mercoledì 13 luglio 2005

lo sviluppo olfattivo dei neonati

ricevuto da Paola Franz

Le Scienze 12.07.2005
Lo sviluppo olfattivo dei neonati
Identificati i recettori neuronali olfattivi che svolgono un ruolo chiave

Per i mammiferi appena nati, esseri umani compresi, identificare l'odore della madre può essere fondamentale per forgiare un legame con lei e per sopravvivere. Tuttavia, i ricercatori non avevano ancora capito come si sviluppasse questa identificazione. In uno studio pubblicato sul numero del 7 luglio della rivista "Neuron", Kevin Franks e Jeffry Isaacson della Scuola di Medicina dell’Università della California di San Diego scrivono che questo processo si sviluppa praticamente nello stesso modo con cui il sistema visivo dei neonati impara a riconoscere il mondo. In poche parole, nel corso di un periodo iniziale di importanza fondamentale, i circuiti olfattivi del bambini si organizzano in risposta alla percezione degli odori attorno a loro.
Nel corso di alcuni esperimenti con cervelli di topo, i ricercatori hanno identificato due proteine (i recettori AMPA e NMDA) come le componenti chiave del circuito olfattivo soggetto a questo adattamento iniziale. Si tratta di recettori che fanno parte delle "stazioni riceventi" dei neuroni e che vengono attivati dal neurotrasmettitore glutammato. Alterazioni del numero relativo di questi recettori rendono i neuroni più o meno sensibili ad essere stimolati dai neurotrasmettitori. Pertanto, questi cambiamenti nelle reti di neuroni possono originare i processi neurali che costituiscono l'apprendimento.
Gli autori hanno scoperto che, man mano che i topi neonati invecchiavano, la frazione di recettori NMDA nel tratto olfattivo laterale (una regione del cervello che elabora il segnale dell'olfatto) tendeva a diminuire. Questa riduzione, a sua volta, aumentava le connessioni fra i neuroni di questa regione. Per capire se l'esperienza sensoriale influenzasse questo processo, i ricercatori hanno tappato una narice dei topi neonati, privando un lato del cervello degli stimoli olfattivi. In questo modo hanno potuto paragonare nel cervello dello stesso animale i cambiamenti nello sviluppo olfattivo con e senza lo stimolo.
I ricercatori hanno scoperto che nel corso di un periodo critico di poche settimane dopo la nascita, il lato del cervello privato degli stimoli mostrava un calo dell'attività dei recettori NMDA rispetto all'altro lato. Questi cambiamenti tendevano a rendere più salienti le prime esperienze olfattive degli animali, riducendo l'importanza degli odori sperimentati più tardi nel corso dello sviluppo.
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il contradditorio e violento armamentario fabulistico cristiano,
in lotta perenne contro il libero pensiero umano

Repubblica Cultura 13.7.05
Tutte le volte che la religione ha processato le idee dell'uomo
Le guerre culturali
Dalle dispute di sant'Agostino contro i manichei agli interventi teologici nella politica di oggi che rivendicano il monopolio sulla morale
Nell'Antico Testamento il Signore evoca Leviathan, un coccodrillo drago dall'alito infuocato
Carl Gustav Jung aveva colto una profonda immoralità divina nell'episodio biblico di Giobbe
Quattro secoli fa Giordano Bruno andò al rogo col morso dopo sette anni di processo al suo pensiero
FRANCO CORDERO*

«Entropia» dal greco tropé, rivolgimento. Con questa parola misteriosa 140 anni fa Rudolph Clausius designa un fenomeno termodinamico: dei motori producono lavoro mediante flussi del calore dai corpi caldi ai freddi; non avviene mai l'inverso, né l'energia termica risulta interamente convertibile nel lavoro meccanico; qualcosa va perso; impossibile quindi un perpetuum mobile. L'entropia indica processi irreversibili:
supponendo chiuso l'universo, aumenta fino all'equilibrio termico assoluto; lì non succede più niente. In meccanica statistica misura il disordine, inverso della struttura: sale negli stati variamente configurabili; e ogni sistema evolve verso lo stato più probabile. Passiamo alla fisica sociale:
pensiero e vita morale sono eventi artificiosi: moderne tecnologie li dissolvono; fino a quando rinasceranno? Lo stato più probabile è il mimetismo: ordine da termitaio e guerra endemica, anzi carneficina in forme rituali; è un lusso pensare, obsoleto e pericoloso. Regnano culture dello spegnitoio. Giordano Bruno va al rogo col morso, giovedì 17 febbraio 1600, scomunicato dalle autorità cattoliche, calviniste, luterane, dopo sette anni d'un processo alle idee; se abbia senso la parola «creatore», quanti siano i mondi, moto della terra, anima mundi, ecc. Sotto Natale, a Pordenone, l'aveva preceduto Menochio Scandella, vecchio mugnaio friulano, colpevole d'avere un «cervelo sutil». L'argomento presenta sfondi teologali. Li sfioravo negli Osservanti (Giuffrè, Milano 1967): come l'animale umano produca, vìoli, consumi norme; L'Epistola ai Romani (Einaudi, Torino 1972) disegna un'antropologia del cristianesimo paolino; ho studiato sant'Agostino, dapprima campione, poi negatore della libertà umana; e tali ricerche culminano nelle Fiabe d'entropia (Garzanti, Milano 2005).
Parte prima, «Teatro celeste». Aurelio Agostino viene a Roma da Cartagine, retore manicheo: sale a Milano, dove pontifica Ambrogio; scopre l'universo cristiano; torna a casa, monaco, presbyter, vescovo ausiliare, infine titolare d'Ippona; e combatte i manichei scrivendo sulla Genesi. Le fonti dispiegano una fantasmagoria cielo-terra: erompe l'universo; cadono gli angeli; la protocoppia vìola un tabù alimentare; tale peccato scatena un'infezione cosmica; prende forma l'archetipo divino; diluvio, patriarchi, religione mosaica, l'affare Giobbe; alla figura divina singola ne seguono tre; la seconda s'incarna, patisce, muore, risorge, scardina la Legge, instaura un Regno ancora invisibile; cos'avvenga alla fine dei tempi, lo racconta l'Apocalisse, libro d'insopportabile volgarità, con alcune geniali analisi. Parte seconda, «I Golem alla sbarra» («Golem» è il nome dell'uomo d'argilla che il rabbino-mago praghese Löw racconta d'avere fabbricato).
Riappare Agostino: contro i manichei difendeva il libero arbitrio ma già nel terzo libro omonimo (388-95) l'interlocutore Evodio solleva dubbi insolubili. Il commento dell'epistola ai Galati, anno 394, intavola l'idea-chiave della «charitas» o «gratia» come impulso prevalente, «delectatio victrix», pia libido. La ribadiscono Diversae quaestiones ad Simplicianum, 395: siamo automi; preghiera e fede nascente presuppongono pulsioni pneumatiche inoculate da Dio; fa tutto Lui; se n'era scelti alcuni, manda gli altri al diavolo; né abbiamo ragioni da opporre, essendo tutti debitori del supplizio quali discendenti d'Adamo. Agostino, efferato antiumanista. Il suo antipode è un celta immigrato nell'Urbe.
Morgan (in latino Pelagio) ha un'alta stima dell'uomo e cultura romana: rifiuta l'idea tribale del peccato ereditario; professa una religione laica; gli ripugnano le magie sacramentali, perciò svaluta il battesimo; insegna un cristianesimo radicale, dalla forte tensione etica; vede intrinsecamente cattivi i poteri economico e politico, mentre l'ecclesiocrate Agostino, accomodante, se ne serve. Nel conflitto l'Africa agostiniana stravince, seguita dalla Chiesa romana. Monasteri tunisini e marsigliesi però rifiutano l'agostinismo. Prospero d'Aquitania, continuatore infedele, lo diluisce a beneficio delle anime tenere. Quattro secoli dopo, l'affare Gotescalco fissa dei cortocircuiti teologali (è un monaco imprigionato a vita perché troppo fedele al Doctor gratiae). Ormai l'ortodossia consiste nel dire una cosa e l'opposta. Sant'Anselmo, Pier Lombardo, Alberto Magno coltivano un'eloquente schizofrenia logica: sfuggono all'inferno i soli che Iddio s'era eletti ma tutti possono salvarsi, ossia «piove e non piove»; san Tommaso bara coniando la formula d'una «grazia sufficiente», sebbene non lo sia. Gli anatemi tridentini coniugano bianco e nero. Baio riscopre Agostino. E determinista senza saperlo persino quel pasticheur Padre Luis Molina Societatis Iesu. Giansenio e i partitanti che s'intitolano dal suo nome, sono gli ultimi campioni della predestinazione, poi la disputa s'assopisce. Parte terza, «Lo specchio dei prudenti»: sei storie mettono in scena lo psicodramma normativo; segue una grammatica del relativo discorso (cosa significhi «giusto»); dove conduca la teologia paolina della storia, profondamente reazionaria, dalle invettive luterane contro i contadini alla repressione dell'attentato 20 luglio 1944 nella «Tana del Lupo»; chiudono l'escursione paradossi del disincanto modulati da Pascal, cattolico pericolosamente incline alla vertigine.
Che la materia scotti, lo dicono garriti ignoranti e silenzi santimoniosi. Parliamone seriamente, tenendo sotto gli occhi testo biblico, patristica, scolastica, formule dogmatiche.
Negli ultimi tempi anche le gazzette discutono d'etica. In che rapporto stanno morale e religione? Qualcuno le identifica.
Più fine, Jung aveva colto una profonda immoralità divina nell'affare Giobbe: Satana frequenta la corte celeste; e per scommessa, Yahweh gli consegna questo suddito obbediente; abilissimo meccanico, sul terreno dei valori vale meno dell´uomo; non li sente. Poi tenta d'educarsi. Il Nuovo Testamento descrive un Dio incarnato e sofferente sulla croce nell'interesse delle creature umane, ma l'esito lascia sgomenti. Lutero e Calvino dicono chiaro quel che fumisterie cattoliche occultano. La favola antropomorfa suona così (niente d'irrispettoso: «fabula» nel senso latino, ossia «res divulgata, sive sit vera, sive falsa»). L'universo è opera d'una Persona il cui stato anteriore non possiamo descrivere:
suscita dal niente gli angeli, puri spiriti; e quasi subito molti decadono diventando diavoli, perché volevano sentirsi indipendenti; i teologi meno romanzieri l'ammettono, non era complotto sovversivo. Indi crea la coppia umana, destinata a vita comoda sine die nel paradiso terrestre, purché non tocchi i frutti d'un albero: gli sciagurati disubbidiscono, perdono i doni, comincia la storia; a causa d'Adamo meritiamo tutti l'inferno; dopo un tempo che ancora due secoli fa i cronologhi misuravano in quattromila anni, viene sulla terra una persona divina a riscattare l'umanità (sul rapporto trilaterale Dio - uomo - diavolo tiene banco sant'Anselmo); muore, risorge, instaura un suo regno ancora virtuale e tornerà chiudendo i tempi; l'aspettavano ansiosi ma non viene; al posto suo ecco Mater Ecclesia, dove riti dall'effetto più o meno automatico schiudono le porte del cielo; se lo guadagna chi adempie i comandamenti; solo nel grembo ecclesiastico uno può salvarsi l'anima; «extra Ecclesiam nulla salus».
Enumeriamo alcuni punti deboli. L'Onnipotente sa cos'avverrà:
sapendolo, crea il mondo e l'affolla d'una specie animale in larga misura destinata all'inferno: che gli uomini scontino un peccato del capostipite, è giustizia da orchi; altrettanto aberrante la pena eterna inflitta a esserucoli malriusciti; poteva lasciarli nell'utero tiepido del Niente. Intesa così, la creazione prefigura su scala cosmica gli stupidi passatempi d'una conventicola criminal-psicotica nelle Cent Vingt Journées de Sodome. Nessun carnefice infierisce oltre la morte: Lui nega questa soglia ai dannati; li tiene vivi in saecula saeculorum e i beati guardano godendosi lo spettacolo (san Tommaso, Summa Theologiae, Supplementum Tertiae Partis, q. 94, art. 3); l'idea alimenta laidi stereotipi quaresimali; quanto vi declama Paolo Segneri S.J., maestro dell'oratoria barocca. Era l'eresia d'Origene che l'inferno sia uno stato d'animo, pena medicinale, quindi temporanea, e ancora cent'anni dopo, Gregorio da Nissa prevedeva un'apocatástasis o restaurazione finale. Insomma, Domeneddio non fa bella figura.
Le scoperte d'Agostino, poi, aprono abissi. L'autore è un sessuomane dalla fantasia cupa: non smaltirà mai i residui manichei (glieli contesta l'ex vescovo Giuliano, educato secondo categorie culturali romane); intende il peccato originale come una lue connessa agli organi genitali (perciò le scuole discutono accanitamente sul punto se la Madonna sia concepita «cum aut sine labe originali», finché Pio IX taglia corto proclamando l'Immacolata Concezione); e incrimina Pelagio, colpevole d'avere sostenuto che i bambini morti senza battesimo siano accolti nel Regno dei Cieli; nient'affatto, vanno all'inferno. Insomma, sotto vari aspetti non è un maître à penser raccomandabile, ma soverchia intellettualmente gli avversari. La sua psicanalisi ante litteram costituisce titolo d'autentica gloria scientifica: quando mancano 15 secoli all'interpretazione freudiana dei sogni, elabora una dinamica delle pulsioni liquidando il fantasma verbale della «volontà»; parola vuota; la condotta umana è intessuta d'atti volitivi nient'affatto sovrani ossia indeterminati; vige una causalità psichica simmetrica alla fisica.
Qui finisce l'analisi, strepitosamente acuta. Il resto è fiction teologale: l'autore chiama «gratia» o «charitas» l'impulso determinante dell'atto virtuoso; e l'attribuisce al divino Macchinista. L'idea prende piede, anzi diventa dogma: nelle dispute teologali (Fiabe d'Entropia, pagg. 306-422) riceve mille varianti verbali, velata da una dialettica del nonsenso; nessuno però la nega; chi s'arrischiasse cadrebbe nell'eresia.
I corollari sono puro guignol: dal fondo dell'eternità s'era scelto alcune creature umane destinando il resto a infiniti tormenti (discorso insensato perché presuppone e nega il tempo); crea le anime una ad una, subito infuse all'embrione infetto, indi manipola gl'individui; non avviene niente che non abbia voluto. Anche il male? Eccome. Lo permette, dicono gl'ipocriti. Nossignori, risponde Calvino: Adamo e successori peccano perché così aveva stabilito; non è un fannullone che guardi la commedia umana intervenendovi ogni tanto come gli dèi dell'Olimpo; l'ha allestita fino all'ultimo particolare.
Era preordinata anche la caduta degli angeli: sant'Agostino l'ammette sotto voce, notando come i fedeli fossero «amplius adiuti»; disponevano d'un soccorso ad hoc. Perché ha creato il mondo? Voleva celebrarsi con uno spettacolo monstre: tale l'inferno; giova alla sua gloria il brulichio d'innumerevoli cavie umane in preda a tormenti eterni. Siamo nella sfera dell'horror. Nessuno con la testa sul collo ammetterà che una morale decente nasca su tali premesse. L'etica, prodotto razionale, non ha niente da spartire col terrore religioso, radicato nelle midolla: «horrendum est incidere in manus Dei viventis» (Epistola agli Ebrei, 10.31); è onnipotente, dunque qualunque cosa voglia, risulta «santa»; «voluntati eius quis resistit?»; ha un potere assoluto sulle creature; il vasaio modella a suo piacimento l'argilla, e via seguitando (Epistola ai Romani, 9.19-24). La sindrome studiata da Rudolf Otto in un famoso libretto è pallore, panico, stravolgimento, afasia inorridita. Giobbe usava argomenti razionali. Yahweh lo sgomina evocando Leviathan, un coccodrillo-drago dall'alito infuocato, nel quale s'identifica: lo peschi all'amo, se può; gl'infili un anello nelle narici; giochi con lui quasi fosse un passero; quando Leviathan viene a galla, tremano persino gli angeli; «quis resistere potest vultui meo?»; «omnia sub coelo mea sunt» (Giobbe, capitoli 41s.).
Che l'etica sia valore umano, implicitamente ateo o almeno laico, agli antipodi del panico mistico, l'ammette anche qualche teologo. Gregorio da Rimini, monaco agostiniano nato intorno al 1300 (generale dell'Ordine, 1357), figura nell'aneddotica quale «tortor parvulorum»: sostiene che i bambini morti senza battesimo vadano all'inferno, quando già Pier Lombardo, due secoli prima, li esonerava da fuoco e «vermis conscientiae» gratificandoli d'un malinconico benessere (sono privi della cosiddetta visione beatifica); ma in etica ragiona bene. Sentiamolo: l'atto buono o cattivo resta tale indipendentemente da chi comanda o vieta, fosse anche Dio o non esistesse il soggetto così denominato; il criterio sta nella «recta ratio». Da notare come in tale contesto «rectitudo» non significhi infallibilità: la «ratio» è «recta» quando uno l'abbia usata come meglio può; corrono solo «probabiles locutiones»; ogni enunciato sottintende la clausola «sine praeiudicio melioris sententiae». Anche Gabriele Vázquez, gesuita spagnolo (1551-1604), coltiva un intellettualismo etico dove Dio diventa ipotesi superflua.
L'argomento ha riflessi molto attuali concernenti l'obbedienza dell'elettore cattolico. Niente da obiettare alla legittimità formale degl'interventi: la Chiesa interloquisce dove vede coinvolti i suoi interessi spirituali ossia «ratione peccati», una formula estensibile ad libitum, escogitata da Bonifacio VIII, ateo (dicono), gran canonista, sovrano tanto invadente da rovinarsi; altra questione, non giuridica ma etica, fin dove leghino le direttive. Gregorio da Rimini e Gabriele Vázquez le posporrebbero alla «recta ratio»: se i destinatari hanno una testa, la usino; ad esempio, qualunque cosa dicano papa e vescovi, non è auspicabile una natalità sfrenata.
I tradizionalisti rifiutano ogni ripensamento, né hanno mano libera le correnti più o meno liberali. Tout se tient nel dogma. Vediamolo su un punto: tolto il mito del peccato d'Adamo e relativa ipotesi monogenetica (meno probabile dell'opposta, che i ceppi siano vari), resta in aria il Nuovo Testamento; perché il Figlio s'incarna e muore sulla croce se gli uomini non sono animali del diavolo, tali costituiti dalla tragressione d'un tabù alimentare nel paradiso terrestre?
Siccome i tempi tendono alla torbida Romantik occultistica più che alle idee chiare e distinte, anche nella cultura laica, non stupirebbe un impetuoso revival dogmatico-mistico.
Comunque scelga, la Chiesa pagherà dei prezzi: arroccarsi sui dogmi, lanciando nuovi Sillabi, è il partito della catastrofe; lasciandoli cadere, rischia assalti da destra (cattolici furibondi, stile Joseph de Maistre, e clericali atei, farneticanti una società gerarchica, chiunque sia il controllore, vescovo, commissario bolscevico, tecnocrate dei media, capitalista senza concorrenti ecc.); perciò conviene rimuovere la questione, come quando i papi imponevano il silenzio ai controversisti de libero arbitrio, ma i costi pesano in termini d'intelletto e moralità. Notavamo come sui punti caldi la teologia diventi eufemismo, reticenza, discorso contraddittorio ossia non-pensiero, codificato nei canoni tridentini, Sessione VI, Decretum de iustificatione. Detto da Pascal, è un paradosso elegante che bisogni pensare una cosa e l'opposta. Nei commissari dell'ortodossia ecclesiastica, scrittori plumbei, lo sgorbio logico resta tale, invelenito dalla furbizia pratica. Così fioriscono retoriche plateali del mistero: se una cosa non può essere pensata né detta, dobbiamo tacerla (Wittgenstein, Tractatus, prop. 7, e già Meister Eckhart, domenicano deviante 1260-1327), mentre costoro nuotano nella broda verbale fingendosi superatori del raziocinio; basta spendere tante parole, dire poco o niente, contraddirsi a man salva, non lesinare trucchi e insulti, nascondere le cose ripugnanti sotto bei nomi. I giansenisti almeno erano espliciti: nel pensiero dei fondatori la massa umana è bestiame da lavoro, «iumenta rationalia»; Iddio l'alleva affinché, avendo molto tempo libero, gli eletti s'agghindino; razzismo dell'anima; e viene da sant'Agostino l'idea terrificante d'un male necessario all'armonia cosmica, come il nero delle pitture, perché il mondo sarebbe meno bello senza vittime sofferenti e creature deformi (i mostri, dei quali Ulisse Aldrovandi compila un'«Historia»). L'attuale Chiesa difende l'umanità insidiata da miseria, malattie, oppressione politica, ignoranza, affarismo, inebetimento tecnologico: i mali collettivi eclissano la questione dei destini individuali; innumerevoli «Artes bene moriendi» dicono quanta nevrosi sviluppasse. Dunque s'è mossa: siamole grati; ma non pretenda il monopolio del discorso etico e se può, riveda il fabulario dogmatico nascosto negli armadi.
*Franco Cordero (Cuneo, 1928) è ordinario di procedura penale a Roma, Università della Sapienza, avendo insegnato a Trieste (1958-60), Milano (Università Cattolica, 1960-74), Torino (1974-76). I suoi editoriali e commenti appaiono regolarmente su «la Repubblica». La sua Procedura penale (Giuffrè, 1966), riscritta ex novo sul codice 1988, è giunta alla 15a edizione.

Franco Cordero "Fiabe d'entropia. L'uomo, Dio, il diavolo", Garzanti 2005, p.748, € 24,00
Descrizione
Un'ampia e ambiziosa riflessione - sedimentata in dieci anni di lavoro - sul rapporto tra storia, politica e religione da parte di uno dei più originali pensatori e prosatori italiani. Da Agostino che approda a Roma dall'Africa ai tormenti di Giobbe, dai cattolicissimi sovrani di Spagna al Re Sole, dalla Riforma al terremoto di Lisbona, dall'Inquisizione alla Rivoluzione, da Pascal e Sade fino al complotto antinazista del 20 luglio 1944, attraverso una serie di episodi e personaggi, momenti e aneddoti storici, Cordero riflette sul senso della storia e sulla natura umana.
L'AUTORE
Franco Cordero: opere
1928 Nasce a Cuneo.
1967 Osservanti, Giuffrè
1969 Genus, De Donato
1970 Trattato di decomposizione, De Donato
1971 Le masche, Rizzoli
1972 L'Epistola ai Romani, Einaudi
1986 Savonarola [4 voll.], Laterza
2003 Le strane regole del signor B., Garzanti
2004 Nere lune d'Italia, Garzanti
2005 Fiabe d'entropie, Garzanti

Pietro Ingrao alla Festa dell'Unità di Roma

Corriere della Sera 13.7.05
LA PRESENTAZIONE
Le lettere di Ingrao
Bertinotti: imbarazzato quando scelse il Prc
Alessandro Capponi

ROMA - C’è un gesto semplice di Bertinotti, quando il vento si alza: porge la giacca a Ingrao e, lentamente, gliela infila. Come un figlio a un padre, se è vero che Pietro Ingrao, come dice Bettini, è «l’uomo più rappresentativo della sinistra e uno dei più rappresentativi della democrazia». Forse è per questo che alla presentazione del libro scritto dai due, Una lettera di Pietro Ingrao con una risposta di Goffredo Bettini, la festa dell’Unità di Roma, alle otto della sera, si riempie, persone di tutte le età: docenti, politici, una donna che culla un bimbo, ragazzi abbracciati. Quando prende la parola proprio Ingrao - partigiano, deputato dal 1948 al ’92, tra il ’76 e il ’79 presidente della Camera - non c’è più brusio, neanche uno che parli. «Alla fine della guerra, credevo avessimo conquistato la pace. Adesso non so se ciò che accadde sta per tornare. Posso dirvi solo: lottate, lottiamo». È un libro «piccolo e intenso», dice Bertinotti. Ricorda quando seppe che Ingrao aveva scelto Rifondazione: «Ero in imbarazzo, come un prete che tra i fedeli si ritrovi il Papa». E c’è molta emozione quando Veltroni parla «della speranza negli occhi di Ingrao» e Bettini spiega perché, a differenza «di questi leader del due per cento che sbraitano», lui ha scelto di rimanere dietro le quinte, «meglio essere l’anima di qualcosa di buono». In fondo, come dice Bertinotti, si tratta delle «lezioni di Ingrao». Alcune, sono in questo libro. Un carteggio privato che adesso è pubblico. Non solo per ingraiani, «che poi - dice Bertinotti - non si sapeva mai dove fossero». Del resto lui, Ingrao, l’ha sempre detto chiaramente: «Io? Certo non sono ingraiano».

l'Unità 13 Luglio 2005
IL LIBRO
Bertinotti e Veltroni presentano «Una lettera di Pietro Ingrao. Con una risposta di Goffredo Bettini»: ribelle e maestro di vita
Ingrao: «La politica? È il luogo dove si difendono gli oppressi»
di Emanuele Isonio

Un ribelle contro le insopportabili sofferenze degli oppressi. Un uomo che, cresciuto in un’epoca drammatica, è riuscito a coltivare la profonda speranza di un futuro migliore. Un politico che nei suoi interventi riesce a stabilire una comunicazione intima con la piazza, a trasmettere, idee, riflessioni e forza in chi lo ascolta. Tutto questo è Pietro Ingrao, dipinto nelle descrizioni di Fausto Bertinotti e Walter Veltroni.
Un ritratto sentito, a tratti commosso, fatto alla Festa dell’Unità, davanti a tanta gente, che ha acclamato a gran voce lo storico esponente comunista. Una folla persino inattesa in un tardo pomeriggio di un giorno feriale, «probabilmente attirata - come osserva la moderatrice Maria Latella - da chi conosce il peso delle parole e non le usa superficialmente».
Occasione per tanti elogi, la presentazione del libro «Una lettera di Pietro Ingrao. Con una risposta di Goffredo Bettini». Una raccolta di una breve corrispondenza privata, nata da un’epistola inviata nel 1992 dall’ex presidente della Camera, nella quale spiega i motivi della sua scelta di non fare più il deputato. E proseguita alternando temi alti, dall’importanza della Politica ai fattori che ancora possono far sperare realisticamente in una società più giusta, a confessioni più personali («Sono diventato ingraiano - ricorda Bettini - quando ho sentito Pietro dire, rivolto a contadini e braccianti, “Ora non siete più soli”»).
Proprio la vita dell’anziano leader della sinistra italiana ha dato lo spunto per ragionare sugli obiettivi che si pone, o dovrebbe porsi, chi oggi decide di impegarsi in politica.
Ancora una volta, le riflessioni partono da una frase della lettera di Ingrao, contenuta nel libro: «La politica è il luogo ideale dove si difendono gli umili e gli oppressi». Una sofferenza, la loro, che «confesso di sentire penosamente, perchè pesa a me. Mi dà fastidio, mi fa star male. In questo senso - spiega Ingrao - la politica non è un agire per gli altri ma un agire per me».
Per il segretario di Rifondazione comunista, quello di Ingrao è un «meraviglioso e legittimo egoismo», che nasce in tutti coloro che sentono come insopportabili le ingiustizie umane e trovano il coraggio di impegnarsi per gli altri. «L’esperienza e i percorsi di Pietro - ha sottolineato Bertinotti - dimostrano l’esigenza di cambiare l’attuale modo di fare politica». Un concetto ripreso dal sindaco di Roma, facendo riferimento alla difficile situazione italiana e al drammatico contesto internazionale: «Quando si è nel gorgo, nel pieno di un problema, occorre avere la forza di trovare gli strumenti per uscirne. Questo strumento è la Politica. Governare cioè le conflittualità e saper dare una risposta alle esigenze di tutti».
Infine, un messaggio indiretto ai vertici e agli elettori dell’Unione, quasi un manifesto programmatico: «Per animare la nostra attività di governo, non dobbiamo aver paura dei nostri valori nè di fare una politica grande. Bisogna aver timore solo di una politica piccola, schiacciata dai giochi di potere e dagli interessi personali».

si fa presto a dire «creatività»...

l'Unità 13 Luglio 2005
EVENTI
Presentato il Festival della Mente
Alle radici della creatività


Presentato ieri il Festival della Mente - primo festival europeo dedicato ai processi creativi - pronto per la seconda edizione, dopo il successo dell’esordio dell’anno scorso che ha registrato oltre 12.000 presenze. Si svolgerà, come di consueto, a Sarzana dal 2 al 4 settembre. I nuovi temi in programma spaziano dalla musica contemporanea alla cucina creativa, dalla moda alla sociologia, dall’arte all’economia, e si aggiungono ai discorsi già avviati nel campo della letteratura, delle neuroscienze, del design, della psicologia, della pubblicità e della filosofia e una nuova sezione dedicata alla creatività di bambini e ragazzi.
Il Festival chiama a raccolta scrittori, musicisti, architetti, pubblicitari, registi, attori, sportivi, oltre a scienziati e filosofi italiani e stranieri che hanno avviato riflessioni originali sulla natura e le caratteristiche di una delle più apprezzate tra le capacità umane. A tutti gli ospiti il Festival chiede di condividere questo progetto con un intervento, una performance, una lectio magistralis o un workshop nuovo e originale: non viene chiesto insomma di raccontare il cosa ma soprattutto il come e il perché. Tra i numerosi ospiti della seconda edizione, citiamo: Stefano Benni, Eugenio Borgna, Gianfranco Capitta, Marco Carnevale, Germano Celant, Ensemble Risognanze, Romeo Gigli, Gino & Michele, Giulio Giorello, Elkhonon Goldberg, Raffaele La Capria, Tomás Maldonado, Maurizio Milani, Chuck Palahniuk, Davide Scabin, Sentieri Selvaggi, Salvatore Sciarrino, Toni Servillo, Paolo Sylos Labini. Il programma dettagliato si trova su www.festivaldellamente.it

terapia della famiglia in Piemonte...
tanti auguri...

La Stampa 13 Luglio 2005
SANITÀ. ALLE MOLINETTE UN NUOVO LABORATORIO DI PSICOPATOLOGIA AIUTERÀ LE FAMIGLIE CHE VIVONO UNA CRISI INTERNA
Genitori e figli, così si risolve il conflitto
Marco Accossato

«Genitori in crisi crescono figli problematici, figli problematici mettono in crisi i genitori». E’ un cerchio che non si chiude e sembra non avere antidoto quello per cui nasce, alle Molinette, un laboratorio di ricerca sulla Psicopatologia della famiglia.
Trascurare il ruolo dei genitori nella cura di un figlio «difficile» e non comprenderli nel piano terapeutico è un errore che può alimentare ricadute tali da rendere inutile lo stesso intervento dello specialista. Così, i medici del Centro per i Disturbi del Comportamento, diretto dal professor Secondo Fassino, hanno deciso di dar vita a una struttura che coinvolgerà nella terapia genitori e figli insieme, e aprirà in più la strada a nuove approfondite ricerche «per comprendere e aiutare a vivere meglio il ruolo di genitore».
Si calcola che in Piemonte l'incidenza della sola anoressia nervosa si aggiri fra i 180 e i 360 nuovi casi l’anno, e quella della bulimia tra i 360 e i 550. Uno studio compiuto su mille studenti delle scuole superiori ha evidenziato in particolare che le ragazze sottopeso sono il 17 per cento, mentre quelle che presentano condotte alimentari problematiche sfiorano il 7 per cento dell’intera popolazione femminile rispetto all'1 per cento di quella maschile.
«La famiglia - è convinto il professor Secondo Fassino - è in crisi da diversi punti di vista. Abusi e aggressività aumentano costantemente. E’ sempre più difficile dialogare e trovare punti d’accordo. Prevalgono gli scontri frutto dell'impulsività, della rabbia e del "tutto-subito"». In questo panorama, «aumentano - sottolinea il professore - i disturbi psichici e di personalità negli adolescenti». Non solo anoressia e bulimia: «Disturbi borderline e tossicodipendenza sono l'emblematica espressione di una sofferenza della famiglia che esplode proprio in quella fase della vita in cui i problemi di autonomia, separazione e costituzione dell’identità dovrebbero essere invece affrontati insieme».
Il neonato Laboratorio di ricerca alle Molinette mira a scoprire quali meccanismi si creano nelle famiglie con figlie anoressiche o bulimiche, ma anche che cosa accade in quelle dove ci sono figli con disturbi di personalità borderline: ragazzi e giovani adulti fortemente instabili con comportamenti autodistruttivi e impulsivi, in preda a una profonda sensazione di vuoto e di solitudine. Sotto osservazione saranno però anche le coppie che non riescono a diventare genitori, benché non presentino evidenti cause organiche: «Cresce - ricorda a questo proposito il professor Fassino - la cosiddetta “patologia psicosomatica della riproduttività”. Alcuni tratti del carattere e del temperamento, come sintomi ansiosi e depressivi, sono responsabili di quella che definiamo “infertilità funzionale”, che non deriva da origini organiche».
«Prendersi cura dei genitori significa impedire che il loro scoraggiamento, a volte profondo, ritardi la guarigione dei figli», osservano alle Molinette. Senza contare che «offrire un supporto anche alla famiglia riduce inoltre i tempi e i costi della guarigione».

psichiatri anglosassoni...
«allucinazioni musicali» e la ricerca del "talento" nel cervello...

Corriere della Sera 13.7.05
Il cervello (come un iPod) fa suonare le tue canzoni
Allucinazioni musicali: dai canti dell’infanzia alle ultime hit
Franca Porciani

A chi non è capitato di aver un ritornello in testa che riaffiora qua e là? Normale. Ma quando si crede di ascoltare un brano musicale, di solito ben noto, e intorno c’è il silenzio, è tutt’altra storia. Si tratta di un’allucinazione musicale. Almeno così chiama lo strano disturbo Victor Aziz, psichiatra del St. Cadoc’s Hospital, nel Galles, uno dei primi a occuparsene (la rivista Psychopathology sta per pubblicare i risultati dei suoi studi su 30 persone colpite, più donne che uomini, in media oltre i settanta, un terzo sorde). Disturbo raro, confinato per ora nella terza età, ma secondo Aziz destinato ad aumentare visto il bombardamento musicale cui siamo oggi sottoposti, giovanissimi in prima linea, e forse già presente anche in quarantenni, ma non ricercato, quindi misconosciuto. E che ha alle spalle aneddoti trascurati dai medici finora e leggendari precedenti: sembra, ad esempio che Robert Schumann raccontasse di avere scritto musica dettata da Schubert, all’epoca già fantasma.
Come può il cervello ingannarsi fino a questo punto, diventando una specie di iPod e facendo risuonare (a tradimento) brani musicali immagazzinati nella memoria?
Per scoprirlo Tim Griffiths, neurologo dell’Università di Newcastle Upon Tyne, in Gran Bretagna, ha studiato accuratamente con la Pet (metodica che grazie a un marcatore radioattivo identifica con precisione le aree del cervello in attività) sei persone anziane quasi sorde nel momento in cui erano colpite da allucinazioni musicali. Scoprendo che la loro origine è nelle stesse aree della corteccia cerebrale coinvolte nel normale ascolto della musica, ma con un’anomalia: vengono eccitate senza alcun stimolo dall’esterno.
«E’ come se si amplificasse il famoso ritornello in testa che ognuno di noi ha sperimentato prima o poi nella vita», precisa Tim Griffith. «In tanti anni di lavoro non ho mai riscontrato qualcosa del genere - commenta Elio Lugaresi, professore emerito di Neurologia dell’Università di Bologna -. La similitudine che mi viene in mente è con le allucinazioni acustiche che accompagnano alcuni tumori cerebrali del lobo temporale della corteccia. Ma si tratta di suoni, non di musica. L’unico confronto possibile è con certe forme di epilessia benigna, rarissime, dove la crisi viene scatenata dalla musica, solo di un certo tipo, classica ad esempio. Senz’altro la scoperta è di grande interesse e merita di essere sviluppata con studi più approfonditi».
Il meccanismo con cui la musica arriva nel cervello, viene percepita, elaborata e memorizzata è, peraltro, tuttora materia di studio. Di recente sulla rivista inglese Nature , Robert Zatorre, docente di neuroscienze all’Istituto neurologico di Montreal, in Canada, ha fatto il punto su quanto si sa (e sul molto che ancora non si conosce) in proposito. Si sa con certezza che esistono persone colpite da amusia , l’incapacità di riconoscere un brano musicale.
Il problema per lo più compare in seguito a un ictus, ma talvolta è presente dalla nascita. Gli studi hanno dimostrato che è danneggiata, o alterata su base genetica la corteccia uditiva, dove sono presenti i circuiti cerebrali in grado di registrare le tonalità e le pause dei suoni che compongono un pezzo musicale. Questa registrazione viene trasmessa ad altre aree della corteccia, soprattutto a quella motoria e alla frontale, dove l’identificazione dei suoni si associa a contenuti emotivi, viene elaborata e conservata in un angolo della memoria. Ne è prova il fatto che in molti musicisti si è riscontrato un maggiore sviluppo proprio di queste zone cerebrali, quasi che l’allenamento plasmasse anatomicamente il nostro organo principe.
C’è un altra scoperta importante: il processo di elaborazione musicale sembra avvenire prevalentemente nell’emisfero destro del cervello. A favore di questa ipotesi, Zatorre cita il caso del compositore russo Vissarion Shebalin, scomparso nel 1963. Vittima negli anni Cinquanta di un ictus che, colpendo l’emisfero sinistro, gli tolse la parola e gli paralizzò metà del corpo, il musicista continuò a comporre grazie all’emisfero destro ancora integro.
Una delle evidenze che scaturiscono dall’esperienza di Shebalin e, in seguito, dalle tecniche di neuroimaging funzionale è che il linguaggio e la musica non sono regolati dalle stesse aree cerebrali, anche se i due processi hanno circuiti in comune.
Ma resta una domanda: dove si nasconde nel cervello il «talento» musicale? Chissà: le neuroscienze sono alla sua ricerca.

martedì 12 luglio 2005

la fontana di Massimo Fagioli e una lettera all'Unità

L'Unità 12 Luglio 2005
CARA UNITÀ
L’acqua non scorre
nella fontana di Fagioli

All’Unità, Cronaca di Roma, a seguito dell’articolo per la rubrica “l’occhio” di Jolanda Bufalini del 2 luglio.
Rispondiamo con piacere alla segnalazione di Jolanda Bufalini in merito alla fontana di Largo Ettore Rolli, ringraziandola di un’attenzione che come progettisti sentiamo preziosa e opportuna.
Il progetto di questa piazza, voluta dal Comune di Roma, ha recuperato alla destinazione di spazio pubblico (prevista dal Piano Regolatore) un’area vuota occupata dalle macchine. Il progetto da noi elaborato è stato realizzato dal Servizio Giardini, già competente per il giardinetto esistente, ed è stato completato nel 2000.
Per sviluppare il progetto, noi architetti abbiamo domandato a Massimo Fagioli un’immagine che potesse definire il nuovo spazio urbano attraverso una forte presenza artistica.
Dalle idee e dai disegni di Massimo Fagioli sono scaturite una piazza, per altro non compiutamente realizzata, ed una originalissima fontana, una scultura di bronzo che si innalza verso il cielo, sostenendo quattro semisfere trasparenti che versano l’acqua in un piccolo bacino ellittico, che la raccoglie. La fontana è dotata di un impianto idrico, completo di ricircolo, di trattamento dell’acqua e di sistema di scarico. Eppure l’acqua non scorre, ed anche noi, come la nostra giornalista, soffriamo di questa mancanza che la priva della sua gioiosa e vitale espressione.
Vorremmo invece vederla funzionare, come merita un’opera artistica e poetica di grande bellezza, unica e rara nella nostra città.
Firmato: gli architetti Daniela Gualdi, Corrado Landi, Francesco Mirone.

al Senato della Repubblica
una legge contro la «manipolazione mentale»...

La Stampa 12 Luglio 2005
L’opinione
Perché mai resuscitare il plagio?
MICHELE AINIS

Al Senato è in dirittura d'arrivo la legge sulla «manipolazione mentale», che castiga con una pena da 2 a 6 anni di galera chiunque s'impadronisca della volontà altrui, soggiogandola alla propria. In breve, questa legge reintroduce - senza neppure l'onestà di nominarlo - il reato di plagio, che la Corte costituzionale aveva espulso nel 1981. Ne parlo qui sommessamente, e con un fil di voce: non vorrei che domani un pm mi accusasse d'aver plagiato i miei lettori.
Per la verità, a rileggere quella sentenza ormai lontana, il pericolo parrebbe scongiurato. Il plagio è un delitto impossibile, disse infatti allora la Consulta: perché nessuno può rendere un'altra persona totalmente succuba, e perché in caso contrario andrebbe punita ogni situazione di dipendenza psichica, come il rapporto fra due amanti, fra il maestro e l'allievo, fra il medico e il paziente. Del resto in oltre mezzo secolo di vigenza l'unico italiano condannato (nel 1968) per questo reato fu Aldo Braibanti, un ex partigiano colpevole d'intrattenere relazioni omosessuali con un giovane.
E allora perché mai resuscitare adesso quel fantasma? La risposta è nei dibattiti tenuti in Parlamento: serve un'arma contro le «sette», contro i predicatori del demonio. Eppure anche i cristiani delle catacombe vennero accusati di convertire usando sortilegi. Eppure la stessa accusa risuonò nel XVI secolo contro le streghe, nel XIX contro l'ipnotismo. Sarà per questo che l'anno scorso 47 studiosi di storia e sociologia delle religioni di ogni parte del mondo hanno scritto a Ciampi e Berlusconi, chiedendo di bloccare questa legge: senza precise garanzie giuridiche, essa potrà infatti colpire qualsiasi gruppo - sia religioso che politico - impopolare presso l'opinione pubblica. D'altronde le teorie del lavaggio del cervello hanno la propria scaturigine nella difficoltà d'accettare comportamenti anomali, fuori delle righe; non a caso, durante gli anni della Guerra fredda, la Cia affermava che nessuno diventa spontaneamente comunista.
Poi, certo, rimane l'esigenza di punire chi imbroglia, chi truffa, chi abusa della credulità popolare. Ma per questo esistono altre norme, dalla circonvenzione d'incapace alla riduzione in schiavitù. Come spesso accade, la libertà si garantisce con una legge in meno, non con una legge in più.

la rétina

Yahoo! Salute 12.7.05
La curiosità dell'uomo inizia già dalla retina
A cura de Il Pensiero Scientifico Editore
David Frati

L’innata curiosità dell’uomo per le cose nuove inizia già a livello dell’occhio. La retina cerca infatti senza sosta oggetti nuovi nel campo visivo, adattando dinamicamente la sua azione, ignorando gli oggetti conosciuti e concentrandosi sulle novità. Lo svela una ricerca pubblicata dalla rivista Nature.
I ricercatori della Harvard University hanno scoperto che questo principio della ricerca della novità è operativo in molti ambienti visivi. “I nostri occhi raccontano il mondo visivo al nostro cervello, ma non del tutto fedelmente”, spiega Markus Meister, professore di Biologia Cellulare e Molecolare ad Harvard. “Ciò che fa la retina è uno schizzo della realtà, come un disegnatore, mettendo in evidenza alcuni aspetti e trascurando le aree meno interessanti”.
“Per esempio”, aggiunge Meister, “in ambienti visivi come foreste o prati, con tanti elementi verticali e pochi orizzontali, la retina tende a sopprimere le linee verticali e a sottolineare le rare linee orizzontali”.
Meister ed il suo team hanno esaminato i segnali neurali nelle cellule dei gangli retinali, che trasportano i segnali visivi dall’occhio al cervello. Si è notato che queste cellule tendono a registrare differenze locali e spaziali più che informazioni complessive. Questa caratteristica viene interpretata dagli scienziati come un codice, una strategia evolutiva: “Gli animali incontrano spesso ambienti con caratteristiche visive diverse da un ipotetico ‘ambiente medio’. Abbiamo scoperto che quando questo avviene, la retina si adatta dinamicamente: i campi recettivi delle cellule dei gangli retinali cambiano già dopo pochi secondi passati in un nuovo ambiente”.

Fonte: Harvard University press release 2005.

il coraggio di una donna
Betsy Blair

Corriere della Sera 12.7.05
«Quando Hollywood mi fece scappare»
Betsy Blair, ex moglie di Gene Kelly e pasionaria: grazie a McCarthy trovai Antonioni

DAL NOSTRO INVIATO
LA CACCIA ALLE STREGHE
LA VICENDA
Nel ’47 la Commissione del Congresso Usa sulle attività antiamericane varò una violenta crociata anticomunista contro il mondo del cinema. Registi, attori, sceneggiatori in odore di sinistra potevano trovarsi da un giorno all’altro su una black list che li escludeva da ogni lavoro. A capo di questa caccia alle streghe dal ’51 al ’54 fu il senatore Joseph McCarthy (foto sopra) che condusse le epurazioni con feroce solerzia
I PERSEGUITATI
Nella lista finiscono i «rossi», ma anche chi non li denuncia. Tra i 320 proscritti costretti a emigrare all’estero o lavorare sotto falso nome, Arthur Miller, Charlie Chaplin e la moglie Oona, Dashiell Hammett e la moglie Lillian Hellman, Bertolt Brecht, Kim Hunter, John Garfield. E Zelo Mostel si suicidò
I DELATORI
Per convinzione ideologica o per paura di perdere il lavoro, molti furono quelli che collaborarono con McCarthy. Anche qui la lista è lunga: da Elia Kazan (foto) a Walt Disney, da John Wayne a Robert Taylor, Gary Cooper, Clark Gable, John Ford. «Spione» anche un futuro presidente, Ronald Reagan, ai tempi attore di western di serie B
BOLOGNA - Chi potrebbe dirlo che dietro i suoi dolcissimi occhi si nasconde la persona che ha fatto vivere ad Antonioni «le due ore più difficili della sua carriera»? Non ci voleva creder neppure l'interessata, l'attrice americana Betsy Blair, quando lesse la dichiarazione rilasciata dal regista sulle pagine dei Cahiers du Cinéma . E ricorda ancora che gli occhi le si riempirono di lacrime. Ma poi si fece consolare dal (secondo) marito, il regista inglese Karel Reisz (quello di Sabato sera, domenica mattina e della Donna del tenente francese ): doveva prenderlo «come un grande onore».
Lo ha ricordato l'altro giorno a Bologna, al festival «Il cinema ritrovato», dove è venuta a presentare alcuni dei suoi film, in compagnia di Francesco Maselli, che la diresse nel 1960 in I delfini .
Dopo che aveva girato in Spagna Calle Mayor di Bardém, nel 1956, e in Italia Il grido di Antonioni, nel 1957. E prima di farsi dirigere da Bolognini in Senilità , nel 1962.
Una carriera curiosa, quella della Blair, quasi tutta svoltasi in Europa, dopo aver dovuto abbandonare gli Stati Uniti per via delle persecuzioni maccartiste, nonostante fosse la moglie di una delle più grandi star di Hollywood e nonostante una nomination all'Oscar.
AMORE A PRIMA VISTA - Il marito, il primo, era Gene Kelly, sposato a diciott'anni nonostante lui ne avesse undici più di lei: amore a prima vista dopo un'audizione come ballerina di fila in un locale newyorkese e compagno affettuoso per molti anni, quando lei pensava solo alla famiglia (una figlia, Kerry) e soprattutto all'impegno politico.
Perché la bella e intraprendente Betsy, mentre ballava a New York, frequentava («in compagnia di Gene», tiene a sottolineare) gli ambienti intellettuali della sinistra radicale, finendo per aderire con convinzione alle idee comuniste. Che non rinnegò neppure quando, seguendo il successo del marito, si trasferì a Hollywood: «Cercavo di dedicare il mio tempo a iniziative socialmente utili, in difesa delle minoranze razziali, impegnandomi contro nazismo e fascismo. Insieme ad altri nomi celebri di Hollywood, come Orson Welles per esempio».
Mentre al sabato sera, le porte di casa si aprivano per gli amici più cari (e più «impegnati») come Lena Horn, Edy Lamarr, Richard Conte con la moglie Ruth, John Garfield, Leonard Bernstein. Per un certo periodo Bertold Brecht. Una volta anche un giovanissimo Stanley Kubrick, che portò da mostrare a tutti in anteprima il suo secondo film, Il bacio dell'assassino (ma il primo l'aveva sconfessato e fatto ritirare dalla programmazione).
LE PADELLE DELLA GARBO - Betsy lo ha ricordato a Bologna e lo aveva già scritto in The Memory of All That, uscito due anni fa, un libro di rievocazioni personali in cui i sabato sera in casa Kelly-Blair hanno un posto di rilievo, come quello organizzato per sperimentare delle nuove padelle che cuocevano senza bisogno di condimento: «Doveva essere una serata assolutamente familiare, tra amici, anche perché il cibo non si annunciava particolarmente saporito, quando suonano alla porta. Vado ad aprire e mi trovo davanti Gorge Cukor che si presenta con un'accompagnatrice».
«Era normale da noi - continua il racconto -: gli amici venivano sempre in compagnia. Ma questa volta con Cukor c'era Greta Garbo! Che si sedette in cucina, di fianco al lavello, assistendo disciplinatamente a tutte le dimostrazioni di cottura, che volle assaggiare ogni cosa nonostante il gusto non proprio eccellente di alcuni piatti e che alla fine ordinò per sé un'intera batteria di quelle pentole speciali».
NIENTE OSCAR - Per rompere questa specie di atmosfera incantata ci voleva solo il senatore Joseph McCarthy. E' il 1955, dopo qualche piccola parte al cinema ( La fossa dei serpenti , di Anatole Litvak), Betsy Blair - che fino a questo momento ha sempre vissuto un po' nell'ombra del marito - viene scelta per il suo primo ruolo importante: è la maestra che fa innamorare Ernest Borgnine in Marty - Storia di un timido .
Il film vince quattro Oscar, Betsy si deve accontentare di una nomination, ma si prende la rivincita a Cannes dove conquista la Palma per la miglior attrice. Resa celebre da Marty , Betsy Blair diventa improvvisamente un obiettivo fin toppo facile per la caccia alle streghe.
Nonostante la protezione del marito, che fu sempre tra i più leali e aperti difensori degli artisti di sinistra, a cominciare dai «dieci di Hollywood», le porte degli studios si chiudono. E Betsy decide di andarsene in Europa, raggiungendo a Parigi il gruppo di esuli composto da Jules Dassin, Joseph Losey e John Berry, come lei in fuga da Hollywood e dal maccartismo. Finisce il suo matrimonio con Gene Kelly ma inizia una nuova fase della sua carriera.
E' lì che la chiama Michelangelo Antonioni, che vuole affidarle una parte nel Grido.
Lei accetta, ma dopo due ore di discussione accanita (e si immagina difficile da accettare per il regista, viste le successive dichiarazioni ai Cahiers ) a proposito di una sceneggiatura che l'attrice americana considerava «vaga e sconnessa, perché contraddiceva tutto quello che mi avevano insegnato in America, metodo Stanislavskj compreso». Salvo poi ricredersi durante le riprese.
«NON RINNEGO NULLA» - Un nuovo amore, per il regista inglese Karel Reisz, la riporterà lontano dai set. Ma non le farà dimenticare l'impegno: «Oggi non me la sento più di dichiarami comunista. Ma non rinnego certo le mie idee di sinistra». E nonostante gli anni (a dicembre ne compie 82, portati con l'energia di una ragazzina che non vuole smettere di fumare) è pronta nuovamente a scendere in campo. Contro Bush, naturalmente.
Paolo Mereghetti

i vertici Ds cercano di nuovo un accordo con i capi cattolici...
come fidarsi di lorsignori?!

Corriere della Sera 12.7.05
I VERTICI DELLA QUERCIA - CONFERENZA EPISCOPALE
Tentativo di ricucitura

Massimo Franco

ROMA - Né via Nazionale, sede della direzione dei Ds, né la Cei l’hanno resa di pubblico dominio. Ma la notizia filtra dalle maglie diessine come primo indizio di una ripresa del dialogo: pochi giorni dopo i risultati del referendum del 12 e 13 giugno, Piero Fassino ha incontrato il segretario generale della Conferenza episcopale, monsignor Giuseppe Betori, braccio destro del cardinale Camillo Ruini. Il leader dei Ds voleva spiegare la posizione del suo partito; e far capire che lo scontro sulla fecondazione assistita non voleva essere la prova generale di una sorta di «zapaterismo all'italiana»: non, almeno, da parte del gruppo dirigente diessino, uscito sconfitto col fronte del «sì». Si è trattato di una battaglia politica, combattuta e persa, senza gli intenti anticlericali che qualcuno voleva conferirle; e cercando di evitare paragoni suggestivi quanto scivolosi con il governo socialista spagnolo. Fassino sa bene che alcune leggi approvate di recente a Madrid sono considerate dal Vaticano come atti di aperta ostilità contro i valori cattolici. E che la Spagna di Luis Rodrìguez Zapatero viene guardata come il focolaio di un possibile contagio del «relativismo culturale» in tutta Europa. I vertici del suo partito vogliono invece assicurare che le lacerazioni provocate dal referendum possono essere almeno parzialmente ricucite.
L’incontro con Betori rientra, si spiega, in una strategia di tregua che dovrebbe preparare il dialogo ravvicinato e un chiarimento con lo stesso Ruini. Ma chiedere di vedere il presidente dei vescovi italiani subito, dopo le tensioni referendarie, avrebbe potuto provocare qualche malinteso, e magari anche imbarazzanti temporeggiamenti. Rimane tuttavia l'impressione che, dopo la vittoria del fronte astensionista appoggiato dal Vaticano, si stia riflettendo sui rapporti fra la sinistra e l’universo cattolico. L’opposizione al governo di Silvio Berlusconi comincia a porsi il problema di non «regalare la Chiesa al centrodestra».
Anche per questo, spiegano a via Nazionale, si punta più che in passato sull’incontro di settembre ad Assisi dei cattolici del partito, i «cristiano-sociali». L’idea è quella di usare il riferimento che, non ancora Papa, il cardinale Joseph Ratzinger fece in un discorso al Senato del 13 maggio 2004: quello sul socialismo democratico che in Europa, «in molte cose, era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica». Al convegno dovrebbero partecipare sia Fassino che Romano Prodi: e questa volta non nel ruolo solo istituzionale di presidente della Commissione europea, ma da leader della coalizione di centrosinistra. Sono tutti frammenti di un ripensamento appena agli inizi, ma in atto. Su questo sfondo, non è da escludersi che vengano in qualche modo ridisegnati i rapporti con i radicali, alleati dei Ds nel referendum. Oggi il partito di Marco Pannella e Daniele Capezzone è l’interlocutore del «polo socialista» che potrebbe nascere in vista delle elezioni: un’intesa Radicali-Sdi-Nuovo Psi, benedetta da via Nazionale. Ma uno dei temi dirimenti rimane quello dei finanziamenti alla Cei attraverso l’otto per mille. Esponenti dell’Unione come il senatore Stefano Passigli, e perfino il presidente dei Ds, Massimo D'Alema, nei momenti di maggiore tensione avevano sollevato il problema. Ma D’Alema, adesso, sostiene che occorre «ricostruire un ponte tra laici e cattolici». L’impressione è che si voglia rassicurare la Cei: lo avrebbe fatto anche Fassino nel colloquio con Betori.
Ufficialmente, fra i pochi prodiani a insistere insieme ai radicali sull’otto per mille, rimane il senatore Passigli. La sua proposta di legge punta a ridurre, di fatto, il gettito a favore della Cei. «Ma non ha nessuna possibilità di passare, perché non esiste una maggioranza laica in Parlamento», ammette Passigli. «Non passerebbe neppure se vincessimo le elezioni. Pensiamo a come si è comportata la Margherita...». D'altronde, Fassino ha sempre evitato di esasperare le polemiche: sapeva che il saldo politico poteva essere negativo, per l'opposizione. Il referendum ha diviso il centrosinistra. Prodi ha deciso di andare al voto come i Ds; il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, si è astenuto.
Ma, più in generale, si avverte la fatica della sinistra a dialogare con un universo cattolico riplasmato dal pontificato di Giovanni Paolo II e dall’interventismo ruiniano. Alcuni diessini sostengono che è difficile discutere con una Cei chiusa a riccio, indisponibile a cambiare la legge sulla fecondazione assistita. Altri, però, ritengono che da tempo manchi la bussola culturale per capire i cambiamenti di un episcopato che parla in prima persona, e ricompatta un associazionismo storicamente diviso. Ma soprattutto, si fa notare, la sinistra ha ritenuto che la questione cattolica fosse politicamente chiusa con la fine della Dc: mentre si apriva proprio in quel momento.

neuroscienziati americani ed epigoni
ansia...

Repubblica.it 11 luglio 05 07-11
Studio condotto dai ricercatori americani del Nimh
Sperimentazione su pazienti affetti da sindrome di Williams
"La causa genetica dell'ansia è scritta nel cromosoma sette"
Una ricerca in laboratorio

ROMA - I disturbi d'ansia avrebbero cause genetiche precise. Lo rivela uno studio condotto da un gruppo di ricercatori americani del National Institute of Mental Health Clinical di Bethesda, pubblicato su Nature Neuroscience. La ricerca è stata condotta su pazienti affetti da sindrome di Williams, una patologia congenita non ereditaria che interessa l'area cognitiva, comportamentale e motoria.
I soggetti colpiti da questa sindrome, che colpisce un neonato su 20mila, evidenziano livelli d'ansia superiori alla media. Per questo gli scienziati hanno esaminato 13 persone affette dalla sindrome (scelti tra quelle che non presentavano ritardo mentale, così da escludere effetti dovuti a problemi cognitivi) verificando le reazioni a immagini minacciose o paurose. Oltre ai 13 pazienti con sindrome di Williams, sono stati osservati altrettanti volontari sani, accoppiati in base all'età, al sesso e al quoziente d'intelligenza.
I dati raccolti hanno rivelato che nei pazienti affetti da sindrome, la parte del cervello da cui dipendono le emozioni negative come rabbia o paura, detta amigdala, funziona in modo anomalo: si attiva meno del normale in risposta a volti arrabbiati, mentre si iperattiva di fronte a immagini paurose. Da qui la conclusione degli autori: "Poichè la sindrome è causata dalla mancanza o dalla mutazione di alcuni geni del cromosoma 7, è probabile che alcuni di questi geni siano responsabili della formazione del 'circuito' da cui dipende il controllo dell'ansia".
Secondo i ricercatori, "ulteriori indagini sui geni implicati nella sindrome di Williams permetteranno di comprendere meglio il rapporto tra geni, caratteristiche cerebrali e sviluppo del comportamento sociale umano".

Il Mattino 12.7.05
Le radici dell’ansia nel cervello e nei geni
FEDERICO UNGARO

Le radici dell'ansia si nascondono nel cervello e forse anche nei geni. Le notizie emergono da due studi diversi, pubblicati su due prestigiose riviste scientifiche: Proceedings of the National Academy of Sciences e Nature neuroscience. Coordinati da Mohammed Milad, gli scienziati del primo gruppo appartenenti al Massachusetts General Hospital, pensano di essere riusciti a dare risposta a un interrogativo antico: perché alcune persone dopo delle esperienze traumatiche, dure, si trovano a fare i conti con attacchi di ansia per il resto della loro vita mentre altre persone, con le stesse esperienze, sembrano più forti e dimenticano? L'esempio classico dell'ansia generata da trauma è quello del soldato coraggioso, che al rumore di una marmitta bucata entra in uno stato di stress, pensando di essere finito nuovamente in trincea. Il fenomeno è ben noto agli psichiatri: un suono o un rumore risveglia nella mente il ricordo dell'evento traumatico e scatena una risposta da parte del nostro organismo. Generalmente però con il passare del tempo questi ricordi sbiadiscono e a poco a poco il fatto di risentire il rumore ma di non rivivere direttamente l'esperienza traumatica non scatena più la risposta emotiva esagerata. I ricercatori hanno scoperto che tutto dipende dalla corteccia prefrontale ventromediale, una regione che occupa la superficie inferiore del cervello. Sono le sue dimensioni infatti a regolare il modo con cui una persona reagisce all'evento e se riesce o meno a dimenticare nel tempo l'evento traumatico. Lo studio, condotto su 14 volontari, ha evidenziato che i pazienti con la corteccia prefrontale più spessa riescono a gestire meglio i ricordi stressanti. «La nostra ipotesi - commenta Milad - è che una corteccia più grande sia in grado di proteggere dai disturbi di ansia. Una più piccola al contrario potrebbe essere un fattore di predisposizione». Il secondo studio, invece, si è focalizzato su un'altra regione cerebrale, quella dell'amigdala. Questa struttura, a forma di mandorla, ha un ruolo molto importante nel regolare i comportamenti sociali. Per scoprire i meccanismi legati al suo funzionamento, i ricercatori del National Institute of mental health americano hanno osservato il cervello di due gruppi di volontari. Tredici erano sani; altrettanti invece erano soggetti colpiti da una malattia chiamata sindrome di Williams, di origine genetica, che dipende dalla mancanza di 21 geni sul cromosoma 7. Chi ne è colpito tende a essere particolarmente socievole: in pratica è così fiducioso che non teme mai di entrare in relazione con gli altri, anche quando in realtà avrebbe tutti i motivi per farlo, come di fronte a qualche brutto ceffo. I ricercatori hanno mostrato ai portatori della malattia delle immagini di visi spaventosi, mentre nel frattempo eseguivano una risonanza magnetica cerebrale del loro cervello. E hanno confrontato i risultati con quelli ottenuti sui volontari sani. Si è così visto che l'amigdala si attivava immediatamente nei volontari sani, mentre in quelli con la malattia genetica la risposta era molto più limitata. Al contrario, se la scena era priva di figure umane, ma era altrettanto paurosa (come un incidente aereo), l'amigdala dei malati funzionava a livelli maggiori di quella dei sani. E anche la reazione emotiva era molto più accentuata. Insomma in questi pazienti l'amigdala funziona nel momento sbagliato. Dunque lo stesso potrebbe avvenire nelle persone che soffrono di disturbi d'ansia, mentre il fatto che la sindrome di Williams sia genetica induce a sospettare che anche i geni mettano il loro zampino.

Il Mattino 12.7.05
«Ma biologia e psicologia sono fattori inestricabili»
f. ung.


Terapie a base di farmaci ma anche esposizione graduata a ciò che ci causa l'agitazione. Questi i segreti per battere i disturbi legati all'ansia. Lo spiega Alberto Oliverio, psicobiologo dell'Università La Sapienza di Roma e autore di molti saggi sul cervello umano. Professor Oliverio, i disturbi di ansia sembrano in grande crescita soprattutto nei Paesi occidentali. Come possiamo batterli? «Oggi si tende a usare una duplice strategia che vede il ricorso agli psicofarmaci, ma anche l'esposizione graduale del paziente alla sorgente della sua paura». Cioè? «È molto semplice: se io ho le vertigini, a poco a poco inizio a cercare di vincere la mia paura esponendomi a essa. Ad esempio prima salgo su una sedia, poi mi sporgo dalla finestra al primo piano, poi da un terrazzo, fino a salire in montagna. Generalmente i risultati sono positivi». Come funzionano invece gli psicofarmaci? «I più usati e moderni sono i cosiddetti inibitori della noradrenalina. Il principio del loro funzionamento si basa su quanto scoperto dagli studi recenti e cioè il fatto che particolare aree cerebrali, tra cui l'amigdala, si attivano in modo molto forte quando il soggetto sperimenta un evento traumatico. Il farmaco interviene cercando di riportare il funzionamento su standard più regolari». Esistono controindicazioni al loro uso? «In effetti si discute molto sulla loro utilità anche dal punto di vista etico. L'esempio è quello dei soldati che tornano traumatizzati da una guerra. Quando i ricordi riemergono, è possibile usare questi farmaci per tenerli sotto controllo. Però si finisce con l’inibire le emozioni. E magari, allo stesso soldato durante il conflitto erano stati somministrati altri farmaci che ne stimolavano l’aggressività». Come la grappa distribuita ai soldati prima degli attacchi durante la prima guerra mondiale? «Anche, ma penso soprattutto alle anfetamine, diventate di uso comune dall'ultima guerra in poi. In questo caso il problema etico di che cosa sto facendo alle emozioni del mio paziente non è secondario». E la soluzione a questo problema? «Se ne discute ancora. In America è prassi comune usare questi farmaci sulle vittime di traumi come le violenze sessuali per tenerle più calme quando vengono ricoverate in pronto soccorso». Le ultime ricerche puntano su geni e cervello. L'ansia ha dunque radici biologiche più che psicologiche? «Non possiamo dirlo con certezza. O meglio si tratta di un circolo. In realtà i due fattori sono inestricabili».

Bertinotti e Ingrao

Corriere della Sera 12.7.05
L’INTERVISTA
Sì a politiche repressive ma nello stato di diritto
Bertinotti: sfruttiamo l’esperienza con le Br. Incrementare l’attività degli 007, si è dimostrata efficace. No alla superprocura
di DARIA GORODISKY
«La guerra non genera meccanicamente il terrorismo, questo è un soggetto politico autonomo che nasce per scelta strategica» dice al Corriere Fausto Bertinotti. E per combatterlo? «Si possono usare anche politiche repressive, un po’ di legislazione di emergenza: purché ciò avvenga sostanzialmente nello stato di diritto».
ROMA - Fausto Bertinotti, che effetto fa a Rifondazione comunista sentir parlare di leggi speciali, leggi di emergenza...?
«È sconsolante. È sbagliata la filosofia generale su cui poggia l’idea di vararle e sono fuorvianti i singoli punti. Di fronte alla spirale guerra-terrorismo e all’esposizione del mondo al rischio di aggressione e morte, la risposta "leggi di emergenza" è inefficace e giuridicamente regressiva».
L’alternativa?
«Cert amente, non si possono ridurre le libertà dello stato di diritto. Né si può ricorrere a strumenti che istighino la popolazione a cercare nel vicino di casa la propaggine ultima del terrorismo, e che sollecitino la logica del sospetto. Piuttosto, bisogna combattere insieme guerra e terrorismo».
Intende dire che la guerra, nella fattispecie quella in Iraq, è la causa di attentati come quelli di Madrid o Londra?
«No, la guerra non genera meccanicamente il terrorismo. Il terrorismo è un soggetto politico autonomo che nasce per scelta strategica. Non esiste una causa che lo genera. Però, ci sono concause che lo alimentano: povertà, ingiustizia, oppressione, guerra... in particolare, quella immotivata, violenta e imperiale condotta appunto contro l’Iraq».
Per combattere miseria e ingiustizie ci vuole tempo, ma nel cuore delle città europee le bombe esplodono adesso. Che fare?
«Bisogna evitare di fare tutto ciò che può alimentare il terrorismo. Non possiamo offrirgli acqua in cui navigare: perciò, niente guerra e nessun nuovo torto verso le popolazioni islamiche».
Crede che basterebbe?
«Il terrorismo va sconfitto politicamente. Io ho vissuto l’esperienza italiana, certo diversissima, delle Br. Credo che, come allora, si debba capire bene la natura del fenomeno e isolarlo. Mettiamo a frutto quello che abbiamo imparato, pensiamo a una lotta di massa, a ridurre il brodo di coltura del terrorismo. Si possono usare anche politiche repressive, anche un po’ di legislazione di emergenza: purché ciò avvenga sostanzialmente nello stato di diritto».
Scusi, ma che cosa significa «un po’» di legislazione di emergenza? Per esempio, su potenziamento dell’intelligence e rafforzamento dei controlli di telefoni, mail, ecc.: è d’accordo?
«L’intelligence italiana ha dimostrato una certa efficacia. Se il governo - sempre nei limiti dello stato di diritto - vuole incrementare questa attività, lo faccia... e non ci rompa».
E le misure premiali come quelle applicate ai pentiti?
«Non mi convincono: davvero una persona così interna alla spirale di violenza da essere pronto al suicidio sarebbe disponibile a scambi di quel tipo?»
Il blocco dei canali finanziari che nutrono i gruppi terroristi?
«Esiste già questa possibilità, se è provato il legame».
Espulsioni più facili?
«No».
Allora una superprocura?
«Già visto. E poi è davvero contraddittorio proporre un organismo del genere ma, contemporaneamente, volere una norma che blocchi la legittima carriera di un magistrato come Caselli».
I suoi alleati Ds e Margherita hanno offerto al governo collaborazione nella lotta al terrorismo. E Rifondazione?
«Collaborare contro il terrorismo? Tutti dobbiamo farlo. Ma lo ripeto ancora una volta: combattiamo anche la guerra e rispettiamo lo stato di diritto. Anche Stefano Rodotà, che interpreta voci sicuramente non radicali, lo ha scritto».

l'Unità 12 Luglio 2005
INGRAO
La candidatura di Bertinotti farà identificare il popolo della sinistra


Pietro Ingrao e Haidi Giuliani: «Appoggeremo la candidatura di Fausto Bertinotti alle Primarie dell'Unione, che si terranno in ottobre.
Il senso di questa candidatura è innanzi tutto la sua capacità di parlare nell'Unione la lingua della sinistra, rafforzandone le ragioni, l'efficacia, la forza programmatica
La candidatura di Bertinotti può aiutare a identificare quel grande soggetto che abbiamo chiamato popolo di sinistra»


l'Unità 12 Luglio 2005
IL LIBRO
Dal libriccino
«Una lettera di Pietro Ingrao»
curato da Goffredo Bettini (Cadmo edizioni) - nato da una lettera di Igrao scritta nel 1992 a Bettini dopo aver letto un suo articolo che lo riguardava - pubblichiamo un brano.


È vero: ci sono due facce contraddittorie (ma è giusto chiamarle così?) della mia vita. Evidentemente io devo avere una «passione» per la politica che è tenace; altrimenti non si spiega come essa passione duri così a lungo, e ancora adesso - in un’età così avanzata - fatichi a spegnersi.
Posso dire di più: ogni tanto mi accorgo che (diversamente, assai diversamente da quello che qualcuno dice di me) a me interessa, nella politica, anche l’aspetto «tattico» (mi capisci: non nel senso di furbesco...). Me ne accorgo; e ripeto a me stesso che questo - nelle mie condizioni - è esorbitante, e può essere anche un «vizio»; ma poi vedo che mi interessano anche i passaggi «quotidiani»; quante volte sono tentato di impicciarmici!
Perché non staccarsene? Tu spieghi ciò con una motivazione morale. Io ho sempre molte esitazioni ad adoperare questo termine: perché io non sono in consonanza con un certo «eticismo»: il «dover essere» mi sembra che contenga una astrazione; e io credo molto in una corporeità della vita; credo nelle passioni vitali che ci scuotono e ci segnano. (...)
Ti dirò un episodio che rischia di risultare stupidamente lacrimoso. L’altra sera ho visto a Mixer alcuni filmati sui bambini irakeni colpiti durante e dopo la guerra dalle malattie e dalla penuria. Mi sono sembrati dei fatti letteralmente insopportabili. E mi sono rimproverato la mia inettitudine o defezione dinanzi a quella insopportabilità. Scusa queste parole: ho avvertito una nausea psichica. E mi sono vergognato, perché io non ho fatto e non facevo e non avrei fatto nulla di fronte a ciò che diceva, rappresentava (significava) quella realtà. Questo episodio può dire la ragione per cui io rimango incollato alla politica, persino sotto l’aspetto tattico.
Pietro Ingrao


uno stralcio piò ampio:
Repubblica 12.7.05

Una lettera inedita sul senso profondo della militanza

La politica che passione
PIETRO INGRAO

La lettera che qui in parte pubblichiamo è tratta dal volumetto Una lettera di , curato da Goffredo Bettini, destinatario della missiva. Il volume, edito da Cadmo, sarà presentato oggi pomeriggio a Roma (alle ore 19,30, alla Festa dell'Unità in viale Ostiense) da Veltroni, Bertinotti e Bettini.
Caro Goffredo, è vero: ci sono due facce contraddittorie (ma è giusto chiamarle così?) della mia vita. Evidentemente io devo avere una «passione» per la politica che è tenace; altrimenti non si spiega come essa passione duri così a lungo, e ancora adesso - in un´età così avanzata - fatichi a spegnersi.
Posso dire di più: ogni tanto mi accorgo che (diversamente, assai diversamente da quello che qualcuno dice di me) a me interessa, nella politica, anche l'aspetto «tattico» (mi capisci: non nel senso di furbesco...). Me ne accorgo; e ripeto a me stesso che questo - nelle mie condizioni - è esorbitante, e può essere anche un «vizio»; ma poi vedo che mi interessano anche i passaggi «quotidiani»; quante volte sono tentato di impicciarmici!
Perché non staccarsene? Tu spieghi ciò con una motivazione morale. Io ho sempre molte esitazioni ad adoperare questo termine: perché io non sono in consonanza con un certo «eticismo»: il «dover essere» mi sembra che contenga un'astrazione; e io credo molto in una corporeità della vita; credo nelle passioni vitali che ci scuotono e ci segnano.
È vero. Io ho raccontato nel mio ultimo libro che fui trascinato a pedate nella politica dalla resistenza a Hitler. Ho ricordato una cosa che tuttora è in me nitidissima: quando di fronte al rischio che Hitler vincesse (i momenti terribili che la vostra generazione non ha vissuto), ho detto - nella mia mente - : non ci sto.
Anche in quel caso, però, continuo ancora oggi a pensare che fosse qualcosa di altro, o di non riducibile a un dovere etico. Era una resistenza del mio essere, una difficoltà della mia vita ad adattarsi a quell´esito (cioè a una vittoria del nazismo sul mondo).
Tu dici: il punto essenziale è per me dove «si difendono meglio gli umili e gli oppressi». E questo coglie, con parole semplici, un sentimento che è tenace dentro di me. Io sento penosamente la sofferenza altrui: dei più deboli, o più esattamente dei più offesi. Ma la sento perché pesa a me: per così dire, mi dà fastidio, mi fa star male. Quindi, in un certo senso, non è un agire per gli altri: è un agire per me. Perché alcune sofferenze degli altri mi sono insopportabili.
Ti dirò un episodio che rischia di risultare stupidamente lacrimoso. L'altra sera (ndr, la lettera risale al gennaio del 1992), ho visto a Mixer alcuni filmati sui bambini iracheni colpiti durante e dopo la guerra dalle malattie e dalla penuria. Mi sono sembrati dei fatti letteralmente insopportabili. E mi sono rimproverato la mia inettitudine o defezione dinanzi a quella insopportabilità. Scusa queste parole: ho avvertito una nausea psichica. E mi sono vergognato, perché io non ho fatto e non facevo nulla di fronte a ciò che rappresentava quella realtà. Non sono sicuro che ciò si possa rappresentare come una motivazione morale. C'entrano gli «altri», in quanto la loro condizione mi «turba», e senza gli «altri» non esisto (nemmeno sarei nato).


Liberazione 12.7.05
Pietro Ingrao e Haidi Giuliani: sosteniamo
la candidatura di Bertinotti alle primarie


Battere Berlusconi. Sconfiggere le politiche del centrodestra che in questi quattro anni hanno devastato il Paese. Avviare un'alternativa di governo che sia anche vero rinnovamento della politica, della cultura, della democrazia italiana. Sono queste oggi le priorità nelle quali ci riconosciamo, pur nella diversità delle nostre storie, opinioni, collocazioni. Per questo, alle elezioni del 2006 ci impegneremo per la vittoria dell'Unione: un'alleanza inedita nella storia d'Italia, che potrà davvero vincere se saprà coniugare l'unità delle forze diverse che la compongono con l'apertura di una grande stagione di partecipazione democratica.

Sono queste le stesse ragioni che ci spingono oggi ad appoggiare, e a sostenere attivamente, la candidatura di Fausto Bertinotti alle Primarie dell'Unione, (che si terranno l'8 e il 9 di ottobre).

Per noi, il senso di questa candidatura è innanzi tutto la sua capacità di parlare nell'Unione la "lingua della sinistra", rafforzandone le ragioni, l'efficacia, la forza programmatica. Essa va ben oltre, di fatto, gli orizzonti di un singolo partito: nasce dalla persuasione che la sinistra non può essere a priori rassegnata a svolgere un ruolo subalterno, o di complemento. Al contrario: sia nella scelta di chi guiderà l'alleanza, sia nella definizione dei suoi contenuti, le idee, i valori, le persone della sinistra debbono poter pesare al massimo delle loro capacità. La sinistra, insomma, non è una realtà minore, è anzi la forza determinante per il cambiamento e l'uscita dalla crisi economica e sociale del paese. Perciò, nel suo concreto riferimento alternativo, europeo, popolare, la candidatura di Bertinotti può aiutare a identificare quel grande soggetto che abbiamo chiamato "popolo di sinistra": tutti coloro che in questi anni hanno detto no alla guerra, al neoliberismo e all'egemonia del pensiero unico, alla invereconda crescita delle diseguaglianze sociali e della stessa distribuzione della ricchezza, alla mercificazione galoppante dei saperi e della cultura, al preoccupante rilancio dell'oscurantismo, alla sciagurata teoria dello scontro delle civiltà. Tutti coloro che hanno dato vita ai vecchi e ai nuovi movimenti e che hanno domandato alla sinistra di essere finalmente se stessa.

«i greci avevano già inventato tutto»

La Stampa 12 Luglio 2005
Dall’automa alla pila: i greci avevano già inventato tutto
A NAPOLI UNA MOSTRA SUL GENIO DEGLI ANTICHI
Lea Mattarella

NAPOLI Il «Meccanismo di Anticitera» è stato ritrovato nel 1900 a Nord di Creta, nelle acque dell'isola da cui prende il nome, fra i resti di una nave naufragata. Risale probabilmente al I secolo a. C., è di fattura greca e serviva a studiare il movimento dei pianeti: se muovi una leva in senso orario l'intero cosmo si aziona. È stato ricostruito, perfettamente funzionante, in occasione della mostra «Eureka. Il genio degli antichi», curata da Eugenio Lo Sardo, aperta fino al 9 gennaio al Museo Archeologico di Napoli.
È uno dei tanti oggetti che conducono alla scoperta di un aspetto inusuale del mondo classico: non solo fascinazioni estetiche e letterarie, ma anche scoperte tecniche e scientifiche, vita materiale, pensiero astratto, matematico. Euclide, Archimede, Ctesibio, Erone sono alcuni dei protagonisti di questo suggestivo viaggio alla ricerca delle grandi invenzioni dell'antichità. Si scopre così che i greci conoscevano le proprietà del vapore. Lo prova la piccola «Eolipila» che si aziona grazie all'acqua vaporizzata dal calore del fuoco. A cosa servisse questo oggetto che ruotava, questa minima turbina a vapore, non si sa. Forse soltanto a divertire, stupire, incantare. Ma forse ha una funzione meno ludica. Certo è che, oltre al senso delle proporzioni su cui si fonda la storia dell'arte occidentale, oltre a miti e leggende - da Edipo a Crono - che hanno forgiato e magari anche contribuito a curare la nostra psiche, dal mondo classico ci arriva anche questo: un congegno meccanico che anticipa la rivoluzione industriale. Non c'è male.
Gli antichi, esattamente come nei film di fantascienza, sognano di riprodurre degli automi che possano servire alle esigenze dell'uomo. Lo stesso Aristotele afferma che se vi fossero strumenti capaci di assolvere alla loro funzione «come si dice delle statue di Dedalo o dei tripodi di Efesto... i capi artigiani non avrebbero bisogno di operai, né i padroni di servi».
Efesto è, nel mondo di Omero, il dio dell'Olimpo che crea gioielli, armi, strani congegni, ma anche macchine in tutto simili all'uomo. Uno dei primi automi che ci vengono tramandati attraverso la letteratura è Talos, il gigante che difendeva Creta dagli Argonauti. La mostra propone, nella sezione dedicata alle «Macchine del mito», alcuni vasi che raffigurano le sue gesta e la sua strana morte, quella perdita di liquido dal tallone che ricorda tanto la fusione a cera persa. E poi naturalmente c'è Icaro, con il suo volo tragicamente interrotto, come ci giunge attraverso affreschi e cammei.
Tra gli ambienti più affascinanti dell'esposizione c'è quello dedicato alla pneumatica, la scienza che studia il comportamento di fluidi, aria e liquidi. Ecco diversi animali di bronzo che ornavano le fontane, la cui funzione è chiarita dai fori per l'uscita dell'acqua. Anche qui c'è una ricostruzione: un gioco d'acqua descritto da Erone Alessandrino. C'è una civetta che gira e un albero con alcuni uccellini. Quando la civetta si volta, gli uccellini cominciano a cinguettare. Se quella li guarda stanno zitti. Ed è la pressione dell'acqua a creare il suono. Lo stesso sistema dà vita alla musica che produce l'organo idraulico, inventato nel 275 a. C. da Ctesibio. Un reperto di questo antico strumento è stato ritrovato di recente in Grecia, nella città di Dion. Qui ce n'è un esemplare ricostruito, nella sala dedicata agli strumenti, tra corni e siringhe.
Dalla musica al teatro il passo è breve. Anche in questo campo sono molte le invenzioni meccaniche. Un teatro dedicato a Dioniso grazie a uno speciale congegno di ruote, corde, carrucole, contrappesi, permetteva alle Baccanti di danzare in una sorta di girotondo intorno al dio. Le conoscenze astronomiche dell'antica Grecia, poi, sono davvero stupefacenti. Uno dei capolavori che si incontra in mostra e che appartiene alle collezioni del Museo è l'«Atlante Farnese». Regge sulle spalle la sfera celeste. «Le costellazioni - spiega Lo Sardo, sono posizionate in maniera molto precisa. Solo che l'opera ci mostra il mondo dal di fuori, come se il nostro fosse lo sguardo di un dio. Non vediamo, come sarebbe giusto, l'interno della sfera». E, tra congegni che scandiscono il tempo, altri che misurano il terreno, piante, animali e medicinali dell'antichità, riproduzioni del Faro di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo che illuminava la notte dei naviganti, c'è anche il pezzo forte della glittica alessandrina: la «Tazza Farnese». Un cammeo in agata sardonica, forse appartenuto a Cleopatra, poi a Federico II e a Lorenzo il Magnifico e infine arrivato a Napoli con Carlo di Borbone. Ci riporta dentro confini squisitamente artistici. E il cerchio si chiude.

il manifesto forse aveva uno spazio vuoto...
un'intervento chiarificatore...

(ovvero i nomi e le cose)

il manifesto 12.7.05

Carta bianca
Non solo linguistica (sic!)

Nell'articolo di Rossana Rossanda (manifesto, 5 luglio), c'è un errore d'ortografia:«dio» è scritto con l'iniziale minuscola. Chiaramente si tratta di una forma di provocazione della giornalista, forse non credente, con la quale si ribadisce l'estromissione di Dio da qualsiasi faccenda dello Stato, in nome della sua laicità; ma è noto dalla grammatica che Dio (nome spesso usato e abusato da politici e non), si scrive con la maiuscola, e non è un nome astratto ma concreto.
(...)
Giuliano

inglesi... e altri
libri ed emozioni

La Stampa 12 Luglio 2005
Psicologia? No, grazie
Un saggio inglese contesta la dittatura delle emozioni nella nostra società
I PERICOLI DI UN USO SCONSIDERATO
Elena Loewenthal

C’era una volta il bambino scalmanato: quello che ispirava un miscuglio di rabbia e compiacenza. Ora non esiste più, estinto dalla vita e dal vocabolario. Al suo posto è sorto il bambino «iperattivo» oppure affetto da una sindrome: carenza di attenzione. Insieme al bambino scalmanato ne sono spariti tanti altri, esuli in chissà quale isola che non c'è: uno per tutti, a titolo d'esempio, quello incline alla malinconia. In compenso, pullulano i bambini depressi e tanti altri sono capaci, già a cinque o sei anni, di dire di sé che sono «stressati». Queste mutazioni non sono né genetiche né lessicali: rientrano invece, secondo Frank Furedi, professore di sociologia all'università del Kent in Inghilterra, nel contesto di quello che lui chiama Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana, ed è anche il titolo del suo libro (pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Lucia Cornalba, pp. 294, 25 euro). Questo conformismo ha prodotto, secondo Furedi, la morte del difetto, sostituito dal «disturbo». E come in una proiezione speculare dagli interessanti risvolti semantici, invece del binomio colpa-responsabilità ecco affermarsi l'universo delle «carenze».
Furedi parte da un'analisi di alcuni fenomeni collettivi per riscontrare una presenza capillare, quasi endemica, della terapia di supporto psicologico. Nel mondo del lavoro, in quello della scuola, nell'attualità più cocente, si è ormai creato uno stato di necessità permanente, in fatto di sedute per medicare i sentimenti. Negli ultimi anni una buona strategia di marketing terapeutico avrebbe creato una massiccia domanda di servizi terapeutici, tale da rendere inevitabili il ricorso a questo supporto e la totale fiducia nella sua efficacia. A dire il vero Furedi se la prende più con le istituzioni e l'opinione pubblica che con gli esperti, cioè i terapeuti. Ma questo libro lascia scossi.
Perché in fondo mette in discussione ciò che è il vero, unico tabù del nostro mondo: l'inviolabilità dei sentimenti. Mentre Martha Nussbaum ci racconta che le emozioni non sono un residuo della conoscenza bensì la sostanza vera dell'umano pensare (L'intelligenza delle emozioni, pubblicato in italiano da Il Mulino), Furedi dichiara con buona dose di scorrettezza politica di non voler sottostare alla dittatura delle emozioni che, oggi come oggi, esigono secondo lui un'attenzione costante, prioritaria e infarcita di luoghi comuni. Il caso del lutto è esemplare: per Nussbaum la summa della sua riflessione intorno alle emozioni parte proprio dall'esperienza della perdita della madre. L'elaborazione del lutto è maieutica, è il battistrada verso la conoscenza. Per Furedi il lutto è il caso più tipico di un'evoluzione che non gli piace troppo. Venuti meno i canoni della religione e abolito - se non formalmente certo nella percezione della sua rilevanza - il rituale di lutto, quest'ultimo è divenuto un procedimento mentale, più cervellotico che sofferto. Invece del dolore, una introspezione tanto macchinosa quanto stereotipata. Si è persa, qui come in tanti altri casi, la spontaneità del sentimento, che la terapia vuole invece inquadrato entro i propri canoni: il sociologo constata l'affermazione di un vero e proprio determinismo delle emozioni, incapace di ammettere pulsioni e comportamenti «alternativi» a quelli catalogati.
In questo senso, tale «nuovo conformismo» ha ben presto creato una serie di stereotipi e alcuni guai cui va rimediato prima che sia troppo tardi. Innazitutto, il codice terapeutico stabilisce una scala di valori nelle emozioni: ci sono quelle «buone» e quelle «cattive». «Gli uomini che si comportano da donne vengono nettamente preferiti alle donne che si comportano da uomini. Nella gerarchia emotivamente corretta del comportamento virtuoso, al primo posto vengono le donne femminili. Al secondo posto, prima delle donne mascoline, vengono gli uomini femminili. E naturalmente l'uomo mascolino, il “macho”, si colloca al gradino più basso». Eppure oltreoceano sembra già avviato un processo di riabilitazione del maschiaccio. Una risposta serenamente polemica a Furedi si trova implicita nel nuovo libro - denso di sfumature - di Marina Valcarenghi, L'insicurezza. La paura di vivere nel nostro tempo (Bruno Mondadori).
L'enfasi sulle emozioni, così coccolate sul lettino, determina ancora per Furedi un involontario isolamento dell'io, la tendenza all'individualizzazione. Zeno e la sua ultima sigaretta la dicono lunga in proposito: la psiche è un essere esigente, piuttosto geloso, incline al solipsismo.
Il conservatorismo indotto da troppa psicologia, conclude Furedi, provoca un processo che potrebbe risultare, alla lunga, pericoloso. Perché a forza di catalogare le emozioni si finisce per proietttare «un'immagine di un sé passivo che non corre rischi, ma piuttosto è a rischio. In questo scenario il ruolo dell'individuo come soggetto di sperimentazione e di trasformazione è semplicemente estinto.» Si può essere e non essere d'accordo, ma non ci si può esimere dal riflettere intorno all'implicito imperativo con cui il saggio si conclude e che si riassume più o meno così: «Provare, per non credere».