una segnalazione di Sergio Grom e di Tonino Scrimenti
La Repubblica 2.1.04 (pagg. 1 e 37)
LE IDEE
Se il mondo dei sogni diventa un deserto
I TIRANNI DEL SOGNO
Il mondo onirico, da Sigmund Freud a James Hillman
La teoria diversissima di Carl Gustav Jung
il narratore misterioso che si sveglia dentro di noi
Mentre lo studioso americano mette in guardia dagli "imperatori dell'anima"
Il padre della psicanalisi bandisce nella sua Interpretazione ogni traccia di mito
di PIETRO CITATI
L'interpretazione dei sogni è percorso da una fitta serie di citazioni e di allusioni letterarie, Sofocle, Virgilio, Shakespeare, Goethe, che rivelano come l'immersione onirica risvegliasse il fortissimo senso mitico di Freud. Queste citazioni - non i discorsi e le definizioni intellettuali - hanno il compito di esprimere la sua intuizione dell'inconscio. Forse egli aveva combattuto con Dio, come Giacobbe con l'angelo: aveva tentato di scoprire i segreti degli dèi dell'Olimpo, della luce, della coscienza, e la totalità della vita. Ma aveva fallito. Non gli era restato che scendere nelle tenebre dell'Ade (*). Laggiù abitavano gli dèi della notte: Ade, Persefone, i Titani, le Furie, le Madri che Faust aveva visitato nelle profondità della terra. Questi erano gli unici dèi che egli potesse conoscere: lì viveva il numinoso, il tremendum, l'indimenticabile e l'indistruttibile, verso il quale provava un'infinita venerazione e un infinito terrore. La sua via era segnata. Come l'archeologo, doveva discendere strato per strato, dissotterrando la città sepolta, fino all'ultima Troia: come il minatore, doveva scavare pozzi sempre nuovi, nei quali incontrare i pensieri del sogno.
Il fatto paradossale è che questa intuizione mitico-sacro dell'inconscio, intessuta con tanta sottigliezza ed eleganza, resta confinata nelle allusioni letterarie dell'Interpretazione dei sogni. Nei sogni, che Freud racconta e che in gran parte estrasse dalle sue notti, manca quasi ogni traccia di mito e di numinoso. Gli innamorati delle grandi fantasie oniriche romantiche dovranno cercare altri testi: Jean Paul, Nerval, Jung. La ragione è duplice. Da una parte, scrivendo il suo libro, Freud censurò violentemente i propri sogni per pudore, discrezione, timore, desiderio di rispettabilità, resistenza dell'ego. Tutti i sogni sessuali, specialmente quelli dove affiorava l'attrazione edipica verso la madre, non giunsero nel libro. Era la colpa suprema, di cui non poteva scrivere in pubblico. I peccati che confessò analizzando la sua attività onirica, o che rivelò senza volerlo, sono soprattutto peccati dell'ego: odio verso il padre, rancore verso i fratelli e gli amici, invidia, ostilità verso i colleghi, desiderio di riuscire (rinnegando persino la propria razza), colpe verso i malati - peccati, forse, anche più vergognosi, ma che non sfioravano il recinto sacro della psiche.
La seconda ragione è più significativa. L'inconscio freudiano, non è quel mare tenebroso e continuo, quell'Acheronte pigro o convulso, quell'indivisibile flusso, che ci hanno raccontato Dostoevskij, Proust e Kafka. Il sogno è composto di microscopici frammenti, di unità impercettibili, di minime tessere, che poi l'inconscio incastra fra loro, fino a formare un conglomerato ingegnoso. Così, leggendo L'interpretazione dei sogni, il brivido oscuro che ci aveva lasciato l'Ade scompare. Il dio dell'inconscio non sembra un Titano o una Furia, e nemmeno le Madri. Assomiglia piuttosto a figure che incontriamo nella vita del giorno: un tessitore davanti al suo telaio, un artigiano che compone mosaici e tarsie, un giocatore di scacchi che calcola i movimenti delle sue pedine, e persino un cinico truffatore, tanto mente, si maschera ed è privo di scrupoli. La sua attività è formale e combinatoria. Mentre Freud lo spia, eccolo lì che lucidamente, geometricamente, con una regolarità e una precisione da orologio, occulta, omette, condensa, traduce, deforma, trasforma, sposta. Che il tremendo dio dell'Ade si comporti come un meticoloso artigiano, questa è la grande scoperta che Freud insegnò al ventesimo secolo.
Dopo aver pubblicato L'interpretazione dei sogni (1900), Freud allontanò da sé le ombre e gli dèi dell'Ade e del passato, usciti «dalla fossa oscura dei sogni», dove - confuso, sognante ed estatico - per qualche anno aveva rischiato di perdersi. Uccise la parte morbida e femminile di sé; e si irrigidì, affidandosi ai guardiani della coscienza. D'ora in poi, avrebbe contemplato l'inconscio dalla rocca della coscienza: senza mescolarsi più tra le ombre desiderose di sangue, perdendo quel contatto immediato con la tenebra. Non fu solo. Quasi vent'anni dopo, il suo amico-nemico, Carl Gustav Jung, percorse la stessa strada, mentre elaborava una teoria diversissima dalla sua. Tutti gli archetipi, le vegetazioni, i pensieri e le intuizioni casua li che si annidano nel profondo, anche Jung cercò di portarli alla luce della coscienza e del giorno.
* * *
Nel suo bel libro: Il sogno e il mondo infero (Adelphi, traduzione di Adriana Bottini, pagg. 316, euro 22), James Hillman si ribella contro coloro che chiama «gli imperatori dell'anima».
Quegli imperatori erano i suoi maestri, Freud e Jung. Settanta anni dopo che essi avevano consigliato di illuminare la psiche, Hillman si accorge che il profondo, almeno in Occidente, si è isterilito. Il mondo moderno possiede una sterminata quantità di inconscio razionalizzato, trasformato, alterato, falsificato. Ma pochissimo inconscio autentico, come al tempo dei greci e dei cristiani, quando esistevano gli dèi della luce e della notte. Qualsiasi discesa sistematica nella tenebra, qualsiasi volontà di chiarirla completamente, uccide il nutrimento oscuro della nostra anima. Così Hillman non si propone di portare il sogno nel mondo diurno, traducendolo nella lingua dell'io. Non tenta nessuna conoscenza scientifica della vita onirica.
Come gli antichi, Hillman lascia l'anima nella sua ombra. Allora il profondo veniva alla luce da solo, senza l'intervento umano, continuando a parlare la sua lingua misteriosa: ora in un mito, ora in un sogno, ora in un'intuizione, ora in una previsione, ora nella immagine centrale di un libro. Così, nei tempi moderni Proust e Kafka temettero di disseccare e cancellare con l'intelligenza la parte più preziosa dell'ombra: il suo abisso, il suo velluto, il suo «setoso geranio», la forza inquietante, la vischiosità, l'irradiazione. Nella Ricerca e nella Metamorfosi persuasero l'inconscio a riflettere su sé stesso e a parlare di sé stesso, esprimendosi e trovando una forma letteraria: sebbene continuasse a restare inconscio. L'ombra aveva irradiato la propria luce: la luce della notte. Senza possedere il genio artistico di Proust e di Kafka, Hillman segue il loro cammino, liberandosi da qualsiasi pensiero e pregiudizio che appartenga alla realtà e alla ragione. Capisce che «la coscienza diurna nasce nella notte e della notte reca i segni sopra di sé». Non cerca di conoscere i sogni: ma di vivere i sogni, abitare i sogni, diventare, lui stesso, un grande sogno.
In quel momento, capisce che i sogni appartengono al mondo infero, e inizia la sua discesa nel regno della notte e della morte. Laggiù, come Freud aveva scoperto e forse dimenticato, tutto è pieno di dèi: una folla di dèi, che ora parlano a voce alta, ora squittiscono e stridono come pipistrelli. Laggiù vivono Ade e Dioniso - lo stesso dio. Ade possiede una mente così armoniosa e una parola così persuasiva (diceva Platone), che le anime non vogliono più lasciare il suo regno: mentre l'immaginazione notturna di Dioniso trabocca di forme animali, di metamorfosi fantastiche, di danze orgiastiche e musiche, che Hillman non può a nessun costo dimenticare.
Egli sa che discendere nell'Ade è un'impresa pericolosa. Bisogna affrontare il dolore, il lutto, la lacerazione, il terrore, gli impossibili abbracci dei morti, la tragica esplorazione di tutto ciò che è nascosto: l'esperienza del vuoto e dell´invisibile. C'è continuamente il rischio di perdersi, sopraffatti dalla onniavvolgente spettralità - quella che Ulisse conobbe nell'Odissea e tenne lontana da sé. Ma Ade, come dicevano i greci, è anche Plutone: il dio della ricchezza. «Dai morti - aveva detto Ippocrate - proviene il nutrimento, e la crescita e il seme». Senza l'esperienza della morte, la nostra vita perde qualsiasi profondità: mentre, se conosciamo gli spettri e il vuoto, essa diventa ricca, piena, sovrabbondante di doni terreni e celesti.
Tra gli psicologi del ventesimo secolo, credo che Hillman sia l'unico, vero politeista - e da questo deriva la vastità di immagini e di relazioni che nutrono i suoi libri. Ogni figura divina ed umana contiene, per lui, una quantità innumerevole di figure: ognuna è sempre sul punto di andare a pezzi o di moltiplicarsi: e lui gioca con queste figure che si perdono e si ritrovano, animato da un piacere che non si esaurisce. Non è mai fermo. Ogni minuto, cambia atteggiamento e posizione. Incarna molte forme: guarda da tutte le parti, verso la notte e verso la luce, verso la realtà e verso il vuoto: muta punto di vista: e ci appare sempre dove non l'aspettiamo. Sta sui confini, dove si incontrano ciò che è famigliare e ciò che è straniero, ciò che è vivo e ciò che è morto. Il principio di non-contraddizione, che domina ancora il pensiero di Jung, gli è estraneo. Il suo maestro è Eraclito, nel quale gli opposti coincidono. Tutto ciò dà una mobilità brillante e nervosa al suo stile. E una straordinaria letizia. Quando parla dell'Ade, dove Omero trovò soltanto squallore e terrore, ci sembra stranamente allegro. Non ci comunica nessun brivido funerario, ma soltanto gioia, come avesse trovato nella morte lo scintillio e il brillio della vita.
* * *
Non tutto, nei sogni, è Ade. Non tutti i sogni sono funerarii e spettrali. Quando sogniamo, scorgiamo anche le superfici della vita diurna: quella che abbiamo appena abbandonato, da pochi minuti o da poche ore o da pochi giorni. Gli psicologi, che cercano soprattutto profondità, sono ingenerosi verso i sogni superficiali: persino uno scrittore frivolo come Hillman. In queste fantasie oniriche non ci sono simboli. Non c'è ombra né tenebra. Non ci sono fondali misteriosi. Non c'è quello che Freud chiamava lavoro onirico: cioè quel processo di «coagulazione, condensazione, intensificazione, riduzione, ripetizione», che attrae Hillman.
Verso un'ora qualsiasi della notte (di solito non verso l'alba, quando giungono, dicevano gli antichi, i sogni veri, quelli usciti dalle porte di corno), si sveglia in noi un Narratore misterioso. Racconta storie compatte, continue, abbondanti, fluide: non prova nessuna fatica, né pena né intoppi, perché viene dominato dalla gioia esorbitante dell'affabulazione. Possiede un estro fantastico, una ricchezza di invenzioni, di trovate e di particolari, che non finiscono di stupirci. Dai narratori del giorno lo distinguono due doni. In primo luogo, le sue figure rivelano un'incredibile leggerezza e trasparenza: perché i sogni e i fantasmi (diceva Omero) sono simili alle immagini riflesse allo specchio. In secondo luogo, egli non conosce la necessità. Ama il caso: e il particolare assurdo, insensato, follemente comico, che ci fa ridere fino alle lacrime. A volte, né Basile né Hoffmann possono rivaleggiare con lui.
Non sappiamo quale sia il suo nome. A prima vista, ci sembra il narratore delle Mille e una notte: poi ci accorgiamo che i racconti che l'Oriente produsse, come una flora prodigiosa, dal nono al diciannovesimo secolo, sono molto più esoterici delle nostre storie notturne. A volte, ci sembra un narratore di avventure come Stevenson, o un librettista come Da Ponte, o un autore di operette, farse napoletane e musical: o un clown - il nostro clown personale. Racconta volentieri di notte, chiuso in una mente umana come nella più sicura delle prigioni o dei salotti, perché si sente protetto dall'oscurità, soffice e morbido come il pelo di un gatto siamese. Nessuno, nemmeno un meticoloso psichiatra, può smentirlo. Quando inventa una storia particolarmente spiritosa, comprendiamo all'improvviso chi ci ha accompagnato, sia pure con intermittenze, nelle ore della notte. È Ermes, il dio che guida i morti e i sogni: il dio piccolo, losco, leggero, bugiardo, che si abbandona giocando al suo piacere di fantasticare.
(*) "Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo" è il motto (tratto dall'Eneide) premesso da Freud all'Interpretazione dei sogni
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 6 gennaio 2004
Francesco Petrarca (1304-1374)
(citato al Lunedì)
una segnalazione di Annalina Ferrante
La Repubblica 2.1.04
Il poeta dell'amore e della coscienza di sé
a settecento anni dalla nascita
Fu il primo a rivendicare l'autonomia dell'intellettuale
Occupa interamente la scena ali celebreranno l'autore del Canzoniere
Intervista a Marco Santagata: "Lui più di altri sa parlare alla sensibilità dei moderni"
PISA
di FRANCESCO ERBANI
Francesco Petrarca nacque poco prima che spuntasse il sole del 20 luglio 1304, settecento anni fa. Nacque ad Arezzo, in una casa di Vico dell'Orto, dove il padre, che tutti chiamavano Ser Petracco, e la madre, Eletta Canigiani, si erano rifugiati perché a Firenze era prevalsa la parte dei guelfi neri e il povero Petracco, di parte bianca come Dante, era stato condannato ingiustamente al taglio di una mano, alla confisca di tutti i beni e all'espulsione dalla città.
Petrarca iniziò in esilio la sua vita. Sarebbe diventato il maggior poeta dell'amore e della coscienza di sé e la sua fama avrebbe brillato in assoluto più di ogni altro suo collega, influenzando la lingua della lirica fino alle porte del Novecento e anche oltre. E fu anche colui che con più limpida consapevolezza avrebbe rivendicato l'autonomia del suo mestiere, delle proprie conoscenze letterarie e filologiche, inaugurando l'albo di una nuova categoria professionale, quella degli intellettuali.
Su Petrarca si è cimentato per decenni Marco Santagata, professore a Pisa. Ha scritto saggi per riviste scientifiche e due libri molto diffusi (Per moderne carte e I frammenti dell'anima, editi dal Mulino nel '90 e nel '92). Ha curato un Meridiano Mondadori con il Rerum vulgarium fragmenta (il Canzoniere) e un altro con il Codice degli abbozzi, che documenta le redazioni precedenti del Canzoniere, e i Trionfi (il primo torna in libreria a gennaio con una nuova premessa e un aggiornamento bibliografico). Tre anni fa, quasi per scrollarsi da un'ossessione, ha scritto un romanzo, Il copista (Sellerio), una malinconica fantasia sugli ultimi anni di vita del poeta, un gioco in cui il protagonista è Giovanni Malpaghini, l'uomo che lo assistette nel ricopiare una per una le sue poesie.
È con Santagata che tentiamo di capire se e come, settecento anni dopo, Petrarca parli alla sensibilità dei moderni. «Certo», risponde Santagata, «lui più di altri, perché occupa interamente la scena della sua poesia con la propria soggettività. Potrebbe sembrare un impoverimento e invece nei secoli l'ambiente petrarchesco si è rivelato un territorio sconfinato che ha consacrato il suo artefice quale caposcuola della poesia moderna. Lui sottrae il discorso amoroso ai condizionamenti del tempo e costruisce uno spazio dell'io con le proprie contraddizioni, le proprie ansie, e con l'accidia, che altro non è se non la depressione, e che lui tratta come una malattia, un morbo con una componente peccaminosa».
Ne riparleremo. Ma intanto una premessa: Petrarca è ancora studiato?
«Non so quanto venga letto. Ma negli ultimi anni è il nostro autore sul quale all'estero maggiormente si indaga».
Più di Dante?
«Più di Dante, sì».
E da cosa dipende questo interesse?
«Dal fatto che si tende a retrodatare l'Umanesimo, comprendendo a pieno titolo anche Petrarca, anzi facendone un capostipite».
Ed emergono novità?
«Continuamente. Petrarca è un cantiere aperto e soprattutto il Petrarca latino, che ora si tende a raccordare strettamente con quello che predilige il volgare. Scrivere lirica d'amore è ai suoi occhi un'operazione umanistica. Petrarca è convinto che presso i latini esistesse una poesia ritmica espressa in una lingua popolare, diversa da quella codificata da Cicerone. Quando raccoglie i suoi versi sparsi compie un'operazione umanistica, la stessa che lo spinge a riunire le Familiares».
Ma il Petrarca latino, lei diceva, è ancora da indagare a fondo.
«Abbiamo ancora molto lavoro da compiere soprattutto per offrire testi attendibili. È lì il cantiere più operoso».
E il Petrarca volgare?
«Noi non abbiamo un'edizione critica del Canzoniere. La fortuna di possedere il codice autografo, un codice in cui Petrarca ricopiò le proprie poesie, ha in qualche modo frenato lo scrutinio e la raccolta di tutti gli altri manoscritti per ottenere una edizione critica».
E questo è un problema? Non sarà solo un capriccio di filologi?
«Esistono edizioni molto curate e corrette. Però un'edizione critica del Canzoniere, ma anche dei Trionfi, sarebbe impresa memorabile».
Torniamo al Canzoniere. Lei è convinto che non si tratti di una raccolta, ma di un'opera compiuta. Meglio, di un romanzo. Perché?
«Il Canzoniere è il grande libro che testimonia la svolta del poeta, cioè il ritrovamento dell´integrità intellettuale, la riunificazione del suo io scisso a causa della passione amorosa: il saggio è colui che è tutto compiuto in se stesso, mentre l'innamorato è in parte alienato da sé, il suo animo è frammentato, disperso. Ha presente il sonetto d'apertura del Canzoniere?»
«Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono»?
«Ecco: quelle "rime sparse" rappresentano lo stato di dissociazione. La passione d'amore è un'esperienza irrazionale, sulla quale si abbatte negativamente un giudizio etico. La guarigione avviene riacquistando l'autocontrollo, la padronanza di sé. Il Canzoniere realizza questa tesi. O almeno dovrebbe realizzarla».
Non ci riesce?
«È una tesi difficile da tradurre in pratica. Quando riunisce tutti i testi che compongono il Canzoniere, e che risalgono anche a molti anni prima, Petrarca non sa come concludere la raccolta affinché sia ben chiaro il fine penitenziale, il riscatto dalla passione. In un primo tempo si affida solo al calendario liturgico. È un calcolo un po' complicato, posso procedere?».
Certamente.
«I sonetti sono 366, uno in più rispetto ai giorni dell'anno. L'innamoramento per Laura ha una data, 6 aprile 1327, venerdì di Passione prima della Pasqua: muore Cristo e nasce l'amore. Cominciando dunque dal 6 aprile e calcolando un sonetto al giorno, si arriva al numero 264 che cade il 25 dicembre. Qui Petrarca colloca una cesura. Terminano i versi "in vita di Laura", iniziano quelli "in morte": nasce Cristo e comincia il processo di redenzione del poeta, che avanza per le altre 102 composizioni fino alla canzone alla Vergine, la numero 366, che coincide con un altro 6 aprile».
E questo non è sufficiente a dimostrare la riacquistata saggezza?
«Evidentemente no. Con un guizzo che possiamo datare negli ultimi anni di vita, Petrarca modifica l'ordinamento dei trentuno componimenti finali. Chiude il cerchio della sua redenzione, colloca in quel punto i sonetti e le canzoni che più palesemente rendono chiaro il cammino di riscatto, arretrando quelli che lo fanno apparire più dubbio».
Quella di Petrarca è dunque una costruzione intellettuale. Il suo è un artificio letterario.
«Petrarca allestisce un grande libro. E questo gesto rompe con la tradizione dei rimatori cortesi, i poeti a lui contemporanei o immediatamente precedenti, i quali avevano posto al centro dei propri versi la figura della donna. Il loro io, rispetto alla donna, era poco più che un locutore. Inoltre quella poesia conteneva una componente sociale, incorporava il rituale di una società nobiliare».
E qual è la novità che introduce Petrarca?
«La donna delle rime cortesi non si concedeva, ma il desiderio frustrato produceva poesia. Petrarca rovescia questo meccanismo. In apparenza la donna suscita il desiderio, ma in realtà esiste solo perché è investita dall'amore-desiderio. Neanche lei si concede, ma colui che desidera va a occupare tutto lo spazio che fino ad allora era riservato alla raffigurazione della donna, ai rituali del corteggiamento».
E quindi Petrarca costruisce la propria autobiografia poetica?
«Sì, ma in modo diverso da come possiamo intenderla noi. Petrarca usa la letteratura per offrire un'immagine di sé, però mescolando dati reali e dati fantastici. Il suo modello è Sant'Agostino, così come lo raffigura nel Secretum, intento a spronarlo verso una poesia che racconti se stesso e non più gli altri».
Ed è qui, secondo lei, la modernità di Petrarca?
«Petrarca si astrae dalla storia del suo tempo. Non la ingloba, come fanno i poeti a lui contemporanei. La sua poesia non ha dimensione sociale, ma solo interiore».
Il rapporto di Petrarca con la storia, così come lei lo descrive, ha forti analogie con le sue scelte linguistiche. Gianfranco Contini sostiene che le parole petrarchesche sono «sostanze non attualizzate».
«Il vocabolario di Petrarca è molto più ricco di quello di uno stilnovista, ma è chiuso, circoscritto. La sua poesia non si consuma in pubblico e la lingua è concepita perché sia destinata a durare. È senza tempo».
Questo spiega la fortuna di Petrarca nel corso dei secoli?
«Il petrarchismo è un fenomeno poetico consistente. Investe l'Europa e non solo l'Italia. Ma nasce a una certa distanza di tempo dalla morte del poeta e paradossalmente è pre-petrarchesco, perché riproduce quella funzione sociale, legata alle corti rinascimentali, che Petrarca aveva bandito».
E oltre il petrarchismo?
«Oltre il petrarchismo resta Petrarca, con il quale si cimentano anche Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio, Umberto Saba e Andrea Zanzotto».
La fortuna di Petrarca dipende anche dal fatto che la sua personalità sia poliedrica - diplomatico e persino politico, oltre che poeta e filologo. In che modo partecipa alle drammatiche vicende dell'Europa di quegli anni?
«Petrarca svolge un ruolo politico autonomo solo quando sostiene l'esperimento di Cola di Rienzo, il quale nutre il progetto di una restaurazione della romanità. E lo fa con sincerità di intenti, al punto da mettersi in contrasto con la famiglia romana dei Colonna, che lo aveva a lungo protetto. Per il resto mette al servizio di diversi potenti il prestigio acquisito. Svolge compiti di ambasceria, ma impone sempre la propria figura di intellettuale, la propria personalità, la conoscenza dei classici. E conserva intatta la propria autonomia».
Che differenza c'è fra lui e Dante?
«Dante si muove intorno alle sopravvivenze feudali, a un mondo che scompare. Petrarca si lega invece agli ambienti curiali, si ferma ad Avignone, che in quegli anni è la capitale d'Europa, una città dove si elabora la nuova cultura centrata sul recupero dei classici. Va a studiare giurisprudenza a Bologna, ma invece di diventare notaio intraprende la carriera ecclesiastica, proprio nel momento in cui si consuma la crisi del mondo universitario. Petrarca è un libero professionista, il primo intellettuale a vivere del proprio mestiere di letterato».
La Repubblica 2.1.04
Il poeta dell'amore e della coscienza di sé
a settecento anni dalla nascita
Fu il primo a rivendicare l'autonomia dell'intellettuale
Occupa interamente la scena ali celebreranno l'autore del Canzoniere
Intervista a Marco Santagata: "Lui più di altri sa parlare alla sensibilità dei moderni"
PISA
di FRANCESCO ERBANI
Francesco Petrarca nacque poco prima che spuntasse il sole del 20 luglio 1304, settecento anni fa. Nacque ad Arezzo, in una casa di Vico dell'Orto, dove il padre, che tutti chiamavano Ser Petracco, e la madre, Eletta Canigiani, si erano rifugiati perché a Firenze era prevalsa la parte dei guelfi neri e il povero Petracco, di parte bianca come Dante, era stato condannato ingiustamente al taglio di una mano, alla confisca di tutti i beni e all'espulsione dalla città.
Petrarca iniziò in esilio la sua vita. Sarebbe diventato il maggior poeta dell'amore e della coscienza di sé e la sua fama avrebbe brillato in assoluto più di ogni altro suo collega, influenzando la lingua della lirica fino alle porte del Novecento e anche oltre. E fu anche colui che con più limpida consapevolezza avrebbe rivendicato l'autonomia del suo mestiere, delle proprie conoscenze letterarie e filologiche, inaugurando l'albo di una nuova categoria professionale, quella degli intellettuali.
Su Petrarca si è cimentato per decenni Marco Santagata, professore a Pisa. Ha scritto saggi per riviste scientifiche e due libri molto diffusi (Per moderne carte e I frammenti dell'anima, editi dal Mulino nel '90 e nel '92). Ha curato un Meridiano Mondadori con il Rerum vulgarium fragmenta (il Canzoniere) e un altro con il Codice degli abbozzi, che documenta le redazioni precedenti del Canzoniere, e i Trionfi (il primo torna in libreria a gennaio con una nuova premessa e un aggiornamento bibliografico). Tre anni fa, quasi per scrollarsi da un'ossessione, ha scritto un romanzo, Il copista (Sellerio), una malinconica fantasia sugli ultimi anni di vita del poeta, un gioco in cui il protagonista è Giovanni Malpaghini, l'uomo che lo assistette nel ricopiare una per una le sue poesie.
È con Santagata che tentiamo di capire se e come, settecento anni dopo, Petrarca parli alla sensibilità dei moderni. «Certo», risponde Santagata, «lui più di altri, perché occupa interamente la scena della sua poesia con la propria soggettività. Potrebbe sembrare un impoverimento e invece nei secoli l'ambiente petrarchesco si è rivelato un territorio sconfinato che ha consacrato il suo artefice quale caposcuola della poesia moderna. Lui sottrae il discorso amoroso ai condizionamenti del tempo e costruisce uno spazio dell'io con le proprie contraddizioni, le proprie ansie, e con l'accidia, che altro non è se non la depressione, e che lui tratta come una malattia, un morbo con una componente peccaminosa».
Ne riparleremo. Ma intanto una premessa: Petrarca è ancora studiato?
«Non so quanto venga letto. Ma negli ultimi anni è il nostro autore sul quale all'estero maggiormente si indaga».
Più di Dante?
«Più di Dante, sì».
E da cosa dipende questo interesse?
«Dal fatto che si tende a retrodatare l'Umanesimo, comprendendo a pieno titolo anche Petrarca, anzi facendone un capostipite».
Ed emergono novità?
«Continuamente. Petrarca è un cantiere aperto e soprattutto il Petrarca latino, che ora si tende a raccordare strettamente con quello che predilige il volgare. Scrivere lirica d'amore è ai suoi occhi un'operazione umanistica. Petrarca è convinto che presso i latini esistesse una poesia ritmica espressa in una lingua popolare, diversa da quella codificata da Cicerone. Quando raccoglie i suoi versi sparsi compie un'operazione umanistica, la stessa che lo spinge a riunire le Familiares».
Ma il Petrarca latino, lei diceva, è ancora da indagare a fondo.
«Abbiamo ancora molto lavoro da compiere soprattutto per offrire testi attendibili. È lì il cantiere più operoso».
E il Petrarca volgare?
«Noi non abbiamo un'edizione critica del Canzoniere. La fortuna di possedere il codice autografo, un codice in cui Petrarca ricopiò le proprie poesie, ha in qualche modo frenato lo scrutinio e la raccolta di tutti gli altri manoscritti per ottenere una edizione critica».
E questo è un problema? Non sarà solo un capriccio di filologi?
«Esistono edizioni molto curate e corrette. Però un'edizione critica del Canzoniere, ma anche dei Trionfi, sarebbe impresa memorabile».
Torniamo al Canzoniere. Lei è convinto che non si tratti di una raccolta, ma di un'opera compiuta. Meglio, di un romanzo. Perché?
«Il Canzoniere è il grande libro che testimonia la svolta del poeta, cioè il ritrovamento dell´integrità intellettuale, la riunificazione del suo io scisso a causa della passione amorosa: il saggio è colui che è tutto compiuto in se stesso, mentre l'innamorato è in parte alienato da sé, il suo animo è frammentato, disperso. Ha presente il sonetto d'apertura del Canzoniere?»
«Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono»?
«Ecco: quelle "rime sparse" rappresentano lo stato di dissociazione. La passione d'amore è un'esperienza irrazionale, sulla quale si abbatte negativamente un giudizio etico. La guarigione avviene riacquistando l'autocontrollo, la padronanza di sé. Il Canzoniere realizza questa tesi. O almeno dovrebbe realizzarla».
Non ci riesce?
«È una tesi difficile da tradurre in pratica. Quando riunisce tutti i testi che compongono il Canzoniere, e che risalgono anche a molti anni prima, Petrarca non sa come concludere la raccolta affinché sia ben chiaro il fine penitenziale, il riscatto dalla passione. In un primo tempo si affida solo al calendario liturgico. È un calcolo un po' complicato, posso procedere?».
Certamente.
«I sonetti sono 366, uno in più rispetto ai giorni dell'anno. L'innamoramento per Laura ha una data, 6 aprile 1327, venerdì di Passione prima della Pasqua: muore Cristo e nasce l'amore. Cominciando dunque dal 6 aprile e calcolando un sonetto al giorno, si arriva al numero 264 che cade il 25 dicembre. Qui Petrarca colloca una cesura. Terminano i versi "in vita di Laura", iniziano quelli "in morte": nasce Cristo e comincia il processo di redenzione del poeta, che avanza per le altre 102 composizioni fino alla canzone alla Vergine, la numero 366, che coincide con un altro 6 aprile».
E questo non è sufficiente a dimostrare la riacquistata saggezza?
«Evidentemente no. Con un guizzo che possiamo datare negli ultimi anni di vita, Petrarca modifica l'ordinamento dei trentuno componimenti finali. Chiude il cerchio della sua redenzione, colloca in quel punto i sonetti e le canzoni che più palesemente rendono chiaro il cammino di riscatto, arretrando quelli che lo fanno apparire più dubbio».
Quella di Petrarca è dunque una costruzione intellettuale. Il suo è un artificio letterario.
«Petrarca allestisce un grande libro. E questo gesto rompe con la tradizione dei rimatori cortesi, i poeti a lui contemporanei o immediatamente precedenti, i quali avevano posto al centro dei propri versi la figura della donna. Il loro io, rispetto alla donna, era poco più che un locutore. Inoltre quella poesia conteneva una componente sociale, incorporava il rituale di una società nobiliare».
E qual è la novità che introduce Petrarca?
«La donna delle rime cortesi non si concedeva, ma il desiderio frustrato produceva poesia. Petrarca rovescia questo meccanismo. In apparenza la donna suscita il desiderio, ma in realtà esiste solo perché è investita dall'amore-desiderio. Neanche lei si concede, ma colui che desidera va a occupare tutto lo spazio che fino ad allora era riservato alla raffigurazione della donna, ai rituali del corteggiamento».
E quindi Petrarca costruisce la propria autobiografia poetica?
«Sì, ma in modo diverso da come possiamo intenderla noi. Petrarca usa la letteratura per offrire un'immagine di sé, però mescolando dati reali e dati fantastici. Il suo modello è Sant'Agostino, così come lo raffigura nel Secretum, intento a spronarlo verso una poesia che racconti se stesso e non più gli altri».
Ed è qui, secondo lei, la modernità di Petrarca?
«Petrarca si astrae dalla storia del suo tempo. Non la ingloba, come fanno i poeti a lui contemporanei. La sua poesia non ha dimensione sociale, ma solo interiore».
Il rapporto di Petrarca con la storia, così come lei lo descrive, ha forti analogie con le sue scelte linguistiche. Gianfranco Contini sostiene che le parole petrarchesche sono «sostanze non attualizzate».
«Il vocabolario di Petrarca è molto più ricco di quello di uno stilnovista, ma è chiuso, circoscritto. La sua poesia non si consuma in pubblico e la lingua è concepita perché sia destinata a durare. È senza tempo».
Questo spiega la fortuna di Petrarca nel corso dei secoli?
«Il petrarchismo è un fenomeno poetico consistente. Investe l'Europa e non solo l'Italia. Ma nasce a una certa distanza di tempo dalla morte del poeta e paradossalmente è pre-petrarchesco, perché riproduce quella funzione sociale, legata alle corti rinascimentali, che Petrarca aveva bandito».
E oltre il petrarchismo?
«Oltre il petrarchismo resta Petrarca, con il quale si cimentano anche Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio, Umberto Saba e Andrea Zanzotto».
La fortuna di Petrarca dipende anche dal fatto che la sua personalità sia poliedrica - diplomatico e persino politico, oltre che poeta e filologo. In che modo partecipa alle drammatiche vicende dell'Europa di quegli anni?
«Petrarca svolge un ruolo politico autonomo solo quando sostiene l'esperimento di Cola di Rienzo, il quale nutre il progetto di una restaurazione della romanità. E lo fa con sincerità di intenti, al punto da mettersi in contrasto con la famiglia romana dei Colonna, che lo aveva a lungo protetto. Per il resto mette al servizio di diversi potenti il prestigio acquisito. Svolge compiti di ambasceria, ma impone sempre la propria figura di intellettuale, la propria personalità, la conoscenza dei classici. E conserva intatta la propria autonomia».
Che differenza c'è fra lui e Dante?
«Dante si muove intorno alle sopravvivenze feudali, a un mondo che scompare. Petrarca si lega invece agli ambienti curiali, si ferma ad Avignone, che in quegli anni è la capitale d'Europa, una città dove si elabora la nuova cultura centrata sul recupero dei classici. Va a studiare giurisprudenza a Bologna, ma invece di diventare notaio intraprende la carriera ecclesiastica, proprio nel momento in cui si consuma la crisi del mondo universitario. Petrarca è un libero professionista, il primo intellettuale a vivere del proprio mestiere di letterato».
Lev Tolstoj e la famiglia: «Scappare, bisogna scappare!»
La Stampa 6.1.04
DRAMMA E UTOPIA CONIUGALE DELL’AUTORE DI «ANNA KARENINA»
Le furie di Tolstoj nella prigione del matrimonio
Da giovane aveva idealizzato la donna, forza della natura e dell’eros
ma visse la famiglia in modo rabbioso: «Scappare, bisogna scappare»
di Giovanna Zucconi
TOLSTOJ era un tipo impaziente, a ventiquattro anni scriveva «ormai sono vecchio», chissà se avrebbe più combinato niente di buono, a trentaquattro pretese di sposarsi dopo un fidanzamento di appena una settimana, e non con la ragazza che gli era destinata ma con un'altra delle sorelle Bers, Sof'ja, che aveva sì e no diciotto anni. Nello sdrucito appartamento dentro le mura del Cremlino dove abitava la famiglia del dottor Bers, fra divani sfondati e lampadari così bassi che sfioravano la testa dell'ospite, lì, mano nella mano, durante quel fulmineo fidanzamento, il conte Lev Nikolaevic Tolstoj fece in tempo a sottoporre la sognante fanciulla moscovita a un rito crudele. E la rovinò per sempre. E, forse, rovinò per sempre anche se stesso, quella felicità familiare che aveva desiderato tanto, e alla quale aveva intitolato un libro già anni prima.
La costrinse a leggere i suoi diari, diari esaurientissimi, precisissimi, le svelò ogni piega della sua anima e del suo corpo, chissà se per consegnarsi a lei o per imprigionarla nell'assolutismo spietato della verità. Le rivelò ogni dettaglio dei suoi amori passati, la zingara Katja («la sera in cui seduta sulla mie ginocchia mi raccontò che mi amava, che concedeva favori ad altri ma non permetteva a nessuno all'infuori di me certe libertà che dovrebbero essere coperte dalla cortina della modestia»), la spigliata dama di corte, la vicina Valerija Arsen'eva, alla quale scrisse sedici lettere d'amore ma che finì per non sposare, e soprattutto la contadina Aksin'ja Bazykina, dalla quale ebbe un figlio che divenne cocchiere nella tenuta di Jasnaja Poljana: la snella Aksin'ja dalle gonne variopinte che Lev Nikolaevic continuò a incontrare durante le sue cavalcate fra i campi e i boschi, la bella Aksin'ja che le donne del villaggio indicarono con malizia alla giovane sposa appena arrivata, «quella è la ganza del padrone», mentre stava lavando il pavimento della villa coniugale. Gelosia. Implacabile. Madame Tolstoj non se ne liberò più, lui decenni dopo ancora annotava che in lei «si sono risvegliati antichi fermenti» di rabbia e di dolore, lei nei suoi diari registrava i furori, il tormento, e gli sforzi per placarlo. La lettura reciproca dei diari fu un rito coniugale che continuò, chissà se per sincerità estrema o costringendo all'insincerità anche la più privata delle scritture: quello che non voleva che la moglie leggesse, lettere o manoscritti, lui con infantile ingenuità lo nascondeva in un cassetto del divano in pelle verde imbullonata con chiodini dorati sul quale era nato, e sul quale sarebbero nati quasi tutti i loro tredici figli.
Nel giugno del 1863, nove mesi dopo le nozze, nacque il primo, Sergej, e cominciarono i litigi fra i due sposi: lui pretendeva che lei allattasse il bambino, lei si rifiutò. Durante la gravidanza, Sof'ja aveva fatto un sogno. Sognò che in un enorme giardino entrava Aksin'ja, vestita come una signora, di seta nera. «Mi prese una tale rabbia che presi il suo bambino e cominciai a farlo a pezzi. Gli strappai le gambe, la testa, tutto, ero in preda a un furore terribile. Venne Lëva (vezzeggiativo di Lev, n.d.r.), io gli dissi che mi avrebbero deportata in Siberia, ma lui raccolse le gambe, le braccia, tutte le parti e disse che non era nulla, una bambola. Guardai, e infatti invece d'un corpo erano trucioli e camoscio». Lasciamo perdere le interpretazioni, troppo facili, e lasciamo anche Sof'ja per anni ancora a disperarsi e rimproverare al marito di non amare i suoi figli, «che se fossero invece i figli di una contadina…». Quello che conta è una parola: bambola.
Molti anni prima, durante l'infanzia dello scrittore, le bambine di casa Tolstoj giocavano alle bambole con il piccolo «Lëva-piagnone», lo cullavano, lo fasciavano come un bambolotto. Molti anni dopo, sua moglie avrebbe scritto furente che lui si dedicava per intero non alla sua famiglia ma al popolo, che era capace di astratti amori collettivi ma non di presenza domestica: «…io non posso occuparlo per intero come lui occupa me. Ma se io non lo occupo, se sono una bambola, se sono unicamente la moglie, non una persona, non posso e non voglio vivere così». Sarebbe vissuta così, soffocando nel ruolo, tutta la vita, dal matrimonio nel 1862 fino alla morte in fuga di lui, nel 1910. Soffocava anche lui, nella felicità domestica alla quale si era imposto di credere. Sollevandosi dal letto, ormai morente, disse con voce forte e convinta: «Scappare, bisogna scappare!». E all'inizio della sua lunga vita, nel suo primissimo ricordo, c'era già quella stessa sensazione di imprigionamento, «sono legato, vorrei liberare le braccia e non posso». Strillava il poppante fasciato, urlava l'ottantenne moribondo. Spasmi di libertà.
Solo per qualche anno, subito dopo il matrimonio, Lev Nikolaevic si sarebbe detto felice, appagato, sereno. La conversione mistica, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, avrebbe poi ribaltato ogni utopia coniugale. Morivano uno dopo l'altro i figli, cinque su tredici, fra cui una bambina di cui il padre disse soltanto che sarebbe stata molto rimpianta in seguito: con le altre femmine, una volta adulte, fece di tutto per impedire che si sposassero. La moglie Sof'ja si rifugiava nella concretezza, pranzi e cene per quaranta persone ogni giorno, traslochi, mobili nuovi, migliorie immobiliari, e intanto combatteva perché i diritti d'autore del marito rimanessero in famiglia, e non ceduti al popolo come avrebbe voluto lui: copiava paziente i suoi manoscritti, e andò perfino dallo zar, sfidando i pettegolezzi, per implorare che non venisse censurata quella Sonata a Kreutzer in cui Lev raccontava di un marito che uccide la moglie adultera - ma poi ogni tanto fuggiva per strada in vestaglia, d'inverno. Però ritornava: a Jasnaja Poljana l'unica famiglia salda era, nonostante tutto, quella di Lev e Sof'ja, suoceri e fratelli e figli divorziavano, ostentavano adulteri, avevano figli da zigane e puttane…
Da giovane Tolstoj aveva idealizzato la donna, forza della natura e dell'eros, da vecchio inseguì (invano) un ideale di castità, quasi di ascetismo, considerava il sesso una contaminazione e i figli una prova abominevole della devianza umana dalla spiritualità. Nel primo autunno del nuovo secolo, in Crimea, confidò a Maksim Gor'kij che l'umanità è sì colpita da terremoti, epidemie, malattie, ma «in tutti i tempi la tragedia più dolorosa è stata e sarà la tragedia della camera da letto». Per Gor'kij, nessuno mai fu prigioniero della solitudine e del disprezzo più di quel vecchio scrittore, patriarca impaziente, profeta dell'amore universale.
giovannazucconi@libero.it
DRAMMA E UTOPIA CONIUGALE DELL’AUTORE DI «ANNA KARENINA»
Le furie di Tolstoj nella prigione del matrimonio
Da giovane aveva idealizzato la donna, forza della natura e dell’eros
ma visse la famiglia in modo rabbioso: «Scappare, bisogna scappare»
di Giovanna Zucconi
TOLSTOJ era un tipo impaziente, a ventiquattro anni scriveva «ormai sono vecchio», chissà se avrebbe più combinato niente di buono, a trentaquattro pretese di sposarsi dopo un fidanzamento di appena una settimana, e non con la ragazza che gli era destinata ma con un'altra delle sorelle Bers, Sof'ja, che aveva sì e no diciotto anni. Nello sdrucito appartamento dentro le mura del Cremlino dove abitava la famiglia del dottor Bers, fra divani sfondati e lampadari così bassi che sfioravano la testa dell'ospite, lì, mano nella mano, durante quel fulmineo fidanzamento, il conte Lev Nikolaevic Tolstoj fece in tempo a sottoporre la sognante fanciulla moscovita a un rito crudele. E la rovinò per sempre. E, forse, rovinò per sempre anche se stesso, quella felicità familiare che aveva desiderato tanto, e alla quale aveva intitolato un libro già anni prima.
La costrinse a leggere i suoi diari, diari esaurientissimi, precisissimi, le svelò ogni piega della sua anima e del suo corpo, chissà se per consegnarsi a lei o per imprigionarla nell'assolutismo spietato della verità. Le rivelò ogni dettaglio dei suoi amori passati, la zingara Katja («la sera in cui seduta sulla mie ginocchia mi raccontò che mi amava, che concedeva favori ad altri ma non permetteva a nessuno all'infuori di me certe libertà che dovrebbero essere coperte dalla cortina della modestia»), la spigliata dama di corte, la vicina Valerija Arsen'eva, alla quale scrisse sedici lettere d'amore ma che finì per non sposare, e soprattutto la contadina Aksin'ja Bazykina, dalla quale ebbe un figlio che divenne cocchiere nella tenuta di Jasnaja Poljana: la snella Aksin'ja dalle gonne variopinte che Lev Nikolaevic continuò a incontrare durante le sue cavalcate fra i campi e i boschi, la bella Aksin'ja che le donne del villaggio indicarono con malizia alla giovane sposa appena arrivata, «quella è la ganza del padrone», mentre stava lavando il pavimento della villa coniugale. Gelosia. Implacabile. Madame Tolstoj non se ne liberò più, lui decenni dopo ancora annotava che in lei «si sono risvegliati antichi fermenti» di rabbia e di dolore, lei nei suoi diari registrava i furori, il tormento, e gli sforzi per placarlo. La lettura reciproca dei diari fu un rito coniugale che continuò, chissà se per sincerità estrema o costringendo all'insincerità anche la più privata delle scritture: quello che non voleva che la moglie leggesse, lettere o manoscritti, lui con infantile ingenuità lo nascondeva in un cassetto del divano in pelle verde imbullonata con chiodini dorati sul quale era nato, e sul quale sarebbero nati quasi tutti i loro tredici figli.
Nel giugno del 1863, nove mesi dopo le nozze, nacque il primo, Sergej, e cominciarono i litigi fra i due sposi: lui pretendeva che lei allattasse il bambino, lei si rifiutò. Durante la gravidanza, Sof'ja aveva fatto un sogno. Sognò che in un enorme giardino entrava Aksin'ja, vestita come una signora, di seta nera. «Mi prese una tale rabbia che presi il suo bambino e cominciai a farlo a pezzi. Gli strappai le gambe, la testa, tutto, ero in preda a un furore terribile. Venne Lëva (vezzeggiativo di Lev, n.d.r.), io gli dissi che mi avrebbero deportata in Siberia, ma lui raccolse le gambe, le braccia, tutte le parti e disse che non era nulla, una bambola. Guardai, e infatti invece d'un corpo erano trucioli e camoscio». Lasciamo perdere le interpretazioni, troppo facili, e lasciamo anche Sof'ja per anni ancora a disperarsi e rimproverare al marito di non amare i suoi figli, «che se fossero invece i figli di una contadina…». Quello che conta è una parola: bambola.
Molti anni prima, durante l'infanzia dello scrittore, le bambine di casa Tolstoj giocavano alle bambole con il piccolo «Lëva-piagnone», lo cullavano, lo fasciavano come un bambolotto. Molti anni dopo, sua moglie avrebbe scritto furente che lui si dedicava per intero non alla sua famiglia ma al popolo, che era capace di astratti amori collettivi ma non di presenza domestica: «…io non posso occuparlo per intero come lui occupa me. Ma se io non lo occupo, se sono una bambola, se sono unicamente la moglie, non una persona, non posso e non voglio vivere così». Sarebbe vissuta così, soffocando nel ruolo, tutta la vita, dal matrimonio nel 1862 fino alla morte in fuga di lui, nel 1910. Soffocava anche lui, nella felicità domestica alla quale si era imposto di credere. Sollevandosi dal letto, ormai morente, disse con voce forte e convinta: «Scappare, bisogna scappare!». E all'inizio della sua lunga vita, nel suo primissimo ricordo, c'era già quella stessa sensazione di imprigionamento, «sono legato, vorrei liberare le braccia e non posso». Strillava il poppante fasciato, urlava l'ottantenne moribondo. Spasmi di libertà.
Solo per qualche anno, subito dopo il matrimonio, Lev Nikolaevic si sarebbe detto felice, appagato, sereno. La conversione mistica, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, avrebbe poi ribaltato ogni utopia coniugale. Morivano uno dopo l'altro i figli, cinque su tredici, fra cui una bambina di cui il padre disse soltanto che sarebbe stata molto rimpianta in seguito: con le altre femmine, una volta adulte, fece di tutto per impedire che si sposassero. La moglie Sof'ja si rifugiava nella concretezza, pranzi e cene per quaranta persone ogni giorno, traslochi, mobili nuovi, migliorie immobiliari, e intanto combatteva perché i diritti d'autore del marito rimanessero in famiglia, e non ceduti al popolo come avrebbe voluto lui: copiava paziente i suoi manoscritti, e andò perfino dallo zar, sfidando i pettegolezzi, per implorare che non venisse censurata quella Sonata a Kreutzer in cui Lev raccontava di un marito che uccide la moglie adultera - ma poi ogni tanto fuggiva per strada in vestaglia, d'inverno. Però ritornava: a Jasnaja Poljana l'unica famiglia salda era, nonostante tutto, quella di Lev e Sof'ja, suoceri e fratelli e figli divorziavano, ostentavano adulteri, avevano figli da zigane e puttane…
Da giovane Tolstoj aveva idealizzato la donna, forza della natura e dell'eros, da vecchio inseguì (invano) un ideale di castità, quasi di ascetismo, considerava il sesso una contaminazione e i figli una prova abominevole della devianza umana dalla spiritualità. Nel primo autunno del nuovo secolo, in Crimea, confidò a Maksim Gor'kij che l'umanità è sì colpita da terremoti, epidemie, malattie, ma «in tutti i tempi la tragedia più dolorosa è stata e sarà la tragedia della camera da letto». Per Gor'kij, nessuno mai fu prigioniero della solitudine e del disprezzo più di quel vecchio scrittore, patriarca impaziente, profeta dell'amore universale.
giovannazucconi@libero.it
«storie orrorifiche, tutte scritte da donne»
La Stampa 6.1.04
SPETTRI, OSSESSIONI, VISIONI NOTTURNE, ANIMALI FANTASTICI: UN’ANTOLOGIA DI 48 STORIE ORRORIFICHE, TUTTE SCRITTE DA DONNE
di Carlo Fruttero
UN bel catafalco intensamente nero, con classiche decorazioni d'argento ai quattro angoli. E sotto, invece di una pesante bara, un pesante volume: Il grande libro dei fantasmi a cura di Richard Dalby. Sembra la pubblicità di una ditta di pompe funebri ma io trovo l'idea dell'editore (La Tartaruga) niente affatto lugubre e anzi spiritosa. Si può regalare una confezione del genere per la Befana? Altroché, e io stesso l'ho fatto (a persone adeguate, s'intende).
Ho goduto all'età di quindici anni del raro privilegio di aver paura dei fantasmi, in un contesto
[...]
Possono ancora «far paura» le storie di fantasmi? Dipende dall'età, molto dal silenzio che hai intorno (una sirena d'ambulanza, una moto strepitante sotto le tue finestre sono controindicate) e ovviamente dalla tua disponibilità meglio dire volontà, di farti spaventare. E poi dal valore delle storie, va da sé.
Questa luttuosa antologia ne presenta ben 48, di storie, ma né la copertina né i risvolti precisano che sono tutti scritti da donne, inglesi o americane. Non capisco bene perché la cosa non venga messa in evidenza: forse - si suppone - il pubblico sa già che i libri editi da La Tartaruga sono opera soltanto di donne. Ovvero - si teme - il maschilista conscio o inconscio sarebbe messo in sospetto, irritato, respinto da questo battaglione di scrittrici, come se vi leggesse tra le righe il canto rivendicativo delle operaie fin de siècle «sebben che siamo donne». Ma non pare plausibile, basti pensare che la massima rappresentante del genere orrorifico o «gotico» fu appunto una donna, Anne Radcliffe (1764-1822) che coi suoi Misteri di Udolfo diede l'avvio alla spettrale cavalcata verso Harry Potter, creatura di donna anche lui. E va ricordato che fino a un secolo fa il fantasma era bisex, si diceva anche «la fantasima».
[...]
Non ci sono fortunatamente tesi di nessun genere in questo Grande libro dei fantasmi. Ci sono nomi illustri, Charlotte Brontë nientemeno, e Edith Wharton, Rebecca West, Willa Cather, Ruth Rendell, Elisabeth Bowen, per citarne alcuni, ma non si può dire che le autrici meno note (in Italia) siano da meno, il livello generale della raccolta è alto. C'è anzi il piacere di scoprire un bellissimo racconto scritto da una perfetta sconosciuta. Dalle brevi biografie in appendice si apprende che quasi tutte queste scrittrici sono o sono state molto prolifiche, quasi tutte nel ramo più o meno «rosa». Staccandosi per un momento dal sentimentalismo di mestiere danno qui, parrebbe, il meglio di sé; non più orientata a far rotta sul matrimonio (o divorzio) finale, la loro prosa sempre competente, ora forbita, ora vivace, ora ansiosamente sospesa, ora sfrigolante nel buio come una miccia appena visibile, ci prepara alle apparizioni di rito.
[...]
Corre per tutti i racconti il filo sottile che divide chi «vede» da chi non vede, e naturalmente gli scettici, o piuttosto i «carnali» secondo la classificazione gnostica, sono puntualmente smentiti. [...]
SPETTRI, OSSESSIONI, VISIONI NOTTURNE, ANIMALI FANTASTICI: UN’ANTOLOGIA DI 48 STORIE ORRORIFICHE, TUTTE SCRITTE DA DONNE
di Carlo Fruttero
UN bel catafalco intensamente nero, con classiche decorazioni d'argento ai quattro angoli. E sotto, invece di una pesante bara, un pesante volume: Il grande libro dei fantasmi a cura di Richard Dalby. Sembra la pubblicità di una ditta di pompe funebri ma io trovo l'idea dell'editore (La Tartaruga) niente affatto lugubre e anzi spiritosa. Si può regalare una confezione del genere per la Befana? Altroché, e io stesso l'ho fatto (a persone adeguate, s'intende).
Ho goduto all'età di quindici anni del raro privilegio di aver paura dei fantasmi, in un contesto
[...]
Possono ancora «far paura» le storie di fantasmi? Dipende dall'età, molto dal silenzio che hai intorno (una sirena d'ambulanza, una moto strepitante sotto le tue finestre sono controindicate) e ovviamente dalla tua disponibilità meglio dire volontà, di farti spaventare. E poi dal valore delle storie, va da sé.
Questa luttuosa antologia ne presenta ben 48, di storie, ma né la copertina né i risvolti precisano che sono tutti scritti da donne, inglesi o americane. Non capisco bene perché la cosa non venga messa in evidenza: forse - si suppone - il pubblico sa già che i libri editi da La Tartaruga sono opera soltanto di donne. Ovvero - si teme - il maschilista conscio o inconscio sarebbe messo in sospetto, irritato, respinto da questo battaglione di scrittrici, come se vi leggesse tra le righe il canto rivendicativo delle operaie fin de siècle «sebben che siamo donne». Ma non pare plausibile, basti pensare che la massima rappresentante del genere orrorifico o «gotico» fu appunto una donna, Anne Radcliffe (1764-1822) che coi suoi Misteri di Udolfo diede l'avvio alla spettrale cavalcata verso Harry Potter, creatura di donna anche lui. E va ricordato che fino a un secolo fa il fantasma era bisex, si diceva anche «la fantasima».
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Non ci sono fortunatamente tesi di nessun genere in questo Grande libro dei fantasmi. Ci sono nomi illustri, Charlotte Brontë nientemeno, e Edith Wharton, Rebecca West, Willa Cather, Ruth Rendell, Elisabeth Bowen, per citarne alcuni, ma non si può dire che le autrici meno note (in Italia) siano da meno, il livello generale della raccolta è alto. C'è anzi il piacere di scoprire un bellissimo racconto scritto da una perfetta sconosciuta. Dalle brevi biografie in appendice si apprende che quasi tutte queste scrittrici sono o sono state molto prolifiche, quasi tutte nel ramo più o meno «rosa». Staccandosi per un momento dal sentimentalismo di mestiere danno qui, parrebbe, il meglio di sé; non più orientata a far rotta sul matrimonio (o divorzio) finale, la loro prosa sempre competente, ora forbita, ora vivace, ora ansiosamente sospesa, ora sfrigolante nel buio come una miccia appena visibile, ci prepara alle apparizioni di rito.
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Corre per tutti i racconti il filo sottile che divide chi «vede» da chi non vede, e naturalmente gli scettici, o piuttosto i «carnali» secondo la classificazione gnostica, sono puntualmente smentiti. [...]
Neanderthal e Sapiens
ricerca e nuove ipotesi
Le Scienze 5.1.2004
Gli ultimi Neanderthal
Una teoria controversa suggerisce una promiscuità con gli umani moderni
Proprio nel periodo in cui si sono estinti e sono spariti dalle registrazioni fossili, i Neanderthal stavano disfandosi del proprio fisico robusto e stavano evolvendo nella direzione dei moderni esseri umani.
Alcuni nuovi resti identificati a Vindija, in Croazia, datati fra 42.000 e 38.000 anni fa, presenterebbero infatti tratti più "delicati" di quelli dei Neanderthal classici. Una spiegazione controversa potrebbe essere quella secondo cui questi Neanderthal si stavano ibridando con gli Homo sapiens presenti nella regione. Gli scavi hanno anche rivelato che i Neanderthal di Vindija stavano sviluppando metodi avanzati di fabbricazione di utensili in pietra, del tutto simili alle innovazioni esibite altrove dagli Homo sapiens. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista "Journal of Human Evolution".
I ricercatori hanno composto un cranio parziale di Neanderthal a partire da frammenti ritrovati nel sito, insieme a ossa di animali, negli strati di terreno risalenti a 42.000-38.000 anni fa. L'analisi del cranio sembra confermare l'ipotesi che i Neanderthal del luogo stessero passando a un'anatomia più "gracile", con una calotta cranica più simile a quella della nostra specie.
Lo studio è stato diretto da James Ahern dell'Università del Wyoming con la collaborazione di Ivor Jankovic dell'istituto di ricerca antropologica di Zagabria. Anche se i confronti fra il DNA mitocondriale di Neanderthal (Homo neanderthalensis) e degli umani moderni (Homo sapiens) non hanno mai rivelato segni di promiscuità fra le due popolazioni, Ahern è convinto che la sostituzione dei primi da parte dei secondi non sia stata un processo semplice ma il frutto di una dinamica molto complessa.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Gli ultimi Neanderthal
Una teoria controversa suggerisce una promiscuità con gli umani moderni
Proprio nel periodo in cui si sono estinti e sono spariti dalle registrazioni fossili, i Neanderthal stavano disfandosi del proprio fisico robusto e stavano evolvendo nella direzione dei moderni esseri umani.
Alcuni nuovi resti identificati a Vindija, in Croazia, datati fra 42.000 e 38.000 anni fa, presenterebbero infatti tratti più "delicati" di quelli dei Neanderthal classici. Una spiegazione controversa potrebbe essere quella secondo cui questi Neanderthal si stavano ibridando con gli Homo sapiens presenti nella regione. Gli scavi hanno anche rivelato che i Neanderthal di Vindija stavano sviluppando metodi avanzati di fabbricazione di utensili in pietra, del tutto simili alle innovazioni esibite altrove dagli Homo sapiens. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista "Journal of Human Evolution".
I ricercatori hanno composto un cranio parziale di Neanderthal a partire da frammenti ritrovati nel sito, insieme a ossa di animali, negli strati di terreno risalenti a 42.000-38.000 anni fa. L'analisi del cranio sembra confermare l'ipotesi che i Neanderthal del luogo stessero passando a un'anatomia più "gracile", con una calotta cranica più simile a quella della nostra specie.
Lo studio è stato diretto da James Ahern dell'Università del Wyoming con la collaborazione di Ivor Jankovic dell'istituto di ricerca antropologica di Zagabria. Anche se i confronti fra il DNA mitocondriale di Neanderthal (Homo neanderthalensis) e degli umani moderni (Homo sapiens) non hanno mai rivelato segni di promiscuità fra le due popolazioni, Ahern è convinto che la sostituzione dei primi da parte dei secondi non sia stata un processo semplice ma il frutto di una dinamica molto complessa.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
rilancio dell'Illuminismo
la biblioteca di Voltaire a San Pietroburgo 2
Corriere della Sera 6.1.04
Visita guidata alla biblioteca del filosofo francese acquistata nel 1778 dall’imperatrice Caterina II e che tra poco sarà accessibile al pubblico anche su Internet
Voltaire, il catalogo di San Pietroburgo
dal nostro inviato ARMANDO TORNO
(II parte, e ultima)
S. PIETROBURGO - Prima di entrare nella sala blindata della Biblioteca nazionale della Russia dove sono conservati i libri di Voltaire, di cui abbiamo dato ieri notizia, chi scrive ne ha cercato il catalogo. Detto così, sembra cosa normale; ma questo dannato repertorio, stampato nel 1961 dall’Accademia delle scienze dell’Urss e a cui hanno lavorato tre generazioni di bibliotecari, è introvabile. Su Internet, nulla. Un giro dagli antiquari: ancora nulla. Ne tirarono poche centinaia di copie, è un tomo di quasi 1200 pagine fittissime. A Oxford lo vedemmo, ma pensare di fotocopiarlo, per poi andarsene in giro con un simile malloppo, era impresa da scoraggiare anche un temerario. Ci siamo rivolti - lo confessiamo - a un personaggio singolare, di cui non riveleremo l’identità, conosciuto anni fa a Berlino e a cui siamo ricorsi per altre «grane» russe, quali le notizie sul tesoro di Priamo, le registrazioni inedite di Furtwängler, le foto sconosciute dell’Italia ottocentesca custodite a Mosca e cose simili. Ora vive a Bucarest in una di quelle case arredate con ogni comfort e costruite da Ceausescu per gli alti funzionari del partito comunista. La vecchia volpe russa capì subito come recuperarlo e chiese un mese di tempo. Poi un suo messaggio: «C’è». Ci disse di aver trovato il tomo a Los Angeles, presso un ex accademico ora «al servizio» degli americani. Ma non ci sembrò il caso di chiedere altro, perché quello era il vero biglietto d’ingresso alla Biblioteca di Voltaire, anche se ambasciatore e console d’Italia si sono attivati a suo tempo per ottenere il permesso.
Ora, non si creda che i libri del «Patriarca» siano dei tesori miniati o delle rarità tipografiche; quello che li rende preziosi sono le note che egli vi scrisse in margine e il fatto che siano stati il suo strumento di lavoro negli ultimi vent’anni di vita a Ferney. In tal caso, anche le mancanze sono significative: in un certo momento della vita è comprensibile che taluni autori vengano considerati superflui, altri indispensabili soltanto per qualche opera, altri ancora da riscoprire. Ma soprattutto a San Pietroburgo si può continuamente entrare nel laboratorio di Voltaire e capire in che biblioteca furono scritte opere fondamentali per la cultura europea quali il Trattato della tolleranza o il Dizionario filosofico. Non va sottovalutato nemmeno il fatto che i libri siano stati disposti così come li teneva il pensatore. Anche a un primo sguardo, l’occhio addestrato capisce cos’era per lui importante e cosa secondario, quali autori dovevano essere continuamente compulsati e quali aiutavano solo l’arredo.
Entriamo, dunque, limitandoci ad alcune considerazioni. Il numero dei libri, manoscritti compresi, è di 6.814, di cui circa 2 mila annotati da Voltaire. Le chiose sono una specie di «opera inedita» ed è in corso da un quarto di secolo la loro pubblicazione (Akademie-Verlag, Berlino; 5 volumi usciti, sino alla lettera M). Quel che fa specie è il fatto che di certi libri considerati oggi fondamentali non si trovi traccia. Ad esempio, di Aristotele vi sono soltanto la Poetica e la Retorica in due non importanti traduzioni francesi, manca la Metafisica. Non c’è Giordano Bruno né Campanella né Vico né i grandi dell’Umanesimo italiano come Pico della Mirandola o Lorenzo Valla. Non si sottovaluti però il Patriarca: di Platone ci sono due edizioni complete (una in francese e la classica di Marsilio Ficino), più altri volumi sparsi; Diogene Laerzio, allora indispensabile compendio per la filosofia antica, c’è in un’edizione del 1761. Poi i cervelli del momento: Hume nelle edizioni originali, l’antidogmatico John Toland, l’anticartesiano Locke e così di seguito, da Bacone e Shaftesbury, passando per Newton e Leibniz. Sant’Agostino, oltre a una raccolta di lettere e due di sermoni, lo troviamo con le opere fondamentali: Confessioni e Città di Dio. Tommaso d’Aquino, invece, non c’è.
Va detto che Bibbie, concordanze neotestamentarie, Padri della Chiesa, manuali per inquisitori e di storia sacra non mancano (viene in mente la sua battuta leggendo i dorsi: «Avete letto i Padri della Chiesa? Sì, ma me la pagheranno»). Un enigma può essere rappresentato dai testi italiani. Ve ne sono, sia chiaro, ma si nota qualche mancanza. Per fare ancora qualche esempio, c’è Dante con la sola Comedia (commentata da Cristoforo Landino) e Il Mattino di Parini, vi sono due volumi stampati a Bologna nel 1656 con le opere di Galileo e una dozzina di Francesco Algarotti. Alcuni libri italiani del catalogo manoscritto di Ferney qui non sono presenti, come le opere di Petrarca o l’Orlando Furioso di Ariosto. Il piccolo mistero sta per essere risolto proprio in questi giorni da Larissa Albina, collaboratrice della biblioteca, che ha scoperto nel «Fondo di Poligrafia» dell’immensa raccolta (dove confluirono anche i tomi di Diderot e degli zar) una cinquantina di titoli italiani. Il conservatore Kopanev fa una supposizione: Caterina II prelevò queste opere dagli scaffali di Voltaire per far insegnare l’italiano agli eredi al trono Alessandro (il futuro vincitore di Napoleone) e Costantino, poi non li rimise al loro posto. Tra gli ultimi ritrovati, ecco una miscellanea con versi di Frugoni e Bettinelli, quindi il Ricciardetto nell’edizione di Parigi 1738.
A riprova di questa supposizione, diremo che un libro di Diderot, Lettre sur la sculpture (Amsterdam 1769), è finito nel catalogo di Voltaire. Sulla copertina si legge il nome dell’antico proprietario ma evidentemente fu spostato a suo tempo da Caterina II, che considerava la raccolta di Diderot come sua personale; quindi lo ripose in quella di Voltaire, senza accorgersi. Insomma, questi libri venivano utilizzati dagli zar più di quanto si pensi.
La biblioteca di Voltaire custodisce l’anima dell’Illuminismo, anche se egli non fu autore di un particolare sistema. Senza di lui, tuttavia, il pensiero settecentesco perderebbe moltissimo del suo valore. Si supponeva che fosse stato re mentre Luigi XV sedeva sul trono, ma al di là delle battute il Patriarca resta l’ultimo letterato europeo che ebbe l’onore di avere regolare corrispondenza con sovrani quali Federico di Prussia o Caterina II, personaggi grandi in un mondo di giganti. Le lettere a d’Alembert o a Diderot, la visita di Gibbon a Ferney, il fatto che potesse pubblicare opere anonime ben sapendo che tutti le avrebbero poi attribuite a lui sono cose che ci fanno sobbalzare. Ma per Voltaire erano ordinaria amministrazione, tanto che si stupì quando Giuseppe II d’Austria, passando nei pressi di Ferney, non gli fece visita.
Ci sono altre biblioteche nella sua vita, a cominciare da quella che conobbe a dieci anni quando entrò al Collegio Louis-le-Grand. Era una raccolta eccellente, organizzata dai gesuiti. Ma dovremmo aggiungere quelle di Londra, dove visse tre anni (dal 1726) e dove imparò a detestare Shakespeare; e quelle di Berlino (altri tre anni dal 1750), dove poteva star seduto quando il re gli parlava.
Tra i suoi classici greci e latini, tra le sue infinite note, tra i tanti dizionari, tra i documenti conservati in quella sala blindata di San Pietroburgo la sua anima continua a vivere, a far sorridere il lettore che si sofferma su un margine, che apre un libro. Il suo corpo, invece, dopo quella fuga notturna di cui ieri abbiamo accennato e dopo l’imbalsamazione frettolosa, poté tornare a Parigi con tutti gli onori ed essere tumulato nel Panthéon. Era il 12 luglio 1791, la Rivoluzione aveva già due anni e chi subì guai per i veti ecclesiastici ora se li vedeva trasformati in titolo di merito. Restavano ancora cuore e cervello, organi che vengono tolti quando si cerca di imbalsamare un cadavere. Il primo finirà alla Biblioteca nazionale di Francia, il secondo alla Comédie Française. Il grande nemico delle reliquie diventava la reliquia laica più bramata dalle istituzioni.
All’appello dovremmo aggiungere le sue idee. Ma queste non sono conservate in un luogo particolare. A Pietroburgo si vedono in quei libri che lo accompagnarono per buona parte della vita, nel mondo non hanno mai smesso di circolare. Ogni uomo moderno ne ha utilizzata almeno una, nel bene e nel male.
(2- fine. La precedente puntata è stata pubblicata ieri)
Visita guidata alla biblioteca del filosofo francese acquistata nel 1778 dall’imperatrice Caterina II e che tra poco sarà accessibile al pubblico anche su Internet
Voltaire, il catalogo di San Pietroburgo
dal nostro inviato ARMANDO TORNO
(II parte, e ultima)
S. PIETROBURGO - Prima di entrare nella sala blindata della Biblioteca nazionale della Russia dove sono conservati i libri di Voltaire, di cui abbiamo dato ieri notizia, chi scrive ne ha cercato il catalogo. Detto così, sembra cosa normale; ma questo dannato repertorio, stampato nel 1961 dall’Accademia delle scienze dell’Urss e a cui hanno lavorato tre generazioni di bibliotecari, è introvabile. Su Internet, nulla. Un giro dagli antiquari: ancora nulla. Ne tirarono poche centinaia di copie, è un tomo di quasi 1200 pagine fittissime. A Oxford lo vedemmo, ma pensare di fotocopiarlo, per poi andarsene in giro con un simile malloppo, era impresa da scoraggiare anche un temerario. Ci siamo rivolti - lo confessiamo - a un personaggio singolare, di cui non riveleremo l’identità, conosciuto anni fa a Berlino e a cui siamo ricorsi per altre «grane» russe, quali le notizie sul tesoro di Priamo, le registrazioni inedite di Furtwängler, le foto sconosciute dell’Italia ottocentesca custodite a Mosca e cose simili. Ora vive a Bucarest in una di quelle case arredate con ogni comfort e costruite da Ceausescu per gli alti funzionari del partito comunista. La vecchia volpe russa capì subito come recuperarlo e chiese un mese di tempo. Poi un suo messaggio: «C’è». Ci disse di aver trovato il tomo a Los Angeles, presso un ex accademico ora «al servizio» degli americani. Ma non ci sembrò il caso di chiedere altro, perché quello era il vero biglietto d’ingresso alla Biblioteca di Voltaire, anche se ambasciatore e console d’Italia si sono attivati a suo tempo per ottenere il permesso.
Ora, non si creda che i libri del «Patriarca» siano dei tesori miniati o delle rarità tipografiche; quello che li rende preziosi sono le note che egli vi scrisse in margine e il fatto che siano stati il suo strumento di lavoro negli ultimi vent’anni di vita a Ferney. In tal caso, anche le mancanze sono significative: in un certo momento della vita è comprensibile che taluni autori vengano considerati superflui, altri indispensabili soltanto per qualche opera, altri ancora da riscoprire. Ma soprattutto a San Pietroburgo si può continuamente entrare nel laboratorio di Voltaire e capire in che biblioteca furono scritte opere fondamentali per la cultura europea quali il Trattato della tolleranza o il Dizionario filosofico. Non va sottovalutato nemmeno il fatto che i libri siano stati disposti così come li teneva il pensatore. Anche a un primo sguardo, l’occhio addestrato capisce cos’era per lui importante e cosa secondario, quali autori dovevano essere continuamente compulsati e quali aiutavano solo l’arredo.
Entriamo, dunque, limitandoci ad alcune considerazioni. Il numero dei libri, manoscritti compresi, è di 6.814, di cui circa 2 mila annotati da Voltaire. Le chiose sono una specie di «opera inedita» ed è in corso da un quarto di secolo la loro pubblicazione (Akademie-Verlag, Berlino; 5 volumi usciti, sino alla lettera M). Quel che fa specie è il fatto che di certi libri considerati oggi fondamentali non si trovi traccia. Ad esempio, di Aristotele vi sono soltanto la Poetica e la Retorica in due non importanti traduzioni francesi, manca la Metafisica. Non c’è Giordano Bruno né Campanella né Vico né i grandi dell’Umanesimo italiano come Pico della Mirandola o Lorenzo Valla. Non si sottovaluti però il Patriarca: di Platone ci sono due edizioni complete (una in francese e la classica di Marsilio Ficino), più altri volumi sparsi; Diogene Laerzio, allora indispensabile compendio per la filosofia antica, c’è in un’edizione del 1761. Poi i cervelli del momento: Hume nelle edizioni originali, l’antidogmatico John Toland, l’anticartesiano Locke e così di seguito, da Bacone e Shaftesbury, passando per Newton e Leibniz. Sant’Agostino, oltre a una raccolta di lettere e due di sermoni, lo troviamo con le opere fondamentali: Confessioni e Città di Dio. Tommaso d’Aquino, invece, non c’è.
Va detto che Bibbie, concordanze neotestamentarie, Padri della Chiesa, manuali per inquisitori e di storia sacra non mancano (viene in mente la sua battuta leggendo i dorsi: «Avete letto i Padri della Chiesa? Sì, ma me la pagheranno»). Un enigma può essere rappresentato dai testi italiani. Ve ne sono, sia chiaro, ma si nota qualche mancanza. Per fare ancora qualche esempio, c’è Dante con la sola Comedia (commentata da Cristoforo Landino) e Il Mattino di Parini, vi sono due volumi stampati a Bologna nel 1656 con le opere di Galileo e una dozzina di Francesco Algarotti. Alcuni libri italiani del catalogo manoscritto di Ferney qui non sono presenti, come le opere di Petrarca o l’Orlando Furioso di Ariosto. Il piccolo mistero sta per essere risolto proprio in questi giorni da Larissa Albina, collaboratrice della biblioteca, che ha scoperto nel «Fondo di Poligrafia» dell’immensa raccolta (dove confluirono anche i tomi di Diderot e degli zar) una cinquantina di titoli italiani. Il conservatore Kopanev fa una supposizione: Caterina II prelevò queste opere dagli scaffali di Voltaire per far insegnare l’italiano agli eredi al trono Alessandro (il futuro vincitore di Napoleone) e Costantino, poi non li rimise al loro posto. Tra gli ultimi ritrovati, ecco una miscellanea con versi di Frugoni e Bettinelli, quindi il Ricciardetto nell’edizione di Parigi 1738.
A riprova di questa supposizione, diremo che un libro di Diderot, Lettre sur la sculpture (Amsterdam 1769), è finito nel catalogo di Voltaire. Sulla copertina si legge il nome dell’antico proprietario ma evidentemente fu spostato a suo tempo da Caterina II, che considerava la raccolta di Diderot come sua personale; quindi lo ripose in quella di Voltaire, senza accorgersi. Insomma, questi libri venivano utilizzati dagli zar più di quanto si pensi.
La biblioteca di Voltaire custodisce l’anima dell’Illuminismo, anche se egli non fu autore di un particolare sistema. Senza di lui, tuttavia, il pensiero settecentesco perderebbe moltissimo del suo valore. Si supponeva che fosse stato re mentre Luigi XV sedeva sul trono, ma al di là delle battute il Patriarca resta l’ultimo letterato europeo che ebbe l’onore di avere regolare corrispondenza con sovrani quali Federico di Prussia o Caterina II, personaggi grandi in un mondo di giganti. Le lettere a d’Alembert o a Diderot, la visita di Gibbon a Ferney, il fatto che potesse pubblicare opere anonime ben sapendo che tutti le avrebbero poi attribuite a lui sono cose che ci fanno sobbalzare. Ma per Voltaire erano ordinaria amministrazione, tanto che si stupì quando Giuseppe II d’Austria, passando nei pressi di Ferney, non gli fece visita.
Ci sono altre biblioteche nella sua vita, a cominciare da quella che conobbe a dieci anni quando entrò al Collegio Louis-le-Grand. Era una raccolta eccellente, organizzata dai gesuiti. Ma dovremmo aggiungere quelle di Londra, dove visse tre anni (dal 1726) e dove imparò a detestare Shakespeare; e quelle di Berlino (altri tre anni dal 1750), dove poteva star seduto quando il re gli parlava.
Tra i suoi classici greci e latini, tra le sue infinite note, tra i tanti dizionari, tra i documenti conservati in quella sala blindata di San Pietroburgo la sua anima continua a vivere, a far sorridere il lettore che si sofferma su un margine, che apre un libro. Il suo corpo, invece, dopo quella fuga notturna di cui ieri abbiamo accennato e dopo l’imbalsamazione frettolosa, poté tornare a Parigi con tutti gli onori ed essere tumulato nel Panthéon. Era il 12 luglio 1791, la Rivoluzione aveva già due anni e chi subì guai per i veti ecclesiastici ora se li vedeva trasformati in titolo di merito. Restavano ancora cuore e cervello, organi che vengono tolti quando si cerca di imbalsamare un cadavere. Il primo finirà alla Biblioteca nazionale di Francia, il secondo alla Comédie Française. Il grande nemico delle reliquie diventava la reliquia laica più bramata dalle istituzioni.
All’appello dovremmo aggiungere le sue idee. Ma queste non sono conservate in un luogo particolare. A Pietroburgo si vedono in quei libri che lo accompagnarono per buona parte della vita, nel mondo non hanno mai smesso di circolare. Ogni uomo moderno ne ha utilizzata almeno una, nel bene e nel male.
(2- fine. La precedente puntata è stata pubblicata ieri)
lunedì 5 gennaio 2004
cultura anglosassone:
dunque la psicoanalisi ha ancora un domani...
Corriere della Sera 5.1.03
LONDRA: UCCISE IL «CORGI» DELLA REGINA
In psicanalisi il cane della principessa Anna
Andrà «in terapia», ma non verrà soppressa, Florence - la zampa assassina di casa Windsor - colpevole di aver ucciso il più amato dei corgi della regina Elisabetta e di aver morsicato una cameriera. La principessa Anna ha così deciso di salvare la vita del suo bull terrier. Non è la prima volta che la secondogenita della regina manda uno dei suoi cani «sul lettino dello psicanalista», per il loro comportamento aggressivo: era accaduto due anni fa, dopo che Dotty, l'altra sua bull terrier, aveva attaccato due bambini nel parco di Windsor riempiendoli di morsi e graffi. La principessa se l'era cavata con una multa da 700 euro e con l'imbarazzo di doversi presentare in tribunale.
LONDRA: UCCISE IL «CORGI» DELLA REGINA
In psicanalisi il cane della principessa Anna
Andrà «in terapia», ma non verrà soppressa, Florence - la zampa assassina di casa Windsor - colpevole di aver ucciso il più amato dei corgi della regina Elisabetta e di aver morsicato una cameriera. La principessa Anna ha così deciso di salvare la vita del suo bull terrier. Non è la prima volta che la secondogenita della regina manda uno dei suoi cani «sul lettino dello psicanalista», per il loro comportamento aggressivo: era accaduto due anni fa, dopo che Dotty, l'altra sua bull terrier, aveva attaccato due bambini nel parco di Windsor riempiendoli di morsi e graffi. La principessa se l'era cavata con una multa da 700 euro e con l'imbarazzo di doversi presentare in tribunale.
Eugenio Borgna:
la psichiatria contro la dittatura delle neuroscienze
La Gazzetta del Mezzogiorno 5.1.04
La psichiatria? Non ha più il sentimento
intervista di GINO DATO
Gli orizzonti di conoscenza e di senso della psichiatria. È questo l'itinerario affascinante nel quale ci conduce Eugenio Borgna nel suo ultimo saggio, Le intermittenze del cuore (Feltrinelli ed.), scritto «nel momento in cui la vertiginosa ascesa e il dilagare delle neuroscienze - esordisce lo psichiatra e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali all'Università di Milano - sembrano svuotare la psichiatria della sua autonoma tematica e della sua ragione d'essere psicologica e umana». Un viaggio nell'anima, che è un ritorno all'umanesimo e alla ricerca dei sentimenti e delle emozioni spesso smarrita nella relazione con il «paziente». Un viaggio che apre una vista sulle ferite ma che schiude il territorio, mai abbastanza esplorato, delle interrogazioni sul mistero della vita. Prima che avanzi il deserto delle emozioni.
Lei sostiene che il discorso delle neuroscienze sta dilagando fino a divorare il senso della psichiatria. Che cosa vuol dire «divorare»?
«Significa annullarla, cancellarla, togliere alla psichiatria il suo oggetto, che è sempre stato un soggetto, cioè la vita psichica, la soggettività dell'altro. Il discorso delle neuroscienze tende a oggettivare, a rendere oggetto, cosa, disturbo neuronale quello che abbiamo sempre considerato come qualcosa di diverso, autonomo, rispetto alla funzione cerebrale».
Che cosa diventa allora la psichiatria?
«Nel discorso delle neuroscienze diventa encefaloiatria: non più psiche, emozioni, anima, ma solo il cervello come espressione unica».
Quali cose le cause di questa deriva, di questo fagocitare la psichiatria da parte delle neuroscienze?
«Dobbiamo premettere che il discorso filosofico delle neuroscienze risale all'800, quando la psichiatria è stata fondata e basata sull'assioma di alcuni grandi psichiatri del tempo, secondo cui le malattie psichiche sono malattie cerebrali. Ne consegue che i disturbi psichici non si confrontano ma sono ontologicamente qualcosa di neuronale».
Le conseguenze?
«Scompare la psichiatria come veniva considerata un tempo. Le neuroscienze hanno portato il discorso su un piano apparentemente fondato su dati empirici dimostrabili. Dall'altro si sono basate sulla scoperta degli psicofarmaci».
Sono molto affascinanti le pagine del suo libro in cui lei rimarca le ragioni del cuore e quelle di una psichiatria che definisce «etica e gentile». Quali sono gli strumenti di questa psichiatria?
«Innanzitutto diciamo che la psichiatria non rifiuta l'approccio neurologico quando i farmaci servono, poiché anche i farmaci servono. Solo che questa psichiatria è la psichiatria della relazione, mentre quella neuroscientifica è quella dell'oggettivazione, individualistica, perché considera che solo all'interno del soggetto nascono i disturbi che chiamiamo mentali-psichici».
Che significa essere in relazione?
«Accogliere quello che gli altri, gli psichiatri, dicono e ci fanno conoscere. Noi cambiamo continuamente solo nella misura in cui siamo in una relazione permanente, continua con gli altri».
Significa dialogare, instaurare il dialogo tra paziente e curante?
«Sì, significa tentare di muoversi sul piano di una asimmetria che tende, come meta ideale, ad essere sempre più una relazione simmetrica. Due persone entrano in gioco senza che la malattia crei squilibri ontologici come quelli che sono invece legati alle opzioni neuroscientifiche, secondo le quali tutto nasce all'interno di una funzionalità malata».
Prima ancora dei farmaci, allora, c'è l'ascolto, l'attenzione. Oso sperare che gli strumenti di questa psichiatria sono anche gli strumenti che aiutano a vivere le persone normali.
«Questa è la sostanza, il nocciolo profondo, di quello che ho cercato di dire. La psichiatria ha cessato di essere soltanto una disciplina manicomiale, si è invece trasformata in maestra di vita».
Perché noi oggi oscilliamo così facilmente tra banalizzazione delle emozioni e deserto dei significati?
«Le emozioni, come ogni esperienza della vita, hanno un aspetto esteriore, di superficie, e uno profondo, relazionale. La prima connotazione, insostenibile, è quella che si pone oggi al centro di infinite trasmissioni televisive».
Dall'altra impera il deserto dei significati. Perché manca quella che lei, con un termine filosofico, chiama la disposizione ermeneutica, la voglia cioè di capire il senso delle cose…
«Cogliere il nocciolo profondo della vita significa interpretare le azioni, i comportamenti, non basarsi solo, non lasciarsi suggestionare dagli aspetti esterni. E cogliere il senso profondo del nostro essere costa molta fatica».
Gli uomini del terzo millennio devono chiedersi se la farmacologia riuscirà ad annullare le emozioni?
«Se impazzisce, se diventa solo interessata a cancellare, a spegnere ogni sentimento, si estenderà il deserto delle emozioni, che, tuttavia, nonostante questo, si ribelleranno».
Perché?
«Perché si nasconderanno nei cuori delle persone creando ulteriori motivi di angoscia e di sofferenza. Il fine che si propongono le neuroscienze, magari involontariamente, è di sterminare i significati dei comportamenti, sterminare le emozioni, per condurre dentro paradigmi di indifferenza comportamentale anche gli aspetti apparentemente psicopatologici, ma invece essenziali, alla vita quali sono i sentimenti, tristezza, inquietudine, solitudine, malinconia. La posta in gioco è grande e tutti - come diceva Pascal - siamo imbarcati».
La psichiatria? Non ha più il sentimento
intervista di GINO DATO
Gli orizzonti di conoscenza e di senso della psichiatria. È questo l'itinerario affascinante nel quale ci conduce Eugenio Borgna nel suo ultimo saggio, Le intermittenze del cuore (Feltrinelli ed.), scritto «nel momento in cui la vertiginosa ascesa e il dilagare delle neuroscienze - esordisce lo psichiatra e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali all'Università di Milano - sembrano svuotare la psichiatria della sua autonoma tematica e della sua ragione d'essere psicologica e umana». Un viaggio nell'anima, che è un ritorno all'umanesimo e alla ricerca dei sentimenti e delle emozioni spesso smarrita nella relazione con il «paziente». Un viaggio che apre una vista sulle ferite ma che schiude il territorio, mai abbastanza esplorato, delle interrogazioni sul mistero della vita. Prima che avanzi il deserto delle emozioni.
Lei sostiene che il discorso delle neuroscienze sta dilagando fino a divorare il senso della psichiatria. Che cosa vuol dire «divorare»?
«Significa annullarla, cancellarla, togliere alla psichiatria il suo oggetto, che è sempre stato un soggetto, cioè la vita psichica, la soggettività dell'altro. Il discorso delle neuroscienze tende a oggettivare, a rendere oggetto, cosa, disturbo neuronale quello che abbiamo sempre considerato come qualcosa di diverso, autonomo, rispetto alla funzione cerebrale».
Che cosa diventa allora la psichiatria?
«Nel discorso delle neuroscienze diventa encefaloiatria: non più psiche, emozioni, anima, ma solo il cervello come espressione unica».
Quali cose le cause di questa deriva, di questo fagocitare la psichiatria da parte delle neuroscienze?
«Dobbiamo premettere che il discorso filosofico delle neuroscienze risale all'800, quando la psichiatria è stata fondata e basata sull'assioma di alcuni grandi psichiatri del tempo, secondo cui le malattie psichiche sono malattie cerebrali. Ne consegue che i disturbi psichici non si confrontano ma sono ontologicamente qualcosa di neuronale».
Le conseguenze?
«Scompare la psichiatria come veniva considerata un tempo. Le neuroscienze hanno portato il discorso su un piano apparentemente fondato su dati empirici dimostrabili. Dall'altro si sono basate sulla scoperta degli psicofarmaci».
Sono molto affascinanti le pagine del suo libro in cui lei rimarca le ragioni del cuore e quelle di una psichiatria che definisce «etica e gentile». Quali sono gli strumenti di questa psichiatria?
«Innanzitutto diciamo che la psichiatria non rifiuta l'approccio neurologico quando i farmaci servono, poiché anche i farmaci servono. Solo che questa psichiatria è la psichiatria della relazione, mentre quella neuroscientifica è quella dell'oggettivazione, individualistica, perché considera che solo all'interno del soggetto nascono i disturbi che chiamiamo mentali-psichici».
Che significa essere in relazione?
«Accogliere quello che gli altri, gli psichiatri, dicono e ci fanno conoscere. Noi cambiamo continuamente solo nella misura in cui siamo in una relazione permanente, continua con gli altri».
Significa dialogare, instaurare il dialogo tra paziente e curante?
«Sì, significa tentare di muoversi sul piano di una asimmetria che tende, come meta ideale, ad essere sempre più una relazione simmetrica. Due persone entrano in gioco senza che la malattia crei squilibri ontologici come quelli che sono invece legati alle opzioni neuroscientifiche, secondo le quali tutto nasce all'interno di una funzionalità malata».
Prima ancora dei farmaci, allora, c'è l'ascolto, l'attenzione. Oso sperare che gli strumenti di questa psichiatria sono anche gli strumenti che aiutano a vivere le persone normali.
«Questa è la sostanza, il nocciolo profondo, di quello che ho cercato di dire. La psichiatria ha cessato di essere soltanto una disciplina manicomiale, si è invece trasformata in maestra di vita».
Perché noi oggi oscilliamo così facilmente tra banalizzazione delle emozioni e deserto dei significati?
«Le emozioni, come ogni esperienza della vita, hanno un aspetto esteriore, di superficie, e uno profondo, relazionale. La prima connotazione, insostenibile, è quella che si pone oggi al centro di infinite trasmissioni televisive».
Dall'altra impera il deserto dei significati. Perché manca quella che lei, con un termine filosofico, chiama la disposizione ermeneutica, la voglia cioè di capire il senso delle cose…
«Cogliere il nocciolo profondo della vita significa interpretare le azioni, i comportamenti, non basarsi solo, non lasciarsi suggestionare dagli aspetti esterni. E cogliere il senso profondo del nostro essere costa molta fatica».
Gli uomini del terzo millennio devono chiedersi se la farmacologia riuscirà ad annullare le emozioni?
«Se impazzisce, se diventa solo interessata a cancellare, a spegnere ogni sentimento, si estenderà il deserto delle emozioni, che, tuttavia, nonostante questo, si ribelleranno».
Perché?
«Perché si nasconderanno nei cuori delle persone creando ulteriori motivi di angoscia e di sofferenza. Il fine che si propongono le neuroscienze, magari involontariamente, è di sterminare i significati dei comportamenti, sterminare le emozioni, per condurre dentro paradigmi di indifferenza comportamentale anche gli aspetti apparentemente psicopatologici, ma invece essenziali, alla vita quali sono i sentimenti, tristezza, inquietudine, solitudine, malinconia. La posta in gioco è grande e tutti - come diceva Pascal - siamo imbarcati».
continua il rilancio dell'Illuminismo:
la biblioteca di Voltaire a San Pietroburgo 1
Corriere della Sera 5.1.04
Alla morte del filosofo francese, nel 1778, i volumi furono acquistati dalla zarina Caterina II di Russia. Finalmente saranno a disposizione del grande pubblico
Voltaire, il tesoro ritrovato
dal nostro inviato ARMANDO TORNO
SAN PIETROBURGO - La piazza Ostrovskij sembra tolta da un manuale di architettura. In mezzo ad essa domina una statua di Caterina II e, alle spalle della sovrana, sorge il Teatro Alessandro: un incanto neoclassico. Si deve al napoletano Carlo Rossi, che nella capitale degli zar passò la seconda parte della sua vita e vi morì nel 1849. A lui è intitolata la via che corre dietro l’edificio, nota per le sue misure perfette: è lunga 220 metri, larga 22 e le costruzioni che la delimitano sono alte tutte 22. L’occhio non sa reggere tanta perfezione e, quasi per rifugiarsi, cerca requie sul palazzo a destra della piazza. Anch’esso di Rossi, ospita la Biblioteca Nazionale della Russia, una delle più grandi al mondo con i suoi 30 milioni di volumi. Vi hanno studiato quasi tutti gli scrittori russi del XIX secolo. Immaginatevi soltanto Gogol o Dostoevskij; pensate che là passò molte giornate anche Lenin. Ma c’è una storia conservata in questa biblioteca che quasi nessuno conosce. Qui sono finiti molti libri appartenuti agli zar, qui sono raccolti quelli che furono di Diderot (Caterina li comperò a suo tempo). E qui, in una sala blindata del seminterrato, è custodita tutta la biblioteca di Voltaire. Ogni volume reca una traccia del filosofo: note, correzioni, ironie così sottili che la lettura trasforma ancora in eleganti insulti (per Rousseau ci mise un particolare impegno). Aprendone anche uno è come mettersi in contatto con l’antico proprietario. Si ha la sensazione che la sua anima sia ancora qui, tra i fogli chiosati con quel sorriso tagliente. Come hanno fatto ad arrivare tra queste mura?
Diremo innanzitutto che la biblioteca di Voltaire fu acquistata da Caterina II e che da pochissimo è stata sistemata nel luogo ricordato. Quando Chirac volle visitarla il 26 settembre 1997, potè soltanto inchinarsi dinanzi a due immensi armadi in cui i 6814 volumi erano ammassati. Ma da quel giorno molte cose sono cambiate. La storia che possiamo raccontarvi per sommi capi non può cominciare nella stanza blindata, ma dovremo recarci a Parigi. Anzi, per prenderci il giusto tempo, nella Parigi del 10 febbraio 1778. Un giorno qualunque, è vero, ma in esso François-Marie Arouet, il filosofo che dal 1718 il mondo conosce con l’anagramma Voltaire, ormai noto come il «Patriarca», giungeva nella capitale francese. Vi mancava da 28 anni e da una ventina risiedeva nel castello di Ferney, in territorio francese, a pochi chilometri da Ginevra.
Ha ormai 84 anni. Le sue lettere sono piene di lamentele per la salute, ma Parigi esulta. Il giorno dopo il suo arrivo riceve 300 visitatori e passa di ovazione in ovazione. Prega il suo fedelissimo segretario, Jean-Louis Wagnière, di inviargli dei libri per la bisogna. Accanto a lui c’è Mme Marie-Louise Denis, sua nipote, ma non solo (Theodore Besterman nel suo fondamentale Voltaire , uscito a Londra nel 1969, dimostra al capitolo XXI che fu anche sua amante). Dopo tanto successo, però, il tempo della sua vita è giunto al termine. Il 30 maggio di quel 1778, un sabato, il filosofo muore.
Forse è errato affermare che morì. La notte successiva, quella del 31 maggio, probabilmente tra le 23 e le 24, una carrozza con sei cavalli abbandonò al galoppo il palazzo che ora sorge tra quai Voltaire 27 e rue de Beaune. Su di essa c’era, appunto, il Patriarca: indossava la sua celebre vestaglia e sul capo aveva la non meno famosa berretta da notte. Un servitore gli stava accanto. Se in quella notte illune qualcuno avesse messo una lanterna davanti al vecchio volto, avrebbe fatto una macabra scoperta: quell’uomo era morto, e per giunta imbalsamato in fretta. Il suo corpo cominciava a emanare fetore. L’autorità religiosa vigilava perché non avesse sepoltura in terra consacrata. Per questo Voltaire era ancora ufficialmente vivo, ma il suo cadavere correva su un tiro a sei in cerca di una tomba. Andare a Ferney non era il caso: il veto stava precedendo il morto ed era naturale che lo colpisse nella sua residenza. Ma ora dobbiamo lasciar correre quella carrozza e occuparci d’altro; ne finiremo il racconto un’altra volta.
Dicevamo di Mme Denis. Aveva assistito gli ultimi mesi dello zio amante con una crudeltà speciale, controllando tutti i fogli che scriveva. Era stata nominata erede universale e voleva impedire che il Patriarca cambiasse idea. Ora c’erano da spolpare quei beni e trasformarli in sicurezza per il resto della vita. In questo inventario la biblioteca non rappresentava la risorsa più forte, ma ad essa era particolarmente interessata la zarina di tutte le Russie. Anche se Mme Denis non era un’aquila, anzi aveva un cervello da gallina, sapeva che per l’affare c’era soltanto da attendere. Si fece vivo, infatti, il barone boemo von Grimm su incarico di Caterina II: l’imperatrice desiderava acquistare i libri e le carte di Voltaire. Chiedeva ogni cosa, comprese le lettere scambiate con il filosofo, i documenti che gli inviò per scrivere la storia di Pietro il Grande, le cifre della sua corrispondenza segreta. Il Patriarca aveva dato in più occasioni consigli politici rilevanti, sino - maggio 1769 - ai tipi di carri da usare per la guerra contro i turchi. Mme Denis intuiva di poter alzare il prezzo.
Ma la notizia del singolare acquisto cominciava a circolare e l’Europa colta chiacchierava. Altri nipoti di Voltaire desideravano non rimanere a becco asciutto e, come usa in questi casi, cominciarono a invocare l’orgoglio nazionale. Il fratello della Denis, un abate, fece comunella con un certo Corberon, il quale mise in piedi una specie di comitato che potè ben poco contro l’intelligente Caterina. L’imperatrice passò per vie diplomatiche e non mollò la presa, ricordando a chi di dovere che un Paese capace di rifiutare una tomba al filosofo non era degno di conservarne l’anima, o meglio la biblioteca. La nipote, dal canto suo, pensò che sarebbe stato meglio escludere una vendita vera e propria. Fece perciò sapere a Grimm che quei libri li avrebbe «regalati» a sua maestà, ma per la stima che le portava avrebbe gradito ricevere un cofanetto prezioso con un ritratto dell’imperatrice e poi, quale ricordo della Russia, diamanti e pellicce.
Caterina finse di ricevere in regalo i tomi di Voltaire che in realtà bramava, stanziò il denaro per i «ricordi» e incaricò Grimm di chiudere la faccenda. Tutto questo possiamo saperlo perché la Denis firmò il 15 dicembre 1778 una ricevuta al barone boemo in cui, dopo aver accettato diamanti e altro, ebbe il pudore di scrivere: «... mi sono assunta il coraggio di offrirgliela in dono (la biblioteca, n.d.r.)». Il più era fatto, ma ora occorreva recuperare i libri rimasti a Parigi e un altro abbondante centinaio di argomento inglese che Voltaire aveva ceduto in vita a un suo sodale, Henri Rieu. Il Patriarca lo chiamava «cher Corsaire»: gli procurava volumi e altro, quindi si trattò quasi certamente di un gesto d’affetto. Caterina non perse tempo e in meno che non si dica sguinzagliò i suoi e trovò quel che mancava a Ferney.
In particolare, incaricò Grimm di sovrintendere e quindi il segretario Wagnière, che con Voltaire aveva stilato un catalogo manoscritto dei libri, di accudire all’imballaggio e di seguirne il trasporto. Ci vollero 12 cassoni. L’itinerario fu stabilito dalla stessa Caterina: dovevano raggiungere Lubecca via Francoforte (qui arrivarono il 16 maggio 1779, indirizzati alla casa commerciale della vedova Ellenschleger); nel porto tedesco avrebbero trovato una nave veloce comandata dal tenente Nicolaj Schubin. Dopo una sosta all’isolotto di Cronstadt, sito nel golfo di Finlandia, la biblioteca giunse a Pietroburgo. Wagnière, intanto, aveva contratto una epatite. Occorrerà ancora qualche mese per rimettere i volumi in ordine. Tra la fine di ottobre e quella dell’anno, il segretario disfece le casse. I libri furono sistemati all’Ermitage, accanto allo studio privato di Caterina. Ella volle che fossero collocati esattamente nelle medesime posizioni che avevano sugli scaffali di Ferney.
Lì rimasero prima onorati e poi tollerati. Durante gli anni del reazionario Nicola I (1825-55), che odiava Voltaire e lo chiamava «vecchio scimmiotto», ci fu anche la minaccia di venderli. Poi, nel 1861, durante il regno di Alessandro II, si decise di trasferire i libri alla biblioteca Saltykov-Scedrin (dopo l’era sovietica diventerà l’attuale Biblioteca Nazionale della Russia), dove furono sistemati in una sala ovale. E qui rimasero sino al 1948, quando si utilizzò lo spazio per altre rarità. Finirono nei due grossi armadi che, come abbiamo ricordato, ebbero l’inchino del presidente francese Chirac. Qualche mese fa ricevettero un altro omaggio: la visita dei primi ministri Raffarin e Kassianov. Ma - correva il 20 giugno 2003 - i volumi erano stati tolti dai vecchi contenitori e si stavano sistemando nella sala blindata di cui abbiamo parlato. Ora questa è diventata il cuore del nuovissimo «Centro studi del Secolo dei Lumi», intitolato «Biblioteca di Voltaire». Rifatti gli armadi dell’Ermitage, ricollocati i libri così come furono a Ferney e come li volle Caterina, tra qualche settimana si comincerà a metterli a disposizione con le preziose chiose su Internet. I primi saranno De l’esprit di Helvetius e la Lettera di Rousseau a Christophe de Beaumont. Ma cosa c’è in quella sala blindata? Innanzitutto l’unica biblioteca integra di un illuminista a noi giunta. E poi storie, idee. Tantissime. Ve la racconteremo la prossima volta.
(1-continua)
Alla morte del filosofo francese, nel 1778, i volumi furono acquistati dalla zarina Caterina II di Russia. Finalmente saranno a disposizione del grande pubblico
Voltaire, il tesoro ritrovato
dal nostro inviato ARMANDO TORNO
SAN PIETROBURGO - La piazza Ostrovskij sembra tolta da un manuale di architettura. In mezzo ad essa domina una statua di Caterina II e, alle spalle della sovrana, sorge il Teatro Alessandro: un incanto neoclassico. Si deve al napoletano Carlo Rossi, che nella capitale degli zar passò la seconda parte della sua vita e vi morì nel 1849. A lui è intitolata la via che corre dietro l’edificio, nota per le sue misure perfette: è lunga 220 metri, larga 22 e le costruzioni che la delimitano sono alte tutte 22. L’occhio non sa reggere tanta perfezione e, quasi per rifugiarsi, cerca requie sul palazzo a destra della piazza. Anch’esso di Rossi, ospita la Biblioteca Nazionale della Russia, una delle più grandi al mondo con i suoi 30 milioni di volumi. Vi hanno studiato quasi tutti gli scrittori russi del XIX secolo. Immaginatevi soltanto Gogol o Dostoevskij; pensate che là passò molte giornate anche Lenin. Ma c’è una storia conservata in questa biblioteca che quasi nessuno conosce. Qui sono finiti molti libri appartenuti agli zar, qui sono raccolti quelli che furono di Diderot (Caterina li comperò a suo tempo). E qui, in una sala blindata del seminterrato, è custodita tutta la biblioteca di Voltaire. Ogni volume reca una traccia del filosofo: note, correzioni, ironie così sottili che la lettura trasforma ancora in eleganti insulti (per Rousseau ci mise un particolare impegno). Aprendone anche uno è come mettersi in contatto con l’antico proprietario. Si ha la sensazione che la sua anima sia ancora qui, tra i fogli chiosati con quel sorriso tagliente. Come hanno fatto ad arrivare tra queste mura?
Diremo innanzitutto che la biblioteca di Voltaire fu acquistata da Caterina II e che da pochissimo è stata sistemata nel luogo ricordato. Quando Chirac volle visitarla il 26 settembre 1997, potè soltanto inchinarsi dinanzi a due immensi armadi in cui i 6814 volumi erano ammassati. Ma da quel giorno molte cose sono cambiate. La storia che possiamo raccontarvi per sommi capi non può cominciare nella stanza blindata, ma dovremo recarci a Parigi. Anzi, per prenderci il giusto tempo, nella Parigi del 10 febbraio 1778. Un giorno qualunque, è vero, ma in esso François-Marie Arouet, il filosofo che dal 1718 il mondo conosce con l’anagramma Voltaire, ormai noto come il «Patriarca», giungeva nella capitale francese. Vi mancava da 28 anni e da una ventina risiedeva nel castello di Ferney, in territorio francese, a pochi chilometri da Ginevra.
Ha ormai 84 anni. Le sue lettere sono piene di lamentele per la salute, ma Parigi esulta. Il giorno dopo il suo arrivo riceve 300 visitatori e passa di ovazione in ovazione. Prega il suo fedelissimo segretario, Jean-Louis Wagnière, di inviargli dei libri per la bisogna. Accanto a lui c’è Mme Marie-Louise Denis, sua nipote, ma non solo (Theodore Besterman nel suo fondamentale Voltaire , uscito a Londra nel 1969, dimostra al capitolo XXI che fu anche sua amante). Dopo tanto successo, però, il tempo della sua vita è giunto al termine. Il 30 maggio di quel 1778, un sabato, il filosofo muore.
Forse è errato affermare che morì. La notte successiva, quella del 31 maggio, probabilmente tra le 23 e le 24, una carrozza con sei cavalli abbandonò al galoppo il palazzo che ora sorge tra quai Voltaire 27 e rue de Beaune. Su di essa c’era, appunto, il Patriarca: indossava la sua celebre vestaglia e sul capo aveva la non meno famosa berretta da notte. Un servitore gli stava accanto. Se in quella notte illune qualcuno avesse messo una lanterna davanti al vecchio volto, avrebbe fatto una macabra scoperta: quell’uomo era morto, e per giunta imbalsamato in fretta. Il suo corpo cominciava a emanare fetore. L’autorità religiosa vigilava perché non avesse sepoltura in terra consacrata. Per questo Voltaire era ancora ufficialmente vivo, ma il suo cadavere correva su un tiro a sei in cerca di una tomba. Andare a Ferney non era il caso: il veto stava precedendo il morto ed era naturale che lo colpisse nella sua residenza. Ma ora dobbiamo lasciar correre quella carrozza e occuparci d’altro; ne finiremo il racconto un’altra volta.
Dicevamo di Mme Denis. Aveva assistito gli ultimi mesi dello zio amante con una crudeltà speciale, controllando tutti i fogli che scriveva. Era stata nominata erede universale e voleva impedire che il Patriarca cambiasse idea. Ora c’erano da spolpare quei beni e trasformarli in sicurezza per il resto della vita. In questo inventario la biblioteca non rappresentava la risorsa più forte, ma ad essa era particolarmente interessata la zarina di tutte le Russie. Anche se Mme Denis non era un’aquila, anzi aveva un cervello da gallina, sapeva che per l’affare c’era soltanto da attendere. Si fece vivo, infatti, il barone boemo von Grimm su incarico di Caterina II: l’imperatrice desiderava acquistare i libri e le carte di Voltaire. Chiedeva ogni cosa, comprese le lettere scambiate con il filosofo, i documenti che gli inviò per scrivere la storia di Pietro il Grande, le cifre della sua corrispondenza segreta. Il Patriarca aveva dato in più occasioni consigli politici rilevanti, sino - maggio 1769 - ai tipi di carri da usare per la guerra contro i turchi. Mme Denis intuiva di poter alzare il prezzo.
Ma la notizia del singolare acquisto cominciava a circolare e l’Europa colta chiacchierava. Altri nipoti di Voltaire desideravano non rimanere a becco asciutto e, come usa in questi casi, cominciarono a invocare l’orgoglio nazionale. Il fratello della Denis, un abate, fece comunella con un certo Corberon, il quale mise in piedi una specie di comitato che potè ben poco contro l’intelligente Caterina. L’imperatrice passò per vie diplomatiche e non mollò la presa, ricordando a chi di dovere che un Paese capace di rifiutare una tomba al filosofo non era degno di conservarne l’anima, o meglio la biblioteca. La nipote, dal canto suo, pensò che sarebbe stato meglio escludere una vendita vera e propria. Fece perciò sapere a Grimm che quei libri li avrebbe «regalati» a sua maestà, ma per la stima che le portava avrebbe gradito ricevere un cofanetto prezioso con un ritratto dell’imperatrice e poi, quale ricordo della Russia, diamanti e pellicce.
Caterina finse di ricevere in regalo i tomi di Voltaire che in realtà bramava, stanziò il denaro per i «ricordi» e incaricò Grimm di chiudere la faccenda. Tutto questo possiamo saperlo perché la Denis firmò il 15 dicembre 1778 una ricevuta al barone boemo in cui, dopo aver accettato diamanti e altro, ebbe il pudore di scrivere: «... mi sono assunta il coraggio di offrirgliela in dono (la biblioteca, n.d.r.)». Il più era fatto, ma ora occorreva recuperare i libri rimasti a Parigi e un altro abbondante centinaio di argomento inglese che Voltaire aveva ceduto in vita a un suo sodale, Henri Rieu. Il Patriarca lo chiamava «cher Corsaire»: gli procurava volumi e altro, quindi si trattò quasi certamente di un gesto d’affetto. Caterina non perse tempo e in meno che non si dica sguinzagliò i suoi e trovò quel che mancava a Ferney.
In particolare, incaricò Grimm di sovrintendere e quindi il segretario Wagnière, che con Voltaire aveva stilato un catalogo manoscritto dei libri, di accudire all’imballaggio e di seguirne il trasporto. Ci vollero 12 cassoni. L’itinerario fu stabilito dalla stessa Caterina: dovevano raggiungere Lubecca via Francoforte (qui arrivarono il 16 maggio 1779, indirizzati alla casa commerciale della vedova Ellenschleger); nel porto tedesco avrebbero trovato una nave veloce comandata dal tenente Nicolaj Schubin. Dopo una sosta all’isolotto di Cronstadt, sito nel golfo di Finlandia, la biblioteca giunse a Pietroburgo. Wagnière, intanto, aveva contratto una epatite. Occorrerà ancora qualche mese per rimettere i volumi in ordine. Tra la fine di ottobre e quella dell’anno, il segretario disfece le casse. I libri furono sistemati all’Ermitage, accanto allo studio privato di Caterina. Ella volle che fossero collocati esattamente nelle medesime posizioni che avevano sugli scaffali di Ferney.
Lì rimasero prima onorati e poi tollerati. Durante gli anni del reazionario Nicola I (1825-55), che odiava Voltaire e lo chiamava «vecchio scimmiotto», ci fu anche la minaccia di venderli. Poi, nel 1861, durante il regno di Alessandro II, si decise di trasferire i libri alla biblioteca Saltykov-Scedrin (dopo l’era sovietica diventerà l’attuale Biblioteca Nazionale della Russia), dove furono sistemati in una sala ovale. E qui rimasero sino al 1948, quando si utilizzò lo spazio per altre rarità. Finirono nei due grossi armadi che, come abbiamo ricordato, ebbero l’inchino del presidente francese Chirac. Qualche mese fa ricevettero un altro omaggio: la visita dei primi ministri Raffarin e Kassianov. Ma - correva il 20 giugno 2003 - i volumi erano stati tolti dai vecchi contenitori e si stavano sistemando nella sala blindata di cui abbiamo parlato. Ora questa è diventata il cuore del nuovissimo «Centro studi del Secolo dei Lumi», intitolato «Biblioteca di Voltaire». Rifatti gli armadi dell’Ermitage, ricollocati i libri così come furono a Ferney e come li volle Caterina, tra qualche settimana si comincerà a metterli a disposizione con le preziose chiose su Internet. I primi saranno De l’esprit di Helvetius e la Lettera di Rousseau a Christophe de Beaumont. Ma cosa c’è in quella sala blindata? Innanzitutto l’unica biblioteca integra di un illuminista a noi giunta. E poi storie, idee. Tantissime. Ve la racconteremo la prossima volta.
(1-continua)
Adorno vs Heidegger
La Repubblica 5.1.04
FILOSOFIA
LA MODERNITÀ DI ADORNO BIOGRAFIA INTELLETTUALE DEL NOVECENTO TEDESCO
di FRANCO VOLPI
«Nel giro di cinque anni ridurrò Heidegger a un nulla». Così annunciò Adorno poco dopo il suo ritorno in Germania a una serata in casa di Wilhelm Szilasi, pensatore ungherese amico di Heidegger e suo supplente sulla cattedra di Friburgo dopo la condanna per i trascorsi nazionalsocialisti. Venuto a saperlo, il maestro della Selva Nera tolse il saluto a Szilasi e non lesse più una riga di Adorno. «Non è un filosofo, ma un sociologo», replicava a chi lo punzecchiava in proposito.
Questa dura contrapposizione personale, alimentata da appartenenze culturali e ideologiche incompatibili, ha profondamente segnato la filosofia tedesca del secondo Novecento e le sue due scuole principali: la teoria critica e l'ermeneutica. La cosa singolare è che, scavando dietro le apparenze, si scoprono tra i due affinità sorprendenti. Per esempio la critica dell'idea metafisica di soggetto o la messa in questione della razionalità strumentale e calcolante. Perfino il linguaggio complicato - quello che Adorno denunciava come "gergo dell'autenticità" - li unisce in un'oscurità gemellare.
La biografia intellettuale di Adorno che il sociologo Müller-Doohm ha scritto per il centenario della nascita - tradotta con encomiabile tempestività da Carocci - non fornisce soltanto un'accurata ricostruzione della vita e del pensiero dell´influente maestro francofortese, ma apre al tempo stesso un invitante spaccato sulla storia intellettuale tedesca del Novecento, con la fitta trama di relazioni in cui Adorno operò ed esercitò la sua influenza: dalle amicizie con Alban Berg, Horkheimer, Benjamin e il giovane Lukács, attraverso rischiose aperture a sociologi di destra come Gehlen, fino alle inimicizie fatali non solo con Heidegger, ma anche con Hannah Arendt e Günther Anders. Ne risulta l'affascinante immagine di un Adorno principe del radicalismo intellettuale, ma anche raffinato interprete della modernità e delle sue contraddizioni, capace di inanellare con pazienza gli ardui paragrafi della Dialettica negativa, ma anche di appassionarsi - in Dalle stelle alla terra - per le rubriche astrologiche del "Los Angeles Times". Un testo che si legge d'un fiato.
FILOSOFIA
LA MODERNITÀ DI ADORNO BIOGRAFIA INTELLETTUALE DEL NOVECENTO TEDESCO
di FRANCO VOLPI
«Nel giro di cinque anni ridurrò Heidegger a un nulla». Così annunciò Adorno poco dopo il suo ritorno in Germania a una serata in casa di Wilhelm Szilasi, pensatore ungherese amico di Heidegger e suo supplente sulla cattedra di Friburgo dopo la condanna per i trascorsi nazionalsocialisti. Venuto a saperlo, il maestro della Selva Nera tolse il saluto a Szilasi e non lesse più una riga di Adorno. «Non è un filosofo, ma un sociologo», replicava a chi lo punzecchiava in proposito.
Questa dura contrapposizione personale, alimentata da appartenenze culturali e ideologiche incompatibili, ha profondamente segnato la filosofia tedesca del secondo Novecento e le sue due scuole principali: la teoria critica e l'ermeneutica. La cosa singolare è che, scavando dietro le apparenze, si scoprono tra i due affinità sorprendenti. Per esempio la critica dell'idea metafisica di soggetto o la messa in questione della razionalità strumentale e calcolante. Perfino il linguaggio complicato - quello che Adorno denunciava come "gergo dell'autenticità" - li unisce in un'oscurità gemellare.
La biografia intellettuale di Adorno che il sociologo Müller-Doohm ha scritto per il centenario della nascita - tradotta con encomiabile tempestività da Carocci - non fornisce soltanto un'accurata ricostruzione della vita e del pensiero dell´influente maestro francofortese, ma apre al tempo stesso un invitante spaccato sulla storia intellettuale tedesca del Novecento, con la fitta trama di relazioni in cui Adorno operò ed esercitò la sua influenza: dalle amicizie con Alban Berg, Horkheimer, Benjamin e il giovane Lukács, attraverso rischiose aperture a sociologi di destra come Gehlen, fino alle inimicizie fatali non solo con Heidegger, ma anche con Hannah Arendt e Günther Anders. Ne risulta l'affascinante immagine di un Adorno principe del radicalismo intellettuale, ma anche raffinato interprete della modernità e delle sue contraddizioni, capace di inanellare con pazienza gli ardui paragrafi della Dialettica negativa, ma anche di appassionarsi - in Dalle stelle alla terra - per le rubriche astrologiche del "Los Angeles Times". Un testo che si legge d'un fiato.
domenica 4 gennaio 2004
una recensione:
la colonna sonora di Toni Carnevale per il film di Francesca Pirani
UNA BELLEZZA CHE NON LASCIA SCAMPO
ORIGINAL SOUNDTRACK
CD DGP Entertainment Records 002
Due persone si incontrano, si innamorano: lui compositore, lei aspirante a diventarlo: la musica diventa assoluta protagonista del loro amore, facendosi colonna sonora di ogni momento, di ogni gesto, sguardo, passione. Questa è la coinvolgente trama di Una bellezza che non lascia scampo, film di Francesca Pirani (Già regista de L’appartamento una delle allieve più promettente di Marco Bellocchio) dai sentimenti autenticamente istintivi, specchio senza eguali della natura umana nel suo essere e divenire. Narratrici di questi stati emotivi sono le composizioni di Toni Carnevale, apprezzato maestro, autore di tante sigle per la tv, per opere teatrali, per film ed anche di brani per Patty Pravo come La danzatrice di Bisanzio e, soprattutto, Ragazza passione. L’immenso merito di Carnevale è aver saputo intrecciare magnificamente la musica con le scene, rendendo veramente l’idea dei momenti vissuti da una coppia in tutta la loro purezza. Nell’ordine seguito dall’album (che è poi il medesimo della pellicola) si comincia dal Risveglio di una giovane donna fino ad arrivare all’incontro con Una bellezza che non lascia scampo nel turbinio de La festa al riecheggiare di Tamburi che fanno sembrare gli altri Dormienti. Attorno al pianoforte nasce Un’idea d un uomo capace di donare una utopica Carezza invisibile, ormai impossibile da trovare. Tutto ciò si rivela vero e crea il Malessere e la Frammentazione dell’anima che cerca di andare Via dal nulla pur rischiando di rimanere Sola. Così si prova a stare Più vicini ma non si può e del sentimento rimangono solamente Echi senza tempo e torna Il freddo sognato, la morte di qualcuno benché senza nessuna morte materiale. Tutto torna Come sempre e cresce l’Incertezza, la sensazione di Non posso scacciata via dalla dichiarazione d’amore muta del suo compagno, quasi fosse l’immagine di Amore e Psiche. Ritorna il movimento: si trasforma in Ballo rosso ed il ricordo, Indefinito, si ripropone con una ricerca verso lo sconosciuto, verso un Diverso dimenticato.
(Vincenzo Burragato)
la città di Paolo Soleri in Arizona
possono essere viste collegandosi a
www.geocities.com/arcology
ed anche QUI
Qui, poi, si possono vedere alcuni suoi disegni
dalla scrivania di Ciampi al domenicale del quotidiano di Confindustria
Immanuel Kant
IL Sole 24 Ore - DOMENICA - 4.1.04
A due secoli dalla morte, le idee del maggior filosofo della modernità sono più vive che mai
SOTTO IL CIELO DI KANT
La sua «rivoluzione copericana» è stata una delle svolte più radicali nella storia del pensiero.
Ancora oggi non si può prescindere dalla sua lezione, non solo nella teoria della conoscenza, ma anche in etica, diritto e politica.
L'eco nei discorsi del Papa e le sue opere sul tavolo di Ciampi.
di Maurzio Ferraris
Quando morì, ottantenne, il 12 febbraio di duecento anni fa, Kant era immemore quanto lo è oggi Ronald Reagan, Per rimediare, si scriveva tutto su un grande foglio, in cui si mescolano riflessioni di metafisica e liste della spesa. Era la malinconica parodia di quello che Kant considerava come il principio supremo della sua filosofia, e cioè che l'Io penso deve accompagnare tutte le rappresentazioni, ossia che c'è un mondo solo per un io che se ne accorge, se lo annota, se ne ricorda e, in qualche modo, lo determina attraverso le sue categorie. Questa è un'idea che aveva variamente circolato nella filosofia prima di Kant, ma che lui trasforma in modo decisivo, nel senso che il riferimento alla soggettività non contraddice l'oggettività, ma la rende possibile, visto che l'io non è un ammasso di sensazioni, bensì un principio d'ordine, munito di due forme pure dell'intuizione, lo spazio e il tempo, e di dodici categorie, tra cui quella di "sostanza" e di "causa", che sono poi le vere fonti di quello che chiamiamo "oggettività".
Vale però la pena di chiedersi perché mai Kant avesse dovuto imboccare una via tanto eroica e difficile. Il problema di fondo è, che la filosofia prima di Kant era davvero giunta a un punto morto. Immaginiamo di dover decidere quanti angeli possono stare su una punta di spillo. A rigore, milioni, visto che gli angeli come si legge sui dizionari non hanno corpo, essendo puri spiriti.
Ed ecco pronta la risposta: di angeli su uno spillo ne possono stare quanti se ne vuole. Più o meno questo era lo stato della metafisica razionalista al tempo di Kant, che svolgeva delle definizioni puramente nominali, con la conseguenza, tutto sommato non piccola, che tra un libro di metafisica e un libro di fantascienza (chi ha detto che gli angeli esistono?), non si riesce a vedere, la differenza. Di qui l'idea degli empiristi, che della metafisica si potesse tranquillamente fare a meno. Il problema, però, che gli empiristi non riuscivano a mettere a fuoco, è che senza metafisica è difficile fare dei passi in avanti, e che se consideriamo la causa, la sostanza, lo spazio e il tempo come puri risultati delle nostre esperienze, allora la filosofia, la scienza e la morale sono destinate a svanire, perché il mondo intero si sbriciola tra le nostre mani.
La rivoluzione copernicana a cui Kant ha legato la sua fortuna filosofica suona dunque così: invece di chiederci come siano fatte le cose in se stesse, chiediamoci come debbano, esser fatte per venire conosciute da noi. Tutto è reale, ma lo è all'interno dei nostri schemi concettuali, il che significa - anche se Kant non lo avrebbe ammesso - che se anche fossimo dei cervelli messi in un bagno organico e stimolati elettricamente da uno scienziato pazzo, non cambierebbe niente quanto alla oggettività delle nostre conoscenze. Kant chiama questo “realismo empirico”, che non esclude, nella sua prospettiva, l'idealismo trascendentale, cioè per l'appunto la tesi secondo cui tutto dipende dagli schemi concettuali. I vantaggi sono almeno due: si è sconfitto lo scetticismo con una tesi che lo sfiora e lo corteggia, ma rendendo il mondo sicuro e indagabile razionalmente, e inoltre si è attuata una divisione del lavoro per cui gli scienziati si occuperanno del mondo, e i filosofi del modo in cui lo conosciamo.
Da questo momento, la filosofia moderna sarà in grandissima parte una nota a piè di pagina di Kant, proprio come la filosofia antica era stata una glossa a Platone. Non solo l'idealismo di Fichte, Schelling ed Hegel, o l'anti-idealismo di Schopenhauer, ma anche autori diversi e spesso antiteticí come Nietzsche o Helmholtz, Heidegger o Quine, sono in ultima analisi incomprensibili senza l'apporto di Kant. La stessa fenomenologia, che era nata in un ambiente fortemente antikantiano (il realismo austriaco di stampo cattolico, ostile al soggettivismo protestante di Kant), finirà per sboccare, almeno formalmente, in un quadro di riferimento kantiano. E la svolta linguistica che ha caratterizzato un buon tratto del Novecento è, di nuovo, impensabile senza Kant, perché il linguaggio svolge qui la funzione trascendentale che per Kant assolvevano le categorie. Senza dimenticare poi che l'antropologia, la psicologia, le scienze umane in generale, e persino le scienze cognitive, traggono il loro impulso di fondo da un movente kantiano: se vuoi conoscere il mondo, devi, prima conoscere gli uomini, le loro menti e i loro sensi.
Come tutte le grandi rivoluzioni, quella di Kant, tuttavia, non è avvenuta senza spargimento di sangue, per almeno tre motivi. Primo, se il conoscibile si riduce a ciò che sta nello spazio e nel tempo, allora la metafisica non è che una propaggine della fisica e, soprattutto, si crea un amplissimo territorio delle cose che non si vedono e non si toccano, e che finiscono per equivalersi: Dio, l'origine del mondo, la passeggiata che ho fatto ieri, l'obbligo di guidare con la cintura di sicurezza.
Secondo, se ciò che conosciamo dipende da come siamo fatti, allora la filosofia diventa una propaggine della psicologia: la battaglia combattuta dalla filosofia negli ultimi duecento anni, che consiste nel separare gli atti psicologici dei soggetti dalla loro portata oggettiva, il fatto che io pensi un triangolo dal triangolo che penso, diventa una conseguenza inevitabile di questa impostazione.
Terzo, e soprattutto, tra "essere" e "conoscere" non c'è più nessuna differenza, vale a dire che proprio la distinzione tra oggettivo e soggettivo viene meno, malgrado tutte le migliori intenzioni di Kant. Kant fa un esempio famoso. lo posso guardare una casa dalle fondamenta al tetto o dal tetto alle fondamenta, questo è un ordine soggettivo che posso cambiare quando e come voglio. Ma se guardo una barca che scorre lungo il fiume, quella è una percezione oggettiva, nel senso che non posso invertire il processo a piacimento: la barca è laggiù, e non posso farla tornare indietro con un semplice movimento degli occhi o della testa. La distinzione tra soggettivo e oggettivo è già presupposta nel momento stesso in cui io credo di aver trovato un criterio per. distinguere il soggettivo e l'oggettìvo. E crolla non appena facciamo un caso solo un po' più complicato. Immaginiamo di starci avvicinando a una costa in barca: come facciamo a dire, in base al principi kantiani, che siamo noi che ci avviciniamo alla costa e non è la costa che si avvicina a noi?
Troppe vittime, dunque, nella gloriosa rivoluzione? Niente affatto. Kant ha combattuto con fin troppo successo l'idea del senso comune, di uno sguardo ingenuo sulle cose e di un rapporto immediato con il mondo, e non lo ha fatto con l'inconcludenza di uno scettico, bensì con la volontà costruttiva di un filosofo onesto - non dimentichiamoci che la sua preoccupazione maggiore era la morale, anche se il suo maggior successo si ebbe nella teoria- che era anche un grande del pensiero (se riferito a lui e a pochi altri questo sintagma non appare ironico). La via che ha suggerito si è spesso trasformata in una scorciatoia, ma era anche la sola che potesse trarre la metafisica dalle secche in cui era venuta a trovarsi. Il ritorno del realismo due secoli dopo la svolta kantiana non è dunque il risultato di un monotono movimento pendolare ma, probabilmente, il segno che quella svolta è stata definitivamente metabolizzata: uno sguardo ingenuo sul mondo è possibile, e anzi doveroso, ma l’ingenuità non è data, bisogna conquistarsela.
La morale fuori di noi
di Armando Massarenti
Magari letto in edizioni più economiche di quella apparsa sul tavolo del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi durante il suo discorso di fine anno, Immanuel Kant si è rivelato sempre di più nel tempo un filosofo per tutti.
Non perché le sue opere siano facili. Anzi, alcune, le principali - le tre famose Critiche -, presentano difficoltà di lettura quasi insormontabili. Ma la loro lezione è arrivata fino a noi attraverso discussioni che hanno attraversato tutti gli episodi più importanti della storia della filosofia, anche quando venivano proposti programmi apertamente antikantiani, dal neopositivismo del Circolo di Vienna alla Dialettica dell'Illuminismo di Horkheimer e Adorno fino al postmodernismo di Richard Rorty. Nella letteratura specialistica, l'interesse per Kant non è mai svanito. Prima con gli studi di Peter Strawson, poi nella filosofia politica di John Rawls, nel neopragmatismo di Hilary Putnam (che ha voluto conciliarlo con Wittgenstein) e nella filosofia recente di John McDowell. Oggi è un allievo dell'antikantiano Rorty, A.W. Moore, a riproporlo con forza. In Germanìa, dopo la rinascita della "filosofia pratica", è stato Jürgen Habermas a riattualizzarne il messaggio illuministico.
Kant (via Habermas) è riecheggiato a Capodanno anche nel discorso del Papa per la giornata mondiale della pace. In quel suo ínsistere sulla necessità di estendere le prerogative dell'ordine giuridico internazionale, tutti potevano riconoscere il "progetto filosofico" Per la pace perpetua. Ed è proprio con saggi come questo che Kant si proponeva consapevolmente come filosofo per tutti (li trovate tutti raccolti nel bel volume Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di Norberto Bobbio, Luigi Firpo e Vittorio Mathieu, edito dalla Utet).
Ogni mente umana, in forza della sua stessa capacità raziocinativa, secondo Kant, ospita un filosofo. «Osa pensare! Abbi ilcoraggio di servirti della tua propria intelligenza!», era il motto con cui egli rispondeva, nelle prime righe di un altro di quei saggi, alla domanda Che cos'è l'Illuminismo? Che altro non è che «l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità di cui egli solo è responsabile». Anche la trattazione dei più complessi problemi della filosofia trascendentale non è altro per Kant che un tentativo di delucidazione che aspira a chiarire le confusioni di pensiero in cui gli esseri umani inevitabilmente incorrono ogni qualvolta si apprestano a ragionare. Questo era e resta il compito dell'Illuminismo, anche se molti - non a torto - pensano che talvolta Kant si sia spinto troppo in là. Il suo pensiero morale, basato su inflessibili imperativi categorici validi in se', impermeabili a ogni conseguenza, ci impone un rigore che difficilmente oggi potremmo accettare. Ci impone di non mentire anche quando una piccola bugia può salvare la vita di un uomo. È lo stesso, inquietante, rigore descritto, in chiave antiprotestante, da Lars von Triers in Dogville.
Ma il Kant che la filosofia morale e politica oggi ci ripropongono è un Kant assai meno rigido e dogmatico. È il Kant dei limiti della ragione, della tolleranza, dei diritti umani, della lotta a ogni fanatismo, religioso o intellettuale, dell'autonomia della morale dalla religione. È il Kant rievocato da Isaiah Berlin, consapevole del fatto che «dal legno storto dell'umanità non si é mai cavata una cosa dritta», e che di questo dobbiamo tenere conto quando vogliamo disegnare le nostre istituzioni.
A due secoli dalla morte, le idee del maggior filosofo della modernità sono più vive che mai
SOTTO IL CIELO DI KANT
La sua «rivoluzione copericana» è stata una delle svolte più radicali nella storia del pensiero.
Ancora oggi non si può prescindere dalla sua lezione, non solo nella teoria della conoscenza, ma anche in etica, diritto e politica.
L'eco nei discorsi del Papa e le sue opere sul tavolo di Ciampi.
di Maurzio Ferraris
Quando morì, ottantenne, il 12 febbraio di duecento anni fa, Kant era immemore quanto lo è oggi Ronald Reagan, Per rimediare, si scriveva tutto su un grande foglio, in cui si mescolano riflessioni di metafisica e liste della spesa. Era la malinconica parodia di quello che Kant considerava come il principio supremo della sua filosofia, e cioè che l'Io penso deve accompagnare tutte le rappresentazioni, ossia che c'è un mondo solo per un io che se ne accorge, se lo annota, se ne ricorda e, in qualche modo, lo determina attraverso le sue categorie. Questa è un'idea che aveva variamente circolato nella filosofia prima di Kant, ma che lui trasforma in modo decisivo, nel senso che il riferimento alla soggettività non contraddice l'oggettività, ma la rende possibile, visto che l'io non è un ammasso di sensazioni, bensì un principio d'ordine, munito di due forme pure dell'intuizione, lo spazio e il tempo, e di dodici categorie, tra cui quella di "sostanza" e di "causa", che sono poi le vere fonti di quello che chiamiamo "oggettività".
Vale però la pena di chiedersi perché mai Kant avesse dovuto imboccare una via tanto eroica e difficile. Il problema di fondo è, che la filosofia prima di Kant era davvero giunta a un punto morto. Immaginiamo di dover decidere quanti angeli possono stare su una punta di spillo. A rigore, milioni, visto che gli angeli come si legge sui dizionari non hanno corpo, essendo puri spiriti.
Ed ecco pronta la risposta: di angeli su uno spillo ne possono stare quanti se ne vuole. Più o meno questo era lo stato della metafisica razionalista al tempo di Kant, che svolgeva delle definizioni puramente nominali, con la conseguenza, tutto sommato non piccola, che tra un libro di metafisica e un libro di fantascienza (chi ha detto che gli angeli esistono?), non si riesce a vedere, la differenza. Di qui l'idea degli empiristi, che della metafisica si potesse tranquillamente fare a meno. Il problema, però, che gli empiristi non riuscivano a mettere a fuoco, è che senza metafisica è difficile fare dei passi in avanti, e che se consideriamo la causa, la sostanza, lo spazio e il tempo come puri risultati delle nostre esperienze, allora la filosofia, la scienza e la morale sono destinate a svanire, perché il mondo intero si sbriciola tra le nostre mani.
La rivoluzione copernicana a cui Kant ha legato la sua fortuna filosofica suona dunque così: invece di chiederci come siano fatte le cose in se stesse, chiediamoci come debbano, esser fatte per venire conosciute da noi. Tutto è reale, ma lo è all'interno dei nostri schemi concettuali, il che significa - anche se Kant non lo avrebbe ammesso - che se anche fossimo dei cervelli messi in un bagno organico e stimolati elettricamente da uno scienziato pazzo, non cambierebbe niente quanto alla oggettività delle nostre conoscenze. Kant chiama questo “realismo empirico”, che non esclude, nella sua prospettiva, l'idealismo trascendentale, cioè per l'appunto la tesi secondo cui tutto dipende dagli schemi concettuali. I vantaggi sono almeno due: si è sconfitto lo scetticismo con una tesi che lo sfiora e lo corteggia, ma rendendo il mondo sicuro e indagabile razionalmente, e inoltre si è attuata una divisione del lavoro per cui gli scienziati si occuperanno del mondo, e i filosofi del modo in cui lo conosciamo.
Da questo momento, la filosofia moderna sarà in grandissima parte una nota a piè di pagina di Kant, proprio come la filosofia antica era stata una glossa a Platone. Non solo l'idealismo di Fichte, Schelling ed Hegel, o l'anti-idealismo di Schopenhauer, ma anche autori diversi e spesso antiteticí come Nietzsche o Helmholtz, Heidegger o Quine, sono in ultima analisi incomprensibili senza l'apporto di Kant. La stessa fenomenologia, che era nata in un ambiente fortemente antikantiano (il realismo austriaco di stampo cattolico, ostile al soggettivismo protestante di Kant), finirà per sboccare, almeno formalmente, in un quadro di riferimento kantiano. E la svolta linguistica che ha caratterizzato un buon tratto del Novecento è, di nuovo, impensabile senza Kant, perché il linguaggio svolge qui la funzione trascendentale che per Kant assolvevano le categorie. Senza dimenticare poi che l'antropologia, la psicologia, le scienze umane in generale, e persino le scienze cognitive, traggono il loro impulso di fondo da un movente kantiano: se vuoi conoscere il mondo, devi, prima conoscere gli uomini, le loro menti e i loro sensi.
Come tutte le grandi rivoluzioni, quella di Kant, tuttavia, non è avvenuta senza spargimento di sangue, per almeno tre motivi. Primo, se il conoscibile si riduce a ciò che sta nello spazio e nel tempo, allora la metafisica non è che una propaggine della fisica e, soprattutto, si crea un amplissimo territorio delle cose che non si vedono e non si toccano, e che finiscono per equivalersi: Dio, l'origine del mondo, la passeggiata che ho fatto ieri, l'obbligo di guidare con la cintura di sicurezza.
Secondo, se ciò che conosciamo dipende da come siamo fatti, allora la filosofia diventa una propaggine della psicologia: la battaglia combattuta dalla filosofia negli ultimi duecento anni, che consiste nel separare gli atti psicologici dei soggetti dalla loro portata oggettiva, il fatto che io pensi un triangolo dal triangolo che penso, diventa una conseguenza inevitabile di questa impostazione.
Terzo, e soprattutto, tra "essere" e "conoscere" non c'è più nessuna differenza, vale a dire che proprio la distinzione tra oggettivo e soggettivo viene meno, malgrado tutte le migliori intenzioni di Kant. Kant fa un esempio famoso. lo posso guardare una casa dalle fondamenta al tetto o dal tetto alle fondamenta, questo è un ordine soggettivo che posso cambiare quando e come voglio. Ma se guardo una barca che scorre lungo il fiume, quella è una percezione oggettiva, nel senso che non posso invertire il processo a piacimento: la barca è laggiù, e non posso farla tornare indietro con un semplice movimento degli occhi o della testa. La distinzione tra soggettivo e oggettivo è già presupposta nel momento stesso in cui io credo di aver trovato un criterio per. distinguere il soggettivo e l'oggettìvo. E crolla non appena facciamo un caso solo un po' più complicato. Immaginiamo di starci avvicinando a una costa in barca: come facciamo a dire, in base al principi kantiani, che siamo noi che ci avviciniamo alla costa e non è la costa che si avvicina a noi?
Troppe vittime, dunque, nella gloriosa rivoluzione? Niente affatto. Kant ha combattuto con fin troppo successo l'idea del senso comune, di uno sguardo ingenuo sulle cose e di un rapporto immediato con il mondo, e non lo ha fatto con l'inconcludenza di uno scettico, bensì con la volontà costruttiva di un filosofo onesto - non dimentichiamoci che la sua preoccupazione maggiore era la morale, anche se il suo maggior successo si ebbe nella teoria- che era anche un grande del pensiero (se riferito a lui e a pochi altri questo sintagma non appare ironico). La via che ha suggerito si è spesso trasformata in una scorciatoia, ma era anche la sola che potesse trarre la metafisica dalle secche in cui era venuta a trovarsi. Il ritorno del realismo due secoli dopo la svolta kantiana non è dunque il risultato di un monotono movimento pendolare ma, probabilmente, il segno che quella svolta è stata definitivamente metabolizzata: uno sguardo ingenuo sul mondo è possibile, e anzi doveroso, ma l’ingenuità non è data, bisogna conquistarsela.
La morale fuori di noi
di Armando Massarenti
Magari letto in edizioni più economiche di quella apparsa sul tavolo del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi durante il suo discorso di fine anno, Immanuel Kant si è rivelato sempre di più nel tempo un filosofo per tutti.
Non perché le sue opere siano facili. Anzi, alcune, le principali - le tre famose Critiche -, presentano difficoltà di lettura quasi insormontabili. Ma la loro lezione è arrivata fino a noi attraverso discussioni che hanno attraversato tutti gli episodi più importanti della storia della filosofia, anche quando venivano proposti programmi apertamente antikantiani, dal neopositivismo del Circolo di Vienna alla Dialettica dell'Illuminismo di Horkheimer e Adorno fino al postmodernismo di Richard Rorty. Nella letteratura specialistica, l'interesse per Kant non è mai svanito. Prima con gli studi di Peter Strawson, poi nella filosofia politica di John Rawls, nel neopragmatismo di Hilary Putnam (che ha voluto conciliarlo con Wittgenstein) e nella filosofia recente di John McDowell. Oggi è un allievo dell'antikantiano Rorty, A.W. Moore, a riproporlo con forza. In Germanìa, dopo la rinascita della "filosofia pratica", è stato Jürgen Habermas a riattualizzarne il messaggio illuministico.
Kant (via Habermas) è riecheggiato a Capodanno anche nel discorso del Papa per la giornata mondiale della pace. In quel suo ínsistere sulla necessità di estendere le prerogative dell'ordine giuridico internazionale, tutti potevano riconoscere il "progetto filosofico" Per la pace perpetua. Ed è proprio con saggi come questo che Kant si proponeva consapevolmente come filosofo per tutti (li trovate tutti raccolti nel bel volume Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di Norberto Bobbio, Luigi Firpo e Vittorio Mathieu, edito dalla Utet).
Ogni mente umana, in forza della sua stessa capacità raziocinativa, secondo Kant, ospita un filosofo. «Osa pensare! Abbi ilcoraggio di servirti della tua propria intelligenza!», era il motto con cui egli rispondeva, nelle prime righe di un altro di quei saggi, alla domanda Che cos'è l'Illuminismo? Che altro non è che «l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità di cui egli solo è responsabile». Anche la trattazione dei più complessi problemi della filosofia trascendentale non è altro per Kant che un tentativo di delucidazione che aspira a chiarire le confusioni di pensiero in cui gli esseri umani inevitabilmente incorrono ogni qualvolta si apprestano a ragionare. Questo era e resta il compito dell'Illuminismo, anche se molti - non a torto - pensano che talvolta Kant si sia spinto troppo in là. Il suo pensiero morale, basato su inflessibili imperativi categorici validi in se', impermeabili a ogni conseguenza, ci impone un rigore che difficilmente oggi potremmo accettare. Ci impone di non mentire anche quando una piccola bugia può salvare la vita di un uomo. È lo stesso, inquietante, rigore descritto, in chiave antiprotestante, da Lars von Triers in Dogville.
Ma il Kant che la filosofia morale e politica oggi ci ripropongono è un Kant assai meno rigido e dogmatico. È il Kant dei limiti della ragione, della tolleranza, dei diritti umani, della lotta a ogni fanatismo, religioso o intellettuale, dell'autonomia della morale dalla religione. È il Kant rievocato da Isaiah Berlin, consapevole del fatto che «dal legno storto dell'umanità non si é mai cavata una cosa dritta», e che di questo dobbiamo tenere conto quando vogliamo disegnare le nostre istituzioni.
il marchese de Sade:
dal manicomio di Charenton
La Repubblica 4.1.04 Pag. 35 - Cultura
Quell'incantevole cognata
Le lettere inedite su un amore nascosto
Le missive tra il marchese e Anne Prospère costringono a rivedere il mito
di DARIA GALATERIA
A Charenton, il suo ultimo manicomio, il marchese de Sade godeva di alcuni privilegi. Il direttore, Coulmier - alto non più di un metro, e quel metro «assai sgraziato» - era stato superiore dei premostatensi; spretato dalla rivoluzione, e credendo nel teatro come terapia, considerò il marchese un inviato della Provvidenza, e lo usò per organizzare spettacoli, a cui accorrevano da Parigi. Così, concesse a Sade un salubre appartamento al secondo piano, sopra all'immondo padiglione dove gli internati vivevano sotterrati, sulla paglia, tra gli escrementi.
La camera principale di Sade e la biblioteca attigua davano sul giardino, verso la Marna. Sade vi riceveva le attrici, e viveva con una signora, la fedele madame Quesnet, che faceva passare per sua figlia. Il letto a colonne aveva cortine di seta a righe bianche e rosse; la bergère di velluto e le sedie di paglia riposavano accanto al caminetto. Alle pareti, il ritratto senza cornice del nonno e la miniatura della cognata.
La cognata, Anne Prospère de Launay. Al momento della morte, Sade non la vedeva da 47 anni, mezzo secolo; ma la miniatura era lì, quando la polizia accorse a sequestrare i manoscritti. Ora, quattro lettere ritrovate e pubblicate da Pierre Leroy (Donatien Alphonse François de Sade, Anne-Prospère de Launay, con un testo di Philippe Sollers, Gallimard, pagg. 80, euro 29,50) ci costringeranno a rivedere la storia, e perfino la leggenda di Sade.
Donatien ha trentadue anni, tre figli e un paio di scandali - in carcere due volte, per empietà e fustigazione di prostitute legate al letto «a decubito ventrale»: e cera bollente colata sulle ferite - quando, nel 1771, Anne Prospère arriva a La Coste, il castello di Sade, bianco e tozzo nido d'aquila sulla Provenza.
Anne Prospère ha vent'anni, e tutte le grazie che mancano alla sorella, devotissima moglie del marchese. È canonichessa delle benedettine. Intanto, grazie alle lettere ritrovate, sappiamo come mai la suocera di Sade, la temibile Présidente, ha in convento la più carina delle figlie. Lo racconta Sade stesso allo zio, abate de Saumane - un abate fuori del comune: Donatien, che è vissuto, nell'adolescenza, nel suo castello, ne dice che era «un bordello». Sade si confida così, in una bella lettera inedita, allo zio libertino: ha avuto, con «quell'angelo celeste» (17 anni!), «intime comunicazioni», da allora lei rifiuta ogni pretendente, e accusano Sade di incesto. E la fanciulla è in convento; ma ora arriva a La Coste.
Non si conoscevano finora, e vedremo perché, lettere di Sade e Anne Prospère. Due biglietti scritti in comune al notaio aprono ora spiragli su quel soggiorno. La canonichessa fa teatro con il «fratello», chiede una vasca, perché le hanno prescritto dei bagni, salutari: «e per fare teatro, bisogna star bene, no?». (Il medico è di fatto chiamato tre, quattro volte al suo capezzale, e dell'attrice madame Bourdais, «comédienne du Roi», anche lei ospite al castello - cosa avranno mai, queste gentildonne?). Sade ordina chiavistelli per la stanza della «sorella»: bisogna pure proteggere «quel tesoro»; in effetti, anche lo zio abate si è innamorato.
«Incesto, profanazione, sacrilegio», scrive il curatore Leroy: tutto quanto può stuzzicare Sade. Nel pieno della passione, il marchese parte col valletto a cercar soldi in città. È il notissimo «affare di Marsiglia»: i minimi particolari noti nel protocollare (e più gustoso) linguaggio della polizia, intervenuta per i malori postumi, da bombons afrodisiaci, di «giovanissime» prostitute assoldate dai nostri viaggiatori - che hanno segnato con un coltellino, sul legno del caminetto, i colpi di staffile: si conteranno 859 intacchi. Il Marchese e il valletto vengono condannati a morte, e al rogo in effigie: perché intanto Sade è partito per Venezia, con la cognata.
Del viaggio in Italia - tre mesi - di Donatien e Anne Prospère non si sa nulla. C'è una lista di sessanta luoghi da visitare a Venezia, e una trentina sono sbarrati: S. Marco, la biblioteca, Murano. Il 2 ottobre, Anne Prospère riappare a La Coste. Donatien è a Chambéry, che dipende dal regno di Sardegna. Ma la Présidente è ormai in guerra. Invoca dall'ambasciatore di Sardegna, conte Ferrero della Marmora, di arrestare e incarcerare per sempre il genero, e di mettere le mani su un cofanetto di legno rosso che appartiene alla figlia. La Présidente infatti ha scelto per mademoiselle de Launay un pretendente particolarmente timorato, il marchese de Beaumont, nipote dell'arcivescovo di Parigi. Per concludere le nozze, bisogna distruggere le lettere di Anne Prospère, e seppellire per sempre in carcere Sade.
A dicembre, dalla sua cella detta ironicamente «la Grande Speranza», Sade scrive al valletto di ritirare a Nizza gli effetti di Anne Prospère; «vi metterete in tasca quello che sapete» (la miniatura?). Il resto della vita, o quasi - ventotto anni - Sade li trascorrerà in carcere; e dalla «Seconda Libertà» - la cella, antifrastica, alla Bastiglia - sobillerà i parigini alla Rivoluzione. La famiglia cala il silenzio sulla vicenda. Anne Prospère muore in convento a 28 anni, e Sade non lo saprà mai. Solo una volta, la moglie risponde alle sue domande. Sade le ha scritto del suo «sogno di Laura», la Laura del Petrarca, che è un'antenata del marchese: le è apparsa morta e bellissima, gli ha detto: raggiungimi. «Mamma» ha chiamato in sogno il marchese. E subito accanto, Sade chiede alla moglie di Anne Prospère. Commossa evidentemente, madame Sade scrive al marito: dovunque ora Anne Prospère si trovi, nulla può disonorarla, o nuocere a Sade; del resto, «ogni risposta è inutile».
A Charenton, Sade era obeso, e rallentato nei movimenti; aveva occhi come «brace morente». E ancora, dopo tante prigioni e i rivolgimenti della storia, guardava nella miniatura di Anne Prospère i tratti dell'amore, e della sua rovina.
La confessione
«Caro zio ho incontrato un angelo»
Da una lettera di de Sade allo zio, abate de Saumane, da Parigi, 15 giugno 1771
Dal seno di questa famiglia virtuosa e ottusa è uscito un angelo celeste. Al ritorno a Parigi mi fanno vedere questa deliziosa cognata che conoscevo appena, aveva allora 17 anni; la libertà che ci lasciano porta presto a colloqui intimi che mi conquistano la confidenza e l'affetto della ragazzina. Si presentano dei partiti, lei li rifiuta; non tardano a accusarmi di stranezze, arrivano a suppormi dei progetti; un incesto a me, caro zio! convenite che non mi rendono giustizia; allontanano la sorellina, comincio io stesso a viaggiare per convincerli della mia innocenza; e usano intanto ogni mezzo per convincerla al matrimonio, ma niente; dopo due anni di persecuzioni, la ragazza è in convento: ne faremo una canonichessa. La buona madame de Sade, meno sospettosa, ha visto in questo legame solo un sentimento semplice e onesto... In coscienza, vi dirò che amo molto questa giovinetta, e credo che lei mi ricambi, ma non c'entro nulla nei suoi progetti di canonicato e nel suo disgusto per il matrimonio, come nella sua passione estrema per la libertà e tutte le altre follie dell'immaginazione che la hanno messa contro la sua famiglia.
Muore a 74 anni nell'ospedale dei pazzi
La vita dello scrittore tra condanne e fughe
Donatien Alphonse François de Sade, detto marchese di Sade, nasce a Parigi nel 1740. Figlio d'un diplomatico, prende parte alla guerra dei Sette anni: di ritorno a Parigi (1763) deve scontare la prima d'una serie di condanne per immoralità: cinque anni più tardi torna in prigione con l'accusa di perversione ed è condannato a morte in contumacia per il delitto di avvelenamento e sodomia (riuscirà a evadere dalla Fortezza di Miolans). Dopo alcuni anni trascorsi nel suo castello di La Coste, contrassegnati da nuovi scandali e caratterizzati dall'incontro con la cognata, viene di nuovo arrestato nel 1777 e rimane in prigione fino al 1790. Poi la breve stagione rivoluzionaria, nel 1797 ancora il carcere con l'accusa di empietà, poi la reclusione nell'ospedale dei pazzi di Charenton, dove muore nel 1814.
Quell'incantevole cognata
Le lettere inedite su un amore nascosto
Le missive tra il marchese e Anne Prospère costringono a rivedere il mito
di DARIA GALATERIA
A Charenton, il suo ultimo manicomio, il marchese de Sade godeva di alcuni privilegi. Il direttore, Coulmier - alto non più di un metro, e quel metro «assai sgraziato» - era stato superiore dei premostatensi; spretato dalla rivoluzione, e credendo nel teatro come terapia, considerò il marchese un inviato della Provvidenza, e lo usò per organizzare spettacoli, a cui accorrevano da Parigi. Così, concesse a Sade un salubre appartamento al secondo piano, sopra all'immondo padiglione dove gli internati vivevano sotterrati, sulla paglia, tra gli escrementi.
La camera principale di Sade e la biblioteca attigua davano sul giardino, verso la Marna. Sade vi riceveva le attrici, e viveva con una signora, la fedele madame Quesnet, che faceva passare per sua figlia. Il letto a colonne aveva cortine di seta a righe bianche e rosse; la bergère di velluto e le sedie di paglia riposavano accanto al caminetto. Alle pareti, il ritratto senza cornice del nonno e la miniatura della cognata.
La cognata, Anne Prospère de Launay. Al momento della morte, Sade non la vedeva da 47 anni, mezzo secolo; ma la miniatura era lì, quando la polizia accorse a sequestrare i manoscritti. Ora, quattro lettere ritrovate e pubblicate da Pierre Leroy (Donatien Alphonse François de Sade, Anne-Prospère de Launay, con un testo di Philippe Sollers, Gallimard, pagg. 80, euro 29,50) ci costringeranno a rivedere la storia, e perfino la leggenda di Sade.
Donatien ha trentadue anni, tre figli e un paio di scandali - in carcere due volte, per empietà e fustigazione di prostitute legate al letto «a decubito ventrale»: e cera bollente colata sulle ferite - quando, nel 1771, Anne Prospère arriva a La Coste, il castello di Sade, bianco e tozzo nido d'aquila sulla Provenza.
Anne Prospère ha vent'anni, e tutte le grazie che mancano alla sorella, devotissima moglie del marchese. È canonichessa delle benedettine. Intanto, grazie alle lettere ritrovate, sappiamo come mai la suocera di Sade, la temibile Présidente, ha in convento la più carina delle figlie. Lo racconta Sade stesso allo zio, abate de Saumane - un abate fuori del comune: Donatien, che è vissuto, nell'adolescenza, nel suo castello, ne dice che era «un bordello». Sade si confida così, in una bella lettera inedita, allo zio libertino: ha avuto, con «quell'angelo celeste» (17 anni!), «intime comunicazioni», da allora lei rifiuta ogni pretendente, e accusano Sade di incesto. E la fanciulla è in convento; ma ora arriva a La Coste.
Non si conoscevano finora, e vedremo perché, lettere di Sade e Anne Prospère. Due biglietti scritti in comune al notaio aprono ora spiragli su quel soggiorno. La canonichessa fa teatro con il «fratello», chiede una vasca, perché le hanno prescritto dei bagni, salutari: «e per fare teatro, bisogna star bene, no?». (Il medico è di fatto chiamato tre, quattro volte al suo capezzale, e dell'attrice madame Bourdais, «comédienne du Roi», anche lei ospite al castello - cosa avranno mai, queste gentildonne?). Sade ordina chiavistelli per la stanza della «sorella»: bisogna pure proteggere «quel tesoro»; in effetti, anche lo zio abate si è innamorato.
«Incesto, profanazione, sacrilegio», scrive il curatore Leroy: tutto quanto può stuzzicare Sade. Nel pieno della passione, il marchese parte col valletto a cercar soldi in città. È il notissimo «affare di Marsiglia»: i minimi particolari noti nel protocollare (e più gustoso) linguaggio della polizia, intervenuta per i malori postumi, da bombons afrodisiaci, di «giovanissime» prostitute assoldate dai nostri viaggiatori - che hanno segnato con un coltellino, sul legno del caminetto, i colpi di staffile: si conteranno 859 intacchi. Il Marchese e il valletto vengono condannati a morte, e al rogo in effigie: perché intanto Sade è partito per Venezia, con la cognata.
Del viaggio in Italia - tre mesi - di Donatien e Anne Prospère non si sa nulla. C'è una lista di sessanta luoghi da visitare a Venezia, e una trentina sono sbarrati: S. Marco, la biblioteca, Murano. Il 2 ottobre, Anne Prospère riappare a La Coste. Donatien è a Chambéry, che dipende dal regno di Sardegna. Ma la Présidente è ormai in guerra. Invoca dall'ambasciatore di Sardegna, conte Ferrero della Marmora, di arrestare e incarcerare per sempre il genero, e di mettere le mani su un cofanetto di legno rosso che appartiene alla figlia. La Présidente infatti ha scelto per mademoiselle de Launay un pretendente particolarmente timorato, il marchese de Beaumont, nipote dell'arcivescovo di Parigi. Per concludere le nozze, bisogna distruggere le lettere di Anne Prospère, e seppellire per sempre in carcere Sade.
A dicembre, dalla sua cella detta ironicamente «la Grande Speranza», Sade scrive al valletto di ritirare a Nizza gli effetti di Anne Prospère; «vi metterete in tasca quello che sapete» (la miniatura?). Il resto della vita, o quasi - ventotto anni - Sade li trascorrerà in carcere; e dalla «Seconda Libertà» - la cella, antifrastica, alla Bastiglia - sobillerà i parigini alla Rivoluzione. La famiglia cala il silenzio sulla vicenda. Anne Prospère muore in convento a 28 anni, e Sade non lo saprà mai. Solo una volta, la moglie risponde alle sue domande. Sade le ha scritto del suo «sogno di Laura», la Laura del Petrarca, che è un'antenata del marchese: le è apparsa morta e bellissima, gli ha detto: raggiungimi. «Mamma» ha chiamato in sogno il marchese. E subito accanto, Sade chiede alla moglie di Anne Prospère. Commossa evidentemente, madame Sade scrive al marito: dovunque ora Anne Prospère si trovi, nulla può disonorarla, o nuocere a Sade; del resto, «ogni risposta è inutile».
A Charenton, Sade era obeso, e rallentato nei movimenti; aveva occhi come «brace morente». E ancora, dopo tante prigioni e i rivolgimenti della storia, guardava nella miniatura di Anne Prospère i tratti dell'amore, e della sua rovina.
La confessione
«Caro zio ho incontrato un angelo»
Da una lettera di de Sade allo zio, abate de Saumane, da Parigi, 15 giugno 1771
Dal seno di questa famiglia virtuosa e ottusa è uscito un angelo celeste. Al ritorno a Parigi mi fanno vedere questa deliziosa cognata che conoscevo appena, aveva allora 17 anni; la libertà che ci lasciano porta presto a colloqui intimi che mi conquistano la confidenza e l'affetto della ragazzina. Si presentano dei partiti, lei li rifiuta; non tardano a accusarmi di stranezze, arrivano a suppormi dei progetti; un incesto a me, caro zio! convenite che non mi rendono giustizia; allontanano la sorellina, comincio io stesso a viaggiare per convincerli della mia innocenza; e usano intanto ogni mezzo per convincerla al matrimonio, ma niente; dopo due anni di persecuzioni, la ragazza è in convento: ne faremo una canonichessa. La buona madame de Sade, meno sospettosa, ha visto in questo legame solo un sentimento semplice e onesto... In coscienza, vi dirò che amo molto questa giovinetta, e credo che lei mi ricambi, ma non c'entro nulla nei suoi progetti di canonicato e nel suo disgusto per il matrimonio, come nella sua passione estrema per la libertà e tutte le altre follie dell'immaginazione che la hanno messa contro la sua famiglia.
Muore a 74 anni nell'ospedale dei pazzi
La vita dello scrittore tra condanne e fughe
Donatien Alphonse François de Sade, detto marchese di Sade, nasce a Parigi nel 1740. Figlio d'un diplomatico, prende parte alla guerra dei Sette anni: di ritorno a Parigi (1763) deve scontare la prima d'una serie di condanne per immoralità: cinque anni più tardi torna in prigione con l'accusa di perversione ed è condannato a morte in contumacia per il delitto di avvelenamento e sodomia (riuscirà a evadere dalla Fortezza di Miolans). Dopo alcuni anni trascorsi nel suo castello di La Coste, contrassegnati da nuovi scandali e caratterizzati dall'incontro con la cognata, viene di nuovo arrestato nel 1777 e rimane in prigione fino al 1790. Poi la breve stagione rivoluzionaria, nel 1797 ancora il carcere con l'accusa di empietà, poi la reclusione nell'ospedale dei pazzi di Charenton, dove muore nel 1814.
terrorismo cattolico:
anche de Sade ne restò turbato...
La Repubblica ed. di Roma 4.1.04
Nella chiesa di santo Stefano Rotondo al Celio i terribili affreschi espressione di un cristianesimo da tragedia
Le sante torture del Pomarancio
Quando i martiri dipinti scandalizzarono De Sade
di CLAUDIO RENDINA
Un carnefice che strappa un seno ad una giovane cristiana è la scena che ha sconvolto perfino il marchese de Sade nel suo viaggio a Roma nel 1775. È uno dei 34 riquadri affrescati dal Tempesta e dal Pomarancio alla fine del Cinquecento sulle pareti della chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio; raffigurano, in una suite terrificante, i martìri subiti dai santi durante le varie persecuzioni, per un'esaltazione del sacrificio in nome della fede voluta dalla Controriforma, secondo l'atteggiamento della Chiesa Romana Cattolica dopo il Concilio di Trento. Una rappresentazione del sacrificio dei santi sotto le più atroci torture per esortare i fedeli ad un'esistenza più severa e mistica.
E dire che la Chiesa deve la sua costruzione al papa Simplicio, nel V secolo...
[...]
E infine arrivano gli affreschi: un campionario di sadismo. È indiscutibile il contrasto notevole che creano quei supplizi all'insegna del più impressionante realismo a fronte del Cristo non crocifisso. Ecco santi schiacciati sotto pesantissime pietre, con gli intestini e gli occhi che escono dal corpo in un autentico gusto del macabro. E poi, santi divorati a brani, con metodo, dai leoni; santi affogati nel lago con una pietra al collo; santi bruciati vivi, accecati, storpiati, lapidati, privati dei denti e via così. Un martirologio per un cristianesimo da tragedia sconvolgente e non da pura estasi mistica.
Nella chiesa di santo Stefano Rotondo al Celio i terribili affreschi espressione di un cristianesimo da tragedia
Le sante torture del Pomarancio
Quando i martiri dipinti scandalizzarono De Sade
di CLAUDIO RENDINA
Un carnefice che strappa un seno ad una giovane cristiana è la scena che ha sconvolto perfino il marchese de Sade nel suo viaggio a Roma nel 1775. È uno dei 34 riquadri affrescati dal Tempesta e dal Pomarancio alla fine del Cinquecento sulle pareti della chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio; raffigurano, in una suite terrificante, i martìri subiti dai santi durante le varie persecuzioni, per un'esaltazione del sacrificio in nome della fede voluta dalla Controriforma, secondo l'atteggiamento della Chiesa Romana Cattolica dopo il Concilio di Trento. Una rappresentazione del sacrificio dei santi sotto le più atroci torture per esortare i fedeli ad un'esistenza più severa e mistica.
E dire che la Chiesa deve la sua costruzione al papa Simplicio, nel V secolo...
[...]
E infine arrivano gli affreschi: un campionario di sadismo. È indiscutibile il contrasto notevole che creano quei supplizi all'insegna del più impressionante realismo a fronte del Cristo non crocifisso. Ecco santi schiacciati sotto pesantissime pietre, con gli intestini e gli occhi che escono dal corpo in un autentico gusto del macabro. E poi, santi divorati a brani, con metodo, dai leoni; santi affogati nel lago con una pietra al collo; santi bruciati vivi, accecati, storpiati, lapidati, privati dei denti e via così. Un martirologio per un cristianesimo da tragedia sconvolgente e non da pura estasi mistica.
storie:
Elisabeth e Ivan
Corriere della Sera 4.1.04
Viene alla luce una lettera dello zar cinquecentesco alla regina inglese, che lo aveva respinto
«Elisabetta sei come una serva», firmato Ivan il Terribile
di Cesare Medail
Nell’immaginario moderno, lui ha la barba appuntita sotto gli occhi cupi e magnetici di Nikolai Cherkasov, come appare nei due film che Eisenstein dedicò a Ivan il Terribile (1945-58); lei ha la maschera dura e sofferta di una grande Bette Davis, come appare ne La regina vergine, il film su Elisabetta I d’Inghilterra diretto da Henry Koster nel 1955. Due icone memorabili per uno zar (1530-1584) spietato nel reprimere i «boiari», gli aristocratici da cui si sentiva perseguitato fino alla paranoia; e per una sovrana (1533-1603), figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, altrettanto inflessibile nello stroncare nel sangue le pretese dinastiche della cugina Maria Stuarda.
Due personaggi di tragica grandezza che lo storico americano Felix Pryor fa scendere per un attimo dai troni, grazie a una lettera che lo zar inviò alla regina nel 1570 e che viene presentata nel volume Elizabeth I - Her Life in letters, edito dalla University of California Press.
Le biografie di Ivan IV Vasilevic detto il Terribile riportano che in quell’anno lo zar, sempre più ossessionato dai «boiari», aveva in animo di riparare in Inghilterra, lasciando per qualche tempo il trono a un re-fantoccio. Ma non era altrettanto noto che il Terribile, interessato al commercio inglese, avesse chiesto la mano di Elisabetta, oltre che l’asilo politico.
Benché presentata come «regina vergine» in vari film e romanzi, la sovrana ebbe favoriti e amanti, ma mandò sempre a monte ogni trattativa nuziale avviata per ragioni politiche. Tradizione vuole, infatti, che un difetto congenito le impedisse di avere figli.
Nel caso di Ivan, però, non si limitò a rifiutare la proposta, ma aggiunse l’offesa, facendogli sapere che sarebbe stato accolto oltremanica solo a patto che si pagasse le spese di viaggio e di soggiorno. Infischiandosene dell’etichetta e dei commerci, Ivan le spedì la lettera pubblicata da Pryor, dove accusa la regina di essere una «vecchia cameriera» in balia di «rozzi mercanti» e «zotici consiglieri».
Lasciando i posteri nel dubbio su chi fosse più «terribile»: lui o la Grande Elisabetta?
Viene alla luce una lettera dello zar cinquecentesco alla regina inglese, che lo aveva respinto
«Elisabetta sei come una serva», firmato Ivan il Terribile
di Cesare Medail
Nell’immaginario moderno, lui ha la barba appuntita sotto gli occhi cupi e magnetici di Nikolai Cherkasov, come appare nei due film che Eisenstein dedicò a Ivan il Terribile (1945-58); lei ha la maschera dura e sofferta di una grande Bette Davis, come appare ne La regina vergine, il film su Elisabetta I d’Inghilterra diretto da Henry Koster nel 1955. Due icone memorabili per uno zar (1530-1584) spietato nel reprimere i «boiari», gli aristocratici da cui si sentiva perseguitato fino alla paranoia; e per una sovrana (1533-1603), figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, altrettanto inflessibile nello stroncare nel sangue le pretese dinastiche della cugina Maria Stuarda.
Due personaggi di tragica grandezza che lo storico americano Felix Pryor fa scendere per un attimo dai troni, grazie a una lettera che lo zar inviò alla regina nel 1570 e che viene presentata nel volume Elizabeth I - Her Life in letters, edito dalla University of California Press.
Le biografie di Ivan IV Vasilevic detto il Terribile riportano che in quell’anno lo zar, sempre più ossessionato dai «boiari», aveva in animo di riparare in Inghilterra, lasciando per qualche tempo il trono a un re-fantoccio. Ma non era altrettanto noto che il Terribile, interessato al commercio inglese, avesse chiesto la mano di Elisabetta, oltre che l’asilo politico.
Benché presentata come «regina vergine» in vari film e romanzi, la sovrana ebbe favoriti e amanti, ma mandò sempre a monte ogni trattativa nuziale avviata per ragioni politiche. Tradizione vuole, infatti, che un difetto congenito le impedisse di avere figli.
Nel caso di Ivan, però, non si limitò a rifiutare la proposta, ma aggiunse l’offesa, facendogli sapere che sarebbe stato accolto oltremanica solo a patto che si pagasse le spese di viaggio e di soggiorno. Infischiandosene dell’etichetta e dei commerci, Ivan le spedì la lettera pubblicata da Pryor, dove accusa la regina di essere una «vecchia cameriera» in balia di «rozzi mercanti» e «zotici consiglieri».
Lasciando i posteri nel dubbio su chi fosse più «terribile»: lui o la Grande Elisabetta?
le parole e i lessici
Corriere della Sera 4.7.04
ELZEVIRO
Storia di una parola latina
Se vuoi sapere, vedi alla voce «machina»
di LUCIANO CANFORA
Tra l’8 e il 10 gennaio si terrà a Roma, a Villa Mirafiori, l’XI Colloquio Internazionale organizzato da Tullio Gregory con il «Lessico Intellettuale Europeo», dedicato quest'anno, al concetto di «Machina» nel pensiero occidentale. Interverranno, tra gli altri, Roberto Busa, Paolo Galluzzi, Lina Bolzoni, Natalino Irti e Luciano Canfora. A quest’ultimo, che terrà una relazione, abbiamo chiesto un intervento.
Secondo uno spiritoso sofisma, i lessici possono essere messi in crisi, sul piano «logico» osservando che spiegano le parole con altre parole anch'esse a loro volta meritevoli di una spiegazione e così via ad infinitum. Si infrange questo girare in tondo in vari modi: per esempio dando convenzionalmente per conosciute (e univocamente intese da una determinata comunità di parlanti) un certo numero di parole, servendosi delle quali spiegare tutte le altre. Una strada contenutisticamente più ricca è invece quella dei lessici che puntano alla storia delle parole: che indagano sul loro cammino attraverso le civiltà che le hanno adoperate, spesso serbandole intatte ma caricandole, attraverso il volgere dei secoli, di valori affatto diversi. Celebre è il caso della parola greca democrazia, i cui moderni contenuti sarebbero stati per un ateniese del V/IV secolo del tutto irriconoscibili e forse anche inconcepibili, e che però rimane lessicalmente intatta pur traversando i millenni e i continenti e approdando al suo opposto: non più la diretta gestione popolare del potere politico ma la delega. Persino in lingua turca, nonostante l'ellenofobia cha tanto a lungo vigoreggiò nella moderna Turchia, democrazia si dice così. Insomma gli unici «lessici» che aiutano davvero a capire sono quelli (che difficilmente raggiungeranno mai la completezza) che affrontano in profondità e in estensione la storia di concetti-cardine. Tale è in Italia il «Lessico intellettuale europeo» fondato e diretto da Tullio Gregory. Con questa denominazione si indica sia l'istituzione (una delle più importanti sorte nell'ambito del Cnr ormai inspiegabilmente «commissariato») sia il concreto lavoro lessicografico che tale istituzione produce da circa trent'anni, con l'apprezzamento dei dotti di mezzo mondo. Tra l'altro il «Lessico intellettuale» ha il merito di aver ridato il dovuto rilievo e spazio nel campo degli studi di storia e di storia del pensiero alla lingua che fino al XIX secolo fu tra i principali se non il principale veicolo di comunicazione scientifica: il latino. Quel latino «moderno» che solo gli ignoranti si chiedono cosa mai sia. Ignoranza condivisa dai riformatori, che per insipienza pensano che il latino sia unicamente qualcosa di «antico» e perciò vitando.
Da vari decenni il «Lessico» organizza, con cadenza biennale, dei «Colloqui» che hanno al centro una parola-cardine. I colloqui prendono poi regolarmente corpo in densi volumi di ricerche originali nelle quali convergono le conoscenze di studiosi di storia, linguisti, storici del pensiero etc. Basti solo qualche esempio dei termini già affrontati: Spiritus, Ordo, Phantasia, Res, Experientia. Questa volta, a partire dall'8 gennaio, presso la sede del Lessico, a Roma, nella Villa Mirafiori, Dipartimento di Filosofia della Sapienza, il protagonista sarà «Machina».
Salvatore Settis parlerà dell'«Archeologia delle macchine», e all'antico, geniale inventore Erone di Alessandria sarà dedicata la relazione di Gilbert Argoud. Sfileranno poi dinanzi ai convegnisti anche le machinae e i machinatores di Tommaso d'Aquino, le machinae pictae del Rinascimento, e poi Leibniz e Vico e La Mettrie, per giungere infine a Kant e all'odierna cibernetica, alle machines-à-parler, alle "macchine parlanti".
Macchina è una delle parole che non hanno mai cambiato forma dal greco al latino alle lingue moderne, sia romanze che germaniche. Essa ha serbato sin dal principio la sua polivalenza per un verso materiale (architettonica, militare, teatrale) e per l'altro metaforica (trama, macchinazione, insidia, ritrovato etc.), fino all'organicistica nozione dell'homme-machine del materialismo settecentesco e della machina machinarum, che è lo Stato: cioè noi tutti. Individui che - a nostra volta - di fronte alla macchina non dismettiamo mai, neanche oggi, la duplice e contraddittoria veste di dominati e dominatori. L'umanesimo integrale che ci vuole soggetti pienamente consapevoli dei processi entro i quali agiamo ci espone quotidianamente a questo esaltante dilemma.
ELZEVIRO
Storia di una parola latina
Se vuoi sapere, vedi alla voce «machina»
di LUCIANO CANFORA
Tra l’8 e il 10 gennaio si terrà a Roma, a Villa Mirafiori, l’XI Colloquio Internazionale organizzato da Tullio Gregory con il «Lessico Intellettuale Europeo», dedicato quest'anno, al concetto di «Machina» nel pensiero occidentale. Interverranno, tra gli altri, Roberto Busa, Paolo Galluzzi, Lina Bolzoni, Natalino Irti e Luciano Canfora. A quest’ultimo, che terrà una relazione, abbiamo chiesto un intervento.
Secondo uno spiritoso sofisma, i lessici possono essere messi in crisi, sul piano «logico» osservando che spiegano le parole con altre parole anch'esse a loro volta meritevoli di una spiegazione e così via ad infinitum. Si infrange questo girare in tondo in vari modi: per esempio dando convenzionalmente per conosciute (e univocamente intese da una determinata comunità di parlanti) un certo numero di parole, servendosi delle quali spiegare tutte le altre. Una strada contenutisticamente più ricca è invece quella dei lessici che puntano alla storia delle parole: che indagano sul loro cammino attraverso le civiltà che le hanno adoperate, spesso serbandole intatte ma caricandole, attraverso il volgere dei secoli, di valori affatto diversi. Celebre è il caso della parola greca democrazia, i cui moderni contenuti sarebbero stati per un ateniese del V/IV secolo del tutto irriconoscibili e forse anche inconcepibili, e che però rimane lessicalmente intatta pur traversando i millenni e i continenti e approdando al suo opposto: non più la diretta gestione popolare del potere politico ma la delega. Persino in lingua turca, nonostante l'ellenofobia cha tanto a lungo vigoreggiò nella moderna Turchia, democrazia si dice così. Insomma gli unici «lessici» che aiutano davvero a capire sono quelli (che difficilmente raggiungeranno mai la completezza) che affrontano in profondità e in estensione la storia di concetti-cardine. Tale è in Italia il «Lessico intellettuale europeo» fondato e diretto da Tullio Gregory. Con questa denominazione si indica sia l'istituzione (una delle più importanti sorte nell'ambito del Cnr ormai inspiegabilmente «commissariato») sia il concreto lavoro lessicografico che tale istituzione produce da circa trent'anni, con l'apprezzamento dei dotti di mezzo mondo. Tra l'altro il «Lessico intellettuale» ha il merito di aver ridato il dovuto rilievo e spazio nel campo degli studi di storia e di storia del pensiero alla lingua che fino al XIX secolo fu tra i principali se non il principale veicolo di comunicazione scientifica: il latino. Quel latino «moderno» che solo gli ignoranti si chiedono cosa mai sia. Ignoranza condivisa dai riformatori, che per insipienza pensano che il latino sia unicamente qualcosa di «antico» e perciò vitando.
Da vari decenni il «Lessico» organizza, con cadenza biennale, dei «Colloqui» che hanno al centro una parola-cardine. I colloqui prendono poi regolarmente corpo in densi volumi di ricerche originali nelle quali convergono le conoscenze di studiosi di storia, linguisti, storici del pensiero etc. Basti solo qualche esempio dei termini già affrontati: Spiritus, Ordo, Phantasia, Res, Experientia. Questa volta, a partire dall'8 gennaio, presso la sede del Lessico, a Roma, nella Villa Mirafiori, Dipartimento di Filosofia della Sapienza, il protagonista sarà «Machina».
Salvatore Settis parlerà dell'«Archeologia delle macchine», e all'antico, geniale inventore Erone di Alessandria sarà dedicata la relazione di Gilbert Argoud. Sfileranno poi dinanzi ai convegnisti anche le machinae e i machinatores di Tommaso d'Aquino, le machinae pictae del Rinascimento, e poi Leibniz e Vico e La Mettrie, per giungere infine a Kant e all'odierna cibernetica, alle machines-à-parler, alle "macchine parlanti".
Macchina è una delle parole che non hanno mai cambiato forma dal greco al latino alle lingue moderne, sia romanze che germaniche. Essa ha serbato sin dal principio la sua polivalenza per un verso materiale (architettonica, militare, teatrale) e per l'altro metaforica (trama, macchinazione, insidia, ritrovato etc.), fino all'organicistica nozione dell'homme-machine del materialismo settecentesco e della machina machinarum, che è lo Stato: cioè noi tutti. Individui che - a nostra volta - di fronte alla macchina non dismettiamo mai, neanche oggi, la duplice e contraddittoria veste di dominati e dominatori. L'umanesimo integrale che ci vuole soggetti pienamente consapevoli dei processi entro i quali agiamo ci espone quotidianamente a questo esaltante dilemma.
il "Cavaliere Azzurro" in mostra a Milano
Il Messaggero, Domenica 4 Gennaio 2004
Mostre/ A Milano centoventi opere del “Cavaliere Azzurro” Tra favola e mito
di FLORIANO DE SANTI
SONO passati novantadue anni dalla nascita del “Cavaliere Azzurro”: meglio, dalla prima esposizione e dall’apparizione dell’Almanacco del gruppo che si denominò Der Blaue Reiter. Sono immagini note nella memoria critica, di quanti si sono volti a fare e studiare l’arte d’avanguardia del secolo da poco trascorso, immagini incentrate su Kandinskij, su Franz Marc, sulla Germania a cavallo tra la grande guerra e il dopoguerra. L’esposizione visitabile alla Fondazione Mazzotta di Milano sino al 20 gennaio 2004 si apre complessivamente, con i suoi centoventi tra dipinti e opere su carta, a tutte le articolazioni del movimento. Si comincia dagli svolgimenti della pittura kandiskijana sino al momento della fondazione del Blaue Reiter, per arrivare a Marc, ai rapporti di Munter e Macke con l’arte europea del periodo, alla serie di ritratti dei componenti, via via sino alle testimonianze sull’arte primitiva (che fu privilegiata da questi pittori) e a un ampio mannello di documenti e illustrazioni originali. Ci sono persino le quattro acqueforti incise da Picasso nel 1911 per Saint Matorel di Max Jacob e presentate nella seconda mostra del “Cavaliere Azzurro”. La culla del Blaue Reiter è stata Monaco di Baviera e la galleria Thannhauser che ne ospita la prima mostra negli ultimi giorni del dicembre 1911. Vi apparvero quadri di Kandinskij e Marc, russo il primo e tedesco il secondo, che furono i fondatori del gruppo; nonché opere di altri artisti, tra cui August Macke, Campendonck, Epstein e Gabriel Munter. Apparvero pure come artisti invitati opere del doganiere Rousseau, la cui fama venne diffusa dal poeta francese Apollinaire, e opere di Delaunay che a quel tempo dipingeva, ispirato dalle novità cubiste e futuriste, una serie di Torri Eiffel a esaltazione del simbolo del progresso industriale, la cui mole di ferro già occupava i cieli di Parigi. E’ pure molto significativo il fatto che a quella prima mostra del “Cavaliere Azzurro” si mostrassero quadri di Arnold Schönberg, il musicista che nelle stesse settimane maturava il suo Pierrot Lunaire, seme vivo della prima dodecafonia. In effetti la nuova pittura di Kandinskij sarà astratta, non oggettiva: avrà cioè una radice diversa dalla “sensazione” che Cézanne traeva dal vero naturale. Poiché al centro di tale ricerca vi furono le teorie dell’Einfuhlung, cioè la corrispondenza tra forme e stati mentali, essa sarà affondata nella spiritualità. Non per nulla il grande maestro moscovita dirà un giorno: «Dentro la Materia si cela lo spirito creatore», e si svilupperà questo concetto di astrazione ideale, dove avvertì anche un moto di quell’intelligenza astraente di pittori di icone, scrivendo nel 1912 un lungo saggio Dello spirituale dell’arte tradotto in italiano già dal 1936. Dopo l’esposizione del 1911 e fino al 1914 si realizzarono altre manifestazioni del Blaue Reiter, fino cioè allo scoppio della guerra mondiale che portò via ancora giovanissimi Franz Marc e August Macke. Il gruppo si infittì man mano di nuovi aderenti. Per diffondere e sostenere le idee, Kandinskji e Marc (il quale a dire il vero non fu mai pittore completamente astratto) progettarono e diffusero nel 1912 un “Almanacco del Cavaliere Azzurro”. Vi figurano le opere degli artisti del gruppo, e di coloro che essi ritenevano vicini: Picasso, Matisse, Van Gogh, Gauguin, Rousseau; e poi i colleghi espressionisti del gruppo Brücke di Dresda, e cioè Nolde, Kokoschka, Kirchner, Heckel, Pechstein, di cui tuttavia non condividevano l’impulso protestatario. E ancora vi compare una scelta straordinariamente diversa di esempi: dalla scultura negra, già in auge a Parigi nel 1905, alle terracotte precolombiane; dal Greco, scoperto dai critici viennesi, a Baldun Grien; da un frammento di mosaico veneziano alle marionette di un teatro di ombre; dalle stampe popolari di Epinal e dagli ex voto agli egiziani antichi; dai disegni infantili agli spartiti di Schönberg, Alban Berg e Webern.
Nella eccezionale rassegna di Milano troviamo documentato, a uso del visitatore, tutto questo e capolavori quali Il cortile di Henri Rousseau, Capriolo nel giardino del convento di Franz Marc, Macchia nera I di Vassilji Kandinskij, La casa rossa di Paul Klee. Ma alla fine è giusto chiedersi: che cosa aggiungono Kandiskji o Klee alla scoperta dell’arte primitiva, popolare, infantile, esotica già di volta in volta oggetto dell’interesse di questo o quel pittore e poeta? L’artista del Blaue Reiter scopre un’attenzione implicita ai contenuti, nell’intento di focalizzare una condizione o denominazione comune, a livello, in sostanza, di favole e di mito. Sono gli stessi anni in cui Jung, deviando dalla linea freudiana (proprio in un congresso del 1912 a Monaco, Freud e Jung si scambiavano le prime battute polemiche) ha l’intuizione dell’"Inconscio collettivo" come serbatoio del mito e produttore di una fervida ed inventiva "simbologia dello spirito".
Mostre/ A Milano centoventi opere del “Cavaliere Azzurro” Tra favola e mito
di FLORIANO DE SANTI
SONO passati novantadue anni dalla nascita del “Cavaliere Azzurro”: meglio, dalla prima esposizione e dall’apparizione dell’Almanacco del gruppo che si denominò Der Blaue Reiter. Sono immagini note nella memoria critica, di quanti si sono volti a fare e studiare l’arte d’avanguardia del secolo da poco trascorso, immagini incentrate su Kandinskij, su Franz Marc, sulla Germania a cavallo tra la grande guerra e il dopoguerra. L’esposizione visitabile alla Fondazione Mazzotta di Milano sino al 20 gennaio 2004 si apre complessivamente, con i suoi centoventi tra dipinti e opere su carta, a tutte le articolazioni del movimento. Si comincia dagli svolgimenti della pittura kandiskijana sino al momento della fondazione del Blaue Reiter, per arrivare a Marc, ai rapporti di Munter e Macke con l’arte europea del periodo, alla serie di ritratti dei componenti, via via sino alle testimonianze sull’arte primitiva (che fu privilegiata da questi pittori) e a un ampio mannello di documenti e illustrazioni originali. Ci sono persino le quattro acqueforti incise da Picasso nel 1911 per Saint Matorel di Max Jacob e presentate nella seconda mostra del “Cavaliere Azzurro”. La culla del Blaue Reiter è stata Monaco di Baviera e la galleria Thannhauser che ne ospita la prima mostra negli ultimi giorni del dicembre 1911. Vi apparvero quadri di Kandinskij e Marc, russo il primo e tedesco il secondo, che furono i fondatori del gruppo; nonché opere di altri artisti, tra cui August Macke, Campendonck, Epstein e Gabriel Munter. Apparvero pure come artisti invitati opere del doganiere Rousseau, la cui fama venne diffusa dal poeta francese Apollinaire, e opere di Delaunay che a quel tempo dipingeva, ispirato dalle novità cubiste e futuriste, una serie di Torri Eiffel a esaltazione del simbolo del progresso industriale, la cui mole di ferro già occupava i cieli di Parigi. E’ pure molto significativo il fatto che a quella prima mostra del “Cavaliere Azzurro” si mostrassero quadri di Arnold Schönberg, il musicista che nelle stesse settimane maturava il suo Pierrot Lunaire, seme vivo della prima dodecafonia. In effetti la nuova pittura di Kandinskij sarà astratta, non oggettiva: avrà cioè una radice diversa dalla “sensazione” che Cézanne traeva dal vero naturale. Poiché al centro di tale ricerca vi furono le teorie dell’Einfuhlung, cioè la corrispondenza tra forme e stati mentali, essa sarà affondata nella spiritualità. Non per nulla il grande maestro moscovita dirà un giorno: «Dentro la Materia si cela lo spirito creatore», e si svilupperà questo concetto di astrazione ideale, dove avvertì anche un moto di quell’intelligenza astraente di pittori di icone, scrivendo nel 1912 un lungo saggio Dello spirituale dell’arte tradotto in italiano già dal 1936. Dopo l’esposizione del 1911 e fino al 1914 si realizzarono altre manifestazioni del Blaue Reiter, fino cioè allo scoppio della guerra mondiale che portò via ancora giovanissimi Franz Marc e August Macke. Il gruppo si infittì man mano di nuovi aderenti. Per diffondere e sostenere le idee, Kandinskji e Marc (il quale a dire il vero non fu mai pittore completamente astratto) progettarono e diffusero nel 1912 un “Almanacco del Cavaliere Azzurro”. Vi figurano le opere degli artisti del gruppo, e di coloro che essi ritenevano vicini: Picasso, Matisse, Van Gogh, Gauguin, Rousseau; e poi i colleghi espressionisti del gruppo Brücke di Dresda, e cioè Nolde, Kokoschka, Kirchner, Heckel, Pechstein, di cui tuttavia non condividevano l’impulso protestatario. E ancora vi compare una scelta straordinariamente diversa di esempi: dalla scultura negra, già in auge a Parigi nel 1905, alle terracotte precolombiane; dal Greco, scoperto dai critici viennesi, a Baldun Grien; da un frammento di mosaico veneziano alle marionette di un teatro di ombre; dalle stampe popolari di Epinal e dagli ex voto agli egiziani antichi; dai disegni infantili agli spartiti di Schönberg, Alban Berg e Webern.
Nella eccezionale rassegna di Milano troviamo documentato, a uso del visitatore, tutto questo e capolavori quali Il cortile di Henri Rousseau, Capriolo nel giardino del convento di Franz Marc, Macchia nera I di Vassilji Kandinskij, La casa rossa di Paul Klee. Ma alla fine è giusto chiedersi: che cosa aggiungono Kandiskji o Klee alla scoperta dell’arte primitiva, popolare, infantile, esotica già di volta in volta oggetto dell’interesse di questo o quel pittore e poeta? L’artista del Blaue Reiter scopre un’attenzione implicita ai contenuti, nell’intento di focalizzare una condizione o denominazione comune, a livello, in sostanza, di favole e di mito. Sono gli stessi anni in cui Jung, deviando dalla linea freudiana (proprio in un congresso del 1912 a Monaco, Freud e Jung si scambiavano le prime battute polemiche) ha l’intuizione dell’"Inconscio collettivo" come serbatoio del mito e produttore di una fervida ed inventiva "simbologia dello spirito".
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