venerdì 5 dicembre 2003

"La danza del drago giallo"
di Domenico Fargnoli, a Siena

(informazione ricevuta da Mentore Riccio)


Venerdì 5 Dicembre
alle 21:30
verrà presentato all’Accademia dei Rozzi (Sala degli specchi)
il libro “La danza del drago giallo”
che Domenico Fargnoli ha realizzato in collaborazione con la Liit (Lega italiana di Improvvisazione teatrale) e l’Associazione culturale “Senza Ragione” che si occupa di promuovere iniziative relative al rapporto fra Psichiatra ed Arte.
La presentazione del libro sarà preceduta dalla proiezione di un video di 75 minuti dall’omonimo titolo la cui sceneggiatura è contenuta nel libro stesso.


Il video ed il libro propongono attraverso l’espressione plastico figurativa ed uno uso particolare del linguaggio la narrazione dei momenti più significativi a partire dai quali Domenico Fargnoli è giunto ad una originale “poetica”, ad una concezione del fare artistico che è scaturita non solo da una rilettura attenta della storia del rapporto fra Psichiatria ed Arte, ma anche dall’interazione con un gruppo di artisti, attori e psichiatri che hanno dato vita ad un percorso di ricerca assolutamente nuovo.
La rilettura e la critica di alcuni testi classici della letteratura psichiatrica e psicoanalitica accompagnata da l’acquisizione di nuove conoscenze scaturite in ambito clinico, nell’attività concreta della cura della malattia mentale, ha fatto emergere non solo un’identità psichiatrica che ha caratteristiche mai prima conosciute ma anche una prassi artistica che si articola in forme di interattività e collaborazione prima impossibili.
Psichiatriaed arte si sono trovate così a dialogare sul terreno concreto di quell’emergenza di una realtà non consapevole che è patrimonio specifico ed inalienabile di ogni essere umano. Emergenza di una realtà non consapevole che conferisce all’attività artistica, al “fare senza sapere” il suo carattere di estemporaneità e di apparente improvvisazione.
Emergenza che costringe invece nello stesso tempo lo psichiatra a raggiungere una conoscenza certa della fisiopatologia della mente attraverso un linguaggio “scientifico” che non perda mai il rapporto con l’immagine interiore e la fantasia.


info: www.senzaragione.it
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fra psichiatria e arte

La Repubblica, cronaca di Firenze, Pagina XIII
SIENA
Fra psichiatria e arte il metodo di Fargnoli


All'Accademia dei Rozzi di Siena (via di Città 36 ore 21.30, ingresso libero, info 0577271466 o 0577271466, www.senzaragione.it) sarà presentato il libro di Domenico Fargnoli "La danza del drago giallo" (Titivillus Edizioni). Seguirà un video che ha lo stesso titolo. Intervengono Andrea Mancini e la pittrice Franca Marini. L'iniziativa fa parte del progetto di Fargnoli «Psichiatria ed arte». Domenico Fargnoli ha riunito intorno a sé un gruppo di collaboratori che provengono da esperienze formative quanto mai diverse. Sono attori, scultori, pittori, architetti, psichiatri, informatici, giornalisti. Il fine del suo lavoro è affrontare in maniera innovativa la relazione che esiste fra intuizione artista e cura, creando interazioni fino a ieri impensabili. La presentazione odierna è un'occasione per approfondire i contenuti di questa originale proposta terapeutica e culturale.

Richard Feynman

(segnalato da Sergio Grom)

La Repubblica 5.12.03
FEYNMAN GENIO E BUFFONE
come i suoi colleghi ricordano un fisico eccentrico

Aveva vinto il Nobel nel 1965 ed era una delle menti più brillanti del secolo: scoprì che per le particelle di materia il tempo è reversibile dal futuro al passato
John Archibald Wheeler che fu relatore della tesi di Feynman ricorda di averne poi parlato a lungo con Albert Einstein

di PIERGIORGIO ODIFREDDI


Il 28 gennaio 1986 la navetta spaziale Challenger esplose in diretta televisiva, e la Nasa istituì una commissione d'inchiesta. Quattro mesi dopo un fisico, membro della commissione, mostrò in diretta televisiva le cause del disastro, immergendo semplicemente in un bicchiere di acqua ghiacciata una delle guarnizioni di gomma della navetta, e mostrandone gli effetti: uno smacco per la Nasa, che aveva cercato inutilmente di metterlo a tacere, ma un successo strepitoso per lui, che divenne noto al grande pubblico nel giro di dieci minuti.
Quel fisico, che i colleghi conoscevano benissimo da più di quarant'anni, si chiamava Richard Feynman, aveva vinto il premio Nobel nel 1965, ed era una delle menti più brillanti del secolo. Alla sua vita e alla sua carriera è dedicato il recente quaderno della rivista "Le scienze" curato da Elena e Leonardo Castellani e intitolato "Feynman. La vita di un fisico irriverente". L'aggettivo del sottotitolo è in realtà un «understatement», perché chi lo conobbe bene diceva più esplicitamente che Feynman era «un mezzo genio e un mezzo buffone»: due qualità complementari, in fondo, perché con la prima si trova la verità, e con la seconda il coraggio di dirla.
I modi di Feynman erano certamente inusuali. Appena arrivato a Princeton nel 1939 come studente, fu invitato dal rettore del suo collegio a prendere il tè, e quando la moglie del professore gli chiese se lo voleva con il limone o il latte, la matricola rispose: «Entrambi». La signora commentò perplessa: «Sicuramente sta scherzando, signor Feynman!», e anni dopo l'espressione divenne il titolo del primo volume dell'inusuale autobiografia del grande fisico (Zanichelli, 1988).
Il secondo volume si intitolò invece "Che t'importa di ciò che dice la gente?" (Zanichelli, 1989), che era uno degli insegnamenti che il padre gli aveva dato, insieme al fatto che le persone vanno giudicate non per il ruolo che ricoprono, ma per le cose che fanno: «Perché tutti si inchinano di fronte al Papa? Solo per via del suo nome e della sua posizione, per via della sua uniforme». E per tutta la vita Feynman non si inchinò di fronte a nessuno, e combatté la sua battaglia contro gli stupidi e le stupidaggini: a partire dalle pseudoscienze come la psicanalisi, che lui considerava una forma moderna di stregoneria (o, come diceva invece Vladimir Nabokov, di voodoo).
La prima scoperta importante che Feynman fece, nel 1941 e ancora dottorando, fu che solo a livello macroscopico il tempo va sempre dal passato al futuro. A livello microscopico, invece, le particelle di materia possono invertire il cammino e tornare dal futuro al passato, diventando antiparticelle di antimateria. In tal modo le particelle che coincidono con le proprie antiparticelle, come ad esempio i fotoni di cui è composta la luce, devono essere ferme nel tempo. E la distruzione prodotta dall´incontro tra una particella e una sua antiparticella non è che l'apparenza sotto la quale ci si presenta la sostanza, cioè il cambio di direzione di una particella nel suo viaggio temporale.
Abbiamo chiesto a John Archibald Wheeler, l'ormai novantaduenne fisico che di Feynman fu il relatore di tesi, come ricordasse quella scoperta, e lui ci ha risposto: «Feynman stava studiando con me un problema relativo ai positroni, che sono elettroni positivi di antimateria. Una sera gli ho telefonato, e gli ho detto: Sai, Richard, il positrone si potrebbe considerare come un normale elettrone che va a ritroso nel tempo, dal futuro al passato. Lui ha poi sviluppato quella che era solo una mia idea estemporanea nei suoi famosi diagrammi di Feynman». E i fisici dell'epoca, che cosa dissero di questa interpretazione? «Un giorno sono andato da Einstein per parlargliene», ricorda Wheeler. «Mi ha ascoltato pazientemente per una ventina di minuti, e poi mi ha detto una cosa che da allora viene citata spessissimo: Non riesco ancora a credere che Dio giochi a dadi. E ha aggiunto: Ma forse mi sono guadagnato il diritto di commettere degli errori».
I diagrammi ai quali Wheeler allude sono oggi noti a tutti gli studenti di fisica, e costituiscono il più duraturo lascito di Feynman alla scienza: la sua formulazione della cosiddetta elettrodinamica quantistica, abbreviata nell'acronimo Q.E.D. che i matematici solevano porre alla fine delle dimostrazioni (a significare «quod erat demonstrandum», «come volevasi dimostrare»), e che Feynman usò invece come titolo di uno dei suoi più famosi libri divulgativi (Adelphi, 1989). La sua formulazione della teoria risultò essere equivalente a quella, molto più complicata, sviluppata indipendentemente da Julian Schwinger e Sin-Itiro Tomonaga, che condivisero con lui il premio Nobel per la scoperta.
L'equivalenza delle due formulazioni fu dimostrata nel 1948 da Freeman Dyson, all'epoca collega di Feynman a Cornell, al quale abbiamo chiesto di ricordare l'episodio. Ma, a riprova della soggezione che anche un personaggio solitamente caustico e terribile come lui prova di fronte alla memoria di Feynman, Dyson si è schermito: «Oh, io non introdussi niente di nuovo. Si trattò semplicemente di un lavoro di ripulitura matematica». Ma non tutti ne erano convinti, agli inizi! Ad esempio, quale fu la reazione di Oppenheimer? «Lui pensava che quello che stavo facendo fosse inutile», continua Dyson. «Ma lo pensava anche del lavoro di tutti gli altri. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale la generazione anziana di Bohr e Heisenberg credeva che ci sarebbe stata un'altra grande rivoluzione nella fisica, paragonabile a quella quantistica. Ed era insofferente a questi piccoli miglioramenti: si attendeva qualcosa di molto più radicale. Per questo Oppenheimer non voleva neppure ascoltare ciò che facevamo noi». E alla fine si convinse? «Sì, ma ci volle una dura battaglia di sei settimane!»
Oggi, vinta da tempo la battaglia, l'elettrodinamica quantistica è considerata uno dei grandi successi della fisica del Novecento. Feynman non ottenne più risultati così profondi, ma continuò ad aprire strade che furono battute solo dopo decenni: dalla nanotecnologia alla computazione quantistica. Gli embrioni di queste idee risalgono al 1959, anno in cui il fisico decise di spendere il suo sabbatico con i biologi del Caltech, che era ormai divenuta la sua università, per trarre nuove ispirazioni da un campo apparentemente lontano dal suo.
Tra quei biologi c'era Renato Dulbecco, al quale abbiamo chiesto di ricordare quei tempi. «Ho addirittura seguito un suo corso di fisica, sulla meccanica quantistica», racconta. «Feynman insegnava molto bene, era molto chiaro: anche uno come me, che non aveva mantenuto la connessione con la fisica, poteva seguirlo. Come persona era strana, con le sue manie dei bongos: gli interessavano specialmente i ritmi anormali, tipo 5/6 o 6/7. E io riuscivo a farli con lui». Come sarebbe? Anche Dulbecco suonava i bongos? «No, no», dice ridendo. «Però potevo bilanciare il ritmo, per cui andavamo d'accordo. Cercammo di fare un lavoro insieme, ed è un peccato che non ci siamo riusciti. Tutto era chiaro, l'idea era perfetta, mancava solo un piccolo dettaglio tecnico. Non funzionò, ma invece di andare a vedere come mai io lasciai perdere, perché avevo altre cose da fare. In fondo per me è andata meglio così, perché altrimenti mi sarei orientato in un'altra direzione».
Le lezioni alle quali Dulbecco allude sono quelle che Feynman tenne per il primo biennio di fisica, dal settembre 1961 al maggio del 1963, dando libero sfogo al suo genio e alla sua buffoneria. Registrate e trascritte in "La fisica di Feynman" (Zanichelli, 2001), esse costituiscono un monumento alla sua intelligenza e al suo senso dello humour, anche se lui non ne fu soddisfatto: alla fine del corso, infatti, in aula c'erano più professori e dottorandi che studenti, per i quali le lezioni erano probabilmente «perle ai porci». Feynman la disse più elegantemente di Gesù, citando un motto di Gibbon: «L'insegnamento è sempre inutile, eccetto nei casi in cui è superfluo». Gadda avrebbe commentato che «non tutti sono condannati a essere intelligenti», ma la sostanza è una sola: che i mezzi buffoni hanno vita dura, perché la gente preferisce di gran lunga seguire quelli interi, in uniforme o in borghese.

giovedì 4 dicembre 2003

la NUOVA versione completa
della registrazione dell'Incontro sull'Islam

la NUOVA versione completa della registrazione audio video della serata in libreria sul tema “Nè diavolo, nè madonna: solo donna. Spunti per una ricerca sull'immagine femminile nell'Islam” con Ziba Mariam Moinzadeh e Danilo Renzulli svoltasi sabato 29 novembre 2003
presso la libreria AMORE E PSICHE
è disponibile per essere vista e scaricata


collegati al sito
http://www.mawivideo.it/

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Umberto Veronesi

L'Espresso online 4.12.03
UMBERTO CHE AMA LE DONNE Intervista a Veronesi

La vita. La morte. La scienza. La fede. E soprattutto il corpo femminile: "Ne ho a cuore l'integrità", dice l'oncologo, "e mi batto da sempre per tutelarla"
di Stefania Rossini


[...]
Lei, professore, ha toccato come pochi le due grandi energie che muovono il mondo: eros e thanatos. Cominciamo dalla prima. Come mai ha tanto amato il corpo delle donne?

«Ne ho amato l'integrità, che è una delle basi dell'equilibrio del pensiero. Ne ho combattuto l'inutile mutilazione e, quando ho potuto, l'ho sconfitta. Il mio amore per le donne è ideologico, non carnale».

[...]
Quando ha saputo che il suo destino di scienziato si legava al seno?

«Me lo fece capire una giovane paziente che, verso la metà degli anni Sessanta, mi implorò in lacrime di aiutarla. Aveva un piccolo carcinoma e tutti i medici a cui si era rivolta le imponevano l'asportazione totale, altrimenti la mandavano via. Questa era la morale medica: preferire la morte di un paziente alla perdita delle proprie certezze. Ma la ragazza insisteva, doveva sposarsi e sapeva che il rapporto con il partner ne sarebbe stato deteriorato senza scampo».

Senza scampo? Lei ha questa opinione degli uomini?

«Non sempre e non per tutti, fortunatamente. Ma nella maggior parte dei casi un deficit della femmina dà loro un alibi perfetto anche con gli altri, che dicono: "Poveretto, si è dovuto prendere un'altra donna, la moglie ha avuto una mastectomia...". Gli uomini in fatto di sesso sono dei mascalzoni».

Non saranno solo deboli e terrorizzati dal contatto con il dolore?

«Lei è troppo buona. La verità è che l'uomo è poligamo per natura e sfrutta l'occasione di poter spaziare nel mondo femminile con una qualche giustificazione».

Che fine fece quella paziente?

«La operai felicemente. Si sposò ed ebbe molti figli. Quello fu solo il primo passo, il grande studio riconosciuto dall'Organizzazione mondiale della sanità è iniziato dopo, negli anni Settanta. Oggi un medico che facesse una inutile mastectomia sarebbe un criminale».

Non sarà andata sempre così bene. Avrà spesso incontrato anche thanatos, la morte.

«Questa è un'area che tendo a rimuovere, perché la mia è un'esperienza che rende quasi schizofrenico. In me convivono davvero due personalità. La prima si misura in una vita di relazione fatta di volontà, di desiderio di imporre le mie idee nel mondo scientifico e di dare serenità ai miei pazienti».

E l'altra?

«Si nasconde nel mare profondo che si agita dentro di me ed è dominata dal pessimismo più integrale. È la parte che fa perdere le certezze e la fede, che rende nichilisti. Attualmente lo spirito di conservazione fa convivere questi miei mondi. Ogni tanto mi trovo nella disperazione con me stesso, ogni tanto mi rinfranco al pensiero di svolgere un ruolo nello sviluppo di un nuovo pensiero».

Lei che ha visto morire molte persone, può dirlo. Di fronte alla fine, soffre più l'uomo di fede o l'uomo senza fede?

«Se devo dare un giudizio sintetico, non ho dubbi. Muore meglio il paziente senza fede».

È il contrario di quanto si crede...

«Infatti è una credenza senza fondamento. Il laico si sente pienamente un mortale, perché non crede a tutto ciò che la religione gli ha suggerito per consolarlo dell'inesorabilità della fine. Sa che la sua vita è fragile, che deve terminare e vi si prepara nel tempo. Tutti i laici affrontano la morte con distacco, in modo quasi filosofico...».

Posso farle dei nomi che la smentiscono: Pannunzio, Guttuso, Sciascia si sono convertiti in extremis.

«Gli ultimi attimi di vita sono attimi di debolezza e di sconvolgimento totale. Molte cosiddette conversioni si devono allo stordimento dei farmaci, ma anche alle pressioni di chi è intorno al moribondo. Sono sopratutto i familiari a non volersi discostare dalle regole che la società ha codificato intorno alla morte».

Forse perché aiutano a superarne l'impatto.

«È il conformismo che aiuta. Essere nel gruppo e seguirne le regole dà molta sicurezza, purtroppo».

Ma su questo tema lei è davvero così sereno?

«Non ho nessuna paura della morte. Sono sempre stato pronto».

E della malattia, ha paura?

«Neanche. Saprei come combatterla nei suoi aspetti più sgradevoli. Il mio unico grande terrore è quello di perdere le capacità intellettuali. Per sapere se il mio cervello funziona ancora, ogni tanto faccio complicatissimi test di intelligenza. Mi riescono sempre. Naturalmente non li confondo con la creatività, che non appartiene al mondo dell'intelligenza cerebrale, ma a quello della fantasia».

La sua creatività l'ha resa un grande scienziato. Cosa pensa di questa enorme accelerazione dell'autonomia scientifica?

«Ne sono affascinato. Contrariamente a molti, credo che lo scienziato debba avere un suo dovere etico. L'opinione comune è che la scienza non sia né buona né cattiva, e che tutto dipenda dall'uso che se ne fa. Ma l'uomo che ricerca ha la capacità di capire il senso etico di ciò che sta facendo. E di regolarsi di conseguenza».

Non trova però che ci sia un'aspettativa magica nei confronti della scienza? Le si chiede salute, bellezza, immortalità. Non è troppo?

«Perché troppo? Essere sani e belli fa piacere, e anche vivere a lungo è una bella cosa. In quanto all'immortalità, che per ora è una ragionevole aspettativa di vita intorno ai 120 anni, come si fa a non considerarla una conquista?».

E il resto? La clonazione, la duplicazione della vita...

«Questa storia della clonazione è un falso problema. Nessuno penserà mai alla clonazione per avere un figlio, è più facile farlo per via naturale. Se poi una coppia di lesbiche farà una figlia con una madre che dona il Dna e una che dona l'uovo, che sarà mai? Si tratterà al massimo di qualche decina di casi».
[...]

ancora su Paul Klee

Avanti! 03/12/2003
LA GRANDE FORZA CULTURALE DI UN ARTISTA
Le opere di Paul Klee e il “pensiero pittorico”
di Elio Matassi


Il pensiero filosofico contemporaneo, si possono ricordare Walter Benjamin e Maurice Merleau-Ponty, è sempre stato attratto da Paul Klee. Come ricorda Scholem in "W. Benjamin e il suo angelo", l’Angelus Novus, un acquarello di Klee acquistato nel 1920 fu, per almeno un ventennio, un punto di riferimento per la riflessione benjaminiana. Quando nel 1921 Benjamin accettò la proposta di un editore di Heidelberg di pubblicare una rivista, proprio in omaggio a Paul Klee, decise di chiamarla “Angelus Novus”. Essa infatti doveva avere in comune con l’angelo il carattere effimero, come viene scritto nel programma della rivista, il solo giunto alla pubblicazione: “Perfino gli angeli – nuovi ogni attimo in schiere innumerevoli – secondo una leggenda talmudica vengono creati per cessare di esistere e dissolversi nel nulla, non appena abbiano cantato il loro inno davanti a Dio. Possa questo titolo significare che la rivista abbia in sorte un’attualità di tal genere, l’unica vera”. In ebraico il termine ‘angelo’ è identico a quello di messaggero. L’angelo è dunque un ‘messaggero’ e non può considerarsi irrilevante se nel quadro di Klee la testa dell’angelo sia circondata da rotoli di pergamena sui quali potrebbe esser scritto un messaggio. A questo stesso angelo Walter Benjamin dedicherà la nona delle sue tesi "Sul concetto di storia": “C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca aperta, le ali sono dispiegate”. La scena rappresenta un movimento violento, irresistibile, che Benjamin decifra come l’immagine dell’umanità trascinata, contro il proprio volere, verso un futuro che le fa orrore. La figura dell’Angelo di Paul Klee, come commenta finemente Stephan Mosès, 'è figura del lato oscuro, lugubre di ogni ri-presentazione', è anche la rappresentazione allegorica dell’altra faccia del presente, della catastrofe che sempre di nuovo si produce, “in cui il tempo si inabissa allorché cerca di produrre il nuovo”. Anche Merleau-Ponty, in particolare nel suo ultimo scritto "L’occhio e lo spirito", sceglie a punto di riferimento, accanto a Cézanne, lo stesso Klee. Klee e Merleau-Ponty hanno in comune una filosofia della visione, della pittura che può considerarsi a pieno titolo un vero e proprio “pensiero pittorico”; nella definizione del quadro come di una dimensione non rappresentativa, ma autofigurativa Merleau-Ponty individua il filo conduttore della ricerca di Klee, la conquista di un pensiero pittorico, fondata non più, come nella geometria classica, sull’ “opposizione di un essere sul vuoto dello sfondo” ma, come nelle geometrie moderne, acquisendo “restrizione, segregazione, modulazione di una spazialità preliminare”. Di recente, nell’importante collana laterziana “Maestri del Novecento”, è apparsa una lucidissima Introduzione a Klee di Giuseppe Di Giacomo, uno dei nostri studiosi di estetica più affermati, membro del prestigioso Kreis romano di Emilio Garroni. L’espressione “Introduzione” è comunque riduttiva, non riuscendo a dare la cifra esatta della brillante ricostruzione di Giuseppe Di Giacomo, già segnalatosi come importante studioso di Wittgenstein, del giovane Lukács, della forma-romanzo e di molti altri contributi sul rapporto tra estetica e letteratura e tra estetica ed arti figurative. In tre densissimi capitoli, “Gli inizi: tra Brema e Francoforte”, “L’insegnamento al Bauhaus”, “Il ritorno a Berna” e nelle preziose sezioni di ‘Storia della critica’ e della ‘Bibliografia’ viene offerto un quadro appassionato e convincente di Paul Klee. L’artista e il teorico riescono a coesistere in una trattazione letterariamente efficace. Di grande rilievo l’analisi delle sinestesie prospettate da Paul Klee, il passaggio diretto dalla tonalità al colore. Viene giustamente ricordata l’affermazione di Klee, per la quale, “sempre più sono spinto a fare dei paralleli tra musica e arte figurativa… Certo è che ambedue sono arti del tempo, come si potrebbe facilmente dimostrare”. Un parallelismo che configurerà la stessa natura del quadro, e che, in modo particolare nel periodo di Bauhaus, porterà a leggere molte sue opere figurativo-pittoriche come uno spartito musicale. In tal modo Klee rovescia quella tendenza che si era affermata con la recensione di E. Th. A. Hoffmann alla Vª di Beethoven e per la quale non potevano sussistere margini di compromissione fra il “propriamente musicale” e le arti figurative; la musica doveva affrancarsi dal dominio delle arti plastiche per conquistare la propria irriducibile specificità. Un’attitudine teoretica che si rafforza nel periodo d’insegnamento al Bauhaus, quando la fase più nuova e personale dell’attività figurativa di Klee viene accompagnata da una produzione teorica sempre più definita. Sono questi gli anni nei quali Klee arriva alla formulazione compiuta della sua teoria della forma e della figurazione, nei quali il pittore ed il teorico diventano una sola persona. A tal proposito, giustamente Di Giacomo sottolinea una comunanza prospettica tra Klee e Leonardo nel considerare la forma non alla stregua di un valore assoluto ma processuale: “Secondo Klee il mondo deve essere visto non dall’esterno bensì dall’interno ed è soltanto a questa condizione che si aprono prospettive infinite” (p. 62). A fondamento della teoria di Klee, di quello che può essere interpretato come un vero e proprio ‘pensiero pittorico’ sta il concetto d ‘forma’, come ‘genesi’, un principio comune alla natura e all’opera d’arte: “Il mondo, naturale e artistico, che si apre quanto più si scende nel profondo, non è il mondo delle forme date una volta per tutte, ma il mondo delle forme in movimento, della formazione, della Gestaltung” (p. 63).

mercoledì 3 dicembre 2003

gli Oscar europei:
il premio della critica a Marco Bellocchio
sarà consegnato sabato a Berlino

spettacolo.it [News] - 3 dicembre 2003 (h.13:50)
SALE LA FEBBRE PER GLI EUROPEAN FILM ACADEMY
Tra gli italiani premiati Marco Bellocchio e Carlo Di Palma


Sabato 6 dicembre, all'Arena di Berlino verranno consegnati gli Oscar europei e cresce in Italia la febbre per i possibili vincitori.
Chi sicuramente riceverà un premio saranno Marco Bellocchio premiato dalla critica, il direttore della fotografia Carlo Di Palma premiato per la carriera mentre "La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana concorre con tre candidature (migliore regia, Luigi Lo Cascio miglior attore e Stefano Rulli e Sandro Petraglia per la sceneggiatura) e Italo Petriccione è tra i papabili per la miglior fotografia di "Io non ho paura".

A condurre la serata attore tedesco Heino Ferch ("Commedia Harmonists") mentre Jeanne Moreau, Istvan Szabo e Pedro Almodovar saranno tra i padrini dei film candidati.

un riconoscimento per Marco Bellocchio

Libertà 3.12.03
Un abbraccio corale a Bellocchio con un video di Roberto Dassoni
di Anna Anselmi


«Un abbraccio corale attorno a Marco Bellocchio, uno dei più illustri figli della nostra terra». Questo, nelle parole del presidente della Provincia Dario Squeri, il significato dell'incontro pubblico "Buongiorno, Marco", organizzato come riconoscimento nei confronti del famoso regista bobbiense. L'appuntamento, aperto a tutti, è in programma sabato 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, alle 18 al cinema Iris. Ieri nell'incontro di presentazione presso l'ente di via Garibaldi, Squeri si è soffermato sulle motivazioni dell'iniziativa, che vuole essere un premio, conferito a Bellocchio per i suoi meriti artistici, ma anche per il suo impegno di promotore culturale, sempre coerente nel difendere un ideale di libertà. Il presidente della Provincia ha rimarcato quanto le pellicole di Bellocchio siano capaci di esprimere il suo modo di vedere il cinema, fotografando pure la società di oggi. Ma il significato dell'evento non si limita all'omaggio nei confronti di un maestro: «Piacentino di successo, Bellocchio non ha mai avuto paura di dirsi fino in fondo figlio della nostra terra. È un testimone d'eccezione di Piacenza e della sua provincia, dove continua con generosità ad operare per la formazione dei giovani, nei corsi “Fare cinema” a Bobbio, che l'amministrazione provinciale ha sempre sostenuto». La comunicazione e l'organizzazione del progetto sono state curate da Lucia Cerri, che ieri ha illustrato il programma dell'iniziativa. All'Iris verrà proiettato un video realizzato dalla Provincia, per la regia di Roberto Dassoni. «È un atto di affetto, nel riconoscimento di valori nei quali Bellocchio - ha affermato Cerri - ha sempre creduto, come il senso di libertà, nella fedeltà alle radici». In sala cinque critici cinematografici di fama: Paola Malanga, Tullio Masoni, Enrico Nosei, Emanuela Martini e Lorenzo Pellizzari, ripercorreranno, insieme a Squeri, contenuti e significati della produzione bellocchiana. In contemporanea, sui muri dei palazzi di un lato di piazza Cavalli verrà proiettato uno spettacolo di multivisione (regista Giancarlo Carraro), un racconto per immagini della vita e dell'arte di Bellocchio, con scene tratte dai suoi film e dai suoi disegni recentemente esposti a Parma. «Un percorso ideale che conduce - ha concluso Cerri - fino al cinema dove si tiene l'incontro». Il titolo di questo particolare dono di Santa Lucia si rifà all'ultimo film del maestro, di cui non saranno comunque trascurate le origini e i legami con l'alta Valtrebbia.

Simone de Beauvoir, la vecchia storia di una censura

una segnalazione di Paolo Izzo


La Stampa 03 Dicembre 2003
VISIBILE SOLO SU INTERNET UN’INTERVISTA CHE LA SCRITTRICE REGISTRÒ NEL 1959 PER LA TV DEL QUÉBEC, UNA CONFESSIONE CHE È ANCORA SCANDALO
Divorzio e ateismo: censurate la De Beauvoir
di Giovanna Zucconi


oggi è possibile vedere questa intervista cliccando qui (in francese)

NEL 1959 non andò in onda perché l'arcivescovo di Montréal era intervenuto a bloccarla: i contenuti gli sembravano immorali. E neanche nel 1986 andò in onda, perché il palinsesto prevedeva le eliminatorie del campionato di hockey su ghiaccio. Se ogni epoca ha la censura che si merita, è probabile che l'intervista a Simone de Beauvoir realizzata e mai trasmessa dalla televisione canadese oggi non andrebbe in onda per tutt'altro nobile motivo: la cultura non fa audience, ed è un vero scandalo che un'austera signora in chignon si permetta di pronunciare decine di volte nel giro di quaranta minuti una parolaccia peraltro antiquata come «intellettuali».
La storia, a dire il vero, ha un (quasi) lieto fine. I telespettatori del Québec non hanno ancora visto integralmente la lunga e bella conversazione fra Simone de Beauvoir e l'intervistatore Wilfrid Lemoine, però chiunque appartenga all'élite del tecno-dotati può adesso tranquillamente guardarsela su internet, nel sito www.radio-canada.ca. Non è proprio la stessa cosa, però guardare quel documento d'archivio a tanti anni di distanza, aiuta a capire perché fu ripetutamente censurato.
C'è davvero un clima d'altri tempi, in quel filmato: due persone sedute che parlano intorno a un tavolo per quasi tre quarti d'ora e nient'altro, oggi sarebbe inaudito. Lui, l'intervistatore, è cortese ma ficcante. Lei, «Notre-Dame-de-Sartre» come la chiamavano con sprezzo (anche se forse, con il senno di poi, l'ordine di importanza dei due pensatori andrebbe capovolto), è composta, perfino severa, con una blusa bianca accollata e rare increspature di sorriso. Si intuisce anche che clima c'era fuori da quello studio televisivo. Nel novembre del 1959, quando l'intervista fu realizzata, il nazionalista Maurice Duplessis era appena morto, ma nel Québec erano ancora gli anni della grande noirceur, gli anni oscuri in cui la chiesa cattolica continuava a dettare la morale. "Il secondo sesso" di Simone de Beauvoir, uscito in Francia nel 1949, era stato messo all'indice e vi sarebbe rimasto fino agli anni Sessanta inoltrati, ed ecco che quella signora veniva in televisione e diceva cose indicibili. Primo, che non credeva in Dio. Secondo, che per lei il matrimonio senza più amore era osceno come la prostituzione, una condanna a vita nel cuore e nella carne, per le donne. Terzo, in quell'epoca che stava slittando dal dopoguerra ancora patriarcale al baby-boom, che lei «non riteneva necessario avere figli». Un triplice affronto alla morale corrente. Vietato andare in onda.
È stata censura o autocensura, veto o paura? Non è poi, e non è più, così importante saperlo. Meglio ascoltare madame de Beauvoir mentre argomenta, paziente ma recisa, le sue «scandalose» opinioni, lei che aveva scritto quella bibbia dell'emancipazione femminile che fu ed è ancora Il secondo sesso per ardore filosofico e non per rivalsa personale. Sostiene Simone che l'amore non deve coincidere con il possesso, ma che la gelosia se non è violenta e morbosa è un sentimento che arricchisce. Sostiene che della situazione femminile sono più responsabili gli uomini delle donne, e che non esiste la «natura femminile» e neppure la «natura umana», esistono delle condizioni oggettive che possono essere cambiate, proprio come bisogna liberare tutta l'umanità dalla fame e dall'oppressione. Appoggia il divorzio, perché la donna non è solo sposa, e l'allontanamento dei figli come nei kibbutz, perché la donna non è solo madre. Dice che Dio è un alibi, che già a 13 anni lei aveva smesso di credere disgustata da chi faceva professione di fede per conformismo e in incoerenza.
Parla di Robbe-Grillet, della Cina, della guerra d'Algeria, dei suoi libri, di Sartre, del comunismo, dei valori etici dell'esistenzialismo… Dice molto «io» Simone de Beauvoir, in quel filmato color seppia: ma è un «io» intellettuale. E dice moltissimo «noi», noi intellettuali, noi che vogliamo cambiare il mondo… Ateismo, matrimonio e figli occupano appena una manciata di ragionevoli e ragionanti secondi, nella lunga intervista. Da censurare, allora come oggi, era forse lo scandalo di quel «noi» pensante e combattivo.
(giovannazucconi@libero.it)

sulla fiction su Augusto
citata al Lunedì

La Stampa 3.12.03
CLEOPATRA NON SEDUCEVA CON IL TANGA
di Silvia Ronchey


COM’È riuscita Rai Fiction, con una coppia di grandi attori come Peter O’Toole e Charlotte Rampling, soprattutto con un pool scientifico di grandi storici come Andrea Giardina e Gëza Alföldy, a produrre l'imbarazzante telenovela su Augusto, il primo imperatore? Se re Mida trasformava in oro tutto quello che toccava, la televisione, a quanto pare, tramuta tutto in fotoromanzo. Anzi peggio, tramuta la cultura, certamente garantita dai prestigiosi consulenti, in incultura. Le sere di domenica e lunedì perfino i ginnasiali si telefonavano ridendo a crepapelle a sentire Cleopatra-Miss Italia, con ancora indosso il bikini del Concorso, sbraitare: «Sono la tua puttanella egiziana!» a un Marco Antonio-Massimo Ghini, trasformato in sorta di Briatore da Sharm-el-Sheik. Eppure Cleopatra, l'ultima dei Tolomei, aveva una conversazione coltissima, descritta da Plutarco: la sua eleganza nel parlare e non il suo tanga avevano sedotto Cesare e Antonio.
Agli occhi degli ignari telespettatori il palazzo imperiale ospita un esempio di famiglia allargata da fare gola al programma di Maria De Filippi: una coppia di divorziati esageratamente permissivi con due disastrosi figli di primo letto. Viziata, maleducata e isterica, Giulia-Vittoria Belvedere non fa che insultare il padre Augusto e lo spettatore esulta quando finalmente l'ebete Tiberio la violenta. Il povero Mecenate è una macchietta gay alla Vanzina, che aiuta a cambiare look il futuro imperatore, presentato come «un povero ragazzo di campagna», nonostante già a dodici anni, come ci informa Svetonio, avesse pronunciato davanti all'assemblea l'orazione funebre per sua nonna Giulia, sorella di Cesare. Il foro romano sembra il Bar Sport, dove giovani aristocratici con facce da coatti progettano bravate come ammazzare Cesare. Bruto è brutto, Cicerone ancora di più, e per giunta cattivo: ovvio che due tipi così poco telegenici debbano finire male. Mai tanto quanto Antonio, che fa harakiri davanti a un trono sormontato da quelli che appaiono quattro cornacchioni dorati, né tanto quanto Miss Italia alle prese con un cobra che le striscia allusivamente tra le cosce.
Eppure Livia, Giulia, Mecenate, Agrippa, Bruto, Cassio e tutti gli altri erano parte di un'élite raffinata, cosmopolita, severa, animata da un senso dello Stato e della politica che ancora oggi richiamiamo quando diciamo «si comporta come un antico romano». Il complesso scenario attraverso cui la repubblica trapassa nell'impero è il palcoscenico originario della nostra cultura politica occidentale, riletto da Dante a Machiavelli, da Shakespeare a Brecht. Ma il fantasma che aleggia qui è una Yourcenar maldigerita: l'artificio narrativo dello script, la storia rievocata dall'imperatore ormai vecchio, è una caricatura delle Memorie di Adriano .
La corazza di cuoio che ha protetto Augusto dalle vendette del Senato non è bastata a proteggerlo dalla tv. Evidentemente, fare cultura per le masse significa convincerle che la cultura non esiste, che tutto è sempre stato come adesso, o meglio come gli stereotipi odierni vorrebbero che fosse. E questa è la più grave delle corruttele e delle violenze che il peggio usato dei media infligge alla più disprezzata delle parti in commedia: il pubblico.

contro la depressione... fate un po' come vi pare

Il Sole 24Ore Domenicale 30.11.03
Regole di saggezza
La felicità? Questione di esercizio
I sentimenti positivi non sono frutto del caso. Ci sono azioni e pensieri che ci aiutano a provarli. Come avevano capito i filosofi antichi e, oggi, il Dalai Lama e i neuroscienziati - Star bene dipende più da noi che dalle circostanze. Corpo e cervello uniti nel benessere
di Armando Massarenti


"No sports, just whisky and cigars". Ognuno è libero di elaborare il proprio personale elisir di lunga vita. Eppure non è difficile immaginare che l'autore di questa ricetta, Winston Churchill, abbia pagato cara la propria spavalderia. Non tanto per i sigari o il whisky. Egli era affetto da una grave forma di depressione - "il mio cane nero" la chiamava, e non gli dava mai tregua - determinata probabilmente da cause genetiche. In questi casi oggi è dimostrato che il movimento fisico è fondamentale. Una corsa in un bosco può avere la stessa efficacia di una psicoterapia. Il movimento solleva il morale. Quando si esercitano i muscoli, il cervello libera ormoni, come la serotonina, che possono provocare una leggera euforia. Ma sono soprattutto i "sensi interni" a produrre una migliore disposizione di spirito. "Dappertutto nel nostro corpo sono distribuite "antenne" per mezzo delle quali il sistema nervoso vigila sull'organismo. In ogni istante arriva al cervello un intero concerto di messaggi provenienti dal corpo e possiamo imparare a percepirlo con attenzione e a godere del perfetto funzionamento del corpo".
É questo un ingrediente non secondario della Formula della felicità proposta da Stefan Klein. La "formula" però non è semplice. É il combinato di una serie di conoscenze acquisite negli ultimi anni sparse in ambiti disciplinari spesso lontani tra loro: neuroscienze, genetica, psichiatria, sociologia, antropologia, immunologia, ma anche economia e filosofia politica. Così uno studio condotto dagli economisti Alois Sturzer e Bruno Frey per esempio ha mostrato che il Paese europeo dove la gente è più felice è la Svizzera. Perché? Non per la bellezza dei luoghi, e neppure per la ricchezza. Altri studi hanno peraltro dimostrato che la ricchezza è determinante per la felicità solo al di sotto di una soglia di reddito piuttosto bassa, al di sopra della quale intervengono altri fattori. Il fattore determinante, nel caso della Svizzera, è il sistema politico. Le decisioni importanti non vengono prese a Berna, la capitale, ma direttamente dagli abitanti dei 26 Cantoni. La capacità di influire direttamente sull'agenda politica e sulle decisioni pubbliche risulta fondamentale per il benessere. La soddisfazione data dalla possibilità di poter decidere molte questioni, piccole e grandi, su di sé e sul luogo in cui si vive supera di gran lunga quella derivante ad esempio da un sostanzioso aumento di stipendio. Dove ci si avvicina a forme di democrazia diretta tutti i servizi sociali sembrano funzionare meglio, ed è anche interessante notare che i residenti stranieri, i quali non partecipano ai processi decisionali, non ne traggono lo stesso grado di soddisfazione degli abitanti locali. Insomma, è la democrazia a rendere felici. Senso civico, armonia sociale e possibilità di avere un effettivo controllo sulla propria vita, costituiscono - conclude Klein - il "triangolo magico della felicità".
Sono state le scoperte recenti sul cervello, soprattutto sulla sua straordinaria plasticità, a convincere Klein che è possibile individuare regole e comportamenti ben precisi in grado di influenzare la nostra felicità: "Possiamo rafforzare attraverso l'esercizio cosciente i circuiti per i sentimenti positivi, e possiamo collocarci deliberatamente in situazioni a cui reagiamo con gioia e piacere". I sentimenti positivi sono nel cervello ed esso, come ha mostrato Damasio, è strettamente collegato con il corpo. Oggi solo pochi relativisti impenitenti negherebbero che le espressioni di un certo numero di sentimenti siano identiche in tutti gli esseri umani. Grazie a Paul Ekman, sappiamo quali sono i muscoli facciali che esprimono, in qualunque società umana, una autentica felicità e sappiamo distinguere un sorriso genuino dalle espressioni forzate che assumiamo davanti a una macchina fotografica. Grazie a neurologi come Damasio sappiamo anche che i circuiti della felicità e della sofferenza sono separati, e che la felicità è qualcosa di più, e di diverso, dalla semplice assenza di infelicità.
Le circostanze esterne contano in minima parte. Le persone possono essere felici quasi in qualsiasi situazione. La gioia di vivere non dipende né dall'età né dal sesso, né dal numero di figli né dal conto in banca. Dipende invece dalla capacità di avere rapporti con gli altri (ma vale anche la regola "Meglio soli che male accompagnati") e di avere il controllo delle proprie vite. Anche le responsabilità che ne derivano non generano stress, non diminuiscono ma aumentano il benessere.
La felicità, dunque, dipende soprattutto da noi, e le conoscenze recenti ci aiutano a perseguirla con maggiore consapevolezza. A volte ci spingono ad abbandonare vecchie credenze. Come quella secondo cui sfogare la propria rabbia o la propria sofferenza sia utile e rinfrancante. É vero il contrario. Arrabbiarsi fa ancora più male, rende più difficile uscire da una senzazione negativa. É invece possibile, e assai salutare, controllare consapevolmente i sentimenti negativi. Altre volte le nuove conoscenze confermano intuizioni antichissime. Quelle per esempio della scuole filosofiche dei Greci, che avevano individuato una serie di che definivano "terapeutici" per dominare e sconfiggere sentimenti come l'avidità, l'invidia e la paura della morte. Altri esercizi erano invece "sensibilizzanti". Epicuro invitava i discepoli a non differire la gioia, e a chiedersi ogni sera se davvero si erano colte le occasioni di felicità che si erano presentate nella giornata. L'idea che ci siano esercizi che possono indurci abitudini da cui deriva il nostro senso di felicità è stata quasi del tutto abbandonata in Occidente, ma la si ritrova invece nel Buddhismo e nelle riflessioni del Dalai Lama, gran frequentatore di laboratori di neuroscienze.
"I sentimenti di felicità non sono frutto del caso - conclude Klein - bensì la conseguenza di pensieri e azioni giusti: in questa concezione si riconoscono le moderne neuroscienze, la filosofia antica e il Buddhismo". Il cervello può cambiare in ogni età della vita. Ecco un'altra delle acquisizioni recenti che modificano convinzioni consolidate. Una scoperta che dovrebbe renderci tutti più felici.

Stefan Klein, La formula della felicità. Per una filosofia del benessere, Longanesi, Milano 2003, pagg. 332, 16,50

Giovanni Scoto Eriugena

Il Sole 24Ore Domenicale del 30.11.03
Medievalia
La predestinazione secondo Eriugena
di Maria Bettetini


Studiamo il DNA per prevedere e prevenire le malattie, ascoltiamo fiduciosi temerarie previsioni del tempo prima di intraprendere una gita in montagna, investiamo i risparmi dove gli esperti prevedono guadagni: come giustificare un Dio che sapendo ogni cosa non salva i malvagi dal male? Forse li vuole malvagi, li ha pre-visti e pertanto predestinati per la dannazione? Il nodo concettuale che lega prescienza e predestinazione ha trovato nella storia del pensiero differenti soluzioni e ha suscitato accesi dibattiti, tra i quali fondamentale, se pur quasi sconosciuto, è quello che ha visto opporsi Godescalco di Orbais e Giovanni Scoto Eriugena nel IX secolo dell'era cristiana.
Ma non è corretto parlare di opposizione tra i due, quanto piuttosto di una battaglia tra il predestinazionista Godescalco e l'ortodossia cattolica, nella persona tra gli altri di Rabano Mauro: Eriugena, maestro di arti liberali irlandese presso la corte di Carlo il Calvo, veniva interpellato per confutare la teoria della doppia predestinazione, che vuole buoni e cattivi già predestinati alla salvezza o alla dannazione. In linea con le letture dei padri greci, soprattutto dello pseudo Dionigi, il maestro palatino scavalcava però l'ortodossia in senso opposto, arrivando a negare sostanza al male, conoscenza di ciò che non ha sostanza a Dio, punizioni corporali ai malvagi, e portando così alla composizione di altre opere per confutare la sua.
Il De praedestinatione, scritto tra l'850 e l'851, finalmente in traduzione italiana a cura di Ernesto Mainoldi, è un trattato in forma di epistola, dove Eriugena impone il metodo dialettico nell'indagine teologica, riprendendo la tradizione dei Padri in polemica con la mera citazione delle auctoritates utilizzata dai suoi contemporanei. Allo stesso tempo i Padri stessi, e soprattutto Agostino, sono reinterpretati alla luce delle regole della grammatica e della retorica; infine, ai Padri latini vengono accostati gli orientali e il loro peculiare platonismo. L'introduzione di Mainoldi dedica correttamente molto spazio alle cosiddette "fonti nascoste" di Eriugena: Mario Vittorino, Boezio, Marziano Capella, ma anche Origene e i due padri greci che lo stesso Eriugena tradusse in latino, Gregorio di Nissa e lo pseudo Dionigi Areopagita.
Nessuno di questi è citato, per ovvi motivi di convenienza: l'Occidente aveva eletto a riferimento principale delle dispute teologiche Agostino d'Ippona (le cui parole occupano quasi un quinto del De praedestinatione), non sembrava conveniente accostargli nomi di autori pagani o controversi o ancora poco conosciuti, soprattutto a proposito di un argomento tanto caro al padre latino. D'altra parte proprio i testi agostiniani sul libero arbitrio erano all'origine della teoria della doppia predestinazione di Godescalco. Lo stesso Giovanni Scoto Eriugena fa sue le posizioni del primo Agostino, ma supera il problema della predestinazione con grande abilità dialettica, lavorando nell'esegesi sull'argomentazione e contrario: il male è il peccato con le sue conseguenze, la miseria e la morte; ma il male è, platonicamente, corruzione della vita felice, senza altra causa che il nulla, quindi non può essere conosciuto se non in quanto non conosciuto. Quindi Dio non prevede e non predestina alcun male, perché il nulla non può essere conosciuto o predestinato. Inoltre, se è vero che prescienza e predestinazione in Dio sono la stessa cosa (perché Dio è assoluta semplicità), è pur vero che queste si dicono di Dio solo impropriamente: per chi è fuori dal tempo non ha senso parlare di futuro. Quanto al futuro dei malvagi, nel fuoco eterno essi subiranno una pena solo interiore, data da un desiderio mai saziato di felicità, perché la loro natura in sé è buona.
Il mondo è visto da Giovanni Scoto Eriugena come una reggia, dove i buoni fin da ora godono della bellezza, i cattivi si puniscono da soli lasciandosi corrompere. Dio? Non può conoscere o decidere ciò che non è. Godescalco? La sua doppia predestinazione non è né vera né falsa, è "una favola". Eriugena? Verrà confutato da Prudenzio di Troyes e Floro di Lione, infine sconfessato e condannato da coloro che gli avevano chiesto aiuto e che non sapevano di contribuire alla stesura del primo trattato pubblico del platonicissimo e agostiniano eretico Giovanni Scoto Eriugena.

Giovanni Scoto Eriugena, De praedestinatione liber. Dialettica e teologia all'apogeo della rinascenza carolingia, edizione critica, traduzione e commento di Ernesto S. N. Mainoldi, Edizioni del Galluzzo, Firenze 2003, pagg. CLIV + 284, 42,00.

l'Islam in libreria

L'Arena Martedì 2 Dicembre 2003
L’Islam in libreria
Uno sguardo ai saggi che ci introducono alla storia del mondo musulmano per una conoscenza più approfondita che può arginare i nostri timori e correggere alcuni pregiudizi


Jihad in arabo significa slancio, sforzo di purificazione. Una parola che in origine non aveva nulla di quel senso di minaccia che inevitabilmente le attribuiamo oggi, soprattutto dopo che il terrorismo ha portato il lutto anche tra le famiglie italiane. L'inquietudine, ormai, ci fa guardare con sospetto i musulmani che vivono nelle nostre città, sul cui volto temiamo di veder affiorare lo stesso odio che ha spinto alcuni loro correligionari a commettere quell'eccidio in Iraq. Per fugare o almeno dominare questi timori non c'è niente di meglio che la conoscenza approfondita di ciò che tanta diffidenza suscita in noi, di quella religione e civiltà che in passato ebbe momenti di splendore e oggi sembra precipitata in una spirale di ignoranza e fanatismo, e dei motivi che possono essere all'origine della sua degenerazione nei fenomeni dell'integralismo e del terrorismo. Una puntata in libreria ci offrirà tutti i mezzi per discernere tra verità e pregiudizi secolari e orientarsi nell'intricato scenario internazionale : sono infatti moltissimi i testi dedicati all'Islam e al fondamentalismo. Cominciamo col libro di Emanuele Severino, "Dall'Islam a Prometeo" (Rizzoli), nel quale il filosofo va oltre lo schema dello "scontro di civiltà" dimostrando come anche l'Islam faccia parte a pieno titolo della civiltà occidentale, poiché condivide con essa uno dei suoi caratteri fondanti: la fiducia nella tecnica. Come l'Occidente ha dovuto confrontarsi, sin dai tempi di Eschilo, con la razionalità tecnico-scientifica, così anche il mondo islamico, nonostante il suo apparente rifiuto della modernità, è destinato a incamminarsi verso la civiltà della tecnica, verso quel "paradiso dell'Apparato" che incarna l'originaria fede dell'Occidente in quella che Nietzsche chiamò "l'innocenza del divenire".
Le radici occidentali del nuovo Islam sono anche al centro del saggio di Olivier Roy, "Global Muslim" (Feltrinelli), nel quale lo studioso inglese mostra come alla base della "reislamizzazione" delle società musulmane ci siano fenomeni tipici della civiltà occidentale: globalizzazione e individualismo, bricolage di dottrine e comportamenti settari.
È un confronto tra l'Islam e il mondo ebraico, invece, l'ultimo libro di Pietro Citati, che in "Israele e l'Islam" (Mondadori) ricostruisce i rapporti tra le due grandi religioni monoteiste : dopo aver individuato nelle pagine della Genesi l'origine comune delle due confessioni, Citati rievoca la convivenza pacifica tra arabi ed ebrei a Baghdad e al Cairo, rilegge i grandi scrittori ebrei del Novecento e ricostruisce le origini dell'antisemitismo cristiano e musulmano.
Arabi, ebrei e cristiani convissero invece in pace nel regno di Al-Andalus, fondato in Spagna dagli Omayyadi nell'VIII secolo, edificando una civiltà affascinante e vitale, descritta da Maria Rosa Menocal in "Principi, poeti e visir" (Il Saggiatore). Uno scenario evocato anche da Richard Fletcher, che in "Cristianesimo e Islam a confronto" (Corbaccio) ricorda come i sovrani spagnoli, quando nel 1492 presero possesso di Granada, celebrarono la vittoria indossando abiti moreschi: un particolare che dimostra come i frequenti scontri fra arabi e cristiani non abbiano mai impedito l'osmosi culturale tra i due mondi.
Un volto inedito dell'Islam è quello che ci mostra la raccolta "Ti amo di due amori". Le più belle poesie della tradizione araba, persiana, turca ed ebraica scelte e introdotte da Bernard Lewis (Donzelli), che ci parla di una storia di contaminazioni e sincretismi che hanno portato alla caleidoscopica realtà dell'Islam, perfettamente descritta, nel suo passato trionfale e nel suo travagliato presente, da Pier Giovanni Donini nel saggio "Il mondo islamico" (Laterza): un mondo dai numerosi volti, dogmatico o tollerante, colto o popolare, militante o anagrafico.
In esso oggi alligna e cresce rigoglioso il fondamentalismo. È vero che l'uso dogmatico dei dettami della fede, come ci dice il teologo tedesco Klaus Kienzler in "Fondamentalismi religiosi . Cristianesimo, Ebraismo, Islam" (Carocci), è una tentazione che accomuna le tre religioni figlie di Abramo, ma non c'è dubbio che questo virus oggi infetta in particolare quella maomettana. È la "Malattia dell'Islam" (Bollati Boringhieri) che il poeta tunisino Abdelwahab Meddeb denuncia nel suo omonimo saggio - che tante polemiche ha suscitato nell'ambiente musulmano, - e che si diffonde nel pianeta grazie alla fitta trama di connessioni e complicità tessuta da individui che si pongono al di fuori del bene e del male : non solo Osama Bin Laden, ma anche tutti quei "Nuovi sciacalli" (Bompiani) sulle cui tracce si è messo il giornalista inglese Simon Reeve per scrivere il suo libro-inchiesta sulle nuove leve del fondamentalismo islamico e del terrorismo.
E' un esercito segreto davvero terrorizzante quello che da due anni a questa parte ha improvvisamente rivelato la sua capacità di azione e la sua virulenza, non limitandosi più a compiere attentati sanguinosi in Paesi come l'Algeria o l'Egitto, ma colpendo ovunque e a freddo. L'Occidente, però, nel tentativo di difendersene deve evitare di perdere la testa e tradire i propri principi: è quanto esorta a fare il sociologo americano Michael Walzer nel libro "La libertà e i suoi nemici nell'età della guerra al terrorismo" (Laterza), che denuncia le violazioni dei diritti civili di cui l'America si è macchiata dopo l'11 settembre e nega che esistano guerre "giuste".
Forse c'è una sola "guerra giusta", sembrano dire molti pensatori: quella che ognuno di noi può combattere per favorire il più possibile il dialogo con i musulmani nelle nostre società sempre più multietniche. Passa dall'Europa, secondo Bassam Tibi, autore di "Euro-Islam" (Marsilio), la strada di un incontro fecondo tra l'Islam e la cultura liberale occidentale, che ha il compito di perseguire l'integrazione se non vuole che la nuova immigrazione produca ghetti d'insoddisfazione. Un pericolo in agguato anche per l'Italia, dove vivono almeno 800.000 musulmani e l'Islam è ormai la seconda religione.
Nel saggio "Islam italiano" (Einaudi) il sociologo Stefano Allievi ci conduce alla scoperta di questa parte poco conosciuta della nostra società, spaziando dai ricordi della dominazione araba della Sicilia agli odierni immigrati, con il loro desiderio di integrazione e le loro rivendicazioni della propria diversità.
Dialogare con questo "Islam della porta accanto" sarà più facile se riusciremo a costruire la "Società cosmopolita" (Mulino) invocata da Ulrich Beck nel suo ultimo saggio: in un mondo il cui ordine tradizionale è stato scardinato dalla globalizzazione e dalla diffusione del rischio come cifra dell'esistenza, solo una forma più consapevole di cosmopolitismo, avverte il sociologo tedesco, può portare a un nuovo assetto mondiale. E in questo processo l'Europa, con la sua sovranità transnazionale, può avere un ruolo fondamentale. Quell'Europa nella quale Cristianesimo e Islam si scrutano con attrazione e diffidenza da quattordici secoli.

martedì 2 dicembre 2003

l'arte, «una perdita della ragione»,
«un'emersione incontrollata dell'inconscio»

La Stampa 02 Dicembre 2003
IL FILOSOFO PAUL AUDI
Anche l’arte ha bisogno d’ebbrezza
di Edoardo Bruno


«PERCHÉ l'arte esista, perché esista un qualsiasi fare e contemplare estetico, è indispensabile un presupposto fisiologico preliminare: l'ebbrezza». Così inizia il paragrafo 8 del Crepuscolo degli dei, dove Nietzsche ritorna sul concetto dell'apollineo e del dionisiaco, precisandoli entrambi come forma di ebbrezza, come eccitazione della volontà di trasfigurazione, trasformazione e creazione dell'arte. Partendo da queste premesse il filosofo Paul Audi, nel suo ultimo libro L'ivresse de l'art, sviluppa e approfondisce un'analisi sul concetto dell'ebbrezza e sull'importanza che l'eccitazione, la sessualità e l'ubriachezza, proprio nello squilibrio che provocano, hanno nell'arte, eccitando una maggiore sensibilità e «quel più» di soggettività, che crea la forma. È un modo di richiamarsi alla necessità di trasgredire l'interdetto, di cogliere, nel culmine di una esperienza portata all'estremo, ciò che Bataille esaltava di più nell'erotismo, il senso estatico. Un uscire da sé, quindi, un viaggiare nell'empireo della sovrapotenza, in uno stato di rapimento che rasenta il metafisico, e un senso di accrescimento smisurato del proprio io, come scriveva Van Gogh, «colpito o rapito dalla morte e dall'immortalità».
Questa effusione dell'io, in un sovraccarico di affettività, questo arricchimento di sensibilità, accompagnato da una perdita della ragione, sono per Audi virtù essenziali per accedere all'arte, e raggiungere la pienezza di una espressività altrimenti trattenuta e mortificata dall'equilibrio. Ma l'esaltazione di una soggettività esasperata, e, in un certo senso, la stessa emersione incontrollata dell'inconscio, liberate dallo stato di eccitazione dell'ebbrezza, non sono che elementi di scelta di un ordito che va selezionato e composto. Altrimenti l'uscita da sé, propria dell'estasi, rischia di mettere in questione la padronanza dell'io, di far smarrire, sia pure momentaneamente, la forza del pensiero e della ragione, e perdere il controllo della soggettività. E se è vero che questa padronanza non appare sempre essenziale e che la funzione dell'io, in quanto immaginaria, lascia libera una certa oscillazione tra lo stato di veglia e lo stato di ebbrezza, è anche vero che «il luogo filosofico» richiede un'articolazione di discorso, dove il confine tra soggetto e non soggetto, costituisca la regola di un retto ragionare.

"Contro l'amore"

La Repubblica 02.12.03
Dagli Stati Uniti alla Francia la tendenza è dimostrare quanti e quali sono gli inconvenienti dei sentimenti troppo intensi
Colpo di fulmine, che paura: no all'amore che stravolge la vita
Carriera e passioni: inconciliabili. L'allarme degli psichiatri
Sono le donne a essere più impressionate dalla perdita delle proprie coordinate emotive
"Perdere la testa" sembra quasi una trasgressione d'altri tempi, da cui guardarsi

di VERA SCHIAVAZZI


ROMA - Ricordate il colpo di fulmine? Quel sentimento improvviso di perdita di controllo e di emozione, di abbandono e di tremore? Bene, se non l'avete mai provato, da oggi potete ufficialmente smettere di cercarlo, o di sentirvi in colpa perché la cosa non vi interessa più di tanto. Sociologi e ricercatori ne hanno decretato l'incompatibilità - salvo trasgressioni e resurrezioni sempre possibili - con l'attuale modo di vivere occidentale. Solo psichiatri e sessuologi lo difendono strenuamente, e d'altra parte la loro professionalità verrebbe messa in crisi dalla scomparsa di questo avvenimento, o del senso di inferiorità di chi se ne sente ingiustamente privato. Il primo colpo di piccone al mito del colpo di fulmine o, se si preferisce, la prima ondata di nostalgia arriva dalle colonne di "Le Monde", che a questo fenomeno dedica addirittura un´"autopsia" sotto forma di inchiesta. E riporta gli ultimi risultati raggiunti da due sociologhe, Marie-Noelle Schurmans e Loraine Dominicé, che dopo aver raccolto centinaia di testimonianze e passato al setaccio l'abbondantissima letteratura sull'argomento hanno stilato una sentenza in tre punti: il colpo di fulmine non si può provocare; il sentimento al quale si avvicina di più è quello della paura, o almeno dello stupore; il caso ha un ruolo fondamentale. Il che equivale a dire, per le due studiose francesi, che l'evento è ormai raro in una società ossessionata dalla programmazione.
Ma negli Stati Uniti le cose non vanno meglio. Un'altra sociologa, Laura Kipnis (sarà un caso se sono le donne a voler dire "basta" all'amore romantico?) sta scalando le classifiche col suo "Against Love", ovvero "Contro l'amore". Con una serie di paradossi, accompagnati da robuste statistiche e da altrettante testimonianze, Kipnis cerca di dimostrare come l'innamoramento, con tutto ciò che ne consegue, si riveli in 9 casi su 10 nocivo prima di tutto alle donne. «L'amore - scrive la ricercatrice americana - non è in grado di mantenere le sue promesse. E una single cinese è più libera di una donna sposata americana: non può lasciare il suo paese, ma esce di casa senza dare spiegazioni a nessuno». Non appena si incrociano gli sguardi con un tenebroso sconosciuto, allora, meglio voltare la faccia e ripassare mentalmente un futuro fatto di delusioni, incomprensioni, intollerabili limiti. E nei manuali di "educazione sociale" di alcune università americane compare il velato invito a fare "sesso sicuro", evitando, almeno in così giovane età, "coinvolgimenti romantici" dannosi alla concentrazione.
Romantici di tutto il mondo, arrendetevi? Raffaele Morelli, psichiatra e direttore di "Riza Psicosomatica", si ribella: «A cancellare la possibilità del colpo di fulmine, di un innamoramento vero e fuori controllo, non è la società, ma ciascuno di noi, con i suoi sciocchi distinguo: al primo appuntamento, stiamo lì a chiederci se chi abbiamo di fronte è vestito come dovrebbe, la pensa come noi, ha le nostre stesse idee politiche. Dopo, decidiamo a che ora fare sesso e come, e stabiliamo se si tratti di una relazione di "solo sesso", di "sesso più amore". Peccato che l'innamoramento autentico avvenga al contrario: senza troppe parole, senza obiettivi, senza progetti. Non ci vuole un manager, per l'amore, basta smettere di giudicare e restare un po' in silenzio».

una domandina semplice semplice

La Repubblica 02.12.03
Un'occhiata e si scatenano gli ormoni
Un cataclisma per corpo e mente
di CLAUDIA DI GIORGIO



ROMA - Psicologi e psichiatri catalogano le storie d'amore tra gli stress positivi, cioè gli eventi che, pur turbando l'equilibrio, tutto sommato fanno più bene che male. Ma che si tratti di un turbamento, anzi di uno sconvolgimento in piena regola, non c'è dubbio. Dopo anni di indagini sui meccanismi dell'innamoramento, oggi gli scienziati sono in grado di ricostruirne quasi tutti i passaggi biochimici. E la descrizione che emerge dalle loro ricerche è quella di un vero e proprio cataclisma, che non risparmia né il corpo né la mente.
Con buona pace di chi preferirebbe evitarlo, l'amore a prima vista non è un'invenzione di Hollywood. A scatenare le sostanze chimiche che aprono la strada a Cupido può infatti bastare un'occhiata o uno sfiorar di mani. Se lo stimolo è gradito (vale a dire se lo giudica gradito la corteccia frontale, la parte del nostro cervello deputata a valutare gli stimoli ricevuti dai sensi), ecco iniziare la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore legato al piacere e all´euforia. Contemporaneamente un´altra regione cerebrale, l'ipotalamo, scatena una serie di cambiamenti corporei: le pupille si dilatano, il cuore pompa più sangue, e quindi il viso si arrossa, la pelle si copre di un leggerissimo sudore che la rende più luminosa, il respiro diventa breve e affannoso. In poche parole, il nostro corpo segnala eccitazione, rivelando all'altro che ne siamo attratti.
Via via che il rapporto prosegue, aumenta l'intensità della tempesta biochimica. Crescono ancora i livelli di dopamina, e, assieme ad essi, quelli dei neurotrasmettitori noradrenalina e PEA. Il risultato è uno stato di vertigine ed ipereccitazione, simile a quello provocato da una dose leggera di anfetamine.
Ma si abbassa la produzione di serotonina, un neutrasmettitore legato all'ansia e alla depressione, i cui scarsi livelli favoriscono l´instaurarsi di quel sentimento di ossessione che talvolta accompagna le passioni. E poi? Se la storia va avanti e il rapporto si fa più profondo, ecco che entrano in campo nuove sostanze chimiche: l'ossitocina, un ormone che crea sentimenti di tenerezza, la cui produzione è aumentata dallo scambio di baci e carezze, e la vasopressina, che spinge alla fedeltà. C'è una cosa, però, che gli scienziati ancora non ci sanno dire: sono le varie sostanze a scatenare l'amore, o è l'amore che scatena le sostanze?

mamme...

italiasalute.it
L’ECCESSO DI ATTENZIONI DELLA MAMMA VERSO IL BAMBINO
Di Johann Rossi Mason

(da Mente & Cervello di nov-dic 2003)

Nonostante i molteplici libri sulla gravidanza, manuali di puericultura, e gli studi su come essere genitori "quasi perfetti" (Bettelheim) o "sufficientemente buoni" (Bowlby), la psicologia della maternità è ancora poco indagata.


L’eccessiva medicalizzazione dell’evento gravidanza e più ancora il parto ha sviato l’attenzione dal vissuto psicologico della donna che si prepara a diventare madre. Un vissuto che non sempre è lineare come amiamo pensare. Anche in assenza di una patologia sappiamo, grazie anche alla quantità di studi psicoanalitici che hanno approfondito il ruolo delle madri, che le cure materne possono avere valenze quanto mai sfaccettate e varie.

La gravidanza è innanzitutto un evento psichico molto importante che produce delle modificazioni non solo nell’esperienza ma anche permanenti nuove connessioni neuronali che modificheranno per sempre la struttura cerebrale della madre. E la gestazione ha effetti diretti anche sul cervello e sugli altri organi del bambino, in quanto recenti ricerche hanno dimostrato che il feto è sensibile ad ogni modificazione umorale e ormonale della madre. Un recente studio apparso su Developmental and Behavioral Pediatrics ha confermato che il livello di sviluppo del cuore fetale può essere influenzato negativamente quando la madre soffra di ansia cronica e situazioni stressanti che modificano i parametri cardiocircolatori, come la pressione sanguigna.

Quello che fare i figli sia un dato talmente acquisito, naturale da non aver bisogno di essere indagato è un equivoco culturale. E l’equivoco non si ferma qui dato che nell’opinione comune si sottolinea la mancanza di cure come comportamento criticabile, mentre le eccessive attenzioni materne sono giudicate positive.

Una stessa donna può vivere gravidanze diverse nel corso della sua vita, dal punto di vista del vissuto emotivo, che cambia a seconda del rapporto con la famiglia di origine, del rapporto col partner, del supporto sociale di cui gode, del lavoro, delle aspirazioni e ambizioni, delle relazioni con altri figli, aborti, ecc. ecc.
Non c’è dubbio che ogni gestazione porti con se aspettative elevatissime, sul figlio che sarà, sul fatto che stabilizzerà il rapporto di coppia o che al contrario arrivi in un momento inopportuno, che si sia pensato a rinunciarci, che il partner o la donna stessa non lo desideri, che sia frutto di una passione, di un amore consolidato o di una violenza. Per ciascuna di queste situazioni c’è una madre diversa e un bambino assolutamente unico che in parte è figlio della situazione e della temperatura emotiva in cui viene al mondo. La stessa madre non ama i diversi figli nello stesso modo e su ciascuno di essi investe in misura differente.

Molti studiosi dell’evoluzione ritengono che il piccolo dell’essere umano venga al mondo ancora immaturo e per tale ragione ha bisogno di lunghe cure materne prima di essere indipendente, cure che durano più a lungo di qualsiasi altro mammifero sulla terra. Il "costo" è quello di una estrema dipendenza dalla madre, che lo deve allattare e nutrire, con una dedizione che qualsiasi primipara definirà molto faticosa. Ma questo programma funziona grazie ad un processo chiamato "attaccamento".

Come abbiamo detto, la madre che preoccupa è quella che mostra di non aver sviluppato un attaccamento nei confronti del bambino, quella che lo ignora, che non prova alcun legame, alcun sentimento, o al contrario, ha repulsione. Non lo attacca al seno e in alcuni gravi casi nega di averlo partorito.

Al contrario, la madre che sta occhi negli occhi col neonato, lo allatta più volte al giorno e soddisfa ogni sua richiesta è, agli occhi del mondo, una buona madre che si dedica al bambino con abnegazione.
Come spesso accade però le cose non sono sempre ciò che sembrano e molto di questo rapporto è determinato dai sentimenti della madre.

La parola chiave per parlare di eccesso di attenzioni materne, quello che chiamerei “ipermaternage” e che gli anglosassoni definiscono “over-protection” è BISOGNO. Infatti se un atteggiamento materno equilibrato mette al centro dell’attenzione i bisogni del neonato prima e del bambino poi, un rapporto diadico sbilanciato invece tiene conto dei bisogni della madre prima di tutto.
Sentite cosa dice la professoressa Marisa Malagoli Togliatti prof.ordinario di Psicodinamica dello Sviluppo e delle Relazioni Familiari e Psicoterapeuta familiare: “Il neonato dalla nascita è in grado di costruire relazioni interpersonali. La professoressa Elizabeth Fivaz dell’Università di Losanna ha dimostrato che i bambini già a tre mesi sono capaci di costruire interazioni significative che comprendono oltre la madre altre figure significative, come il padre o i nonni o chi si assume il ruolo di caregiver. Esplorare il mondo attraverso le relazioni interpersonali è un processo evolutivo fondamentale per un corretto sviluppo. Ci sono madri che manipolano il processo di attaccamento orientando l’attaccamento del bambino solo verso se stesse e impedendo di fatto che il neonato “esplori” altre possibili relazioni. Si tratta, in genere, di donne che soffrono di insicurezza e ansia, che temono di essere giudicate ‘cattive’ o inadeguate, che hanno bisogno di rispondere ad un ruolo o di assumere quello di madre come compito unico, secondo uno stereotipo sociale Ma può trattarsi anche di donne insicure della propria femminilità oppure che hanno problemi col partner e allora si legano al neonato in modo esclusivo”.

È noto che la gravidanza e la nascita di un bambino crea un certo “scompiglio” in una coppia, si rende necessaria una riorganizzazione dei ruoli e delle relazioni sia all’interno della coppia che della famiglia estesa. Tale riorganizzazione è fisiologica e necessaria, ma in talune situazioni diventa problematica nel caso in cui il rapporto col figlio sia basato sulla soddisfazione di bisogni di dipendenza affettiva in modo in modo simbiotico. In questi casi la madre sembra "usare" il bambino per essere rassicurata, ribaltando i ruoli.
“In genere” continua Malagoli “queste donne hanno avuto a loro volta, madri iperprotettive dalle quali hanno ‘ereditato’ un modello di comportamento. Altra fattispecie è quella di donne che hanno avuto genitori non adeguati o abusanti in senso sia fisico che psicologico. O ancora donne che non tollerano la solitudine, che inseguono un impossibile desiderio di essere “amate” o meglio di essere sempre al centro dell’attenzione”.

Il modello di comportamento è ‘totalizzante”, queste donne si ritengono le uniche in grado di capire il bambino, le uniche destinate al dialogo con lui, le uniche destinate a “salvarlo” dai pericoli del mondo. Se “esagerano” a lungo in tali comportamenti possono inibire nel figlio la possibilità di esplorare il mondo ovvero i rapporti sociali.
L’allattamento prolungato, oltre i canonici sei mesi sino a due, tre ma anche quattro anni è un ‘sintomo’ piuttosto comune di un atteggiamento ipermaterno. Se anticamente era considerato un mezzo anticoncezionale e quindi il metodo aveva un suo razionale, dimostratosi poi privo di efficacia, oggi si riscontra spesso in soggetti con personalità anoressica che tentano di esercitare un controllo sul comportamento alimentare del bambino proprio come hanno fatto o farebbero con loro stesse.

In altri casi l’allattamento prolungato è una forma di autogratificazione, di narcisismo: l’allattamento è mediato da sostanze chimiche uguali a quelle dell’orgasmo e può dare sensazioni molto gratificanti affini al piacere sensuale, anche se molte donne non sono disposte ad ammetterlo.

Riprendiamo il discorso con la professoressa Malagoli: “Il bambino sottoposto a queste ‘attenzioni’ diventa spesso aggressivo, possessivo, ipercinetico oppure ‘evitante’ cerca di sfuggire a questo controllo che da rassicurante diventa opprimente e angoscioso. Mette in atto insomma un tentativo non organizzato di sfuggire a queste attenzioni ma è destinato a scontrarsi con i propri sensi di colpa e le minacce di abbandono della madre. Sono minacce talora sottili ma arrivano e raggiungono il segno: il messaggio che si veicola è la punizione negando l’amore, la madre minaccia di abbandonarlo, di andare via. Il figlio è condannato ad una dipendenza che non prevede emancipazione né fisica né psichica.

Che adulti saranno bambini che hanno vissuto e introiettato simili madri? Il messaggio della professoressa Malagoli è ottimistico:” I bambini tendono naturalmente verso la sanità mentale, è bene che in situazioni simili l’altro genitore non sia complice o connivente, ma sostenga la madre nel suo difficile compito, impegnandosi a tutelare la coppia madre-bambino da una parte e dall’altra rafforzando il legame affettivo all’interno della coppia per rompere rapporti simbiotici madre-figlio eccessivi. Molti padri colludono, sono assenti psicologicamente e fisicamente o delegano la funzione genitoriale completamente alla madre in una fiducia che non è cieca ma stolta e rischiosa”.

Box: Sindrome di Munchausen per procura
L’amore materno può assumere forme perverse e patologiche. Si tratta di situazioni estreme che si riconducono alla Sindrome di Munchausen, in cui i pazienti si procurano ripetutamente e volontariamente delle lesioni. Vagano da un ospedale all’altro in cerca di cure(non di rado di interventi invasivi) e di attenzioni che catturano con il racconto di storie fantastiche, spesso false, costellate di menzogne e di un numero impressionante di ricoveri (proprio come il barone nato dalla fantasia di Rudolf Raspe).
Secondo il Trattato italiano di Psichiatria (Masson 1992) ne è nata una variante peculiare. La Sindrome di Munchausen per procura (MSbP), è di osservazione in ambito pediatrico. In questo caso è la madre a simulare la malattia del figlio o, peggio, a procurargli i sintomi allo scopo di ottenere un trattamento medico. Lo spettro dei comportamenti ha un vario livello di gravità e modalità. Una prima dinamica prevede che la madre provochi dei sintomi e faccia ai sanitari ripetute richieste di cura. Tali madri sono donne ansiose e depresse che si attendono che il medico le sostenga o le sollevi dalla responsabilità genitoriale. Una volta” scoperte” non sempre accettano di essere aiutate con un supporto psicoterapico.
In altri casi la struttura di personalità vira verso la paranoia: la madre si convince che il figlio sia malato e per avvalorare la propria tesi non esita a falsificare le cartelle cliniche o ad inventare sintomi fittizi come reazioni allergiche o convulsioni.
Il caso più grave è quello in cui la madre provoca volontariamente sintomi drammatici (specialmente in neonati o bambini molto piccoli) mediante somministrazioni ripetute (e spesso negate)di psicofarmaci o lassativi, o iniezioni settiche o maltrattamenti. Queste persone, talora affette loro stesse dalla MS, arrivano ad alterare e falsificare esami di laboratorio. La psicosi e la depressione che caratterizzano un quadro così terrificante può avere come esito la morte del bambino. Un paradosso, se si pensa che tramite queste manovre i genitori tentano di manipolare il rapporto con i medici e allo stesso tempo desiderano apparire come genitori eccezionalmente devoti.
La patologia non è poi così rara, tanto che in alcuni ospedali americani hanno dotato i reparti di neonatologia e di terapia intensiva pediatrica di telecamere a circuito chiuso per prevenire situazioni analoghe.
Negli ultimi due casi, quando la causa reale della malattia del bambino viene scoperta, la madre o la coppia spariscono col bambino per cercare un altro ospedale o altri medici con i quali mettere in atto la propria ‘rappresentazione’.
L’assetto psichico di questi soggetti si riconduce a coppie ‘disfunzionali’ o disturbate, altamente “asimmetriche”: in genere il padre è assente (anche solo psicologicamente) e la madre sviluppa un legame ‘simbiotico’ nei confronti del figlio. La figura del medico e l’attenzione che presta loro, è solo uno strumento per legittimare e confermare tale devozione.
In realtà questi soggetti non hanno come scopo di nuocere ai figli. Nella loro storia si riscontrano, paradossalmente, eccessive preoccupazioni riguardo la malattia o la morte e un estremo bisogno di protezione e attenzione.

Bibliografia:
Trattato italiano di Psichiatria – Masson 1992
C. Eliacheff N. Heininch – Madri e figlie – Einaudi 2003
Naouri, Aldo – Le figlie e le loro madri – Grandi Tascabili Einaudi 1999
Salvo, Anna – Madri e Figlie. Legami e conflitti tra due generazioni – Mondadori 2003
Montecchi F. Maltrattamenti e abusi ai bambini, Franco Angeli, Milano 1998

Stefano Pallanti (lo ricordate?):
«è vero, sono pericolosi, ma sì agli psicofarmaci ai bambini»

kataweb Salute
Adolescenti depressi, come aiutarli?
di Stefano Pallanti

(docente di Psichiatria all'Università di Firenze, direttore dell’Istituto di Neuroscienze di Firenze, e visiting associate professor alla Mount Sinai Hospital School of Medicine di New York)


Mio figlio ha sedici anni, e da circa un anno è cambiato. Molto cambiato. Era un ragazzo un po' timido ma con pochi amici assai fidati ed affezionati. A scuola se la cavava bene e con noi era affettuoso ed attento. Poi è cambiato. All’inizio andava ancora a scuola ma con fatica evidentemente crescente e con un rendimento peggiore. La notte ore e ore attaccato ad Internet oppure con la sua musica. Sempre più cupa. Adesso sono due mesi che non va più neanche a scuola: dice che non ce la fa. I medici mi dicono che è depresso. Siamo andati da uno specialista: soffre di depressione, una malattia vera e propria. Lo capisco adesso. Me l’hanno spiegato, senza drammi ma con una lacerante pena. Ha iniziato una psicoterapia e ci va due volte la settimana. Sono già tre mesi, ma le cose vanno peggio; oramai e l’ultima cosa che fa. Non esce e si fa negare al telefono quando qualche amico ancora lo cerca; sempre meno perché poi i ragazzi fanno presto a cancellarti dal giro. Di recente il medico mi ha anche proposto di iniziare una cura con farmaci antidepressivi. Ma è così giovane ed io sono perplessa. Ma davvero la depressione è una malattia da curare con le medicine anche in un adolescente? Grazie.

Stare vicino a chi soffre non è mai facile. Certamente essere il genitore di un adolescente che soffra di depressione è tra le esperienze più dure. E soprattutto volere bene ed assistere frustrati a questo penoso distacco dalla vita e continuare a voler bene, nonostante la rabbia per l’impotenza e la pena della sofferenza condivisa, è una delle prove più difficile alle quali si possa sottostare. Sono situazioni che spesso minano l’intera struttura della famiglia, sia quando coinvolgano tutti i componenti sia quando qualcuno se ne tragga fuori non condividendo il carico di infelicità.
Il nostro amore non serve, ed è necessario affidarsi a terapeuti esperti (anche se ci sembra di lasciargli un po’ del nostro ruolo) che ci diano indicazioni chiare. Ed è certamente complicato avere idee chiare. Anche a causa delle molte informazioni non fondate e non documentate che comunque ci rimbalzano intorno. La televisione in genere, e specialmente i “chat-show”, non ci rendono un gran servizio.
Esiste comunque una consistente letteratura controllata che incoraggia ad intraprendere cure farmacologiche.
Perché se si dovesse dare una risposta chiara e stringata, questa è SI.
Sì, la depressione, quando sia così grave come sembra dalla descrizione della sua lettera, è davvero una malattia, e dopo aver provato con una psicoterapia per tre mesi si deve, anche se si tratta di un adolescente, pensare ed intraprendere una cura con medicine.
E' anche vero che esistono differenze, sia per quanto riguarda il disturbo che la risposta alle cure tra la depressione nei bambini ed adolescenti e quella degli adulti.
Infatti già la diagnosi è più difficile, ed i sintomi vengono speso confusi con un “cambiamento di carattere” legato all’età. E poi il tono dell’umore più frequentemente è rabbioso che malinconico ed il comportamento è, conseguentemente, di rivolta o di ricerca di sensazioni rischiose. E talora questa ricerca del rischio malcela una inespressa disaffezione alla vita stessa: un'inconsapevole ricerca di morte. Altre volte, questa ricerca, queste idee sono esplicite. Su questo punto, la presenza di idee di morte ed i pensieri di suicidio, bisogna cercare di sapere il più possibile. Solo così si può prevenire il peggio. Spesso il giovane incontra prima le sostanze e lo sballo, piuttosto che qualcuno che lo ascolti.
Ma quando sia stabilita la diagnosi è anche giusto provare con interventi psicoterapeutici, che spesso coinvolgono anche i familiari.
Le linee guida per la cura della depressione negli adolescenti sono improntate ad una ragionevole cautela. E’ vero infatti che gli studi sino qui compiuti hanno documentato un'efficacia che è certamente inferiore a quella che si ha con gli adulti.
E molte sono ancora le cose che non si conoscono ancora. Ad esempio sino quando continuare la cura quando sia stata efficace, oppure quali siano gli effetti a lunghissimo termine sullo sviluppo di un sistema nervoso ancora in crescita.
Riassumendo, il punto attuale è questo: gli studi controllati con farmaci per la depressione nei bambini ed adolescente ci sono già, e sono abbastanza convincenti da fare sì che le linee guida delle maggiori associazioni scientifiche, in Usa come in Australia, abbiano recentemente posto le cure farmacologiche della depressione negli adolescenti in prima linea.
Ma poiché alcuni aspetti relativi agli effetti di queste cure restano da chiarire, emergono voci contrastanti. Maggiormente sulla stampa non specializzata piuttosto che su quella più propriamente scientifica. Ma gli stessi organismi ministeriali USA hanno predisposto misure che impongono, per ogni nuovo farmaco antidepressivo, la sua verifica ed efficacia anche in bambini ed adolescenti.
Ci son voluti questi provvedimenti poiché l’industria, al contrario di quello che si dice, non era molto incline ad impegnarsi in questo tipo di ricerca poiché potenzialmente rischiosa in termini di immagine. Sì, perché ogni volta che un farmaco viene, dopo prove sicure, approvato per l’uso nei giovanissimi, immediatamente, e ad orologeria, si scatena una campagna di stampa contraria.
Sicchè le industrie si son dette: meglio starne fuori. Ma il problema è troppo serio: il suicidio in USA (dove i dati sono accessibili) è la terza causa di morte tra gli adolescenti!
E quindi, con molto senso di responsabilità, gli organismi governativi anziché fare lo struzzo, pretendono maggiore chiarezza al fine di poter effettivamente poter contare, anche per quanto riguarda i giovanissimi, su di un presidio di prevenzione del suicidio e di cura della depressione che, almeno negli adulti, è il più effiace: i farmaci antidepressivi.
Quindi SI all’uso dei farmaci nei giovanissimi, ma si raccolgano ancora altre informazioni.

La stessa azione a livello dell’ormone della crescita (GH ) non è del tutto chiarita.
E’ infatti in corso una ricerca che coinvolge i maggiori centri specializzati in USA e finanziata dal governo americano, per chiarire tutti questi aspetti.
In questa ricerca il farmaco impiegato è la fluoxetina, il più vecchio tra i nuovi serotoninergici, ed anche quello che nel tempo, più ha fornito prove documentate di efficacia a breve termine, già molto convalidanti, ed ha già ricevuto l’approvazione dalla Food and Drug Administration (FDA) e può essere prescritto per i bambini ed adolescenti in USA.
A suo tempo la fluoxetina era stata oggetto di attacchi e squalifiche legate ad una presunta azione di “assopimento della volontà”, la cosiddetta Sindrome avolizionale nei bambini.
Successivamente si è documentato che questa riduzione dell’attività volontaria talora riportata nel corso della cura di giovanissimi non comportava rischi ed era del tutto reversibile con la sospensione della cura.
Adesso altre ombre riguardano la paroxetina, altro serotoninergico per il quale è stato riportato un incremento delle idee autolesive, in alcuni casi di giovani pazienti depressi. Idee per altro, come abbiamo già detto, purtroppo già spontaneamente presenti in corso di depressione; e non è facile capire se venga prima l’una o l’altra cosa.
Bisogna dire che in Italia poi la situazioine è ancora più complessa, non ci sono farmaci approvati per la depressione dei bambini ed adolescenti, a parte la sertralina, che però è approvata per alcuni disturbi d’ansia.
Quindi la decisione di curare un adolescente depresso con farmaci richiede una condivisione, delle informazioni prima e della scelta poi, ampia e documentata.

Ma, ripeto, quando si sia di fronte ad una forma depressiva maggiore, con sofferenza soggettiva, scadimento delle prestazioni educative e ricreative, ritiro sociale, certamente da fare.
Un solido sostegno alla cura con medicine della depressione tra i giovanissimi, che ancora una volta va contro la corrente del pettegolezzo mediatico, viene da un recentissimo articolo pubblicato sugli Archives of General Psychiatry, la maggiore rivista scientifica di Psichiatria, (Olfson et al. Arch Gen Psych 2003 Oct; 60 (10):978-982. che ha documentato come in quelle aree del paese in cui sia cresciuta negli ultimi 10 anni la prescrizione di farmaci antidepressivi per la cura della depressione degli adolescenti, i tassi di suicidio si siano ridotti. E non è davvero poco. Da questo importante e complesso lavoro scaturisce l’indicazione all’uso degli antidepressivi negli adolescenti depressi, soprattutto se maschi e di famiglie con reddito modesto.
La notizia è rimbalzata anche sulla prime pagine del New York Times, ma da noi se ne è parlato poco, troppo poco.

lunedì 1 dicembre 2003

l'articolo di Bernardo Valli citato da Federico Masini
sabato, nell'incontro in Libreria sulla donna e l'Islam

La Repubblica 29.11.03
Mezzo secolo dopo l'occupazione delle truppe di Mao, la Cina continua a favorire l'immigrazione degli han
Matrimoni misti e quiz televisivi così Pechino ha cancellato il Tibet
L'integrazione tra questi due popoli è l'ultima arma per annullare la cultura millenaria del paese sul tetto del mondo La capitale somiglia oggi a qualsiasi città di provincia, ricostruita dopo la svolta capitalistica degli anni Ottanta
DAL NOSTRO INVIATO BERNARDO VALLI


LHASA - La signora Cui Yuying non ha dubbi sulla doppia natura del quattordicesimo Dalai Lama: come religioso è un Buddha, come politico è un reazionario. Perché un reazionario? Perché rifiuta l'unità del paese. Altri interrogativi non sarebbero superflui. Potrei chiedere ad esempio, alla signora Cui Yuying, se Cina e Tibet non siano due terre distinte. Non è una forzatura parlare di una stessa nazione? Dovrei chiederle ancora se su questo altopiano, tanto vicino al cielo e tanto lontano dal resto del mondo, religione e politica non si confondano. Se cosi è, il Dalai Lama non è forse un capo spirituale e temporale, come dice la tradizione teocratica dell'antico Tibet che sopravvive? Ma sarebbero bestemmie. Pure provocazioni. Del resto, con un'occhiata, senza venire meno a una condiscendente cortesia, la signora Cui Yujing taglia corto. Chiude l'argomento. E subito nel ristorante dove avviene l' incontro (e dove invitanti odori annunciano arrosti di yak e teste di montone lesse) l'atmosfera si distende. Dignitari, giornalisti e interpreti, testimoni del dialogo tra il rappresentante del potere e l'ospite straniero, tirano un sospiro di sollievo. Il tema del Dalai Lama crea tensione. Lo sguardo della signora Cui Yuying rivela l'abitudine al comando. Il personaggio è di rilievo. è vice presidente della Provincia autonoma del Tibet, secondo personaggio nella gerarchia del potere, ed anche una donna che riassume la storia recente di questo popolo. è nata da un padre han, vale a dire cinese, e da una madre tibetana, una cinquantina d'anni fa, quindi subito - o poco - dopo l'invasione e l' annessione alla Repubblica Popolare. è lei stessa a dirmelo quando esprimo il mio scetticismo sulle statistiche ufficiali, secondo le quali soltanto il cinque per cento della popolazione sarebbe cinese. Percentuale che smentirebbe il «genocidio culturale», perpetrato, si dice, anche attraverso l'immigrazione cinese orchestrata da Pechino, al fine di diluire, e col tempo cancellare, l'identità tibetana di questa terra. Ho fatto notare alla signora Cui Yuying che per le strade di Lhasa si incontrano soprattutto cinesi, e lei replica che gli stranieri sono tratti in inganno dal gran numero di figli e figlie di matrimoni misti. «Come me», scandisce, guardandomi negli occhi con una fissità che sento sulla pelle quasi fosse uno schiaffo. Una sfida. Poi distoglie lo sguardo, si gira lentamente, e alza il mento, con un leggero movimento del capo. E io ho l'impressione che si metta di profilo per esibire i tratti somatici dei due popoli che convivono in lei. Ma soltanto la gente del posto può distinguere nei suoi lineamenti le tracce tibetane (l'occhio più aperto, quasi latino, e la pelle un po' scura) dalle impronte cinesi che prevalgono in modo netto. Prepotente. Suggestionato dalla tragica storia di questo paese, il cui ricordo ti accompagna ad ogni passo, do un significato profondo al quasi impercettibile, orgoglioso gesto che penso di avere colto nell' atteggiamento della signora Cui Yuying. Non mi ha forse fatto capire che lei è la prova, in carne ed ossa, della fusione tra Cina e Tibet? Un'unità indissolubile, ormai nel sangue, contro la quale il Dalai Lama in esilio, e il resto del mondo, non possono più nulla da un pezzo. Altri interlocutori mi hanno dichiarato, con uguale drammatico orgoglio, il loro sangue misto, cinese-tibetano, per denunciare l'abbaglio di cui saremmo vittime noi stranieri. A Lhasa, e in generale nei centri urbani, vediamo soprattutto cinesi, e immaginiamo che i tibetani siano relegati nelle zone rurali. Zhang Jiam, direttore della Tv locale, mi spiega che tanti commercianti del grande mercato, di Tromzikhang, sono cinesi come lui. E anche lui, come la signora Cui, viene da una famiglia mista. È un tibetano di padre cinese. E pure lui si presenta quale esempio dell' integrazione, anzi dell'unità carnale, tra il Tibet e la Cina. Dopo l'invasione i due popoli, che nella loro lunga storia si sono raramente amati, spesso detestati, e più volte combattuti, avrebbero cominciato a unire il loro sangue, secondo un piano che ha cambiato il panorama umano delle città. Nel dramma di questa terra ci sono tante storie inquietanti. C'è tanta passione. è comunque una terra in cui arrivo con grande ritardo. Un ritardo di cui mi rendo subito conto alle porte di Lhasa, quando (proveniente dall' aeroporto di Gonggar, dopo un'ora d'autostrada, in una splendida valle lunare) mi inoltro nei grandi, anonimi rettilinei tracciati dagli urbanisti cinesi. E la magia iniziale va in fumo, svanisce, si trasforma in delusione lungo gli ampi, interminabili viali, identici a quelli che mi sono lasciato alle spalle, nelle città ricostruite dopo la svolta capitalistica degli anni Ottanta. Viali che tagliano quartieri geometrici, delimitati da reggimenti di edifici, come ne trovi in tutti i centri di provincia della Repubblica Popolare. Strade addobbate con miriadi di cartelli su cui campeggiano ideogrammi cinesi che annunciano ristoranti cinesi o negozi di telefoni cellulari fabbricati in Cina o centri di karaoke con ragazze tibetane e cinesi. Insieme al sangue dei matrimoni misti, la Cina ha portato il vetro e il cemento del paesaggio urbano standardizzato che ormai prevale dall' Oceano Pacifico al deserto del Gobi. Ha portato le abitudini, vizi e virtù, dell' impero comunista che predica l'economia di mercato e promuove la cultura di massa, teleromanzi e quiz televisivi. Arrivare troppo tardi significa ritrovare le stesse cose che hai appena lasciato. In Cina accade spesso. Rincorri la vecchia Cina e non la trovi più. Le città del boom economico sono tutte uguali. Neanche te ne accorgi quando passi dall' una all'altra. Con qualche rara eccezione, sembrano ricostruite con un stampo. Lhasa non sfugge alla regola. Il vecchio Tibet è sparito. Resta l'incanto della natura. Il cielo è una cappa di cristallo di un azzurro mai visto. A quasi quattro mila metri l'aria è povera di ossigeno (al punto che senti il bisogno di aspirarne un po' dalla bottiglia a portata di mano) ma è di una purezza che ti stordisce. La luce rimbalza sulle montagne calve che incorniciano Lhasa e ti investe accecandoti. Invidio i turisti giovani che percorrono a piedi il Tibet, che arrivano a tappe dal Nepal. Penso proprio che Alexandra David-Néel, prima donna occidentale ad avere messo piede nel Tibet segreto e proibito, avesse ragione quando negli anni Venti rimpiangeva il fatto che, invece di violarlo con la modernità, non si creasse su questo altopiano un grande parco naturale, con le sue vette innevate, le sue immense steppe, i suoi laghi freddi di un colore blu intenso, come l'acqua dei fiumi. La pensava così probabilmente anche il grande tibetologo Giuseppe Tucci (del quale mi accompagnano alcuni libri) che amava il Tibet e l'Oriente, e detestava l'Occidente moderno e industrializzato. La descrizione idilliaca del paesaggio, non si applicava certo alla città di Lhasa scoperta dai visitatori nei primi anni del secolo scorso. Francis Yonghusband, comandante delle truppe inglesi arrivate nel 1904, trovò le anguste strade della capitale ingombre di immondizie; invase da topi e cani randagi; percorse da fogne scoperte che servivano da latrine a donne e uomini accovacciati; e gremite da legioni di mendicanti. La Lhasa descritta da Alexandra David-Néel alcuni decenni dopo non è molto diversa. Né la società sorpresa dall'invasione cinese, a metà del secolo, era quella immaginata dai romantici cultori del Tibet. Era piuttosto una società feudale, mercantile e stagnante. L'aspetto mistico riguardava un ristretto numero di monaci, di grande cultura filosofica e religiosa, animatori del lamaismo monastico, ben distinto dalla pratica religiosa popolare. Lhasa aveva nel '49 circa trentamila abitanti, e contava in più sedicimila monaci nei grandi monasteri di Sera e Drepung. Oggi gli abitanti sono duecento cinquanta mila e vivono in una città moderna, dove il reddito, mi dice la signora Cui Yuying, è ventotto volte quello di quarant'anni fa. Giuseppe Tucci e Alexandra David-Néel (che pure auspicava un po' di modernità cinese nel Tibet) non riconoscerebbero più la loro terra promessa. Il miracolo cinese farebbe inorridire Tucci e lascerebbe perplessa Alexandra. Hai l'impressione che quel miracolo abbia cancellato il Tibet. Ma non è cosi. Il Tibet lo ritrovo nelle strade del quartiere di Barkor, attorno al tempio di Jockang. Ed è con sollievo che mi lascio trascinare dal fiume di pellegrini provenienti dai più remoti angoli del paese. Una folla in cui prevalgono i contadini, in abiti tradizionali, intenti a sgranare i rosari e a bisbigliare giaculatorie. Una folla di tibetani che pregano stesi a terra, senza inibizioni, con grida e gesti antichi. Uno spettacolo che mi libera dall'angoscia in cui mi avevano precipitato gli incontri per me estremamente drammatici nonostante la cortesia, il garbo dei miei interlocutori, con i tibetani-cinesi. Non tanto per loro, quanto per il significato che assume la loro identità. Una doppia identità che sembra destinata a enfatizzare una faccia e a cancellare l' altra. Quest'ultima, l'identità minacciata, mi spunta invece davanti all' improvviso, in apparenza intatta, qui nel quartiere di Barkor, e attorno al tempio di Jockang (che significa Casa del Signore). Un'isola tibetana nella città cinese. Mi guida nel tempio, il più santo di tutto il Tibet, un monaco di rango medio. La ressa e la scarsa luce mi impediscono a volte di distinguere i visitatori dalle numerose statue di dimensioni umane di celebri lama defunti. L'odore di incenso, il brusio e i racconti di straordinari miracoli sussurratimi all' orecchio mi stordiscono. E al tempo stesso mi sento appunto sollevato, come se toccassi con mano la sopravvivenza del Tibet. Il mio compagno di viaggio cinese, ormai un amico, sorride della mia emozione. Lui, ateo, non si lascia commuovere da questo spettacolo medievale. Ma per me è anzitutto un modo di esprimere la propria identità nazionale e culturale. Mezzo secolo dopo l' invasione cinese, ritmato da insurrezioni e repressioni, e dopo la chiusura totale di templi e monasteri per dieci anni (durante la Rivoluzione culturale), il Tibet è rimasto fedele alle sue tradizioni. Il potere consente adesso che vengano celebrate, a condizione che non diventino dimostrazioni nazionaliste. Di immagini del Dalai Lama non se ne vedono. Circola ufficialmente soltanto una fotografia in cui appare a fianco di Mao. Risale a prima del '59, l'anno in cui fuggi in India. Dal terrazzo del tempio, dove saliamo per vedere la città, il monaco-guida mi indica l'immenso palazzo di Potala, dove viveva il Dalai Lama. E mi dice: «Adesso è un museo. L'hanno persino restaurato». i lamaisti Sono i seguaci del buddhismo che viene praticato in Tibet e in alcuni paesi limitrofi, quali il Bhutan. Hanno una rigida struttura gerarchica che vede il Dalai Lama e il Panchen Lama a capo della chiesa.

storie dell'uomo

Le Scienze 29.11.2003
L'autenticità della mappa di Vinland
Nel 2002 alcuni ricercatori avevano affermato che si tratta di una contraffazione


Le recenti conclusioni secondo cui la celebre mappa di Vinland sarebbe un abile falso sono basate su interpretazioni errate dei dati: lo sostiene una ricercatrice dello Smithsonian Institution, in uno studio pubblicato sul numero del primo dicembre della rivista "Analytical Chemistry". L'anno scorso, altri ricercatori avevano messo in dubbio l'autenticità della mappa, ma secondo Jacqueline Olin gli stessi risultati possono essere usati per confermare la validità delle sue origini medievali.
La mappa di Vinland, che riproduce l'Islanda, la Groenlandia e le coste nord-orientali dell'America del Nord, viene fatta risalire alla metà del quindicesimo secolo, suggerendo così che alcuni esploratori vichinghi avessero cartografato il Nord America molto prima di Cristoforo Colombo. La mappa, che fa discutere gli storici sin dalla sua scoperta negli anni cinquanta del ventesimo secolo, è custodita nella biblioteca dell'Università di Yale e il suo valore viene valutato superiore ai 20 milioni di dollari.
Nel 2002, erano stati pubblicati due studi contraddittori: il primo, sulla rivista "Radiocarbon", datava la mappa al 1434 circa usando la datazione al carbonio; l'altro, sulla rivista "Analytical Chemistry", sosteneva che la mappa fosse una contraffazione risalente al ventesimo secolo, realizzata su pergamena medievale.
Olin, che aveva collaborato alla prima ricerca, ha ora risposto agli autori della seconda dimostrando che anche l'inchiostro utilizzato risale al medioevo: a causa dei metodi di produzione di quell'epoca, infatti, conterrebbe rame, alluminio e zinco, completamente assenti negli inchiostri moderni.

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