domenica 13 febbraio 2005

la famiglia e le violenze contro i minori

Brescia Oggi 13.2.05
Annunciato un convegno dell’Università Cattolica per sabato
Violenze ai danni dei minori. Attenzione puntata in famiglia
Lisa Cesco

Situazioni di sopraffazione e violenza sui minori, che tradiscono il senso di una relazione volta alla cura e alla comprensione dei bisogni: su un tema di attualità, che chiama a riflettere non solo insegnanti ma anche genitori e pubbliche istituzioni, Comune e Università Cattolica con il Centro studi sulla vita matrimoniale e familiare e l’annesso Gruppo di studio e ricerca sul maltrattamento dei minori, realizzato in partnership con l’assessorato comunale alla Pubblica Istruzione, propongono una giornata di approfondimento scientifico e culturale, sabato prossimo 19 febbraio nell’Aula magna della Cattolica in via Trieste, con inizio alle ore 9. «La relazione educativa tradita - Famiglia e violenza sui minori» sarà il titolo del seminario, che si articolerà su tre piste di interesse: la rottura dell’equilibrio familiare in caso di violenza, tema su cui discuteranno, fra gli altri, le psicoterapeute Maria Teresa Biancardi e Maura Anfossi; la rilevazione e l’interpretazione del dato e l’importanza della relazione educativa per la crescita della persona, restituita da due pedagogisti, Luigi Pati e Luisa Santelli; gli interventi a favore dei minori violati, con relazioni del criminologo Carlo Alberto Romano e della coordinatrice della Comunità alloggio per minori di Brescia, Emanuela La Fede.
«Intendiamo mantenere alta l’attenzione su un tema molto complesso, davanti a inchieste giudiziarie che hanno imposto di parlare senza pregiudizi delle violenze sui minori - dice l’assessore Carla Bisleri - È importante, infatti, tenere vivo l’impegno non solo nelle situazioni di emergenza, ma avviare una rinnovata cultura della responsabilità, che sappia rivolgersi alla cittadinanza per affrontare il problema con competenza e non solo con allarmismo».
La giornata di studi rappresenta un tassello di un più ampio lavoro, concretizzato in un percorso di formazione condotto con 180 insegnanti delle scuole dell’infanzia comunali sul tema "Competenze in relazione", oltre che in un ciclo di seminari sulla cultura educativa della famiglia e dell’infanzia.
«Muovendo dalle stime ufficiali, che indicano come circa il 90% delle violenze sui minori siano commesse nel nucleo famigliare, il seminario vuole rappresentare un affondo su questa realtà, per trovare possibili strategie per limitare un fenomeno di altissima gravità», spiega il prof. Luigi Pati, responsabile del Centro studi sulla vita matrimoniale e familiare della Cattolica.
A seguire, il 14 maggio prossimo, è già previsto un secondo seminario, puntato questa volta sulle violenze in un contesto extra-familiare.
Dopo gli episodi di sospetta pedofilia nelle scuole, peraltro, il Comune ha attivato una serie di servizi per bambini e genitori, come ha spiegato il direttore delle scuole materne comunali, Pietro Gardani: uno psicologo nelle scuole oggetto di indagine giudiziaria, come pure nelle elementari del territorio in cui sono confluiti gli alunni in uscita dalle materne, la presenza di un servizio di aiuto psico-sociale per i genitori, nella III e IX Circoscrizione del Comune di Brescia, un servizio di consulenza con specialisti dell’età evolutiva e una psicologa itinerante nelle scuole, per cogliere eventuali situazioni di disagio.

professori a rischio di patologie psichiatriche

L'Eco di Bergamo 13.2.05
Povero prof c'è da perdere la testa

E' vero – come ha avvertito Vittorio Lodolo D'Oria – che i nostri ragazzi hanno di fronte insegnanti a rischio di follia?
Sì. È tutto vero. Lodolo D'Oria è il responsabile scientifico dell'Area scuola e sanità della Fondazione Iard ed è medico del Collegio delle Asl di Milano e provincia per il riconoscimento dell'inabilità al lavoro per cause di salute. La sua ricerca «Quale rischio di patologia psichiatrica per la categoria professionale degli insegnanti?» ha suscitato un salutare pandemonio.
In sintesi si può affermare senza tema di smentite che tra ansia, disturbi dell'umore e della personalità, schizofrenia e psicosi, demenze, disturbi cognitivi, anoressia nervosa, abuso di sostanze e assimilati, a soffrirne sono in parecchi. Né tranquillizza sapere che le percentuali sono in costante aumento: dal 44,5 per cento del triennio '92-'94 si è passati al 56,9 per cento del 2001-'03. Nel linguaggio dei famosi conti della serva, vuol dire un insegnante sì e uno no. Anzi, qualcosa di più.
Da cosa deriva tutto ciò? Si potrebbe rispondere così: i docenti se n'escono pazzi non perché sono pazzi loro, ma perché è folle – in senso tecnico – il sistema in cui sono inseriti.
Qualche esempio da cui derivare conseguenze di metodo.
Da viale Trastevere (la sede del ministero della Pubblica istruzione) hanno continuato per anni a battere come forsennati sulla necessità della programmazione didattica. Per programmare famigerati «monoenni» (metà di un biennio. Ma non bastava dire «anni»?), semestri, mesi, giorni e mezze ore di compresenza i docenti hanno profuso immani risorse in tempo, energie nervose, soldi per babysitter, nel vano tentativo di dar significato univoco alle formule del burocratichese o della neolingua dei pedagogisti.
Tutto ciò assodato, il ministero non ha mai mostrato alcun ritegno – ad anno ormai inoltrato – a buttare all'aria le sudate carte della progettazione, come capita a chi sia colpito da convulsioni febbrili o da euforia da farmaci.
L'anno passato, lo sanno tutti, ha obbligato ad inserire nelle ore curriculari (ossia nell'orario solito) una quota assolutamente imprevista di spazi da dedicare all'educazione stradale. Obiettivo: il patentino agli studenti. E nessuno si è premurato di domandare, se non altro, da dove traessero gli insegnanti le competenze specifiche per la bisogna. Così anziane professoresse di lettere hanno tenuto vere e proprie orazioni sul valore civile del rispetto del segnale di stop; quelli di scienze hanno lungamente intrattenuto il pubblico sulle fratture craniche derivanti dal mancato uso del casco; e i fisici hanno riempito lavagne e lavagne per spiegare cosa sia la forza centrifuga e il principio di inerzia e l'accelerazione di gravidanza, come mi spiegò una fanciulla allarmatissima.
Ovviamente il ministero – che pure aveva sollecitato il ricorso alla gloriosa arte di arrangiarsi – aveva contestualmente stanziato per il progetto i necessari fondi. I quali, tuttavia, non potevano al momento venir erogati per sopraggiunte impreviste difficoltà.
Qualche anno prima, sempre ad anno inoltrato, era stato ingiunto agli insegnanti di storia il cui programma «arrivava» al 476 d.C. (fine dell'Impero Romano d'Occidente) di spingersi fino al 1300. Con le stesse ore di prima, ovviamente. In compenso senza testi, perché quelli acquistati a settembre prevedevano mille anni in meno. Come se un autista di Tir in viaggio tra Bergamo e Chivasso si sentisse intimare, in prossimità di Arluno, di arrivare all'ora prevista e senza pieni suppletivi non nella cintura torinese, ma a Toulon-Marseille.
Casi come questi, tuttavia, ossia interventi che mettono in luce non una inadeguatezza dei docenti, ma la totale irresponsabilità del ministero, sarebbero ancora il male minore.
Qualche elemento di gravità in più si constata in alcuni testi ormai leggendari, come la frase posta in epigrafe alla per altro mai attuata riforma De Mauro. Vi si sosteneva che il ministero prevedeva per i docenti un futuro di «alta e specifica professionalità». Una prospettiva niente male, se poi per i medesimi non si fossero previsti i salari caratteristici di una bassa e generica manovalanza.

deliri di massa
la maggioranza degli americani è creazionista...

Corriere della Sera 13.2.05
Secondo un sondaggio il 55% degli americani non crede alle idee evoluzioniste sulle origini biologiche dell’uomo
La destra religiosa assedia Darwin
«Siamo nati da un disegno intelligente»

Ricorsi giudiziari dei creazionisti perché la teoria entri nelle scuole
dal nostro inviato Massimo Gaggi


NEW YORK - In Georgia c’è voluto l’intervento dell’ex presidente Jimmy Carter per bloccare la proposta del soprintendente scolastico mirante a escludere dai programmi d’istruzione dello Stato le teorie darwiniane sull’evoluzione della razza umana: «Come cristiano e come accademico della Emory University provo imbarazzo davanti ai tentativi di Kathy Cox di censurare e distorcere l’educazione dei nostri figli». Lei ha ribadito le sue riserve («evoluzione è una parola fastidiosa che genera un gran numero di reazioni negative») ma ha fatto marcia indietro.
Quello della Georgia non è un caso isolato: dopo la conferma di Bush alla Casa Bianca le organizzazioni della destra religiosa sono tornate all’offensiva e oggi iniziative per escludere l’evoluzionismo dal curriculum scolastico sono state intraprese - a livello politico o con ricorsi alla magistratura - in Texas, Ohio, Missouri, Wisconsin, South Carolina, Mississippi. In Kansas a novembre una maggioranza del 60% degli elettori ha insediato alla guida dell’amministrazione scolastica dello Stato un gruppo di sostenitori del creazionismo, decisi a cambiare l’insegnamento sulle origini biologiche dell’uomo.
Intanto, mentre ferve lo scontro sui programmi, l’evoluzionismo sta già silenziosamente scivolando fuori dall’insegnamento quotidiano nelle scuole. Lo mette in luce anche una recente inchiesta del New York Times : pressati dai genitori (una minoranza ma molto determinati), dalle organizzazioni della destra cristiana, da molti dirigenti scolastici, negli Stati conservatori gli insegnanti tendono a saltare i capitoli della biologia dedicati all’evoluzionismo o li assegnano agli studenti come semplice lettura, senza stimolare alcuna discussione, alcun approfondimento. I politici lo sanno ma evitano interventi che potrebbero risultare poco popolari.
Oggi, infatti, la stampa scopre con un certo sconcerto che il 55% della popolazione statunitense (e il 67% degli elettori di Bush) non crede all’evoluzionismo (sondaggio Cbs) mentre, secondo un’indagine Gallup, un terzo dei cittadini considera il contenuto della Bibbia verità scientifica. Un abisso divide l’America dal resto del mondo industrializzato dove l'80% della popolazione accetta l’evoluzionismo che è pur sempre una teoria ma gode di un vastissimo credito nel mondo scientifico. L’anno scorso in Italia ci fu qualche problema coi programmi scolastici della Moratti, poi la crisi rientrò. «In Giappone siamo addirittura al 96%, ma anche la cattolica Polonia non scende sotto il 75%» dice Jon Miller, che alla Northwestern University studia l’atteggiamento delle opinioni pubbliche nei confronti della scienza. Del resto Giovanni Paolo II (e prima di lui Pio XII) ha sostenuto la possibilità di far coesistere teorie darwiniane e assunti della religione cattolica.
Le convinzioni di Bush, lo spazio da lui dato alla destra religiosa, hanno sicuramente a che fare con questo fenomeno, ma solo fino a un certo punto. In America Darwin ha sempre avuto vita difficile: diffuse in tutte le scuole senza incontrare particolari ostacoli all’inizio del secolo scorso, le sue teorie furono praticamente messe al bando in molti Stati negli anni ’20. Dagli anni ’50 il pendolo è tornato a oscillare nella direzione opposta e nel ’68 la Corte suprema dichiarò incostituzionale la messa al bando dell’evoluzionismo. Ma nei sondaggi gli americani si sono sempre divisi più o meno a metà tra creazionisti ed evoluzionisti. All’inizio degli anni ’80 i creazionisti (per i quali l’uomo è il prodotto di un intervento divino come quello descritto dalla Genesi) tornarono all’offensiva grazie alla proposta del presidente Reagan di diffondere nelle scuole anche questa teoria, oltre all’insegnamento dell’evoluzionismo. Ma una serie di sentenze di giudici statali e federali, culminata in una decisione della Corte suprema del 1987, sanzionò che il creazionismo, essendo basato su un assunto religioso, non può entrare nel programma scientifico delle scuole pubbliche americane senza violare il principio della separazione tra Stato e Chiesa.
Bush fin qui ha dato fiato alla destra religiosa più con le parole che con le azioni. Dopo la conferma alla Casa Bianca, ha rapidamente avviato le riforme promesse in campo economico (previdenza) e giudiziario (cause collettive contro le imprese), mentre su aborto e matrimoni gay si muove con molta cautela. «Ma è bastata la vittoria repubblicana a dare nuova energia ai creazionisti» sostiene il direttore del Centro nazionale per la scienza dell’educazione, Eugene Scott.
Più energici, ma anche molto più sottili e accurati nello scegliere i loro argomenti. Se il creazionismo resta fuori dal perimetro della scienza perché basato su argomenti religiosi, si cerca di aggirare l’ostacolo con la teoria del «disegno intelligente». Sostiene che alcuni fenomeni naturali - dal funzionamento delle cellule alla composizione dell’occhio umano - sono troppo complessi per poter trovare spiegazione nella teoria evoluzionista: l’unica possibilità è che a un certo punto del processo ci sia stato l’intervento di un’«entità intelligente». Così, confutando solo in parte le teorie darwiniane ed evitando di formulare ogni ipotesi sull’origine di questa «intelligenza», i sostenitori dell’«intelligent design» sperano di riuscire a trovare uno spazio nell’insegnamento scientifico delle scuole. Per i critici è solo un tentativo abbastanza furbo di confondere i giudici: lo hanno già archiviato con l’etichetta di «creazionismo light».
Ma i sostenitori della nuova teoria (diffusa attraverso il sito intelligentdesignnetwork.org e una pubblicistica sempre più fitta) qualche punto a loro vantaggio l’hanno segnato se la stampa «liberal», pur denunciando il tentativo di aggirare le sentenze della Corte suprema con un artificio, riconosce che va forse creato nelle scuole un luogo in cui - al di fuori dell’insegnamento strettamente scientifico - sia possibile discutere le critiche culturali e religiose all’evoluzionismo.
Non sarà un percorso breve né facile. Intanto in molte scuole è già battaglia. A Dover, in Pennsylvania, i dirigenti delle scuole locali hanno deciso di inserire il «disegno intelligente» nel programma scolastico. Il relativo documento è stato letto nelle classi dagli amministratori degli istituti: gli insegnanti si sono rifiutati. Nella contea di Cobb, in Georgia, i dirigenti hanno invece tentato di rafforzare l’insegnamento delle teorie darwiniane. Ma davanti alla reazione irata di molti genitori hanno fatto marcia indietro stampando degli sticker adesivi con messaggi del tipo «attenzione, maneggiare con cura: sono soltanto teorie» e appiccicandoli nelle pagine dei libri scolastici dedicati all’evoluzionismo. I giudici sono già intervenuti considerando illegale l’inserzione di questi adesivi; ora è pendente un controricorso dei tradizionalisti.
Battaglie che, più che con Bush, hanno a che fare con la grande varietà di formazioni religiose che popolano l’America. Spiega Luis Lugo, direttore del Pew Forum on Religion : «La logica di mercato si è imposta anche in questa sfera e spinge i vari gruppi a competere per la conquista dei fedeli usando strumenti come la politicizzazione del tema dell’evoluzionismo».

la questione degli embrioni
tre posizioni diverse all'Accademia dei Lincei

Corriere della Sera 13.2.05
ALL’ACCADEMIA
Redi: un dovere usare le staminali. La mozione guidata dallo storico Prodi: no ai laboratori nazisti
Embrioni congelati, la disputa dei tre partiti dei Lincei
I 130 membri divisi sulla ricerca Il decano Falsea: il sacrificio può essere compensato da conoscenze utili
Margherita De Bac

ROMA - Divide anche l’Accademia dei Lincei il futuro dei 30 mila embrioni congelati nei frigoriferi dei centri di fecondazione artificiale italiani. I 130 saggi che si sono riuniti a Palazzo Corsini nell’ultima assemblea, venerdì scorso, non sono riusciti a trovare un accordo. E sono emerse tre correnti. Quelli che, in sintonia col documento base proposto dalla commissione interna di bioetica, spingono per una ricerca libera e per avviare gli embrioni sovrannumerari verso i laboratori. Quelli che, pur non rifiutando la prospettiva, pretendono garanzie sul fatto che a diventare oggetti di studio siano solo i frutti del concepimento «già esistenti». Infine, i contrari ad ogni forma di intervento. Per dare un parere definitivo servirà una nuova convocazione. L’appuntamento coincide con la vigilia dei referendum.
Il documento proposto dagli 8 lincei della bioetica insiste sul principio «dell’autonomia della ricerca di base». Gli scienziati devono essere «gli unici possessori dei criteri necessari alla valutazione della verità e della qualità della ricerca col solo vincolo del rispetto dei diritti umani». L’Accademia si augura quindi che il Parlamento «approvi rapidamente leggi che consentano in condizioni severe, controllate e protette da abusi, la donazione di staminali embrionali (da parte delle coppie, ndr) per la ricerca di base e clinica».
Posizione molto equilibrata secondo il biologo molecolare Carlo Alberto Redi, assente alla plenaria: «Avrei voluto anzi maggior forza. Utilizzare le staminali dell’embrione è un dovere. Piantamola con l’accostamento tra concepito e persona, è una mostruosità giuridica. Non è vero che con la fecondazione inizia il nuovo individuo. Mi fa piacere che l’abbia riconosciuto sul Corriere anche Giuliano Amato. Il lavoro pubblicato su Nature nel 2000, prima firma il tedesco Wolfgang Mayer, dimostra che l’individuo si forma solo quando l’embrione ha 4 cellule, e questo avviene non prima del secondo giorno».
Si dissocia Giuseppe Zerbi. Il docente di scienza dei materiali al Politecnico di Milano, riassume il contenuto della mozione sottoscritta dallo storico Paolo Prodi, fratello di Romano, leader dell’opposizione, e poi dal fisico Vincenzo Balzani, il filosofo Enrico Berti, il matematico Alfio Quarteroni e il chimico Fernando Montanari: «Lasciare libertà significa perdere la capacità di interferire. E poi magari finiamo con i laboratori nazisti. Da quell’ammasso di poche cellule nasce un essere vivente, un’entità complessa». Sulla sorte dei sovrannumerari Zerbi sostiene che «fermo restando la contrarietà ad ucciderli ci rendiamo conto che nei frigoriferi ce ne sono circa 30 mila. Una legge potrebbe fissare condizioni severe perché siano donati ai laboratori solo quelli già esistenti».
Massimo rigore invece da parte dell’autorevole giurista Giorgio Oppo, che è per il no assoluto. Il problema non lo convince «a monte». In particolare, manca chiarezza su un punto cruciale: alla ricerca verrebbero avviati solo i sovrannumerari che già ci sono? Il timore è che, una volta dato il via libera alla sperimentazione su quelli ora disponibili perché congelati e non più adatti allo sviluppo, si finisca per accettare che ne vengano creati di nuovi sotto la spinta di eventuali scoperte. Il biologo Riccardo Arrigoni, famoso per le scoperte sulla vitamina C, accusa molti scienziati «di imbrogliare, non ci sono prove sull’efficacia delle staminali embrionali, il futuro risiede nelle cellule dell’adulto o nella riprogrammazione genica». Però apre agli esperimenti sulle minuscole entità che giacciono in frigo e «non solo valide neppure per l’impianto».
Controcorrente la visione naturalistica del giurista Angelo Falsea, decano dell’Accademia, 90 anni e più: «L’uomo non è diverso dagli altri animali. Per sopravvivere la specie pretende che molte potenzialità della vita siano sacrificate. Il sacrificio di embrioni verrebbe compensato a livello di conoscenze utili per la messa a punto di nuove cure».

sinistra
Liberazione cambia
e la questione toscana

Corriere della Sera 13.2.05
Il direttore di «Liberazione» spiega la svolta. Crespi: «Ecco la prova, siete conservatori»
Contrordine a sinistra, torna la terza pagina
Paolo Conti

Il primo a segnalare la novità, che poi è un deciso ritorno al passato, è stato ieri Il Giornale. L’articolo dedicato ieri a Liberazione, organo di Rifondazione comunista, e alla nuova veste grafica voluta dal neodirettore Piero Sansonetti (esordio fissato per martedì 22 febbraio), sottolineava con stupore il ritorno alla terza pagina culturale. Non un modo di dire, ma proprio quella inventata nel 1901 da Alberto Bergamini per Il Giornale d’Italia e che venne poi adottata da tutti i quotidiani italiani fino alla metà degli anni Ottanta quando cambiò collocazione e anche anima. Ora Liberazione tenta la strada del passato, quasi un paradosso per un quotidiano comunista. Angelo Crespi, docente di Storia del giornalismo italiano all’Università Cattolica, direttore de Il domenicale, è autore del libretto eloquentemente intitolato Contro la terza pagina, quella attuale, secondo lui troppo contaminata dalla cronaca più minuta e dall’audiovisivo (ecco cosa si legge: «Sotto mentite spoglie la sedicente cultura batte ancora i marciapiedi del giornalismo. Anzi, s'allarga, si fa seducente, s'imbelletta sempre pronta a fare proseliti, a mischiarsi ai nuovi generi, alla televisione, ai miti dell'effimero»). Dice però Crespi: «La sinistra, in questo momento, è in effetti la forza politica veramente conservatrice nel senso più deteriore del termine. Ma devo riconoscere che la proposta di Liberazione mi pare coraggiosa e per niente banale. Significa il ritorno a qualcosa di più serio delle attuali pagine culturali. Una scelta tradizionale che va verso una controtendenza sempre più avvertibile e chiara. L’infotainment sui quotidiani è stato una degenerazione degli anni Ottanta, ora è un fenomeno sostanzialmente sorpassato». Che cosa dovrebbe essere, oggi, una terza pagina? «Certo non il semplice luogo di segnalazione, con piccole schede, dei libri usciti: a quello provvedono le riviste e persino Internet o la tv. Né una lista di cronache culturali. Piuttosto, uno spazio di analisi critica».
E cosa ne dice l’interessato, cioè Piero Sansonetti, impegnato negli ultimi ritocchi al nuovo Liberazione (formato classico «grande», niente foto a colori, grande spazio ai commenti)? Dice il direttore: «Non penso che la terza pagina fosse un prodotto del giornalismo conservatore. Io sono cresciuto a l’Unità e ricordo una straordinaria terza pagina affollata dalle migliori intelligenze del dopoguerra, da Italo Calvino a Renato Guttuso, solo per citare i due primissimi nomi che mi affiorano nella memoria. Noi vogliamo esplicitamente invertire l’operazione di accorpamento della cultura allo spettacolo che cominciò negli anni Ottanta».
Per farne cosa, Sansonetti? «Un luogo di discussione, di creazione di idee, di proposta di nuove generazioni di intellettuali... Non è possibile che si continui a guardare a quelle legate sempre al ’68». Sansonetti aggiunge una battuta: «Ricordo che la fine della terza pagina a l’Unità fu voluta da Ferdinando Adornato, allora intellettuale comunista che stimavo molto. Chissà, c’era forse già qualcosa di berlusconiano, nel suo inconscio: questo collegare la cultura allo show...»

Liberazione 12.2.05
Toscana, la Gad esiste ma l'Ulivo non la vede
Movimenti e associazioni a San Quirico attorno a una domanda di unità e radicalità cui la coalizione del governatore uscente Martini rifiuta di dare risposte. Il candidato diserta l'assemblea
Checchino Antonini

Firenze. C'è una Gad della società civile, ma il centrosinistra sembra non vederla nemmeno. Eppure ieri sera si è materializzata alla periferia ovest di Firenze. In una delle 1.300 case del popolo di questa regione, luoghi dove l'unità della sinistra non è mai venuta meno. All'ordine del giorno la domanda lanciata da un appello firmato da centinaia di persone: perché in Toscana sembra impossibile che nasca la Grande Alleanza Democratica?
Quell'incapacità di intercettare la domanda di unità e radicalità è, in brutale sintesi, l'ormai famosa "anomalia toscana". Una querelle che riempie da settimane la stampa locale di dichiarazioni, indiscrezioni, smentite da quando Toscana democratica - così si chiama la coalizione ulivista di Claudio Martini - ha chiuso le porte in faccia a Rifondazione comunista, escludendola dall'accordo per le regionali di aprile. Casomai vi diamo un paio di assessorati e l'unità la facciamo dopo, si sono sentiti dire al Prc. Ma la chiusura non è piaciuta ai movimenti e alla ricchissima società civile - questa è la terra del primo social forum europeo, del trainstopping, dei girotondi e così via - che, domandandosi "Gad in Toscana: se non ora quando? ", ha dato vita ad un appello unitario promosso, tra gli altri, da Paolo Beni, presidente nazionale dell'Arci, docenti "girotondini" come Marcello Buiatti, Pancho Pardi e Gianpasquale Santomassimo, esponenti di movimento quali Lisa Clark, Tommaso Fattori e ancora gente di Arci, Aprile e Legambiente, più Fiom e Cgil-funzione pubblica che, insieme, fanno la maggioranza dei lavoratori sindacalizzati.
L'evento di S. Quirico doveva servire a far incontrare pubblicamente il governatore Martini con Rifondazione e i movimenti ma il presidente della Regione si è defilato per paura - ha detto - di essere travolto da una valanga di fischi che Rifondazione gli avrebbe riservato. «Macché fischi - spiega nella casa del popolo, Mario Ricci, segretario toscano del Prc - noi non abbiamo mai inteso la politica come uno stadio! Sarebbe stata un ulteriore occasione di confronto come quella del 29 novembre a S. Bartolo a Cintoia (altra casa del popolo fiorentina, ndr) dove Martini, applauditissimo, ha partecipato a un dibattito con Beni e Bertinotti sulle prospettive della sinistra».
Così la diserzione di Martini viene letta come lo strappo definitivo e Rifondazione è ormai pronta ad avviare il proprio percorso per la presentazione delle liste e la scelta del candidato presidente che, ovviamente, sarà un esponente della società civile. I giornali locali già danno per certo che l'anti-Martini sarà il segretario della Cgil Funzione Pubblica, Luca Ciabatti. «Non era semplice l'unità - continua Ricci - ma era possibile. Lo testimoniano le iniziative di movimento che, qui in Toscana si sono opposte alle politiche neoliberiste. Ora una campagna elettorale contrapposta rischia di trasmettere ulteriori elementi di divisione».
Si è detto, negli ultimi giorni, che Rifondazione avrebbe scoperto tardivamente la propria vocazione governista dopo 10 anni di opposizione dura ma le aperture a Martini datano almeno luglio del 2004 quando proprio lui fu l'ospite d'onore nella festa regionale di Liberazione a Marina di Massa e parlò al dibattito sulle regionali con Rinaldini, leader Fiom e Raffaella Bolini dell'Arci. Poi, a dicembre, il Prc s'è astenuto sul bilancio regionale volendo mandare un altro segnale forte per la risoluzione dell'"anomalia". Ma a Martini erano già arrivati i diktat dei sindaci di Firenze, Prato, Livorno, Pisa e Piombino dove Rifondazione è all'opposizione (in buona compagnia dei movimenti sociali) e che sarebbero stati scavalcati da un accordo "a monte". Al congresso regionale della Quercia, inoltre, i fassiniani avrebbero sfiorato il 90% e all'assise nazionale lo stesso D'Alema avrebbe dato carta bianca a Martini senza premere per un allineamento alla linea nazionale. I nodi che separano Rifondazione dal centrosinistra sono di natura programmatica: l'opposizione alla privatizzazione dell'acqua, il no all'inceneritore nella piana fiorentina già martoriata dall'inquinamento, la contrarietà a quel "corridoio tirrenico" che spaccherà in due la Maremma e le critiche alla gestione di trasporti, sanità e alla legge regionale sull'avviamento al lavoro. Nodi che scuotono anche Toscana democratica ma di cui non si è mai discusso pubblicamente. A bloccare a monte ogni possibilità di accordo sono i paradossi della legge elettorale regionale (non votata dal Prc) scritta su misura dell'Ulivo. Le nuove norme blindano la coalizione di maggioranza relativa (40 seggi su 65), per cui allargare al Prc significherebbe cedere seggi che comunque prenderebbero grazie al premio di maggioranza. I delusi di Martini che votassero Prc, in realtà, sottrarrebbero, entro certi limiti, seggi alle destre.
Un manifesto murale di Rifondazione ha messo nero su bianco che si tratta di una questione di poltrone diventando la pietra dello scandalo ma sia Martini che Filippeschi, segretario regionale Ds, avevano esplicitamente escluso, già al congresso di Tirrenia, di poter mettere in discussione l'«autosufficienza» della coalizione.
Così la mancata unità continua a restare «incomprensibile» alla società civile organizzata, quasi fosse «autismo politico» quello dell'Ulivo toscano. Così dice Vincenzo Striano, presidente regionale dell'Arci (più di 200mila iscritti) reclamando anche per l'esclusione dei movimenti dagli incontri programmatici. Un corposo documento di Cgil, Arci, Legambiente, Cnca e altri ancora sarebbe potuto essere una buona base di partenza ma non è stato neppure preso in considerazione dalle segreterie di Toscana democratica. Intanto, i promotori dell'evento a S. Quirico provano a raffreddare i toni: «Insistere per l'unità, qualificare i programmi senza che venga messa tra parentesi la società civile, aprire subito tavoli della Gad in ogni provincia, queste sono le nostre proposte», rilancia Beppe Brogi di Aprile e consigliere regionale Ds. «Non siamo sognatori - dice anche il leader Fiom, Mauro Faticanti - insistere lascia aperto il percorso verso il 2006 che deve coinvolgere, nella battaglia per cacciare Berlusconi, tutti quegli episodi di conflitto e resistenza che hanno visto protagonisti quartieri e fabbriche toscane e che i partiti non riescono a intercettare». Che il centro sinistra non sia «monolitico» a Pancho Pardi, sembra più una virtù che una iattura ma il professore, anima del Laboratorio per la democrazia, rimugina sulla «tendenza a non parlare di programmi», che poi è ciò che allontana la possibilità di quella «sintesi efficace» che inseguivano i promotori di un fatto politico molto importante come l'appello unitario. Ora cosa ne sarà di questa loro ricerca?

L'Unità 13.2.05
Martini: «Il nostro avversario è Antichi»
Il presidente della Regione: «Vedo che il candidato del Prc mi dà ragione per l’intesa nel 2006»

Vladimiro Frulletti

FIRENZE «L’avversario da battere è Antichi». La frase che Martini scandisce di fronte alla platea dei Comunisti italiani, riuniti a Firen
ze per l’assemblea programmatica con il loro presidente Armando Cossutta, potrebbe apparire ovvia, ma non lo è.
Chiudere le polemiche
Perché il presidente della Regione con quelle parole ha voluto mandare un messaggio chiaro ai partiti che lo sostengono. È l’invito a mettere un punto sulle polemiche a sinistra con il Prc e a concentrarsi sulla vera sfida: sconfiggere il centrodestra alle prossime regionali del 3 e 4 aprile. Ecco così che Martini dice di apprezzare le parole dette al Tirreno dal candidato di Rifondazione. Luca Ciabatti non solo ha descritto Martini come «ottimo presidente», ma ha anche rilanciato l’idea che l’incontro tra Prc e Toscana democratica possa esserci, dopo le regionali, entro il 2006. «È la proposta - spiega Martini - che avevo fatto io e su cui avevo avuto segnali positivi sia dai vertici nazionali sia da quelli regionali di Rifondazione già nello scorso autunno». Peccato che poi qualcuno, ricorda Martini, l’abbia definita provocatoria. E lo stesso Cossutta si rammarica del mancato accordo, ma sottolinea che il Prc «in Toscana ha sempre avuto un atteggiamento molto contrario, persino ostile» sia nei confronti della giunta regionale che delle giunte locali, come Firenze. Ma la professoressa Ornella De Zordo, a nome della lista “unaltracittà/unaltromondo”, si dice «delusa» da Martini e ritiene che la colpa per la mancata intesa sia di Toscana democratica e in particolare dei Ds. Tuttavia ribadisce (come aveva anticipato l’Unità) che non farà campagna elettorale per nessuno. «Ne resteremo fuori» dice. La polemica pare destinata a finire qui. Si passa ai contenuti. Il segretario della Cgil toscana Luciano Silvestri ai dirigenti del Pdci ricorda le situazioni di difficoltà del sistema produttivo. E anche il segretario dei Comunisti italiani, Nino Frosini, cerca, nella sua relazione di rimanere agganciato ai programmi. Tre i temi che Frosini sottopone a Martini. La lotta al precariato «che in Toscana sta assumendo proporzioni insostenibili»; nuovi limiti alla pratica del subappalto nei lavori decisi dalle pubbliche amministrazioni e un nuovo contratto di servizio con Trenitalia. «Questo che abbiamo adesso - dice Frosini - è finto».
I timori della sinistra Ds
A Martini dunque non dispiacerebbe che a sinistra i toni diventino più pacati e soprattutto più unitari. Tuttavia, a suo giudizio, è proprio il concetto di «unità» che sta dividendo Prc e Ulivo. Per Toscana democratica unità significa allargamento della coalizione. Invece per Rifondazione l’unità è vissuta soprattutto come competizione all’interno del centrosinistra. Un aspetto che sta preoccupando in particolare modo la sinistra Ds che sente il proprio bacino elettorale minacciato, appunto, dalla competizione di Rifondazione. In particolare i dirigenti dell’ex Correntone (dalle cui fila proviene Ciabatti) temono che la lista Uniti nell’Ulivo possa lasciar spazi vuoti alla propria sinistra. E visto che in politica, come in natura, i vuoti non esistono, quello spazio verrebbe ricoperto dal Prc.
Da qui la richiesta ai dirigenti Ds di mettere in lista anche esponenti di «sinistra». Cioè persone che hanno un legame con quel mondo che sta a cavallo fra Prc e Ds. Di questi timori la sinistra Ds informerà la prossima settimana anche Martini e concretamente chiederà che i suoi nomi non vengano cancellati con le primarie. A cominciare da quelli di Bruna Giovannini a Arezzo e di Alessia Petraglia a Firenze.
(...)

Barbara Spinelli, su La Stampa

La Stampa 13 Febbraio 2005
GLI EREDI DEI TOTALITARISMI
UN MACABRO MERCATO DEL PASSATO
di Barbara Spinelli


ORMAI si è creato un tale groviglio di memorie e di colpe, più o meno assunte dai nipoti italiani del comunismo e fascismo, che districarsi è difficile e trarre lezioni impervio. È un groviglio che occupa per intero la scena del nostro ricordare, che la riempie di un gran numero di colpevoli o responsabili in via di redenzione, e praticamente su quella scena non c'è più spazio per chi al momento giusto non sbagliò, trovò il modo solitario d'imboccare il sentiero della verità, rifiutò la menzogna delle grandi illusioni utopiche, della felicità imposta per decreto. È una scena invasa dagli ex, e il potere che questi esercitano è non solo vasto ma divorante. Più grande il crimine di cui essi son responsabili, più grandiosa sarà l'espiazione, e più spazio essi troveranno su stampa o tv.
I discendenti dei due totalitarismi si sono sforzati e si sforzano di trasformarsi, ma una parte del loro animo è come se restasse abbarbicata alla colpa originale: quasi fosse lì la loro segreta forza contrattuale, lì la fonte non già d'un dovere, ma d'un diritto: «Io sono all'origine di tanti e tanti morti, e tu quanti ne hai? Non abbiamo quindi tutti e due diritto a....». Spesso, per assecondare questo macabro mercanteggiamento di vittime, si ingigantisce il peso avuto dall'ex nemico totalitario. D'un tratto sembra che tutti gli intellettuali fossero comunisti, dopo il '45, e che tutti i soldati italiani alla fine della guerra fossero schierati con la Repubblica di Salò nella veste di «soldati combattenti», come suggerito dal partito di Fini. Non solo: sembra che tutti fossero adolescenti e non adulti responsabili (su questo giornale, lo storico De Luna ha parlato del «mantello assolutorio dell'adolescenza»). Un bel pezzo di storia italiana è consegnato a masnade di imberbi - i Ragazzi di Salò, della Resistenza - incapaci d'intendere e volere come minorenni di un'immensa Novi Ligure.
Ovvio che in questa Repubblica di Ragazzini viene cancellato il ricordo e soprattutto l'esempio degli uomini adulti, dunque imputabili, che vogliono rispondere del proprio operare ma anche del proprio ragionare. Questi non vengono neppure nominati, da chi si presenta al mercato delle memorie, e tuttavia c'erano, in Europa e da noi. C'erano, i pensatori antifascisti. C'era, nella guerra fredda, il Congresso per la ItalicLibertà della Cultura, nato nel '50 a Berlino su iniziativa di eccentrici come Koestler e Silone, Aron o Camus. C'erano, le riviste nate da quel Congresso: Tempo Presente di Silone e Chiaromonte in Italia, Preuves di François Bondy in Francia, Der Monat in Germania. Sono gli eredi di questi ultimi che oggi vengono dimenticati, forse perché non ci sono continuatori della loro arte di pensare e dibattere su questioni fondamentali con vera libertà. La censura li tacita una seconda volta, proprio nel momento in cui più avremmo bisogno, per pensare il mondo e le sue controversie, del loro modello.
Quando la memoria s'ingarbuglia non diventa per questo più intera, come negli auspici del presidente Ciampi. Diventa memoria selvaggia, al tempo stesso ridondante e mutila, fatta di innumerevoli frammenti strappati al loro contesto e gettati in faccia a chi era nemico ed è ora rivale nella compravendita dei ricordi: e soli protagonisti sono quelli che azzanna forte, perché già in passato sono stati azzannatori. È il privilegio sublime del criminale, che accumula delitti per poi mettere in mostra la maestà dell'ammenda. Gli eroi di Dostoevskij son fatti di questa pasta, e le nostre dispute sono una loro imitazione grottesca. In un saggio su Dostoevskij, Freud denuncia il trionfo del moralismo penitente sulla vera moralità: «Morale è chi già reagisce alla tentazione avvertita interiormente, e ad essa non cede. Colui che prima si macchia di colpa e poi, in preda al rimorso, pone a se stesso elevati obiettivi morali, può essere accusato di fare i propri comodi. Manca in lui l'elemento essenziale della moralità, la rinuncia, essendo la condotta di vita morale un interesse pratico dell'umanità. Questo tipo d'uomo richiama alla memoria i barbari delle migrazioni etniche, i quali uccidono e poi fanno ammenda per l'uccisione: dove l'ammenda diventa una pura e semplice tecnica volta a rendere possibile il delitto». (Dostoevskij e il Parricidio, 1927. Il corsivo è mio). L'espiazione purificatrice è mirabile: il Figliol Prodigo l'insegna. Ma chi non peccò ha inalterabile grandezza, non nella provvidenza divina forse, ma di certo in politica.
Questo manca, nelle zuffe odierne sulla memoria. Manca l'evocazione di una memoria intera, perché solo se si conosce il concatenarsi dei fatti (i nazionalismi del '14-'18 e i nazi-fascismi, la politica razziale e il comunismo, evocati da Ciampi a proposito delle fosse carsiche) si può capire come poté insorgere un crimine di pulizia razziale pari alle foibe, e si può evitarlo in futuro. Manca un rammemorare critico che si proponga, come in Freud, l'interesse pratico dell'umanità, e che serva non tanto per scrivere storia ma per farla: in qualità non di storici di professione ma di cittadini che edificano, ricordando e commemorando, presente e futuro.
Se si ha in mente l'interesse pratico del rammemorare o del chiedere perdono, non si fanno errori di semplificazione, come quelli visibili oggi. Di questi errori ne vorrei menzionare qui due.
Il primo consiste nel considerare che solo l'esito della guerra abbia determinato l'invalidità d'un progetto totalitario. La storia «è scritta dai vincitori», e a simile dato ineludibile anche se ingiusto noi ci adattiamo chiedendo ammenda: quest'atteggiamento è forte nei postfascisti, che hanno appena cominciato la critica del passato, restringendola per ora al fascismo e non estendendola agli anni del terrorismo nero. Ma è un atteggiamento che a volte affiora anche negli eredi del comunismo - non tanto nei politici ma negli intellettuali, sovente più lenti: per esempio, quando il filosofo Cacciari s'inalbera contro chi denuncia falce e martello: «Male è (per loro, ndr) tutto ciò che non s’accomoda nel campo del vincitore (...) Se falce e martello è come croce uncinata, e alle loro menti vincitrici evocano la stessa cosa...», dimenticando che i vincitori della guerra fredda non sono solo americani o capitalisti: sono i resistenti rappresentati oggi da chi (in Lituania, Ungheria) reclama la condanna d'un emblema che per mezza Europa significò morte e ideali intessuti di menzogne.
Questo lamento risentito dello sconfitto è il peggior modo di rammemorare, perché sembra che il ripensamento sia solo dovuto a una disfatta strategico-militare. Se l'ultima guerra fosse stata vinta e non avesse reclamato il «sangue dei vinti», i fascisti sarebbero magari tuttora fascisti. Se l'Urss avesse vinto, i comunisti sarebbero ancora comunisti. Una memoria di tal tipo non crea pace ma perpetue guerre civili: con un uso pratico nullo, se perfino gli ex terroristi accampano oggi il diritto del vinto - oltre che dell'adolescente - e dicono d'aver abbandonato la lotta solo perché sgominati da polizia e giudici.
Il secondo errore è legato alla questione falce e martello. Ancora un volta, si tende a staccare l'idea e il simbolo dal loro concretarsi, e questo per salvare non solo il concetto ma anche la sua specifica realizzazione nelle democrazie non sovietiche: falsificando non poco la storia, perché per decenni il comunismo italiano o francese puntò su una rivoluzione stile Urss, e non sulla democrazia dell'alternanza. Questa estrapolazione dell'idea in sé, tramutata in ideale immune da colpe, senza rapporto con la realtà, serve male la memoria rendendola rancorosa anziché condivisa.
Anche nell'antica indiana croce uncinata c'era un ideale: non umanistico - come giustamente sostiene Thomas Mann - ma di armonia cosmica, di abolizione dei terreni conflitti. Diversa era la congiunzione falce-martello, operai-contadini, ma anch'essa aveva il compito di redimere il mondo corrotto, finendo ogni conflitto. In questi simboli ci son dunque vizi d'origine non paragonabili, ma che conviene indagare con eguale rigore. Nelle idee stesse ci doveva essere qualcosa di marcio, se le cose scaturite da esse son tanto degenerate e se il loro simbolo risveglia incubi in uomini come il violoncellista Rostropovich. Neanche le idee sono assimilabili a Ragazzi: la realtà infetta anche loro, irrimediabilmente.
«L'idea era buona, solo si è mal realizzata». A mio parere le cose non stanno così: l'idea forse era insolente, smisurata, non pratica. L'idea del Bene si può scatenare, debordare gli argini, farsi intoccabile feticcio totalitario. Divenne tale fin da quando Saint-Just, propagandista del Terrore giacobino, disse davanti ai deputati, il 3 marzo 1794, nel momento in cui espropriava i possidenti: «La felicità è un'idea nuova in Europa!». Era già allora una felicità imposta con la lama della ghigliottina, nell'illusione di non contaminare l'idea con l'agire. E ancor oggi l'illusione riaffiora, in chi pensa di poter affastellare cadaveri e guerre in nome di una morale superiore della democrazia. Fare ammenda su fatti frammentari, e non criticare anche le idee (d'una nazione, d'un popolo, d'una razza, d'una classe eletti) corre facilmente il rischio di diventare «pura e semplice tecnica, volta a rendere possibile il delitto» anche nel futuro.

schizofrenia

Adnkronos Venerdì 11 Febbraio 2005, 19:32
Schizofrenia:
400 mila italiani malati, a Milano piano 'salva-giovani'


Milano, 11 feb. (Adnkronos Salute) - In cinque anni 120 giovani assistiti, maschi e femmine dai 17 ai 30 anni e con i primi sintomi di schizofrenia o a rischio di ammalarsi. Di questi, 74 sono ancora in cura. Mentre degli altri, il 98% di chi era sull'orlo della psicosi si è salvato: solo il 2% è passato in fase conclamata. Il 70% di chi ha terminato la terapia ha finito gli studi e i costi legati alle ricadute e ai ricoveri di chi aveva già avuto delle crisi si è ridotto del 90%. Questi i risultati preliminari del 'Programma 2000' promosso dall'ospedale Niguarda di Milano, il primo progetto italiano per l'intervento precoce contro la schizofrenia. La malattia, che rappresenta la forma più grave di psicosi, secondo le stime dell'Oms colpisce in tutto il mondo 45 milioni di persone, con 35 nuovi casi ogni 100 mila persone l'anno e costi sociali inferiori solo a quelli delle patologie cardiovascolari, ma superiori a quelli del cancro. In tutta Italia si calcolano 400 mila cittadini colpiti, con un numero di nuovi casi l'anno che in una città come Milano arriva a circa 200. Quanto alla Lombardia, delle 110 mila persone che ogni anno si rivolgono alle strutture psichiatriche, il 25% (circa 27.500) soffre di schizofrenia e 'assorbe' dal 70 al 90% dei fondi dedicati alla salute mentale. ''Più di un terzo del carico globale di malattia è prevenibile'', ha assicurato oggi a Milano il sottosegretario alla Salute, Antonio Guidi, intervenuto alla presentazione dei dati. Ma ''è una partita da giocare con tempestività, ai primi sintomi del disagio e con un'azione mirata e anti-stigma'', ha precisato il professor Angelo Cocchi, direttore del Dipartimento di Salute mentale di Niguarda. Secondo i dati lombardi, i maschi sono colpiti due volte in più delle femmine. Ma ''in base alla nostra esperienza - ha proseguito Cocchi - tra i due sessi non c'è alcuna differenza''. Le persone a rischio sono giovani ''che vanno aiutati ai primi campanelli d'allarme: umore depresso, insicurezza, ansia, perdita di energia, rallentamento, difficoltà di concentrazione e pensiero, isolamento, deliri e allucinazioni''. Ed ecco perché, insieme a famiglie, insegnanti, medici di base e pediatri di libera scelta, ''abbiamo costituito una rete di prevenzione secondaria in grado di segnalarci i casi sospetti. In quest'area di confine, infatti, possiamo ancora fare qualcosa per evitare la malattia e ridurre i costi diretti, ma anche quelli indiretti e intangibili, cioè la sofferenza di pazienti e famiglie''. L'equipe di Niguarda, presso il Centro psico-sociale di via Livigno, si attiva ''entro tre giorni dalla segnalazione - ha continuato l'esperto - con colloqui, psicoterapia, gruppi di controllo e problem solving, sostegno individuale e non, intervento sui familiari ed eventualmente farmaci''. Quest'anno ''abbiamo allestito anche una sala studio, con operatori che seguono i ragazzi''. A differenza dei servizi assistenziali standard, ''teniamo in carico i pazienti per cinque anni, invece che per tre, e li accogliamo in un ambiente in cui non entrano in contatto con casi estremi, così che non vedere come potrebbero diventare. E ancora. Facciamo prevenzione e non solo terapia, combattiamo lo stigma, infondiamo loro la speranza di poter guarire e non li isoliamo dal contesto sociale che li circonda''. E' ''un progetto unico in Italia - hanno ribadito i promotori - nato con una dimensione regionale, ma poi sviluppato come programma di rilievo nazionale, sostenuto dal ministero della Salute, oltre che dalla Regione Lombardia''. Una strategia partita nel 1999 dal Niguarda ''perché proprio il nostro ospedale - ha puntualizzato il direttore sanitario, Luca Munari - è la sede principale del Dipartimento regionale di Salute mentale''. Qui ''si respira un clima di grande ottimismo, il contesto ideale per aiutare questi malati'', ha ripreso Guidi, puntualizzando che ''proprio servizi come questo dimostrano che nel nostro Paese si può fare tantissimo anche per i pazienti psichiatrici più gravi'''. All'incontro sono intervenuti anche Antonio Mobilia, direttore generale dell'Asl Città di Milano; Arcadio Erlicher, primario del Dipartimento di Salute mentale del Niguarda; Eugenio Riva dellUrasam (Unione regionale associazioni per la salute mentale), e Lorenzo Petrovich, in rappresentanza della Regione Lombardia, sul cui territorio sono attivi 101 centri psico-sociali, 67 centri diurni (con 983 letti) e 56 reparti psichiatrici ospedalieri per ricoveri brevi (820 letti), per un totale di 4.334 operatori. (Opa/Adnkronos)

depressione e mobbing

Corriere della Sera 11.2.05
CRONACHE
Coinvolti un milione e mezzo di lavoratori: depressione e crisi di panico
«Troppe vittime». E il mobbing diventa reato
Disegno di legge in Senato: pene fino a 4 anni, sarà il datore di lavoro a dover dimostrare la propria innocenza
Margherita De Bac

ROMA - Non sono dei lavativi. Al contrario: persone attaccate al lavoro, talvolta ambiziose, con posizioni ragguardevoli. Funzionari di alto livello, dirigenti in carriera. Un bel giorno diventano bersaglio di angherie diaboliche, finalizzate ad emarginarli. Come se in azienda fosse scattata una congiura silenziosa. Perfino i colleghi, alla fine, sembrano guardarli con espressione derisoria. Si vedono costretti con un ordine di servizio a cambiare ufficio, traslocando da un luminoso ambiente con segretarie e frigobar ad uno sgabuzzino asfittico, ingombro di scrivanie. Anche le loro mansioni vengono mortificate. Da manager a passacarte, scalda-poltrona. E loro soffrono, si macerano dentro. Fino ad ammalarsi e ad aver bisogno di aiuto psicologico. Depressione, ansia, crisi di panico.

Mobbizzati. In Italia sono almeno 750 mila, il 4,2% dei dipendenti. Ma è una cifra sottostimata. Sarebbero un milione e mezzo. Per la prima volta il fenomeno è stato studiato dal punto di vista giuridico e scientifico in un dossier che verrà illustrato oggi in un convegno organizzato in Senato dal titolo «Mobbing oggi, dalla riflessione alla legge». Viene presentato il disegno di legge di iniziativa del senatore Luciano Magnalbò, An, avvocato, vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali, che riunifica i numerosi testi bipartisan depositati in Parlamento.

Il mobbing assume la configurazione di reato. Chi lo attua rischia fino a 4 anni di carcere. Tra le novità, una serie di strumenti per la tutela delle vittime. E’ prevista, tra l’altro, l’inversione dell’onere probatorio (ma solo per quanto riguarda la tutela civilistica). Toccherà al datore di lavoro dimostrare di non aver voluto nuocere intenzionalmente. In caso di condanna, saranno annullati tutti gli atti che hanno messo all’angolo il malcapitato. L’articolo 8 chiarisce che le norme valgono anche per i dipendenti dei «partiti politici ed associazioni», gli unici ancora esposti a licenziamenti ingiustificati.

«Il quadro normativo attuale è insufficiente - dice Luciano Tamburro, giuslavorista, da tempo impegnato in questi processi -. Serviva una legge specifica perché siamo di fronte a un fenomeno dilagante. Le grandi aziende ricorrono a questo sistema per sfoltire il personale, specie dopo le fusioni societarie. Anziché licenziarli li convincono ad andarsene». In questo caso si parla di mobbing strategico, distinto da quello di «perversione», perpetrato per il gusto di veder soffrire. C’è chi sa resistere agli assalti ( to mob in inglese significa attaccare, accalcarsi attorno a qualcuno) e chi soccombe. In genere uomini, 50 anni, dirigenti di alto livello in ministeri, Asl e società private, con laute retribuzioni. «A soccombere sono i soggetti più motivati. Gente forte, solida, ma la loro dignità si sgretola sotto i colpi delle angherie - li descrive Francesco Bruno, criminologo -. Gli scansafatiche non si ammalano».

sabato 12 febbraio 2005

di sua spontanea volontà?
libertà d'informazione

Corriere.it
ESTERI
Per evitare alla tv di Atlanta controversie con il Pentagono
Cnn: si dimette direttore editoriale «news»

Nei giorni scorsi aveva detto che in Iraq i soldati Usa hanno deliberatamente preso di mira i giornalisti per ucciderli

ATLANTA - Eason Jordan, direttore editoriale delle «news» della Cnn, ha annunciato venerdì sera le sue dimissioni per evitare alla tv controversie con il Pentagono. Jordan, lo scorso 27 gennaio al Forum economico di Davos, in Svizzera, aveva accennato alla possibilità che soldati Usa in Iraq abbiano preso di mira deliberatamente giornalisti per ucciderli. Jordan, dopo aver pronunciato quelle frasi, ha subito tentato di precisare. Secondo numerosi presenti a Davos, dice la Cnn, il Jordan avrebbe sostenuto in un dibattito di essere a conoscenza dei casi di giornalisti uccisi perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, finendo per essere colpiti dalle bombe, oppure perché scambiati per nemici dai soldati americani, i quali avrebbero per errore aperto il fuoco su di loro.
«Dopo 23 anni alla Cnn, ho deciso di dimettermi per tentare di impedire che sia gettata ingiustamente un'ombra sulla Cnn dalla controversia sui contraddittori resoconti delle mie recenti affermazioni riguardanti l'allarmante numero di giornalisti uccisi in Iraq», afferma Jordan in una lettera ai suoi colleghi pubblicata su Cnn online. «Sebbene i miei colleghi della Cnn e i miei amici nell'esercito americano mi conoscano abbastanza per sapere che non ho mai dichiarato, creduto o supposto che le forze americane abbiano voluto uccidere persone sapendo che si trattava di giornalisti, le mie dichiarazioni su questo argomento durante un seminario al Forum economico mondiale non sono state sufficientemente chiare come avrebbero dovuto essere», conclude il direttore delle news dell'emittente americana, motivando le sue dimissioni.

Giordano Bruno

Repubblica Edizione di Roma 12.2.05
Giordano Bruno una cancellata lo proteggerà
ALESSANDRA PAOLINI


Soddisfatti loro, «in totale disaccordo con il provvedimento approvato», Giuseppe Lobefaro, presidente del I Municipio (ieri assente alla votazione) che fa sapere: «Prendo atto della decisione, ma ricordo che il ministero dei Beni culturali ha manifestato la volontà di inserire campo de' Fiori tra le piazze tutelate. Alla stregua di piazza Navona e piazza di Spagna. Di conseguenza, qualsiasi decisione dovrà essere presa in accordo con le sovrintendenze statali, alle quali chiediamo di esprimere un parere». Lobefaro, dunque prende tempo e aggiunge: «Recintare la statua di Giordano Bruno non rappresenta una soluzione contro il degrado di Campo de' Fiori. La vera vergogna di Campo de' Fiori sono le occupazioni abusive dei tavolini dei locali».
La recinzione della statua in bronzo al centro piazza - proprio lì dove il frate domenichino da Nola venne condotto con la lingua in "giova" (cioè imbavagliato da una mordacchia) e bruciato vivo perché giudicato eretico - è da tempo al centro di polemiche. E divide: favorevoli i commercianti, contrari i turisti, combattuti gli abitanti.
In realtà, il bronzo, opera ottocentesca di Ettore Ferrari fino a sessanta anni fa , o poco più, era recintato. E sin dall'inizio provocò liti. Nel 1889, il Comune, come atto riparatore, fece erigere la statua al posto della fontana costruita nel 1580 da Gregorio XV. Ai bancarellieri del mercato, la sostituzione non andò giù. Così, l'amministrazione dell'epoca fu costretta a difendere il"filosofo", ancora una volta oggetto di violenza. Così, fu cinto da una cancellata. Cancellata che Benito Mussolini tolse per recuperare il ferro e andare in guerra. Da allora, per il frate bronzeo - simbolo del pensiero laico, studiato e ammirato in tutto il mondo - non c'è stata più nessuna gabbia. Da ieri, si vedrà.

Britain
amare è malattia

La Stampa 12 Febbraio 2005
LA TESI DI UNO PSICOLOGO INGLESE: LA PASSIONE È UNA MALATTIA MENTALE
Sei innamorato, vai dal medico
Eugenia Tognotti


QUALCOSA, dopotutto, vorrà pur dire se il lessico «specialistico» ruota così irresistibilmente intorno al campo semantico della medicina. Soffrire per amore, avere il batticuore o il cuore infranto, essere consumati, o, addirittura, pazzi d'amore. O, ancora, febbre d'amore, amore morboso, amore malato. Per non ricordare che alcune espressioni correnti che rimandano a stati patologici di diversa intensità, dall'innocua febbre alla tachicardia, per arrivare addirittura alla malattia mentale, usata comunemente come metafora per descrivere l'esaltazione del sentimento d'amore, tanto che persino nella nostra contemporaneità così «spassionata» una delle dichiarazioni più diffuse è «ti amo da impazzire».
A dirci ora - e proprio alla vigilia della festa che celebra il trionfo dell'amore felice e appagato - che l'amore, in certi casi, è, può essere, una malattia è un influente psicologo clinico londinese, Frank Tallis, autore di un libro appena uscito e il cui titolo è tutto un programma: Love Sick. Love as a Mental Illness, Amore malato. amore come malattia mentale, insomma. Un concetto ribadito in un articolo comparso, questi giorni, sulla rivista The Psycologist. Il mal d'amore - è la sua tesi - è ampiamente sottovalutato ed è ora che gli esperti di salute mentale si decidano ad affrontarlo, come avveniva nei secoli passati, prima che la gente cominciasse a preoccuparsi del sesso piuttosto che dell'amore, sulla scia di Freud e dei suoi seguaci. Avere il cuore infranto, «consumarsi» per un amore non corrisposto, si traduce in una vera e propria patologia psicofisica, accompagnata da una costellazione di sintomi che comprendono, secondo gli stadi: manie, depressione/esaltazione, crisi di pianto, mutamenti d'umore, pensieri ossessivi, insonnia, perdita d'appetito, immagini ricorrenti e persistenti, pulsioni superstiziose e ritualistiche, incapacità di concentrazione, disordini compulsivi e ossessivi, come il ripetuto controllo della posta elettronica per verificare l'arrivo di messaggi o la dipendenza dal telefono. Ce n'è abbastanza - dice - per configurare la presenza di quello che secondo i criteri medici riconosciuti è indicato come un quadro tipico di «depressione maggiore». Eppure, accusa il dott. Tallis, negli ultimi due secoli questa vera e propria malattia ha smesso di essere diagnosticata come tale e mai lo specialista - racconta - si troverà di fronte ad un paziente inviato dal medico generico in quanto malato d'amore. E, forse, si può aggiungere, lo stesso malato non avrebbe le parole per raccontarla, la sua malattia, e ricorrerebbe alla semantica volgarizzata e impoverita della medicina e della psichiatria (depressione, paranoia, stress).
L'amore come malattia, dunque, che, in casi estremi, può portare alla morte o al suicidio. Il tempo dirà se è arrivato il momento di medicalizzare il mal d'amore e se entrerà come nuova entità nosologica nella classificazione Internazionale delle malattie (ICD), passando dalle mani dei poeti, pittori, degli scrittori, degli sceneggiatori, dei filosofi, dei cantanti pop in quelle degli psicologi.
E' una fortuna che Ludovico Ariosto non ne avesse uno a portata di mano e abbia cullato la sua, di pazzia, fonte del suo estro narrativo: nel raccontare la storia d'Orlando, è a se stesso che s'ispira, promettendo di condurre a termine l'opera se la febbre d'amore che lo divora non gli «rode e lima» il cervello. Il dolore per l'amore infelice, per l'amore non corrisposto, topos universale e costante nella tradizione poetica occidentale, nutre i versi del poeta francese Guillaume Apollinaire, il «mal amato», dal titolo della Chanson du mal-aimé. Dall'accettazione della sofferenza trae la forza per rinascere come la Fenice: «E tu mio cuore perché batti / Come una vedetta melanconica / Osservo la notte e la morte».
Noto come hereos nel Medioevo, e presente nei manuali di medicina, la patologia dell'amore è un cavallo di battaglia dei poeti latini e della medicina antica e medievale che si misurano con l'amore insano, con l'amore sfrenato, con la melanconia erotica. Dall'hereos al mal d'amore. Che percorre i secoli nei suoi diversi stadi: da un leggero stato di malinconia ad un lento logoramento, alla malattia conclamata, alla vera e propria pazzia come quella, appunto, dell'Orlando furioso. Nonostante il poliformismo dei sintomi e la nebulosa dei quadri malinconici, conquista nella medicina del Rinascimento una propria identità, una propria autonomia nosografica. La sostiene, tra gli altri, un medico francese, Jacques Ferrand, che scrive addirittura un libro dallo sterminato titolo che comincia così De la maladie d'amour ou Melancholie erotique.
Non diversamente dalle altre malattie, comprese quelle mentali - la cui specificità si sarebbe imposta solo con lo scioglimento del nodo delle concezioni dualistiche tra il corpo e l'anima - quella d'amore era considerata come una manifestazione dello squilibrio degli umori del corpo. Specialmente implicato era «l'umore nero», pesante e spesso, della «melanconia». La sede organica erano gli ipocondri, dai quali poi si diffondeva al cuore per arrivare infine al cervello. Per il medico italiano Pompeo Sacco, invece, era proprio quest'organo la sede primitiva del mal d'amore. Vi erano interessati gli occhi, la pelle che impallidiva o arrossiva, alternativamente, la voce che diventava flebile e tremolava in presenza dell'amato/a. La fixa imaginatio in amatam poteva far evolvere il quadro verso la melancholia.
Di trattato in trattato, i medici precisano i sintomi del mal d'amore, minuziosamente descritti, nel Settecento, dal medico austriaco Joseph Frank: debolezza, pallore, occhi infossati, polso irregolare, piccolo e debole in assenza dell'amato/a, tendenza al sanguinamento, aritmia, dolore epigastrico, inquietudine, febbricola. Altri segni - riconducibili alla presenza di un quadro depressivo - erano difficoltà di concentrazione, instabilità d'umore, malinconia, indifferenza all'opinione degli altri, trascuratezza negli affari, fastidio per i buoni consigli, sprezzo del pericolo.
Precisi nell'elencare i sintomi, i trattatisti non avevano però precise strategie terapeutiche per guarire dai tormenti dell'amore non corrisposto: sulla scia di un classico come remedia amoris suggeriti da Ovidio si consigliava di evitare i luoghi che accendevano i sogni e la visione dell'oggetto d'amore. Un viaggio, lunghe e stancanti passeggiate, la caccia, compagnie allegre erano indicati come possibili rimedi, così come l'espediente di trasformare l'amore in odio. Le prescrizioni dietetiche comprendono bevande acidule, alimenti di facile digestione e rinfrescanti, e in particolare carni lesse, legumi acquosi e frutta. Da evitare, invece, cibi e bevande come vino, caffè, liquori, pesce, uova, selvaggina, funghi e, meno che mai, tartufi.
Considerato non inguaribile dai medici, il mal d'amore - malattia del cuore, del cervello, dell'ipocondrio - era però difficile da curare perché i malati stessi, talvolta, non solo non desideravano guarire dai loro tormenti, ma continuavano a cercare questo genere d'amore, malattia ed estasi.

nelle strutture psichiatriche in Lazio
mancano quasi novecento operatori

Corriere della Sera, edizione di Roma 12.2.05
Le associazioni dei familiari: in questo settore non ci sono macchinari, tutto si fonda sulle competenze di medici e infermieri
Assistenza psichiatrica: un servizio dimezzato
In tutto il Lazio mancano 874 operatori su 1.892 per assistere quasi trentaduemila malati
Il. Sa.


Un servizio in pericolo, quello di assistenza e cura del disagio mentale. Con 874 operatori in meno sui 1.892 previsti dal piano sanitario regionale e messo in crisi da soluzioni scarsamente condivise: un servizio dimezzato. Dopo l’ultima riunione della Commissione regionale unica per la salute mentale (Crusam), che ha deciso lo scorporo del servizio di emergenza psichiatrica dalle competenze territoriali, le associazioni che compongono la consulta cittadina per il disagio mentale, continuano a protestare. «Aresam», che riunisce i familiari di persone affette da disabilità mentale, «Arap» (associazione per la riforma dell’assistenza psichiatrica) e le organizzazioni di volontariato che operano nel campo, si esprimono attraverso la consulta cittadina permanente per la salute mentale e denunciano le difficoltà dell’assistenza psichiatrica nel Lazio.
Come documenta la Consulta, rispetto a quanto previsto dal progetto regionale di «Promozione e tutela della salute mentale», vi è una carenza di 874 operatori, fra psicologi, psichiatri, assistenti e infermieri.
In tutte le aziende sanitarie locali, il dipartimento di salute mentale è sotto organico. In testa, la Roma B, con 265 persone in meno. A seguire, la Roma C, «sotto» di 208 persone, la Roma D il cui servizio si mantiene in funzione con 193 operatori in meno, la Roma A e la E, rispettivamente con 150 e 58 operatori in meno.
Dice Daniela Pezzi, presidente della Consulta cittadina Permanente per il disagio mentale: «Da un lato abbiamo 32mila persone affette da problemi psichiatrici, dall’altro una carenza di circa mille operatori. Con numeri del genere, desta ammirazione la professionalità con la quale si sta continuando a garantire questo servizio nei vari centri. Un servizio che si fonda sul lavoro umano, di medici e operatori, visto che la psichiatria non è un settore che può giovarsi di macchinari e apparecchiature ma è affidato alle competenze umane».
Il punto della situazione, con le cifre, arriva a pochi giorni di distanza dall’ultima riunione della Crusam, e in seguito alle proteste di alcune associazioni contro la decisione di affidare il servizio di intervento di emergenza psichiatrica al 118, invece che ai centri territoriali, che finora, garantivano la continuità fra assistenza in fase di emergenza e progetto terapeutico. «Il dialogo fra associazioni e Regione si è interrotto da mesi: insistiamo perché venga ripreso - dice la presidente della Consulta - soprattutto ora, in un momento di particolare difficoltà.

Vassilij Kandinskij

Corriere della Sera 12.2.05
Al Museo Puškin di Mosca acquerelli e dipinti dell’artista dei quali si era perduta traccia dal 1921
Kandinskij ritrovato: il mistero dell’esposizione fantasma
Fabrizio Dragosei


MOSCA - Erano considerate perse dal 1921, poco dopo la fine della guerra civile che aveva insanguinato il Paese. Scomparse dopo essere state esposte in un museo della Russia centrale. Adesso le sei opere di Vassilij Kandinskij (1866-1944), uno dei più grandi pittori del Novecento, sono state recuperate e vengono esposte per la prima volta a Mosca fino al 27 marzo. Si tratta di quattro acquerelli e di due disegni realizzati tra il 1914 e il 1921 ai quali sono stati aggiunti altri quattro quadri offerti per la mostra da un collezionista privato. Alle opere è stata riservata una saletta del museo delle collezioni private annesso al celebre museo Puškin di Mosca.
La storia delle opere perdute è abbastanza curiosa. Nel 1921 venne organizzata una mostra itinerante con opere di vari pittori russi, tra le quali, appunto, i quattro acquerelli e i due disegni di Kandinskij. Arrivarono nella cittadina di Yaransk, nella regione di Kirov (tra Mosca e gli Urali) per rimanerci pochi giorni. Invece, per motivi misteriosi, il giro non riprese mai più. E delle opere si persero le tracce.
Oggi sappiamo che acquerelli e disegni rimasero a Yaransk fino al 1965. In quell’anno vennero spostati nel museo della città più importante della regione, Kirov, oggi ribattezzata Viatka. Nell’elenco delle opere del museo, però, non ha mai figurato nessuna opera di Kandinskij. Evidentemente nessuno capì cosa era arrivato da Yaransk. Due acquerelli del 1915, bellissimi, vennero incollati sul retro di un’altra opera di un pittore locale.
Miracolosamente negli anni del crollo dell’Unione Sovietica nessuno si è reso conto che quelle opere nemmeno catalogate nel museo avevano un simile valore. Così recentemente, quando esperti del Puškin hanno ripreso le ricerche, i disegni e gli acquerelli sono stati individuati a Viatka.
Il disegno del 1918, Composizione , è considerato dagli esperti uno dei capolavori grafici dell’artista. Tra le opere aggiunte alla mostra, c’è un interessante ritratto a olio della moglie di Kandinskij, realizzato su un quadro già dipinto precedentemente e che riproduce delle montagne. Un altro acquerello è in stile naif e rappresenta due donne nel villaggio dove Kandinskij passava le vacanze.

USA
il crepacuore

Corriere della Sera 12.2.05
Uno studio Usa conferma i detti popolari. La «ferita» si ripara da sola
Il crepacuore è una malattia Come l’infarto, ma è curabile
di GIUSEPPE REMUZZI


«Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!». Che di «crepacuore» si possa morire viene dalla saggezza popolare e fa parte dei modi di dire («Cane randagio assalta un pollaio. Morte di crepacuore 230 galline», Corriere 6 maggio 2003). Certo, non c’erano dati, non si sapeva quando, chi e perché, ma il sospetto che ci fosse qualcosa di vero qualcuno l’ha avuto. E così i cardiologi della Johns Hopkins University, con i colleghi di Boston hanno studiato la sindrome del cuore a pezzi ( broken heart syndrome ) e l’hanno fatto in modo estremamente sofisticato. Di crepacuore si ammalano (e muoiono) di più le donne degli uomini. Succede, quasi sempre, per la perdita di una persona cara, ma può essere per una rapina e qualche volta basta un incidente stradale. Andiamo con ordine. Tra il 1999 e il 2003 arrivano all’unità coronarica della Johns Hopkins 19 ammalati (18 donne e 1 uomo). Avevano più o meno 60 anni, ma c’era anche una donna di 77 che aveva perso il marito 6 ore prima, poi una ragazza di 27, e una signora di 32, e una di 87 (la sua unica amica era morta da un’ora). Tutte con un forte dolore al petto, la pressione bassa, e il fiato corto. L’elettrocardiogramma fa vedere alterazioni. Curioso, perché quasi tutti prima stavano bene e mai c’erano stati problemi di cuore. I medici della Johns Hopkins vanno avanti, fanno un’ecografia e trovano che il cuore si contrae molto poco, al punto da far fatica a spingere il sangue nell’aorta. Si delinea quello che i medici chiamano «scompenso acuto di cuore». Tutti questi malati fanno una coronarografia (si inietta un mezzo di contrasto nelle coronarie, le arterie che nutrono il cuore) ma le coronarie sono normali. Cosa sta succedendo?
Con l’idea che tutto fosse causato dall’emozione i ricercatori hanno voluto vedere se per caso non c’entrassero gli ormoni, quelli che il nostro organismo elabora in risposta allo stress, e che vanno a finire nel sangue. In effetti i livelli di questi ormoni (hanno nomi complicati: adrenalina, noradrenalina, dopamina) erano altissimi, in qualche caso addirittura 30 volte più alti del normale. Che troppa adrenalina possa danneggiare il cuore si sapeva, ma con che meccanismo? I dottori di Baltimora hanno pensato prima ad uno spasmo delle coronarie. Ma questo non era molto verosimile perché il dolore si sarebbe manifestato subito, non a qualche ora di distanza dall’evento tragico. Un’altra possibilità è che questi ormoni siano tossici, per il cuore per esempio, perché favoriscono la formazione di radicali dell’ossigeno e questo per le cellule del cuore è insopportabile. Così hanno fatto la biopsia del cuore a cinque di questi pazienti e hanno visto delle lesioni che assomigliano proprio a quelle che si vedono negli animali quando c’è troppa adrenalina. (E si sono ricordati di un lavoro di tanti anni fa che aveva fatto vedere che giovani vittime di omicidi, all’autopsia avevano necrosi di certe parti del cuore senza avere nessuna lesione delle coronarie).
Come è finita? Tutte queste donne e anche l’unico uomo (un signore di 62 anni che aveva avuto il dolore al cuore mentre era in corso in tribunale un processo a suo carico) sono guariti - perché erano in Ospedale, s’intende - e dopo qualche settimana il loro cuore funzionava proprio come un cuore normale. Ma perché erano quasi tutte donne? Questo di preciso non si sa. Forse le donne sono più sensibili degli uomini agli effetti delle catecolamine.
«Cuore a pezzi», «cuore infranto», sembrava retorica, adesso è una malattia. Magari anche più frequente di quello che si pensa. È proprio come se si creasse una crepa nel cuore che poi si ripara, perfettamente, da sola. E com’è che la saggezza popolare ha coniato (chissà quanti anni fa) un termine che oggi si rivela assolutamente accurato sul piano scientifico? È un mistero, e non basta, oggi sappiamo che nel cuore - anche dell’adulto - ci sono cellule staminali che la crepa la possono riparare davvero. Sono cellule relativamente poco specializzate. Forse un giorno sarà possibile prelevarle con una biopsia, espanderle in laboratorio e ridarle allo stesso ammalato per curare l’infarto.
Non è vero, per dirla con Cecco Angiolieri, il grande poeta senese, che «S’è si potesse morir di dolore, molti son vivi che sserebber morti». Di dolore si muore, e come, salvo non arrivare in tempo in un buon ospedale.

Ammaniti
fare i conti col padre

Corriere della Sera 12.2.05
POLITICA E PSICANALISI
Lo studioso Ammaniti: ho sempre pensato che il ruolo del genitore fosse all’origine della competizione tra loro
Piero, Walter e Massimo: quando diventare leader è fare i conti col padre
Fassino rimase orfano a 16 anni, Veltroni quando era ancora un bambino

di Maria Latella

ROMA - Si resta figli per sempre, ed è una condizione alla quale non si sfugge neppure diventando il capo di un partito di massa, dunque il padre (secondo alcuni, il fratello maggiore) di tanti altri. Al termine del congresso Ds, Piero Fassino ha voluto un filmato che rendesse omaggio agli uomini della Resistenza e, implicitamente, ha così reso omaggio a suo padre, Eugenio, comandante partigiano. Sul suo rapporto filiale, crudelmente spezzato dall’improvvisa morte del padre, è tornato anche nell’intervista concessa a Stefania Rossini dell’ Espresso . «Lei ha fama di irascibile» ricorda la giornalista. E Fassino: «Non sfuggo al conflitto, però lo soffro intensamente. A me è mancata quella sana ginnastica con l’autorità paterna che ogni adolescente vive nel suo sviluppo normale. Mio padre morì che avevo 16 anni, non mi dette il tempo di misurare le mie forze con le sue». È una singolare coincidenza, o forse no, chissà, che due dei tre uomini con i quali viene sempre identificato il vertice dei Ds, Piero Fassino e Walter Veltroni, siano orfani e orfani dall’infanzia, Veltroni, dall’adolescenza, Fassino. Veltroni che non ha quasi conosciuto suo padre, morto che lui era piccolo. Fassino che lo perde di colpo, imprevedibilmente. Un mattino Eugenio Fassino accompagna il figlio a scuola, dai gesuiti. Due ore dopo un insegnante avverte il giovane Piero: «Tuo padre non sta bene, ha avuto un ictus».
Il presidente dei Ds, Massimo D’Alema, ha invece una storia diversa eppure, anche qui, il rapporto genitore-figlio conta e, chissà, influisce sulla politica. Giuseppe D’Alema era un padre fierissimo di quel suo ragazzo tanto promettente. Già coltivava aspettative alla sua nascita. Si racconta che davanti al neonato Massimo preconizzasse: «Questo deve diventare segretario del partito». Mica facile restare all’altezza dei sogni paterni (e materni). Né è semplice essere figlio di genitori comunisti, benché, anni fa, un film belga sostenesse il contrario, che fosse insomma una fortuna «aver avuto genitori comunisti».
I genitori comunisti, invece, vivevano alcune inflessibili rigidità e sembra difficile immaginare il giovane Massimo alle prese con la «sana ginnastica con l’autorità paterna» di cui parla Fassino. Avrà certo preso le distanze dal padre, come capita ad ogni adolescente, ma non ha mai rotto, mai è passato - per dire - con Lotta Continua. Metaforicamente, è rimasto nella casa del padre.
«C’è una mancanza, un buco che niente ha colmato» ha detto Fassino all’ Espresso . Di quell’assenza, il segretario Ds non parla in pubblico, ma nella sua abitazione romana le foto di Eugenio Fassino si vedono dappertutto, anche quelle in divisa da partigiano. Ogni anno, con la madre e, talvolta, con la moglie Anna, il segretario Ds rispetta un appuntamento voluto da suo padre. Si reca in un cimitero nascosto nei boschi piemontesi, un cimitero realizzato da Eugenio Fassino per i partigiani morti in quella zona, e con le famiglie di quei defunti trascorre l’intera giornata. Quest’estate, vedendo i filmati proiettati alla Convention dei democratici, a Boston, ha subito pensato di copiarli per il congresso, il suo congresso di Roma. «Mi piacerebbe che uno ricordasse la Resistenza» ha detto alla moglie Anna e lei ha capito che sarebbe stato quello il momento importante di un giorno importante.
Per sentirsi vicino al padre che non ha di fatto conosciuto, il piccolo Walter Veltroni ogni giorno apriva una cassapanca che ancora conservava i vestiti di lui. Stendeva una giacca, un paio di pantaloni sul lettone della mamma e poi... «Poi ci si sdraiò sopra, mise le braccia sulle maniche e le gambe sui pantaloni. Si sentì grande e figlio, in una volta sola». Il sindaco di Roma l’ha raccontato in Senza Patricio , l’ultimo libro veltroniano, purissima operazione di autoanalisi, storie inventate inseguendo la frase «Patricio te amo, papà» colta di sfuggita su un muro di Buenos Aires. Cinque racconti in cui c’è sempre un padre che insegue il ricordo di un figlio, o un figlio che insegue quello di un padre.
Nella già citata intervista all’ Espresso , Fassino ammette di aver ceduto alla suggestione di conoscersi meglio grazie alla psicanalisi, ma di non aver poi dato seguito all’intenzione. «Per mancanza di tempo». Senza avere la presunzione di supplire, qui ed ora, a quel progetto mancato, pure viene spontaneo chiedere a uno psicanalista quanto del rapporto "padre-figlio" si rispecchi nella storia dei Ds di questi ultimi dieci anni, gli anni di D’Alema, di Veltroni, di Fassino. Curiosamente, ma poi forse nemmeno troppo, lo psicanalista Massimo Ammaniti riconosce di averci pensato a lungo, per fatti propri. «Mi è capitato di rifletterci su assistendo alla competizione tra gli uomini dei vertici Ds. Non poteva avere altra spiegazione se non la mancanza del padre», osserva, pur premettendo che «c’è sempre una difficoltà nell’analizzare le categorie psico-politiche». Anche Ingrao e Amendola competevano, osserva Ammaniti, ma tra i cinquantenni della sinistra attuale il gioco si avverte (avvertiva?) diverso. «Negli anni Sessanta lo psicanalista Alexander Mitscherlich scrisse un saggio sulla «società senza padri». Evidenziava il rischio di una società in cui gli uomini si sentissero tutti sullo stesso piano, come fratelli di una famiglia senza il capo. Nessuno accetta che l’altro prevalga. Quando il padre c’è, invece, è lui a stabilire la gerarchia: primogenito, secondogenito...». I giovani comunisti che, fino al 1984, si riconoscono in un padre, Enrico Berlinguer, si trovano invece, e improvvisamente, senza. Senza padre e, poco dopo, senza più comunismo. Due volte orfani. «Da quel momento, almeno fino ad oggi, nessuno ha saputo più rielaborare i lutti» osserva Ammaniti. Chissà che non abbia deciso di rielaborarli Fassino, parlando del padre, per primo, nell’ufficialità di un congresso. Quanto a Romano Prodi, padre, per loro, non potrà esserlo mai. «Al massimo - riconosce Ammaniti - può essere visto come un genitore putativo. Un san Giuseppe».

sinistra
Ds contro Prc in Toscana

Corriere dellaSera 12.2.05
IL CASO
Toscana, il Prc candida un ds. E loro: sono sleali
Rifondazione corre da sola Folena: c’è disagio, si rischia l’esodo Caldarola: colpa di Bertinotti
Marco Gasperetti Alessandro Trocino


Il più netto è Pietro Folena che, nella decisione di Rifondazione di correre da sola in Toscana e di scegliere un diessino come candidato, vede «il campanello d’allarme di un disagio profondissimo della sinistra ds alla prospettiva del partito riformista, un segnale su cui la dirigenza della Quercia farebbe bene a riflettere se non vuole perdere altre forze». Insomma, Folena avverte: o si cambia rotta o il rischio di un esodo dai Ds diventa concreto. La Gad in Toscana, da ieri è ufficiale, non esiste più, neanche nella nuova veste di Unione: Luca Ciabatti - 44 anni, segretario regionale della Cgil-Funzione pubblica, da pochi giorni nella direzione dei Ds - sarà il candidato di Rifondazione alle elezioni regionali che si terranno il 3-4 aprile. Al fianco del Prc correrà «Toscana libera», coordinamento di liste civiche di sinistra. Ciabatti è rimasto dieci giorni ai vertici dei Ds, poi ha scritto al segretario regionale: «Non condivido più le scelte del partito sia a livello nazionale che regionale». Quasi contestualmente, la decisione di candidarsi con Rifondazione: «Martini è un ottimo presidente e io non sono l’anti Martini - dice Ciabatti - Questa è un’operazione di ricucitura, per arrivare alla vera unità e cancellare l’anomalia Toscana». Il governatore Martini guarda avanti: «Il nostro traguardo resta costruire l’Unione, con il Prc, entro le Politiche del 2006».
Ma la rottura rischia di avere qualche strascico perché, come spiega il ds Giuseppe Caldarola, «crea una situazione incresciosa. Del resto Rifondazione è sempre stata ostile sia al sindaco di Firenze sia alla giunta regionale. La responsabilità della rottura è esclusivamente del Prc. Bertinotti è davvero uno strano personaggio: non solo non è intervenuto per sanare le ferite, ma non ha neanche detto ai compagni toscani di evitare di scegliere uno dei nostri: questa è una furbata, una presa in giro, un gesto sleale che apre una ferita ancora più grave». Bertinotti respinge le accuse: «L’anomalia toscana è stata voluta da Ds e Dl. Noi eravamo, e siamo, disponibili a un programma unico». I ds respingono le accuse, ma si spaccano. C’è chi parla di corresponsabilità della sinistra del partito nella decisione del Prc. Gloria Buffo si indigna: «Io e Mussi siamo intervenuti più volte per una ricomposizione. Queste sono accuse di stampo stalinista: per coprire le proprie reticenze a fare l’accordo unitario si scaricano sulla minoranza di un partito responsabilità che non esistono». Folena aggiunge: «Sono ferocemente critico nei confronti dei Ds e del centrosinistra della Toscana per la decisione di rompere. La responsabilità, in questi casi, è sempre della forza maggiore». C’è disagio nei Ds, dice Folena: «Tanto che capolista a Milano è Mario Agostinelli, fino a pochissimo iscritto ai Ds». Caldarola non teme esodi, per ora: «Evidentemente c’è stato in Toscana un rapporto con il Prc che è andato al di là della collaborazione. Ma sono propenso a pensare che la scelta di Ciabatti sia individuale e che verrà stigmatizzata da tutti». Ad agitare le acque nella Quercia ci pensa anche la Lega italiana dei diritti dell’uomo che vuole ricorrere alla corte di Giustizia di Strasburgo contro la decisione dei ds toscani di escludere dalle primarie gli iscritti alla massoneria.

L'Unità edizione di Firenze 11 Febbraio 2005
«Questo candidato serve a dividere»
Polemiche di Toscana democratica dopo la candidatura di un ds avanzata da Rifondazione

E ora con Rifondazione è davvero duello
Filippeschi: «Candidatura lontana dalle nostre tradizioni». Ricci: «Vogliamo parlare a tutta la sinistra»
Osvaldo Sabato



FIRENZE «È una brutta pagina che si commenta da sé» dice il segretario regionale della Quercia, Marco Filippeschi. «Quella di Rifondazione è una provocazione che comunque non ci sorprende del tutto» rincara il segretario dello Sdi, Pieraldo Ciucchi. Anche la sinistra dei diesse prende le distanze e critica Rifondazione per la ormai certa candidatura del sindacalista della Cgil Luca Ciabatti, come sfidante del presidente uscente Claudio Martini, in corsa con il centro sinistra per il suo secondo mandato alla presidenza della Toscana. «Non la condividiamo perché in contrasto con il processo unitario auspicato» scrive la minoranza dei diesse. Insomma, «È una roba d’altri posti: la Toscana non è abituata a queste cose» aggiunge Filippeschi puntando il dito contro Rifondazione perché «con questa candidatura dimostra tutti i suoi problemi irrisolti d’affidabilità politica». Ma quali potrebbero essere i motivi che hanno spinto la dirigenza del partito di Bertinotti a puntare su Ciabatti? Si sa che a volte la politica è l’arte dell’impossibile, ma potrebbe essere un messaggio lanciato da Rifondazione al centro sinistra per riaffermare la voglia di riallaccciare da subito il dialogo dopo le elezioni di aprile con un ex diessino a fare da ponte. O un tentativo per scompaginare l’elettorato di centro sinistra andando a pescare il proprio candidato nel partito di maggioranza dell’Ulivo. Oppure il voler rimarcare ancora di più la diversità di Rifondazione nella strada sempre più riformista dei diesse contrapposta alla sinistra radicale. Del resto lo stesso Ciabatti spiega al nostro giornale di aver lasciato i diesse per la loro virata moderata uscendo anche dalla direzione regionale seguita al congresso di Tirrenia. Una scelta politica, però secondo Ciabatti, che non chiude la porta in faccia alla sua ostinata ricerca dell’unità a sinistra. Una cosa è certa se l’obiettivo sarà quello di rimettersi subito al lavoro per rafforzare, dopo le elezioni regionali, la pratica della Gad o Unione, dopo il battesimo di ieri di Prodi, anche Rifondazione dovrà impegnarsi davvero per non deludere le aspettative di chi aveva sottoscritto l’appello per cancellare «l’anomalia Toscana» come l’Arci, la Fiom, Aprile e il Laboratorio per la Democrazia, colti di sorpresa dalla discesa in campo di Ciabatti.
Perché è come se ci fosse stato il via alla corsa elettorale senza che nessuno starter avesse lo dato. Infatti anche lo stesso sindacato toscano della Cgil per il momento non commenta la candidatura del suo dirigente. Ma anche in questo caso indiscrezioni raccontano di malumori nei piani alti della Cgil, per il timore di vedere catapultato il sindacato nella disputa politica. Il segretario Toscano della Cgil Luciano Silvestri ieri era a Bruxelles e rintracciato telefonicamente dall’Unità non ha voluto rilasciare nessun commento «prima di dire la mia aspetto l’ufficilità della candidatura di Ciabatti» dice. Insomma se i presupposti sono questi bisognerà lavorare molto e alacramente per rimettere a posto i cocci del vaso unitario andato in frantumi. «I Ds a Firenze e in Toscana nonostante tutto ciò - ha confermato il segretario fiorentino Manule Auzzi - non rinunceranno a lavorare per costruire l'unità in vista del 2006. Intanto lavoremo per la vittoria di Toscana Democratica, convinti di poter contare sul forte consenso per il lavoro fatto da Claudio Martini e dalla sua giunta per sconfiggere anche e soprattutto in Toscana il centrodestra». Non a caso per Filippeschi quanto è successo è paragonabile ad uno «schiaffo» dato anche a chi «per l’unità si era abbattuto con sincerità». Naturalmente la lettura fatta dal segretario regionale di Rifondazione, Mario Ricci, è di tutt’altro avviso «le espressioni di Filippeschi ci lasciano esterrefatti» ha ribattuto a margine della direzione regionale convocata ieri pomeriggio per il via libera alla sfida di Ciabatti «noi staremo lontani dalle denigrazioni e dalle personalizzazioni» conclude. Mario Ricci pur non facendo mai il nome di Ciabatti ammette che «è una figura con la quale vogliamo parlare a quel largo popolo della sinistra che anche nella nostra regione chiede unità e politiche sociali avanzate nella costruzione dell'alternativa programmatica al governo Berlusconi». Chi non perde tempo è invece Toscana Democratica, che dopo un leggero restyling, presenterà il 1 marzo a Livorno il suo nuovo simbolo con l’aggiunta dei colori dell’arcobaleno della pace. La macchina elettorale è ormai a pieno regime e a dare maggiore spinta ci sarà anche Romano Prodi, atteso a Firenze il 7 marzo. Di campagna elettorale insieme a Martini hanno parlato proprio ieri le nove formazioni politiche (Ds, Margherita, Sdi, Udeur, Verdi, Comunisti Italiani, Repubblicani europei, Italia dei Valori e Movimento pensionati) «è una buona partenza» ha poi commentato il candidato dell’Ulivo «e chi ben comincia è già a metà dell’opera». Intanto la Margherita guarda e osserva limitandosi a commentare quanto sta accadendo con una laconica battuta del presidente toscano del partito Erasmo D’Angelis «Ciabatti? Chi...» dice riferendosi all’ipotesi della candidatura del sindacalista alle prossime regionali del 3 e 4 aprile.

Il Mattino 11.02.05
«Così sembra che comandi Bertinotti»
TERESA BARTOLI


Roma. Il più preoccupato era Francesco Rutelli: «Dobbiamo prendere atto che la situazione, dopo le elezioni, è cambiata. E soprattutto non possiamo dare l’impressione che ci facciamo dettare la linea da Bertinotti o che ci appiattiamo sulla sinistra radicale». Il leader della Margherita lo ha detto e ripetuto, appoggiato a più riprese dal capogruppo alla Camera Pierluigi Castagnetti. Preoccupazioni ribadite nel corso del lungo confronto della federazione dell’Ulivo, malgrado Romano Prodi le avesse prevenute introducendo i lavori. «È vero - ha detto Prodi - che si è votato ma c’è motivo di cambiare posizione non solo perché, se fossimo stati noi al governo, questa missione non sarebbe partita ma anche perché dal governo non arriva alcun segnale di novità». Rutelli ha insistito: «La situazione è cambiata e oggi, se governassimo, dovremmo sfidare la comunità internazionale ad una iniziativa. Dobbiamo chiedere al governo di assumerla. E valutarla prima del voto, pronti a cambiare idea». Sono stati D’Alema e Fassino a replicargli: «La palla va buttata nel campo del governo, sono loro a dover spiegare il cambio di fase» ha detto il primo. «Se fossimo stati al governo, non avremmo partecipato alla missione perché la democrazia non si esporta con la guerra» ha ribadito il secondo. Il documento finale sfida il governo. «Se Berlusconi fosse intelligente, la raccoglierebbe e ci metterebbe in difficoltà ma cavalcheranno la propaganda americana» dice uno dei partecipanti alla riunione della Fed. E malgrado la porta aperta ad un eventuale ripensamento, Prodi ha preferito coltivare la compattezza dell’Unione, portare alla riunione di tutto il centrosinistra il «no» della Federazione al decreto. La decisione formale sarà presa martedì. Non sarà indolore perché Franco Marini, e con lui l’ala moderata filoamericana della Margherita, non rinuncerà alla battaglia per un «sì» alla missione dettato proprio dalla novità del voto. Ma lo stesso Marini ha già annunciato che «la decisione della maggioranza sarà la decisione di tutti» e, dunque, non ci saranno strappi. Probabilmente non ci saranno nemmeno documenti da presentare in aula per motivare il no: «Sarebbe assurdo votare compatti contro il governo e poi dividerci tra noi sul significato di quel no» fa notare un leader del centrosinistra. Mentre veniva messo a punto il testo finale, c’è stato spazio per altri argomenti. «L’informazione Rai è indecente, ci presenta sempre e solo o divisi o prigionieri di Bertinotti» ha detto Prodi rivelando di aver protestato direttamente coi dirigenti di viale Mazzini e proponendo una iniziativa dei parlamentari della Vigilanza. Poi è arrivata la dichiarazione con cui Marco Pannella chiedeva al centrosinistra di «togliere il veto alla trattativa con la Cdl». «Chiede a noi il permesso di accordarsi con Berlusconi?» ha ironizzato qualcuno mentre Castagnetti invitava tutti a «piantarla con questa pantomima e a rispondergli come si deve». Ma D’Alema ha consigliato prudenza: «Non possiamo dare l’impressione di indisponibilità. Se non altro per non offrire l’alibi dell’accordo col centrodestra». Accordo che però ieri quasi tutti davano per scontato. Ultimo punto, le manifestazioni in programma. L’Unione parteciperà a quella organizzata dal Manifesto il 19 in solidarietà a Giuliana Sgrena. Quindi quella del 26, di apertura della campagna elettorale per le regionali, non sarà più nazionale, a Roma, ma si trasformerà in iniziative in ognuna delle 14 regioni chiamate al voto.

«sessodipendenti»

ANSA.IT 11/02/2005 - 16:19
Un uomo su dieci e' sesso dipendente, 2% le donne

Dipendente sessuale risiede al Nord, ha 36-50 anni, single

(ANSA) - ROMA, 11 FEB - In Italia il 10% degli uomini e il 2% delle donne e' sesso dipendente, rileva la piu' importante ricerca realizzata in Europa sul fenomeno. Chi soffre della psicopatologia della dipendenza da sesso passa la giornata a visitare siti porno, a masturbarsi o a praticare il voyerismo. Se si considerano anche le situazioni limite, la questione tocca l'8,3% degli italiani. Il dipendente sessuale-tipo e' un uomo del nord tra i 36 e i 50 anni, con licenza media inferiore, separato o vedovo.
copyright @ 2005 ANSA

cura precoce della schizofrenia?

ANSA.IT 11/02/2005 - 17:37
Progetto per la cura precoce della schizofrenia
All'ospedale Niguarda di Milano, dedicato ai giovani


(ANSA) - MILANO, 11 FEB - All'ospedale Niguarda di Milano 'Programma 2000', un progetto di intervento, unico in Italia, per la cura precoce della schizofrenia. Agendo quando la malattia non e' conclamata, il progetto ha ottenuto risultati notevoli: 98% di pazienti in cui la malattia non e' arrivata alla psicosi; 70% di pazienti che si sono diplomati, laureati, hanno trovato lavoro o ripreso gli studi. L'obiettivo e' fare in modo che i giovani cui si rivolge (17-30 anni) abbiano una vita normale.
copyright @ 2005 ANSA

politica pedagogica in California
catene elettroniche per i bambini

Corriere della Sera 11.2.05
SCIENZE
Scontro sull'esperimento in una scuola della California
Microchip sugli alunni, polemiche negli Usa
Imposto agli alunni di elementari e medie un collare elettronico che controllare i loro movimenti all'interno scuola


WASHINGTON - Età: dai sei ai 13 anni circa. Professione: alunni. Novità: devono portare un collare al collo, come fossero mucche, un chip che controlla ininterrottamente i loro spostamenti all'interno della scuola.
E' un modello educativo che non ha convinto la maggior parte dei genitori dei 600 alunni - dalla prima elementare alla terza media - della Brittan Elementary School di Sutter, California.
I ragazzini, senza che le famiglie fossero state informate, sono stati costretti a indossare una targhetta d'identificazione contenente un microchip che rivela agli insegnanti i loro movimenti all'interno della scuola. È la stessa tecnologia usata da alcuni allevatori di bestiame.

UN'ALUNNA: «NON SONO UN PACCHETTO DI CEREALI» -
L'iniziativa, la prima del genere in America, è stata decisa dal preside Earnie Graham, e ha suscitato le proteste di molti genitori che accusano la scuola di invasione di privacy e di metodi non educativi. «Mia figlia è tornata a casa con la targhetta ancora al collo protestando: "Non sono un pacchetto di cereali!"», ha spiegato Jeff Tatro, padre di un'alunna.
Il preside ha preso l'iniziativa per controllare in modo più accurato la frequenza alle lezioni, per aumentare la sicurezza nella scuola e per scoraggiare episodi di vandalismo. I 600 studenti devono indossare costantemente la targhetta di identificazione che reca la loro foto, il loro nome ed un microchip con una mini-antenna. Sensori dislocati all'ingresso delle classi e altrove nella scuola (come i bagni) registrano automaticamente il passaggio degli studenti: ogni targhetta invia con segnali radio un numero criptato di 15 cifre che corrisponde al nome dello studente.

LE PROTESTE DEI GENITORI - L'iniziativa del preside ha sollevato la dura reazione di molti genitori. «Deve esistere un sistema per migliorare la sicurezza dei nostri ragazzi senza farli sentire un capo di bestiame o un prodotto del supermarket - sottolinea Michael Cantrall, uno dei numerosi genitori che hanno protestato -. La scuola deve educare gli studenti ad assumere comportamenti responsabili: il metodo Grande Fratello non mi sembra il migliore».