe non fu l´espressione di una società arcaica, ma la prima grande strage della società moderna». Gli eretici e gli ebrei verranno dopo ma serviranno al medesimo scopo.
Come lo Sciliar anche Nogaredo fu teatro di una sanguinosa repressione a metà del ´600, che si espanse a macchia d´olio nei vicini paesi di Villa Lagarina, Castellano, Piazzo, Pedersano, fino ad Aldeno nelle giurisdizioni di Castellano e Castelnuovo. Un fenomeno in qualche modo legato alla rivoluzione economica che con l´avvento della lavorazione della seta produsse un silenzioso cambiamento epocale: il territorio agricolo e soggetto ad uso comune (secondo l´antica organizzazione medievale del Comun Comunale) diventò infatti industriale. Accanto al filatoio e alla tintoria, parte delle lavorazioni entrarono nelle case dei contadini. «La seta significò la nascita del lavoro salariato a domicilio che coinvolse la donna e con lei tutta la famiglia trasformandola in una vera e propria unità produttiva. Questo passaggio verso l´evo moderno si scontrò con le tradizioni dell´epoca e guarda caso, è proprio in questa congiuntura che si scoprono le streghe e si impone la loro repressione» spiega Pinuccia Di Gesaro.
Tornando ai processi e alle fattucchiere delle Dolomiti, Pinuccia Di Gesaro analizza nel suo ultimo libro non solo l´evoluzione penale e processuale nell´impero asburgico e in Tirolo, ma anche la teoria demonologica (la donna come individuo meglio adatto alla stregoneria), i processi di Fiè dello Sciliar e gli strumenti delle streghe (le erbe magiche come la salvia, l´erba crassula, l´aconito napellus, e persino l´alcaloide animale, ovvero...il rospo).
E alla domanda, ovvia del resto, se queste donne fossero davvero streghe e se vennero mandate al rogo sulla base di sufficienti prove, Pinuccia Di Gesaro risponde che furono perseguitate non perché povere e ignoranti donnicciole di campagna, ma perché saldamente inserite in un vasto movimento culturale d´opposizione. «Era la millenaria ribellione femminile seguita all´avvento della società patriarcale occidentale, organicamente collegata con una parte della cultura alta, quella dei maghi rinascimentali che dalla seconda metà del ´400 ha visto una forte intensificazione di studi esoterici, cabalistici e magico-astrologici. Tutta la cultura di maghi e streghe fu aspramente combattuta perché era radicalmente alternativa a quella di cui il nascente Stato moderno aveva bisogno che necessitava di basi scientifico-illuministiche sulle quali si fonderà la rivoluzione scientifica del Seicento e, sul piano strettamente politico, la società industriale moderna».
Le streghe, rivoluzionarie
Il nuovo libro di Pinuccia Di Gesaro: da Nogaredo allo Sciliar, storia di un´epoca inquieta e feroce
La caccia a queste donne fu teorizzata dalle più raffinate menti del Rinascimento, con la Chiesa
di Corona Perer
Avevano come amante il "cattivo nemico", sapevano come guastare il latte ed anche come muovere un bimbo verso la morte. In una parola streghe, o almeno così passarono alla storia.
«Facemmo una crema di rospo e poi la usammo per il nostro viaggio» racconta una di loro. Maghe o streghe che fossero operavano dallo Sciliar alla vicinissima Nogaredo, celate dietro nomi suggestivi, che potrebbero sembrare appositamente coniati. Quelle "nostrane" si chiamavano Mercuria (furono le sue delazioni a dare origine alla persecuzione di Nogaredo). Un´altra era la Menegota. Fu decapitata e bruciata e tutti i suoi beni confiscati. Un´altra ancora si chiamava Caterina, ma tutti la chiamavan Fitola. Anche per lei rogo e decapitazione. La "filosofa", al secolo Maddalena Andrei, morì invece in carcere di stenti. Di Isabetta Graziadei, riuscita a sfuggire e condannata alla pena capitale in contumacia si diceva soltanto "la brentegana". Anna, Katharina, Kunigunde e Magdalena sono quelle dello Sciliar ovvero le streghe dolomitiche tutte processate a Castel Prosels.
Ad aprirci uno squarcio sul meccanismo processuale che produsse la caccia alle streghe è un saggio di facile lettura e fresco di stampa. L´ha scritto Pinuccia Di Gesaro (nella foto a destra), scrittrice ed anche editore, che al fenomeno della stregoneria ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca. Già autrice di una monumentale storia della stregoneria ("Streghe ossessione del diavolo e repertorio dei malefici" dato alle stampe nel 1989) la Di Gesaro ha scritto molte opere sulla materia, come "I giochi delle streghe" e "La Monaca di Monza". La sua ultima fatica è appunto "Le Streghe dolomitiche" (Edizioni Praxis 3) da pochi giorni in libreria con il quale l´autrice analizza ed individua i tratti caratteristici dei processi alle streghe. E si scopre che nei comportamenti di quelle donne che vennero catalogate come tali persistevano in realtà tracce di un´antichissima religione largamente diffusa nelle prime civiltà mediterranee. Una cultura di origine matristica e guerriera, con un culto arcaico dominato dalla dea Madre, una divinità soave e benefica che sovrastava tutte le altre e che veniva chiamata Signora del Gioco, ma anche Venus o Erodiade. Per i Romani era Diana, per le popolazioni francesi Abonde, Trodessa per quelle rumene.
Questa divinità femminile sopravvisse, anche se clandestinamente grazie a riti strettamente legati alla terra, all´avvento del Cristianesimo e al potere della Chiesa.
«Basta inoltrarsi nelle carte degli archivi storici e leggere gli atti dei processi alle streghe per accorgersi che questa pagina di storia si intreccia con altre pagine fondamentali: la storia della Chiesa, la storia delle eresie, la storia del Medioevo e del Rinascimento, la storia del diritto in Europa, la storia dell´antifemminismo» dice Pinuccia Di Gesaro. «La caccia alle streghe fu teorizzata dalle più raffinate menti del Rinascimento e attuata in perfetto accordo con le due massime istituzioni che reggevano le sorti dell´Europa occidentale, la Chiesa e il Potere civile. Tutte le culture moderne hanno bisogno di capri espiatori sui quali convogliare le proprie impurità. La caccia alle streghe non fu l´espressione di una società arcaica, ma la prima grande strage della società moderna». Gli eretici e gli ebrei verranno dopo ma serviranno al medesimo scopo.
Come lo Sciliar anche Nogaredo fu teatro di una sanguinosa repressione a metà del ´600, che si espanse a macchia d´olio nei vicini paesi di Villa Lagarina, Castellano, Piazzo, Pedersano, fino ad Aldeno nelle giurisdizioni di Castellano e Castelnuovo. Un fenomeno in qualche modo legato alla rivoluzione economica che con l´avvento della lavorazione della seta produsse un silenzioso cambiamento epocale: il territorio agricolo e soggetto ad uso comune (secondo l´antica organizzazione medievale del Comun Comunale) diventò infatti industriale. Accanto al filatoio e alla tintoria, parte delle lavorazioni entrarono nelle case dei contadini. «La seta significò la nascita del lavoro salariato a domicilio che coinvolse la donna e con lei tutta la famiglia trasformandola in una vera e propria unità produttiva. Questo passaggio verso l´evo moderno si scontrò con le tradizioni dell´epoca e guarda caso, è proprio in questa congiuntura che si scoprono le streghe e si impone la loro repressione» spiega Pinuccia Di Gesaro.
Tornando ai processi e alle fattucchiere delle Dolomiti, Pinuccia Di Gesaro analizza nel suo ultimo libro non solo l´evoluzione penale e processuale nell´impero asburgico e in Tirolo, ma anche la teoria demonologica (la donna come individuo meglio adatto alla stregoneria), i processi di Fiè dello Sciliar e gli strumenti delle streghe (le erbe magiche come la salvia, l´erba crassula, l´aconito napellus, e persino l´alcaloide animale, ovvero...il rospo).
E alla domanda, ovvia del resto, se queste donne fossero davvero streghe e se vennero mandate al rogo sulla base di sufficienti prove, Pinuccia Di Gesaro risponde che furono perseguitate non perché povere e ignoranti donnicciole di campagna, ma perché saldamente inserite in un vasto movimento culturale d´opposizione. «Era la millenaria ribellione femminile seguita all´avvento della società patriarcale occidentale, organicamente collegata con una parte della cultura alta, quella dei maghi rinascimentali che dalla seconda metà del ´400 ha visto una forte intensificazione di studi esoterici, cabalistici e magico-astrologici. Tutta la cultura di maghi e streghe fu aspramente combattuta perché era radicalmente alternativa a quella di cui il nascente Stato moderno aveva bisogno che necessitava di basi scientifico-illuministiche sulle quali si fonderà la rivoluzione scientifica del Seicento e, sul piano strettamente politico, la società industriale moderna».
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