ricevuto da Emiliano Eusepi
estratto dal sito "Minerva" dell'Università di Torino
http://www.minerva.unito.it
Roma, 22 giugno 1633
Noi:
Gasparo Borgia; Felice Centini, detto cardinal d'Ascoli; Guido Bentivoglio; Desiderio Scaglia, detto di Cremona; Antonio Barberini, detto di S. Onofrio; Laudivio Zacchia, detto di S. Sisto; Berlinghiero Gessi; Fabrizio Verospi; Francesco Barberini e Marzio Ginetti;
Cardinali di Santa Romana Chiesa per la misericordia di Dio, Inquisitori generali specificamente deputati dalla Santa Sede Apostolica contro il veleno dell'eresia in tutta la Repubblica Cristiana;
poiché tu, Galileo, fu Vincenzo Galilei, fiorentino, dell'età di settant'anni, fosti nel 1615 denunziato presso questo Sant'Uffizio come colui che riteneva vera la falsa dottrina, insegnata da alcuni, secondo la quale il Sole è al centro del mondo e immobile e la Terra compie anche un moto diurno; avevi discepoli ai quali insegnavi la stessa dottrina; tenevi sulla stessa corrispondenza con alcuni matematici di Germania; avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, in cui esponevi tale dottrina come vera; rispondevi alle obiezioni che ti venivano talvolta mosse producendo passi della Sacra Scrittura interpretati a modo tuo; sei stato estensore di una lettera, successivamente presentataci, che si diceva essere stata inviata da te a uno che era stato tuo discepolo, in cui, essendovi sottoscritta la teoria di Copernico, sono contenute varie posizioni contrarie al vero significato e all'autorità della Sacra Scrittura; volendo perciò questo Sacro Tribunale rimediare al disordine e al danno che ne derivavano e andavano accrescendosi con pregiudizio della Santa Fede, per ordine di Nostro Signore e degli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali di questa Suprema Inquisizione, furono valutate dai Teologi specificatamente deputati a farlo le enunciazioni relative alla stabilità del Sole e al moto della Terra in questi termini:
che il Sole sia centro del mondo e non si muova dalla sua sede è una proposizione falsa e assurda da un punto di vista filosofico ed eretica, perché espressamente contraria alla Sacra Scrittura;
che la Terra non sia centro del mondo ne immobile, ma che sia dotata anche di un moto diurno è proposizione parimenti assurda e falsa in filosofia e considerata in teologia quanto meno erronea nella Fede.
Volendosi tuttavia allora mostrare benevolenza nei tuoi confronti, fu decretato nella Sacra Congregazione tenutasi il 25 febbraio 1616 che l'Eminentissimo Cardinale Bellarmino ti ordinasse di abbandonare del tutto la suddetta falsa dottrina, di non insegnarla ad alcuno ne difenderla o parlarne, e che, se tu non ti fossi adeguato a questi precetti, dovessi essere incarcerato. In esecuzione dello stesso decreto, il giorno successivo, nel palazzo e alla presenza del suddetto Cardinale Bellarmino, dopo essere stato da Lui benignamente avvisato e ammonito, ti fu ufficialmente comunicato dal Commissario del Sant'Uffizio di quel tempo, alla presenza di un notaio e di testimoni, che dovevi del tutto abbandonare la suddetta falsa teoria e che per l'avvenire non avresti dovuto crederla, ne difenderla, ne insegnarla in qualunque modo, ne a voce ne per iscritto e, avendo tu promesso di ubbidire, fosti congedato.
E affinchè si togliesse di mezzo definitivamente una dottrina così pericolosa e non continuasse a serpeggiare con grave rischio per la verità cattolica, venne emesso un decreto della Sacra Congregazione dell'Indice con cui furono proibiti i libri che trattano tale dottrina e venne dichiarata falsa e contraria alla Sacra e divina Scrittura.
Ma essendo ultimamente qui pervenuto un libro, stampato a Firenze l'anno scorso, la cui intestazione rivelava che tu ne eri l'autore, recitando il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; essendo altresì stata informata la Sacra Congregazione che con la stampa di codesto libro prendeva ogni giorno più piede e andava sempre più diffondendosi la falsa teoria del moto della Terra e della stabilità del Sole, il suddetto libro venne diligentemente analizzato e fu verificata in esso un'esplicita trasgressione all'ordine che ti era stato impartito, poiché in esso tu prendevi le difese della teoria già condannata e come tale a te direttamente dichiarata, benché nel libro tu ti ingegnassi con espedienti capziosi a far credere che la lasci sussistere come ipotesi ancora da provare, il che è comunque un errore gravissimo, non potendo essere in nessun modo probabile un'opinione già dichiarata e definita in contrasto con la Sacra Scrittura.
Perciò su nostro ordine fosti convocato da questo Sant'Uffizio, in cui, dopo averlo esaminato, riconoscesti come composto e dato alle stampe da te il suddetto libro. Confessasti che, dieci o dodici anni fa, dopo essere stato precettato come sopra si è detto, ti accingesti alla sua stesura; che chiedesti l'autorizzazione a stamparlo, senza tuttavia far presente a coloro che te la concessero che avevi ricevuto il precetto di non credere, ne difendere, ne insegnare in qualunque modo tale dottrina.
Confessasti parimenti che l'esposizione del libro in più punti è in forma tale che il lettore potrebbe ritenere gli argomenti addotti a sostegno della falsa teoria vengano presentati in modo così efficace da farli piuttosto assumere come stringenti che accantonare, scusandoti letteralmente di essere incorso in un errore tanto lontano dalla tua intenzione, per aver scritto in forma di dialogo e per la naturale inclinazione a compiacersi delle proprie sottigliezze e del mostrarsi più arguto del comune nel trovare, anche per proposizioni false, ingegnosi e all'apparenza non improbabili argomenti a sostegno.
Ed essendoti stato assegnato un termine utile a predisporre la tua difesa, presentasti un documento autografo dell'Eminentissimo Cardinale Bellarmino, da te richiesto, come dicesti, per difenderti dalle calunnie dei tuoi nemici, che ti accusavano di aver abiurato e di essere stato punito dal Santo Uffizio, in cui si dice che non avevi abiurato e nemmeno che ti era stata comminata una pena dal Sant'Uffizio, ma che ti era semplicemente stata resa nota la dichiarazione fatta da Nostro Signore e pubblicata dalla Sacra Congregazione dell'Indice in cui si dice che la dottrina del moto della Terra e della stabilità del Sole è contraria alle Sacre Scritture e perciò non si può né difendere né abbracciare. Perciò, non facendo menzione il documento di altri due commi del precetto a te impartito, vale a dire insegnare e in qualunque modo, si deve credere che nel corso di 14 o 16 anni tè ne eri dimenticato e che per questa ragione avevi taciuto sul precetto ricevuto quando chiedesti l'autorizzazione a stampare il libro. Aggiungevi che il tutto non mirava a scusare l'errore, ma a farlo giudicare frutto non di cattiva intenzione, ma di vana ambizione. Ma questo documento, da te spontaneamente prodotto per difenderti, ha ulteriormente aggravato la tua posizione perché, dicendosi in esso che la suddetta teoria è contraria alla Sacra Scrittura, hai comunque avuto l'ardire di parlarne, di difenderla e di cercare di convincere circa la sua probabilità; ne valgono i pretesti da te artificiosamente e furbescamente addotti onde scusare la licenza che ti sei presa per non aver notificato il precetto ricevuto.
Sembrando a noi che tu non avessi detto tutta la verità sulla tua intenzione, abbiamo ritenuto necessario sottoporti a un rigoroso esame nel quale, senza però pregiudizio di quanto hai confessato e di quanto è emerso contro di te nella valutazione dell'intenzione, come sopra è stato detto, rispondesti cattolicamente.
Pertanto, visti e attentamente valutati gli elementi a tuo carico in questo processo, comprese le tue ammissioni e le tue giustificazioni, nonché tutto ciò che si doveva prendere in considerazione e valutare, siamo giunti contro di te a un verdetto definitivo, qui di seguito riportato.
Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra sentenza definitiva in una seduta con funzione di tribunale, su consiglio e parere dei Maestri di Sacra Teologia e Dottori della legge sacra e di quella umana, nostri esperti, proferiamo in questo scritto nella causa e cause condotte prima di noi tra Marco Carlo Sinceri, Dottore dell'una e dell'altra legge, Procuratore fiscale di questo Sant'Uffizio da una parte e te soprannominato Galileo Galilei, reo qui presente, inquisito, processato e confesso come sopra si è detto dall'altra:
diciamo, pronunciamo, sentenziamo e dichiariamo
che tu, nominato Galileo, per le ragioni emerse nel processo e da te come sopra confessate, ti sei attirato il sospetto da parte di questo Santo Uffizio di essere veramente eretico, cioè di avere mantenuta e creduta vera una dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, vale a dire che il Sole è centro per la Terra e non si muove da oriente a occidente, mentre al contrario la Terra si muove e non è centro del mondo, e di aver ritenuto possibile mantenere e difendere come probabile una teoria dopo che questa è stata dichiarata e definita contraria alla Sacra Scrittura; e che di conseguenza sei incorso in tutti i provvedimenti e nelle pene previste dalla legge sacra e dalle altre disposizioni generali e particolari assunte e promulgate contro simili colpevoli. Da esse ricaviamo che tu possa essere assolto purché prima, con cuore sincero e autentica fede, in nostra presenza tu abiuri, maledica e respinga i suddetti errori ed eresie, e qualunque altro errore o eresia contraria alla Chiesa Cattolica e Apostolica, nel modo e nella forma che ti saranno da noi prescritti.
E affinché questo tuo grave e dannoso errore e la trasgressione di cui ti sei reso colpevole non restino del tutto impuniti, e tu possa essere più cauto per l'avvenire e di esempio agli altri, onde si astengano da simili colpe, ordiniamo che con pubblico editto sia proibito il libro dei Dialoghi di Galileo Galilei.
Ti condanniamo al carcere formale in questo Sant'Uffizio a nostro arbitrio; e come penitenza per la salute della tua anima ti imponiamo di recitare per i prossimi tre anni una volta la settimana i sette Salmi penitenziali, riservandoci la facoltà di moderare, cambiare, togliere del tutto o in parte le pene e penitenze suddette.
Così diciamo, pronunciamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e ci riserviamo di agire in ogni altro modo e forma migliore, avendone la possibilità e il dovere.
Così ci pronunciamo noi sottoscritti Cardinali:
F. Cardinale d'Ascoli, G. Cardinale Bentìvoglio, Fr. D. Cardinale di Cremona, Fr. A. Cardinale di S. Onofrio, B. Cardinale Gessi, F. Cardinale Verospi, M. Cardinale Ginetti
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 7 febbraio 2004
Cina: il renminbi contro il dollaro
Il Riformista 7 Febbraio 2004
G7. A BOCA RATON I GRANDI CERCANO ARCANI RIMEDI
La vera guerra delle monete è tra il dollaro e il renminbi
Mentre i ministri finanziari del G7 (Usa, Canada, Giapone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna) atterrano a Boca Raton, in Florida, l'euro riparte lancia in resta contro il dollaro e sfonda quota 1,27.
[...]
La nuova guerra delle monete sarà senza dubbio il tema vero del G7, [...] Ma [...] i veri campioni di questa disfida non sono l'euro e il dollaro, quanto piuttosto il renminbi e il dollaro, come spiega Francesco Giavazzi, docente alla Bocconi, ai microfoni di Radiotremondo. «Il problema di fondo - dice - è che gli Stati Uniti spendono troppo e la Cina consuma troppo poco. Il rapporto di cambio è la febbre, ma l'origine della malattia è nel riaggiustamento macroeconomico in corso». La sorte dell'euro, dunque, è una variabile dipendente. «Se la Cina cominciasse a consumare, cambierebbero gli equilibri mondiali, ma cambierebbe anche la struttura politica cinese perché si fomerebbe una classe media che spinge per regole di mercato e per una maggiore democrazia». Gli andamenti delle monete sono sono mai spiegabili solo con la tecnica, come scriveva Marc Bloch. Per sua natura, la moneta è lo specchio dell'economia, della società, di grandi trasformazioni storiche. E oggi viviamo nel bel mezzo di uno si questi grandi mutamenti, insistono sia Giavazzi sia Brunetta. I governi possono accompagnarli, possono rendere meno brusca la transizione, ma nessuno, nemmeno quello della prima potenza mondiale, è in grado di opporsi. E possiamo stare sicuri che le conclusioni del G7 non smentiranno questa regola aurea.
[...]
G7. A BOCA RATON I GRANDI CERCANO ARCANI RIMEDI
La vera guerra delle monete è tra il dollaro e il renminbi
Mentre i ministri finanziari del G7 (Usa, Canada, Giapone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna) atterrano a Boca Raton, in Florida, l'euro riparte lancia in resta contro il dollaro e sfonda quota 1,27.
[...]
La nuova guerra delle monete sarà senza dubbio il tema vero del G7, [...] Ma [...] i veri campioni di questa disfida non sono l'euro e il dollaro, quanto piuttosto il renminbi e il dollaro, come spiega Francesco Giavazzi, docente alla Bocconi, ai microfoni di Radiotremondo. «Il problema di fondo - dice - è che gli Stati Uniti spendono troppo e la Cina consuma troppo poco. Il rapporto di cambio è la febbre, ma l'origine della malattia è nel riaggiustamento macroeconomico in corso». La sorte dell'euro, dunque, è una variabile dipendente. «Se la Cina cominciasse a consumare, cambierebbero gli equilibri mondiali, ma cambierebbe anche la struttura politica cinese perché si fomerebbe una classe media che spinge per regole di mercato e per una maggiore democrazia». Gli andamenti delle monete sono sono mai spiegabili solo con la tecnica, come scriveva Marc Bloch. Per sua natura, la moneta è lo specchio dell'economia, della società, di grandi trasformazioni storiche. E oggi viviamo nel bel mezzo di uno si questi grandi mutamenti, insistono sia Giavazzi sia Brunetta. I governi possono accompagnarli, possono rendere meno brusca la transizione, ma nessuno, nemmeno quello della prima potenza mondiale, è in grado di opporsi. E possiamo stare sicuri che le conclusioni del G7 non smentiranno questa regola aurea.
[...]
Giappone
(una mostra a Milano)
una segnalazione di Filippo Trojano
Ukiyoe - Il mondo fluttuante
La mostra ripercorre in sei diverse sezioni tematiche (Teatro, Tradizione, Natura, Paesaggio, Vita di città, Beltà femminili) le immagini e le rappresentazioni del mondo fluttuante, 'ukiyo'. Più di cinquecento opere, suddivise tra dipinti, libri illustrati, stampe provenienti dalle principali collezioni pubbliche europee e mondiali, illustrano la trasformazione, tra il XVII e la metà del XIX secolo, della società e della cultura giapponese che si formò intorno alla città di Edo, divenuta poi Tokyo www.ukiyoe.it
dal 07/02/2004 al 30/05/2004
al Palazzo Reale Milano
Piazza Duomo, 12
ufficio stampa: Flavia Fossa Margutti
cell. +39 348 7400788 email: flavia.fossamargutti@tiscali.it
Il Messaggero Sabato 7 Febbraio 2004
Giappone, l’onda dei piaceri
di GIUSEPPINA ROCCA
LASCIARSI trasportare dalla voluttà, dalle sensazioni, percepire gli odori, i sapori, i colori, la natura. O piuttosto, come scrisse Asai Ryoi nel suo Ukiyo monogatari: «Fluttuare lungo la corrente di un fiume come un secco guscio di zucca». Leggermente, con sensualità, nella speranza di superare le malinconie e i dolori da cui siamo afflitti.
C’è un doppio paravento a otto ante all’entrata di Palazzo Reale di Milano dove oggi si apre una imponente mostra sull’arte del Giappone tra il Sei e la prima metà dell’Ottocento. E’ un’opera celebre che illustra nei particolari il mondo segreto dei piaceri che legavano l’uomo di Edo, la moderna Tokyo, alla città della notte e alle sue mille attrazioni: dalle case di piacere al teatro ai bagni pubblici, alle danze e alle cortigiane, vere protagoniste di quei secoli. Una società nuova, effimera, che segna il trapasso dalla compostezza aristocratica di spada samuraica alla licenziosità delle donne di piacere e a quella stagione che vede il trionfo in scena del Kabuki e dei suoi attori.
Intitolata “Ukiyoe. Il mondo fluttuante”, l’esposizione è la più completa rassegna allestita fuori dai confini del Giappone, anche grazie al suo curatore Gian Carlo Calza, docente di Storia dell’arte dell’Asia Orientale alla Ca’ Foscari. Divisa in sei sezioni (teatro, tradizione, natura, paesaggio, vita di città, beltà femminile), raccoglie quasi cinquecento opere tra dipinti, incisioni, libri illustrati, cartelloni teatrali, provenienti esclusivamente da musei pubblici, venti (proprio per fugare ogni dubbio sull’autenticità), con alcuni pezzi inediti. E’ in gran parte un materiale fragile e sensibile alle variazioni microclimatiche che dovrà essere sostituito nel corso della mostra, il 4 di aprile, con altri pezzi di uguale valore. Ci sono i paesaggi di Hutagawa Hiroshige, il bellissimo Acquazzone improvviso su Ohashi arrivato dal Guimet di Parigi, cuore delle raccolte asiatiche. E ci sono naturalmente i lavori di Katsushika Hokusai, Peonia semplice e canarino, ma soprattutto La (grande) onda presso la costa di Kanagawa che non ci si stanca mai di ammirare. Come spiega Calza oggi in Occidente quell’onda è stata saccheggiata, è diventata un’icona dell’immaginario collettivo. Non c’è infatti quotidiano o periodico che non la pubblichi per rappresentare qualsiasi evento, perfino il crollo di Borsa. Sono proprio le stampe dell’Ukiyoe, dei valori effimeri, che colpirono dopo la metà dell’Ottocento i nostri artisti - a cominciare da Manet, Monet, Degas e perfino Van Gogh - di cui sono rimasti segni tangibili, soprattutto nell’Art Nouveau e a piene mani nella grafica, dando luogo a una nipponizzazione strisciante. Eppure, il Giappone con i suoi simboli così lontani dall’Occidente, rimane una enorme montagna da scalare, come le famose Vedute del Fuji, sempre del maestro Hokusai e di cui si può ammirare la celebre Giornata limpida col vento del sud del 1830-32. Continua Calza: «E’ impossibile risalire alle radici di questa influenza, ma credo che si debba soprattutto alla filosofia zen se abbiamo cambiato la nostra visione delle cose. In questo senso, esempi celebri sono Jack Kerouac e John Cage, nelle sue vesti non di musicista ma di pittore. E se non proprio dallo zen è comunque una cultura sviluppatasi intorno alla cerimonia del tè. E’ lì che l’amore per un fiore singolo ha preso il posto in Occidente della dozzina di rose rosse».
Con questa mostra, invece, il Giappone è più vicino. Se ne riescono a cogliere le pecularietà, aiutati dal percorso tematico allestito cronologicamente. E’ così che nella prima sezione si scoprono i riti del kabuki e degli attori la cui bravura si misurava nella capacità di coinvolgere il pubblico e di tenerlo agganciato fuori dalle scene. La trama si basava su testi antichi, rielaborata secondo le esigenze di un racconto moderno. «La classicità in ogni campo in Giappone non è mai stata abbandonata», spiega Calza che ci accompagna in questo giro della mostra. «Antico e moderno sono due strade parallele. Ad esempio, oggi esiste un movimento per la rinascita della cultura del tè. E quindi si trovano grandi architetti o grafici che si dedicano alla sua reinterpretazione architettonica, grafica ed estetica».
Ricchi costumi, acconciature elaborate, volti dipinti, scene di grande effetto, drammaticità, storie di scuole-famiglie i cui attori trasmettevano per ereditarietà il nome. Il più famoso artista teatrale, Sharaku, è passato alla leggenda, per le 150 stampe create in meno di un anno, da maggio del 1794 al principio del 1795 prodotte dal più conosciuto editore dell’epoca: Tsutaya. La riproducibilità rimane una caratteristica di tutte le stampe giapponesi, grazie a una tecnica particolare che ne protegge la qualità.
L’ultima sezione invece è dedicata alle donne, alle cortigiane, simbolo supremo del piacere, e alle giovani che incarnavano l’ideale di bellezza dell’epoca. Donne fortemente sensuali, monumentali, flessuose, incantate, quasi inconsistenti, secondo il periodo storico a cui si riferiscono. Fino a riacquistare una presenza materiale e fisica che si evidenzia con la scoperta del corpo. Mai però messo a nudo. Non ci sono Veneri paragonabili alle nostre. Un particolare che emerge chiaramente dalle opere dell’artista sovrano della beltà femminile, Utamaro, la cui vita è legata indissolubilmente ai quartieri di piacere. Alcune volte con l’impiego limitato dei colori, altre con una notevole ricchezza cromatica e uso di effetti speciali riesce ad assumere la leadership di quest’arte rivolta al mondo femminile di cui il suo Canto del guanciale è la massima espressione. Modelle preferite erano le camerierine dei locali di Edo, giovani dal volto espressivo, come oggi se ne possono trovare a Tokyo, nei quartieri popolari. E le geishe? Una delusione, non ci sono: nell’epoca dell’Ukijoe erano solo una modesta appendice delle cortigiane. La loro influenza si andò affermando dopo. «Ce ne sono alcune a Kyoto, ma nel complesso sono in via di estinzione, sostituite da figure meno appariscenti», conclude Calza. «Seguono il concetto della tradizione che si rinnova continuamente, anche loro sono in via di trasformazione. La stanno reinventando in termini moderni».
Ukiyoe - Il mondo fluttuante
La mostra ripercorre in sei diverse sezioni tematiche (Teatro, Tradizione, Natura, Paesaggio, Vita di città, Beltà femminili) le immagini e le rappresentazioni del mondo fluttuante, 'ukiyo'. Più di cinquecento opere, suddivise tra dipinti, libri illustrati, stampe provenienti dalle principali collezioni pubbliche europee e mondiali, illustrano la trasformazione, tra il XVII e la metà del XIX secolo, della società e della cultura giapponese che si formò intorno alla città di Edo, divenuta poi Tokyo www.ukiyoe.it
dal 07/02/2004 al 30/05/2004
al Palazzo Reale Milano
Piazza Duomo, 12
ufficio stampa: Flavia Fossa Margutti
cell. +39 348 7400788 email: flavia.fossamargutti@tiscali.it
Il Messaggero Sabato 7 Febbraio 2004
Giappone, l’onda dei piaceri
di GIUSEPPINA ROCCA
LASCIARSI trasportare dalla voluttà, dalle sensazioni, percepire gli odori, i sapori, i colori, la natura. O piuttosto, come scrisse Asai Ryoi nel suo Ukiyo monogatari: «Fluttuare lungo la corrente di un fiume come un secco guscio di zucca». Leggermente, con sensualità, nella speranza di superare le malinconie e i dolori da cui siamo afflitti.
C’è un doppio paravento a otto ante all’entrata di Palazzo Reale di Milano dove oggi si apre una imponente mostra sull’arte del Giappone tra il Sei e la prima metà dell’Ottocento. E’ un’opera celebre che illustra nei particolari il mondo segreto dei piaceri che legavano l’uomo di Edo, la moderna Tokyo, alla città della notte e alle sue mille attrazioni: dalle case di piacere al teatro ai bagni pubblici, alle danze e alle cortigiane, vere protagoniste di quei secoli. Una società nuova, effimera, che segna il trapasso dalla compostezza aristocratica di spada samuraica alla licenziosità delle donne di piacere e a quella stagione che vede il trionfo in scena del Kabuki e dei suoi attori.
Intitolata “Ukiyoe. Il mondo fluttuante”, l’esposizione è la più completa rassegna allestita fuori dai confini del Giappone, anche grazie al suo curatore Gian Carlo Calza, docente di Storia dell’arte dell’Asia Orientale alla Ca’ Foscari. Divisa in sei sezioni (teatro, tradizione, natura, paesaggio, vita di città, beltà femminile), raccoglie quasi cinquecento opere tra dipinti, incisioni, libri illustrati, cartelloni teatrali, provenienti esclusivamente da musei pubblici, venti (proprio per fugare ogni dubbio sull’autenticità), con alcuni pezzi inediti. E’ in gran parte un materiale fragile e sensibile alle variazioni microclimatiche che dovrà essere sostituito nel corso della mostra, il 4 di aprile, con altri pezzi di uguale valore. Ci sono i paesaggi di Hutagawa Hiroshige, il bellissimo Acquazzone improvviso su Ohashi arrivato dal Guimet di Parigi, cuore delle raccolte asiatiche. E ci sono naturalmente i lavori di Katsushika Hokusai, Peonia semplice e canarino, ma soprattutto La (grande) onda presso la costa di Kanagawa che non ci si stanca mai di ammirare. Come spiega Calza oggi in Occidente quell’onda è stata saccheggiata, è diventata un’icona dell’immaginario collettivo. Non c’è infatti quotidiano o periodico che non la pubblichi per rappresentare qualsiasi evento, perfino il crollo di Borsa. Sono proprio le stampe dell’Ukiyoe, dei valori effimeri, che colpirono dopo la metà dell’Ottocento i nostri artisti - a cominciare da Manet, Monet, Degas e perfino Van Gogh - di cui sono rimasti segni tangibili, soprattutto nell’Art Nouveau e a piene mani nella grafica, dando luogo a una nipponizzazione strisciante. Eppure, il Giappone con i suoi simboli così lontani dall’Occidente, rimane una enorme montagna da scalare, come le famose Vedute del Fuji, sempre del maestro Hokusai e di cui si può ammirare la celebre Giornata limpida col vento del sud del 1830-32. Continua Calza: «E’ impossibile risalire alle radici di questa influenza, ma credo che si debba soprattutto alla filosofia zen se abbiamo cambiato la nostra visione delle cose. In questo senso, esempi celebri sono Jack Kerouac e John Cage, nelle sue vesti non di musicista ma di pittore. E se non proprio dallo zen è comunque una cultura sviluppatasi intorno alla cerimonia del tè. E’ lì che l’amore per un fiore singolo ha preso il posto in Occidente della dozzina di rose rosse».
Con questa mostra, invece, il Giappone è più vicino. Se ne riescono a cogliere le pecularietà, aiutati dal percorso tematico allestito cronologicamente. E’ così che nella prima sezione si scoprono i riti del kabuki e degli attori la cui bravura si misurava nella capacità di coinvolgere il pubblico e di tenerlo agganciato fuori dalle scene. La trama si basava su testi antichi, rielaborata secondo le esigenze di un racconto moderno. «La classicità in ogni campo in Giappone non è mai stata abbandonata», spiega Calza che ci accompagna in questo giro della mostra. «Antico e moderno sono due strade parallele. Ad esempio, oggi esiste un movimento per la rinascita della cultura del tè. E quindi si trovano grandi architetti o grafici che si dedicano alla sua reinterpretazione architettonica, grafica ed estetica».
Ricchi costumi, acconciature elaborate, volti dipinti, scene di grande effetto, drammaticità, storie di scuole-famiglie i cui attori trasmettevano per ereditarietà il nome. Il più famoso artista teatrale, Sharaku, è passato alla leggenda, per le 150 stampe create in meno di un anno, da maggio del 1794 al principio del 1795 prodotte dal più conosciuto editore dell’epoca: Tsutaya. La riproducibilità rimane una caratteristica di tutte le stampe giapponesi, grazie a una tecnica particolare che ne protegge la qualità.
L’ultima sezione invece è dedicata alle donne, alle cortigiane, simbolo supremo del piacere, e alle giovani che incarnavano l’ideale di bellezza dell’epoca. Donne fortemente sensuali, monumentali, flessuose, incantate, quasi inconsistenti, secondo il periodo storico a cui si riferiscono. Fino a riacquistare una presenza materiale e fisica che si evidenzia con la scoperta del corpo. Mai però messo a nudo. Non ci sono Veneri paragonabili alle nostre. Un particolare che emerge chiaramente dalle opere dell’artista sovrano della beltà femminile, Utamaro, la cui vita è legata indissolubilmente ai quartieri di piacere. Alcune volte con l’impiego limitato dei colori, altre con una notevole ricchezza cromatica e uso di effetti speciali riesce ad assumere la leadership di quest’arte rivolta al mondo femminile di cui il suo Canto del guanciale è la massima espressione. Modelle preferite erano le camerierine dei locali di Edo, giovani dal volto espressivo, come oggi se ne possono trovare a Tokyo, nei quartieri popolari. E le geishe? Una delusione, non ci sono: nell’epoca dell’Ukijoe erano solo una modesta appendice delle cortigiane. La loro influenza si andò affermando dopo. «Ce ne sono alcune a Kyoto, ma nel complesso sono in via di estinzione, sostituite da figure meno appariscenti», conclude Calza. «Seguono il concetto della tradizione che si rinnova continuamente, anche loro sono in via di trasformazione. La stanno reinventando in termini moderni».
la maschera
La Stampa Tuttolibri 7.2.04
DALL’AFRICA AL GIAPPONE, TRAVESTIMENTI E SIMBOLI DELLA NOSTRA IDENTITÀ:
UNA MOSTRA A TORINO
di Marco Aime
SARÀ perché non ci bastiamo, perché questa identità unica che ci viene attribuita dalla società a volte ci sta un po' stretta, sarà per questo che usiamo le maschere. Dai teatri greci dell'antichità alle danze rituali di tutti i continenti troviamo figure che si presentano al pubblico con un volto che non è il loro, che li porta fuori da sé. La maschera diventa un intermediario tra chi parla, chi danza, chi prega e chi assiste e il volto che presenta a volte trascende l'umano. Sono diventate celebri alcune maschere africane, divenute una sorta di muse ispiratrici per artisti come Picasso, Legér, Brancusi. Maschere che scompongono il volto umano in parti separate che assumono forme e linee autonome rispetto al corpo originario. Gli occhi diventano coni sporgenti che sembrano voler fuggire dalla piattaforma del volto, la bocca un parallelepipedo slanciato all'infuori, le orecchie dei tubi tesi a captare chissà quale suono o melodia. Quel volto che guardiamo ci fa capire di essere stato umano, ma anche che lo sguardo dell'artista lo ha portato su un percorso diverso. Dopo aver letto il viso umano nel suo insieme, l'autore lo ha spezzato, frantumato. Poi il suo sguardo è andato oltre, restituendoci solo alcuni cenni essenziali per mantenere quell'aria di famiglia necessaria alla comprensione. Ma quella maschera ci porta in un'altra dimensione, dove la percezione muta. Non è solo un nascondere il viso: basterebbe un fazzoletto, un velo. La maschera nasconde un viso per riproporne un altro. Come le maschere da danza degli indiani della costa del Nordovest americano che, come spiega Lévi-Strauss, «si aprono come due battenti per mettere in mostra un secondo volto e, in alcuni casi, un terzo dietro il secondo, tutti segnati dall'impronta del mistero e dell'austerità, attestano l'onnipresenza del sovrannaturale ed il pullulare dei miti». Ecco perché presso molti popoli questo oggetto rappresenta un medium necessario in molte cerimonie rituali. Allontanandoli da loro stessi, con una finzione che diviene realtà, la maschera spinge certi specialisti rituali verso il mondo degli antenati e delle divinità, in un tempo mitico che non è degli uomini. Proprio per questo occorre disumanizzarsi, abbandonare il corpo che ci accompagna quotidianamente, camuffarlo con abiti, gesti e un volto che non ci sono consueti. La maschera è un'eccezione. Abbandonare il solito corpo, ma non il corpo. Perché la maschera non vive di per sé stessa, non è una scultura, nasce per essere indossata ed è nel suo connubio con la carne e i muscoli degli uomini che trova il suo soffio vitale. Ondeggiante nei movimenti di una danza, la maschera esprime tutto il suo carico di segni, il suo repertorio evocativo. Appoggiata per terra, al muro di un’abitazione o relegata nella teca di un museo, conserva solo il suo valore estetico, cessa di essere parte attiva di una comunità e diventa arte o, peggio, bene culturale. La maschera non è solo legata al rituale, al mondo del sacro. Con il suo campionario di segni, la maschera è un codice, esprime un linguaggio. Indossata, diventa un'estensione del corpo e lo aiuta a comunicare. Nel museo etnografico di Porto Novo, nel Benin, sono conservate maschere bellissime, dalle fogge bizzarre, vere e proprie sculture a soggetto. Alcune, le più vecchie, rappresentano simboli religiosi, mitici, altre, più recenti, raffigurano motti e proverbi. La maggior parte di queste sono a carattere satirico. C'è il fanfarone con una grossa pancia, un missionario sospettato di frequentare donne scolpito in pose equivoche, il colono con aria tronfia e ridicola, il pagano convertitosi al cristianesimo, la donna che accompagna due bambini vestiti da coloni e l'adultero con un viso che ricorda la parte del corpo che più utilizza per meritarsi l'accusa di libertino. Poi, ne appare una sulla cui cima c'è un dottore in camice bianco, con una siringa in mano e una paziente sdraiata sul lettino. Viene utilizzata in performances eseguite nei villaggi per sensibilizzare la gente sulle vaccinazioni. Funziona perché la maschera appartiene all'immaginario locale, è percepita come una cosa familiare. Solo attraverso un codice condiviso e tradizionale è possibile veicolare un messaggio attuale come una campagna di vaccinazione. Ecco l'incredibile capacità d'innovazione e l'ironia della tradizione africana. Da noi, è il Carnevale il tempo dei capovolgimenti, del mondo all'incontrario. Storicamente in questo periodo prequaresimale tutto era concesso e, dietro al presunto anonimato concesso dalla maschera, avveniva il capovolgimento dei valori: i poveri la facevano ai ricchi, i moralisti venivano presi di mira. La maschera, che del carnevale è forse il simbolo più conosciuto, serviva all'inizio soltanto a celare il volto della persona, ma è andata via via assumendo un carattere sempre più spiccato fino a diventare protagonista assoluta della festa. Come a Schignano, un piccolo paese della Val d'Intelvi, sui monti del Lago di Como, dove le maschere si sono divise la piazza formando due partiti opposti: i "belli" e i "brutti". Scolpite con il legno di noce, le maschere vengono preparate da scultori locali che ogni anno rinnovano questa antica tradizione. Si dice che le prime maschere dei "belli" siano state portate a Schignano dal Perù dagli emigranti locali qualche secolo addietro. Spicca tra i "belli" il mascarun: con il suo abito riccamente decorato, ricorda il signorotto spagnolo a cui è legata con una corda la ciocia, una figura femminile rappresentata da un uomo travestito; è la donna resa schiava dal signore che in questa occasione si unisce ai "brutti" e copre di insulti il suo padrone. Ecco il tema più antico del carnevale che torna a galla: per una volta nell'anno, il servo può insultare il padrone, le regole si capovolgono. Se i "belli", che sfilano orgogliosi del loro fascino rappresentano il potere, la ricchezza e il benessere, i "brutti", con danze animalesche, urla e corse che li fanno sembrare dei pazzi, ricordano la povertà che affliggeva queste valli del Comasco, il tempo in cui si era costretti ad emigrare per sopravvivere. Maschere, finzioni, travestimenti che però ci riportano a una realtà dura e reale, a un passato non ancora troppo lontano da poter essere pensato senza una certa rabbia o un certo timore e che, forse, diventano accettabili solo perché camuffati e volti in burla, ridicolizzati. Come quando si ride forte per esorcizzare una paura.
La Stampa Tuttolibri 7.2.04
Nel teatro No rappresenta
Angelo Z. Gatti
IL No, il teatro classico giapponese originato dalle danze sacre eseguite nei templi shintoisti e buddhisti e un tempo riservato alla corte e ai samurai (cui era proibito assistere al più popolare kabuki), fa uso di maschere come l’antico teatro greco. Il No, definito «dramma lirico» di recitativo, canto, musica e danza, è un’azione scenica non realistica e stilizzata, di pura forma evocativa e poetica, e la maschera, nel creare il senso di mistero e di distacco dal mondo terreno, ne accentua l’aspetto antinaturalistico e la forte valenza simbolica. Dal XV secolo quando Zeami, lo Shakespeare giapponese, codifica con i suoi «Trattati» il No e lui stesso ne è autore e interprete, abili e raffinati artigiani dedicano grande attenzione alla scultura di maschere, che oggi sono di legno, sono dipinte e intagliate a mano. Ce ne sono una settantina di tipi: la koomote, la notissima maschera dall’espressione dolce che rappresenta la fanciulla all’alba della vita, lo spirito dei fiori o gli amanti morti in gioventù e che, essendo di piccole dimensioni, non copre per intero il viso dell’attore; la waka-onna, la donna tra i 20 e i 25 anni; la hannya, il demone della gelosia femminile, bianca o rossa a seconda dell’età del personaggio; la ja, spettrale e terrificante, sempre la gelosia, ma più esasperata... Solo l’attore protagonista, lo shite, porta la maschera (a volte anche l’intermediario, il waki, quando impersona una donna), e sta nella sua professionalità, educata in anni di studio e di addestramento, e nelle sue capacità artistiche il saperne superare la fissità: un leggero quasi impercettibile movimento del viso, con il gioco di luci e di ombre sul palcoscenico, fa mutare l’espressione al personaggio, dalla gioia all’infelicità, dalla serenità al corruccio, dall’allegria alla tristezza. Del resto No significa «abilità», «talento».
DALL’AFRICA AL GIAPPONE, TRAVESTIMENTI E SIMBOLI DELLA NOSTRA IDENTITÀ:
UNA MOSTRA A TORINO
di Marco Aime
SARÀ perché non ci bastiamo, perché questa identità unica che ci viene attribuita dalla società a volte ci sta un po' stretta, sarà per questo che usiamo le maschere. Dai teatri greci dell'antichità alle danze rituali di tutti i continenti troviamo figure che si presentano al pubblico con un volto che non è il loro, che li porta fuori da sé. La maschera diventa un intermediario tra chi parla, chi danza, chi prega e chi assiste e il volto che presenta a volte trascende l'umano. Sono diventate celebri alcune maschere africane, divenute una sorta di muse ispiratrici per artisti come Picasso, Legér, Brancusi. Maschere che scompongono il volto umano in parti separate che assumono forme e linee autonome rispetto al corpo originario. Gli occhi diventano coni sporgenti che sembrano voler fuggire dalla piattaforma del volto, la bocca un parallelepipedo slanciato all'infuori, le orecchie dei tubi tesi a captare chissà quale suono o melodia. Quel volto che guardiamo ci fa capire di essere stato umano, ma anche che lo sguardo dell'artista lo ha portato su un percorso diverso. Dopo aver letto il viso umano nel suo insieme, l'autore lo ha spezzato, frantumato. Poi il suo sguardo è andato oltre, restituendoci solo alcuni cenni essenziali per mantenere quell'aria di famiglia necessaria alla comprensione. Ma quella maschera ci porta in un'altra dimensione, dove la percezione muta. Non è solo un nascondere il viso: basterebbe un fazzoletto, un velo. La maschera nasconde un viso per riproporne un altro. Come le maschere da danza degli indiani della costa del Nordovest americano che, come spiega Lévi-Strauss, «si aprono come due battenti per mettere in mostra un secondo volto e, in alcuni casi, un terzo dietro il secondo, tutti segnati dall'impronta del mistero e dell'austerità, attestano l'onnipresenza del sovrannaturale ed il pullulare dei miti». Ecco perché presso molti popoli questo oggetto rappresenta un medium necessario in molte cerimonie rituali. Allontanandoli da loro stessi, con una finzione che diviene realtà, la maschera spinge certi specialisti rituali verso il mondo degli antenati e delle divinità, in un tempo mitico che non è degli uomini. Proprio per questo occorre disumanizzarsi, abbandonare il corpo che ci accompagna quotidianamente, camuffarlo con abiti, gesti e un volto che non ci sono consueti. La maschera è un'eccezione. Abbandonare il solito corpo, ma non il corpo. Perché la maschera non vive di per sé stessa, non è una scultura, nasce per essere indossata ed è nel suo connubio con la carne e i muscoli degli uomini che trova il suo soffio vitale. Ondeggiante nei movimenti di una danza, la maschera esprime tutto il suo carico di segni, il suo repertorio evocativo. Appoggiata per terra, al muro di un’abitazione o relegata nella teca di un museo, conserva solo il suo valore estetico, cessa di essere parte attiva di una comunità e diventa arte o, peggio, bene culturale. La maschera non è solo legata al rituale, al mondo del sacro. Con il suo campionario di segni, la maschera è un codice, esprime un linguaggio. Indossata, diventa un'estensione del corpo e lo aiuta a comunicare. Nel museo etnografico di Porto Novo, nel Benin, sono conservate maschere bellissime, dalle fogge bizzarre, vere e proprie sculture a soggetto. Alcune, le più vecchie, rappresentano simboli religiosi, mitici, altre, più recenti, raffigurano motti e proverbi. La maggior parte di queste sono a carattere satirico. C'è il fanfarone con una grossa pancia, un missionario sospettato di frequentare donne scolpito in pose equivoche, il colono con aria tronfia e ridicola, il pagano convertitosi al cristianesimo, la donna che accompagna due bambini vestiti da coloni e l'adultero con un viso che ricorda la parte del corpo che più utilizza per meritarsi l'accusa di libertino. Poi, ne appare una sulla cui cima c'è un dottore in camice bianco, con una siringa in mano e una paziente sdraiata sul lettino. Viene utilizzata in performances eseguite nei villaggi per sensibilizzare la gente sulle vaccinazioni. Funziona perché la maschera appartiene all'immaginario locale, è percepita come una cosa familiare. Solo attraverso un codice condiviso e tradizionale è possibile veicolare un messaggio attuale come una campagna di vaccinazione. Ecco l'incredibile capacità d'innovazione e l'ironia della tradizione africana. Da noi, è il Carnevale il tempo dei capovolgimenti, del mondo all'incontrario. Storicamente in questo periodo prequaresimale tutto era concesso e, dietro al presunto anonimato concesso dalla maschera, avveniva il capovolgimento dei valori: i poveri la facevano ai ricchi, i moralisti venivano presi di mira. La maschera, che del carnevale è forse il simbolo più conosciuto, serviva all'inizio soltanto a celare il volto della persona, ma è andata via via assumendo un carattere sempre più spiccato fino a diventare protagonista assoluta della festa. Come a Schignano, un piccolo paese della Val d'Intelvi, sui monti del Lago di Como, dove le maschere si sono divise la piazza formando due partiti opposti: i "belli" e i "brutti". Scolpite con il legno di noce, le maschere vengono preparate da scultori locali che ogni anno rinnovano questa antica tradizione. Si dice che le prime maschere dei "belli" siano state portate a Schignano dal Perù dagli emigranti locali qualche secolo addietro. Spicca tra i "belli" il mascarun: con il suo abito riccamente decorato, ricorda il signorotto spagnolo a cui è legata con una corda la ciocia, una figura femminile rappresentata da un uomo travestito; è la donna resa schiava dal signore che in questa occasione si unisce ai "brutti" e copre di insulti il suo padrone. Ecco il tema più antico del carnevale che torna a galla: per una volta nell'anno, il servo può insultare il padrone, le regole si capovolgono. Se i "belli", che sfilano orgogliosi del loro fascino rappresentano il potere, la ricchezza e il benessere, i "brutti", con danze animalesche, urla e corse che li fanno sembrare dei pazzi, ricordano la povertà che affliggeva queste valli del Comasco, il tempo in cui si era costretti ad emigrare per sopravvivere. Maschere, finzioni, travestimenti che però ci riportano a una realtà dura e reale, a un passato non ancora troppo lontano da poter essere pensato senza una certa rabbia o un certo timore e che, forse, diventano accettabili solo perché camuffati e volti in burla, ridicolizzati. Come quando si ride forte per esorcizzare una paura.
La Stampa Tuttolibri 7.2.04
Nel teatro No rappresenta
Angelo Z. Gatti
IL No, il teatro classico giapponese originato dalle danze sacre eseguite nei templi shintoisti e buddhisti e un tempo riservato alla corte e ai samurai (cui era proibito assistere al più popolare kabuki), fa uso di maschere come l’antico teatro greco. Il No, definito «dramma lirico» di recitativo, canto, musica e danza, è un’azione scenica non realistica e stilizzata, di pura forma evocativa e poetica, e la maschera, nel creare il senso di mistero e di distacco dal mondo terreno, ne accentua l’aspetto antinaturalistico e la forte valenza simbolica. Dal XV secolo quando Zeami, lo Shakespeare giapponese, codifica con i suoi «Trattati» il No e lui stesso ne è autore e interprete, abili e raffinati artigiani dedicano grande attenzione alla scultura di maschere, che oggi sono di legno, sono dipinte e intagliate a mano. Ce ne sono una settantina di tipi: la koomote, la notissima maschera dall’espressione dolce che rappresenta la fanciulla all’alba della vita, lo spirito dei fiori o gli amanti morti in gioventù e che, essendo di piccole dimensioni, non copre per intero il viso dell’attore; la waka-onna, la donna tra i 20 e i 25 anni; la hannya, il demone della gelosia femminile, bianca o rossa a seconda dell’età del personaggio; la ja, spettrale e terrificante, sempre la gelosia, ma più esasperata... Solo l’attore protagonista, lo shite, porta la maschera (a volte anche l’intermediario, il waki, quando impersona una donna), e sta nella sua professionalità, educata in anni di studio e di addestramento, e nelle sue capacità artistiche il saperne superare la fissità: un leggero quasi impercettibile movimento del viso, con il gioco di luci e di ombre sul palcoscenico, fa mutare l’espressione al personaggio, dalla gioia all’infelicità, dalla serenità al corruccio, dall’allegria alla tristezza. Del resto No significa «abilità», «talento».
la cultura islamica nel medioevo
La Stampa Tuttolibri 7.2.04
Quegli arabi erano nemici fraterni
Un grande affresco della cultura islamica nel Medioevo, le scuole religiose e filosofiche, l’arte e la poesia: un mondo poliedrico e autonomo, ma non antitetico all’Occidente
di Giuseppe Cassieri
SEMBRA non vi siano dubbi sulla necessità di liquidare senza rimpianti la visione occiduocentrica di cui siamo portatori, sani e insani, e penetrare con adeguati strumenti ricognitivi all’interno del fenomeno Islam. Fenomeno tra i più complessi che si presentino agli storici di ogni disciplina, spesso ridotto a greve fantasma etnico-religioso e connesse ricadute geopolitiche. L’affollamento dei titoli sulla «questione» islamica non inganni. Certo, è sintomo di accresciuto interesse per uno scenario fino a ieri approssimativo o esotico, ma le pubblicazioni, magari calde e minuziose, si ispirano per la maggior parte all’immediatezza degli avvenimenti che scorrono sotto i nostri occhi, «carotano» situazioni drammatiche di forte impatto emotivo (guerre, guerriglie, attacchi terroristici), ma sempre a pelo d’acqua, con qualche pregiudiziale di scorta; mentre vorremmo capire più a fondo il determinarsi di una civiltà artificiosamente contrapposta, anziché naturaliter giustapposta, un mondo diverso ma non antinomico, una parabola evolutiva autonoma ma non autarchica, e anzi integrativa (e per molti aspetti integrata). E’ questo, credo, il merito principale di un gigantesco volume della Salerno Editrice, La cultura arabo-islamica, a cura di Biancamaria Scarcia Amoretti, nella collana «Lo spazio letterario del Medioevo». Testo a più voci, con un ampio saggio introduttivo di Franco Cardini, «Nemici fraterni»: felice ossimoro che si propaga nelle quattro sezioni della materia trattata, a partire da «La specificità dell’Islam», ovvero il suo essere plurale, assai poco identificabile come avamposto di un Oriente antitetico all’Occidente, se si tiene conto delle società eterogenee assemblate nel «suo» Medioevo: Cristiani ed Ebrei, Arabi e Persiani, Turchi e Berberi, Spagnoli e Siciliani... Un gruppo di studiosi, che riducono al minimo le difficoltà tecniche del linguaggio comparativo e della traslitterazione, invitano il lettore a seguirli in un itinerario di circa sei secoli: dal 662 - l’anno in cui Muhammad lascia con un gruppo di compagni la Mecca - al 1258 che segna la fine del califfato abbaside. I temi, in larga misura affascinanti e alcuni imprescindibili, comprendono ad esempio l’immaginario artistico, l’uso sapientissimo della disputa, la superba tradizione speculativa, medica, matematica, i tesori di al-Andalus, la funzione enciclopedica della «madrasa» tra corte e città, tra massa e potere; la Toledo di Alfonso X il Saggio, la scuola irachena, il ciclo del Mi’rag che decanta l’ascensione celeste di Muhammad, e possibile influenza sulla Commedia dantesca; oralità e scrittura, e l’importanza della lingua araba che permette di accedere a esperienze culturali più lontane: Persia, India, Cina. Più in dettaglio, vorrei almeno segnalare gli ottimi saggi di Leonardo Capezzone su elaborazione e gestione del sapere, e i luoghi deputati: la Moschea, la Corte, la Cancelleria. E l’intero capitolo sul concetto di adab. Termine che si approssima a «educazione», «cultura», «urbanità», ma le trascende in una prospettiva etica della conoscenza. Senza trascurare l’analisi di Mauro Zonta sulle modalità di trasmissione dei testi arabi in ebraico e la tradizione dei testi filosofici, scientifici e letterari. O le pagine di Dominique Urvoy sulla polemica confessionale in al-Andalus e sul ruolo dei convertiti. Ma, nella fitta trama del volume, mi attira qui particolarmente il contributo di Alberto Ventura sulla produzione mistica dell’Islam correlata al sufismo. Spesso distanti, ma non distaccati dalla dottrina coranica, i Sufi sviluppano in senso verticale, in senso ascetico, la riflessione sul messaggio divino, anche se non vantano una propria teologia. Così come, pur non vantando una propria filosofia, ci offrono le proiezioni più originali del pensiero islamico. Senza contare la letteratura esegetica, il vasto patrimonio poetico - talora assimilabile alla poesia trovadorica, stilnovistica - che pone al vertice l’arabo di Spagna Ibn al-’Arabì e il persiano Galalal-DinRumi; l’epica del martirio nella narrativa popolare e la sublimazione del martire per eccellenza, al-Hallag, condannato a morte dal califfo di Baghdad nel 922 perché teorico e praticante estremo della Unio mystica. Ma non è davvero secondario l’atteggiamento «ecumenico» del sufismo rispetto alle tendenze canoniche. Un atteggiamento di civile riguardo, di amorosa interazione «dall’alto» con le componenti di altre civiltà. «Interpretando la parte più flessibile dello spirito islamico - conclude l’autore - il sufismo ha toccato corde dalla risonanza universale». Parole auree, pressoché aliene nello scacco della realtà quotidiana, e tuttavia indispensabili se aiutano a propiziare il miracolo.
Quegli arabi erano nemici fraterni
Un grande affresco della cultura islamica nel Medioevo, le scuole religiose e filosofiche, l’arte e la poesia: un mondo poliedrico e autonomo, ma non antitetico all’Occidente
di Giuseppe Cassieri
SEMBRA non vi siano dubbi sulla necessità di liquidare senza rimpianti la visione occiduocentrica di cui siamo portatori, sani e insani, e penetrare con adeguati strumenti ricognitivi all’interno del fenomeno Islam. Fenomeno tra i più complessi che si presentino agli storici di ogni disciplina, spesso ridotto a greve fantasma etnico-religioso e connesse ricadute geopolitiche. L’affollamento dei titoli sulla «questione» islamica non inganni. Certo, è sintomo di accresciuto interesse per uno scenario fino a ieri approssimativo o esotico, ma le pubblicazioni, magari calde e minuziose, si ispirano per la maggior parte all’immediatezza degli avvenimenti che scorrono sotto i nostri occhi, «carotano» situazioni drammatiche di forte impatto emotivo (guerre, guerriglie, attacchi terroristici), ma sempre a pelo d’acqua, con qualche pregiudiziale di scorta; mentre vorremmo capire più a fondo il determinarsi di una civiltà artificiosamente contrapposta, anziché naturaliter giustapposta, un mondo diverso ma non antinomico, una parabola evolutiva autonoma ma non autarchica, e anzi integrativa (e per molti aspetti integrata). E’ questo, credo, il merito principale di un gigantesco volume della Salerno Editrice, La cultura arabo-islamica, a cura di Biancamaria Scarcia Amoretti, nella collana «Lo spazio letterario del Medioevo». Testo a più voci, con un ampio saggio introduttivo di Franco Cardini, «Nemici fraterni»: felice ossimoro che si propaga nelle quattro sezioni della materia trattata, a partire da «La specificità dell’Islam», ovvero il suo essere plurale, assai poco identificabile come avamposto di un Oriente antitetico all’Occidente, se si tiene conto delle società eterogenee assemblate nel «suo» Medioevo: Cristiani ed Ebrei, Arabi e Persiani, Turchi e Berberi, Spagnoli e Siciliani... Un gruppo di studiosi, che riducono al minimo le difficoltà tecniche del linguaggio comparativo e della traslitterazione, invitano il lettore a seguirli in un itinerario di circa sei secoli: dal 662 - l’anno in cui Muhammad lascia con un gruppo di compagni la Mecca - al 1258 che segna la fine del califfato abbaside. I temi, in larga misura affascinanti e alcuni imprescindibili, comprendono ad esempio l’immaginario artistico, l’uso sapientissimo della disputa, la superba tradizione speculativa, medica, matematica, i tesori di al-Andalus, la funzione enciclopedica della «madrasa» tra corte e città, tra massa e potere; la Toledo di Alfonso X il Saggio, la scuola irachena, il ciclo del Mi’rag che decanta l’ascensione celeste di Muhammad, e possibile influenza sulla Commedia dantesca; oralità e scrittura, e l’importanza della lingua araba che permette di accedere a esperienze culturali più lontane: Persia, India, Cina. Più in dettaglio, vorrei almeno segnalare gli ottimi saggi di Leonardo Capezzone su elaborazione e gestione del sapere, e i luoghi deputati: la Moschea, la Corte, la Cancelleria. E l’intero capitolo sul concetto di adab. Termine che si approssima a «educazione», «cultura», «urbanità», ma le trascende in una prospettiva etica della conoscenza. Senza trascurare l’analisi di Mauro Zonta sulle modalità di trasmissione dei testi arabi in ebraico e la tradizione dei testi filosofici, scientifici e letterari. O le pagine di Dominique Urvoy sulla polemica confessionale in al-Andalus e sul ruolo dei convertiti. Ma, nella fitta trama del volume, mi attira qui particolarmente il contributo di Alberto Ventura sulla produzione mistica dell’Islam correlata al sufismo. Spesso distanti, ma non distaccati dalla dottrina coranica, i Sufi sviluppano in senso verticale, in senso ascetico, la riflessione sul messaggio divino, anche se non vantano una propria teologia. Così come, pur non vantando una propria filosofia, ci offrono le proiezioni più originali del pensiero islamico. Senza contare la letteratura esegetica, il vasto patrimonio poetico - talora assimilabile alla poesia trovadorica, stilnovistica - che pone al vertice l’arabo di Spagna Ibn al-’Arabì e il persiano Galalal-DinRumi; l’epica del martirio nella narrativa popolare e la sublimazione del martire per eccellenza, al-Hallag, condannato a morte dal califfo di Baghdad nel 922 perché teorico e praticante estremo della Unio mystica. Ma non è davvero secondario l’atteggiamento «ecumenico» del sufismo rispetto alle tendenze canoniche. Un atteggiamento di civile riguardo, di amorosa interazione «dall’alto» con le componenti di altre civiltà. «Interpretando la parte più flessibile dello spirito islamico - conclude l’autore - il sufismo ha toccato corde dalla risonanza universale». Parole auree, pressoché aliene nello scacco della realtà quotidiana, e tuttavia indispensabili se aiutano a propiziare il miracolo.
una scoperta archeologica nell'Essex
Il Messaggero Venerdì 6 Febbraio 2004
Archeologia: scoperta la tomba di un re sassone nell’Essex
La comunità archeologica britannica è in fermento per il ritrovamento dell'antica tomba di un re sassone risalente al VII secolo, a Sutton Hoo, lungo la costa dell'Essex e poco lontano dalla linea ferroviaria di Prittlewell. La tomba è praticamente intatta: manca solo il corpo del re, i cui resti, in tutti questi secoli si sono trasformati in polvere. Tra i tesori trovati dagli archeologi ci sono le fibbie di rame delle scarpe del sovrano, insieme ad altri 60 oggetti ben conservati, tra i quali, spille, bicchieri di vetro, coppe di legno e scodelle di rame, calderoni di bronzo e contenitori per cucinare, spade e scudi, oggetti personali e decorazioni giacevano appoggiati contro quelli che una volta erano i muri della stanza di 4 metri quadrati, che nei secoli e' stata interamente ricoperta dalla terra. Ma a rendere la scoperta veramente unica c'e' il fatto che tutti gli oggetti erano ancora nelle loro posizioni originarie, esattamente dove erano stati messi quasi 1.400 anni fa. In realta' la zona e' conosciuta per il suo valore archeologico. Gia' in passato il museo di Londra era stato contattato dalle autorita' locali per esaminare il sito, dopo che durante i lavori di costruzione della ferrovia, gli operai avevano trovato ossa, armi e spade. Ian Blair, responsabile degli scavi, definisce la scoperta ''assolutamente unica''. Ugualmente entusiasta Dave Lakin, manager del progetto, secondo il quale gli oggetti permettono di fare un tuffo nel passato, immergendosi nella vita e nella morte dei super ricchi di quel periodo. Trovate anche due croci d'oro, prova che il re si era convertito al cristianesimo. Per Lakin e' tuttavia interessante notare che, nonostante l'apparente conversione al Cristianesimo del re, e' stato sepolto con tutti gli oggetti che avrebbero potuto servirgli nell'aldila', un segno delle comunque radicate radici pagane. L'identità del re è sconosciuta. Gli esperti ritengono che possa trattarsi di Saebert, uno dei regnanti dell'Essex, che nel 604 abbracciò il cristianesimo o di Sigeberht II, che si convertì nel 653. Qualunque sia l'identita' del potente sovrano, resta il fatto che visse in un momento storico molto delicato, in cui gli insediamenti prendevano forma, si consolidavano ed i gruppi tribali cominciavano ad assumere la struttura della moderna societa'.
Archeologia: scoperta la tomba di un re sassone nell’Essex
La comunità archeologica britannica è in fermento per il ritrovamento dell'antica tomba di un re sassone risalente al VII secolo, a Sutton Hoo, lungo la costa dell'Essex e poco lontano dalla linea ferroviaria di Prittlewell. La tomba è praticamente intatta: manca solo il corpo del re, i cui resti, in tutti questi secoli si sono trasformati in polvere. Tra i tesori trovati dagli archeologi ci sono le fibbie di rame delle scarpe del sovrano, insieme ad altri 60 oggetti ben conservati, tra i quali, spille, bicchieri di vetro, coppe di legno e scodelle di rame, calderoni di bronzo e contenitori per cucinare, spade e scudi, oggetti personali e decorazioni giacevano appoggiati contro quelli che una volta erano i muri della stanza di 4 metri quadrati, che nei secoli e' stata interamente ricoperta dalla terra. Ma a rendere la scoperta veramente unica c'e' il fatto che tutti gli oggetti erano ancora nelle loro posizioni originarie, esattamente dove erano stati messi quasi 1.400 anni fa. In realta' la zona e' conosciuta per il suo valore archeologico. Gia' in passato il museo di Londra era stato contattato dalle autorita' locali per esaminare il sito, dopo che durante i lavori di costruzione della ferrovia, gli operai avevano trovato ossa, armi e spade. Ian Blair, responsabile degli scavi, definisce la scoperta ''assolutamente unica''. Ugualmente entusiasta Dave Lakin, manager del progetto, secondo il quale gli oggetti permettono di fare un tuffo nel passato, immergendosi nella vita e nella morte dei super ricchi di quel periodo. Trovate anche due croci d'oro, prova che il re si era convertito al cristianesimo. Per Lakin e' tuttavia interessante notare che, nonostante l'apparente conversione al Cristianesimo del re, e' stato sepolto con tutti gli oggetti che avrebbero potuto servirgli nell'aldila', un segno delle comunque radicate radici pagane. L'identità del re è sconosciuta. Gli esperti ritengono che possa trattarsi di Saebert, uno dei regnanti dell'Essex, che nel 604 abbracciò il cristianesimo o di Sigeberht II, che si convertì nel 653. Qualunque sia l'identita' del potente sovrano, resta il fatto che visse in un momento storico molto delicato, in cui gli insediamenti prendevano forma, si consolidavano ed i gruppi tribali cominciavano ad assumere la struttura della moderna societa'.
l'autodifesa di Galileo
Repubblica 7.2.04
"Abiuro, maledico e detesto i miei errori ed eresie"
Stamane a Torino si ripete, con libera interpretazione di un fatto reale, il processo al grande scienziato di cui pubblichiamo qui l'autodifesa
"Ho davanti agli occhi i sacrosanti vangeli che tocco con le mie mani e giuro di credere alla Santa Chiesa"
"Ho a lungo vissuto a testa alta come chi guarda il cielo a occhi aperti e quante cose ho visto nel telescopio"
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
Oggi, mercoledi 22 giugno 1633, io Galileo Galilei, figlio di Vincenzo, di anni settanta, sono costituito personalmente in giudizio nella gran sala del convento di Santa Maria sopra Minerva in Roma. Vesto il camice bianco dei penitenti, e sto inginocchiato davanti a Voi, Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, inquisitori generali della Repubblica Cristiana contro l´eretica malvagità. Ho davanti agli occhi i Sacrosanti Vangeli, che tocco con le mie proprie mani, e giuro che ho sempre creduto, credo adesso, e con l´aiuto di Dio crederò per l´avvenire, tutto ciò che predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa.
Sono stato denunciato nel 1615 a questo Santo Uffizio per aver tenuto per vera e insegnata la dottrina che il Sole stia immobile al centro del mondo, e che la Terra si muova di moto diurno, in opposizione alle Sacre e Divine Scritture che affermano che Giosuè fermò il Sole. Il 26 febbraio 1616 l´Eminentissimo Cardinal Bellarmino mi ha ordinato di abbandonare questa falsa opinione e di non insegnarla, e in sua presenza il Padre Commissario del Santo Uffizio mi ha benignamente avvisato e ammonito che altrimenti sarei stato incarcerato.
Contrariaramente al salutifero editto allora emanato dalla Sacra Congregazione dell´Indice, che proibiva i libri che trattano di questa falsa dottrina, io ho pubblicato lo scorso anno un Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, nel quale mi studio, con vari raggiri, di persuadere che il sistema copernicano sia indeciso e addirittura probabile. Confesso di aver scritto il libro in volgare e in forma dialogica, perché ogni persona potesse leggerlo e sapere che il Signor Dio, come gli ha dato gli occhi per vedere le opere Sue, gli ha anche dato il cervello per poterle capire.
Per aver tenuto e difeso per probabile un´opinione dichiarata contraria alla Sacra Scrittura, sono incorso nelle censure e pene dei Sacri Canoni e delle altre Costituzioni Generali e Particolari promulgate contro i delinquenti, ma il Santo Uffizio mi ha offerto l´assoluzione a patto che, a cuor sincero e con fede non finta, abiuri, maledica e detesti i suddetti errori ed eresie, e accetti come punizione la recita settimanale per tre anni dei Salmi penitenziali, gli arresti domiciliari a vita, e la proibizione perpetua del mio libro.
E io, Galileo Galilei, volendo levare dalla mente delle Eminenze Vostre e di ogni fedele cristiano il sospetto su di me giustamente concepito, con cuore sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto i suddetti errori ed eresie, accetto le punizioni giustamente inflittemi, e giuro che per l´avvenire non dirò o asserirò mai più, a voce o per scritto, cose sospette, e che denuncerò chiunque lo faccia. Ma sono conscio che, col mio collaborazionismo, tradisco la mia professione e commetto il peccato originale della nuova scienza, che più di ogni altro ho contribuito a far nascere.
Perché oggi sono inginocchiato di fronte a voi, Reverendissimi Padri, nella posizione del credente che guarda a terra con gli occhi chiusi. Ma a lungo ho vissuto a testa alta, nella posizione dello scienziato che guarda al cielo con gli occhi aperti. E quante cose ho visto attraverso il cannone, o occhiale, che ho costruito nel 1609, e che la sera del 14 aprile 1611 abbiamo convenuto, a cena sul Gianicolo dall´amico Principe Cesi, di chiamare telescopio! L´Eminentissimo Cardinal Bellarmino lo sapeva, perché non rifiutò, come altri, di guardarci dentro, per paura di vedere i monti e le valli della Luna, le fasi di Venere, i satelliti di Giove, le anomalie di Saturno, la rotazione e le macchie del Sole, le stelle delle Costellazioni e la Via Lattea.
Lo sapeva, e avrebbe dovuto gioire di questa mirabile compagine del Sole, dei pianeti e delle comete, che non avrebbe potuto essere senza consiglio e volere di un Ente intelligentissimo e potente. Un Ente che regge il tutto, non come Anima del mondo, ma come Signore di tutte le cose. Un Ente che dura sempre ed è presente ovunque, ed esistendo sempre ed ovunque, costituisce la durata e lo spazio, il tempo e l´infinità. Un Ente che non ha corpo, né forma, cosicché noi non lo possiamo vedere, né toccare, né intendere. Un Ente che non dobbiamo assolutamente adorare sotto forme sensibili, come già ordina un Suo proprio comandamento, che la nostra Santa Madre Chiesa ha invece scelto di ignorare.
Così come hanno scelto di acquistare tutte le cognizioni della natura, agiatamente e senza esporsi alle ingiurie dell´aria, col solo rivoltare poche carte, i teologi e i filosofi in libris, ritirati in studio a scartabellare indici e repertori per scrivere ciò di cui non intendono, così che non s´intende ciò che essi scrivono. E usurpano le Sacre Scritture e le opere dello Stagirita, perché è più facile coprirsi sotto lo scudo di un altro, che il comparire a faccia aperta. Ah, viltà d´ingegni servili, e vana presunzione di intendere il tutto, che non può che derivare dal non aver inteso mai nulla!
Calatevi per una volta dal trono della maestà biblica e peripatetica, per discutere intorno al mondo sensibile, e non sopra mondi di carta! Aprite la mente alle ragioni sottilissime, e perciò difficili a essere comprese, invece di rimaner persuasi dalla vana apparenza della falsità. Apprendete le scienze matematiche, che uguagliano la divina cognizione nella certezza obiettiva, perché arrivano a comprendere la necessità. Smettete di dimostrare solennemente ignotum per ignotius, e ricordate che affinché i calcoli tornino sullo zucchero e sulla seta, bisogna fare la tara della cassa e dell´involucro.
Imparate, dalla mia antica lettera a Sua Altezza Serenissima Madama Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana, che sebbene la Scrittura non può errare, possono nondimeno errare alcuni suoi interpreti ed espositori, che si fermano al puro significato delle parole. Perché nel mondano sistema tolemaico, se Giosuè avesse fermato il moto del Sole, avrebbe accorciato e fatto più breve il giorno, mentre per allungarlo avrebbe dovuto fermare il Primo Mobile! E´ nel mio sistema, invece, che per allungare il giorno avrebbe dovuto fermare il Sole, e dunque la Terra alla quale esso dà non soltanto la luce, ma anche il moto.
Quella lettera fu il mio primo errore, basato sull´illusione che i rapporti fra la nuova scienza e la vecchia fede potessero essere regolati sulla base di ciò che avevo appreso dall´Eminentissimo Cardinal Baronio: che l´intenzione dello Spirito Santo è di insegnarci come si vada al cielo, e non come vada il cielo. Il mio ultimo errore fu l´aver ceduto alle richieste del Maestro del Sacro Palazzo, concludendo il libro con la mirabile e angelica dottrina del Santissimo Padre, Nostro Signore Urbano VIII: che Dio avrebbe potuto e saputo disporre diversamente gli orbi e le stelle in modo da salvare i fenomeni, perché la possibilità che le cose accadano altrimenti da quanto la scienza ha escogitato, non implica contraddizione.
La stessa dottrina, che la scienza sia ipotetica e non assoluta, fu usata nell´apocrifa Epistola preliminare all´opera di Niccolò Copernico. Ma giustamente Giordano Bruno chiamò «asino ignorante e presuntuoso» chi ve la attaccò, perché dove non arrivano le ipotesi matematiche, meno ancora arriveranno le puerizie scurrili e le scempie inezie. Ingiustamente invece io abiuro, perché concedendo oggi ai Reverendissimi Padri che Iddio ha fatto l´universo più proporzionato alla piccola capacità del loro cervello, che all´immensa e infinita Sua potenza, stabilisco un esempio che altri scienziati ignavi potranno seguire domani e sempre.
Ho creduto di poter salvare la fede, benché fossi un pubblico peccatore, padre di due figlie illegittime che ho costretto a farsi suore dopo averne ripudiato la madre, mia concubina. Ma ho finito per condannare la scienza, benché fossi il suo pubblico difensore, inventore del suo metodo e scopritore delle sue prime leggi. Delle mie opere giudicherà il Tribunale della Ragione, e io non avrò mai per male che mi si palesino i veri errori che ho commesso, a partire dalla teoria delle maree.
Della mia abiura giudicherà invece il Tribunale della Storia. L´ho compiuta per vigliacca paura delle macchine che mi avete mostrato, e della spada che sottomise lo spirito superbo del Nolano. Il Martire sarà ricordato nei secoli da chi ha a cuore la verità, il suo Eminentissimo Boia sarà santificato da chi l´ha calpestata, ma per me non ci saranno che rimpianti, e il mesto ricordo di un´occasione perduta. L´intelligenza, voi che non l´avete, non ve la potete dare. Ma io, il coraggio, neppure.
"Abiuro, maledico e detesto i miei errori ed eresie"
Stamane a Torino si ripete, con libera interpretazione di un fatto reale, il processo al grande scienziato di cui pubblichiamo qui l'autodifesa
"Ho davanti agli occhi i sacrosanti vangeli che tocco con le mie mani e giuro di credere alla Santa Chiesa"
"Ho a lungo vissuto a testa alta come chi guarda il cielo a occhi aperti e quante cose ho visto nel telescopio"
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
Oggi, mercoledi 22 giugno 1633, io Galileo Galilei, figlio di Vincenzo, di anni settanta, sono costituito personalmente in giudizio nella gran sala del convento di Santa Maria sopra Minerva in Roma. Vesto il camice bianco dei penitenti, e sto inginocchiato davanti a Voi, Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, inquisitori generali della Repubblica Cristiana contro l´eretica malvagità. Ho davanti agli occhi i Sacrosanti Vangeli, che tocco con le mie proprie mani, e giuro che ho sempre creduto, credo adesso, e con l´aiuto di Dio crederò per l´avvenire, tutto ciò che predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa.
Sono stato denunciato nel 1615 a questo Santo Uffizio per aver tenuto per vera e insegnata la dottrina che il Sole stia immobile al centro del mondo, e che la Terra si muova di moto diurno, in opposizione alle Sacre e Divine Scritture che affermano che Giosuè fermò il Sole. Il 26 febbraio 1616 l´Eminentissimo Cardinal Bellarmino mi ha ordinato di abbandonare questa falsa opinione e di non insegnarla, e in sua presenza il Padre Commissario del Santo Uffizio mi ha benignamente avvisato e ammonito che altrimenti sarei stato incarcerato.
Contrariaramente al salutifero editto allora emanato dalla Sacra Congregazione dell´Indice, che proibiva i libri che trattano di questa falsa dottrina, io ho pubblicato lo scorso anno un Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, nel quale mi studio, con vari raggiri, di persuadere che il sistema copernicano sia indeciso e addirittura probabile. Confesso di aver scritto il libro in volgare e in forma dialogica, perché ogni persona potesse leggerlo e sapere che il Signor Dio, come gli ha dato gli occhi per vedere le opere Sue, gli ha anche dato il cervello per poterle capire.
Per aver tenuto e difeso per probabile un´opinione dichiarata contraria alla Sacra Scrittura, sono incorso nelle censure e pene dei Sacri Canoni e delle altre Costituzioni Generali e Particolari promulgate contro i delinquenti, ma il Santo Uffizio mi ha offerto l´assoluzione a patto che, a cuor sincero e con fede non finta, abiuri, maledica e detesti i suddetti errori ed eresie, e accetti come punizione la recita settimanale per tre anni dei Salmi penitenziali, gli arresti domiciliari a vita, e la proibizione perpetua del mio libro.
E io, Galileo Galilei, volendo levare dalla mente delle Eminenze Vostre e di ogni fedele cristiano il sospetto su di me giustamente concepito, con cuore sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto i suddetti errori ed eresie, accetto le punizioni giustamente inflittemi, e giuro che per l´avvenire non dirò o asserirò mai più, a voce o per scritto, cose sospette, e che denuncerò chiunque lo faccia. Ma sono conscio che, col mio collaborazionismo, tradisco la mia professione e commetto il peccato originale della nuova scienza, che più di ogni altro ho contribuito a far nascere.
Perché oggi sono inginocchiato di fronte a voi, Reverendissimi Padri, nella posizione del credente che guarda a terra con gli occhi chiusi. Ma a lungo ho vissuto a testa alta, nella posizione dello scienziato che guarda al cielo con gli occhi aperti. E quante cose ho visto attraverso il cannone, o occhiale, che ho costruito nel 1609, e che la sera del 14 aprile 1611 abbiamo convenuto, a cena sul Gianicolo dall´amico Principe Cesi, di chiamare telescopio! L´Eminentissimo Cardinal Bellarmino lo sapeva, perché non rifiutò, come altri, di guardarci dentro, per paura di vedere i monti e le valli della Luna, le fasi di Venere, i satelliti di Giove, le anomalie di Saturno, la rotazione e le macchie del Sole, le stelle delle Costellazioni e la Via Lattea.
Lo sapeva, e avrebbe dovuto gioire di questa mirabile compagine del Sole, dei pianeti e delle comete, che non avrebbe potuto essere senza consiglio e volere di un Ente intelligentissimo e potente. Un Ente che regge il tutto, non come Anima del mondo, ma come Signore di tutte le cose. Un Ente che dura sempre ed è presente ovunque, ed esistendo sempre ed ovunque, costituisce la durata e lo spazio, il tempo e l´infinità. Un Ente che non ha corpo, né forma, cosicché noi non lo possiamo vedere, né toccare, né intendere. Un Ente che non dobbiamo assolutamente adorare sotto forme sensibili, come già ordina un Suo proprio comandamento, che la nostra Santa Madre Chiesa ha invece scelto di ignorare.
Così come hanno scelto di acquistare tutte le cognizioni della natura, agiatamente e senza esporsi alle ingiurie dell´aria, col solo rivoltare poche carte, i teologi e i filosofi in libris, ritirati in studio a scartabellare indici e repertori per scrivere ciò di cui non intendono, così che non s´intende ciò che essi scrivono. E usurpano le Sacre Scritture e le opere dello Stagirita, perché è più facile coprirsi sotto lo scudo di un altro, che il comparire a faccia aperta. Ah, viltà d´ingegni servili, e vana presunzione di intendere il tutto, che non può che derivare dal non aver inteso mai nulla!
Calatevi per una volta dal trono della maestà biblica e peripatetica, per discutere intorno al mondo sensibile, e non sopra mondi di carta! Aprite la mente alle ragioni sottilissime, e perciò difficili a essere comprese, invece di rimaner persuasi dalla vana apparenza della falsità. Apprendete le scienze matematiche, che uguagliano la divina cognizione nella certezza obiettiva, perché arrivano a comprendere la necessità. Smettete di dimostrare solennemente ignotum per ignotius, e ricordate che affinché i calcoli tornino sullo zucchero e sulla seta, bisogna fare la tara della cassa e dell´involucro.
Imparate, dalla mia antica lettera a Sua Altezza Serenissima Madama Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana, che sebbene la Scrittura non può errare, possono nondimeno errare alcuni suoi interpreti ed espositori, che si fermano al puro significato delle parole. Perché nel mondano sistema tolemaico, se Giosuè avesse fermato il moto del Sole, avrebbe accorciato e fatto più breve il giorno, mentre per allungarlo avrebbe dovuto fermare il Primo Mobile! E´ nel mio sistema, invece, che per allungare il giorno avrebbe dovuto fermare il Sole, e dunque la Terra alla quale esso dà non soltanto la luce, ma anche il moto.
Quella lettera fu il mio primo errore, basato sull´illusione che i rapporti fra la nuova scienza e la vecchia fede potessero essere regolati sulla base di ciò che avevo appreso dall´Eminentissimo Cardinal Baronio: che l´intenzione dello Spirito Santo è di insegnarci come si vada al cielo, e non come vada il cielo. Il mio ultimo errore fu l´aver ceduto alle richieste del Maestro del Sacro Palazzo, concludendo il libro con la mirabile e angelica dottrina del Santissimo Padre, Nostro Signore Urbano VIII: che Dio avrebbe potuto e saputo disporre diversamente gli orbi e le stelle in modo da salvare i fenomeni, perché la possibilità che le cose accadano altrimenti da quanto la scienza ha escogitato, non implica contraddizione.
La stessa dottrina, che la scienza sia ipotetica e non assoluta, fu usata nell´apocrifa Epistola preliminare all´opera di Niccolò Copernico. Ma giustamente Giordano Bruno chiamò «asino ignorante e presuntuoso» chi ve la attaccò, perché dove non arrivano le ipotesi matematiche, meno ancora arriveranno le puerizie scurrili e le scempie inezie. Ingiustamente invece io abiuro, perché concedendo oggi ai Reverendissimi Padri che Iddio ha fatto l´universo più proporzionato alla piccola capacità del loro cervello, che all´immensa e infinita Sua potenza, stabilisco un esempio che altri scienziati ignavi potranno seguire domani e sempre.
Ho creduto di poter salvare la fede, benché fossi un pubblico peccatore, padre di due figlie illegittime che ho costretto a farsi suore dopo averne ripudiato la madre, mia concubina. Ma ho finito per condannare la scienza, benché fossi il suo pubblico difensore, inventore del suo metodo e scopritore delle sue prime leggi. Delle mie opere giudicherà il Tribunale della Ragione, e io non avrò mai per male che mi si palesino i veri errori che ho commesso, a partire dalla teoria delle maree.
Della mia abiura giudicherà invece il Tribunale della Storia. L´ho compiuta per vigliacca paura delle macchine che mi avete mostrato, e della spada che sottomise lo spirito superbo del Nolano. Il Martire sarà ricordato nei secoli da chi ha a cuore la verità, il suo Eminentissimo Boia sarà santificato da chi l´ha calpestata, ma per me non ci saranno che rimpianti, e il mesto ricordo di un´occasione perduta. L´intelligenza, voi che non l´avete, non ve la potete dare. Ma io, il coraggio, neppure.
venerdì 6 febbraio 2004
il trionfo di Marco Bellocchio a Parigi
mentre le pagine di tutti i giornali d'oltralpe sono piene di encomi a Marco Bellocchio, le principali testate italiane, quasi unanimemente, tacciono
La Stampa 6 Febbraio 2004
Bellocchio trionfa a Parigi
Accoglienze trionfali a Parigi per il film di Marco Bellocchio (foto) "Buongiorno, notte". Tre pagine su Libération, due sul Figaro, ampi servizi su Le Monde e L’Humanité osannano il film sull’affaire Moro per il valore della sceneggiatura e la profondità della meditazione politica.
Libertà 6 febbraio 2004
Spettacoli
Ovazioni per “Buongiorno, notte”
Accoglienza trionfale per Bellocchio a Parigi
di Ettore Brenta
Parigi - Accoglienza trionfale della critica francese per "Buongiorno, notte", nelle sale da martedì preceduto da un'intera pagina di Le Monde con richiamo e foto in prima intitolato “l'affare Moro illuminato dalla fiction”. Tre pagine su Liberation, due su Le Figaro con un toccante “ritratto” a Maya Sansa “attrice sensibile e pudica”, ovazionata all'unanimità, anche dai giornali minori, come “la grande attrice italiana di oggi”: raramente un film italiano ha suscitato tanto clamore da parte dei critici francesi, che questa volta colgono anche l'occasione di criticare le polemiche che hanno accompagnato "Buongiorno, notte" in Italia. In particolare, Le Monde contesta il rimprovero a Bellocchio di aver “tracciato un ritratto compiacente di Aldo Moro e delle Brigate Rosse. Tutto ciò che si vede, nel film - scrive il quotidiano - è lo smarrimento di un uomo di fronte alla morte, espressa con un'emozione appena tinta d'ironia da Roberto Herlitzka”. Il cineasta «non pretende di fare una ricostruzione storica, ma propone una meditazione sulla libertà e la forza della fiction contro la meccanica disumana del terrorismo”, prosegue il giornale che tra i pregi del film cita “una sceneggiatura dal notevole rigore” e “l'alternanza del passaggio dall'ombra alla luce, dall'immobilità carcerale al movimento”.
Oltre ad esprimere entusiasmo per “la solare” Maya Sansa che “deve mascherare la sua bellezza sotto la terribile rigidità della gente che non ha mai dubbi, ma ogni volta che lascia passare un sorriso, tutta la sequenza ne è illuminata”. Il “grande cineasta”, per Le Figaro che pubblica un'intervista di Bellocchio come altri quotidiani tra cui L'Humanité, “ha fatto un'opera estremamente personale, un'ammirevole meditazione sulla violenza rivoluzionaria attraverso il faccia a faccia intimo di giovani presi da un'utopia astratta e del vecchio, il magnifico Herlitzka, che non ha altro da opporre loro che questo assoluto del volto umano”.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
La Gazzetta di Parma 6.2.04
Una pagina di «Le Monde» per Bellocchio
«Buongiorno, notte»
piace in Francia
PARIGI - Buongiorno, notte è arrivato sugli schermi francesi, preceduto da un'intera pagina di «Le Monde» che plaude al film di Bellocchio, ed è entusiasta di Maya Sansa, la brigatista-carceriera di Aldo Moro.
«Ci ricordiamo di lei come della giovane donna solare che non arrivava a fermare la corsa verso l'abisso del giovane poliziotto in La meglio gioventù - scrive il quotidiano - qui deve mascherare la sua bellezza sotto la terribile rigidità della gente che non ha mai dubbi, ma ogni volta che lascia passare un sorriso, tutta la sequenza ne è illuminata».
«Più esiste, più si allontana dai suoi compagni che, loro, non demordono mai, neppure di fronte alla semplice umanità del loro prigioniero», prosegue il giornale che critica il rimprovero mosso in Italia a Bellocchio di aver tracciato un ritratto compiacente di Aldo Moro.
«Tutto quello che si vede, è lo smarrimento di un uomo di fronte alla morte, espressa con un'emozione appena tinta d'ironia da Roberto Herlitzka», contesta «Le Monde».
Una «sceneggiatura dal notevole rigore» e «l'alternanza del passaggio dall'ombra alla luce, dall'immobilità carcerale al movimento» sono alcuni degli altri pregi del film, secondo 'Le Mondè che ha particolarmente apprezzato la scena della domenica in campagna. «Un vecchio intona un canto della resistenza italiana, una coppia di sposi passa accanto e si unisce al coro; si impone con evidenza assoluta l'assurdità della perversione terrorista che afferma di essere depositaria di questa eredità rivoluzionaria, ma che riuscirà solo ad accelerarne la liquidazione».
Altra notazione, le sequenze della seduta spiritica e quella del Vaticano, dove un attore «non molto somigliante incarna Paolo VI che rifiuta la richiesta di Moro di intercedere presso i dirigenti italiani perchè aprano negoziati» con le Br.
«In queste due scene, Bellocchio ritrova lo stile violento e tetro de Il sorriso di mia madre (L'ora di religione), come per dire che, se si deve saldare il conto una volta per tutte, attraverso il lutto e l'immaginazione, con le disfatte di ieri, restano delle ragioni per montare in collera».
La Stampa 6 Febbraio 2004
Bellocchio trionfa a Parigi
Accoglienze trionfali a Parigi per il film di Marco Bellocchio (foto) "Buongiorno, notte". Tre pagine su Libération, due sul Figaro, ampi servizi su Le Monde e L’Humanité osannano il film sull’affaire Moro per il valore della sceneggiatura e la profondità della meditazione politica.
Libertà 6 febbraio 2004
Spettacoli
Ovazioni per “Buongiorno, notte”
Accoglienza trionfale per Bellocchio a Parigi
di Ettore Brenta
Parigi - Accoglienza trionfale della critica francese per "Buongiorno, notte", nelle sale da martedì preceduto da un'intera pagina di Le Monde con richiamo e foto in prima intitolato “l'affare Moro illuminato dalla fiction”. Tre pagine su Liberation, due su Le Figaro con un toccante “ritratto” a Maya Sansa “attrice sensibile e pudica”, ovazionata all'unanimità, anche dai giornali minori, come “la grande attrice italiana di oggi”: raramente un film italiano ha suscitato tanto clamore da parte dei critici francesi, che questa volta colgono anche l'occasione di criticare le polemiche che hanno accompagnato "Buongiorno, notte" in Italia. In particolare, Le Monde contesta il rimprovero a Bellocchio di aver “tracciato un ritratto compiacente di Aldo Moro e delle Brigate Rosse. Tutto ciò che si vede, nel film - scrive il quotidiano - è lo smarrimento di un uomo di fronte alla morte, espressa con un'emozione appena tinta d'ironia da Roberto Herlitzka”. Il cineasta «non pretende di fare una ricostruzione storica, ma propone una meditazione sulla libertà e la forza della fiction contro la meccanica disumana del terrorismo”, prosegue il giornale che tra i pregi del film cita “una sceneggiatura dal notevole rigore” e “l'alternanza del passaggio dall'ombra alla luce, dall'immobilità carcerale al movimento”.
Oltre ad esprimere entusiasmo per “la solare” Maya Sansa che “deve mascherare la sua bellezza sotto la terribile rigidità della gente che non ha mai dubbi, ma ogni volta che lascia passare un sorriso, tutta la sequenza ne è illuminata”. Il “grande cineasta”, per Le Figaro che pubblica un'intervista di Bellocchio come altri quotidiani tra cui L'Humanité, “ha fatto un'opera estremamente personale, un'ammirevole meditazione sulla violenza rivoluzionaria attraverso il faccia a faccia intimo di giovani presi da un'utopia astratta e del vecchio, il magnifico Herlitzka, che non ha altro da opporre loro che questo assoluto del volto umano”.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
La Gazzetta di Parma 6.2.04
Una pagina di «Le Monde» per Bellocchio
«Buongiorno, notte»
piace in Francia
PARIGI - Buongiorno, notte è arrivato sugli schermi francesi, preceduto da un'intera pagina di «Le Monde» che plaude al film di Bellocchio, ed è entusiasta di Maya Sansa, la brigatista-carceriera di Aldo Moro.
«Ci ricordiamo di lei come della giovane donna solare che non arrivava a fermare la corsa verso l'abisso del giovane poliziotto in La meglio gioventù - scrive il quotidiano - qui deve mascherare la sua bellezza sotto la terribile rigidità della gente che non ha mai dubbi, ma ogni volta che lascia passare un sorriso, tutta la sequenza ne è illuminata».
«Più esiste, più si allontana dai suoi compagni che, loro, non demordono mai, neppure di fronte alla semplice umanità del loro prigioniero», prosegue il giornale che critica il rimprovero mosso in Italia a Bellocchio di aver tracciato un ritratto compiacente di Aldo Moro.
«Tutto quello che si vede, è lo smarrimento di un uomo di fronte alla morte, espressa con un'emozione appena tinta d'ironia da Roberto Herlitzka», contesta «Le Monde».
Una «sceneggiatura dal notevole rigore» e «l'alternanza del passaggio dall'ombra alla luce, dall'immobilità carcerale al movimento» sono alcuni degli altri pregi del film, secondo 'Le Mondè che ha particolarmente apprezzato la scena della domenica in campagna. «Un vecchio intona un canto della resistenza italiana, una coppia di sposi passa accanto e si unisce al coro; si impone con evidenza assoluta l'assurdità della perversione terrorista che afferma di essere depositaria di questa eredità rivoluzionaria, ma che riuscirà solo ad accelerarne la liquidazione».
Altra notazione, le sequenze della seduta spiritica e quella del Vaticano, dove un attore «non molto somigliante incarna Paolo VI che rifiuta la richiesta di Moro di intercedere presso i dirigenti italiani perchè aprano negoziati» con le Br.
«In queste due scene, Bellocchio ritrova lo stile violento e tetro de Il sorriso di mia madre (L'ora di religione), come per dire che, se si deve saldare il conto una volta per tutte, attraverso il lutto e l'immaginazione, con le disfatte di ieri, restano delle ragioni per montare in collera».
la recensione del Nouvel Observateur
per l'uscita del film di Marco Bellocchio in Francia
e Maya Sansa
Le Nouvel Observateur
Cinéma
La critique de Pascal Mérigeau
L’histoire en question
Buongiorno, notte, film italien de Marco Bellocchio, avec Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzka
On ne sait s’il faut saluer la renaissance déjà souvent annoncée du cinéma italien, mais il ne fait pas de doute qu’un des représentants «historiques» les plus doués de la génération des années 1960 est de retour. «Buongiorno, notte» confirme en effet la bonne nouvelle apportée par «le Sourire de ma mère» (L'ora di religione): Marco Bellocchio en a terminé avec une mauvaise passe de plusieurs années, éclairée par quelques films intéressants, mais en dessous de son talent et de sa réputation. Ce retour est d’autant plus éclatant et appréciable qu’il s’effectue grâce à deux films extrêmement ambitieux, assez peu dans l’air du temps, donc hors mode et hors norme, dont le projet pouvait sembler a priori très périlleux. Ainsi «Buongiorno, notte», évocation de l’enlèvement, de la séquestration et de l’assassinat d’Aldo Moro par un commando des Brigades rouges. Sujet très italien, dira-t-on peut-être, et on aura raison en ce sens que le traumatisme suscité par l’affaire en Italie est difficile à apprécier de ce côté-ci des Alpes. Mais en même temps on aura tort pourtant, car le film ne relève pas de la simple reconstitution télévisuelle (qu’il ait été produit par la RAI ne change rien à l’affaire), il est œuvre de créateur, d’artiste qui s’interroge sur son temps et sur le monde en utilisant tous les moyens dont il dispose. «Buongiorno, notte» est donc une œuvre de fiction, qui, comme toute œuvre de fiction digne d’intérêt, part du réel et s’en éloigne pour mieux y revenir et en rendre compte. Ainsi l’utilisation d’images puisées dans les archives télévisuelles (le traitement officiel de l’affaire en 1978) et cinématographiques (le façonnement des mentalités par les films soviétiques et italiens) permet-elle à Bellocchio à la fois de donner à suivre l’affaire telle que l’histoire en a conservé la mémoire et de reconstituer le terreau dans lequel s’est épanoui le terrorisme d’alors. Ces deux sources irriguent le film et le nourrissent, offrant au cinéaste de se dégager du carcan de la réalité des faits pour tenter de trouver une vérité plus profonde, plus humaine. C’est en virtuose que Bellocchio multiplie les angles d’approche, dessinant le portrait d’une génération à travers celui d’un groupe de jeunes paumés et, plus particulièrement, d’une jeune femme qui fait montre de suffisamment de recul pour que l’absurdité criminelle de l’action à laquelle elle s’associe lui apparaisse, de trop peu pour qu’elle choisisse de tout arrêter. Que cela s’arrête sans qu’elle y soit pour rien, voilà ce que souhaite confusément la Chiara de «Buongiorno, notte» quand confrontée à la solitude et à la dignité d’un otage que sa mort possible, puis probable, puis certaine effraie seulement en ce qu’elle priverait son petit-fils de son grand-père. Ils voulaient tuer leur père, ils ontassassiné le grand-père d’un autre, sans que cela change rien à rien. La résolution, les doutes, les hésitations et les rêves de Chiara portent le film et répondent auxespérances folles, aux débordementset aux déceptions qui ont fait du xxe siècle ce qu’il a été. L’individu pris dans une histoire dont il se rêve le metteur en scène, dont il se croit l’acteur et dont il n’estque le pantin, sans que pourtant il perde tout à fait son humanité, sans que sa détresse cesse jamais d’émouvoir. Sujet magnifique, pleinement adulte, défi relevé avec éclat par un cinéaste revenu de loin. Du grand art.
[...] De la belle ouvrage.
Maya la rouge
Maya Sansa
Jeune terroriste des Brigades rouges visitée par le doute dans le dernier Bellocchio, Maya Sansa a investi corps et âme un personnage et un film particulièrement risqués. Rencontre avec la première révélation de l’année.
"Buongiorno notte", de Marco Bellocchio
Au-delà du réel
«Même s’il s’inspire d’un épisode essentiel de l’histoire italienne, "Buongiorno notte" relève plus de la philosophie que de la politique. Pour moi, il va au-delà des classifications traditionnelles. Ici, la réalité n’est qu’un prétexte pour atteindre l’universel, et la vision du terrorisme embrasse toutes les sortes de fanatismes. Aldo Moro y est montré comme le symbole de l’innocence sacrifiée au nom d’un idéal. Quant à mon personnage, il représente l’étincelle d’humanité qui habite chacun d’entre nous, aussi monstrueux soit-il.»
Dans la peau d’une terroriste
«J’avais 2ans lorsque Aldo Moro a été kidnappé, et j’ai compensé mon manque de souvenirs personnels
en m’immergeant dans la documentation de l’époque. En interrogeant mon entourage et en épluchant des tonnes de livres, j’ai pu me faire une idée de ce que l’Italie avait pu éprouver en 1978 pendant les cinquante-cinq jours qu’a duré cette prise d’otage: un effroyable sentiment d’agonie collective. Ensuite, j’ai effectué un travail d’identification en me reposant sur la femme, l’actrice et la jeune citoyenne que je suis. J’ai pensé à mes propres frustrations d’adolescente quand je voulais changer le monde, et
j’ai énormément travaillé sur le fait que la terroriste que j’incarne mette en doute son propre extrémisme. Enfin, j’ai compris que si les Brigades rouges ont assassiné Moro, c’est parce qu’ils ont réalisé que le peuple, pour le bien duquel ils croyaient se battre, n’était pas de leur côté.»
Marco Bellocchio
«Je lui dois tout. C’est lui qui m’a offert mon premier rôle dans "la Nourrice". C’est un maître qui a l’intelligence d’écouter les idées des autres, et je ne rêve aujourd’hui que d’une chose: être dirigée par lui dans une pièce de théâtre.»
Cinéma
La critique de Pascal Mérigeau
L’histoire en question
Buongiorno, notte, film italien de Marco Bellocchio, avec Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzka
On ne sait s’il faut saluer la renaissance déjà souvent annoncée du cinéma italien, mais il ne fait pas de doute qu’un des représentants «historiques» les plus doués de la génération des années 1960 est de retour. «Buongiorno, notte» confirme en effet la bonne nouvelle apportée par «le Sourire de ma mère» (L'ora di religione): Marco Bellocchio en a terminé avec une mauvaise passe de plusieurs années, éclairée par quelques films intéressants, mais en dessous de son talent et de sa réputation. Ce retour est d’autant plus éclatant et appréciable qu’il s’effectue grâce à deux films extrêmement ambitieux, assez peu dans l’air du temps, donc hors mode et hors norme, dont le projet pouvait sembler a priori très périlleux. Ainsi «Buongiorno, notte», évocation de l’enlèvement, de la séquestration et de l’assassinat d’Aldo Moro par un commando des Brigades rouges. Sujet très italien, dira-t-on peut-être, et on aura raison en ce sens que le traumatisme suscité par l’affaire en Italie est difficile à apprécier de ce côté-ci des Alpes. Mais en même temps on aura tort pourtant, car le film ne relève pas de la simple reconstitution télévisuelle (qu’il ait été produit par la RAI ne change rien à l’affaire), il est œuvre de créateur, d’artiste qui s’interroge sur son temps et sur le monde en utilisant tous les moyens dont il dispose. «Buongiorno, notte» est donc une œuvre de fiction, qui, comme toute œuvre de fiction digne d’intérêt, part du réel et s’en éloigne pour mieux y revenir et en rendre compte. Ainsi l’utilisation d’images puisées dans les archives télévisuelles (le traitement officiel de l’affaire en 1978) et cinématographiques (le façonnement des mentalités par les films soviétiques et italiens) permet-elle à Bellocchio à la fois de donner à suivre l’affaire telle que l’histoire en a conservé la mémoire et de reconstituer le terreau dans lequel s’est épanoui le terrorisme d’alors. Ces deux sources irriguent le film et le nourrissent, offrant au cinéaste de se dégager du carcan de la réalité des faits pour tenter de trouver une vérité plus profonde, plus humaine. C’est en virtuose que Bellocchio multiplie les angles d’approche, dessinant le portrait d’une génération à travers celui d’un groupe de jeunes paumés et, plus particulièrement, d’une jeune femme qui fait montre de suffisamment de recul pour que l’absurdité criminelle de l’action à laquelle elle s’associe lui apparaisse, de trop peu pour qu’elle choisisse de tout arrêter. Que cela s’arrête sans qu’elle y soit pour rien, voilà ce que souhaite confusément la Chiara de «Buongiorno, notte» quand confrontée à la solitude et à la dignité d’un otage que sa mort possible, puis probable, puis certaine effraie seulement en ce qu’elle priverait son petit-fils de son grand-père. Ils voulaient tuer leur père, ils ontassassiné le grand-père d’un autre, sans que cela change rien à rien. La résolution, les doutes, les hésitations et les rêves de Chiara portent le film et répondent auxespérances folles, aux débordementset aux déceptions qui ont fait du xxe siècle ce qu’il a été. L’individu pris dans une histoire dont il se rêve le metteur en scène, dont il se croit l’acteur et dont il n’estque le pantin, sans que pourtant il perde tout à fait son humanité, sans que sa détresse cesse jamais d’émouvoir. Sujet magnifique, pleinement adulte, défi relevé avec éclat par un cinéaste revenu de loin. Du grand art.
[...] De la belle ouvrage.
Maya la rouge
Maya Sansa
Jeune terroriste des Brigades rouges visitée par le doute dans le dernier Bellocchio, Maya Sansa a investi corps et âme un personnage et un film particulièrement risqués. Rencontre avec la première révélation de l’année.
"Buongiorno notte", de Marco Bellocchio
Au-delà du réel
«Même s’il s’inspire d’un épisode essentiel de l’histoire italienne, "Buongiorno notte" relève plus de la philosophie que de la politique. Pour moi, il va au-delà des classifications traditionnelles. Ici, la réalité n’est qu’un prétexte pour atteindre l’universel, et la vision du terrorisme embrasse toutes les sortes de fanatismes. Aldo Moro y est montré comme le symbole de l’innocence sacrifiée au nom d’un idéal. Quant à mon personnage, il représente l’étincelle d’humanité qui habite chacun d’entre nous, aussi monstrueux soit-il.»
Dans la peau d’une terroriste
«J’avais 2ans lorsque Aldo Moro a été kidnappé, et j’ai compensé mon manque de souvenirs personnels
en m’immergeant dans la documentation de l’époque. En interrogeant mon entourage et en épluchant des tonnes de livres, j’ai pu me faire une idée de ce que l’Italie avait pu éprouver en 1978 pendant les cinquante-cinq jours qu’a duré cette prise d’otage: un effroyable sentiment d’agonie collective. Ensuite, j’ai effectué un travail d’identification en me reposant sur la femme, l’actrice et la jeune citoyenne que je suis. J’ai pensé à mes propres frustrations d’adolescente quand je voulais changer le monde, et
j’ai énormément travaillé sur le fait que la terroriste que j’incarne mette en doute son propre extrémisme. Enfin, j’ai compris que si les Brigades rouges ont assassiné Moro, c’est parce qu’ils ont réalisé que le peuple, pour le bien duquel ils croyaient se battre, n’était pas de leur côté.»
Marco Bellocchio
«Je lui dois tout. C’est lui qui m’a offert mon premier rôle dans "la Nourrice". C’est un maître qui a l’intelligence d’écouter les idées des autres, et je ne rêve aujourd’hui que d’une chose: être dirigée par lui dans une pièce de théâtre.»
un'altra recensione
FLUCTUAT.NET
http://www.fluctuat.net/article.php3?id_article=1368
La vie me fait peur
par Manuel Merlet
Buongiorno, notte - Marco Bellocchio Italie / 2003 / 1h45
Retour sur l'enlèvement suivi d'assassinat de Aldo Moro, un drame qui a bouleversé l'Italie en 1978. D'un côté à l'autre des Alpes, le film ne sera pas perçu ni compris de la même manière. Néanmoins le regard de Marco Bellocchio a su se déplacer de l'historique pour parler de l'individuel et ainsi poser, à travers ce titre en forme de contradiction, l'éternelle question du comment être au monde quand celui-ci vous révulse.
Le 16 mars 1978, Aldo Moro, président de la Démocratie chrétienne, a été enlevé par les Brigades rouges. Cinquante cinq jours plus tard, ils l'exécutèrent et déposèrent son corps dans Rome. Ce drame bouleversa l'Italie. Il en marqua profondément et durablement la vie politique et civile. L'idée d'un film sur cet événement n'est pas née de l'esprit de Marco Bellocchio mais chez quelque décideur de la RAI-cinéma. Opportunisme de marchands sans scrupule, en des temps sombres, témoins à nouveau, depuis mai 1999, des crimes de ceux qui se qualifient de "Parti communiste combattant"? Peut-être. Néanmoins il ne faudrait pas s'arrêter à ce premier jugement. Bellochio est un homme suffisamment libre pour qu'il soit difficile de le qualifier de mercantile. Non, sa démarche est celle d'un artiste. Affranchi de l'historicité, il porte un regard original, à hauteur d'homme, sensible à l'expérience individuelle, à l'intériorité et aux fantasmes.
Le film trouve sa force, sa pugnacité dans cet écartement du réel. Il est avant tout prétexte à la rencontre de deux êtres, Aldo Moro et Chiara, une jeune femme faisant partie des ravisseurs. Le premier ne verra jamais la seconde, et elle ne lui parlera pas. Mais elle, ses choix, ses certitudes n'en seront pas moins bouleversés par sa présence, quasi fantomatique. Au contact de cet homme enfermé dans une cellule dissimulée derrière une fausse bibliothèque, dans un appartement anonyme de la capitale, elle voit ressurgir ses peurs. Au travers de ses gestes et ses rêves, de plus en plus contaminants au fur et à mesure qu'avance le récit, apparaît son ambivalence face à la normalité.
Chiara et ses trois complices refusent de participer à une existence qu'ils perçoivent comme bourgeoise et servile. Ils prônent des slogans révolutionnaires et revendiquent une lutte violente contre le capitalisme. Mais leur position est pleine de contradictions. Ces quatre-là sont bien ridicules dans ce logement qui leur sert de cache et d'où ils enregistrent des messages à la virulence inquiétante. Ils y reproduisent, par le train-train, cette vie monotone à laquelle ils prétendent échapper. Assis devant une télévision omniprésente, dont ils chantonnent les génériques sans s'en apercevoir, ils attendent. Quoi ? La mort d'un système. Leurs comportements et leurs propos seraient presque comiques dans leur pauvreté s'ils ne débouchaient sur le crime et l'assassinat. Ils agissent dans un enfantillage meurtrier. En fait, ils sont les vrais prisonniers de cette histoire, enfermés dans leurs idées comme dans leur « trois pièces-cuisine ». Ils ne considèrent pas leur condition, aveuglés par l'agressivité, la paranoïa et l'auto-conviction. Seule Chiara sent montée en elle un trouble.
Dans ses songes se mêlent l'utopie socialiste et l'horreur stalinienne. Elle voit bien les autres femmes qui, elles, ont accepté leur maternité, quitte à y perdre quelque chose. Elle est troublée par ses parents qui, lors d'une réunion familiale bien arrosée, entonnent le chant du partisan. Elle constate que la pensée prolétaire peut se concilier avec le quotidien de l'ouvrier. Ce qu'elle ne parvient pas à accomplir. Ou à comprendre. Il lui semble impossible de se fondre dans la normalité, le commun. Il est vrai que celle-ci, incarnée en des visages grotesques de cléricaux et de politiques, est fort effrayante et repoussante. Mais elle devine, plus qu'elle ne sait, que le meurtre n'est pas une issue à cette situation. Comme le lui rappelle un collègue, personnage improbable qui paraît être une émanation de son inconscient, elle s'asphyxie dans la contradiction.
On connaît la méfiance de Marco Bellochio pour ces instances de coercition que sont la famille, la religion et le politique. "Le Sourire de ma mère", son précédent film, montrait déjà, et ce n'était pas nouveau, toute l'horreur qu'ils lui inspirent. Mais si hier, il montrait un homme qui se libérait au prix d'une certaine solitude, aujourd'hui, il laisse cette jeune femme dans une impasse. La seule issue qu'il suggère est une solution fantasmatique, réécriture de l'Histoire, montrant Aldo Moro échappé de sa cellule, rescapé d'entre les morts se promenant en pyjama dans les rues de Rome. Autrement dit, il ne propose rien de viable. Le handicap de Chiara semble sans remède. Pourquoi? Peut-être parce qu'elle s'est tournée vers la morbidité et non vers le chemin de la création. On reste en tout cas sur un goût amer. Cette amertume est d'autant plus pénible que Bellocchio parvient, en une ultime image d'archives, à nous communiquer de l'écœurement, celui qui envahit toute personne censée au spectacle de l'hommage rendu à Aldo Moro, tableau aux faces bouffies et hypocrites, crispées dans l'apitoiement et la peur.
http://www.fluctuat.net/article.php3?id_article=1368
La vie me fait peur
par Manuel Merlet
Buongiorno, notte - Marco Bellocchio Italie / 2003 / 1h45
Retour sur l'enlèvement suivi d'assassinat de Aldo Moro, un drame qui a bouleversé l'Italie en 1978. D'un côté à l'autre des Alpes, le film ne sera pas perçu ni compris de la même manière. Néanmoins le regard de Marco Bellocchio a su se déplacer de l'historique pour parler de l'individuel et ainsi poser, à travers ce titre en forme de contradiction, l'éternelle question du comment être au monde quand celui-ci vous révulse.
Le 16 mars 1978, Aldo Moro, président de la Démocratie chrétienne, a été enlevé par les Brigades rouges. Cinquante cinq jours plus tard, ils l'exécutèrent et déposèrent son corps dans Rome. Ce drame bouleversa l'Italie. Il en marqua profondément et durablement la vie politique et civile. L'idée d'un film sur cet événement n'est pas née de l'esprit de Marco Bellocchio mais chez quelque décideur de la RAI-cinéma. Opportunisme de marchands sans scrupule, en des temps sombres, témoins à nouveau, depuis mai 1999, des crimes de ceux qui se qualifient de "Parti communiste combattant"? Peut-être. Néanmoins il ne faudrait pas s'arrêter à ce premier jugement. Bellochio est un homme suffisamment libre pour qu'il soit difficile de le qualifier de mercantile. Non, sa démarche est celle d'un artiste. Affranchi de l'historicité, il porte un regard original, à hauteur d'homme, sensible à l'expérience individuelle, à l'intériorité et aux fantasmes.
Le film trouve sa force, sa pugnacité dans cet écartement du réel. Il est avant tout prétexte à la rencontre de deux êtres, Aldo Moro et Chiara, une jeune femme faisant partie des ravisseurs. Le premier ne verra jamais la seconde, et elle ne lui parlera pas. Mais elle, ses choix, ses certitudes n'en seront pas moins bouleversés par sa présence, quasi fantomatique. Au contact de cet homme enfermé dans une cellule dissimulée derrière une fausse bibliothèque, dans un appartement anonyme de la capitale, elle voit ressurgir ses peurs. Au travers de ses gestes et ses rêves, de plus en plus contaminants au fur et à mesure qu'avance le récit, apparaît son ambivalence face à la normalité.
Chiara et ses trois complices refusent de participer à une existence qu'ils perçoivent comme bourgeoise et servile. Ils prônent des slogans révolutionnaires et revendiquent une lutte violente contre le capitalisme. Mais leur position est pleine de contradictions. Ces quatre-là sont bien ridicules dans ce logement qui leur sert de cache et d'où ils enregistrent des messages à la virulence inquiétante. Ils y reproduisent, par le train-train, cette vie monotone à laquelle ils prétendent échapper. Assis devant une télévision omniprésente, dont ils chantonnent les génériques sans s'en apercevoir, ils attendent. Quoi ? La mort d'un système. Leurs comportements et leurs propos seraient presque comiques dans leur pauvreté s'ils ne débouchaient sur le crime et l'assassinat. Ils agissent dans un enfantillage meurtrier. En fait, ils sont les vrais prisonniers de cette histoire, enfermés dans leurs idées comme dans leur « trois pièces-cuisine ». Ils ne considèrent pas leur condition, aveuglés par l'agressivité, la paranoïa et l'auto-conviction. Seule Chiara sent montée en elle un trouble.
Dans ses songes se mêlent l'utopie socialiste et l'horreur stalinienne. Elle voit bien les autres femmes qui, elles, ont accepté leur maternité, quitte à y perdre quelque chose. Elle est troublée par ses parents qui, lors d'une réunion familiale bien arrosée, entonnent le chant du partisan. Elle constate que la pensée prolétaire peut se concilier avec le quotidien de l'ouvrier. Ce qu'elle ne parvient pas à accomplir. Ou à comprendre. Il lui semble impossible de se fondre dans la normalité, le commun. Il est vrai que celle-ci, incarnée en des visages grotesques de cléricaux et de politiques, est fort effrayante et repoussante. Mais elle devine, plus qu'elle ne sait, que le meurtre n'est pas une issue à cette situation. Comme le lui rappelle un collègue, personnage improbable qui paraît être une émanation de son inconscient, elle s'asphyxie dans la contradiction.
On connaît la méfiance de Marco Bellochio pour ces instances de coercition que sont la famille, la religion et le politique. "Le Sourire de ma mère", son précédent film, montrait déjà, et ce n'était pas nouveau, toute l'horreur qu'ils lui inspirent. Mais si hier, il montrait un homme qui se libérait au prix d'une certaine solitude, aujourd'hui, il laisse cette jeune femme dans une impasse. La seule issue qu'il suggère est une solution fantasmatique, réécriture de l'Histoire, montrant Aldo Moro échappé de sa cellule, rescapé d'entre les morts se promenant en pyjama dans les rues de Rome. Autrement dit, il ne propose rien de viable. Le handicap de Chiara semble sans remède. Pourquoi? Peut-être parce qu'elle s'est tournée vers la morbidité et non vers le chemin de la création. On reste en tout cas sur un goût amer. Cette amertume est d'autant plus pénible que Bellocchio parvient, en une ultime image d'archives, à nous communiquer de l'écœurement, celui qui envahit toute personne censée au spectacle de l'hommage rendu à Aldo Moro, tableau aux faces bouffies et hypocrites, crispées dans l'apitoiement et la peur.
in memoria di Nuto Revelli
un'intervista con Mario Rigoni Stern e un suo discorso
il manifesto 6.2.04
Il futuro anteriore della Resistenza
Parole asciutte e essenziali per una scelta coraggiosa. Un'intervista con Mario Rigoni Stern
di MASSIMO RAFFAELI
Era uno scrittore di cose nel paese degli scrittori di parole; ed era uno scrittore per necessità, non certo per elezione, tanto meno per vocazione. Nuto Revelli non si limitava a dire qualcosa ma aveva qualcosa da dire, e di molto importante, addirittura di esorbitante, vale a dire una totalità d'esperienza pagata in prima persona e persino emblematica trapassi del «Secolo di Ferro»: non riconosceva a se stesso nessuna specialità o eredità da amministrare se non il debito, presto divenuto imperativo morale, contratto coi soldati e con i partigiani che giovanissimo aveva visto spegnersi vicino a lui; voleva solo che i più giovani sapessero, che incontrassero al futuro anteriore i segni antichi di chi vive e parla da sotto, «muto» per selezione storica e di classe, il patema di chi un tempo è dovuto salire in montagna per amore di giustizia e libertà, così come gli stenti dei contadini più poveri, nell'aspra Langa. Ciò lo esonerava da ogni cerimonia letteraria e vanificava gli aggettivi di «reduce» e di «testimone» con cui era stato dapprima recepito, per distrazione e sospetta ipocrisia. La guerra (la sciagurata campagna di Russia, la rotta degli alpini mandati a morire dal fascismo e poi abbandonati nell'inferno di ghiaccio), la lotta partigiana e la Resistenza, ma anche la cancellazione della civiltà patriarcale, la dispersione di una intera antropologia, questi erano i contenuti dei suoi libri concentrici, dove l'uno sembra richiamare virtualmente l'altro, da La guerra dei poveri ('62) a L'ultimo fronte ('71), da Il mondo dei vinti ('77) a Il prete giusto ('98) fino a Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana (2003), un'insieme di conversazioni per gli studenti dell'università che oggi assumono il valore di testamento. Nuto Revelli scriveva nell'italiano spoglio ed essenziale, sospettoso di qualsiasi eleganza, che è il solo capace di lasciarsi alle spalle la retorica secolare, il gergo delle accademie e delle lapidi; è l'italiano meravigliosamente elementare con cui è scritta la Costituzione della Repubblica, l'italiano di Primo Levi e di un altro narratore, Mario Rigoni Stern, ora riconosciuto fra i maggiori del dopoguerra (vedi il Meridiano Mondadori Storie dell'Altipiano, a cura di Eraldo Affinati, 2003), che con Revelli condivide alcuni tratti di stile e biografia già a partire da Il sergente nella neve ('53).
Oggi, nonostante l'afflizione per la perdita dell'amico, Mario Rigoni Stern ha accettato tuttavia, con la consueta gentilezza, di rispondere ad alcune domande. La sua voce, come sempre, è laconica, ma è lo stessa che per tanto tempo Revelli amò nelle parole di un compagno e sulla pagina di un autentico scrittore consanguineo. Del resto scrisse, in calce alla nota che introduce Le due guerre: «Esiste un libro bellissimo, che si inserisce a pieno titolo nel discorso della guerra vista dal basso. E' Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Ma una rondine non fa primavera. Ecco perché giudico severamente una parte della 'grande Storia', quella con la S maiuscola, la storia vista dall'alto, quella storia che purtroppo fa ancora testo in molte scuole militari. Una storia militare in cui gli uomini sono sempre e soltanto numeri, in cui i soldati sono classificati come 'materiale umano' è una storia che vale poco o niente, è una storia falsa, sbagliata. E' comunque una storia senz'anima».
Qual è, Rigoni Stern, il ricordo più invasivo, in questo momento?
Ricordo quando siamo andati assieme sulle sue montagne, dove aveva fatto la guerra da partigiano. Ci eravamo trovati dopo una ventina d'anni dalla fine della guerra. Io sapevo fin da allora di Nuto, perché un mio amico e compaesano comandava il plotone guastatori della sua banda, ma Nuto era un mito già per noi alpini, in Russia, perchè sapevamo di questo cuneese che era sulla linea di fianco a noi, sapevamo che era duro e testardo ma tanto generoso con i suoi soldati.
Quand'è invece che l'ha incontrato da scrittore?
Mi viene in mente una poesia di un altro amico, Primo Levi, che diceva «ho due amici nati all'ombra delle montagne», erano appunto Nuto e Mario, e diceva che avevamo imparato entrambi l'indignazione sulle nevi della Russia. Ecco, il testimoniare Nuto l'ha sentito subito come un dovere. E' così che è nato scrittore. Credo sia l'unico che durante la ritirata abbia voluto e saputo prendere appunti per quello che poi sarebbe stato il libro più suo, La guerra dei poveri. Parlavamo poco, anche se io, veneto, forse ero un po' più chiacchierone, ma quando stavamo insieme c'erano tra noi sempre grandi silenzi, perché quando ci si ritrova in certi luoghi non servono grandi discorsi.
Ricordo che l'ho incontrato quando stava registrando le testimonianze per La strada del davai, un libro grande e tremendo, e lui parlava coi sopravvissuti della Cuneese alla campagna di Russia, tutti uomini delle sue montagne e delle sue valli: erano testimonianze agghiaccianti, che lo facevano ancora soffrire, andava a raccoglierle su per i paesi sperduti e abbandonati, dove ora non c'è più nessuno. Anche il libro successivo, infatti, Il mondo dei vinti, parla di una tragedia, una tragedia del nostro dopoguerra, e una tragedia ignorata dai più, anche oggi. Le sue erano montagne particolarmente disgraziate, spopolate prima dalla guerra e poi dall'emigrazione, paesi vuoti, coi topi e le volpi che entravano liberamente nelle case. Questa è la testimonianza di Nuto, diretta agli uomini di oggi, sempre che gli uomini di oggi vogliano recepirla, vogliano capirla...
Ma, specie guardando alle ultime generazioni, lei pensa che questo sia possibile con immediatezza? O non è invece necessaria una mediazione, una qualche specifica indicazione?
Credo che nessuno, tanto meno un giovane, abbia necessità di particolari mediazioni nell'affrontare i libri di Revelli. Lo scrivere di Nuto è così chiaro, così preciso, così drammatico, che ha solo bisogno di essere letto.
Liberazione 6.2.04
Ricordare e raccontare
di Nuto Revelli
Pubblichiamo stralci dell'intervento di Nuto Revelli
in occasione del conferimento della laurea Honoris causa
da parte dell'Università di Torino.
La laurea Honoris causa che questa prestigiosa università mi ha conferito, mi inorgoglisce perché premia il mio impegno di cultore delle "fonti orali". Ma soprattutto mi intimidisce perché la maggior parte del merito delle mie indagini spetta agli autori delle storie di vita che ho raccolto, ai protagonisti del mio "mondo dei vinti".
Avevo 20 anni nel luglio del '39 quando conseguii presso l'istituto tecnico di Cuneo il diploma di geometra. La guerra era alle porte. Non per niente domandai subito di venire ammesso in un'accademia militare per imparare quel mestiere. Altro che geometra. Trascorsi due anni a Modena (...). Poi, con il grado di sottotenente, fui assegnato al II reggimento alpini della divisione Cuneense (...).
Erano stanchi i miei alpini, dopo le esperienze non certo esaltanti del fronte occidentale e del fronte greco-albanese. Diventarono i miei "maestri" (...). Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano la famiglia, la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una "licenza agricola".
Nel luglio del '42, con il V reggimento alpini della divisione Tridentina, fui inviato sul fronte russo. Conservo un ricordo preciso di quanto fosse immensa la mia ignoranza. Appartenevo alla categoria dei cosiddetti "colti" ma a malapena sapevo dove fosse collocata geograficamente l'Urss. Non mi rendevo conto di appartenere a un esercito di aggressori (...). Andavo a migliaia di chilometri da casa mia, ad ammazzare o a farmi ammazzare, ma per che cosa? Per la "Patria". Quale "Patria"? Quella del fascismo, della monarchia, dei Savoia? Quando si intuisce di essere ignoranti si compie già il primo passo per uscire dal buio. Decisi di tenere un diario (...). Durante il viaggio - a Stalbtzy - intravidi gli ebrei, quelli dei campi di sterminio dei quali ignoravo l'esistenza. Erano una sessantina di relitti umani - donne, uomini, bambini - scalzi, sporchi, coperti di stracci. Tutti marchiati con la stella gialla (...). Odiai le due SS che li controllavano da lontano con i mitra spianati. E dissi a me stesso: «Questa è la guerra dei tedeschi, non la mia guerra». Ero ignorante, ma incominciavo a interrogarmi (...). Poi la vita di linea, sul Don, e nel gennaio '43 l'inizio della fine (...). Ricordo tutto dei giorni e delle notti della ritirata (...). Il 20 gennaio - terzo giorno della ritirata - nell'immensa piana di Postojali, nei 25 gradi sotto zero mi resi conto che avevo capito tutto. La nostra colonna - 30 o 40 mila uomini allo sbando - sostava da ore in attesa di ordini. Eravamo più morti che vivi. Maledii il fascismo, la monarchia, le gerarchie militari, la guerra. Avevo capito tutto, ma troppo tardi!
"Ricordare e raccontare", questa la parola d'ordine che mi portai nel cuore da quell'esperienza tristissima. Nei giorni dell'8 settembre ero a Cuneo e se scelsi istintivamente di lottare contro i fascisti e i tedeschi fu perché sentivo nella mia coscienza il peso enorme di quelle decine di migliaia di poveri cristi - la maggior parte "contadini in divisa" - mandati a morire per niente in quella guerra maledetta. Furono importanti i mesi che trascorsi nelle formazioni partigiane di "Giustizia e Libertà", con "maestri" come Livio Bianco e Duccio Galimberti. In quei venti mesi diventai adulto. Soprattutto Livio mi era vicino. Io lo aiutavo a risolvere i problemi pratici, quelli militari. E lui mi insegnava l'abc della cultura politica, e a dare un senso all'esperienza che stavo vivendo.
Nel '46 sentii l'obbligo di gridare la mia verità. Pubblicai il mio diario di Russia. L'informazione era vaga, per non dire inesistente. Le fonti ufficiali tacevano. E le famiglie della provincia di Cuneo che avevano perduto un loro congiunto sul fronte russo, circa 7000, continuavano a illudersi che tutti gli "assenti" fossero vivi, prigionieri. Per l'autorità militare, quasi tutti gli "assenti" appartenevano alla vastissima categoria degli scomparsi nel nulla, dei "dispersi": cioè dei non vivi e non morti.
Nel '62, con la Guerra dei poveri, conclusi il mio discorso autobiografico. E decisi di dare una voce agli ex soldati (...). Pubblicai "La strada del Davai". Poi "L'ultimo fronte": raccolsi le lettere che i caduti e i "dispersi" avevano inviato alle famiglie dai vari fronti di guerra, soprattutto dal fronte russo. Erano difficilmente raggiungibili quei piccoli "archivi familiari", custoditi gelosamente dalle madri, dalle spose, dalle sorelle dei caduti e dei "dispersi". Bisognava acquisire quegli epistolari senza procurare nuovi traumi e sofferenze. Occorreva molta umiltà e prudenza nel chiedere. Centinaia di lettere le acquistai da uno straccivendolo di Cuneo: l'autorità militare le aveva cedute come carta da macero. Non poche di quelle lettere le restituii poi alle famiglie perché erano preziose come tanti testamenti.
Ma assistevo al grande esodo dalla campagna povera, all'abbandono delle aree depresse della montagna e dell'Alta Langa, come risposta all'industrializzazione troppo rapida della pianura. Era un vero e proprio terremoto. Si contavano a migliaia i contadini, i montanari che diventavano manovali dell'industria. Un patrimonio di forze, esperienze, mestieri, destinato a disperdersi. Altro che "difesa dell'ambiente" e "governo del territorio". Con l'esodo indiscriminato, caotico, in non poche aree della nostra collina e della montagna si sfilacciava il tessuto sociale, si estendeva il deserto. Raccolsi le storie di vita de "Il mondo dei vinti" e de "L'anello forte" per dare voce a chi era costretto, ancora una volta, a subire le scelte sbagliate degli "altri". Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta.
Il futuro anteriore della Resistenza
Parole asciutte e essenziali per una scelta coraggiosa. Un'intervista con Mario Rigoni Stern
di MASSIMO RAFFAELI
Era uno scrittore di cose nel paese degli scrittori di parole; ed era uno scrittore per necessità, non certo per elezione, tanto meno per vocazione. Nuto Revelli non si limitava a dire qualcosa ma aveva qualcosa da dire, e di molto importante, addirittura di esorbitante, vale a dire una totalità d'esperienza pagata in prima persona e persino emblematica trapassi del «Secolo di Ferro»: non riconosceva a se stesso nessuna specialità o eredità da amministrare se non il debito, presto divenuto imperativo morale, contratto coi soldati e con i partigiani che giovanissimo aveva visto spegnersi vicino a lui; voleva solo che i più giovani sapessero, che incontrassero al futuro anteriore i segni antichi di chi vive e parla da sotto, «muto» per selezione storica e di classe, il patema di chi un tempo è dovuto salire in montagna per amore di giustizia e libertà, così come gli stenti dei contadini più poveri, nell'aspra Langa. Ciò lo esonerava da ogni cerimonia letteraria e vanificava gli aggettivi di «reduce» e di «testimone» con cui era stato dapprima recepito, per distrazione e sospetta ipocrisia. La guerra (la sciagurata campagna di Russia, la rotta degli alpini mandati a morire dal fascismo e poi abbandonati nell'inferno di ghiaccio), la lotta partigiana e la Resistenza, ma anche la cancellazione della civiltà patriarcale, la dispersione di una intera antropologia, questi erano i contenuti dei suoi libri concentrici, dove l'uno sembra richiamare virtualmente l'altro, da La guerra dei poveri ('62) a L'ultimo fronte ('71), da Il mondo dei vinti ('77) a Il prete giusto ('98) fino a Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana (2003), un'insieme di conversazioni per gli studenti dell'università che oggi assumono il valore di testamento. Nuto Revelli scriveva nell'italiano spoglio ed essenziale, sospettoso di qualsiasi eleganza, che è il solo capace di lasciarsi alle spalle la retorica secolare, il gergo delle accademie e delle lapidi; è l'italiano meravigliosamente elementare con cui è scritta la Costituzione della Repubblica, l'italiano di Primo Levi e di un altro narratore, Mario Rigoni Stern, ora riconosciuto fra i maggiori del dopoguerra (vedi il Meridiano Mondadori Storie dell'Altipiano, a cura di Eraldo Affinati, 2003), che con Revelli condivide alcuni tratti di stile e biografia già a partire da Il sergente nella neve ('53).
Oggi, nonostante l'afflizione per la perdita dell'amico, Mario Rigoni Stern ha accettato tuttavia, con la consueta gentilezza, di rispondere ad alcune domande. La sua voce, come sempre, è laconica, ma è lo stessa che per tanto tempo Revelli amò nelle parole di un compagno e sulla pagina di un autentico scrittore consanguineo. Del resto scrisse, in calce alla nota che introduce Le due guerre: «Esiste un libro bellissimo, che si inserisce a pieno titolo nel discorso della guerra vista dal basso. E' Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Ma una rondine non fa primavera. Ecco perché giudico severamente una parte della 'grande Storia', quella con la S maiuscola, la storia vista dall'alto, quella storia che purtroppo fa ancora testo in molte scuole militari. Una storia militare in cui gli uomini sono sempre e soltanto numeri, in cui i soldati sono classificati come 'materiale umano' è una storia che vale poco o niente, è una storia falsa, sbagliata. E' comunque una storia senz'anima».
Qual è, Rigoni Stern, il ricordo più invasivo, in questo momento?
Ricordo quando siamo andati assieme sulle sue montagne, dove aveva fatto la guerra da partigiano. Ci eravamo trovati dopo una ventina d'anni dalla fine della guerra. Io sapevo fin da allora di Nuto, perché un mio amico e compaesano comandava il plotone guastatori della sua banda, ma Nuto era un mito già per noi alpini, in Russia, perchè sapevamo di questo cuneese che era sulla linea di fianco a noi, sapevamo che era duro e testardo ma tanto generoso con i suoi soldati.
Quand'è invece che l'ha incontrato da scrittore?
Mi viene in mente una poesia di un altro amico, Primo Levi, che diceva «ho due amici nati all'ombra delle montagne», erano appunto Nuto e Mario, e diceva che avevamo imparato entrambi l'indignazione sulle nevi della Russia. Ecco, il testimoniare Nuto l'ha sentito subito come un dovere. E' così che è nato scrittore. Credo sia l'unico che durante la ritirata abbia voluto e saputo prendere appunti per quello che poi sarebbe stato il libro più suo, La guerra dei poveri. Parlavamo poco, anche se io, veneto, forse ero un po' più chiacchierone, ma quando stavamo insieme c'erano tra noi sempre grandi silenzi, perché quando ci si ritrova in certi luoghi non servono grandi discorsi.
Ricordo che l'ho incontrato quando stava registrando le testimonianze per La strada del davai, un libro grande e tremendo, e lui parlava coi sopravvissuti della Cuneese alla campagna di Russia, tutti uomini delle sue montagne e delle sue valli: erano testimonianze agghiaccianti, che lo facevano ancora soffrire, andava a raccoglierle su per i paesi sperduti e abbandonati, dove ora non c'è più nessuno. Anche il libro successivo, infatti, Il mondo dei vinti, parla di una tragedia, una tragedia del nostro dopoguerra, e una tragedia ignorata dai più, anche oggi. Le sue erano montagne particolarmente disgraziate, spopolate prima dalla guerra e poi dall'emigrazione, paesi vuoti, coi topi e le volpi che entravano liberamente nelle case. Questa è la testimonianza di Nuto, diretta agli uomini di oggi, sempre che gli uomini di oggi vogliano recepirla, vogliano capirla...
Ma, specie guardando alle ultime generazioni, lei pensa che questo sia possibile con immediatezza? O non è invece necessaria una mediazione, una qualche specifica indicazione?
Credo che nessuno, tanto meno un giovane, abbia necessità di particolari mediazioni nell'affrontare i libri di Revelli. Lo scrivere di Nuto è così chiaro, così preciso, così drammatico, che ha solo bisogno di essere letto.
Liberazione 6.2.04
Ricordare e raccontare
di Nuto Revelli
Pubblichiamo stralci dell'intervento di Nuto Revelli
in occasione del conferimento della laurea Honoris causa
da parte dell'Università di Torino.
La laurea Honoris causa che questa prestigiosa università mi ha conferito, mi inorgoglisce perché premia il mio impegno di cultore delle "fonti orali". Ma soprattutto mi intimidisce perché la maggior parte del merito delle mie indagini spetta agli autori delle storie di vita che ho raccolto, ai protagonisti del mio "mondo dei vinti".
Avevo 20 anni nel luglio del '39 quando conseguii presso l'istituto tecnico di Cuneo il diploma di geometra. La guerra era alle porte. Non per niente domandai subito di venire ammesso in un'accademia militare per imparare quel mestiere. Altro che geometra. Trascorsi due anni a Modena (...). Poi, con il grado di sottotenente, fui assegnato al II reggimento alpini della divisione Cuneense (...).
Erano stanchi i miei alpini, dopo le esperienze non certo esaltanti del fronte occidentale e del fronte greco-albanese. Diventarono i miei "maestri" (...). Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano la famiglia, la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una "licenza agricola".
Nel luglio del '42, con il V reggimento alpini della divisione Tridentina, fui inviato sul fronte russo. Conservo un ricordo preciso di quanto fosse immensa la mia ignoranza. Appartenevo alla categoria dei cosiddetti "colti" ma a malapena sapevo dove fosse collocata geograficamente l'Urss. Non mi rendevo conto di appartenere a un esercito di aggressori (...). Andavo a migliaia di chilometri da casa mia, ad ammazzare o a farmi ammazzare, ma per che cosa? Per la "Patria". Quale "Patria"? Quella del fascismo, della monarchia, dei Savoia? Quando si intuisce di essere ignoranti si compie già il primo passo per uscire dal buio. Decisi di tenere un diario (...). Durante il viaggio - a Stalbtzy - intravidi gli ebrei, quelli dei campi di sterminio dei quali ignoravo l'esistenza. Erano una sessantina di relitti umani - donne, uomini, bambini - scalzi, sporchi, coperti di stracci. Tutti marchiati con la stella gialla (...). Odiai le due SS che li controllavano da lontano con i mitra spianati. E dissi a me stesso: «Questa è la guerra dei tedeschi, non la mia guerra». Ero ignorante, ma incominciavo a interrogarmi (...). Poi la vita di linea, sul Don, e nel gennaio '43 l'inizio della fine (...). Ricordo tutto dei giorni e delle notti della ritirata (...). Il 20 gennaio - terzo giorno della ritirata - nell'immensa piana di Postojali, nei 25 gradi sotto zero mi resi conto che avevo capito tutto. La nostra colonna - 30 o 40 mila uomini allo sbando - sostava da ore in attesa di ordini. Eravamo più morti che vivi. Maledii il fascismo, la monarchia, le gerarchie militari, la guerra. Avevo capito tutto, ma troppo tardi!
"Ricordare e raccontare", questa la parola d'ordine che mi portai nel cuore da quell'esperienza tristissima. Nei giorni dell'8 settembre ero a Cuneo e se scelsi istintivamente di lottare contro i fascisti e i tedeschi fu perché sentivo nella mia coscienza il peso enorme di quelle decine di migliaia di poveri cristi - la maggior parte "contadini in divisa" - mandati a morire per niente in quella guerra maledetta. Furono importanti i mesi che trascorsi nelle formazioni partigiane di "Giustizia e Libertà", con "maestri" come Livio Bianco e Duccio Galimberti. In quei venti mesi diventai adulto. Soprattutto Livio mi era vicino. Io lo aiutavo a risolvere i problemi pratici, quelli militari. E lui mi insegnava l'abc della cultura politica, e a dare un senso all'esperienza che stavo vivendo.
Nel '46 sentii l'obbligo di gridare la mia verità. Pubblicai il mio diario di Russia. L'informazione era vaga, per non dire inesistente. Le fonti ufficiali tacevano. E le famiglie della provincia di Cuneo che avevano perduto un loro congiunto sul fronte russo, circa 7000, continuavano a illudersi che tutti gli "assenti" fossero vivi, prigionieri. Per l'autorità militare, quasi tutti gli "assenti" appartenevano alla vastissima categoria degli scomparsi nel nulla, dei "dispersi": cioè dei non vivi e non morti.
Nel '62, con la Guerra dei poveri, conclusi il mio discorso autobiografico. E decisi di dare una voce agli ex soldati (...). Pubblicai "La strada del Davai". Poi "L'ultimo fronte": raccolsi le lettere che i caduti e i "dispersi" avevano inviato alle famiglie dai vari fronti di guerra, soprattutto dal fronte russo. Erano difficilmente raggiungibili quei piccoli "archivi familiari", custoditi gelosamente dalle madri, dalle spose, dalle sorelle dei caduti e dei "dispersi". Bisognava acquisire quegli epistolari senza procurare nuovi traumi e sofferenze. Occorreva molta umiltà e prudenza nel chiedere. Centinaia di lettere le acquistai da uno straccivendolo di Cuneo: l'autorità militare le aveva cedute come carta da macero. Non poche di quelle lettere le restituii poi alle famiglie perché erano preziose come tanti testamenti.
Ma assistevo al grande esodo dalla campagna povera, all'abbandono delle aree depresse della montagna e dell'Alta Langa, come risposta all'industrializzazione troppo rapida della pianura. Era un vero e proprio terremoto. Si contavano a migliaia i contadini, i montanari che diventavano manovali dell'industria. Un patrimonio di forze, esperienze, mestieri, destinato a disperdersi. Altro che "difesa dell'ambiente" e "governo del territorio". Con l'esodo indiscriminato, caotico, in non poche aree della nostra collina e della montagna si sfilacciava il tessuto sociale, si estendeva il deserto. Raccolsi le storie di vita de "Il mondo dei vinti" e de "L'anello forte" per dare voce a chi era costretto, ancora una volta, a subire le scelte sbagliate degli "altri". Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta.
totalitarismo della chiesa cattolica
Repubblica 6.2.04
STAMANE A TORINO UN SEMINARIO A PORTE CHIUSE SUL DIFFICILE RAPPORTO CON LA MODERNITÀ
LA CHIESA CATTOLICA È TOTALITARIA?
L'accusa è sostenuta da Vincenzo Ferrone, intervengono Scoppola Miccoli, Elia e Conso
di MARCO POLITI
TORINO. «Sarà una cosa tempestosa». Franco Bolgiani, storico del cristianesimo, presidente della Fondazione Michele Pellegrino (il famoso arcivescovo di Torino negli anni dal 1965 al 1977), prevede scontri assai polemici al seminario a porte chiuse che si terrà stamane a Torino sul tema Chiesa cattolica e modernità. Sono invitati e interverranno di persona o con comunicazioni alcuni fra i nomi più belli della ricerca storiografica, sociologica e giuridica sul cattolicesimo. Da Zagrebelsky a Miccoli, da Scoppola a Paolo Prodi, da Margiotta Broglio a Elia, Conso, Garelli, Recuperati.
C´è odor di zolfo perché la relazione introduttiva di Vincenzo Ferrone, ordinario di Storia moderna, è tutt´altro che asettica ma accusa frontalmente la Chiesa e soprattutto il papato di non aver fatto i conti fino in fondo con l´Illuminismo e la Rivoluzione francese e di ergersi a difensore dei diritti umani senza aver sinceramente sviscerato la propria opposizione dura e reazionaria - prolungatasi nell´arco di due secoli - all´affermarsi di quei principi, che oggi propugna come se fosse l´unico interprete autorizzato.
Si può dimenticare, sostiene Ferrone che non insiste nemmeno tanto sul Sillabo di Pio IX perché sarebbe come sparare sull´ambulanza, che un pontefice come Leone XIII nella sua enciclica Libertas irride ancora sprezzantemente i diritti fondamentali? «Non è assolutamente lecito - scrive papa Pecci nel 1888 - invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d´insegnamento o di culto come se fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all´uomo...». Se poi accade che la Chiesa si adegui a «certe moderne libertà», continua il pontefice nella medesima enciclica, è solo per motivi di opportunità.
In verità, sottolinea il relatore, sarà solo l´immane tragedia dell´Olocausto e l´esito rovinoso dei totalitarismi del Novecento a costringere la Chiesa cattolica ad accettare pienamente la democrazia e a renderla persuasa di un´intransigente difesa dei diritti umani. Presa di mira dalla relazione è la rivisitazione del passato ad opera di un filone della storiografia cattolica, che intravede nel concilio di Trento e nella dualità di potere fra il regime ecclesiastico e il regime politico un potente fattore di modernizzazione. Anzi secondo alcuni, persino il delirio teocratico di Gregorio VII, scatenando le reazioni dei laici contro i chierici, avrebbe «finito per fornire ai principi lo stesso prototipo del futuro stato moderno». Troppo! La nuova apologetica finirebbe per «liquidare per sempre l´ingombrante pratica dell´Illuminismo, del suo programma di modernizzazione fondato sull´autonomia e sui diritti dell´uomo», rilanciando invece la stantia presentazione di un Rousseau padre naturale dei totalitarismi.
La miccia esplosiva del convegno sta nel fatto che in realtà è Giovanni Paolo II che viene messo sul banco degli accusati per il suo attacco frontale ai parlamenti che osano legiferare in materia su aborto o eutanasia. «La democrazia - ha scritto Giovanni Paolo II nell´enciclica Evangelium Vitae - ad onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo», quando vota in materia in contrasto con l´etica sostenuta dalla Chiesa. Qui emerge, è detto nella relazione, «il contrasto irriducibile tra Chiesa e Stato su chi debba essere l´autorità ultima e sovrana nel campo dei diritti».
Francesco Margiotta Broglio, che modererà il dibattito, invita a tenere presente l´orizzonte europeo dove le posizione vaticane sono diluite, molto più che da noi, in un pluralismo che ormai permea totalmente la società occidentale.
Ma in una comunità così imperniata sulla memoria come la Chiesa cattolica ogni lettura o ri-lettura della storia ha un suo peso. Sicuramente l´azione vigorosa di papa Wojtyla in difesa dei diritti umani ha trasformato il ruolo stesso del papato nel XXI secolo. Agli occhi del mondo il romano pontefice è percepito come portavoce dei diritti della persona e dei popoli e difensore della pace. Il Papa stesso ha capito che ciò non sarebbe stato possibile senza il solenne mea culpa del 2000 per gli errori e gli orrori commessi dalla Chiesa nei secoli. Eppure questo salto acrobatico oltre il fiume della storia non è privo di zone grigie. Il Papa stesso parla di errori di «alcuni figli» della Chiesa e all´interno dell´istituzione ecclesiastica c´è uno zoccolo consistente di vescovi e cardinali del tutto refrattari ad ammissioni autocritiche. Di più, Giovanni Paolo II ha sempre ribadito di considerare lo sviluppo del pensiero europeo da Cartesio all´Illuminismo come ispirato ad un «programma anti-cristiano», con una dicotomia così radicale che finisce per riproporre la visione di una Chiesa "maestra" al di sopra della storia. Non ci sarebbero anche ricadute nella cronaca legislativa italiana, come la pretesa di imporre l´inaccettabile obbligo alla donna di impiantare un embrione pur malato, se non vi fosse alle spalle il pressing incalzante di un´istituzione ecclesiastica convinta di essere l´interprete assoluta del diritto naturale.
Un intellettuale e studioso cattolico come Pietro Scoppola invita a guardare più in là. «L´eredità della rivoluzione del 1789 - farà sapere stamane - non è proprietà esclusiva di nessuno, è di tutta la cultura europea, è anche dei cristiani», in un quadro di maturazione da cui emergono tanti elementi: la complessità di una Chiesa non riducibile al solo ruolo del pontefice, le lacerazioni che hanno attraversato la stessa comunità ecclesiale, l´intuizione del pensiero cattolico di «antitesi, limiti, germi di concezioni totalitarie presenti nella concezione illuministica».
Ma Scoppola fa un passo più in là, toccando il grande tabù del pontificato wojtyliano. «Resta da chiedersi - afferma lo storico - perché il riconoscimento dei diritti soggettivi da parte della Chiesa non diventi anche riconoscimento dei diritti dei cristiani "nella" Chiesa. Perché, ad esempio, non valga in alcune sue congregazioni e procedure quel diritto alla difesa che è riconosciuto essenziale nei tribunali degli Stati».
E´ una formulazione fin troppo misericordiosa. Negli ultimi venticinque anni si è assistito all´interno della Chiesa cattolica ad una sistematica liquidazione delle personalità critiche senza che mai fossero attivate pienamente le regole di equo "processo" che pur sono previste dagli stessi ordinamenti ecclesiastici.
«E´ un problema in larga misura aperto», suggerisce Scoppola. Non sarà risolto, probabilmente, se non quando la gerarchia ecclesiastica avrà rielaborato seriamente il proprio passato. Neanche settant´anni fa Pio XI dichiarava tranquillamente: «Se c´è un regime totalitario, totalitario di fatto e di diritto, è il regime della Chiesa, perché l´uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle, dato che l´uomo è creatura del Buon Dio... E il rappresentante delle idee, dei pensieri e dei diritti di Dio, non è che la Chiesa».
Settant´anni sono dietro l´angolo in una storia millenaria. Un solo esame di coscienza non basta.
STAMANE A TORINO UN SEMINARIO A PORTE CHIUSE SUL DIFFICILE RAPPORTO CON LA MODERNITÀ
LA CHIESA CATTOLICA È TOTALITARIA?
L'accusa è sostenuta da Vincenzo Ferrone, intervengono Scoppola Miccoli, Elia e Conso
di MARCO POLITI
TORINO. «Sarà una cosa tempestosa». Franco Bolgiani, storico del cristianesimo, presidente della Fondazione Michele Pellegrino (il famoso arcivescovo di Torino negli anni dal 1965 al 1977), prevede scontri assai polemici al seminario a porte chiuse che si terrà stamane a Torino sul tema Chiesa cattolica e modernità. Sono invitati e interverranno di persona o con comunicazioni alcuni fra i nomi più belli della ricerca storiografica, sociologica e giuridica sul cattolicesimo. Da Zagrebelsky a Miccoli, da Scoppola a Paolo Prodi, da Margiotta Broglio a Elia, Conso, Garelli, Recuperati.
C´è odor di zolfo perché la relazione introduttiva di Vincenzo Ferrone, ordinario di Storia moderna, è tutt´altro che asettica ma accusa frontalmente la Chiesa e soprattutto il papato di non aver fatto i conti fino in fondo con l´Illuminismo e la Rivoluzione francese e di ergersi a difensore dei diritti umani senza aver sinceramente sviscerato la propria opposizione dura e reazionaria - prolungatasi nell´arco di due secoli - all´affermarsi di quei principi, che oggi propugna come se fosse l´unico interprete autorizzato.
Si può dimenticare, sostiene Ferrone che non insiste nemmeno tanto sul Sillabo di Pio IX perché sarebbe come sparare sull´ambulanza, che un pontefice come Leone XIII nella sua enciclica Libertas irride ancora sprezzantemente i diritti fondamentali? «Non è assolutamente lecito - scrive papa Pecci nel 1888 - invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d´insegnamento o di culto come se fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all´uomo...». Se poi accade che la Chiesa si adegui a «certe moderne libertà», continua il pontefice nella medesima enciclica, è solo per motivi di opportunità.
In verità, sottolinea il relatore, sarà solo l´immane tragedia dell´Olocausto e l´esito rovinoso dei totalitarismi del Novecento a costringere la Chiesa cattolica ad accettare pienamente la democrazia e a renderla persuasa di un´intransigente difesa dei diritti umani. Presa di mira dalla relazione è la rivisitazione del passato ad opera di un filone della storiografia cattolica, che intravede nel concilio di Trento e nella dualità di potere fra il regime ecclesiastico e il regime politico un potente fattore di modernizzazione. Anzi secondo alcuni, persino il delirio teocratico di Gregorio VII, scatenando le reazioni dei laici contro i chierici, avrebbe «finito per fornire ai principi lo stesso prototipo del futuro stato moderno». Troppo! La nuova apologetica finirebbe per «liquidare per sempre l´ingombrante pratica dell´Illuminismo, del suo programma di modernizzazione fondato sull´autonomia e sui diritti dell´uomo», rilanciando invece la stantia presentazione di un Rousseau padre naturale dei totalitarismi.
La miccia esplosiva del convegno sta nel fatto che in realtà è Giovanni Paolo II che viene messo sul banco degli accusati per il suo attacco frontale ai parlamenti che osano legiferare in materia su aborto o eutanasia. «La democrazia - ha scritto Giovanni Paolo II nell´enciclica Evangelium Vitae - ad onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo», quando vota in materia in contrasto con l´etica sostenuta dalla Chiesa. Qui emerge, è detto nella relazione, «il contrasto irriducibile tra Chiesa e Stato su chi debba essere l´autorità ultima e sovrana nel campo dei diritti».
Francesco Margiotta Broglio, che modererà il dibattito, invita a tenere presente l´orizzonte europeo dove le posizione vaticane sono diluite, molto più che da noi, in un pluralismo che ormai permea totalmente la società occidentale.
Ma in una comunità così imperniata sulla memoria come la Chiesa cattolica ogni lettura o ri-lettura della storia ha un suo peso. Sicuramente l´azione vigorosa di papa Wojtyla in difesa dei diritti umani ha trasformato il ruolo stesso del papato nel XXI secolo. Agli occhi del mondo il romano pontefice è percepito come portavoce dei diritti della persona e dei popoli e difensore della pace. Il Papa stesso ha capito che ciò non sarebbe stato possibile senza il solenne mea culpa del 2000 per gli errori e gli orrori commessi dalla Chiesa nei secoli. Eppure questo salto acrobatico oltre il fiume della storia non è privo di zone grigie. Il Papa stesso parla di errori di «alcuni figli» della Chiesa e all´interno dell´istituzione ecclesiastica c´è uno zoccolo consistente di vescovi e cardinali del tutto refrattari ad ammissioni autocritiche. Di più, Giovanni Paolo II ha sempre ribadito di considerare lo sviluppo del pensiero europeo da Cartesio all´Illuminismo come ispirato ad un «programma anti-cristiano», con una dicotomia così radicale che finisce per riproporre la visione di una Chiesa "maestra" al di sopra della storia. Non ci sarebbero anche ricadute nella cronaca legislativa italiana, come la pretesa di imporre l´inaccettabile obbligo alla donna di impiantare un embrione pur malato, se non vi fosse alle spalle il pressing incalzante di un´istituzione ecclesiastica convinta di essere l´interprete assoluta del diritto naturale.
Un intellettuale e studioso cattolico come Pietro Scoppola invita a guardare più in là. «L´eredità della rivoluzione del 1789 - farà sapere stamane - non è proprietà esclusiva di nessuno, è di tutta la cultura europea, è anche dei cristiani», in un quadro di maturazione da cui emergono tanti elementi: la complessità di una Chiesa non riducibile al solo ruolo del pontefice, le lacerazioni che hanno attraversato la stessa comunità ecclesiale, l´intuizione del pensiero cattolico di «antitesi, limiti, germi di concezioni totalitarie presenti nella concezione illuministica».
Ma Scoppola fa un passo più in là, toccando il grande tabù del pontificato wojtyliano. «Resta da chiedersi - afferma lo storico - perché il riconoscimento dei diritti soggettivi da parte della Chiesa non diventi anche riconoscimento dei diritti dei cristiani "nella" Chiesa. Perché, ad esempio, non valga in alcune sue congregazioni e procedure quel diritto alla difesa che è riconosciuto essenziale nei tribunali degli Stati».
E´ una formulazione fin troppo misericordiosa. Negli ultimi venticinque anni si è assistito all´interno della Chiesa cattolica ad una sistematica liquidazione delle personalità critiche senza che mai fossero attivate pienamente le regole di equo "processo" che pur sono previste dagli stessi ordinamenti ecclesiastici.
«E´ un problema in larga misura aperto», suggerisce Scoppola. Non sarà risolto, probabilmente, se non quando la gerarchia ecclesiastica avrà rielaborato seriamente il proprio passato. Neanche settant´anni fa Pio XI dichiarava tranquillamente: «Se c´è un regime totalitario, totalitario di fatto e di diritto, è il regime della Chiesa, perché l´uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle, dato che l´uomo è creatura del Buon Dio... E il rappresentante delle idee, dei pensieri e dei diritti di Dio, non è che la Chiesa».
Settant´anni sono dietro l´angolo in una storia millenaria. Un solo esame di coscienza non basta.
giovedì 5 febbraio 2004
È morto oggi il comandante Nuto Revelli
ANPI.it
Benvenuto "Nuto" Revelli (1919-2004)
Ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, a questa Nuto si rifece quando divenne uno dei primi organizzatori della resistenza armata nel Cuneese. Chiamò, infatti, "Compagnia rivendicazione Caduti" la prima formazione partigiana da lui messa insieme, prima di portare i suoi uomini nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Dopo aver condotto numerose azioni di guerriglia ed aver superato l’inverno tra il 1943 e il ’44 ed i rastrellamenti della primavera, Nuto Revelli assunse il comando delle Brigate Valle Vermenagna e Valle Stura "Carlo Rosselli", inquadrate nella I Divisione GL. Con queste forze, nell’agosto del 1944, riuscì a bloccare, in una settimana di scontri durissimi, i granatieri della XC Divisione corazzata tedesca, che puntavano ad occupare il valico del Colle della Maddalena. Secondo alcuni storici, fu proprio grazie all’eroismo degli uomini di Giustizia e Libertà, comandati da Nuto, che gli Alleati riuscirono ad avanzare sulla costa meridionale francese, per liberare, il 28 agosto 1944, la città di Nizza. Nei giorni della Liberazione, Revelli comandò la V Zona Piemonte. Lasciate le armi con il grado di maggiore (oggi è generale del "Ruolo d’Onore"), Nuto ha continuato con la penna il suo impegno civile. Tra i suoi libri ricordiamo, oltre a "Mai tardi, Diario di un alpino in Russia", edito per la prima volta da Panfili a Cuneo nel 1946, "La guerra dei poveri" (1962), "La strada del Davai" (1966), "L’ultimo fronte, Lettere di soldati caduti o dispersi nella II guerra mondiale" (1971)", "Il mondo dei vinti, Testimonianze di vita contadina" (1977), "L’anello forte, La donna, Storie di vita contadina" (1985), "Il disperso di Marburg" (1994), "Il prete giusto" (1998), "Le due guerre" (2003), tutti pubblicati da Einaudi.
Benvenuto "Nuto" Revelli (1919-2004)
Ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, a questa Nuto si rifece quando divenne uno dei primi organizzatori della resistenza armata nel Cuneese. Chiamò, infatti, "Compagnia rivendicazione Caduti" la prima formazione partigiana da lui messa insieme, prima di portare i suoi uomini nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Dopo aver condotto numerose azioni di guerriglia ed aver superato l’inverno tra il 1943 e il ’44 ed i rastrellamenti della primavera, Nuto Revelli assunse il comando delle Brigate Valle Vermenagna e Valle Stura "Carlo Rosselli", inquadrate nella I Divisione GL. Con queste forze, nell’agosto del 1944, riuscì a bloccare, in una settimana di scontri durissimi, i granatieri della XC Divisione corazzata tedesca, che puntavano ad occupare il valico del Colle della Maddalena. Secondo alcuni storici, fu proprio grazie all’eroismo degli uomini di Giustizia e Libertà, comandati da Nuto, che gli Alleati riuscirono ad avanzare sulla costa meridionale francese, per liberare, il 28 agosto 1944, la città di Nizza. Nei giorni della Liberazione, Revelli comandò la V Zona Piemonte. Lasciate le armi con il grado di maggiore (oggi è generale del "Ruolo d’Onore"), Nuto ha continuato con la penna il suo impegno civile. Tra i suoi libri ricordiamo, oltre a "Mai tardi, Diario di un alpino in Russia", edito per la prima volta da Panfili a Cuneo nel 1946, "La guerra dei poveri" (1962), "La strada del Davai" (1966), "L’ultimo fronte, Lettere di soldati caduti o dispersi nella II guerra mondiale" (1971)", "Il mondo dei vinti, Testimonianze di vita contadina" (1977), "L’anello forte, La donna, Storie di vita contadina" (1985), "Il disperso di Marburg" (1994), "Il prete giusto" (1998), "Le due guerre" (2003), tutti pubblicati da Einaudi.
presentato alla Feltrinelli di Firenze
"La Danza del Drago giallo" di Domenico Fargnoli
La Nazione (Firenze) giovedì 5 febbraio 2004 -
L'INIZIATIVA
La danza del drago giallo
Psichiatria come arte
Arte e psichiatria. Un rapporto «inevitabile e necessario». La creatività come espressione di sanità mentale, sconfessando l'idea che siano le nevrosi, i conflitti a produrre l'arte. E poi i processi che portano l'artista alla creazione di immagini nuove, in rapporto non cosciente con altri, uscendo dal solipsismo del proprio studio. Ma al tempo stesso anche la proposizione della psichiatria come arte. Arte di far comparire ciò che prima non c'era nella mente del malato: vitalità, affetti, immagini. Temi cardine della ricerca sulla realtà umana di cui si è parlato alla Feltrinelli di via de' Cerretani, in occasione della presentazione del libro «La danza del drago giallo» dello psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli, pubblicato da Titivillus e di cui l'attrice Daniela Morozzi ha letto alcuni brani. Un volume originale, per molti versi sorprendente, scaturito da una ricerca più che ventennale che lo psichiatra senese ha svolto all'interno della scienza psichiatrica più innovativa, nell'ambito della teoria e dell'analisi collettiva di Massimo Fagioli. Un volume fatto di scritti teorici, testi teatrali e poetici ma anche di immagini delle opere figurative e sculture realizzate da Fargnoli stesso in rapporto con gli artisti dell'associazione culturale Senza Ragione: olii, disegni, incisioni, sculture in vari materiali, dal rame, al ferro, al vetro, che lo scorso ottobre - insieme al lungometraggio «La Danza del Drago giallo» che dà il titolo al libro - sono state al centro di un'interessante mostra installazione alla Limonaia di Villa Strozzi. Una ricerca che già veleggia verso nuovi capitoli, con prossimi momenti espositivi e di dibattito pubblico negli spazi della Provincia di Firenze e nei Magazzini del Sale di Siena.
L'INIZIATIVA
La danza del drago giallo
Psichiatria come arte
Arte e psichiatria. Un rapporto «inevitabile e necessario». La creatività come espressione di sanità mentale, sconfessando l'idea che siano le nevrosi, i conflitti a produrre l'arte. E poi i processi che portano l'artista alla creazione di immagini nuove, in rapporto non cosciente con altri, uscendo dal solipsismo del proprio studio. Ma al tempo stesso anche la proposizione della psichiatria come arte. Arte di far comparire ciò che prima non c'era nella mente del malato: vitalità, affetti, immagini. Temi cardine della ricerca sulla realtà umana di cui si è parlato alla Feltrinelli di via de' Cerretani, in occasione della presentazione del libro «La danza del drago giallo» dello psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli, pubblicato da Titivillus e di cui l'attrice Daniela Morozzi ha letto alcuni brani. Un volume originale, per molti versi sorprendente, scaturito da una ricerca più che ventennale che lo psichiatra senese ha svolto all'interno della scienza psichiatrica più innovativa, nell'ambito della teoria e dell'analisi collettiva di Massimo Fagioli. Un volume fatto di scritti teorici, testi teatrali e poetici ma anche di immagini delle opere figurative e sculture realizzate da Fargnoli stesso in rapporto con gli artisti dell'associazione culturale Senza Ragione: olii, disegni, incisioni, sculture in vari materiali, dal rame, al ferro, al vetro, che lo scorso ottobre - insieme al lungometraggio «La Danza del Drago giallo» che dà il titolo al libro - sono state al centro di un'interessante mostra installazione alla Limonaia di Villa Strozzi. Una ricerca che già veleggia verso nuovi capitoli, con prossimi momenti espositivi e di dibattito pubblico negli spazi della Provincia di Firenze e nei Magazzini del Sale di Siena.
una recensione
(forse già inserita in passato?)
una segnalazione di Tonino Scrimenti e di Andrés
Pol.it
http://www.priory.com/ital/fagioli2.htm
Massimo Fagioli, Istinto di morte e conoscenza Nuove Edizioni Romane Pagg. 303 Euro 21.00
di LISA ATTOLINI
A trentun anni dalla sua prima edizione, il testo di Fagioli continua a porsi come innovativo nell’ambito degli studi sull’inconscio. Dalla lettura di ogni capitolo del volume si percepisce un forte slancio teso alla ricerca di un principio che possa spiegare i molteplici aspetti della vita psichica a partire dalla vita intrauterina seguendo poi tutte le tappe dello sviluppo psicofisiologico, fino alle manifestazioni della nevrosi e della follia.
Fagioli spiega i fenomeni dell’inconscio, parlandoci soprattutto del corpo, eliminando nel lettore ogni illusoria possibilità di separazione tra questo e la mente. È già dal contatto tra la cute del feto e il liquido amniotico che compare la vitalità intesa come possibilità di rapporto oggettuale, come percezione dell’oggetto esterno, legato alla sessualità del feto.
Attraverso una lettura critica e innovativa di Freud, di M. Klein, Segal, Bion Fagioli stravolge e capovolge il pensiero psicoanalitico classico e individua nella fantasia di sparizione il principio che regola la vita psichica. Per l’autore, la fantasia di sparizione compare come reazione di fronte alla dinamica conflittuale con l’oggetto esterno: si attua così, un tentativo di ritorno al buio e all’omeostasi dell’ambiente intrauterino e, con la scomparsa dell’oggetto, si ha l’illusione che possa essere più semplice raggiungere indipendenza e libertà. Con la sparizione dell’oggetto esterno, scompare però anche la persona che rappresenta una nostra identificazione fondamentale e strutturante; ciò determina allora l’annullamento del Sé nel buio dell’utero materno. In tal caso la fantasia di sparizione si è intrecciata con l’istinto di morte verso una situazione di non nascita, di non essere, di onnipotenza e assenza di rapporto oggettuale. È una reazione di aggressività di fronte alla situazione di essere nato. Affinché la fantasia non sia distruttiva e negativa, è necessario che l’istinto di morte non sia disgiunto dalla sessualità e che non sia diretto contro l’oggetto. Se il neonato segue la strada della relazione oggettuale, potrà realizzare nuove immagini e costruirsie una vita psichica. Tale strada potrà essere percorsa attraverso la libido che, scrive Fagioli, "…può e potrà,successivamente, neutralizzare la fantasia di sparizione-istinto di morte…Il bambino, invece, di andare verso la cecità, vedrà, cioè assorbirà le qualità del seno-madre, assorbirà l’inconscio, l’immagine della madre." L’intervento della libido è ciò che permette anche il passaggio dall’oggetto fisico al simbolo verbale: attraverso la realizzazione di quella che Fagioli chiama il triangolo occhi-bocca, ossia un’integrazione libido-vedere, si arriva all’elaborazione psichica delle immagini dell’oggetto; il non più esistente nella realtà diviene esistente nel pensiero verbale.
Un altro tema approfondito dall’autore è quello dell’invidia, in quanto espressione sadico-visiva di impulsi distruttivi. L’autore distingue la dinamica dell’identificazione proiettiva, "che implica una introiezione cieca dell’oggetto, cioè un impegno di libido orale-cutanea-olfattiva nel rapporto oggettuale" rispetto alla dinamica che sottende l’invidia e che consiste nel mettere la morte dove c’era la vita; nel rapporto invidioso con l’oggetto, c’è l’aggressività posta fuori di sé, c’è il tentativo di guastare il buono che è nell’oggetto.
Ma il volume non è solo un viaggio attraverso momenti e sentimenti della vita, è anche il viaggio attraverso una lunga esperienza analitica vissuta e raccontata agli altri, senza il timore di distruggere il principi psicoanalitici dominanti e con grande vigore e convinzione. La teoria viene arricchita dall’interpretazione di alcuni sogni e dal racconto di alcuni casi clinici che rendono più semplice la comprensione del testo e ci restituiscono l’immagine di un analista calato nella realtà quotidiana, vicino al sentire e al soffrire dell’uomo.
Ma, di fronte a tale sofferenza Fagioli continua a cercare una soluzione, senza rassegnarsi.
Il lettore nello svolgersi dalla narrazione, si ritrova a vivere emozioni forti di fronte a concetti più facilmente intuibili che capibili e può rivivere la propria esperienza di analisi o di semplice contatto con la malattia mentale sotto una nuova luce. È probabilmente inevitabile, già dopo la lettura delle prime pagine, provare un’intensa nostalgia e un forte desiderio di ritorno verso quell’ambiente intrauterino descritto da Fagioli con maestria fenomenologica, in cui non ci sono contraddizioni e modificazioni e tutto è in un perfetto equilibrio omeostatico. Ma, come scrive l’autore: " Perché l’uomo possa conoscere deve riuscire a vincere la fantasia di sparizione contro la realtà esterna. È necessario che, capovolto, si rimetta dritto sui piedi; che acquisisca veramente la stazione eretta."
Pol.it
http://www.priory.com/ital/fagioli2.htm
Massimo Fagioli, Istinto di morte e conoscenza Nuove Edizioni Romane Pagg. 303 Euro 21.00
di LISA ATTOLINI
A trentun anni dalla sua prima edizione, il testo di Fagioli continua a porsi come innovativo nell’ambito degli studi sull’inconscio. Dalla lettura di ogni capitolo del volume si percepisce un forte slancio teso alla ricerca di un principio che possa spiegare i molteplici aspetti della vita psichica a partire dalla vita intrauterina seguendo poi tutte le tappe dello sviluppo psicofisiologico, fino alle manifestazioni della nevrosi e della follia.
Fagioli spiega i fenomeni dell’inconscio, parlandoci soprattutto del corpo, eliminando nel lettore ogni illusoria possibilità di separazione tra questo e la mente. È già dal contatto tra la cute del feto e il liquido amniotico che compare la vitalità intesa come possibilità di rapporto oggettuale, come percezione dell’oggetto esterno, legato alla sessualità del feto.
Attraverso una lettura critica e innovativa di Freud, di M. Klein, Segal, Bion Fagioli stravolge e capovolge il pensiero psicoanalitico classico e individua nella fantasia di sparizione il principio che regola la vita psichica. Per l’autore, la fantasia di sparizione compare come reazione di fronte alla dinamica conflittuale con l’oggetto esterno: si attua così, un tentativo di ritorno al buio e all’omeostasi dell’ambiente intrauterino e, con la scomparsa dell’oggetto, si ha l’illusione che possa essere più semplice raggiungere indipendenza e libertà. Con la sparizione dell’oggetto esterno, scompare però anche la persona che rappresenta una nostra identificazione fondamentale e strutturante; ciò determina allora l’annullamento del Sé nel buio dell’utero materno. In tal caso la fantasia di sparizione si è intrecciata con l’istinto di morte verso una situazione di non nascita, di non essere, di onnipotenza e assenza di rapporto oggettuale. È una reazione di aggressività di fronte alla situazione di essere nato. Affinché la fantasia non sia distruttiva e negativa, è necessario che l’istinto di morte non sia disgiunto dalla sessualità e che non sia diretto contro l’oggetto. Se il neonato segue la strada della relazione oggettuale, potrà realizzare nuove immagini e costruirsie una vita psichica. Tale strada potrà essere percorsa attraverso la libido che, scrive Fagioli, "…può e potrà,successivamente, neutralizzare la fantasia di sparizione-istinto di morte…Il bambino, invece, di andare verso la cecità, vedrà, cioè assorbirà le qualità del seno-madre, assorbirà l’inconscio, l’immagine della madre." L’intervento della libido è ciò che permette anche il passaggio dall’oggetto fisico al simbolo verbale: attraverso la realizzazione di quella che Fagioli chiama il triangolo occhi-bocca, ossia un’integrazione libido-vedere, si arriva all’elaborazione psichica delle immagini dell’oggetto; il non più esistente nella realtà diviene esistente nel pensiero verbale.
Un altro tema approfondito dall’autore è quello dell’invidia, in quanto espressione sadico-visiva di impulsi distruttivi. L’autore distingue la dinamica dell’identificazione proiettiva, "che implica una introiezione cieca dell’oggetto, cioè un impegno di libido orale-cutanea-olfattiva nel rapporto oggettuale" rispetto alla dinamica che sottende l’invidia e che consiste nel mettere la morte dove c’era la vita; nel rapporto invidioso con l’oggetto, c’è l’aggressività posta fuori di sé, c’è il tentativo di guastare il buono che è nell’oggetto.
Ma il volume non è solo un viaggio attraverso momenti e sentimenti della vita, è anche il viaggio attraverso una lunga esperienza analitica vissuta e raccontata agli altri, senza il timore di distruggere il principi psicoanalitici dominanti e con grande vigore e convinzione. La teoria viene arricchita dall’interpretazione di alcuni sogni e dal racconto di alcuni casi clinici che rendono più semplice la comprensione del testo e ci restituiscono l’immagine di un analista calato nella realtà quotidiana, vicino al sentire e al soffrire dell’uomo.
Ma, di fronte a tale sofferenza Fagioli continua a cercare una soluzione, senza rassegnarsi.
Il lettore nello svolgersi dalla narrazione, si ritrova a vivere emozioni forti di fronte a concetti più facilmente intuibili che capibili e può rivivere la propria esperienza di analisi o di semplice contatto con la malattia mentale sotto una nuova luce. È probabilmente inevitabile, già dopo la lettura delle prime pagine, provare un’intensa nostalgia e un forte desiderio di ritorno verso quell’ambiente intrauterino descritto da Fagioli con maestria fenomenologica, in cui non ci sono contraddizioni e modificazioni e tutto è in un perfetto equilibrio omeostatico. Ma, come scrive l’autore: " Perché l’uomo possa conoscere deve riuscire a vincere la fantasia di sparizione contro la realtà esterna. È necessario che, capovolto, si rimetta dritto sui piedi; che acquisisca veramente la stazione eretta."
i nomi dei bambini
una segnalazione di Rosanna Gorini
Corriere della Sera 5.2.04
Italians
I nomi dei bambini e le follie degli adulti
di BEPPE SEVERGNINI
Un bambino battezzato come un programma per computer. Come forse avete letto sul Corriere di ieri, è accaduto nel Michigan: il signor Jon Blake Cusack ha chiamato il primogenito «Jon Blake Cusack 2.0». Interessante. Un tempo i prodotti si chiamavano come le persone: Ava (detersivo), Giulietta (auto), Enrico C. (nave), Tre Marie (panettone). Oggi le persone si chiamano come i prodotti. Il prossimo passo sarà la sponsorizzazione a vita. Qualcuno chiederà alla Fiat: se chiamo mio figlio Stilo, cosa mi date? Perché l’innocente 2.0 è stato marchiato così? Perché il padre ha il pallino dell’informatica, come molti americani. E i nomi dei bambini riflettono sempre le aspirazioni dei genitori (anche perché i piccoli, che sono i diretti interessati, non possono essere consultati). Quindi studiamo i neonati: impareremo qualcosa sui genitori.
Restiamo agli Stati Uniti. Se trecento piccole americane si chiamano Armani - non è uno scherzo: è vero - cosa possiamo pensare? Che i genitori sognassero un mondo elegante che probabilmente non avevano mai conosciuto. Se due bambini, uno in Michigan e l’altro in Texas, si chiamano ESPN come il canale televisivo sportivo, cosa dobbiamo concludere? Che ai genitori piaceva lo sport (oppure piaceva a uno, e l’altro non ha saputo opporsi).
Certo, alcuni nomi vengono scelti solo perché suonano bene, o per mancanza di fantasia. I genitori dei sei piccoli americani che si chiamano Courvoisier probabilmente hanno ragionato davanti a un cognac (e al momento della decisione la bottiglia era vuota). Le famiglie delle ventidue Infiniti e dei cinquantacinque Chevy forse si sono ispirati in garage, e quelle dei sette Denim hanno trovato il nome nell’armadio. Ma i papà e le mamme dei quarantanove Canon, cos’avevano per la testa? Pensavano che con un nome del genere i figli sarebbero venuti meglio nelle foto? Cleveland Evans, un professore di psicologia presso la Bellevue University in Nebraska, ha studiato i nomi degli americani per 25 anni, e sostiene che anche quest’ultima moda - il nome di largo consumo - ha una spiegazione antica: alcuni genitori vogliono che i figli si distinguano. Be’, se li chiamano L’Oreal o Timberland, accade di sicuro.
E in Italia? Se lo scopo fosse quello di farsi notare, basterebbe il calendario (in febbraio: Verdiana, Apollonia, Scolastica, Eulalia, Eleuterio, Policarpo, Eliberto, Claudiano, Bisanzio). Oppure la televisione (l’antico Suellen, il nuovo Fedro). O il calcio (Alex!). O il cinema. Mi hanno raccontato di un bambino che si chiama Matt (come Dillon): nome impeccabile per definire la salute mentale dei genitori.
Invece, da sempre, esistono altri moventi. L’operaio romagnolo di nome Sciopero che per i suoi tre figli ha scelto Scintilla, Ordigno e Avanti voleva scrivere una dichiarazione politica, e ha approfittato dell’anagrafe. Leggo, nel sito della provincia di Rimini (www.newsrimini.it), che un sammarinese, appassionato di scienza, ha battezzato il primogenito Atomo, mentre un idraulico di cognome Fontana per i due figli ha scelto Vascadella e Zampillodi. Se voleva inserire i figli in azienda, c’erano modi meno cruenti.
Ma non occorre arrivare all’eccentricità. Anche chi chiama il figlio come un nonno o uno zio - la maggioranza degli italiani, credo - manifesta un’aspirazione: continuare la tradizione di famiglia. Così si spiegano parecchi Manfredi, diverse Ginevra, alcuni Galeazzo. Ma non tutti. La scelta di certi nomi è diventata un tentativo di scalata sociale. Maldestro: perché non si capisce bene cosa ci sia da scalare; perché la via è troppo battuta; e perché non viene interpellato lo scalatore (la vita è già abbastanza complicata senza chiamarsi Alviero).
Attenzione, quindi, italici genitori. I nomi di battesimo sono come i biglietti da visita, le partecipazioni di matrimonio e i capelli degli uomini: evitare di fare gli spiritosi. Meglio andar sul classico e sull’essenziale (un nome basta e avanza: eviterete discussioni con uffici pubblici e notai). Ogni sovrabbondanza, stranezza e florilegio rivela qualcosa di voi. E spesso non è quello che volete raccontare.
www.corriere.it/severgnini
Corriere della Sera 5.2.04
Italians
I nomi dei bambini e le follie degli adulti
di BEPPE SEVERGNINI
Un bambino battezzato come un programma per computer. Come forse avete letto sul Corriere di ieri, è accaduto nel Michigan: il signor Jon Blake Cusack ha chiamato il primogenito «Jon Blake Cusack 2.0». Interessante. Un tempo i prodotti si chiamavano come le persone: Ava (detersivo), Giulietta (auto), Enrico C. (nave), Tre Marie (panettone). Oggi le persone si chiamano come i prodotti. Il prossimo passo sarà la sponsorizzazione a vita. Qualcuno chiederà alla Fiat: se chiamo mio figlio Stilo, cosa mi date? Perché l’innocente 2.0 è stato marchiato così? Perché il padre ha il pallino dell’informatica, come molti americani. E i nomi dei bambini riflettono sempre le aspirazioni dei genitori (anche perché i piccoli, che sono i diretti interessati, non possono essere consultati). Quindi studiamo i neonati: impareremo qualcosa sui genitori.
Restiamo agli Stati Uniti. Se trecento piccole americane si chiamano Armani - non è uno scherzo: è vero - cosa possiamo pensare? Che i genitori sognassero un mondo elegante che probabilmente non avevano mai conosciuto. Se due bambini, uno in Michigan e l’altro in Texas, si chiamano ESPN come il canale televisivo sportivo, cosa dobbiamo concludere? Che ai genitori piaceva lo sport (oppure piaceva a uno, e l’altro non ha saputo opporsi).
Certo, alcuni nomi vengono scelti solo perché suonano bene, o per mancanza di fantasia. I genitori dei sei piccoli americani che si chiamano Courvoisier probabilmente hanno ragionato davanti a un cognac (e al momento della decisione la bottiglia era vuota). Le famiglie delle ventidue Infiniti e dei cinquantacinque Chevy forse si sono ispirati in garage, e quelle dei sette Denim hanno trovato il nome nell’armadio. Ma i papà e le mamme dei quarantanove Canon, cos’avevano per la testa? Pensavano che con un nome del genere i figli sarebbero venuti meglio nelle foto? Cleveland Evans, un professore di psicologia presso la Bellevue University in Nebraska, ha studiato i nomi degli americani per 25 anni, e sostiene che anche quest’ultima moda - il nome di largo consumo - ha una spiegazione antica: alcuni genitori vogliono che i figli si distinguano. Be’, se li chiamano L’Oreal o Timberland, accade di sicuro.
E in Italia? Se lo scopo fosse quello di farsi notare, basterebbe il calendario (in febbraio: Verdiana, Apollonia, Scolastica, Eulalia, Eleuterio, Policarpo, Eliberto, Claudiano, Bisanzio). Oppure la televisione (l’antico Suellen, il nuovo Fedro). O il calcio (Alex!). O il cinema. Mi hanno raccontato di un bambino che si chiama Matt (come Dillon): nome impeccabile per definire la salute mentale dei genitori.
Invece, da sempre, esistono altri moventi. L’operaio romagnolo di nome Sciopero che per i suoi tre figli ha scelto Scintilla, Ordigno e Avanti voleva scrivere una dichiarazione politica, e ha approfittato dell’anagrafe. Leggo, nel sito della provincia di Rimini (www.newsrimini.it), che un sammarinese, appassionato di scienza, ha battezzato il primogenito Atomo, mentre un idraulico di cognome Fontana per i due figli ha scelto Vascadella e Zampillodi. Se voleva inserire i figli in azienda, c’erano modi meno cruenti.
Ma non occorre arrivare all’eccentricità. Anche chi chiama il figlio come un nonno o uno zio - la maggioranza degli italiani, credo - manifesta un’aspirazione: continuare la tradizione di famiglia. Così si spiegano parecchi Manfredi, diverse Ginevra, alcuni Galeazzo. Ma non tutti. La scelta di certi nomi è diventata un tentativo di scalata sociale. Maldestro: perché non si capisce bene cosa ci sia da scalare; perché la via è troppo battuta; e perché non viene interpellato lo scalatore (la vita è già abbastanza complicata senza chiamarsi Alviero).
Attenzione, quindi, italici genitori. I nomi di battesimo sono come i biglietti da visita, le partecipazioni di matrimonio e i capelli degli uomini: evitare di fare gli spiritosi. Meglio andar sul classico e sull’essenziale (un nome basta e avanza: eviterete discussioni con uffici pubblici e notai). Ogni sovrabbondanza, stranezza e florilegio rivela qualcosa di voi. E spesso non è quello che volete raccontare.
www.corriere.it/severgnini
le corti del barocco
una segnalazione di Filippo Trojano
per informazioni complete sulla mostra collegarsi al seguente indirizzo:
www.scuderiequirinale.it/Mostre
Il Messaggero 5.2.04
Grandi mostre
Velázquez, Bernini, Luca Giordano e la magnificenza seicentesca di Parigi, Madrid e Roma in esposizione alle Scuderie del Quirinale
L’inchino delle Corti
di FABIO ISMAN
CHE incredibile periodo, quella seconda metà del Seicento, tutta una Corte e tutta un Barocco. Nella Roma dei papi, si succedono Innocenzo X Pamphilij e Alessandro VII Chigi; gli Asburgo di Madrid e Vienna sono Filippo IV e Carlo II, e Leopoldo I; a Parigi e a Versailles è Luigi XIV, “re Sole”. Le Corti (si sa) hanno bisogno di aedi, cioè artisti; così, immensi maestri si rincorrevano: da Diego Rodriguez de Silva y Velázquez (1599-1660), definito «Apelle del nostro secolo», o (da Edouard Manet) «il pittore dei pittori», a Luca Giordano (1634-1705), detto “Luca fapresto” per le forse mille realizzate in 71 anni, pur con un’infinita bottega d’assistenti (di 28 se ne conosce il nome); a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), quello di piazza Navona (la fontana dei Fiumi), San Pietro (colonnato, baldacchino), e mille altri luoghi. Bernini, a 67 anni, compie il primo viaggio all’estero, invitato da Re Sole che vuole essere da lui immortalato; nel tragitto, «le città si spopolavano, per desiderio di veder co’ propri occhi quell’huomo che tanto grande havevano» ; alle porte di Parigi, l’attendono il primo ministro e un reale “tiro a sei”, e in città un intero palazzo e un sontuoso vitalizio; Richelieu gli paga un ritratto sfilandosi «un anello con 33 diamanti, di cui sette di ragguardevoli dimensioni». Bernini aveva rifornito un po’ tutte le Corti: per un ritratto, Francesco I d’Este gli fa recapitare l’assolutamente inaudita somma di tremila scudi; il ricchissimo cavaliere inglese Baker, attraversa mezz’Europa; quando l’erma di Carlo I d’Inghilterra parte per Londra, è trattata come un affare di Stato: scortata da guardie speciali che, ad ogni tappa, fanno rapporto.
Ecco: a queste Corti, e a questi (ed altri) autori, è dedicata una mostra delle Scuderie del Quirinale (Velázquez, Bernini, Luca Giordano: le Corti del Barocco), dal 13 febbraio al 2 maggio; una rassegna forte di 170 opere da 77 collezioni e musei del mondo, concepita in Spagna, ma espressamente integrata per la tappa romana, soprattutto per quanto riguarda Bernini. I capolavori non mancano: dai ritratti di Marianna d’Austria, Filippo IV, l’ Infanta Margherita in abito rosa (Velázquez) alle grandi tele di Giordano per l’Alcazar di Madrid (dopo che Filippo IV vi aveva collocato lo Spasimo di Sicilia di Raffaello, fatto acquistare a Palermo e uno dei dipinti più apprezzati in tutto il continente, Carlo II fa decorare la cappella all’artista napoletano). Ma, soprattutto, opere di Bernini mai viste, o quasi ignote, o perfino riscoperte da poco: gli studi e i modellini per la fontana dei Fiumi, ma anche i suoi passi d’addio. Quando, ormai ottantenne, si vota al Cristo della Passione: due terrecotte del Christo ligato ; una grande tela di quello patiens ; il crocifisso in bronzo d’un metro e mezzo per l’Escorial, quando è inaugurato; e, soprattutto, quella che forse è la sua ultima opera, il Busto del Salvatore , marmo d’un metro per un metro, trovato in un angusto androne del convento di San Sebastiano fuori le mura, ed ora, estrema attribuzione di Maurizio Fagiolo.
Tanti capolavori per raccontare tante Corti: tutte ispirate agli stessi principi (rappresentare il potere, i linguaggi dell’allegoria, le arti integrate, i ritratti, enuncia il curatore Fernando Checa), eppure tutte diverse tra loro. Bernini non s’integrerà con il gran goût francese; ma gli abiti del seguito du roi , erano assai più colorati degli spagnoli, nota un nobile di Filippo IV, e così via. Claudio Strinati, curatore della nuova parte italiana, elenca: «La magniloquenza degli apparati effimeri, la maestà delle architetture, l’eccellenza tecnica degli affreschi, il languore esasperato delle statue, la manifestazione di ricchezza degli arredi». E gli artisti viaggiano di Corte in Corte: fondamentali per Velázquez due soggiorni romani; Luca Giordano va a Madrid; padre Andrea Pozzo (quello del trompe-l’oeil nella cupola di Sant’Ignazio), a Vienna. Per il re, principe, o nobile, l’importante era comunque far sfoggio, apparire, comunicare il proprio potere nonché la ricchezza; «la Corte di Roma è la madre universale», scrive a Madrid il Duca di Terranova. Parigi è quella di Colbert, dei giardini di Le Nôtre, di Le Brun; ma il centro di tutti i dibattiti culturali, è sempre, e da sempre, l’Urbe.
Incredibile che l’ultimo incarico per l’immenso autore de Las meninas (in italiano sarebbero le damigelle d’onore, ma in realtà è la Famiglia di Filippo IV ; e già Luca Giordano la definiva «teologia della pittura»), sia d’approntare, sull’Isola dei Gabbiani, alla foce del fiume Bidasoa vicino a Fuentrerrabia, la Barraca , o tenda, per l’incontro tra i re di Spagna e Francia: due effimeri palazzi tappezzati da arazzi; «il Vescovo di Pamplona porti i migliori ornamenti e argenti che ha», ordina un ambasciatore, mentre, maggio 1660, Velázquez compie gli ultimi sopralluoghi. Erano tempi di ingressi trionfali, cortei, funerali in grande stile; e il palcoscenico principale della Corte era il suo stesso palazzo. L’arte romana crea la quintessenza del linguaggio barocco, il prototipo delle macchine per le feste. Tutto nel nome di Bernini. Tra oh di meraviglia, cade il velario della Fontana dei Fiumi: «Cavalier Bernini, con questa piacevolezza ci avete accresciuto dieci anni di vita», dice Papa Innocenzo. Ma non sempre i Pontefici sono infallibili: dopo soli quattro anni, il Papa muore. E il suo autore era tanto intoccabile da ritrarre, nel volto truce della vicina Fontana del Moro, un cardinale che non gli era simpatico.
per informazioni complete sulla mostra collegarsi al seguente indirizzo:
www.scuderiequirinale.it/Mostre
Il Messaggero 5.2.04
Grandi mostre
Velázquez, Bernini, Luca Giordano e la magnificenza seicentesca di Parigi, Madrid e Roma in esposizione alle Scuderie del Quirinale
L’inchino delle Corti
di FABIO ISMAN
CHE incredibile periodo, quella seconda metà del Seicento, tutta una Corte e tutta un Barocco. Nella Roma dei papi, si succedono Innocenzo X Pamphilij e Alessandro VII Chigi; gli Asburgo di Madrid e Vienna sono Filippo IV e Carlo II, e Leopoldo I; a Parigi e a Versailles è Luigi XIV, “re Sole”. Le Corti (si sa) hanno bisogno di aedi, cioè artisti; così, immensi maestri si rincorrevano: da Diego Rodriguez de Silva y Velázquez (1599-1660), definito «Apelle del nostro secolo», o (da Edouard Manet) «il pittore dei pittori», a Luca Giordano (1634-1705), detto “Luca fapresto” per le forse mille realizzate in 71 anni, pur con un’infinita bottega d’assistenti (di 28 se ne conosce il nome); a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), quello di piazza Navona (la fontana dei Fiumi), San Pietro (colonnato, baldacchino), e mille altri luoghi. Bernini, a 67 anni, compie il primo viaggio all’estero, invitato da Re Sole che vuole essere da lui immortalato; nel tragitto, «le città si spopolavano, per desiderio di veder co’ propri occhi quell’huomo che tanto grande havevano» ; alle porte di Parigi, l’attendono il primo ministro e un reale “tiro a sei”, e in città un intero palazzo e un sontuoso vitalizio; Richelieu gli paga un ritratto sfilandosi «un anello con 33 diamanti, di cui sette di ragguardevoli dimensioni». Bernini aveva rifornito un po’ tutte le Corti: per un ritratto, Francesco I d’Este gli fa recapitare l’assolutamente inaudita somma di tremila scudi; il ricchissimo cavaliere inglese Baker, attraversa mezz’Europa; quando l’erma di Carlo I d’Inghilterra parte per Londra, è trattata come un affare di Stato: scortata da guardie speciali che, ad ogni tappa, fanno rapporto.
Ecco: a queste Corti, e a questi (ed altri) autori, è dedicata una mostra delle Scuderie del Quirinale (Velázquez, Bernini, Luca Giordano: le Corti del Barocco), dal 13 febbraio al 2 maggio; una rassegna forte di 170 opere da 77 collezioni e musei del mondo, concepita in Spagna, ma espressamente integrata per la tappa romana, soprattutto per quanto riguarda Bernini. I capolavori non mancano: dai ritratti di Marianna d’Austria, Filippo IV, l’ Infanta Margherita in abito rosa (Velázquez) alle grandi tele di Giordano per l’Alcazar di Madrid (dopo che Filippo IV vi aveva collocato lo Spasimo di Sicilia di Raffaello, fatto acquistare a Palermo e uno dei dipinti più apprezzati in tutto il continente, Carlo II fa decorare la cappella all’artista napoletano). Ma, soprattutto, opere di Bernini mai viste, o quasi ignote, o perfino riscoperte da poco: gli studi e i modellini per la fontana dei Fiumi, ma anche i suoi passi d’addio. Quando, ormai ottantenne, si vota al Cristo della Passione: due terrecotte del Christo ligato ; una grande tela di quello patiens ; il crocifisso in bronzo d’un metro e mezzo per l’Escorial, quando è inaugurato; e, soprattutto, quella che forse è la sua ultima opera, il Busto del Salvatore , marmo d’un metro per un metro, trovato in un angusto androne del convento di San Sebastiano fuori le mura, ed ora, estrema attribuzione di Maurizio Fagiolo.
Tanti capolavori per raccontare tante Corti: tutte ispirate agli stessi principi (rappresentare il potere, i linguaggi dell’allegoria, le arti integrate, i ritratti, enuncia il curatore Fernando Checa), eppure tutte diverse tra loro. Bernini non s’integrerà con il gran goût francese; ma gli abiti del seguito du roi , erano assai più colorati degli spagnoli, nota un nobile di Filippo IV, e così via. Claudio Strinati, curatore della nuova parte italiana, elenca: «La magniloquenza degli apparati effimeri, la maestà delle architetture, l’eccellenza tecnica degli affreschi, il languore esasperato delle statue, la manifestazione di ricchezza degli arredi». E gli artisti viaggiano di Corte in Corte: fondamentali per Velázquez due soggiorni romani; Luca Giordano va a Madrid; padre Andrea Pozzo (quello del trompe-l’oeil nella cupola di Sant’Ignazio), a Vienna. Per il re, principe, o nobile, l’importante era comunque far sfoggio, apparire, comunicare il proprio potere nonché la ricchezza; «la Corte di Roma è la madre universale», scrive a Madrid il Duca di Terranova. Parigi è quella di Colbert, dei giardini di Le Nôtre, di Le Brun; ma il centro di tutti i dibattiti culturali, è sempre, e da sempre, l’Urbe.
Incredibile che l’ultimo incarico per l’immenso autore de Las meninas (in italiano sarebbero le damigelle d’onore, ma in realtà è la Famiglia di Filippo IV ; e già Luca Giordano la definiva «teologia della pittura»), sia d’approntare, sull’Isola dei Gabbiani, alla foce del fiume Bidasoa vicino a Fuentrerrabia, la Barraca , o tenda, per l’incontro tra i re di Spagna e Francia: due effimeri palazzi tappezzati da arazzi; «il Vescovo di Pamplona porti i migliori ornamenti e argenti che ha», ordina un ambasciatore, mentre, maggio 1660, Velázquez compie gli ultimi sopralluoghi. Erano tempi di ingressi trionfali, cortei, funerali in grande stile; e il palcoscenico principale della Corte era il suo stesso palazzo. L’arte romana crea la quintessenza del linguaggio barocco, il prototipo delle macchine per le feste. Tutto nel nome di Bernini. Tra oh di meraviglia, cade il velario della Fontana dei Fiumi: «Cavalier Bernini, con questa piacevolezza ci avete accresciuto dieci anni di vita», dice Papa Innocenzo. Ma non sempre i Pontefici sono infallibili: dopo soli quattro anni, il Papa muore. E il suo autore era tanto intoccabile da ritrarre, nel volto truce della vicina Fontana del Moro, un cardinale che non gli era simpatico.
violenza sulle donne
una segnalazione di Filippo Trojano
Il Messaggero 5.2.04
Rapporto Telefono Rosa su 12 anni di richieste d’aiuto: la violenza avviene soprattutto in casa. Crescono pressioni psicologiche e ricatti economici
Donne troppo “brave”, i mariti le picchiano
Lui spesso è geloso del lavoro di lei. In aumento i casi nelle famiglie di ceto medio
di ELISABETTA CANTONE
ROMA - Il mobbing? Nell’Italia del terzo Millennio, adesso sbarca pure tra le mura domestiche. E fare le spese, di questa sottile e terribile forma di violenza che fa venire il complesso dell’ultimo anche se in realtà non lo si è, a casa come sul posto di lavoro, sono soprattutto le donne. Solo che il capo ufficio ha il volto noto dell’uomo che hanno sposato e che dice di amarle. E’ questo il dato più sorprendente del rapporto di Telefono Rosa presentato ieri nella Capitale. «Nell’evoluzione della nostra società - ha spiegato la presidente dell’Associazione nata nell’88, Maria Gabriella Garnieri Moscatelli - la gelosia maschile nei confronti delle donne ha raggiunto picchi allarmanti». Una gelosia, che però tra i motivi scatenanti non ha l’amore: «L’uomo non accetta che quello che una volta era l’angelo del focolare si è traspormato in una persona autonoma, perciò la mortifica, tenta di annullarla e spesso la picchia».Violenza psicologica, dunque. Ma anche economica. Dal monitoraggio fatto da Telefono Rosa dal ’91 al 2003, emerge che le denunce, rispetto a queste due forme di abuso sono in netto aumento: dal 34,9 per cento del ’91 si è passati al 41,2 dell’anno scorso per quelle di tipo psicologico e dall’8 per cento del ’91 al 19,7 del 2003 per quelle economiche. «Questo - sottilinea la psicologa Paola Matteucci - perché oggi molte donne, forti di una autostima recuperata, attribuiscono lo stesso valore alle varie espressioni della violenza: dalla fisica alla psicologica, sino a quella economica. Quanto agli abusi sessuali, dal 23,2 per cento del ’91 si scende al 3,7 del 2003. Un dato che farebbe immediatamente pensare a una effettiva diminuzione del fenomeno. Che invece è sottostimato, in quanto la donna che ha subito questo genere di violenza non si rivolge direttamente al Telefono Rosa ma deposita la sua denuncia ai presidi medici e di polizia.
Il valore più alto registrato dalla ricerca è rappresentato dalla regolarità della violenza: 85,3 per cento nel 2003. Questo perché la maggior parte delle violenze avviene all’interno delle mura domestiche dove l’atto violento, esclusivo del maschio, diventa un modo per marcare la differenza di genere. La regolarità dell’abuso aumenta inoltre al crescere dell’intensità della relazione: quando l’intensità del rapporto è minore, la violenza diventa un episodio isolato. Quanto ai motivi che scatenano la violenza, calano quelli caratteriali («é fatto così») che passano dal 36,7 per cento all’1,2. Crescono invece i «senza motivo»: dal 9,3 per cento al 20, e i «motivi di gelosia», che vanno dal 13,4 al 44,8 per cento. Dati, che secondo la Matteucci evidenziano una importante inversione di tendenza: «Se in passato la donna giustificava il sopruso come lato del carattere o conseguenza dovuta all’abuso di alcool o droga, oggi capisce che la violenza dell’uomo è spesso sintomo di un suo disagio interiore e per questo lei stessa tende ad allontanarsi prima dal rapporto».
Ma qual è l’identikit del marito-capo ufficio? Ha una cultura medio-alta, un’età compresa tra i 35 e i 54 anni e un lavoro invidiabile: nel 22,5 per cento dei casi è impiegato, nel 14,2 un operaio, nell’11,3 un professionista, un commerciante nel 7,6 e un pensionato nel 7,5 per cento. A vederlo sembra uno tutto d’un pezzo, invece tra le pareti di casa sua si trasforma in un essere odioso. Anche la donna che subisce ha un titolo di studio superiore e tra le laureate si registra un incremento del sei per cento. «L’uomo violento - ha sottolineato la psicologa ha contribuito alla ricerca - è colui che, insicuro, debole e totalmente fragile nella sua identità maschile, cerca di eludere con la violenza quel processo di discussione di sè che, oggi, la donna gli impone».
L’uomo violento? Colto e benestante
di ALDO CAROTENUTO
E’ NELLE costellazioni familiari che si annida, da sempre, non soltanto il germe della violenza, ma anche il suo pieno compimento.
A partire dalle seduzioni infantili, reali o presunte, indagate dalla psicoanalisi freudiana, la realtà familiare contiene zone profondamente oscure nelle quali non sono soltanto i sentimenti positivi ad avere terreno fertile.
Siamo abituati a pensare al nido offerto dalla “casa” come all'alveo protettivo per eccellenza, al luogo nel quale rintanarsi in momenti di sconforto o pericolosità sociale. Ed in parte è vero, ma non lo è del tutto.
La famiglia è il luogo degli affetti, ma anche di tutti i sentimenti possibili, compresi rabbia, delusione, bisogni e frustrazioni. Essa è il posto dove l'individuo esprime direttamente le proprie passioni. Spesso lo fa nella convinzione che la protezione offerta dal legame di parentela sia garante di una presunta normalità. Anzi, è proprio in forza di tale convinzione normativa che si vive il familiare come un contenitore che tutto consente.
Ogni individuo è portatore di un proprio universo interiore, non sempre limpido, molto più spesso conflittuale. E se nella vita sociale, nel consesso collettivo gran parte delle proprie debolezze vengono taciute o messe da parte per convenzione, tra le mura domestiche le barriere dell'apparire vengono meno. O, più precisamente, non hanno la medesima forza inibente. Laddove, cioè, parametri valutativi esterni non vengono messi in causa è possibile “lasciarsi andare”. Ciò significa permettere ad ogni dimensione della propria personalità di emergere. Anche a quegli aspetti-ombra che veicolano insoddisfazioni, conflittualità latenti, pregresse, nascoste. Comprese quelle, paradossalmente, generate nel mondo sociale.
La consapevolezza di una sorta di connivenza intrinseca dell'alveo domestico fornisce, poi, anche l'illusione della liceità dell'azione. E' normale ciò che si sta verificando nella mia famiglia? Succede anche nelle altre? questi gli interrogativi che consentono a chi agisce la violenza di abbandonare senso di colpa e responsabilità d'azione.
Ribadiamo: già con Freud la violenza domestica trova la sua visibilità causale. Ciò che pare sorprenderci oggi, ma che a ben vedere niente di nuovo possiede, è che crolla lo stereotipo della violenza connessa al disagio socio-economico della famiglia.
Basta, tuttavia, guardare alla natura del disagio della nostra epoca per comprendere la pertinenza della rilevazione: una inquietudine tutta interiore, un miscuglio di affetti, l'incapacità di gestire il proprio rapporto con il mondo, le richieste sempre più pressanti dei modelli sociali. Tutto questo poco ha a che vedere con il disagio economico, ma tutto si riferisce alle motivazioni che scatenano rabbia e aggressività.
Bisogna tener conto del fatto che proprio quegli ambienti sociali che ostentano successo in effetti sono semplici immagini di adeguamento. Quel che resta sullo sfondo, ciò che si agita all'interno degli animi, le passioni e i turbamenti, non ha nulla a che vedere con le sovrastrutture del sociale. Anzi, da esse possono essere soltanto esarcerbati, in una totale dissociazione tra ciò che l'apparenza mostra come sicurezza da sbandierare e la reale fragilità di sistemi soltanto esteriormente costruiti. E non può non sorgere il dubbio, per dirla con leggerezza, che siano proprio il potere e il successo nel mondo sociale a fornire un senso di onnipotenza che illude l'uomo di poter agire indiscriminatamente qualsiasi desiderio, istinto, capriccio gli affiorino alla mente.
Il Messaggero 5.2.04
Rapporto Telefono Rosa su 12 anni di richieste d’aiuto: la violenza avviene soprattutto in casa. Crescono pressioni psicologiche e ricatti economici
Donne troppo “brave”, i mariti le picchiano
Lui spesso è geloso del lavoro di lei. In aumento i casi nelle famiglie di ceto medio
di ELISABETTA CANTONE
ROMA - Il mobbing? Nell’Italia del terzo Millennio, adesso sbarca pure tra le mura domestiche. E fare le spese, di questa sottile e terribile forma di violenza che fa venire il complesso dell’ultimo anche se in realtà non lo si è, a casa come sul posto di lavoro, sono soprattutto le donne. Solo che il capo ufficio ha il volto noto dell’uomo che hanno sposato e che dice di amarle. E’ questo il dato più sorprendente del rapporto di Telefono Rosa presentato ieri nella Capitale. «Nell’evoluzione della nostra società - ha spiegato la presidente dell’Associazione nata nell’88, Maria Gabriella Garnieri Moscatelli - la gelosia maschile nei confronti delle donne ha raggiunto picchi allarmanti». Una gelosia, che però tra i motivi scatenanti non ha l’amore: «L’uomo non accetta che quello che una volta era l’angelo del focolare si è traspormato in una persona autonoma, perciò la mortifica, tenta di annullarla e spesso la picchia».Violenza psicologica, dunque. Ma anche economica. Dal monitoraggio fatto da Telefono Rosa dal ’91 al 2003, emerge che le denunce, rispetto a queste due forme di abuso sono in netto aumento: dal 34,9 per cento del ’91 si è passati al 41,2 dell’anno scorso per quelle di tipo psicologico e dall’8 per cento del ’91 al 19,7 del 2003 per quelle economiche. «Questo - sottilinea la psicologa Paola Matteucci - perché oggi molte donne, forti di una autostima recuperata, attribuiscono lo stesso valore alle varie espressioni della violenza: dalla fisica alla psicologica, sino a quella economica. Quanto agli abusi sessuali, dal 23,2 per cento del ’91 si scende al 3,7 del 2003. Un dato che farebbe immediatamente pensare a una effettiva diminuzione del fenomeno. Che invece è sottostimato, in quanto la donna che ha subito questo genere di violenza non si rivolge direttamente al Telefono Rosa ma deposita la sua denuncia ai presidi medici e di polizia.
Il valore più alto registrato dalla ricerca è rappresentato dalla regolarità della violenza: 85,3 per cento nel 2003. Questo perché la maggior parte delle violenze avviene all’interno delle mura domestiche dove l’atto violento, esclusivo del maschio, diventa un modo per marcare la differenza di genere. La regolarità dell’abuso aumenta inoltre al crescere dell’intensità della relazione: quando l’intensità del rapporto è minore, la violenza diventa un episodio isolato. Quanto ai motivi che scatenano la violenza, calano quelli caratteriali («é fatto così») che passano dal 36,7 per cento all’1,2. Crescono invece i «senza motivo»: dal 9,3 per cento al 20, e i «motivi di gelosia», che vanno dal 13,4 al 44,8 per cento. Dati, che secondo la Matteucci evidenziano una importante inversione di tendenza: «Se in passato la donna giustificava il sopruso come lato del carattere o conseguenza dovuta all’abuso di alcool o droga, oggi capisce che la violenza dell’uomo è spesso sintomo di un suo disagio interiore e per questo lei stessa tende ad allontanarsi prima dal rapporto».
Ma qual è l’identikit del marito-capo ufficio? Ha una cultura medio-alta, un’età compresa tra i 35 e i 54 anni e un lavoro invidiabile: nel 22,5 per cento dei casi è impiegato, nel 14,2 un operaio, nell’11,3 un professionista, un commerciante nel 7,6 e un pensionato nel 7,5 per cento. A vederlo sembra uno tutto d’un pezzo, invece tra le pareti di casa sua si trasforma in un essere odioso. Anche la donna che subisce ha un titolo di studio superiore e tra le laureate si registra un incremento del sei per cento. «L’uomo violento - ha sottolineato la psicologa ha contribuito alla ricerca - è colui che, insicuro, debole e totalmente fragile nella sua identità maschile, cerca di eludere con la violenza quel processo di discussione di sè che, oggi, la donna gli impone».
L’uomo violento? Colto e benestante
di ALDO CAROTENUTO
E’ NELLE costellazioni familiari che si annida, da sempre, non soltanto il germe della violenza, ma anche il suo pieno compimento.
A partire dalle seduzioni infantili, reali o presunte, indagate dalla psicoanalisi freudiana, la realtà familiare contiene zone profondamente oscure nelle quali non sono soltanto i sentimenti positivi ad avere terreno fertile.
Siamo abituati a pensare al nido offerto dalla “casa” come all'alveo protettivo per eccellenza, al luogo nel quale rintanarsi in momenti di sconforto o pericolosità sociale. Ed in parte è vero, ma non lo è del tutto.
La famiglia è il luogo degli affetti, ma anche di tutti i sentimenti possibili, compresi rabbia, delusione, bisogni e frustrazioni. Essa è il posto dove l'individuo esprime direttamente le proprie passioni. Spesso lo fa nella convinzione che la protezione offerta dal legame di parentela sia garante di una presunta normalità. Anzi, è proprio in forza di tale convinzione normativa che si vive il familiare come un contenitore che tutto consente.
Ogni individuo è portatore di un proprio universo interiore, non sempre limpido, molto più spesso conflittuale. E se nella vita sociale, nel consesso collettivo gran parte delle proprie debolezze vengono taciute o messe da parte per convenzione, tra le mura domestiche le barriere dell'apparire vengono meno. O, più precisamente, non hanno la medesima forza inibente. Laddove, cioè, parametri valutativi esterni non vengono messi in causa è possibile “lasciarsi andare”. Ciò significa permettere ad ogni dimensione della propria personalità di emergere. Anche a quegli aspetti-ombra che veicolano insoddisfazioni, conflittualità latenti, pregresse, nascoste. Comprese quelle, paradossalmente, generate nel mondo sociale.
La consapevolezza di una sorta di connivenza intrinseca dell'alveo domestico fornisce, poi, anche l'illusione della liceità dell'azione. E' normale ciò che si sta verificando nella mia famiglia? Succede anche nelle altre? questi gli interrogativi che consentono a chi agisce la violenza di abbandonare senso di colpa e responsabilità d'azione.
Ribadiamo: già con Freud la violenza domestica trova la sua visibilità causale. Ciò che pare sorprenderci oggi, ma che a ben vedere niente di nuovo possiede, è che crolla lo stereotipo della violenza connessa al disagio socio-economico della famiglia.
Basta, tuttavia, guardare alla natura del disagio della nostra epoca per comprendere la pertinenza della rilevazione: una inquietudine tutta interiore, un miscuglio di affetti, l'incapacità di gestire il proprio rapporto con il mondo, le richieste sempre più pressanti dei modelli sociali. Tutto questo poco ha a che vedere con il disagio economico, ma tutto si riferisce alle motivazioni che scatenano rabbia e aggressività.
Bisogna tener conto del fatto che proprio quegli ambienti sociali che ostentano successo in effetti sono semplici immagini di adeguamento. Quel che resta sullo sfondo, ciò che si agita all'interno degli animi, le passioni e i turbamenti, non ha nulla a che vedere con le sovrastrutture del sociale. Anzi, da esse possono essere soltanto esarcerbati, in una totale dissociazione tra ciò che l'apparenza mostra come sicurezza da sbandierare e la reale fragilità di sistemi soltanto esteriormente costruiti. E non può non sorgere il dubbio, per dirla con leggerezza, che siano proprio il potere e il successo nel mondo sociale a fornire un senso di onnipotenza che illude l'uomo di poter agire indiscriminatamente qualsiasi desiderio, istinto, capriccio gli affiorino alla mente.
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