lunedì 13 settembre 2004

sul DSM-IV, dal Washington Post

Carmillaonline.com
Il boom delle sindromi psichiatriche
di Sheila M. Rothman
(Docente presso la Columbia University. L'articolo è tratto dal Washington Post)

Negli anni recenti, i tipi di comportamenti etichettati come malattie sono aumentati drammaticamente. La psichiatria moderna è pronta a trattare non solo depressione e schizofrenia, ma anche malumore, ansia e bassa autostima, sentimenti che la maggior parte di noi ha provato ogni tanto.
In nessun luogo questo si è sviluppato tanto chiaramente quanto nelle edizioni del manuale degli psichiatri, “Manuale Statistico e Diagnostico dei Disordini Mentali”, o DSM. Pubblicato dall’American Psychiatric Association, la cui prima edizione uscí nel 1952, elencava 60 categorie, che includevano la schizofrenia, la paranoia e altre aberranti forme di comportamento. In contrasto, la quarta edizione o DSM-IV, che uscì tre anni fa, ha più di 350 classificazioni (secondo il mio conteggio). Molti dei disordini descritti hanno criteri che si sovrappongono e deboli manifestazioni, e ognuno può avere sei o più sintomi. Pazienti che ne manifestano tre o più ricevono la diagnosi.
Dato che molti di noi hanno sofferto di almeno alcuni dei sintomi che caratterizzano le nuove malattie, il loro status come disordini solleva la prospetiva di definirci tutti come mentalmente malati. La proliferazione delle categorie di malattie sta iniziando ad offuscare la distinzione tra malattia e salute, tra persone e pazienti. Offrendoci di sollevarci dai malumori e dalle ansie che sono parte della vita quotidiana, i medici non stanno procurando altro che le cure per dati disturbi: essi sono pronti ad aiutarci rendendoci meglio che normali.
Prendete una delle nuove malattie classificate, disordine dismorfico del corpo. BDD, così è conosciuto, è caratterizzato dal passare eccessivo tempo ad esaminare se stessi allo specchio e grande preoccupazione per la taglia e forma di una parte del corpo. Ma come si distingue la malatia dalla vanità? In un suo recete libro, “The Broken Mirror,” Katharine Phillips, una psichiatra della Brown University School of Medicine che contribuì a stabilire i criteri del BDD, dice che più di 5 milioni di Americani (sia uomini che donne) ne soffrono. Ella ammise che “la differenza tra BDD e normale preoccupazione per l’apparenza può essere ampiamente una questione di grado.” Ma questo non dissuase lei, né l’American Psychiatric Association, dal classificarlo come disordine - e includerlo nel DSM-IV.
Un’altra nuova malattia, disturbo disforico premestruale (PMDD) è caratterizzato da irritabilità, tensione, tristezza, letargia, mal di testa, e aumento di peso. Ciò che trasforma questi comuni sintomi in una malattia è la [comparsa] temporale; essi di solito compaiono una settimana prima delle mestruazioni e scompaiono alcuni giorni dopo. Ma sintomi irrilevanti e transitori sono veramente indicativi di una malattia? E’ una (imperfetta) correlazione tra un normale ritmo corporeo e cambiamenti ormonali terreno sufficiente per trovare una patologia? Con la PMDD la linea di separazione tra normale e anormale diviene ambigua.
I curatori del DSM-IV, si trovano a loro agio ad espandere ulteriormente le già vaste categorie dei disordini mentali. Sotto il titolo “Altre Condizioni Che Possono Essere Oggetto Di Attenzione Clinica,” essi includono “problema relazionale tra i partner, problema di relazione tra fratelli, declino cognitivo correlato all’età, lutto, problemi accademici, problema occupazionale, e problema della fase di vita.” Mettete tutte queste categorie insieme e la divisione tra persona e paziente virtualmente scompare.
Questo è anche evidente nell’espansione del gruppo di malattie associate con i noti disordini alimentari. Il primo ad essere ampiamente riconosciuto, negli anni ’70, fu l’anoressia nervosa, i cui sintomi includono una intensa paura di guadagnare peso, amenorrea (in assenza di mestruazioni) e distorsione dell’immagine corporea, così che chi ne soffre pensa di essere grasso anche quando è sottopeso ed emaciato. L’anoressia fu seguita nella letteratura psichiatrica degli anni ’80 dalla bulimia nervosa, che è caratterizzata da abbuffate o diete croniche e persistente preoccupazione per il peso e la forma del corpo. Entrambi questi disordini rappresentano reali problemi per chi ne soffre, ma dato chi i sintomi possono sporadicamente apparire in persone sane, gli psichiatri sono obbligati a valutare “il contesto in cui il mangiare avviene,” secondo il manuale. Ciò che è “eccessivo consumo in un tipico pasto può essere considerato normale durante una celebrazione o il pasto di una festa.”
Vedendolo sotto qualsiasi altro aspetto, saremmo tutti candidati al trattamento psichiatrico il giorno del Ringraziamento.
In un articolo del New England Journal of Medicine intitolato “Running: An Analog of Anorexia?” Alayne Yates scrive che la ginnastica di routine può essere sintomatica di malattia. Una ginnastica troppo regolarei ?o, in termini psichiatrici, compulsiva– indica un “disordine di attività,” scrive Yates. Il problema non è il momento del comportamento(come nel PMDD) o il suo contesto (come nella bulimia nervosa), ma il suo scopo. Nella visone di Yates, l’eccessivo correre per perdere peso o controllarlo diventa patologico. Il comportamento può ben essere incluso nella prossima edizione del DSM: la psichiatria è chiaramente preoccupata dalle piste [podistiche], dai centri di fitness e dalle palestere.
Il dissolvimento della distinzione tra normale e anormale che queste nuove patologie suggeriscono è ancora più evidente nelle cosiddette “Sindromi ombra.” Proposta da John Ratey, uno psichiatra della Harvard Medical School il cui nuovo libro ha preso come titolo il termine, le sindromi rappresentano disordini psicologici “nascosti”. Le persone che sono “un po’” depresse o ansiose o hanno un brutto temperamento soffrono di esse. Benchè Ratey ammetta che i sintomi sono troppo deboli per rientrare in quelli che egli chiama “Il blocco reale del DSM,” tuttavia argomenta che sentimenti di questo tipo sono un genuino rischio: “La vita della gente può andare in pezzi...a causa di piccoli problemi.”
Questa straordinaria espansione delle malattie mentali coincide con il nostro aumentato interesse per il determinismo biologico. In verità, le due tendenze si rinforzano reciprocamente. Questo nuovo settore suggerisce che le caratteristiche una volta credute individuali e fluide sono, al contrario, altamente fissate dentro di noi. Biologi e genetisti stanno invadendo il campo della psichiatria, ipotizzando che le deficienze biochimiche, sovente causate da difetti genetici, scatenino depressione, aggressione e ansia. Anche se essi ammettono che le dinamiche famigliari possono essere rilevanti, mettono con determinazione la natura al di sopra dell’allevamento.
Nella loro visione – e in contrasto con il pensiero psichiatrico prevalente nel 20° secolo – la biologia conta di più. Non sorprende che questo orientamento stia generando nell’opinione pubblica un tipo di ansia genetica che recenti rapporti sulla clonazione aggravano solamente. Forse siamo realmente pupazzi al termine di una stringa di DNA – il nostro temperamento, come la probabilità di sviluppare cancro, è definito dai nostri geni.
La spiegazione più comunemente invocata per spiegare molte forme di comportamento irregolare concerne carenze della serotonina, uno dei naturali componenti chimici del cervello che trasmette il segnale tra le cellule nervose. In “The Broken Mirror,” la Phillips correla il dismorfismo corporeo ad “una anormalità del sistema neurotrasmettitore serotoninico .” Altri psichiatri hanno attribuito i disordini alimentari e di ginnastica, sindromi ombra e anche il PMDD a bassi livelli di serotonina. Qali sono le loro prove? I pazienti si sentono meglio una volta che i loro livelli di serotonina vengono alzati con la somministrazione di medicine chiamate SSRI, di cui il Prozac è il più comunemente prescritto. Poichè i pazienti con BDD sembrano rispondere a questi farmaci, la Phillips insiste che “La chimica cerebrale disturbata gioca un ruolo importante” in questa malattia.
Il ragionamento della Phillips si acorda con le argomentazioni che Peter Kramer propone nel suo bestseller, “Listening to Prozac”. Entrambi gli psichiatri ricorrono allo stesso ragionamento circolare: L’esistenza di una malattia è confermata perchè il trattamento avvia una risposta farmacologica positiva. Una volta i medici diagnosticavano la malattia e poi ne scoprivano la cura. Ora sono gli interventi che li ispirano a creare nuove malattie.
Accettate per un momento che l’accresciuto interesse per il proprio aspetto o che un pò di depressione costituiscano una malattia. Da quale tipo di medico uno dovrebbe andare e per quale tipo di trattamento? Gli psichiatri insistono che malgrado le cause biologiche di queste malattie, esse sono comportamento-correlate e sono perciò trattate meglio con i metodi psichiatrici. Benchè alcuni psichiatri contano ancora sulla psicoterapia a lungo termine, il Prozac o uno dei suoi equivalenti farmaceutici sono essenziali alla pratica di quasi tutti. E pazienti con una ampia varietà di problemi sembrano migliorare con il Prozac. La loro “autostima e autofiducia salgono,” dichiara la Phillips. Essi “si sentono più normali.”
Anche se le prove cliniche che confermano affermazioni come quelle della Phillips scarseggiano, l’entusiasmo è rampante. Il Prozac e sostanze SSRI simili sono state con successo usate nel trattamento classico dei disordini compulsivi-ossessivi (chi ne soffre può non essere in grado di lasciare la casa perchè il lavaggio delle mani o del pavimento dura tutta la giornata). Da quando molte delle nuove malattie scoperte sono caratterizzate da questi comportamenti ripetitivi o preoccupazioni, molti psichiatri sono convinti che gli SSRI funzioneranno bene anche per loro. Nel frattempo, gli aneddoti sostituiscono i dati. Il Prozac, Kramer sostiene, “sembra dare sicurezza sociale ai timidi abituali, trasformare i sensibili in esuberanti, conferire agli introversi le abilità sociali del piazzista.” La Phillips contribuisce: ” Gli scienziati con me vogliono essere prudenti.” Comunque, “I miei trattamenti di molti pazienti, molti dei quali hanno sofferto per decenni e che hanno risposto bene -qualche volta miracolosamente- a questi approcci, mi induce a difenderli.”
Ma altri medici specialisti stanno competendo nel trattamento di queste nuove malattie. Persone preoccupate per un sintomo fisico (forse un abbassamento della palpebra o un naso grosso) possono rivolgersi ad uno psichiatra per chiedere perchè sono così preoccupate per la loro apparenza. O possono rivolgersi ad un chirurgo plastico, dermatologo, oftalmologo o otorinolaingoiatra per risolvere il problema.
La più importante differenza tra questi specialisti è la comprensione della causa della malattia. Per gli psichiatri la preoccupazione del paziente per l’apparente difetto, non il difetto in sè, è la causa del problema. L’obiettivo è eliminare l’ansia (sia con la psicoterapia o le droghe), non modificare il corpo. Per il chirurgo non è un problema di ossesioni psicologiche ma di tessuti e ossa. Entrambi gli specialisti possono offrire una soluzione, ed entrambi dichiarano una alta quota di successi.
Le nuove categorie di malattie stanno stanno spingendo i medici a minimizzare la differenza tra cura e miglioramento, tra il far ritornare i pazienti normali ed il farli diventare meglio del normale. Kramer ha coniato il termine “psicofarmacologia cosmetica” per descrivere il trattamento dei pazienti il cui comportamento è stato ottimizzato con il Prozac. E Ratey usa gli SSRI per trattare le “sindromi ombra” sul presupposto che: “Per molti di noi, la normalità non è sufficiente. Il fatto che un temperamento cupo o un carattere pessimistico possano essere normali non significa che sia facile conviverci. Ma, se i medici fanno del miglioramento il loro obiettivo, tutti noi diventiamo pazienti perenni. Con questo ragionamento, il criterio per andare in uno studio medico diventerà una visone esistenziale della persona che uno potrebbe essere.
Che esaltante compito per i medici, e che angosciante posizione per noi. Nessuno vuole rinunciare ai benefici terapeutici che la medicina del 21° secolo porterà; alcuni di noi possono persino guadagnare un margine di competitività attraverso il miglioramento. Ma come si possa raggiungere questi obiettivi senza perdere la propria identità o divenire pazienti perenni è una delle più grandi sfide messe in atto dalla nuova psichiatria, biologia e genetica. Dopo tutto, nessuno di noi vuole spendere la migliore parte della sua vita nella sala d’attesa del medico.

Traduzione a cura di Tristano Ajmone

due articoli dal web:
disagi psichici nei preadolescenti e invecchiamento

www.kataweb.it 12 settembre 2004
Milano, 16:43
Disturbi psichici per 1 bimbo su 10

Secondo l'Istituto Eugenio Medea di Milano, in Italia un preadolescente su dieci è affetto da disturbi psichici. Il dato è emerso dal progetto Prisma (progetto italiano di salute mentale adolescenti) finanziato dal ministero della Salute, i cui risultati sono stati resi noti mercoledì scorso.
Lo stesso istituto, in seguito ad alcuni articoli usciti sull'argomento, interviene per meglio precisare i vari aspetti dell'inchiesta. Questo anche per ribattere a certe valutazioni sui metodi seguiti nell'indagine e a ipotesi sulla possibilità che lo studio fosse indirizzato anche all'introduzione del Ritalin, un medicinale molto discusso.
Nel suo intervento, l'associazione "La Nostra Famiglia" dell'Istituto Medea di Milano, ricorda che "il nuovo padiglione che verrà inaugurato si occuperà di ricerca, cura e riabilitazione di bambini affetti da sindromi rare, esiti di traumi cranici, tumori cerebrali, malattie neuromuscolari e paralisi cerebrali infantili".
"Non si tratta - si sottolinea nella nota - di "padiglioni da inaugurare e scatole di medicinali da acquistare", ma di una struttura che accoglierà bimbi gravissimi, quei bambini sui quali, purtroppo, la società ha deciso di investire poco o niente. Da tener presente che il nostro Istituto Scientifico è il maggiore in Italia per quanto concerne la riabilitazione in età evolutiva".
L'intervento prosegue rilevando che "gli strumenti utilizzati per l'indagine non sono un'invenzione dei nostri ricercatori, ma si tratta della CBCL 6-18 (Achenbach & Rescorla, 2001) [Child Behaviour ChekList], in assoluto la checklist più utilizzata nel mondo per studi sul disagio psicologico in età evolutiva, e della DAWBA (Development and Well Being Assessment), intervista semi-strutturata preparata dal Prof. Goodman, ricercatore del gruppo di maggiori epidemiologi inglesi (Rutter)".
"Le famiglie "campione" - continua la nota - non sono state irretite da "banditori di mercato": c'è stato un primo contatto dei nostri ricercatori con le scuole, che erano ovviamente libere di accettare o meno la proposta di indagine. Sono seguiti poi due diversi step con le famiglie disponibili a farsi intervistare: anche qui c'è stata, naturalmente, la piena libertà di accettare o abbandonare lo screening in ogni diversa fase".
L'intervento contesta quindi la tesi "preconcetta" secondo cui la ricerca sia stata effettuata per introdurre il Ritalin in Italia, rilevando che così facendo si manipolano i risultati dell'indagine, confondendo ansia, depressione e adhd: "Se il totale dei disturbi ammonta a circa il 9 per cento, l'adhd si attesta sul 2 per cento. I dati in questo senso sono nettamente inferiori alla media europea e americana: quale ricercatore in malafede andrebbe mai contro l'aspettativa stessa della sua ricerca?".
Nel suo intervento l'Istituto sollecita a non confondere "i bambini affetti da adhd con i bambini "distratti e a volte irrequieti": una diagnosi corretta, invece, differenzia quelli che sono "semplici" problemi di attenzione o di irrequietezza (la sindrome del bambino "pierino") dalla vera e propria malattia che si presenta con un corteo di sintomi ben identificabile".

Yahoo!Salute lunedì 13 settembre 2004, Il Pensiero Scientifico Editore
L'ottimismo rallenta l'invecchiamento

L'ottimismo e una visione positiva della vecchiaia, scevra di idee stereotipate che rimandino alla terza età come a un periodo di generale declino, sono linfa vitale sia per la mente che per il corpo aiutando entrambi a reggere bene il peso degli anni.
Lo hanno dimostrato due studi indipendenti entrambi apparsi questo mese sulla rivista Psychology and Aging pubblicata dalla American Psichology Association (APA).
Il fisico è mantenuto intatto da una visione ottimistica della vita secondo i risultati della prima indagine svolta dal team coordinato da Glenn Ostir della Università del Texas Medical Branch presso Galveston. La loro analisi ha infatti provato che il rischio di fragilità e infermità fisica in tarda età è tanto più elevato quanto meno ottimistica è la visione della vita e del futuro dell'individuo.
La mente, in particolare la memoria, è stata oggetto invece dell'altra indagine intrapresa dai ricercatori della North Carolina State University. Le performance dimostrate nello svolgimento di test cognitivi sono ridotte quando nella testa delle persone hanno messo forti radici idee negative della vecchiaia, frutto di stereotipi e luoghi comuni, ha rilevato il team-leader di questo studio Thomas Hess.
L'analisi svolta presso l'ateneo texano è durata sette anni durante i quali gli esperti hanno monitorato costantemente la salute fisica di un gruppo di 1558 adulti quantificando il suo declino negli anni. È vero che complessivamente vi è stato nei sette anni un aumento dell'incidenza di infermità, pari a quasi 8 punti percentuale. Ma i ricercatori hanno posto attenzione al grado di infermità o più semplicemente debolezza fisica di ciascun volontario constatando molte differenze individuali: il livello di infermità cresceva differentemente in base alle emozioni dominanti el singolo.
L'infermità, hanno precisato gli esperti, era misurata con una batteria di test fisici tra cui la misura della velocità nel cammino, della forza con cui si afferrano gli oggetti, della perdita di peso e dell'affaticamento. Invece la predisposizione ottimistica e non del loro stato d'animo era quantificata sottoponendo i volontari a una serie di questionari settimanali. A ogni individuo campione era stato chiesto di annotare scrupolosamente quante volte nell'arco dell'ultima settimana la sua mente era stata sfiorata da pensieri o frasi come "non sono da meno degli altri", "vedo il futuro con ottimismo", "mi godo la vita", "sono felice". Confrontando le misure di infermità e i livelli di ottimismo è emerso che più gli individui erano pervasi da emozioni positive minore era il grado di infermità individuale accumulata negli anni. Il rischio di infermità diminuiva del 3 percento per ogni "unità" in più sulla scala dell'ottimismo.
Nella seconda indagine i ricercatori hanno proposto un gioco di memoria a quasi 200 persone in due gruppi di eta', 17-35 e 57-82 anni. I volontari durante gli esercizi erano esposti a serie di parole con connotazione positiva o negativa ma tutte legate a concetti stereotipati di invecchiamento, per esempio invecchiamento come sinonimo di nervosismo, affaticamento, scontrosità oppure di saggezza e acume. Le loro performance mnemoniche venivano misurate con giochi di parole. Il gruppo dei più anziani mostrava performance mnemoniche ridotte quando era sotto lo stimolo di vocaboli che rimandavano a un'accezione negativa degli anni d'oro. Invece giovani e anziani avevano performance comparabili quando erano esposti a vocaboli dall'accezione positiva.
L'invecchiamento è un processo complesso dietro il quale sicuramente si muovono le fila di molti fattori ereditari e ambientali, hanno ricordato gli scienziati. Ma entrambi gli studi mettono l'accento sulla possibilità offerta a tutti noi di ritardare il decorso di questo processo facendo proprio un senso della vita intriso di ottimismo. È difficile per ora capire quali siano i passaggi molecolari, di certo molti e complicati, di raccordo tra età e umore, hanno concluso gli esperti, ma molte ricerche in precedenza hanno dimostrato come il tono dell'umore incida sul sistema immunitario e su altri meccanismi biologici critici per il nostro benessere.

Bibliografia. Ostir G, Ottenbacher K, Markides K. Onset of frailty in older adults and the protective role of positive affect". Psychology and Aging 2004; Vol. 19, 3.
Hess T, Hinson J, Staham J. Explicit and implicit stereotype activation effects on memory: do age and awareness moderate the impact of priming? Psychology and Aging, 2004; Vol. 19, 3


preti

Repubblica 13.9.04
Boston

Usa, pedofilia: oltre 100 nuove denunce per la diocesi

Dopo lo scandalo pedofilia infuriato sulla Chiesa cattolica Usa lo scorso anno, i vertici della diocesi di Boston, tra le più popolose comunità cattoliche d'America, si trovano a dover fronteggiare almeno altre 140 nuove denunce di molestie sessuali. La notizia appare oggi sul Boston Globe. I casi risalgono agli anni Cinquanta e Sessanta e i religiosi coinvolti sono tutti, tranne uno, protagonisti dello scandalo già venuto alla luce. Nel 2003 la diocesi aveva fatto fronte a 541 denunce di molestie pagando 85 milioni di dollari alle vittime dei sacerdoti pedofili. Stavolta però, secondo il 'Globe', la Chiesa di Boston non può permettersi di pagare.

una civiltà più antica delle Piramidi
sotto il lago Titicaca

L'Arena 12.9.04
«Ho trovato la città sommersa»
Un veronese ha partecipato alla spedizione in America Latina che nelle profondità del lago Titicaca ha individuato le tracce di un’antica civiltà. Fra cui uno straordinario idolo d’oro
«Volevamo provare che migliaia di anni fa l’acqua era molto più bassa e gran parte degli attuali fondali era emersa», dice Paolo Costa. «Il sogno? Far affiorare palazzi, case, statue»
Sott’acqua muri, strade, oggetti: un’Atlantide più antica delle Piramidi

di Bonifacio Pignatti

Un idolo d’oro, una civiltà sepolta sotto il lago navigabile più alto del mondo, isole sommerse, tracce di sacrifici umani, resti di manufatti più antichi delle Piramidi d’Egitto, perfino una parentela con i misteri di Atlantide, il richiamo al mitico Eldorado. Non sono gli ingredienti di una nuova puntata di Indiana Jones o il frutto della immaginifica vena dello scrittore Wilbur Smith. «È una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni. Ed è stata un’emozione grandissima avervi partecipato da protagonista».
Parola di Paolo Costa, 32 anni di Zevio, di mestiere programmatore informatico all’Autogerma e per un mese all’anno - quello delle ferie di agosto - esploratore, speleologo e archeologo. Tutti gli anni così: aspetta in gloria l’estate non per godersi il mare o la montagna ma per calarsi in panni diventati la sua seconda pelle dal 1995, anno di iscrizione al gruppo speleologico di Montecchia di Crosara di cui è presidente lo zio Giovanni Confente, insomma una «malattia» di famiglia. Da allora la routine sono le escursioni e l’assistenza all’attività paleontologica di Bolca, la passione e il brivido sono le spedizioni in America Latina.
Paolo Costa da qualche giorno è tornato dalla Bolivia. Dove proprio con Giovanni Confente ha partecipato alla straordinaria spedizione sul lago Titicaca organizzata dall’associazione lecchese Akakor Geographical Exploring, una onlus nata nel 1992 per impulso del presidente Lorenzo Epis e lo slancio di un gruppo di speleologi allora quasi dilettanti e oggi ormai collaudati professionisti dell’avventura richiesti in mezzo mondo. «Ci siamo conosciuti qualche anno fa a un convegno», dice Costa, «e da allora partecipiamo alle loro spedizioni. Ciascuno si paga il viaggio, ma non basta: i costi elevati di materiali e trasporti - la missione sul Titicaca è costata 200 mila euro - richiedono la partecipazione di sponsor e l’appoggio di aziende ed enti pubblici».
Ascoltiamo il racconto di Paolo Costa: «Lo scopo della spedizione era provare una teoria formulata da Akakor. Dopo due esplorazioni precedenti, l’associazione è convinta che fino a 5-8 mila anni fa il livello del lago Titicaca fosse molto più basso, almeno 100 metri meno dell’attuale. Dunque il nostro obiettivo era scoprire basamenti, muri, monoliti sommersi a testimonianza del fatto che a quelle profondità un tempo non c’era acqua ma vita sociale. Nella speranza, ovviamente, che fondali un tempo emersi restituissero resti delle antichissime civiltà precedenti al periodo Incas - dal 500 al 1500 dopo Cristo - e stanziate nell’area del lago fin da 60 mila anni prima di Cristo, per esempio i Tiwanaku di cui già si conoscono vestigia terrestri».
Teoria affascinante, guardata con sospetto da gran parte dell’ establishment scientifico sudamericano, a maggior ragione da quando un inglese, Jim Allen, s’è fissato che proprio il Titicaca nasconda negli abissi la verità sulla celebre leggenda di Atlantide. Il risultato è che le due spedizioni di preparazione, nel 2000 e 2002, erano state accompagnate da non poche polemiche e in parte guastate dall’avversità dei campesinos locali per l’intrusione di stranieri su quelle montagne incantate ancora circonfuse da un’aura di sacralità. «Diversamente quest’anno», dice Costa, «non ci sono stati problemi con gli abitanti dei villaggi perchè abbiamo accettato di partecipare a riti di purificazione. Evitato il sacrilegio e convinti loro che non avremmo rubato nulla, abbiamo potuto lavorare bene».
La missione di quest’anno è stata seguita dagli archeologi boliviani del ministero della Cultura e da uno studioso brasiliano dell’Università di San Paolo, a differenza di altri loro colleghi disposti a dare credito scientifico alla «scommessa» di Akakor. Scommessa vincente, alla fine. «Abbiamo fatto due scoperte importanti, sott’acqua: l’isola sommersa Wilakota (“lago di sangue”), scomparsa ma testimoniata e tramandata da cronache spagnole dei conquistadores, e un’altra isola sulla quale nell’antichità si celebravano sacrifici umani di bimbi, anche questa tuttora presente nella memoria collettiva dei locali. In una grotta semisommersa sono stati ritrovati perfino i solchi lasciati dalla lama sulla roccia usata dal sacerdote per affilare il coltello. Nelle vicinanze sono comparsi vasi di tipo amazzonico, segno che gli antichi popoli venivano dalla foresta sulle Ande per compiere sacrifici. S’è capito che anche la celebre Isola del Sole, sacra agli Incas e sede del campo base della spedizione, in passato era una penisola. E che probabilmente sia quella sia altre isole sacre vanno cercate più in basso e non corrispondono a quelle indentificate attualmente. Insomma, se i riscontri scientifici daranno conferma dei rilevamenti compiuti da Akakor, ci sarà da riscrivere una parte dei libri di storia andina».
Ma l’emozione più grande dei 20 giorni di missione è arrivata subito, alla prima esplorazione. «A 81 metri di profondità abbiamo filmato qualcosa che brillava. Rivedendo le immagini, si trattava chiaramente di un idolo d’oro antropomorfo. Gli archeologi ne hanno fissato le probabili misure: 40-60 centimetri di altezza, 30 chili di peso. È incastonato nella roccia, segno che non è stato portato al largo dalle correnti. E segno, forse, che lì sotto si nascondono le vestigia di un’antica civiltà sommersa, una civiltà che potrebbe risalire a 5-10 mila anni fa, più antica delle Piramidi. Se laggiù ci fosse una città con palazzi, case, statue... È il nostro sogno, il sogno di ogni archeologo».
Il sito dell’idolo d’oro è stato tenuto segreto, per evitare le incursioni di saccheggiatori attirati dal miraggio dell’Eldorado e il rischio che qualche avventuriero provi a immergersi a quelle pericolose e gelide profondità. A 4000 metri di altitudine e con 11 gradi di temperatura superficiale dell’acqua non si scherza. Per questo la spedizione era stata fornita da un ente pubblico brasiliano di alcuni robot subacquei con telecamere (Rov) che hanno potuto riprendere i fondali alle quote non raggiungibili dalle squadre di immersione di Akakor. A 100 metri hanno rivelato l’esistenza di un muro di contenimento che ha ulteriormente suffragato la teoria dell’innalzamentro del livello del lago. «È lontano dalla costa, quindi non è caduto in acqua. Prova che quelle profondità una volta erano all’asciutto», dice Costa. Il quale ha fatto parte di una delle squadre incaricate di effettuare rilievi batimetrici con l’ecosonda, anche in questo caso con risultati oltre le attese, se è vero che sono stati rilevati percorsi subacquei ritenuti tracce di antiche strade in superficie».
Isole, muri, idoli sommersi... Alla conferenza stampa tenuta a La Paz al termine della spedizione i giornalisti non chiedevano che di Atlantide, la misteriosa civiltà sommersa. Era quello l’obiettivo di Akakor? «Guarda caso qualche giorno fa La7 ha trasmesso un documentario che illustrava la teoria di Jim Allen e utilizzava nostre immagini di spedizioni precedenti», dice Costa. «Ma le nostre ricerche con Atlantide non hanno nulla a che fare, e in Bolivia l’abbiamo spiegato».
Sui fondali del lago Titicaca la spedizione ha recuperato una cinquantina di oggetti - vasellame, soprattutto - ora depositati al museo di La Paz, dove veranno esaminati dagli studiosi locali. «Per i risultati scientifici della missione», dice Costa, «si dovrà attendere qualche mese, dopo che anche noi avremo passato in rassegna il nostro materiale, 35 ore di filmati subacquei, 5.000 foto digitali, chilometri di rilievi batimetrici».
La missione darà lavoro anche ai naturalisti. È stata la prima occasione di esplorare le acque del Titicaca dopo le immersioni del batiscafo di Jacques Cousteau nel 1968. «Ma mentre l’esploratore il francese era sceso solo fino a 60 metri», dice ancora Costa, «noi a 110 metri di profondità abbiamo fotografato pesci di una specie probabilmente non classificata, e enormi branchi di micro-organismi tipo plancton che i locali chiamano concha e che finora non sono mai stati studiati. Ne abbiamo recuperati campioni, saranno esaminati in Brasile».
E ora, Paolo Costa? «Forse di questa spedizione si farà un libro. Per quanto mi riguarda, me ne sto buono al lavoro per un anno e l’estate prossima si riparte. Dove? Il campo di ricerca preferito è la regione andina, ma chissà che in futuro...»

L’obiettivo della missione
A quasi 4.000 metri di altitudine da sempre sacro ai popoli andini

A 3.812 metri sul livello del mare, il Titicaca è il lago navigabile a più alta quota nel mondo. Esteso per 8.400 chilometri quadrati, si allunga fra la Bolivia e il Perù ed è grande quanto l’Umbria. La lunghezza massima è di 176 chilometri, la larghezza 70. È un lago profondo, con punte massime intorno ai 300 metri, e dalla notte dei tempi le sue rive sono abitate da popolazioni indigene che lo considerano sacro. Delle sue 36 isole le più famose sono l’Isal del Sol e l’Isla de la Luna, che secondo la mitologia degli Incas erano il luogo della creazione. Più che un lago unico, il Titicaca si presenta come due laghi congiunti dallo stretto di Tiquina: il Lago Mayor (in dialetto quechua «Chuchuito») è a nord e contiene le isole sacre; il Lago Minor («Huinamarca») è a sud e contiene diversi isolotti. L’acqua è dappertutto di un azzurro puro e splendente.
A portare la missione di Akakor sul Titicaca è la convinzione che sulle sue rive, ma anche nei fondali un tempo emersi, fossero fiorite raffinate civiltà preincaiche. Non solo la civiltà Tiwanaco che ha dato il nome alla missione - i precursori degli Incas vissuti sulle Ande dal 1500 avanti Cristo al 1172 della nostra era - ma anche popoli più antichi, risalenti a 5-10 mila anni prima di Cristo.

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l'arte preistorica

Il Giornale di Brescia 12.9.04
L’arte preistorica è il più grande archivio dell’epopea umana
Nella psiche degli antenati

Pubblichiamo uno stralcio della prolusione del fondatore e direttore del Centro camuno di Studi preistorici, creato 40 anni fa, al XXI Simposio internazionale di Valcamonica sull’arte preistorica e tribale. Come abbiamo riferito ieri, il prof. Emmanuel Anati ha anche ipotizzato una lingua comune a tutti i popoli preistorici del pianeta formata da un «alfabeto» di 28 ideogrammi.
Emmanuel Anati

Come consuetudine, i Simposi di Valcamonica propongono nuovi orizzonti, non si limitano a decantare il passato e non sono teatri per esibire erudizione e nozionismo. Anche quest’anno esploriamo territori vergini e molto di inedito sarà detto. Già lo vediamo dai testi delle comunicazioni. Lo studio dell’arte preistorica e tribale sta raggiungendo nuove frontiere. Grazie all’arte si ricostruiscono inediti capitoli di storia dell’uomo, si scoprono le sue vicende emotive, concettuali ed esistenziali. L’arte rivela la psiche di antenati vissuti migliaia di anni fa. L’arte rivela anche le remote origini della religione e del pensiero filosofico. L’arte ci mostra alcuni meccanismi del sistema cognitivo della mente umana nel corso dei millenni. Tutto ciò da un nuovo spessore al nostro bagaglio culturale. Ed è in tale ottica che accogliamo cultori di discipline diverse. Il XXI Simposio Internazionale di Valcamonica apre un nuovo capitolo nella storia della ricerca dell’arte preistorica e tribale, nuove prospettive vengono dalla cooperazione tra archeologia, antropologia e storia dell’arte, con filosofia, semiotica, psicologia, psichiatria, storia delle religioni e storia culturale dell’uomo. Si tende ad una visione globale della cultura e dell’essenza stessa dello spirito della nostra specie, fin da quando i nostri antenati sono definiti Homo sapiens ed hanno cominciato a produrre arte. 50.000 anni di storia dell’umanità prendono una nuova dimensione grazie a questa sinergia innovativa ed alle sintesi che ne derivano... Il 1° Simposio di Valcamonica del 1968, segnò la presenza dell’arte rupestre camuna nella cultura mondiale, aprì la strada che condusse al riconoscimento dell’arte rupestre della Valcamonica come primo titolo italiano nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco. Ma anche e soprattutto si concepirono allora, in un comune impegno, le linee e gli orizzonti della ricerca sulle origini dell’arte e dell’intelletto umano. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. La dimensione intellettuale della ricerca archeologica nel settore dell’arte preistorica e tribale, il concorso che tale ricerca offre ad altre discipline, il ruolo che viene a ricoprire tra le scienze dell’uomo, hanno raggiunto uno sviluppo che ben pochi avevano previsto e che taluni ancora forse non realizzano pienamente. Le scienze umane sono ad una svolta storica. Nei simposi passati abbiamo coniugato archeologia e antropologia, con estetica e storia dell’arte, abbiamo trovato comuni denominatori tra arte preistorica e storia delle religioni, abbiamo studiato le tracce dei miti e dello sciamanismo nell’arte preistorica, analizzato la logica e le funzioni cognitive rivelate dall’arte, definito paradigmi di semiotica di grafismo. Abbiamo cercato di ampliare gli orizzonti dell’archeologia e della paleontologia. Ogni Simposio è stato una sfida e finora le sfide sono state vinte. Ci auguriamo che ciò avvenga anche per questo XXI Simposio. La sfida oggi è quella di ampliare la sinergia ed il coinvolgimento di varie discipline per la comprensione dell’uomo, della sua epopea... ovvero, della nostra epopea. Dobbiamo approfondire, confrontare e raffinare le nostre nozioni. Il progresso della ricerca è inarrestabile, ma non vi sono soluzioni definitive... L’arte preistorica rivela brani eccezionali della storia dell’umanità. I dati si accumulano. Migliaia di anni di preistoria si stanno trasformando in storia, aprendo nuovi orizzonti alla conoscenza del passato, dell’identità dell’uomo e delle sue culture. L’arte esprime la fame e la sazietà, momenti di vita sedentaria ed episodi di nomadismo, influenze culturali e migrazioni, ci rivela origini dei popoli e del popolamento di vasti territori. Ci dice quando vi fu guerra e pace e quando non esisteva la parola pace perché non c’era guerra. Alcuni popoli cacciatori, ancora oggi, non hanno il termine pace nel loro vocabolario perché non ne hanno bisogno. L’arte preistorica mostra periodi di tranquilla coesistenza e periodi di violenze, svelando anche la dinamica delle relazioni sociali la struttura sociale da periodo a periodo, da popolo a popolo. L’arte preistorica rivela le vicende del pensiero, i sentimenti e le sensazioni e spesso permette anche di giungere alle cause della condizione umana. Ma rivela ben altro; ogni opera d’arte preistorica racconta un brano di vita, un pensiero, un’emozione che ci perviene dal lontano passato. Sta a noi di saperne leggere i messaggi. È il più grande archivio esistente dell’epopea umana: milioni di immagini, in migliaia di siti, in oltre 160 Paesi del Pianeta. L’arte è un comune denominatore di tutta l’umanità. Si è dato inizio all’impresa di memorizzare, alla ricerca di contenuti, di paradigmi e di concetti, questo immenso archivio che ci restituisce 50.000 anni di storia. Il progetto Wara è in atto ed avremo, modo di parlarne. È un’impresa di grande impegno intellettuale, alla quale già alcuni di voi stanno partecipando. Questo XXI Simposio avviene in un momento particolare. Commemoriamo 40 anni da quel giorno del 1964 in cui fu fondato il Centro camuno di Studi preistorici. Commemoriamo anche i 100 anni, approssimativi, dalla prima comunicazione, orale o scritta o riferita, ma che comunque vi fu, sull’arte rupestre della Valcamonica. Ma il momento particolare non viene tanto dalla scadenza delle date quanto dalla realtà in cui viviamo, un mondo che ha urgente e grande bisogno del calore della cultura e dell’emozione della ricerca per colmare temibili vuoti, un mondo che si trova a disagio, pervaso da violenza, rischi di catastrofi ecologiche ed etniche, mentre la tendenza a risolvere i piccoli problemi senza pensare a quelli grandi è un segno di instabilità. Quale funzione possono avere le scienze umane in questo contesto? Quale deterrente può esservi contro la violenza? Quale richiamo può esservi per la saggezza e per i valori dell’intelletto umano? A fronte di tale stato di incertezza, le attività per la cultura e per la ricerca scientifica promuovono tendenze benefiche alla cooperazione, alla comprensione, all’impegno verso temi edificanti che concernono lo spirito e l’essenza dell’intelletto. Eppure la cultura, l’incentivazione della ricerca, lo stimolo a portare i giovani verso interessi sani e costruttivi, sono una concreta via per costruire il futuro, per superare le angosce del presente... Tra le manifestazioni di questo simposio ve ne sono alcune che hanno il senso dell’iniziazione, come il concerto di musica con strumenti preistorici di Walter Maioli e del suo gruppo, o la presentazione di Martin Gray dei luoghi sacri del suo mondo mistico. Altre hanno il senso della rivelazione, come quelle degli psicoanalisti che esamineranno la psiche dell’uomo dall’arte preistorica o quelle che analizzeranno il profondo significato religioso e concettuale, della relazione tra l’arte e gli spazi che questa occupa. Questi eventi offrono la cornice nella quale la nostra settimana ci mostrerà la dinamica e lo spirito creativo del mondo scientifico e culturale, nella prospettiva multidisciplinare e multinazionale che esso propone in questa sede, per una migliore comprensione dell’umana avventura... Possiamo dunque sperare in un futuro più cosciente, più ricco di cultura che, in sintesi, significa un migliore livello di vita, una più serena prospettiva per la società umana. I mali, per essere risolti, richiedono volontà, propizio stato d’animo, e richiedono anche una visione della strada che l’uomo sta seguendo e del bivio al quale egli sta ormai giungendo. Portare coscienza e conoscenza, capire il fenomeno uomo, serve a capire chi siamo, da dove veniamo e dove ci stiamo dirigendo. Serve a capire le ragioni e le vie del malessere e del benessere e quindi a capire un po’ meglio come siamo fatti, e capire è il passaggio obbligato per andare oltre.

domenica 12 settembre 2004

sul tatto

una segnalazione di Marzia Badaloni:

Sul numero in edicola di Newton, Mensile di scienza e cultura, a pag.36 compare il seguente articolo:

Vedere con la pelle
«Guardare» oggetti e sentire suoni sono solo alcune delle sorprendenti capacità del tatto. Ecco le ultime ricerche sul senso che nell'uomo si sviluppa per primo.
Di Patrizia Giongo

Manoel De Oliveira

Giornale di Brescia 12.9.04
Il novantaseienne maestro portoghese riceve il Leone d’Oro alla carriera e parla de «Il quinto impero», in Mostra fuori concorso
De Oliveira, la mia utopia al futuro
«Grazie per aver capito i miei film; ora vi racconto il mito dell’armonia universale»

VENEZIA. «I festival hanno bisogno di chi sa vedere con anticipo, e Manoel De Oliveira sa davvero vedere il futuro del cinema». Il direttore della Mostra Marco Müller ha scelto queste parole per invitare sul palco della Sala Grande il maestro portoghese, insignito del Leone d’oro alla Carriera. E per definire il suo cinema ha citato una frase di Jean Louis Schefer: «Questo anziano signore ci insegna che il cinema non esiste: non c’è vocabolario, non ci sono costrizioni, si può inventare tutto ». A dispetto dei suoi 96 anni, de Oliveira si è presentato in piena forma a ricevere il Leone d’Oro. «Grazie per il calore dei vostri applausi - ha detto alla platea che lo acclamava con una standing ovation - è una grande soddisfazione aver fatto film che sono stati capiti». A consegnare il premio, accanto al presidente della Biennale Davide Croff, il direttore della fotografia di molti film del maestro portoghese Renato Berta, che ha anche ricordato un aneddoto della sua esperienza con lui. «Sul lavoro riesce a vedere proprio tutto - ha sottolineato - e un giorno si è anche accorto di un armadio che avevo spostato di 10 centimetri per migliorare un’inquadratura». Il suo ultimo film è dedicato a un’utopia del Cinquecento che può ancora parlare al nostro tempo. È il mito del Re Sebastiano, teatralmente riproposto nel film «Il quinto impero. Ieri come oggi», presentato fuori concorso alla Mostra. Un’utopia di armonia universale che ritorna ossessiva nella storia - rileva il regista portoghese - trovando le sue ultime incarnazioni nell’Onu e ora nell’Unione Europea. E un desiderio reso ancora più attuale dalla «violenza atavica» ricomparsa nel nostro tempo («Il mondo sembra vittima di un ritorno al Medioevo» - dice il maestro). Ma quello del giovane re portoghese, morto da giovane sul campo nella storica sconfitta di Alcacer-Quibir del 1578 è anche un mito trasposto nella cultura islamica. È il mito del re "Atteso" alla nascita e poi del re "Nascosto" dopo la morte, di cui si aspetta messianicamente il ritorno perché sconfigga per sempre il male del mondo e stabilisca la pace e l’armonia tra i popoli. «Un mito e un’utopia fondati sulle radici religiose dell’Europa Cristiana», sottolinea de Oliveira, ricordando l’attenzione che gli è stata riservata anche da pensatori del Novecento come Pessoa.

Giorello:
Prometeo, Ulisse, Gilgameš

Corriere della Sera 12.9.04
L’ANTEPRIMA
Il Prometeo tecnologico e l’Ulisse di Dublino Come si trasforma la funzione del mito
di GIULIO GIORELLO

Anticipiamo un brano dal libro di Giulio Giorello «Prometeo, Ulisse, Gilgameš. Figure del mito», in uscita da Raffaello Cortina (pagine 250, 19,80) che viene presentato oggi a Mantova.

Prometeo libera la roccia cui è incatenato, Ulisse viaggia attraverso i suoi nomi, Gilgameš si realizza nello spettacolo delle sue mura. Si tratti di un dio, di un uomo o di un essere in parte dio e in parte uomo, le figure del mito calcano la scena del mondo, diverse e pur sempre identiche nel loro «discorso». Non si risolvono in un repertorio cui possiamo liberamente attingere. Piuttosto, dispongono del loro (e del nostro) destino, provocando la loro (e la nostra) metamorfosi.
Così, si dichiara prometeica la filosofia della natura da Isaac Newton a Erasmus Darwin - nel doppio scatenamento del Titano offerto da Percy Bysshe e da Mary Wollstonecraft Shelley; si popola di bloody men (ma anche women ) la Dublino di James Joyce, tra chiacchiere, inganni ed eroici furori, mentre un'improbabile Fenice spicca il volo su vetri infranti e muratura crollante. La figura dell'eterno viandante è insieme «ognuno e nessuno». Così essa ricompare all'inizio dei Cantos di Ezra Pound, colui che sperimenterà sulla propria pelle quanto si assomigliano «il prigioniero e il morto».
Con l'urto del tempo hanno a che fare nel mito gli dei ancor prima degli uomini.
«L'unico Dio, giacché ha fatto ogni cosa, colui che dal fango ha plasmato l'uomo: questo è il vero Prometeo». Ma l'antico Prometeo resta nel suo agire inesplicabile. Lo Shelley del Prometeo liberato non ha avuto tema di accostarlo all'arbitrio di Zeus. E la Shelley del Prometeo moderno lo incarna nel Victor Frankenstein ossessionato dalla conoscenza e bramoso di passare alla storia come benefattore di un nuovo genere umano.
Il gesto prometeico si è risolto in una creazione mancata, la sua metis ha partorito un inferno interiore (mai «il mutamento era stato così improvviso, la sconfitta così totale»). All'inferno è però condannata anche la Creatura: la «sua disumana bruttezza la rendeva quasi intollerabile alla vista». Non solo a quella degli altri, ma anche alla propria.
Non diversamente dagli uomini che nelle Opere e i giorni Esiodo descrive come coloro che si lasciano ingannare dalla speranza, la Creatura lascia «vagare i pensieri, liberi dal controllo della ragione, nei campi del Paradiso».
La Creatura, che all'inizio era piuttosto un Adamo, la cui unica colpa è quella d'essere smisurato e deforme, comincia ad assumere, sul modello del Prometeo liberato di Percy Bysshe Shelley, i contorni del vero Prometeo moderno . E come ogni Prometeo, lancia la sua maledizione: «Maledetto il giorno in cui ho ricevuto la vita! Maledetto creatore! Perché hai dato forma a un mostro così orrendo che persino tu lo rifuggi disgustato?».
La morte verrà da quel mostro che ora ama ripetere: «il mio potere è assoluto». Annientato Frankenstein, con «ardore triste e solenne» la Creatura promette al capitano, testimone di una tragedia non sua: «Salirò trionfalmente il mio rogo funebre ed esulterò nell'estrema sofferenza del tormento delle fiamme».
Col fuoco questo mito è cominciato; col fuoco termina, almeno all'apparenza. Mary Shelley nulla più ci dice di quel rogo funebre. La Creatura abbandona la nave per perdersi «lontano fra le tenebre». Ma può un dio dare la morte a se stesso? Potremmo sospettare di essere di fronte all'ennesima astuzia di quel «diavolo beffardo», capace non solo di sopravvivere al suo infelice creatore, ma di rivendicare orgogliosamente l'eredità di Prometeo. Del resto, nei film hollywoodiani la Creatura non ha finito per rubare a Victor il «terribile» nome?
La stella di Odisseo si rianima a nord del fiume Liffey. La sorte reca in serbo un nuovo periplo, confinato in un giorno e in una città. 16 giugno 1904, Eccles Street No. 7, Dublino: Ulisse di nome fa ora Leopold Bloom, mangia «con gran gusto le interiora di animali e di volatili», non disdegna «fette di fegato impanate» e «uova di merluzzo fritte» - ma, «più di tutto», ama «i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto di urina leggermente aromatica». Come sempre, accarezza la gatta di casa e si congeda dalla moglie Molly per vivere la sua «odissea moderna»: procacciare inserzioni pubblicitarie. Sarà accolto e respinto. Conoscerà la seduzione delle Sirene e rammenterà quella di Calipso. Assisterà a un funerale al mattino e a un parto alla sera. Scamperà alla violenza dei Ciclopi irlandesi e troverà la sua Nausicaa sulla spiaggia di Sandymount. Sarà tra i porci nel bordello di Circe e nient'affatto inflessibile con i proci che ne insidiano il talamo..., per ritornare al sonno come uno stanco Sinbad il marinaio.
Nell'Ulysses di Joyce tale destino si traduce nella deformazione ironica della vicenda e della struttura dell'Odissea. «È l'epopea di due razze (Israele-Irlanda) e nel medesimo tempo il ciclo del corpo umano e anche la storiella di una giornata (vita)», scrive Joyce all'amico Carlo Linati.
I personaggi di Joyce sulla scia degli insegnamenti di Giordano Bruno ci hanno insegnato a guardare nell'anima buia del mondo. L'unica via è scoprire «che il corpo sta tutto nell'anima» come recita il canto CXIV di Ezra Pound . Siamo alla soglia del senso, ed essa comporta la rinuncia alla superstizione di qualsiasi creazione dal nulla.
«Non sono un semidio. Non riesco a dargli un senso» (CXVI).
Per il poeta occorre ri-costruire, ossia ri-vedere, dal momento che
«il senso c'è già
anche se le mie note non fanno senso».
Ed è in tale riscrittura che
«tutto è di nuovo "paradiso"
un paradiso tranquillo
sui frantumi».
Questo è l'unico possibile punto d'arrivo per il poeta che ha conosciuto la maledizione del campo di concentramento di Pisa. Colui che ha provato a costruire nel verso e nell'azione un paradiso terrestre e ora chiede perdono. Non occorre che l'umanità si agiti: piuttosto
«lascia parlare il vento
così è il paradiso».

la bellezza classica

La Stampa Tuttolibri 11.9.04
Addio bellezza classica Gli dei hanno abbandonato la Terra
Federico Vercellone

QUANDO si menzionano classici poco noti presso il grande pubblico sorge immediatamente un sospetto. Perché mai lo avranno messo da parte se è un classico e cioè qualcuno che dovrebbe poter dare conferma della propria attualità in ogni momento, sotto qualsiasi cielo? Si potrebbero intraprendere a questo proposito numerosi discorsi, tutti importanti e impegnativi a cominciare da quello circa l'appannarsi della tradizione culturale, non solo di quella propriamente classica. Nel caso di Karl Wilhelm Ferdinand Solger, figura eminente della cultura filosofica tedesca di età romantica e idealistica, collega di Hegel a Berlino a partire dal 1811 e da questi tenuto in alta considerazione, viene invece da pensare che la sua colpa sia l'indipendenza intellettuale che lo rende difficilmente catalogabile nelle grandi voci di repertorio come, per esempio, "romanticismo" e "idealismo". Solger è inoltre un autore non molto prolifico. Pubblica, in vita principalmente due opere, Erwin. Quattro dialoghi sul bello e sull'arte nel 1815, i Dialoghi filosofici nel 1817; i Dialoghi filosofici su essere, non essere e conoscere compaiono postumi. E' un autore chiave in questo periodo anche perché rielabora in termini consapevoli i grandi temi dell'estetica a lui contemporanea. Egli dialoga, oltre che con Hegel, con Kant, Schiller, Fichte, con la costellazione romantica per elaborare una posizione del tutto originale che fa di lui una sorta di ponte verso l'Ottocento maturo e non soltanto, ma anche verso l'estetica novecentesca. E' quanto testimonia Erwin recentemente comparso da Morcelliana nell'eccellente edizione italiana a cura Marco Ravera. Al centro della riflessione di Solger c'è un tema che consente di guardare molto in là nel tempo. Si tratta dell'ironia alla quale la considerazione della bellezza viene inestricabilmente congiunta. E' un tema che fu particolarmente caro anche alla prima generazione dei romantici tedeschi, con il quale si pongono le premesse della tradizione propriamente moderna, quella, per intenderci, che attraverso il realismo conduce all'avanguardia. Sull'ironia si fonda una poetica della creaturalità e del finito ben diversa da quelle ispirate dalle filosofie dell'idealismo che tendono a vedere nell'arte una diretta manifestazione dell'assoluto e del divino. Bisogna innanzitutto dire, in questo quadro, che Solger rifiuta la tradizione classicistica di una bellezza intesa come pienezza formale. Non abbiamo più dinanzi agli occhi il fulgore della bellezza classica, per la quale ogni divinità dell'Olimpo circoscrive una determinata sfera dell'essere. E' così che, per esempio, se a Poseidone competeva il dominio dei mari, ad Ares apparteneva invece l'universo del conflitto e della guerra, e ad Afrodite i territori di eros. Quest'ordine, che derivava da una partizione delle diverse sfere dell'essere, coincideva per il greco con la bellezza. Questo ci consente tra l'altro di vedere che già nell'antichità la bellezza ha un significato che si estende ben oltre la sfera dell'arte per contemplare un ambito che può a buon diritto definirsi come metafisico, nel quale in altri termini si rivelano l'ordine universale e le leggi eterne che lo regolano. La rivoluzione imposta dai romantici e poi in termini più compiuti da Solger rivela invece la prossimità essenziale dell'ideale moderno dell'arte con il cristianesimo. Anche in questo caso tuttavia, come per altro già avveniva con i Greci, l'arte non assolve semplicemente una funzione decorativa ma realizza ed esibisce un ordinamento dell'essere. Tuttavia non abbiamo più a che fare con una forma che integra armonicamente e senza sforzo i propri contenuti; si profila piuttosto un ideale della non continuità tra forma e contenuto. Ora l'assoluto e il divino hanno abbandonato la terra che può solo avere memoria di questo tragico distacco. E' un distacco che il cristianesimo vive come uno dei propri eventi essenziali attraverso la kenosis, quell'abbassarsi di Dio nelle vesti dell'umano così radicale da accogliere la morte come l'estremo di questo percorso. La forma - intesa sulla base di quest'esperienza fondamentale - deriva da una volontaria autolimitazione, da un tragico ritrarsi dell'assoluto. Essa è ciò che resta dopo questo ritrarsi della sostanza: un puro nulla, il nulla ironico dell'apparenza. E' anelito ed evocazione quello che viene così ad esprimersi, consapevolezza che l'arte così come l'essere nel suo insieme non coincidono con il loro ideale. Che cosa ha a che fare tutto questo con l'arte moderna? Molto, poiché per un verso se l'arte sa di non poter incarnare l'ideale essa si sente anche emancipata, finalmente libera di distogliere lo sguardo dagli spazi celesti per volgerlo verso il basso, e scoprire così la realtà senza la necessità di abbellirla o edulcorarla. Tuttavia non è soltanto la via verso il realismo quella che viene ad aprirsi in questo modo. A partire dall'ironia rintracciamo un cammino che ci guida ben oltre, sino all'avanguardia poetica del ’900, ad autori come Beckett e Paul Celan, i quali non riconoscono alla propria arte lo statuto della bellezza compiuta, ma le affidano la speranza del suo ritorno da una lontananza che si è fatta incommensurabile. Sono i classici del "nuovo" ideale dell'arte.

ipnosi

Gazzetta del Mezzogiorno 12.9.04
Osservati gli effetti dell'ipnosi nel cervello
Loredana Genovese

ROMA – L'ipnosi un trucco? Tutt'altro, è una tecnica che influenza l'attività del cervello disturbando centri superiori che controllano funzioni esecutive di alto livello. L'ha scoperto John Gruzelier, presso l'Imperial College di Londra, usando la risonanza magnetica funzionale per immagini (fRMI) per scrutare il cervello sotto effetto di ipnosi. Queste evidenze spiegano perché sotto ipnosi le persone fanno cose che non farebbero mai spontaneamente, ha spiegato lo psicologo nell'àmbito del festival organizzato in Gran Bretagna, a Exter, dall'Associazione britannica per il progresso delle scienze. Lo studioso ha osservato che il cervello funziona diversamente, avvalorando così la tesi che sostiene l'utilità dell'ipnosi in campo clinico, per esempio nella lotta al dolore. Il gruppo britannico è arrivato alla scoperta studiando un gruppo di ventiquattro volontari, dodici dei quali molto e dodici poco suscettibili all'ipnosi. Quindi gli psicologi hanno sottoposto le persone a un test cognitivo in condizioni normali e sotto ipnosi. Mentre i volontari svolgevano il test, gli psicologici osservavano l'attività del loro cervello con la fRMI, tecnica in grado di rilevare sia le aree cerebrali in attività, sia l'intensità del loro lavoro in tempo reale. I ricercatori hanno osservato così che, senza l'ipnosi, tutti i volontari risolvevano l'esercizio e il loro cervello non mostrava discrepanze di attività durante lo svolgimento della prova. Durante l'ipnosi, invece, le persone più suscettibili mostravano un'intensa attività nella regione del cervello chiamata «giro cingolato anteriore» e nel lato sinistro della corteccia prefrontale, rispettivamente implicate nella risposta agli errori e stimoli emotivi e nell'elaborazione di funzioni cognitive complesse. Le persone poco suscettibili all'ipnosi, invece, non mostravano differenze significative nell'attività cerebrale in questa seconda fase dell'esperimento. Secondo Gruzelier, è quindi evidente che sotto ipnosi il cervello ha bisogno di sforzarsi di più per risolvere lo stesso compito, indicando appunto che qualcosa di diverso avviene al suo interno. Si tratta della prima evidenza così forte e diretta dell'azione dell'ipnosi sul cervello, ha concluso lo studioso, e sarà da stimolo per ulteriori studi sulla possibilità di utilizzare l'ipnosi in campo clinico. Intanto, curare il dolore anche nei bambini viene ritenuto necessario dai pediatri che sono riuniti da ieri a Trieste in un convegno organizzato dell'Irccs. Soprattutto nel settore pediatrico bisogna non limitarsi alla terapia della malattia, ma passare anche alla cura del dolore dal momento che, oggi, grazie alle conquiste della ricerca e della medicina, non è accettabile che sul bambino avvenga alcuna procedura terapeutica dolorosa senza un'adeguata profilassi preventiva del dolore.

plasticità

Repubblica Salute
L'intervista
"Ecco come si rigenera il cervello"
Il professor Malgaroli racconta le tappe della rivoluzione in neurologia

E' il 1999 quando Elizabeth Gould e Charles Gross, neurobiologi all'Università di Princeton pubblicano sulla rivista "Science" la loro rivoluzionaria scoperta: il cervello continua a rigenerarsi anche negli adulti e ogni giorno ci sono migliaia di nuove cellule nervose. Queste migrano dal centro verso la superficie del cervello, la corteccia, sede delle funzioni cognitive superiori. Nel viaggio maturano e, giunte a destinazione, creano nuove connessioni. La scoperta smentisce la convinzione che il cervello si sviluppi sino a tre anni di età. Solo un anno dopo, su "Stroke" appare lo studio che dimostra, per la prima volta, la capacità di rimodellarsi del cervello degli esseri umani. La corteccia, se stimolata, è in grado di compensare la perdita di neuroni distrutti da un ictus.
Così l'americano Edward Taub apre la strada alle ricerche sulla "plasticità neuronale".
Questo ha rivoluzionato le prospettive terapeutiche e riabilitative, ma anche aperto la strada alla possibilità di tenere il cervello in allenamento, e quindi, alla stregua del lavoro muscolare, di ottenere effetti benefici, primo tra tutti il rallentamento dell'invecchiamento e della perdita delle facoltà cognitive. "E' stato osservato che la formazione lenta di grandi masse tumorali cerebrali possono non dare sintomi di malfunzionamento", racconta Antonio Malgaroli, direttore dell'Unità di Neurobiologia dell'Apprendimento, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, "perché il cervello è in grado di compensare le funzioni perse".
Per alcune funzioni, pensiamo ad esempio alla coordinazione motoria in un ginnasta, esiste però un "periodo d'oro", in genere precoce, ed è la ragione per cui è possibile raggiungere l'eccellenza in talune attività solo se iniziate da piccoli. Ma sappiamo che è sempre possibile imparare cose nuove e creare nuove connessioni tra i neuroni e questo rallenta l'invecchiamento nervoso. Alla stregua di un bicipite quindi anche il cervello può essere tenuto in allenamento. "Ma dato che il cervello è contenuto in una scatola ossea e non può aumentare di dimensioni, le zone allenate si espandono a scapito di quelle vicine", continua Malgaroli, "in questo senso ogni allenamento è selettivo, ma ciò non deve indurre a pensare che sia uno svantaggio. Serve invece a contrastare l'effetto dannoso di alcuni fattori ambientali sui neuroni e alla base delle più comuni malattie degenerative nervose, come le demenze. Inoltre è chiaro che queste patologie devono colpire proprio i meccanismi alla base della plasticità: è proprio in questa direzione che si stanno dirigendo molte ricerche".
Se la maggior parte dei fattori alla base dell'insorgenza delle malattie nervose sono ambientali (traumi, inquinamento, infezioni) è intuitivo che farsi trovare preparati ad eventuali 'insulti' sia una ottima prevenzione. Così come un buon sistema immunitario ci protegge dalle aggressioni esterne, in maniera analoga un cervello ricco di neuroni e connessioni sarà meglio difeso da eventuali aggressioni o risponderà meglio alla fisiologica perdita dei neuroni più vecchi.
Che fare allora? Moltissimo, perché il 90% delle attività che noi compiamo ogni giorno vengono svolte dal cervello senza alcuno sforzo, in maniera automatica, pensiamo al camminare, guidare l'auto, parlare, eseguire compiti noti.
Diventa quindi fondamentale intraprendere di tanto in tanto delle attività completamente nuove, perché è proprio nella fase di apprendimento che il cervello si esercita al meglio. Malgaroli sottolinea e conclude: "La conferma definitiva grazie, come al solito, agli animali di laboratorio con tecniche di visualizzazione cerebrale "in vivo" che mostrano le nuove connessioni dopo particolari esercizi".
(j. r. m.)

«ma il papa... chi è?»

Cina, arrestati 23 preti il Vaticano protesta

CITTÀ DEL VATICANO - Protesta della Santa Sede per 23 arresti tra preti, vescovi e seminaristi avvenuti ad agosto in Cina. Per il portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls, «se è vero siamo di fronte, ancora una volta, ad una grave violazione della libertà di religione, che è un diritto fondamentale dell'uomo».

sabato 11 settembre 2004

gli insegnanti sono la categoria più esposta alle patologie psichiatriche

saluteeuropa.it
Sono gli insegnanti i più a rischio di patologia psichiatrica

Tra i dipendenti pubblici la categoria professionale più esposta a sviluppare patologie psichiatriche risulta essere quella degli insegnanti. A sostenerlo è uno studio pubblicato dall'autorevole rivista bimestrale La Medicina del Lavoro e ripreso oltralpe dalla redazione della testata Le Monde. Neanche a farlo apposta, la notizia giunge - al milione di docenti e agli otto milioni di studenti con relative famiglie - proprio alla ripresa del nuovo anno scolastico.
E' la prima volta in assoluto che una rivista medico-scientifica prospetta un simile rischio professionale per la categoria che, secondo l'opinione corrente, è sempre stata ritenuta la più "riposata". Stando a 3.447 accertamenti d'inabilità al lavoro per motivi di salute - sostiene il dr Lodolo D'Oria, responsabile dell'Area Scuola e Sanità della Fondazione IARD - il disagio mentale colpisce i docenti con una frequenza pari a due volte quella degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operai.
A differenza delle altre categorie - prosegue il primo firmatario della ricerca, che sarà reperibile da metà settembre all'indirizzo www.fondazioneiard.org, - la prevalenza di tali affezioni tra i docenti è altresì in costante aumento (dal 44.5% del triennio 92-94 al 56.9% del 2001-03) da quando furono abolite le baby-pensioni con la riforma Amato del 1992.
La severità della prognosi ha indotto i Collegi medici - aggiunge l'autore della ricerca - a sancire l'inabilità all'insegnamento nel 90% dei casi (27% temporanea e 63% definitiva), a riprova della gavità delle condizioni psicofisiche dei docenti esaminati. A differenza dei dati riferiti alla popolazione normale dove, secondo il recente studio dell'OMS, le donne fanno registrare un'incidenza doppia di patologie ansioso-depressive rispetto agli uomini, - riprende Lodolo D'Oria - docenti maschi e femmine si ammalano nella stessa misura, a significare che la professione arriva addirittura ad annullare la cospicua differenza tra i sessi. Mentre non si evidenziano differenze significative di disagio mentale tra docenti di scuola materna, elementare, media e superiore - continua Lodolo D'Oria - a discapito dei docenti c'è anche il rischio di sviluppare tumori, superiore di 1.5-2 volte rispetto ad operai e impiegati, e non è da escludere che ciò sia, almeno in parte, dovuto all'esaurimento psicofisico.
Un quadro a tinte fosche - aggiunge l'autore dello studio - imputabile, almeno in parte, all'inerzia che accompagnò i risultati della ricerca - per alcuni versi profetica - svolta nel lontano 1979 dalla CISL assieme all'Università di Pavia. Già allora emerse che il 30% di 2.000 insegnanti del milanese faceva ricorso agli psicofarmaci al fine di far fronte all'usura psicofisica della professione. Per queste ragioni la Fondazione IARD ha attivato l'Area Scuola e Sanità col proposito - conclude Lodolo D'Oria - di offrire servizi di supporto ad istituti scolastici, singoli insegnanti e dirigenti che volessero prevenire e gestire il disagio approfondendo cause, dinamiche, sintomi e soluzioni. Tutto ciò - conclude il medico - nella speranza che le evidenze emerse in questo studio non siano, ancora una volta, sottovalutate da governo, istituzioni e sindacati soprattutto nell'attuale fase di riforma scolastica e previdenziale, in quanto il disagio mentale appare direttamente correlato all'anzianità di servizio.
Ora che l'autorevole rivista La Medicina del Lavoro ha scoperchiato il vaso di Pandora sulle reali condizioni di usura psicofisica degli insegnanti, oltre ad affrontare il disagio dei giovani, si dovrà finalmente pensare a quello dei docenti. Trattando l'argomento correttamente come fanno i sociologi inglesi che, da almeno dieci anni, pubblicano interi libri sul fenomeno del drop-out da burnout (cioè l'abbandono scolastico degli studenti causato da insegnanti esauriti).
Va piuttosto di moda parlare di mobbing, in quanto la colpa è sempre addossata al datore di lavoro - afferma l'autore dello studio pubblicato dalla Medicina del Lavoro - rifuggendo dal pensare che 9 volte su 10 si tratta di manie di persecuzione, un tipico segno di esaurimento psicofisico dell'individuo. Non esiste altresì - prosegue il medico - alcun tipo di supporto o assistenza psichiatrica (da intendersi come prevenzione, diagnosi, orientamento alla cura e reinserimento al lavoro) per i docenti vittima dell'usura mentale.
Attualmente i dirigenti scolastici non sanno a che santo votarsi - sostiene Lodolo D'Oria - perciò esercitano la loro creatività, talvolta improvvisandosi psichiatri e formulando azzardate ipotesi diagnostiche, talaltra "invitando" il malcapitato a trasferirsi per incompatibilità ambientale. Altri manager della scuola preferiscono confinare il "diverso" in una biblioteca o comminargli sanzioni disciplinari. Più raramente lo affidano al giudizio del Collegio Medico della ASL competente, sperando in un improbabile pre-pensionamento.
Nel frattempo la patologia del soggetto si aggrava - continua il ricercatore - fino a rendere invivibile il clima di lavoro, deteriorato da inevitabili conflitti, minacce e denunce nei confronti di tutto e tutti. Senza un supporto medico diviene inoltre impossibile "agganciare" i casi più delicati che, bisognosi di cure, si trincerano dietro un'ostinata quanto scontata negazione della patologia. Il disagio mentale, in costante aumento dalla riforma previdenziale del 1992, è direttamente proporzionale all'anzianità di servizio. Non si capisce pertanto - secondo lo studioso - perché istituzioni e sindacati, non inseriscano l'argomento all'O.d.G. in fase di riforma. Le parti sociali - conclude Lodolo D'Oria - avrebbero altresì l'obbligo statutario di approfondire il tema, considerando l'ipotesi della causa di servizio almeno per alcune delle affezioni psichiatriche riportate dagli iscritti.
Anche il settore medico-scientifico dovrebbe dare il suo contributo - riprende l'autore - indagando sulla reale entità del problema, allo scopo di allertare medici del lavoro (ai sensi della 626/96) e/o di famiglia, in merito al rischio professionale dei docenti. Non è certo un caso - afferma preoccupato Lodolo D'Oria - se abbiamo dovuto attendere il 2004 per vedere ipotizzata la correlazione tra psicopatie e professione docente, ma in fondo fu proprio grazie ad un'osservazione occasionale che la silicosi venne riconosciuta quale patologia professionale dei minatori.
Naturalmente a nulla servirebbe intervenire su chi soffre se non si pensasse anche a fare prevenzione su chi abbraccia la professione ex-novo e su coloro che si trovano in una fase di stress relativo - noto ai più con il nome di burnout. Pertanto, in attesa che le istituzioni si adoperino - solo Lombardia e Veneto, al momento, sembrano porre una timida attenzione all'argomento - la Fondazione IARD ha attivato appositamente l'Area Scuola e Sanità che propone un intervento a tre livelli: prevenzione, supporto e orientamento alla cura. A tal fine sono stati allestiti servizi di prevenzione, counselling, formazione, orientamento alla cura per medici e insegnanti nonché corsi per dirigenti scolastici che prevedono la gestione medico-legale ed il reinserimento lavorativo.

Elisabeth Kubler-Ross

tempomedico.it
11 settembre 2004
La morte di Elisabeth Kubler-Ross
La scomparsa della psicologa che rivoluzionò la visione della morte e del morire
di Nadia Crotti, Istituto nazionale tumori di Genova - Tempo Medico n. 782

Elisabeth Kubler-Ross è morta il 24 agosto scorso, dopo un lungo periodo di malattia invalidante (o come tradurremmo più evocativamente dall'inglese "ingiuriosa" poiché le ha imposto di affrontare invalidità motoria e difficoltà verbali ). Psichiatra, docente di medicina comportamentale e psichiatria, il suo nome per chiunque si occupi di morte o malati gravi è legato al primo libro: "La Morte e il morire" ("On Death and Dying", 1969).Forse, il libro più citato (non so se davvero il più letto ) in ogni pubblicazione successiva sui pazienti terminali. Nel '69 appunto strappa la morte dalla realtà biologica, antropologica, storica, filosofica: ne definisce una fase 'il morire' e quindi un percorso di avvicinamento del vivo che morirà, ed in questo percorso cinque stadi di reazione al lutto di se stessi che inizia dopo una diagnosi a prognosi letale, o dopo la consapevolezza di questa. Gli stadi sono: il diniego , la rabbia, la negoziazione, la depressione, l'accettazione. In queste reazioni possiamo rileggere alcuni meccanismi di difesa (negazione, aggressività, regressione, impotenza) non nuovi ma la proposta nuova di E.K.R. è invece leggerli come fasi reattive di adattamento (o coping: modi della capacità di far fronte) che sono modificabili, progressive anche se non lineari, e su cui quindi agire, Per questo, dalla speculazione esistenziale sull'ineluttabile il morire diventa uno spazio di intervento possibile per sostenere in modo non solo sanitario il morente. Controcorrente, in una epoca in cui i messaggi sociali tendono all'onnipotenza salutistica ed estetica, E.K.R. sfida a responsabilizzarsi verso chi morirà in modo che l'obiettivo non sia solo combattere il dolore fisico ma soprattutto affrontare la sofferenza psichica: riconoscere nel soggetto singolo il tipo di sofferenza ed accompagnarlo verso livelli più adattati. Lo psichiatra, lo psicologo, molti medici ed infermieri che eseguono malati gravi hanno un nuovo lavoro: non combattere per la durata a tutti i costi della sopravvivenza ma valutare la capacità del morente di lasciarsi andare, non solo, verso un ineluttabile. Il primo ed i successivi libri (anche sulla morte dei bambini e sull'AIDS ) sono tradotti oltre che in italiano in moltissime lingue. Né il movimento per le cure palliative né l'apertura in Europa ed in Italia degli hospice può prescindere dal suo messaggio iniziale. Personaggio di forte carisma personale, viene invitata al Congresso mondiale di cure palliative di Milano ( Fondazione Floriani, fine anni ottanta). Per chi non c'era può essere rivelatorio un fatto: per tutta la mattina si era parlato di piaghe, morfine, soffocamento, epidemiologia e presidi possibili per le peggiori esperienze immaginabili. Lei esordì con il racconto della propria gemella morta e della sua visita a vari campi di concentramento in cui aveva riscontrato la costanza dei disegni di bambini: farfalle, voli, metamorfosi. Anche quando il suo discorso si fece più tecnico, qualcosa sul piano emozionale era già scattato per tutti: fu necessario continuare a cambiare le traduttrici poiché la simultanea era ritmata da singhiozzi. Durante una conferenza stampa commemorativa, il figlio Kenneth Ross ha dichiarato : "Per lei la morte non era da temere : era come prendere una laurea, superare un passaggio ad uno stato più alto di consapevolezza". Certo, ci ha segnalato un percorso di lavoro. Forse, oggi, alcuni dei fili che lei ha tessuto per poter 'fare' con il morente e con la morte si sono differenziati. E comunque, in un confronto su questi, lei sarà un interlocutore lontano.

dov'è la fabbrica dei sogni?

Yahoo!Notizie Venerdì 10 Settembre 2004, 19:39
CERVELLO:LA FABBRICA DEI SOGNI E' IN UN'AREA POSTERIORE E PROFONDA

(ANSA) - ROMA, 10 SET - Si trova in profondita' nella parte posteriore del cervello la fabbrica dei sogni.
L'ha suggerito a un'equipe di neurologi dell'Universita' di Zurigo una paziente che, colpita da ictus, ha perso la possibilita' di sognare.
Del caso clinico gli esperti svizzeri hanno dato notizia in un articolo apparso sulla rivista Annals of Neurology.
La zona del cervello danneggiata, ha spiegato Claudio Bassetti che ha condotto lo studio, e' implicata nell'elaborazione visiva e di emozioni, nonche' nella memoria visiva.
La scoperta ha dato conferma del fatto che la fase Rem durante la quale sogniamo e' regolata da regioni cerebrali distinte da quelle dove sono 'confezionati' e controllati i nostri sogni perche' l'anziana paziente mantiene una fase Rem del tutto normale nonostante il suo sonno sia privo di sogni.
Subito dopo l'ictus la paziente, un'anziana di 73 anni, aveva tragicamente perso la vista, hanno raccontato gli scienziati, e presentava altri disturbi minori.
Dopo poco pero' la donna ha ricominciato a vedere e in concomitanza di questo fortuito recupero, la paziente ha riferito agli scienziati di aver perso i suoi sogni, la capacita' di farne.
Cosi' gli scienziati per alcuni mesi hanno osservato il cervello della donna mentre dormiva monitorando le sue attivita' con la risonanza magnetica funzionale per immagini. La donna aveva un ciclo del sonno perfettamente normale senza distorsioni della fase Rem, o di 'rapid eyes moviments', durante la quale sogniamo. Eppure la donna diceva di non sognare piu', segno che i due eventi sono contemporanei ma dipendono da circuiti nervosi distinti.
Sempre con la risonanza gli scienziati hanno potuto tracciare una mappa precisa della zona danneggiata. Le condizioni della donna somigliano molto a quelle di una rara malattia neuro-oftalmica detta sindrome di Charcot-Wilbrand, ha riferito Bassetti, ma per capire il ruolo delle regioni legate all'elaborazione visiva nella produzione dei sogni sono al momento necessari ulteriori studi incentrati sull'analisi di come cambia il modo di fare sogni in pazienti con simili ma piu' circoscritti danni cerebrali.(ANSA).

religioni

il manifesto 11.9.04
RELIGIONI
La spada nel nome di dio
Pace e guerra Tutte le fedi predicano la pace. Ma poi nel loro nome si combatte
FILIPPO GENTILONI

Le religioni del mondo in prima pagina, come non mai. Ma anche, come non mai, inutili se non addirittura dannose. Un discorso che certamente non è nuovo, ma che le tragedie di oggi ripropongono con amarezza. Dai palazzi delle religioni e dai loro portavoce si ripetono dichiarazioni, convegni, dibattiti, colloqui: tutti confermano le intenzioni di dialogo e di pace, tutti ripetono che i radicalismi pericolosi sono piccole eccezioni, deviazioni di poco conto. Ma intanto i conflitti e le tragedie, anche le più sanguinose, si ripetono e spesso coinvolgono, in un modo o nell'altro, il rispettivo dio. Pregato, invocato, spesso proprio a giustificare, legittimare, se non addirittura premiare chi spara e uccide. E' una storia antica. Ne parlavano già i nostri libri di scuola quando raccontavano la guerra di Troia, le crociate o, vicino a noi, la stragi recenti, come quella degli armeni. Poi sono venuti i secoli della modernità, e, con essa, della laicità. Si è avuta l'impressione che le religioni, anche se non scomparse, avessero dovuto fare un passo indietro. Che si fossero ritirate nelle loro sacrestie, con beneficio di tutti, anche di loro stesse.

quattromila e settecento anni fa... sulle Alpi

L'Eco di Bergamo 11.9.04
Tra menhir e stele antropomorfe: antichissime testimonianze a Sion nel Vallese
Il singolare allineamento di antichissimi menhir in un giardino pubblico di Sion
Massimo Centini

L e più antiche tracce di occupazione neolitica del Vallese provengono dal sito della Planta a Sion e risalgono al periodo compreso tra il 4700 e il 4300 a.C. Le indagini condotte in quest'area, hanno permesso di stabilire che si tratta di un sito importante per l'inquadramento della storia della prima colonizzazione agricola delle Alpi. Un'occasione per gli appassionati di storia e cultura delle Alpi che possono trascorrere un piacevole soggiorno a Sion passando in rassegna numerose antiche testimonianze, tra affascinanti resti della cultura megalitica.
Appena raggiunta la città la prima visita d'obbligo è il Museo archeologico cantonale, che raccoglie alcune delle splendide stele antropomorfe rinvenute nell'area del Petit Chasseur, che ne conteneva ventinove. La stele antropomorfa è un'opera in pietra caratterizzata da lavorazioni destinate a rendere riconoscibile non solo il suo legame con la figura antropomorfa, ma anche il sesso del soggetto rappresentato. Di fattura ancora arcaica, probabilmente riproduceva personaggi degni di essere ricordati: antenati mitici, eroi civilizzatori, entità soprannaturali provenienti da un ambito sacrale di cui oggi abbiamo solo una vaga idea.
Quelle di Sion sono caratterizzate da due modelli. Nel primo, il più rozzo, la testa è appena accennata e non vi sono però elementi decorativi relativi al volto. Le braccia sono ripiegate. Completano la raffigurazione dei pugnali. Nel secondo sono invece presenti una testa ben evidenziata, piccole spalle e volto; vi sono l'arco e le frecce e una collana.
Tra il 1967 e il 1972 e in seguito nel biennio 1987-1988, a Sion vennero scavati alcuni importanti documenti della cultura megalitica che con quelle di Aosta (Saint Martin de Corléans) costituiscono una traccia rilevante per conoscere uno degli aspetti più indicativi dell'Età del Rame alpina.
In un giardino pubblico di Sion, Chemin des Collines, è possibile ammirare uno splendido allineamento di menhir che ci riporta alla preistoria, quando queste lunghe pietre erano oggetto di venerazione da parte dell'uomo del Neolitico.
Menhir deriva dal bretone men, pietra, e hir, lunga; indica un monolito infisso nel suolo con dimensioni varie e di forma tendente al parallelepipedo. I menhir possono essere isolati o disposti in allineamenti o circoli. Si tratta di strutture che sembrerebbero ricordare l'obelisco, ovviamente più rozzo e privo di lavorazione. Al menhir sono stati attribuiti numerosi significati: monumenti commemorativi, simboli solari, simulacri di personaggi (antenati), ecc.
Il visitatore sarà particolarmente colpito nell'osservare, nelle stele antropomorfe, la presenza di incisioni raffiguranti il cosiddetto "pendaglio a doppia spirale". È ormai convinzione diffusa tra gli studiosi che si tratti della raffigurazione di monili o gioielli, sono noti esempi rinvenuti in varie tombe È un dato di fatto che questo motivo decorativo fu ampiamente utilizzato dall'Età del Rame a quella del Ferro; in seguito sarà adottato anche l'oro. I documenti più antichi provengono dall'Est europeo, ma in seguito i ritrovamenti si distribuirono su una zona più ampia che dalla Romania giunge alla Svizzera.
Gli archeologi hanno posto questo modello decorativo in relazione al culto della dea madre.
Che il pendaglio a doppia spirale avesse un legame con il divino sembrerebbe confermato dalla presenza di alcuni di questi monili all'interno di siti archeologici in cui si trovavano anche altri oggetti offerti alla divinità. Altri pendagli sono stati rinvenuti nei pressi di corsi d'acqua.

Galimberti
di nuovo sabato 11 su Repubblica

Repubblica 11.9.04
Desiderare, sollecitare, pretendere con infinite parole vere e bugiarde
Diffidare degli espistolari amorosi
come sono false le lettere di commiato
Dovendo esprimere l'inesprimibile l'innamorato cerca di mettere in ordine ciò che sfugge alla logica
Quando a regolare il tutto è la passione nessuno è responsabile fino in fondo di quello che è portato a dire
UMBERTO GALIMBERTI

[... chi lo volesse... lo chieda]

Aristotele nella Dichiarazione d'indipendenza americana

Il Giornale di Brescia 10.9.04
Origini classiche del pensiero americano
ARISTOTELE A STELLE E STRISCE
Antonio Donato

La convention di John Kerry e quella del presidente Bush pongono tra i nodi cruciali della politica statunitense la domanda «quale è oggi l’identità degli Usa?». Non è solo uno slogan elettorale ma è uno dei punti su cui intellettuali, politici, giornalisti ma anche gente comune, tanto negli Usa che in Europa, si pongono insistentemente. L’opinione oggi più diffusa è che tra Stati Uniti ed il resto del mondo occidentale, soprattutto l’Europa, sia riscontrabile una radicale differenza riguardo alla concezione dello stato, dell’economia, dell’educazione, dell’arte, della politica e, più in generale, dello stile di vita. Tuttavia, può essere interessante, quanto sorprendente, notare che, secondo gli studi di Henry Jaffa (professore della Claremont Graduate University da poco scomparso), all’origine della cultura degli Stati Uniti ci sia uno degli autori più decisivi per la civiltà europea, Aristotele. Gli studi di Jaffa si concentrano specialmente sulla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 considerata come uno dei punti di partenza fondamentali della cultura statunitense. In questo celebre testo si osserva che i diritti fondamentali dell’uomo che uno stato deve garantire sono tre: il diritto alla libertà, alla vita e alla ricerca della felicità. Tra questi tre diritti l’ultimo è ciò che rende la Dichiarazione d’indipendenza unica ed originale. La maggior parte degli studiosi osserva che questi tre diritti fondamentali si rifanno alla formulazione proposta dal filosofo inglese del XVII secolo John Locke, ovvero «vita, libertà e proprietà». Tuttavia, ciò che stupisce è l’inserimento di un diritto estraneo alla triade di Locke: la ricerca della felicità. Secondo gli studi di Jaffa, questo cambiamento si spiega con l’influenza del pensiero di Aristotele sia su Thomas Jefferson che sugli altri redattori della Dichiarazione d’indipendenza. Il primo elemento che fa parlare in favore di questa tesi è che in quell’epoca in Nord America lo studio di Aristotele in greco era parte del bagaglio culturale di molti intellettuali e uomini politici. Infatti, dalle lettere di Jefferson si apprende di come egli fosse un appassionato lettore tanto dell’Etica Nicomachea quanto della Politica di Aristotele. Jaffa pone come ulteriore prova della sua tesi il fatto che nel XVIII secolo in Nord America si era assistito ad un revival dell’etica e della politica aristotelica e dell’idea che il porre le condizioni per la felicità del cittadino debba essere il fine d’ogni forma di governo. Questo trova riscontro anche nella Dichiarazione dei diritti dello stato della Virginia, di pochi mesi precedente alla Dichiarazione d’indipendenza: «tutti gli uomini per natura hanno dei diritti fondamentali di cui non possono essere privati; essi sono la libertà, la vita e la ricerca della felicità». Il fattore decisivo nel testimoniare le origini aristoteliche della cultura statunitense è la vicinanza tra la nozione di felicità di Aristotele (raffigurato nella foto a fianco) e quella ricavabile sia dalla Dichiarazione d’indipendenza che dagli scritti di Jefferson. La Dichiarazione d’indipendenza con il termine felicità intende l’idea di una vita vissuta bene nel suo complesso, un’esistenza in cui l’individuo è in grado di sviluppare le sue abilità. Questo concetto è lo stesso che Aristotele esprime nel primo libro dell’Etica Nicomachea dove osserva che ciò che rende felice la vita di un individuo è il possedere tutti quei beni come la salute, l’agiatezza, l’amicizia e le virtù che sono elementi costitutivi della felicità e che consentono ad un individuo di realizzare completamente le sue potenzialità. La familiarità di Jefferson con quest’idea di felicità è riscontrabile nel suo testo Osservazioni sullo Stato della Virginia del 1779, nel quale, descrivendo il nuovo del sistema di educazione pubblica da lui implementato, egli nota che «si deve istillare in ogni ragazzo la volontà di sviluppare la felicità mostrando loro che essa non dipende dal caso ma che è il risultato di una buona coscienza, buona salute e libertà». La vicinanza di Jefferson con l’idea aristotelica di felicità è documentata anche da diverse lettere tra cui quella scritta a suo nipote Peter Carr nel 1788 dove raccomanda «sii assiduo nel conoscere, abbi grande cura della tua salute e pratica la virtù, in questo modo sarai davvero felice». Queste parole rivelano una profonda vicinanza con il pensiero d’Aristotele per il quale la felicità consiste nella realizzazione delle capacità dell’individuo considerato nella sua interezza. L’ultimo elemento di vicinanza tra Aristotele e la Dichiarazione d’indipendenza consiste nel modo in cui è concepito il fine di ogni forma di governo. La Dichiarazione d’indipendenza osserva che una società organizzata o un governo deve fornire ad ogni essere umano le condizioni esterne indispensabili per rendere possibile la ricerca della felicità. Infatti, è diritto di ogni individuo l’essere messo in grado di poter ricercare la felicità, non ottenerla. Questa idea è esattamente quella che Aristotele esprime nel capitolo II del primo libro della Politica: «Quando diversi villaggi si uniscono in un’unica comunità, grande abbastanza da essere autosufficiente, nasce lo Stato, che si origina dalla fondamentale esigenza di proteggere la vita e che continua ad esistere per promuovere la felicità di chi ne fa parte». La vicinanza di Jefferson a quest’idea la si può riscontrare in molte delle sue lettere ed, in particolare, in una lettera del 1812 all’amico Van der Kemp: «l’unico fondamentale scopo che un governo deve perseguire è quello di assicurare il più ampio grado di felicità a tutti i suoi cittadini». Forse, quindi, è proprio ricordando le origini classiche della propria cultura che gli Usa possono trovare una promettente via nella ricerca della propria identità. Allo stesso tempo, in Europa, lo scoprire che la cultura statunitense è il risultato di un’originale rielaborazione del pensiero greco può fornire gli strumenti per farci apparire gli Usa sotto una nuova e differente luce.

Giulio Giorello:
Gilgamesh

Corriere della Sera 11.9.04
Gilgamesh nel Paese del Non Ritorno Il destino del dio condannato a morire
di GIULIO GIORELLO

«L’umanità è recisa come canne in un canneto
eppure nessuno vede la faccia della morte»

Ben prima di Pascal i poeti dell’antica Mesopotamia sanno che l’uomo è una «canna che pensa». La citazione è tratta dall’epopea di Gilgamesh, il grande poema dei Sumeri che fu poi anche degli Assiri, dei Babilonesi e degli stessi Ittiti (e di cui una pallida eco arriva alla cultura greca dopo Alessandro Magno) e che continua a vivere nella tradizione orale delle genti del vicino Oriente (si veda la ricostruzione di Giovanni Pettinato, La saga di Gilgamesh , Rusconi, 1992; una nuova edizione è annunciata per la fine dell’anno da Mondadori).
Il sovrano di Uruk, sconvolto dalla morte del sodale Enkidu - insieme al quale aveva sconfitto i mostri del Cielo e della Terra - va in cerca del segreto dell’immortalità; ma non riesce a estorcerlo nemmeno all’unico uomo esentato dalla morte, Utanapishtim (prototipo del Noè della Bibbia) che grazie alla sua perizia tecnica era riuscito a salvarsi dal Diluvio, scatenato dagli dèi infastiditi dal «rumore» prodotto dagli umani.
Avuta per consolazione la pianta della perpetua giovinezza, Gilgamesh perde anche questa prima di poterla portare agli Anziani della sua città. Mentre si bagna nel fiume, un serpente gliela sottrae, lasciandogli in cambio «la sua vecchia pelle». Non c’è Fenice che rinasca dalle ceneri, non resurrezione della carne. Nel Paese dei Due Fiumi gli stessi dèi possono morire, ovvero restare sequestrati nel Paese del Non Ritorno, come mostrano le peripezie della splendida e terribile dea Inanna che, spogliata dei suoi amuleti e delle sue vesti, finirà nuda e prigioniera davanti alla divinità che regna sui defunti (riuscirà a scamparla dando una vita in cambio, quella del marito - vedi Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica , Utet, 2001).
Così la parola mitica (a rigore quella che tratta degli dèi) e la parola epica (quella per le creature mortali) rivelano un nichilismo radicale:
«I fratelli possono dividersi l’eredità,
vi può essere guerra nel paese,
possono i fiumi ingrossarsi e portare inondazioni:
il tutto assomiglia alle libellule che sorvolano il fiume;
il loro sguardo si rivolge al sole,
e subito non c’è più nulla»

Eppure, queste genti lontane che detestano la morte che fa di ogni defunto un «prigioniero», sanno amare impetuosamente la vita: nelle loro passioni, nelle loro guerre, nella loro architettura e nella loro scienza.
Ne fa fede la determinazione di Inanna e di Gilgamesh a non arrendersi mai, perché chi sa davvero vivere è capace anche di fare esperienza di libertà. Del resto, come recita un proverbio babilonese: «Persino un cane è libero nella nostra città».