lunedì 22 marzo 2004


dal forum di MAWIVIDEO.IT

oltre alle precedenti

sono disponibili sul sito di mawivideo.it

la 3ª lezione della prof.ssa
Francesca Fagioli

la 4ª e la 5ª lezione del prof.
Andrea Masini

la 3ª lezione del prof.
Massimo Fagioli


tenutesi tra venerdì 19.3.04, e sabato 20.3.04

all'Università di Chieti

Marco Bellocchio a New York

New York Times March 21, 2004
BAMCINÉMATEK at BAM ROSE CINEMAS


Tribute to Marco Bellocchio. Today, 2, 4:30, 6:50, 9:10: Mr. Bellocchio's "My Mother's Smile." Thur., 4:30, 6:50, 9:10: "The Conviction." Fri., 2, 4:30, 6:50, 9:10: "The Prince of Homburg." Sat., 7: "Good Morning, Night"; discussion with Mr. Bellocchio follows.

New York Post March 21, 2004
GOOD MORNING, MARCO


MARCO Bellocchio's provocative films don't get many screenings in New York, a condition that BAM Rose Cinemas is helping to correct with a mini-retro.
The tribute includes a question-and-answer session with the 64-year-old Italian filmmaker after Saturday's 7 p.m. screening of "Good Morning, Night" (2003).
That's his politically charged drama about the kidnapping and murder of Italian Prime Minister Aldo Moro by Red Brigade terrorists in 1978.
Bellocchio's audacious feature debut, "Fists in the Pocket" (1965), unspools Wednesday.
Lou Castel is outstanding as a teenage epileptic driven to obscene acts of violence in a work that BAM film publicist Molly Gross calls "amazing on all levels." Critic Elliott Stein will impart words of wisdom after the 6:50 p.m. showing.
Also in the series, running through March 28, are "My Mother's Smile" (2002), "The Conviction" (1990), "The Prince of Homburg" (1997) and "The Nanny" (1999).
BAM Rose Cinemas is on Lafayette Avenue, off Flatbush Avenue, in Brooklyn; www.bam.org

due articoli di Simona Maggiorelli:
sulla mostre su Klee, e su quella su Rubens, e l'arte "mordi e fuggi"

Europa quotidiano, sabato 13 marzo 2004
Klee, Mediterraneo di colori
di Simona Maggiorelli


Al Vittoriano di Roma, da oggi, una mostra sull’incontro fra Klee e i paesaggi italiani. Una rotta verso sud che il pittore svizzero prese fin dal 1901, lasciati i corsi d’Accademia con Franz von Stuck. Inseguendo il mito letterario dell’Italienische Reise, ricorda il curatore Cluadio Strinati. Poi Klee tornerà ancora nel ’13, dopo l’esperienza del Cavaliere Azzurro, l’incontro con Kandinsky e il lungo viaggio in Tunisia. E visiterà la Sicilia nel ’24 passando per Taormina, Siracusa e Gela. Fino all’incontro con gli intellettuali, alla Biennale di Venezia del 1930 (anche se Klee non andò a vedere la piccola retrospettiva che gli era stata dedicata perché non amava Venezia, gli sembrava troppo austriaca). E oltre. Con molti soggiorni in Toscana e sulle coste del sud. Una lunga fedeltà all’Italia e alle luci del Mediterraneo a cui il pittore svizzero dedicò molta parte della sua opera. Centottanta tele, per la maggior parte provenienti dalla Fondazione Klee di Berna e dalla raccolta del figlio Felix, fanno il corpus della mostra romana “Paul Klee, in questo Paese”, che resterà aperta fino al 27 giugno.“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è” annotava Klee nel suo diario. Un’idea di ricerca che il pittore non abbandonò mai. Da qui nascono anche i paesaggi dipinti in Italia. Segni quasi calligrafici che galleggiano in un bruciante rosso. Paesaggi scomposti secondo coordinate geometriche, moduli ripetitivi di un’infinita variazione sul tema. Sembra un linguaggio gioioso, infantile, invece, è un drammatico susseguirsi di visioni senza tregua o un attimo di quiete. L’uomo e la natura si fanno labirintici nella sua opera. Come è stato notato, Klee non cerca di far emergere l’inconscio. Cerca le strutture primarie di ciò che vede, “vuole toccare il fondo, il principio”; il suo è un metodo di analisi. E sotto il colore sfolgorante si sente sempre una sottile angoscia. Da un quadro all’altro i medesimi temi che si rincorrono. Al massimo può cambiare la disposizione degli ingredienti, degli intrecci fra colore, poesia, geometria, filosofia, sogno, musica. Una materia, quest’ultima che Klee conosceva bene. Suonava il violino fin da quando era piccolo e più volte ha dichiarato di voler tentare di rappresentare plasticamente la musica. “Poche opere sono altrettanto vicine alla polifonia di quelle di Klee” ha scritto Paul Boulez, in un lungo saggio sul pittore svizzero. Una rappresentazione plastica della musica che spesso assume le sembianze di un paesaggio astratto. “Dipingo un paesaggio un po’ come la vista che si offre guardando dalle montagne della Valle dei Re verso la terra fertile- scriveva Klee alla moglie Lily nel ’29 – la polifonia tra il fondo e l’atmosfera deve essere mantenuta le più tenue possbile”.


Europa quotidiano
Mentre Rubens debutta a Genova, “capitale della cultura 2004”
Dilaga l’arte mordi e fuggi

Centinaia di mostre, spesso duplicazioni e triplicazioni, in città e provincia. Grandi eventi e manifestazioni di promozione turistica, con lo slogan “un campanile una mostra”. Da Varese a Torino, da Ferrara a Rimini, maestri come Chagall, Mirò, Guercino e un autentico reticolo delle avanguardie storiche, surrealismo, minimalismo, pop art, iperrealismo. Purtroppo le manifestazioni fanno più notizia della nascita di un museo o di nuove raccolte che possano diventare patrimonio stabile della città.
di SIMONA MAGGIORELLI


Una concentrazione altissima di mostre al debutto. Quasi in contemporanea. In questo primo scorcio di primavera se ne contano quasi un centinaio. Non solo nelle “solite” città d’arte, ma anche in piccoli centri di provincia, che si autopromuovono come meta turistica, sulle rotte di invitanti gite fuori porta. Insomma, ogni campanile, una mostra. O quasi. Nessun assessorato, di fatto, rinuncia al suo fiore all’occhiello. Le mostre, si sa, offrono la garanzia di un ritorno immediato di immagine, fanno notizia assai di più della nascita o della riapertura di un museo, del lento e stratificato lavoro culturale che necessita la costruzione di una collezione d’arte che poi possa diventare stabilmente patrimonio culturale di una città, per una consuetudine con l’arte che non sia solo “mordi e fuggi”. Ma, tant’è, il paniere è ricco, e merita senz’altro una qualche mappatura, anche se non sempre è facile distinguere il grano di iniziative sostanziate da studi e nuove ipotesi di ricerca, dal miglio di operazioni di più spudorato marketing; zigzagando fra le tante proposte di pregio e altre che insistono sugli stessi autori e temi, finendo per contendersi la medesima tranche di pubblico.
Se non un doppione, certo presenza ridondante appare la triplice occorrenza di Chagall: a Villa Ponce de Leon di Gavirate (Varese), fino al 12 aprile sono esposte 150 incisioni realizzate tra il ’31 e il ’56 e appena restaurate, tratte dalla lettura chagalliana della Bibbia. La stessa mostra, con qualche variante, a partire dal 25 aprile, al museo ebraico di Genova. Intanto, dal 25 marzo, debutta alla Gam di Torino una retrospettiva con 150 opere dell’ultimo Chagall, il più prolifico e cristallizzato su visioni fantastiche del circo e di saltimbanchi, ma anche su storie di patriarchi e immagini religiose rilette in chiave eterodossa.
Sul versante delle antiche culture del sud America grande attenzione intorno a Messico e Perù. Mentre si è appena conclusa la mostra fiorentina dedicata all’arte peruviana preispanica, lo stesso Aimi ne squaderna un’altra, fino al 2 maggio, nel Castello Sforzesco di Milano. In Palazzo Ruspoli, a Roma, intanto, da oggi al 18 luglio, una monografica dedicata agli Aztechi, annunciata come la «più vasta e completa realizzata fuori dal Messico». Certamente, meglio un parto trigemino che il vuoto.
Ma forse un po’ più sensibilità organizzativa nella scelta del periodo di programmazione, non avrebbe guastato.
Nell’ambito delle mostre dettate più da investiture politiche che da esigenze di ricerca, debutta oggi la monografica che Genova, capitale europea della cultura, dedica a Rubens. In Palazzo Ducale, Palazzo Spinola e Palazzo Rosso sfilano per la prima volta insieme le opere delle collezioni private delle famiglie genovesi, con prestiti dal Louvre, dalla National Gallery e dal Getty Museum di Los Angeles. In tutto 150 opere, con capolavori di Raffaello, Tiziano, Veronese, Van Dyck, Gentileschi, Reni e 15 tele di Rubens. La sottolineatura da grande evento, certo, non manca, ma sulla carta non mancano nemmeno forti motivi d’interesse.
Nella articolata rassegna che resterà aperta fino all’11 luglio, le opere del pittore fiammingo, viaggiatore e poliglotta – “pittore europeo ante litteram”, come spesso è stato detto – raccontano la storia della Repubblica genovese, attraverso quella delle famiglie che nel ‘600 resero la città ricca e con molti rapporti internazionali. Una storia genovese in qualche modo rimossa, messa da parte, con l’unità d’Italia e la “piemontizzazione” della città, che sparse per le vie genovesi più statue di Colombo e di Mazzini (al fin fine neanche genovesi) che riconoscimenti ai Doria, ai Costa, ai Raggi e alle altre casate che fecero di Genova una capitale della finanza internazionale. Proprio i nomi di queste e altre famiglie illustri del ‘600 genovese scandisce il ritmo delle dodici sale in cui si articola la mostra in palazzo Ducale.
Pitture e argenti, tele e suppellettili preziose. Con questo intercalare il curatore Piero Boccard ha voluto rendere chiaro come per famiglie come i Doria arte e gioielleria rappresentassero alla stessa stregua “beni di rifugio” su cui investire.
La traccia del collezionismo e dalla ricostruzione dell’egemonia culturale esercitata da alcuni potenti committenze private attraversa anche due importanti mostre in Emilia Romagna e nelle Marche. A Ferrara, fino al 13 giugno, si celebrano gli Este. Nel Castello ferrarese, il proto umanesimo di Donatello e Mantegna, la fantasia ariostesca e capricciosa di Dosso Dossi, il genio alchemico di Cosmé Tura, il colorismo veneto di Tiziano.
Oltre 200 opere in un percorso disegnato da Gae Aulenti e curato da Jadranka Bentini, che ripercorre il mecenatismo di Ercole I e Alfonso I, la cultura illuminata della loro corte rinascimentale.
Più a sud, in diverse città marchigiane, dal 4 aprile, si ricostruisce la storia della committenza dei duchi Della Rovere, di fatto i primi signori del ‘500 italiano a capire la miopia di una politica basata su continue ambizioni espansionistiche; i primi a cercare una risonanza oltre confine costruendosi una fama di mecenati, colti e raffinati. Così, insieme ai celebri ritratti di Francesco Maria I e di Eleonora Gonzaga di Tiziano, i ritratti ieratici del Bronzino, la bizzarria manierista di Berruguete e molto altro. Tra Urbino, Pesaro, Senigallia e Urbania, una tetralogia di mostre curate da Paolo Del Poggetto con Antonio Paolucci e altri.
Fra le mostre monografiche di maestri dal ‘400 al ‘600, in Palazzo Strozzi di Firenze – se ne è già parlato su queste pagine – va in scena la “fragile felicità” di Botticelli e Lippi, con la serie di capolavori della trasferta parigina arricchita per questa rentrée.
Alla Pinacoteca di Empoli, Carlo Sisi e Antonio Natali varano la prima ampia retrospettiva di Jacopo Chimenti da Empoli, protagonista della pittura fiorentina fra ‘500 e ‘600. Dal 27 marzo al 27 giugno, a Rimini nuova finestra sul ‘600, con L’inquieto Guercino nella Rocca Malatestiana. Firmata a più mani, da Bentini, Emiliani, Paolucci, Mazza, una mostra con 250 opere che presenta il risultato di 5 anni di ricerche e restauri, con alcuni inediti e tele poco viste, conservate in posti fuori mano.
Nell’ambito del contemporaneo, invece, si fanno più rade le proposte che esulino dal già visto, dalla riproposta dei soliti noti della pittura – pop art, minimalismo, transavanguardia ecc.
– dalle solite “rockstar” che infiammano il mercato e i media soprattutto televisivi. A parte Klee al Vittoriano, l’unica ampia rassegna dedicata a un autore delle avanguardie storiche, in questa congiuntura, è quella in Villa Olmo a Como Jean Mirò, alchimista del segno: un percorso di 150 opere del pittore catalano, fra pitture, sculture, arazzi e ceramiche, opere perlopiù del periodo meno dirompente e più prolifico, quello fra gli anni ’60 e ’70. Schegge di quegli anni anche in Palazzo dei Diamanati a Ferrara, con la prima retrospettiva italiana di Rauschenberg (fino al 16 giugno), precursore del minimalismo e della Pop art e ancora oggi sperimentatore di tecniche e materiali, soprattutto in intrecci con le arti sceniche. Dal 18 aprile, poi, il viaggio all’interno degli universi sgargianti della pop art idealmente prosegue alla Civica di Modena, dove è di scena l’arte della Swinging London. Sono le immagini fumettistiche e psichedeliche di Pop Art UK, da Clive Barker a Allen Jones. Pesca direttamente fra i miti dell’universo pop e della canzone la mostra Strange Messenger, opere grafiche e pittoriche di Patti Smith, al Padiglione d’arte contemporanea di Ferrara. Ci sarà anche lei, la diva degli anni ‘70 all’inaugurazione in programma questo pomeriggio alle 17,30 nello spazio espositivo di Corso Porta Mare. E mentre i grandi centri, Roma e Milano ancora languono di proposte (al neonato Maxi fino al 16 maggio, Alessandro Anselmi e Roberto Scezen, un architetto e un fotografo in doppia mostra e al Macro diretto da Danilo Eccher, le personali di Nicola De Maria, Elisabetta Benassi e Martin Pascal Tayou fino al 30 aprile), al Pecci di Prato, un’interessante retrospettiva dedicata a due artisti Domenico Gnoli e Francesco Lo Savio degli anni ’50 e ’60, stranamente quasi più noti all’estero che in Italia. Curata dall’ex condirettore del Centre Pompidou Daniel Soutif e da Bruno Corà, due percorsi paralleli a confronto, stessa generazione e sperimentazioni antitetiche: a tratti iperealista quella di Gnoli rappresentato con oltre 200 opere; astratta e concentrata sul rapporto spazio luce e sulla tridimensionalità architettonica quella di Lo Savio. In coda, la segnalazione di una massiccia presenza di iniziative firmate Vittorio Sgarbi. In queste settimane due mostre: dal 27 marzo ad Arezzo, Da Picasso a Botero, percorso ecumenico, fra artisti e decoratori, sul filo “della trascendenza metafisica nel Novecento”.
E dal 3 aprile ad Ascoli Piceno La ricerca dell’identità da Tiziano a De Chirico: ricerca ambiziosa dal ‘500 a oggi, che rispolverando studi freudiani sull’arte, di cui nel frattempo è stata dimostrata l’assoluta inattendibilità, pretende di chiarire “i meccanismi d’azione dell’inconscio” e attraverso i ritratti di pittori come Licini e Pirandello di inverare “la teoresi stessa della scissione dell’identità”. Ignorando gli sviluppi della scienza psichiatrica, asserendo che la malattia mentale sia la normale condizione umana.

domenica 21 marzo 2004

la prima del Rigoletto di Marco Bellocchio

Libertà 21.9.04
Parlano il direttore della Mostra di Venezia e l'attore
Tra il pubblico Marco Müller e Alessio Boni: «Regia moderna ma senza stravolgimenti»
di Gian Carlo Andreoli


Tra il pubblico che ieri sera ha affollato il Municipale per la “prima” del Rigoletto anche volti noti del mondo del cinema e della televisione. Presente nel palco reale il produttore e neodirettore della Mostra del cinema di Venezia Marco Muller, amico di Bellocchio, invitato dal regista stesso. Ovviamente l'occhio di Müller si ferma sul lavoro registico. «Ho apprezzato la regia - dice - perché ha trovato la distanza giusta. Nella lettura di Bellocchio ho letto il senso del cambiamento di quegli anni. Direi un disegno weimariano all'italiana, una storicizzazione che rende accettabile e significativa l'attualizzazione dell'opera. Se Bellocchio avesse operato un aggiornamento ancor più radicale e vicino ai nostri tempi probabilmente sarebbe stato difficile da accettare. Invece così si coglie bene il senso del cambiamento politico e il lato minaccioso dell'opera. Molto bello il contrasto luci e ombre, che genera insicurezza generale». Ha senso portare al cinema le opere oggi? «Sì - risponde Müller perché il cinema comunque crea un mondo straordinario, letto attraverso una lente di ingrandimento e quindi ci dona una fissazione del reale straordinaria». In platea siede anche un idolo delle giovanissime, l'attore Alessio Boni (da medico di "Incantesimo" al ribelle di "Un prete tra noi" in tv, consacrato al cinema da "La meglio gioventù" di Giordana). «Sono sul set a Torino con Claudio Amendola - dice - e siccome stavo tornanod a Roma ho fatto una capatina a Piacenza per questo Rigoletto. Sa, io sono appassionato di lirica. Devo dire che l'allestimento mi piace. La regia di Bellocchio la trovo moderna senza “disturbare” tuttavia il senso del dramma verdiano. Marco è stato bravo a far muovere tutta la scena e ad esprimere attraverso le luci la vivacità della vicenda». Tra i giornalisti presenti anche Angelo Foletto, critico di Repubblica ed ex insegnante al Nicolini. Telegrafico il suo commento. «Non c'è nulla di innovativo in questo allestimento. Finora tra i registi di cinema prestati all'opera mi ha soddisfatto solo Bertolucci».

Sergio Castellitto e Marco Bellocchio

Corriere Adriatico 21.3.04

PALERMO - "Reciterò in un film di Marco Bellocchio ambientato in Sicilia, di più per il momento non posso dire". Sergio Castellitto lo ha detto a Palermo durante la presentazione del suo nuovo film 'Non ti muovere'.

«lo scienziato e l'artista si rivelano davvero poeti e cioè creatori, nella loro opera come nella loro esistenza»

Corriere della Sera 21.3.04
L’INTERVENTO
Bruno, Cartesio, Copernico: le favole del pensiero
di GIULIO GIORELLO


«Gli dei pigliano piacere nella moltiforme representazione di tutte cose, e frutti moltiformi de tutti ingegni». Così nel 1584 Giordano Bruno, il filosofo che si definiva «lodato da pochi, approvato da nessuno, perseguitato da tutti». Ma non è questa anche la sorte della novità scientifica, quando ancora è un «embrione» e non «trama», cioè configurazione capace di rompere con la costellazione dei pregiudizi stabiliti? Lo hanno sperimentato sulla loro pelle uomini come Copernico e Darwin, colpevoli l’uno di aver «messo in movimento» il nostro globo, l’altro di aver mostrato che il mondo del vivente è in perpetua evoluzione - due vere e proprie «scoperte», perché quel tipo di movimento-mutamento sfugge ai nostri sensi e va oltre l’esperienza quotidiana. Lo scopritore è sempre un narratore: Colombo descrisse minuziosamente la sua conquista del Nuovo Mondo; Copernico si prese la briga di raccontare come aveva imparato a diffidare delle apparenze; Darwin si fece cronista del proprio viaggio intorno al globo - per non dire di Bruno, che mise in scena la sua ricerca di quel Dio «che è dentro di noi, più che noi siamo dentro noi stessi» (e scontò questa scoperta sul rogo in Campo dei Fiori, 17 febbraio 1600). La rappresentazione della realtà è davvero multiforme! Lo può constatare qualunque spettatore, al cinema. E la narrazione cinematografica, prodotta dallo scorrere dei fotogrammi di una pellicola, è una metafora ancora imperfetta di una storia. Quello che importa, infatti, non è la linearità della sequenza, ma la complessità delle forme che producono la trama.
Una particolare disciplina scientifica, l’embriologia, ci fa capire come qualsiasi vita sia una continua metamorfosi di un individuo che, proprio in questo mutare, si definisce sullo sfondo del proprio ambiente. Questo vale anche, a tempi più lunghi, per l’evoluzione delle specie viventi per selezione naturale; nonché, su scala ancor più grande, per quella che nel Seicento si chiamava la «fabbrica dei cieli» - pianeti, stelle, galassie e forse l’intero nostro universo, il quale ha una storia, anzi è storia. Con tutte le nostre audaci ipotesi cosmologiche e i potenti telescopi fissi od orbitanti attorno alla Terra, noi ne siamo i modesti cronisti, ne raccontiamo cioè dei frammenti, e forse ci sfugge il senso della trama complessiva. Giordano Bruno paragonava l’opera del «filosofo della natura» (oggi diremmo scienziato) a quella di un pittore che raffigura «qui una nuvoletta, là uno straccio di cielo»; ma, al contrario degli ordinari pittori, non può mai prendere le giuste distanze da quel che rappresenta, perché appartiene al «quadro» stesso che viene delineando. È questo suo essere al contempo soggetto e oggetto della rappresentazione che fa di lui l’autentico narratore di una vicenda in cui ne va sempre della sua vita.
Prendo a prestito una battuta di Nuccio Ordine (dal suo bellissimo "La soglia dell’ombra", Marsilio, Venezia 2003): «Scrivere la vita e vivere la filosofia». È il destino che liberamente si sceglie qualunque grande scienziato o qualunque grande artista. Sia l’uno sia l’altro si rivelano davvero poeti e cioè creatori, nella loro opera come nella loro esistenza. Proprio per questo, nel nostro mondo che pur si pretende scettico e disincantato, non è mai venuto meno il mito (la parola, in origine, voleva dire «discorso vero») come capacità di riscrivere di continuo il grande libro del mondo. Appunto come capitava al grande Cartesio, quando i suoi detrattori (in realtà gli facevano un complimento) dicevano che la sua opera si sarebbe potuta intitolare Il Mondo è una Favola . E come diceva il maligno Giovenale di Ulisse, che inventava il proprio mito mentre narrava le sue peripezie «agli sbalorditi Feaci».

Pistoia: rinviata a giudizio una psichiatra
allieva del celebre professor Giovan Battista Cassano

una segnalazione di Marco Pettini

Repubblica, edizione di Firenze 20.3.04
La dottoressa non informò correttamente la madre della piccola paziente
Terapia sperimentale a giudizio il medico

La cura contro l'obesità le procurò emicranie, depressione e una allucinazione
Il farmaco sarebbe stato prescritto in dosi superiori a quelle consigliate
di FRANCA SELVATICI


PISTOIA - La dottoressa Donatella Marazziti, 48 anni, professore associato di psichiatria presso l´università di Pisa, è stata rinviata a giudizio dal Gip Ernesto Covini per lesioni volontarie aggravate. Il processo comincerà l´11 maggio nella sede distaccata di Monsummano. La psichiatra, allieva del celebre professor Giovan Battista Cassano, è accusata di aver prescritto nel 1999 un farmaco antiepilettico, il Topamax, a una bambina di 12 anni che pesava 120 chili e che la madre, angosciata per l´inefficacia delle cure e delle diete fino ad allora tentate, le aveva portato nel suo studio di Montecatini. Il Topamax era un farmaco sperimentale per la cura dell´obesità. Secondo le accuse, la dottoressa Marazziti avrebbe dovuto spiegarlo chiaramente alla madre della bambina e prescriverlo solo dopo aver acquisito il suo espresso consenso. Inoltre la dottoressa è accusata di aver fatto assumere la medicina in dosaggi superiori a quelli raccomandati. La psichiatra era convinta, e lo è ancora oggi, che il farmaco fosse non soltanto efficace per ridurre l´assunzione di cibo, ma anche tollerato in maniera eccellente dai bambini. La sua giovanissima paziente, però, non perse neppure un chilo. Per contro, durante i mesi in cui assunse il Topamax manifestò sonnolenza, incubi, emicrania, depressione, eccitabilità e un episodio di allucinazione. Disturbi che, secondo i familiari, non sono cessati dopo l´interruzione della cura.
Racconta la madre: «La bambina dormiva sempre. Era molto pallida, sbavava, i cuscini erano bagnati. Aveva formicolii alle gambe, cefalea, febbre, diarrea. Quando informai la dottoressa, aumentò la dose. La ricercai altre volte ma non la trovavo mai. A scuola la bambina si addormentava sul banco. Un giorno andò dalla preside, spaventatissima, perché aveva "visto" il professore di musica prendere i bambini e metterli nei sacchi della spazzatura. Non scherzava. Era convinta».
L´inchiesta è stata lunga e tormentata, quasi un campo di battaglia fra consulenze, perizie, due richieste di archiviazione e infine la decisione del Pm Ornella Galeotti di chiedere il rinvio a giudizio. La famiglia della bambina è parte civile con l´avvocato Luca Cianferoni. La dottoressa Marazziti, assistita dal professor Tullio Padovani, è intervenuta ieri in udienza per difendere le sue scelte terapeutiche, la sua correttezza e la stessa scuola medico-psichiatrica alla quale deve la sua formazione. Indicata dal Dossier Medici della rivista Class come uno dei più importanti psichiatri italiani, la psichiatra è autrice, fra l´altro, di una ricerca sulle radici biochimiche dell´innamoramento e sulle alterazioni dei livelli di serotonina negli innamorati. Grazie a questo studio, è stata insignita nel 2000, insieme con il suo maestro Giovan Battista Cassano e con la collega Alessandra Rossi, nel 2000 del premio Ig-Nobel, l´anti-Nobel assegnato dalla rivista Annals of Improbable Research.

Emanuele Severino sulla pace e sulla guerra

Corriere della Sera 21.3.04
«Voglia di pace? Un’illusione Il mondo non sarà mai innocente»
Il filosofo Severino: «Il conflitto è tra il passato e la civiltà tecnica di oggi L’unica speranza è che il progresso aiuti i poveri prima che sia troppo tardi»


Ieri in tutto l’Occidente, per il primo anniversario della guerra in Iraq, grandi manifestazioni di massa hanno chiesto «pace». Si è gridato che la fine dei conflitti è l’unica strada per fermare il terrorismo, l’unico modo per bloccare la mano a coloro che stanno tenendo in scacco le nostre vecchie società. Abbiamo parlato di questo con Emanuele Severino, il filosofo che più di ogni altro ha studiato le radici della violenza.

Professor Severino, cosa ne pensa delle guerre attuali? Le ricordo che nel mondo ce ne sono circa venticinque in corso, di cui solo qualcuna interessa noi...
«Quelle che interessano a noi sono le più gravi. Noi siamo daccapo coinvolti in una conflittualità di carattere planetario. Sta venendo alla luce che il vero contrasto non è tra Islam e Cristianesimo, o tra Islam e "impero del male", ma tra il passato dell’Occidente e la contemporaneità, cioè la civiltà della tecnica. E al passato l’Islam appartiene non meno che il Cristianesimo».

Ma allora qual è la via da battere per trovare la pace?
«La via non è il risultato di un progetto, perché lo stesso progettare appartiene all’essenza della violenza e della guerra. La via però c’è e consiste nel tragitto inevitabile che conduce non alla pax americana ma alla pax tecnica».

Ma perché il progettare fa parte della violenza? Senza un progetto cosa possiamo fare?
«La via di cui parlo non è qualcosa d’irrazionale. Il progettare sottintende la disponibilità delle cose alla volontà dell’uomo. Ma quando si comincia a pensarle così disponibili, esplode perciò stesso la volontà di impadronirsene, modificarle, produrle, distruggerle. E questi atteggiamenti sono la condizione primaria della violenza. Progettare è comandare e il comandamento di "non uccidere" è la radice dell’omicidio perché presuppone la nullità costitutiva dell’uomo».

Ma allora uccidiamo i nostri simili partendo da un comandamento che invita a fare il contrario?
«Sì, perché è proprio la nostra cultura a pensare che gli uomini e le cose siano di per sé nulla, e questo pensiero che sta alla radice del comandamento di "non uccidere" è l’omicidio fondamentale e originario».

Ma allora cosa significa dichiarare una guerra?
«Significa rendere esplicito ciò che noi chiamiamo pace e che è regolato dal comandamento di "non uccidere". La pace è l’omicidio mascherato e la guerra è l’omicidio palese».

Ma lei professore non pensa che tutti coloro che ieri hanno manifestato nel mondo per la pace credano qualcosa di opposto? Per loro la pace è l’assenza di ogni guerra...
«Certo che lo credono, ma si illudono. Che lo credano e lo sperino, è fuori discussione».

Perché si illudono?
«Da un lato credono che la volontà, e quindi la volontà di pace, possa essere innocente, mentre la volontà non lo è mai: è sempre violenza. Dall’altro lato non ci si rende conto che il mondo sta andando verso quella forma estrema di violenza che sarà sì riuscita ad eliminare tutte le guerre sanguinose, ma non per questo sarà più innocente; ed è ciò che prima ho chiamato pax tecnica».

Ma il nichilismo cosa c’entra in questo suo discorso?
«Sin dall’inizio, rispondendole, mi riferivo al nichilismo; solo che si tratta di capire il senso autentico del nichilismo».

Qual è questo senso?
«Non le sembra che prima, parlando della convinzione che l’uomo sia originariamente un nulla, ci si sia avvicinati a questo senso autentico?».

Professore ma ieri milioni di persone hanno urlato la loro voglia di pace...
«Lei all’inizio mi ha amabilmente spinto verso le questioni ultime, ma in questi casi sarebbe opportuno lasciarle alla fine e incominciare appunto, come lei ora suggerisce, da ciò che immediatamente percepiamo. Quei milioni di persone indubbiamente costituiscono un fatto rilevante di cui i politici non possono non tener conto. Mi sorprende che a protestare contro la guerra e il terrorismo le masse occidentali non si trovino insieme alle masse islamiche. Non avvenendo mi sembra il segnale di un pericolo».

E cosa ne pensa dei tafferugli italiani? Fassino ha dovuto lasciare il corteo...
«Sono questioni meno rilevanti. Ma sono il sintomo della complessità del problema».

Può aiutare la pace un minor egoismo da parte dei Paesi ricchi?
«Se i ricchi per dare ai poveri fossero disposti a ridurre in modo consistente il loro tenore di vita, forse. Ma c’è il timore che lasciando che anche gli altri si aggrappino alla barca dei ricchi, questa vada a fondo trascinando con sé gli uni e gli altri. Più realistica è invece la possibilità che la tecnica soddisfi i bisogni dell’umanità povera prima che sia troppo tardi, ovvero prima che i poveri cerchino di buttare fuori dalla barca i ricchi».

Leopardi

Corriere della Sera 21.3.04
CLASSICI
Una ribellione contro la cruda concretezza della vita adulta
Sul «limitare di gioventù», tra speranze e tristi presagi
di Giorgio De Rienzo


Guai se una femminista dei nostri giorni leggesse l’epistolario di Leopardi: darebbe fuoco ai Canti . «La freddezza e l’egoismo d’oggi dì, l’ambizione, l’interesse, la perfidia, l’insensibilità delle donne che io definisco un animale senza cuore, sono cose che mi spaventano», scrive Leopardi nel 1820 a un amico. Le lettere da Recanati sono sempre cariche di invettive contro la «frivolezza» e la «dissipatezza» di queste «non donne, ma bestie femmine». Anche fuori del «natio borgo selvaggio» l’astio non si placherà. Quando Giacomo - finalmente - riuscirà ad andare a Roma, si metterà per strada, come un qualsiasi provinciale, per «incontrare donne». Raccoglierà delusioni con dispetto. «Trattando - scrive al fratello Carlo - è così difficile fermare una donna in Roma, come in Recanati, anzi molto di più», perché le «femmine» nella grande città «sono piene di ipocrisia, non amano altro che il girare e il divertirsi non si sa come, non la danno (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi». E’ ben lontano da queste pagine il poeta di Silvia e di Nerina, come quello tormentato dall’immagine provocatrice di Aspasia. Gli epistolari però - si sa - spesso rendono brutti servizi agli scrittori per la loro cattiva prosa quotidiana, anche quando testimoniano brucianti sconfitte d’anima. Il linguaggio della poesia è tutt’altra cosa. Rende magari più dolorosa l’esperienza della realtà, ma meno gretta. Un solo esempio. Vedete come tutto si colora d’amore nell’attacco di A Silvia , con quei versi così lineari, semplici, tra i più chiari della nostra letteratura: «Silvia rimembri ancora / Quel tempo della tua vita mortale, / Quando beltà splendea / Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / E tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi?». Un’interrogativa e un vocativo: i due modi più tipici della scrittura leopardiana. Il domandare spesso che non ha risposta e il vocativo, il «tu» essenziale di questa poesia, che segna nei versi uno spazio di risonanza, un’intesa d’affetto, un desiderio trepido di colloquio: il bisogno insomma di una distanza ravvicinata, di una compagnia, con l’oggetto della poesia, così come con il lettore.
E’ appunto la lenta lavorazione della parola nella scrittura creativa che crea un distacco dalla vita, mentre pure la ingloba. Basterebbe leggersi la storia interna di questi versi, le varianti attraverso cui si giunge alla stesura definitiva: è la storia di una pazienza senza fine. «Rimembri», si legge oggi nel canto di Silvia. E’ un approdo che scarta altre soluzioni prima tentate: «sovvienti», «rammenti». Non si tratta di un suono più o meno solenne, né di pura musicalità. E’ questione, invece, di un concetto diverso: di una durata della memoria, che man mano nella rielaborazione si approfondisce. Il nucleo più importante dei versi sta però nell’immagine degli «occhi ridenti e fuggitivi» di Silvia, detta «lieta e pensosa». Una doppia coppia perfettamente simmetrica di aggettivi, che segna un profilo immortale di giovinezza già turbata, ma ancora non scalfita.
L’itinerario percorso da Leopardi per giungere a questa immagine è travagliato. Scarta dapprima la possibilità di una figura più corporale: «ne la fronte e nel sen tuo verginale». Cassa, subito dopo, la possibilità di un’immagine soltanto spirituale: «gli sguardi incerti e fuggitivi» della giovane che per compenso non è «pensosa», ma «pudica». La via imboccata alla fine da Leopardi è di sintesi felicissima. «Gli occhi» di Silvia ne richiamano il corpo, più degli «sguardi»: e questi «occhi» che si fanno «ridenti e fuggitivi» riescono a tradurre della ragazza «lieta e pensosa» anche l’incertezza e il pudore. Ebbene, in questi occhi immortali di Silvia «lieta e pensosa» c’è non soltanto la pazienza di Leopardi, ma anche la sua grandezza di poeta caro soprattutto ai lettori giovani.
A Silvia , infatti, è il canto della giovinezza spezzata, dell’illusione caduta, dell’aspettativa interrotta e, insieme, della maturità non accettata. Se per Silvia c’è la morte che determina la caduta delle speranze, per il poeta che la canta c’è la vita che smentisce le fantastiche proiezioni nel futuro di un amore non vissuto. Leopardi è il poeta dell’adolescenza perpetua, che si ribella al limite umano, che non accetta la concretezza cruda del vivere d’ogni giorno: il suo profilo più convincente è, infatti, proprio quello di un adolescente che esita a salire, come Silvia, il «limitare di gioventù», che caparbiamente si rifiuta di compiere un piccolo passo. La grandezza di Leopardi sta nell’aver saputo decorare la propria disperata mancanza di coraggio. Se mi è concessa questa espressione, direi che la sua straordinaria (e leggera) singolarità sta nell’aver saputo tergiversare tra ciò che di lieta aspettativa (gli «occhi ridenti») e ciò che di triste presagio (gli occhi «fuggitivi» di Silvia «pensosa») la vita comporta, al di là del «limitare di gioventù».

Ungaretti e Gobetti

Corriere della Sera 21.3.04
Una dedica inedita del poeta simpatizzante del regime al fondatore della «Rivoluzione liberale»: «La libertà è una parola vana»
Ungaretti e Gobetti, strana coppia ai tempi del fascismo
di Dario Fertilio


Giuseppe Ungaretti e Piero Gobetti. Poeta attratto dal mussolinismo imperiale, il primo; intellettuale visceralmente «contro», il secondo. Eppure, i loro destini si incrociarono, benché tra le carte del poeta scomparso nel 1970, a 82 anni, non se ne siano trovati cenni (per non parlare dell’intellettuale antifascista, morto in esilio a Parigi appena venticinquenne). Tempo fa, la rivista «Belfagor» segnalò un documento inedito, una dedica vergata da Ungaretti sul «Porto sepolto», la raccolta di versi pubblicata a La Spezia nel 1923. Di quella edizione curata da Ettore Serra, amico del poeta fin dai tempi in trincea del ’15-18, esisteva una copia dimenticata nella biblioteca personale di Gobetti a Torino. Ed ecco, sfogliandola, comparire in frontespizio un’epigrafe di Ungaretti scandita dai versi:
«A Piero Gobetti
La libertà è una parola vana.
Le grandi cose nascono dall ’amore,
dal sacrifizio, dalla disciplina.
L’abbiamo tutti imparato - chi ha
imparato qualche cosa - pagando
di persona.
All’avversario che spero di ritrovare
compagno
Giuseppe Ungaretti
Roma, l’11 luglio 1923»
Non c’è dubbio: un’esortazione rivolta all’intellettuale, di tredici anni più giovane, perché aderisse al fascismo in marcia. Un invito che oggi, riletto a tanti anni di distanza, suona un po’ sinistro: Gobetti, avversario dichiarato di Mussolini, morirà in volontario esilio a Parigi già nel 1926. Come interpretare dunque il gesto del poeta nei confronti di un intellettuale «inossidabile» rispetto alla propaganda del regime? Come poteva spera re, Ungaretti, di ritrovare «compagno» l’antifascista della prima ora? Per rispondere bisogna tentare di chiarire la loro relazione. La differenza d’età non era d’ostacolo: Gobetti si era già legato a Prezzolini e Salvemini, entrambi di qualche anno più anziani di Ungaretti. D’altra parte, loro due erano sempre vissuti distanti, benché Ungaretti, dopo la giovinezza trascorsa in Egitto (al seguito del padre, umile sterratore durante la costruzione del canale di Suez), si fosse stabilito per qualche an no a Parigi: la stessa città rifugio per artisti, intellettuali e militanti politici perseguitati dove di lì a poco Gobetti avrebbe trovato la morte. Forse, l’occasione del primo colloquio era venuta dalla comune amicizia e frequentazione con lo scrittore Giacomo Debendetti. Ma c’era dell’altro, a parte le opposte convinzioni politiche, ad unirli: la passione per la poesia, l'arte, la letteratura.
Questa dedica di Ungaretti getta, infatti, una luce speciale sul Gobetti privato: studente appassionato di poesia, che nel giugno del 1920 scrive al la «fidanzatina» Ada Prospero, poi destinata a diventare sua moglie, di essere appassionato di Dante «tutto musica e luce»; di «adorare» Leopardi; di aver deciso di dedicare la sua tesi di laurea a Vittorio Alfieri, giudicato «il primo uomo nuovo». E che dichiara, tra i moderni, di ammirare Slataper, mentre mantiene rapporti con Saba, sviluppa un’amicizia con Montale (sarà il primo editore dei suoi «Ossi di seppia»), ha come compagni di studi il futuro critico Natalino Sapegno e lo scrittore Carlo Levi. Non solo: l’eclettico Gobetti si appassiona alla pittura, tanto da essere legato a Felice Casorati, e al teatro (diventerà infatti critico teatrale dell’«Ordine Nuovo» e scriverà una recensione entusiastica su Eleonora Duse).
Ecco, dunque, la chiave per comprendere l’affinità tra i due personaggi: il gusto per l’immaginazione creativa, quasi un antidoto alla durezza dei tempi. Strano scambio dei ruoli: Ungaretti mostra un volto politico, al punto da rimproverare la passione gobettiana per la libertà come una specie di lusso borghese in tempi di lacrime e sangue. Ma, se da un lato serve a mettere in rilievo l’esistenza di un Gobetti «privato», l’epigrafe aiuta anche a comprendere qualcosa dell’Ungaretti «politico». Il suo gusto cioè, dopo la scelta interventista che gli aveva fatto sperimentare la disperazione e le miserie di Caporetto, per un movimento come quello fascista, capace ai suoi occhi di restaurare la «magnificenza» della civiltà romana e della tradizione latina sopraffatta dalle barbarie della modernità.

l'età di Rubens a Genova

L'Età di Rubens
Dimore, committenti e collezionisti genovesi
20 marzo - 11 luglio 2004


www.palazzoducale.genova.it

La presenza di Rubens a Genova nel primo quarto del Seicento coincide con la stagione di massimo splendore del patriziato locale, composto per la maggior parte da banchieri di recente nobiltà, ma dotati di disponibilità finanziarie immense. Ambizione, gusto raffinato e sapiente politica di investimenti concorrono in quegli anni alla nascita di collezioni artistiche straordinarie, in grado di competere con quelle dei maggiori sovrani europei dell'epoca.
Vi figuravano dipinti di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Frans Floris, Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni, Ribera, Procaccini, Orazio e Artemisia Gentileschi, Strozzi, Van Dyck e, naturalmente, Rubens, in una sapiente commistione di opere contemporanee e del passato più recente e accreditato.
L’allestimento della mostra, che è il risultato di un meticoloso lavoro di ricerca, vuole offrire al visitatore proprio la suggestione di varcare la soglia di una quindicina di grandi dimore genovesi dell’epoca e di evocare le figure di alcuni di quei collezionisti e committenti straordinari: oltre un centinaio di opere tra dipinti, arazzi ed eccezionali argenti da parata, provenienti dai musei di tutto il mondo, consentono di seguire un percorso emozionante a ritroso nel tempo.
Le diverse sezioni presentano, tra le altre, la ricchissima quadreria di Gio.Carlo Doria - ritratto a cavallo proprio da Rubens - e la sua “Wunderkammer”, una camera delle meraviglie ricca di curiosità naturalistiche; la serie delle Arti Liberali di Frans Floris, acquistata ad Anversa da Gerolamo e Gio.Agostino Balbi e ricomposta qui per l’occasione; la spettacolare Morte di Argo dipinta da Rubens per Stefano Balbi, finanziere a Milano; la quadreria di Gio. Filippo Spinola, il primo in Europa ad aver assicurato alla sua collezione una delle grandi Cene di Veronese. Infine, due sezioni staccate sono previste in due dimore storiche della città divenute museo: presso la Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, che conserva la quadreria di Ansaldo Pallavicino, e la Galleria di Palazzo Rosso dove si trovano significative testimonianze della quadreria Brignole Sale.

Quando Rubens arrivò per la prima volta a Genova, nel 1604, esattamente 400 anni fa, la città era al massimo della sua potenza economica e la classe di governo si trovava in una situazione di grande ascesa, per merito degli investimenti condotti su diverse piazze finanziarie italiane ed europee.
I banchieri, i finanzieri, i grandi mercanti genovesi si trovarono ad avere una grande quantità di risorse da investire e si alimentò così un ricco collezionismo artistico del tutto peculiare.
La mostra, il fiore all’occhiello delle manifestazioni per Genova Capitale Europea della Cultura, vuole dar conto della specificità del collezionismo seicentesco a Genova e del suo rilievo internazionale.
In virtù del regime repubblicano che si era scelto, a Genova non si afferma un gusto ufficiale, altrove imposto dal sovrano, e questa libertà determina una singolare varietà di scelte, per lo più suggestionate dalla cultura figurativa delle aree geografiche in cui il collezionista impiegava i propri capitali e svolgeva i propri affari: Anversa per un ramo della famiglia Balbi, Milano e Venezia per un altro, Napoli per Marcantonio Doria, Milano per suo fratello Gio. Carlo, eccetera.
All’interno di quelle dimore che proprio Rubens celebrava per la loro magnificenza – con la pubblicazione del volume I Palazzi di Genova, edito la prima volta ad Anversa nel 1622 - nascevano quadrerie molto diverse fra loro.
Genova nella prima metà del Seicento accoglie le opere di Frans Floris e di Rubens da Anversa, di Procaccini, Cerano e Morazzone da Milano, di Guido Reni e di Guercino da Bologna, di Tiziano, di Paris Bordon e del Veronese da Venezia (e perfino da Augsburg), di Caravaggio e di Ribera da Napoli.
Ma accoglie anche gli artisti, chiamati a lavorare dai genovesi o attirati dalla loro disponibilità finanziaria: non solo Rubens e Van Dyck, ma anche Simon Vouet, Orazio Gentileschi, Giulio Cesare Procaccini, Justus Sustermans.
Sono state scelte una decina di quadrerie esemplari, ricostruite filologicamente sulla base dello studio degli inventari seicenteschi, che saranno presentate attraverso i principali capolavori, in modo che il visitatore possa rendersi conto, con il grande impatto visivo di decine di quadri appesi alle pareti, della magnificenza delle dimore visitate da Rubens.
Tra i collezionisti scelti ve ne sono alcuni già noti alla critica per il loro ruolo di mecenati: per esempio Gio. Carlo Doria, al quale già la mostra di Van Dyck sempre a Genova dedicò una spettacolare stanza a inizio percorso; suo fratello Marcantonio, il noto committente dell’ultima opera di Caravaggio, dipinta dall’artista a Napoli nel 1610, anno della sua morte; o ancora Gio. Vincenzo Imperiale, poeta e raffinato amatore d’arte la cui collezione, dopo essere stata offerta al duca di Mantova, fu acquistata in blocco da Cristina di Svezia. Ma altri saranno riscoperti per la prima volta, se non come personalità storiche, senz’altro nella loro veste di collezionisti e appassionati d’arte.
Nell’intento di ricostruire gli ambienti in cui le quadrerie erano ospitate, saranno esposti anche argenti e arazzi, che per altro costituivano un’alternativa abituale per gli investimenti artistici dei genovesi.
Il nucleo espositivo fondamentale sarà ospitato al piano nobile di Palazzo Ducale, con un allestimento curato dall’architetto Giovanni Tortelli, cui si deve la recente mostra dedicata a Vincenzo Foppa a Brescia.
In occasione della mostra molte saranno le opere sottoposte a restauro e pertanto restituite nel loro splendore anche per gli anni a venire.
Una tra tutte, è doveroso ricordare, il capolavoro di Rubens conservato al museo di Colonia: la grande tela raffigurante Giunone e Argo anticamente conservata nel palazzo genovese di Stefano e Gio. Battista Balbi, attualmente interessata da un delicato restauro. Verrà eccezionalmente prestata a Genova, proprio per rientrare per la prima volta nella città per la quale fu dipinta.
Sarà l’opera di Rubens senz’altro più spettacolare, se non altro per le dimensioni straordinarie (cm 250 x 300), ma altre opere competeranno con essa quanto a impatto visivo: per esempio, la bella Brigida Spinola Doria della National Gallery di Washington o la grande Cena di Veronese acquista da Gio. Filippo Spinola nel 1646 e oggi conservata alla Galleria Sabauda di Torino, o il Venere e Adone di Annibale Carracci del Prado.
Tra gli altri musei prestatori si ricordino il Louvre, la National Gallery di Londra, gli Uffizi, il Getty Museum di Los Angeles, il Nelson Atkins Museum di Kansas City, il Kunsthistorisches di Vienna, la Gemaeldegalerie di Berlino, la Alte Pinakothek di Monaco.
La mostra si avvale di un comitato scientifico consultivo che annovera alcuni tra i più noti studiosi italiani e stranieri.
La mostra si resa possibile grazie al generoso contributo della Fondazione Carige.

Informazioni

Sede della mostra
Palazzo Ducale – Appartamento del Doge
Piazza Matteotti 9 - 16123 Genova

Prezzo del biglietto
intero € 9,00
ridotto € 8,00
scuole € 3,00
Il biglietto comprende anche la visita a Palazzo Rosso e alla sezione della mostra a Palazzo Spinola
Si accettano tutte le maggiori carte di credito

Orario d'apertura della mostra
Tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 21.00 escluso il lunedì
(la biglietteria chiude alle 20)
aperto nelle festività

Tel. 010-5574004; fax 010-5574001
palazzoducale@palazzoducale.genova.it
biglietteria@palazzoducale.genova.it

Noleggio audioguida € 5,00

La mostra è inclusa nella GeNova04 Card
Per informazioni Info Point Genova 2004
Tel. 010-5574004
www.genova-2004.it - 04point@genova-2004.it

Visite guidate gruppi
Prenotazione obbligatoria telefonando al n. 010-5574004

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sabato 20 marzo 2004

"Buongiorno, notte": 4 stelle (il massimo) dal Chicago Tribune

Chicago Tribune
European Union fest enters final week
By Michael Wilmington
Tribune movie critic


CHIGAGO. The third and final week of the Gene Siskel Film Center's European Union Film Festival offers one of its richest schedules so far--with a bevy of fine European films ranging from Lars von Trier's controversial Danish Cannes hit "Dogville" (with Nicole Kidman) to Marco Bellocchio's justly praised real-life Italian political thriller "Good Morning, Night" to interesting documentaries on British literary great George Orwell and Swedish photographer/jazzman Georg Oddner.
Following are reviews from the fest's third week:

`Good Morning, Night' (star)(star)(star)(star) (Italy; Marco Bellocchio, 2003). One of the very best films of the stylish Italian political/psychological gadfly Bellocchio ("China Is Near"). Based on the Red Brigade kidnapping of Italian premier Aldo Moro (Robert Herlitzka), it draws a sympathetic, multileveled portrait of the patient Moro confronting his relentlessly ideological captors, as the terrorists' cat-and-mouse game with the Italian government keeps sliding toward danger and death. In Italian, with English subtitles. 6 p.m. Fri., 3 p.m. Sun

`Presence' (star)(star)(star)1/2 (Sweden; Jan Troell, 2003).
...
`Loser Takes All' (star)(star) (Greece; Nikos Nikolaidis, 2002).
...
`Dogville' (star)(star)(star)1/2 (Denmark; Lars von Trier, 2003).
...
`The Galindez File' (star)(star)(star) (Spain; Gerardo Herrera, 2003).
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`Song for a Raggy Boy' (star)(star)1/2 (Ireland; Aisling Walsh, 2003).
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`Interview' (star)(star)(star) (Netherlands; Theo van Gogh, 2003).
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`Twentynine Palms' (star)(star)1/2 (France-U.S.; Bruno Dumont, 2003).
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`Orwell: Against the Tide' (star)(star)1/2 (Great Britain; Mark Littlewood, 2003).
...
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All films are screened at the Gene Siskel Film Center of the School of the Art Institute, 164 N. State St. For information, visit the Web site (www.siskelfilmcenter.org) or call 312-846-2600.

i Greci e l'irrazionale

Repubblica 20.3.04
LA CONCUBINA DI ACHILLE
Lo strano furto di Agamennone

Torna in libreria "I Greci e l'irrazionale" di Eric Robertson Dodds
Un saggio rivoluzionario che rompe gli schemi della visione classica
Pubblicato nel '51 fu tradotto nel '59 con la prefazione di Arnaldo Momigliano
I sogni sono un canale di comunicazione tra uomini e dei
di FRANCO VOLPI


Il padre era alcolizzato cronico e in mancanza di altre cure viveva segregato in casa, tenuto dalla moglie agli «arresti domiciliari». Fortunatamente morì presto. Lui, Eric Robertson Dodds, unico figlio nato dall´infelice unione, aveva appena sette anni. Ragazzo di poche speranze nell´Ulster di fine Ottocento, amante del rugby e del cricket, grazie alla madre trovò l´àncora cui aggrapparsi per dare un senso alla propria esistenza: la filologia classica. Ma la strada non fu facile. «Per staccare un biglietto alla lotteria della vita dovetti pagare un prezzo elevato», confesserà nella sua autobiografia (Missing Persons, Clarendon Press, pagg. 202, 47, 50 sterline). Scritta dopo la morte della moglie nel 1973, più per un impietoso tentativo di autoanalisi che per offrire ai classicisti edificanti ricordi, è un documento avvincente che ci consente di dare un «posto nella vita» al rivoluzionario libro che lo rese celebre: I Greci e l´irrazionale (1951). Un libro che segnò una svolta negli studi sulla cultura greca e che, tradotto nel 1959, è ora riproposto da Sansoni (a cura di Riccardo Di Donato, con la storica prefazione di Arnaldo Momigliano, pagg. 407, 22 euro).
L´educazione di Dodds alla filologia classica non fu limpida né solare: la turbavano non solo il ricordo del padre, ma anche le mille difficoltà a piegarsi alla disciplina di Oxford, dove ebbe comunque maestri illustri quali G. Murray e J. A. Steward, e un compagno come T. S. Eliot. Il bisogno di autenticità induce Dodds a confessarsi e a non risparmiarci nemmeno dettagli per lui scabrosi, e per noi quasi comici: la prima imbarazzante erezione, gli esperimenti con la canapa indiana, la visita in un bordello. Utili comunque a captare l´inquietudine del personaggio.
Terminati gli studi, dopo avere insegnato a Reading e a Birmingham, dove conobbe W. H. Auden, nel 1936 Dodds fu chiamato come regius professor di greco a Oxford. Fu la svolta nella sua carriera. I Greci e l´irrazionale nacque da un invito dell´Università di California nel 1949. Aprendosi ai suggerimenti dell´antropologia, dell´etnologia e della psicologia, Dodds rompe gli schemi e l´ottica disciplinare della filologia classica e, complicando la visione classica della Grecia allora in auge, dischiude uno scorcio profondo sui suoi aspetti «irrazionali», prospettando un´innovativa interpretazione della mentalità greca. Il libro apparve come l´antitesi dell´altrettanto celebre volume di Bruno Snell, tradotto nel 1951 da Einaudi con il titolo La cultura greca e le origini del pensiero europeo, che presentava la Grecia come la culla della razionalità occidentale.
Dodds muove dall´analisi di alcuni comportamenti «irrazionali», inspiegabili alla mentalità moderna, che ricorrono nei poemi omerici. Per esempio quando all´inizio dell´Iliade Agamennone, per rifarsi della perdita della propria concubina, sottrae ad Achille la sua. L´eroe si giustifica asserendo che furono potenze divine, «Zeus, il destino ed Erinni viaggiatrice nelle tenebre», a infondere nella sua mente l´insania: «Che potevo fare io? È un dio che manda a termine tutte le cose». Si è interpretata questa discolpa come un sottrarsi del re acheo alle proprie responsabilità. Si è anche pensato a un espediente poetico usato da Omero per rendere avvincente la narrazione. Spiegazioni troppo frettolose, secondo Dodds: «I Greci non erano selvaggi». Tanto più che dallo studio della cosiddetta «religione omerica» emergono altri esempi di comportamenti irrazionali di questo tipo, in cui le azioni dell´individuo sono ricondotte a una potenza sovrannaturale. La tesi di Dodds è che si tratti di effettivi processi psicologici, e che la struttura della mentalità greca arcaica sia profondamente diversa dal moderno modo di pensare. Egli ipotizza peraltro che vi sia stato un passaggio da una «cultura della vergogna», operante nel mondo degli eroi dell´Iliade, a una «cultura della colpa», affermatasi più tardi. Ma svariati altri materiali alimentano lo studio dell´irrazionale presso i Greci. I sogni, anzitutto, considerati dai Greci come un canale di comunicazione tra gli dèi e gli individui mortali.
Queste idee hanno impresso una svolta agli studi classici, ma hanno anche ispirato ricerche innovative come quelle di J. Jaynes sul Crollo della mente bicamerale e l´origine della coscienza (Adelphi). Se uno solo degli emisferi del nostro cervello, in genere quello sinistro, presiede alle funzioni del linguaggio e della vita cosciente, chi abita l´«emisfero muto» connesso con l´emotività? Rifacendosi a Dodds, Jaynes sostiene che un tempo esso era abitato dalle voci degli dèi, e che la struttura della «mente bicamerale» riflette la divisione fra «l´individuo e il suo dio», tipica della mentalità arcaica. La coscienza in senso moderno è una forma che si disegna staccandosi dal fondo antico della mente bicamerale.
Altro punto su cui Dodds fu pioniere è lo studio dello sciamanismo asiatico con cui i Greci entrarono in contatto attraverso il Mar Nero nel VII secolo. Egli ne rintraccia l´influenza nella concezione greco-arcaica dei rapporti tra anima e corpo, nella credenza nella reincarnazione che fece allora la sua comparsa, nonché in personaggi come Orfeo e Pitagora, che non esita a considerare figure sciamaniche.
E che accadde con la Grecia classica del logos? Se è vero che con il grande sviluppo della razionalità la mentalità arcaica «irrazionale» entra in crisi, è pur vero, secondo Dodds, che l´«irrazionale» non scompare del tutto. Anzi, riemerge prontamente non appena se ne creino le condizioni. Ecco allora che in età ellenistica si assiste a una vera e propria «fuga dalla ragione», a un´efflorescenza di teurgia, astrologia, arti magiche, religioni misteriche e soteriosofiche, di cui Dodds cerca di indagare i motivi. Primo fra i quali «il timore dalla libertà», come lo definisce, con la corrispondente ricerca di profeti e di salvatori. Una situazione che gli appare analoga a quella del disorientato mondo contemporaneo, come rivela lo splendido saggio Pagani e cristiani in un´epoca di angoscia (1965), in cui - ormai in pensione - ritorna sul tema dell´irrazionalismo.
La verità è che lo studio del mondo greco non fu mai per Dodds fine a se stesso. Fu il termine di confronto per interpretare il presente. Interrogato poco prima di morire (1979) su che cosa stesse studiando, rispose che stava «cercando di capire meglio il nostro tempo». Singolare per un filologo classico. Ma non per lui, che usava la sua scienza come mezzo per comprendere l´uomo.

streghe e Inquisizione
una mostra che si inaugura oggi, tra Pescara e Chieti

Repubblica 20.3.04
Una mostra ne racconta l´epopea nell´arte, svela i segreti del malocchio e degli amuleti, narra il tragico destino delle "autrici di malefici"
Streghe, tra storia e New Age
Così sopravvive la leggenda di queste donne misteriose e perseguitate
Ha condizionato la cultura occidentale, l'Inquisizione è durata quasi fino a metà 800
di MARINA CAVALLIERI


ROMA - È stata la Matrigna di Biancaneve e la Regina Cattiva, ma anche una vecchia deforme accompagnata solo da una civetta, in fuga notturna con la sua scopa. È stata una guaritrice di campagna vittima dell´Inquisizione, torturata, bruciata, tra una folla festante, sul rogo. E una fanciulla perfida e tentatrice. È vissuta in Abruzzo e a Salem, nello Yucatan e a Benevento. È stata una presenza da cui difendersi con amuleti, un mistero da cui stare lontani, un nome da pronunciare con prudenza, evocatrice di qualcosa che a molti spaventa ancora.
«Le streghe nella pittura, nel leggendario popolare, nella storia e nel cinema» è una mostra che si tiene da oggi al 3 ottobre nel museo di Picciano, in provincia di Pescara, al Museo delle Tradizioni e Arti contadine. I curatori non hanno trascurato nulla, creando un percorso storico e scenografico che contiene tutto quello che va sotto il nome misterioso e terribile di stregoneria. Il primo impatto è la brutta ma rassicurante strega di Biancaneve, alla sua destra un corvo imperiale, collezione di fine 1800; si attraversano poi le tradizioni e le credenze contadine, si passa attraverso i cupi dipinti di Bosch e Brueghel, si ricostruisce il significato delle streghe nel mondo pagano, longobardo, normanno fino ad arrivare alla Santa Inquisizione. Si finisce là dove molte sono finite, sul Rogo.
«Come museo avevamo fatto una mostra sul lupo abruzzese e i briganti non potevano che finire con le streghe, erano queste le tre presenze costanti nei racconti popolari», spiega Franco Di Silverio, coordinatore generale. «La strega ha condizionato tutto il mondo occidentale, in Spagna c´è stata l´Inquisizione fino al 1834. Del resto basti pensare a quella che era la vita fino all´inizio del secolo scorso, ad un bambino di notte, in una culla, al freddo con la tosse e la difterite, non c´era niente di più logico che accusare le streghe, era colpa loro se la morte veniva a portarselo via».
Ma la storia delle streghe è molto più complessa, ancora difficile da decifrare, s´intrecciano medicina e magia, storia e superstizione, cronaca e leggenda. «Le streghe erano personaggi che uscivano un po´ dalla norma, erano le guaritrici, le conoscitrici delle antiche cure erboristiche, le ostetriche», dice Adriana Gandolfi, ricercatrice etnografica. «Oggi le "streghe" come depositarie di un antico sapere resistono in alcuni paesi di campagna ma sono residuali. Il resto è una moda New Age, un´istanza che le società complesse esprimono, fenomeni post moderni di una magia consumista».

la Consulta laica di bioetica

La Stampa 20.3.04
DALLA FECONDAZIONE ASSISTITA ALL’EUTANASIA:
UN DOCUMENTO DELLA CONSULTA LAICA DI BIOETICA
Nascere e morire, ognuno è libero di scegliere


«I movimenti politici non hanno potuto evitare di affrontare in Parlamento il problema della fecondazione assistita, collegata strettamente ai temi altrettanto importanti della definizione dello stato dell'embrione e della utilizzazione degli embrioni per la produzione delle cellule staminali. I temi sono stati affrontati non tanto per risolverli nel senso più positivo e concretamente democratico, corrispondente alle possibilità offerte dalla scienza e alle attese dall'opinione pubblica, ma per chiudere ogni apertura a queste attese e togliere di mezzo, nel senso più restrittivo, ogni ulteriore possibilità legislativa in questo campo.
In contrasto con questo miope e pericoloso atteggiamento del legislatore, il Comitato Nazionale per la Bioetica ha preso posizione sul tema del living will o “direttive anticipate” sulla questione dell'eutanasia con delle aperture che speriamo vengano accolte nel disegno di legge che il governo dovrebbe definire. Ma purtroppo nella cultura e nella politica italiana si continua a registrare una scarsa attenzione per tutto ciò che può promuovere le scelte individuali e fare aumentare i gradi di libertà delle persone, rendendo possibili stili di vita diversi e atteggiamenti differenti anche di fronte ad aspetti fondamentali dell'esistenza, come la sessualità, la procreazione, la sofferenza e la morte. La Chiesa cattolica ha continuato a fare valere le proprie posizioni in fatto di bioetica, ma soprattutto a pretendere che esse siano imposte per legge. I movimenti politici non hanno avuto il coraggio di opporsi apertamente alle tesi cattoliche, in parte per timore di perdere consensi, in parte per sudditanza culturale.
La fecondazione assistita è stato l'unico tema su cui si sia legiferato ancora una volta inutilmente o meglio negativamente. Al di là di posizioni trasversali più coraggiose e incisive, i partiti della sinistra hanno proposto un timido compromesso di retroguardia, mentre i partiti di centro e di destra si sono dimostrati disposti ad accogliere tutti i divieti richiesti dalla Chiesa. E tutte le parti hanno dato l'impressione di cercare il massimo consenso con il risultato, ben noto, di una legge restrittiva incurante dei diritti della donna, per certi aspetti incostituzionale, come abbiamo da tempo sostenuto. Oltretutto, la legge sulla fecondazione assistita ribadisce una netta chiusura nei confronti dell'utilizzazione delle cellule staminali di origine embrionale, facendo valere in questo campo norme che derivano soltanto da preoccupazioni repressive della sessualità e dal presupposto che gli embrioni siano persone a pieno titolo fin dal primo momento.
Nonostante la riluttanza ad affrontare i problemi bioetici si è tuttavia imposto alla pubblica attenzione il problema dell'eutanasia. Per preparare un disegno di legge il Ministro ha richiesto un parere al Comitato Nazionale per la Bioetica che ha approfondito il problema fino a preparare un testo che potrebbe venire tramutato in un disegno di legge. Si tratta di un testo compromissorio ma che nelle grandi linee riconosce l'impostazione che sull'argomento ha da sempre proposto la Consulta di Bioetica.
Al di là del riconoscimento del diritto del paziente a esprimere le “direttive anticipate” e ad essere assistito da un tutore, il documento pone ancora un limite all'autonomia del paziente, perché il medico potrebbe non riconoscere automaticamente valide le sue indicazioni, anche se si impone al medico di scrivere sulla cartella clinica le motivazioni di una sua eventuale decisione “negativa”. Un risultato importante è il riconoscimento, almeno nei casi “estremi”, della possibilità di sospendere non solo la terapia farmacologica o chirurgica ma anche quella di sostegno (idratazione - alimentazione parenterale), una condotta finora considerato tabù, in quanto assimilabile a una eutanasia passiva.
Un qualche progresso si è ottenuto con l'emanazione del regolamento che ha reso effettive le innovazioni introdotte con la recente legge sulla prescrizione e sull'uso dei farmaci antidolorifici. Anche questo dovrebbe però essere considerato soltanto un inizio. Infatti la lotta al dolore si è modellata finora soprattutto sulla fenomenologia propria delle malattie oncologiche, per le quali sono stati effettivamente ottenuti successi significativi. Ma sempre più emergono i problemi posti dalle malattie genetiche, da quelle degenerative, da quelle cardiovascolari, dai postumi dei traumatismi. Questi casi esigono una strategia apposita per affrontare il problema della sofferenza, una strategia che a volte dovrà prevedere una corretta condotta procreativa (diagnosi prenatale, aborto), altre volte il ricorso alle direttive anticipate e all'eutanasia.
In questa prospettiva occorre che si eviti di richiamarsi alla medicina palliativa, utile nell'affrontare un certo tipo di sofferenze, per non affrontare domande urgenti, che molti vorrebbero trascurare per ragioni religiose o ideologiche o per pura opportunità politica».
Il Documento, prendendo spunto dalla lotta contro il fumo e altre misure restrittive in nome della salute, non si nasconde il pericolo di un certo «proibizionismo sanitario» che solleva nuovi problemi di interferenza tra norme sanitari e libertà personale e di inquinamento dell'informazione.
«Le campagne sui possibili danni alla salute derivanti dagli OGM (organismi geneticamente modificati) o dai campi elettromagnetici, spesso accompagnate da veri e propri interventi dei poteri pubblici, tendono a diffondere un'informazione falsa, molto dannosa. L'uso del termine “biologico” per indicare tutto ciò che è buono e fa bene è del tutto fuorviante. Su questo punto tuttavia una nota positiva è rappresentata dall'apertura del Vaticano verso gli OGM, stimolata dalla necessità di affrontare in modo finalmente concreto il problema della insufficienza di cibo che affligge tanta parte della popolazione del globo.
Uno dei compiti che finora la bioetica ha ignorato, ma che dovrebbe affrontare, è costituito proprio dallo studio delle interferenze tra medicina, pubblici poteri. libertà personale e corretta informazione».

venerdì 19 marzo 2004

a Termini

una segnalazione di Marco Pizzarelli

"SGUARDI AL FEMMINILE" A TERMINI

L'Ala Mazzoniana della Stazione Termini ospita fino al 28 marzo la rassegna "Sguardi al femminile": film, cortometraggi, libri, mostre d'arte, incontri e retrospettive sulle donne, frutto del lavoro di "Etruria Cinema". La rassegna, completamente gratuita, esplora il ruolo e i meriti della donna nella società attuale. Tre i momenti principali della manifestazione: la mostra fotografica "Uomini" di L. Ferro - dove una donna mette a 'nudo' dal suo punto di vista il mondo maschile - , un documentario inedito su Anna Magnani e gli incontri con le vincitrici della seconda edizione del premio "Etruria Cinema", con a seguire - ogni sera a partire dal 22 marzo - proiezioni di film e documentari dalle 19 in poi. La serie di proiezioni si conclude il 26 con "L'ora di religione" di Marco Bellocchio, cui farà seguito "Piera e gli assassini", dialogo tra Piera Degli Esposti e Dacia Maraini condotto da Oliviero Beha. Per maggiori informazioni, 06-7218691.

schizofrenia pesce elettrochoc

una segnalazione di Sergio Grom e di Paolo Izzo

Venerdì di Repubblica 19.3.04
Depressi? Provate con un po' di salmone

O con le acciughe, le trote, le sardine. Tutti alimenti ricchi di Omega-3 che spazzerebbero via i sintomi. Ma c'è anche la cura con la luce, del sonno, dei campi magnetici... Addio pillole? Il futuro è la bioterapia?
di Anna Capelli


Combattere la depressione senza ricorrere a farmaci e psicanalisi? Secondo lo psichiatra francese Davíd Servan Schreiber, docente all'Università di Lione e in quella statunítense di Pittsburgh, è possibile. Nel mesi scorsi il suo libro (Guérir le stress, l'anxieté et la dépression sans médicaments ni psychanalyse, pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo Guarire, pp. 306, euro 17) ha suscitato non poche polemiche oltralpe. Ma anche l'interessamento della comunità scientifica. Una delle tesi sostenute da Servan Schreiber, e cioè che gli acidi grassi omega-3 abbiano effetti antidepressivi, è stata presa in considerazione in un convegno sulle terapie anti-invecchiamenio e la biontologia (una nuova disciplina che studia la relazione tra salute psichica e fisica) svoltosi qualche settimana fa a Merano. E al San Raffaele di Milano da gennaio si sta sperimentando su una quindicina di pazienti affetti da depressione proprio una terapia a base di omega-3.
«La scienza ha dimostrato che questi grassi, fondamentali per la fluidità delle membrane cerebrali, diminuiscono del 60 per cento l'incidenza dell'Alzheimer», dice Servan Schreiber. «Tra i popoli che consumano più pesce, come i giapponesi, la depressione post-parto è da 3 a 20 volte inferiore a quella dei paesi occidentali. Le riserve di omega-3 sono nettamente superiori nei soggetti normali che in quelli depressi. E, soprattutto, poche settimane di trattamento con olio di pesce modificano la struttura stessa del cervello e riducono fortemente i sintomi legati allo stato depressivo».
Ma quanti ornega-3 ci vogliono per I spazzar via la depressione? «Perché i siano efficaci è necessario assumerne quotidianamente almeno 2 grammi di olio concentrato di pesce, integrando l'alimentazione con vitamina E, C e selenio, per evitare l'ossidazione degli omega-3 nell'organismo», suggerisce lo psichiatra francese. Ma chi vuole puntare sulla prevenzione può anche limitarsi a modificare le proprie abitudini alimentari, aumentando il consumo di pesce, in particolare di quello che vive in acque fredde, ricco di grassi: salmone, trota, sgombro, acciughe, sardine.
Tuttavia gli omega-3 sono solo una i delle strategie anti-ansia suggerite da Servan Schreiber. Per rimuovere le tracce di traumi e di eventi dolorosi del passato, che spesso condizionano lo stato emotivo, lo scienziato suggerisce per esempio l'Emdr, una tecnica che consiste nel muovere con regolarità davanti agli occhi del paziente una bacchetta, in modo che il suo sguardo vada da destra a sinistra come se seguisse una partita di tennis. «In pochi minuti», dice Servari Schreiber «i movimenti oculari, dei tutto simili a quelli della fase Rem dei sonno, inducono la riattualizzazione e il superamento dei traumi. I risultati sono spettacolari: dopo tre sedute, l'80 per cento delle persone non presenta più sintorni».
Troppo bello per essere vero?
Non proprio. Un approccio al trattamento della depressione aperto al contributo di metodi naturali e di tecniche inconcepibili fino a pochi anni fa caratterizza anche il dipartimento di psichiatria dell'Ospedale San Raffaele di Mílano, diretto dal professor Enrico Smeraldi. «Nel nostro centro per i disturbi dell'umore», dice Smeraldi, «applichiamo con successo la terapia della privazione di sonno: il paziente rimane sveglio per 36 ore, ha una notte di recupero, poi ricomincia per tre volte l'alternanza di veglia prolungata e di sonno. Spesso tre sedute sono sufficienti per ottenere il miglioramento o la risoluzione del problema, attraverso una stimolazione della serotonina più veloce di quella ottenibile con un farmaco».
Molto probabilmente agisce sui neurotrasmettitori che trasportene la serotonina anche la light therapy che si applica al San Raffaele da quando ci si è accorti di una strana anomalia. «II nostro reparto ha alcune stanze esposte a est e altre esposte a ovest», spiega Smeraldi. «Conteggiando i giorni di degenza, abbiamo notato che i pazienti ricoverati a est venivano dimessi in media quattro giorni prima degli altri. L'unica differenza era la luce cui erano esposti. Di qui l'idea di usare la luce come terapia. Il paziente compila un questionario, in base al quale si stabilisce qual'è l'ora del giorno in cui è più ricettivo e, al momento stabilito, rimane in una stanza per trenta minuti, a distanza ravvicinata (un metro, un metro e mezzo) rispetto a una luce verde. I risultati sono ottimi».
Nello stesso centro si applica da un anno e mezzo anche la Tms, o stimolazione magnetica transcranica. «È un metodo indolore e non invasivo», dice Adelio Lucca, del Dipartimento di psichiatria del San Raffaele. «Nei depressi gravi si registra una minor irrorazione sanguigna della corteccia cerebrale e un diminuito consumo di glucosio. Noi, applicando per pochi secondi un campo magnetico, produciamo una stimolazione elettrica delle cellule corticali, che riequilibra il metabolismo e ha un effetto antidepressivo». Un po' come accadeva con l'elettrochoc. «Il principio è lo stesso», dice Lucca, «ma la pratica è del tutto innocua. E dà risultati eccellenti dopo una o due settimane di trattamento, con risposte analoghe a quelle degli antidepressivL Noi siamo l'unico centro in Lombardia autorizzato a praticare elettrochoc, ma, grazie alla Tms, siamo passati da 30 elettrochoc all'anno a uno».
E gli omega-3 prescritti al suoi pazienti da Servan Schreiber funzionano? «Dopo aver letto il libro, abbiamo deciso di sperimentarli anche noi», risponde Lucca. «Da 3 mesi un gruppo di pazienti segue una dieta che comprende capsule di omega-3, anche se questo non significa escludere i farmaci. È comunque troppo presto per sapere se gli acidi grassi sono davvero efficaci». Insomma, questa commistione tra tecnologie di punta e terapie dolci non trova opposizione tra gli psichiatri italiani. E nemmeno tra gli psicoanalisti. «Era tempo che s arrivasse a una riconsiderazione degli approcci terapeutici», dice Gherardo Amadei, professore di psicopatologia dello sviluppo all'Università Cattolica di Milano. «Forse queste sono davvero le terapie del futuro». Che Servan Schreiber, tra l'altro figlio del fondatore del settimanale francese L'Express, abbia davvero inaugurato l'età dell'ex-stress?

L'opinione di Giovanni Battista Cassano: nei casi gravi serve
Ma lo psichiatra va controcorrente: meglio l'elettrochoc


«I RISULTATI Di METODI NATURAU come la light therapy sono modesti, nulli quelli degli omega-3 e tutti ancora da dimostrare quelli della stimolazione magnetica. Ma l'efficacia delle teraple ellettroconvulsivanti sulle depressioni gravi è largamente provata». Giovanni Battista Cassano, direttore dei Dipartimento di psIchiatria dell'Università di Pisa non usa mezzi termini. Ma l'elettrochoc non era stato abbandonato? «Da noi mai. Abbiamo conservato una teralpia salvavita per i depressi con propositi sulcidi o resistenti al fannaci, per le psicosi acute o le ferma manlacail gravi. D'altra parte se la si udlìzza per combattere Parldnson o epilessia nessuno è contrario». Non è rischlosa? «Molto meno dei farmaci. L'anestesia totale è breve e gli effetti collaterali si limitano ad amnesie tranaltorie. Ma i oentri che la praticano sono pochiesimi, per cui Il 90 per conto dei pazienti arriva da altre regioni». Tutto bene, dunque? No, perché uno studio pubblicato due mesi fa sull'americano Journal of Clinical Psychiatry parla di un tasso elevato di ricadute: 27 pazienti su 30 trattati, nel giro di un anno. «Le ferma gravi si ripresentano qualsiasi sia la terapia impiegata. Ma molti, dopo un ciclo di eiettrochoc, stanno bene per 5 o 10 anni», dice Cassano. (ac.)


MARCO Bellocchio a New York

Ansa 18-MAR-04 19:32
Cinema: a New York una settimana dedicata a Bellocchio


(ANSA)-NEW YORK, 18 MAR- Da 'Pugni in tasca' a 'Buongiorno notte': da domani, per oltre una settimana, New York ripercorre la carriera di Marco Bellocchio. Un tributo cinematografico organizzato dalla Brooklyn Academy of Music in collaborazione con l'Istituto Italiano di cultura. La rassegna, per i promotori, intende rendere omaggio a "uno dei registi italiani di maggior talento, piu' rispettati e impegnati socialmente".

scambio di persona?

Repubblica 19.3.04
QUELLE COSE CHE NON RIFAREI
intervista a Piergiorgio Bellocchio

Fortini ci smosse con una bella lettera
Con Grazia Cherchi l'intesa era perfetta
Vent'anni fa chiudeva "Quaderni Piacentini". Ecco il bilancio autocritico del fondatore
di SIMONETTA FIORI


Piacenza. Tutto, apparentemente, è come vent´anni fa. Piergiorgio Bellocchio con la sua faccia da ragazzo appena invecchiato, classe 1931, febbrile e irrequieto, molte sigarette, malmostoso verso il mondo intero, a cominciare da se stesso. L´eremo è quello piacentino, non la mitica sede di via Poggiali dove si facevano i Quaderni - ora una sorta di casa-biblioteca dove l´ex direttore conserva i suoi "oggetti smarriti", libri ormai introvabili - ma un affollato condominio a cinque minuti dalla stazione, perché «in un´Italia che s´è arricchita sono tra i pochi che si sono impoveriti». Della nobile e un po´ altezzosa famiglia culturale piacentina - Fortini, Cherchi, Fofi, Berardinelli e tanti altri - il più coerente ed appartato: un lungo silenzio interrotto da rigorose collaborazioni giornalistiche, da alcuni libri raffinati (Dalla parte del torto, Eventualmente, L´astuzia delle passioni) e nel 1985 dalla rivista Diario, scritta interamente da lui e da Berardinelli. «Avrei voluto titolarla Prima di crepare: mi parve di eccedere nel pessimismo, in realtà non lo fui abbastanza».
Tutto, apparentemente, come prima. L´ultimo numero dei Quaderni piacentini usciva nel 1984 e ora il convegno promosso "a vent´anni dal funerale" vuole mantenerne l´impronta: niente autocelebrazioni, sobrietà grafica nella locandina, i "padri storici" confusi ad anonimi relatori sotto i trent´anni, così come nei primi numeri della rivista gli inediti di Bertolt Brecht erano mescolati alle poesie di Vico Paveri, ferroviere di Piacenza. Squilla il telefono, sono figli e nipoti dei Quaderni Piacentini, fili spezzati che si riannodano, amici ritrovati. Un´avventura generazionale, ma anche un romanzo famigliare: una rivista che per oltre un ventennio - 1962-1984 - ha inciso su umori, gusti, inclinazioni della "nuova sinistra".
All´origine ci fu il suo incontro con Grazia Cherchi.
«Sì, Grazia: anche lei di Piacenza, anche lei borghese benestante e anche lei intellettuale irrequieta. L´avevo conosciuta nella seconda metà degli anni Cinquanta, lettrice onnivora e fervorosa. Anch´io all´epoca leggevo un libro al giorno, ma soltanto sdraiato sul letto: oggi m´addormenterei».
Cosa vi legava?
«C´era confidenza, amicizia, collaborazione. Un´intesa lieve, nutrita d´affetto: la ricordo allegra e quieta fino all´ultimo, nonostante gli esiti della Tac. Eravamo complementari, ci si capiva. Anche nella direzione dei Quaderni Piacentini: era bravissima nel coltivare i rapporti con i collaboratori, un autentico talento, che poi avrebbe sviluppato nell´editoria».
E lei, Bellocchio?
«No, io mi stufavo. Dinanzi al collaboratore riottoso, subito m´arrendevo. Non so psicologizzare. Preferivo occuparmi di cose pratiche, campo in cui Grazia non eccelleva. Contabilità, distribuzione, spedizioni: mi ricordo ancora i tagli nelle mani a furia di far pacchi».
Una rivista anomala: senza una redazione, ma con una felice tradizione conviviale.
«Jon Halliday, un caro amico inglese, diceva che la nostra era una rivista fondata sui pranzi. Ospitavamo spesso anche Giovanni Pirelli, che in fondo ci era grato: eravamo gli unici a non chiedergli soldi».
E poi c´erano i fratelli Bellocchio.
«Ero il più grande. Quando mio padre morì mi ritrovai capofamiglia, giovane e avventuroso. Marco frequentava il centro sperimentale di cinematografia, Alberto era sindacalista della Cgil e Antonio faceva il magistrato. Con i beni di famiglia decisi di finanziare i Quaderni Piacentini - i primi due numeri tra il marzo e l´aprile del 1962 - e poco dopo il film di Marco, I pugni in tasca: pensavo che ciascuno avesse diritto di giocarsi le sue chances. Mio padre era un avvocato colto e di grande liberalità: non gli sarebbe dispiaciuto».
Con quali ambizioni fondaste la rivista?
«Volevamo pungolare, rompere, creare nuovi linguaggi, noi interpreti d´un marxismo critico che mescolava la scuola di Francoforte con il materialismo di Sebastiano Timpanaro e l´originale riflessione di Cesare Cases. Fummo una voce rilevante della "nuova sinistra", indagavamo i fermenti oltre confine, anticipammo il Sessantotto. Erano anni drammatici e fervidi. L´Italia stava cambiando faccia. E sulla scena internazionale c´era la guerra algerina, la decolonizzazione in Africa, la nuova sinistra americana, la rivoluzione cubana, il Vietnam. Abbiamo certo fatto errori, preso qualche abbaglio. Non ci siamo mai fatti molte illusioni sul sistema sovietico, per questo abbiamo investito troppo sulla Cina: drammaticamente sbagliando».
Prima ancora l´incontro con Fortini: burrascoso l´epilogo, ma fecondo il sodalizio.
«Con Grazia e i miei fratelli, alla fine dei Cinquanta, avevamo fondato un circolo a Piacenza, Incontri di cultura, a cui parteciparono intellettuali di ispirazione eterogenea, Ernesto De Martino ed Enzo Paci, Danilo Dolci e Carlo Bo. Venne soprattutto Franco Fortini, con cui si stabilì un rapporto importante, centrale».
Lettera agli amici piacentini, scritta nel 1961, è un´ideale introduzione ai Quaderni.
«Soltanto in seguito Franco volle darle quel titolo, perché forse siamo stati quelli che meglio l´avevano compresa e messa a frutto. Eravamo in pieno boom economico, anche in Italia s´affermava l´industria culturale. Fortini ci invitava a resisterle, rimanendo estranei all´"imbestiamento collettivo". Bisognava scegliere tra "progresso neocapitalistico, elettronico, riformistico" e "ricerca della verità": il primo portava "scatti di stipendio, volumi di filologia, premi letterari"; la seconda procurava integrità morale. Scegliemmo questa seconda».
Ma questo radicalismo non fu una scelta sbagliata? Tra gli errori della nuova sinistra non ci fu anche l´assoluta refrattarietà alla cultura riformista?
«Sì, ci fu un certo eccesso nel criticare il centro-sinistra e il suo programma di riforme. Soltanto in seguito avrei recuperato l´anima liberalgobettiana da cui poi discendo: negli anni Cinquanta ero vicino ai radicali di Pannunzio. Il nostro atteggiamento si rivelò impolitico, anche nella successiva demolizione del Pci. Non capivamo allora che occorre essere sì intransigenti nel modo di chiedere, ma non bisogna domandare la luna: Matteotti, che pagò il proprio rigore con la morte, era un socialista di destra».
Voi volevate cambiare il mondo.
«Il nostro è stato un peccato di ingenuità: credevamo che fosse possibile un salto più lungo. L´entusiasmo intorno a Kennedy, Krusciov, il Concilio Vaticano II, ci sembrava una melassa indigesta. O forse eravamo troppo preoccupati di venire meno a certi principi. In conclusione, siamo stati abbastanza miopi: ma di presbiopia è piena la vita».
Alcune vostre rubriche entrarono nella leggenda, come Libri da leggere, libri da non leggere.
«Non sono orgoglioso di quella rubrica, che avrebbe richiesto maggiore cautela. Buona l´idea originale, che però non era nostra ma dei surrealisti».
E il seguito?
«Finimmo per stroncare libri che non avevamo letto come la Lolita di Nabokov o La vita agra di Bianciardi: errori colossali. Presto divenne un tiro al bersaglio, ma non sempre la mira era giusta. E c´è chi ne porta ancora le ferite: Enzo Siciliano non mi ha mai perdonato. Attaccammo anche il Gruppo 63, ma in fondo a Sanguineti o a Guglielmi non dispiaceva essere della partita. Ricordo ancora le lettere rabbiose di chi si sentiva escluso: dai libri da leggere ma anche dai libri da non leggere».
Stroncavate mostri sacri come Moravia, Pasolini, Eco.
«Sì, tuttavia non siamo mai stati maramaldi. Ho bocciato Il nome della rosa perché era brutto, non perché avesse successo. Ma non ho avuto particolari problemi con Eco: il vero guaio sono gli echiani, i suoi seguaci».
Eravate spocchiosi?
«Sì, un po´ arroganti. La parola giusta è iattanza, ostentazione di presunte sicurezze».
Altre autocritiche?
«Pur essendo la meno dottrinaria tra le riviste politiche di allora - toglievo tutte le citazioni di Marx dalla testata degli articoli - oggi mi piacerebbe trovare qualche inchiesta in più e qualche teoria in meno».
Siete stati accusati di ritardo nel denunciare le derive terroristiche del movimento.
«Obiezione ingiusta: la rivista rappresentò una voce di moderazione rispetto alle istanze rivoluzionarie. Eravamo la destra dell´estrema sinistra. Cercavo tuttavia di comprendere le cause del terrorismo. Il mio era un atto d´accusa verso una classe dirigente incapace».
Parole molto aspre, forse troppo. E oggi?
«Non ho più le parole».
Rimpianti?
«Forse in questi anni avrei potuto scrivere di più. Ma se anche molti altri avessero seguito il mio esempio, vivremmo meglio. Meno oberati da carta inutile».

UN CONVEGNO
LA TRIBÙ SNOB DELLA SINISTRA


A VENT´ANNI dalla morte, un convegno sui Quaderni piacentini che si propone una chiave critica: Ridefinire la politica, sabato, al Teatro de Filodrammatici a Piacenza. La giornata è dedicata alla memoria di Grazia Cherchi. Vi partecipano alcuni dei padri nobili e dei collaboratori - Bellocchio, Fofi Berardinelli, Luca Baranelli, Carlo Donolo, Marcello Flores, Marco Revelli - mescolati a giovani studiosi curiosi di quella esperienza: i più antichi s´interrogheranno sull´oggi, i giovani sulla rivista. Un´occasione per ripercorrerne la storia: i primi due fascicoli uscirono nel marzo e nell´aprile del 1962: tiravano circa 250 copie e costavano cento lire. L´impronta di novità proveniva dai commenti sociali: tra i collaboratori - oltre ai direttori Bellocchio e Cherchi - figurano Fortini, Giovanni Giudici, Fofi, Edoarda Masi, Mario Isnenghi, Alberto Asor Rosa. Il salto di qualità a partire dal 1965: tra i contributi più rilevanti, Un colloquio con Ernesto De Martino di Cesare Cases, la rassegna di Renato Solmi su La Nuova sinistra americana, più tardi Considerazioni sul materialismo di Timpanaro, e poi il saggio Contro l´Università di Viale. Le pubblicazioni cessarono nell´84.

il manoscritto di Dino Campana

Repubblica, ed. di Firenze 19.3.04
Aggiudicato all'asta con 213 mila euro il manoscritto de "Il più lungo giorno"
L'Ente Cassa ce l'ha fatta, Campana torna a Firenze

Il documento sarà accessibile a tutti in una biblioteca, forse la Nazionale
Speranza: "È andata bene, prezzo esorbitante, non avremmo potuto salire"
di MARA AMOREVOLI


AGGIUDICATO a Firenze. Alla sua città. E al pubblico di studiosi e bibliofili che vorranno consultarlo. Il manoscritto de «Il più lungo giorno» del poeta Dino Campana è stato acquistato ieri all´asta dall´Ente Cassa di Risparmio per 175 mila euro. Il lotto numero 20 con il prezioso documento è stato battuto alle ore 15.15 nelle sede romana della Casa d´aste Christie´s: silenzio in sala mentre in collegamento telefonico da Firenze c´è Edoardo Speranza, vicepresidente dell´Ente Cassa incaricato della trattativa. La base d´asta è 150 mila euro. Parte la contesa. Dura pochissimo: due soli rilanci, uno di un privato presente in sala che si ferma subito e lascia campo libero alla banca fiorentina. Che infine se lo aggiudica a 175 mila euro. Anzi a 213.425 euro, diritti d´asta compresi precisano da Christie´s.
«Ce l´abbiamo fatta, non è andata male - tira un sospiro di sollievo Speranza - il prezzo era esorbitante e non avremmo potuto seguirlo oltre i 200 mila euro. Ora siamo contenti di questa nuova acquisizione per la città, che pur restando di nostra proprietà, sarà affidata ad una importante biblioteca pubblica, a disposizione degli studiosi. E quanto prima comunicheremo a chi darlo».
Si complimenta per il lieto fine dell´operazione anche il poeta Mario Luzi: il primo a dare l´allarme per la possibile dispersione privata del piccolo e preziosissimo quaderno in cui Campana annotò i suoi celebri versi, sia pure meno intensi dei futuri «Canti orfici». «Sono davvero felice che resti di proprietà pubblica e quindi fruibile. E poi a Firenze, il luogo ideale - afferma Luzi - Quanto a dove collocarlo, il posto di perentorietà è la Biblioteca nazionale centrale. più del Gabinetto Vieusseux, della Fondazione Primo Conti, dove è vero che sarebbe in compagnia di altri scritti di Papini e Campana, ma è situata un po´ fuori mano. Nulla è paragonabile alla Biblioteca nazionale. Che dire, se non che sono contento che in questa città non ci siamo spogliati anche di queste penne?».
L´acquisizione era in parte già certa. Dopo che il documento ritrovato nel 1971 era rimasto per anni in custodia nelle mani di un notaio a cui era stato affidato dagli eredi di Campana, che solo ora lo hanno affidato a Christie´s per venderlo, l´interesse era salito alle stelle: «Come pure il prezzo, esagerato e fagocitato dalle notizie di stampa - afferma il vicepresidente dell´Ente Cassa - se gli eredi avessero fatto un´offerta alle istituzioni fiorentine, sarebbe stato più semplice e meno oneroso». Già, tanto più che anche l´assessorato alla cultura di Palazzo Vecchio, il Comune di Marradi e quello di Campi Bisenzio, con la Provincia di Firenze insieme alla Regione Toscana erano pronti a dare un contributo di 80 mila euro per l´acquisto. Ma l´Ente Cassa di Risparmio ha voluto partecipare da sola alla battuta all´incanto, pronta a fare la sua parte senza partner. E ora quel quaderno scritto a penna da Campana, prima con mano ferma e poi più frenetica, considerato il testo base dei «Canti orfici», dopo lunghe peregrinazioni tra le residenze degli eredi, le figlie del fratello del poeta, diventa patrimonio visibile a tutti come la sua poesia.