domenica 4 gennaio 2004

una recensione:
la colonna sonora di Toni Carnevale per il film di Francesca Pirani

TONI CARNEVALE
UNA BELLEZZA CHE NON LASCIA SCAMPO
ORIGINAL SOUNDTRACK


CD DGP Entertainment Records 002


Due persone si incontrano, si innamorano: lui compositore, lei aspirante a diventarlo: la musica diventa assoluta protagonista del loro amore, facendosi colonna sonora di ogni momento, di ogni gesto, sguardo, passione. Questa è la coinvolgente trama di Una bellezza che non lascia scampo, film di Francesca Pirani (Già regista de L’appartamento una delle allieve più promettente di Marco Bellocchio) dai sentimenti autenticamente istintivi, specchio senza eguali della natura umana nel suo essere e divenire. Narratrici di questi stati emotivi sono le composizioni di Toni Carnevale, apprezzato maestro, autore di tante sigle per la tv, per opere teatrali, per film ed anche di brani per Patty Pravo come La danzatrice di Bisanzio e, soprattutto, Ragazza passione. L’immenso merito di Carnevale è aver saputo intrecciare magnificamente la musica con le scene, rendendo veramente l’idea dei momenti vissuti da una coppia in tutta la loro purezza. Nell’ordine seguito dall’album (che è poi il medesimo della pellicola) si comincia dal Risveglio di una giovane donna fino ad arrivare all’incontro con Una bellezza che non lascia scampo nel turbinio de La festa al riecheggiare di Tamburi che fanno sembrare gli altri Dormienti. Attorno al pianoforte nasce Un’idea d un uomo capace di donare una utopica Carezza invisibile, ormai impossibile da trovare. Tutto ciò si rivela vero e crea il Malessere e la Frammentazione dell’anima che cerca di andare Via dal nulla pur rischiando di rimanere Sola. Così si prova a stare Più vicini ma non si può e del sentimento rimangono solamente Echi senza tempo e torna Il freddo sognato, la morte di qualcuno benché senza nessuna morte materiale. Tutto torna Come sempre e cresce l’Incertezza, la sensazione di Non posso scacciata via dalla dichiarazione d’amore muta del suo compagno, quasi fosse l’immagine di Amore e Psiche. Ritorna il movimento: si trasforma in Ballo rosso ed il ricordo, Indefinito, si ripropone con una ricerca verso lo sconosciuto, verso un Diverso dimenticato.

(Vincenzo Burragato)


Alcune altre immagini di ARCOSANTI
la città di Paolo Soleri in Arizona
possono essere viste collegandosi a
www.geocities.com/arcology

ed anche QUI

Qui, poi, si possono vedere alcuni suoi disegni


dalla scrivania di Ciampi al domenicale del quotidiano di Confindustria
Immanuel Kant

IL Sole 24 Ore - DOMENICA - 4.1.04
A due secoli dalla morte, le idee del maggior filosofo della modernità sono più vive che mai
SOTTO IL CIELO DI KANT

La sua «rivoluzione copericana» è stata una delle svolte più radicali nella storia del pensiero.
Ancora oggi non si può prescindere dalla sua lezione, non solo nella teoria della conoscenza, ma anche in etica, diritto e politica.
L'eco nei discorsi del Papa e le sue opere sul tavolo di Ciampi.
di Maurzio Ferraris


Quando morì, ottantenne, il 12 febbraio di duecento anni fa, Kant era immemore quanto lo è oggi Ronald Reagan, Per rimediare, si scriveva tutto su un grande foglio, in cui si mescolano riflessioni di metafisica e liste della spesa. Era la malinconica parodia di quello che Kant considerava come il principio supremo della sua filosofia, e cioè che l'Io penso deve accompagnare tutte le rappresentazioni, ossia che c'è un mondo solo per un io che se ne accorge, se lo annota, se ne ricorda e, in qualche modo, lo determina attraverso le sue categorie. Questa è un'idea che aveva variamente circolato nella filosofia prima di Kant, ma che lui trasforma in modo decisivo, nel senso che il riferimento alla soggettività non contraddice l'oggettività, ma la rende possibile, visto che l'io non è un ammasso di sensazioni, bensì un principio d'ordine, munito di due forme pure dell'intuizione, lo spazio e il tempo, e di dodici categorie, tra cui quella di "sostanza" e di "causa", che sono poi le vere fonti di quello che chiamiamo "oggettività".
Vale però la pena di chiedersi perché mai Kant avesse dovuto imboccare una via tanto eroica e difficile. Il problema di fondo è, che la filosofia prima di Kant era davvero giunta a un punto morto. Immaginiamo di dover decidere quanti angeli possono stare su una punta di spillo. A rigore, milioni, visto che gli angeli come si legge sui dizionari non hanno corpo, essendo puri spiriti.
Ed ecco pronta la risposta: di angeli su uno spillo ne possono stare quanti se ne vuole. Più o meno questo era lo stato della metafisica razionalista al tempo di Kant, che svolgeva delle definizioni puramente nominali, con la conseguenza, tutto sommato non piccola, che tra un libro di metafisica e un libro di fantascienza (chi ha detto che gli angeli esistono?), non si riesce a vedere, la differenza. Di qui l'idea degli empiristi, che della metafisica si potesse tranquillamente fare a meno. Il problema, però, che gli empiristi non riuscivano a mettere a fuoco, è che senza metafisica è difficile fare dei passi in avanti, e che se consideriamo la causa, la sostanza, lo spazio e il tempo come puri risultati delle nostre esperienze, allora la filosofia, la scienza e la morale sono destinate a svanire, perché il mondo intero si sbriciola tra le nostre mani.
La rivoluzione copernicana a cui Kant ha legato la sua fortuna filosofica suona dunque così: invece di chiederci come siano fatte le cose in se stesse, chiediamoci come debbano, esser fatte per venire conosciute da noi. Tutto è reale, ma lo è all'interno dei nostri schemi concettuali, il che significa - anche se Kant non lo avrebbe ammesso - che se anche fossimo dei cervelli messi in un bagno organico e stimolati elettricamente da uno scienziato pazzo, non cambierebbe niente quanto alla oggettività delle nostre conoscenze. Kant chiama questo “realismo empirico”, che non esclude, nella sua prospettiva, l'idealismo trascendentale, cioè per l'appunto la tesi secondo cui tutto dipende dagli schemi concettuali. I vantaggi sono almeno due: si è sconfitto lo scetticismo con una tesi che lo sfiora e lo corteggia, ma rendendo il mondo sicuro e indagabile razionalmente, e inoltre si è attuata una divisione del lavoro per cui gli scienziati si occuperanno del mondo, e i filosofi del modo in cui lo conosciamo.

Da questo momento, la filosofia moderna sarà in grandissima parte una nota a piè di pagina di Kant, proprio come la filosofia antica era stata una glossa a Platone. Non solo l'idealismo di Fichte, Schelling ed Hegel, o l'anti-idealismo di Schopenhauer, ma anche autori diversi e spesso antiteticí come Nietzsche o Helmholtz, Heidegger o Quine, sono in ultima analisi incomprensibili senza l'apporto di Kant. La stessa fenomenologia, che era nata in un ambiente fortemente antikantiano (il realismo austriaco di stampo cattolico, ostile al soggettivismo protestante di Kant), finirà per sboccare, almeno formalmente, in un quadro di riferimento kantiano. E la svolta linguistica che ha caratterizzato un buon tratto del Novecento è, di nuovo, impensabile senza Kant, perché il linguaggio svolge qui la funzione trascendentale che per Kant assolvevano le categorie. Senza dimenticare poi che l'antropologia, la psicologia, le scienze umane in generale, e persino le scienze cognitive, traggono il loro impulso di fondo da un movente kantiano: se vuoi conoscere il mondo, devi, prima conoscere gli uomini, le loro menti e i loro sensi.
Come tutte le grandi rivoluzioni, quella di Kant, tuttavia, non è avvenuta senza spargimento di sangue, per almeno tre motivi. Primo, se il conoscibile si riduce a ciò che sta nello spazio e nel tempo, allora la metafisica non è che una propaggine della fisica e, soprattutto, si crea un amplissimo territorio delle cose che non si vedono e non si toccano, e che finiscono per equivalersi: Dio, l'origine del mondo, la passeggiata che ho fatto ieri, l'obbligo di guidare con la cintura di sicurezza.

Secondo, se ciò che conosciamo dipende da come siamo fatti, allora la filosofia diventa una propaggine della psicologia: la battaglia combattuta dalla filosofia negli ultimi duecento anni, che consiste nel separare gli atti psicologici dei soggetti dalla loro portata oggettiva, il fatto che io pensi un triangolo dal triangolo che penso, diventa una conseguenza inevitabile di questa impostazione.
Terzo, e soprattutto, tra "essere" e "conoscere" non c'è più nessuna differenza, vale a dire che proprio la distinzione tra oggettivo e soggettivo viene meno, malgrado tutte le migliori intenzioni di Kant. Kant fa un esempio famoso. lo posso guardare una casa dalle fondamenta al tetto o dal tetto alle fondamenta, questo è un ordine soggettivo che posso cambiare quando e come voglio. Ma se guardo una barca che scorre lungo il fiume, quella è una percezione oggettiva, nel senso che non posso invertire il processo a piacimento: la barca è laggiù, e non posso farla tornare indietro con un semplice movimento degli occhi o della testa. La distinzione tra soggettivo e oggettivo è già presupposta nel momento stesso in cui io credo di aver trovato un criterio per. distinguere il soggettivo e l'oggettìvo. E crolla non appena facciamo un caso solo un po' più complicato. Immaginiamo di starci avvicinando a una costa in barca: come facciamo a dire, in base al principi kantiani, che siamo noi che ci avviciniamo alla costa e non è la costa che si avvicina a noi?

Troppe vittime, dunque, nella gloriosa rivoluzione? Niente affatto. Kant ha combattuto con fin troppo successo l'idea del senso comune, di uno sguardo ingenuo sulle cose e di un rapporto immediato con il mondo, e non lo ha fatto con l'inconcludenza di uno scettico, bensì con la volontà costruttiva di un filosofo onesto - non dimentichiamoci che la sua preoccupazione maggiore era la morale, anche se il suo maggior successo si ebbe nella teoria- che era anche un grande del pensiero (se riferito a lui e a pochi altri questo sintagma non appare ironico). La via che ha suggerito si è spesso trasformata in una scorciatoia, ma era anche la sola che potesse trarre la metafisica dalle secche in cui era venuta a trovarsi. Il ritorno del realismo due secoli dopo la svolta kantiana non è dunque il risultato di un monotono movimento pendolare ma, probabilmente, il segno che quella svolta è stata definitivamente metabolizzata: uno sguardo ingenuo sul mondo è possibile, e anzi doveroso, ma l’ingenuità non è data, bisogna conquistarsela.

La morale fuori di noi
di Armando Massarenti


Magari letto in edizioni più economiche di quella apparsa sul tavolo del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi durante il suo discorso di fine anno, Immanuel Kant si è rivelato sempre di più nel tempo un filosofo per tutti.
Non perché le sue opere siano facili. Anzi, alcune, le principali - le tre famose Critiche -, presentano difficoltà di lettura quasi insormontabili. Ma la loro lezione è arrivata fino a noi attraverso discussioni che hanno attraversato tutti gli episodi più importanti della storia della filosofia, anche quando venivano proposti programmi apertamente antikantiani, dal neopositivismo del Circolo di Vienna alla Dialettica dell'Illuminismo di Horkheimer e Adorno fino al postmodernismo di Richard Rorty. Nella letteratura specialistica, l'interesse per Kant non è mai svanito. Prima con gli studi di Peter Strawson, poi nella filosofia politica di John Rawls, nel neopragmatismo di Hilary Putnam (che ha voluto conciliarlo con Wittgenstein) e nella filosofia recente di John McDowell. Oggi è un allievo dell'antikantiano Rorty, A.W. Moore, a riproporlo con forza. In Germanìa, dopo la rinascita della "filosofia pratica", è stato Jürgen Habermas a riattualizzarne il messaggio illuministico.
Kant (via Habermas) è riecheggiato a Capodanno anche nel discorso del Papa per la giornata mondiale della pace. In quel suo ínsistere sulla necessità di estendere le prerogative dell'ordine giuridico internazionale, tutti potevano riconoscere il "progetto filosofico" Per la pace perpetua. Ed è proprio con saggi come questo che Kant si proponeva consapevolmente come filosofo per tutti (li trovate tutti raccolti nel bel volume Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di Norberto Bobbio, Luigi Firpo e Vittorio Mathieu, edito dalla Utet).
Ogni mente umana, in forza della sua stessa capacità raziocinativa, secondo Kant, ospita un filosofo. «Osa pensare! Abbi ilcoraggio di servirti della tua propria intelligenza!», era il motto con cui egli rispondeva, nelle prime righe di un altro di quei saggi, alla domanda Che cos'è l'Illuminismo? Che altro non è che «l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità di cui egli solo è responsabile». Anche la trattazione dei più complessi problemi della filosofia trascendentale non è altro per Kant che un tentativo di delucidazione che aspira a chiarire le confusioni di pensiero in cui gli esseri umani inevitabilmente incorrono ogni qualvolta si apprestano a ragionare. Questo era e resta il compito dell'Illuminismo, anche se molti - non a torto - pensano che talvolta Kant si sia spinto troppo in là. Il suo pensiero morale, basato su inflessibili imperativi categorici validi in se', impermeabili a ogni conseguenza, ci impone un rigore che difficilmente oggi potremmo accettare. Ci impone di non mentire anche quando una piccola bugia può salvare la vita di un uomo. È lo stesso, inquietante, rigore descritto, in chiave antiprotestante, da Lars von Triers in Dogville.
Ma il Kant che la filosofia morale e politica oggi ci ripropongono è un Kant assai meno rigido e dogmatico. È il Kant dei limiti della ragione, della tolleranza, dei diritti umani, della lotta a ogni fanatismo, religioso o intellettuale, dell'autonomia della morale dalla religione. È il Kant rievocato da Isaiah Berlin, consapevole del fatto che «dal legno storto dell'umanità non si é mai cavata una cosa dritta», e che di questo dobbiamo tenere conto quando vogliamo disegnare le nostre istituzioni.

il marchese de Sade:
dal manicomio di Charenton

La Repubblica 4.1.04 Pag. 35 - Cultura
Quell'incantevole cognata
Le lettere inedite su un amore nascosto
Le missive tra il marchese e Anne Prospère costringono a rivedere il mito
di DARIA GALATERIA


A Charenton, il suo ultimo manicomio, il marchese de Sade godeva di alcuni privilegi. Il direttore, Coulmier - alto non più di un metro, e quel metro «assai sgraziato» - era stato superiore dei premostatensi; spretato dalla rivoluzione, e credendo nel teatro come terapia, considerò il marchese un inviato della Provvidenza, e lo usò per organizzare spettacoli, a cui accorrevano da Parigi. Così, concesse a Sade un salubre appartamento al secondo piano, sopra all'immondo padiglione dove gli internati vivevano sotterrati, sulla paglia, tra gli escrementi.
La camera principale di Sade e la biblioteca attigua davano sul giardino, verso la Marna. Sade vi riceveva le attrici, e viveva con una signora, la fedele madame Quesnet, che faceva passare per sua figlia. Il letto a colonne aveva cortine di seta a righe bianche e rosse; la bergère di velluto e le sedie di paglia riposavano accanto al caminetto. Alle pareti, il ritratto senza cornice del nonno e la miniatura della cognata.
La cognata, Anne Prospère de Launay. Al momento della morte, Sade non la vedeva da 47 anni, mezzo secolo; ma la miniatura era lì, quando la polizia accorse a sequestrare i manoscritti. Ora, quattro lettere ritrovate e pubblicate da Pierre Leroy (Donatien Alphonse François de Sade, Anne-Prospère de Launay, con un testo di Philippe Sollers, Gallimard, pagg. 80, euro 29,50) ci costringeranno a rivedere la storia, e perfino la leggenda di Sade.
Donatien ha trentadue anni, tre figli e un paio di scandali - in carcere due volte, per empietà e fustigazione di prostitute legate al letto «a decubito ventrale»: e cera bollente colata sulle ferite - quando, nel 1771, Anne Prospère arriva a La Coste, il castello di Sade, bianco e tozzo nido d'aquila sulla Provenza.
Anne Prospère ha vent'anni, e tutte le grazie che mancano alla sorella, devotissima moglie del marchese. È canonichessa delle benedettine. Intanto, grazie alle lettere ritrovate, sappiamo come mai la suocera di Sade, la temibile Présidente, ha in convento la più carina delle figlie. Lo racconta Sade stesso allo zio, abate de Saumane - un abate fuori del comune: Donatien, che è vissuto, nell'adolescenza, nel suo castello, ne dice che era «un bordello». Sade si confida così, in una bella lettera inedita, allo zio libertino: ha avuto, con «quell'angelo celeste» (17 anni!), «intime comunicazioni», da allora lei rifiuta ogni pretendente, e accusano Sade di incesto. E la fanciulla è in convento; ma ora arriva a La Coste.
Non si conoscevano finora, e vedremo perché, lettere di Sade e Anne Prospère. Due biglietti scritti in comune al notaio aprono ora spiragli su quel soggiorno. La canonichessa fa teatro con il «fratello», chiede una vasca, perché le hanno prescritto dei bagni, salutari: «e per fare teatro, bisogna star bene, no?». (Il medico è di fatto chiamato tre, quattro volte al suo capezzale, e dell'attrice madame Bourdais, «comédienne du Roi», anche lei ospite al castello - cosa avranno mai, queste gentildonne?). Sade ordina chiavistelli per la stanza della «sorella»: bisogna pure proteggere «quel tesoro»; in effetti, anche lo zio abate si è innamorato.
«Incesto, profanazione, sacrilegio», scrive il curatore Leroy: tutto quanto può stuzzicare Sade. Nel pieno della passione, il marchese parte col valletto a cercar soldi in città. È il notissimo «affare di Marsiglia»: i minimi particolari noti nel protocollare (e più gustoso) linguaggio della polizia, intervenuta per i malori postumi, da bombons afrodisiaci, di «giovanissime» prostitute assoldate dai nostri viaggiatori - che hanno segnato con un coltellino, sul legno del caminetto, i colpi di staffile: si conteranno 859 intacchi. Il Marchese e il valletto vengono condannati a morte, e al rogo in effigie: perché intanto Sade è partito per Venezia, con la cognata.
Del viaggio in Italia - tre mesi - di Donatien e Anne Prospère non si sa nulla. C'è una lista di sessanta luoghi da visitare a Venezia, e una trentina sono sbarrati: S. Marco, la biblioteca, Murano. Il 2 ottobre, Anne Prospère riappare a La Coste. Donatien è a Chambéry, che dipende dal regno di Sardegna. Ma la Présidente è ormai in guerra. Invoca dall'ambasciatore di Sardegna, conte Ferrero della Marmora, di arrestare e incarcerare per sempre il genero, e di mettere le mani su un cofanetto di legno rosso che appartiene alla figlia. La Présidente infatti ha scelto per mademoiselle de Launay un pretendente particolarmente timorato, il marchese de Beaumont, nipote dell'arcivescovo di Parigi. Per concludere le nozze, bisogna distruggere le lettere di Anne Prospère, e seppellire per sempre in carcere Sade.
A dicembre, dalla sua cella detta ironicamente «la Grande Speranza», Sade scrive al valletto di ritirare a Nizza gli effetti di Anne Prospère; «vi metterete in tasca quello che sapete» (la miniatura?). Il resto della vita, o quasi - ventotto anni - Sade li trascorrerà in carcere; e dalla «Seconda Libertà» - la cella, antifrastica, alla Bastiglia - sobillerà i parigini alla Rivoluzione. La famiglia cala il silenzio sulla vicenda. Anne Prospère muore in convento a 28 anni, e Sade non lo saprà mai. Solo una volta, la moglie risponde alle sue domande. Sade le ha scritto del suo «sogno di Laura», la Laura del Petrarca, che è un'antenata del marchese: le è apparsa morta e bellissima, gli ha detto: raggiungimi. «Mamma» ha chiamato in sogno il marchese. E subito accanto, Sade chiede alla moglie di Anne Prospère. Commossa evidentemente, madame Sade scrive al marito: dovunque ora Anne Prospère si trovi, nulla può disonorarla, o nuocere a Sade; del resto, «ogni risposta è inutile».
A Charenton, Sade era obeso, e rallentato nei movimenti; aveva occhi come «brace morente». E ancora, dopo tante prigioni e i rivolgimenti della storia, guardava nella miniatura di Anne Prospère i tratti dell'amore, e della sua rovina.

La confessione
«Caro zio ho incontrato un angelo»
Da una lettera di de Sade allo zio, abate de Saumane, da Parigi, 15 giugno 1771


Dal seno di questa famiglia virtuosa e ottusa è uscito un angelo celeste. Al ritorno a Parigi mi fanno vedere questa deliziosa cognata che conoscevo appena, aveva allora 17 anni; la libertà che ci lasciano porta presto a colloqui intimi che mi conquistano la confidenza e l'affetto della ragazzina. Si presentano dei partiti, lei li rifiuta; non tardano a accusarmi di stranezze, arrivano a suppormi dei progetti; un incesto a me, caro zio! convenite che non mi rendono giustizia; allontanano la sorellina, comincio io stesso a viaggiare per convincerli della mia innocenza; e usano intanto ogni mezzo per convincerla al matrimonio, ma niente; dopo due anni di persecuzioni, la ragazza è in convento: ne faremo una canonichessa. La buona madame de Sade, meno sospettosa, ha visto in questo legame solo un sentimento semplice e onesto... In coscienza, vi dirò che amo molto questa giovinetta, e credo che lei mi ricambi, ma non c'entro nulla nei suoi progetti di canonicato e nel suo disgusto per il matrimonio, come nella sua passione estrema per la libertà e tutte le altre follie dell'immaginazione che la hanno messa contro la sua famiglia.

Muore a 74 anni nell'ospedale dei pazzi
La vita dello scrittore tra condanne e fughe


Donatien Alphonse François de Sade, detto marchese di Sade, nasce a Parigi nel 1740. Figlio d'un diplomatico, prende parte alla guerra dei Sette anni: di ritorno a Parigi (1763) deve scontare la prima d'una serie di condanne per immoralità: cinque anni più tardi torna in prigione con l'accusa di perversione ed è condannato a morte in contumacia per il delitto di avvelenamento e sodomia (riuscirà a evadere dalla Fortezza di Miolans). Dopo alcuni anni trascorsi nel suo castello di La Coste, contrassegnati da nuovi scandali e caratterizzati dall'incontro con la cognata, viene di nuovo arrestato nel 1777 e rimane in prigione fino al 1790. Poi la breve stagione rivoluzionaria, nel 1797 ancora il carcere con l'accusa di empietà, poi la reclusione nell'ospedale dei pazzi di Charenton, dove muore nel 1814.

terrorismo cattolico:
anche de Sade ne restò turbato...

La Repubblica ed. di Roma 4.1.04
Nella chiesa di santo Stefano Rotondo al Celio i terribili affreschi espressione di un cristianesimo da tragedia
Le sante torture del Pomarancio
Quando i martiri dipinti scandalizzarono De Sade
di CLAUDIO RENDINA


Un carnefice che strappa un seno ad una giovane cristiana è la scena che ha sconvolto perfino il marchese de Sade nel suo viaggio a Roma nel 1775. È uno dei 34 riquadri affrescati dal Tempesta e dal Pomarancio alla fine del Cinquecento sulle pareti della chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio; raffigurano, in una suite terrificante, i martìri subiti dai santi durante le varie persecuzioni, per un'esaltazione del sacrificio in nome della fede voluta dalla Controriforma, secondo l'atteggiamento della Chiesa Romana Cattolica dopo il Concilio di Trento. Una rappresentazione del sacrificio dei santi sotto le più atroci torture per esortare i fedeli ad un'esistenza più severa e mistica.
E dire che la Chiesa deve la sua costruzione al papa Simplicio, nel V secolo...
[...]
E infine arrivano gli affreschi: un campionario di sadismo. È indiscutibile il contrasto notevole che creano quei supplizi all'insegna del più impressionante realismo a fronte del Cristo non crocifisso. Ecco santi schiacciati sotto pesantissime pietre, con gli intestini e gli occhi che escono dal corpo in un autentico gusto del macabro. E poi, santi divorati a brani, con metodo, dai leoni; santi affogati nel lago con una pietra al collo; santi bruciati vivi, accecati, storpiati, lapidati, privati dei denti e via così. Un martirologio per un cristianesimo da tragedia sconvolgente e non da pura estasi mistica.

storie:
Elisabeth e Ivan

Corriere della Sera 4.1.04
Viene alla luce una lettera dello zar cinquecentesco alla regina inglese, che lo aveva respinto
«Elisabetta sei come una serva», firmato Ivan il Terribile
di Cesare Medail


Nell’immaginario moderno, lui ha la barba appuntita sotto gli occhi cupi e magnetici di Nikolai Cherkasov, come appare nei due film che Eisenstein dedicò a Ivan il Terribile (1945-58); lei ha la maschera dura e sofferta di una grande Bette Davis, come appare ne La regina vergine, il film su Elisabetta I d’Inghilterra diretto da Henry Koster nel 1955. Due icone memorabili per uno zar (1530-1584) spietato nel reprimere i «boiari», gli aristocratici da cui si sentiva perseguitato fino alla paranoia; e per una sovrana (1533-1603), figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, altrettanto inflessibile nello stroncare nel sangue le pretese dinastiche della cugina Maria Stuarda.
Due personaggi di tragica grandezza che lo storico americano Felix Pryor fa scendere per un attimo dai troni, grazie a una lettera che lo zar inviò alla regina nel 1570 e che viene presentata nel volume Elizabeth I - Her Life in letters, edito dalla University of California Press.
Le biografie di Ivan IV Vasilevic detto il Terribile riportano che in quell’anno lo zar, sempre più ossessionato dai «boiari», aveva in animo di riparare in Inghilterra, lasciando per qualche tempo il trono a un re-fantoccio. Ma non era altrettanto noto che il Terribile, interessato al commercio inglese, avesse chiesto la mano di Elisabetta, oltre che l’asilo politico.
Benché presentata come «regina vergine» in vari film e romanzi, la sovrana ebbe favoriti e amanti, ma mandò sempre a monte ogni trattativa nuziale avviata per ragioni politiche. Tradizione vuole, infatti, che un difetto congenito le impedisse di avere figli.
Nel caso di Ivan, però, non si limitò a rifiutare la proposta, ma aggiunse l’offesa, facendogli sapere che sarebbe stato accolto oltremanica solo a patto che si pagasse le spese di viaggio e di soggiorno. Infischiandosene dell’etichetta e dei commerci, Ivan le spedì la lettera pubblicata da Pryor, dove accusa la regina di essere una «vecchia cameriera» in balia di «rozzi mercanti» e «zotici consiglieri».
Lasciando i posteri nel dubbio su chi fosse più «terribile»: lui o la Grande Elisabetta?

le parole e i lessici

Corriere della Sera 4.7.04
ELZEVIRO
Storia di una parola latina

Se vuoi sapere, vedi alla voce «machina»
di LUCIANO CANFORA


Tra l’8 e il 10 gennaio si terrà a Roma, a Villa Mirafiori, l’XI Colloquio Internazionale organizzato da Tullio Gregory con il «Lessico Intellettuale Europeo», dedicato quest'anno, al concetto di «Machina» nel pensiero occidentale. Interverranno, tra gli altri, Roberto Busa, Paolo Galluzzi, Lina Bolzoni, Natalino Irti e Luciano Canfora. A quest’ultimo, che terrà una relazione, abbiamo chiesto un intervento.
Secondo uno spiritoso sofisma, i lessici possono essere messi in crisi, sul piano «logico» osservando che spiegano le parole con altre parole anch'esse a loro volta meritevoli di una spiegazione e così via ad infinitum. Si infrange questo girare in tondo in vari modi: per esempio dando convenzionalmente per conosciute (e univocamente intese da una determinata comunità di parlanti) un certo numero di parole, servendosi delle quali spiegare tutte le altre. Una strada contenutisticamente più ricca è invece quella dei lessici che puntano alla storia delle parole: che indagano sul loro cammino attraverso le civiltà che le hanno adoperate, spesso serbandole intatte ma caricandole, attraverso il volgere dei secoli, di valori affatto diversi. Celebre è il caso della parola greca democrazia, i cui moderni contenuti sarebbero stati per un ateniese del V/IV secolo del tutto irriconoscibili e forse anche inconcepibili, e che però rimane lessicalmente intatta pur traversando i millenni e i continenti e approdando al suo opposto: non più la diretta gestione popolare del potere politico ma la delega. Persino in lingua turca, nonostante l'ellenofobia cha tanto a lungo vigoreggiò nella moderna Turchia, democrazia si dice così. Insomma gli unici «lessici» che aiutano davvero a capire sono quelli (che difficilmente raggiungeranno mai la completezza) che affrontano in profondità e in estensione la storia di concetti-cardine. Tale è in Italia il «Lessico intellettuale europeo» fondato e diretto da Tullio Gregory. Con questa denominazione si indica sia l'istituzione (una delle più importanti sorte nell'ambito del Cnr ormai inspiegabilmente «commissariato») sia il concreto lavoro lessicografico che tale istituzione produce da circa trent'anni, con l'apprezzamento dei dotti di mezzo mondo. Tra l'altro il «Lessico intellettuale» ha il merito di aver ridato il dovuto rilievo e spazio nel campo degli studi di storia e di storia del pensiero alla lingua che fino al XIX secolo fu tra i principali se non il principale veicolo di comunicazione scientifica: il latino. Quel latino «moderno» che solo gli ignoranti si chiedono cosa mai sia. Ignoranza condivisa dai riformatori, che per insipienza pensano che il latino sia unicamente qualcosa di «antico» e perciò vitando.
Da vari decenni il «Lessico» organizza, con cadenza biennale, dei «Colloqui» che hanno al centro una parola-cardine. I colloqui prendono poi regolarmente corpo in densi volumi di ricerche originali nelle quali convergono le conoscenze di studiosi di storia, linguisti, storici del pensiero etc. Basti solo qualche esempio dei termini già affrontati: Spiritus, Ordo, Phantasia, Res, Experientia. Questa volta, a partire dall'8 gennaio, presso la sede del Lessico, a Roma, nella Villa Mirafiori, Dipartimento di Filosofia della Sapienza, il protagonista sarà «Machina».
Salvatore Settis parlerà dell'«Archeologia delle macchine», e all'antico, geniale inventore Erone di Alessandria sarà dedicata la relazione di Gilbert Argoud. Sfileranno poi dinanzi ai convegnisti anche le machinae e i machinatores di Tommaso d'Aquino, le machinae pictae del Rinascimento, e poi Leibniz e Vico e La Mettrie, per giungere infine a Kant e all'odierna cibernetica, alle machines-à-parler, alle "macchine parlanti".
Macchina è una delle parole che non hanno mai cambiato forma dal greco al latino alle lingue moderne, sia romanze che germaniche. Essa ha serbato sin dal principio la sua polivalenza per un verso materiale (architettonica, militare, teatrale) e per l'altro metaforica (trama, macchinazione, insidia, ritrovato etc.), fino all'organicistica nozione dell'homme-machine del materialismo settecentesco e della machina machinarum, che è lo Stato: cioè noi tutti. Individui che - a nostra volta - di fronte alla macchina non dismettiamo mai, neanche oggi, la duplice e contraddittoria veste di dominati e dominatori. L'umanesimo integrale che ci vuole soggetti pienamente consapevoli dei processi entro i quali agiamo ci espone quotidianamente a questo esaltante dilemma.

il "Cavaliere Azzurro" in mostra a Milano

Il Messaggero, Domenica 4 Gennaio 2004
Mostre/ A Milano centoventi opere del “Cavaliere Azzurro” Tra favola e mito
di FLORIANO DE SANTI


SONO passati novantadue anni dalla nascita del “Cavaliere Azzurro”: meglio, dalla prima esposizione e dall’apparizione dell’Almanacco del gruppo che si denominò Der Blaue Reiter. Sono immagini note nella memoria critica, di quanti si sono volti a fare e studiare l’arte d’avanguardia del secolo da poco trascorso, immagini incentrate su Kandinskij, su Franz Marc, sulla Germania a cavallo tra la grande guerra e il dopoguerra. L’esposizione visitabile alla Fondazione Mazzotta di Milano sino al 20 gennaio 2004 si apre complessivamente, con i suoi centoventi tra dipinti e opere su carta, a tutte le articolazioni del movimento. Si comincia dagli svolgimenti della pittura kandiskijana sino al momento della fondazione del Blaue Reiter, per arrivare a Marc, ai rapporti di Munter e Macke con l’arte europea del periodo, alla serie di ritratti dei componenti, via via sino alle testimonianze sull’arte primitiva (che fu privilegiata da questi pittori) e a un ampio mannello di documenti e illustrazioni originali. Ci sono persino le quattro acqueforti incise da Picasso nel 1911 per Saint Matorel di Max Jacob e presentate nella seconda mostra del “Cavaliere Azzurro”. La culla del Blaue Reiter è stata Monaco di Baviera e la galleria Thannhauser che ne ospita la prima mostra negli ultimi giorni del dicembre 1911. Vi apparvero quadri di Kandinskij e Marc, russo il primo e tedesco il secondo, che furono i fondatori del gruppo; nonché opere di altri artisti, tra cui August Macke, Campendonck, Epstein e Gabriel Munter. Apparvero pure come artisti invitati opere del doganiere Rousseau, la cui fama venne diffusa dal poeta francese Apollinaire, e opere di Delaunay che a quel tempo dipingeva, ispirato dalle novità cubiste e futuriste, una serie di Torri Eiffel a esaltazione del simbolo del progresso industriale, la cui mole di ferro già occupava i cieli di Parigi. E’ pure molto significativo il fatto che a quella prima mostra del “Cavaliere Azzurro” si mostrassero quadri di Arnold Schönberg, il musicista che nelle stesse settimane maturava il suo Pierrot Lunaire, seme vivo della prima dodecafonia. In effetti la nuova pittura di Kandinskij sarà astratta, non oggettiva: avrà cioè una radice diversa dalla “sensazione” che Cézanne traeva dal vero naturale. Poiché al centro di tale ricerca vi furono le teorie dell’Einfuhlung, cioè la corrispondenza tra forme e stati mentali, essa sarà affondata nella spiritualità. Non per nulla il grande maestro moscovita dirà un giorno: «Dentro la Materia si cela lo spirito creatore», e si svilupperà questo concetto di astrazione ideale, dove avvertì anche un moto di quell’intelligenza astraente di pittori di icone, scrivendo nel 1912 un lungo saggio Dello spirituale dell’arte tradotto in italiano già dal 1936. Dopo l’esposizione del 1911 e fino al 1914 si realizzarono altre manifestazioni del Blaue Reiter, fino cioè allo scoppio della guerra mondiale che portò via ancora giovanissimi Franz Marc e August Macke. Il gruppo si infittì man mano di nuovi aderenti. Per diffondere e sostenere le idee, Kandinskji e Marc (il quale a dire il vero non fu mai pittore completamente astratto) progettarono e diffusero nel 1912 un “Almanacco del Cavaliere Azzurro”. Vi figurano le opere degli artisti del gruppo, e di coloro che essi ritenevano vicini: Picasso, Matisse, Van Gogh, Gauguin, Rousseau; e poi i colleghi espressionisti del gruppo Brücke di Dresda, e cioè Nolde, Kokoschka, Kirchner, Heckel, Pechstein, di cui tuttavia non condividevano l’impulso protestatario. E ancora vi compare una scelta straordinariamente diversa di esempi: dalla scultura negra, già in auge a Parigi nel 1905, alle terracotte precolombiane; dal Greco, scoperto dai critici viennesi, a Baldun Grien; da un frammento di mosaico veneziano alle marionette di un teatro di ombre; dalle stampe popolari di Epinal e dagli ex voto agli egiziani antichi; dai disegni infantili agli spartiti di Schönberg, Alban Berg e Webern.
Nella eccezionale rassegna di Milano troviamo documentato, a uso del visitatore, tutto questo e capolavori quali Il cortile di Henri Rousseau, Capriolo nel giardino del convento di Franz Marc, Macchia nera I di Vassilji Kandinskij, La casa rossa di Paul Klee. Ma alla fine è giusto chiedersi: che cosa aggiungono Kandiskji o Klee alla scoperta dell’arte primitiva, popolare, infantile, esotica già di volta in volta oggetto dell’interesse di questo o quel pittore e poeta? L’artista del Blaue Reiter scopre un’attenzione implicita ai contenuti, nell’intento di focalizzare una condizione o denominazione comune, a livello, in sostanza, di favole e di mito. Sono gli stessi anni in cui Jung, deviando dalla linea freudiana (proprio in un congresso del 1912 a Monaco, Freud e Jung si scambiavano le prime battute polemiche) ha l’intuizione dell’"Inconscio collettivo" come serbatoio del mito e produttore di una fervida ed inventiva "simbologia dello spirito".

sabato 3 gennaio 2004

Marc Ferro:
il diritto alla storia

L'Unità 3.1.04
L'intervista
Il diritto alla storia
Parla Marc Ferro, storico francese delle Annales:
«L'indagine del passato non va affidata all'ideologia o alla superficialità dei media.
È un'esigenza collettiva, come la salute e l'istruzione. Perciò occorrono garanzie di verità»
La storiografia ha una funzione «terapeutica» nella nostra società, ma la cura non può essere lasciata soltanto agli addetti ai lavori.
Un'alleanza tra cittadini e storici di professione nel quadro di una nuova accessibilità delle fonti oggi ancor regolata con criteri arbitrari.
intervista di Marco Dolcetta


Incontro Marc Ferro nella stanza che occupa al settimo piano della Maison des Sciences de l’Homme a boulevard Raspail, Rive Gauche Parigi. È la sede della più prestigiosa rivista di Storia del mondo: «Les Annales». Lo conosco bene ho studiato per anni con lui ed ho realizzato anche con lui diversi documentari storici per Rai e per la tv franco tedesca «Arte». È uno storico di rilievo internazionale ha scritto più di 50 libri, tradotti nel mondo intero, su cinema e storia, sulla Francia e sulle colonie, sull’Unione Sovietica e gli Zar, su come si deve insegnare la storia.
Qual è la funzione della Storia, ora che siamo nel XXI° secolo?
La prima è una funzione militante, missionaria, solo che il segno della sua missione cambia seguendo il segno dell’ideologia (lo Stato, il monarca, la nazione, i partiti, eccetera). Ha d’altra parte anche una funzione «scientista»: è quella delle «Annales»: la scienza costruisce un proprio oggetto. Questa funzione scientista è la punta di diamante della Storia. Lungi da me l’idea di condannarla. Ci vuole infatti una Storia scientista - così come ci vogliono di laboratori negli ospedali. Semplicemente però non bisogna che tutti i malati siano affidati ai laboratori. Vi sono delle malattie psicologiche la cui origine è chiara; la moglie ha tradito, non hanno bambini, eccetera. Le "Annales" sono il laboratorio della Storia. Ora questo laboratorio "Annales", scopre un certo numero di correlazioni, si fanno nuove scoperte. Queste spiegazioni però non spiegano tutto. Allo stesso modo in cui il rapporto globuli bianchi globuli rossi non spiega tutte le malattie degli uomini, così, le correlazioni tra il prezzo degli affitti e l’età del matrimonio nelle vedove nell’Inghilterra del XVII secolo non spiega a sua volta tutto il capitalismo o a maggior ragione tutta la storia della società. Penso dunque che questa storia di punta vada sviluppata. Essa però ha avuto finora troppo la tendenza a non dare la parola ai vari soggetti che compongono la Storia. Ed infine ai giorni nostri la Storia diventa terapeutica, nella misura in cui certi gurppi sociali non vogliono più affidare agli storici la cura di parlare al loro posto. Così come d’altra parte i cittadini non vogliono più affidare ai partiti politici la cura delle loro rivendicazioni. È un po’ lo stesso fenomeno. Allo stesso modo i pazienti non vogliono più saperne di un medico che tiene nel loro confronto un linguaggio a loro incomprensibile. Preferiscono lo psicologo o lo psicanalista.
Ma che cosa deve dunque fare lo storico? Forse egli deve autocancellarsi, deve scomparire dietro le quinte?
No, non deve cancellarsi più di quanto lo facciano il laboratorio o la medicina. Lo sbaglio che lo storico ha sinora commesso è stato quello di essersi troppo allontanato dai soggetti, dai cittadini, dalla gente, un po’ come i militanti dei partiti politici si stanno allontanando dalla popolazione. I loro discorsi rischiano così di apparire loro incomprensibili e senza legami con le aspirazioni della società. Allo stesso modo esistono dei discorsi storici, dei libri scritti da storici che sono troppo lontani dai bisogni della società, dalle sue richieste e che diventano così articoli puramente scientifici.
Lo storico allora, questa è la sua funzione, deve innanzitutto raccogliere tutti i discorsi di coloro che non anno mai avuto la parola; Foucault l’ha già detto molto tempo fa e aveva ragione. Lo storico deve confrontare le fonti della Storia, siano esse in rapporto a un’immagine o a un testo scritto, deve ricercare nuovi metodi di punta come hanno cercato di fare le Annales, deve immaginare delle spiegazioni globali, perché di esse abbiamo maggiormente bisogno: non possiamo lasciare agli uomini politici o ad esempio ai biologi, il monopolio delle spiegazioni della società; dove andremo a finire? Ecco la conclusione: rimangono un sacco di funzioni per lo storico. Anche la funzone militante, ma non al servizio dello Stato, del partito e della Chiesa cattolica, bensì al servizio di una società che si sviluppa indipendentemente dai poteri che la opprimono. Ecco allora che il disacorso cambia compltamente.
Le "Annales" godono almeno di un’autorevolezza, per così dire, istituzionale?
No, non ne godono. Non sono più nella posizione di ghetto come lo erano nel 1946 o nel 1950. Hanno delle buone posizioni, occupano delle roccaforti, a destra e a sinistra, come l’Ecole des Hautes Etudies en Sciences Sociales. E annoverano anche dei militanti - se così posso esprimermi- un po’ dappertutto. E soprattutto hanno un grande peso all’estero, e godono di un grande riconoscimento. In Francia hanno vinto in un certo senso la battaglia della Storia. Non v’è dubbio, però, le "Annales" non regnano. Non dobbiamo credere che esse regnino incontrastate: sarebbe assolutamente falso. Che esistano d’altra parte altre forme di Storia, e che le "Annales" si rigenerino a contatto con le altre storie, non è affatto un male, sebbene sia vero che sono state al contrario sovente copiate. Intellettualmente invece le "Annale"s regnano. Regnano anche nei mass media, ma penso per altre ragioni. Vi sono state infatti alcune persone di grande talento fra gli storici dell’«histoire nouvelle»: i lavori di Emmanuel Le Roy Ladurie, hanno segnato per esempio un punto di convergenza tra la pratica e gli interessi della gente.
E in Italia? C’è la possibilità di uno sviluppo di una storiografia annalista?
In Italia, senza dubbio, la Storia è rimasta molto tradizionale poiché essa è essenzialmente uno strumento della politica. È uno strumento della politica e in un certa maniera è il prolungamento delle organizzazioni politiche. Noi invece, in Francia, un po’ grazie anche alle "Annales", siamo almeno in parte sfuggiti a tutto questo: da qui il nostro conflitto con i comunisti, che ho potuto ben constatare all’interno della rivista. Per molto tempo la Storia è stata al servizio delle organizzazioni, è stata tipicamente ideologica ed è dipesa dal Partito comunista, non come organizzazione, ma come ideologia, o dal Partito socialista, o dai trotskisti, o da altre formazioni, ecc. E questo è decisivo quanto alla metodologia. A ciò si è opposta chiaramente la linea delle "Annales" che si sono scagliate contro questo tipo di approccio negli anni 20 e non certo per approvarlo oggigiorno.
Passiamo ad una argomento di più stretta attualità per uno storico nel mondo di oggi. La comunicazione per uno storico non avviene più soltanto su supporto cartaceo ma soprattutto attraverso il mezzo televisivo e l’utilizzo di videocassette e i dvd. Qual è la sua opinione sullo stato attuale della storia per immagini in movimento visto che Lei è stato il primo storico già dagli anni 70, a realizzare numerosi documentari e anche la decennale trasmissione «Histoire Parallele» che per 10 anni ogni sabato pomeriggio è stata trasmessa in Francia ed in Germania.
Voglio anche ricordare quello che abbiamo fatto insieme io e lei: «La storia in un minuto» per la Rai, tutto il XX secolo come uno spot pubblicitario. Vorrei parlare dell’Italia, anche se spesso i problemi della comunicazione non sono solo italiani. Riguardano soprattutto gli archivi. In Italia esiste l’archivio dell’Istituto Luce, quello di maggiore importanza. Innanzitutto c’è da rilevare che gli originali dei filmati del Luce, e quindi anche i negativi della pellicola, sono negli archivi di Stato di Washington, che detengono tutti i diritti delle cinematografie di Stato degli Stati vinti nella seconda guerra mondiale. Vengono considerati dei bottini di guerra e così vengono concessi in maniera praticamente gratuita a chi li richiede; è curioso come gli archivi di Stato di Berlino e gli archivi degli Stati, che hanno perduto la guerra, vendano questo materiale non autentico, ma che hanno in copia, a delle cifre che si aggirano sui 1.000 euro al minuto! Questo è il primo problema, i costi elevatissimi, e inoltre la difficile reperibilità dei detentori reali dei diritti. Un comportamento più trasparente spesso viene da grandi fondi privati o da istituzioni universitarie che hanno più scrupolo e meno scopo di lucro, come la U.C.L.A. Università di Los Angeles, e noi delle "Annales".
Un altro problema è il controllo della veridicità storica dei testi ed immagini.
Lei mi accennava prima all’assurdo caso del congelamento fatto dalla redazione giornalistica della Rai del suo documentario sulle «Sette Torri del diavolo» ovvero sull’analisi dell’attuale crisi medio-orientale e dei rapporti Occidente-Islam. È un tipico esempio di superficialità, da parte dell’emittenza, la non comprensione, voluta o inconscia, di questa problematica basata sulle teorie dello storico Renè Guenon, unico riconosciuto conoscitore degli Yezidi, una setta nomade molto importante e ancora operativa. Decisiva per intendere il simbolismo dela salvaguardia territoriale islamica e che spiega le ragioni sottili del terrorismo integralista. È un sintomo della superficialità del giornalismo televisivo, che è comprensibile per il dovere della spettacolarità della televisione, ma che rivela carenza di conoscenza storica dei responsabili delle rubriche televisive. Per ovviare a tutto questo il ruolo delle "Annales", che si sta strutturando a livello di tecnologia avanzata nella razionalizzazione dei suoi archivi, prevede la consulenza nella fornitura ed il reperimento di immagini, foto, filmati, riproduzioni di documenti, l’inquadramento del sistema dei diritti e soprattutto il coordinamento di storici qualificati sui singoli argomenti trattati, al fine di assicurare un’opinione di garanzia per il testo definitivo delle trasmissioni di carattere storico e quelle di attualità con riferimenti storici.

pettegolezzi:
forse Cristoforo Colombo era il figlio di Innocenzo VIII?

La Repubblica 3.1.04
La scienza prova a risolvere il giallo delle origini del navigatore. Analogo tentativo in Spagna
Colombo figlio di un Papa? La prova dal test del Dna

Le sue presunte ceneri a confronto con i resti del fratello
Gli storici non hanno dubbi: era genovese l'uomo che scoprì l'America. Ma per gli spagnoli era nato a Siviglia
Il giallo comincia a Santo Domingo: qualcuno avrebbe mandato a Siviglia l'urna di un parente del "Descubridor"
di ROBERTO BIANCHIN


MILANO - Sarà l'esame del Dna a sciogliere (forse) uno dei più grandi enigmi della storia, quello dell´identità dell'uomo che scoprì l'America. E a dire se Cristoforo Colombo era genovese, figlio naturale di un Papa oppure di un nobile spagnolo, se era alto e robusto, come parrebbe, o mingherlino e cagionevole di salute, e se soffriva di gotta e mal di cuore, o di artrite come raccontò nel suo diario di bordo. Da Petrarca a Giotto, da Sant'Antonio a Billy The Kid, dal Conte Ugolino a Giovanni delle Bande Nere, la mania di sottoporre alla prova del Dna i resti veri o presunti dei più celebri personaggi storici sta diventando una vera e propria moda, anche grazie all'intervento di facoltosi sponsor privati, tanto interessati alle scoperte storiche quanto ai ritorni di immagine. L'ultima indagine riguarda la figura del celebre navigatore, parte delle cui ceneri, sia pure di incerta attribuzione, sono conservate in una teca triangolare alla biblioteca universitaria di Pavia.
Una «istanza formale» in questo senso è stata formulata al rettore dell'ateneo pavese Roberto Schmid da parte dello storico romano Renato Biagioli, autore di due libri su Colombo. «Siamo tecnicamente pronti a fornire il nostro contributo per risolvere l'enigma», ha dichiarato il direttore del laboratorio di biologia dell'università Carlo Alberto Redi. Si tratterà di fare una comparazione fra le ceneri contenute nella teca, che apparterrebbero a Colombo, e quelle di un altro uomo che viene ritenuto fratello del navigatore. «Ma bisognerà muoversi con la dovuta cautela a livello scientifico», mette in guardia la direttrice della biblioteca Anna Maria Campanini Stella.
Attorno al giallo storico delle ceneri di Colombo è infatti scoppiato un caso internazionale, provocato dagli spagnoli che, per volere di un gruppo di nobili e di sponsor, hanno deciso l'estate scorsa la stessa operazione: riesumare parte dei presunti resti del navigatore custoditi nel sepolcro della cattedrale di Siviglia, per dimostrare, attraverso il Dna confrontato con quello del fratello Diego e del figlio Hernando, che «El Descubridor» non era genovese, figlio del tessitore Domenico Colombo e di Susanna Fontanrossa, bensì spagnolo e per giunta nobile, figlio illegittimo di Carlos principe di Viana e di Margherita Colon. Mentre, secondo lo storico Biagioli, Colombo potrebbe anche essere nato in Emilia o nelle Marche, e addirittura essere il figlio di un papa, Innocenzo VIII, e di una nota nobildonna dell'epoca.
«L'indagine dovrà stabilire se i veri resti di Colombo sono quelli conservati a Siviglia o i nostri che sono provenienti da Santo Domingo» spiega la dottoressa Campanini. Il mistero sulle ceneri di Colombo non aiuta infatti a fare chiarezza. Di certo si sa che quando morì, nel 1506 a Valladolid, fu sepolto lì, nella chiesa di San Francesco, poi fu portato a Siviglia, e solo nel 1544 nella cattedrale di Santo Domingo, come voleva lui. Successivamente i suoi resti furono portati a Cuba e poi di nuovo a Siviglia. Ma a Santo Domingo, alla fine dell'800, dissero che gli spagnoli si erano sbagliati, che avevano portato via i resti di altri componenti della famiglia, e che quelli di Cristoforo erano rimasti là. Fu il console genovese a Santo Domingo che ottenne una piccola porzione dei resti che divise in tre parti: una la mandò in Venezuela, la prima terra scoperta da Colombo, un'altra a Genova dov'è conservata in un'urna a Palazzo Tursi, sede del Comune, e la terza a Pavia perché si pensava che avesse studiato in quella università che adesso lo risveglierà per l'ultimo esame.

GYöRGY LUKÁCS
non fu uno stalinista

il manifesto 3.1.04
GYöRGY LUKÁCS
Pubblicato un volume che raccoglie scritti inediti del filosofo ungherese

L'accusa di connivenza con lo stalinismo fu sempre rifiutata dal filosofo ungherese. Solo nel lungo saggio, scritto agli inizi degli anni Settanta e dal titolo fortemente programmatico «Testamento politico», l'autore di «Storia e coscienza di classe» ammise apertamente di aver compiuto alcuni compromessi, in nome di un margine di libertà per denunciare il carattere illiberale e autoritario del regime sovietico
di ANTONINO INFRANCA


Il libro di György Lukács (Testamento politico, Buenos Aires, Herramienta, pp. 188), pubblicato di recente in Argentina in lingua spagnola, contiene materiale in parte del tutto inedito e in parte inedito in italiano. Si tratta di documenti imprescindibili per ricostruire una vicenda esistenziale e una stagione di pensiero importanti di un filosofo del calibro di Lukács, pensatore che è un vero e proprio paradigma del rapporto tra intellettuali e stalinismo. In Italia, la condanna all'oblio decretata da alcuni intellettuali nei suoi confronti è dovuta proprio all'accusa di essere stato uno stalinista. Ma è vero piuttosto il contrario. Vale la pena a questo proposito di leggere alcuni brani tratti soprattutto dall'ultimo saggio del libro, Testamento politico, che dà titolo all'intera raccolta. Il volume contiene scritti che risalgono al periodo post-bellico, dal 1946 al 1971. Tre di essi sono stati pubblicati da tempo in italiano: La visione aristocratica e democratica del mondo, I compiti della filosofia marxista nella nuova democrazia, La responsabilità sociale del filosofo, che risalgono agli anni compresi tra il 1946 e il 1950. Pubblicata per la prima volta è una lettera a Cesare Cases dell'8 giugno 1957, cioè dopo il ritorno di Lukács dalla deportazione in Romania, dopo la Rivoluzione Ungherese del 1956. Inediti in italiano sono un'intervista del 1969, il saggio Al di là di Stalin (1969) e uno scambio espistolare con Janos Kadar, l'allora segretario del Partito comunista ungherese. Il carteggio avvenne nel 1971 in seguito all'intervento di Lukács a favore di due giovani dissidenti ungheresi, Dalos e Haraszti, accusati di maoismo e arrestati. Da questo scambio epistolare nacque l'idea di intervistare il vecchio filosofo per raccogliere le sue ultime riflessioni politiche. Ne sortì il Testamento politico apparso finora soltanto in ungherese nel 1990, cioè dopo la fine del regime, che ne aveva vietato la pubblicazione.
Per comprendere che tipo di lotta che Lukács condusse contro lo stalinismo è sufficiente limitarsi a narrare i fatti. Lukács entrò a far parte del Partito comunista ungherese nel dicembre 1918. Partecipò alla Rivoluzione ungherese dei consigli del 1919 e per questo fu condannato a morte dal governo reazionario di Horthy. Fu così costretto a rifugiarsi prima in Austria e poi in Germania. Durante questo periodo (1919-1930) i suoi rapporti con la maggioranza del partito comunista, guidata da Bela Kun, furono sempre cattivi anche perché Lukács sosteneva l'alleanza con i socialdemocratici contro la politica di Kun e di Stalin. A causa della salita al potere di Hitler, dalla Germania fu costretto a rifugiarsi in Unione Sovietica, dove rimase fino al 1946, quando fece ritorno nell'Ungheria liberata dall'Armata Rossa. In Urss i suoi rapporti con il regime stalinista furono tanto cattivi che lo stesso Lukács fu arrestato nel 1941 per un mese.
In Ungheria la posizione di Lukács rimase «tranquilla» soltanto per pochi anni, dal 1946 al 1949, quando le sue aperture politiche nei confronti dei partiti cosiddetti «borghesi» e la democrazia occidentale furono dichiarate eccessivamente eclettiche e quindi condannate. Nel 1949 si scatenò nei suoi confronti una offensiva di stampa da parte del regime comunista che portò alla sua destituzione dall'Università di Budapest. Lukács si fece «dimenticare», dedicandosi alla stesura della sua Estetica, salvo tornare all'attività politica intensa nel 1955. I suoi discorsi, tenuti presso il "Circolo Petöfi", erano diretti contro il regime stalinista ungherese, messo in crisi dalla morte di Stalin e da una forte crisi economica, ed erano talmente affollati che era necessario affittare un teatro per contenere la folla.
Nell'ottobre 1956 lo scoppio della rivoluzione permise a Lukács di entrare nel governo Nagy e nel Comitato centrale del Pcu. Particolarmente drammatica fu la riunione nella notte tra il 3 e il 4 novembre, quando il Comitato centrale doveva decidere l'uscita o meno dell'Ungheria dal Patto di Varsavia. Kádár, che diverrà poi segretario del partito, votò a favore dell'uscita per offrire ai sovietici un pretesto per giustificare l'invasione dell'Ungheria, che era stata già decisa. Lukács votò, invece, a favore della permanenza nel patto di Varsavia per non offrire questo pretesto. La decisione di uscire fu presa con 3 voti contro 2 e da lì la tragedia dell'Ungheria con la pretesa giustificazione sovietica.
A seguito della sua partecipazione al governo Nagy, Lukács fu deportato con tutto il governo in Romania. Dopo sei mesi, fu riportato a Budapest e ritornò ai suoi studi, pur non volendo una «riconciliazione con la realtà alla maniera del vecchio Hegel» e mantenendosi fedele al motto di Zola, «La verità è lentamente in marcia e alla fine nulla la fermerà», come scrive nella lettera a Cases. Nel 1967 gli fu chiesto dal Comitato centrale di rientrare nel partito e Lukács accettò, salvo uscirne nuovamente il 24 agosto 1968 a seguito dell'invasione della Cecoslovacchia. Gli ultimi anni di vita - Lukács morì il 4 giugno 1971 - il filosofo li trascorse impegnato nella stesura dell'Ontologia dell'essere sociale, ma sempre pronto a partecipare alla vita politica del paese in posizione critica, come conferma il carteggio con Kádár.
Costante fu il suo rifiuto di accettare i diktat del regime stalinista, come conferma il saggio Al di là di Stalin, che è una sorta di bilancio dei suoi rapporti con lo stalinismo. Saggio che deve essere costato tantissimo al filosofo ungherese, perché vi è anche il riconoscimento di qualche compromesso con lo stalinismo, ma sempre al fine di guadagnare posizioni per ottenere maggiori spazi di libertà. Spazi che poi furono patrimonio comune degli intellettuali ungheresi, che poterono godere delle maggiori aperture di un regime post-stalinista come quello kadarista. Conferma ne è, paradossalmente, la stessa vicenda Dalos e Haraszti, quando Lukács interviene per protestare contro la condanna a 25 giorni di prigione inflitta ai due dissidenti.
Paragoniamo la vicenda di Lukács a Ernst Bloch, altro grande pensatore marxista che fu coinvolto in vicende drammatiche di contrasti con il regime comunista tedesco-orientale e che preferì fuggire in Germania occidentale dopo la costruzione del Muro di Berlino: la posizione di Lukács invece fu quella di rimanere a lottare contro il regime ungherese perché ritenne che questa era la sua lotta per la libertà e la «democrazia socialista» nel suo paese. Una scelta che non può essere scambiata per un atto di compromesso con lo «stalinismo» e con il «socialismo reale», come i nuovi documenti di cui sopra contribuiscono a confermare.

venerdì 2 gennaio 2004

Galimberti su L'Espresso
a tutto campo contro i cattolici

L'Espresso n.1 anno L
Dio non è sinonimo di bio

Eutanasia, aborto, clonazione terapeutica, procreazione assistita. L’etica spacca la politica. E il paese si divide. Fra crociate religiose e campagne laiche. La parola a un filosofo
colloquio con Umberto Galimberti di Enrico Arosio


Contestazioni furibonde in Senato e fuori sulla nuova legge sulla procreazione assistita. Equilibrismi tra laici e cattolici in vista della legislazione sul testamento biologico. La parola eutanasia bandita e rimossa. L'aborto che qualcuno vuol riportare a una pratica fuorilegge. I veti incrociati sulle cellule staminali e la clonazione terapeutíca. L'attivismo da "moral majority" alla romana, nella nuova destra di governo, con l'aiuto di alcune componentí dell'Ulivo, fa presagire un anno caldo intorno ai grandi temi della bioetica. Nel parllamo con il filosofo e psicoanalista junghiano Umberto Galimbertì.
Professor Galimberti, l'etica rischia di spaccare la politica?
«A rischio c'è. Per un semplice motivo: la politica italiana non è una politica laica. Rispecchia una società schizofrenica. Nessuno va in chiesa, ma guai a toccare il crocefisso in classe. Al posto della pratica religiosa abbiamo l'appartenenza religiosa, in senso antropologico. L'appartenenza e il tradimento dell'appartenenza. In un'Italia così, dentro e fuori il Parlamento l'etica crea problemi alla politica».
E il corpo rischia di spaccare l'etica?
«Per forza. Intanto di corpi ne abbiamo due, non uno solo».
Ne abbiamo due?
«C'è il corpo organico, cartesiano, dei medici, suscettibile di essere manipolato dalle scoperte scientifico-tecniche. E c'è il corpo vivente, espressione dì pulsioni, desideri, emozioni, il corpo del mondo e della vita. In tedesco si distingue tra Kórper, il primo, e Leib, il corpo vivente. Finora i due avevano storie divaricate: il corpo organico percorreva il sentiero malattia-morte, il corpo vivente quello guarigione-víta. Ora c'è una novità. Nella procreazione assistita, per esempio, non c'è più la lacerazione tra i due corpi».
Forse tutto il conflitto tra forze laiche e cattoliche parte dalla definizione del l'embrione come forma vivente.
«Io sono stato nel comitato bioetico per le cellule staminali con il ministro Veronesi. E ai cattolici vorrei ricordare un caposaldo della dottrina di san Tommaso, secondo cui l'anima è immessa nel corpo del nascituro solo alcuni mesi dopo che la donna è stata fecondata. Prima la materia non è abbastanza formata per ricevere l'anima: san Tommaso, ripeto, "Summa theologiae". Ecco i cattolici in contraddizione con se stessi. I cattolici hanno una concezione della vita improntata, vorrei dire, a un bieco materialismo».
Facciamo qualche esempio? La legge-pasticcio sulla fecondazione assistita vieta, oltre al congelamento degli embrioni, il ricorso al donatore esterno.
«Appunto. In virtù del loro bieco materialismo i cattolici confondono spermatozoo e tradimento ».
Sarebbe a dire?
«Il tradimento non è etico. Bene. Ma se una donna è disposta a ricevere il seme di un donatore esterno, e si stabilisce che neppure questo è etico, allora significa trattare lo spermatozoo allo stesso livello del tradimento. Nel difendere la vita in senso biologico si impedisce la vita in senso esistenziale. Non so se è chiaro».
I cattolici, nel Polo e nell'Ulivo, dimostrano di avere un forte potere d'interdizione, e lo sanno appllicare. Ma la politica, e il cittadino, ne trarranno dei vantaggi?
«No. I cattolici stanno paralizzando sia il governo sia l'opposizione. Ma i politici che praticano questa interdizione tradiscono la politica. Nel difendere l'appartenenza alla Chiesa non fanno bene il loro lavoro. D'altronde, se Berlusconi, che non s'interessa alla bioetica, dicesse sì alla fecondazione eterologa, i suoi deputati sancirebbero la loro appartenenza alla maggioranza. In Italia tutto è appartenenza».
Se potesse, da saggío, consigliare Berlusconi, che cosa gli direbbe?
«Gli direi che è inutile che ci rífletta».
Addíríttura.
«L'etica è una cosa seria, e a lui non interessa affatto. Berlusconi non si fa carico di problemi che toccano la coscienza collettiva. È conscio che la maggioranza degli italiani non è laica. Solo se sono laico posso guardare al problema, dall'aborto alla fecondazione all'eutanasia, a prescindere dalla mia personale appartenenza, facendomi carico del bene comune».
I cattolici si offenderanno.
«Ribadisco che il cattolico attribuisce alla politica il compito di rimuovere gli ostacoli alla salvezza individuale. Rousseau, nel "Contratto sociale", diceva: "Un buon cristiano non può essere buon cittadino. E quando lo è, lo è solo di fatto e non dì principio. Perché per lui il bene non è nel Parlamento, ma nel Cielo" ».
Il Parlamento dovrà legiferare sul testamento bìologico. Il documento fornito al ministro della Salute Sirchia dal Comitato nazionale di bioetica parla dì "dichiarazioni anticipate di trattamento”, un eufemismo per evitare la parola eutanasia. La morte è tuttora un tabù culturale?
«Eutanasia, la buona morte, è una parola forte. Ma è anche una parola bella. Il compromesso uscito dal Comitato di bioetica suona ipocrita. Ma testamento biologico garantisce l'dea di un certo grado. di libertà individuale. All'eutanasia si associa una limitazone della libertà. Se divento demente, mi fanno l'eutanasia. lo però non credo a questa libertà ».
In che senso?
«Io a 60 anni posso anche dichiarare per iscritto: se diventerò demente mi sia praticata l'eutanasia. Ma non è detto che la mia libertà attuale coincida con la mia libertà di quel momento. Per tornare all'ipocrisia: nei cristiani la parola morte è l'inacettabile. Ma se negano l'intervento della tecnica per la procreazione, perché invocano l'impiego della tecnica per prolungare la sopravvivenza nel malato terminale? Bisogna che si decidano».
Avrà notato la mobilitazione trasversale delle donne parlamentari contro la legge sulla procreazione assistita. È legittimo che la donna denunci l'incompetenza biologica e politica dei maschio?
«È giustificato. Le donne sono più corpo di quanto lo siano gli uomini».
Sarà meglio spiegare, se vuole evitare fraintendimenti.
«Il corpo della donna è più intuitivo, conoscitivo del nostro. Poi, certo, c'è anche l'abuso femminile: l'utero è mio, ergo il figlio è mio. Invece no, non è così. Il figlio è di entrambi, madre e padre».
Pare che in Italia non passerà mai la tecnica di fecondazione eterologa.
«Questo è un tema di frontiera, più delicato dì altri. D'altra parte, dopo cent'annì di psicoanalisi sappiamo che il figlio preferisce una coppia di genitori al genitore singolo, e una coppia eterosessuale a una coppia omosessuale. La preferisce perché gli conviene. Nel genitore dei proprio sesso ritrova l'identità, nell'altro la relazione».
Sarebbe auspicabile in Italia una femminilizzazione della politica?
«Certo auspicherei un maggior protagonismo femminile in Parlamento. La politica acquisterebbe valori trascurati come i valori del corpo, del desiderio, delle emozioni. Vorrei anche più donne sindaco, più donne giudice. Previa psicoanalisi, magari. Quanto all'equità, in ogni caso la donna è più brava dell'uomo».
Equità. Può spiegarsi meglio?
«L'uomo è universalista, nel nome del Padre. La donna è portata al particolare. Esempio: l'adolescente che uccide la madre. È sufficiente applicare la legge, la norma che dice che non si uccide la madre? La prospettiva femminile è portata a voler capire: quale tipo dì vita legava la madre e l'adolescente, chi soffriva per cosa, dove stavano i torti? È femminile capire le circostanze. La bioetica è fatta di circostanze, vedi l'aborto. Benvenuta dunque una politica attenta alle circostanze ».
Tra i cattolici, in An, nella Lega aumentano i revisionisti sull’aborto. Ma non è un diritto civile ormai acquisito dalle donne italiane?
«Dopo tanti anni una legge come quella è un diritto acquisito. La destra che vuol vietare l'aborto è una riedizione, mi spiace insistere, della mentalità cristiana: i singoli li gestisco io, e la funzione dei preti passi al legislatore. Ricordiamoci che la struttura ecclesiastica è più affine alla struttura fascista di quanto si pensi»
Questa è abbastanza forte, professore.
«Forte? L'infallibilità del papa da un lato, il "Lui ha sempre ragione" dall'altro. C'è profonda affinità culturale tra Chiesa e destra fascista. La Chiesa funziona in modo paragonabile allo Stato autoritario. Pochi sono illuminati, e il popolo va guidato. Il pastore e il suo gregge: è un'immagine tragica, non idilliaca».

ricerca e passione

Corriere della Sera 2.1.04
Un saggio di Nicolas Witkowski sul connubio «ricerca-passione». Da Erasmo a Darwin
La scienza? Questione di sentimento
di Giorgio Cosmacini


Che cos’abbiano in comune le ragioni della scienza e le passioni dell’animo è un problema che avrebbe forse interessato l’auriga domator di cavalli che, secondo Platone, tiene a freno con le redini i sensi e i sentimenti permettendo all’intelletto di guidare la corsa del cocchio in modo razionale senza subire devianti pulsioni emotive. Il problema è stato al centro della riflessione di un filosofo e storico della scienza contemporaneo come Gaston Bachelard (1884-1962), che nelle sue opere ha sostenuto che, proprio per evitare ai sentimenti il loro irrompere di soppiatto nel campo dell’impresa scientifica, bisogna lasciarli liberi di espandersi, anziché ignorarli o reprimerli.
Per esempio la poesia, che trae alimento dalle emozioni, ha proprio nei confronti della scienza, una sua capacità rivelatrice, attestandosi davanti o al fianco di essa come l’«uomo notturno» nei confronti dell’«uomo diurno». Però lo stesso Bachelard amava ripetere che «quando indossa il camice entrando in laboratorio, lo scienziato depone tutte le sue passioni». Invece no: lo scienziato subisce il fascino delle proprie emozioni e dei propri sogni non solo dal crepuscolo in poi, ma anche alla luce del giorno, quando compie la propria impresa e ne contempla le rigorose ricerche e conquiste.
È quanto implicitamente sostiene, sulla scia dei pensamenti bachelardiani ma anche in contrapposizione a essi, Nicolas Witkowski, un fisico francese che ama la scienza e la sua storia e che ha realizzato una Storia sentimentale della scienza (Cortina, pagine 322, € 23,50) dove il lettore, viaggiando dall’anno Mille all’anno Duemila, compie una serie di incontri avvincenti e importanti.
Ci si imbatte all’inizio in un Omar Khayyam che cerca di risolvere con la geometria e l’analisi matematica un problema di Archimede, ma che al contempo invita a «bere vino e a correr dietro alle fanciulle come a tulipani». Ci si imbatte alla fine con «l’uomo che non ha inventato la penicillina», cioè con Jules Dubos, un Pasteur redivivo migrato dalla Francia negli Stati Uniti, il quale, avendo dimostrato per primo la possibilità di ottenere sostanze antimicrobiche (antibiotiche) dagli stessi microbi, può essere ritenuto titolare di uno dei tanti Nobel «fantasma» non dati a ricercatori e scienziati più di altri o quant’altri meritevoli.
Ebbene, Dubos è stato un antiveggente enunciatore dei problemi oggi assillanti l’umanità, dalla minaccia nucleare alla distruzione di foreste tropicali e alle sue ripercussioni sul clima. Dunque, uno scienziato inguaribilmente sentimentale? Uno scienziato, scrive Witkowski, «profondamente credente a fautore di una integrazione tra il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà».
Durante il viaggio il lettore incontra anche, fra gli altri, un incorreggibile bricoleur come Newton, un fantasioso narratore di démoni e di mostri lunari come Keplero, un «naturalista all’inferno» come Spallanzani, e il nonno di Darwin, Erasmo che «offre alla scienza e alla letteratura l’esempio dimenticato di una poesia scientifica capace di cantare con accenti altamente romantici le meraviglie del progresso tecnico».
Provocazione massima dell’autore è «la scienza di Edgar Allan Poe», al quale si deve il «saggio scientifico» Eureka, un «elisir pazientemente distillato di scienza, metafisica e poesia» che, a giudizio di insigni scienziati, «non è un’opera stravagante e non proviene da un cervello disturbato, ma è l’opera di un uomo che tentò di riconciliare la scienza del suo tempo con le più alte aspirazioni filosofiche e spirituali».
La storia della scienza ha da tempo acquisito la consapevolezza che il pensiero metafisico, l’immaginazione, la fantasia, le fedi hanno contribuito a fecondare il terreno sul quale è cresciuto l’albero del sapere scientifico. Witkowski aggiunge le passioni e le emozioni, i sentimenti e i sogni.
Gli scienziati sono uomini: dalle idee meno geniali di Leonardo da Vinci alle intuizioni più fruttuose degli scienziati romantici, «i nostri viaggiatori - scrive l’autore nella prefazione - potranno prendere la misura della profondità vertiginosa a cui si spingono le sue radici poetiche, mistiche, magiche». Insomma chi voglia davvero capire fino in fondo vita morte e miracoli di ogni impresa scientifica, più o meno riuscita, non può esimersi dal fare i conti con la vita vissuta dall’imprenditore, la quale è fatta sì di ragioni, ma anche di passioni.

mercoledì 31 dicembre 2003



arriva il 2004

BUONA FINE
E BUON PRINCIPIO


A TUTTI E A CIASCUNO


ancora su Soleri:
«un effetto urbano generato dalla gente»

una segnalazione di Riccardo Cantini

da www.architettura.it
una intervista al Construction Manager di Arcosanti, italiano anch'egli, ANTONIO FRAGIACOMO
«"Parametro", 1974: un numero su Arcosanti, definita 'superstar', foto avvincenti, e Soleri che parla di come sconfiggere "l'istinto di morte". Interessante, no?»


Costruendo Arcosanti
di Marco Felici


In Arizona da Paolo Soleri, un viaggio per capire l'attualità dell'unica utopia in costruzione. Un visionario? No, questa non è una definizione adatta; basta parlarci pochi minuti per capire che Soleri è prima di tutto un filosofo, e che le sue intuizioni possono essere rigettate solo da chi teme la loro potenza. Tanti credono nell'Arcologia, un'alternativa che risolve, radicalmente, il problematico rapporto tra l'ambiente antropico e quello naturale: Arcosanti non è ancora una città, ma già ha i suoi cittadini; dei cinquemila volontari che hanno lavorato alla costruzione, molti si sono fermati, ed una sessantina sono ormai definitivamente residenti. Il legante è nell'effetto urbano che si crea in queste strutture iperconnesse e plurifunzionali: un condensato pensato per miniaturizzare la massa dell'habitat salvando il territorio dalla città-diffusa. Partecipare alle attività quotidiane di Arcosanti significa però accorgersi che questo effetto urbano è generato dalla gente; il progettista ha dato lo strumento, ma la musica è liberamente interpretabile. Così tra i terrazzamenti si incontrano i "dannati" della fonderia ed i "mistici" del laboratorio ceramiche; le radioline si sfidano tra rock ed ethnic… Lo "zoo delle persone" (così si scherniscono gli Arcosantiani durante le migliaia di visite turistiche) potrebbe essere completo, ma l'avventura non è finita. Il cantiere va avanti, non si è mai fermato in trent'anni ed ora sembra voler accelerare. È il momento di preparare il salto verso il compimento di una Arcologia, la città che si sviluppa in verticale. C'è fermento nell'aria. Nel parlarne con Antonio Fragiacomo, un altro italiano in un ruolo chiave per la costruzione, emergono alcuni elementi. [MF]

MARCO FELICI: Un architetto romano "alla corte di Paolo Soleri"; come nasce il suo ruolo di Construction Manager di Arcosanti?

ANTONIO FRAGIACOMO: 1974, Parametro. Un numero su Arcosanti, definita 'superstar', foto avvincenti, e Soleri che parla di come sconfiggere "l'istinto di morte"; interessante no? E poi i viaggi per i deserti americani e lo spirito pionieristico che ti comunicano; la tensione straordinaria che questo posto esprime, anche quando si è qui per una breve visita. La partecipazione ad un workshop entusiasmante, con architetti e studenti da tutto il mondo, ed eccomi a costruire questo laboratorio urbano, fisicamente… e capisci che tutto il resto è subalterno.

Consiglierebbe questa sua scelta anche ad altri architetti italiani?

Certo, la scintilla, che per me fu quel numero di Parametro, oggi potrebbe essere il bel libro su Soleri di Iolanda Lima, appena pubblicato, o l'itinerario di Domus [febbraio 1999]. Cominciare con una visita al nostro sito internet, [wwww.arcosanti.org] e, naturalmente, partire per il workshop di cinque settimane. Un viaggio nel deserto di alta quota, siamo a 1200 m. come Cortina d'Ampezzo, non lontani dalla Monument Valley e dal Grand Canyon. Attenti però… questa esperienza può davvero cambiare… la vostra dimensione interna; non coinvolge solo il rapporto con l'architettura e le belle forme.

Cos'è oggi Arcosanti, trent'anni dopo la sua fondazione?

Torno a "Parametro": io credo che Arcosanti sia ancora 'superstar', con in più la forza che gli deriva da questi trenta anni di caparbia crescita, di resistenza. Migliaia di persone hanno contribuito, e contribuiscono anche oggi, alla realizzazione di questo laboratorio urbano. Abbiamo periodi con punte di circa novanta residenti, persone che vogliono dimostrare che il vivere senza sovraconsumo è un-di-più. Saper ridurre la dipendenza dai beni materiali esalta l'enorme carica di creatività ed umanità che nelle megastrutture dello spreco, le città attuali, ogni giorno perdiamo. La metropoli vera, anche se piccola, è qui! …e la puoi fabbricare.

…e quali le prospettive?

Tornando in Italia mi sono accorto del grande interesse che esiste nel nostro paese per Soleri e la sua attualità. Alla Biennale di Venezia [Soleri ha ricevuto il Leone d'Oro alla carriera] Fuksas ha riconosciuto che i temi della mostra erano quelli che Paolo 'inesorabilmente' ci mette sotto il naso da anni, e che qui, ad Arcosanti, costituiscono la base per il nostro lavoro quotidiano. Fino ad allora vestivo solo i panni del Construction Manager; ma poi, quando ti accorgi che investitori ed imprese a volte si fanno sedurre dalle idee, e te li puoi trovare accanto, allora cominci a guardare oltre. Una intraprendente facoltà di architettura italiana, in cerca di sempre migliori strumenti didattici, ha avviato un dialogo serrato con noi per una collaborazione che, non si scappa, ci aiuterà a preparare nuovi 'getti'. Così puntiamo ad avere 600 abitanti nei prossimi cinque anni; le grandi absidi progettate, simboliche della costruzione densa e verticale di un'Arcologia… vorremmo vederle sorgere al più presto, per dimostrare le potenzialità del 'miniaturizzare'. Ora contiamo su collaborazioni di prestigio; ci muoviamo con un passo 'minimalista' [incrementale], ma abbiamo deciso che "le cose che desideriamo devono guidarci più di quelle che possiamo fare". Così ora non sono più solo un Construction Manager, ma anche un Project Manager… concretamente ottimista. Grazie per il vostro interesse.

storie dell'uomo :
l'Europa barbarica e protocristiana

La Stampa 31 Dicembre 2003
TORNA L’EROE MEDIEVALE CHE AVEVA UN SOLO DIO: LA SPADA
Guerra al Male infinito
di Beowulf il barbaro

Il poema fu composto da un anonimo anglosassone prima del Mille
Una complessa vicenda di interpretazioni da quando il manoscritto
venne copiato da due amanuensi: senza che nessuno sapesse capirlo
di Alessandro Barbero


Beowulf: poema epico anglosassone di autore ignoto, pervenutoci in un tardo manoscritto in diletto sassone, scritto probabilmente alla fine del sec. VII, forse sulla base di una tradizione orale. Unico poema della letteratura germanica giunto integralmente sino a noi, il B. conta circa 3000 versi allitterativi senza rime. Il tema centrale è costituito dalle imprese dell'eroe che dà il nome al poema, nipote del re dei Geati. Beowwulf riesce ad uccidere il mostro Grendel ed un drago, ma soccombe per le ferite riportate nell'ultimo duello. La materia del poema è quella delle leggende precristiane di origine scandinave (L'Inghilterra non vi compare, B. è originario della Svezia meridionale e l'azione si svolge in Danimarca), sottoposte all'influsso della cultura cristiana anglosassone. Probabilmente scritto da un unico poeta in qualche monastero della Northumbria, l'opera possiede una sua melanconica poesia in cui si mescolano idealismo eroico e austero fatalismo» (dall'Enciclopedia Garzanti)

FIN da quando i nostri antenati si rifugiavano nelle caverne e dovevano difendersi dall'orso, i peggiori incubi dell'umanità si sono incarnati in forma di mostri notturni che escono al crepuscolo e fanno a brani le loro vittime nell'oscurità. Il respiro pesante della creatura nel silenzio della notte, il balenio di zanne nel buio, le urla raggelanti che lacerano il silenzio sono gli ingredienti sempre efficaci di innumerevoli storie, fumetti o film horror. Ma il primo a forgiare con questi materiali un capolavoro di barbarico splendore è stato l'anonimo poeta anglosassone che nei secoli precedenti al Mille compose il Beowulf, l'unico poema epico sopravvissuto fino a noi dal naufragio della primitiva cultura germanica.
«Venne furtivo nella buia notte
il camminatore dell'ombra; dormivano i combattenti
che dovevano guardare la casa...
Venne dalle paludi sotto fosche pendici
Grendel a gran passi, portava su sé l'ira di dio...
Venne in cammino alla casa il guerriero
privo di gioia; presto la porta cedette...
Dagli occhi spuntava
simile a fiamma una luce maligna;
vide nella sala molti guerrieri,
dormire assieme il seguito di congiunti,
la schiera di giovani. L'animo gli rise...»
Così, nell'incalzare della ripetizione ossessiva e sempre variata che è uno dei segreti dell'arte epica, assistiamo all'arrivo di Grendel, il mostro notturno che infesta il regno di Hrothgar e che l'eroe, Beowulf, è venuto a combattere, senza immaginare che quella prova sarà solo l'inizio di un'ordalia spaventosa e senza ritorno.
Copiato intorno all'anno Mille da due amanuensi anglosassoni, il manoscritto del Beowulf rimase sepolto in un monastero fino alla riforma protestante, quando approdò alla British Library, dove peraltro nessuno era in grado di leggerlo. Solo fra Sette e Ottocento studiosi scandinavi ci misero sopra le mani e cominciarono faticosamente a tradurlo, nella stessa epoca in cui i filologi romantici disseppellivano dalle biblioteche di mezza Europa gli altri capolavori di un Medioevo dimenticato, la Chanson de Roland, il Cantar de Mio Cid, il Nibelungenlied. Che si trattasse, anche in questo caso, d'un capolavoro ci volle ben poco a capirlo, anche se ogni epoca, com'è naturale, ha cercato fra i suoi scintillanti versi allitterati quello che voleva trovarci: l'Ottocento, lo splendore pagano ed eroico d'una Scandinavia wagneriana; il Novecento, le ombre torbide d'una psicanalisi collettiva, junghiana più che freudiana, e la modernità di un'arte cui attingere sempre nuova ispirazione. Non a caso fra gli studiosi del Beowulf c'è J.R.R. Tolkien, distinto filologo oxfordiano oltre che creatore del Signore degli Anelli; ma al poema si è ispirato anche Michael Crichton per i suoi Mangiatori di morte, da cui è stato tratto pochi anni fa un film che molti ricorderanno, Il tredicesimo guerriero con Antonio Banderas.
La popolarità del Beowulf è testimoniata dal numero sbalorditivo delle traduzioni: in inglese, nel corso del Novecento, ne è uscita in media una ogni due anni, e quella del poeta Seamus Heaney, apparsa nel 1999, è stata salutata come un grande evento letterario, capace di saldare il passato e il presente della poesia inglese. Ma anche in italiano esistono ben sette traduzioni complete: lo segnala Giampiero Brunetti nell'introduzione alla sua, che è appunto la settima. Troppe? No di certo, per un testo che si presta a una miriade di interpretazioni, scritto in una lingua meravigliosa ma così aliena da sembrare nata su un altro pianeta. Il Beowulf di Brunetti è appena uscito come numero 89 della ormai quasi leggendaria "Biblioteca Medievale": caso più unico che raro d'una collana che è trasmigrata attraverso tre o quattro editori diversi, approdando ora da Carocci, ma conservando sempre una veste grafica riconoscibile e un'identica qualità. Il volumetto non comprende soltanto la traduzione e il testo originale a fronte, ma un ampio saggio introduttivo che rende conto dei continui progressi dell'interpretazione; per dirne una, oggi siamo sempre più consapevoli del fatto che questa saga barbarica, ambientata in un remoto passato pagano, venne composta in un ambiente ormai profondamente cristianizzato, un dato volentieri sottaciuto nelle interpretazioni romantiche.
Cosa raccontano, dunque, gli oltre tremila versi che i due copisti trascrissero pazientemente mille anni fa, in un codice che nel frattempo è scampato fortunosamente a un incendio, ha cominciato a sgretolarsi nei margini e potrebbe anche, un giorno, ridursi in polvere fra le nostre mani, lasciandoci soltanto il suo fantasma fissato per sempre dalle riproduzioni digitali? Fra innumerevoli digressioni e peripezie secondarie, che qualcuno ha paragonato al vertiginoso intrecciarsi degli arabeschi nelle miniature anglosassoni, si dipana la storia del re Hrothgar, il cui popolo sta soccombendo alle incursioni notturne d'un mostro inafferrabile. A evocare la bestia sono stati la luce, il calore, i canti di gioia che si levano dalla sala ben riscaldata e illuminata in cui Hrothgar banchetta con i suoi guerrieri. Grendel è un gigante cannibale, discendente da Caino; vive solitario nelle paludi, e odia tutto ciò che dà calore e felicità all'uomo. Per ben dodici anni le sue apparizioni improvvise portano la morte e il lutto nel regno di Hrothgar, la grande sala si svuota, il re sprofonda nell'impotenza e in un'umiliante vecchiaia. Quando Beowulf, che vive in un altro paese, ascolta questa storia, raduna quattordici compagni e salpa per il regno di Hrothgar, deciso ad affrontare il mostro.
La notte del suo arrivo, quando Grendel fa irruzione nella sala, Beowulf gli si getta addosso e gli strappa un braccio unghiuto di artigli, che appende in segno di trionfo alla trave della sala. Il mostro mutilato fugge sanguinante verso le sue paludi; lì la traccia si perde, in uno stagno gonfio di sangue. I guerrieri festeggiano a lungo la vittoria, tra fiumi di birra, ma la loro gioia è di breve durata: la notte seguente, un altro mostro fa irruzione fra gli uomini ubriachi, seminando la morte. E' la madre di Grendel, un mostro anfibio che vive in una caverna sott'acqua in mezzo alle paludi, ed è venuta a vendicare il figlio e riprenderne il braccio. Non resta a Beowulf che accettare la nuova sfida: raggiunto lo stagno, vi s'immerge e subito attaccato dalla bestia la incalza fino alla sua dimora, una sala subacquea, dove ritrova anche il cadavere di Grendel. A fatica, l'eroe uccide la creatura femminile, mozza il capo a Grendel e con quel trofeo riemerge stremato alla superficie, mentre il sangue velenoso dei mostri dissolve la sua spada come se fosse ghiaccio, lasciandogli in mano soltanto l'elsa.
Beowulf, dunque, trionfa; ma la visione dell'autore è tragica, per nulla interessata a un lieto fine. Il Male incalza sempre, la faida tra l'umanità e i mostri non avrà mai fine, e dopo la gioia incombe sempre il dolore. Quando è chiamato all'ennesima impresa, affrontare un drago che devasta il suo regno, l'eroe sente pesare su di sé un oscuro presagio di morte. Nella lotta feroce la belva è alla fine uccisa, ma Beowulf è ferito a morte dalle sue zanne; il suo popolo gli celebra un grandioso funerale, ardendo il corpo su un'immensa pira carica di armi, mentre il corpo del drago è gettato in mare dalle scogliere e il suo tesoro è distribuito ai guerrieri; ma tutti sanno che non ne godranno a lungo. Altri nemici incombono, ad attenderli non è la gioia ma la guerra, e forse l'esilio e la morte:
«non suono d'arpa
sveglierà i guerrieri, ma il nero corvo»
E anche in questa capacità di esprimere, a tanti secoli di distanza, l'angoscia metafisica d'una cultura barbarica che non aveva altro dio se non la spada sta la grandezza del poeta cristiano.

György Lukács
il comunismo come "salto nella fede"
e il terrorismo "rivoluzionario"

Corriere della Sera 31.12.03
Cultura
E Lukács incantò Thomas Mann
di VITTORIO STRADA


Il momento più intenso che il terrorismo e la riflessione sulla sua legittimità etica hanno trovato nella cultura europea è legato alla biografia intellettuale di György Lukács, il filosofo marxista ungherese che è stato, assieme ad Antonio Gramsci, l’espressione più alta del «leninismo occidentale». Gli storici che hanno ricostruito la sua vita e il suo pensiero, come Arpad Kadarkay ha fatto nel modo migliore, sono concordi nel riconoscere che la fase centrale della sua formazione coincide con la grande crisi europea che va dalla guerra mondiale alla rivoluzione bolscevica, periodo in cui Lukács scrisse i suoi due capolavori Teoria del romanzo e Storia e coscienza di classe, opere che segnano il suo passaggio da una tormentata ricerca etico-religiosa all’adesione totale al comunismo. Fu, questo, uno degli episodi più straordinari e significativi della coscienza europea di quegli anni a livello sia intellettuale sia esistenziale, tanto che il giovane Lukács divenne il prototipo di un personaggio di uno dei maggiori romanzi del tempo: La montagna incantatadi Thomas Mann, dove appare nelle vesti del gesuita rivoluzionario Naphta, avversario di un’altra figura, Settembrini, quintessenza dello spirito democratico. La «conversione» di Lukács al comunismo leniniano fu un vero «salto della fede», una «scelta» kierkegardiana che l’opera successiva di Lukács «razionalizzò» all’estremo, senza però cancellare l’impulso «irrazionale» di base. In questa vicenda, il terrorismo occupa un posto essenziale perché il giovane Lukács fu attratto da quella che era e resta la forma più potente del terrorismo «classico»: quello russo, che lo affascinò attraverso l’opera di Boris Savinkov, un socialista rivoluzionario che - oltre a praticare sistematicamente il terrore contro il regime zarista - come nessun altro ne seppe esprimere la problematica psicologica e morale in opere letterarie di rilievo. Se si aggiunge che Lukács, alla vigilia della sua «conversione», fu un acuto lettore di Dostoevskij, geniale indagatore del delitto quale atto metafisico e metapolitico, sulla cui opera il pensatore ungherese ha lasciato appunti di straordinario interesse, e si aggiunge poi che egli fu legato da un breve e tormentato matrimonio con una affiliata del terrorismo russo, Elena Grabenkom, si capirà come il tema della violenza costituisse per il neofito bolscevico qualcosa di essenziale, un problema che egli doveva affrontare per giustificare a se stesso il passaggio dall’iniziale idealismo etico all’accettazione piena e attiva del terrore rivoluzionario.
Vivendo il comunismo come problema morale, Lukács nel 1919, nell’articolo Tattica e etica pone e risolve, a suo modo, il problema del terrorismo rivoluzionario, dell’imperativo rivoluzionario «Tu devi uccidere!», sentito da lui, a differenza della più parte dei suoi nuovi compagni di partito, come flagrante violazione dell’imperativo religioso «Non uccidere!». La contraddizione per Lukács si scioglie in un modo tipicamente russo, nello spirito del terrorismo rivoluzionario «classico», del quale Savinkov, con tanti altri conterranei, era stato l’espressione: il terrorista, uccidendo, «sacrifica per i suoi fratelli non solo la sua vita, ma anche la sua purezza, la sua morale, la sua anima». Egli sa di commettere un crimine e non ha alcun dubbio che «in nessuna circostanza l’omicidio deve essere approvato», ma sa anche che esso, tuttavia, «può avere, tragicamente, una natura morale». Per esprimere meglio questo pensiero Lukács cita le splendide e terribili parole dell’eroina del dramma di Friedriche Hebbel Judith: la bella ebrea Giuditta che - nell’omonimo libro della Bibbia, quando la sua città, Betulia, sta per cedere a Oloferne, il tremendo generale di Nabucodonosor - finge di passare dalla parte del nemico, concedendosi ad Oloferne, ma per decapitarlo poi nel sonno. Le parole di Giuditta che Lukács porta come giustificazione sofferta del terrorismo suonano: «E se Iddio avesse posto il peccato tra me e l’azione che mi è stata imposta, chi sono io perché possa sottrarmi ad esso».
Giuditta sa di commettere un «peccato», assassinando Oloferne (e chiederà ai suoi di ucciderla per timore di procreare un figlio dal nemico nell’amplesso che ha preceduto l’assassinio), ma sente il delitto come voluto da Dio, un imperativo dal quale essa non può esimersi. Così Lukács credeva di aver risolto il problema etico del terrorismo rivoluzionario, accettandolo come farà la sua proiezione romanzesca, Naphta, nella Montagna incantata, secondo il quale il compito del proletariato è «il terrore per la salvezza del mondo», fino ad arrivare al profetico verdetto che «non liberazione e sviluppo dell’io sono il segreto e l’esigenza della nostra epoca. Ciò in cui essa ha bisogno, ciò che brama, ciò che riuscirà a procurarsi è... il terrore».
Naphta vedeva il futuro più lucidamente del suo prototipo, Lukács, il quale nonostante il suo razionalismo marxista fondato su un atto di fede irrazionale, era ancora dominato da una visione etica anche nella giustificazione del terrore rivoluzionario: è vero che il Dio di Giuditta non era più il suo, essendo la divinità da lui adorata quella della Storia, ovvero la necessità immanente al processo storico rivelata da Marx, ma ciò che allora gli sfuggiva, e che egli stesso nell’Unione Sovietica avrebbe osservato di persona, è che con la rivoluzione bolscevica il terrorismo «classico» alla Savinkov era finito ed era cominciato un terrorismo totale e totalitario di massa, la cui espressione centrale diventò il Gulag. Come diceva con spietata ironia Anna Achmatova, un eroe dostoevskijano come Raskolnikov uccide per «idea» una vecchia usuraia e involontariamente sua sorella e poi si angustia per tutta la vita, mentre i boia bolscevichi ammazzano con un colpo alla nuca qualche decina di «nemici di classe» e poi vanno a riposarsi.
Il «leninista occidentale» Lukács, la cui coscienza non poteva non essere gravata dalla responsabilità dei successivi crimini della rivoluzione, ragionava ancora entro un orizzonte etico-religioso giudaico-cristiano, come l’esempio di Giuditta dimostra. Oggi il terrorismo, pur nella continuità del suo sviluppo, è entrato in una fase nuova, successiva a quella «classica», ancora cristiana, e a quella atea, comunista (e nazionalsocialista), una fase anch’essa religiosa, ma di una religione (e civiltà) diversa che giustifica senza remore l’uccisione in massa di innocenti fortuitamente prescelti e il suicidio simultaneo dell’omicida, votato a una remunerazione ultraterrena, oltre che alla gloria postuma di chi è reputato martire. Anche la storia del terrorismo conosce un suo macabro progresso sulla via verso il nulla, a partire dai lontani patemi d’animo di un Lukács e dei «suoi» terroristi dostoevskijani.

laicità e libertà sono principi antitetici?
...in Francia...

Corriere della Sera 31.12.03
La proposta francese di vietare il velo islamico nelle scuole pubbliche ha suscitato un'ondata di critiche in molte comunità musulmane e in diversi Paesi occidentali...
di Massimo Nava



PARIGI - La proposta francese di vietare il velo islamico nelle scuole pubbliche ha suscitato un'ondata di critiche in molte comunità musulmane e in diversi Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, per una volta in sintonia nel denunciare un attentato alle libertà individuali e alla libertà religiosa e la tentazione, tipicamente francese, di ricorrere a un divieto dal sapore giacobino e anticlericale.
Per inciso, proprio ieri lo sceicco Mohammed Sayed Tantawi, una delle massime autorità dell’Islam sunnita, ha detto che il velo è un obbligo solo nei Paesi musulmani e che quindi la Francia ha diritto di vietarlo. Anche il dibattito apertosi in Francia risente di riserve e critiche che trapassano comunità e schieramenti politici. I «crociati» della laicità dello Stato avrebbero voluto un proibizionismo più marcato, le componenti liberal temono una reazione confessionale e quindi un'ostentazione provocatoria. Molti osservatori notano che il velo, più che coprire il capo delle allieve musulmane, è la foglia di fico su problemi che la Francia stenta ad affrontare: disagio delle periferie, fallimento dell'integrazione, crescente populismo xenofobo. Per comprendere meglio, qualche precisazione è d'obbligo. Non è vero che la Francia ha deciso di vietare il velo islamico, anche se questo è il messaggio percepito dall'opinione pubblica. Si tratta di una proposta avanzata dal presidente della Repubblica, Jacques Chirac, sulla base di una vasta indagine condotta da una commissione di saggi in rappresentanza di tutte le componenti culturali e religiose. La commissione non si è limitata a discutere di veli e crocefissi, ma ha evidenziato il nuovo paesaggio s pirituale di una società davvero multiculturale: ha indicato una strada di tolleranza e apertura, non di oscurantismo e repressione. Per esempio proponendo l'insegnamento della storia delle religioni nelle scuole e la possibilità di alimenti differenziati nelle mense. La proposta francese non si riferisce al solo velo islamico, ma a tutti i simboli religiosi esibiti con evidente ostentazione o finalità di proselitismo. Una legge, ancora da scrivere e approvare, restringe comunque il campo alla scuola pubblica secondaria, dove l'esigenza di una regola condivisa era particolarmente avvertita. Basti ricordare il dibattito lacerante, nella stessa comunità musulmana, fra allieve che considerano il velo un diritto, per ragioni di pudore e tradizioni religiose, e allieve che l o denunciano come un'imposizione di padri e fratelli fondamentalisti. E' probabile, come sostengono i critici, che una legge sia la risposta sbagliata e provochi effetti peggiori, ma nel processo alle intenzioni della Francia dovrebbe essere considerata almeno un'attenuante la volontà di garantire, con la liberté dell'individuo, anche l' égalité delle opportunità e la fraternité della convivenza civile, quindi la garanzia di un'offerta neutra e laica del servizio pubblico e soprattutto dell'istruzione. Negli ultimi mesi, la Francia è stata accusata di aver rotto il fronte occidentale per la guerra all'Iraq e di qualche eccesso di benevolenza nei confronti del mondo islamico, magari con l'opportunismo di tenersi buoni i musulmani di casa propria, la più grande comunità in Europa. Nello stesso tempo, il Paese si è trovato all'indice per manifestazioni endemiche di antisemitismo e xenofobia, fenomeni aggravati da tendenze nuove, come l'islamofobia che fa crescere l'estrema destra e l'antisemitismo di giovan i immigrati musulmani, soprattutto nelle scuole delle periferie. Oggi la difesa della laicità dello Stato, cornice di un Paese che da secoli è terra d'accoglienza per tutti, fa gridare all'attentato alle libertà individuali. In particolare dei musulmani, che trovano avvocati anche fra coloro che spesso denunciano l'oscurantismo del Corano e il rischio di estinzione della cultura occidentale. La legge sui simboli religiosi è probabilmente il riflesso della crisi d'identità di un Paese che s'interroga sulle proprie ambizioni, ma è strano che sia anche occasione di processi, come se un Paese sbagliasse a voler difendere i valori fondamentali della propria storia. Alla ricerca di se stessa, all'interno e sulla scena internazionale, la Francia si aggrappa alla storia passata (la Rivoluzione) e recente (de Gaulle). Può essere che questa scelta risulti anacronistica, come l'illuminismo e la «Vecchia Europa», ma i «giacobini» francesi continuano a credere che laicità e libertà non siano principi antitetici bensì pilastri di una moderna democrazia. E' questo il messaggio che la Francia lancia anche al mondo islamico, forse in modo meno traumatico delle libertà esportate con campagne militari.