lunedì 13 giugno 2005

anoressia

La Provincia 13.6.05
Teenager nel mirino Anoressia «sponsorizzata» su Internet

UDINE Numerosi siti web che incoraggiano l'anoressia tra le adolescenti si stanno diffondendo su Internet, rischiando di far passare per «moda» quella che è ormai universalmente riconosciuta quale grave malattia. Lo ha denunciato in una nota il vicepresidente del Comitato nazionale di garanzia Internet e minori, Daniele Damele. La «moda di Ana», diminutivo usato nei siti per definire l'anoressia - secondo quanto riferito da Damele - viene dagli Stati Uniti ma si sta rapidamente diffondendo grazie alla rete, rischiando di dar vita a un vero e proprio «movimento». Oltre a riproporre falsi modelli di bellezza, i siti in questione si spingono a proporre campi estivi in cui si insegna a non mangiare e a vomitare e la vendita on-line di farmaci stimolanti il vomito. Forum e chat connessi sono poi infarciti di infausti consigli su come diventare anoressiche. «Siti pro-anoressia, chat riservate a ragazze che si scambiano informazioni su come fare a dimagrire, a vomitare, a non mangiare sono diffusissimi, purtroppo, anche nel nostro Paese - ha osservato l'esponente del Comitato Internet e Minori - ed è importante che i giornali e tutti gli organi d'informazione ne parlino». «Credo che sia molto importante - ha aggiunto - denunciare questi fenomeni che hanno una così ampia diffusione nel sociale da poter essere considerati una "moda" e occorre combatterli spiegando con la stessa enfasi che di questa "moda" si può morire». «I mass media - raccomanda infine Damele - si facciano carico di denunciare queste realtà dando spazio a modelli in grado di contrastare queste tendenze dall'esito spesso fatale».

fondamentalismo cristiano

L'Unità 13 Giugno 2005
SCIENZA E RELIGIONE Mentre in Italia la teoria dell’evoluzione viene cassata dai programmi scolastici, «Nature» lancia l’allarme
«Intelligent design»: negli Usa la fede ora batte Darwin anche negli atenei
di Telmo Pievani

La teologia naturale è tornata. Nelle università americane la teoria del «disegno intelligente», ovvero dell'esistenza di un progetto di origine divina inscritto nella storia naturale, si sta diffondendo rapidamente e conquista il consenso di studenti e docenti. Il fenomeno ha raggiunto dimensioni così preoccupanti da indurre la prestigiosa rivista Nature a dedicare all'Intelligent Design (ID) la copertina del numero del 28 aprile. «Piuttosto che ignorarlo», leggiamo dall'editoriale, «gli scienziati dovrebbero comprenderne l'attrattiva e aiutare gli studenti a riconoscerne le alternative».
Un compito meritevole ma improbo, se è vero, come testimoniano molti scienziati impegnati in dibattiti pubblici, che il desiderio di conciliare a ogni costo scienza e fede porta i sostenitori del disegno intelligente a prestare ben poco ascolto agli argomenti addotti dagli evoluzionisti per dimostrarne l'inconsistenza scientifica. Ora il pubblico italiano ha l'opportunità di aggiungere alle evidenze empiriche dell'evoluzione anche una ricostruzione storica preziosa di lontani fatti (siamo nella prima metà dell'Ottocento) che portarono alla confutazione dell'ID come teoria scientifica e al suo opportuno trasferimento nel regno delle disquisizioni teologiche.
Stiamo parlando di «Una lunga pazienza cieca», la storia dell'evoluzionismo fra Settecento e primo Novecento pubblicata dallo storico delle scienze naturali dell'Università di Firenze, Giulio Barsanti, per i tipi di Einaudi. Si tratta di un racconto appassionante per la sua mancanza di linearità, esente da trame banali popolate di «precursori» lungo la strada di un progresso inevitabile verso la «verità». È una storia senza paradigmi e rivoluzioni, ma piena di percorsi anche contraddittori, nonché di chicche storiche sorprendenti, che porta alla teoria dell'evoluzione darwiniana e alla sua trasformazione in un ampio «programma di ricerca» nel Novecento. È un antidoto alle semplificazioni dei dibattiti attuali, un ragionamento scarno, basato sul rapporto fra speculazioni teoriche e base empirica, che accompagna il lettore lungo quel drammatico «romanzo di formazione» attraverso il quale la scienza moderna approdò a una visione laica del mondo vivente.
Il finale sembrerebbe felice: non solo Darwin non è morto, ma ritorna di attualità il suo «naturalismo» dopo le infatuazioni riduzioniste dei genetisti della prima metà del Novecento. La formulazione originaria della sua teoria, con tutti gli aggiornamenti necessari, vive oggi una rinascita e rappresenta la logica fondamentale per comprendere le trasformazioni del mondo vivente. Una bella risposta per chi ancora oggi in Italia parla di «più teorie» dell'evoluzione in contrasto l'una con l'altra e tutte egualmente ipotetiche.
Tuttavia, non smette di fare scandalo quella «idea pericolosa» di Darwin: la complessità dei viventi non ha bisogno di un «progettista», perché l'azione «cieca» e cumulativa della selezione naturale, un meccanismo demografico automatico che si integra ad altri fattori, è sufficiente per renderne interamente conto. La specie umana appartiene a pieno titolo a questa creatività naturale e non sono documentati, se vogliamo restare nell'ambito della spiegazione scientifica, «salti ontologici».
Così, dall'opera del reverendo Paley del 1802 alla copertina di Nature del 2005, sono passati due secoli e lo scontro continua, negli stessi termini, come se Darwin non fosse esistito. Alcuni episodi, quali l'abiura imposta a Buffon o il violento dibattito fiorentino del 1869 sulle origini dell'uomo, inducono Barsanti a sospettare che la «lunga pazienza cieca» non sia soltanto una definizione dell'evoluzione biologica, ma anche la qualità migliore degli evoluzionisti. In tal senso, le analogie fra la teologia naturale inglese (valga per tutte la deliziosa e devotissima «teologia botanica» di Duncan del 1825) e l'ID attuale, per non dire dei deliri antievoluzionisti di alcune testate giornalistiche italiane, sono illuminanti.
Ogni paese ha le proprie strategie. L'ID non è nelle nostre corde: noi abbiamo direttamente tolto l'evoluzione dai programmi scolastici e poi abbiamo chiesto a una commissione di insigni scienziati se non fosse il caso di reintrodurla. Questi, armati appunto di pazienza, hanno scritto un documento pieno di buon senso, ipotizzando che vi fosse stata una svista. Eppure gli arditi passaggi di taluni consulenti ministeriali su «evoluzione ed evoluzionismi» non sembravano mossi da una svista quando giustificavano la rimozione. Ma il giallo continua: il documento della Commissione, dopo una fugace anteprima, è scomparso. Forse c'è scritto che prima di fare i programmi di scienze bisognerebbe consultare anche gli scienziati, che Darwin aveva visto giusto, che la scienza non può accettare dogmi di fede, o altre oscenità di questo tipo. Un messaggio di laicità decisamente scottante di questi tempi.

la criminalità del cattolicesimo
il caso Mortara: l'incredibile apologia del papista Messori

Corriere della Sera 13.6.05
INEDITO
Caso Mortara: dopo 150 anni esce il memoriale del protagonista
Battezzato di nascosto, venne sottratto ai genitori ebrei:


Messori, dove e come ha ritrovato l'autobiografia di Edgardo Mortara?
«Padre Mortara la scrisse nel 1888, a 37 anni, in spagnolo, visto che allora predicava nei Paesi Baschi. Se ne fece (forse, ma non è certo) un opuscolo che non sappiamo quale diffusione abbia avuto all’epoca in Spagna ma che, a quanto consta, non fu tradotto in altre lingue né risulta in alcuna bibliografia. Che padre Mortara abbia condotto una vita devota sino alla morte, a quasi 90 anni, e proclamato e difeso sempre la santità del suo padre spirituale Pio IX, era noto. Ma questo suo memoriale si può considerare inedito. Il testo ricostruisce il caso del bambino ebreo bolognese, dal battesimo furtivo da parte di una domestica nel 1852, al trasporto a Roma per ordine di Pio IX nel 1858, all'ordinazione sacerdotale del 1873 a Poitiers, in Francia. E' custodito nell'archivio romano dei Canonici Regolari Lateranensi, presso la chiesa di San Pietro in Vincoli. Ma nessuno dei saggisti che si sono occupati di Mortara ha mai ritenuto di dover consultare questa autobiografia, scritta in terza persona dal protagonista stesso».
Perché?
«Perché del Mortara "vero", non quello dello strumento polemico, non è mai importato molto a nessuno. Da subito, la sua vicenda fu utilizzata. Da Cavour, che ne fece uno straordinario mezzo di propaganda contro lo Stato pontificio: senza il caso Mortara, che mise in difficoltà i cattolici francesi, Napoleone III non avrebbe potuto stringere gli accordi di Plombières e scatenare la guerra contro l'Austria. Dalle logge massoniche. E dalla comunità israelitica internazionale. Come il caso Dreyfus fu un propellente decisivo per il sionismo (e infatti Herzl se ne rallegrò), che altrimenti sarebbe rimasto una delle tante utopie ebraiche, così il caso Mortara fu alle origini della formazione dell'«Alliance Israélite Universelle», la prima organizzazione ebraica di autodifesa in una prospettiva mondiale, e poi dell'influente Board of American Israelites».
Queste sue affermazioni desteranno polemiche.
«Non sono io a farle. E' lo stesso responsabile della comunità ebraica romana dell'Ottocento, Sabatino Scazzocchio, a lagnarsi delle incursioni di estranei, compresi potenti rappresentanti dell'ebraismo mondiale, senza cui il caso si poteva risolvere. E' la politica, dice, non il bambino che interessa. Scazzocchio lo scrive al padre, Samuele Levi Mortara detto Momolo, in una lettera in cui loda "l'indole benigna e caritatevole di chi siede in alto". Cioè di Pio IX».
Lei stesso, nella lunga introduzione che precede il memoriale, ricorda che alla metà dell'Ottocento Roma è l'unica città occidentale ad avere ancora un ghetto.
«Però gli ebrei, pur liberi di farlo, non se ne vanno. E' singolare: negli anni in cui fuggono a navi intere dall'Europa orientale verso l'America, gli ebrei restano a Roma. Rifiutano di appoggiare la Repubblica mazziniana, e al ritorno di Pio IX vanno a rendergli omaggio. Quanto all'"indole benigna e caritatevole" di quel Papa diffamato, nel memoriale Mortara fa una rivelazione: Pio IX aveva deciso di crescerlo in un istituto bolognese, dove la famiglia avrebbe potuto visitarlo regolarmente; dopodiché, verso i diciassette anni, avrebbe deciso se proseguire sulla via del cristianesimo o tornare alla religione dei padri. Fu la resistenza dei suoi, sobillati da altri, a cominciare dal medico di famiglia massone, a costringere il Papa a condurre il piccolo Mortara a Roma. Dove lo accolse e lo amò sempre come un figlio».
Un figlio di soli sette anni. Le pagine dove racconta l'allontanamento dalla famiglia sono tragiche: la disperazione della madre, l'ira del padre, il suo sbigottimento infantile. Alla guardia chiede: «E ora mi taglierete la testa?»
«E' vero. Fu un dramma. E' anche vero che i funzionari pontifici presero accorgimenti per rendere il distacco il meno traumatico possibile. Ma è lo stesso Mortara a raccontarci come subito dopo la separazione della famiglia fu una misteriosa quiete, anzi gioia, a impadronirsi di lui; e come le prime parole della dottrina cattolica gli parvero familiari, al punto che se ne impadronì sin da subito. Un fenomeno in cui Mortara addita un disegno provvidenziale. Quando, dopo Porta Pia, arrivarono i piemontesi, fuggì all'estero per non farsi "liberare" dal seminario in cui volontariamente era entrato».
Messori, il caso Mortara è una ferita ancora aperta. Gli ebrei italiani protestarono quando Wojtyla beatificò Pio IX. E' possibile sostenere che il Pontefice non potesse comportarsi diversamente con quel bambino?
«Del caso Mortara, Pio IX avrebbe fatto volentieri a meno. Gliene vennero accuse, calunnie, dolori immensi; non a caso lo definì "il figlio delle lacrime". Subì pressioni di ogni tipo; anche da James Rothschild, finanziatore di tutti i governi d'Europa, compreso quello pontificio. Ma sempre il Papa rispose: Non possumus . Perché non aveva scelta; sia per il diritto civile, sia per il diritto canonico».
Che cosa c'entra il diritto civile?
«I Mortara avevano violato la legge dello Stato pontificio che imponeva agli ebrei di non tenere a servizio cristiani; e questo, proprio per evitare casi analoghi».
Proprio per questo?
«Fin dal Medioevo i Papi proibivano con norme severissime il battesimo di figli di genitori non cattolici; a meno che il bambino non fosse in pericolo di vita. E il piccolo Edgardo Mortara lo era. Per questo il battesimo impartitogli dalla domestica fu un atto non solo valido, per un cattolico, ma legittimo. Il diritto canonico non lascia alternative: il battesimo introduce un mutamento irrevocabile, impone di dare al battezzato un'educazione cattolica. Ancora oggi, dopo il Vaticano II, il nuovo codice canonico non innova al riguardo».
Sta dicendo che il caso Mortara potrebbe ripetersi ancora oggi?
«In punto di fatto, un nuovo caso Mortara oggi non è concepibile; e sono il primo a rallegrarmene. In punto di diritto, nel suo minuscolo Stato il Papa non potrebbe fare nulla di diverso da quel che fece Pio IX».
In ogni caso, questo riguarda i cattolici. Per gli ebrei, Mortara resta comunque un figlio sottratto alla famiglia.
«Sono consapevole, lo ripeto, che il caso Mortara fu un dramma. Lo riconobbi fin da quando me ne occupai per la prima volta, anni fa. Ma sostenni pure che Dio seppe scrivere dritto su righe storte. Ora le parole stesse del protagonista, rimaste inascoltate per un secolo e mezzo, lo confermano. Quanto alla malattia nervosa che fece penare a lungo questo sacerdote, potrebbe trattarsi di un male ereditario, di cui soffrivano altri membri della sua famiglia, compreso il padre, Momolo; come rivelò il processo intentatogli dopo l'Unità per l'omicidio di un'altra domest

il Ministero degli Interni di Sua Maestà

Corriere della Sera 13.6.05
Londra, rapporto del ministero dell'Interno. Piano per intervenire dall'asilo
«I delinquenti? Si vedono già a tre anni»
Finora non hanno funzionato i rimedi adottati, come telecamere di sorveglianza, maggiore illuminazione di notte e pene più severe
Paola De Carolis


LONDRA - Troppo piccoli per leggere, ma non per essere considerati criminali. Già a tre anni, secondo un rapporto del ministero degli Interni britannico, è possibile identificare quei bambini che crescendo avranno guai con la giustizia. Ecco, dunque, la necessità di tenerli sotto controllo, di rieducare i genitori, di toglierli, eventualmente, alle famiglie e affidarli a centri specializzati. Uno scenario degno di George Orwell? No. È quanto indicano le 250 pagine preparate per il premier Tony Blair sulla riduzione della criminalità. Le misure sulle quali in passato hanno fatto affidamento le forze dell’ordine - telecamere di sorveglianza, maggiore illuminazione di notte, pene più severe - non hanno avuto i risultati sperati, conclude la ricerca.
L’unica soluzione, a lungo termine, è identificare i soggetti a rischio e impedire che imbocchino la via sbagliata. In teoria il discorso non fa una piega. Prevenire, dopotutto, è meglio che curare, nonché meno costoso. È l’idea di portare il concetto nelle scuole materne del Paese, trasformando le maestre d’asilo in informatrici, ad avere qualcosa di incredibile. Il compito di puntare il dito contro il bimbo che mostra i primi segni di crescere male spetterebbe a loro, le insegnanti cui ogni giorno milioni di genitori affidano i propri figli. Il piccolo Johnny non vuole giocare con gli altri bimbi? Guai a toccargli la merenda? Sembra violento nei confronti degli altri? Poco importa che abbia solo tre anni e ogni probabilità di imparare, con il tempo, a comportarsi diversamente. Per le autorità è un soggetto a rischio.
Le statistiche, d’altronde, parlano chiaro. Quei bambini che a tre anni possono essere definiti «fuori controllo», sottolinea il rapporto, una volta adolescenti avranno quattro volte le possibilità di essere incriminati per un reato violento rispetto ai coetanei più «tranquilli». «Obbligare le scuole - si legge nel rapporto, anticipato ieri dal Sunday Times - ad adottare una linea dura contro il bullismo (...) è il modo di ridurre il numero di giovani che cadono nella trappola della criminalità». Se è vero, sottolinea la ricerca, che le misure «dure» non sempre funzionano, è anche vero che, prendendo i ragazzini in tempo, è possibile correggerne il comportamento con provvedimenti più soft: insegnargli a leggere meglio, a scrivere bene, a interagire con gli altri potrebbe bastare a «far loro cambiare direzione». Secondo il Sunday Times, il rapporto, elaborato la scorsa estate e mai diffuso, mette in evidenza le diverse posizioni del ministero degli Interni e dell’Istruzione.
Quest’ultimo sarebbe più propenso a scusare i comportamenti violenti a scuola, dando la colpa, più che al bambino, all’ambiente nel quale è cresciuto. L’Home Office, invece, vorrebbe un approccio duro e intransigente. La parziale pubblicazione del rapporto coincide con un importante annuncio da parte del neo-ministro per la scuola pubblica, Ruth Kelly, che oggi dovrebbe rendere nota la sua intenzione di stanziare 430 milioni di sterline per permettere a ragazzini tra i 4 e i 14 anni di rimanere a scuola dieci ore al giorno, dalle 8 alle 18. Lo scopo: permettere ai genitori di svolgere una normale giornata lavorativa senza doversi organizzare con vicini o baby-sitter, ma anche offrire a bimbi e teenager la possibilità di studiare una lingua in più, di prendere lezioni di musica o di fare sport. Secondo quanto anticipato dai giornali britannici, non dovrebbe spettare necessariamente agli insegnanti di ruolo restare con le scolaresche sino a sera: ogni istituto potrà usare i fondi per assumere, volendo, personale aggiuntivo.

Corriere della Sera 13.6.05
«No alle criminalizzazioni Un patto scuola-famiglia» Lo psicoterapeuta Scaparro: la conflittualità è normale, certi marchi non si tolgono più
Gabriela Jacomella

«La parola "criminale", affiancata a un bambino di tre anni, non può assolutamente essere tollerata. Neanche se la si usa in senso potenziale». È lapidario il commento di Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, alla proposta britannica di "schedare" i bimbi troppo inquieti. «E poi, chi ha l’esperienza necessaria per stabilire che un bimbo ha potenzialità criminali? Paradossalmente, allora, tutti le abbiamo...».
In Gran Bretagna, però, l’allarme per il bullismo scolastico ha raggiunto livelli di guardia.
«L’allarme bullismo c’è anche in Italia, ma non si può pensare di prenderli da piccoli per fargli passare la voglia in maniera preventiva. La conflittualità è normale in questa fase della crescita: chiunque abbia un figlio piccolo sa perfettamente che, per quanto seguito, può avere per vari motivi reazioni più o meno aggressive, fa parte della natura umana. Qui c’è il rischio di "etichettare" bambini e ragazzi con un marchio che spesso rimane per tutta la vita. No, la soluzione non è questa. E nemmeno si può pensare di spostare un bambino dal suo ambiente solo perché ci sarebbero degli ipotetici "segnali" negativi».
Quale può essere, allora, un modo positivo per intervenire?
«Io sono d’accordo sulla necessità di coinvolgere le famiglie. I guai, del resto, emergono in situazioni familiari di chiusura, quando il rapporto con il mondo scolastico è inesistente. Quello che serve è un patto iniziale tra famiglia e scuola, per un contatto stretto e costante tra genitori e insegnanti. Non è solo il bambino che deve andare a scuola, ma anche il padre, la madre. È necessario che ci sia equilibrio tra l’educazione impartita in aula e quello che si impara a casa. Se non c’è dialogo tra questi due mondi, non c’è speranza».

domenica 12 giugno 2005

PIETRO INGRAO

una segnalazione di Dina Battioni

Liberazione 9.6.05

Intervista al vecchio leader che risponderà quattro sì ai quesiti
Ingrao:«Va difesa la laicità dello Stato»

Senza esitazioni e senza dubbi: quattro sì ai quattro quesiti referendari per affermare, accanto alla laicità dello Stato, alla inviolabile libertà di scelta della donna, il principio scientifico che la vita umana, legittimamente chiamata persona, si realizza alla nascita.

A parlare è Pietro Ingrao e lo fa come sempre con il suo stile cristallino e trasparente che ha contraddistinto la sua lunga militanza politica, ieri nel Pci oggi in Rifondazione comunista.
«Andrò sicuramente a votare - dice Ingrao in una intervista all'agenzia di stampa "Agi" - e voterò, senza esitazioni e dubbi, quattro sì ai quattro quesiti referendari». «La scelta dell'astensione - spiega - è un tirarsi fuori dal confronto e dalla battaglia politica e in certi casi come ora è uno sfuggire alle proprie responsabilità morali e civili prima che politiche. A maggior ragione poi se l'astensione diviene un chiaro strumento per cancellare conquiste civili essenziali: e, in questo caso specialmente, diritti delle donne in difesa della loro piena libertà personale di scelta nell'ambito privato».
Ingrao si sofferma sull'opzione del non voto. «Oggi nel caso italiano la questione diventa ancora più importante in quanto è palesemente in campo il tentativo della Chiesa cattolica di intervenire su principi essenziali di libertà di uno Stato, quale quello italiano, fondato su persone libere nel pensiero e nelle fedi». Una difesa quindi della laicità dello Stato e delle libertà personali.
«Voterò quattro sì - insiste Ingrao - per respingere quegli articoli della legge 40 che negano le libertà di scelta essenzialmente della donna in un campo strettamente privato quale quello della procreazione e aggiungo del rapporto uomo-donna: si tratta dunque di diritti essenziali per la persona moderna». Per cui, «votare sì non significa affatto aprire le porte al caos - prosegue Ingrao - la legge 40 rimane a regolare il regolabile con limiti chiari che non sono messi in discussione dal referendum. Votare sì è una battaglia "non-violenta" di civiltà contro l'oscurantismo religioso e politico che vuole bloccare quella che è stata sempre l'arma vincente del genere umano: la ricerca, la conoscenza, l'esplorazione del non conosciuto». L'uomo della politica guarda alla scienza con molta attenzione e pacatezza. «La potenzialità di vita che c'è nelle cellule staminali, ci dice la scienza, è appunto potenzialità: la vita umana che legittimamente chiamiamo "persona" si realizza alla nascita».
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Rodotà su AVVENIMENTI
in edicola

Da Avvenimenti n 23 10-16 giugno
La vita umana non è solo questione di sangue Il giurista Stefano Rodotà: “La legge 40 fa regredire il paese”
di Simona Maggiorelli


“Ai miei occhi questa è una legge fortemente ideologica. È espressione di un punto di vista rispettabile ma assolutamente particolare. Non riflette un dato condiviso, per esempio, dagli scienziati, che non considerano l’embrione una persona». Non usa giri di parole l’ex garante della privacy Stefano Rodotà nel giudicare la legge 40. «Da un punto di vista costituzionale - dice - è una legge molto dubbia, riguardo a dignità, uguaglianza e rispetto del diritto alla salute. Lo strumento legislativo qui viene usato per imporre a tutti i cittadini le convinzione di una parte di essi. In situazioni come questa, invece, l’intervento deve essere assolutamente prudente e sobrio. Per evitare che si passi da uno Stato democratico ad uno Stato autoritario ed etico, con l’imposizione di una morale di Stato. Ma anche per evitare che l’inaccettabilità di questa legge si traduca in diffusa disobbedienza civile. Le persone già vanno all’estero per avere ciò che la legge gli nega, con un effetto di delegittimazione del Parlamento. Nella comune opinione il Parlamento ha fatto una legge inaccettabile ma facilmente aggirabile. Non mi sembra un buon modo di legiferare».

La scienza dice che fino alla 24°settimana il feto non sopravvive fuori dall’utero. Già il codice napoleonico riconosceva che i diritti si acquisiscono alla nascita. Questa legge altera la personalità giuridica?
L’acquisizione della personalità giuridica alla nascita è tradizione giuridica ed è anche scritto nell’articolo 1 del nostro codice civile. Ora si pretende che il frutto del concepimento, già al momento dell’incontro dei gameti, sia parificato alla persona. È una forzatura. Non c’è bisogno di essere giuristi per capirlo. Non è possibile considerare al pari di una persona nata con diritti, attribuzioni, autonomia quello che non è ancora neppure un embrione. Anche se lo si considera come una forma di vita, è inaccettabile paragonarlo e parificarlo ad altri soggetti. Non è compito del legislatore risolvere una questione scientifica e imporre autoritativamente alla comunità scientifica e a tutti i cittadini un punto di vista controverso. In questi casi il diritto deve essere misurato, apprestare forme di tutela differenziate. Quando definiamo inaccettabile la legge 40 non è perché consideriamo il frutto del concepimento un grumo di cellule da buttare nel lavandino. Ma non si può trascurare che l’embrione, che è una persona solo potenziale, non ha possibilità di vita senza l’accoglienza da parte della madre. Sia le sentenze della Corte costituzionale, sia la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno detto esplicitamente che questa equiparazione fra embrione e persona non è conforme ai nostri sistemi costituzionali.

Lo Stato ha diritto di entrare nei rapporti più intimi dei cittadini?
Oggi è una delle grandi questioni. Dobbiamo certo avere il senso del limite nei comportamenti. Ma questo riguarda anche il diritto. Il diritto si può impadronire della vita delle persone? Può sostituirsi alla coscienza individuale? Può violare la “privacy della camera da letto”? Da giurista penso che quando si pretende di attribuire al diritto questo ruolo, imponendo valori che non sono né sentiti né condivi, si fa un cattivo servizio ai cittadini e al diritto. Il diritto deve individuare dei punti base di riferimento, poi deve essere lasciata la scelta alla responsabilità delle persone. Per la fecondazione assistita sarebbe bastata - ma proprio i sostenitori della legge 40 non la vollero - una buona disciplina del funzionamento dei centri, informazione alle donne, protocolli clinici adeguati, per poi lasciar decidere le persone che mettono in gioco la propria vita. Il diritto in queste materie è bene che sia sobrio.

Francesco D’Agostino motiva la proibizione della diagnosi preimpianto con la scusa che violerebbe la privacy dell’embrione…
Un’affermazione bizzarra. Utilizza un paradosso. Se considero l’embrione una persona non posso intraprendere azioni nei suoi confronti senza che l’embrione stesso abbia dato un suo consenso. Ma quando si fanno affermazioni così bisogna essere consapevoli delle conseguenze. La terapia fetale permetterà di accertare le malformazioni dell’embrione e di intervenire. Cosa diremo? Che mancando il consenso dell’embrione non si potranno eliminare le cause di una possibile malformazione? Si dirà che in quel caso c’è il consenso della madre. E allora il consenso dei genitori non vale anche nel caso della diagnosi preimpianto?

La legge 40 vieta l’eterologa. Per un pregiudizio razzista che riduce la paternità a fatto biologico?
Questa violenta regressione nel biologico è un altro dei punti culturalmente gravi della legge 40. Tutta la cultura giuridica e non solo, dagli anni 60 in poi, ha valorizzato la costruzione culturale dei rapporti di paternità e maternità. La riforma dell’adozione ha privilegiato l’affetto fra i genitori e i bambini piuttosto che il legame di sangue. La riforma del diritto di famiglia del ’75 ha cancellato il modello gerarchico di sovraordinazione del marito “capo famiglia” alla moglie e ha introdotto un’idea di comunità, non solo basata sull’eguaglianza, ma che si costruisce in relazione agli affetti. Rispetto a questo dato culturale importantissimo c’è una regressione in un materialismo biologico che mi colpisce e mi inquieta. Far riemergere il legame di sangue con questa brutalità pericolosa impedisce che ci sia una spontanea creazione di paternità e maternità, che culturalmente è la cosa più importante. C’è un pregiudizio certamente ed è grave che si giunga a proibire l’ eterologa. Rispecchia un modo regressivo di guardare ai rapporti fra le persone. E c’è la violazione di un principio costituzionale: il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Se l’eterologa è considerata una forma di cura della sterilità vietarla vuol dire negare l’accesso alle cure.

Quanto è forte l’ingerenza della Chiesa? Il peccato è diventato reato?
In questa materia la pressione della Chiesa è stata sempre molto forte. Il primo impegnativo documento è noto come “Le istruzioni Ratzinger in materia di procreazione assistita”.Tutti i vincoli e i divieti che ritroviamo oggi nella legge sono stati trascritti con una obbedienza preoccupante. C’è stato un adeguamento progressivo di una parte della nostra classe politica alla Chiesa. Le cui posizioni sono ben note. Ma è grave che sia la bussola adottata da forze politiche che dovrebbero guardare all’interesse di tutti i cittadini e rispettare la libertà di coscienza. Un fatto che ha pochi precedenti in un paese come il nostro che di ingerenze della Chiesa cattolica pure ne ha subite parecchie. Negli ultimi tempi la Chiesa si è fatta soggetto politico con una determinazione, mi pare, davvero preoccupante.

La discrasia fra la legge 40 e la 194 potrebbe dare il la a chi vuol rivedere la legge sull’aborto?
Non solo ci sono tentazioni in questo senso ma anche dichiarazioni esplicite. Vengono tenute un po’ in secondo piano per il timore di una reazione in sede di voto. Ma il rischio politico c’è. Affermare la personalità giuridica dell’embrione autorizza qualcuno, anche in modo improprio, a parlare poi della necessità di tenere sotto controllo tutto ciò che incide sull’embrione. È un rischio molto concreto. Mi auguro che la mobilitazione delle coscienze che il referendum ha prodotto induca a prudenza chi vuole mettere le mani sulla 194.
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Federico Masini e l'anno del dragone a Venezia, Torino, Milano

Dal quotidiano Europa, 11 giugno 2005
diretto da Federico Orlando
Il boom dell’arte cinese dopo le collettive di Roma e Bologna
L’anno del dragone nella laguna di Venezia
di Simona Maggiorelli

Qualcuno l’ha già ribattezzata “Biennale dell’anno del dragone”. Di certo, al di là dei risultati della collettiva organizzata in laguna dall’artista cinese Cai Guo Quiang, è storico lo sbarco della Repubblica popolare alla Biennale di Venezia. Dopo la ventina di artisti cinesi dell’edizione del ’99 diretta da Szeemann e, dopo il successo della sezione cinese intitolata “zona di urgenza”, dell’ultima Biennale di Francesco Bonami, da oggi per la prima volta la Cina ha un suo padiglione permanente nel Giardino delle Vergini. Uno spazio all’aperto dedicato all’arte e all’architettura cinese e che - il direttore della Fondazione Biennale David Croff lo ha già annunciato - sarà allargato negli anni a venire. L’ingresso in Biennale della Cina suona come un riconoscimento ufficiale alla multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers che anche in Italia cominciano a interessare un pubblico non più solo di nicchia. In un moltiplicarsi di mostre e iniziative. Dopo la collettiva al Macro di Roma e a Bologna e dopo varie rassegne di fotografia, due mostre aprono i battenti, quasi in contemporanea, a Torino e a Milano. Il torinese palazzo Bricherasio, dal 23 giugno al 28 agosto, ospita le opere di 13 artisti di quella avanguardia cinese che alla fine degli anni ‘70 segnò un distacco dallo stile accademico maoista, scegliendo un modo di rappresentazione della realtà spesso ironico, libero, spiazzante. Dal 29 giugno al 2 ottobre, invece, nello spazio Oberdan di Milano, Daniela Palazzoli presenta la mostra “La Cina: prospettive d’arte contemporanea”: attraverso le opere di 70 artisti emersi fra gli anni ’80 e ’90, un articolato tentativo di cogliere e raccontare il movimento che attraversa, da una trentina di anni a questa parte, il panorama dell’arte contemporanea cinese. “Un panorama estremamente multiforme e variegato - racconta Filippo Salviati, docente di storia dell'arte dell'Estremo Oriente alla Sapienza. “Anche se - stigmatizza - arriviamo buon ultimi”. Buoni ultimi nell’interesse verso l’arte contemporanea cinese dopo almeno un decennio di importanti mostre e retrospettive promosse dal Moma di New York, dal Centre Pompidou, ma anche dalle gallerie di Londra e di Amburgo. Con un interesse crescente, anche sul piano commerciale. Che ha toccato l’acme nelle aste del dicembre scorso con quotazioni di opere cinesi contemporanee da capogiro. Una crescente attenzione verso la Cina che si misura anche in termini di spazi sui giornali. “Negli ultimi anni la Cina è diventata la prima potenza sul piano economico e commerciale - dice il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di studi orientali della Sapienza - . Ora la scommessa riguarda la cultura. Si tratta di vedere se la Cina riuscirà anche ad esportare modelli culturali“. Nonostante il cinema di Zhang Yimou o di Kar Wai, il pianeta Cina, sul piano dell’arte e della letteratura, è ancora in buona parte da scoprire in Occidente. “Ma in futuro - spiega Masini – anche attraverso la diffusione di arte giovane e d’avanguardia le cose potrebbero cambiare”. E chissà - avverte - forse potrebbe anche risultare imbarazzante per la vecchia Europa, “dal momento che la Cina, come il Giappone mette in circolazione modelli culturali senza un’ideologia religiosa retrostante”. Una cultura quella cinese libera da vincoli ideologici, ma insieme con nessi strettissimi con una tradizione millenaria. “La sperimentazione artistica cinese, negli anni dopo Tiananmen, ha avuto uno sviluppo fortissimo”, racconta Filippo Salviati. Una ricerca che ha riguardato un po’ tutti i generi e gli stili: dalla calligrafia alla videoarte. “Dal punto di vista dell’arte il panorama cinese si presenta estremamente sfaccettato - dice lo storico dell’arte che per Electa sta scrivendo il primo manuale guida all’arte cinese contemporanea –, ma con alcune costanti e specificità fortissime. A partire dal nesso scrittura pittura che in Cina affonda le proprie radici nell’antica arte della calligrafia, che oggi si trova declinata e riproposta in forme nuove e di avanguardia”. Il rapporto con le immagini è un aspetto fondamentale della cultura cinese, anche a partire dalla scrittura fatta di ideogrammi. “Al di là del fatto che in questo momento favorevole qualcuno provi a cavalcare la tigre producendo opere facili da vendere ma di dubbio valore, la grande arte cinese – spiega Salviati - non è quasi mai ludica, non conosce la decorazione fine a stessa. Spesso gli artisti realizzano immagini così dense di significati da apparire dei rebus agli occhi occidentali”. Il segreto per comprenderle? “Bisogna coglierne il nesso con il retroterra culturale – conclude - Ma se non si hanno le basi linguistiche sfugge moltissimo del messaggio. Per questo credo sia importante che comincino ad uscire, anche in Italia, strumenti di seria divulgazione”.

Enzo Biagi sul Corriere della Sera di oggi

Corriere della Sera 12.6.05
PRIMA PAGINA
Alle urne: ecco i valori in gioco
NON DIMEZZIAMO LA NOSTRA SCIENZA
di ENZO BIAGI


Ci siamo. Da stamattina le urne sono aperte e perfino le previsioni meteorologiche scoraggiano ad andare al mare: temporali sul litorale ligure e anche al Sud nuvole sparse. D’altra parte l’invito agli italiani a sdraiarsi al sole non portò bene neppure a Craxi. Oggi è il giorno nel quale ognuno di noi è chiamato a decidere, a scegliere, il giorno nel quale non sono ammesse deleghe. Votare è un diritto. Anzi, qualcosa di più, qualcosa che ci appartiene e che è costato dolore e sacrifici alle donne e agli uomini della mia generazione. L’età mi consente di ricordare che cos’era questo Paese quando non c’era il problema di rinunciare al weekend per recarsi al seggio, ma mi vengono in mente, soprattutto, i momenti in cui riacquistammo dignità: il primo referendum, monarchia o repubblica, le elezioni del ’48, le grandi battaglie per il divorzio e l’aborto, passaggi fondamentali per allineare l’Italia alle grande nazioni.
Certo, la materia sulla quale siamo chiamati a dire come la pensiamo è delicata, difficile: è il desiderio di diventare genitori, di creare una vita, di capire quali sono i limiti della scienza e i progressi che si possono fare per curare malattie degenerative.
Tutti hanno detto la loro: leader politici, scienziati, personalità della Chiesa e ogni opinione è evidentemente rispettabile. Non è apprezzabile, a mio parere, quella che invita all'astensione. Sono convinto che non esistano verità assolute per convincere a dire «sì» o «no» alle quattro domande che troveremo sulle schede e se il dibattito è stato a volte lacerante nelle istituzioni, lo è, in queste ore, anche in tante delle nostre famiglie: mogli che tracciano la croce da una parte, mariti e figli dall’altra, coppie che consegnano allo spoglio di domani sera la speranza di mettere al mondo un bambino, malati che affidano alle cellule staminali l’ultimo appello per la vita.
Dunque la politica - destra, centro, sinistra - c’entra poco: stavolta i conti li facciamo con noi stessi, con il nostro buonsenso, con la nostra coscienza. Io, tanto per uscire dagli equivoci, sono per quattro sì, ma credo che almeno due siano indispensabili: quello sulla scheda celeste (sì alla ricerca sulle cellule staminali embrionali) e altrettanto su quella grigia (sì alla fine dell’equivalenza tra embrione e persona).
Le argomentazioni scientifiche dovrebbero aver convinto che, mentre usciamo per andare a comperare le paste della domenica, è meglio entrare nella scuola del nostro quartiere e far valere i diritti di cittadini liberi, senza influenze da nessuna parte.
In gioco ci sono valori che riguardano la coscienza, che non è poco, e non vorrei mai che qualcuno dovesse rinunciare a una prospettiva di guarigione o di vita migliore perché ho dato retta a un onorevole, a un ginecologo e, con tutto il rispetto dovuto, a un prelato. In questi due giorni di giugno gli italiani devono decidere, senza incertezze, se con la rinuncia agli studi sulle cellule staminali embrionali la ricerca scientifica deve essere dimezzata. Se capisco le ragioni etiche o religiose per le quali qualcuno rifiuta questa «metà», non posso accettare che questo rifiuto diventi una legge valida per tutti. Sarebbe un gran brutto precedente.

uno psichiatra irlandese...

ANSA 11.6.05
L'autismo è la caratteristica del genio, dice uno studio
Studioso irlandese: Orwell, Beethoven, Kant ne erano affetti

(ANSA) -LONDRA, 11 GIU- L'autismo è la caratteristica del genio, dice uno psichiatra irlandese ricordando che Orwell, Beethoven, Mozart, Kant ne erano affetti. Fitzgerald, docente di un college di Dublino, stabilisce per la prima volta un legame tra la sindrome che impedisce di interagire socialmente in maniera normale e quello che si chiama genio dopo aver stilato un profilo psicologico di grandi musicisti, scrittori, pittori e filosofi; ha così scoperto che molti di loro soffrivano di una qualche forma di autismo.
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brevi dal web
una civiltà europea più di 7000 anni fa e neurologi americani

lastampa.it 12 giugno 2005
SCOPERTA CIVILTÀ 2000 ANNI PIÙ VECCHIA DELLE PIRAMIDI
Il cuore di legno dell’Europa

Era fatto con templi di tronchi d’albero e terra

Gli archeologi hanno scoperto la più antica civiltà d’Europa, duemila anni più antica di Stonehenge e delle Piramidi. E’ stata localizzata una rete di dozzine di templi, più di 150 monumenti giganti sotto le campagne e le città delle attuali Germania, Austria e Slovacchia. Sono stati costruiti settemila anni fa, tra il 4800 e il 4600 Avanti Cristo. La scoperta, rivelata oggi dall’«Independent», rivoluzionerà lo studio dell’Europa preistorica. Finora infatti si pensava che l’interesse per l’architettura monumentale si fosse sviluppato in Europa ben dopo che in Mesopotamia e in Egitto.

repubblica.it 12 giugno 2005
E' scomparsa all'improvviso settemila anni fa, trovati 150 templi
Scoperta tra Germania, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia
Ecco la più antica civiltà europea
Gli esperti: "Popolo organizzato"
Due millenni prima degli egizi, una grande comunità
nel cuore del continente, durata appena duecento anni
di CINZIA DAL MASO

ROMA - "La civiltà più antica d'Europa", titolava ieri il quotidiano britannico "The Independent". Una civiltà che nel V millennio a. C. ha saputo costruire un numero stupefacente di edifici templari. Finora ne sono stati individuati circa 150 tra Germania orientale, Repubblica Ceca, Austria e Slovenia. Alcuni noti da tempo, addirittura gli anni '60 del secolo scorso. Altri localizzati e scavati di recente, in particolare in Sassonia dove mai se ne erano scoperti prima d'ora.
Altri infine individuati per il momento solo con fotografie aeree. Perché purtroppo non sono fatti di solide pietre come i megaliti che più o meno nella stessa epoca cominciavano ad apparire altrove in Europa, specie sulle coste atlantiche.

In Europa centrale c'era poca pietra ma molte foreste, e così si eressero enormi circoli concentrici di "obelischi" di legno, intervallati da terrapieni e fossati. Ciò che rimane più evidente, oggi, sono spettacolari circoli di buche di palo del diametro di decine di metri. Come nel tempio scavato a Dresda da Harald Stäuble della Soprintendenza archeologica della Sassonia, il più grande e complesso tra quelli finora indagati con un diametro di quasi 130 metri. Lo spazio sacro interno è circondato da due palizzate, tre terrapieni e quattro fossati. Costruzioni che non avevano funzioni difensive ma, soprattutto le palizzate, servivano a impedire la vista dall'esterno, a preservare il segreto dei rituali che si svolgevano entro il "sancta sanctorum".

Stäuble ha riesaminato con attenzione anche gli altri circoli conosciuti, e ha scoperto che tutti senza eccezione condividono delle particolarità molto curiose. Ciascuno di essi fu utilizzato solo per poche generazioni, un centinaio d'anni al massimo, e poi distrutto al termine dell'utilizzo riempiendo nuovamente i fossati. L'area sacra centrale è sempre della stessa dimensione, circa un terzo di ettaro. E ogni fossato circolare, indipendentemente dal diametro, prevedeva la rimozione dello stesso volume di terra. La profondità del fossato era cioè inversamente proporzionale alla sua lunghezza, e ciò significa che la realizzazione di ciascuno di essi comportava esattamente lo stesso impegno lavorativo. "Dunque - ipotizza Stäuble - esisteva un'organizzazione del lavoro piuttosto complessa con operai specializzati capaci di eseguire le costruzioni in un numero definito di giorni, forse stabilito da un qualche calendario religioso. Ogni monumento fu perciò il prodotto di uno sforzo costruttivo immenso, che ha comportato l'impiego ragionato di considerevoli risorse materiali e umane".

E' questa la vera grande novità. Finora si era pensato a queste genti come tranquille comunità di pastori neolitici che allevavano bovini, capre, pecore e maiali, e vivevano in villaggi anche di notevoli dimensioni. Ora invece si capisce che avevano saputo andare oltre la semplice abitazione stanziale ed erano giunti a concepire una vera e propria architettura monumentale. "Fu la prima civiltà europea a realizzare grandi monumenti", precisa Stäuble. Edifici di culto che si potevano vedere da lontano e dichiaravano esplicitamente a chiunque si avvicinasse "questa terra è nostra". Le prime costruzioni capaci di rivelare chiaramente come con il Neolitico l'uomo abbia cominciato a plasmare l'ambiente secondo i propri bisogni. Sorte forse a seguito delle prime lotte tra villaggi o gruppi di villaggi proprio per assicurarsi il possesso delle terre. Durarono poco, un paio di secoli al massimo tra il 4800 e il 4600 a. C. Poi scomparvero all'improvviso. Forse le ricerche future sapranno scoprire il perché.

Yahoo!Salute 12 giugno 2005
Si può fotografare l'amore e l'innamoramento?

E’ una fortuna che capita a molti sperimentare, prima o poi nella vita, l’amore in “fase acuta”. Quella passione che la letteratura e le arti hanno spesso descritto quasi come una forma di pazzia, l’amore che acceca, quello che – come cantava Fabrizio de André – strappa i capelli. E da tempo i ricercatori indagano proprio i meccanismi neurofisiologici dell’innamoramento e dell’amore folle – come lo chiamano i francesi.

Una ricerca appena pubblicata da The Journal of Neurophysiology affronta nuovamente il tema, suscitando grande interesse, se è vero che un articolo dedicato alla ricerca dal serissimo New Tork Times figura questa settimana tra le storie più lette del mese.

Quelle prime fasi dell’amore romantico contraddistinte da euforia costituiscono – sostengono i ricercatori newyorkesi della Rutgers University e dell’Albert Einstein College of Medicine – un fenomeno culturalmente trasversale, probabile evoluzione di un istinto proprio dei mammiferi in quanto tali. Si tratta di un fatto che ha rilevanti conseguenze sui comportamenti sociali di moltissime popolazioni e che ha conseguenze evidenti di carattere riproduttivo e genetico.

Proprio per studiare quali sistemi motivazionali ne sono alla base, gli autori hanno studiato 2500 immagini ricavate grazie a risonanza magnetica funzionale per immagini di dieci studenti e 7 studentesse, tutti innamoratissimi e nelle prime fasi della cotta, ottenendo per la prima volta una fotografia – diciamo così – dell’attività del cervello nel corso di queste fasi acute di passione amorosa. Ne è emerso un dato sorprendente: l’amore sembra più simile ad istinti quali la fame e la sete che non a stati emotivi come l’eccitamento sessuale o l’affetto. La ricerca aiuta a capire perché l’amore produca emozioni così diverse, dall’euforia alla rabbia all’ansia e come mai queste divengano più intense ancora quando ci si scontra con un rifiuto, grazie all’analisi di immagini cerebrali di soggetti che erano stati lasciati dall’amante. Naturalmente, la tecnologia per immagini non riesce a leggere la mente umana: un fenomeno complesso e sfaccettato come l’amore trascende – grazie al cielo – la computer graphics, anche se sofisticatissima come quella utilizzata nella ricerca. Tuttavia, assicura Hans Breiter - direttore del Motivation and Emotion Neuroscience Collaboration presso il Massachusetts General Hospital – questo studio fa davvero compiere un passo avanti nella comprensione dell’infatuazione amorosa.

Agli studenti analizzati veniva mostrata prima una foto della persona amata, mentre li si sottoponeva a risonanza magnetica nucleare. La RMN coglie la crescita o la diminuzione del flusso sanguigno nel cervello, che corrispondono a cambiamenti nell’attività neuronale. Poi, le immagini venivano confrontate con quelle ricavate mentre guardavano la foto di un familiare. Una mappa computerizzata delle aree particolarmente attive del cervello, mostrava punti caldi nelle profondità del cervello, nelle strutture sub-corticali contenute nei gangli basali, quelle del nucleo caudato e dell’area ventro segmentale, sede peraltro della gratificazione dell’alcol e degli oppiacei. Queste aree sono dense di cellule che producono o ricevono dopamina, la quale circola attivamente quando un soggetto desidera o prefigura un rifiuto. Sono le stesse aree che si sono dimostrate estremamente attive nei cervelli di giocatori al momento della vincita o della perdita, o dei cocainomani mentre stanno per tirare la droga. Falling in love (cadere innamorati, come si dice in inglese, non a caso) sarebbe quindi uno dei comportamenti umani più irrazionali e profondi, e non soltanto un modo per soddisfare un piacere o guadagnarsi una ricompensa. In fondo, le tecniche più moderne aggiungono poco, questa volta, alla saggezza popolare.

Fonte: Aron A, Fisher HE, Mashek DJ, Strong G, Hai-fang Li, L Brown L. Reward, Motivation and Emotion Systems Associated with Early-Stage Intense Romantic Love. J Neurophysiol (May 31, 2005). doi:10.1152/jn.00838.2004.

Giorgio Colli
e la storia delle editrici Boringhieri, Einaudi, Adelphi,
oggi tutte in mano a Berlusconi

Corriere della Sera 12.6.05
OMAGGI
Colli, figlio spirituale di Nietzsche

A venticinque anni dalla morte, la Bollati Boringhieri ha pubblicato una monografia di Federica Montevecchi su Giorgio Colli. Biografia intellettuale. Colli (1917-79) fu filosofo, filologo, organizzatore editoriale. Sua la prima traduzione dell'Organon di Aristotele, che uscì nel ’55 da Einaudi. Con l’editore torinese Colli progettò una collana filosofica che non si realizzò a causa di dissidi relativi soprattutto alla pubblicazione di Nietzsche. Tra il ’58 e il ’64 con la Boringhieri curò la collana «Enciclopedia degli autori classici», pubblicando più di cento volumi. Dagli anni Cinquanta ai 70 lavorò con Mazzino Montinari e con un’équipe di studiosi all’edizione critica tedesca delle opere di Nietzsche che, dopo il rifiuto einaudiano, fu accolta da Luciano Foà per la casa editrice Adelphi. Presso l’Adelphi sono usciti anche i suoi saggi filosofici.

Corriere della Sera 12.6.05
L’editore ripercorre la lunga carriera, dallo Struzzo all’avventura con Bollati (50 anni fa acquisì i primi titoli del suo catalogo). E ricorda la stagione con Balbo, Foà, Pavese

Boringhieri: Musatti sopravvalutato, evitava il lavoro
«Non era uno psicoanalista internazionale...

di PAOLO DI STEFANO

«Gli anni di fuoco». Comincia così Paolo Boringhieri, 79 anni portati con eleganza. Comincia accennando agli anni della guerra: «Negli anni di fuoco ero amico di tanti personaggi che ruotavano attorno alla Einaudi». Famiglia di origine svizzero-tedesca (i Bohring), un padre fabbricante di birra a Torino per una antica tradizione familiare. Un fratello maggiore, Gustavo, che frequenta i «ragazzi» del liceo D’Azeglio, i vari Bobbio e Mila. È così che nel ’49, ventitreenne, grazie a una «indiretta raccomandazione», Boringhieri viene assunto prima all’ufficio stampa poi nella redazione dello Struzzo, dopo aver lavorato in un’industria meccanica. Nel giro di un paio d’anni, Giulio Einaudi gli affida la collana scientifica avviata ancora prima della guerra. È un incarico che a Boringhieri piace molto, per un suo vecchio pallino legato alla cultura scientifica. Sarebbe stato quello il primo nucleo della futura casa editrice di Sigmund Freud, ma questo nessuno poteva ancora saperlo.
Boringhieri doveva sapere invece, nel ’49, che c’era, all’interno della casa editrice, una lunga storia rimasta in sospeso e che riguardava la Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici, meglio nota come «Collana viola». Responsabilità di Cesare Pavese e di Ernesto De Martino come consulente. Una collana che, lo intuì presto Pavese, minacciava di «diventare il cancro della casa e paralizzare e mangiarsi tutto il resto». Eppure, oggi Boringhieri ricorda: «La Viola fu un’idea di Pavese, il quale convinse Giulio ad aprire una collana in cui mettere i libri che piacevano a lui, gli studi religiosi soprattutto. La scelta dei titoli era frutto dello scambio di opinioni con De Martino, anche se in realtà avevano interessi differenti». Come si sa, quella collezione provoca molti dissensi «politici» all’interno della casa editrice. Da Roma, Muscetta non esita a esprimere la propria ostilità. Intanto Pavese muore, nell’agosto del ’50. Giulio decide di affidarne proprio a Boringhieri l’organizzazione: «Avevo già un certo interesse per la psicologia ed Einaudi lo sapeva: voleva inserire lì anche testi psicologici. Per esempio Jung, che era certamente più "pavesiano", cioè più umanista di Freud, considerato da Cesare uno scienziato. Ciò dimostra la visione chiara che aveva Pavese: inseguiva aperture verso il mondo dell’etnologia, delle mentalità e delle religioni dei popoli primitivi... A suo modo la Viola era una collana d’avanguardia, troppo raffinata per trovare un vasto pubblico in Italia». Del resto, anche Calvino aveva espresso qualche dubbio. Parlò di «etnologia dei negretti». «Forse pensava a Frobenius. Ma la grande pietra dello scandalo fu Kerény: De Martino lo considerava troppo spiritualista, mentre a Pavese piaceva molto».
Boringhieri gode, all’interno della casa editrice, dell’amicizia antica con Felice Balbo: «Fu lui ad ammaestrarmi al lavoro editoriale e aveva una piccola schiera di discepoli, con Pavese era tra i più ascoltati da Giulio, erano loro lo zoccolo originario della casa editrice. Si era tuffato nella politica in Albania ed era tornato al cattolicesimo, ma era un cattolico al di fuori della cultura ufficiale, direi un cattocomunista». Muscetta lo definiva un po’ spregiativamente il «lavoratore cristiano»: «Io appartenevo alla schiera di Balbo, la mia famiglia era protestante e io condividevo l’idea che per essere di sinistra non ci fosse bisogno di professare una filosofia». Dunque, la Viola finisce nelle mani di Boringhieri: «Pavese era una persona formidabile, uno spirito libero e un grande intellettuale, il vero numero due della casa editrice. Mentre io non ero nessuno, venivo ammesso alle riunioni del mercoledì pur non essendo un letterato».
Le preoccupazioni di Giulio Einaudi non erano solo di carattere commerciale, ma anche di opportunità politica: «La Viola era un corpo estraneo rispetto alla casa editrice, dove primeggiava l’interesse politico. Allora quello religioso e quello etnografico erano campi del sapere considerati con sospetto dalla cultura italiana e soprattutto Muscetta, per dirla in volgare, era un po’ un trinariciuto». E Giulio, da che parte stava? «Giulio era un togliattiano, ma al fondo era un liberale figlio di suo padre, non so come mai a un certo punto volesse cedere all’idea di tradurre Lysenko, il biologo ufficiale di Stalin». Il peso della politica: «E beh, sì, la politica fino all’Ungheria si sentiva, ma non come un peso, era un’utopia accettata con entusiasmo da molti». Anche da Boringhieri? «Mah, io ero più cauto, come Luciano Foà». Il quale poi avrebbe fondato l’Adelphi. «Foà accarezzò più volte il progetto di fondere l’Adelphi e la Boringhieri. In effetti forse la cosa sarebbe venuta bene...». Calasso nega che l’Adelphi sia nata come una costola della Einaudi: «Ma secondo me l’einaudiano Pavese sarebbe stato perfetto per l’Adelphi».
L’incontro con Giorgio Colli risale a diversi anni prima: «Colli, come Luciano Foà, era un mio amico di gioventù, si sentiva un figlio spirituale di Nietzsche, ne parlava come di un collega vivente, l’aveva scoperto al liceo. Se la rideva del fatto che Nietzsche fosse stato inglobato nel nazismo, ci rideva sopra e non se la prendeva per niente. Giulio Einaudi lo proteggeva, aveva fatto un contratto con lui per la traduzione dell’Organon di Aristotele, un contratto molto gravoso che suscitò diversi malumori. Ma Giulio non cedette». I malumori venivano, come sempre, da Roma.
Dunque l’amicizia con Colli e Foà era anche il segno di un’affinità elettiva sul piano politico-culturale? «Sì, Foà era un uomo di sinistra, arrivò all’Einaudi come segretario generale, Colli venne a trovarlo in casa editrice, lavorava per il Pci e aveva accesso alla Germania Est. Per questo con Foà coltivò a lungo il progetto di pubblicare Nietzsche in tedesco, che poi si realizzò con l’Adelphi». Einaudi infatti non ci sentiva: spingeva piuttosto per un volume antologico. In quel giro, c’è anche Bobi Bazlen: «Altro personaggio indimenticabile. Me lo fece conoscere Foà, che attingeva a lui come a un pozzo di conoscenze sulla Mitteleuropa. Quando andavo a Roma, incontravo spesso Bazlen, si stava a parlare per ore di psicologia, della Viola; era uno junghiano convinto, mi ha sempre dato molti consigli editoriali. L’Adelphi è lui».
Nel ’55, con la prima crisi economica, Einaudi decide, su consiglio del banchiere Raffaele Mattioli, di cedere una serie di titoli alla Mondadori. E propone a Boringhieri di rilevare le Edizioni Scientifiche. È il primo nucleo di una casa editrice autonoma: «Giulio mise insieme così un po’ di liquidità. Allora era al culmine della sua gloria, il re dei re anche all’estero. Gli editori americani venivano a Torino apposta per lui. Solo che aveva fatto il passo più lungo della gamba, ma secondo me era geniale anche sul piano finanziario. Un altro al suo posto sarebbe naufragato prima. Sapeva come muoversi. Nell’83 rimasi incredulo, non mi aspettavo quel pasticcio, non aveva capito che doveva fare un passo indietro e consolidare la casa editrice». Quando nel ’57 Boringhieri decide di lasciare lo Struzzo, Einaudi ci resta male: «Ci tenevo a dimostrare che si poteva avviare un’editoria scientifica, mettendo insieme scienze della natura, matematica e scienze umane. Così, saltai il fosso. Come Edizioni Boringhieri comprai l’opera di Freud, c’era un’ottima edizione inglese, con apparati critici migliori dell’edizione tedesca». A questo punto entra in scena Cesare Musatti, che già aveva proposto Freud alla Einaudi senza successo: «C’era una cappa culturale, per cui spingersi fino a Freud richiedeva un coraggio eccessivo: il marxismo ostentato diffidava di Freud e della psicologia. Quando decidemmo di tradurlo, Musatti lasciò che si mettesse il suo nome ma non fu lui il vero motore: se c’era da sgobbare si tirava indietro volentieri». Sorride benevolmente, Boringhieri. «Certo, fu Musatti a introdurre la psicoanalisi in Italia, era perfetto a livello italiano, ma sul piano internazionale non era un grande psicoanalista. Renata Colorni si sobbarcò il coordinamento di Freud». Jung venne da sé, dopo pochi anni. «Era l’altro pannello, anche se l’Adelphi l’avrebbe fatto volentieri».
Amicizie. Giulio Bollati era arrivato all’Einaudi nel ’49, giovane normalista di grandi speranze: «Fu presentato come un ottimo letterato, allievo di Sapegno e Pasquali». Poi, quando Boringhieri si mise in proprio, fu Bollati a proporgli il logo del cielo stellato, traendolo da un antico manoscritto francese. «Non posso dire che avevo con lui un’amicizia fraterna, però lo stimavo molto». Nell’87, quando Bollati unisce il suo nome a quello di Boringhieri, le premesse sono chiare: «La Boringhieri era una piccola casa di nicchia, ma con un marchio forte, purtroppo non era più in grado di investire. Dunque, l’aiuto di Romilda, la sorella di Giulio Bollati, avrebbe garantito la sopravvivenza». Le cose vanno così così e nel ’93 il sodalizio finisce: «Bollati si mise a rifare, in piccolo, l’Einaudi, abbandonando il concetto di nicchia e aprendo molto alla letteratura, ma senza ottenere grandi rafforzamenti: la sorella a un certo punto gli disse che così non si poteva andare avanti. Ne venne fuori un pasticcetto. Oggi non è più la mia casa editrice e l’editoria non è più la mia editoria artigianale».
Un po’ meno che amicizie. Italo Calvino: «Calvino non era facile: avrei voluto essergli più amico, ma non ero capace di incoraggiarlo nella mia direzione. C’era qualcosa che mi allontanava da lui: mi pareva che non avesse un’impostazione chiara, anche se si autodefinì un marxista». Ricordi e qualche delusione: «Aveva una penna magica, il dono assoluto della scrittura, ma per me era un po’ troppo letterato, non ho mai avuto passione per la letteratura pura. Calvino era legatissimo a Giulio Einaudi, gli doveva molto: a un certo punto, nel ’50, credo, ci fu un movimento interno contro l’editore e lui disse: è un mio amico, non posso condividere la vostra opinione. Ho disapprovato quando seppi che con la crisi einaudiana dell’83, nel momento in cui Giulio aveva più bisogno di solidarietà, Calvino decise di passare alla Garzanti, mi sembrò un gesto di ingratitudine. Non doveva farlo».

sabato 11 giugno 2005

Giovanni Sartori in prima pagina del Corriere di oggi

Corriere della Sera 11.6.05
LA VITA E LA RICERCA

L’embrione e la persona che non c’è
Giovanni Sartori

L’incipit dell’assalto a valanga di Oriana Fallaci dice così: «I mecenati del dottor Frankenstein voteranno senza ragionare...». Io non capisco bene, confesso, chi siano i ricconi (mecenati) che pagano Frankenstein. Ma tra questi ultimi sospetto di essere incluso, visto che il suo elenco include gli accademici dei Lincei. Se così, giuro di non avere ancora ricevuto nemmeno un copeco da nessuno. In attesa (il mecenatismo è sempre gradito) non posso consentire a Oriana Fallaci di ergersi a campione di coloro che ragionano, e quindi del «ragionare» e della ragione. Con il suo permesso, io (anche io) di logica e di razionalità mi intendo. Allora, ragioniamo.
La questione di fondo, la madre di tutte le battaglie, è se un embrione che sarà vita umana lo è già come embrione.
Che sia vita nessuno lo contesta; ma «umana»?
Il cardinale Scola la mette così: «Io sono Angelo Scola, 63 anni, Patriarca di Venezia perché sono stato quell’embrione». Ho già lamentato che la Chiesa non si ricordi più dell’anima (dell’anima infusa da Dio). Ma ora scopro che il nostro bravo Cardinale si dimentica del libero arbitrio. E senza libero arbitrio non c’è colpa né merito: tutto è già predeterminato ab ovo . Per vincere un referendum la Chiesa sta massacrando tutta la sua teologia? Comunque sia, io continuo a credere nel libero arbitrio, mi ritengo responsabile di quel che faccio, e quindi concedo pochissimi meriti, o anche demeriti, al mio embrione. Concedo che l’embrione abbia prestabilito la lunghezza del mio naso, il marroncino dei miei occhi, e altri attributi della mia semi-bellezza fisica. Ma non gli concedo nemmeno un nano-milligrammo in più. Non potrei neanche volendo.
Il titolo di una mia biografia accademica di anni fa era: «Fortuna, caso, ostinazione». Quel titolo era mio. E se forse l’ostinazione deriva dal mio embrione, tutto il resto proprio no. Come esseri umani siamo tutti diversi l’uno dall’altro, e non siamo come polli in batteria programmati dal loro uovo proprio perché risultiamo dall’interazione tra centinaia e centinaia di eventi che in larga parte «avvengono» e ci cascano addosso. Così, per esempio, io mi intendo di logica perché l’ho studiata. Ma non l’ho studiata per «vocazione embrionale» ma, come racconto in quel racconto, per forza di circostanze.
Allora, la logica. In logica, che è la quintessenza della razionalità, non si può sostenere, proprio non si può, che l’embrione è un essere umano perché sarà un essere umano. In logica il principio di identità (il primo principio della logica aristotelica) è atemporale e si declina al presente: A è uguale ad A. La logica non è un futuribile, non può accettare il salto tra è ora e sarà domani per la logica se io mangio un uovo di struzzo non uccido uno struzzo: mangio un uovo.
Ma per la logica di Oriana Fallaci non è così. Cito: «I Frankenstein... con burattinesco sussiego dichiarano che l’embrione non è un essere umano... Con pagliaccesca sicurezza proclamano che non ha una anima, che l’anima esiste se esiste il pensiero... O che un feto comincia a pensare solo all’ottavo o nono mese di gravidanza, che secondo San Tommaso d’Aquino fino al quarto mese siamo animali e quindi tanto vale proteggere gli embrioni degli scimpanzé». Dopodiché, non ancora sazia di tanta scorpacciata, la Nostra asserisce che «ripararsi dietro il sillogismo Cervello-Pensiero-Anima-eguale-Umano è una scemenza». Sì, è una scemenza perché questo non è un sillogismo. Per esempio: «Le donne sono tutte romanziere (premessa maggiore), Anaina è donna (premessa minore), pertanto (conclusione) Anaina è romanziera». Siccome la premessa maggiore è falsa, anche la conclusione è falsa. Ma la costruzione del sillogismo è quella. Ed è anche una scemenza dichiarare, come si legge subito dopo, che «anche gli animali hanno un cervello... anche gli animali hanno un pensiero». Come quello di Oriana? Il suo bellissimo, davvero bellissimo ultimo romanzo, «Inshallah» lo ha forse scritto il pensiero del suo cane?
Debbo anche sfidare Oriana Fallaci a citare un mio solo passo (la «pagliaccesca sicurezza» sopra citata è senza dubbio la mia, visto che sono io che ho tirato in ballo l’anima e San Tommaso) nel quale asserisco che l’anima viene con il pensiero (io mi limito a chiedere alla Chiesa di dirmi quando arriva), che il feto comincia a pensare all’ottavo mese, o che ci sia un qualsiasi nesso (non c’è) tra San Tommaso e gli scimpanzé.
Tornando al punto, secondo Oriana Fallaci «l’embrione che sboccia dall’ovulo di un elefante è un elefante». Io ribatto che sarà un elefante. È la stessa cosa? Oriana mangi un ovulo del predetto, e mi faccia sapere se ha mangiato un elefante. E il discorso logico, il discorso razionale, è questo: a chi dichiara che l’embrione è già vita umana ho il diritto di chiedere: per favore, mi definisca «umana». Definire - spiego - è dichiarare il significato che io attribuisco a una parola, a un concetto. E dunque quali sono le caratteristiche, attributi o proprietà (in logica si dice così) di «essere umano»? Di saper pensare, di saper parlare su se stesso (il discorso sul discorso) e, contentandosi di sempre meno, di possedere un sistema nervoso, e quindi la sventura di soffrire? Non so, dite voi. Ma nessuno, proprio nessuno, lo dice. Non lo dice perché è chiaro che nessuna caratteristica individuante dell’individuo-persona esiste nell’embrione.
Dal che inesorabilmente discende - per la ragione guidata dalla logica - che l’embrione non è una entità (in logica si dice così, lasciamo stare i «grumi» o le «muffe») sacrosanta. Se è in qualche modo utile toccarlo, è toccabile; altrimenti lasciamolo in pace. Così come lasciamo in pace miliardi e miliardi di miliardi di altre vite. Il fatto che l’embrione sia un progetto di vita individuale vuole soltanto dire che l’embrione nell’utero di Maria Fecondata (un nome fittizio di mia invenzione) non produrrà uno scimpanzé. Se lo scienziato cattolico vuole passare da «individuale» a «vita dell’individuo umano», allora bara al gioco. Come ho appena spiegato, dichiari prima qual è, per lui, la caratteristica di «umano» e di «individuo».
A molti questa può sembrare una questione astrusa o addirittura di lana caprina. Ma le sue implicazioni sono concretissime. Le cellule staminali che si ottengono distruggendo l’embrione possono essere usate per la ricerca medica, e cioè per la possibile cura di malattie oggi incurabili, oppure no? Se l’embrione non è sacrosanto, ovviamente sì. Altrimenti no. Forse questa ricerca fallirà. Ma la scienza che è tale la deve consentire. Altro caso: è lecito, è giusto, fermare, prima della nascita, la nascita di un bambino talassemico o affetto da consimili malattie ereditarie? Se l’embrione è sacrosanto ovviamente no. In tal caso a dei genitori disgraziati deve essere imposto di far nascere bambini disgraziati. Ma altrimenti questa è una terribile inutile crudeltà.
Ancora, se l’embrione è già intoccabile vita umana come si fa a sostenere che la conferma della legge 40 non rimbalzerà sulla legge 194 del 1978 che disciplina e consente l’aborto? Secondo me questa è una vergognosa ipocrisia. L’embrione (che è una entità infinitesimale) è sacro, e invece il feto di un bambino già formato non lo è? Storace se la cava dicendo che di questo non è il caso di parlare ora. Ma la Chiesa, che è maestra di moralità, non se la può cavare con una furbata alla Storace.
Infine, c’è la questione dei contraccettivi, che tocca milioni di giovani donne. La Chiesa proibisce i preservativi (persino al cospetto del flagello dell’Aids) e poi condanna come omicidio anche l’uso della cosiddetta pillola del giorno dopo. Omicidio? È solo alla fine della seconda settimana che nell’embrione si comincia a intravedere l’inizio di un sistema nervoso. Prima non c’è niente di distinto e di distinguibile. Omicidio di che cosa? Di quattro-otto cellule informi?
Passo alla scienza, che in questo caso sono la ricerca medica da un lato, e la genetica e la biologia dall’altro. Sulla prima dirò soltanto che non può essere fermata. Se bloccata in Italia proseguirà lo stesso intorno a noi: resteremo indietro (a danno nostro) e basta. S’intende che la ricerca medica va tenuta sotto controllo come si fa da sempre e, vista la delicatezza dei problemi, più di sempre. Quanto alla genetica e alla biologia il punto fermo è che i concetti di individuo-persona, persona umana, e simili sono estranei alla scienza. Il biologo di obbedienza cattolica è libero di usarli come qualsiasi altro privato cittadino; ma se lo fa in carta intestata, allora la sua è falsa testimonianza.
Per la biologia e la genetica esiste soltanto la continuità di un nascere-vivere-morire. Se a un certo momento un certo specifico vivere viene elevato al rango di persona umana, in questa attribuzione la scienza non c’entra. Non è la sua partita. Perché questa attribuzione e qualificazione compete da sempre alla filosofia (ivi inclusa la filosofia cristiana) e alla branca della filosofia che è l’etica.
Concludo. Io certamente non contesto che quando si interviene sulla natura stessa dell’uomo si apre un problema gravissimo. Decenni fa, citando il noto biologo Jean Rostand notavo che l’ingegneria genetica apriva prospettive terrificanti. Lo sono. Ma che non sono da combattere agitando spauracchi da quattro soldi come il romanzo di Mary Shelley, Frankenstein , che tutti ricordano perché impersonato al cinema da uno straordinario Boris Karloff. Gridare alla strage degli innocenti, allo sterminio, al cannibalismo, non è serio. Ed è ancor meno serio tirare in ballo Hitler e l’eugenetica nazista. Questi sono colpi bassi. Perché non credo che nessuna democrazia consentirà mai una eugenetica atta a produrre la razza pura o la razza superiore. Se lo consentisse, allora il problema non sarebbe l’eugenetica ma la democrazia.
A proposito stavo per dimenticare: io andrò a votare. Non voglio essere annoverato tra le «anime morte» (cito solo un bellissimo titolo di Gogol) di coloro che non votano mai nemmeno per sbaglio.

referendum: le ultime ore prima dell'apertura dei seggi

Repubblica.it 11.6.05
I Comitati inviano migliaia di messaggini autoprodotti per spingere al passaparola. La replica degli astensionisti
Referendum, il fronte del Sì adesso prova l'arma sms
Appello a votare presto: "L'affluenza sia subito alta"

di GIOVANNA CASADIO

ROMA - Un sms invita: "Per quest'anno non cambiare, 4 Sì e poi al mare". Un altro: "4 croci e una testa, la tua: il 12 e il 13 giugno vota e fai votare 4 Sì". Ma si può optare anche per: "Il 12 e il 13 giugno si vota sulla vita: chi si astiene e chi ci tiene". La battaglia del quorum si gioca anche con gli sms. Visto che il governo, nonostante polemiche e denunce, non ritiene necessario questa volta inviare gli sms per informare sul voto, allora i referendari puntano sul fai-da-te: "Se le istituzioni latitano, via al passaparola".
Alla vigilia del referendum (urne aperte dalle 8 alle 22 di domani e dalle 7 alle 15 di lunedì) è scattata la mobilitazione dei due fronti. Il comitato per il Sì lancia la parola d'ordine: "Anche per il successo del referendum il mattino ha l'oro in bocca". Significa che prima si va a votare e meglio è. Avrà un effetto di trascinamento ed emulazione se alle 12 di domani - quando il Viminale fornirà il primo dato sull'affluenza - ci sarà stata una buona presenza di votanti. Un fatto squisitamente psicologico? Giovanna Melandri, ds, dal palco della manifestazione conclusiva a Roma della campagna per il Sì, dice che "il quorum è a portata di mano e qualche piccolo sacrificio mattutino e un po' di fantasia non guastano per battere l'astensionismo e votare Sì per uno Stato laico e tollerante e per tutte le donne che non accettano di essere trattate con crudeltà dalla legge sulla fecondazione assistita". A un ultimo appello via web della ds Elena Montecchi arrivano in due giorni oltre mille adesioni.
L'associazione "Amica Cicogna" diffonde il manifesto sottoscritto da centinaia di mamme (senza o con la provetta). Invito al voto di cento intellettuali cattolici tra cui Treu, Morcellini, Ardigò, Mattioli.
Dagli astensionisti attacco ad alzo zero e appello a non lasciarsi influenzare. "Sabrina Ferilli, Monica Bellucci, Fiorella Mannoia testimonial del Sì? Noi abbiamo come unico vero autentico testimonial l'embrione", rivendicano Olimpia Tarzia e Carlo Casini del Movimento per la vita. Rincara don Benzi, il prete bolognese che ha lanciato l'iniziativa "Adotta un embrione": "Non fidarti di chi ti dirà che il quorum è vicino per convincerti a votare. Sulla vita non si vota".
(...)
Nel sito del comitato del Sì un promemoria invita a mandare via mail l'appello: "Ci sono catene di Sant'Antonio che se interrotte portano sfortuna. Ci sono catene che fanno sorridere e altre che ci strappano una lacrima. Questa catena serve solo a farci continuare a sperare". Di seguito, le ragioni per l'abrogazione parziale della legge sulla procreazione assistita. Quindi iniziative come "adotta un condominio" (lettera ai condomini) o "adotta un ombrellone" (propaganda in spiaggia). L'Osservatorio di Milano prevede che cinque milioni di italiani si prenderanno un week end di vacanza e consiglia di partire "domenica dopo il diritto-dovere di voto", le strade saranno più sgombre. Per il "non voto" la mobilitazione passa attraverso le parrocchie.

abusi

Ansa 10.6.07
Abusi in famiglia: rompere segreto tra bambino e 'abusante'
Psicologo del Cismai parla a Firenze del terribile legame

(ANSA) - FIRENZE, 10 GIU - Per spezzare il legame tra l'adulto che abusa del bambino in famiglia è necessario 'rompere il terribile segreto che lega i due'. Lo ha detto stamani il dottor Dante Ghezzi, psicologo e psicoterapeuta del Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'Infanzia, a margine del seminario internazionale sullo sfruttamento sessuale di minori in corso a Firenze. 'Ci vuole qualcuno, all'interno della famiglia, che si accorga che qualcosa non funziona'.

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moriremo democristiani?
Tabacci svela la trasparente tresca con Rutelli

Il Messaggero Venerdì 10 Giugno 2005
NUOVE COPPIE
Tabacci e quella visita a Rutelli
«Vedo un Centro con Francesco: Professore e Cavaliere a rischio»

di MARIO AJELLO

ROMA - Due centristi a consulto. O almeno, Bruno Tabacci come centrista è assolutamente doc. Mentre Francesco Rutelli, come nuovo arrivato, già sembra un veterano. A sentirli, quasi non distingui il moderato dell’Udc e il moderato della Margherita. Il Grande Centro sono loro, più tanti altri? La strana coppia, non strana affatto, si è incontrata al Nazareno, nella sede della Margherita, insomma a casa del ”bello guaglione”. E non si è trattato di un doppio adulterio rispetto ai poli di appartenenza, ma di un primo abboccamento alla luce del sole.
Narra Tabacci: «Un’oretta di conversazione». E speriamo che Prodi, per spiare l’incontro, non si sia appostato sotto il quartier generale rutelliano. O non si sia mascherato da donna delle pulizie, la quale guarda dal buco della serratura e origlia da dietro alla porta della stanza di Rutelli che cosa lui e Tabacci si stanno dicendo. «L’avrebbe potuto fare benissimo», dice Tabacci, «perchè ci siamo scambiati discorsi molto semplici e per nulla pericolosi. E ci siamo trovati d’accordo su molti temi. Sull’arretratezza del sistema bancario italiano, sulla liberalizzazione dei mercati, sull’Europa e sull’euro, sul rifiuto dell’indistinto ulivista proposto da Prodi, Rutelli ha dimostrato di muoversi in una dimensione che è la nostra. E che definirei naturalmente di Centro. La sua astensione al referendum è poi un chiaro esempio di come egli abbia superato gli steccati tradizionali».
Il Rutelli visto da Tabacci è così: «Scorgo nelle sue mosse la consapevolezza che lo strambo bipolarismo italiano sia arrivato al capolinea. E’ un sistema malato un sistema nel quale la propaganda anti-euro di Calderoli si salda con la retorica sull’Europa Matrigna di Bertinotti. Credo che Rutelli abbia ben chiaro, come ce l’ho io, che questo bipolarismo va smantellato e ridisegnato. Anche tramite una legge elettorale proporzionale». Dal vecchio schema al nuovo bipolarismo: «Il Centro, senza Berlusconi, da una parte. E la Sinistra, senza Rutelli, dall’altra». Di fatto, «Rutelli segue con cura l’evoluzione del centro-destra, nella prospettiva di un passo indietro del Cavaliere. Anche se, a mio avviso, questo passo indietro sarà quasi logico. Mentre Rutelli è più scettico sulla possibilità che Berlusconi si faccia da parte».
E così, il bipolarismo degli estremi dovrà finire in soffitta. Rutelli potrà traslocare in un altro recinto il suo moderatismo. E al maggioritario toccherà riconoscere il proprio fallimento. Si tratta di vedere quando il sistema esploderà. Dopo il referendum? Nella prossima legislatura? Tabacci: «Fra l’estate e l’autunno, la politica italiana avrà bisogno di uno scossone. Il problema del superamento del bi-liderismo Prodi-Berlusconi è ormai sul piatto». E Rutelli, seduto al centro della tavolata, è pronto a gustarsi le portate.

quello che cercava di comprare il voto dei suoi operai

La Stampa 11 Giugno 2005
REFERENDUM. I RADICALI DENUNCIANO L’IMPRENDITORE DI BARBANIA
«E’ illegale pagare i dipendenti perché si astengano»
Grazia Longo

La libertà di voto è sacra, non può essere comprata. Lo dice lo legge. Lo sanno bene i radicali Silvio Viale e Bruno Mellano che hanno denunciato alla magistratura l’imprenditore di Barbania che aveva offerto ai propri dipendenti un’ora di paga extra in cambio dell’astensione al referendum di domani e lunedì contro la legge 40 sulla fecondazione assistita.
«È stato violato l’articolo 96 del Testo Unico delle leggi per l’elezione della Camera dei Deputati - spiegano il presidente e il segretario dell’associazione radicale Adelaide Aglietta - e l’articolo 51 della Legge 25 maggio 1970 sulle norme sui referendum». Entrambi ribadiscono che la proposta dell’imprenditore Scrimenti trasforma la battaglia politica in un’iniziativa «che ricalca tristemente ricatti economici utilizzati in passato, sotto elezioni, nelle zone più povere del Paese, per contrastare i quali fu emanata la legge che prevede pene severe sia per chi propone l’astensione di scambio, sia per chi accetta la proposta».
La notizia della denuncia è stata comunicata ieri mattina durante la conferenza stampa organizzata per la chiusura della campagna elettorale dal Comitato per il sì al referendum.
(...)

Carlo Flamigni su Salute di Repubblica

Repubblica Salute 9.6.05
Il ginecologo
Congelare gli embrioni punisce le più giovani
di Carlo Flamigni

Questa campagna referendaria è difficile per molti motivi, uno dei quali è certamente la confusione sui fatti e sui numeri. Stiamo assistendo a una sorta di clonazione di Margite: troppe persone del tutto incompetenti pensano di essere diventate degli esperti e non si trattengono dall'esprimere opinioni a raffica. Penso ad esempio che in molti si chiedano se con la legge 40 i risultati della PMA sono cambiati. Non mi sembra scontato che lo si possa capire davvero. Provo a dire la mia opinione.
La fecondazione in vitro degli oociti risponde a precise leggi biologiche: più giovani sono le donne che li producono, maggiore è la percentuale di fertilizzazioni. Così, se si è costretti a non fertilizzare più di tre oociti (questo è il "caso semplice" imposto dalla legge) molte ragazze che hanno più di trentasei anni finiscono col ritrovarsi con 2, uno o - talora - nessun embrione, e a dover ricominciare tutto daccapo.
Si dirà: ma non si possono selezionare gli oociti migliori? Rispondono, all'unanimità, i biologi, che la selezione, semmai, va fatta tra gli embrioni. Si dirà: ma non si può fare selezione tra gli embrioni, gli embrioni sono persone. Risposta: il fatto che, solo all'interno del mondo cattolico, esistano 7 differenti teorie sull'inizio della vita personale, dà autorità anche alla nostra richiesta di autorizzare una tutela differenziata e di preoccuparci, entro termini logici, più di sua madre che di lui. Si dirà: ma le donne giovani non soffrono per una diminuzione di successi, lo ammettete anche voi. No, è la nostra risposta, perché la proibizione di congelare embrioni punisce proprio loro, togliendo una percentuale variabile tra il 20 e il 25% di gravidanze per ciclo.
Sento già, a questo punto, le grida di protesta dei più improvvidi, che invocano il congelamento degli oociti, a sostituire quello degli embrioni. Figuratevi! Il congelamento degli oociti è stato sperimentato, al S. Orsola di Bologna, su mia disposizione. Ricordo ancora di aver annunciato la nascita della prima bambina, Elena, e ricordo la glaciale battuta dell'arcivescovo: evento bestiale.
Per richiesta del ministro Veronesi, diressi una commissione che concluse i suoi lavori scrivendo, unanime, che si trattava di materia interessante, ma sperimentale. La sperimentazione è ancora in corso e i risultati sono peggiori di quello che si sperava. C'è un solo centro che afferma di aver risultati accettabili. Ho cercato conferma alle mie convinzioni: ho inviato una lettera a 25 grandi ricercatori, i migliori, e ho chiesto a tutti un parere. Mi hanno risposto in 21 (tra di essi Edwards, Trounson, Fishel, Barri, Sunde, Rosenwaks) e il loro giudizio è una pesante, definitiva condanna del "caso semplice". Sull'applicazione della legge ho dati recenti che sono stati ignorati. Uno studio condotto sui primi 10 mesi di applicazione della legge da 6 centri di ottima reputazione: ebbene, le gravidanze sono diminuite dal 35,6 al 21,5%; ogni mese invece di 71 gravidanze ne sono iniziate 37. Non sono sicuro che questi dati verranno confermati in avvenire, esistono troppe variabili indipendenti di cui tener conto. Quello di cui sono sicuro è che "il caso semplice" è un disastro. Quello di cui sono sicuro è che qualcuno cerca di prendere in giro i cittadini.
Mi permetto di chiudere con un accenno al cosiddetto "turismo dei diritti". Il Cecos ha pubblicato i risultati di una indagine che dimostra come le coppie italiane che vanno a cercare soluzione ai propri problemi in centri stranieri sono cresciute di circa tre volte. Purtroppo, mancano i dati relativi a molti centri dell'Europa dell'Est, che evidentemente non amano rilasciare dichiarazioni. Ma questo è il problema vero: i cittadini ricchi, infatti, si recano nell'Europa ricca, egoista (ha cresciuto i prezzi) ma brava e affidabile. I cittadini poveri si recano nell'Europa povera, che ha prezzi stracciati, ma non dà garanzie. I medici sanno bene di quali rischi sto parlando e di quali conseguenze ho paura. Non è possibile che una sola legge riesca a fare tanti danni.

ancora sul pamphlet di Enrico Bellone

L'Unità 10 Giugno 2005
Povera scienza, povera Italia
di Mauro Barberis

UN PAMPHLET di Enrico Bellone contro gli antiscientisti nostrani: una denuncia del sottosviluppo scientifico nel nostro paese e delle sue appendici morattiane

Si corre a comprare La scienza negata. Il caso italiano (Codice, pp. 124, euro 15) - il pamphlet di Enrico Bellone contro i critici nostrani della scienza - spinti da interrogativi e da desideri inconfessabili. Ad esempio, ci si chiede: che cosa avrà mai scritto Bellone su Emanuele Severino, il pontefice massimo dei filosofi «continentali» di casa nostra, tanto da suscitarne una replica piccata? E su Marcello Pera, che in una precedente incarnazione faceva il filosofo della scienza, che cosa mai avrà detto Bellone? E infine - Dio non voglia - non se la sarà mica presa con il cardinale Ratzinger, beninteso prima che diventasse Papa? A discolpa del lettore, e delle sue morbose aspettative, si può solo aggiungere che La scienza negata, prima ancora della pubblicazione, è stato preceduto da strane voci e da polemiche preventive. Il libro era stato annunciato da Einaudi fra le novità di maggio con un altro titolo (La scomparsa dell’Italia scientifica); questo aveva fatto immaginare chissà quali intrighi editoriali e censure notturne, mentre la spiegazione è molto più semplice: basta molto meno, nell’Italia di oggi, per non farsi pubblicare da Einaudi. Infine, come nei film western, erano arrivati i nostri, con le recensioni entusiastiche di Odifreddi e Massarenti ad alimentare ulteriori attese.
Ora, non si dirà che Bellone deluda tutte queste aspettative; ma certo, dato il bersaglio prescelto - i negatori nostrani della scienza - il libro avrebbe potuto diventare un capolavoro della letteratura umoristica, se a scriverlo fossero stati Karl Kraus o anche solo Alberto Arbasino. Invece, si tratta di un libro sin troppo serio: o almeno, di un libro che contiene il suo nucleo sarcastico entro una cornice seria. Cornice rappresentata dall’ennesima denuncia del sottosviluppo scientifico italiano e delle sue appendici morattiane.
«Solo in questa cultura - scrive Bellone - poteva crearsi la sequenza di eventi politici, giudiziari e medici connessi alla terapia Di Bella… Solo al di sotto delle Alpi esistevano le condizioni atte a eliminare l’insegnamento dell’evoluzione dalle scuole repubblicane... Solo nelle nostre valli si ritiene ragionevole che una persona segua un dottorato in astrofisica o biologia molecolare con un compenso inferiore a 800 euro. Solo da noi la disinformazione sistematica ha convinto milioni di cittadini che gli scienziati siano al soldo delle multinazionali o attentino alla sacralità della vita».
Sulla cornice «seria», evidentemente, chiunque operi nella scuola o nell’Università italiana non può che concordare. Ma su tutto il resto? Bellone allinea sì una bella collezione di fesserie sulla scienza, accumulate da autori italiani e stranieri, questi ultimi immediatamente tradotti dopo averle pronunciate: ma tutto ciò fa solo sorridere, quando ci si aspettava di scompisciarsi dalle risate. Il massimo della cattiveria si raggiunge quando si presenta il più famoso libro dell’epistemologo «anarchico» Paul Feyerabend, Contro il metodo, come il «suo romanzo più famoso in Italia»; o quando si parla di Max Horkheimer - la «spalla» del celebre duo Adorno-Horkheimer - come di un «pensatore» che «non era in grado di distinguere un teorema da un ananas»
Verrebbe da dire: tutto qui? Chiunque sia stato, almeno una volta, a un convegno italiano di filosofia potrebbe raccontare ben altro. Chiunque abbia assistito, fra lo stranito e il prostrato, a quella spettacolarizzazione della filosofia di cui ha parlato su queste pagine Beppe Sebaste, potrebbe dire molto di peggio. Chiunque abbia visto le esibizioni tipo Costanzo show di colleghi con un rispettabilissimo curriculum professionale avrebbe potuto, per così dire, ululare alla luna. E poi, un argomento definitivo: possibile che su Gianni Vattimo, il nostro più autorevole maitre à penser antiscientista, in tutto il libro non si trovi un solo aneddoto piccante, una sola citazione devastante, un solo sberleffo pirotecnico?
Il lettore insoddisfatto, a questo punto, si ricorda di aver comprato, nella sua sventata giovinezza, buona parte dei libri citati da Bellone, e li cerca affannosamente per tutta la casa, sicuro di aver sottolineato con la penna blu, in ognuno di essi, affermazioni ben peggiori di quelle menzionate ne La scienza negata. Non trovando questi libri, li cerca nelle soffitte, nelle cantine, nei sottoscala; finalmente li ritrova, soffia via la polvere del tempo e li scorre avidamente. Niente: solo le prime pagine sono segnate; talvolta, lo sono anche le ultime, come quando si cerca di sapere subito chi è l’assassino. Quei libri, in realtà, sono stati consegnati alla dimenticanza molti anni orsono: esercitando in questo modo una critica ben più radicale - così si consola il lettore - della critica del Prof. Bellone.

la biennale di Venezia

Corriere della Sera 11.6.05
L’esposizione

La 51ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è aperta al pubblico da domani al 6 novembre
Settanta sono i Paesi partecipanti, mentre gli eventi previsti trenta
La rassegna ospita due mostre: L'esperienza dell'arte al Padiglione Italia e Sempre un po’ più lontano all'Arsenale


Per informazioni www.labiennale.org

la crudeltà cattolica
"Radetzky": «è bene che in Africa continuino a morire di Aids a milioni»

Corriere della Sera 11.6.05
Benedetto XVI invita a rispettare gli «insegnamenti tradizionali della Chiesa, unica via sicura anti contagio»
Il richiamo del Papa: castità contro l’Aids
Incontro con i vescovi africani, il Pontefice evita di nominare il preservativo
Luigi Accattoli

CITTÀ DEL VATICANO - Sotto papa Benedetto XVI non ci saranno probabilmente «aperture» sull’uso del preservativo in funzione anti-Aids: ieri il nuovo Papa ha parlato per la prima volta dell’epidemia di Aids che «devasta» l’Africa, richiamando all’osservanza degli insegnamenti «tradizionali della Chiesa», che ha presentato come «unica via sicura» per la prevenzione del contagio. Benedetto XVI non ha nominato il preservativo.
(...)
Il ragionamento che ha svolto in inglese - parlando ai vescovi di Sud Africa, Botswana, Swaziland, Namibia e Lesotho - è perfettamente rispondente all’impostazione che alla questione veniva data dalle varie autorità vaticane sotto Wojtyla. Ed era un’impostazione che portava all’esclusione tassativa dell’uso del preservativo.
«La Chiesa cattolica - ha detto il Papa, dopo aver descritto la "devastazione" causata dall’Aids africano - è sempre stata in prima linea sia nella prevenzione sia nella cura di questa malattia. Gli insegnamenti tradizionali della Chiesa hanno dimostrato di essere l’unica via sicura per prevenire la diffusione dell’Hiv-Aids».
Papa Ratzinger ha poi invitato la Chiesa cattolica africana a indirizzare la popolazione «e in particolare i giovani» verso «matrimoni fedeli basati sulla comunione, la pace, la felicità e la gioia» e verso la «protezione che viene dalla castità».
In altre parole, come hanno sempre sostenuto i vari portavoce vaticani sotto Wojtyla, la vera prevenzione dell’Aids consiste nel binomio «castità e fedeltà». Castità dei non sposati, fedeltà degli sposati. Il preservativo non è ammesso perché favorirebbe la promiscuità e non garantirebbe totalmente dal rischio dell’infezione.
L’Africa, ha detto ancora il Papa, è «minacciata da divorzio, aborto, prostituzione, traffico degli esseri umani e uso di contraccettivi». Fenomeni che «contribuiscono al collasso della morale sessuale». Donde l’invito a sottolineare il valore fondamentale della «famiglia come Chiesa domestica, da costruire sui pilastri culturali fondamentali della tradizione africana».
(...)