lunedì 26 aprile 2004

l'urbanista Pier Luigi Cervellati
un articolo di Simona Maggiorelli che cita Ugo Tonietti

Europa 24.4.04
Parla Pier Luigi Cervellati, urbanista della vivibilità
LA CITTA’ BELLA; CUORE DELL’EUROPA

Mentre il primo maggio entra in vigore il discusso codice dei Beni culturali e ambientali del ministro Urbani, il centrosinistra pone fra i punti forti del suo programma il recupero dei centri storici e la trasformazione delle periferie, sul modello vincente di Barcellona. “I patrimoni culturali sono elemento identitario dell’Europa e dell’Italia”, ricorda Giuliano Amato. E l’urbanista bolognese ammonisce che in un momento difficile per il paese, occorre pensare alle tante opere per ricreare la città e l’ambiente e non ipotizzare follie come il ponte di Messina.
di Simona Maggiorelli


E’ emergenza città, sempre più malate di inquinamento. E’ emergenza paesaggio, su cui pesa la mannaia del secondo condono promulgato dal governo Berlusconi, allievo che supera il maestro, Craxi, nell’uso e abuso di questo espediente per far cassa. Ma è anche, e soprattutto, emergenza beni culturali, da quando i ministri Tremonti e Urbani- più convinto il primo, più recalcitrante l’altro, ma alla fin fine senza spostare di troppo il risultato finale – si sono messi in testa che sia legittimo svendere il patrimonio pubblico italiano, come si trattasse di gioielli privati, di famiglia. Dalla Patrimonio spa creata da Tremonti, alle vendite lo scorso dicembre della manifattura tabacchi di Firenze e di altri immobili, fatte per decreto del ministero dell’economia, senza nemmeno consultare il ministero dei beni culturali. E poi, su su,, fino alle cartolizzazioni di questa settimana, a colpi di “fiducia”.
A giorni, il primo maggio, entrerà in vigore il nuovo, e discusso, codice dei Beni culturali e ambientali redatto da Urbani. Con norme assai controverse, come quella del cosiddetto “silenzio assenso”. Per la quale il demanio chiederà alla soprintendenza preposta di valutare l’immobile che si vorrebbe vendere. E se entro 120 giorni, la soprintendenza non dovesse rispondere, il suo silenzio verrà letto come un sì alla cessione. Facendo finta di non sapere che le soprintendenze territoriali, sempre più vessate da tagli e accorpamenti, non hanno personale sufficiente neanche per le mansioni ordinarie. “Un momento molto negativo per il nostro paese - ricorda l’urbanista Pier Luigi Cervellati - fu quando il ministro De Michelis, paragonò i nostri beni culturali al petrolio. Il nostro patrimonio non è fatto di petrolio, ma di opere d’arte che appartengono alla collettività, alle chiese, ai centri storici, come punto di riferimento della comunità. Se perdiamo questa nostra matrice – dice il professore, docente di Riqualificazione urbana all’Università di Venezia - perdiamo noi stessi, per imitare che cosa e chi ?”. “Come l’uomo, un territorio senza memoria impazzisce”, aveva ascritto nel suo "La città bella" ( Il Mulino,1991).
Che i patrimoni culturali, per come si sono formati storicamente, siano un elemento identitario per europei e italiani in particolare, pare un dato ineludibile. E che non si possa affidarli a una gestione privata come accade in America, lo storico dell’arte Salvatore Settis lo ha spiegato più volte, da ex direttore del Getty Research Institute di Los Angeles e a partire dal libro "Italia spa, assalto ai beni culturali" ( Einaudi, 2002). “I musei americani – dice - sono quasi tutti privati e si reggono su ingenti donazioni, non certo sulla biglietteria. Troppo spesso in Italia, per ingenuità, ma anche per disinformazione, quando si parla di gestione privata si pensa che il museo funzioni come un’azienda e che faccia profitti. Non è così”. “Ci affanniamo a imitare il modello americano - aggiunge Cervellati- a partire dalla costruzione di villettopoli, anonime e omologate. Non tenendo conto che negli Usa l’impatto è diluito su grandi spazi. Mentre noi non abbiamo spazi, ma luoghi, carichi di storia”.
Su come fare per recuperare i nostri centri storici, su come rendere le città più vivibili, s’interrogano in questi giorni spezzoni importanti del centrosinistra, in un dossier ancora in bozze. Nell’introduzione Giuliano Amato mette al centro la città, fra recupero, sviluppo, welfare.
“Che finalmente i politici ripartano dalla riflessione sulla città come luogo- commenta Cervellati - mi pare un segnale importante. C’è bisogno di una relazione forte fra urbanisti e amministratori, perché negli ultimi quindici anni, un po’ in tutta Europa i centri storici hanno subito un’involuzione”: Il pensiero corre a Firenze, a Roma, a Venezia, meta di un turismo di massa che si sofferma sempre dimeno su ciò che vede e sente. “Ma anche alla città magica di Ripellino, che quasi non esiste più – dice Cervellati - o ai sassi di Matera che, cosa che non accadde con il film di Pasolini, da quando è uscito La Passione di Cristo di Gibson, sono diventati meta di processioni turistiche”.
Una presenza turistica massiccia e non programmata, denuncia l’urbanista e architetto bolognese, porta a un recupero omologante, commerciale della città d’arte. Affollate di negozi, rischiano di perdere sempre più la loro identità, “mentre il nuovo regolamento dei Beni culturali dà poche rassicurazioni, preoccupato com’è della vendita, rischia di perdere il controllo su quello che è il bene più importante del nostro paese”. La sua analisi parte da un confronto con il passato, dalle piazze, una volta punto di incontro oggi perlopiù parcheggi, dalle strade, nate come punto di raccordo collettivo , ora sempre più intasate. “ La città è cambiata nella sua fisionomia, non ha più la contemplazione- spiega - Invece io penso che la città storica non solo rappresenti le nostre radici la nostra cultura, identità, ma abbia anche una funzione educativa, osservando questa nostra ricchezza di opere d’arte, chiese, di palazzi, di monumenti, di cortine edilizie mai banali”. Inevitabile allora un confronto problematico con le periferie, come renderle non più ghetti dormitorio? Come curarle dal degrado attraverso segni architettonici di bellezza? Cervellati lo aveva scritto anche ne "L’arte di curare la città" ( Il Mulino, 2000). Per poter intervenire, bisogna prendere atto di un fenomeno generalizzato: i centri storici sono sempre più usati e sempre meno abitati .”A Bologna –dice - la popolazione è calata a 350mila abitanti. Ma ci sono 100mila pendolari che ogni giorno vanno e vengono. Una volta il dualismo era fra città e campagna, oggi è fra città e periferia. Amministratori e urbanisti dovrebbero allearsi per invertire questa tendenza, innescando un policentrismo che cancelli questa discrasia”. In altre parole, fare in modo che “la metropoli- nel senso originario della parola che non vuol dire grande, ma matrice- diventi una città che genera città , rendendo la periferia non più tale”. Un processo che alcuni settori di punta dell’architettura, prendendo a modello l’intervento di riqualificazione di Barcellona operata da Bohigas, immaginano come una “contaminazione positiva degli spazi pubblici”, “come ricorso a metastasi positive che agiscano sul tessuto della città con il coraggio di ridisegnarlo, di rivoluzionarlo (Ugo Tonietti, nel saggio "Poeticamente abita l’uomo" in AAVV "L’architettura e la morte dell’arte" Nuove edizioni romane, 1996). E che Cervellati riconduce “sì una buona architettura, ma soprattutto una buona urbanistica”, che riguardi anche dei servizi di trasporto collettivi, funzionali. “Oggi - dice - si sta facendo l’esatto opposto, ipotizzando enormi follie come il ponte di Messina in una territorio dove non arriva la ferrovia. Per andare da Ragusa a Messina si impiegano otto ore. E intanto costruiamo un ponte per guadagnare un quarto d’ora. Quanto costerà alla collettività? Siamo ancora all’impresa della grande opera- conclude Cervellati - quando invece dovremmo occuparci di piccole opere, come costruire una piazza, un giardino. La mia preoccupazione , oggi, è come ricreare quel senso che la città ha avuto nei secoli in Europa come punto di riferimento culturale, innovativo, punto di evoluzione, più che di sviluppo. Città come urbs di cultura, di interscambio, di socialità, cose fondamentali nella vita di una persona”.

l'Accademia dei Lincei
sula cancellazione di Darwin

Repubblica 25.4.04
Dopo l'appello degli scienziati su Repubblica si allarga il fronte
L'Accademia prepara una lettera di protesta al ministro Moratti
Il darwinismo abolito
i Lincei si ribellano
di ELENA DUSI


ROMA - Accademia dei Lincei, venerdì pomeriggio. In via della Lungara la Classe di Scienze è riunita in sessione plenaria. Due giorni passati a sgranare tutti i punti in programma, ma alla fine il nodo viene al pettine. La questione Darwin approda nella più blasonata istituzione culturale d'Italia, e non lo fa certo in maniera soft. La posizione degli Accademici contro i nuovi programmi, che non prevedono l'insegnamento di Darwin nelle scuole medie, è unanime, di condanna e si sta concretizzando in una lettera contro il ministero.
Si alza per primo il socio Ernesto Capanna, professore di anatomia comparata alla Sapienza di Roma, che a nome di un gruppo di colleghi annuncia: "L'evoluzione è stata cancellata dai programmi delle scuole, e la nostra Accademia non è stata nemmeno consultata. Abbiamo preparato la bozza di una lettera da inviare al ministro, o anche alla stampa. Ve la leggo".
L'evoluzione è una realtà dei fatti, c'è scritto, che non può essere confutata. Le idee di Darwin rappresentano una maniera di vedere i fenomeni naturali da cui non si può prescindere. Tutta la biologia moderna deriva da lì. La teoria scientifica dell'origine della vita, ne consegue, va necessariamente insegnata ai ragazzi durante le scuole medie. "Prima, sarebbe effettivamente troppo presto - sottolinea Capanna - ma dopo è troppo tardi".
La lettera, redatta da una ventina di zoologi e botanici, viene approvata da tutte le altre categorie di scienziati. Paleontologi, fisici, chimici fanno fronte unico nel difendere l'insegnamento di Darwin nelle scuole. "Qualche matematico - racconta Carlo Alberto Redi, biologo dell'università di Pavia - non aveva seguito le polemiche delle ultime settimane e non credeva a ciò che dicevamo. Ci invitava a leggere meglio i programmi ministeriali. Qualcosa doveva esserci sfuggito, non era possibile che Darwin fosse semplicemente scomparso dalla lista delle materie da insegnare. Effettivamente, la vicenda ha dell'incredibile". "Ci chiedevamo tutti - aggiunge Floriano Papi, etologo dell'Università di Pavia - chi mai avesse potuto suggerire un'idea simile al ministro".
Dei circa ottanta membri della classe di Scienze, una sessantina erano presenti venerdì. "Ma mancava proprio il presidente, Lamberto Maffei - spiega Capanna - così abbiamo preferito posporre l'approvazione finale del documento. E' stata solo una questione di procedure, perché tra noi l'unanimità è completa. Redigeremo la versione finale della lettera e la approveremo nella prossima seduta, fra un mese. Una dozzina di righe: basteranno". Redi aggiunge: "Ho parlato con i colleghi della classe di Discipline morali, filologiche e storiche. Vogliono partecipare anche loro alla nostra presa di posizione".
La condanna dei nuovi programmi scolastici in via della Lungara ha messo d'accordo sia scienziati laici che cattolici. A differenza di quanto avvenuto negli Stati Uniti - dove la polemica anti-Darwin era alimentata da motivazioni religiose - in Italia (al di fuori del ministero dell'Istruzione) non si leva nessuna voce a difesa dei nuovi programmi. "Tutti - sottolinea Capanna - ci siamo trovati d'accordo nella necessità di non mescolare problemi scientifici a letture scritturali. Fede e scienza marciano su binari differenti. Su questo l'accordo è stato unanime. E pensare che i vecchi programmi erano stati approvati nel '79, in piena era democristiana".

una stele più antica di quella di Rosetta

Repubblica 26.4.04
ARCHEOLOGIA
SCOPERTA UNA PIETRA PIÙ ANTICA DELLA STELE DI ROSETTA


IL CAIRO - Una nuova stele con iscrizioni in tre lingue (greco antico, demotico e geroglifico), più antica della famosa "stele di Rosetta" utilizzata dall´archeologo Champollion per decifrare l´antica scrittura egiziana, è stata scoperta a Tell Basta (Bubasti), una delle capitali del Delta del Nilo - nota per il culto della dea Gatta-Bast - da una missione archeologica tedesco-egiziana.
«È la pietra più bella e più importante del genere scoperta negli ultimi 120 anni», ha dichiarato il capo archeologo tedesco Christian Tietze, docente nell´università di Postdam, precisando che è stata scoperta vicino ad una statua alta 11 metri, che raffigura una figlia-moglie di Ramesse II, Merit Amon.
Datata al 238 avanti Cristo, la stele in granito grigio, alta 99 centimetri, larga 84 e spessa 65, riporta un "decreto canubiano" del periodo (246-221) di Tolomeo III Evergete (Benefico) che ne testimonia il potere ed il buon governo. In particolare indica una rettifica del calendario dell´ antico Egitto, che verrà applicata solo 250 anni più tardi, sotto Giulio Cesare.
Dei tre testi, quello greco è conservato nelle condizioni migliori e contiene 67 righe, quello demotico 24. «Questa è la quinta copia di una stele della quale sono state trovate altre quattro - ha detto l´archeologo Mohamed Abdel Maksud - ed è quella in migliori condizioni».

domenica 25 aprile 2004

Cina

Il sole 24ore 25.4.04
La Tendenza
È la Cina a trainare la domanda globale


È la Cina a trainare la domanda di commodity. Per capire la grande incidenza del Paese sull'economia mondiale basti pensare che gli abitanti della Cina, oggi 1,3 miliardi di persone, consumano cinque milioni di barili di petrolio al giorno contro i 270 milioni di abitanti degli Stati Uniti che ne utilizzano 20 milioni al giorno.
Da questi dati emergono le potenzialità dell'ex Impero Celeste. Secondo gli esperti nei prossimi anni la richiesta di materie prime e di petrolio è destinata a salire ancora, a meno che qualcosa non si blocchi nella vertiginosa espansione di questa nazione asiatica che per ora continua a correre.
Nel primo trimestre 2004, secondo i dati diffusi dall'Ufficio nazionale di statistica del gigante asiatico, il Pil è cresciuto del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2003 e il dato segue un aumento del 9,6 nel terzo trimestre 2003 e del 9,9 nel quarto trimestre.
La crescita della Cina è dovuta anche al basso costo della manodopera che continua ad attrarre investimenti stranieri. È lecito quindi aspettarsi per i prossimi anni una domanda molto forte.

Modigliani al Musée du Luxembourg

Il giornale dell'arte
Modigliani schizofrenico?
Un centinaio di opere per una retrospettiva al Musée du Luxembourg: il curatore Marc Restellini traccia una diagnosi psicanalitica


Parigi. «Tra tutte le opere romanzate che sono state scritte su Modigliani, nessuna penetra la sua anima né la sua vera personalità. Dietro un’apparenza bohémienne, Modigliani racchiudeva tesori che solo i suoi amici conoscevano. Era un vero artista: la gente comune non arriva a penetrare né a comprendere queste creature particolari dall’anima perennemente tormentata». La constatazione di Lunia Chezchowska sull’amico Modigliani sembra sempre pertinente, secondo Marc Restellini, curatore della retrospettiva dedicata a Modì dal Musée du Luxembourg. Per Restellini, che è anche autore del Catalogo ragionato dell’artista livornese in preparazione presso il Wildenstein Institute, Modigliani resta tutt’ora un artista incompreso. «Modigliani procede allo stesso modo tanto in pittura che in scultura: cerca la figura ideale», dice il curatore. Ne sono testimonianza le cariatidi destinate a popolare un mai realizzato Tempio della Voluttà, ma anche i visi dei personaggi dei suoi dipinti, sorta di maschere inespressive e anonime. Ispirati alle arti primitive e al teatro, questi ritratti nascondono in realtà la vera anima del loro autore. Lo aveva capito il dottor Paul Alexandre, collezionista e amico di Modigliani: «Molto più che nei pettegolezzi che su di lui si sono sprecati, il suo vero volto è nella sua opera». Se l’artista fornisce talvolta qualche chiaro indizio per decrittare le sue tele, certe allusioni restano incomprensibili, salvo, forse, per il modello e il suo entourage. È il caso del «Portrait de Soutine», dipinta seduta, le mani sulle ginocchia. La curiosa posizione delle dita simboleggerebbe il segno di benedizione della tribù biblica di Cohen ed è pertanto un riferimento alle origini ebraiche di Modigliani e della sua amica lituana ritratta in quell’opera. Tra gli altri ritratti in mostra, quello di Léopold Survage, raffigurato nel 1918 con un solo occhio: Modigliani spiegò al suo modello che l’anomalia stava a signicare che lui, Survage, guardava la realtà con un occhio, e a se stesso dentro di sé con l’altro. Altri modelli assumono queste fattezze «ciclopiche», come lo scultore Henri Laurence, la poetessa Béatrice Hasting o il mercante Paul Guillaume. Modigliani morì nel gennaio del 1920. La parte fondamentale della sua carriera si colloca tra il 1914 ed il 1919, anche se, nella sua opera, non vi sono mai allusioni alla prima guerra mondiale, un dramma che pure influenzò molti suoi colleghi. Secondo Restellini, «solo un artista completamente distaccato dal mondo reale può sottrarsi alla realtà quotidiana». Termine spesso abusato e non più utilizzato nemmeno dagli psicanalisti. In catalogo, il curatore spiega questo atteggiamento anche alla luce di una sorta di schizofrenia: la «diagnosi» di Restellini farà discutere, ma è tipico di molti artisti il vivere in un mondo immaginario, avulso dalla realtà. La quiete delle figure di Modigliani, il suo desiderio di penetrare l’animo umano, le sue idee filosofiche e metafisiche non giustificano forse l’utilizzo di un termine come «schizofrenico», abbandonato ormai anche dalla psichiatria.
Ma l’epistolario dell’artista, in particolare le lettere da e per il suo amico Oscar Ghiglia, è rivelatore. Dal 1901 scrive ad esempio: «Noi abbiamo diritti differenti dalla gente comune, perché abbiamo bisogni diversi che ci mettono al di sopra – bisogna dirlo e crederlo – della loro morale». Paul Alexandre diceva d’altronde di Modigliani: «Intollerante per la mediocrità della vita, aveva pretese di privilegi principeschi». Per evocare la sfasatura tra l’arte di Modigliani e la sua epoca, il Musée du Luxembourg presenta le 111 opere dell’artista in un allestimento che ricorda la Francia della rivoluzione industriale, l’universo delle fabbriche nella prospettiva delle architetture in metallo. La rassegna comprende una parte della produzione grafica di Modigliani, in particolare i numerosi schizzi che disegnò per le cariatidi, ma anche ritratti di Max Jacob, Paul Guillaume e Jean Cocteau.

autismo: uno su mille

Ansa 25/04/2004 - 09:17
Autismo, in Italia colpisce un bambino su mille


(ANSA) - NAPOLI, 25 APR - L'autismo, un disturbo che compromette seriamente la motivazione alla socialita', colpisce un bambino su mille in Italia.La malattia, che ha chiare basi genetiche, nelle sue forme piu' gravi, e' difficilmente curabile.

sul domenicale del Sole 24ore di domenica 25 aprile

Dalla matematica, dalla logica e dalla loro ?poesia? una lezione di antidogmatismo
Gödel batte Münchhausen
di Armando Massarenti
pag 33
(in realtà è la recensione di un libro di Hans Magnus Erzensberger)

Dai curricola di elementari e medie scompaiono non solo l'evoluzionismo, ma più in generale la modalità dell'ipresa scientifica
Torna a scuola Darwin
Il Miur sottovaluta le capacità organizzative dei sempre più precoci ragazzi di oggi
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza
pag. 35

L'errore è nel metodo
di Gilberto Corbellini
pag 35

Dalle fonti archivitiche vaticane nuove interpretazioni dei «silenzi» di Pio XII
Le illusioni di Pacelli
La questione della eccessiva prudenza diplomatica va oltre la persona del papa
La mancata condanna di Hitler si spiega anche in chiave anticomunista
di Emilio Gentile
pag 36

Oriente
Un «vuoto» che collega il Tutto

Renato Franci introduce efficacemente ai principi del buddhismo
di Giuliano Boccali
pag 39

venerdì 23 aprile 2004

il prof. C.L.Cazzullo risponde al prof. Boncinelli

Corriere della Sera 23.4.04
LO PSICHIATRA
«Vita noiosa e frustrante Uomini e donne dimezzati»


Un essere umano che non ha un padre, o una madre, perché è nato per partenogenesi: geneticamente orfano. Che ne dice, professore? «Mah, la faccenda in sé è semplice: che uomini e donne siano più o meno in quantità uguale e che un essere umano derivi da una madre e un padre appartiene all’ordine delle cose, come il sole e la luna, capisce?».
Appunto: e se quest’ordine fosse alterato?
«Sarebbe qualcosa che nega l’intera storia dell’individuo, il suo sviluppo psicologico: un uomo dimidiato». Il professor Carlo Lorenzo Cazzullo, padre della psichiatria italiana, dice proprio così: «dimidiato», come il visconte Medardo di Terralba narrato da Italo Calvino. «È qualcosa di quasi impensabile, la cancellazione di ciò che dell’uomo conosciamo fin dall’inizio della nostra cultura, dai greci».
Senza padre, addio complesso di Edipo...
«Addio tutto! Ma le dirò: quando nel dopoguerra lavorai al Rockfeller Institute di New York, la prima cosa che mi insegnarono è di controllare ripetutamente le scoperte e non impostare sviluppi di ricerca se non c’è prima un controllo adeguato. Non dico che non ci credo, però andiamoci cauti, un po’ di sano scetticismo scientifico...».
Ma se dal topo si passasse all’essere umano? Perché parlava di uomo dimezzato?
«Perché nella famiglia l’elemento fondamentale è la coesione, l’armonia che si basa sulle caratteristiche complementari del padre e della madre, della donna e dell’uomo. Qui già si incontrerebbe un rischio notevole: un bimbo o una bimba privo "geneticamente" di uno dei due elementi andrebbe incontro ad una crescita limitata, unilaterale, priva di comunicazione. Per questo parlavo di stravolgimento dell’intera storia dell’individuo».
Che conseguenze si possono immaginare?
«Dato e non concesso che sia possibile, temo che avremmo un essere umano con acquisizioni psichiche ridotte e incomplete. Senza quell’armonia che crea la continuità del cosmo e della vita, la differenza di caratteri diversi e complementari, la sua storia non sarebbe interpretabile nel senso dell’individuo come lo conosciamo. E una società composta da queste persone non sarebbe neppure una società ma anch’essa un qualcosa di tagliato a metà».
Nel mito dell’androgino del Simposio , la metà femminile e maschile in origine unite sono destinate a cercarsi. Ma in una società costruita per partenogenesi mancherebbe la metà da cercare...
«Proprio così, Platone lo sapeva bene: l’indirizzo di una sola via non è mai adatto a costruire una verità. Nessuna differenza, né complementarietà, né armonia: solo una vita uniforme, ripetitiva e fastidiosa che porta all’esasperazione. La chiamerebbe vita?».

l'antico pensiero greco sulla riproduzione

Corriere della Sera 23.4.04
LA STORIA
Tutti figli di Pandora
di EVA CANTARELLA


Sembrava che solo la fantasia dei greci avesse inventato storie di esseri umani nati da un unico sesso. Ma, si sa, la fantasia dei greci in materia di riproduzione era inesauribile. Donne che si accoppiavano con tori (Pasifae), dèi che assumevano l'aspetto di tori per rapire donne mortali e accoppiarsi con loro (Europa), satiri nati da accoppiamenti tra esseri umani e capre, centauri (uomini-cavalli), sirene (in Grecia donne-uccelli, non ancora donne-pesci, come dal Medio Evo in poi), donne che si innamoravano e si accoppiavano con i fiumi… In un simile quadro, la riproduzione per partenogenesi non poteva meravigliare: tutto era possibile, anche che un uomo, o una donna, si riproducesse senza l'intervento dell'altro sesso. Anzi, a ben vedere, originariamente gli uomini - tutti - si riproducevano senza bisogno delle donne, e le donne - tutte - senza bisogno degli uomini. Storia singolare, questa, che peraltro emerge da alcune fonti, a partire da Esiodo.
Nella Teogonia e nelle Opere e i giorni Esiodo racconta come nacque la prima donna, Pandora, mandata sulla terra da Zeus per punire gli uomini della loro arroganza. Sino ad allora gli uomini erano felici, immuni da malattie e fatiche, ma con l'arrivo di Pandora le cosa cambiarono: Pandora aveva bellezza, fascino, abilità nei lavori domestici, ma «anima di cane», «carattere ingannevole», «menzogne e blande parole»: da quel momento «mali infiniti vagano fra gli uomini». Ma il punto che più ci interessa è che da Pandora, quel «male così bello» (kalon kakon) discende «il genere maledetto, le tribù delle donne» (Teogonia, 591). Le donne, dunque, sono un genos, una stirpe a sé, divisa al suo interno in phyla, vale a dire in tribù: da Pandora (e solo da lei) discende un'umanità a sé, composta da sole donne. Partenogenesi? Quantomeno in Esiodo si direbbe proprio di sì.
Ma veniamo agli uomini. Come si riproducevano prima dell'arrivo di Pandora? Una indicazione viene da Platone, quando nel Symposion racconta il mito sull'origine dei sessi: un tempo gli esseri umani, che avevano forma sferica, erano divisi in 3 sessi, uomini, donne e androgini. Ogni individuo aveva 4 braccia e 4 gambe, due volti sul collo cilindrico rivolti in senso opposto e due organi genitali (maschili gli uomini, femminili le donne, uno maschile e uno femminile gli androgini). Ma un giorno Zeus, per punirli, li spaccò in due, come sogliole, e da quel momento ognuno cercò la propria metà. Chi veniva dall'uomo cercava un altro uomo, chi da una donna cercava altre donne, chi dall'androgino cercava persone dell'altro sesso e con queste si riproduceva. Cosa nuova, questa: prima, dice Platone, «non generavano gli uni con gli altri, ma dalla terra, come le cicale» (Symposion 191 C 1).
Per i Greci, la riproduzione era possibile anche senza il contribuito di entrambi i sessi. Ma quando un sesso si riproduceva da solo, come nel caso di Pandora e della sua umanità tutta femminile, l'unitarietà del genere umano poteva essere messa in discussione. I greci arrivavano a concepire qualunque cosa, in materia di riproduzione, ma si rendevano conto della gravità delle conseguenze

gli scienziati:
Darwin deve restare nei programmi scolastici

Repubblica 23.4.04
Genetisti, medici e ricercatori al ministro: rimediare alla soppressione dell´evoluzionismo dai programmi delle medie
Gli scienziati: non cancellare Darwin dalla scuola
Da Dulbecco a Cavalli Sforza, appello alla Moratti: limitazione culturale
di ELENA DUSI e MARIO REGGIO


Una bocciatura senza appelli, quella del gotha della scienza italiana. La mancanza di qualunque accenno alla teoria dell´evoluzione nei nuovi programmi scolastici delle medie - fissati nel decreto legislativo dello scorso febbraio - è, secondo genetisti, medici e ricercatori in genere, una lacuna gravissima: il ministero dell´Istruzione deve porvi senz´altro rimedio. Per questo alcuni fra gli scienziati più rappresentativi del nostro paese hanno firmato un appello per la modifica dei programmi di studio. Il testo completo, insieme all´elenco degli aderenti, è pubblicato in questa pagina. «Ho tenuto pochi giorni fa una conferenza in un liceo - racconta Bruno Dallapiccola - e ho trovato di fronte a me ragazzi estremamente interessati ai temi della biologia. Non si possono espungere con un tratto di penna argomenti così attuali». Massimo Pettoello-Mantovani, dagli Usa, ricorda: «Qui c´è stata una grande polemica un paio di anni fa a questo proposito. Alcuni stati hanno abolito la teoria dell´evoluzione dai programmi scolastici e gli insegnanti che hanno trasgredito le direttive sono stati addirittura licenziati. Spero che nel caso italiano si sia trattato di ignoranza: sempre meglio del fondamentalismo politico-religioso». Non si possono affiancare creazionismo e teoria dell´evoluzione nel cercare di spiegare l´origine della vita, secondo Luigi Luca Cavalli Sforza: «Il primo può ovviamente essere accettato per fede religiosa, ma non può essere considerato come ipotesi scientifica, perché nessuno ha finora saputo indicare una possibile via per poterlo falsificare. E questa è la condizione che distingue le verità scientifiche dalle altre».
Drastico anche il giudizio di Jacopo Meldolesi, presidente della Federazione Italiana Scienze della Vita, e direttore del San Raffaele Scientific Institute. «Una scelta pazzesca. Darwin ha avuto un´intuizione eccezionale, ma la teoria dell´evoluzione è stata arricchita da nuovi apporti scientifici. Una teoria fondamentale nella cultura del nostro tempo».
Non è di questo avviso il ministro dell´Istruzione Letizia Moratti, che rispondendo ad un´interrogazione presentata da sette senatori dell´opposizione ha risposto: «Le indicazioni nazionali privilegiano le narrazioni fantastiche, i cosiddetti miti delle origini, che favoriscono l´approccio del bambino al dato scientifico. Le precedenti generiche indicazioni, trattando dell´uomo e dell´ambiente, hanno portato gli autori dei testi scolastici a trattare diffusamente i contenuti di questo tema, sistematizzando i principi sull´evoluzione della specie umana, ricomprendendo anche la teoria di Darwin».

Repubblica 23.4.04
L´ACCUSA
Il premio Nobel Dulbecco: uno dei pilastri della biologia moderna
"Per i giovani è una lacuna si ritorna a mille anni fa"
Chi sta crescendo dovrebbe conquistare l'apertura mentale la più ampia possibile
di Elena Dusi


ROMA - Non è solo un buco culturale. Per Renato Dulbecco, non insegnare la teoria dell´evoluzione ai ragazzi delle scuole medie vuol dire privarli di un tassello importante per la formazione delle loro coscienze. Il premio Nobel per la medicina del 1975 non si oppone all´idea di spiegare agli studenti i limiti della teoria nata con Charles Darwin. E trova ragionevole anche proporre concezioni alternative, come quelle di derivazione religiosa. Ma lasciare i ragazzi all´oscuro di uno dei pilastri della biologia moderna è, secondo lui, un grave errore.
Professore, dai programmi di scienze della scuola media italiana è scomparso qualunque accenno a Darwin.
«Incredibile, mi sembra un ritorno a mille anni fa. Non ho mai sentito cose simili negli altri paesi. Certo, in America ci sono scuole che improntano i loro insegnamenti alle idee religiose, ma si tratta per lo più di istituti confessionali, sono casi limitati».
Si può sempre studiare Darwin al liceo o all´università. Perché secondo lei è grave eliminarlo dai programmi delle medie?
«Perché i giovani che stanno crescendo dovrebbero conquistare l´apertura mentale più ampia possibile. E´ molto triste che una delle ipotesi sulla nascita della vita sulla Terra venga semplicemente eliminata dai programmi scolastici. La si può criticare, se non si è d´accordo: la teoria dell´evoluzione di Darwin e le idee che da essa sono scaturite formano un sistema tutt´altro che perfetto. Esistono dei punti oscuri, delle fasi di passaggio non facilmente decifrabili. Ma si tratta di limiti che supereremo probabilmente in futuro, man mano che amplieremo le nostre conoscenze. Non certo di contraddizioni in grado di inficiare la teoria dell´evoluzione nel suo complesso».
E´ giusto presentare la teoria del Creazionismo ai ragazzi delle scuole?
«Ma certo. Nessuna ipotesi va scartata a priori. Nemmeno quella Creazionista, che pure è completamente estranea ai criteri del pensiero scientifico. Per potersi creare una coscienza, i giovani hanno bisogno di prendere in esame tutte le opzioni. Sarà poi la vita a farli decidere, a portarli verso la razionalità della teoria evolutiva o verso altri ambiti, come quello dell´ipotesi religiosa sull´origine del mondo».
Possono esserci oggi buoni biologi e buoni medici, senza lo studio della teoria dell´evoluzione?
«Si può avere un´istantanea della situazione attuale. Di certo si possono apprendere tutti gli elementi per la conoscenza dell´uomo e degli altri esseri viventi anche senza studiare Darwin. Ma più problematico sarebbe spiegare quali sono le connessioni fra le varie specie. Tutto il settore della genomica, uno dei più significativi per il futuro della medicina, si basa su esperimenti condotti sugli esseri viventi. Si può partire da un semplice lievito, avanzando verso il topo, la scimmia, fino all´uomo. Per seguire questo approccio è fondamentale conoscere quali sono i rapporti fra le varie specie. Quali elementi ci dividono da un topo o da una scimmia, e quali invece ci rendono simili a loro? Tutto questo non può prescindere da Darwin e dai suoi epigoni».

L'APPELLO

Dai nuovi programmi della Scuola media è scomparso l´insegnamento della “Teoria dell´evoluzione delle specie”. L´elenco degli argomenti da trattare non comprende più “L´evoluzione della Terra”, la “Comparsa della vita sulla Terra” la “Struttura, funzione ed evoluzione dei viventi” e “L´origine ed evoluzione biologica e culturale della specie umana” I programmi pubblicati nel decreto legislativo del 19 febbraio 2004 non contengono tracce della storia evolutiva dell´uomo né del suo rapporto con le altre specie. Il mancato apprendimento della teoria dell´evoluzione per dei ragazzi di 13-14 anni, rappresenta una limitazione culturale e una rinuncia a svilupparne la curiosità scientifica e l´apertura mentale. E´ senz´altro giusto spiegare che il Darwinismo e le teorie che ne sono conseguite hanno lacune da colmare e presentano problemi insoluti, ma non si può saltare completamente l´anello che lega passato e presente della nostra specie. Chiediamo dunque al Ministero dell´Istruzione di rivedere i programmi della scuola media, colmando una dimenticanza dannosa per la cultura scientifica delle nuove generazioni.

Carlo Bernardini - Dip. di Fisica La Sapienza e Infn
Edoardo Boncinelli - Scuola Int. Sup.StudiAvanzati,Trieste
Luigi Luca Cavalli Sforza - Univ. di Stanford
Bruno Dallapiccola - Ist. Mendel, Roma
Ernesto Di Mauro - Genetica molecolare, La Sapienza. Dir. Fond. Cenci
Bolognetti Renato Dulbecco - Nobel per la medicina
Margherita Hack - prof.ssa emerita di Astrofisica, Trieste
Giuseppe Novelli - docente di Genetica Umana, Tor Vergata
Franco Pacini - dir. Osservatorio di Arcetri
Massimo Pettoello-Mantovani - prof. di Pediatria, Foggia e New York
Alberto Piazza - docente di Genetica Umana, Torino
Pier Franco Pignatti - presid. Soc. italiana di Genetica Umana

25 APRILE
Franzo Grande Stevens sulla Resistenza

Corriere della Sera, Torino 23.4.04
"Così ho imparato a credere nella nostra Resistenza"
"Giorgio Agosti, Dante Livio Bianco, Sandro Galante Garrone e Paolo Greco: ecco i miei maggiori"
Franzo Grande Stevens spiega il perché di una memoria che riguarda l´essenza democratica dello Stato
La speranza: Io non sono pessimista, quella del 25 aprile '45 è un'eredità ancora giovane: questa è una fase di regresso, ma vincerà la libertà
La certezza: So anche che avere certe idee è un privilegio di minoranza: e non tutti hanno il coraggio di sacrificarsi per difenderle
di MASSIMO NOVELLI


«Dopo tanti anni, guardando le cose con un certo distacco, penso che la Resistenza non vada considerata come un fatto a sé, ma come una delle manifestazioni di un certo modo di vivere e di pensare che è spesso di minoranze, ma che poi, nei momenti topici, diventa espressione di massa, diviene un popolo. E non si può isolare la lotta contro il nazifascismo dall´illuminismo, dalla Rivoluzione francese, dal Risorgimento, dalla prima guerra mondiale: è un filo unico, che attraversa i secoli».
Cresciuto alla scuola di maestri quali Giorgio Agosti, Dante Livio Bianco, Sandro Galante Garrone, Paolo Greco, Franco Venturi, limpide figure dell´antifascismo azionista e liberale, l´avvocato Franzo Grande Stevens, nipote del leggendario colonnello Stevens, la voce di Radio Londra, e presidente del Museo del Risorgimento di Torino, inquadra il moto resistenziale in quella concezione della storia che, secondo Benedetto Croce, è affermazione progressiva della libertà.
«Nell´illuminismo, nella Rivoluzione francese, nel Risorgimento, nella Resistenza contro il nazifascismo, vi è una modo laico di vivere e di pensare, innato di democrazia, disposto a reagire a quella che si ritiene una sopraffazione. Nasce sempre come minoranza, da persone che prima degli altri capiscono come andranno le cose e pertanto decidono di resistere come accadde con il fascismo. Non tutti, del resto, possono avere quella lucidità e quella forza d´animo per insegnare e sapere sacrificarsi, mettendo a repentaglio se stessi e la propria famiglia. E poi ci sono sempre quelli che, come diceva Sandro Galante Garrone, prima banchettano alla tavola dei Proci e subito dopo a quella di Ulisse».
Le radici della guerra partigiana affondano nel passato, tanto che un tempo veniva definita come il Secondo Risorgimento.
«Anche Cavour era stato un resistente. Le racconto un aneddoto. Quando era giovane ufficiale, su al forte di Bard, un giorno decise di scrivere al ministero per chiedere una fornitura di legno più consistente di legna, dato che quella che a loro disposizione era insufficiente per fronteggiare il freddo. Il ministero rispose però che quella legna era bastante. Allora Cavour mise fuori un cartello in cui aveva scritto: "Fa caldo per ordine del ministero". Lo mandarono in fortezza per punizione. Uno così all´epoca veniva considerato un sovversivo. D´altra parte, il futuro statista dell´Unità d´Italia non aveva timore di dichiararsi contrario alla pena di morte pur vivendo in uno Stato in cui era vigente, come ho potuto constatare leggendo una sua lettera che ho acquisito per il Museo del Risorgimento».
Ora, però, la Resistenza è oggetto di pesanti attacchi.
«Io non sono pessimista. La Resistenza, oltretutto, è ancora troppo giovane. Forse adesso è un po´ in declino, ma col passare del tempo si capirà quanti passi avanti sono stati computi. Pensi soltanto al diritti dei lavoratori: oggi per qualsiasi esponente politico, da qualunque parte stia, è più difficile non riconoscerli. E così il diritto di sciopero, che prima era considerato un atto di sovversione. Vi è insomma un alternarsi di cicli nella storia, ora di progresso ora di regresso, però alla fine l´affermazione dei principi di libertà va avanti».
Viviamo in tempi, comunque, in cui si mette in discussione anche la Costituzione, nata dalla lotta di Liberazione.
«La Costituzione, che è fondata sugli interessi generali e non su quelli personali, oggi non è ancora stata largamente assimilata. Una Costituzione scritta da gente che sapeva che cos´era la violazione dei diritti, in cui vi sono due principi fondamentali: il diritto al lavoro e il diritto alla scuola. Non si può neppure immaginare una Tangentopoli a carico dei padri costituenti, di persone come Ferruccio Parri, Pietro Nenni, Alcide De Gasperi».
Che ricordi ha lei della Resistenza?
«Uno su tutti, che riguarda le Quattro Giornate di Napoli: i ragazzi del riformatorio che sul ponte chiamato della Sanità, in direzione della strada per Roma, si buttano contro ai cingoli dei carri armati tedeschi con delle bottiglie incendiarie».

nelle famiglie dei boss della mafia
la tragedia delle innocenti

Repubblica, ed. di Palermo 23.4.04
Un'équipe guidata dal professor Girolamo Lo Verso da dieci anni studia il comportamento delle ragazze in crisi di identità nelle famiglie di mafia
Le figlie anoressiche dei boss smascherati
Dopo lo choc l'aiuto dello psicanalista
"Quando lo vado a trovare in carcere mi faccio forza ma all'uscita piango"
"Dormivo nel lettone quando vennero a prendere mio padre Non parlai per 6 mesi"
di ANGELO VITALE


L. non è riuscita ad aprire più bocca per sei mesi, dopo avere assistito all´arresto del padre, anche M. è rimasta letteralmente impietrita davanti ai poliziotti. Anoressia, bulimia, depressione a vari stadi, crisi d´identità e stravolgimenti tali da cambiare il fisico e i connotati del volto. Eccole, sdraiate nel lettino dello psicoterapeuta, le figlie innocenti di mafia, per le quali si compie la tragedia "edipica", spesso rimarcata dalle immagini televisive, di un padre arrestato, ammazzato, di una "scoperta", tanto improvvisa quanto dirompente in un sistema familiare quale quello mafioso che appariva così rassicurante, granitico, troppo monolitico per essere reale.
Dopo le mogli, i figli maschi, i genitori, gli zii, i nonni, la psicologia analizza il ruolo delle figlie femmine nella famiglia mafiosa, finite sotto la lente degli studiosi che da dieci anni a Palermo, guidati dal professor Girolamo Lo Verso, hanno avviato un filone di ricerche, apprezzato in Europa e negli Stati Uniti, sugli aspetti legati alla psiche dei mafiosi e sull´interpretazione profonda dei loro comportamenti. Ad aprire la strada una tesi di Francesca Abate che ha esaminato queste figure partendo dai racconti e dai test a cui sono state sottoposte tre figlie di mafiosi di un piccolo comune della provincia di Trapani.
Accantonati i possibili e facili pregiudizi si è materializzato l´universo sensibile di piccole donne che soffrono il crollo di una figura paterna creduta buona, imbattibile, in grado di proteggerle da tutto e da tutti. Il momento dell´arresto spesso coincide con la scoperta di una verità pesante, al punto da essere rifiutata contro ogni evidenza. È il dramma del dover prendere consapevolezza che il genitore è un efferato assassino e allo stesso tempo essere prese dall´angoscia di perdere il fondamentale appoggio, morale e materiale, che fino a quel momento il padre ha garantito.
Spesso le ragazze reagiscono in modo drammatico. è l´aspetto fragile delle tante facce spietate di Cosa nostra. Nonostante le accuse dei giudici, le sentenze, le prove a carico dei padri, queste donne continuano quasi sempre ad averne un´immagine idealizzata.
L. ricorda così quella brutta mattina: «Dormivo nel lettone con i miei genitori. Suonarono alle 5,30 del mattino. Era la polizia. Prima ci dissero che si trattava di una semplice perquisizione. Poi, un poliziotto disse a mio padre: "È il caso che si vada a vestire, c´è un mandato di arresto per lei"». E tra le lacrime rievoca: «A quel punto scoppiai a piangere e incominciai a tremare. Un agente mi è venuto incontro, si è seduto accanto a me sul letto per consolarmi, io gli dicevo "mio padre è il più buono del mondo", lui rispondeva: "non ti preoccupare se è innocente presto ritornerà a casa"». Solo grazie a una psicoterapia L. ha ripreso a comunicare con gli altri, ma ci sono voluti sei mesi di analisi.
Mentre ammanettavano il marito per portarlo in carcere, la madre le chiamava, ma M. e la sorella continuavano a restare «bloccate, ferme, immobili, scioccate. Non avevamo capito quello che era successo».
Per V. la scoperta è stata anche più traumatica. All´inizio era troppo piccola per capire e la detenzione del genitore le era stata tenuta nascosta. Aveva undici anni quando un giorno le capitò di leggere gli atti processuali, lasciati distrattamente dalla madre sul tavolo del soggiorno. Fu uno choc apprendere le gravi accuse rivolte dai magistrati al genitore. Solo un primo tentennamento. «All´inizio - dice - ho pensato che le aveva fatte veramente, poi mi sono convinta che era impossibile. Non ce lo vedevo come persona».
L´arresto o la morte di un genitore, di cui apprendono spesso dalla televisione, rappresenta per queste ragazze il crollo di ogni punto di riferimento e di certezza, una frantumazione dell´identità. Di fronte a una situazione del genere, con il rischio di impazzire, di perdere al bussola, queste ragazze non vogliono, forse non possono vedere la realtà delle cose. Come è capitato in una famiglia mafiosa dell´agrigentino, dove l´arresto del padre provoca in due figlie forti disturbi alimentari, mentre una terza s´è messa in testa che «deve prendere il posto di papà».
Andare a trovare il padre in carcere è un altro momento difficile da sopportare e da elaborare per una ragazzina: «Mi ricordo - dice L. - che quando dovevo entrare diventavo fortissima, tiravo un sospiro, entravo e stavo per un´ora con il sorriso. Volevo apparire quello che non ero a casa? Poi quando si chiudeva il portone e i detenuti uscivano, scoppiavo immancabilmente in lacrime».
«Queste figlie - afferma Girolamo Lo Verso - si trovano in bilico tra l´appartenenza e la dissociazione dal monolitismo mafioso. È arduo trovare lo spazio per un´identità propria, scegliere il cambiamento. Il risultato, a cui approdano sempre più frequentemente, è chiedere un aiuto psicologico. Siamo, dunque, in un mondo permeato da sofferenza, incertezza e confusione, in due parole davanti al disagio psichico».

una domanda
su Salute di Repubblica

una segnalazione di Sergio Grom

Repubblica Salute 22.4.04
dall'EDITORIALE
La violenza che esplode in famiglia
di Guglielmo Pepe, direttore di Salute

g.pepe@repubblica.it

una domanda conclude l'editoriale di Guglielmo Pepe su Salute di Repubblica di questa settimana. La risposta lì non c'è

(...)
Queste tragedie sono conseguenza della "cattiva" società (o del governo "che fa poco nei confronti della famiglia")? Non credo. Però è vero che le contraddizioni e i problemi del nostro vivere quotidiano esplodono troppo facilmente tra le mura di casa. Le pareti invece di resistere, come accadeva una volta, oggi sono più fragili. E chi ci rimette sono sempre le persone più deboli. Cosa si può fare?

fantasy

Zefiro n. 3 - 7 aprile 2004
Variazioni sul tema
di Paolo Izzo


Costosissimi progetti aerospaziali portano dei robot dove l'uomo non può ancora arrivare. Adesso è il momento di Spirit e di Opportunity, che rullano beatamente sul pianeta Marte. Ma l'esplorazione dello spazio non si ferma qui e il nostro sistema solare è trafficato di satelliti e sonde di ogni tipo che osservano, controllano, scoprono

Spazi pericolosi


«Signor presidente, ci sono importanti novità. Non le abbiamo ancora divulgate, per vagliare con lei ipotesi e strategie. Ebbene, la sonda Peace and Hope si trovava nell'orbita di Giove quando per un errore di calcolo ha sfiorato uno dei satelliti del pianeta: Ganimede. Poteva trasformarsi in una catastrofe, la sonda è transitata a meno di dieci chilometri dal satellite e lì ci sono catene montuose che toccano gli ottomila metri! Invece questo passaggio radente è stato provvidenziale. Abbiamo attivato gli impianti videoterminali di Peace and Hope, ottenendo rilevazioni a dir poco sbalorditive. C'è vita, signor presidente! Esseri umani, edifici, strade. Evidentemente il grado di evoluzione è assai basso: Ganimede, laddove non ci sono montagne, è pressoché desertico; il freddo e il caldo devono alternarsi con escursioni termiche insopportabili. Ma immagini qualcosa che si avvicina all'Africa. Ecco, sembrava di sorvolare certe zone del Sahara Ciononostante c'è vita; una vita organizzata, semplice, apparentemente pacifica».
«Mi scusi se la interrompo, generale. Ha detto apparentemente pacifica?».
«Sissignore, signor presidente. Non potrei giurare su questo, non si saranno nemmeno accorti del passaggio della nostra sonda. Ma dalle riprese sembravano intenti alla vita di tutti i giorni».
«Non potrebbe giurare sembravano Le faccio un'altra domanda, generale: come crede che affrontino quelle escursioni termiche che lei giudica insopportabili?».
«Dispongono di sconfinati giacimenti di energia, una specie di petrolio credo, cui sono collegati in maniera molto rudimentale e dispersiva».
«Ah, ecco! E come possiamo sapere se davvero, come dice lei, si tratta di una popolazione semplice, pacifica, rudimentale addirittura. Lei ha parlato di Africa, ma a me sinceramente venivano in mente Iraq, Afghanistan, Iran Soltanto ricordi spiacevoli, insomma. Dove c'è una fonte di energia deve esserci senz'altro un sistema di difesa e soprattutto un sistema di attacco. Nonché un qualche dittatore di turno che gestisce il potere! Le faccio un'ultima domanda, generale, prima che mi porti a vedere i video registrati a Ganimede: nell'eventualità di attacchi terroristici provenienti da questo satellite, quanto impiegherebbero i nostri ragazzi a raggiungerlo e a liberarlo?».

Marco Müller, che invitò "Il cielo della luna" al Festival di Locarno

Corriere della Sera 23.4.04
Venezia, contratto speciale per Muller
Croff sul direttore: regole di massima trasparenza, niente conflitto d’interessi


Acque agitate alla Biennale a quattro mesi dall’inizio della Mostra del cinema affidata, dopo la travagliata crisi dopo l’allontanamento di Bernabè-de Hadeln, a Marco Muller. Che certamente non è orientato a destra, ha firmato per il terrorista Battisti, ma piace al ministro di Forza Italia, è organizzatore di Festival (Pesaro, Rotterdam, Locarno) e produttore in proprio col gruppo «Fabrica» sponsorizzato da Benetton, guarda caso industriale veneto, e la Downtown, legata alla Rai e al Luce. Su questo presunto conflitto di interessi ha tuonato anche in un’intervista al Corriere veneto il consigliere Valerio Riva, delegato da Galan, rallentando i lavori e offuscando l’immagine. Per Davide Croff, neo presidente della Biennale, tutto ciò non assume il valore di un problema, ma è solo un tema che verrà risolto. «Sapevamo tutti benissimo dell’attività di Muller che infatti stiamo disciplinando contrattualmente con un meccanismo civile, di totale trasparenza, che sarà presentato al Consiglio il 27 aprile. Una polemica che giudico inopportuna. Certo che la Biennale si tutelerà: ma per esempio valuteremo anche il danno del tipo di aggressione di cui siamo stati vittime, ben sapendo che dopo la sua nomina Muller non ha firmato alcun contratto».
Molti si chiedono come mai hanno riscoperto l’acqua calda: Muller da sempre è un produttore. «La vera preoccupazione - dice Giampaolo Letta presidente della Medusa - è che tutto ciò, già noto da tempo e ora sollevato in modo pretestuoso, non rallenti la preparazione e il lavoro, mettendo in difficoltà il nostro cinema e la Biennale stessa. Esprimo tutta la mia preoccupazione: noi Muller lo stimiamo da tempo e sono sicuro che saprà risolvere il problema delle scelte». Dicono alla Biennale che il nuovo contratto gli proibirà in modo tassativo di fare il produttore finché sarà al Lido: quattro anni nel contratto. Le sue società proseguiranno, ma lui ne sarà fuori. Se non rispetta il patto, dicono, sarà un problema non solo morale ma anche legale.
In realtà il problema del conflitto riguarda anche critici e registi come Lizzani (che infatti non diresse film quando fu alla Biennale) o Pontecorvo: sarà risolto quando le nomine saranno durature e non precarie, come accade a Cannes o a Berlino, dove i direttori restano anche 20 anni. Il nuovo statuto, la Fondazione, i privati andranno in questa direzione? Ma Valerio Riva, il consigliere polemico, non intende sospendersi.
«Ormai sono esperto in conflitti di interessi e mi riservo quindi di osservare con attenzione il nuovo contratto di Muller, avere tutte le prove. Io da consigliere non posso fare attività concorrenziale alla Biennale e sarei obbligato a sostenere il quinto delle spese di un’eventuale causa persa con qualche produttore inferocito. La verità è che Muller ci è stato imposto. O lui o Giannini. Io ho pronunciato invano il nome di Garcia Marquez. Ma non si può accettare a occhi chiusi il fatto che dopo la sua nomina, Muller abbia firmato un contratto per tre film con Rai e Luce».
Molti gettano acqua sul fuoco, proprio mentre Cannes sta per aprire un’edizione ricca. Giancarlo Leone per Rai Cinema dice a Box Office che il problema non sussiste: ci saranno, dopo il mancato premio a Bellocchio, i film di Amelio e Placido, insomma grande presenza della Rai, che riprenderà la serata di chiusura. Il ministro Urbani rilancia sul conflitto di Muller: «È una sciocchezza detta da una persona sciocca». Poi si lancia: «Muller è in America ora, sarà la mostra più bella degli ultimi cinque anni e forse avremo Spielberg come presidente della giuria». In realtà Spielberg, che sta per iniziare un film sulla strage alle Olimpiadi di Monaco, porterà al Lido il suo film Terminal con Tom Hanks, odissea di un emigrante che rimane senza Paese natìo; ma per ora non risulta altro.

Cogne

Repubblica 23.4.04
Il risultato degli accertamenti effettuati dall'esperto tedesco Da un frammento osseo altra conferma alle accuse del Ris
di MEO PONTE


AOSTA - L´assassino del piccolo Samuele indossava il pigiama. Per l´esattezza durante il delitto aveva addosso i pantaloni dell´ormai celebre pigiama azzurro di Annamaria Franzoni. E´ questa la conclusione della perizia effettuata dal professor Herman Schmitter di Francoforte, al quale il giudice per l´udienza preliminare di Aosta, Eugenio Gramola, il 13 ottobre 2003 aveva affidato il compito di analizzare la distribuzione delle macchie di sangue rilevate sull´indumento. In venti pagine scritte in tedesco e debitamente tradotte in italiano l´esperto di Francoforte di fatto conferma la consulenza tecnica dei carabinieri del Ris di Parma su cui la Procura della Repubblica di Aosta aveva fondato l´accusa contro Annamaria Franzoni, la madre della piccola vittima.
E a sostenere la tesi dell´accusa si affianca anche la perizia del professore del Politecnico di Torino Piero Boccardo a cui il gup aveva chiesto di accertare la compatibilità tra il frammento di osso rinvenuto sulla manica del pigiama della madre di Samuele e una macchia scoperta sul lenzuolo del letto dove era stato ucciso il piccolo la mattina del 30 gennaio 2002. Le oltre cento pagine scritte dal professor Boccardo si chiudono infatti sostanzialmente con l´affermazione che il piccolo frammento osseo «è stato in contatto» con la traccia rilevata sul lenzuolo.
Le perizie, depositate pochi giorni fa, saranno illustrate al giudice lunedì mattina nel corso dell´udienza preliminare che deciderà il destino di Annamaria Franzoni. Il fatto che il responso degli esperti confermi sostanzialmente le analisi fatte dai carabinieri del Ris di Parma e contro cui si era più volte scagliato il difensore della madre di Cogne, l´avvocato Carlo Taormina, è una vittoria della Procura di Aosta e può far prevedere il rinvio a giudizio di Annamaria Franzoni, l´unica indagata per l´uccisione del piccolo Samuele, che però si è sempre dichiarata innocente.
Sulle tracce di sangue scoperte sul pigiama e sugli zoccoli di Annamaria Franzoni d´altronde era ruotata l´intera inchiesta sul delitto di Cogne.
Un´indagine partita la mattina del 30 gennaio 2002 quando nello chalet della frazione Montroz di Cogne Annamaria Franzoni, rientrando a casa dopo aver accompagnato Davide, il figlio più grande, alla fermata dello scuolabus aveva scoperto Samuele, appena tre anni, con la testa fracassata. I sospetti degli investigatori si erano subito addensati sulla madre della piccola vittima, in particolare quando i carabinieri del Ris analizzando la scena del crimine avevano trovato macchie di sangue del bimbo sul pigiama e sugli zoccoli della donna. La vicenda però si era ben presto dilatata trasformandosi in una intricata storia densa di colpi di scena che ha appassionato l´opinione pubblica per mesi.
Il 13 febbraio Annamaria Franzoni e il marito, Stefano Lorenzi, avevano lasciato Cogne per tornare nella casa del padre di lei a Monteacuto Vallese, in provincia di Bologna. Lì la notte del 13 marzo la madre di Samuele era stata raggiunta dai carabinieri di Aosta con l´ordinanza di custodia cautelare che ordinava il suo arresto e il trasferimento nel carcere torinese delle Vallette emessa dal gip Fabrizio Gandini. Il 30 marzo però il Tribunale del Riesame di Torino aveva accolto le tesi del difensore della donna, l´avvocato Carlo Federico Grosso che, avvalendosi della consulenza medico-legale del professor Carlo Torre, uno dei più noti medici legali italiani, aveva contestato l´accusa della Procura di Aosta. Annamaria Franzoni era tornata in libertà ma il suo nome era rimasto iscritto nel registro degli indagati. E il 30 giugno i giudici della Cassazione a cui avevano fatto ricorso i magistrati aostani, il procuratore capo Annamaria Del Savio Bonaudo e Stefania Cuggie, avevano annullato la decisione del Riesame torinese. Il 4 ottobre un nuovo tribunale del Riesame di Torino aveva confermato l´ordinanza del gip Gandini. Nel frattempo diversi protagonisti della vicenda era cambiati. Nel luglio Annamaria Franzoni aveva cambiato difensore, sostituendo il professor Grosso con l´avvocato Carlo Taormina. Carlo Torre si era dimesso da consulente tecnico mentre la famiglia Franzoni aveva addirittura organizzato un ufficio stampa per gestire le notizie riguardanti il caso. Annamaria Franzoni, che intanto era rimasta incinta, non era però tornata in carcere. La Cassazione il 31 gennaio aveva rinviato la decisione ad un terzo Riesame torinese ma l´avvocato Carlo Taormina aveva chiesto la revoca dell´ordinanza di custodia cautelare direttamente allo stesso gip che l´aveva emessa. Gandini, dopo un accertamento psichiatrico per stabilire la pericolosità sociale dell´imputata, aveva deciso di lasciare la donna a casa. Il 3 luglio scorso la Procura di Aosta aveva chiuso le indagini e chiesto il rinvio a giudizio e il pm Cugge, anche lei incinta, era stata sostituita dal sostituto procuratore Pasquale Longarini, titolare delle più delicate inchieste della Vallèe. Il 16 novembre davanti al giudice Eugenio Gramola era iniziata l´udienza preliminare nel corso della quale Taormina che da tempo contestava le indagini del Ris di Parma aveva chiesto una superperizia affidata ai professori Boccardo e Schmitter.

giovedì 22 aprile 2004

Boncinelli: «Il maschio? Non servirà più alla riproduzione»
(chissà come la prenderà Wojtyla...)

Corriere della Sera 22.4.04 Prima Pagina
Il genetista
Il maschio? Non servirà più alla riproduzione
di Edoardo Boncinelli


E’ caduto un altro formidabile ostacolo sulla via della comprensione della biologia della riproduzione. Della nostra riproduzione. E’ stato possibile produrre un numero notevole di topolini (rigorosamente di sesso femminile) partendo da un certo numero di cellule-uovo femminili, senza alcun contributo da parte di uno spermatozoo maschile. Si tratta quindi di partenogenesi, un fenomeno conosciuto in molte specie animali, ma che ha luogo solo molto molto di rado nei mammiferi e fino a ora mai a comando. Vediamo prima l’aspetto scientifico della scoperta. Si tratta sicuramente di una grande scoperta, che getta luce su un fenomeno biologico poco compreso, anche se tutti avevano l'impressione che si trattasse di una cosa di grande importanza. Sto parlando del cosiddetto imprinting genomico: nel nostro genoma esistono alcuni geni che «tengono a mente» se sono derivati da un maschio o da una femmina. Non si sa qual è il loro ruolo nella riproduzione ordinaria «normale», ma si sa che un embrione interamente ottenuto per via femminile non può svilupparsi oltre un certo stadio.
Analogamente, un embrione interamente derivato da genomi maschili non può arrivare oltre un certo stadio. La ragione di questi due diversi blocchi biologici risiede nello stato di attività o di quiescenza di un certo numero di geni particolari. Uno di questi prende il nome di H19. L'esperimento di questi giorni è consistito nella produzione di topi nei quali questo gene è stato inattivato, o come si dice in gergo, è stato messo ko, cioè knock-out . Le cellule-uovo prelevate da topoline di questo tipo possono dar luogo, se opportunamente stimolate, ad un topo femmina adulto. Il blocco è stato rimosso. Un'altra tessera è stata aggiunta al mosaico della nostra conoscenza della biologia, della nostra biologia.
Fin qui la scienza. E' ovvio a tutti che una cosa del genere potrebbe avere delle conseguenze pratiche non trascurabili. Prima o poi sarà possibile, se lo si vorrà, produrre bambine partendo dalle cellule di donne che non hanno avuto alcun rapporto con un uomo. La partenogenesi umana sarà allora una realtà. Per alcuni questo sarà un evento liberatorio. Per altri un'ennesima fonte di preoccupazione. Al di là di ogni considerazione di carattere morale, è opportuno notare che, se questa procedura venisse adottata su larga scala, ci potrebbe essere uno sbilanciamento nella composizione delle popolazioni umane. Attualmente, ci sono più o meno tante donne quanti uomini, perché così ha voluto la natura, cioè l'evoluzione biologica. Se si sposta di molto questo equilibrio, a favore delle donne o degli uomini, si può ottenere come risultato uno dei più grossi sconvolgimenti, reali questa volta e non fittizi, della condizione biologica delle popolazioni umane.
Pochi lo hanno notato, ma la scelta del sesso del nascituro è già possibile oggi. Forse occorrerebbe pensarci, per oggi e ancora più per domani. In certe società, potrebbe prevalere la tentazione di avere solo figli maschi, o solo figlie femmine. Le conseguenze sarebbero ancora più imprevedibili di quelle di una fantomatica clonazione umana.
Un'ultima considerazione, appena sussurrata. Se un gene come questo, sottodosato, dischiude la via alla produzione di un embrione vitale nonostante tutto, può essere che sopradosandolo si ottenga un embrione precoce che non diventerà mai un vero e proprio embrione, ma che potrebbe essere una fonte egregia di cellule staminali embrionali. Sarà vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza.

storia: chiesa e Stato

ELZEVIRO Chiesa e potere temporale
E’ tutta colpa di Costantino
di LUCIANO CANFORA


Nel serafico «Dizionario politico ad uso della gioventù italiana» che l’Editore Pomba di Torino (l’antecedente della Utet) pubblicò nell’anno 1849, libro pieno di moderazione e di cristiana pietà ma anche di moderato patriottismo, la cosiddetta «donazione di Costantino» appare alla voce «Dota o Dote». Qui dopo il chiarimento preliminare, che «la dote è propriamente ciò che la moglie apporta al marito per sostenere i pesi del matrimonio», l’autore ricorda come «la più celebre di queste dotazioni», quella che si pretese fatta da Costantino Magno alla Chiesa e di cui scrisse Dante: «Ahi Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco Patre!». Non una parola di più, ma è evidente che il pur timorato autore fa propria la celebre invettiva di Dante con implicita considerazione negativa del potere temporale dei papi o meglio della nascita di uno Stato della Chiesa come Stato tra gli Stati, potenza tra le potenze che fu la forza ma in ultima analisi la debolezza della Chiesa innanzi tutto di fronte al suo «gregge». Giovanni Maria Vian ha appena scritto un agile e denso libretto intitolato La donazione di Costantino , che segue la vicenda dalla sua origine (trascura però di ricordare il commento che ne fece Fozio nel secolo IX). Esso è in realtà una storia dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia e perciò viene presentato dal Mulino appunto nella collana L’identità italiana (pagine 240, 13). Vian ricorda la reazione di un insigne esponente del cattolicesimo liberale, Alessandro Manzoni, di fronte all’occupazione militare piemontese dello Stato pontificio (1860). È la testimonianza della figlia Vittoria che Vian riferisce: «Quando in settembre arrivarono le notizie della spedizione di Romagna, papà non stava più in sé dalla contentezza: Piangeva, rideva, batteva le mani gridando Viva Garibaldi! Papà era convinto che la perdita del potere temporale dovesse essere una misura provvidenziale per la Chiesa, la quale liberata da ogni cura terrena, avrebbe potuto meglio esercitare il suo dominio spirituale».
Vian non nomina mai Rosmini - che pure di Manzoni, in questo campo soprattutto, fu quasi un alter ego - il quale nei suoi importanti scritti sulla Rivoluzione francese si era posto appunto la domanda cruciale: per quale mai ragione l’alto clero (e lo stesso pontefice) avessero abbracciato la causa dell'«ancien régime» pur non avendo, egli opinava, interessi veri da difendere schierandosi da quella parte. Ma la «fortuna» di Rosmini è ancora in bilico.
Nel seguire il filo della vicenda dal tempo del nebuloso, e forse insignificante papa Silvestro (il «Patre» cui fa cenno Dante in quei celebri versi) fino al secolo XX, l’autore riconosce il gesto importante di Togliatti nel condurre i parlamentari-costituenti del Pci (tranne Concetto Marchesi, a rigore) a votare l’articolo 7, ma al tempo stesso puntualizza che quei voti non furono «decisivi» (pag. 213) ai fini dell’approvazione del contrastatissimo articolo che così profondamente divise i comunisti dai socialisti e dal partito d’azione.
Vian è certamente un moderno ammiratore della forza - sia politica che morale - che il «falso documento» propiziò ai papi. Studioso di vaglia qual è, coniuga in sé appunto modernità e passione. Si potrebbe discutere a lungo intorno alla sua visione continuista. Certo la Chiesa cattolica, nonostante alcune «scuse pubbliche» adottate dall’attuale pontefice come via d’uscita da un passato talora molto pesante, non ha mai compiuto strappi nella lettura del proprio passato. Non avrebbe mai organizzato un «XX Congresso»!
Ma forse aveva visto giusto il Manzoni e con lui, e più di lui, Rosmini: la vitalità del cattolicesimo in mondi immensi, e lontani dalla continuità curiale-romana, nulla deve al remoto retaggio del potere temporale.

avventurismo americano:
si comincia a preparare l'opinione pubblica al confronto con un nuovo "impero del male"?

Apcom 21/04/2004 - 22:20
USA/ BUSH: PREZZO PETROLIO AUMENTA A CAUSA DI ESPANSIONE CINESE


New York, 21 apr. (Apcom) - Nel corso del suo intervento ad ampio raggio di fronte ai soci dell'Associated Press, a Washington, il presidente George W. Bush ha attribuito l'aumento del prezzo del petrolio e di altre materie prime alla forte domanda di una Cina in piena espansione economica.
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Robert Oppenheimer

il Messaggero Giovedì 22 Aprile 2004
Anniversari/ Cento anni fa nasceva il grande fisico che costruì la prima atomica. Il dramma del Progetto Manhattan, le accuse di filocomunismo. E la conversione pacifista contro il terrore nucleare
Oppenheimer, l’uomo che creò l’apocalisse
di MASSIMO DI FORTI


«ORA sono diventato compagno della morte, un distruttore di mondi». 16 luglio 1945, ore 5,12. Nel deserto del Nuovo Messico, era appena avvenuta la prima esplosione atomica della storia in un luogo dal nome che il destino aveva voluto sinistro, Jornada del Muerto, e Julius Robert Oppenheimer ripeté queste parole che aveva letto sul Baghavad-Gita , il poema sacro degli indù, e che gli ritornarono all’improvviso alla mente. «Fu uno spettacolo commovente e solenne, qualcosa per cui fu giocoforza riconoscere che la vita non sarebbe più stata la stessa», disse il grande fisico che aveva diretto il Progetto Manhattan voluto dal governo americano per la costruzione della bomba, al quale avevano partecipato scienziati del calibro di Enrico Fermi, Niels Bohr, Arthur Compton, Emilio Segrè, Ernst O. Lawrence ed Edward Teller.
No, la vita non sarebbe mai più stata la stessa. Né lo sarebbe stata la morte. In quel deserto, la scienza aveva conosciuto il peccato e incontrato il diavolo.«L’intera regione era illuminata da una luce abbacinante, molte volte più intensa di quella del sole a mezzogiorno», ricordò il generale Thomas Farrell, che era l’unico testimone accanto a Oppenheimer al posto di controllo situato a 9 chilometri e mezzo dalla torre metallica dove era stata collocata la bomba mentre il generale Leslie Groves (l’altro direttore, con il fisico, del Progetto Manhattan) si trovava al Campo Base, sei chilometri più in là. «Era una luce dorata, purpurea, violetta, grigia, blu. Una bellezza abbagliante, che non può essere descritta né immaginata... Trenta secondi dopo si sentì l’esplosione, lo spostamento d’aria colpì violentemente le persone e le cose, e poi, quasi immediatamente, seguì un fragoroso terrificante interminabile tuono che ci fece sentire piccoli esseri blasfemi che avevano osato toccare le forze sino allora riservate all’Onnipotente». In una casa di Alamogordo, a molti chilometri dall’esplosione, una ragazza cieca dalla nascita gridò: «Vedo la luce!».
Pochi minuti dopo, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman - che si trovava a Potsdam per la Conferenza con Churchill e Stalin - ricevette un messaggio cifrato dal suo segretario: « Babies satisfactorily born », i bambini sono nati felicemente.
Il 6 agosto, alle 8,16 in punto, il bombardiere Enola Gay pilotato dal colonnello Paul Tibbets sganciava “Little Boy”, un’atomica di quarantacinque quintali, sulla città giapponese di Hiroshima. Un vento di fuoco sollevò le acque dei fiumi della zona, il calore liquefece ogni cosa e annientò le persone, fissando le loro ombre sull’asfalto. «Dio mio, che abbiamo fatto!», esclamò il capitano Robert Lewis, che affiancava Tibbets in quel volo verso l’inferno. «Si determinò negli scienziati, sia pure non in tutti, un grande, grande senso di orrore e di responsabilità», commentò poi Oppenheimer, «e un impegno a far in modo che una cosa simile non dovesse ripetersi mai più». Era l’ultimo atto del Progetto Manhattan. La seconda guerra mondiale si concludeva con un’apocalisse e la storia entrava, per sempre, nell’era del Terrore.
Julius Robert Oppenheimer, principale protagonista di quella tragedia che ha segnato per sempre i destini dell’umanità, era nato a New York il 22 aprile 1904, esattamente cento anni fa, da una ricca famiglia di commercianti ebrei. A dieci, leggeva Platone, Omero, Cesare e Virgilio nei testi originali. Conosceva nove lingue, tra cui il cinese e il sanscrito. Aveva conseguito tre lauree, una in chimica a Harvard e due in fisica a Cambridge e a Gottinga. I colleghi lo consideravano un genio, gli allievi dell’Università di Berkeley lo adoravano. Le sue ricerche sulla fisica quantistica e le sue eccezionali capacità organizzative lo avevano posto, nel 1942, in cima alla lista dei grandi fisici candidati alla direzione del Progetto Manhattan. “Oppie” aveva però due limiti: non aveva ricevuto il Nobel e, soprattutto, aveva simpatie e amicizie comuniste. Alla fine, ottenne l’incarico. Ma la storia d’amore con Jean Tatlock, una studentessa di psichiatria e militante comunista, aveva scatenato contro di lui l’accanimento dell’Fbi che non cessò mai di sorvegliarlo, controllandogli persino la posta e il telefono. E se, nel ’43, i sospetti di una possibile connivenza con amici in contatto con l’Urss si risolsero in una tempestosa archiviazione, nel ’54 la sua tenace opposizione alla bomba H e l’ambigua deposizione del suo avversario “Stranamore” Teller davanti a una commissione d’inchiesta gli costarono l’esclusione da ogni incarico di interesse nazionale e dalla carica di presidente della Commissione consultiva sull’energia atomica. L’infamante accusa di “tradimento” non poté essere provata ma il dramma di Oppenheimer conobbe un nuovo terribile capitolo.
La verità è che, nell’America della Guerra fredda, i “cacciatori di streghe” non riuscivano ad accettare che il padre dell’atomica fosse diventato un acceso pacifista, perseguitato dal ricordo di Los Alamos e Hiroshima. L’uomo che nel ’46 aveva detto a Truman «Signor presidente, le mie mani sono sporche di sangue» era ormai in prima fila nell’impegno per il disarmo e nell’ideazione del piano Baruch per il controllo degli armamenti nucleari. Neppure la direzione del prestigioso Istituto di Princeton e la “riabilitazione” alla Casa Bianca nel ’63, quando Lyndon Johnson gli consegnò il Premio Fermi, poterono consolarlo o placarne l’angoscia. Prima di morire a ’62 anni, per un cancro alla gola, disse amarissimo: «Questa assenza di etica è folle. Che dobbiamo pensare di una civiltà che non è stata capace di annullare il pericolo di uccidere gli abitanti di un intero pianeta?».