mercoledì 27 aprile 2005

il prof. Veronesi e il referendum

L'Unità 27 Aprile 2005
Veronesi: «Diritti delle donne e ricerca, ecco i miei 4 Sì»
«Una legge ingiusta e disumana»
FECONDAZIONE salute e ricerca
Luca Landò
Dalla sterilità all’aborto, fino alla libertà
di ricerca: intervista all’ex ministro della
Salute testimonial della campagna dei Ds
e dei referendari: «Una legge sbagliata»

«L’obbligo di impianto di 3 ovuli fecondati?
Se attecchiscono tutti finirebbero per stare
ammassati, danneggiandosi l’un l’altro. Così
si finisce col condannare proprio l’embrione»
MILANO È una legge devastante, come quei proiettili che si spezzano e si dividono, distruggendo tanti organi in un colpo solo. Una legge che con la scusa di combattere il Far West si infila nel corpo della società rimbalzando pericolosamente tra etica, scienza e diritti.
Umberto Veronesi non ha dubbi: quella sulla procreazione assistita è una legge medievale (la definizione è del New York Times) «perché impone obblighi antichi». E il 12 giugno voterà sì, anzi quattro volte sì.

Proprio per questo l’ex ministro della Salute ha accettato di diventare testimonial della campagna promossa dai Ds e dal Comitato per il referendum.
«Bisogna spiegare a chiunque, a tutti quelli che incontriamo, ci ascoltano, ci leggono, che bisogna votare e far votare contro questa legge sbagliata. E piena di contraddizioni».
Ad esempio?
«Prendiamo l’articolo che vieta il congelamento degli embrioni e impone che tutte le cellule fecondate, fino a un massimo di tre, siano impiantate nell’utero. È un controsenso. Perché se tutti gli embrioni impiantati attecchiscono, si ha una gravidanza trigemellare creando un problema per la donna e mettendo a repentaglio la salute dei futuri feti i quali, per banali motivi geometrici, di spazio, rischieranno di non vedere mai la luce. Se invece, come auspicabile, ne attecchisce una solo significa che gli altri due muoiono, che è proprio quello che la legge non vuole. Perché è una legge che va contro se stessa: dice di voler proteggere l’ovulo fecondato ma, imponendo di impiantarli tutti e tre (perché non ammette il loro congelamento) finisce per condannarne a morte uno o due. E dire che basterebbe applicare la norma dettata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità la quale dice di inserire nell’utero un solo ovulo fecondato per volta, mentre gli altri devono essere messi da parte in modo da venir utilizzati se il primo non attecchisce».
La seconda contraddizione?
«Riguarda la diagnosi preimpianto la quale, dal punto di vista medico - ma anche logico o del semplice buon senso - non è altro che l’anticipazione di quella diagnosi prenatale che viene effettuata frequentemente in gravidanza. Bene, in Italia oggi ci troviamo nella situazione, davvero singolare, che è possibile verificare la salute del feto all’interno della madre, ma non quella dell’embrione nella provetta. E non è finita. La legge 194 dice che, in presenza di malattie genetiche è possibile interrompere la gravidanza ricorrendo all’aborto. Che è poi quello che avviene da anni nei Paesi europei. Una recente indagine dice che in Europa l’89% delle donne preferisce ricorrere all’aborto se l’esito dell’amniocentesi rivela che il feto è affetto da sindrome di Down. Ora, visto che stiamo parlando di fecondazione assistita e che esistono le tecniche di diagnosi embrionale, perché dover aspettare la formazione del feto? Perché ricorrere a un aborto quando basta decidere di non impiantare l’embrione che presenta un danno genetico?».
A questo proposito c’è un aspetto ancora più singolare. La legge dice espressamente che possono ricorrere alla fecondazione assistita solo le coppie con problemi di sterilità escludendo in tal modo quelle, fertili, dove esiste alta probabilità di trasmettere ai propri figli una malattia genetica.
«È una scelta ingiusta. In Italia ogni anno nascono 30mila bambini affetti da malattie dovute a difetti genetici, molte delle quali gravi. La fecondazione assistita e la diagnosi preimpianto potrebbero ridurre di molto quel numero».
E la terza contraddizione?
«Riguarda i 31mila embrioni attualmente congelati e conservati nei vari laboratori italiani, frutto dell’attività degli anni passati. La nuova legge non dice nulla in proposito: sai solo che non li puoi sopprimere e non li puoi utilizzare per scopi di ricerca. Il risultato è che vengono lasciati rinchiusi nei freezer dove comunque sono destinati, prima o poi, a morire. Anche qui il buon senso dice che piuttosto che dimenticarli e lasciarli finire nel nulla sia meglio destinarli alla ricerca».
Che è poi quello che ha sostenuto venerdì l’Accademia dei Lincei con un documento che non lascia dubbi.
«Teniamo presente che uno dei settori più promettenti della ricerca biologica e medica riguarda le staminali di origine embrionale, cellule molto versatili, si chiamano totipotenti, con la caratteristica davvero unica di potersi trasformare in qualunque altro tipo di cellula: in questo modo potrebbero rappresentare la soluzione ideale per quelle malattie degenerative come il morbo di Parkinson o l’Alzheimer andando a rimpiazzare le cellule danneggiate. È un filone di ricerca fondamentale: perché ignorarlo con tanta determinazione?».
Esiste una possibile applicazione anche in campo oncologico?
«Non direttamente, anche se le staminali potrebbero rappresentare la via per ricostituire le cellule del midollo danneggiate dopo una chemioterapia o una radioterapia. Il modo in cui la legge 40 influenza l’oncologia è tuttavia un altro: non potere congelare l’embrione rappresenta un problema per le donne giovani affette da tumore, soprattutto adesso che le donne tendono a sposarsi sempre più tardi. Due generazioni fa era quasi normale avere figli tra i 18 e i 20 anni, una età dove il rischio di contrarre un tumore è molto basso; oggi il primo figlio arriva dai 25 ai 35 anni, spesso anche dopo, entrando in una età dove la comparsa tumorale è invece più frequente. Questo pone un problema nuovo, perché con la chemioterapia o la radioterapia si ha il rischio di indurre sterilità. Ebbene, prima della legge 40 questo problema veniva aggirato in maniera tutto sommato semplice: si prendevano gli ovuli della donna, li si fecondavano con il seme del marito e li si congelavano in attesa di poterli introdurre nell’utero nel caso le cure avessero danneggiato le ovaie. Con questa legge non è più possibile: la donna che ha avuto la sfortuna di ammalarsi e non è ancora diventata mamma potrebbe rinunciare per sempre a quello che io chiamo il suo progetto procreativo. Non importa che la scienza abbia trovato il modo di risolvere il problema: la legge, questa legge, non lo permette».

L'Unità 27 Aprile 2005
«Il 12 e 13 giugno diciamo Sì»:
l’appello di biologi e genetisti

ROMA «Ricerca e salute», ossia lo scopo della ricerca scientifica, la salute della persona umana che si ottiene mediante scoperta, comprensione, eliminazione e cura di malattie oggi incurabili. È il documento - il giorno dopo quello promosso dall’Accademia dei Lincei a favore della ricerca sulle cellule staminali - sulla rampa di lancio, di un centinaio di scienziati, biologi e genetisti soprattutto, tra i quali Umberto Veronesi, Edoardo Boncinelli, Alberto Piazza, Giulio Cossu, Carlo Alberto Redi, Antonino Forabosco, a favore del voto e quindi del «si» ai quattro quesiti referendari del 12 e 13 giugno contro la legge 40/2005 sulla procreazione medicalmente assistita. «La ricerca sulle cellule staminali embrionali, vietata oggi dalla legge 40, non può e non deve esser fermata - spiega Giulio Cossu, docente di Istologia all’Ateneo romano La Sapienza - per non impedirsi una possibile cura di tante malattie degenerative».

a Torino, per la Fiera del Libro
il sogno sarà il filo conduttore

APCOM 26.4.05
A TORINO LA FIERA DEL LIBRO, IL SOGNO NE È IL FILO CONDUTTORE
Dal 5 al 9 maggio al Lingotto la grande kermesse

Roma, 26 apr. (Apcom) - È il sogno il motivo conduttore dell'edizione 2005 della Fiera internazionale del libro di Torino. Dal 5 al 9 maggio gli spazi di Lingotto Fiere ospiteranno la più importante kermesse italiana dedicata al mondo del libro. Duecentotrentamila visitatori lo scorso anno, 30mila in più rispetto al 2003. Con l'ambizione, quest'anno, di battere il record con una manifestazione sempre più ricca e articolata, frequentata da centinaia di addetti ai lavori e dal grande pubblico. Sfida non da poco: da aprile 2006 a aprile 2007 Torino e Roma saranno le capitali mondiali del libro per l'Unesco.
(...)
"La scelta del sogno come motivo conduttore dell'edizione di quest'anno - spiega Ernesto Ferrero, direttore della Fiera del libro - nasce dalla volontà di scuotere la società, abituata a parlare di sogni soltanto in termini di marketing, incapace di pensare in grande e darsi una progettualità ardita e rigorosa". Via libera dunque alle elaborazioni profonde dell'inconscio, fin dall'antichità oggetto di una intensa attività interpretativa, fino alla concezione freudiana del sogno come specchio dell'interiorità.
Del sogno in letteratura parlerà l'italianista Daniela Marcheschi. Una doppia lettura dei sogni verrà offerta da studiosi di scuola freudiana e junghiana. Molto attesa anche la "lectio magistralis" di Remo Bodei sull'utopia. Ma si parlerà soprattutto del sogno come tensione progettuale, sfida, utopia realizzabile. Alcuni protagonisti della cultura contemporanea sono chiamati a raccontare i loro sogni, realizzati e no, le loro esperienze, le sfide che si stanno dando, così da disegnare una mappa della creatività artistica, letteraria e scientifica. Saranno presenti registi (Paolo Virzì, Davide Ferrario, Guido Chiesa), biologi (Edoardo Boncinelli e Alberto Piazza), matematici (Piergiorgio Odifreddi, Alberto Conte, Gabriele Lolli), fisici (Tullio Regge e Giorgio Parisi, con Enrico Bellone), famosi architetti, viaggiatori incalliti (Giuseppe Cederna, Enrico Brizzi, Mario Biondi), gastronomi e studiosi di "culture materiali" (Allan Bay, Lilia Zaouali, Anna Powar, Edoardo Raspelli) e scrittori-velisti come lo svedese Bjorn Larsson. Massimo Gramellini, in dialogo con il pubblico, si chiederà dove portano i sogni in un'epoca di grandi illusioni. Il dietologo Giorgio Calabrese parlerà del sogno di una alimentazione corretta.(...)

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le donne per l'eguaglianza

Le Scienze 26.04.2005
Le donne collaborano meglio
Tendono a preferire norme più egualitarie e strutture meno gerarchiche


Quando si tratta di scegliere la leadership sul posto di lavoro, i gruppi formati principalmente da donne tendono a condividere di più i ruoli di comando rispetto ai gruppi dominati dagli uomini. Lo sostiene uno studio pubblicato sul numero di marzo della rivista "Group Dynamics: Theory, Research and Practice".
"Le donne - spiega Jennifer Berdahl dell'Università di Toronto - tendono a preferire norme egualitarie nei gruppi di lavoro, mentre gli uomini favoriscono le strutture gerarchiche. Questo, a sua volta, influenza il modo di lavorare insieme".
Berdhal e il collega Cameron Anderson dell'Università di New York hanno esaminato 169 studenti iscritti a un corso di comportamento organizzativo. Gli studenti sono stati divisi in tre tipi di gruppi: alcuni erano composti principalmente da uomini, altri da donne, e altri avevano un numero uguale di membri di ciascun sesso. Ogni gruppo ha scelto di studiare un'organizzazione, ha presentato una proposta al resto della classe e ha scritto una tesina, che è stata poi valutata dall'insegnante. Inoltre, ha dovuto rispondere a un questionario sulle proprie preferenze in fatto di strutture gerarchiche o egualitarie al proprio interno.
I ricercatori hanno scoperto che sia i gruppi dove predominavano gli uomini sia quelli dove predominavano le donne erano partiti con la leadership concentrata in una sola persona. Col passare del tempo, tuttavia, i gruppi con il maggior numero di donne sono diventati più egualitari, mentre quelli principalmente maschili hanno continuato a mantenere la struttura gerarchica. Inoltre, i gruppi con una leadership più centralizzata hanno ricevuto voti peggiori. "Quando si tratta di un progetto creativo, - conclude Berdahl - è importante assicurarsi che ciascuno abbia un'uguale possibilità di partecipazione".

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rendersi conto:
altri sedicenti psicoterapeuti

Alberto Zucconi e un convegno a Siracusa

Agenzia Radicale 27.4.05
Psicoterapia
Conversazione con Alberto Zucconi
di Maurizio Mottola

Si è svolto a Siracusa - da giovedì 21 a domenica 24 aprile 2005- il Secondo Congresso della Psicoterapia Italiana “L’implicito e l’esplicito in psicoterapia”, organizzato dalla Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia (FIAP), in collaborazione con il Coordinamento Nazionale delle Scuole di Psicoterapia (CNSP), con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dell’Istruzione Università Ricerca (MIUR), del Ministero della Salute, dell’Ordine Nazionale degli Psicologi (ONP), della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), della Società Italiana di Psichiatria (SIP) e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).
Allo psicologo Alberto Zucconi, segretario del Coordinamento Nazionale delle Scuole di Psicoterapia (CNSP), abbiamo chiesto:
Come si definiscono l’implicito e l’esplicito in psicoterapia?
Esplicito è tutto ciò che è capace di essere verbalizzato, l’implicito è preverbale poiché riguarda le capacità innate di relazione che non posseggono un linguaggio verbale per esprimersi.
La tematica del congresso di Siracusa sull’implicito e l’esplicito in psicoterapia si riferisce ad un fondamentale quesito: perché le persone cambiano in psicoterapia? I
n passato ampi settori della psicoterapia pensavano che il cambiamento psicoterapico fosse basato sulla promozione di conoscenze relazionali esplicite cioè rendere cosciente ed esplicitabile ciò che previamente non lo era.
Oggi alla luce delle ricerche psicobiologiche alcuni eminenti ricercatori e psicoterapeuti avanzano una ipotesi praticamente opposta alla precedente: Stern afferma che i bambini vengono impattati dagli adulti principalmente dagli aspetti impliciti della relazione e lo stesso avviene nella relazione psicoterapeutica. Lineahan, Gilbert, Liotti basandosi sulle ricerche sulle emozioni di Damasio e Panksepp sottolineano come alcune esperienze emozionali sono fondate su specifici circuiti celebrali e quindi dotate di una base innata, pre-verbale ed implicita e come ciò possa provocare incongruenze e disfunzioni nella regolazione delle emozioni qualora l’attribuzione di significati espliciti delle emozioni nelle relazioni interpersonali è divergente dal loro significato implicito.
Massimo Ammaniti, basandosi sui recenti sviluppi della ricerca sui bambini, della teoria dell’attaccamento e della ricerca neurobiologica propone una rivisitazione delle posizioni psicoanalitiche per il trattamento dei disturbi di personalità: i traumi vengono principalmente elaborati dalla memoria implicita e ciò offre indicazioni importanti per i trattamenti psicoterapici.
Se attualmente la psicoterapia sta assumendo la funzione di concreta risposta al disagio ed alla sofferenza dell’individuo, come mai nel servizio sanitario nazionale non è presente lo psicoterapeuta, previsto dalla normativa come dirigente di psicoterapia?
Ciò a mio avviso rientra nella tematica del nostro congresso: se noi rendessimo esplicita quella che è la costruzione sociale della realtà emergerebbe più chiaramente come in Italia si gestisce la maggiore risorsa naturale della nostra nazione, cioè i cittadini.
Le risorse finanziarie destinate per la promozione della salute e del benessere sono considerate erroneamente una spesa quando sono nelle parole e nei dati delle ricerche forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità un investimento. Promuovere efficacemente la salute ed il benessere dei cittadini significa promuovere la prosperità di una nazione.
Non è già alto in Italia il numero degli psicoterapeuti (rapporto 1 ogni 1.800 abitanti circa), per far sì che la psicoterapia non sia solo un titolo formativo ma anche una professione specifica e praticata?
Risponderò citando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che nel rapporto del 2004 sulla salute mentale sottolinea con allarme che attualmente nel mondo 450 milioni di persone soffrono di disturbi mentali, tale problematica è responsabile per la perdita del 13% degli anni di vita (DALYs) e tale perdita nelle condizioni attuali è destinata ad aumentare del 15% nei prossimi 15 anni. L’OMS afferma che è necessario tenere presente che la malattia mentale (che non include il mero malessere psicologico) è responsabile di un enorme peso per la società non solo in termini di sofferenza ma anche di perdite economiche e di concausa per numerose malattie fisiche.
Per questi motivi non ritengo troppo alto il numero degli psicoterapeuti in Italia ma troppo basso il livello dei servizi psicoterapeutici erogato sopratutto a quelle fasce della popolazione non abbiente, che non potendo ricorrere alle cure di psicoterapeuti privati si rivolge come è suo diritto al servizio sanitario nazionale, ove purtroppo, a causa della mancanza di fondi o della carenza del personale, spesso ricevono solo dei trattamenti farmacologici.
Per questo abbiamo raccolto le firme per una legge d’iniziativa popolare che garantisca anche nel pubblico i diritti dei cittadini che ne hanno bisogno a ricevere adeguate cure psicoterapiche.

martedì 26 aprile 2005

una segnalazione di Tonino Scrimenti

solo per la zona di Roma

Questa sera alle ore 21

Carlo Patrignani

sarà ospite di Telesalute (canale 59)
e presenterà il nuovo numero della rivista, l'Aula Magna di sabato 30
e il video


"La psichiatria esiste?"
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L'immortalità del prof. Boncinelli

L'Arena Lunedì 25 Aprile 2005
Presentato alla Letteraria il volume di Edoardo Boncinelli e Galeazzo Sciarretta, edito da Cortina, che sta conquistando i lettori, «anche se pochi hanno davvero voglia di vivere di più»
L’immortalità

Sta avendo molto successo il libro di Edoardo Boncinelli e Galeazzo Sciarretta che "dimostra", scienza alla mano, che sarà possibile vivere più a lungo. Verso l'immortalità? La scienza e il sogno di vincere il tempo: dietro il titolo fantascientifico c'è un resoconto aggiornatissimo sulla ricerca e sulle sue possibili applicazioni future. Un racconto di grande godibilità, con un filo di ironia, come ha detto Alberto Battaggia, presidente della Letteraria, nel presentare gli autori, accompagnati dall'editore Raffaello Cortina, nel corso di una presentazione del volume alla Società Letteraria, in una sala gremita di pubblico.
Si è detto soddisfatto l'editore, che ha potuto arrivare in classifica con un buon libro, e per di più di due scienziati italiani. Sciarretta, veronese, ha illustrato quattro strategie per vincere la morte, dalla cura delle malattie fino a interventi sempre più sofisticati sul genoma per contrastare la senescenza del corpo, ma soprattutto della mente.
Per la prima volta - ha ricordato Boncinelli - la scienza ha compreso il meccanismo dell'invecchiamento, che si verifica perché alla Natura non interessa quello che accade dopo l'età riproduttiva. Si invecchia per logoramento, per decadimento dei meccanismi di riparazione, i quali sono regolati da geni, mentre altri geni "tengono il conto" delle moltiplicazioni cellulari. Ora siamo in grado di intervenire su quei geni, e in tal modo potremo allungare considerevolmente la vita. Stiamo parlando di spostare la morte, non certo di eliminarla. Nelle discussioni intorno a questo libro - constata lo scienziato - quasi nessuno ha detto: "che bello vivere di più!". "Se potessimo reincontrarci fra cinquant'anni, sarebbe interessante sapere quante cose si sono, nel frattempo, avverate, ma anche quale diverso atteggiamento avrebbe la gente". (l. f.)

il tempo delle chimere?

La Stampa 26 Aprile 2005
«SONO I MOSTRI DEL XXI SECOLO». «SI APRE UNA NUOVA ERA PER LA MEDICINA»
Cocktail di Dna per l’era delle chimere
«Ecco i test con gli ibridi un po’ animali e un po’ uomini»
Gabriele Beccaria

I suoi sogni sono gli incubi di molti altri. Il professor Irving Weissman sta progettando il primo mostro del XXI secolo, un topolino dotato di cervello umano al 100%. Al momento, nel suo laboratorio alla Stanford University, California, studia il comportamento del vispo fratellino-prototipo, che sta benissimo e vanta una mente già all’1% umana, ottenuta con l’inserimento di una piccola dose di neuroni di sapiens sapiens nell’embrione animale.
E’ soltanto questione di tempo per riuscire a colmare il 99% mancante. Intanto siamo già entrati nell’«Era delle Chimere» oppure - come lo definisce la pattuglia degli entusiasti - nel «Rinascimento Biologico». Sia come sia, al professor Weissman e a tanti altri colleghi il riso giapponese dotato di un gene del nostro fegato appare un successo scontato. Dopo quella tra regno vegetale e regno umano, l’ultima linea da valicare e mescolare furiosamente, come in un sogno o in un incubo, è proprio la sacra frontiera tra animali ed esseri umani, creando nuove generazioni di creature ibride, terrificanti perché impensabili secondo le rigorose leggi dell’evoluzione.
Così, mentre vengono accusati di «giocare a fare Dio», loro si divertono un mondo: «loro» - bollati come neo-blasfemi - sono un’élite di scienziati sparsi per tutti i continenti, ben oltre i classici templi della scienza di matrice occidentale. E infatti, a dimostrazione di quanto gli equilibri globali siano in vorticoso mutamento, c’è il luogo della «creazione numero uno»: l’ha realizzata un team cinese di Shanghai, che nel 2003, per la prima volta, ha oltrepassato la fatidica linea, fondendo cellule umane con cellule di coniglio: le hanno fatte sviluppare per alcuni giorni prima di distruggerle per ricavare un mucchietto di staminali, disponibili per ulteriori (e non meglio precisati) test. Da allora a oggi, in meno di 24 mesi, americani e inglesi hanno rilanciato la sfida, dando vita a maialini con sangue umano e a pecore con fegati e cuori geneticamente modificati in modo da essere prossimi ai nostri.
Fatto a pezzi il tabù, e confermata la fattibilità delle spericolate manipolazioni del Dna di specie diverse e incompatibili, si continua con altri esperimenti e si aprono scenari via via più vertiginosi. Negli Usa si discute della possibilità di ideare lo «humanzee», il tremendo incrocio tra uomo e scimpanzé, che produrrebbe, a seconda dei punti di vista, una scimmia con intelligenza e personalità vicine alle nostre oppure un orrido sub-umano, destinato a quei compiti pericolosi o ripetitivi che nessuno dei suoi ideatori accetterebbe mai di eseguire. Peggio del Golem o di Frankestein, che di colpo appaiono ingenua fantascienza da fumetto.
I sogni-incubi sbocciano nel grande vuoto legislativo internazionale e solo adesso l’americana «National Academy of Sciences» sta elaborando un insieme di linee-guida per regolamentare un settore che sta mandando all’aria 4 mila e più anni di credenze religiose e di principi etici. Per i «Signori del Dna» tutto è possibile, anche un altro tremendo scenario immaginato da David Magnus, direttore del Centro di Bioetica di Stanford: «Cavie geneticamente manipolate potrebbero produrre seme e uova umani, che, fertilizzati in vitro, genererebbero un bambino. Così quel bambino avrebbe genitori animali!».
Chi «gioca a fare Dio» ribatte che, oltre i facili sensazionalismi, si apre un’epoca d’oro per la medicina e quindi per la salute di milioni e milioni di persone: grazie alle chimere si studierà in presa diretta l’evoluzione di malattie oggi inguaribili, in primo luogo Alzheimer e Parkinson, si testeranno nuovi farmaci e si ingegnerizzeranno tessuti e organi, creando riserve illimitate e sicure per i trapianti. «Salveremo tantissime vite», ha dichiarato di recente Weissman, proprio negli stessi giorni in cui i detrattori, approfittando del centenario della morte di Jules Verne, ricordavano la sua lugubre profezia sui mostri metà animali e metà umani contenuta nell’«Isola del Dottor Moreau».

le bambine soldato in Africa

Corriere della Sera 26.4.05
Un rapporto di «Save the Children» accusa i leader del mondo: mancano i fondi e i programmi di aiuto
Rapite e stuprate, sono 120 mila le bambine soldato
Se riescono a tornare a casa vengono trattate come prostitute e cacciate via
Monica Ricci Sargentini

Hawa ha otto anni quando i ribelli la portano via dal suo villaggio, nella Sierra Leone. Per otto mesi diventa «la moglie» di uno dei soldati. «Non mi sentivo bene - racconta - mi faceva male la pancia, sempre. Forse perché ero piccola, non avevo ancora le mestruazioni». Riesce a fuggire, ma quando torna al suo villaggio si accorge che l’inferno che ha subìto non la abbandonerà più: «Quando ho incontrato le mie sorelle è stato molto triste: mi discriminavano perché ero stata stuprata». Zaina, 14 anni, viene violentata da un soldato congolese mentre sta andando a scuola. Torna a casa in lacrime e la famiglia la caccia di casa: «Mi chiesero come avevo potuto accettare quello che mi era successo». Aimerance, 14 anni, viene convinta da un’amica a unirsi a un gruppo armato della Repubblica democratica del Congo. Di giorno combatte, di notte viene stuprata dai soldati: «Ogni volta che volevano, venivano e facevano sesso con noi. Gli uomini erano così tanti. Arrivavano uno dopo l’altro. Noi eravamo lì solo per fare quello che volevano. Anche se ti rifiutavi, ti prendevano lo stesso». Hawa, Zaina, Aimerance. Storie uguali a tante altre. Sono 120mila le bambine rapite o vendute a gruppi armati. Schiave sessuali, soldati, spie, cuoche, donne delle pulizie. In tutto il mondo. 6.500 in Uganda, 12.000 nella repubblica democratica del Congo, 21.500 nello Sri Lanka. Un piccolo esercito «invisibile» dimenticato dalla comunità internazionale. Eppure sono il 40% dei 300mila bambini soldato utilizzati nelle guerre. Save the children ha deciso di ascoltare le loro voci per capire come aiutarle a superare l’orrore e a reinserirsi nella comunità. Nel rapporto «Le vittime dimenticate delle guerra, le bambine nei conflitti armati», pubblicato in Gran Bretagna, l’organizzazione riesce, per la prima volta, a fornire dati, cifre e racconti di un fenomeno finora ignorato. «La maggior parte delle ragazze che riesce a scappare - spiega Mike Aaronson, responsabile di Save the Children in Gran Bretagna - non trova la giusta assistenza perché non ci sono programmi pensati per le bambine. Quelle che ce la fanno a tornare a casa vengono spesso emarginate dalla famiglia e dalla comunità perché sporche, impure, immorali».
L’attuale programma di «disarmo, rilascio e reinserimento», coordinato dall’UNDP (il programma di sviluppo delle Nazioni Unite), dalla Banca Mondiale e dall’UNDPKO (il dipartimento per il mantenimento della pace delle Nazioni Unite) punta soprattutto al recupero delle armi e al rilascio dei ragazzi rapiti, mentre la fase di reinserimento viene affidata all’Unicef o a delle Ong che, però, non hanno i fondi necessari. Il risultato è che le bambine rimangono tagliate fuori. Nella repubblica democratica del Congo sono solo il 2% dei bambini inseriti nel programma di Save the Children . In Sierra Leone il 4,2% delle piccole combattenti è seguito da un’Ong. «Quando la gente pensa a un conflitto armato - spiega Aaronson - si immagina sempre uomini impegnati in sanguinosi combattimenti, ma sono le ragazzine la faccia orribile e nascosta della guerra».
Le bambine-soldato chiedono aiuto alla comunità internazionale. Desiderano che qualcuno faccia capire alla loro famiglia che sono state costrette a fare quello che hanno fatto. Implorano assistenza medica e psicologica, anche per i figli che spesso nascono dagli stupri. E la possibilità di studiare per costruirsi una professione. Soprattutto non vogliono essere trattate come delle prostitute. «La gente del mio villaggio - racconta Rose, liberiana - ha reso la mia vita molto difficile quando sono tornata a casa. Non posso stare con le persone della mia età. Mi trattano male perché ho un bambino. Per loro sono una prostituta e temono che possa incoraggiare le loro figlie. Nessuno mi parla».

Usa: anabolizzanti e ragazze

Ap 26.4.05
USA/ ANCHE TRA LE ADOLESCENTI E' EMERGENZA STEROIDI L'obiettivo è apparire con l'aspetto atletico delle modelle

New York, 26 apr. (Ap) - L'uso di steroidi e di ormoni maschili non sarebbe più soltanto un fenomeno limitato al mondo dello sport, ma anche un metodo sempre più in voga tra le ragazze americane per perdere peso ed acquistare un aspetto "atletico", come quello delle modelle. E' questa la conclusione dell'ultima inchiesta sugli abusi degli adolescenti statunitensi, svolta con cadenza annuale dalla University of Michigan.
Secondo il docente Lloyd Johnston, che ha guidato il gruppo di ricercatori, "si è verificata una brusca impennata nell'uso di steroidi tra i giovani durante gli anni '90 ed ora si è raggiunto un vero e proprio picco".
Circa il 5% delle ragazze che frequentano scuole superiori ammettono di aver assunto anabolizzanti almeno una volta. Il motivo non sarebbe quello di migliorare le prestazioni sportive, come accade agli atleti, ma di migliorare l'aspetto. Gli steroidi contribuiscono infatti a conferire tonicità muscolare e a ridurre il grasso corporeo, ma hanno anche gravi controindicazioni, tra le quali problemi legati allo sviluppo sessuale, depressione e paranoia. Secondo i ricercatori, ricorrerebbero agli anabolizzanti soprattutto le ragazze affette da disturbi dell'alimentazione.

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sinistra
Occhetto e Rifondazione

Corriere della Sera 26.4.05
Il leader che volle il cambio di nome del Pci pensa a un’intesa con gli «scissionisti» ora guidati da Bertinotti
Achille Occhetto tentato da Rifondazione comunista
di Maria Teresa Meli

ROMA - L’ultimo fugace rapporto con il partito che ha inventato data al febbraio scorso. Congresso Ds, Piero Fassino lo chiama per invitarlo alle assise, lui accetta, ma poi si ritrova confinato nel palco delle delegazioni accanto a Ignazio La Russa. In quell’occasione Achille Occhetto seppe celare amarezza e dispiacere. Anche perché quel che ormai lo divide dalla Quercia non è un grumo di personalissimi rancori (che pure c’è), ma una distanza politica che man mano si è fatta sempre più grande. Tanto da produrre uno di quei paradossi della politica che, a tutta prima, potrebbero stupire. Cioè, il riavvicinamento di Occhetto a Rifondazione comunista. Ossia a quel partito che nacque dalla scissione con la Quercia, contro la svolta dell’allora leader del Pds.
Ma da quell’epoca molte cose sono cambiate. Oggi Occhetto ha spiegato anche pubblicamente, e non solo nei conversari con i più fidati amici, che la situazione è mutata.
Già, quel che è diventata la Quercia assomiglia sempre meno, secondo Occhetto, alla creatura politica che lui aveva immaginato alla Bolognina. Anche per questo - oltre che per il cambiamento radicale impresso a Rifondazione da Fausto Bertinotti - le distanze con gli "avversari" di allora si sono accorciate. «Io - è stato sempre il rammarico di Occhetto rispetto alla Quercia nuova versione - pensavo a una svolta a sinistra e non a questo riformismo tiepido». Perciò adesso l’ex segretario del Pds guarda verso altri lidi. «Non ho problemi - è stato il ragionamento che è andato facendo in questi giorni Occhetto - a ritrovarmi anche con chi in momenti cruciali ha avuto posizioni diverse dalle mie perché tutti dobbiamo sentire il dovere di colmare un’assenza, l’assenza di una sinistra degna di questo nome». E infatti adesso l’inventore della Quercia dice con gran tranquillità che la «svolta» compiuta da Fausto Bertinotti nel suo ultimo congresso «è rilevante». Di più: «Il segretario del Prc - ha osservato l’ex leader della Quercia - ha posto delle questioni che mi sembrano avvicinarsi alle posizioni che, in una diversa visione generale, mi spinsero all’iniziativa che prese il nome della Bolognina».
E il fatto che Occhetto paragoni la sua «svolta» a quella operata dal leader del Prc non può lasciare indifferenti. Del resto, anche Rifondazione versione Bertinotti è molto diversa da quella a cui diede vita Armando Cossutta, dopo che l’ondata occhettiana si era abbattuta sul Pci. Dunque dopo Pietro Ingrao, ecco un altro esponente della Quercia che sembra preferire Rifondazione al suo partito d’origine. Ma, naturalmente, pensare che Occhetto possa aderire al Prc come ha fatto, per esempio, Pietro Folena che, da un giorno all’altro, ha detto addio ai Ds ed è entrato nel gruppo di Rifondazione comunista della Camera come indipendente, sarebbe sbagliato. Senza contare che sarebbe fare un torto a chi inventò la Quercia.
Però la direzione di marcia è quella. E Occhetto ha avuto modo di spiegare più volte quali sono i suoi intendimenti. «La domanda da porre adesso a Bertinotti - è stato il succo della sua riflessione - è se l’innovazione che ha messo nel cantiere del partito, per la quale ha condotto un confronto anche duro con le minoranze, resta un fatto interno oppure si proietta all’esterno». E’ una domanda, ben inteso retorica, a cui l’ex leader della Quercia ha già fornito una risposta: «Io credo che la svolta del congresso dovrebbe essere messa a disposizione di un processo di riorganizzazione della sinistra». Insomma, secondo Occhetto, «sarebbe un errore», per Bertinotti e per il suo partito, non aprirsi all’esterno, anche perché «produrrebbe una grave contraddizione tra le novità strategiche e la struttura organizzata che invece manterrebbe i caratteri del passato».
Dunque, l’idea è quella di una sorta di patto federativo tra partiti, associazioni e movimenti della sinistra. La creazione di quella che, per semplificare, Occhetto chiama «un’area». In questo modo, attraverso il gruppo del Cantiere da lui presieduto, l’ex leader del Pds potrebbe federarsi con Rifondazione, trovare una forma più soft di adesione. Un modo meno indolore di dare l’addio definitivo al suo partito d’origine. Il traguardo finale, comunque, non è stato raggiunto. C’è ancora del lavorìo da fare. E va fatto sotto traccia. Perché è chiaro che l’avvicinamento di Occhetto a Rifondazione non passerebbe inosservato. Né tra i Ds, che ne subirebbero un contraccolpo, né tra le file del Prc, partito, in questo momento, come non mai diviso, e dove gli ex cossuttiani, ancora legati ai vecchi riti comunisti, potrebbero prendere a male l’idea di un’alleanza con colui che abbattè il Pci.
Ma è anche nell’interesse di Bertinotti allargare l’area della sinistra e non ritirarsi dentro la ridotta di Rifondazione. Tanto più dopo il risultato non appagante delle elezioni regionali. «C’è una difficoltà», ha ammesso lo stesso leader del Prc ai suoi. Difficoltà acuita dalle fibrillazioni interne al partito. Visibili soprattutto a livello locale. Nella scelta dei gruppi dirigenti periferici, infatti, Bertinotti è stato costretto a scendere a patti con le minoranze. E’ successo a Torino, per esempio, e accadrà molto probabilmente anche in Lombardia. E’ chiaro quindi che il segretario di Rifondazione che ha finora snobbato gli altri partitini della sinistra, dovrà comunque riallacciare rapporti e creare una "rete". Ovviamente dopo le elezioni. Partendo da quel che il leader del Prc ha sempre messo al primo posto. Ovvero i programmi. «E i programmi dovranno essere una nostra discriminante», è stato l’avvertimento di Bertinotti ai suoi. Avvertimento che anche Romano Prodi sarà costretto ad ascoltare. E sui programmi tra il leader del Prc e l’ex segretario della Quercia c’è grande sintonia. Come c’è sintonia sull’obiettivo finale di una sinistra che incida sulla coalizione spostandone il baricentro. Bertinotti, come Occhetto, si rende conto che, però, per raggiungere questa meta occorre mettere in campo più forze. Occorre unirle e farle lavorare insieme. Anche perché Rifondazione con i suoi 35-40 deputati rischia di essere ininfluente nella prossima legislatura, se la vittoria di Prodi sarà più ampia.
Ma c’è un modo per evitare questa deriva. Unire la sinistra, per dirla con Occhetto. Bertinotti lo direbbe in altro modo, più prolisso e suggestivo, probabilmente, ma quel che conta è la sostanza. E la sostanza riporta al discorso di Occhetto. Unire la sinistra. Intanto anche quella che c’è in Parlamento. Già, perché oltre ai deputati di Rifondazione comunista ci saranno quelli (una ventina, all’incirca, se verrà rispettata la percentuale congressuale ottenuta da questa componente) del Correntone, poi i Verdi, e, infine, anche quelli del Pdci che saranno costretti a mettere una pietra sopra ai vecchi dissapori con Bertinotti. Una pattuglia di tutto rispetto, una pattuglia che potrebbe effettivamente spostare il baricentro dell’Unione. «Per colmare», come chiede Occhetto, «l’assenza di una sinistra degna di questo nome».

spudorata arroganza Usa

L'Unità 26 Aprile 2005
Calipari, per gli Usa ha sparato un solo soldato
Il Pentagono: la raffica dei colpi partita dallo stesso uomo che con l’altra mano ha sollevato la torcia
Negli atti della commissione congiunta le tesi care al Pentagono, che conferma: nessun procedimento contro i nostri soldati. Il contrasto con gli italiani
«Non c’è stato agguato: tutta colpa di Calipari»
Gli americani si assolvono

Andrea Purgatori

ROMA L'inchiesta della Commissione congiunta Usa-Italia sulla uccisione di Nicola Calipari è conclusa. Niente affatto condivisa nella parte finale delle valutazioni e condivisa invece nel capitolo dei fatti o della somma dei fatti. Anche se, dal punto di vista italiano, limitatamente alla constatazione che si tratta di un assemblaggio tecnico di dati non omogenei, che semmai ribadiscono l'esistenza di una doppia ricostruzione non convergente dell'incidente.
I fatti propongono rivelazioni sconcertanti su ciò che è accaduto la sera del 4 marzo scorso.
Una su tutte. Secondo il Pentagono, a sparare contro la Corolla su cui si trovavano la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, l'agente C del Sismi (al volante) e il direttore della Divisione Operazioni all'estero, sarebbe stato uno solo dei militari in servizio al Checkpoint 504 sulla strada dell'aeroporto. Un soldato che, con la sinistra, ha alzato e acceso un faro che ha accecato la Corolla e, con la destra, ha fatto partire una raffica dal fucile mitragliatore. Dunque, niente avvisi luminosi dai sette mezzi militari dislocati al posto di blocco, nessun reticolato di filo spinato, come normalmente avviene per segnalare i checkpoint della coalizione, ma solo una grossa torcia elettrica del peso di circa tre chilogrammi accesa all'improvviso e poi gli spari. La giustificazione americana per il «fuoco amico» poggia tutta sulla velocità attribuita alla Corolla. Secondo il Pentagono, 50 miglia orarie ovvero 80 chilometri l'ora (con regole d'ingaggio che prevedono una prima segnalazione di alt a 130 yard e, in caso di mancato arresto, l'apertura del fuoco contro il vano motore del veicolo a 65 yard). Una versione contestata dagli italiani, anche sulla base della testimonianza dell'agente C del Sismi, il quale ha affermato che la velocità «non poteva essere superiore a 40/45 chilometri l'ora» anche perché si trovava a metà di una curva e ha «arrestato il mezzo nello spazio di uno, due metri». Ma in quel momento il fuoco era stato già aperto. Dice ancora l'agente C: «Mentre frenavo ho udito l'esplosione di numerosi colpi di arma da fuoco...ho avuto la sensazione che a sparare fossero diverse armi automatiche». Sulla bassa velocità concorda anche il verbale di Giuliana Sgrena. L'agente C è un ufficiale che aveva fatto quella strada decine di volte, anche con altri ostaggi appena liberati. A operazione conclusa e a 600 metri dall'aeroporto, non avrebbe avuto alcun motivo di forzare un posto di blocco alleato.
Anche sul numero dei proiettili sparati non si va molto al di là delle ipotesi. Una dozzina, sulla base del conteggio dei fori sull'auto effettuato dagli americani (vetri esclusi, sono andati in pezzi), che però secondo gli italiani sembrano esplosi da direzioni diverse. Il fatto è che l'auto è stata sì esaminata dai componenti della Commissione, ma la perizia balistica è stata effettuata dai soli esperti americani, per giunta su una scena purgata di tutti i possibili riferimenti necessari a stabilire traiettorie dei proiettili e posizione dei mezzi. L'esame della «scena del crimine» è uno snodo che ha creato grande attrito. Già nella notte della sparatoria, gli americani avevano provveduto a ripulire la strada e a rimuovere i mezzi militari coinvolti, rendendo impossibile una ricostruzione condivisa dei fatti. I successivi sopralluoghi sono stati virtuali e anche rischiosi (in un caso, da un cavalcavia è stata lanciata una granata sugli esperti, che ha ferito un americano a una gamba e solo per un caso non ha provocato altre vittime).
Per capire come stanno le cose sul piano tecnico/diplomatico, bisogna ricordare che la decisione di associare gli italiani all'inchiesta (il ministro plenipotenziario Ragaglini e il generale Campregher) è stata presa quando già era partita l'indagine del Criminal Investigation Detachment della terza Divisione di fanteria dell'esercito degli Stati Uniti in base alla procedura 1/56, un protocollo investigativo militare molto rigido che lascia pochissimi spazi di manovra. Nell'interrogatorio di un militare, ad esempio, la sequenza delle domande è prestabilita e, in caso di risposta insufficiente o di incomprensioni conseguenti alla sua formulazione, non è possibile ripetere il quesito.
Di fondo c'è poi da registrare il braccio di ferro interno all'amministrazione americana. Il Dipartimento di Stato, su sollecitazione della Casa Bianca, avrebbe preferito chiudere la faccenda la notte stessa della sparatoria con la formula del «tragico incidente» e tante scuse. Anche la Cia era schierata su questa linea (si appresta infatti a consegnare una medaglia alla memoria a Nicola Calipari).
Il Pentagono invece ha dovuto tenere conto degli umori delle proprie forze dislocate sul campo. E la gestione da parte americana della Commissione (affidata ai generali Vines e Vangjiel) è stata tutt'altro che tenera. Ne sa qualcosa Giuliana Sgrena. Quando l'hanno interrogata, hanno cercato di metterla in difficoltà sostenendo che non era in una situazione psicologicamente favorevole o che senza occhiali non aveva potuto vedere come erano andate le cose. Salvo sentirsi replicare con determinazione dalla giornalista del Manifesto: «Ero perfettamente lucida e ci vedevo benissimo».
La Commissione italiana ha formalmente chiesto che al comportamento di Nicola Calipari, che ha protetto Giuliana Sgrena col proprio corpo salvandole la vita, fosse attribuito nella relazione l'aggettivo «eroico».
Il risultato, l'effetto che una conclusione condivisa nei fatti ma non nelle valutazioni (opzione A) piuttosto che un freddo comunicato nel quale si dà conto della fine delle indagini congiunte e basta (opzione B, che gli americani vorrebbero evitare a ogni costo), sta nell'esiguo margine di mediazione politica rimasto tra Roma e Washington. Ma il Pentagono, già ieri sera, ha fatto sapere che in ogni caso i militari americani «non sono imputabili» perchè hanno «rispettato le consegne» e quindi e nei loro confronti non ci sarà alcun procedimento disciplinare.
Da parte italiana, il lavoro collaterale di sostegno alla Commissione, ha portato alla preparazione di un dossier nel quale viene documentata dall'aprile 2003 a oggi la morte di centinaia di persone (in gran parte civili iracheni, anche donne e bambini) uccise ai checkpoint americani in situazioni analoghe a quella in cui ha perso la vita Nicola Calipari. Sulla necessità di andare in fondo a questa storia, alleanza o no, la struttura militare e dei servizi segreti che opera in Iraq è compatta e si aspetta dal governo italiano che la politica non faccia sconti alla verità dei fatti. Niente di più, niente di meno.

lunedì 25 aprile 2005

25 APRILE
OGGI

la canzone di Leonard Cohen, "The Partisan"
ascoltala
sul sito internet dell'Arci


I partigiani ci hanno regalato la libertà e una Costituzione fondata sul lavoro, sui diritti, sul ripudio della guerra. Per ricordarli, a 60 anni dalla fine della lotta partigiana, l'Arci, Liberazione, il Manifesto e l'Unità regalano la canzone di Leonard Cohen, "The Partisan", Il Partigiano. Cantore della malinconia, della solitudine, dell'emarginazione e degli amori persi, Leonard Cohen è uno dei songwriter più influenti di tutti i tempi. Originario di Montreal, 71 anni, è anche il più "europeo" dei cantautori d'oltre oceano. La sua voce "simile a un rasoio" e le sue canzoni hanno segnato generazioni di cantautori (da Nick Cave a Fabrizio De André). Puoi ascoltare e scaricare "The Partisan" dai siti internet delle tre testate e dell'associazione.
Quando travolsero i confini
mi fu detto di arrendermi
e questo non potevo farlo
ho preso il mio fucile e sono sparito.

Ho cambiato il mio nome tante volte
ho perso mia moglie e i figli
ma ho molti amici
e alcuni di loro sono con me.

Una donna anziana ci ha dato riparo
ci ha nascosto in soffitta
poi sono arrivati i soldati
è morta senza un sospiro.

Eravamo in tre questa mattina
sono rimasto solo questa sera
ma devo andare avanti
le frontiere sono la mia prigione.

Ma il vento, il vento sta soffiando
tra le tombe il vento sta soffiando
la libertà verrà presto
e allora noi usciremo dall'ombra.

When they poured across the border
I was cautioned to surrender
this I could not do
I took my gun and vanished.

I have changed my name so often
I've lost my wife and children
but I have many friends
and some of them are with me.

An old woman gave us shelter,
kept us hidden in the garret
then the soldiers came
she died without a whisper.

There were three of us this morning
I'm the only one this evening
but I must go on
the frontiers are my prison.

But the wind, the wind is blowing
through the graves the wind is blowing
freedom soon will come
then we'll come from che shadows.


dal sito de L'Unità

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro di ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre

Resistenza


Piero Calamandrei

un bimbo autistico a Treviso

Liberazione 24.4.05
È autistico? «Nello sgabuzzino»
La maestra non lo vuole in classe

È successo a Treviso. Il padre: «Me ne vado, emigro al Sud»
Laura Eduati

Disturbava, non stava mai attento, non stabiliva nessun contatto con i compagni. E poi quel dondolare perenne della testa. Così le maestre preferivano allontanarlo dalla classe, lo rinchiudevano nello sgabuzzino dei detersivi con un foglio di carta e una penna, sperando che in questo modo quel bambino se ne stesse buono buono fino alla campanella. E' accaduto in una scuola elementare di Istrana, a una manciata di chilometri da Treviso. L'infelice protagonista di questa storia durata quattro lunghi anni è un bimbo che oggi fa la quarta elementare ed è affetto da autismo, una patologia psichiatrica che non riguarda l'intelligenza, ma porta all'isolamento emotivo e all'incapacità di stabilire relazioni normali con la realtà circostante.
A scoprire quale inferno stesse vivendo il piccolo è stato il padre, pilota dell'aviazione civile originario della provincia di Avellino e da alcuni anni residente a Istrana con moglie e due figli. Filippo, questo il nome del padre, si era accorto già tre anni fa che qualcosa non andava nel rapporto tra il bimbo e la scuola. E poiché non poteva ricevere informazioni direttamente dal bambino («Mio figlio dice poche parole, non sa esprimersi. Quindi quello che dico l'ho visto coi miei occhi»), un giorno del 2002 decise di entrare anonimamente nell'istituto. E vide ciò che sospettava: «Gli facevano fare lezione nello sgabuzzino, non con l'insegnante né con i compagni». Protestò educatamente, il signor Filippo. Disse alle maestre che capiva quanto fosse difficile stare a contatto con un bambino problematico come suo figlio, e capiva che gli facessero fare lezione isolato, per non compromettere le lezioni agli scolari «normali». Ma chiese che qualche volta gli dessero una carezza, che gli si facesse una tenerezza, che lo si coinvolgesse nei giochi in cortile. Invece nulla: «Non lo richiamavano in classe dal suo esilio nemmeno quando c'erano le festicciole di compleanno», racconta Filippo. Perché il bimbo dondolava, dondolava, non stava mai fermo, nemmeno quando bisognava stare fermi in fila. Intanto il padre scriveva innumerevoli lettere di protesta al Provveditorato di Treviso per esigere spiegazioni, «ma non mi risposero mai». Si affidò ad un' insegnante di sostegno, che tenne un diario dove descriveva la vita del bimbo a scuola. L'insegnante di sostegno venne diffidata, il diario contestato.
Ora Filippo e la moglie hanno deciso di mettere fine al supplizio del figlio («dopo quattro anni non riconosce nemmeno le sue maestre, né i compagni»), faranno i bagagli e se ne andranno dalla Marca trevigiana. «Ci arrendiamo», hanno confessato alla stampa locale. Intanto si è scoperta un'altra storia: nello stesso istituto, ad un bimbo che sputava le maestre hanno messo l'adesivo sulla bocca.

Mostri tra le mura di casa

Corriere della Romagna 25.4.05
Mostri tra le mura di casa
Gian Paolo Castagnoli

CESENA - Ci sono storie che troppo spesso restano nascoste tra quattro mura. Sono storie crude, fatte di abbandono o di aperte violenze di cui cadono vittime quelli che dovrebbero essere gli “intoccabili” di ogni società che si rispetti: i bambini. Tanti pensano che certe forme di degrado siano prerogativa delle periferie degradate di qualche metropoli o di ambienti in cui regna la sottocultura. Ma non è così. Anche nella ricca e civile Cesena sono sempre più frequenti i casi in cui i genitori si rivelano non adeguati a seguire i figli. A volte perché non sanno prendersi cura di loro per gravi problemi personali. Altre volte perché hanno inflitto alla loro prole maltrattamenti indicibili, fino ad abusi sessuali. Nel comprensorio cesenate, i casi di quest’ultimo genere che finiscono con l’affidamento ai Servizi sociali dell’Ausl sono 10-15. Ma è solo la punta dell’iceberg. E si arriva a quota 250 se si sommano tutte le situazioni che creano un tale allarme da proteggere i minori dai danni che il nucleo familiare procura loro. Il trend complessivo, nell’ultimo quinquennio, è in aumento. Si sono registrati tra 50 e 60 affidamenti all’anno a causa dell’alcolismo o della tossicodipendenza dei genitori. Altrettante le situazioni in cui a fare scattare l’intervento dell’Ausl sono state separazioni particolarmente laceranti tra i coniugi. Poi ci sono una ventina di minori che si è stati costretti a difendere da malattie psichiatriche dei loro padri o delle loro madri. L’incapacità assoluta di curare i figli all’interno della vita familiare è invece alla base di circa 70 affidamenti ai Servizi sociali per “inadeguatezza genitoriale”.Non vanno trascurate le forme di disagio meno drammatiche, ma che, se non seguite, rischiano di degenerare. Così sono ormai vicini a quota 2 mila i minori totali in carico al Dipartimento sociale dell’Ausl di Cesena. Il loro numero cresce mediamente del 10-20 per cento all’anno, con più di 400 nuovi utenti che entrano nel “circuito”. La percentuale di minori seguiti dagli operatori sociali dell’Ausl rispetto agli under 18 residenti nel Cesenate si è così attestata intorno al 6 per cento. Segno di una fiducia nei servizi e della loro abilità a scoprire situazioni a rischio. Ma anche cartina di tornasole di un disagio sociale molto pesante, che chiede risposte non solo sul versante socio-sanitario.

domenica 24 aprile 2005

25 APRILE
DOMANI

L'Unità 24 Aprile 2005
Chi si sente liberato e chi no
25 aprile

Vincenzo Consolo

Due nazionalismi, due fascismi speculari sono An e Lega. Sono due partiti che rivelano oggi, dismettendo finzioni, strappando veli - ammesso che non l’abbiano fatto prima, da sempre - la loro vera natura: autocratica, illiberale, violenta, razzista, incolta, incivile... Rivelano oggi la loro natura, dichiarando, An e Lega, di non partecipare, il 25 aprile, alla manifestazione di Milano per la celebrazione del 60° anniversario della liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. È incredibile a sessant’anni da quel sollevamento di popolo, dalla lotta partigiana, dal sacrificio di migliaia e migliaia di vittime innocenti.
E di eroi caduti per ridare all’Italia libertà, democrazia, civiltà e dignità, dopo il vergognoso e disastroso ventennio nero e l’ancor più disastrosa guerra, dopo le criminali violenze dei nazisti e dei repubblichini di Salò (stragi di Boves, Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto, deportazioni nei campi di sterminio...), è incredibile che ancora oggi paleo o neo fascisti possano offendere la Liberazione. Perché oltraggiose suonano le dichiarazioni di due politici dei rispettivi schieramenti, di due che siedono oggi, grazie al sistema democratico riconquistato con la lotta partigiana, nel Parlamento; di due, i cui camerati, nel governo Berlusconi (governo appena caduto, distruttore dei fondamentali princìpi della Costituzione, governo di interessi personali e degli amici degli amici), occupavano fino a ieri poltrone di ministri, di sottoministri e di sottogoverno. Tornano in mente allora le parole che Livio Bianco, capo partigiano nel Cuneese, con Duccio Galimberti, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, Beppe Fenoglio, Pompeo Colajanni, pronunciò nel lontano 1947: «Quelle forze, che credevamo di aver per sempre debellato, e verso cui abbiamo avuto il torto di essere stati troppo indulgenti, sono sempre vive, e rialzano la testa, e cercano baldanzosamente la loro rivincita».
Sollevamento di popolo, dicevamo, è stata la lotta contro il nazifascismo, lotta di contadini, di operai, professionisti, intellettuali, di militari sbandati dopo l’8 settembre, di donne e di ragazzi; lotta che dal Sud si propagò al Nord man mano che le truppe alleate avanzavano. Nelle Quattro Giornate di Napoli furono gli studenti del Liceo Sannazzaro e ragazzetti, scugnizzi di dodici anni, come Gennaro Capuozzo, a morire combattendo. Robert Capa, entrato in città con gli americani, fotografa il pianto delle madri e le misere bare dei ragazzi uccisi. Scrive nel suo diario: «Mi tolsi il cappello e tirai fuori l’apparecchio. Puntai l’obbiettivo sui volti delle donne affrante, che avevano piccole foto dei loro bambini morti, finché le bare non furono portate via. Le più vere e sincere immagini della vittoria furono queste, prese a un semplice funerale in una scuola».
Dal Sud al Nord dunque la Resistenza, man mano che gli angloamericani avanzano e i nazisti sono costretti a ritirarsi divenendo sempre più feroci, seminando distruzione e morte. Ma al Centro e al Nord, nell’Abruzzo, nelle Marche,nell’Umbria, in Emilia Romagna, in Toscana, in Liguria, in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, i partigiani si organizzano militarmente. E Milano, scrive Roberto Battaglia nella sua Storia della Resistenza italiana è «la capitale politica della Resistenza», la Milano di Curiel, Parri, Bauer, Pertini, Longo Valiani, la Milano dei dirigenti politici e degli intellettuali, ma soprattutto della classe operaia, la Milano delle lapidi sulle facciate delle case dei martiri della lotta partigiana, le lapidi di Giancarlo Puecher, dei fratelli Bruno e Fofi Vivarelli, di Alfonso Gatti, di Mario Greppi e di tantissimi altri (la mappa “Itinerari della Resistenza” è stata redatta dal Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano). La Milano di Uomini e no di Vittorini, di Col piede straniero sopra il cuore di Quasimodo, di Foglio di via di Fortini, e di Per i compagni fucilati in piazzale Loreto di Alfonso Gatto, la lirica pubblicata clandestinamente qualche giorno dopo l’eccidio. Diceva:
«Ed era l’alba, poi tutto fu fermo
La città, il cielo, il fiato del giorno
Restarono i carnefici soltanto
vivi davanti ai morti...».
Dunque in questa città che è stata la «capitale politica» della Resistenza si commemora con la presenza del presidente della Repubblica Ciampi, il 60° anniversario della Liberazione. E sia l’occasione, questo anniversario, perché Milano, la Lombardia, il Paese tutto, possano ritrovare la loro dignità, il loro orgoglio, il loro bisogno di libertà, di democrazia, di verità. Tutto quanto le elezioni regionali del 3-4 aprile, come un’alba luminosa, ci hanno fatto intravedere.


Il 25 aprile per la Costituzione
L'appello alla mobilitazione in occasione del 60° anniversario della Liberazione

Appello
"Il 25 aprile, per la Costituzione"

Coronando un'azione sistematicamente volta a cancellare le conquiste civili e sociali maturate in sessant'anni di vita democratica, una maggioranza estranea alla storia, ai valori e alla cultura della Resistenza ha sancito lo smantellamento definitivo dei beni pubblici repubblicani generati dalla lotta di liberazione. Il governo Berlusconi ha imposto, a colpi di maggioranza, una riscrittura eversiva della Seconda parte della Carta che compromette l'equilibrio tra i poteri costituzionali posto dai Padri costituenti a salvaguardia della vita democratica della Repubblica.

Nessuno aveva mai osato tanto. Le conquiste della democrazia nel nostro Paese non sono mai state completamente attuate. Spesso sono state insidiate. Ma mai, sino ad ora, ne era stata propugnata l'abrogazione.

Questa "riforma" mette a repentaglio l'unità sociale e politica del Paese e sconvolge le basi della democrazia parlamentare, determinando le premesse per un perenne caos istituzionale, politicizzando la Corte costituzionale e conferendo al capo dell'esecutivo un cumulo di poteri tale da ridurre il Parlamento e il Presidente della Repubblica al ruolo di comparse. Ove il disegno delle destre si realizzasse, la Repubblica italiana non sarebbe più un ordinamento democratico-parlamentare, fondato sulla divisione e il bilanciamento dei poteri: diventerebbe un ordinamento fondato sul governo personale di un capo politico. Si tratterebbe di una sorta di premierato assoluto. La stessa unità nazionale verrebbe messa a rischio, sacrificata alle pulsioni dissolutrici di un nuovo fascismo padano.

Di fronte a un tornante di tale gravità, tacere o minimizzare sarebbe una imperdonabile colpa.

È indispensabile un forte sussulto di tutte le culture democratiche del nostro Paese, al di là di ogni particolare appartenenza. Occorre impedire che entri in vigore un provvedimento esiziale per la democrazia repubblicana. Perciò - in vista del referendum che dovrà cancellare questa "riforma" - esortiamo tutti gli Italiani che hanno a cuore le sorti della Repubblica, già in passato minacciate da oscure trame, a mobilitarsi in occasione del prossimo 25 aprile, e poi ogni 25 aprile, una volta sventata questa minaccia, trasformando la celebrazione dell'anniversario della Liberazione in una manifestazione nazionale in difesa dei valori e dei principi inscritti nell'unica vera Costituzione della Repubblica: quella del 1948, nata dalla Resistenza antifascista.

Promotori:
Giorgio Bocca, Alessandro Curzi, Raniero La Valle, Lidia Menapace, Giovanni Pesce, Massimo Rendina, Paolo Ricca, Rossana Rossanda, Paolo Sylos Labini, Carla Voltolina Pertini, Tullia Zevi

verso il referendum

Da Avvenimenti n 16, in edicola dal 21 aprile
Verso il referendum del 12 giugno
I figli illegali La storia di Stephen, Michele, Angelo e di altri che hanno scelto l’eterologa
di Simona Maggiorelli

"Non avranno i suoi occhi, non avranno il suo colore di capelli, ma i nostri due bambini hanno il suo sorriso. E mio marito quando sta con loro è felice". Federica racconta così l’esperienza di aver avuto due figli con la fecondazione eterologa, accettando il seme di un donatore. Ha scelto di raccontare in pubblico la propria storia. Ha preso un aereo dall’Alsazia, dove vive e lavora, per essere a Roma, al convegno della onlus L’Altra Cicogna. "Mi è sembrato importante -dice, con la piccola Clara di appena 40 giorni, in braccio -. Questa legge sembra parlare di concetti astratti, ma chi si vive sulla pelle le sue conseguenze, sa quanto siano pesanti". La storia di Federica e Stephen - lei italiana, lui scozzese, entrambi ricercatori - comincia quando decidono di avere un figlio. Dopo i primi sei mesi di tentativi hanno cominciato a capire che qualcosa non andava. "Ci siamo divisi i compiti- racconta Federica -, ognuno si è fatto le sue visite specialistiche, per capire la causa". La spiegazione arriva presto: "Scoprii - racconta Stephen - che per la risalita di un testicolo scoperta a 9 anni, nel mio sperma non c’erano spermatozoi. Non riuscivo a crederci, pensavo che a me una cosa del genere non sarebbe potuta succedere. Avevo sempre creduto - dice - che diventare papà fosse una cosa scontata e semplice. Ma quando è arrivata la diagnosi definitiva di azoospermia secretiva, il mondo mi è crollato addosso". "La scoperta di non poter avere figli è stata un dolore - prosegue Federica - ma non ci siamo isolati. Ne abbiamo discusso con le nostre famiglie, con gli amici, non ci siamo nascosti, neanche quando abbiamo scelto di “adottare” uno spermatozoo". Federica e Stephen sono andati in Svizzera a cercare il seme di un donatore che fosse compatibile "di certo - dicono - non andavamo a cercare figli con gli occhi azzurri e i capelli biondi". Federica ce li ha davvero, di suo, gli occhi azzurri, "ma la somiglianza fisica - dice - non c’entra molto con l’essere genitore, c’entra qualchealtra cosa che ha a che fare con l'amore". Di certo Clara e Samuele, di 3 anni, sono stati molto voluti, cercati con tenacia. Basta dire che nel 2000 la coppia fece il primo tentativo con l’eterologa, seguito da altri sei andati a vuoto. Ogni volta la speranza, ogni volta una delusione. Via, via sempre più cocente. Finché, al settimo tentativo, quando Stephen e Federica stavano quasi per mollare, la fecondaione andò a buon fine. "La scelta dell’eterologa, per persone sterili come me -racconta Stephen - è semplicemente accettare un dono grande e generoso. Non c’è niente di male, niente di cattivo, niente di cui vergognarsi. A me il dono di uno spermatozoo ha permesso di vivere insieme a mia moglie la stupenda esperienza della nascita di un figlio". "Geneticamente parlando - dice - non sono il papà di Samuele e Clara, ma in realtà mi sento e sono al 100 per cento il loro papà". "I nostri figli sapranno come sono venuti al mondo –aggiunge Federica -. Non è vero che i bambini non capiscono. Capiscono moltissimo. Raccontargli come sono nati non è complicato. Difficile sarà spiegare loro perché in Italia sono fuorilegge". La preoccupazione di Federica e Stephen, nel caso di un eventuale rientro in Italia, non è senza motivo. L’eterologa è legalizzata in pressoché tutti i paesi del mondo. Eccetto che in Egitto, in Turchia, in Arabia Saudita e, dal 10 marzo 2004, in Italia. Come sarebbero guardati? Che giudizi dovrebbero sopportare Samuele e Clara, si domanda la loro madre. Che ambiente troverebbero in Italia, se dovesse trovare ascolto la pesante campagna ideologica e di disinformazione compiuta dalle gerarchie ecclesiastiche, ma anche da ministri come Carlo Giovanardi che in tv, a Porta a porta, ha detto esplicitamente che i figli dell’eterologa "sono fuori legge".Per altro gnorando un vistoso paradosso: che prima della legge 40, da noi, sono nati migliaia di bambini con l’eterologa. "Nel caso malaugurato che il referendum fallisse - afferma Angelo Aiello, psicoterapeuta e autore del sito www.unbambino.it -, chiederei al re Juan Carlos la cittadinanza spagnola per i miei figli, nati grazie all’eterologa fatta in Spagna. Come provocazione - spiega -, ma anche come gesto di tutela. Rispetto a quanto sta accadendo in Italia dove rischiano di prendere sempre più piede le posizioni oscurantiste e gli anatemi del neo papa Ratzinger". Angelo e sua moglie sono ricorsi all’eterologa per problemi genetici e, con l’entrata in vigore della legge 40, sono andati all’estero per continuare il percorso intrapreso con il Sismer, il noto centro di medicina della riproduzione diretto da Luca Gianaroli. "Siamo andati in Spagna - racconta Angelo -, sapendo che in quel centro lavoravano specialisti formati da lui. Il che, era già un’importante garanzia". Questa coppia bolognese fa parte di quel 20 per cento in più di “turismo terapeutico”, dall’Italia all’estero, che si è venuto a creare con la nuova legge. I costi? "In tutto abbiamo speso circa 6200 euro - rivela Angelo -, ma da un anno a questa parte i prezzi sono molto lievitati e c’è chi se ne vede chiedere anche più di 9mila". Senza contare che i trattamenti di fecondazione assistita raramente vanno subito a buon fine, e bisogna fare più cicli. Inoltre, "rivolgendosi, come molti fanno, a quei centri che oltre confine stanno nascendo rapidamente, nella ex Jugoslavia, come a Lugano, - denuncia lo psicologo bolognese - non sempre si ha la garanzia di adeguati controlli sui donatori". Un allarme lanciato anche dal dottor Andrea Borini, presidente del Cecos, un centro che si occupa da anni di eterologa e che solo, tra il 1997 e il 2002, ha praticato l’eterologa su quasi tremila coppie, facendo nascere 1178 bambini. "Una fase importante del nostro lavoro - dice Borini - era lo screening dei donatori, per vedere eventuali infezioni o altre patologie". In Italia l’eterologa si praticava con controlli severissimi sugli spermatozoi e ovociti donati, ci spiega Guido Ragni direttore del centro di infertilità dell’Università di Milano, "ma oggi una coppia che faccia l’eterologa in Albania o in Svizzera che garanzie ha?". "Con questa legge - denuncia il professore - l’Italia delega ad altri stati il controllo e l’accurata selezione dei donatori, abdicando così alla difesa della coppia e del nascituro. Senza contare che il proibizionismo crea facilmente il mercato nero, al di fuori di ogni controllo". In molti paesi la legislazione prevede la possibilità di compensi in denaro per chi dona i gameti. In Italia, prima della 40, erano soprattutto le donne che si erano sottoposte a fecondazione assistita a donare gli ovociti. Ma oggi storie come quella di Michele che, dopo aver avuto dei gemelli grazie l’eterologa, vorrebbero a sua volta farsi donatore, si confrontano con i duri stop della legge, che non permette più nemmeno di congelare gli embrioni."Una legge insensata, piena di assurdi divieti – dice il professor Ragni -, una norma in cui già i nomi stessi sono del tutto sbagliati. Definire la fecondazione che avviene con gameti donati, “eterologa”, è un errore anche linguistico perché eterologo, per definizione, è ciò che appartiene a una specie diversa e porta con sé una valutazione negativa che esclude, per esempio, l’atto della donazione solidale. Quando dal punto di vista medico non c’è nessuna controindicazione a questa donazione, anzi, spesso è l’unico modo per offrire una soluzione ad un partner del tutto sterile". Casi sempre meno rari, avvertono gli specialisti. Per i cambiamenti sociali che spingono sempre più a ritardare la nascita di un figlio, ma anche per malattie genetiche o oncologiche che, che con obbligando a cicli di radioterapia e chemio, riducono drasticamente spermatozoi e oviciti. Così tornano in mente le parole di Federica, che tenendo stretta la sua bambina, ripeteva: "Certo non pretendiamo l’approvazione degli altri, ma chiediamo la possibilità di scegliere".

Bellocchio e Castellitto

Repubblica di Palermo 24.4.05
CINEMA
Ultimo ciak a Cefalù per il nuovo film di Bellocchio
Castellitto: "Io, regista in crisi che trova la svolta in Sicilia"
PAOLA NICITA

Il regista di matrimoni è sulla spiaggia di Cefalù per incontrare un regista di cinema ben più importante ma in fase di crisi. Dietro la macchina da presa, a riprendere quest´ultima scena, c'è Marco Bellocchio che da due mesi è in Sicilia per realizzare il suo nuovo film, "Il regista di matrimoni", che vede protagonista Sergio Castellitto. Ieri si sono concluse le riprese a Cefalù, che ha offerto spiagge, litorali e stradine antiche per le scenografie naturali della narrazione.
«Questo è proprio il luogo che cercavamo - dice Marco Bellocchio - per intrecciare l'avventura di un artista in crisi con la forza straordinaria di questi luoghi».
Da piazza Duomo a corso Ruggero, dalla Rocca alla spiaggia, è in questi luoghi che prende corpo la crisi di un celebre regista che giunge in Sicilia per caso: qui inizierà a ridisegnare il suo progetto di vita, incontrando tra l'altro anche un collega meno famoso, il regista di matrimoni per l'appunto, interpretato a Bruno Cariello. Nel cast c'è anche Gianni Cavina, stremato per avere girato fino alle cinque della mattina. «Non capisco dove Bellocchio trovi la forza - dice Cavina - lui è perfetto, noi attori dopo due mesi di riprese un po' meno». Il film sarà pronto alla fine dell'anno, probabilmente andrà a Berlino, anche se Bellocchio sottolinea il suo non eccessivo amore per i festival: «Arriva un momento in cui hai una tua identità e alla fine ti riferisci a te stesso. Ho un po' di distacco in questo momento».
Un nota polemica arriva dal sindaco di Cefalù, Simona Vicari, che sottolinea come sia mancata la collaborazione da parte della Curia, che si è rifiutata di aprire chiese e Duomo per le riprese. «Il film di Bellocchio - dice il sindaco - è un'occasione unica per far conoscere ancora di più la bellezza della nostra terra».
Già, una terra che sa riservare anche qualche sorpresa. Dice Sergio Castellitto: «Certo, mentre giravamo le scene per la verità ci aspettavamo più sole, ma per quanto riguarda l'accoglienza in questi luoghi abbiamo solo ricordi positivi».
Proprio ieri si è girata la scena dell'incontro, sulla spiaggia di Cefalù, del regista famoso, Castellitto, appena arrivato in Sicilia, con il suo collega che per "sopravvivere" ha scelto di immortalare matrimoni.
Castellitto racconta di una Sicilia in primo piano, vissuta scena dopo scena: «È lei la vera protagonista, è qui che il personaggio che interpreto trova una chiave importante per comprendere la necessità del cambiamento nella sua esistenza. È qui che sperimenterà il suo rapporto con l'amore. E poi che posso dire, dopo "L'uomo delle stelle" sono spesso tornato in questo posto, ho affittato per molti anni una casa alle Eolie. E durante le riprese sono stato benissimo».

Friedrich Schiller e Goethe

L'Unità 24 Aprile 2005
Friedrich Schiller, la rivincita
Stefano Vastano

È partita da anni in Italia una rumorosa lavatrice della storia. Dalla centrifuga della signora Moratti sono usciti programmi in cui i partigiani e la Resistenza in blocco si ritrovano mischiati ai «ragazzi di Salò». E nell’ultimo, davvero geniale affondo storico di uno Storace, persino «Teopompo» ­ come Marx sfotteva l’ispirato Mazzini ­ si ritrova allineato allo squadrismo fascista. Fanno bene studenti e docenti a contestare ­ come di recente Tranfaglia su questo giornale ­ la spaventosa arbitrarietà di tanto revisionistico risciacquo della storia. Eppure, se dalle nostrane lavandaie del Risorgimento e Novecento italiano saltiamo in Germania alla storia che dall’Ottocento porta nel 1933 alla catastrofe del nazismo, ci accorgiamo che anche lì son stati per lo più le Moratti e gli Storaci locali ad interpretare ad libitum la cultura patria. Nulla infatti meglio dello strampalato rapporto della Germania di Bismarck e soprattutto del Terzo Reich con le classiche fonti letterarie evidenzia un sistematico stravolgimento della storia. Un «fraintendimento» continuo e viscerale a cui, dalle guerre anti-napoleoniche alla fondazione del Reich sino al 1945, specie i due Grandi di Weimar, Goethe e Schiller, son stati sottoposti. Solo oggi i padri della poesia tedesca, dimenticati in libreria e nei programmi scolastici, riposano in pace nei loro sepolcri nella cittadella della Turingia (quelle tombe che nell’aprile del ’45 i nazisti volevano far saltar in aria, e che nella Rdt furono profanate per analizzarne le spoglie). Solo i turisti giapponesi, cinesi e coreani ne riempiono oggi le loro case-museo, per immortalarsi dopo la visita-blitz sotto la loro statua col teatro di Weimar alle spalle. Già quel celebre monumento ­ in cui il bassino Goethe è alto quanto Schiller, che lo superava dell’intera testa ­ è una pia finzione. Amena però se confrontata agli usi ed abusi a cui i Due, senza pietà però per Schiller, servirono alla propaganda del Terzo Reich.
Il 9 maggio si celebrano in Germania i duecento anni dalla morte del darammaturgo dei Masnadieri e del Tell. Drammi che i ragazzi tedeschi di oggi non leggono più: a scuola, se va bene, leggiucchiano due delle sue pompose ballate (Il guanto; La campana). Versi d’occasione che Schiller compose in fretta ­ come lo stesso inno Alla gioia, venuto giù in stato di ebbrezza in una taverna presso Dresda ­ per riempire i buchi di una delle sue sfortunate riviste. Composizioni talmente auliche che «per le risate ci facevano cascar giù dalla sedia», come Caroline Schlegel ricorda sprezzante la reazione dei scapigliati romantici di Jena. È per ricordare allo smemorato pubblico, almeno nel bicentenario della morte, fatti del genere che le edizioni Insel hanno pubblicato La vita di Friedrich Schiller. Una biografia di 470 pagine a firma di Sigrid Damm, la germanista che ha già ricostruito con successo la vita, all’ombra di Goethe, di Christiane Vulpius (concubina del sommo). E che ora ripercorre minuto per minuto i 46 anni della via crucis di Fritz, come la madre Elisabetha chiamava Schiller. Venuto al mondo nel 1759 nel paesino di Marbach (ove oggi è il famoso archivio). E cresciuto slanciato, magro come un’acciuga, coi capelli rosso rame e - come racconta il suo amico, compagno di fuga e biografo Andreas Streicher - «cosparso ovunque, persino sulle mani, di una miriade di lentiggini». Suo padre, basso e tarchiato invece, è un soldato di Carl Eugen, conte di Württenberg. Arriverà al grado di capitano per trasformarsi poi nel giardiniere della Solitude, il maniero del conte. Quella che per i giovani Hölderlin, Hegel e Schelling sarà l’angustia, nella vicina Tubinga, del colleggio teologico, per il giovane Fritz sono gli otto anni all’accademia militare «Carlsschule»: li passerà senza vedere nemmeno un giorno genitori e sorelle. Per diventare, dopo una laurea in medicina (in latino) e per delibera del sovrano, mediconzolo di un reggimento d’invalidi. Reagirà alla squallida routine di caserma scrivendo di getto, a 22 anni, I masnadieri. Gli costeranno, oltre che le spese di pubblicazione, due settimane in gattabuia: Carl Eugen (a cui Schiller deve rivolgersi come «rappresentante di Dio in terra») non ha gradito che il suddito si sia recato senza il suo licet da Stoccarda a Mannheim per la prima dell’opera. Seguita dalla spericolata fuga «all’estero» - a Mannheim appunto - dello scrittore inseguito, più che dalle guardie, dai debiti (contratti giocando a carte in prigione). Per tutta la sua breve vita, pur quando si fregerà del titolo di von, Schiller sarà tormentato dai debiti. «È il primo scrittore in Germania che ha provato a vivere del suo lavoro intellettuale», ricorda Siegrid Damm.
Goethe, di dieci anni più anziano, fu al confronto baciato dalla sorte: non solo visse (con qualche colica renale e acciacchi alla schiena) sino ad 82 anni. Ma, oltre a due case e sin troppi incarichi, Carlo Augusto di Weimar gli assicurava 1800 talleri all’anno. A Schiller invece, anche all’apogeo della gloria, non più di 400. È per tenersi a galla che il «primo intellettuale» s’inventò una specialità dopo l’altra (non potendo contare a quei tempi sui diritti d’autore). A Jena, ad esempio, dove Goethe per toglierselo dai piedi a Weimar gli fa ottenere nel 1789 laurea e cattedra (in filosofia), il dottorino si trasforma in storico. Gli studenti accorrono il 26 maggio del rivoluzionario anno alla sua altisonante prolusione Che significa e a quale scopo si studia la storia universale. Incuriositi più che altro dalla ribelle nomea dell’autore dei Masnadieri (e del suo incomprensibile dialetto svevo). Nonostante la fama e carriera, Schiller è sempre più in canna: la cattedra gliel’ha conferita il tirchio Carlo Augusto, a gratis. Ecco perché l’ex-drammaturgo si butta a scrivere a nastro «opere di storia per il gran pubblico», come confessa alla futura moglie Charlotte von Lengefeld. Opere oggi pressoché illeggibili e al limite dello storiografico (come la sua dozzinale Storia della guerra dei Trent’anni o la precedente Sollevazione dei Paesi Bassi). Pure e semplici, già a quei tempi, «operazioni commerciali», come commenta la Damm, da cui Schiller uscirà solo per tuffarsi a capofitto, dal 1791, in Kant (che l’anno prima pubblicò la Critica del giudizio). Ne uscirà un ciclo di concettuosi poemi (Sul sublime) e l’idealistica pedagogia delle Lettere sull’educazione estetica. Tutti astratti filosofemi che lo stesso poeta («sono un dilettante in filosofia», dirà di sé) rifiuterà nel magico momento in cui ­ il 14 settembre 1794 ­ Goethe, dopo sei anni di anticamera, gli aprirà la porta di casa. Da quel connubio, che anche a Goethe (dall’Egmont alle Xenie) ridarà verve poetica, nascono a ritmo frenetico i gioielli del suo teatro: la trilogia del Wallenstein, Maria Stuarda, la Pulcella d’Orleans sino all’incompiuto Demetrius nel 1805. Storico e filosofo (d’ispirazione kantiana); poeta, giornalista, traduttore e drammaturgo della sacra idea della libertà: difficile immaginarsi un intellettuale più poliedrico di Friedrich Schiller. Che fu soprattutto, nonostante il viziaccio della pipa e tabacco da fiuto (che tanto molestava Goethe), un uomo malato. Di quella polmonite cronica che, al contrario del girovago Goethe, lo costrinse «a guardare il mondo dalle mie finestre di carta», come scrisse. Rinchiuso nella mansarda sulla Esplanade di Weimar a strappare ­ di notte, dato che si alzava a mezzogiorno - ogni verso al duro legno della sua scrivania. «Scrivania in legno di melo; rifinita; classicismo»: così si legge oggi in un angolo della sua casa-museo a Weimar. Dietro al tavolo color miele, il letto ove morì due secoli orsono. E sul tavolo coi sette cassetti (in uno dei quali ­ come Goethe ricorda - Schiller aveva il tic di riporre mele marce per inebriarsi) due candelabri, un mappamondo, il tagliacarte e la tabacchiera.
Il 10 novembre 1934, a 175 anni dalla nascita del poeta, così si legge sul Völkische Beobachter, organo del Terzo Reich: «Il Führer ha visitato col Dottor Goebbels la casa di Schiller. È rimasto a lungo nella stanza del poeta ponendovi sul letto di morte rosse rosse con la scritta: Adolf Hitler pose». Ancora in piena guerra, nel febbraio del ’42 e in uno dei suoi sproloqui notturni nel bunker della Wolfschanze, Hitler ricorda quell’omaggio a Schiller. «Nella casa di Goethe», filosofeggiò il dittatore-imbianchino, «s‘è accerchiati da cose morte, in quella di Schiller si è umanamente commossi». Non che l’autore del Mein Kampf fosse navigato nei Classici (nelle sue tiritere notturne confessò «di dovere a Karl May», il Salgari tedesco, «tutte le mie nozioni letterarie»). È comunque tra questi due estremi - la storia della scrivania di Schiller e l’uso fattone dai nazisti dei testi lì scritti - che si muove il libro di Dieter Kühn appena uscito (per le edizioni Fischer): La scrivania di Schiller a Buchenwald. E già perché i gerarchi di Weimar, dopo Monaco la città più intrisa di nazismo nel Terzo Reich, pensarono bene di proteggere la mobilia di Schiller dalle bombe degli Alleati. Trasportando il 14 maggio del ’42 la sedia e la famosa scrivania, il letto di morte e la spinetta dalla mansarda nel vicino Lager di Buchenwald. Le bombe, nell’agosto del ’44, piovvero anche nella città dei Classici, uccidendo 315 prigioneri del Lager, e ferendone oltre 1400. Non una scheggia però scalfì la venerabile mobilia di Schiller: quella autentica se ne stava dal 18 ottobre del ’43 nel Bunker dell’archivio-Nietzsche (dove i Bonzi del Terzo Reich progettavano, anche col supporto di Mussolini, un mega «Tempio dello spirito tedesco»). I visitatori di casa-Schiller a Weimar invece ­ aperta anche durante la guerra ­ ammiravano la perfetta copia della scrivania eseguita nella falegnemeria di Buchenwald. «L’officina si trovava all’interno del lager - scrive Dieter Kühn - nei pressi del crematorio, nelle cui cantine le SS eseguivano fucilazioni ed impiccagioni». È in questo inferno che le mani d’oro del falegname tedesco Willy Werth ­ veterano del campo col numero 647 e con la categoria di «criminale» ­ ricostruirono il tavolo che Schiller comprò a Jena nel 1789.
Termina nell’orrore del lager la lunga storia che, a partire dalle guerre anti-napoleoniche, trasformò Schiller «nel primo poeta nazionale», come disse Riemer, il segretario di Goethe, «nell’uomo dei nostri soldati». Anzi, a differenza dell’apolitico e cosmopolitico Goethe, «nel più nazionalista dei poeti tedeschi», come Hebbel appuntò nel suo diario del 1859. Gli stessi versi del Wallenstein, gli stessi inni alla libertà del Tell che a Nietzsche ­ nella sua polemica contro «il bonario idealismo dai luccicori d’argento» di Schiller - suonavano pacchiani e piccolo-borghesi, finirono già nel 1932 per fare di «Schiller, il compagno di battaglia di Hitler». È il titolo del saggio che Hans Fabricius pubblicò, un anno prima della scalata al potere, nella casa editrice dei nazisti (la Kultur-Verlag di Bayreuth). Un anno dopo, nel ’34, uno dei primi film commissionati da Goebbels fu un pessimo Tell del regista Hanns Johst (con Emmy Sonnemmann, futura consorte di Hermann Göring, nei panni della moglie del Tell). E dell’olimpico Goethe che ne fecero i nazisti? Non si azzardarono, come progettato, a chiamare il Lager di Weimar KZ-Ettersberg: il monte tanto caro alla vita e poesia di Goethe. L’incredibile però, come Kühn svela nel libro, è che di nessun tavolo di Goethe la falegnameria di Buchenwald approntò mai delle copie. Segno evidente di quella verità scappata nell’aprile ’45 a Walter Schulze, presidente della polizia di Jena (dove in un Bunker erano nascoste le tombe dei due Classici): «Noi odiamo Goethe ed è ora di toglierselo di mezzo». Di farne cioè saltare in aria anche la tomba dopo che, il 9 febbraio, le bombe degli Alleati ne avevano sventrato la casa a Weimar. Ci pensò il maggiore americano William Brown, il 12 maggio ’45, a riportare le spoglie di Goethe e Schiller nella cripta di Weimar. Stendendo sulle tombe dei poeti un ramoscello di sambuco: segno di pace e misericordia per le torture inferte ad entrambi dai loro furiosi pronipoti.

storia: novant'anni falo sterminio degli Armeni

Il Messaggero Domenica 24 Aprile 2005
Armeni, il primo genocidio
di FULVIO CAMMARANO

«DAL 24 giugno non ho più dormito né mangiato - scrive nel 1915 Giovanni Gorrini, console italiano a Trebisonda -. Ero preso da crisi di nervi e da nausea al tormento di dover assistere all'esecuzione di massa di quelle innocenti ed inermi persone. Le crudeli cacce all’uomo, le centinaia di cadaveri sulle strade, le donne ed i bambini caricati a bordo delle navi e poi fatti annegare, le deportazioni nel deserto: questi sono i ricordi che mi tormentano l’anima e quasi fanno perdere la ragione».
Quella a cui l’atterrito testimone italiano stava assistendo era solo la fase iniziale di una più vasta operazione che, avviata nella primavera del 1915, si concluse nell’autunno del 1916 con il primo genocidio del XX secolo, quello del popolo armeno. Il 24 aprile del 1915, data simbolo di questo crimine, tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915, i turchi cominciarono a deportare la popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor. Il decreto di deportazione è del maggio 1915, seguito da quello di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. I maschi chiamati a prestare servizio militare furono fucilati. Non mancarono poi massacri e violenze sulla popolazione civile; i superstiti dovettero affrontare una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale furono depredati di tutti i loro averi. Quelli che al deserto ci arrivarono non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero. In pratica, i due terzi della popolazione armena residente nell’Impero Ottomano erano stati annientati, “liberando” così intere regioni. 100.000 bambini vennero invece rapiti e affidati a famiglie turche o curde, perdendo in tal modo cultura, religione e lingua.
All’ombra della Prima guerra mondiale, dunque, è stato progettato un genocidio destinato a far scuola nella Seconda, se è vero, come riferiscono alcune fonti, che Hitler, il 22 agosto 1939, di fronte all’obiezione sulle possibili ricadute negative del progettato sterminio degli ebrei, dichiarò: «Insomma, chi parla ancora, oggi, dello sterminio degli armeni?». Di quale colpa si era macchiata questa civilissima popolazione che viveva in quella regione dal 3000 a.C.? Semplice: oltre ad essere cristiani, gli armeni avevano lingua e cultura millenarie, e la loro presenza avrebbe impedito il ricongiungimento di Istanbul ai popoli turcofoni dell’Asia centrale, all’epoca sotto il dominio zarista. Gli armeni, situati a mo’ di cuneo fra i turchi dell'Anatolia e quelli del Caucaso, costituivano un’isola in mezzo al grande mare delle popolazioni turche. Erano perciò un ostacolo da spazzare sulla via della realizzazione di questo progetto.
Parlare di questo dramma, però, è stato per decenni, se non proibito, quanto meno ostacolato. All’ostinato negazionismo politico e storiografico sul tema, adottato dai diversi regimi della Turchia moderna, si è accompagnato l’ambiguo comportamento dei governi europei, portati, per esigenze di realpolitik, sin dalla fine del XIX secolo, ad ignorare le richieste di indipendenza degli armeni. D’altronde, anche per questa mostruosità, come per molte delle altre efferatezze messe in atto nel XX secolo, le radici vanno cercate nel secolo precedente.
Il sultano Abdul Hamid II, tra il 1895 ed il 1897, preoccupato dall’attivismo, anche economico, di questo popolo refrattario alla legge coranica, assecondò alcuni pogrom durante i quali vennero uccisi circa 300.000 armeni. Il tutto sotto lo sguardo “distratto” delle potenze europee. Solo il leader liberale inglese Gladstone, negli ultimi anni di vita, fu un fiero assertore dei diritti degli armeni. Peraltro, anche dopo il genocidio del 1915-16, perpetrato dalla nuova classe dirigente dei cosiddetti Giovani Turchi (le responsabilità, in particolare, sembrano ricadere sul partito “Unione e Progresso” che operò attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale, in perfetta sintonia con il governo), le potenze europee rimasero a guardare, cercando di attenuare, distinguere, negare la realtà dei fatti accaduti in Asia minore durante la Prima guerra mondiale.
Le cose per gli armeni non andarono meglio dopo la caduta dell’Impero Ottomano: Kemal Ataturk cercò di completare, tra il 1920 ed il 1922, il genocidio. Solo negli anni Settanta il caso armeno è stato riaperto nelle sedi internazionali e sia l’Onu sia il Parlamento europeo hanno riconosciuto la realtà storica dell’olocausto armeno. Ora, nessuno la può più ignorare e forse anche i nuovi turchi “europei” dovranno avviarsi, come minimo, verso una doverosa autocritica. Se l’hanno fatta la Chiesa cattolica, la Germania e il Giappone, possono farla anche loro, o no?

la mostra di Malevic a Roma

Corriere della Sera 24.4.05
AVANGUARDIE Una diecina d’anni dopo le mostre di Firenze e Milano, esposti da ieri a Roma oltre 40 quadri dell’artista russo
E Malevic indossò un quadrato nero
Scrisse il manifesto del Suprematismo con il poeta Vladimir Majakovsky
Sebastiano Grasso

Roma, Museo del Corso
sino al 17 luglio. Tel. 06 6786209


Avete presente il periodo cubista di Braque e Picasso? Uno degli strumenti musicali più amati e ritratti allora è certamente il violino. Ed è proprio un violino che, assieme ad una vacca, campeggia nel dipinto di Kazimir Malevic (1878-1935) eseguito nel 1913. Sul retro della tavola, il pittore ha scritto: «Contrapposizione alogica di due forme come momento di lotta contro la logica, l'ordine naturale, il senso comune e il pregiudizio». La stessa lotta che, nel 1905, l'aveva portato a salire sulle barricate. Il quadro, assieme adc altri 40 (oltre ad alcuni oggetti di arte applicata, come una teiera e tre tazze di porcellana dipinta, qualche litografia, un paio di gessi e alcuni costumi realizzati per l'opera Vittoria sul sole, del 1913, di Aleksei Krucenyc, musicata da Mihail Mutjushin) fa parte della mostra inaugurata ieri a Roma, dedicata al teorizzatore del Suprematismo, il movimento artistico russo creato verso il 1913, da Malevic appunto, e concretizzato nel manifesto del 1915, scritto in collaborazione con Vladimir Majakovsky (all'inizio, infatti, il poeta russo si cimenta anche con la ricerca coloristica, tipica della «pittura sonora», tant'è che nel 1911, a Pietroburgo espone un Ritratto di Kogan ).
Malevic sosteneva la necessità di un'arte libera da fini pratici e descrizioni naturalistiche. Occorreva puntare sulla «supremazia - da cui il Suprematismo - della sensibilità pura» e delle «forme assolute», diceva.
Esempio di forme assolute? Quadrato nero (immagine simbolo del movimento, definita «lo zero delle forme»), Croce nera e Cerchio nero. Dipinti nel 1913, vennero scelti da Malevic per la XIV Biennale veneziana, e rappresentano la cosiddetta «fase nera» del Suprematismo, espressa con tre forme: quadrato, croce e cerchio.
I tre quadri, così come tutti gli altri esposti a Roma, provengono dal Museo di Stato di San Pietroburgo, che, assieme allo Stedelijk di Amsterdam, detiene la maggior parte delle opere di Malevic: un centinaio di tele, qualche decina di disegni ed alcuni oggetti di arte applicata. La selezione, a cura di Eugenia Petrova, direttrice del museo russo, dà una panoramica dell' iter creativo di Malevic: dal 1907 (con un paio di studi per affresco) al 1933, due anni prima della morte, toccando le varie fasi creative. Da un certo simbolismo iniziale al momento post-impressionista, dal neoprimitivismo di ispirazione fauve all'influenza che su di lui ebbe, anche se più giovane di tre anni, Fernand Léger.
Si tenga conto anche dell'interesse di Malevic per Cubismo e Futurismo (nel 1914, nel corso d'una manifestazione s'era appeso un cucchiaio di legno al bavero della giacca), dei suoi rapporti coi poeti Majakovsky e Krucenyc, col gruppo dei pittori del Fante di Quadri di Mosca e del Blaue Reiter di Monaco. La parentesi astratta non dura a lungo.
Con l'avvento del realismo socialista, nel '29 viene incarcerato per circa due mesi con l’accusa di avere dipinto opere «piccolo-borghesi». Negli anni successivi, con la nuova politica culturale di Stalin, Malevic torna al figurativo. Talvolta, di «ispirazione» rinascimentale, come testimoniano il Ritratto di Natalija moglie del pittore e l' Autoritratto. Più spesso sviluppando i temi cari all’ideologia ormai dilagante: il culto del lavoro, la retorica dell’Armata rossa, il nuovo mondo dei soviet. Triste epilogo per un grande interprete delle avanguardie europee che, per non soccombere come la maggior parte dei poeti e artisti contemporanei, ha dovuto piegarsi al «vento della Storia».

ibidem
Se tacere è un’arte ecco l’arte del tacere
S.Gr.

La mostra di Malevic presenta «una retrospettiva completa» di opere del Museo di San Pietroburgo. «Un comitato scientifico internazionale, mai raccolto prima, costituito da Bowlt a Marcadé, dalla Misler a Kiblisky, dalla Petrova a… ». Ed ancora: «Una selezione operata dalla direttrice del museo, Petrova, a ideale completamento dell'esposizione del 1959». Frasi enfatiche che lasciano perplessi. Non tanto per le cose dette, quanto per quelle taciute. Per esempio, non un minimo cenno all’antologica di circa 10 anni fa a Firenze e a Milano: 61 dipinti 1900-1934 contro i 41 attuali (di cui 23 presentati allora). Anche quella mostra era curata dalla Petrova. Inoltre, adesso, metà degli autori dei saggi in catalogo sono gli stessi (così come l’editore: Artificio). La Petrova e la Misler ne hanno scritti due nuovi; quello di John E. Bowlt è ristampato così com’era. Perché non riproporre lo scritto di Giovanni Carandente, pubblicato nel 1959, in occasione della rassegna alla Gam di Roma, di cui, appunto, la mostra dovrebbe essere «l'ideale completamento». Forse che con queste precisazioni sarebbe cambiato qualcosa? No. Bastava solo dirlo. Così, magari, qualcuno non avrebbe pensato che l'ultima mostra di Malevic in Italia risale al 1959. Furbizia o dimenticanza?