Repubblica 25.6.04
Sbarcano in Europa i missionari del Silver Ring: predicano l'astinenza ai teen-ager
Dall'America l'anello della castità
La compagnia del "Silver Ring" ha convinto all´astinenza ben 22 mila giovani americani. Oggi sbarcano a Londra, ma l'accoglienza sembra fredda
I missionari dell'anello di castità
Dopo i proseliti in Usa, ora sfidano gli esuberanti teen-ager inglesi
L'iniziativa è di un sacerdote protestante L´obiettivo, evitare gravidanze minorili
di ENRICO FRANCESCHINI
UNA fede d'argento al dito di un adolescente, negli Stati Uniti, equivale a una cintura di castità: è una dichiarazione di astinenza dai rapporti sessuali. La moda del "Silver Ring" è nata qualche anno fa in America per combattere il fenomeno della gravidanza minorile: convincere i giovani che il modo più sicuro per non cadere in tentazione è un orgoglioso atto di rinuncia, la promessa di arrivare vergini al matrimonio. Lanciata da un sacerdote protestante, l'iniziativa ha avuto un certo successo nel profondo sud degli Usa, la regione più animata dal fervore dell'integralismo cristiano.
Ora però il movimento sbarca in Europa: a partire da oggi, una ventina di zelanti "missionari della fede argentata" cominciano una tournèe a Londra per convincere gli adolescenti d´Inghilterra a imitarli. Sono in programma conferenze, dibattiti, volantinaggi. Ma le aspettative sono piuttosto basse: i media britannici hanno ignorato o ridicolizzato l´idea, psicologi e assistenti sociali la criticano, i sondaggi indicano che le ragazze e i ragazzi d´oggi, nel Regno Unito, non si lasceranno persuadere dalla crociata per l´astinenza sessuale.
Gli Usa sono il paese sviluppato con il più alto tasso di gravidanza tra le donne al di sotto dei vent´anni: il 22 per cento. In Europa, la media è molto più bassa, intorno al 4-5 per cento, con la vistosa eccezione della Gran Bretagna, dove è del 13 per cento. Era dunque logico che il movimento per la castità, dopo avere conquistato l´America, provasse a fare altrettanto con il Regno Unito. Lo scetticismo con cui viene accolto ha sorpreso il fondatore del "Silver Ring", il reverendo statunitense Denny Pattyn: «Non capisco come sia possibile che un paese con un problema così serio non sia interessato a un metodo nuovo e promettente per risolverlo». A Londra, tuttavia, giornali ed esperti citano varie ragioni per spiegare il disinteresse. La prima è che la Gran Bretagna, a differenza degli Stati Uniti, è diventata negli ultimi decenni una nazione largamente secolarista, dove la religiosità è caratteristica di un´esigua minoranza: senza una forte convinzione religiosa è difficile farsi prendere dal fascino della castità. Un´altra è che la rivoluzione sessuale degli anni '60 ha definitivamente spazzato via ogni residuo del puritanesimo che caratterizzava l´era Vittoriana. Una terza ragione è che altri metodi per combattere la gravidanza minorile e il pericolo di malattie contratte sessualmente stanno avendo miglior esito: come l´educazione sessuale nelle scuole, la contraccezione, i consultori pubblici. «Far cambiare atteggiamento ai giovani è possibile, come dimostrano i progressi che abbiamo ottenuto nella lotta al fumo e all´ubriachezza al volante», osserva John Tripp, sociologo della Exeter University, «ma occorrono motivazioni valide».
Del resto anche negli Usa il successo del "Silver Ring" è relativo: ventimila giovani con l´anello dell´astinenza al dito sono poca cosa rispetto a una promiscuità sessuale dilagante. Recentemente il New York Times ha segnalato addirittura che nelle scuole medie superiori americane sta cadendo in disuso l´abitudine a corteggiarsi per avere il "boyfriend" o la "girlfriend", considerati poco "cool", cioè sorpassati, mentre è più di moda avere rapporti sessuali casuali senza alcun legame affettivo.
Repubblica 25.6.04
GLI ESPERTI
La verginità è un valore "di nicchia", ma i ragazzi preferiscono comunque aspettare
"Italiani, prima volta senza fretta"
Qui i missionari non avrebbero successo, ma sarebbe utile più informazione: nel 2002 le baby mamme sono state diecimila
di VERA SCHIAVAZZI
ROMA - Invitare i giovani italiani alla castità? Non serve, grazie. In molti casi ci pensano da soli, rinviando il momento del primo rapporto sessuale (oggi, in media, collocato in Italia tra i 17 e i 18 anni per i maschi e tra i 18 e i 19 per le ragazze) e, comunque, affrontando il sesso in modo assai più rilassato delle generazioni che li hanno preceduti. Castità e verginità sono invece per i ventenni italiani un valore «di nicchia», collegato a particolari comunità o appartenenze, magari anche al desiderio di andare controcorrente. Un impulso rispettabile, ma non più così attuale visto che, sul fronte opposto, si è allentata in tutta Europa quella pressione sociale che fino a cinque, dieci anni fa faceva sentire profondamente a disagio soprattutto le giovani donne che a 18 o vent´anni non avevano ancora provato un rapporto sessuale completo.
Lo spiega Franco Garelli, il sociologo torinese che da sempre si occupa di adolescenti e di giovani, e lo confermano numerose ricerche, a cominciare da quella, condotta da lui stesso, «I giovani, il sesso e l´amore». «Dal nostro campione di interviste, realizzate soprattutto a Napoli, Bologna e Torino, è emerso che soltanto il 5 per cento non ha ancora avuto rapporti tra i 20 e i 24 anni - spiega il docente - circa la metà del gruppo ha perso la verginità tra i 17 e i 19 anni, con una differenza di un anno tra maschi e femmine: le ragazze in genere aspettano un po´ di più». Ma che cosa hanno detto gli intervistati giudicando dopo mesi o anni quel primo approccio col sesso? «Soprattutto le ragazze, pur non dichiarandosi "pentite" e non attribuendo un particolare valore alla verginità perduta hanno espresso sovente un po´ di rammarico perché l´esperienza non era stata poi così bella». Ed è proprio questo effetto-ripensamento che spinge molti giovani non tanto a restare vergini a lungo, quanto a lasciar passare un periodo non breve prima di ricominciare.
Più dei missionari di "Silver Ring Thing", comunque, ai ragazzi e soprattutto alle ragazze italiane gioverebbe maggiore informazione: nel 2002, i bambini nati da minorenni sono stati poco meno di diecimila, mentre le interruzioni di gravidanza prima dei 18 anni autorizzate dai Tribunali sono state 4 mila, cioè più del 7 per cento del totale secondo i dati diffusi da «Sos Donna». Commenta Tilde Gianni Gallino, docente di Psicologia dell´età evolutiva: «Non stupisce che un movimento in favore della castità si sviluppi in America, dove è molto forte l´influenza della collettività sui singoli e dove, d´altro canto, le quattordicenni diventano spesso drop out in seguito ad una gravidanza precoce e rappresentano un serio problema sociale. Ma in Italia è molto diverso: da un lato i rapporti non sono così precoci, dall´altro i ragazzi ci arrivano dopo esperienze sessuali mediate, in qualche modo "contrattate" dalle ragazze che oggi hanno più consapevolezza e più potere di un tempo».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 25 giugno 2004
TRASTEVERE
E a piazza San Cosimato comincia il restyling
Tra due mesi, il via ai lavori per riqualificare lo slargo
Piazza San Cosimato, tra due mesi iniziano i lavori di riqualificazione. Il Comune ha infatti appena pubblicato l´avviso di gara d´appalto, che verrà aggiudicata il prossimo 21 luglio. Poi un mese per le verifiche dei requisiti, infine il cantiere, che rimarrà aperto per un anno. Durante gli interventi, i banchi verranno trasferiti in un´area vicina, probabilmente via dei Veneziani, che dunque sarà chiusa alle auto in orario di mercato dalle 8 alle 14.
«Si tratta di un intervento importante - ricorda l´assessore alle Attività produttive Daniela Valentini, che ha lavorato al progetto insieme all´assessore al Territorio Roberto Morassut - La riqualificazione mette insieme il rispetto per una zona storica di pregio e le esigenze della vita quotidiana».
A vincere il concorso per la progettazione definitiva ed esecutiva della piazza sono stati gli architetti Lorenzo Pignatti Morano e Federica Ottone, che l´hanno spuntata su 76 gruppi di partecipanti. Ora, gli interventi restituiranno a Trastevere una piazza rinnovata, in gran parte pedonale, libera e fruibile di pomeriggio grazie ai banchi mobili, 20 su 28 complessivi, tutti ripensati con un diverso design, in legno lamellare, montati su una pedana sempre di legno.
Il mercato resterà nella parte nord della piazza, mentre al centro, intorno al grande platano, verranno allestiti verde, panchine e zone d´ombra, per permettere la chiacchiera e il riposo. Un nuovo spazio giochi completerà l´opera, insieme ad una migliore illuminazione e al ripristino dell´accesso al cortile della chiesa di san Cosimato, dove si trovano il centro anziani e un giardino.
Il progetto di sistemazione della piazza è stato fortemente voluto dal presidente del primo municipio Giuseppe Lobefaro e dai residenti, che hanno espresso suggerimenti e segnalazioni attraverso le associazioni del rione.
(ce.ge)
un caso:
l’ultimo «matto» di Collegno
LA STAMPA 25 Giugno 2004
GENOVESE, LAUREATO IN FILOSOFIA, QUANDO LA LEGGE CANCELLÒ GLI OSPEDALI PSICHIATRICI RIFIUTÒ UNA CASA ALLOGGIO
Addio all’ultimo «matto» di Collegno
Morto a 69 anni: non ha mai voluto lasciare il manicomio
di Marco Neirotti
Io me ne andrò di qui soltanto quando mi avrete restituito i vent’anni di vita che mi avete preso». Insieme con la sofferenza c’è una cascata di dignità nella disfida di C.R. Viveva da vent’anni nel manicomio di Collegno quando - 1994 - si arrivò alle ultime dimissioni dei malati psichiatrici, verso casa, verso parenti, verso comunità e case famiglia. Lui li guardava partire, come si sconta un addio e si augura una speranza. E, intanto, si aggrappava al suo nido: «Non ho chiesto io di venirci, mi ci avete portato e adesso voglio rimanerci. Cambiare idea e metterci fuori è troppo comodo».
Se n’è andato tre giorni fa. Sdraiato in una bara, distrutto dalle 80 sigarette al giorno che gli hanno fatto compagnia di giorno e di notte. L’ultimo superstite di una stagione finita da tempo, da quando la legge 180 promossa da Franco Basaglia trovò applicazione definitiva: signori, si chiude. C.R. - forte e debole - quel «si chiude» non lo voleva sentire. Gli fecero vedere un minialloggio curato e pulito in Grugliasco. Rispose no. La soluzione trovata da uno psicologo che gli voleva bene fu un angolo dell’appartamento che un tempo occupava il prete dell’ospedale. Si rintanò lì con i suoi libri: da San Tommaso a Kant, da Shopenhauer agli utopisti (Campanella, Moro, Bacone), da Freud a Jung. E poi poesia, narrativa, storia.
Questo paladino - suo malgrado - della vecchia istituzione manicomiale nasce nel 1935 a Genova, ultimo di cinque figli. A sei anni assiste ai lamenti dell’agonia della madre. Affronta crisi di panico e poi, perso in sue nebbie, forse per esorcizzare quel dolore, decide che sua madre a tutti gli effetti è la sorella quindicenne. Frequenta il liceo classico, si laurea in filosofia, è un ottimo insegnante. Ha una cattedra in un liceo. Ma all’inizio degli anni ‘70 accade qualcosa.
Si parla di bombe atomiche, fine del mondo. Lui si rifugia in una casa di campagna, si nasconde tra il materasso e la rete per evitare le radiazioni. Rimane lì immobile per giorni, senza mangiare e bere, in attesa dell’Evento. Finché non lo trovano. E’ il primo ricovero coatto. In ospedale incontra il dottor Annibale Crosignani. Insieme discutono del concetto di tempo, che lui filtra attraverso Bergson, Claudel. E’ una bella sfida fra persone di cultura. Tanto da far sì che possa tornare a casa. Si circonda di libri. Un altro delirio lo assale: l’avvelenemanto. E’ il tormento che lo assilla giorno dopo giorno. «Arrivammo a nutrirlo per flebo, perché era ossessionato dal veleno».
A Collegno ci sono in quel periodo duemila malati e lui va e viene per i reparti, incontra i parenti dei ricoverati, dà consigli, scrive lettere a casa per conto terzi, «addirittura faceva i compiti per i figli degli infermieri», ricorda Crosignani. Quest’uomo gentile, in alternanza fra delirio e realtà, sfida l’istituzione: «Voglio vedere la mia cartella clinica, è mio diritto». Trent’anni prima del consenso informato. Perché? «Perché voi medici scrivete solo antitifo, quattro vaccini e via. La voglio completa per quando la troveranno, così come forse si troverà quella di Nietzsche». Controlla ed è rasserenato. Ha voglia di fare. Gli affidano la biblioteca dell’ospedale: «Fu straordinario - dice Crosignani - ci ritrovammo con tutto catalogato, ordinato. Ci telefonava a casa: lei, dottore, ha preso un dizionario di psicologia che appartiene all’istituzione». C.R. è uguale e opposto al Frank Drummer dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che all’ingorgo di sentimenti che non riesce a esprimere reagisce studiando a memoria l’Enciclopedia Britannica. Per lui, invece, il libro viene prima, viene prima della schizofrenia paranoide.
«Di qui me ne vado quando mi restituite quegli anni». L’altro matto, più «matto» di lui, cioé il professor Crosignani, ha una bella pensata: deve tenere un corso agli infermieri sugli effetti collaterali degli psicofarmaci e presenta il professor C.R., gli lascia la parola. Ascoltano, prendono appunti, lui è preciso, dettagliato, quasi commosso. Nessuno specialista in neuropsicofarmacologia può dissertare con tanta dovizia di particolari. Tanto che quando il malato chiede un certificato per la pensione, lo psichiatra replica: «Scrivilo tu. Se è corretto lo firmo». Firma arrivata. «Mi obbligava a ragionare», dice oggi Crosignani.
Ci crederanno in pochi che era un paziente a parlare agli studenti. Ma quel paziente teme la solitudine, guarda l’enorme Certosa svuotarsi. Quando la legge 180 apre i cancelli, Crosignani va sul territorio, fino al primariato alle Molinette. Lui, il filosofo dolce e disponibile che ha paura di essere avvelenato, si sente tradito: «Lei se n’è andato, mi ha lasciato solo». E’ il lavoro, gli spiega, è la legge. «Non ho chiesto io di venire qui. Per vent’anni mi avete cercato i segreti, mi avete scavato le perle nel cuore e poi addio».
E rimane lì, con la sua tenacia, con lo sguardo cupo verso il cibo. Finché un male del corpo e non della mente se lo porta via, il tenente Drogo che vola dal Deserto dei tartari di Buzzati alle «antiche scale» di Tobino, guardiano paziente, memoria di una rivoluzione psichiatrica.
Al camposanto erano pochi: lo psichiatra Crosignasni e un altro specialista, uno psicologo, la sorella, due infermiere, un altro malato, forse lo stesso che gli teneva in ordine la stanza. Uscendo, Crosignani ha detto: «A volte gli domandavo: secondo te che dovrei fare? Ci aiutava a sfuggire alla logica dello specialista, del tapis roulant delle cure. Per noi lui è stato un paziente, un amico, un maestro».
GENOVESE, LAUREATO IN FILOSOFIA, QUANDO LA LEGGE CANCELLÒ GLI OSPEDALI PSICHIATRICI RIFIUTÒ UNA CASA ALLOGGIO
Addio all’ultimo «matto» di Collegno
Morto a 69 anni: non ha mai voluto lasciare il manicomio
di Marco Neirotti
Io me ne andrò di qui soltanto quando mi avrete restituito i vent’anni di vita che mi avete preso». Insieme con la sofferenza c’è una cascata di dignità nella disfida di C.R. Viveva da vent’anni nel manicomio di Collegno quando - 1994 - si arrivò alle ultime dimissioni dei malati psichiatrici, verso casa, verso parenti, verso comunità e case famiglia. Lui li guardava partire, come si sconta un addio e si augura una speranza. E, intanto, si aggrappava al suo nido: «Non ho chiesto io di venirci, mi ci avete portato e adesso voglio rimanerci. Cambiare idea e metterci fuori è troppo comodo».
Se n’è andato tre giorni fa. Sdraiato in una bara, distrutto dalle 80 sigarette al giorno che gli hanno fatto compagnia di giorno e di notte. L’ultimo superstite di una stagione finita da tempo, da quando la legge 180 promossa da Franco Basaglia trovò applicazione definitiva: signori, si chiude. C.R. - forte e debole - quel «si chiude» non lo voleva sentire. Gli fecero vedere un minialloggio curato e pulito in Grugliasco. Rispose no. La soluzione trovata da uno psicologo che gli voleva bene fu un angolo dell’appartamento che un tempo occupava il prete dell’ospedale. Si rintanò lì con i suoi libri: da San Tommaso a Kant, da Shopenhauer agli utopisti (Campanella, Moro, Bacone), da Freud a Jung. E poi poesia, narrativa, storia.
Questo paladino - suo malgrado - della vecchia istituzione manicomiale nasce nel 1935 a Genova, ultimo di cinque figli. A sei anni assiste ai lamenti dell’agonia della madre. Affronta crisi di panico e poi, perso in sue nebbie, forse per esorcizzare quel dolore, decide che sua madre a tutti gli effetti è la sorella quindicenne. Frequenta il liceo classico, si laurea in filosofia, è un ottimo insegnante. Ha una cattedra in un liceo. Ma all’inizio degli anni ‘70 accade qualcosa.
Si parla di bombe atomiche, fine del mondo. Lui si rifugia in una casa di campagna, si nasconde tra il materasso e la rete per evitare le radiazioni. Rimane lì immobile per giorni, senza mangiare e bere, in attesa dell’Evento. Finché non lo trovano. E’ il primo ricovero coatto. In ospedale incontra il dottor Annibale Crosignani. Insieme discutono del concetto di tempo, che lui filtra attraverso Bergson, Claudel. E’ una bella sfida fra persone di cultura. Tanto da far sì che possa tornare a casa. Si circonda di libri. Un altro delirio lo assale: l’avvelenemanto. E’ il tormento che lo assilla giorno dopo giorno. «Arrivammo a nutrirlo per flebo, perché era ossessionato dal veleno».
A Collegno ci sono in quel periodo duemila malati e lui va e viene per i reparti, incontra i parenti dei ricoverati, dà consigli, scrive lettere a casa per conto terzi, «addirittura faceva i compiti per i figli degli infermieri», ricorda Crosignani. Quest’uomo gentile, in alternanza fra delirio e realtà, sfida l’istituzione: «Voglio vedere la mia cartella clinica, è mio diritto». Trent’anni prima del consenso informato. Perché? «Perché voi medici scrivete solo antitifo, quattro vaccini e via. La voglio completa per quando la troveranno, così come forse si troverà quella di Nietzsche». Controlla ed è rasserenato. Ha voglia di fare. Gli affidano la biblioteca dell’ospedale: «Fu straordinario - dice Crosignani - ci ritrovammo con tutto catalogato, ordinato. Ci telefonava a casa: lei, dottore, ha preso un dizionario di psicologia che appartiene all’istituzione». C.R. è uguale e opposto al Frank Drummer dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che all’ingorgo di sentimenti che non riesce a esprimere reagisce studiando a memoria l’Enciclopedia Britannica. Per lui, invece, il libro viene prima, viene prima della schizofrenia paranoide.
«Di qui me ne vado quando mi restituite quegli anni». L’altro matto, più «matto» di lui, cioé il professor Crosignani, ha una bella pensata: deve tenere un corso agli infermieri sugli effetti collaterali degli psicofarmaci e presenta il professor C.R., gli lascia la parola. Ascoltano, prendono appunti, lui è preciso, dettagliato, quasi commosso. Nessuno specialista in neuropsicofarmacologia può dissertare con tanta dovizia di particolari. Tanto che quando il malato chiede un certificato per la pensione, lo psichiatra replica: «Scrivilo tu. Se è corretto lo firmo». Firma arrivata. «Mi obbligava a ragionare», dice oggi Crosignani.
Ci crederanno in pochi che era un paziente a parlare agli studenti. Ma quel paziente teme la solitudine, guarda l’enorme Certosa svuotarsi. Quando la legge 180 apre i cancelli, Crosignani va sul territorio, fino al primariato alle Molinette. Lui, il filosofo dolce e disponibile che ha paura di essere avvelenato, si sente tradito: «Lei se n’è andato, mi ha lasciato solo». E’ il lavoro, gli spiega, è la legge. «Non ho chiesto io di venire qui. Per vent’anni mi avete cercato i segreti, mi avete scavato le perle nel cuore e poi addio».
E rimane lì, con la sua tenacia, con lo sguardo cupo verso il cibo. Finché un male del corpo e non della mente se lo porta via, il tenente Drogo che vola dal Deserto dei tartari di Buzzati alle «antiche scale» di Tobino, guardiano paziente, memoria di una rivoluzione psichiatrica.
Al camposanto erano pochi: lo psichiatra Crosignasni e un altro specialista, uno psicologo, la sorella, due infermiere, un altro malato, forse lo stesso che gli teneva in ordine la stanza. Uscendo, Crosignani ha detto: «A volte gli domandavo: secondo te che dovrei fare? Ci aiutava a sfuggire alla logica dello specialista, del tapis roulant delle cure. Per noi lui è stato un paziente, un amico, un maestro».
Vladimir Il'ic Ul'janov, detto Lenin (1870 - 1924)
Corriere della Sera 25.6.04
Per un medico israeliano il leader comunista avrebbe contratto la sifilide prima della rivoluzione
Il mal d’amore, ultima ipotesi su Lenin
di St. B.
Sifilide: sarebbe solo questa la diagnosi da scrivere sulla cartella clinica di Lenin. Diagnosi che continua a sembrare scomoda per il padre della rivoluzione bolscevica, ancora più scomoda se si pensa che (all’epoca) il governo sovietico si era impegnato in «un’intensa campagna» per rimuovere quella che nella Russia degli zar era stata a lungo considerata una vera e propria piaga. L’ipotesi formulata da un’équipe di medici israeliani (poi rimbalzata sull’European Journal of Medicine e sul New York Times) non è, comunque, nuova: ma quello realizzato da Vladimir Lerner, capo del dipartimento di psichiatria del Bèer Sheva Mental Health Center è con tutta probabilità «lo studio più completo e convincente» mai realizzato sull’argomento. A supporto della propria tesi, Lerner cita (tra l’altro) il fatto che Lenin (1870-1924) fosse stato curato con il salvarsan, farmaco che al tempo veniva utilizzato in pratica esclusivamente per combattere la sifilide. E a confermare la sua ipotesi arriva il commento di Deborah Hayden, storica della medicina (e della sifilide in particolare) che ricorda come «alcuni biografi di Lenin avessero riferito che i suoi medici curanti già sospettassero questa patologia, anche se nessuno aveva mai messo insieme tutte le informazioni sul caso».
Ma quando Lenin avrebbe contratto la sifilide? Secondo i medici israeliani, con tutta probabilità, il contagio sarebbe avvenuto nell’Europa degli anni precedenti alla Rivoluzione d’ottobre e tutto sarebbe nato da un rapporto sessuale. Lenin avrebbe combattuto a lungo con gli effetti di una malattia allora considerata incurabile e che con l’andar del tempo avrebbe manifestato sintomi sempre più «devastanti e dolorosi». Anche dal punto di vista politico visto che, secondo Lerner, sarebbe stata sempre colpa della sifilide (che presenta anche complicazione cerebrali) se Lenin sarebbe stato incapace di esprimere una posizione coerente e una guida forte proprio «nel periodo in cui Stalin complottava per prendere il controllo del Partito comunista».
Ma non tutti sono così sicuri come Lerner e la sua équipe. Innanzitutto sembra mancare proprio quella prova certa che potrebbe venire solamente nel caso in cui fosse concessa «la possibilità di accedere» al cervello di Lenin, attualmente tagliato a fettine e gelosamente conservato in un istituto scientifico di Mosca. Possibilità remotissima (se non da escludere in modo assoluto) visto che le autorità locali hanno già fatto sapere «di non avere alcuna intenzione di svolgere test ed esami del Dna sulla materia cerebrale di Lenin».
Eppure i medici israeliani restano sicurissimi: «Se si prende l’intero caso Lenin - arrivano a dire -, si cancella il suo nome dalla cartella clinica e la si mostra ad un neurologo, questo parlerà subito di sifilide». Caso mai, si potrà utilizzare uno dei tanti eufemismi (come «malattia del marinaio») che hanno da sempre mascherato un «male» tanto irrispettoso da colpire persino Lenin.
Per un medico israeliano il leader comunista avrebbe contratto la sifilide prima della rivoluzione
Il mal d’amore, ultima ipotesi su Lenin
di St. B.
Sifilide: sarebbe solo questa la diagnosi da scrivere sulla cartella clinica di Lenin. Diagnosi che continua a sembrare scomoda per il padre della rivoluzione bolscevica, ancora più scomoda se si pensa che (all’epoca) il governo sovietico si era impegnato in «un’intensa campagna» per rimuovere quella che nella Russia degli zar era stata a lungo considerata una vera e propria piaga. L’ipotesi formulata da un’équipe di medici israeliani (poi rimbalzata sull’European Journal of Medicine e sul New York Times) non è, comunque, nuova: ma quello realizzato da Vladimir Lerner, capo del dipartimento di psichiatria del Bèer Sheva Mental Health Center è con tutta probabilità «lo studio più completo e convincente» mai realizzato sull’argomento. A supporto della propria tesi, Lerner cita (tra l’altro) il fatto che Lenin (1870-1924) fosse stato curato con il salvarsan, farmaco che al tempo veniva utilizzato in pratica esclusivamente per combattere la sifilide. E a confermare la sua ipotesi arriva il commento di Deborah Hayden, storica della medicina (e della sifilide in particolare) che ricorda come «alcuni biografi di Lenin avessero riferito che i suoi medici curanti già sospettassero questa patologia, anche se nessuno aveva mai messo insieme tutte le informazioni sul caso».
Ma quando Lenin avrebbe contratto la sifilide? Secondo i medici israeliani, con tutta probabilità, il contagio sarebbe avvenuto nell’Europa degli anni precedenti alla Rivoluzione d’ottobre e tutto sarebbe nato da un rapporto sessuale. Lenin avrebbe combattuto a lungo con gli effetti di una malattia allora considerata incurabile e che con l’andar del tempo avrebbe manifestato sintomi sempre più «devastanti e dolorosi». Anche dal punto di vista politico visto che, secondo Lerner, sarebbe stata sempre colpa della sifilide (che presenta anche complicazione cerebrali) se Lenin sarebbe stato incapace di esprimere una posizione coerente e una guida forte proprio «nel periodo in cui Stalin complottava per prendere il controllo del Partito comunista».
Ma non tutti sono così sicuri come Lerner e la sua équipe. Innanzitutto sembra mancare proprio quella prova certa che potrebbe venire solamente nel caso in cui fosse concessa «la possibilità di accedere» al cervello di Lenin, attualmente tagliato a fettine e gelosamente conservato in un istituto scientifico di Mosca. Possibilità remotissima (se non da escludere in modo assoluto) visto che le autorità locali hanno già fatto sapere «di non avere alcuna intenzione di svolgere test ed esami del Dna sulla materia cerebrale di Lenin».
Eppure i medici israeliani restano sicurissimi: «Se si prende l’intero caso Lenin - arrivano a dire -, si cancella il suo nome dalla cartella clinica e la si mostra ad un neurologo, questo parlerà subito di sifilide». Caso mai, si potrà utilizzare uno dei tanti eufemismi (come «malattia del marinaio») che hanno da sempre mascherato un «male» tanto irrispettoso da colpire persino Lenin.
giovedì 24 giugno 2004
cultura tolemaica 2:
alcuni articoli dal Corsera
Corriere della Sera 24.6.04
GLI ITALIANI Ansioso 1 su 3
Un italiano su tre soffre di ansia o depressione e uno su due ne ha sofferto almeno una volta. Lo rivela un’indagine dello psichiatra Marcello Nardini dell’Università di Bari su un campione di oltre duemila persone
I MODI : Insonnia e fobie. L’ansia si presenta sotto forma di tensione, preoccupazioni, insonnia, difficoltà a concentrarsi, attacchi di panico, fobie
LE CURE: I farmaci. Sono efficaci varie forme di psicoterapia, in particolare la cognitivo comportamentale. I farmaci sono di aiuto, purché sotto stretto controllo
Corriere della Sera 24.6.04
Addio alla paura, il segreto nel cervelletto
Ricerca italiana scopre nei topi la proteina che fa ricordare i traumi. «Potrebbe servire contro l’ansia»
di Margherita De Bac
Un brutto incidente, una violenza sessuale, uno scippo. La reazione a esperienze sgradevoli è la paura. E la paura genera ansia. Quando ci ritroveremo in una situazione che richiama esperienze già vissute, o avremo il timore di riviverle, saremo colti da un senso di angoscia, con ricadute a livello psichico. Colpa della memoria. La «memoria della paura». Uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista internazionale Neuron fa intravedere una cura (tutta da verificare e comunque lontana) per cancellarla. Per impedire che ricordi traumatici vengano immagazzinati, processo che richiede due o tre giorni a partire dall’evento. Scienziati italiani hanno infatti scoperto nel cervelletto del topo la funzione di una proteina la cui assenza determina la rimozione dei ricordi recenti. In parole semplici, gli animaletti geneticamente privi di questa sostanza non imparano la paura. «Sia chiaro, è molto prematuro immaginare una pillolina antiansia - evita ogni tipo di semplificazione Piergiorgio Strata, neurologo di Torino che ha coordinato la ricerca condotta presso la Fondazione ricerca Santa Lucia, a Roma -. Però è molto importante aver individuato il meccanismo che permette di dimenticare». La pasticca, se davvero venisse sintetizzata, funzionerebbe un po’ come la pillola del giorno dopo, che annulla il rischio di gravidanza dopo un rapporto sessuale. Esempio: torno a casa la notte, dall’ombra spunta un uomo che mi aggredisce. Il giorno successivo prendo il farmaco e prevengo l’ansia che mi catturerebbe scorgendo in un’altra occasione un’ombra nella notte, seppur innocua.
Strata si è sempre occupato del cervelletto, una regione cerebrale che, come hanno confermato una serie di studi recenti, non solo sovrintende ai movimenti, ma allo stesso tempo coordina alcune funzioni superiori, psichiche. E’ coinvolto anche nelle emozioni. In questo piccolo organo è stata individuata una sinapsi, cioè il punto di contatto tra due neuroni, che produce una proteina essenziale per la memoria. Di fronte a un evento che innesca paura questa proteina si trasforma e la sua trasformazione resta evidente almeno per le successive 24 ore. I topi che geneticamente non la possiedono hanno la fortuna di rimuovere i traumi, di non immagazzinarli. «In teoria riproducendo lo stesso meccanismo nell’uomo si potrebbe fargli dimenticare le esperienze spiacevoli che sono alla base di ansia, nevrosi, sindromi post traumatiche. In questo caso si cancellerebbe un ricordo molto recente, non le paure innate che costituiscono la nostra difesa contro i pericoli dell’ambiente», spiega Strata. La ricerca, fa notare Carlo Caltagirone, direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia, è stata possibile anche dal fatto che «la Fondazione, attraverso l’Istituto europeo di ricerche sul cervello, l’Ebri, ha stabilito una rete di laboratori con progetti in comune per lo sviluppo di tematiche che difficilmente un unico gruppo potrebbe portare avanti».
Strata sta lavorando con un gruppo giapponese che ha messo a punto una molecola sintetica capace di inattivare la proteina che fa sedimentare la paura. Verrà provata su topi sani per verificare se davvero si riesce a prevenire l’ansia.
Corriere della Sera 24.6.04
IL VALORE DELL’ESPERIENZA
di Massimo Piattelli Palmarini
Puntualmente, le notizie dal mondo della biologia ci ricordano che, grazie alle raffinate tecniche di ingegneria genetica, le specie viventi costituiscono ormai una biblioteca di testi complessi, che i ricercatori più smaliziati riescono non solo a leggere, ma anche a riscrivere, fino nei minuti dettagli. Nell’ultima ricerca pubblicata su Neuron si parla di topi geneticamente manipolati, i quali risultano incapaci di ricordare eventi spaventosi recentemente subìti. Già si sapeva che la memoria duratura di un evento si basa su modificazioni chimiche ed elettriche stabili di alcune connessioni nervose, cioè di alcune sinapsi. Il meccanismo principale di tale modifica consiste nella sintesi e nella fissazione, sulle membrane delle cellule nervose, di particolari proteine. Bersaglio della ricerca del gruppo torinese è la proteina codificata da un gene chiamato GRID2. Modificando questo gene, e quindi il suo prodotto, l’animale impara sul momento la reazione di paura acquisita, ma poi la dimentica. Continuano a funzionare le associazioni paurose innate, come quelle a un colpo di pistola o alla presenza di un serpente, ma gli abbinamenti nuovi, per esempio con uno shock elettrico o un elevato livello di rumore, si disciolgono abbastanza rapidamente nel tempo in questi topi mutanti. Il centro cerebrale specificamente coinvolto è il cervelletto, tradizionalmente ritenuto il direttore d’orchestra per la coordinazione dei movimenti, soprattutto nella marcia e nella corsa, ma recentemente accreditato anche per un controllo di connessioni per svariate altre funzioni, compresi alcuni compiti linguistici. Il suo coinvolgimento nella formazione e la stabilizzazione delle memorie a lungo termine è il risultato scientifico più notevole di questa nuova scoperta.
Il cervelletto dialoga con la cosiddetta amigdala, ben noto centro cerebrale molto profondo, molto antico, che i mammiferi hanno in comune con i rettili. L’amigdala è notoriamente connessa con la paura, l’ansietà, i segnali di pericolo, la reazione ad un animale che si avvicina troppo e, come recentemente mostrato, nell’uomo, anche al dispiacere di perdite economiche. Alcune patologie dell’amigdala inducono, negli esseri umani, autismo, depressione e particolare suscettibilità ad attacchi di ansia. Il gene adesso manipolato dagli studiosi italiani è coinvolto nelle connessioni tra cervelletto ed amigdala e si rivela indispensabile al processo di memorizzazione e apprendimento attraverso esperienze paurose. I film di fantascienza ci hanno abituato ad immaginare situazioni nelle quali memorie particolari vengono impiantate o rimosse chimicamente dall’esterno. Questa scoperta rimuove un po’ del prefisso «fanta» e avvicina tali possibilità almeno di un primo timido passo, verso la scienza vera e propria. Il gene in questione è presente, infatti, anche nell’uomo ed esso assomiglia a quello del topo per ben l’ottanta per cento, nella sua sequenza di Dna, e le sue sregolazioni sono legate a una patologia chiamata atassia cerebellare. Inevitabile domandarsi se si avrebbe il diritto, potendolo fare, di rimuovere selettivamente certe memorie spaventose dal nostro cervello e dalla nostra mente.
Le memorie fanno parte integrante di ciò che costituisce una persona come quella persona e sono parte della nostra privata sensazione di identità. Inoltre, ci serve imparare dalle memorie delle nostre esperienze molto negative. Manipolarle appare, quanto meno, di dubbia legittimità etica, perfino se lo facessimo con il pieno consenso dell’interessato. D’altro canto, i reduci dalle guerre, le prigionie, le torture, i sequestri e altre immense sciagure limitate nel tempo, spesso trovano arduo reinserirsi in un’esistenza normale. In tali casi estremi, si sarebbe tentati, se mai tale tecnologia divenisse veramente accessibile, di rimuovere selettivamente i ricordi spaventosi.
Il professor Strata si dichiara prudentemente favorevole, in linea di principio, a tali interventi, in casi estremi. Una volta di più, l’etica delle manipolazioni genetiche e farmacologiche stenta a seguire il passo delle ricerche. Dovremo procedere caso per caso, soppesando anche le possibili controindicazioni cliniche, per ora del tutto ignote. Chi beveva per dimenticare, forse, inconsapevolmente e goffamente, anticipava solo i tempi.
GLI ITALIANI Ansioso 1 su 3
Un italiano su tre soffre di ansia o depressione e uno su due ne ha sofferto almeno una volta. Lo rivela un’indagine dello psichiatra Marcello Nardini dell’Università di Bari su un campione di oltre duemila persone
I MODI : Insonnia e fobie. L’ansia si presenta sotto forma di tensione, preoccupazioni, insonnia, difficoltà a concentrarsi, attacchi di panico, fobie
LE CURE: I farmaci. Sono efficaci varie forme di psicoterapia, in particolare la cognitivo comportamentale. I farmaci sono di aiuto, purché sotto stretto controllo
Corriere della Sera 24.6.04
Addio alla paura, il segreto nel cervelletto
Ricerca italiana scopre nei topi la proteina che fa ricordare i traumi. «Potrebbe servire contro l’ansia»
di Margherita De Bac
Un brutto incidente, una violenza sessuale, uno scippo. La reazione a esperienze sgradevoli è la paura. E la paura genera ansia. Quando ci ritroveremo in una situazione che richiama esperienze già vissute, o avremo il timore di riviverle, saremo colti da un senso di angoscia, con ricadute a livello psichico. Colpa della memoria. La «memoria della paura». Uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista internazionale Neuron fa intravedere una cura (tutta da verificare e comunque lontana) per cancellarla. Per impedire che ricordi traumatici vengano immagazzinati, processo che richiede due o tre giorni a partire dall’evento. Scienziati italiani hanno infatti scoperto nel cervelletto del topo la funzione di una proteina la cui assenza determina la rimozione dei ricordi recenti. In parole semplici, gli animaletti geneticamente privi di questa sostanza non imparano la paura. «Sia chiaro, è molto prematuro immaginare una pillolina antiansia - evita ogni tipo di semplificazione Piergiorgio Strata, neurologo di Torino che ha coordinato la ricerca condotta presso la Fondazione ricerca Santa Lucia, a Roma -. Però è molto importante aver individuato il meccanismo che permette di dimenticare». La pasticca, se davvero venisse sintetizzata, funzionerebbe un po’ come la pillola del giorno dopo, che annulla il rischio di gravidanza dopo un rapporto sessuale. Esempio: torno a casa la notte, dall’ombra spunta un uomo che mi aggredisce. Il giorno successivo prendo il farmaco e prevengo l’ansia che mi catturerebbe scorgendo in un’altra occasione un’ombra nella notte, seppur innocua.
Strata si è sempre occupato del cervelletto, una regione cerebrale che, come hanno confermato una serie di studi recenti, non solo sovrintende ai movimenti, ma allo stesso tempo coordina alcune funzioni superiori, psichiche. E’ coinvolto anche nelle emozioni. In questo piccolo organo è stata individuata una sinapsi, cioè il punto di contatto tra due neuroni, che produce una proteina essenziale per la memoria. Di fronte a un evento che innesca paura questa proteina si trasforma e la sua trasformazione resta evidente almeno per le successive 24 ore. I topi che geneticamente non la possiedono hanno la fortuna di rimuovere i traumi, di non immagazzinarli. «In teoria riproducendo lo stesso meccanismo nell’uomo si potrebbe fargli dimenticare le esperienze spiacevoli che sono alla base di ansia, nevrosi, sindromi post traumatiche. In questo caso si cancellerebbe un ricordo molto recente, non le paure innate che costituiscono la nostra difesa contro i pericoli dell’ambiente», spiega Strata. La ricerca, fa notare Carlo Caltagirone, direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia, è stata possibile anche dal fatto che «la Fondazione, attraverso l’Istituto europeo di ricerche sul cervello, l’Ebri, ha stabilito una rete di laboratori con progetti in comune per lo sviluppo di tematiche che difficilmente un unico gruppo potrebbe portare avanti».
Strata sta lavorando con un gruppo giapponese che ha messo a punto una molecola sintetica capace di inattivare la proteina che fa sedimentare la paura. Verrà provata su topi sani per verificare se davvero si riesce a prevenire l’ansia.
Corriere della Sera 24.6.04
IL VALORE DELL’ESPERIENZA
di Massimo Piattelli Palmarini
Puntualmente, le notizie dal mondo della biologia ci ricordano che, grazie alle raffinate tecniche di ingegneria genetica, le specie viventi costituiscono ormai una biblioteca di testi complessi, che i ricercatori più smaliziati riescono non solo a leggere, ma anche a riscrivere, fino nei minuti dettagli. Nell’ultima ricerca pubblicata su Neuron si parla di topi geneticamente manipolati, i quali risultano incapaci di ricordare eventi spaventosi recentemente subìti. Già si sapeva che la memoria duratura di un evento si basa su modificazioni chimiche ed elettriche stabili di alcune connessioni nervose, cioè di alcune sinapsi. Il meccanismo principale di tale modifica consiste nella sintesi e nella fissazione, sulle membrane delle cellule nervose, di particolari proteine. Bersaglio della ricerca del gruppo torinese è la proteina codificata da un gene chiamato GRID2. Modificando questo gene, e quindi il suo prodotto, l’animale impara sul momento la reazione di paura acquisita, ma poi la dimentica. Continuano a funzionare le associazioni paurose innate, come quelle a un colpo di pistola o alla presenza di un serpente, ma gli abbinamenti nuovi, per esempio con uno shock elettrico o un elevato livello di rumore, si disciolgono abbastanza rapidamente nel tempo in questi topi mutanti. Il centro cerebrale specificamente coinvolto è il cervelletto, tradizionalmente ritenuto il direttore d’orchestra per la coordinazione dei movimenti, soprattutto nella marcia e nella corsa, ma recentemente accreditato anche per un controllo di connessioni per svariate altre funzioni, compresi alcuni compiti linguistici. Il suo coinvolgimento nella formazione e la stabilizzazione delle memorie a lungo termine è il risultato scientifico più notevole di questa nuova scoperta.
Il cervelletto dialoga con la cosiddetta amigdala, ben noto centro cerebrale molto profondo, molto antico, che i mammiferi hanno in comune con i rettili. L’amigdala è notoriamente connessa con la paura, l’ansietà, i segnali di pericolo, la reazione ad un animale che si avvicina troppo e, come recentemente mostrato, nell’uomo, anche al dispiacere di perdite economiche. Alcune patologie dell’amigdala inducono, negli esseri umani, autismo, depressione e particolare suscettibilità ad attacchi di ansia. Il gene adesso manipolato dagli studiosi italiani è coinvolto nelle connessioni tra cervelletto ed amigdala e si rivela indispensabile al processo di memorizzazione e apprendimento attraverso esperienze paurose. I film di fantascienza ci hanno abituato ad immaginare situazioni nelle quali memorie particolari vengono impiantate o rimosse chimicamente dall’esterno. Questa scoperta rimuove un po’ del prefisso «fanta» e avvicina tali possibilità almeno di un primo timido passo, verso la scienza vera e propria. Il gene in questione è presente, infatti, anche nell’uomo ed esso assomiglia a quello del topo per ben l’ottanta per cento, nella sua sequenza di Dna, e le sue sregolazioni sono legate a una patologia chiamata atassia cerebellare. Inevitabile domandarsi se si avrebbe il diritto, potendolo fare, di rimuovere selettivamente certe memorie spaventose dal nostro cervello e dalla nostra mente.
Le memorie fanno parte integrante di ciò che costituisce una persona come quella persona e sono parte della nostra privata sensazione di identità. Inoltre, ci serve imparare dalle memorie delle nostre esperienze molto negative. Manipolarle appare, quanto meno, di dubbia legittimità etica, perfino se lo facessimo con il pieno consenso dell’interessato. D’altro canto, i reduci dalle guerre, le prigionie, le torture, i sequestri e altre immense sciagure limitate nel tempo, spesso trovano arduo reinserirsi in un’esistenza normale. In tali casi estremi, si sarebbe tentati, se mai tale tecnologia divenisse veramente accessibile, di rimuovere selettivamente i ricordi spaventosi.
Il professor Strata si dichiara prudentemente favorevole, in linea di principio, a tali interventi, in casi estremi. Una volta di più, l’etica delle manipolazioni genetiche e farmacologiche stenta a seguire il passo delle ricerche. Dovremo procedere caso per caso, soppesando anche le possibili controindicazioni cliniche, per ora del tutto ignote. Chi beveva per dimenticare, forse, inconsapevolmente e goffamente, anticipava solo i tempi.
cultura tolemaica 1:
alcuni articoli da Repubblica
Repubblica Salute 24.6.04
Sua signoria la Serotonina
La molecola che decide il nostro umore La produzione stimolata dal movimento e dalla digestione. E dallo psicofarmaco più famoso
di Francesco Bottaccioli
LA SEROTONINA, 5-idrossitriptamina (5-HT in sigla), viene prodotta da alcune decine di migliaia di neuroni (pochi rispetto a un contesto fatto di miliardi di cellule) collocati nel tronco dell'encefalo, posto nella parte bassa del cervello (i cosiddetti Nuclei del Rafe), Da qui queste cellule distribuiscono una selva di prolungamenti (assoni ricchi di collaterali) in avanti verso tutte le aree fondamentali del cervello e in basso verso il midollo spinale, dove si connettono sia ai neuroni che comandano il movimento (motoneuroni) sia a quelli che ricevono le sensazioni (neuroni sensitivi) sia ai neuroni del simpatico.
La molecola viene catturata tramite diversi tipi e sottotipi di recettore. Nell'intestino, ad esempio, la stimolazione del recettore 5-HT3 produce una sensazione di pienezza che può arrivare fino alla nausea violenta.
Molto studiato è il recettore che trasporta la serotonina (sert o 5-HTT). Un cattivo funzionamento del trasportatore può non solo ridurre la disponibilità di serotonina nei neuroni, con rabbia e depressione, ma anche un incremento della molecola fuori dai neuroni, con possibile aumento dell'infiammazione e alterazione della coagulazione del sangue. Questa alterazione può dipendere da una variante genetica che sembra diffusa e rilevante soprattutto per le donne. (f. b.)
Repubblica Salute 24.6.04
I "brutti pensieri" causati dai farmaci
Allarme delle Sanità Usa, inglese e canadese
Nelle scorse settimane le autorità sanitarie americane, canadesi e inglesi hanno messo in guardia prescrittori e assuntori di farmaci antidepressivi serotonergici, in particolare per quanto riguarda il loro uso nei giovani con meno di 18 anni di età.
La decisione della Fda, l'ente governativo Usa di controllo sui farmaci, è la più cauta. Da un lato ha chiesto alla Columbia University di riesaminare i 25 studi su questi farmaci, al tempo stesso ha deciso di scrivere sul foglietto delle istruzioni "non è stato provato che causino un incremento del rischio di suicidio". La qual cosa ha suscitato critiche e ilarità di un movimento d'opinione che da anni segnala alle autorità statunitensi il rischio che, in alcuni soggetti, l'inizio della terapia con serotonergici possa aumentare pensieri suicidi.
L'Agenzia governativa inglese (Mhra) ha invece deciso che, al momento, solo un farmaco, la fluoxetina, ha prove tali da essere usato nei giovani sotto i 18 anni. Tutti gli altri, la paroxetina, la sertralina, il citalopram, la fluvoxamina non sono meglio del placebo, e in più potrebbe aumentare il rischio di suicidio o di idee suicide. Recentemente su Lancet un gruppo della Università di Londra ha dimostrato che le aziende non pubblicano tutti i dati a loro disposizione, dai quali emerge un quadro più preoccupante di quello noto.
Gli studiosi denunciano la scarsa o nulla efficacia dei farmaci sopradetti, almeno nei giovani, e gli effetti avversi: l'aumento delle idee e dei propositi suicidi e la possibile sindrome da astinenza nel caso di una loro brusca interruzione. E se non sorprende l'astinenza, comune a altri psicofarmaci, per l'incremento dei propositi suicidi è difficile avanzare spiegazioni. E' noto da tempo solo un meccanismo di desensibilizzazione dei recettori da eccesso extracellulare di serotonina e l'esistenza di una variante genetica che renderebbe meno efficiente il trasporto della molecola, esponendo le persone portatrici a una grave alterazione della trasmissione serotonergica. Ma per ora sono ipotesi.
Resta il fatto che "Lancet" denuncia l'assenza di una ricerca di Stato, indipendente, ed il monopolio di fatto degli studi clinici delle aziende. Cita il caso dell'inglese Biobank, che vuole reclutare mezzo milione di volontari per la sperimentazione dei farmaci. Presidente del comitato scientifico della Biobank è John Bell, che è anche il direttore di Roche, il colosso farmaceutico. È evidente, afferma "Lancet", che il coinvolgimento di interessi è tale da porre sospetti sulla trasparenza e correttezza degli studi da cui poi verranno autorizzati nuovi farmaci. (f. b.)
Repubblica 24.6.04
Ne soffrono 2 milioni d´italiani, colpite le donne
Estate, stagione a rischio per gli attacchi di panico
ROMA - Attacchi di panico per oltre due milioni di italiani, Ed è l´estate la stagione più a rischio. Molte volte la vittima predestinata è donna: due terzi delle persone che ne soffrono, soprattutto tra i 18 e i 40 anni, sono donne, quasi sempre in carriera, in competizione e stressate. Ma sono anche le grandi città, Roma e Milano in testa, a contare il maggior numero di casi. Questi i numeri diffusi dal neurologo Rosario Sorrentino, membro dell´Accademia americana di Neurologia e a capo dell´Uiap, unità italiana contro gli attacchi di panico, presso la clinica Paideia di Roma, Il neurologo ritiene che in estate gli attacchi s´intensifichino. «In questa stagione - dice - si rompe con la quotidianeità e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide notevolmente sull´insorgenza del disagio mentale». Almeno un italiano su tre ha vissuto un episodio di attacco di panico, la paura di morire, di respirare e di volare. Il 10% di questi malati è candidato ad avere il disturbo da attacco di panico
Repubblica 24.6.04
L'animale, grazie a una proteina, dimentica i traumi
Si studia un "supertopo" per vincere ansia e paura
ROMA - Si nasconde nel cervelletto uno dei nodi di quella "rete della paura" di cui i neuroscienziati stanno ricostruendo il tracciato. La scoperta, che appare domani sulla prestigiosa rivista "Neuron", è opera di ricercatori dell´università di Torino e della Fondazione Santa Lucia di Roma, coordinati da Piergiorgio Strata. Lo studio riguarda un tipo di sinapsi (il collegamento in cui passano i segnali tra i neuroni) che ha sede nel cervelletto, e che ha una proteina prodotta da un gene detto GRID2. Studiando topi con una mutazione genetica naturale che provoca la mancanza della proteina, i ricercatori hanno scoperto che questi animali non ricordano gli eventi traumatici (ad esempio la scossa elettrica presa passando in un certo punto di una gabbia). Mentre i topi normali imparano a evitare le zone a rischio, i mutanti al momento hanno paura, ma dimenticano lo shock quasi subito. «Lo studio - commenta Strata - conferma che il cervelletto è coinvolto in funzioni superiori complesse. Ed è un importante passo avanti verso terapie per le sindromi fobiche e post-traumatiche». (c.d.g.)
Sua signoria la Serotonina
La molecola che decide il nostro umore La produzione stimolata dal movimento e dalla digestione. E dallo psicofarmaco più famoso
di Francesco Bottaccioli
LA SEROTONINA, 5-idrossitriptamina (5-HT in sigla), viene prodotta da alcune decine di migliaia di neuroni (pochi rispetto a un contesto fatto di miliardi di cellule) collocati nel tronco dell'encefalo, posto nella parte bassa del cervello (i cosiddetti Nuclei del Rafe), Da qui queste cellule distribuiscono una selva di prolungamenti (assoni ricchi di collaterali) in avanti verso tutte le aree fondamentali del cervello e in basso verso il midollo spinale, dove si connettono sia ai neuroni che comandano il movimento (motoneuroni) sia a quelli che ricevono le sensazioni (neuroni sensitivi) sia ai neuroni del simpatico.
La molecola viene catturata tramite diversi tipi e sottotipi di recettore. Nell'intestino, ad esempio, la stimolazione del recettore 5-HT3 produce una sensazione di pienezza che può arrivare fino alla nausea violenta.
Molto studiato è il recettore che trasporta la serotonina (sert o 5-HTT). Un cattivo funzionamento del trasportatore può non solo ridurre la disponibilità di serotonina nei neuroni, con rabbia e depressione, ma anche un incremento della molecola fuori dai neuroni, con possibile aumento dell'infiammazione e alterazione della coagulazione del sangue. Questa alterazione può dipendere da una variante genetica che sembra diffusa e rilevante soprattutto per le donne. (f. b.)
Repubblica Salute 24.6.04
I "brutti pensieri" causati dai farmaci
Allarme delle Sanità Usa, inglese e canadese
Nelle scorse settimane le autorità sanitarie americane, canadesi e inglesi hanno messo in guardia prescrittori e assuntori di farmaci antidepressivi serotonergici, in particolare per quanto riguarda il loro uso nei giovani con meno di 18 anni di età.
La decisione della Fda, l'ente governativo Usa di controllo sui farmaci, è la più cauta. Da un lato ha chiesto alla Columbia University di riesaminare i 25 studi su questi farmaci, al tempo stesso ha deciso di scrivere sul foglietto delle istruzioni "non è stato provato che causino un incremento del rischio di suicidio". La qual cosa ha suscitato critiche e ilarità di un movimento d'opinione che da anni segnala alle autorità statunitensi il rischio che, in alcuni soggetti, l'inizio della terapia con serotonergici possa aumentare pensieri suicidi.
L'Agenzia governativa inglese (Mhra) ha invece deciso che, al momento, solo un farmaco, la fluoxetina, ha prove tali da essere usato nei giovani sotto i 18 anni. Tutti gli altri, la paroxetina, la sertralina, il citalopram, la fluvoxamina non sono meglio del placebo, e in più potrebbe aumentare il rischio di suicidio o di idee suicide. Recentemente su Lancet un gruppo della Università di Londra ha dimostrato che le aziende non pubblicano tutti i dati a loro disposizione, dai quali emerge un quadro più preoccupante di quello noto.
Gli studiosi denunciano la scarsa o nulla efficacia dei farmaci sopradetti, almeno nei giovani, e gli effetti avversi: l'aumento delle idee e dei propositi suicidi e la possibile sindrome da astinenza nel caso di una loro brusca interruzione. E se non sorprende l'astinenza, comune a altri psicofarmaci, per l'incremento dei propositi suicidi è difficile avanzare spiegazioni. E' noto da tempo solo un meccanismo di desensibilizzazione dei recettori da eccesso extracellulare di serotonina e l'esistenza di una variante genetica che renderebbe meno efficiente il trasporto della molecola, esponendo le persone portatrici a una grave alterazione della trasmissione serotonergica. Ma per ora sono ipotesi.
Resta il fatto che "Lancet" denuncia l'assenza di una ricerca di Stato, indipendente, ed il monopolio di fatto degli studi clinici delle aziende. Cita il caso dell'inglese Biobank, che vuole reclutare mezzo milione di volontari per la sperimentazione dei farmaci. Presidente del comitato scientifico della Biobank è John Bell, che è anche il direttore di Roche, il colosso farmaceutico. È evidente, afferma "Lancet", che il coinvolgimento di interessi è tale da porre sospetti sulla trasparenza e correttezza degli studi da cui poi verranno autorizzati nuovi farmaci. (f. b.)
Repubblica 24.6.04
Ne soffrono 2 milioni d´italiani, colpite le donne
Estate, stagione a rischio per gli attacchi di panico
ROMA - Attacchi di panico per oltre due milioni di italiani, Ed è l´estate la stagione più a rischio. Molte volte la vittima predestinata è donna: due terzi delle persone che ne soffrono, soprattutto tra i 18 e i 40 anni, sono donne, quasi sempre in carriera, in competizione e stressate. Ma sono anche le grandi città, Roma e Milano in testa, a contare il maggior numero di casi. Questi i numeri diffusi dal neurologo Rosario Sorrentino, membro dell´Accademia americana di Neurologia e a capo dell´Uiap, unità italiana contro gli attacchi di panico, presso la clinica Paideia di Roma, Il neurologo ritiene che in estate gli attacchi s´intensifichino. «In questa stagione - dice - si rompe con la quotidianeità e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide notevolmente sull´insorgenza del disagio mentale». Almeno un italiano su tre ha vissuto un episodio di attacco di panico, la paura di morire, di respirare e di volare. Il 10% di questi malati è candidato ad avere il disturbo da attacco di panico
Repubblica 24.6.04
L'animale, grazie a una proteina, dimentica i traumi
Si studia un "supertopo" per vincere ansia e paura
ROMA - Si nasconde nel cervelletto uno dei nodi di quella "rete della paura" di cui i neuroscienziati stanno ricostruendo il tracciato. La scoperta, che appare domani sulla prestigiosa rivista "Neuron", è opera di ricercatori dell´università di Torino e della Fondazione Santa Lucia di Roma, coordinati da Piergiorgio Strata. Lo studio riguarda un tipo di sinapsi (il collegamento in cui passano i segnali tra i neuroni) che ha sede nel cervelletto, e che ha una proteina prodotta da un gene detto GRID2. Studiando topi con una mutazione genetica naturale che provoca la mancanza della proteina, i ricercatori hanno scoperto che questi animali non ricordano gli eventi traumatici (ad esempio la scossa elettrica presa passando in un certo punto di una gabbia). Mentre i topi normali imparano a evitare le zone a rischio, i mutanti al momento hanno paura, ma dimenticano lo shock quasi subito. «Lo studio - commenta Strata - conferma che il cervelletto è coinvolto in funzioni superiori complesse. Ed è un importante passo avanti verso terapie per le sindromi fobiche e post-traumatiche». (c.d.g.)
a proposito di «radici cristiane»
sul manifesto
il manifesto 24.6.04
EUROPA
Le radici disperse e la sconfitta del Papa
FILIPPO GENTILONI
Le fonti ufficiali del Vaticano hanno parlato di «rammarico» per l'assenza delle «radici cristiane» nel testo della nuova costituzione europea. «Non si tagliano le radici dalle quali si è nati». Probabilmente rammarico è troppo poco: il Papa ha criticato la costituzione con una certa violenza, parlando in polacco al di là del testo ufficiale. Una irritazione, questa del Vaticano e personalmente del Papa, sulla quale vale la pena di riflettere. Almeno tre gli interrogativi ineludibili. Il primo è storico: sono veramente cristiane le radici dell'Europa? Il secondo è politico: non sarebbe meglio difenderle in altro modo le supposte radici? E ancora: come mai questa insistenza vaticana - insolita, a dir poco - su un tema che lo vede perdente?
La storia è ben nota. Ed è, a dir poco, complessa. Molte le radici della nostra Europa, e fra queste quelle cristiane non sono certamente dominanti. E sono anche «sporche»: i cristiani si sono violentemente combattuti fra di loro mentre cercavano a fatica di affermarsi sulle altre radici. Basti pensare a quelle della cultura greca. In quanto all'Europa moderna, poi, le sue radici si riconoscono molto più nei principi della rivoluzione francese che in quelli del vangelo. La lettura vaticana è, a dir poco, parziale e faziosa.
Ma qui si inserisce il secondo interrogativo. A che cosa gioverebbe la contestata menzione delle presunte radici cristiane? Non sarebbe meglio se il presunto spirito cristiano dell'Europa unita fosse letto nella vita degli europei più che nel testo di una costituzione? E' qui, nella vita, il vero testo. Ma qui si legge tutt'altro. Si legge di un'Europa che negli ultimi secoli si è voluta imporre sugli altri, che si è distinta per le guerre e il potere, non certo per lo spirito delle beatitudini. Lo si chieda, quale è il volto dell'Europa e quali sono le sue radici, a tutti i colonizzati schiacciati, dall'India all'Africa. La loro voce conta molto più di un testo redatto a tavolino dai diplomatici di turno. Per non parlare degli ebrei, ai quali sarebbe bene chiedere quale è la loro presenza e il loro ruolo in un'Europa che si vanta delle sue radici cristiane. Forse addirittura antisemite.
Anche oggi , mentre si parla di globalizzazione e di immigrazione, l'Europa non mostra certamente un volto «cristiano»: si provi a rivolgere il discorso non tanto ai deputati di Strasburgo ma agli immigrati sbattuti sulle coste del Mediterraneo e poi rinchiusi nei lager.
Come mai, allora, nonostante tutto ciò, il Vaticano insiste? Non sarebbe meglio chiedere perdono, come il papa ha fatto con coraggio a proposito dell'Inquisizione? La diplomazia vaticana, d'altronde, non cerca sempre di evitare le sconfitte? Si può cercare di rispondere ricordando quanto il discorso sull'Europa sia caro a Wojtyla. Fin dai primi tempi del pontificato il papa parlava di Europa «dall'Atlantico agli Urali»: unita e cristiana. Il crollo dei muri, però, non favorì quel sogno. Nasceva una Europa unita più dal capitalismo filoamericano che dalle sue presunte radici cristiane. Oggi, con la costituzione dell'Europa a 25 il sogno wojtyliano si è ripetuto, ma se ne sta ripetendo il fallimento. L'Europa a 25 nasce più laica che cristiana: le sue radici non sono certamente nella rivoluzione d'ottobre, come forse qualcuno aveva sperato, ma neppure nelle pagine del vangelo, come ha sperato il Vaticano. Caso mai, piuttosto nelle rivoluzioni borghesi del sette e ottocento. Con i loro vantaggi e i loro limiti.
EUROPA
Le radici disperse e la sconfitta del Papa
FILIPPO GENTILONI
Le fonti ufficiali del Vaticano hanno parlato di «rammarico» per l'assenza delle «radici cristiane» nel testo della nuova costituzione europea. «Non si tagliano le radici dalle quali si è nati». Probabilmente rammarico è troppo poco: il Papa ha criticato la costituzione con una certa violenza, parlando in polacco al di là del testo ufficiale. Una irritazione, questa del Vaticano e personalmente del Papa, sulla quale vale la pena di riflettere. Almeno tre gli interrogativi ineludibili. Il primo è storico: sono veramente cristiane le radici dell'Europa? Il secondo è politico: non sarebbe meglio difenderle in altro modo le supposte radici? E ancora: come mai questa insistenza vaticana - insolita, a dir poco - su un tema che lo vede perdente?
La storia è ben nota. Ed è, a dir poco, complessa. Molte le radici della nostra Europa, e fra queste quelle cristiane non sono certamente dominanti. E sono anche «sporche»: i cristiani si sono violentemente combattuti fra di loro mentre cercavano a fatica di affermarsi sulle altre radici. Basti pensare a quelle della cultura greca. In quanto all'Europa moderna, poi, le sue radici si riconoscono molto più nei principi della rivoluzione francese che in quelli del vangelo. La lettura vaticana è, a dir poco, parziale e faziosa.
Ma qui si inserisce il secondo interrogativo. A che cosa gioverebbe la contestata menzione delle presunte radici cristiane? Non sarebbe meglio se il presunto spirito cristiano dell'Europa unita fosse letto nella vita degli europei più che nel testo di una costituzione? E' qui, nella vita, il vero testo. Ma qui si legge tutt'altro. Si legge di un'Europa che negli ultimi secoli si è voluta imporre sugli altri, che si è distinta per le guerre e il potere, non certo per lo spirito delle beatitudini. Lo si chieda, quale è il volto dell'Europa e quali sono le sue radici, a tutti i colonizzati schiacciati, dall'India all'Africa. La loro voce conta molto più di un testo redatto a tavolino dai diplomatici di turno. Per non parlare degli ebrei, ai quali sarebbe bene chiedere quale è la loro presenza e il loro ruolo in un'Europa che si vanta delle sue radici cristiane. Forse addirittura antisemite.
Anche oggi , mentre si parla di globalizzazione e di immigrazione, l'Europa non mostra certamente un volto «cristiano»: si provi a rivolgere il discorso non tanto ai deputati di Strasburgo ma agli immigrati sbattuti sulle coste del Mediterraneo e poi rinchiusi nei lager.
Come mai, allora, nonostante tutto ciò, il Vaticano insiste? Non sarebbe meglio chiedere perdono, come il papa ha fatto con coraggio a proposito dell'Inquisizione? La diplomazia vaticana, d'altronde, non cerca sempre di evitare le sconfitte? Si può cercare di rispondere ricordando quanto il discorso sull'Europa sia caro a Wojtyla. Fin dai primi tempi del pontificato il papa parlava di Europa «dall'Atlantico agli Urali»: unita e cristiana. Il crollo dei muri, però, non favorì quel sogno. Nasceva una Europa unita più dal capitalismo filoamericano che dalle sue presunte radici cristiane. Oggi, con la costituzione dell'Europa a 25 il sogno wojtyliano si è ripetuto, ma se ne sta ripetendo il fallimento. L'Europa a 25 nasce più laica che cristiana: le sue radici non sono certamente nella rivoluzione d'ottobre, come forse qualcuno aveva sperato, ma neppure nelle pagine del vangelo, come ha sperato il Vaticano. Caso mai, piuttosto nelle rivoluzioni borghesi del sette e ottocento. Con i loro vantaggi e i loro limiti.
embrione
il prof. Vattimo sul manifesto
il maifesto 24.6.04
PROCREAZIONE
La nuda vita dell'embrione
di GIANNI VATTIMO
Ma i difensori dell'embrione e dei suoi diritti si rendono conto che la loro sacralità della vita è tutto il contrario della dedizione ai valori con cui cercano di giustificare ciò che, alla fine, è solo una vera e propria idolatria spermatico-cellulare? Che cosa hanno da fare i valori con la «nuda vita» (prendo liberamente l'espressione da Giorgio Agamben), che per loro si riduce al grumo di sostanze da cui, in futuro, può venire un essere umano titolare cosciente di diritti ? Un effetto collaterale delle recenti discussioni sulla legittimità della guerra e sugli ideali in nome dei quali può essere giusto morire in battaglia non dovrebbe essere anche la presa d'atto che la nuda vita, priva delle «vivendi causas», non ha alcun senso? I valori - la cultura, lo scambio intersoggettivo, la volontà di lasciare alle generazioni future un mondo più felice, per non parlare della speranza nell'al di là - hanno poco o nulla da fare con la pura e semplice sopravvivenza biologica? Certo, si risponderà che senza questa non ci possono neanche essere quelli. Ma quando i due valori confliggono, o comunque impongono scelte come quelle che si presentano nei casi di eutanasia, aborto, sperimentazione con gli embrioni, proprio lì è il caso di domandarsi che senso ha la difesa della nuda vita a tutti i costi. Si può ragionevolmente sospettare che la troppo spesso untuosa preoccupazione di non danneggiare questa vita non sia un modo di opporsi alla «crisi dei valori», ma ne sia invece la più completa espressione. Come dire che non crediamo più a niente, e allora salviamo almeno la pelle. Se no dovremmo approvare i tanti che rubano «perché tengono famiglia»; e stigmatizzare come fanatici i partigiani ventenni della canzone di Calvino, che si «conquistavano le armi in battaglia» - non certo per farne una collezione da museo.
Già, ma allora il pacifismo? E anche molte giuste e condivisibili ragioni di un minimalismo etico che ci vuole salvare dai fanatismi del passato? Tutto bene, ma meglio sarebbe giustificare queste posizioni con ragioni storiche concrete. Per esempio: oggi non si può più fare una guerra mondiale senza correre il rischio di distruggere il mondo, dunque si può e deve essere pacifisti senza riserve. Ma un ragionamento simile può facilmente volgersi in una accettazione della pax americana, che identifica ogni movimento di liberazione con il terrorismo. Eccetera.
E' chiaro che non ha senso opporre i diritti dell'embrione alle opportunità che, sul piano dei valori - salvezza di esseri viventi in pienezza, amici che stanno morendo o sono bloccati su una carrozzella - derivano dalla ricerca sulle cellule staminali. E si potrebbe essere anche più chiari e radicali: la storia dell'umanità e dei suoi «valori» (ci sono anche le medaglie al valore, ce lo siamo dimenticato?) è passata attraverso il sacrificio di molte vite, ben più che embrionali. Certo preferiamo un mondo in cui non ci sia bisogno di eroi; ma anche sopravvivere in una realtà umbratile dove la nostra sola funzione sia di garantire la nuda sopravvivenza della specie sembra assai peggio.
Qualche biologo molto realista ha suggerito che le galline sono macchine biologiche inventate dalla uova per perpetuarsi. E noi?
PROCREAZIONE
La nuda vita dell'embrione
di GIANNI VATTIMO
Ma i difensori dell'embrione e dei suoi diritti si rendono conto che la loro sacralità della vita è tutto il contrario della dedizione ai valori con cui cercano di giustificare ciò che, alla fine, è solo una vera e propria idolatria spermatico-cellulare? Che cosa hanno da fare i valori con la «nuda vita» (prendo liberamente l'espressione da Giorgio Agamben), che per loro si riduce al grumo di sostanze da cui, in futuro, può venire un essere umano titolare cosciente di diritti ? Un effetto collaterale delle recenti discussioni sulla legittimità della guerra e sugli ideali in nome dei quali può essere giusto morire in battaglia non dovrebbe essere anche la presa d'atto che la nuda vita, priva delle «vivendi causas», non ha alcun senso? I valori - la cultura, lo scambio intersoggettivo, la volontà di lasciare alle generazioni future un mondo più felice, per non parlare della speranza nell'al di là - hanno poco o nulla da fare con la pura e semplice sopravvivenza biologica? Certo, si risponderà che senza questa non ci possono neanche essere quelli. Ma quando i due valori confliggono, o comunque impongono scelte come quelle che si presentano nei casi di eutanasia, aborto, sperimentazione con gli embrioni, proprio lì è il caso di domandarsi che senso ha la difesa della nuda vita a tutti i costi. Si può ragionevolmente sospettare che la troppo spesso untuosa preoccupazione di non danneggiare questa vita non sia un modo di opporsi alla «crisi dei valori», ma ne sia invece la più completa espressione. Come dire che non crediamo più a niente, e allora salviamo almeno la pelle. Se no dovremmo approvare i tanti che rubano «perché tengono famiglia»; e stigmatizzare come fanatici i partigiani ventenni della canzone di Calvino, che si «conquistavano le armi in battaglia» - non certo per farne una collezione da museo.
Già, ma allora il pacifismo? E anche molte giuste e condivisibili ragioni di un minimalismo etico che ci vuole salvare dai fanatismi del passato? Tutto bene, ma meglio sarebbe giustificare queste posizioni con ragioni storiche concrete. Per esempio: oggi non si può più fare una guerra mondiale senza correre il rischio di distruggere il mondo, dunque si può e deve essere pacifisti senza riserve. Ma un ragionamento simile può facilmente volgersi in una accettazione della pax americana, che identifica ogni movimento di liberazione con il terrorismo. Eccetera.
E' chiaro che non ha senso opporre i diritti dell'embrione alle opportunità che, sul piano dei valori - salvezza di esseri viventi in pienezza, amici che stanno morendo o sono bloccati su una carrozzella - derivano dalla ricerca sulle cellule staminali. E si potrebbe essere anche più chiari e radicali: la storia dell'umanità e dei suoi «valori» (ci sono anche le medaglie al valore, ce lo siamo dimenticato?) è passata attraverso il sacrificio di molte vite, ben più che embrionali. Certo preferiamo un mondo in cui non ci sia bisogno di eroi; ma anche sopravvivere in una realtà umbratile dove la nostra sola funzione sia di garantire la nuda sopravvivenza della specie sembra assai peggio.
Qualche biologo molto realista ha suggerito che le galline sono macchine biologiche inventate dalla uova per perpetuarsi. E noi?
mercoledì 23 giugno 2004
sui casi di suicidi di bambini e adolescenti trattati con farmaci antidepressivi
una segnalazione di Andrea Ventura
la "Food and Drug Administration" si servirà dei risultati di una ricerca che è stata commissionata alla Columbia University sui casi di suicidi di bambini e adolescenti che venivano trattati con una terapia antidepressiva per decidere se sconsigliare i medici dal prescrivere tali farmaci. Ma ci sono proteste.
New York Times, Published: June 20, 2004
Antidepressants Restudied for Relation to Child Suicide
By GARDINER HARRIS
A child stabs himself in the neck with a pencil. Another slaps herself in the face. Is either suicidal? It is a question that has divided psychiatrists and drug regulators the world over and goes to the heart of a fierce controversy over whether antidepressants lead some children to become suicidal.
Now four researchers at Columbia University hope to provide an answer. By reclassifying reports of suspect or self-destructive behavior that occurred during tests of antidepressants in youngsters, the research team hopes to clarify whether antidepressants lead children and teenagers to become suicidal. Officials at the Food and Drug Administration say they will use results of the study to help them decide, later this summer, whether the agency should discourage doctors from prescribing the pills to youngsters.
The study was commissioned by top F.D.A. officials after they rejected an analysis by one of the agency's top experts that concluded that antidepressants could be dangerous when given to teenagers and younger children. With such a controversial beginning, the study is being met by fierce criticism.
Senator Charles E. Grassley, Republican of Iowa, issued a statement questioning whether the study was part of an effort by the Food and Drug Administration to suppress the truth about the risks of antidepressants. Mr. Grassley said he was investigating the study as part of a larger inquiry into the agency's handling of the controversy involving antidepressants and suicide.
Some prominent mental-health research has questioned the study's methodology.
"You've asked the Columbia group to take data that's suboptimal and try to come up with a conclusion, and I really doubt that they will be able to do that,'' said Dr. Thomas R. Insel, director of the National Institute for Mental Health.
The Columbia team plans to apply a consistent definition of ''suicidal'' to a disparate collection of more than 400 reports of adverse behavior that occurred in 25 clinical tests of nine antidepressants. The tests, undertaken by drug companies, involved Prozac, Zoloft, Paxil, Luvox, Celexa, Wellbutrin, Remeron, Serzone and Effexor.
One of the problems with the drug-company trials is that they tend to confuse self-destructiveness with suicidal attempts, team members said in an interview.
"Suicide research has come up with a specific definition of suicide attempts: a self-injurious behavior where there is some intent to die,'' said Barbara Stanley, one of the researchers.
The team will give nine independent reviewers the descriptions that drug-company researchers used in reporting the cases involving adverse behavior. . The reviewers will label each event as suicidal, nonsuicidal or indeterminate, and then give the data to federal drug regulators for statistical analysis.
Discovering intent from the brief notes provided by the drug companies could be difficult. In a speech before an advisory panel in February, Dr. Thomas Laughren, leader of the F.D.A.'s psychiatric drug products group, noted that the drug companies' descriptions were often poor. "We did not have the level of detail in these cases that one would have liked to do a rational classification,'' Dr. Laughren said.
Julie Magno Zito, an associate professor of pharmacy and psychiatry at University of Maryland, Baltimore, predicted the Columbia team would not be able to overcome this problem. "If a kid pierces his neck with a pencil, that could be a violent act of self-destruction or it could have been nothing,'' Dr. Zito said. "If the notes don't make the intent clear, how do you interpret that?''
Dr. Zito called the Columbia study "a fundamentally bad idea.''
Dr. Alan Gelenberg, head of the department of psychiatry at the University of Arizona, said the study would provide a needed perspective. But even those who support the study agree that it is unlikely to change many minds on the question of whether antidepressants should be prescribed to children.
"This question will never be settled,'' said Dr. James McGough, a professor of clinical psychiatry at the University of California, Los Angeles. "Still, I'm eager to see what their answer is.''
In tackling the issue, the researchers say they understand that they are being thrust into a maelstrom rarely seen in psychiatry.
"For all of us, our anxiety levels are higher because we know that there are people invested in this one way or the other,'' said Dr. Madelyn Gould, professor of clinical public health in psychiatry. "Anything that has to do with drug treatment in kids is so emotionally charged.''
The study had its beginnings early last year when GlaxoSmithKline submitted to federal drug regulators the results of three trials of its Paxil antidepressant in teenagers and other children. The company had undertaken the studies to take advantage of a federal law that delays by six months the introduction of cheaper, generic versions of drugs when branded makers test medicines in children.
In GlaxoSmithKline's trials, depressed young people given Paxil fared no better than those given placebos. It was a disappointing result for GlaxoSmithKline but had no effect on its application for the six-month extension. Still, a reviewer at the Food and Drug Administration noticed something strange about the trials: teenagers given Paxil suffered more problems of ''emotional lability,'' or instability, than those given a placebo.
The reviewer, Dr. Andrew Mosholder, thought ''emotional lability'' was overly broad. He asked the company to resubmit its data, this time using a separate category for suicide.
That report, given in May to both American and British health authorities, was alarming. Teenagers and younger children given Paxil were much more likely to become suicidal than those given placebos. In June, both the British and American authorities warned doctors against prescribing Paxil to youngsters. Worried that the problem could extend far beyond Paxil, the F.D.A. in July asked the makers of eight other antidepressants to submit data from their studies in youngsters.
In August, Wyeth issued a warning that doctors should avoid prescribing Effexor to youngsters because it, too, seemed to cause them to become more suicidal.
By September, the agency had received the other companies' studies. Looking at them all, Dr. Mosholder concluded that children given antidepressants were almost twice as likely as those given placebos to become suicidal. He suggested the agency discourage the drugs' use in children.
It would have been a monumental step. Antidepressants are among the biggest-selling drugs in the world and have long been viewed by doctors as relatively safe. Their use in children has been soaring.
Dr. Mosholder's bosses at the Food and Drug Administration, however, said the drug company data was inconsistent and that some events termed ''possibly suicidal'' seemed innocent. Top agency officials hired the Columbia researchers to review the data, and they forbade Dr. Mosholder to speak about his conclusions to an advisory panel reviewing the matter.
The silencing of Dr. Mosholder prompted outrage among critics of antidepressants and the ongoing investigation by Senator Grassley. It also has fostered skepticism about the Columbia study. Already, Internet postings are questioning the backgrounds of the Columbia researchers. One asks whether Kelly Posner, the lead investigator, has participated in trials financed by the drug industry.
In a group interview in a conference room in the New York State Psychiatric Institute, the researchers said they were unbiased.
Dr. Posner said that she had participated in some trials sponsored by drug makers but never as a principal investigator. All of the trials involved attention deficit disorder, not depression or suicide, she said.
Her three colleagues said that they had never taken part in a drug-company trial. And they said that their study, while hugely controversial, was relatively simple: figuring out the appropriate labels to place on the behaviors in the individual cases.
"We're just dealing with a lot of pieces of paper,'' Dr. Gould said. "We're not dealing with people at all. And all the interesting questions happen once we give the data over to the F.D.A.,'' where the statistical analysis will occur.
la "Food and Drug Administration" si servirà dei risultati di una ricerca che è stata commissionata alla Columbia University sui casi di suicidi di bambini e adolescenti che venivano trattati con una terapia antidepressiva per decidere se sconsigliare i medici dal prescrivere tali farmaci. Ma ci sono proteste.
New York Times, Published: June 20, 2004
Antidepressants Restudied for Relation to Child Suicide
By GARDINER HARRIS
A child stabs himself in the neck with a pencil. Another slaps herself in the face. Is either suicidal? It is a question that has divided psychiatrists and drug regulators the world over and goes to the heart of a fierce controversy over whether antidepressants lead some children to become suicidal.
Now four researchers at Columbia University hope to provide an answer. By reclassifying reports of suspect or self-destructive behavior that occurred during tests of antidepressants in youngsters, the research team hopes to clarify whether antidepressants lead children and teenagers to become suicidal. Officials at the Food and Drug Administration say they will use results of the study to help them decide, later this summer, whether the agency should discourage doctors from prescribing the pills to youngsters.
The study was commissioned by top F.D.A. officials after they rejected an analysis by one of the agency's top experts that concluded that antidepressants could be dangerous when given to teenagers and younger children. With such a controversial beginning, the study is being met by fierce criticism.
Senator Charles E. Grassley, Republican of Iowa, issued a statement questioning whether the study was part of an effort by the Food and Drug Administration to suppress the truth about the risks of antidepressants. Mr. Grassley said he was investigating the study as part of a larger inquiry into the agency's handling of the controversy involving antidepressants and suicide.
Some prominent mental-health research has questioned the study's methodology.
"You've asked the Columbia group to take data that's suboptimal and try to come up with a conclusion, and I really doubt that they will be able to do that,'' said Dr. Thomas R. Insel, director of the National Institute for Mental Health.
The Columbia team plans to apply a consistent definition of ''suicidal'' to a disparate collection of more than 400 reports of adverse behavior that occurred in 25 clinical tests of nine antidepressants. The tests, undertaken by drug companies, involved Prozac, Zoloft, Paxil, Luvox, Celexa, Wellbutrin, Remeron, Serzone and Effexor.
One of the problems with the drug-company trials is that they tend to confuse self-destructiveness with suicidal attempts, team members said in an interview.
"Suicide research has come up with a specific definition of suicide attempts: a self-injurious behavior where there is some intent to die,'' said Barbara Stanley, one of the researchers.
The team will give nine independent reviewers the descriptions that drug-company researchers used in reporting the cases involving adverse behavior. . The reviewers will label each event as suicidal, nonsuicidal or indeterminate, and then give the data to federal drug regulators for statistical analysis.
Discovering intent from the brief notes provided by the drug companies could be difficult. In a speech before an advisory panel in February, Dr. Thomas Laughren, leader of the F.D.A.'s psychiatric drug products group, noted that the drug companies' descriptions were often poor. "We did not have the level of detail in these cases that one would have liked to do a rational classification,'' Dr. Laughren said.
Julie Magno Zito, an associate professor of pharmacy and psychiatry at University of Maryland, Baltimore, predicted the Columbia team would not be able to overcome this problem. "If a kid pierces his neck with a pencil, that could be a violent act of self-destruction or it could have been nothing,'' Dr. Zito said. "If the notes don't make the intent clear, how do you interpret that?''
Dr. Zito called the Columbia study "a fundamentally bad idea.''
Dr. Alan Gelenberg, head of the department of psychiatry at the University of Arizona, said the study would provide a needed perspective. But even those who support the study agree that it is unlikely to change many minds on the question of whether antidepressants should be prescribed to children.
"This question will never be settled,'' said Dr. James McGough, a professor of clinical psychiatry at the University of California, Los Angeles. "Still, I'm eager to see what their answer is.''
In tackling the issue, the researchers say they understand that they are being thrust into a maelstrom rarely seen in psychiatry.
"For all of us, our anxiety levels are higher because we know that there are people invested in this one way or the other,'' said Dr. Madelyn Gould, professor of clinical public health in psychiatry. "Anything that has to do with drug treatment in kids is so emotionally charged.''
The study had its beginnings early last year when GlaxoSmithKline submitted to federal drug regulators the results of three trials of its Paxil antidepressant in teenagers and other children. The company had undertaken the studies to take advantage of a federal law that delays by six months the introduction of cheaper, generic versions of drugs when branded makers test medicines in children.
In GlaxoSmithKline's trials, depressed young people given Paxil fared no better than those given placebos. It was a disappointing result for GlaxoSmithKline but had no effect on its application for the six-month extension. Still, a reviewer at the Food and Drug Administration noticed something strange about the trials: teenagers given Paxil suffered more problems of ''emotional lability,'' or instability, than those given a placebo.
The reviewer, Dr. Andrew Mosholder, thought ''emotional lability'' was overly broad. He asked the company to resubmit its data, this time using a separate category for suicide.
That report, given in May to both American and British health authorities, was alarming. Teenagers and younger children given Paxil were much more likely to become suicidal than those given placebos. In June, both the British and American authorities warned doctors against prescribing Paxil to youngsters. Worried that the problem could extend far beyond Paxil, the F.D.A. in July asked the makers of eight other antidepressants to submit data from their studies in youngsters.
In August, Wyeth issued a warning that doctors should avoid prescribing Effexor to youngsters because it, too, seemed to cause them to become more suicidal.
By September, the agency had received the other companies' studies. Looking at them all, Dr. Mosholder concluded that children given antidepressants were almost twice as likely as those given placebos to become suicidal. He suggested the agency discourage the drugs' use in children.
It would have been a monumental step. Antidepressants are among the biggest-selling drugs in the world and have long been viewed by doctors as relatively safe. Their use in children has been soaring.
Dr. Mosholder's bosses at the Food and Drug Administration, however, said the drug company data was inconsistent and that some events termed ''possibly suicidal'' seemed innocent. Top agency officials hired the Columbia researchers to review the data, and they forbade Dr. Mosholder to speak about his conclusions to an advisory panel reviewing the matter.
The silencing of Dr. Mosholder prompted outrage among critics of antidepressants and the ongoing investigation by Senator Grassley. It also has fostered skepticism about the Columbia study. Already, Internet postings are questioning the backgrounds of the Columbia researchers. One asks whether Kelly Posner, the lead investigator, has participated in trials financed by the drug industry.
In a group interview in a conference room in the New York State Psychiatric Institute, the researchers said they were unbiased.
Dr. Posner said that she had participated in some trials sponsored by drug makers but never as a principal investigator. All of the trials involved attention deficit disorder, not depression or suicide, she said.
Her three colleagues said that they had never taken part in a drug-company trial. And they said that their study, while hugely controversial, was relatively simple: figuring out the appropriate labels to place on the behaviors in the individual cases.
"We're just dealing with a lot of pieces of paper,'' Dr. Gould said. "We're not dealing with people at all. And all the interesting questions happen once we give the data over to the F.D.A.,'' where the statistical analysis will occur.
storie del dominio:
lo stile americano
ovvero: Patton e i suoi eroi
Corriere della Sera 23.6.04
Sicilia 1943: la pagina nera di storia militare Usa studiata nelle università americane
L’ordine di Patton «Uccidete i prigionieri italiani»
I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio. «Decine di morti»
Storici e giuristi rileggono quei fatti per analizzare i casi di Guantanamo e Abu Ghraib
di Gianluca Di Feo (1-continua)
Tra il 12 e il 14 luglio del 1943, appena sbarcati in Sicilia, i soldati americani della 45ª Divisione del generale Patton uccisero a sangue freddo decine di prigionieri italiani e tedeschi disarmati. Gli eccidi furono compiuti a Biscari, a Comiso, a Canicattì. Una pagina nera della storia militare statunitense, pressoché sconosciuta nel nostro Paese che invece in America è tema di corsi universitari. Proprio in queste settimane, gli esperti Usa di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Allora i soldati americani si difesero dicendo di aver eseguito gli ordini di Patton.
«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: "Chi vuole partecipare all’esecuzione?". Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: "E’ meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia". Poi li ammazzò tutti». E’ una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché - come risulta dagli atti di quei processi - i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto - dichiararono - che il generale non voleva prigionieri».
I FATTI - Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell’Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Di due, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell’autunno ’43 la corte marziale Usa celebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d’esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti del tribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell’aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All’epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l’ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del ’43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l’alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University - il cui padre fu testimone oculare dell’eccidio - riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».
L’ORDINE - Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d’origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo: «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale. "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».
L’ORRORE - Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E’ una follia - gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l’aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: "Padre, sei venuto per seppellirli?". "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri"». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli". Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare"».
LA CONDANNA - Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all’ispettore dell’armata - figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L’accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani - poco meno di 50 - erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all’aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l’eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri.
Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all’uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all’ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d’immagine sugli italiani - con cui era stato appena concluso l’armistizio - e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l’intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell’esercito teme che la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleato di Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo - è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 - permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondo altre, ha concluso la guerra indenne.
L’ASSOLUZIONE - Invece il 23 ottobre ’43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C’era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E’ una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L’unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L’americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli. Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani. Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l’inchiesta si conclude con l’incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l’ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton. «Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton - concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un’esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni - tra cui diversi colonnelli - confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell’inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell’assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia - scrisse - che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca.
La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel ’73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell’83 la prima descrizione completa nell’autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani - assolutamente non sospettabili di revisionismo - ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni - il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l’ultimo nel 2002 è stato di Hirshson - nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent’anni fa nel volume dello statunitense Carlo d’Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un’iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.
Sicilia 1943: la pagina nera di storia militare Usa studiata nelle università americane
L’ordine di Patton «Uccidete i prigionieri italiani»
I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio. «Decine di morti»
Storici e giuristi rileggono quei fatti per analizzare i casi di Guantanamo e Abu Ghraib
di Gianluca Di Feo (1-continua)
Tra il 12 e il 14 luglio del 1943, appena sbarcati in Sicilia, i soldati americani della 45ª Divisione del generale Patton uccisero a sangue freddo decine di prigionieri italiani e tedeschi disarmati. Gli eccidi furono compiuti a Biscari, a Comiso, a Canicattì. Una pagina nera della storia militare statunitense, pressoché sconosciuta nel nostro Paese che invece in America è tema di corsi universitari. Proprio in queste settimane, gli esperti Usa di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Allora i soldati americani si difesero dicendo di aver eseguito gli ordini di Patton.
«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: "Chi vuole partecipare all’esecuzione?". Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: "E’ meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia". Poi li ammazzò tutti». E’ una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché - come risulta dagli atti di quei processi - i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto - dichiararono - che il generale non voleva prigionieri».
I FATTI - Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell’Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Di due, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell’autunno ’43 la corte marziale Usa celebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d’esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti del tribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell’aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All’epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l’ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del ’43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l’alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University - il cui padre fu testimone oculare dell’eccidio - riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».
L’ORDINE - Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d’origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo: «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale. "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».
L’ORRORE - Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E’ una follia - gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l’aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: "Padre, sei venuto per seppellirli?". "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri"». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli". Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare"».
LA CONDANNA - Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all’ispettore dell’armata - figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L’accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani - poco meno di 50 - erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all’aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l’eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri.
Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all’uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all’ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d’immagine sugli italiani - con cui era stato appena concluso l’armistizio - e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l’intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell’esercito teme che la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleato di Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo - è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 - permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondo altre, ha concluso la guerra indenne.
L’ASSOLUZIONE - Invece il 23 ottobre ’43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C’era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E’ una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L’unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L’americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli. Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani. Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l’inchiesta si conclude con l’incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l’ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton. «Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton - concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un’esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni - tra cui diversi colonnelli - confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell’inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell’assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia - scrisse - che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca.
La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel ’73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell’83 la prima descrizione completa nell’autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani - assolutamente non sospettabili di revisionismo - ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni - il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l’ultimo nel 2002 è stato di Hirshson - nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent’anni fa nel volume dello statunitense Carlo d’Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un’iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.
storia delle donne:
le «Streghe della notte»
Corriere della Sera 23.6.04
DOCUMENTI L’epopea delle aviatrici sovietiche che combatterono nel cielo di Stalingrado durante la Seconda guerra mondiale
E le streghe tornarono, sulle macchine volanti
di Silvio Bertoldi
«Streghe della notte»: così, con una definizione forse più ammirativa che denigratoria, i tedeschi ribattezzarono le aviatrici russe del 588° reggimento da bombardamento, che nel 1943 imperversavano nei cieli di Stalingrado, durante le notti fiammeggianti che incombevano sull’assedio della Werhmacht. Nessun esercito in guerra, dal 1939 al 1945, ha avuto reparti aerei da combattimento composti esclusivamente da donne. Tranne i russi e credo che, a tutt’oggi, non fossero in tanti a saperlo. I russi arruolarono nell’Aeronautica militare le volontarie provenienti dagli aeroclub del tempo di pace, le equipararono agli uomini, formarono con esse tre reggimenti (bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata) e le impiegarono «alla pari» su tutti i fronti, dal 1941 al 1945, l’anno che vide i reparti delle squadriglie femminili superstiti atterrare vittoriosi a Berlino.
Non vi fu nulla di simile nell’aviazione americana né in quella inglese. E, tranne il caso notissimo dì Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker, nemmeno in quello tedesco. Soprattutto colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, di doveri e di perdite delle aviatrici russe: i sacrifici «maschili» che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per difendere la patria invasa.
Di questa straordinaria e unica avventura dell’eroismo femminile probabilmente avremmo continuato a non sapere nulla se Marina Rossi, titolare della cattedra di storia della Russia all’Università di Trieste, con anni di ricerche e con la raccolta delle testimonianze di quelle veterane ancora in vita, non ne avesse ricostruito la storia, con un libro affascinante.
Così sappiamo che tutto cominciò grazie all’entusiasmo d’una giovane donna molto bella, molto intelligente, che studiava musica e canto e che all’età di 19 anni, nel 1931, decise che solo il cielo sarebbe stato il suo destino. Si chiamava Marina Raskova, era figlia di musicisti, dunque niente la portava all’ambiente che sarebbe stato il suo. Ma quelli della sua giovinezza erano in Russia anni di grande fervore per il volo, fiorivano gli aeroclub, frequentati anche da ragazze affascinate dalle imprese degli assi che volavano con i Tupolev, gli Ilyuscin, i Jakovlev. Marina Raskova si iscrisse, ebbe il brevetto di navigatrice e riuscì a farsi ammettere all’Accademia aeronautica, prima donna nella storia del suo Paese. Divenne ufficiale, allo scoppio della guerra era maggiore e aveva alle spalle un lungo palmarès di trasvolate e di voli Mosca-Estremo Oriente, che ricordano quelli dei nostri Ferrarin e De Pinedo.
Ottenne dalle autorità militari di poter dar vita al primo reparto femminile d’aviazione, successivamente cresciuto fino a tre reggimenti, addestrati a Engels, in una base segreta sul Volga. Il loro primo impiego fu nei cieli del Donec e del Donbass, quindi su Voroscilovgrad, su Stalingrado e nel Caucaso. Si alzavano in volo di notte, su allarme, i riflettori della contraerea tedesca le inseguivano nel buio, quando le centravano venivano abbattute. Con i loro apparecchi da caccia scortavano le colleghe dei bombardieri, sfidando in duelli aerei i Messerschmidt tedeschi, talvolta vincendo, talvolta precipitando in fiamme. Toccò anche a Marina Raskova, caduta il 4 gennaio 1943 sul fronte di Stalingrado, in una tremenda bufera di neve: ma già nel marzo successivo due appartenenti alla sua squadriglia la vendicavano, attaccando 42 bombardieri germanici e abbattendone due.
Le superstiti hanno raccontato la loro vita: «Di sera arrivavano la benzina e le bombe e tutta la notte eravamo impiegate a bombardare». Era una esistenza durissima, sempre con l’alea della morte, ma restavano donne: «Le nostre mani e le nostre gambe gelavano, le giacche di pelliccia non riuscivano a scaldarci. Eppure, durante le soste in aeroporto si scherzava, si rideva... chi suonava il piano, molte scrivevano diari. Le mie compagne erano ragazze belle, intelligenti, che amavano sognare».
Quei diari parlano anche di prove fisicamente al limite: «Dieci volte andata e ritorno, dieci volte! Dieci volte ti sparano, ti illuminano con i riflettori, vedi come ti ammazzano gli amici, rientri, riparti... Lo sfinimento era tale che anche i piloti e gli ufficiali di rotta si addormentavano in volo oppure non riuscivano a dormire per qualche giorno... Per farci rimanere sveglie ci concedevano a volte 100 grammi di vodka o di qualche altra bevanda alcolica».
Il crollo del comunismo ha contribuito a cancellare molte memorie di una guerra che, iniziata patriotticamente, era stata mitizzata dalla deformante ideologia staliniana. Delle «streghe della notte» sono rimasti forse solo i loro ricordi e quel patetico raduno che ogni anno il 2 maggio, nell’anniversario della fine della guerra, le riunisce nel giardino del teatro Bolscioi a Mosca. In patria ebbero allora riconoscimenti, medaglie, alcune di esse la decorazione di «eroe dell’Unione Sovietica». Fuori della Russia, il silenzio.
Di donne aviatrici di guerra, solo Hanna Reitsch era destinata a conservare la sua fama anche dopo il crollo tedesco. Delle «streghe della notte» l’unico a sapere pare fosse stato il re d’Inghilterra, il padre di Elisabetta II. In segno di ammirazione, mandò al governo russo un certo numero di orologi d’oro perché fossero consegnati in suo ricordo alle aviatrici. Non li videro mai.
Il libro: Marina Rossi, «Le streghe della notte», ed. Unicopli, pagine 191, 16 euro
DOCUMENTI L’epopea delle aviatrici sovietiche che combatterono nel cielo di Stalingrado durante la Seconda guerra mondiale
E le streghe tornarono, sulle macchine volanti
di Silvio Bertoldi
«Streghe della notte»: così, con una definizione forse più ammirativa che denigratoria, i tedeschi ribattezzarono le aviatrici russe del 588° reggimento da bombardamento, che nel 1943 imperversavano nei cieli di Stalingrado, durante le notti fiammeggianti che incombevano sull’assedio della Werhmacht. Nessun esercito in guerra, dal 1939 al 1945, ha avuto reparti aerei da combattimento composti esclusivamente da donne. Tranne i russi e credo che, a tutt’oggi, non fossero in tanti a saperlo. I russi arruolarono nell’Aeronautica militare le volontarie provenienti dagli aeroclub del tempo di pace, le equipararono agli uomini, formarono con esse tre reggimenti (bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata) e le impiegarono «alla pari» su tutti i fronti, dal 1941 al 1945, l’anno che vide i reparti delle squadriglie femminili superstiti atterrare vittoriosi a Berlino.
Non vi fu nulla di simile nell’aviazione americana né in quella inglese. E, tranne il caso notissimo dì Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker, nemmeno in quello tedesco. Soprattutto colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, di doveri e di perdite delle aviatrici russe: i sacrifici «maschili» che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per difendere la patria invasa.
Di questa straordinaria e unica avventura dell’eroismo femminile probabilmente avremmo continuato a non sapere nulla se Marina Rossi, titolare della cattedra di storia della Russia all’Università di Trieste, con anni di ricerche e con la raccolta delle testimonianze di quelle veterane ancora in vita, non ne avesse ricostruito la storia, con un libro affascinante.
Così sappiamo che tutto cominciò grazie all’entusiasmo d’una giovane donna molto bella, molto intelligente, che studiava musica e canto e che all’età di 19 anni, nel 1931, decise che solo il cielo sarebbe stato il suo destino. Si chiamava Marina Raskova, era figlia di musicisti, dunque niente la portava all’ambiente che sarebbe stato il suo. Ma quelli della sua giovinezza erano in Russia anni di grande fervore per il volo, fiorivano gli aeroclub, frequentati anche da ragazze affascinate dalle imprese degli assi che volavano con i Tupolev, gli Ilyuscin, i Jakovlev. Marina Raskova si iscrisse, ebbe il brevetto di navigatrice e riuscì a farsi ammettere all’Accademia aeronautica, prima donna nella storia del suo Paese. Divenne ufficiale, allo scoppio della guerra era maggiore e aveva alle spalle un lungo palmarès di trasvolate e di voli Mosca-Estremo Oriente, che ricordano quelli dei nostri Ferrarin e De Pinedo.
Ottenne dalle autorità militari di poter dar vita al primo reparto femminile d’aviazione, successivamente cresciuto fino a tre reggimenti, addestrati a Engels, in una base segreta sul Volga. Il loro primo impiego fu nei cieli del Donec e del Donbass, quindi su Voroscilovgrad, su Stalingrado e nel Caucaso. Si alzavano in volo di notte, su allarme, i riflettori della contraerea tedesca le inseguivano nel buio, quando le centravano venivano abbattute. Con i loro apparecchi da caccia scortavano le colleghe dei bombardieri, sfidando in duelli aerei i Messerschmidt tedeschi, talvolta vincendo, talvolta precipitando in fiamme. Toccò anche a Marina Raskova, caduta il 4 gennaio 1943 sul fronte di Stalingrado, in una tremenda bufera di neve: ma già nel marzo successivo due appartenenti alla sua squadriglia la vendicavano, attaccando 42 bombardieri germanici e abbattendone due.
Le superstiti hanno raccontato la loro vita: «Di sera arrivavano la benzina e le bombe e tutta la notte eravamo impiegate a bombardare». Era una esistenza durissima, sempre con l’alea della morte, ma restavano donne: «Le nostre mani e le nostre gambe gelavano, le giacche di pelliccia non riuscivano a scaldarci. Eppure, durante le soste in aeroporto si scherzava, si rideva... chi suonava il piano, molte scrivevano diari. Le mie compagne erano ragazze belle, intelligenti, che amavano sognare».
Quei diari parlano anche di prove fisicamente al limite: «Dieci volte andata e ritorno, dieci volte! Dieci volte ti sparano, ti illuminano con i riflettori, vedi come ti ammazzano gli amici, rientri, riparti... Lo sfinimento era tale che anche i piloti e gli ufficiali di rotta si addormentavano in volo oppure non riuscivano a dormire per qualche giorno... Per farci rimanere sveglie ci concedevano a volte 100 grammi di vodka o di qualche altra bevanda alcolica».
Il crollo del comunismo ha contribuito a cancellare molte memorie di una guerra che, iniziata patriotticamente, era stata mitizzata dalla deformante ideologia staliniana. Delle «streghe della notte» sono rimasti forse solo i loro ricordi e quel patetico raduno che ogni anno il 2 maggio, nell’anniversario della fine della guerra, le riunisce nel giardino del teatro Bolscioi a Mosca. In patria ebbero allora riconoscimenti, medaglie, alcune di esse la decorazione di «eroe dell’Unione Sovietica». Fuori della Russia, il silenzio.
Di donne aviatrici di guerra, solo Hanna Reitsch era destinata a conservare la sua fama anche dopo il crollo tedesco. Delle «streghe della notte» l’unico a sapere pare fosse stato il re d’Inghilterra, il padre di Elisabetta II. In segno di ammirazione, mandò al governo russo un certo numero di orologi d’oro perché fossero consegnati in suo ricordo alle aviatrici. Non li videro mai.
Il libro: Marina Rossi, «Le streghe della notte», ed. Unicopli, pagine 191, 16 euro
la ragione filosofica, per la sua povertà
ha sempre avuto bisogno della stampella della «magia»
Corriere della Sera 23.6.04
ANTICIPAZIONE
Un saggio indaga i legami mai recisi tra il pensiero razionale e quello esoterico. Con alcune scoperte sorprendenti
Mente di filosofo, cuore di mago
Aristotele: l'idea dell'etere lo avvicina ai motivi ricorrenti del pensiero magico
Sant'Agostino: scorge netta trinità il mestiero mistico che concilia l'Uno e il molteplice
Immanuel Kant: nella sua estetica la bellezza suscita la scintilla divina che tutto tiene
di CESARE MEDAIL
Chi più di altri, tra i filosofi, ha contribuito alla riscossa della magia, dopo che l’Illuminismo pareva averla sconfitta? Sembra un paradosso, ma fu proprio Immanuel Kant, simbolo della svolta antimagica del tardo Settecento: fu lui a sancire i limiti di una ragione alla quale è preclusa ogni costruzione metafisica. Lo sosteneva Schopenhauer, primattore di quella rivincita magica: fu la coscienza dei limiti razionali, infatti, a spianare la via al grande «salto oltre la ragione». Che a rilanciare il pensiero magico sia stato Kant può apparire contraddittorio; ma la storia delle idee è fitta di momenti paradossali, i più affascinanti, se chi li racconta sa cogliere i retropensieri, i fili di raccordo più o meno esili sospesi fra mondi che si vorrebbero lontani, se non antitetici. E’ il caso del filosofo Massimo Donà, autore di "Magia e Filosofia" (Bompiani), un saggio controcorrente dove si dimostra che «per secoli non vi sono state linee di confine fra magia e filosofia» e che «la magia non è estranea al pensiero contemporaneo», come avverte Armando Torno nella prefazione.
Oggi siamo portati a considerare magia l’esercito di terapeuti invasati, santoni mercenari e cucinieri di malefìci, ai quali milioni di persone ricorrono per reazione a un mondo dove il dominio della tecnica azzera ogni anelito trascendente. Ma è un antico malinteso. Il vero mago, spiega Donà, rimedia alle risposte sempre parziali della ragione, aiuta l’uomo a salvarsi dal naufragio esistenziale e volge a suo vantaggio le potenze di una realtà dove tutto - il divino, l’umano e il mondo - è legato da una «forza» universale, di cui si trova traccia fin dai sistemi magico-religiosi egizi o caldei e che ritroviamo, più o meno mascherata, nella modernità.
Che cosa vuol dimostrare Donà? Che magia e filosofia sono due aspetti diversi, a volte divergenti ma mai in opposizione, di una stessa ricerca, della stessa ansia di indagare i misteri ultimi; una tesi che si rafforza guardando alle grandi rotture fra magia e filosofia avvenute nei secoli. Che spesso si rivelano apparenti.
Prendiamo Aristotele, il cui razionalismo empirico aveva depurato il sapere di ogni riferimento misterico: dagli orfici a Pitagora, fino a Platone. Eppure, di quella tradizione, qualcosa gli restava: come l’idea di un etere - perfetto, ingenerato, incorruttibile - che circola fra gli elementi, li tiene insieme e garantisce l’unità del tutto. Idea propria del pensiero magico, che sopravvisse all’Illuminismo aristotelico per riesplodere secoli dopo con i neoplatonici (Porfirio, Proclo, Giamblico).
Un’altra grande rottura con l’universo magico coincise con l’avvento del Cristianesimo, che rifiutò aruspici, astrologi, negromanti e sibille, proclamando la responsabilità individuale contro il determinismo pagano. La condanna delle pratiche magiche (e relative teorie) fu una costante, da Costantino al Medio Evo. Eppure, enunciando il mistero trinitario nel suo capolavoro De Trinitate , Agostino diede la più mirabile delle risposte a quello che per i maghi era il mistero per eccellenza: come conciliare l’Uno, il principio assolutamente unico, con la realtà molteplice. Il Dio di Agostino, infatti, per quanto unico, racchiude nella Trinità il principio dinamico che genera la molteplicità delle forme naturali; e la presenza del divino nella natura fu cantata negli inni al creato innalzati dallo stesso Agostino nel De vera religione o da Francesco nel Cantico delle creature .
Se per secoli, dunque, magia e filosofia hanno camminato parallele, ora il pensiero magico scorre parallelo alla religione. Al di là della caccia alle streghe. Nel Rinascimento, la cornice platonico-ermetica non fu in antitesi con il cristianesimo: paganesimo e religione apparivano come momenti di un unico percorso che porta ai misteri ultimi. Non a caso, a cominciare dalla pittura, fu data evidenza al ruolo simbolico dei Magi, messaggeri dell’antica sapienza; una sorta di passaggio di consegne all’Uomo-Dio, che molti salutarono come il più grande dei maghi, autore di un processo alchemico inaudito: la trasfigurazione dell’umano e del divino nell’Incarnazione. Così, Marsilio, Pico, Nicola Cusano, i rinascimentali che riscoprirono il filone neoplatonico nel Corpus Hermeticum attribuito al mitico Ermete Trismegisto, intesero il mondo, l’uomo e Dio come un unicum dove tutto si lega grazie alla forza universale dell’«amore», che il vero mago deve saper usare per ricondurre la realtà divisa all’unità divina.
Si direbbe quasi che il pensiero magico si trasformi lungo i secoli, permeando di volta in volta modelli filosofici estranei o avversi. Se osserviamo, per esempio, il grande momento di rottura rappresentato dalla svolta empirico-scientifica del Seicento, troveremo ancora tracce di magia. Lo stesso Francesco Bacone, anticipatore del metodo induttivo, prendeva le distanze dai misteri, ma considerava la magia una scienza, subordinata alla metafisica. Copernico non temeva di invocare Ermete, e Keplero intuiva segrete corrispondenze fra le strutture della geometria e quelle dell’universo. Insomma, negli stessi protagonisti della svolta razionalista si udiva una eco della tradizione magica, come nel caso del primo grande scienziato moderno, Isaac Newton, che ricorse all’alchimia insoddisfatto della chimica. Il padre della gravità si rivolse all’Ars Magna per ricavare un’immagine «in scala» delle attrazioni che governano il macrocosmo, convinto che le trasmutazioni dell’alambicco riflettessero le leggi universali.
Come abbiamo visto all’inizio, il filosofo che mise i paletti attorno alle ambizioni del pensiero razionale, aprendo la via al «salto oltre la ragione», fu proprio Kant, simbolo della rottura antimagica dei Lumi. Eppure, anche il grande di Königsberg trovò un posto non secondario, l’Estetica, per il pensiero magico: quando afferma che dall’esperienza della bellezza può emergere la scintilla divina. La bellezza consente di sperimentare l’«unità originaria che tiene tutto insieme»: così, nel magico operare dell’artista, Kant vede una via di salvezza. Siamo al poeta-mago, idea che avrebbe attraversato il romanticismo da Goethe a Novalis, a Shelling: come nell’alchimia, l’artista trova la via dell’Assoluto nell’atto creativo che trasmuta se stesso e la materia.
Nella cavalcata di Donà sfilano giganti del pensiero moderno (Fichte, Hegel, Nietzsche, Heidegger), per i quali la componente irrazionale non è solo retropensiero; sfilano rapidi militanti dell’esoterismo come Gurdjieff, Guénon, Evola per finire con Castaneda, che carpì agli stregoni messicani un sistema cognitivo fondato sulla forza che agirebbe nell’universo; e con Elémire Zolla, che ripropone ai moderni le infinite risorse inscritte nella sapienza degli antichi maghi e quindi dei mistici, rivivendole nella propria personale esperienza contemplativa. E ancora Freud e Jung, i cui metodi razionali li portano a scoprire l’inconscio, a scendere cioè nella dimensione oscura, primordiale, terreno magico per eccellenza.
Resta solo da chiedersi perché l’altro volto dei filosofi, quello magico, continui a manifestarsi anche presso chi lo respinge. La risposta, forse, viene da lontano, perché l’ansia di andare oltre la finitezza dei sensi è inscritta nei cromosomi dell’ homo sapiens fin da quando, nelle grotte di Altamira e Lascaux, dipingeva figure animali che fungevano da porta, da tramite con le potenze invisibili.
ANTICIPAZIONE
Un saggio indaga i legami mai recisi tra il pensiero razionale e quello esoterico. Con alcune scoperte sorprendenti
Mente di filosofo, cuore di mago
Aristotele: l'idea dell'etere lo avvicina ai motivi ricorrenti del pensiero magico
Sant'Agostino: scorge netta trinità il mestiero mistico che concilia l'Uno e il molteplice
Immanuel Kant: nella sua estetica la bellezza suscita la scintilla divina che tutto tiene
di CESARE MEDAIL
Chi più di altri, tra i filosofi, ha contribuito alla riscossa della magia, dopo che l’Illuminismo pareva averla sconfitta? Sembra un paradosso, ma fu proprio Immanuel Kant, simbolo della svolta antimagica del tardo Settecento: fu lui a sancire i limiti di una ragione alla quale è preclusa ogni costruzione metafisica. Lo sosteneva Schopenhauer, primattore di quella rivincita magica: fu la coscienza dei limiti razionali, infatti, a spianare la via al grande «salto oltre la ragione». Che a rilanciare il pensiero magico sia stato Kant può apparire contraddittorio; ma la storia delle idee è fitta di momenti paradossali, i più affascinanti, se chi li racconta sa cogliere i retropensieri, i fili di raccordo più o meno esili sospesi fra mondi che si vorrebbero lontani, se non antitetici. E’ il caso del filosofo Massimo Donà, autore di "Magia e Filosofia" (Bompiani), un saggio controcorrente dove si dimostra che «per secoli non vi sono state linee di confine fra magia e filosofia» e che «la magia non è estranea al pensiero contemporaneo», come avverte Armando Torno nella prefazione.
Oggi siamo portati a considerare magia l’esercito di terapeuti invasati, santoni mercenari e cucinieri di malefìci, ai quali milioni di persone ricorrono per reazione a un mondo dove il dominio della tecnica azzera ogni anelito trascendente. Ma è un antico malinteso. Il vero mago, spiega Donà, rimedia alle risposte sempre parziali della ragione, aiuta l’uomo a salvarsi dal naufragio esistenziale e volge a suo vantaggio le potenze di una realtà dove tutto - il divino, l’umano e il mondo - è legato da una «forza» universale, di cui si trova traccia fin dai sistemi magico-religiosi egizi o caldei e che ritroviamo, più o meno mascherata, nella modernità.
Che cosa vuol dimostrare Donà? Che magia e filosofia sono due aspetti diversi, a volte divergenti ma mai in opposizione, di una stessa ricerca, della stessa ansia di indagare i misteri ultimi; una tesi che si rafforza guardando alle grandi rotture fra magia e filosofia avvenute nei secoli. Che spesso si rivelano apparenti.
Prendiamo Aristotele, il cui razionalismo empirico aveva depurato il sapere di ogni riferimento misterico: dagli orfici a Pitagora, fino a Platone. Eppure, di quella tradizione, qualcosa gli restava: come l’idea di un etere - perfetto, ingenerato, incorruttibile - che circola fra gli elementi, li tiene insieme e garantisce l’unità del tutto. Idea propria del pensiero magico, che sopravvisse all’Illuminismo aristotelico per riesplodere secoli dopo con i neoplatonici (Porfirio, Proclo, Giamblico).
Un’altra grande rottura con l’universo magico coincise con l’avvento del Cristianesimo, che rifiutò aruspici, astrologi, negromanti e sibille, proclamando la responsabilità individuale contro il determinismo pagano. La condanna delle pratiche magiche (e relative teorie) fu una costante, da Costantino al Medio Evo. Eppure, enunciando il mistero trinitario nel suo capolavoro De Trinitate , Agostino diede la più mirabile delle risposte a quello che per i maghi era il mistero per eccellenza: come conciliare l’Uno, il principio assolutamente unico, con la realtà molteplice. Il Dio di Agostino, infatti, per quanto unico, racchiude nella Trinità il principio dinamico che genera la molteplicità delle forme naturali; e la presenza del divino nella natura fu cantata negli inni al creato innalzati dallo stesso Agostino nel De vera religione o da Francesco nel Cantico delle creature .
Se per secoli, dunque, magia e filosofia hanno camminato parallele, ora il pensiero magico scorre parallelo alla religione. Al di là della caccia alle streghe. Nel Rinascimento, la cornice platonico-ermetica non fu in antitesi con il cristianesimo: paganesimo e religione apparivano come momenti di un unico percorso che porta ai misteri ultimi. Non a caso, a cominciare dalla pittura, fu data evidenza al ruolo simbolico dei Magi, messaggeri dell’antica sapienza; una sorta di passaggio di consegne all’Uomo-Dio, che molti salutarono come il più grande dei maghi, autore di un processo alchemico inaudito: la trasfigurazione dell’umano e del divino nell’Incarnazione. Così, Marsilio, Pico, Nicola Cusano, i rinascimentali che riscoprirono il filone neoplatonico nel Corpus Hermeticum attribuito al mitico Ermete Trismegisto, intesero il mondo, l’uomo e Dio come un unicum dove tutto si lega grazie alla forza universale dell’«amore», che il vero mago deve saper usare per ricondurre la realtà divisa all’unità divina.
Si direbbe quasi che il pensiero magico si trasformi lungo i secoli, permeando di volta in volta modelli filosofici estranei o avversi. Se osserviamo, per esempio, il grande momento di rottura rappresentato dalla svolta empirico-scientifica del Seicento, troveremo ancora tracce di magia. Lo stesso Francesco Bacone, anticipatore del metodo induttivo, prendeva le distanze dai misteri, ma considerava la magia una scienza, subordinata alla metafisica. Copernico non temeva di invocare Ermete, e Keplero intuiva segrete corrispondenze fra le strutture della geometria e quelle dell’universo. Insomma, negli stessi protagonisti della svolta razionalista si udiva una eco della tradizione magica, come nel caso del primo grande scienziato moderno, Isaac Newton, che ricorse all’alchimia insoddisfatto della chimica. Il padre della gravità si rivolse all’Ars Magna per ricavare un’immagine «in scala» delle attrazioni che governano il macrocosmo, convinto che le trasmutazioni dell’alambicco riflettessero le leggi universali.
Come abbiamo visto all’inizio, il filosofo che mise i paletti attorno alle ambizioni del pensiero razionale, aprendo la via al «salto oltre la ragione», fu proprio Kant, simbolo della rottura antimagica dei Lumi. Eppure, anche il grande di Königsberg trovò un posto non secondario, l’Estetica, per il pensiero magico: quando afferma che dall’esperienza della bellezza può emergere la scintilla divina. La bellezza consente di sperimentare l’«unità originaria che tiene tutto insieme»: così, nel magico operare dell’artista, Kant vede una via di salvezza. Siamo al poeta-mago, idea che avrebbe attraversato il romanticismo da Goethe a Novalis, a Shelling: come nell’alchimia, l’artista trova la via dell’Assoluto nell’atto creativo che trasmuta se stesso e la materia.
Nella cavalcata di Donà sfilano giganti del pensiero moderno (Fichte, Hegel, Nietzsche, Heidegger), per i quali la componente irrazionale non è solo retropensiero; sfilano rapidi militanti dell’esoterismo come Gurdjieff, Guénon, Evola per finire con Castaneda, che carpì agli stregoni messicani un sistema cognitivo fondato sulla forza che agirebbe nell’universo; e con Elémire Zolla, che ripropone ai moderni le infinite risorse inscritte nella sapienza degli antichi maghi e quindi dei mistici, rivivendole nella propria personale esperienza contemplativa. E ancora Freud e Jung, i cui metodi razionali li portano a scoprire l’inconscio, a scendere cioè nella dimensione oscura, primordiale, terreno magico per eccellenza.
Resta solo da chiedersi perché l’altro volto dei filosofi, quello magico, continui a manifestarsi anche presso chi lo respinge. La risposta, forse, viene da lontano, perché l’ansia di andare oltre la finitezza dei sensi è inscritta nei cromosomi dell’ homo sapiens fin da quando, nelle grotte di Altamira e Lascaux, dipingeva figure animali che fungevano da porta, da tramite con le potenze invisibili.
Cina
Corriere della Sera 23.6.04
Diario Cinese
LO SVILUPPO CHE RESPINGE LA DEMOCRAZIA
Un viaggio nel Paese del boom economicoDa Tienanmen al «miracolo» Ora la Cina aspetta la politica
C’è il boom, la generazione dei contestatori è al potere nella stampa e nel business Ma il Partito è indietro sui tempi dell’economia e la corruzione alimenta il dissenso
di Francesco Giavazzi
PECHINO - Sulle impalcature di bambù dei grattacieli in costruzione a Shanghai è appesa la gigantografia di Fang Hongin, il nuovo direttore di Dragon Tv, la televisione di Stato di Shanghai. Alcuni anni fa, a Pechino Fang conduceva il talk show televisivo più seguito in Cina, con il quale ogni settimana esplorava i limiti di tolleranza delle autorità; ma quindici anni fa, nella primavera del 1989, Fang manifestava a Tienanmen insieme a decine di migliaia di studenti che chiedevano più democrazia, almeno all’interno del Partito comunista cinese. A Tienanmen c’era anche Guo Shuqing, oggi vicegovernatore della Banca centrale, una delle persone dalle quali dipende la decisione se mantenere il cambio fisso con il dollaro, oppure rivalutare il renminbi. Anche Hu Shuli appartiene a quella generazione: dopo le prime esperienze nella stampa del partito, la giornalista che l’ Economist ha definito «la donna più pericolosa della Cina» oggi dirige Caijng , una rivista economica che ogni due settimane pubblica inchieste sulle collusioni e la corruzione di imprenditori privati e funzionari pubblici. Ma sarebbe sbagliato pensare che il successo di alcuni dei giovani di Tienanmen, e queste esperienze di informazione apparentemente libera, siano il segno di un Paese che sta entrando nella democrazia. Le autorità cinesi consentono che Caijng si occupi della corruzione (in realtà, non rivelando molto di nuovo e limitandosi a registrare ciò che i cittadini osservano quotidianamente).
Ma nel contempo le stesse autorità escludono che nel 2008 il nuovo Parlamento di Hong Kong possa essere eletto, una brutta notizia per chi sperava che Hong Kong potesse costituire un laboratorio per la transizione democratica di tutta la Cina. (Per la verità le autorità hanno escluso elezioni nel 2008, ma hanno lasciato intravedere la possibilità di elezioni la volta successiva, nel 2012). Ho piuttosto l’impressione che Fang Hongin, Hu Shuli, lo stesso Guo Shuqing, partiti da Tienanmen, abbiano via via assimilato una filosofia che Yongtu Long, colui che negoziò l’ingresso della Cina nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) descrive con queste parole abbastanza crude: «Il primo diritto umano è uscire dalla povertà. In quindici anni abbiamo sottratto alla povertà 200 milioni di persone; 700 milioni di cinesi oggi vivono in abitazioni servite dalla corrente elettrica, un lusso dal quale quindici anni fa erano escluse. Per questo la nostra priorità è la crescita; tutto il resto, francamente è secondario».
Crescere non significa solo uscire dalla povertà. Venticinque anni fa, prima delle riforme di Deng Xiao Ping, la distribuzione del reddito in Cina era più egualitaria che in Svezia; oggi vi è molta disuguaglianza. Non solo tra città e campagne, tra le province occidentali e quelle che si affacciano sulle coste dell’Oceano Pacifico, ma anche nelle città più ricche, dove ogni giorno arrivano migliaia di contadini alla ricerca di un lavoro (il flusso dalla campagna alla città è stimato in 120 milioni di persone nei prossimi dieci anni). Oggi il grafico che descrive la distribuzione del reddito cinese assomiglia più al Brasile che alla Svezia. Ma più disuguaglianza vuol dire anche più opportunità: diventare ricchi oggi in Cina continua a essere molto difficile, ma non è più impossibile, altrimenti non sarebbero tanto numerosi i ragazzi che la sera affollano i bar del centro di Shanghai, ormai più simili ai pub londinesi di South Kensington che a quelli di Milano.
Ma davvero la Cina può fare a meno della democrazia? In un articolo pubblicato alcuni anni fa, «Le democrazie illiberali», Fareed Zakaria allora direttore della rivista americana Foreign Affairs , contesta la priorità data alla democrazia, intesa come la possibilità di scegliere la classe politica tramite libere elezioni. Il mondo è pieno di Paesi apparentemente democratici, nei quali governi «democraticamente eletti» calpestano le libertà individuali: dal Perù alla Sierra Leone, dal Pakistan alle Filippine, alla Russia di Vladimir Putin. Le elezioni servono a poco se poi i governi democraticamente eletti limitano l’indipendenza della stampa e della magistratura. «C’è più libertà a Shanghai che a Mosca» dice una collega di Tsinghua, la migliore università cinese. Probabilmente ha ragione anche se, accanto alla democrazia illiberale di Putin, vi è la straordinaria esperienza dell’India, un Paese che cresce altrettanto rapidamente della Cina, ma che nelle elezioni del mese scorso ha messo in dubbio questo modello e soprattutto la nuova diseguaglianza che esso comporta. Molti ritengono che dopo il cambiamento di governo, la crescita indiana rallenterà: è probabile, ma forse gli elettori hanno guardato più lontano e si sono chiesti quale società vogliono lasciare ai loro figli.
La Cina è priva di strumenti politici che consentano di porsi queste domande. È per questo motivo che io penso che Pechino non possa mettere in soffitta il problema della democrazia. Anzi, penso che questo sia il nodo dal quale dipende il futuro del Paese. Innanzitutto perché il regime, nonostante le battaglie di Caijng e nonostante la pena di morte, ha dimostrato di non essere in grado di ridurre la corruzione, oggi il fenomeno del quale i cinesi più si lamentano. La diseguaglianza può essere accettata, ma non se è il frutto della corruzione. E poi perché senza cambiamento politico il Paese rischia di perdere la propria deriva.
Francesco Sisci, il direttore dell’Istituto italiano di cultura in Cina, è uno degli osservatori più attenti del Partito comunista cinese: molti leader della nuova generazione, lo stesso Guo Shuquing, erano suoi compagni di università nella Pechino degli anni ’80: «Dopo la scomparsa di Deng il Partito e la Cina non hanno più un dittatore benevolente con l’autorità necessaria per decidere. L’Ufficio politico del Comitato centrale oggi comprende oltre venti persone e ogni decisione richiede l’unanimità. Per quelle più importanti serve un consenso ancor più vasto, che può coinvolgere fino a 3 mila membri del Partito». In questi mesi l’attività principale del Partito è la preparazione dei documenti che saranno discussi e approvati dal prossimo congresso, convocato per l’autunno del 2007. Può una potenza economica del XXI secolo procedere con questi tempi? La divaricazione tra i tempi della politica e quelli dell’economia fa sì che il Partito non riesca più a controllare un Paese che ormai procede in modo autonomo.
Come nei secoli in cui l’imperatore e la corte di Pechino erano deboli, le province vanno avanti da sole. Il Partito non è più in grado di ridistribuire il reddito tra province ricche e povere, ma ha anche perduto la possibilità di controllare la crescita. Io non penso che l’economia cinese sia surriscaldata: come lo può essere un’economia che ha di fronte a sé un’offerta di lavoro praticamente infinita, dove non esistono i sindacati e i salari sono determinati dal reddito contadino che è poco oltre il livello di sussistenza? Ma anche se lo fosse non vi sarebbe quasi nulla che il governo centrale potrebbe fare per rallentare la crescita. In un’economia nella quale non esiste il mercato finanziario, i tassi di interesse sono pressoché irrilevanti; per rallentare la domanda bisogna controllare direttamente il credito. Ma il direttore della filiale di Guangzhou della China Construction Bank, la più grande del Paese, non risponde al suo presidente che sta a Pechino, ma al governatore della sua provincia. L’unico strumento rimasto al governo centrale è il tasso di cambio: Pechino potrebbe decidere di rivalutare, ma non lo farà. Innanzitutto perché l’economia non è surriscaldata e poi perché i cinesi sono ben consci del fatto che gli squilibri dell’economia mondiale non nascono a Pechino ma a Washington, e lì vanno corretti.
Le difficoltà del processo decisionale all’interno del Partito, e per riflesso del governo, inducono qualcuno a dire che «l’unico modo per andare avanti è delegare il potere tramite un’elezione: se l’eletto non va bene, alle prossime elezioni lo cambiamo». Ma il cambiamento fa paura. «In trenta anni, dal 1949 al ’79, abbiamo fatto ogni sorta di esperimenti. Il risultato? La povertà e 50 milioni di morti», mi dice un amico cinese; «nel 1976, quando le manifestazioni della Primavera di Pechino hanno aperto la strada al ritorno di Deng al potere, abbiamo detto basta: il capitalismo sarà un sistema imperfetto, ma è meglio dei morti e della povertà. Oggi nessuno ha più voglia di pensare a un cambiamento». Come non capire un mio coetaneo che nell’anno in cui io mi iscrivevo all’università veniva mandato a «rieducarsi» in campagna? E tuttavia la chiave del futuro della Cina secondo me è proprio questa: come trovare il modo di passare alla democrazia.
Diario Cinese
LO SVILUPPO CHE RESPINGE LA DEMOCRAZIA
Un viaggio nel Paese del boom economicoDa Tienanmen al «miracolo» Ora la Cina aspetta la politica
C’è il boom, la generazione dei contestatori è al potere nella stampa e nel business Ma il Partito è indietro sui tempi dell’economia e la corruzione alimenta il dissenso
di Francesco Giavazzi
PECHINO - Sulle impalcature di bambù dei grattacieli in costruzione a Shanghai è appesa la gigantografia di Fang Hongin, il nuovo direttore di Dragon Tv, la televisione di Stato di Shanghai. Alcuni anni fa, a Pechino Fang conduceva il talk show televisivo più seguito in Cina, con il quale ogni settimana esplorava i limiti di tolleranza delle autorità; ma quindici anni fa, nella primavera del 1989, Fang manifestava a Tienanmen insieme a decine di migliaia di studenti che chiedevano più democrazia, almeno all’interno del Partito comunista cinese. A Tienanmen c’era anche Guo Shuqing, oggi vicegovernatore della Banca centrale, una delle persone dalle quali dipende la decisione se mantenere il cambio fisso con il dollaro, oppure rivalutare il renminbi. Anche Hu Shuli appartiene a quella generazione: dopo le prime esperienze nella stampa del partito, la giornalista che l’ Economist ha definito «la donna più pericolosa della Cina» oggi dirige Caijng , una rivista economica che ogni due settimane pubblica inchieste sulle collusioni e la corruzione di imprenditori privati e funzionari pubblici. Ma sarebbe sbagliato pensare che il successo di alcuni dei giovani di Tienanmen, e queste esperienze di informazione apparentemente libera, siano il segno di un Paese che sta entrando nella democrazia. Le autorità cinesi consentono che Caijng si occupi della corruzione (in realtà, non rivelando molto di nuovo e limitandosi a registrare ciò che i cittadini osservano quotidianamente).
Ma nel contempo le stesse autorità escludono che nel 2008 il nuovo Parlamento di Hong Kong possa essere eletto, una brutta notizia per chi sperava che Hong Kong potesse costituire un laboratorio per la transizione democratica di tutta la Cina. (Per la verità le autorità hanno escluso elezioni nel 2008, ma hanno lasciato intravedere la possibilità di elezioni la volta successiva, nel 2012). Ho piuttosto l’impressione che Fang Hongin, Hu Shuli, lo stesso Guo Shuqing, partiti da Tienanmen, abbiano via via assimilato una filosofia che Yongtu Long, colui che negoziò l’ingresso della Cina nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) descrive con queste parole abbastanza crude: «Il primo diritto umano è uscire dalla povertà. In quindici anni abbiamo sottratto alla povertà 200 milioni di persone; 700 milioni di cinesi oggi vivono in abitazioni servite dalla corrente elettrica, un lusso dal quale quindici anni fa erano escluse. Per questo la nostra priorità è la crescita; tutto il resto, francamente è secondario».
Crescere non significa solo uscire dalla povertà. Venticinque anni fa, prima delle riforme di Deng Xiao Ping, la distribuzione del reddito in Cina era più egualitaria che in Svezia; oggi vi è molta disuguaglianza. Non solo tra città e campagne, tra le province occidentali e quelle che si affacciano sulle coste dell’Oceano Pacifico, ma anche nelle città più ricche, dove ogni giorno arrivano migliaia di contadini alla ricerca di un lavoro (il flusso dalla campagna alla città è stimato in 120 milioni di persone nei prossimi dieci anni). Oggi il grafico che descrive la distribuzione del reddito cinese assomiglia più al Brasile che alla Svezia. Ma più disuguaglianza vuol dire anche più opportunità: diventare ricchi oggi in Cina continua a essere molto difficile, ma non è più impossibile, altrimenti non sarebbero tanto numerosi i ragazzi che la sera affollano i bar del centro di Shanghai, ormai più simili ai pub londinesi di South Kensington che a quelli di Milano.
Ma davvero la Cina può fare a meno della democrazia? In un articolo pubblicato alcuni anni fa, «Le democrazie illiberali», Fareed Zakaria allora direttore della rivista americana Foreign Affairs , contesta la priorità data alla democrazia, intesa come la possibilità di scegliere la classe politica tramite libere elezioni. Il mondo è pieno di Paesi apparentemente democratici, nei quali governi «democraticamente eletti» calpestano le libertà individuali: dal Perù alla Sierra Leone, dal Pakistan alle Filippine, alla Russia di Vladimir Putin. Le elezioni servono a poco se poi i governi democraticamente eletti limitano l’indipendenza della stampa e della magistratura. «C’è più libertà a Shanghai che a Mosca» dice una collega di Tsinghua, la migliore università cinese. Probabilmente ha ragione anche se, accanto alla democrazia illiberale di Putin, vi è la straordinaria esperienza dell’India, un Paese che cresce altrettanto rapidamente della Cina, ma che nelle elezioni del mese scorso ha messo in dubbio questo modello e soprattutto la nuova diseguaglianza che esso comporta. Molti ritengono che dopo il cambiamento di governo, la crescita indiana rallenterà: è probabile, ma forse gli elettori hanno guardato più lontano e si sono chiesti quale società vogliono lasciare ai loro figli.
La Cina è priva di strumenti politici che consentano di porsi queste domande. È per questo motivo che io penso che Pechino non possa mettere in soffitta il problema della democrazia. Anzi, penso che questo sia il nodo dal quale dipende il futuro del Paese. Innanzitutto perché il regime, nonostante le battaglie di Caijng e nonostante la pena di morte, ha dimostrato di non essere in grado di ridurre la corruzione, oggi il fenomeno del quale i cinesi più si lamentano. La diseguaglianza può essere accettata, ma non se è il frutto della corruzione. E poi perché senza cambiamento politico il Paese rischia di perdere la propria deriva.
Francesco Sisci, il direttore dell’Istituto italiano di cultura in Cina, è uno degli osservatori più attenti del Partito comunista cinese: molti leader della nuova generazione, lo stesso Guo Shuquing, erano suoi compagni di università nella Pechino degli anni ’80: «Dopo la scomparsa di Deng il Partito e la Cina non hanno più un dittatore benevolente con l’autorità necessaria per decidere. L’Ufficio politico del Comitato centrale oggi comprende oltre venti persone e ogni decisione richiede l’unanimità. Per quelle più importanti serve un consenso ancor più vasto, che può coinvolgere fino a 3 mila membri del Partito». In questi mesi l’attività principale del Partito è la preparazione dei documenti che saranno discussi e approvati dal prossimo congresso, convocato per l’autunno del 2007. Può una potenza economica del XXI secolo procedere con questi tempi? La divaricazione tra i tempi della politica e quelli dell’economia fa sì che il Partito non riesca più a controllare un Paese che ormai procede in modo autonomo.
Come nei secoli in cui l’imperatore e la corte di Pechino erano deboli, le province vanno avanti da sole. Il Partito non è più in grado di ridistribuire il reddito tra province ricche e povere, ma ha anche perduto la possibilità di controllare la crescita. Io non penso che l’economia cinese sia surriscaldata: come lo può essere un’economia che ha di fronte a sé un’offerta di lavoro praticamente infinita, dove non esistono i sindacati e i salari sono determinati dal reddito contadino che è poco oltre il livello di sussistenza? Ma anche se lo fosse non vi sarebbe quasi nulla che il governo centrale potrebbe fare per rallentare la crescita. In un’economia nella quale non esiste il mercato finanziario, i tassi di interesse sono pressoché irrilevanti; per rallentare la domanda bisogna controllare direttamente il credito. Ma il direttore della filiale di Guangzhou della China Construction Bank, la più grande del Paese, non risponde al suo presidente che sta a Pechino, ma al governatore della sua provincia. L’unico strumento rimasto al governo centrale è il tasso di cambio: Pechino potrebbe decidere di rivalutare, ma non lo farà. Innanzitutto perché l’economia non è surriscaldata e poi perché i cinesi sono ben consci del fatto che gli squilibri dell’economia mondiale non nascono a Pechino ma a Washington, e lì vanno corretti.
Le difficoltà del processo decisionale all’interno del Partito, e per riflesso del governo, inducono qualcuno a dire che «l’unico modo per andare avanti è delegare il potere tramite un’elezione: se l’eletto non va bene, alle prossime elezioni lo cambiamo». Ma il cambiamento fa paura. «In trenta anni, dal 1949 al ’79, abbiamo fatto ogni sorta di esperimenti. Il risultato? La povertà e 50 milioni di morti», mi dice un amico cinese; «nel 1976, quando le manifestazioni della Primavera di Pechino hanno aperto la strada al ritorno di Deng al potere, abbiamo detto basta: il capitalismo sarà un sistema imperfetto, ma è meglio dei morti e della povertà. Oggi nessuno ha più voglia di pensare a un cambiamento». Come non capire un mio coetaneo che nell’anno in cui io mi iscrivevo all’università veniva mandato a «rieducarsi» in campagna? E tuttavia la chiave del futuro della Cina secondo me è proprio questa: come trovare il modo di passare alla democrazia.
donne diavoli e santa Inquisizione
nel napoletano
Repubblica - ed. di Napoli 23.6.04
QUELLE DONNE NELL'ORBITA DEL DIAVOLO
di Giovanni Romeo
Per puro caso, la pubblicazione degli atti di un importante convegno vaticano sull´Inquisizione - cui "Repubblica" ha dato ampio risalto nei giorni scorsi - è venuta a coincidere con la scoperta dei drammatici scenari di satanismo in Lombardia e con le plateali imitazioni degli sconosciuti di Frattamaggiore. Mentre il pontefice ribadisce la condanna del celebre tribunale, da frange del mondo giovanile arrivano segnali inquietanti di disordine e morte. Ovviamente, per i cattolici che dissentono dai severi giudizi ripetutamente espressi dal Papa sugli inquisitori, non si tratta di una coincidenza. Se - sembra di sentirli dire - si prendono le distanze dalle istituzioni che per tanti secoli hanno cercato di preservare la purezza della fede da ogni contaminazione, gli esiti sono ovvi: quando il gatto non c´è, i topi ballano.
Le cose però sono un po´ più complicate. La storia della Napoli della Controriforma può essere un buon punto di riferimento per orientarsi in un terreno così scivoloso.
Tenuti a bada per quasi tutta l´età moderna da due tribunali dell´Inquisizione spesso l´un contro l´altro armati, i napoletani attratti nell´orbita del diavolo non soffrirono più di tanto dei loro controlli, agevolati anche da strategie repressive morbide, propense a un uso calibrato dello strumento giudiziario e, in particolare, delle condanne a morte. Processi, pene infamanti, minacce di scomunica, rifiuti dell´assoluzione sacramentale, non impedirono a molti di essi di dedicarsi a pratiche diaboliche di vario genere. Si pensi alle elaborate cerimonie che caratterizzano la ricerca di presunti tesori sepolti, uno dei passatempi più diffusi nei secoli scorsi a Napoli e nell´area flegrea. Siccome la tradizione vuole che siano dei diavoli a custodirli, riti a base di sacrifici di animali e anche, in rari casi, di esseri umani, sono ritenuti indispensabili per ammansirli e convincerli a non ostacolare gli scavi. Ma la sensibilità che fa da sfondo a queste vicende non è confrontabile in alcun modo con gli atteggiamenti dei satanisti contemporanei. Più che ai cupi scenari di oggi, siamo vicini alla truffa, per gli organizzatori, o al sogno di vincere la lotteria, per chi si lascia trascinare in queste avventure.
Diverso è il discorso per quanto riguarda le confessioni di stregoneria. L´orizzonte evocato in molti di questi racconti presenta indubbi punti di contatto con le drammatiche storie giovanili dei nostri giorni. Mi riferisco alle rivelazioni relative alla partecipazione al sabba e ai rapporti sessuali individuali col demonio, che a Napoli e in tutta l´Italia moderna, al contrario di quanto si è soliti credere, non sono quasi mai conseguenza delle pressioni psicologiche o delle torture di giudici ossessionati da cattive letture. La questione più controversa è quella della partecipazione al sabba, la misteriosa cerimonia notturna condotta dal diavolo, che torna in tanti processi: gruppi di persone, quasi sempre donne, si riunivano davvero di notte nel segno di Satana o presumevano di farlo, suggestionate da unguenti allucinogeni? Oggi si tende ad avvalorare la seconda ipotesi, ma in ogni caso la figura del diavolo intercettava bisogni profondi, irraggiungibili da una Chiesa pur capace di soddisfare attraverso i suoi riti e i suoi culti esigenze altrettanto vitali.
Proprio l´archivio dell´Inquisizione napoletana conserva confessioni di partecipazione a sabba diabolici - non estorte sotto tortura - che non hanno nulla da invidiare ai più celebri processi europei del Seicento. Orge caratterizzate dal patto di sangue con Satana, da balli, da pratiche sessuali libere, anche se prive di godimento, da cibi abbondanti, ma senza sale, e talvolta anche da infanticidi, rientrano nelle esperienze o nelle suggestioni di molte napoletane e lasciano spesso perplessi e incerti i loro giudici. Dinamiche dello stesso tipo sono ancora più evidenti nelle tante rivelazioni di rapporti sessuali individuali col diavolo, che costituiscono uno dei frutti più drammatici, non solo nella Napoli moderna, dell´internamento «rieducativo» delle «peccatrici» da redimere. Quanto più si stringe il cerchio sulle donne e sulla loro sessualità, tanto più il diavolo diventa per molte di esse l´unica alternativa. Giovane, imperioso, bello, si presenta di notte accanto ai letti delle recluse e dà loro i piaceri fisici preclusi dalla morale ufficiale. Uno scenario difficile da immaginare oggi, anche se l´Irlanda di "Magdalene" ci deve far riflettere. In ogni caso, se è vero che l´orizzonte in cui matura il satanismo contemporaneo non è quello della costrizione e della repressione, la sessualità e la morte sono, ora come allora, gli aspetti dell´esperienza in cui la figura del diavolo manifesta nel modo più prepotente la sua straordinaria forza di attrazione.
QUELLE DONNE NELL'ORBITA DEL DIAVOLO
di Giovanni Romeo
Per puro caso, la pubblicazione degli atti di un importante convegno vaticano sull´Inquisizione - cui "Repubblica" ha dato ampio risalto nei giorni scorsi - è venuta a coincidere con la scoperta dei drammatici scenari di satanismo in Lombardia e con le plateali imitazioni degli sconosciuti di Frattamaggiore. Mentre il pontefice ribadisce la condanna del celebre tribunale, da frange del mondo giovanile arrivano segnali inquietanti di disordine e morte. Ovviamente, per i cattolici che dissentono dai severi giudizi ripetutamente espressi dal Papa sugli inquisitori, non si tratta di una coincidenza. Se - sembra di sentirli dire - si prendono le distanze dalle istituzioni che per tanti secoli hanno cercato di preservare la purezza della fede da ogni contaminazione, gli esiti sono ovvi: quando il gatto non c´è, i topi ballano.
Le cose però sono un po´ più complicate. La storia della Napoli della Controriforma può essere un buon punto di riferimento per orientarsi in un terreno così scivoloso.
Tenuti a bada per quasi tutta l´età moderna da due tribunali dell´Inquisizione spesso l´un contro l´altro armati, i napoletani attratti nell´orbita del diavolo non soffrirono più di tanto dei loro controlli, agevolati anche da strategie repressive morbide, propense a un uso calibrato dello strumento giudiziario e, in particolare, delle condanne a morte. Processi, pene infamanti, minacce di scomunica, rifiuti dell´assoluzione sacramentale, non impedirono a molti di essi di dedicarsi a pratiche diaboliche di vario genere. Si pensi alle elaborate cerimonie che caratterizzano la ricerca di presunti tesori sepolti, uno dei passatempi più diffusi nei secoli scorsi a Napoli e nell´area flegrea. Siccome la tradizione vuole che siano dei diavoli a custodirli, riti a base di sacrifici di animali e anche, in rari casi, di esseri umani, sono ritenuti indispensabili per ammansirli e convincerli a non ostacolare gli scavi. Ma la sensibilità che fa da sfondo a queste vicende non è confrontabile in alcun modo con gli atteggiamenti dei satanisti contemporanei. Più che ai cupi scenari di oggi, siamo vicini alla truffa, per gli organizzatori, o al sogno di vincere la lotteria, per chi si lascia trascinare in queste avventure.
Diverso è il discorso per quanto riguarda le confessioni di stregoneria. L´orizzonte evocato in molti di questi racconti presenta indubbi punti di contatto con le drammatiche storie giovanili dei nostri giorni. Mi riferisco alle rivelazioni relative alla partecipazione al sabba e ai rapporti sessuali individuali col demonio, che a Napoli e in tutta l´Italia moderna, al contrario di quanto si è soliti credere, non sono quasi mai conseguenza delle pressioni psicologiche o delle torture di giudici ossessionati da cattive letture. La questione più controversa è quella della partecipazione al sabba, la misteriosa cerimonia notturna condotta dal diavolo, che torna in tanti processi: gruppi di persone, quasi sempre donne, si riunivano davvero di notte nel segno di Satana o presumevano di farlo, suggestionate da unguenti allucinogeni? Oggi si tende ad avvalorare la seconda ipotesi, ma in ogni caso la figura del diavolo intercettava bisogni profondi, irraggiungibili da una Chiesa pur capace di soddisfare attraverso i suoi riti e i suoi culti esigenze altrettanto vitali.
Proprio l´archivio dell´Inquisizione napoletana conserva confessioni di partecipazione a sabba diabolici - non estorte sotto tortura - che non hanno nulla da invidiare ai più celebri processi europei del Seicento. Orge caratterizzate dal patto di sangue con Satana, da balli, da pratiche sessuali libere, anche se prive di godimento, da cibi abbondanti, ma senza sale, e talvolta anche da infanticidi, rientrano nelle esperienze o nelle suggestioni di molte napoletane e lasciano spesso perplessi e incerti i loro giudici. Dinamiche dello stesso tipo sono ancora più evidenti nelle tante rivelazioni di rapporti sessuali individuali col diavolo, che costituiscono uno dei frutti più drammatici, non solo nella Napoli moderna, dell´internamento «rieducativo» delle «peccatrici» da redimere. Quanto più si stringe il cerchio sulle donne e sulla loro sessualità, tanto più il diavolo diventa per molte di esse l´unica alternativa. Giovane, imperioso, bello, si presenta di notte accanto ai letti delle recluse e dà loro i piaceri fisici preclusi dalla morale ufficiale. Uno scenario difficile da immaginare oggi, anche se l´Irlanda di "Magdalene" ci deve far riflettere. In ogni caso, se è vero che l´orizzonte in cui matura il satanismo contemporaneo non è quello della costrizione e della repressione, la sessualità e la morte sono, ora come allora, gli aspetti dell´esperienza in cui la figura del diavolo manifesta nel modo più prepotente la sua straordinaria forza di attrazione.
paura
ricevuto da Paola Franz
www.unito.it
La ricerca italiana guidata da Piergiorgio Strata pubblicata su "Neuron"
IL RICORDO DELLA PAURA PASSA PER IL CERVELLETTO:
SCOPERTA LA PROTEINA CHE NE TIENE TRACCIA
Lo studio è stato realizzato dall'Università di Torino
e dalla Fondazione S. Lucia di Roma
La paura, come il dolore, è un meccanismo di difesa che ci aiuta a prevenire pericoli e situazioni peggiori, ma può anche essere una malattia che fa vivere in uno stato di eterna ansia. Negli esperimenti condotti sui ratti è noto che suoni associati a leggere, ma fastidiose, scosse elettriche vengono memorizzati, dopo una fase di apprendimento, come una “lezione di pericolo”; successivamente, anche il solo suono induce negli animali uno stato di paura e di ansia. La formazione dei ricordi associati ad eventi traumatici è mediata da una struttura posta nella profondità del nostro cervello e che l‘uomo ha ereditato dai rettili, l‘amigdala: quest‘ultima regola gli stati emotivi di paura ed ansietà, mentre alterazioni della sua funzione inducono patologie quali attacchi d‘ansia, depressione ed autismo. In uno studio condotto su topi e pubblicato oggi su “Neuron”, il gruppo di ricercatori dell‘Università di Torino e dell‘IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, Benedetto Sacchetti, Bibiana Scelfo e Filippo Tempia, guidati dal Professor Piergiorgio Strata, hanno dimostrato che la memoria di un evento che provoca paura è accompagnata da modificazioni stabili in un particolare tipo di sinapsi (formata dalle fibre parallele e dalla cellula di Purkinje). A sua volta tale sinapsi possiede in esclusiva una specifica proteina (la subunità delta2 del recettore del glutammato, codificata dal gene GRID2 la cui mutazione provoca atassia cerebellare); quando questa manca l‘animale “impara” la reazione di paura acquisita ma poi la dimentica, mentre la paura innata rimane intatta. Vengono pertanto confermate alcune recenti ricerche che hanno dimostrato l‘importanza del cervelletto anche nel controllo delle emozioni e non soltanto nella regolazione dei movimenti, come sostenuto per lungo tempo. Negli animali la stimolazione del cervelletto ha provocato reazioni comportamentali indicative di un aumentato stato di paura. Nell‘uomo la stessa stimolazione evoca sintomi psicotici, mentre in pazienti con lesioni in questa sede sono stati documentati gravi disturbi della sfera emotiva (ad esempio depressione ed autismo). Il cervelletto è inoltre in grado di regolare direttamente e indirettamente l‘attività dell‘amigdala e, come dimostrato per la prima volta con questo studio, è coinvolto nella formazione dei ricordi legati alla paura. “L‘identificazione di un sito così specifico per il consolidamento della memoria della paura apre la via - ha dichiarato il Professor Strata - alla manipolazione della proteina coinvolta e alla possibilità d‘interferire con i fenomeni di paura ed ansia. A livello per ora del tutto teorico, la manipolazione di tale proteina potrebbe farci dimenticare esperienze sgradevoli che possono influenzare negativamente il nostro stato psichico. Altra prospettiva, sulla quale attualmente lavoriamo, riguarda lo studio dei meccanismi molecolari della modificazione sinaptica associata alla memorizzazione della paura dimostrata in questo lavoro”. Lo studio effettuato dai ricercatori di Torino e Roma fa parte di un vasto progetto per studiare i meccanismi della memoria e dell‘apprendimento a livello di modificazioni che avvengono nelle sinapsi (plasticità sinaptica); tali studi sono di fondamentale importanza per i processi di riabilitazione. Il progetto è sostenuto dal Ministero dell‘Università e della Ricerca e dal Ministero della Salute attraverso la Fondazione Santa Lucia.
www.unito.it
La ricerca italiana guidata da Piergiorgio Strata pubblicata su "Neuron"
IL RICORDO DELLA PAURA PASSA PER IL CERVELLETTO:
SCOPERTA LA PROTEINA CHE NE TIENE TRACCIA
Lo studio è stato realizzato dall'Università di Torino
e dalla Fondazione S. Lucia di Roma
La paura, come il dolore, è un meccanismo di difesa che ci aiuta a prevenire pericoli e situazioni peggiori, ma può anche essere una malattia che fa vivere in uno stato di eterna ansia. Negli esperimenti condotti sui ratti è noto che suoni associati a leggere, ma fastidiose, scosse elettriche vengono memorizzati, dopo una fase di apprendimento, come una “lezione di pericolo”; successivamente, anche il solo suono induce negli animali uno stato di paura e di ansia. La formazione dei ricordi associati ad eventi traumatici è mediata da una struttura posta nella profondità del nostro cervello e che l‘uomo ha ereditato dai rettili, l‘amigdala: quest‘ultima regola gli stati emotivi di paura ed ansietà, mentre alterazioni della sua funzione inducono patologie quali attacchi d‘ansia, depressione ed autismo. In uno studio condotto su topi e pubblicato oggi su “Neuron”, il gruppo di ricercatori dell‘Università di Torino e dell‘IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, Benedetto Sacchetti, Bibiana Scelfo e Filippo Tempia, guidati dal Professor Piergiorgio Strata, hanno dimostrato che la memoria di un evento che provoca paura è accompagnata da modificazioni stabili in un particolare tipo di sinapsi (formata dalle fibre parallele e dalla cellula di Purkinje). A sua volta tale sinapsi possiede in esclusiva una specifica proteina (la subunità delta2 del recettore del glutammato, codificata dal gene GRID2 la cui mutazione provoca atassia cerebellare); quando questa manca l‘animale “impara” la reazione di paura acquisita ma poi la dimentica, mentre la paura innata rimane intatta. Vengono pertanto confermate alcune recenti ricerche che hanno dimostrato l‘importanza del cervelletto anche nel controllo delle emozioni e non soltanto nella regolazione dei movimenti, come sostenuto per lungo tempo. Negli animali la stimolazione del cervelletto ha provocato reazioni comportamentali indicative di un aumentato stato di paura. Nell‘uomo la stessa stimolazione evoca sintomi psicotici, mentre in pazienti con lesioni in questa sede sono stati documentati gravi disturbi della sfera emotiva (ad esempio depressione ed autismo). Il cervelletto è inoltre in grado di regolare direttamente e indirettamente l‘attività dell‘amigdala e, come dimostrato per la prima volta con questo studio, è coinvolto nella formazione dei ricordi legati alla paura. “L‘identificazione di un sito così specifico per il consolidamento della memoria della paura apre la via - ha dichiarato il Professor Strata - alla manipolazione della proteina coinvolta e alla possibilità d‘interferire con i fenomeni di paura ed ansia. A livello per ora del tutto teorico, la manipolazione di tale proteina potrebbe farci dimenticare esperienze sgradevoli che possono influenzare negativamente il nostro stato psichico. Altra prospettiva, sulla quale attualmente lavoriamo, riguarda lo studio dei meccanismi molecolari della modificazione sinaptica associata alla memorizzazione della paura dimostrata in questo lavoro”. Lo studio effettuato dai ricercatori di Torino e Roma fa parte di un vasto progetto per studiare i meccanismi della memoria e dell‘apprendimento a livello di modificazioni che avvengono nelle sinapsi (plasticità sinaptica); tali studi sono di fondamentale importanza per i processi di riabilitazione. Il progetto è sostenuto dal Ministero dell‘Università e della Ricerca e dal Ministero della Salute attraverso la Fondazione Santa Lucia.
sonno depressione creatività memoria
un convegno all'Università di Napoli
Il Mattino 23.6.04
Elogio della «pennichella» antistress
di Fabrizio Coscia
«Chi dorme non piglia pesci», recita un antico adagio popolare. Eppure, a giudicare dagli ultimi risultati nel campo della ricerca sul sonno, pubblicati di recente su «Nature», appare sempre più plausibile l'idea che durante il sonno non solo si continui a ragionare, ma sia possibile capire cose che, da svegli, sembravano incomprensibili. Come dire che per risolvere un problema che ci assilla non ci sarebbe rimedio migliore d'una bella dormita. E lo sanno bene personaggi come il fisiologo Otto Loewi, premio Nobel austriaco, che arrivò in pieno sonno all'esperimento per verificare la sua teoria della trasmissione chimica degli impulsi nervosi; o il chimico russo Dimitrij Mendeleev, che dopo essersi arrovellato a lungo su come disporre i 63 elementi allora conosciuti, sognò la tabella che l'avrebbe reso famoso; o il romanziere Robert Louis Stevenson, il quale sostenne di aver visto in sogno la trama de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde; o il compositore 700esco Giuseppe Tartini, che trovò, sempre dormendo, la melodia della sonata per violino «II trillo del diavolo».
L'importanza del sonno nella riorganizzazione inconsapevole delle informazioni mentali è studiata da tempo, almeno dal 1953, data della scoperta del sonno REM, ma i poeti, come sempre, sono stati di gran lunga in anticipo sulle scoperte scientifiche. Già Shakespeare, infatti, che nel «Macbeth» definisce il sonno il «nutrimento principale al banchetto della vita umana», esaltava le qualità balsamiche e, per l'appunto, riordinative, di un'attività che «ravvia, sbroglia, dipana l'arruffata matassa degli affanni». Elogio di Morfeo, dunque, celebrazione della pennichella, apologia dello sbadiglio? Eppure, nonostante l'importanza del riposo nella nostra vita sia sempre più confortata dai dati scientifici, la tendenza generale sembra essere quella di non dormire a sufficienza. Troppo incalzati da ritmi di vita frenetici e da modelli di produzione e competitività stressanti, continuiamo a sentirci in colpa per qualche ora in più dedicata al sonno, come se fosse tempo sprecato.
Per discutere di questi e altri problemi da domani si apriranno i lavori della IX riunione annuale della Società italiana di ricerca sul sonno, presso l'aula Magna della Presidenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Seconda Università di Napoli. Al congresso internazionale - organizzato dai responsabili del laboratorio del sonno del Dipartimento di Psicologia, Giuseppe Barbato e Gianluca Ficca - si discuterà fino a sabato degli ultimi risultati delle ricerche sul sonno e sul sogno.
«Tra i temi del congresso sarà data grande attenzione alla gestione della sonnolenza, che è oggi uno dei campi di studio più importanti per la ricerca sul sonno - afferma il prof. Ficca, autore con Piero Salzarulo del saggio La mente nel sonno (Laterza) - È un tema attuale e di grande rilevanza sia per la sicurezza stradale, sia per categorie quali turnisti, controllori di volo e piloti. Su quest'ultimo aspetto in Italia l'attenzione delle istituzioni e delle aziende è ancora minore rispetto al resto d'Europa. Basti pensare che in Scandinavia, ad esempio, le compagnie aeree si avvalgono di consulenze specialistiche proprio per affrontare questo tipo di problemi». Due le letture magistrali previste dal congresso: Daniel Aeschbach (Università di Harvard) sulle differenze tra brevi e lunghi dormitori e Joelle Adrien (Salpetriere) sulle relazioni tra sonno e depressione.
«Le alterazioni del ritmo sonno-veglia sono spesso il sintomo di malattie neurologiche e psichiatriche - spiega Ficca - e proprio per questo vanno diagnosticate con molta attenzione». Depressione, creatività, memoria: il dibattito, tra gli esperti, è ancora aperto. E a testimonianza dell'ampio spettro d'interessi che può avere il tema, il congresso aprirà con una relazione sul «Sonno nel cinema», di Ignazio Senatore, introdotta da un video che raccoglie immagini di sonno e sogni di celluloide.
Elogio della «pennichella» antistress
di Fabrizio Coscia
«Chi dorme non piglia pesci», recita un antico adagio popolare. Eppure, a giudicare dagli ultimi risultati nel campo della ricerca sul sonno, pubblicati di recente su «Nature», appare sempre più plausibile l'idea che durante il sonno non solo si continui a ragionare, ma sia possibile capire cose che, da svegli, sembravano incomprensibili. Come dire che per risolvere un problema che ci assilla non ci sarebbe rimedio migliore d'una bella dormita. E lo sanno bene personaggi come il fisiologo Otto Loewi, premio Nobel austriaco, che arrivò in pieno sonno all'esperimento per verificare la sua teoria della trasmissione chimica degli impulsi nervosi; o il chimico russo Dimitrij Mendeleev, che dopo essersi arrovellato a lungo su come disporre i 63 elementi allora conosciuti, sognò la tabella che l'avrebbe reso famoso; o il romanziere Robert Louis Stevenson, il quale sostenne di aver visto in sogno la trama de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde; o il compositore 700esco Giuseppe Tartini, che trovò, sempre dormendo, la melodia della sonata per violino «II trillo del diavolo».
L'importanza del sonno nella riorganizzazione inconsapevole delle informazioni mentali è studiata da tempo, almeno dal 1953, data della scoperta del sonno REM, ma i poeti, come sempre, sono stati di gran lunga in anticipo sulle scoperte scientifiche. Già Shakespeare, infatti, che nel «Macbeth» definisce il sonno il «nutrimento principale al banchetto della vita umana», esaltava le qualità balsamiche e, per l'appunto, riordinative, di un'attività che «ravvia, sbroglia, dipana l'arruffata matassa degli affanni». Elogio di Morfeo, dunque, celebrazione della pennichella, apologia dello sbadiglio? Eppure, nonostante l'importanza del riposo nella nostra vita sia sempre più confortata dai dati scientifici, la tendenza generale sembra essere quella di non dormire a sufficienza. Troppo incalzati da ritmi di vita frenetici e da modelli di produzione e competitività stressanti, continuiamo a sentirci in colpa per qualche ora in più dedicata al sonno, come se fosse tempo sprecato.
Per discutere di questi e altri problemi da domani si apriranno i lavori della IX riunione annuale della Società italiana di ricerca sul sonno, presso l'aula Magna della Presidenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Seconda Università di Napoli. Al congresso internazionale - organizzato dai responsabili del laboratorio del sonno del Dipartimento di Psicologia, Giuseppe Barbato e Gianluca Ficca - si discuterà fino a sabato degli ultimi risultati delle ricerche sul sonno e sul sogno.
«Tra i temi del congresso sarà data grande attenzione alla gestione della sonnolenza, che è oggi uno dei campi di studio più importanti per la ricerca sul sonno - afferma il prof. Ficca, autore con Piero Salzarulo del saggio La mente nel sonno (Laterza) - È un tema attuale e di grande rilevanza sia per la sicurezza stradale, sia per categorie quali turnisti, controllori di volo e piloti. Su quest'ultimo aspetto in Italia l'attenzione delle istituzioni e delle aziende è ancora minore rispetto al resto d'Europa. Basti pensare che in Scandinavia, ad esempio, le compagnie aeree si avvalgono di consulenze specialistiche proprio per affrontare questo tipo di problemi». Due le letture magistrali previste dal congresso: Daniel Aeschbach (Università di Harvard) sulle differenze tra brevi e lunghi dormitori e Joelle Adrien (Salpetriere) sulle relazioni tra sonno e depressione.
«Le alterazioni del ritmo sonno-veglia sono spesso il sintomo di malattie neurologiche e psichiatriche - spiega Ficca - e proprio per questo vanno diagnosticate con molta attenzione». Depressione, creatività, memoria: il dibattito, tra gli esperti, è ancora aperto. E a testimonianza dell'ampio spettro d'interessi che può avere il tema, il congresso aprirà con una relazione sul «Sonno nel cinema», di Ignazio Senatore, introdotta da un video che raccoglie immagini di sonno e sogni di celluloide.
IL VIDEO DELL'AULA MAGNA DEL 19 GIUGNO
DISPONIBILE SU MAWIVIDEO
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19 MAGGIO 2004
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i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
un caso
TG.com 23.6.04
La condanna di Francesco Nuti
Il regista ancora schiavo dell'alcol
Francesco Nuti ci è ricascato. Il mal di vivere attanaglia ancora il regista toscano che dai successi degli anni Ottanta è sprofondato in un abisso di depressione, paura e solitudine. Alla conferenza stampa romana che avrebbe dovuto segnare il suo riscatto si è presentato con i segni inconfondibili dell'ennesima sbornia. "Jim Morrison si riempiva di droga, io mi faccio di vino", ha confessato l'artista di fronte alla platea dei giornalisti.
Nuti non aveva nessuna voglia di parlare del suo nuovo film (che dovrebbe cominciare nell'estate del 2005) e della proposta di legge per il cinema italiano sostenuta dai Verdi. Per il protagonista di "Io Chiara e lo scuro" c'era un'esigenza più impellente, quella di lanciare ancora una volta, di fronte a tutti, un disperato grido di aiuto e di denunciare, senza reticenze, la propria dipendenza dall'alcol. Un fenomeno spesso sottostimato, che in Italia colpisce un milione e mezzo di persone e che negli ultimi dieci anni ha causato 300mila vittime. La desolante apparizione del regista di "Stregati" alla conferenza stampa di Roma riporta il problema alla ribalta. Molto si parla di droga, si stigmatizzano canne e spinelli, ma si dà poco spazio al problema dell'alcol e della minaccia che costituisce per i giovani. Qualche titolo in occasione delle "stragi del sabato sera" e poi l'alcolismo torna ad essere un male sotterraneo, una condanna che colpisce spesso i più deboli, ma anche chi, come Nuti, ha conosciuto il successo e poi non ha avuto la forza di far fronte agli inevitabili passi falsi della vita.
"Perché non mi fate domande sull'anima? Perché non parliamo dell'anima?", chiedeva Nuti ai giornalisti che lo incalzavano con domande su "Solo quando potrò cullare un bambino", il nuovo film che il regista dirigerà e interpreterà con Philippe Noiret. E oggi l'anima del regista d'oro degli anni Ottanta è un'anima inquieta e malata, che rifugge dalla "normalità", ma senza trovare una via di uscita. Qualcuno si era illuso che per Nuti si stesse aprendo una nuova pagina, che l'attore toscano si stesse riprendendo dopo le drammatiche esternazioni dei mesi scorsi, il suicidio annunciato, i ricoveri in ospedale. L'apparizione da Panariello in "Torno sabato...e tre", l'idea di un nuovo film, il progetto di legge sul cinema che l'artista avrebbe dovuto presentare con il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, tutte queste cose facevano ben sperare. La performance di Roma ha riportato tutti a una realtà ben più sofferente. Gonfio e trincerato dietro gli occhiali scuri, l'autore di "Caruso Paskovski" ha gelato tutti con un triste elenco di personaggi che, come lui, sono stati schiavi della dipendenza: Ray Charles, Jim Morrison, Jimmy Hendrix. Poi ha citato il suo nemico, l'unica cosa di cui Nuti ha detto di avere paura: il vino.
La condanna di Francesco Nuti
Il regista ancora schiavo dell'alcol
Francesco Nuti ci è ricascato. Il mal di vivere attanaglia ancora il regista toscano che dai successi degli anni Ottanta è sprofondato in un abisso di depressione, paura e solitudine. Alla conferenza stampa romana che avrebbe dovuto segnare il suo riscatto si è presentato con i segni inconfondibili dell'ennesima sbornia. "Jim Morrison si riempiva di droga, io mi faccio di vino", ha confessato l'artista di fronte alla platea dei giornalisti.
Nuti non aveva nessuna voglia di parlare del suo nuovo film (che dovrebbe cominciare nell'estate del 2005) e della proposta di legge per il cinema italiano sostenuta dai Verdi. Per il protagonista di "Io Chiara e lo scuro" c'era un'esigenza più impellente, quella di lanciare ancora una volta, di fronte a tutti, un disperato grido di aiuto e di denunciare, senza reticenze, la propria dipendenza dall'alcol. Un fenomeno spesso sottostimato, che in Italia colpisce un milione e mezzo di persone e che negli ultimi dieci anni ha causato 300mila vittime. La desolante apparizione del regista di "Stregati" alla conferenza stampa di Roma riporta il problema alla ribalta. Molto si parla di droga, si stigmatizzano canne e spinelli, ma si dà poco spazio al problema dell'alcol e della minaccia che costituisce per i giovani. Qualche titolo in occasione delle "stragi del sabato sera" e poi l'alcolismo torna ad essere un male sotterraneo, una condanna che colpisce spesso i più deboli, ma anche chi, come Nuti, ha conosciuto il successo e poi non ha avuto la forza di far fronte agli inevitabili passi falsi della vita.
"Perché non mi fate domande sull'anima? Perché non parliamo dell'anima?", chiedeva Nuti ai giornalisti che lo incalzavano con domande su "Solo quando potrò cullare un bambino", il nuovo film che il regista dirigerà e interpreterà con Philippe Noiret. E oggi l'anima del regista d'oro degli anni Ottanta è un'anima inquieta e malata, che rifugge dalla "normalità", ma senza trovare una via di uscita. Qualcuno si era illuso che per Nuti si stesse aprendo una nuova pagina, che l'attore toscano si stesse riprendendo dopo le drammatiche esternazioni dei mesi scorsi, il suicidio annunciato, i ricoveri in ospedale. L'apparizione da Panariello in "Torno sabato...e tre", l'idea di un nuovo film, il progetto di legge sul cinema che l'artista avrebbe dovuto presentare con il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, tutte queste cose facevano ben sperare. La performance di Roma ha riportato tutti a una realtà ben più sofferente. Gonfio e trincerato dietro gli occhiali scuri, l'autore di "Caruso Paskovski" ha gelato tutti con un triste elenco di personaggi che, come lui, sono stati schiavi della dipendenza: Ray Charles, Jim Morrison, Jimmy Hendrix. Poi ha citato il suo nemico, l'unica cosa di cui Nuti ha detto di avere paura: il vino.
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