La Repubblica 21.1.04
LA GRANDE CONTINUITÀ TRA IL FONDATORE E I SUOI EREDI
LA RELIGIONE POLITICA DAL PARTITO ALLO STATO
legami Lenin e Stalin condivisero l'idea del diritto dei bolscevichi a detenere il monopolio assoluto del potere e a distruggere ogni opposizione
di MASSIMO L.SALVADORI
Il comunismo del XX secolo non ha avuto altro destino se non quello che gli aveva preparato il leninismo. Lenin ha fondato una religione politica che si è fatta Stato e forma di società; che ha dato vita ad una ortodossia la quale ha generato chiese che si sono accusate reciprocamente di eresia e combattute spietatamente; che ha confiscato con i mezzi del terrore la storia presente in nome di una storia futura idilliaca; che, dopo aver promesso il millennio dell´eguaglianza e la fine di ogni violenza ha eretto un sistema di ferrea diseguaglianza, di permanente violenza politica e sociale dei governanti sui governati, culminata nel Gulag. E tutto questo è stato celebrato dalla sinistra di scuola leninista come «la nuova scienza della politica e della società».
Non vi è stato rovescio, non tragedia, non divario tra promesse e fatti che abbiano scosso la fede dei seguaci di Lenin nella dottrina del Fondatore. E allorché i conti mostravano di non tornare affatto, ecco invocare la parola d´ordine: «ritorno a Lenin». Lo invocarono tutti a varie riprese: Trockij, Zinov´ev, Kamenev, Bucharin quando sconfitti da Stalin; Chruscev dopo la morte del dittatore; Mao in lotta contro i «nuovi zar»; Togliatti dopo il 1956; Berlinguer, che ancora nel 1979 protestò contro chiunque parlasse di «fallimento» dell´opera di Lenin; Gorbaciov, che pose il proprio progetto di riforma sotto l´egida del ritorno al leninismo. Mai pregiudizio e illusione furono tanto mal fondati, poiché il leninismo era il sistema sovietico, poiché il leninismo non era stato strutturalmente in grado di produrre anticorpi rispetto al tipo di potere consolidato da Stalin e protrattosi fino al disfacimento dell´Unione Sovietica. Certo, tra i valori del rivoluzionario internazionalista Lenin, il quale, mentre costruiva l´inflessibile dittatura del partito unico e del suo capo, predicava la democrazia diretta e la fine dello Stato, e quelli dello Stalin divenuto un conservatore nazionalista panrusso e superstatalista vi erano differenze e contrasti. Sennonché - ecco il punto - furono le armi e gli strumenti creati dall´uno a rendere onnipotente l´altro. Quel che Lenin e Stalin condivisero furono l´idea del diritto dei bolscevichi a detenere il monopolio assoluto del potere e a distruggere ogni opposizione, l´odio diretto in primo luogo verso i socialdemocratici accusati di tradimento in quanto restavano fedeli ai principi della democrazia borghese, della divisione dei poteri, del pluralismo culturale e denunciavano la dittatura di una élite di partito.
Fu Lenin tra il 1902 e il 1904 a teorizzare il comando assoluto dei vertici del partito sulle masse chiamate a obbedire, la superiorità del principio verticistico e burocratico sul principio democratico, l´inutilità del riformismo. Fu Lenin dopo il febbraio 1917 a dirigere l´assalto contro la nascente fragile democrazia russa; e dopo la presa del potere in ottobre a ordinare la chiusura dell´Assemblea costituente, la liquidazione di tutti gli altri partiti, la repressione di menscevichi, anarchici, socialrivoluzionari; a costruire gli strumenti del terrore rosso contro "vecchie" classi, contadini, oppositori di ogni genere; a militarizzare la classe operaia; a soffocare nel sangue gli insorti di Kronstadt. Quando Lenin morì la sua rivoluzione aveva vinto, ma, appunto, ogni anticorpo all´uso sempre più brutale del potere era distrutto. Nel 1924 la via era aperta a Stalin. Quel che conta, per il giudizio storico, è il fatto che fu proprio grazie al sistema creato da Lenin che Stalin poté fare quel che fece. E´ sotto questo profilo sostanziale che Stalin fu l´autentico erede di Lenin.
Ma perché nessuna degenerazione del comunismo al potere fu in grado di scuotere - se non nel momento dell´ultimo crepuscolo e del fallimento fattosi palese - la fede nel leninismo dei comunisti non al potere, a partire da quelli di casa nostra? La fede comunista aveva al proprio interno un «meccanismo di salvaguardia» che vanificava ogni verifica: l´incrollabile convinzione che fosse in atto una «transizione» dal vecchio al nuovo mondo in base alla quale la bontà della struttura socialista avrebbe immancabilmente posto rimedio ad ogni «provvisorio errore», ad ogni «difetto», ad ogni «necessaria violenza». La storia era ormai in marcia e nulla poteva arrestarla. Era sufficiente attendere e attendere. E il leninismo costituiva un bene non negoziabile.
Eppure, a ondate successive, tutto era stato visto e previsto circa la vocazione del bolscevismo alla dittatura senza freni dai socialdemocratici antibolscevichi e dai comunisti critici del leninismo (per tacere dei non marxisti): prima dell´ottobre dal menscevico Martov, dal Trockij non ancora bolscevico; subito dopo l´ottobre da Kautsky, da Turati, dalla Luxemburg e da Pannekoek. Molti altri nomi potrebbero farsi. Furono derisi e denunciati come nemici, gente che non comprendeva le ragioni del socialismo e i diritti dell´avvenire. Ora la parabola si è compiuta. Di Lenin rimane il sogno - generato dalla reazione al dispotismo zarista e agli orrori della guerra e rovesciatosi in una catastrofe - di una redenzione millenaristica, di una "liberazione" finale dell´umanità concepita alla luce di un dogmatismo intollerante e violento e costruito con i mattoni di una delle più grandi tirannidi della storia infine abbattuti dai bulldozer di Berlino.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 21 gennaio 2004
La morte di Lenin/1
La Repubblica 21.1.04
OTTANT'ANNI FA MORIVA IL LEADER COMUNISTA
Solo se processerà quei crimini con la stessa forza usata per fascismo e nazismo la sinistra potrà trovare la sua vera identità
Senza Lenin non si capirebbe lo stalinismo. Fu lui a distruggere la società civile e a far uccidere barbaramente lo zar e la famiglia
Intervista a Martin Amis Alla base degli orrori che il comunismo ha prodotto ci sono le teorie e le azioni del fondatore dello Stato sovietico
di ENRICO FRANCESCHINI
«Ottant´anni dopo la sua morte, Vladimir Lenin non è stato ancora denunciato abbastanza. Bisognerebbe condannare leninismo e comunismo con la stessa forza con cui abbiamo condannato nazismo e fascismo. E soltanto la sinistra può farlo». Martin Amis è uno scrittore inglese, uno dei grandi romanzieri della sua generazione: non uno storico, né un sovietologo. Ma è uno scrittore che con la sinistra e il comunismo ha avuto una stretta parentela: suo padre, Kingsley Amis, fu uno dei più accesi sostenitori della Russia sovietica in Gran Bretagna, prima di abiurarla; lo storico Robert Conquest, che sollevò il velo sulle atrocità dello stalinismo, era un amico di famiglia; lui stesso, Martin Amis, è considerato uno dei padri spirituali del New Labour di Tony Blair. Non è dunque del tutto sorprendente che l´autore di romanzi come L´informazione e Money abbia momentaneamente abbandonato la narrativa per un pamphlet su Josif Stalin: Koba il Terribile, il soprannome del dittatore del Cremlino, uscito anche in Italia da Einaudi. Un libro pervaso dall´orrore: per Stalin, per Lenin, per i milioni di morti del comunismo, per un´ideologia «spaventosa», come dice Amis.
Fino a che punto spaventosa?
«Nella prima pagina del libro cito una frase da un vecchio libro di Conquest sulla collettivizzazione forzata, in cui scrive che venti vite umane furono perdute non per ogni parola ma per ogni lettera del suo libro. Quella frase, di tre righe, equivaleva a 3040 morti. Il libro di Conquest era lungo 411 pagine. E´ come se dentro ci fossero seppellite decine di milioni di persone. Un piccolo esempio dell´orrore agghiaciante che dovrebbe provare chi getta lo sguardo nel baratro del comunismo sovietico».
Lei parte da Stalin. Lo ritiene un´aberrazione di Lenin, una deviazione dal leninismo, o la sua naturale evoluzione?
«Per me, e per gran parte della storiografia odierna su cui mi sono documentato per questo libro, non possono esserci dubbi: Josif Vissarionovic era la logica continuazione di Vladimir Ilic. Ha ragione Solgenitsyn: se uno guarda bene, nella figura di Lenin intravede già lo stalinismo, con tutto quello che ha significato. La differenza è che Lenin non massacrò decine di milioni di bolscevichi, di suoi compatrioti, come ha fatto Stalin: ma può anche darsi che non ne abbia avuto il tempo, la malattia ha interrotto piuttosto presto il suo regno. Ciononostante, fu lui a distruggere la società civile, a far trucidare barbaramente lo zar e tutta la sua famiglia, a creare uno stato di polizia, a usare la carestia come un´arma di repressione e ricatto».
Eppure c´è chi salva il 1917, la rivoluzione d´Ottobre, come una grande ribellione popolare contro il totalitarismo della Russia zarista.
«Non mi vengono i lucciconi a sentire la parola rivoluzione. Ci sono due tipi di persone: coloro secondo cui le rivoluzioni portano giustizia sulla terra, e coloro secondo cui instillano amore per la violenza. Io appartengo a questa seconda categoria. E´ bello, in teoria, pensare che la rivoluzione abbatta la tirannide. Ma il sangue e la violenza generano quasi sempre altro sangue, altra violenza. Se poi parliamo in particolare della rivoluzione del 1917, bisogna ricordare che la Russia dell´inizio del secolo non era più un rigido sistema totalitario, si stava democratizzando, stavano esplodendo il progresso, le riforme sociali, le libertà civili, oltre a un´incredibile ondata di creatività artistica, senza uguali nel resto del mondo. L´Ottobre rosso è calato su tutto questo come una saracinesca».
Lenin non portò nulla di buono?
«Si limitò a distruggere. L´innesto del comunismo nella Russia del 1917 è stata una tragedia di cui quel paese porta ancora le conseguenze. Ci vorranno anni, decenni, perché la Russia se ne liberi».
Nel libro descrive Stalin come un despota allucinato, paranoico, pazzoide. E Lenin?
«Lenin non era pazzo, sebbene lo scrittore russo Ivan Bunin lo abbia definito un ?imbecille congenito´. Era intelligente, ma di un´intelligenza pedante, psicotica, nichilista, che fa venire i brividi. Non aveva alcun senso morale. Per Lenin, il fine giustifica i mezzi, in qualunque circostanza. C´è qualcosa di folle in un cinismo così assoluto».
Anche il comunismo era amorale, cinico?
«Il problema del comunismo è che, al contrario del nazismo, in teoria sembrava una buona cosa. Conteneva l´idea salvifica che la società può essere migliorata. Che può essere creato un Uomo Nuovo. E tutto questo, sulla carta, sembra decisamente meglio dell´idea di ogni uomo per sé. Ma poi in Russia si è visto che cosa ha prodotto questa bella idea: la distruzione dell´uomo, della famiglia, della società».
Perché il comunismo ha resistito tenacemente anche fuori dalla Russia sovietica, nell´Occidente libero e democratico?
«Per molte ragioni. Perché ha riempito il vuoto lasciato dalla religione in chi non credeva. Perché le classi istruite hanno un impulso istintivo ad adottare le idee più radicali. Perché la classe media ha trovato nel comunismo un´evasione dal senso di colpa per il suo benessere. E perché le masse sono state tenute per decenni all´oscuro di che cos´era veramente la Russia comunista».
Come reagisce di fronte a chi continua a dirsi comunista, quindici anni dopo la caduta del muro di Berlino, oltre dieci anni dopo la fine dell´Urss?
«Le utopie sono resistenti, è molto duro rinunciarvi. Quando il mio amico Eric Hobswam si dice comunista io mi dico che Eric non è solo il più grande storico vivente, è un anche un uomo eccezionale, un´eccezione, non bisogna tenerne conto. Ma davanti ad altri casi di cecità mi dispero. E´ molto triste».
Cosa risponde a chi dice: non si può paragonare il nazismo al comunismo?
«E´ vero: non si può. Innanzi tutto perché, come ho notato, sulla carta il comunismo predicava nobili sentimenti. Purtroppo, ha fatto più vittime del nazismo: se contiamo solo quelle ammazzate da Stalin si arriva a trenta o quaranta milioni, per di più quasi tutti russi e in maggioranza comunisti. D´altra parte, il comunismo ha avuto una vita molto più lunga del nazismo: non sappiamo quali massacri avrebbe commesso Hitler, se avesse vinto la seconda guerra mondiale».
Le pare che l´Occidente abbia fatto i conti con il comunismo, così come li ha fatti con il nazismo?
«Assolutamente no. Se la Russia avesse processato il comunismo come la Germania ha processato il nazismo, forse oggi sarebbe già un paese normale. Ma anche fuori dalla Russia è mancato un autentico processo al comunismo».
Nel libro se la prende con il silenzio di tanti intellettuali di sinistra.
«Non è solo un´esigenza morale di verità, la mia. E´ che spetta proprio alla sinistra processare il comunismo. Per la destra è troppo facile, e comunque non basterebbe. Il comunismo apparirà per ciò che è veramente stato solo dopo che la sinistra lo avrà definitivamente condannato e sepolto. Prima non può accadere».
Ma la sinistra europea lo ha condannato, ha preso le distanze, non si dice più comunista da un pezzo.
«Credo che debba fare di più. Credo che debba denunciarlo con lo stesso orrore con cui ha denunciato nazismo e fascismo. E allora, liberata da quel fardello, la sinistra potrà mostrare in pieno la sua vera identità».
E quale sarebbe? In Gran Bretagna, i critici di Blair dicono che, per vincere, il leader laburista scimmiotta la destra.
«Non sono d´accordo, anche se sono critico su tanti aspetti della politica di Blair. Ma il Labour, la socialdemocrazia, la sinistra europea, hanno un´identità ben precisa: quella di un progresso graduale per tutti, di una difesa ragionata dei più deboli, di una solidarietà umana portata avanti con mezzi di pace e non di guerra, di pari opportunità e pari regole per tutti, poiché è questa la vera uguaglianza. Essere di sinistra, oggi, ha ancora un significato molto preciso. Ma con il comunismo e con Lenin non c´entra proprio niente».
OTTANT'ANNI FA MORIVA IL LEADER COMUNISTA
Solo se processerà quei crimini con la stessa forza usata per fascismo e nazismo la sinistra potrà trovare la sua vera identità
Senza Lenin non si capirebbe lo stalinismo. Fu lui a distruggere la società civile e a far uccidere barbaramente lo zar e la famiglia
Intervista a Martin Amis Alla base degli orrori che il comunismo ha prodotto ci sono le teorie e le azioni del fondatore dello Stato sovietico
di ENRICO FRANCESCHINI
«Ottant´anni dopo la sua morte, Vladimir Lenin non è stato ancora denunciato abbastanza. Bisognerebbe condannare leninismo e comunismo con la stessa forza con cui abbiamo condannato nazismo e fascismo. E soltanto la sinistra può farlo». Martin Amis è uno scrittore inglese, uno dei grandi romanzieri della sua generazione: non uno storico, né un sovietologo. Ma è uno scrittore che con la sinistra e il comunismo ha avuto una stretta parentela: suo padre, Kingsley Amis, fu uno dei più accesi sostenitori della Russia sovietica in Gran Bretagna, prima di abiurarla; lo storico Robert Conquest, che sollevò il velo sulle atrocità dello stalinismo, era un amico di famiglia; lui stesso, Martin Amis, è considerato uno dei padri spirituali del New Labour di Tony Blair. Non è dunque del tutto sorprendente che l´autore di romanzi come L´informazione e Money abbia momentaneamente abbandonato la narrativa per un pamphlet su Josif Stalin: Koba il Terribile, il soprannome del dittatore del Cremlino, uscito anche in Italia da Einaudi. Un libro pervaso dall´orrore: per Stalin, per Lenin, per i milioni di morti del comunismo, per un´ideologia «spaventosa», come dice Amis.
Fino a che punto spaventosa?
«Nella prima pagina del libro cito una frase da un vecchio libro di Conquest sulla collettivizzazione forzata, in cui scrive che venti vite umane furono perdute non per ogni parola ma per ogni lettera del suo libro. Quella frase, di tre righe, equivaleva a 3040 morti. Il libro di Conquest era lungo 411 pagine. E´ come se dentro ci fossero seppellite decine di milioni di persone. Un piccolo esempio dell´orrore agghiaciante che dovrebbe provare chi getta lo sguardo nel baratro del comunismo sovietico».
Lei parte da Stalin. Lo ritiene un´aberrazione di Lenin, una deviazione dal leninismo, o la sua naturale evoluzione?
«Per me, e per gran parte della storiografia odierna su cui mi sono documentato per questo libro, non possono esserci dubbi: Josif Vissarionovic era la logica continuazione di Vladimir Ilic. Ha ragione Solgenitsyn: se uno guarda bene, nella figura di Lenin intravede già lo stalinismo, con tutto quello che ha significato. La differenza è che Lenin non massacrò decine di milioni di bolscevichi, di suoi compatrioti, come ha fatto Stalin: ma può anche darsi che non ne abbia avuto il tempo, la malattia ha interrotto piuttosto presto il suo regno. Ciononostante, fu lui a distruggere la società civile, a far trucidare barbaramente lo zar e tutta la sua famiglia, a creare uno stato di polizia, a usare la carestia come un´arma di repressione e ricatto».
Eppure c´è chi salva il 1917, la rivoluzione d´Ottobre, come una grande ribellione popolare contro il totalitarismo della Russia zarista.
«Non mi vengono i lucciconi a sentire la parola rivoluzione. Ci sono due tipi di persone: coloro secondo cui le rivoluzioni portano giustizia sulla terra, e coloro secondo cui instillano amore per la violenza. Io appartengo a questa seconda categoria. E´ bello, in teoria, pensare che la rivoluzione abbatta la tirannide. Ma il sangue e la violenza generano quasi sempre altro sangue, altra violenza. Se poi parliamo in particolare della rivoluzione del 1917, bisogna ricordare che la Russia dell´inizio del secolo non era più un rigido sistema totalitario, si stava democratizzando, stavano esplodendo il progresso, le riforme sociali, le libertà civili, oltre a un´incredibile ondata di creatività artistica, senza uguali nel resto del mondo. L´Ottobre rosso è calato su tutto questo come una saracinesca».
Lenin non portò nulla di buono?
«Si limitò a distruggere. L´innesto del comunismo nella Russia del 1917 è stata una tragedia di cui quel paese porta ancora le conseguenze. Ci vorranno anni, decenni, perché la Russia se ne liberi».
Nel libro descrive Stalin come un despota allucinato, paranoico, pazzoide. E Lenin?
«Lenin non era pazzo, sebbene lo scrittore russo Ivan Bunin lo abbia definito un ?imbecille congenito´. Era intelligente, ma di un´intelligenza pedante, psicotica, nichilista, che fa venire i brividi. Non aveva alcun senso morale. Per Lenin, il fine giustifica i mezzi, in qualunque circostanza. C´è qualcosa di folle in un cinismo così assoluto».
Anche il comunismo era amorale, cinico?
«Il problema del comunismo è che, al contrario del nazismo, in teoria sembrava una buona cosa. Conteneva l´idea salvifica che la società può essere migliorata. Che può essere creato un Uomo Nuovo. E tutto questo, sulla carta, sembra decisamente meglio dell´idea di ogni uomo per sé. Ma poi in Russia si è visto che cosa ha prodotto questa bella idea: la distruzione dell´uomo, della famiglia, della società».
Perché il comunismo ha resistito tenacemente anche fuori dalla Russia sovietica, nell´Occidente libero e democratico?
«Per molte ragioni. Perché ha riempito il vuoto lasciato dalla religione in chi non credeva. Perché le classi istruite hanno un impulso istintivo ad adottare le idee più radicali. Perché la classe media ha trovato nel comunismo un´evasione dal senso di colpa per il suo benessere. E perché le masse sono state tenute per decenni all´oscuro di che cos´era veramente la Russia comunista».
Come reagisce di fronte a chi continua a dirsi comunista, quindici anni dopo la caduta del muro di Berlino, oltre dieci anni dopo la fine dell´Urss?
«Le utopie sono resistenti, è molto duro rinunciarvi. Quando il mio amico Eric Hobswam si dice comunista io mi dico che Eric non è solo il più grande storico vivente, è un anche un uomo eccezionale, un´eccezione, non bisogna tenerne conto. Ma davanti ad altri casi di cecità mi dispero. E´ molto triste».
Cosa risponde a chi dice: non si può paragonare il nazismo al comunismo?
«E´ vero: non si può. Innanzi tutto perché, come ho notato, sulla carta il comunismo predicava nobili sentimenti. Purtroppo, ha fatto più vittime del nazismo: se contiamo solo quelle ammazzate da Stalin si arriva a trenta o quaranta milioni, per di più quasi tutti russi e in maggioranza comunisti. D´altra parte, il comunismo ha avuto una vita molto più lunga del nazismo: non sappiamo quali massacri avrebbe commesso Hitler, se avesse vinto la seconda guerra mondiale».
Le pare che l´Occidente abbia fatto i conti con il comunismo, così come li ha fatti con il nazismo?
«Assolutamente no. Se la Russia avesse processato il comunismo come la Germania ha processato il nazismo, forse oggi sarebbe già un paese normale. Ma anche fuori dalla Russia è mancato un autentico processo al comunismo».
Nel libro se la prende con il silenzio di tanti intellettuali di sinistra.
«Non è solo un´esigenza morale di verità, la mia. E´ che spetta proprio alla sinistra processare il comunismo. Per la destra è troppo facile, e comunque non basterebbe. Il comunismo apparirà per ciò che è veramente stato solo dopo che la sinistra lo avrà definitivamente condannato e sepolto. Prima non può accadere».
Ma la sinistra europea lo ha condannato, ha preso le distanze, non si dice più comunista da un pezzo.
«Credo che debba fare di più. Credo che debba denunciarlo con lo stesso orrore con cui ha denunciato nazismo e fascismo. E allora, liberata da quel fardello, la sinistra potrà mostrare in pieno la sua vera identità».
E quale sarebbe? In Gran Bretagna, i critici di Blair dicono che, per vincere, il leader laburista scimmiotta la destra.
«Non sono d´accordo, anche se sono critico su tanti aspetti della politica di Blair. Ma il Labour, la socialdemocrazia, la sinistra europea, hanno un´identità ben precisa: quella di un progresso graduale per tutti, di una difesa ragionata dei più deboli, di una solidarietà umana portata avanti con mezzi di pace e non di guerra, di pari opportunità e pari regole per tutti, poiché è questa la vera uguaglianza. Essere di sinistra, oggi, ha ancora un significato molto preciso. Ma con il comunismo e con Lenin non c´entra proprio niente».
martedì 20 gennaio 2004
un po' di dati sul consumo di antidepressivi in Italia
una segnalazione di Sergio Grom
La Repubblica Salute 15.1.04
Un italiano su 4 soffre di depressione
Circa 27 milioni di confezioni di antidepressivi vendute nel 2002
45-64 anni è la fascia d'età, più colpita (33%)
Casalinghe circa, il 40% dei pazienti, pensionati (14,5%), impiegati (12,1), artigiani (2,14%), professioninisti (3,3%) e agricoltori (3,4%)
Percentuali più alte di casalinghe depresse sono: in Umbria (64,7%), Sardegna (52,3%) e Marche (50%),
e arche (50%)
In 9 casi su 10 sono colpite le donne nelle Marche, Umbria e Calabria
Colpisce intorno ai 60 anni. In Friuli V.Giulia (circa 45 anni), Calabria (circa 48), Marche (50) e Toscana (quasi 52). La malattia compare più tardi in E. Romagna (69 anni), Umbria (68 anni e mezzo) e Lazio ( 67,4)
Il 7% di italiani fra i 6 e i 19 anni ha problemi depressivi;
il 5,3% nei ragazzi tra 11 e 14 anni e il 13,8% tra i 15 e i 19 anni.
Nei bambini la percentuale si attesta intorno al 2%
Il 6,4% dei depressi è laureato, il 39,2% titolo scuola elementare, il 27,6% scuola media inferiore, il 24,3% media superiore
La percentuale più alta di laureati depressi è in Calabria (29,4%) contro il 4% della Liguria)
Lucca è la città dove si consumano più confezíoni di antidepressivi 1,09 pro capite
Al secondo posto Pistoia (1,02), La Spezia (0,98), Firenze (0,82), Genova (0,80)
Seguono Bologna (0,65), Bolzano (0,54) Cagliari (0,54) Perugia (0,53), Roma (0,46), Reggio Calabria (0,45), L'Aquila (0,44), Torino (0,44), Mílano (0,44), Trieste (0,42), Aosta (0,42), Trento (0,42). Bari (0,35), Venezia (0,35), Palermo (0,34), Campobasso (0,33)
In coda Foggia (0,27), Napoli (0,27), Avellino (0,27) e Brindisi (0,26)
Obiettivo: entro l'anno la mappa dei geni colpevoli. I farmaci puntano su serotonina, dopamina e noradrenalina
Per chi è depresso non c'è solo Prozac
di Antonio Caperna
La ricerca scientifica, accompagnata da una vastissima scelta terapeutica, sta facendo sempre pìù luce su quello che tutti conoscono come "male oscuro". La depressione è un disturbo dell'umore, che oggi viene affrontato in maniera efficace, ricorrendo a medicinali che, pur di "ultíma generazione", fanno riferimento a principi chimici noti da tempo, visto che le ultime molecole scoperte risalgono a qualche anno fa. Grande attenzione è ora posta suglì studi genetici, al fine di individuare dei bersagli precisi. per terapie maggiormente mirate e con minimi effetti collaterali. Una équipe di psichiatri della School of Medicine dell'università di Pittsburgh (Stati Uniti) ha scoperto infatti 19 "regioni" cromosomiche, che sembrano essere coinvolte nel disturbo. L'obiettivo, dichiarato dagli specialisti è riuscire a mettere a punto la terapia più efficace per ogni paziente senza dover procedere per tentativi.
I ricercatori hanno scoperto alcune mutazioni che sembrano essere coltegate al sesso, visto che le donne hanno circa il doppio delle probabilità rispetto agli uomini (15% contro l'8%) dì essere colpite dalla depressione. Solo poche settimane fa poi è stata annunciata una vasta ricerca su oltre tremila persone in Europa e Usa, per scoprire entro il 2004 i geni responsabili della depressione. L'assenza in commercio di nuove molecole non significa però che le ricerche in campo farmacologìco si siano arrestate, anche se ci vorrà ancora dei tempo per poterle utilizzare.
Un esempio è il nuovo antidepressivo della GlaxoSmithKline: si tratta di un inibitore della ricaptazione della noradrenalína/dopamina, potenzialmente molto efficace anche contro diversi sintomi associati alla depressìone, i cui studi sono molto incoraggianti e che sarà in una tappa finale della sperimentatone (fase tre) nel 2004. «Neglì ultimi anni l'interesse dei ricercatori si è concentrato su tre trasmettitori neuronali: la serotonina; la noradrenalina e la dopamina», spiega il neurologo Rosario Sorrentino, fondatore dell'Airdap, Associazione italiana ricerca disturbo da attacchi di panico, «ciò ha portato alla scoperta di diverse classi dì farmaci, che agiscono in maniera differente sui neurotrasmettitori, con il medesimo fine di aumentarne la disponibilità a livello dei recettori e quindi dì prolungare la loro azione sul sistema nervoso».
Ecco allora gli inibitori specifici della ricaptazione della serotonina-SSRI, il cui capostipite è la notissima fluoxetina (Prozac), oppure gli SNRI, che agiscono sia sulla serotonína che sulla noradrenalína, oppure ancora, i farmaci NARI, che vede tra le ultime scoperte la reboxetina (hanno come bersaglio la noradrenalina), e gli SRRI, che funzionano anche sulla dopamina come la mirtazapina.
Tanti approcci diversi per una malattia che ha un forte impatto non solo nella sfera privata, ma anche in quella del paese. Si conta infatti che circa 5 milioni di italiani soffrano di depressione, senza risparmiare i più piccoli: il 7% degli adolescenti (spesso il malessere sfocia nel suicidio, terza causa di morte nei giovani tra ì 14 ed i 24 anni) e il 2% dei bambini. Inoltre la malattia costa all'Italia almeno quindici milioni di euro l'anno, sommando il denaro speso per farmaci e cure e quello che si perde, per la mancata produttività lavorativa.
La Repubblica Salute 15.1.04
Un italiano su 4 soffre di depressione
Circa 27 milioni di confezioni di antidepressivi vendute nel 2002
45-64 anni è la fascia d'età, più colpita (33%)
Casalinghe circa, il 40% dei pazienti, pensionati (14,5%), impiegati (12,1), artigiani (2,14%), professioninisti (3,3%) e agricoltori (3,4%)
Percentuali più alte di casalinghe depresse sono: in Umbria (64,7%), Sardegna (52,3%) e Marche (50%),
e arche (50%)
In 9 casi su 10 sono colpite le donne nelle Marche, Umbria e Calabria
Colpisce intorno ai 60 anni. In Friuli V.Giulia (circa 45 anni), Calabria (circa 48), Marche (50) e Toscana (quasi 52). La malattia compare più tardi in E. Romagna (69 anni), Umbria (68 anni e mezzo) e Lazio ( 67,4)
Il 7% di italiani fra i 6 e i 19 anni ha problemi depressivi;
il 5,3% nei ragazzi tra 11 e 14 anni e il 13,8% tra i 15 e i 19 anni.
Nei bambini la percentuale si attesta intorno al 2%
Il 6,4% dei depressi è laureato, il 39,2% titolo scuola elementare, il 27,6% scuola media inferiore, il 24,3% media superiore
La percentuale più alta di laureati depressi è in Calabria (29,4%) contro il 4% della Liguria)
Lucca è la città dove si consumano più confezíoni di antidepressivi 1,09 pro capite
Al secondo posto Pistoia (1,02), La Spezia (0,98), Firenze (0,82), Genova (0,80)
Seguono Bologna (0,65), Bolzano (0,54) Cagliari (0,54) Perugia (0,53), Roma (0,46), Reggio Calabria (0,45), L'Aquila (0,44), Torino (0,44), Mílano (0,44), Trieste (0,42), Aosta (0,42), Trento (0,42). Bari (0,35), Venezia (0,35), Palermo (0,34), Campobasso (0,33)
In coda Foggia (0,27), Napoli (0,27), Avellino (0,27) e Brindisi (0,26)
Obiettivo: entro l'anno la mappa dei geni colpevoli. I farmaci puntano su serotonina, dopamina e noradrenalina
Per chi è depresso non c'è solo Prozac
di Antonio Caperna
La ricerca scientifica, accompagnata da una vastissima scelta terapeutica, sta facendo sempre pìù luce su quello che tutti conoscono come "male oscuro". La depressione è un disturbo dell'umore, che oggi viene affrontato in maniera efficace, ricorrendo a medicinali che, pur di "ultíma generazione", fanno riferimento a principi chimici noti da tempo, visto che le ultime molecole scoperte risalgono a qualche anno fa. Grande attenzione è ora posta suglì studi genetici, al fine di individuare dei bersagli precisi. per terapie maggiormente mirate e con minimi effetti collaterali. Una équipe di psichiatri della School of Medicine dell'università di Pittsburgh (Stati Uniti) ha scoperto infatti 19 "regioni" cromosomiche, che sembrano essere coinvolte nel disturbo. L'obiettivo, dichiarato dagli specialisti è riuscire a mettere a punto la terapia più efficace per ogni paziente senza dover procedere per tentativi.
I ricercatori hanno scoperto alcune mutazioni che sembrano essere coltegate al sesso, visto che le donne hanno circa il doppio delle probabilità rispetto agli uomini (15% contro l'8%) dì essere colpite dalla depressione. Solo poche settimane fa poi è stata annunciata una vasta ricerca su oltre tremila persone in Europa e Usa, per scoprire entro il 2004 i geni responsabili della depressione. L'assenza in commercio di nuove molecole non significa però che le ricerche in campo farmacologìco si siano arrestate, anche se ci vorrà ancora dei tempo per poterle utilizzare.
Un esempio è il nuovo antidepressivo della GlaxoSmithKline: si tratta di un inibitore della ricaptazione della noradrenalína/dopamina, potenzialmente molto efficace anche contro diversi sintomi associati alla depressìone, i cui studi sono molto incoraggianti e che sarà in una tappa finale della sperimentatone (fase tre) nel 2004. «Neglì ultimi anni l'interesse dei ricercatori si è concentrato su tre trasmettitori neuronali: la serotonina; la noradrenalina e la dopamina», spiega il neurologo Rosario Sorrentino, fondatore dell'Airdap, Associazione italiana ricerca disturbo da attacchi di panico, «ciò ha portato alla scoperta di diverse classi dì farmaci, che agiscono in maniera differente sui neurotrasmettitori, con il medesimo fine di aumentarne la disponibilità a livello dei recettori e quindi dì prolungare la loro azione sul sistema nervoso».
Ecco allora gli inibitori specifici della ricaptazione della serotonina-SSRI, il cui capostipite è la notissima fluoxetina (Prozac), oppure gli SNRI, che agiscono sia sulla serotonína che sulla noradrenalína, oppure ancora, i farmaci NARI, che vede tra le ultime scoperte la reboxetina (hanno come bersaglio la noradrenalina), e gli SRRI, che funzionano anche sulla dopamina come la mirtazapina.
Tanti approcci diversi per una malattia che ha un forte impatto non solo nella sfera privata, ma anche in quella del paese. Si conta infatti che circa 5 milioni di italiani soffrano di depressione, senza risparmiare i più piccoli: il 7% degli adolescenti (spesso il malessere sfocia nel suicidio, terza causa di morte nei giovani tra ì 14 ed i 24 anni) e il 2% dei bambini. Inoltre la malattia costa all'Italia almeno quindici milioni di euro l'anno, sommando il denaro speso per farmaci e cure e quello che si perde, per la mancata produttività lavorativa.
lunedì 19 gennaio 2004
crimini sui minori, crimini dei minori
La Stampa 19.1.04
VITTIME E COLPEVOLI: SEMPRE PIÙ MINORI NEL CRIMINE
PICCOLI DELITTI
di Chiara Saraceno
Cancellati dalle polemiche che hanno accompagnato l'apertura dell'anno giudiziario, alcuni dati contenuti nelle relazioni dei procuratori generali relativamente all'andamento dei reati meritano di essere ripresi. Tra questi l'aumento della presenza dei minori negli atti criminali. Come vittime, specialmente nell'ambito della famiglia o comunque della cerchia ristretta dei conoscenti. Ma anche come autori.
Il primo dato va letto con cautela. L'aumento delle denunce non implica necessariamente un aumento delle violenze. Può anche indicare una migliorata sensibilità e attenzione per il fenomeno. Rimane il fatto che nel nostro paese una quota di minori continua a essere vulnerabile alla violenza e maltrattamenti da parte degli adulti, anche vicini. Ad esempio nel 2002 vi sono state oltre 2500 denunce di violenza carnale nei confronti di minori e i dati non ancora definitivi del 2003 mostrano una lieve crescita. E, secondo una valutazione del Telefono Arcobaleno, l'Italia sarebbe al quinto posto mondiale nei siti pedofili.
Il secondo dato è in controtendenza rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni. Dopo il fortissimo incremento (quasi un raddoppio) delle denunce di minorenni negli anni successivi al 1989, nel 2000-2001 vi era stato infatti un lieve calo. Quell'aumento era in parte dovuto alla riforma della giustizia minorile del 1989, che ha razionalizzato e modernizzato il sistema, anche con effetti di facilitazione, se non «promozione» delle denunce. Ma in larga misura era dovuto all'immigrazione: la quota dei minori stranieri tra i minori denunciati è passata dal 18% del 1991 al 22% nel 2001. Un aumento percentuale tanto più interessante se si considera che il numero dei minori stranieri denunciati è rimasto pressoché stabile negli ultimi dieci anni (attorno ai 10.000), ancorché con una significativa ridistribuzione interna: le minori straniere sono quasi dimezzate mentre i minori stranieri sono aumentati di oltre il 50%. Anche se la stragrande maggioranza dei minori denunciati continua a essere autoctona, la quota degli stranieri, composta soprattutto da maschi, è sproporzionata rispetto alla incidenza complessiva dei minorenni stranieri sul totale dei minorenni in Italia. I minori stranieri, specie se presenti in modo non regolare e non con la loro famiglia, sono esposti molto più degli autoctoni a sfruttamento degli adulti come manovalanza criminale, per lo più nel settore del furto, borseggio, commercio della droga, e viceversa meno raggiungibili dalle politiche di prevenzione e contenimento normalmente rivolte ai minori a rischio, che pure vanno rafforzate e integrate.
Stranieri o autoctoni, vittime o delinquenti, la presenza dei minori nelle attività criminose merita una attenzione più sistematica e meno scandalistica di quella che ottiene di solito.
VITTIME E COLPEVOLI: SEMPRE PIÙ MINORI NEL CRIMINE
PICCOLI DELITTI
di Chiara Saraceno
Cancellati dalle polemiche che hanno accompagnato l'apertura dell'anno giudiziario, alcuni dati contenuti nelle relazioni dei procuratori generali relativamente all'andamento dei reati meritano di essere ripresi. Tra questi l'aumento della presenza dei minori negli atti criminali. Come vittime, specialmente nell'ambito della famiglia o comunque della cerchia ristretta dei conoscenti. Ma anche come autori.
Il primo dato va letto con cautela. L'aumento delle denunce non implica necessariamente un aumento delle violenze. Può anche indicare una migliorata sensibilità e attenzione per il fenomeno. Rimane il fatto che nel nostro paese una quota di minori continua a essere vulnerabile alla violenza e maltrattamenti da parte degli adulti, anche vicini. Ad esempio nel 2002 vi sono state oltre 2500 denunce di violenza carnale nei confronti di minori e i dati non ancora definitivi del 2003 mostrano una lieve crescita. E, secondo una valutazione del Telefono Arcobaleno, l'Italia sarebbe al quinto posto mondiale nei siti pedofili.
Il secondo dato è in controtendenza rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni. Dopo il fortissimo incremento (quasi un raddoppio) delle denunce di minorenni negli anni successivi al 1989, nel 2000-2001 vi era stato infatti un lieve calo. Quell'aumento era in parte dovuto alla riforma della giustizia minorile del 1989, che ha razionalizzato e modernizzato il sistema, anche con effetti di facilitazione, se non «promozione» delle denunce. Ma in larga misura era dovuto all'immigrazione: la quota dei minori stranieri tra i minori denunciati è passata dal 18% del 1991 al 22% nel 2001. Un aumento percentuale tanto più interessante se si considera che il numero dei minori stranieri denunciati è rimasto pressoché stabile negli ultimi dieci anni (attorno ai 10.000), ancorché con una significativa ridistribuzione interna: le minori straniere sono quasi dimezzate mentre i minori stranieri sono aumentati di oltre il 50%. Anche se la stragrande maggioranza dei minori denunciati continua a essere autoctona, la quota degli stranieri, composta soprattutto da maschi, è sproporzionata rispetto alla incidenza complessiva dei minorenni stranieri sul totale dei minorenni in Italia. I minori stranieri, specie se presenti in modo non regolare e non con la loro famiglia, sono esposti molto più degli autoctoni a sfruttamento degli adulti come manovalanza criminale, per lo più nel settore del furto, borseggio, commercio della droga, e viceversa meno raggiungibili dalle politiche di prevenzione e contenimento normalmente rivolte ai minori a rischio, che pure vanno rafforzate e integrate.
Stranieri o autoctoni, vittime o delinquenti, la presenza dei minori nelle attività criminose merita una attenzione più sistematica e meno scandalistica di quella che ottiene di solito.
dalla Cina e dalle Seychelles
Liberazione 19.1.04
CINA. "Non ammazzate le bambine"
Le autorità cinesi sono preoccupate. In Cina nascono poche bambine. Da quando è possibile conoscere il sesso del nascituro nelle campagne aborti e infanticidi sono aumentati e riguardano il sesso femminile, ha riferito il "South China Morning Post", mentre il "China Daily" ha fatto notare che il 99 per cento delle adozioni straniere riguarda le bambine. Ora il governo cerca di correre ai ripari con una campagna dal titolo "Prendetevi cura delle bambine", e concedendo ai genitori di figlie femmine numerose agevolazioni fiscali e un finanziamento equivalente a 205 euro.
SEYCHELLES. Un arcipelago al femminile
Nel mezzo dell'oceano Indiano, dove nessuno lo sospetterebbe c'è un arcipelago, le Seychelles, dove un terzo delle cariche politiche è occupato dalle donne. Le donne sono il 59 per cento degli amministratori di distretto, il 19 per cento in Parlamento e il 16 per cento nei ministeri. Questo risultato non è stato raggiunto come è avvenuto ad esempio in Mozambico o nell'Africa del Sud, attraverso delle quote di donne nelle elezioni con sistema proporzionale. Le Seychelles hanno un sistema elettorale maggioritario e non hanno mai adottato le quote. La maggior emancipazione è dovuta al passato socialista che ha portato un sistema sanitario e di istruzione gratuiti ed obbligatori e al fatto che, contrariamente agli abitanti delle vicine Mauritius, gli abitanti delle Seychelles non sono di origine indiana, ma creola e quindi la religione non gioca un ruolo importante nella vita del paese.
CINA. "Non ammazzate le bambine"
Le autorità cinesi sono preoccupate. In Cina nascono poche bambine. Da quando è possibile conoscere il sesso del nascituro nelle campagne aborti e infanticidi sono aumentati e riguardano il sesso femminile, ha riferito il "South China Morning Post", mentre il "China Daily" ha fatto notare che il 99 per cento delle adozioni straniere riguarda le bambine. Ora il governo cerca di correre ai ripari con una campagna dal titolo "Prendetevi cura delle bambine", e concedendo ai genitori di figlie femmine numerose agevolazioni fiscali e un finanziamento equivalente a 205 euro.
SEYCHELLES. Un arcipelago al femminile
Nel mezzo dell'oceano Indiano, dove nessuno lo sospetterebbe c'è un arcipelago, le Seychelles, dove un terzo delle cariche politiche è occupato dalle donne. Le donne sono il 59 per cento degli amministratori di distretto, il 19 per cento in Parlamento e il 16 per cento nei ministeri. Questo risultato non è stato raggiunto come è avvenuto ad esempio in Mozambico o nell'Africa del Sud, attraverso delle quote di donne nelle elezioni con sistema proporzionale. Le Seychelles hanno un sistema elettorale maggioritario e non hanno mai adottato le quote. La maggior emancipazione è dovuta al passato socialista che ha portato un sistema sanitario e di istruzione gratuiti ed obbligatori e al fatto che, contrariamente agli abitanti delle vicine Mauritius, gli abitanti delle Seychelles non sono di origine indiana, ma creola e quindi la religione non gioca un ruolo importante nella vita del paese.
fratelli
Repubblica 19.1.04
Esce un saggio della psicoanalista Juliet Mitchell che contesta perfino Freud: "È il nuovo arrivato a scatenare il complesso d'Edipo"
Aiuto, mi sta per nascere un fratello
Uno studio indaga sulle paure dei bambini. "La rivalità? Aiuta a crescere"
Si sentono spodestati, eppure sono anche attratti dalla scoperta di qualcuno simile a loro
In Italia sempre più figli unici, una perdita grave anche in termini di rapporti umani
di MARIA STELLA CONTE
ROMA - Un modo per uscirne lo troverà di sicuro. Ma come è dura, per lui piccolino, accorgersi di non essere l´unico principe di un mondo che, improvvisamente, si inchina ad un intruso dispensando privilegi e onori che aveva lasciato intendere esclusivi: nulla per il primogenito sarà mai più come prima, dopo la nascita di un fratellino, di una sorellina. Lo sanno i genitori. Tutti. Anche in questo nostro Paese così poco fecondo, così riproduttivamente esangue, ma nel quale i figli unici sono comunque meno numerosi rispetto a chi ha fratelli. Eredità di stagioni che non sono, ma sembrano tanto lontane.
Nel 1998 aveva un fratello o una sorella l´89% di chi stava tra i 25 e i 34 anni; l´87% di chi aveva tra i 15 e i 24 anni e il 75 di quelli 0-14 anni (percentuale destinata ad aumentare data la fascia di età considerata). In ogni caso, il futuro appare demograficamente in declino: il numero medio di figli per donna che era di 2,4 nel 1961 e nel 1971, e potrebbe arrivare, dicono le previsioni, ad un figlio virgola quattro per donna nel 2010. Una perdita grave non solo - come ci ripetono - in termini di ricambi generazionali, di concreti interessi economici, sociali, produttivi. Ma in termini umani.
Ce lo ricorda un saggio della psicoanalista Juliet Mitchell, I pazzi e le meduse, che uscirà il 20 gennaio per La Tartaruga-Baldini Castoldi. «La relazione tra fratelli è importante perché, a differenza di quella con i genitori, è la nostra prima relazione sociale... Con l´arrivo di un fratello più piccolo, o la consapevolezza di della diversità di un fratello (o di un suo sostituto) più grande, il soggetto si trova spodestato, senza più il posto che prima gli apparteneva: egli/ella dovrà trasformarsi totalmente, nel rapporto sia con la famiglia sia con il mondo esterno», scrive Mitchell che proprio al rapporto orizzontale tra fratelli, più che a quello verticale con i genitori, fa risalire, contrariamente a Freud, il complesso di Edipo. «Un altro bambino rimpiazza il bambino che egli era fino a quel momento»: l´omicidio - sostiene - è nell´aria come bisogno di eliminare chi è entrato a occupare il suo posto, «esiliando il bambino da se stesso». Eppure il piccolo è anche attratto dalla scoperta di qualcuno simile a sé, «dall´idea di avere vicino un proprio sosia. Molti bambini si inventano gemelli o compagni di gioco immaginari, che nel loro desiderio incarnano la copia di se stessi».
I rapporti orizzontali generano pericoli e gioie. Il loro rarefarsi, a livello socio-familiare impone di «ripensare il quadro della vita - sostiene Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell´Istat - poiché i bambini vivono sempre meno in un mondo di pari. I genitori ne sono consapevoli e cercano strategie compensative, favorendo la socializzazione del figlio unico con attività sportive, collettive, amicali, per colmare lo svantaggio relazionale nel gruppo familiare». Anche perché chi è figlio unico ha meno cugini, meno parenti. Come una piramide dalla base sempre meno larga e via via più alta.
L´INTERVISTA
Tilde Giani Gallino, docente di psicologia dello sviluppo
"Ma in realtà sono i secondogeniti quelli che rischiano di soffrire di più"
Il più grande ha sempre le attenzioni che si riservano al primo nato, chi viene dopo deve conquistarsele
ROMA - Professoressa Tilde Giani Gallino, restare figli unici non è l´ideale. Ma certo, come spiega la Mitchell, l´arrivo di un secondogenito può avere risvolti drammatici.
«Sì, la situazione è piuttosto complessa ma bisogna dire che non è la prima volta che questo aspetto della relazione tra fratelli viene affrontato, aspetto che in effetti non veniva considerato da Freud. Tuttavia, credo sia riduttivo concentrare l´attenzione solo sulla figura del primogenito. Il quale è vero, sentendosi spodestato, può attivare quell´istinto omicida di cui parla la Mitchell. Noi lo vediamo da certi disegni dei ragazzi nei quali improvvisamente compaiono cumuli di rifiuti, bidoni della spazzatura... E´ il modo in cui il bambino esprime il "desiderio" di far fuori l´intruso, di gettarlo via, di disfarsene».
Il secondogenito invece quali "prove" deve affrontare?
«Spesso scopriamo che è più aggressivo lui, del primogenito: egli si affaccia alla vita con il desiderio di conquistare una terra che non è di nessuno, un territorio già occupato. E la situazione può essere ancora più complicata se arriva il terzo figlio, perché il grande è quello che riceverà tutte le attenzioni che si riservano ad un primo nato; il terzo sarà il piccolo di casa, arrivato forse inaspettatamente e quasi certamente l´ultimo; ma il secondo... il secondo è il più sacrificato poiché arriva in una situazione consolidata, nella quale i genitori sono meno preoccupati, dove tutto è più normale. Le relazioni sociali cambiano, e cambiano anche a seconda del sesso dei figli e della situazione ambientale. Può essere che un secondo nato diventi un capro espiatorio, o che un primogenito non soffra della nascita di un fratello. Ci sono sfaccettature infinite da considerare».
Lei ritiene comunque fondamentale per lo sviluppo del bambino avere un fratello o una sorella con i quali crescere?
«Non saprei. Quando si scoprì che saremmo diventati "l´Italia del figlio unico", si diceva che questo bambino sarebbe stato un figlio difficile e che il suo inserimento a scuola sarebbe stato problematico perché avrebbe scoperto lì di non essere il centro del mondo, che fuori di casa cessava di essere "re". Eppure non è accaduto. I bambini crescono abbastanza bene in questo periodo. Non hanno fratelli, ma vanno alla materna a due anni, imparano presto ad avere rapporti sociali, a confrontarsi, a sperimentare relazioni di amicizia».
Insomma, quale potrebbe essere la scelta migliore?
«Questo non si può dire. Posso invece suggerire ai genitori di fare attenzione alla variabile età: è più facile per un bambino accettare l´arrivo di un fratello a 2 o 3 anni che non quando comincia ad essere grandicello. Più sono vicini di età, più potranno giocare insieme, senza che il piccolo si manifesti come il "distruttore" del mondo del grande. Ma ancora una volta, molto dipende dal sesso del primogenito e da come si pongono i genitori. Vorrei però considerare anche la situazione nelle coppie ricostituite».
Nelle coppie ricostituite cambia il rapporto tra fratelli?
«Avere un fratellino o una sorellina da genitori separati, figlio dunque del proprio papà, ad esempio, ma non della propria mamma, non è facile. Il bambino che vive con la madre, ma lontano dal padre, perde quella sensazione di controllo affettivo, di vigilanza, di "potere" sul genitore che invece ha, e che lo tranquillizza, quando è in arrivo un secondogenito in una coppia unita. Anche qui, però, direi che tutto dipende da come i genitori, ex marito e moglie, sapranno gestire la situazione. Ma certo, è dura».
(m.s.c.)
Esce un saggio della psicoanalista Juliet Mitchell che contesta perfino Freud: "È il nuovo arrivato a scatenare il complesso d'Edipo"
Aiuto, mi sta per nascere un fratello
Uno studio indaga sulle paure dei bambini. "La rivalità? Aiuta a crescere"
Si sentono spodestati, eppure sono anche attratti dalla scoperta di qualcuno simile a loro
In Italia sempre più figli unici, una perdita grave anche in termini di rapporti umani
di MARIA STELLA CONTE
ROMA - Un modo per uscirne lo troverà di sicuro. Ma come è dura, per lui piccolino, accorgersi di non essere l´unico principe di un mondo che, improvvisamente, si inchina ad un intruso dispensando privilegi e onori che aveva lasciato intendere esclusivi: nulla per il primogenito sarà mai più come prima, dopo la nascita di un fratellino, di una sorellina. Lo sanno i genitori. Tutti. Anche in questo nostro Paese così poco fecondo, così riproduttivamente esangue, ma nel quale i figli unici sono comunque meno numerosi rispetto a chi ha fratelli. Eredità di stagioni che non sono, ma sembrano tanto lontane.
Nel 1998 aveva un fratello o una sorella l´89% di chi stava tra i 25 e i 34 anni; l´87% di chi aveva tra i 15 e i 24 anni e il 75 di quelli 0-14 anni (percentuale destinata ad aumentare data la fascia di età considerata). In ogni caso, il futuro appare demograficamente in declino: il numero medio di figli per donna che era di 2,4 nel 1961 e nel 1971, e potrebbe arrivare, dicono le previsioni, ad un figlio virgola quattro per donna nel 2010. Una perdita grave non solo - come ci ripetono - in termini di ricambi generazionali, di concreti interessi economici, sociali, produttivi. Ma in termini umani.
Ce lo ricorda un saggio della psicoanalista Juliet Mitchell, I pazzi e le meduse, che uscirà il 20 gennaio per La Tartaruga-Baldini Castoldi. «La relazione tra fratelli è importante perché, a differenza di quella con i genitori, è la nostra prima relazione sociale... Con l´arrivo di un fratello più piccolo, o la consapevolezza di della diversità di un fratello (o di un suo sostituto) più grande, il soggetto si trova spodestato, senza più il posto che prima gli apparteneva: egli/ella dovrà trasformarsi totalmente, nel rapporto sia con la famiglia sia con il mondo esterno», scrive Mitchell che proprio al rapporto orizzontale tra fratelli, più che a quello verticale con i genitori, fa risalire, contrariamente a Freud, il complesso di Edipo. «Un altro bambino rimpiazza il bambino che egli era fino a quel momento»: l´omicidio - sostiene - è nell´aria come bisogno di eliminare chi è entrato a occupare il suo posto, «esiliando il bambino da se stesso». Eppure il piccolo è anche attratto dalla scoperta di qualcuno simile a sé, «dall´idea di avere vicino un proprio sosia. Molti bambini si inventano gemelli o compagni di gioco immaginari, che nel loro desiderio incarnano la copia di se stessi».
I rapporti orizzontali generano pericoli e gioie. Il loro rarefarsi, a livello socio-familiare impone di «ripensare il quadro della vita - sostiene Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell´Istat - poiché i bambini vivono sempre meno in un mondo di pari. I genitori ne sono consapevoli e cercano strategie compensative, favorendo la socializzazione del figlio unico con attività sportive, collettive, amicali, per colmare lo svantaggio relazionale nel gruppo familiare». Anche perché chi è figlio unico ha meno cugini, meno parenti. Come una piramide dalla base sempre meno larga e via via più alta.
L´INTERVISTA
Tilde Giani Gallino, docente di psicologia dello sviluppo
"Ma in realtà sono i secondogeniti quelli che rischiano di soffrire di più"
Il più grande ha sempre le attenzioni che si riservano al primo nato, chi viene dopo deve conquistarsele
ROMA - Professoressa Tilde Giani Gallino, restare figli unici non è l´ideale. Ma certo, come spiega la Mitchell, l´arrivo di un secondogenito può avere risvolti drammatici.
«Sì, la situazione è piuttosto complessa ma bisogna dire che non è la prima volta che questo aspetto della relazione tra fratelli viene affrontato, aspetto che in effetti non veniva considerato da Freud. Tuttavia, credo sia riduttivo concentrare l´attenzione solo sulla figura del primogenito. Il quale è vero, sentendosi spodestato, può attivare quell´istinto omicida di cui parla la Mitchell. Noi lo vediamo da certi disegni dei ragazzi nei quali improvvisamente compaiono cumuli di rifiuti, bidoni della spazzatura... E´ il modo in cui il bambino esprime il "desiderio" di far fuori l´intruso, di gettarlo via, di disfarsene».
Il secondogenito invece quali "prove" deve affrontare?
«Spesso scopriamo che è più aggressivo lui, del primogenito: egli si affaccia alla vita con il desiderio di conquistare una terra che non è di nessuno, un territorio già occupato. E la situazione può essere ancora più complicata se arriva il terzo figlio, perché il grande è quello che riceverà tutte le attenzioni che si riservano ad un primo nato; il terzo sarà il piccolo di casa, arrivato forse inaspettatamente e quasi certamente l´ultimo; ma il secondo... il secondo è il più sacrificato poiché arriva in una situazione consolidata, nella quale i genitori sono meno preoccupati, dove tutto è più normale. Le relazioni sociali cambiano, e cambiano anche a seconda del sesso dei figli e della situazione ambientale. Può essere che un secondo nato diventi un capro espiatorio, o che un primogenito non soffra della nascita di un fratello. Ci sono sfaccettature infinite da considerare».
Lei ritiene comunque fondamentale per lo sviluppo del bambino avere un fratello o una sorella con i quali crescere?
«Non saprei. Quando si scoprì che saremmo diventati "l´Italia del figlio unico", si diceva che questo bambino sarebbe stato un figlio difficile e che il suo inserimento a scuola sarebbe stato problematico perché avrebbe scoperto lì di non essere il centro del mondo, che fuori di casa cessava di essere "re". Eppure non è accaduto. I bambini crescono abbastanza bene in questo periodo. Non hanno fratelli, ma vanno alla materna a due anni, imparano presto ad avere rapporti sociali, a confrontarsi, a sperimentare relazioni di amicizia».
Insomma, quale potrebbe essere la scelta migliore?
«Questo non si può dire. Posso invece suggerire ai genitori di fare attenzione alla variabile età: è più facile per un bambino accettare l´arrivo di un fratello a 2 o 3 anni che non quando comincia ad essere grandicello. Più sono vicini di età, più potranno giocare insieme, senza che il piccolo si manifesti come il "distruttore" del mondo del grande. Ma ancora una volta, molto dipende dal sesso del primogenito e da come si pongono i genitori. Vorrei però considerare anche la situazione nelle coppie ricostituite».
Nelle coppie ricostituite cambia il rapporto tra fratelli?
«Avere un fratellino o una sorellina da genitori separati, figlio dunque del proprio papà, ad esempio, ma non della propria mamma, non è facile. Il bambino che vive con la madre, ma lontano dal padre, perde quella sensazione di controllo affettivo, di vigilanza, di "potere" sul genitore che invece ha, e che lo tranquillizza, quando è in arrivo un secondogenito in una coppia unita. Anche qui, però, direi che tutto dipende da come i genitori, ex marito e moglie, sapranno gestire la situazione. Ma certo, è dura».
(m.s.c.)
domenica 18 gennaio 2004
Picasso intime alla Pinacoteca di Parigi
Europa (quotidiano diretto da Federico Orlando) 10.1.04
PICASSO INTIME A PARIGI
di Simona Maggiorelli
PARIGI. Un elegante profilo di donna dal collo allungato. Che ricorda Modigliani. Una bellezza scultorea, ammorbidita da un uno sguardo bruno, lievemente malinconico, intenso.
Blu e rosso geometricamente si spartiscono lo sfondo del quadro. È la prima immagine di Jacqueline, dipinta da Picasso. Nel titolo evasivamente indicata come Madame Z, dal nome della villa che la giovane donna abitava a Antibes, quando nel 1954 s’incontrarono. In ventitré anni il pittore spagnolo le ha dedicato un centinaio di ritratti, un variegato carnet d’immagini d’arte nate durante il loro rapporto. Più di un’ottantina sono, fino al 28 marzo, nella Pinacoteca di Parigi, in rue de Paradis, nella rassegna Picasso intime curata da Marc Rastellini. Una collezione privata mostrata, in buona parte, per la prima volta a Barcellona nel 1992.
Straordinaria sotto molti aspetti: dal punto di vista della varietà, della libertà, della forza espressiva, sempre cangiante, che le opere - in maggioranza tele, ma anche sculture e ceramiche - esprimono. Testimoniando di una straordinaria vitalità creativa di Picasso, fino alla morte. E sono autoritratti da fauno, in monture sgargianti da toreador o con pipa e cappello a larghe tese, quasi come nei ritratti di Van Gogh, ma abbracciando un bambino.
Più spesso la figura morbida o geometrica e scomposta di Jacqueline, la musa che non posò mai, ma che Picasso ritraeva, a volte a partire da immagini interiori, a volte in dialogo aperto con certi maestri della pittura, da Velasquez a Manet (rielaborando la sua Dèjeuner sur l’erbe in chiave meno statica, più vivida anche nella scelta dei verdi alla Cézanne). Jacqueline con le gambe incrociate all’orientale. Jacqueline vestita alla turca, ancora nel 1954, rileggendo le Femmes d’Alger di Delacroix, ma anche la splendida Odalisca dell’amico Matisse, all’epoca da poco scomparso. Jacqueline con il cane afghano. Jacqueline con gli occhi neri, enormi, che ricordano le maschere delle Demoiselles d’Avignon. Jacqueline in monocromo grigio e bianco, nel 1962, con una tridimesionalità difficile da realizzare con la sola pittura. Jacqueline, in piedi, seduta, nuda. Spesso con tratti decisi, che fanno pensare a una straordinaria rapidità di esecuzione che va di pari passo all’emergere di nuove immagini. “Je ne suis pas satisfait alors je recommence”. Così si raccontava Picasso.
PICASSO INTIME A PARIGI
di Simona Maggiorelli
PARIGI. Un elegante profilo di donna dal collo allungato. Che ricorda Modigliani. Una bellezza scultorea, ammorbidita da un uno sguardo bruno, lievemente malinconico, intenso.
Blu e rosso geometricamente si spartiscono lo sfondo del quadro. È la prima immagine di Jacqueline, dipinta da Picasso. Nel titolo evasivamente indicata come Madame Z, dal nome della villa che la giovane donna abitava a Antibes, quando nel 1954 s’incontrarono. In ventitré anni il pittore spagnolo le ha dedicato un centinaio di ritratti, un variegato carnet d’immagini d’arte nate durante il loro rapporto. Più di un’ottantina sono, fino al 28 marzo, nella Pinacoteca di Parigi, in rue de Paradis, nella rassegna Picasso intime curata da Marc Rastellini. Una collezione privata mostrata, in buona parte, per la prima volta a Barcellona nel 1992.
Straordinaria sotto molti aspetti: dal punto di vista della varietà, della libertà, della forza espressiva, sempre cangiante, che le opere - in maggioranza tele, ma anche sculture e ceramiche - esprimono. Testimoniando di una straordinaria vitalità creativa di Picasso, fino alla morte. E sono autoritratti da fauno, in monture sgargianti da toreador o con pipa e cappello a larghe tese, quasi come nei ritratti di Van Gogh, ma abbracciando un bambino.
Più spesso la figura morbida o geometrica e scomposta di Jacqueline, la musa che non posò mai, ma che Picasso ritraeva, a volte a partire da immagini interiori, a volte in dialogo aperto con certi maestri della pittura, da Velasquez a Manet (rielaborando la sua Dèjeuner sur l’erbe in chiave meno statica, più vivida anche nella scelta dei verdi alla Cézanne). Jacqueline con le gambe incrociate all’orientale. Jacqueline vestita alla turca, ancora nel 1954, rileggendo le Femmes d’Alger di Delacroix, ma anche la splendida Odalisca dell’amico Matisse, all’epoca da poco scomparso. Jacqueline con il cane afghano. Jacqueline con gli occhi neri, enormi, che ricordano le maschere delle Demoiselles d’Avignon. Jacqueline in monocromo grigio e bianco, nel 1962, con una tridimesionalità difficile da realizzare con la sola pittura. Jacqueline, in piedi, seduta, nuda. Spesso con tratti decisi, che fanno pensare a una straordinaria rapidità di esecuzione che va di pari passo all’emergere di nuove immagini. “Je ne suis pas satisfait alors je recommence”. Così si raccontava Picasso.
un convegno voluto dalla on. Burani Procaccini
il programma del Convegno "La Famiglia e il disagio psichico"
COMUNICATO STAMPA
Emergenza psichiatria. Un incontro alla Camera dei Deputati per definire nuovi percorsi.
(ricevuto dall'Ufficio Stampa dell'onorevole forzitaliota e cattolica che ha preparato il progetto di riforma della 180)
Efferati delitti, vere e proprie stragi d’innocenti avvengono sempre più spesso all’interno di normali famiglie. I recenti fatti di cronaca e le statistiche confermano che i delitti in famiglia superano quelli causati dalla delinquenza.
Soltanto quando avviene una tragedia si discute della necessità di ridisegnare la materia tutelando chi soffre di disagi mentali e le rispettive famiglie.
Dovremo invece fare subito qualcosa per stare accanto a queste famiglie e per prevenire le tragedie invece che raccontarle.
Della solitudine delle famiglie e dell’urgenza di creare reti di soccorso intorno alle stesse, in grado di cogliere i primi segnali del disagio psichico, si parlerà al convegno sulla “ Famiglia e disagio psichico. Solitudini, necessità e nuovi percorsi ”.
L’incontro, organizzato dall’AIPPC (Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici) e patrocinato dalla Camera dei Deputati si svolgerà Martedì 20 gennaio 2004, alle ore 9.30, presso Palazzo Marini, via del Pozzetto, 158.
Interverranno: l’On. M. Burani Procaccini, Presidente della Commissione Palamentare per l’Infanzia; l’On. A. Guidi, Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute; S.E. Mons. A. Branvilla, Vescovo per la Pastorale Sanitaria di Roma; l’On. M. Verzaschi, Assessore sanità, regione Lazio; On. D. Bianchi, Capogruppo UDC, Commissione Affari Sociali; P. Pancredi, Ordinario di Psichiatria, Università degli studi “La Sapienza” di Roma; M. Giordano, Psichiatra; M. L. Zardini, Presidente ARAP, Roma; O. Tarzia, Presidente Osservatorio sulla famiglia Regione Lazio; T. Cantelmi, Psichiatra e Presidente AIPPC; G. Miranda, Preside Facoltà Bioetica “Ateneo Pontificio Regina Apostolorum”; G. D’ Amore, Direttore Generale Asl Rma; M.R. Parsi, Psicologa, Presidente Fondazione “Movimento Bambino”; F. De Marco, Presidente SIRP, Primario Psichiatria Formia; C. Ciambriello, Docente corso di laura per infermieri, Università di Tor Vergata, Roma; A. Picano, Psichiatra, Presidente Strade Onlus.
Un recente sondaggio sul rapporto tra gli italiani e la salute mentale ha evidenziato un grave vuoto d’informazione sui disagi mentali. Idee sbagliate per esempio circa alcune patologie ritenute non gravi, e che invece sono addirittura invalidanti come gli stati d’ansia e panico, le ossessioni, le fobie e la depressione.
All’incontro saranno resi noti i risultati del sondaggio e i dati emersi da una recente indagine sugli italiani e i disagi mentali. Inoltre operatori del settore forniranno risposte ad alcune curiosità: se ad esempio i farmaci antidepressivi creano dipendenza, se l’uso di psicofarmaci produce più vantaggi o svantaggi etc.
I GIORNALISTI ACCREDITATI PER AVERE ACCESSO ALLA SALA DEVONO INDOSSARE NECESSARIAMENTE LA GIACCA E LA CRAVATTA
UFFICIO STAMPA - On. Maria Burani
Barbara Carbone 339.1672787
Valentina Cervi e Marco Bellocchio
una segnalazione di Sergio Grom>
dalla intervista di Valentina Cervi, Venerdì di Repubblica 16.1.04
[...]
La sua è una carriera di alti e bassi con pi? successo all'estero che in Italia. Come mai?
«Non lo so, ma va bene così. Ho paura di quelli che non sbagliano mai un colpo. In Italia vorrei lavorare di più, ma non è facile trovare la sceneggiatura giusta. I registi preferiscono attrici più rassicuranti, discrete. Tra i film italiani degli ultimi due anni ce n'è solo uno che avrei voluto fare: Buongiorno, notte, di Bellocchio».
[...]
dalla intervista di Valentina Cervi, Venerdì di Repubblica 16.1.04
[...]
La sua è una carriera di alti e bassi con pi? successo all'estero che in Italia. Come mai?
«Non lo so, ma va bene così. Ho paura di quelli che non sbagliano mai un colpo. In Italia vorrei lavorare di più, ma non è facile trovare la sceneggiatura giusta. I registi preferiscono attrici più rassicuranti, discrete. Tra i film italiani degli ultimi due anni ce n'è solo uno che avrei voluto fare: Buongiorno, notte, di Bellocchio».
[...]
la Cina di oggi e il mercato
Corriere della Sera 18.1.04
Invitato dai comunisti indiani, Mr. Chuing offre una singolare ricetta di sviluppo
Lezione cinese a Bombay «Il mercato? È socialista»
Il delegato di Pechino «gela» il World Social Forum
di D. Ta.
DAL NOSTRO INVIATO BOMBAY (India) - Quando ha preso la parola, i «compagni», come li ha chiamati, erano distratti. Sono però bastate poche battute perché drizzassero le orecchie: Nic Chuing, rappresentante dei cinesi al World Social Forum, non era venuto per lisciare il pelo al movimento. Così, ieri, nella prima giornata di discussioni vere, e non solo di danze e canti, alla kermesse dei no global e dei new global che si tiene a Bombay dal 16 al 21 gennaio, l'evento più significativo è stato che i comunisti indiani (due partiti diversi, all'opposizione) hanno invitato i comunisti cinesi (un partito solo, al potere). E che da Pechino hanno risposto di sì e mandato un loro uomo: non un rappresentante, un ufficiale del Pcc, per carità, ma il capo di un'associazione cultural-sociale.
Il fatto è che i comunisti cinesi hanno poco o nulla da spartire con il movimento che si oppone alla globalizzazione. Nel sistema di mercato internazionale, sono entrati a vele spiegate e oggi sono molto più in sintonia con un banchiere di Wall Street che con un contadino indiano. Alla loro prima apparizione ufficiale a un Social Forum, dunque, hanno rivendicato fino in fondo le loro scelte di sviluppo. Nel tempo - ha spiegato Nic - la Cina comunista ha introdotto elementi di mercato nell'economia di Stato, poi è passata a metterle sullo stesso piano di parità e oggi non fa più differenze del genere.
«La vecchia ideologia che si opponeva al mercato era una camicia di forza - ha detto Nic -. Abbiamo realizzato un nuovo passo in avanti di grande portata nell'elaborazione socialista sul rapporto tra piano e mercato». Il rappresentante cinese, poi, si è soffermato su un punto dolente per i comunisti di tutto il mondo, la questione dell'allocazione delle risorse, sulla quale l'economia di piano ha mostrato la sua inferiorità rispetto al capitalismo. Nella concezione di Pechino, ha detto Nic, «il mercato ha un ruolo fondamentale nell'allocazione delle risorse: questa è l'essenza dell'avere il mercato nel socialismo».
Al Social Forum, la parola mercato è tradotta automaticamente come multinazionali, sfruttamento e imperialismo: figuratevi la freddezza alle parole del «compagno» cinese. I rappresentanti dei partiti comunisti che lo avevano preceduto - da quello cubano al potere da più di 40 anni a quello degli Stati Uniti senza speranze, da quello brasiliano al governo con Lula a Fausto Bertinotti oggi all'opposizione - avevano sviluppato le loro argomentazioni in direzione esattamente contraria. Bertinotti, in particolare, aveva detto che «guadagnare spazi geopolitici» contro l'imperialismo americano si può, e l'America Latina è una speranza a cui guardare. «Vediamo un lungo filo - ha detto il segretario di Rifondazione Comunista - che parte da Lula in Brasile, passa per l'Argentina, per Chavez in Venezuela, per gli zapatisti in Messico e per la lunga storia di Cuba». E, più in generale, ha sostenuto che l'ondata «neoliberista» e imperialista è in crisi, che il movimento è il fatto nuovo e che il mercato non è la soluzione ai problemi del mondo, anzi.
Ieri, però, il Social Forum in corso in un quartiere fieristico nel cuore di uno slum di Bombay, ha discusso anche di molto altro. Si è parlato di commercio giusto, di cibo (con un'iniziativa della Regione Toscana), di agricoltura, di donne contro la guerra, di sistema delle caste in India e di intoccabili, di movimenti politici e di opposizione alle guerre.
E da oggi, si parlerà dell'Iraq e dell'occupazione americana. Del patriarcato che in molti paesi ancora inchioda le donne a destini senza speranza. Di organismi geneticamente modificati. Del network «globale» che si sta organizzando per sconfiggere George Bush alle prossime elezioni. Di economia e sviluppo. Dei diritti dei bambini che terranno il loro incontro mondiale in Italia, in maggio, e via dicendo. Se c'è qualcosa che al mondo non va, insomma, a Bombay lo trovate.
Invitato dai comunisti indiani, Mr. Chuing offre una singolare ricetta di sviluppo
Lezione cinese a Bombay «Il mercato? È socialista»
Il delegato di Pechino «gela» il World Social Forum
di D. Ta.
DAL NOSTRO INVIATO BOMBAY (India) - Quando ha preso la parola, i «compagni», come li ha chiamati, erano distratti. Sono però bastate poche battute perché drizzassero le orecchie: Nic Chuing, rappresentante dei cinesi al World Social Forum, non era venuto per lisciare il pelo al movimento. Così, ieri, nella prima giornata di discussioni vere, e non solo di danze e canti, alla kermesse dei no global e dei new global che si tiene a Bombay dal 16 al 21 gennaio, l'evento più significativo è stato che i comunisti indiani (due partiti diversi, all'opposizione) hanno invitato i comunisti cinesi (un partito solo, al potere). E che da Pechino hanno risposto di sì e mandato un loro uomo: non un rappresentante, un ufficiale del Pcc, per carità, ma il capo di un'associazione cultural-sociale.
Il fatto è che i comunisti cinesi hanno poco o nulla da spartire con il movimento che si oppone alla globalizzazione. Nel sistema di mercato internazionale, sono entrati a vele spiegate e oggi sono molto più in sintonia con un banchiere di Wall Street che con un contadino indiano. Alla loro prima apparizione ufficiale a un Social Forum, dunque, hanno rivendicato fino in fondo le loro scelte di sviluppo. Nel tempo - ha spiegato Nic - la Cina comunista ha introdotto elementi di mercato nell'economia di Stato, poi è passata a metterle sullo stesso piano di parità e oggi non fa più differenze del genere.
«La vecchia ideologia che si opponeva al mercato era una camicia di forza - ha detto Nic -. Abbiamo realizzato un nuovo passo in avanti di grande portata nell'elaborazione socialista sul rapporto tra piano e mercato». Il rappresentante cinese, poi, si è soffermato su un punto dolente per i comunisti di tutto il mondo, la questione dell'allocazione delle risorse, sulla quale l'economia di piano ha mostrato la sua inferiorità rispetto al capitalismo. Nella concezione di Pechino, ha detto Nic, «il mercato ha un ruolo fondamentale nell'allocazione delle risorse: questa è l'essenza dell'avere il mercato nel socialismo».
Al Social Forum, la parola mercato è tradotta automaticamente come multinazionali, sfruttamento e imperialismo: figuratevi la freddezza alle parole del «compagno» cinese. I rappresentanti dei partiti comunisti che lo avevano preceduto - da quello cubano al potere da più di 40 anni a quello degli Stati Uniti senza speranze, da quello brasiliano al governo con Lula a Fausto Bertinotti oggi all'opposizione - avevano sviluppato le loro argomentazioni in direzione esattamente contraria. Bertinotti, in particolare, aveva detto che «guadagnare spazi geopolitici» contro l'imperialismo americano si può, e l'America Latina è una speranza a cui guardare. «Vediamo un lungo filo - ha detto il segretario di Rifondazione Comunista - che parte da Lula in Brasile, passa per l'Argentina, per Chavez in Venezuela, per gli zapatisti in Messico e per la lunga storia di Cuba». E, più in generale, ha sostenuto che l'ondata «neoliberista» e imperialista è in crisi, che il movimento è il fatto nuovo e che il mercato non è la soluzione ai problemi del mondo, anzi.
Ieri, però, il Social Forum in corso in un quartiere fieristico nel cuore di uno slum di Bombay, ha discusso anche di molto altro. Si è parlato di commercio giusto, di cibo (con un'iniziativa della Regione Toscana), di agricoltura, di donne contro la guerra, di sistema delle caste in India e di intoccabili, di movimenti politici e di opposizione alle guerre.
E da oggi, si parlerà dell'Iraq e dell'occupazione americana. Del patriarcato che in molti paesi ancora inchioda le donne a destini senza speranza. Di organismi geneticamente modificati. Del network «globale» che si sta organizzando per sconfiggere George Bush alle prossime elezioni. Di economia e sviluppo. Dei diritti dei bambini che terranno il loro incontro mondiale in Italia, in maggio, e via dicendo. Se c'è qualcosa che al mondo non va, insomma, a Bombay lo trovate.
Gagliardi e Curzi sulla nonviolenza
Liberazione 18.1.04
Nonviolenza, l'arma più forte
di cui oggi disponiamo
di Alessandro Curzi e Rina Gagliardi
L'intensa discussione, che si va sviluppando da molti giorni sulle colonne del nostro giornale, suscita interesse e attenzione anche al di là delle nostre fila, nella sinistra, nel movimento, nel sistema dell'informazione.
Ne prendiamo atto con soddisfazione: è una prova in più che questo dibattito "molteplice" - anzi, questi dibattiti che si susseguono e, talora, si intrecciano su questioni politiche e ideali di prima grandezza - non è mosso da spirito autoreferenziale. E' un confronto vivo che ha a che fare, non a caso, con la politica viva del presente, dove si misurano non solo posizioni diverse, ma culture politiche, esperienze e spesso "vissuti" tra di loro lontani. Noi, per parte nostra, abbiamo cercato di garantire sia la pari dignità di tutte le voci, interne ed esterne a Rifondazione, che hanno voglia di farsi sentire, sia di contribuire, per come possiamo, ad una "buona dialettica": ovvero ad una discussione che, senza pensare a sintesi oggi impossibili, ci arricchisca, ci aiuti a fare un passo avanti, nella comprensione e nella chiarezza reciproca.
Con questo articolo, vogliamo anche noi dire la nostra, misurandoci con quel nodo teorico-politico, violenza e nonviolenza, che appassiona non da oggi il movimento operaio e la sinistra.
E diciamo subito - da militanti comunisti, diversi per sesso e generazione, per pratica di vita e riferimenti culturali - che l'opzione strategica pacifista e nonviolenta, che Fausto Bertinotti ha avanzato e Pietro Ingrao ha rilanciato proprio su "Liberazione", ci persuade profondamente. Ovvero: è la stessa scelta che abbiamo maturato in questi anni, nel fuoco dei conflitti drammatici che hanno devastato il mondo, nel dipanarsi concreto dell'impegno.
Non è in questione, s'intende, un "assoluto" che, chissà perché, molti compagni vedono o paventano tutte le volte che viene dichiarata la necessità di una pratica nonviolenta: per noi laici e comunisti non esistono mai "assoluti" o fedi astratte, al di là del tempo e dello spazio. E' in questione, ci pare, un'idea della politica e - se la parola non è troppo grossa - della rivoluzione del futuro: nell'era della guerra globale, infinita e preventiva, la violenza non è più una via di autentica liberazione dei popoli, delle classi e delle persone e, al tempo stesso, non è più uno strumento capace di garantire la "vittoria finale". Nell'era, insomma, della spirale guerra-terrorismo, che concerne il "qui" e l'"ora" del capitalismo globalizzato, il terrore è tutto dell'avversario e dei suoi apparati colossali di sterminio e di morte: gli appartiene fino in fondo, perfino come vocazione e come nuova idealità. Ce lo spiega bene Kagan, teorico dei neocons nordamericani, nel suo lucido pamphlet "Il Paradiso e il Potere", quando contrappone la civiltà dell'America fondata sulla forza militare e sullo spirito di aggressione alla civiltà dell'Europa, continente "imbelle" e vocato ai diritti sociali piuttosto che alle armi.
Questa nostra persuasione è il risultato, anche e soprattutto, dei nostri rispettivi percorsi di vita. Noi non siamo nati pacifisti: abbiamo creduto nella "guerra giusta" e nel valore liberatorio della guerra e della guerriglia di popolo. Uno di noi ha partecipato, giovanissimo, alla Resistenza: ha impugnato le armi, da partigiano, ha praticato l'antifascismo. E non solo non se ne pente, ma continua ad andare orgoglioso del proprio passato. Una di noi ha condiviso, finché è stata giovane, le lotte, anche quelle "dure" dei movimenti occidentali e quelle armate dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. E non ha nulla di cui pentirsi. C'è stata un'epoca della nostra storia nella quale la violenza delle armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del potere, ma anche la risposta più radicale, più in sé rivoluzionaria, più efficace: la Resistenza ha vinto, la lotta del popolo vietnamita ha vinto, il movimento di liberazione dei popoli colonizzati ha vinto. Non si tratta certo oggi di proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel presente: questo sì sarebbe puro "pentitismo", opportunismo oltre tutto antistorico. Si tratta di ben altro: far tesoro di quelle esperienze, anche alla luce di alcuni, forse non casuali, esiti negativi, mettendone in causa il valore assoluto e l'attualità schematica.
Oggi, insomma, sentiamo la necessità di una strada nuova, di nuovi percorsi: un ciclo della storia si è chiuso, con il ‘900, un nuovo ciclo può avviarsi. L'immagine che abbiamo ancora negli occhi è quella dei 110 milioni di persone che nello stesso giorno di febbraio sono scese in piazza, in tutto il mondo, contro la guerra di Bush. Quelle masse, che il "New York Times" ha definito la "seconda potenza mondiale", hanno fatto paura, davvero, ai nostri avversari imperiali. Non sono riusciti, no, a impedire la guerra: ma hanno pur segnato un gigantesco salto di qualità, di coscienza critica, di consapevolezza, di soggettività. Un patrimonio immenso, anche dal punto di vista della forza, che a tutt'oggi domanda alla politica una risposta adeguata.
La nonviolenza, dunque, come pratica alta del conflitto - come opposto della passività o della rassegnazione - è oggi l'arma più forte di cui disponiamo. La nonviolenza, anche, come "smilitarizzazione" delle nostre coscienze e della politica (che continua, proprio nel suo linguaggio tutto nutrito di "tattica", "strategia", "schieramento", "obiettivo", "battaglia", a mostrare il suo profondo spirito bellico), nella sua connessione profonda con la società altra che vogliamo costruire.
Non siamo "anime belle", siamo ahimè fin troppo contaminati con le brutture che ci circondano, e conosciamo tutte le sottigliezze della politica e della Realpolitik: ma non è l'ora di cominciare a colmare l'abisso che separa i nostri valori generali dalle nostre pratiche? Ma davvero possiamo continuare in eterno a propugnare una distanza - così "assoluta" - tra i fini che ci proponiamo e i mezzi che mettiamo in atto per realizzarli? Torna a proposito, qui, la questione del terrorismo, dal quale siamo sempre stati lontani e che mai ci è appartenuto, anche per le ragioni che osservava ieri Lidia Menapace.
E' vero, sì, che i nostri avversari battezzano sotto la dizione di "terrorismo" anche ciò che è pura resistenza all'invasore. E forse hanno ragione quei compagni che dicono che ci sono luoghi del mondo in cui la nonviolenza è una pratica difficile, quasi impossibile, se non un lusso: infatti noi non ci permettiamo di criticare coloro che, di fronte ad aggressioni od invasioni armate, reagiscono anche impugnando le armi.
La nonviolenza, lo dicevamo, non è un imperativo categorico. E tuttavia, anche nel passato recente, ci sono esempi significativi sui quali riflettere. La prima Intifada palestinese, quella nonviolenta, con i ragazzi che si opponevano alla potenza dei carri armati israeliani con le fionde e con i sassi, conquistò nel mondo un consenso enorme alla causa dell'indipendenza nazionale palestinese: avrebbe potuto vincere, se l'Europa, invece di limitarsi ad applaudire, fosse intervenuta ed avesse messo in campo la sua potenza politica.
Oggi, quali sono le prospettive concrete di vittoria della lotta e della guerriglia armata nel Medio Oriente? A parere quasi unanime, nessuna. E quegli attentati suicidi - come l'ultimo della giovane madre che voleva essere martire - possiamo sì distinguerli dal terrorismo e battezzarli "azione di guerriglia militare", se hanno soldati nemici come bersaglio. Ma possiamo tacere del loro carattere feroce, disperato, perdente? Quando una lotta di liberazione entra in contrasto così totale con i valori della vita, della speranza, della costruzione, quando il sacrificio di sé è ricercato come valore e perfino simbolo positivo, vuol dire che in essa la dimensione della tragedia è diventata dominante. Vuol dire, anche, che forse non si è abbastanza riflettuto sul fatto che, anche e soprattutto là dove l'oppressione e la prevaricazione sono massime, la violenza del potere, introiettata e metabolizzata senza anticorpi, produce una violenza distruttiva uguale e contraria.
L'aveva scritto Marx, un secolo e mezzo fa: la nostra rivoluzione dovrà essere un processo di lunga durata, di "rivoluzionamento" dei rapporti economici e sociali esistenti, anche perché soltanto in un processo di lunga durata potremo liberarci dal "sudiciume" che la società del capitale ha disseminato in ciascuno in noi. Era già questa un'idea di rivoluzione nonviolenta, di comunismo. Che oggi, soltanto oggi, possiamo cominciare a praticare. Almeno, a provarci.
Nonviolenza, l'arma più forte
di cui oggi disponiamo
di Alessandro Curzi e Rina Gagliardi
L'intensa discussione, che si va sviluppando da molti giorni sulle colonne del nostro giornale, suscita interesse e attenzione anche al di là delle nostre fila, nella sinistra, nel movimento, nel sistema dell'informazione.
Ne prendiamo atto con soddisfazione: è una prova in più che questo dibattito "molteplice" - anzi, questi dibattiti che si susseguono e, talora, si intrecciano su questioni politiche e ideali di prima grandezza - non è mosso da spirito autoreferenziale. E' un confronto vivo che ha a che fare, non a caso, con la politica viva del presente, dove si misurano non solo posizioni diverse, ma culture politiche, esperienze e spesso "vissuti" tra di loro lontani. Noi, per parte nostra, abbiamo cercato di garantire sia la pari dignità di tutte le voci, interne ed esterne a Rifondazione, che hanno voglia di farsi sentire, sia di contribuire, per come possiamo, ad una "buona dialettica": ovvero ad una discussione che, senza pensare a sintesi oggi impossibili, ci arricchisca, ci aiuti a fare un passo avanti, nella comprensione e nella chiarezza reciproca.
Con questo articolo, vogliamo anche noi dire la nostra, misurandoci con quel nodo teorico-politico, violenza e nonviolenza, che appassiona non da oggi il movimento operaio e la sinistra.
E diciamo subito - da militanti comunisti, diversi per sesso e generazione, per pratica di vita e riferimenti culturali - che l'opzione strategica pacifista e nonviolenta, che Fausto Bertinotti ha avanzato e Pietro Ingrao ha rilanciato proprio su "Liberazione", ci persuade profondamente. Ovvero: è la stessa scelta che abbiamo maturato in questi anni, nel fuoco dei conflitti drammatici che hanno devastato il mondo, nel dipanarsi concreto dell'impegno.
Non è in questione, s'intende, un "assoluto" che, chissà perché, molti compagni vedono o paventano tutte le volte che viene dichiarata la necessità di una pratica nonviolenta: per noi laici e comunisti non esistono mai "assoluti" o fedi astratte, al di là del tempo e dello spazio. E' in questione, ci pare, un'idea della politica e - se la parola non è troppo grossa - della rivoluzione del futuro: nell'era della guerra globale, infinita e preventiva, la violenza non è più una via di autentica liberazione dei popoli, delle classi e delle persone e, al tempo stesso, non è più uno strumento capace di garantire la "vittoria finale". Nell'era, insomma, della spirale guerra-terrorismo, che concerne il "qui" e l'"ora" del capitalismo globalizzato, il terrore è tutto dell'avversario e dei suoi apparati colossali di sterminio e di morte: gli appartiene fino in fondo, perfino come vocazione e come nuova idealità. Ce lo spiega bene Kagan, teorico dei neocons nordamericani, nel suo lucido pamphlet "Il Paradiso e il Potere", quando contrappone la civiltà dell'America fondata sulla forza militare e sullo spirito di aggressione alla civiltà dell'Europa, continente "imbelle" e vocato ai diritti sociali piuttosto che alle armi.
Questa nostra persuasione è il risultato, anche e soprattutto, dei nostri rispettivi percorsi di vita. Noi non siamo nati pacifisti: abbiamo creduto nella "guerra giusta" e nel valore liberatorio della guerra e della guerriglia di popolo. Uno di noi ha partecipato, giovanissimo, alla Resistenza: ha impugnato le armi, da partigiano, ha praticato l'antifascismo. E non solo non se ne pente, ma continua ad andare orgoglioso del proprio passato. Una di noi ha condiviso, finché è stata giovane, le lotte, anche quelle "dure" dei movimenti occidentali e quelle armate dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. E non ha nulla di cui pentirsi. C'è stata un'epoca della nostra storia nella quale la violenza delle armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del potere, ma anche la risposta più radicale, più in sé rivoluzionaria, più efficace: la Resistenza ha vinto, la lotta del popolo vietnamita ha vinto, il movimento di liberazione dei popoli colonizzati ha vinto. Non si tratta certo oggi di proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel presente: questo sì sarebbe puro "pentitismo", opportunismo oltre tutto antistorico. Si tratta di ben altro: far tesoro di quelle esperienze, anche alla luce di alcuni, forse non casuali, esiti negativi, mettendone in causa il valore assoluto e l'attualità schematica.
Oggi, insomma, sentiamo la necessità di una strada nuova, di nuovi percorsi: un ciclo della storia si è chiuso, con il ‘900, un nuovo ciclo può avviarsi. L'immagine che abbiamo ancora negli occhi è quella dei 110 milioni di persone che nello stesso giorno di febbraio sono scese in piazza, in tutto il mondo, contro la guerra di Bush. Quelle masse, che il "New York Times" ha definito la "seconda potenza mondiale", hanno fatto paura, davvero, ai nostri avversari imperiali. Non sono riusciti, no, a impedire la guerra: ma hanno pur segnato un gigantesco salto di qualità, di coscienza critica, di consapevolezza, di soggettività. Un patrimonio immenso, anche dal punto di vista della forza, che a tutt'oggi domanda alla politica una risposta adeguata.
La nonviolenza, dunque, come pratica alta del conflitto - come opposto della passività o della rassegnazione - è oggi l'arma più forte di cui disponiamo. La nonviolenza, anche, come "smilitarizzazione" delle nostre coscienze e della politica (che continua, proprio nel suo linguaggio tutto nutrito di "tattica", "strategia", "schieramento", "obiettivo", "battaglia", a mostrare il suo profondo spirito bellico), nella sua connessione profonda con la società altra che vogliamo costruire.
Non siamo "anime belle", siamo ahimè fin troppo contaminati con le brutture che ci circondano, e conosciamo tutte le sottigliezze della politica e della Realpolitik: ma non è l'ora di cominciare a colmare l'abisso che separa i nostri valori generali dalle nostre pratiche? Ma davvero possiamo continuare in eterno a propugnare una distanza - così "assoluta" - tra i fini che ci proponiamo e i mezzi che mettiamo in atto per realizzarli? Torna a proposito, qui, la questione del terrorismo, dal quale siamo sempre stati lontani e che mai ci è appartenuto, anche per le ragioni che osservava ieri Lidia Menapace.
E' vero, sì, che i nostri avversari battezzano sotto la dizione di "terrorismo" anche ciò che è pura resistenza all'invasore. E forse hanno ragione quei compagni che dicono che ci sono luoghi del mondo in cui la nonviolenza è una pratica difficile, quasi impossibile, se non un lusso: infatti noi non ci permettiamo di criticare coloro che, di fronte ad aggressioni od invasioni armate, reagiscono anche impugnando le armi.
La nonviolenza, lo dicevamo, non è un imperativo categorico. E tuttavia, anche nel passato recente, ci sono esempi significativi sui quali riflettere. La prima Intifada palestinese, quella nonviolenta, con i ragazzi che si opponevano alla potenza dei carri armati israeliani con le fionde e con i sassi, conquistò nel mondo un consenso enorme alla causa dell'indipendenza nazionale palestinese: avrebbe potuto vincere, se l'Europa, invece di limitarsi ad applaudire, fosse intervenuta ed avesse messo in campo la sua potenza politica.
Oggi, quali sono le prospettive concrete di vittoria della lotta e della guerriglia armata nel Medio Oriente? A parere quasi unanime, nessuna. E quegli attentati suicidi - come l'ultimo della giovane madre che voleva essere martire - possiamo sì distinguerli dal terrorismo e battezzarli "azione di guerriglia militare", se hanno soldati nemici come bersaglio. Ma possiamo tacere del loro carattere feroce, disperato, perdente? Quando una lotta di liberazione entra in contrasto così totale con i valori della vita, della speranza, della costruzione, quando il sacrificio di sé è ricercato come valore e perfino simbolo positivo, vuol dire che in essa la dimensione della tragedia è diventata dominante. Vuol dire, anche, che forse non si è abbastanza riflettuto sul fatto che, anche e soprattutto là dove l'oppressione e la prevaricazione sono massime, la violenza del potere, introiettata e metabolizzata senza anticorpi, produce una violenza distruttiva uguale e contraria.
L'aveva scritto Marx, un secolo e mezzo fa: la nostra rivoluzione dovrà essere un processo di lunga durata, di "rivoluzionamento" dei rapporti economici e sociali esistenti, anche perché soltanto in un processo di lunga durata potremo liberarci dal "sudiciume" che la società del capitale ha disseminato in ciascuno in noi. Era già questa un'idea di rivoluzione nonviolenta, di comunismo. Che oggi, soltanto oggi, possiamo cominciare a praticare. Almeno, a provarci.
l'intervento di Bertinotti a Bombay
Liberazione 8.1.04
Dobbiamo rispondere a domande difficili ma nel movimento si può
L'intervento di Fausto Bertinotti
Bombay. Buonasera a tutti e a tutte; mi scuso di dovervi imporre la traduzione del mio discorso. Il movimento delle donne ci ha insegnato molte cose. La prima di queste è che ogni discorso politico deve partire dall'esperienza e cioè da noi stessi. A noi oggi è utile cercare di capire cosa stia accadendo qui in India a Bombay. Credo che si possa vedere qui che esistono le condizioni per ricominciare a mettere all'ordine del giorno la trasformazione della società capitalistica. Abbiamo imparato negli ultimi anni che l'unico modo per parlare di socialismo è trasformare la società capitalistica. Abbiamo di fronte un grande e difficile problema: da un lato il socialismo manifesta sempre di più la sua maturità, la sua attualità e la sua necessità. Un antico slogan del movimento operaio è sempre più attuale: "socialismo o barbarie".
Ma dall'altra parte dobbiamo riconoscere che le forze che vogliono il socialismo sono del tutto inadeguate nel realizzarlo nel mondo. Perché abbiamo questa difficoltà? Sostanzialmente per due ragioni: la prima è che veniamo da una grande sconfitta, la sconfitta che si è manifesta nel crollo dei regimi dell'est e la sconfitta dei movimenti operai alla fine del secolo scorso. La seconda ragione è che siamo di fronte ad una rivoluzione capitalistica restauratrice che ha spiazzato tanta parte della nostra cultura politica. Ma contro gli effetti di questa rivoluzione si è messo in moto un movimento in tanta parte del mondo. Cosa è questo nuovo capitalismo, nostro avversario? E' un capitalismo persino peggiore di quello che lo ha preceduto. Dopo la vittoria contro il nazi-fascismo il capitalismo ha vissuto la sua stagione dell'oro. Ma oggi rivela la stagione del ferro.
La globalizzazione capitalista produce incertezze, ingiustizie e squilibri; mette in discussione la democrazia e non è più in grado di governare il mondo con il consenso. Per questo Bush ha elaborato la strategia della guerra preventiva. La guerra è la risposta dell'Impero alla crisi. Il mondo rischia di essere stritolato nella spirale tra guerra e terrorismo. Come diceva Jean Joret: «Questo capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la pioggia». E la guerra c'è perché il capitalismo produce distruzioni e devastazioni ambientali.
Aveva ragione Marx: il capitalismo può produrre la fine dell'umanità. Contro questa tendenza si è levato il movimento di critica alla globalizzazione, raggiungendo il mondo intero. Su questo movimento ne è nato uno gigantesco per la pace. Ed è grazie a questo movimento che dove c'era la pace sociale ora sono ripresi il conflitto e la lotta dei lavoratori. Il mondo non ha di fronte a sé solo la novità drammatica della globalizzazione capitalista. C'è anche la speranza dei movimenti. La politica di trasformazione della società capitalistica nasce da qui. Questo movimento può restituire un significato universale alla parola rivoluzione. Ma la rivoluzione non ci sarà certamente regalata. Per parlare di socialismo dobbiamo realizzare una grande politica. Primo: questa politica deve essere mondiale. Secondo: nei paesi occidentali deve liberarsi dal predominio delle forze riformiste sul movimento operaio. Terzo: i comunisti del mondo devono fare i conti con gli errori della loro storia. Non costruiremo il socialismo se non ci porremo domande difficili.
E la più difficile delle domande è: perché un movimento che è nato per liberare l'umanità ha creato anche forme di oppressione? Dobbiamo delle risposte, le dobbiamo per poter riprendere il cammino, per poter dire all'umanità che il nostro comunismo è la liberazione degli uomini e delle donne. Ma allora bisogna anche affermare che lo stalinismo non tornerà mai più nella nostra storia. Possiamo riprendere il cammino dei comunisti nel mondo e possiamo riprendere la forza della nostra iniziativa in ogni luogo, in ogni territorio in ogni nazione, in ogni realtà. Possiamo riprendere il cammino per costruire oggi in ogni parte del mondo elementi di socialismo e cioè parti di società diverse dalla logica del mercato, parti del mondo autogovernate. Abbiamo un solo modo per farlo: è quello di vivere in questo movimento e di esserne partecipi.
La seconda cosa che dobbiamo riuscire a fare con la nostra politica è guadagnare degli spazi geopolitici contro l'impero. Non è impossibile. Ce lo dice la rinascita delle forze di sinistra nell'America Latina. Noi dall'Europa guardiamo alla loro esperienza con grande interesse. Vediamo un filo che collega l'esperienza di Lula in Brasile, all'Argentina, al Venezuela di Chavez con quella degli zapatisti e con la lunga storia di indipendenza di Cuba. Guardiamo con interesse alle esperienze in Africa e in Asia. Ma anche in Europa qualcosa si muove e non solo nel movimento. Sono contento di poter dire a questa assemblea che stiamo costruendo un fatto nuovo in Europa anche nella politica. La nascita del partito della Sinistra Europea.
Noi non possiamo più aspettare che qualcuno in una parte del mondo, all'ora x, faccia la rivoluzione per tutti. La rivoluzione la ricominciamo ogni giorno, ognuno in ogni parte del mondo.
Dobbiamo rispondere a domande difficili ma nel movimento si può
L'intervento di Fausto Bertinotti
Bombay. Buonasera a tutti e a tutte; mi scuso di dovervi imporre la traduzione del mio discorso. Il movimento delle donne ci ha insegnato molte cose. La prima di queste è che ogni discorso politico deve partire dall'esperienza e cioè da noi stessi. A noi oggi è utile cercare di capire cosa stia accadendo qui in India a Bombay. Credo che si possa vedere qui che esistono le condizioni per ricominciare a mettere all'ordine del giorno la trasformazione della società capitalistica. Abbiamo imparato negli ultimi anni che l'unico modo per parlare di socialismo è trasformare la società capitalistica. Abbiamo di fronte un grande e difficile problema: da un lato il socialismo manifesta sempre di più la sua maturità, la sua attualità e la sua necessità. Un antico slogan del movimento operaio è sempre più attuale: "socialismo o barbarie".
Ma dall'altra parte dobbiamo riconoscere che le forze che vogliono il socialismo sono del tutto inadeguate nel realizzarlo nel mondo. Perché abbiamo questa difficoltà? Sostanzialmente per due ragioni: la prima è che veniamo da una grande sconfitta, la sconfitta che si è manifesta nel crollo dei regimi dell'est e la sconfitta dei movimenti operai alla fine del secolo scorso. La seconda ragione è che siamo di fronte ad una rivoluzione capitalistica restauratrice che ha spiazzato tanta parte della nostra cultura politica. Ma contro gli effetti di questa rivoluzione si è messo in moto un movimento in tanta parte del mondo. Cosa è questo nuovo capitalismo, nostro avversario? E' un capitalismo persino peggiore di quello che lo ha preceduto. Dopo la vittoria contro il nazi-fascismo il capitalismo ha vissuto la sua stagione dell'oro. Ma oggi rivela la stagione del ferro.
La globalizzazione capitalista produce incertezze, ingiustizie e squilibri; mette in discussione la democrazia e non è più in grado di governare il mondo con il consenso. Per questo Bush ha elaborato la strategia della guerra preventiva. La guerra è la risposta dell'Impero alla crisi. Il mondo rischia di essere stritolato nella spirale tra guerra e terrorismo. Come diceva Jean Joret: «Questo capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la pioggia». E la guerra c'è perché il capitalismo produce distruzioni e devastazioni ambientali.
Aveva ragione Marx: il capitalismo può produrre la fine dell'umanità. Contro questa tendenza si è levato il movimento di critica alla globalizzazione, raggiungendo il mondo intero. Su questo movimento ne è nato uno gigantesco per la pace. Ed è grazie a questo movimento che dove c'era la pace sociale ora sono ripresi il conflitto e la lotta dei lavoratori. Il mondo non ha di fronte a sé solo la novità drammatica della globalizzazione capitalista. C'è anche la speranza dei movimenti. La politica di trasformazione della società capitalistica nasce da qui. Questo movimento può restituire un significato universale alla parola rivoluzione. Ma la rivoluzione non ci sarà certamente regalata. Per parlare di socialismo dobbiamo realizzare una grande politica. Primo: questa politica deve essere mondiale. Secondo: nei paesi occidentali deve liberarsi dal predominio delle forze riformiste sul movimento operaio. Terzo: i comunisti del mondo devono fare i conti con gli errori della loro storia. Non costruiremo il socialismo se non ci porremo domande difficili.
E la più difficile delle domande è: perché un movimento che è nato per liberare l'umanità ha creato anche forme di oppressione? Dobbiamo delle risposte, le dobbiamo per poter riprendere il cammino, per poter dire all'umanità che il nostro comunismo è la liberazione degli uomini e delle donne. Ma allora bisogna anche affermare che lo stalinismo non tornerà mai più nella nostra storia. Possiamo riprendere il cammino dei comunisti nel mondo e possiamo riprendere la forza della nostra iniziativa in ogni luogo, in ogni territorio in ogni nazione, in ogni realtà. Possiamo riprendere il cammino per costruire oggi in ogni parte del mondo elementi di socialismo e cioè parti di società diverse dalla logica del mercato, parti del mondo autogovernate. Abbiamo un solo modo per farlo: è quello di vivere in questo movimento e di esserne partecipi.
La seconda cosa che dobbiamo riuscire a fare con la nostra politica è guadagnare degli spazi geopolitici contro l'impero. Non è impossibile. Ce lo dice la rinascita delle forze di sinistra nell'America Latina. Noi dall'Europa guardiamo alla loro esperienza con grande interesse. Vediamo un filo che collega l'esperienza di Lula in Brasile, all'Argentina, al Venezuela di Chavez con quella degli zapatisti e con la lunga storia di indipendenza di Cuba. Guardiamo con interesse alle esperienze in Africa e in Asia. Ma anche in Europa qualcosa si muove e non solo nel movimento. Sono contento di poter dire a questa assemblea che stiamo costruendo un fatto nuovo in Europa anche nella politica. La nascita del partito della Sinistra Europea.
Noi non possiamo più aspettare che qualcuno in una parte del mondo, all'ora x, faccia la rivoluzione per tutti. La rivoluzione la ricominciamo ogni giorno, ognuno in ogni parte del mondo.
sabato 17 gennaio 2004
il pensiero per immagini
La Stampa 17.1.04
Vai in pinacoteca e guarda le idee dei filosofi
Da Giorgione a Magritte, da Raffaello a De Chirico, un galleria di celebri dipinti diventa un panorama storico del pensiero: come cercare il concetto dentro l’immagine.
di Federico Vercellone
LA fascinazione di un pensiero per immagini ammalia la cultura europea quantomeno dall'Illuminismo a oggi. Dai rozzi bestioni di vichiana memoria sino alle icone di Otto Neurath passando per i repertori di emblemi barocchi s'insegue quello che in fondo è un unico sogno: una lingua universale che ammaestri meglio del concetto perché è più immediata e comprensibile di questo. Si può dunque privilegiare un filosofare con l'immagine piuttosto che con le astrazioni concettuali? E potrebbe esser questo il nuovo compito della filosofia dell'arte che si appresterebbe così a rinnovare un antico primato già acquisito in età romantica? Sono tutte questioni che ricorrono alla mente leggendo il volume del filosofo tedesco Reinhardt Brandt, Filosofia nella pittura. Da Giorgione a Magritte, accompagnato dalla Prefazione di Antonio Gnoli e di Franco Volpi che ci guida proprio alle questioni sopra proposte. L'atteggiamento di Brandt è a questo riguardo quanto mai cauto e, soprattutto, egli non intende proporre una prospettiva generale che punti sull'immagine in alternativa al sapere concettuale. Brandt vuole piuttosto limitarsi a quegli esempi pittorici che esplicitamente mettono a tema la filosofia. In quest'ottica si delinea la lunga serie di pittori e opere che vengono interrogati in questo libro a partire dal Sogno di Scipione e dalla Scuola di Atene di Raffaello. Si sviluppa così un ricco itinerario di cui non si può qui render conto che per cenni e che passa per Poussin e Velázquez ma anche attraverso la tipizzazione di alcuni atteggiamenti filosofici (per es. Eraclito come filosofo piangente) e che si conclude con De Chirico e Magritte. Il testo figurativo è qui costantemente in campo e accuratamente indagato senza che l'esito sia una sorta di ubriacatura estetica analoga a quella subita dal giovane Nietzsche nella Nascita della tragedia secondo cui l'arte diviene una superiore attività metafisica che trascende per significato e portata persuasiva il concetto stesso. Ciò non significa che le immagini non possano farsi veicoli di pensiero. Potremmo persino pensare a una vasta galleria di dipinti che sia come una sorta di ampio repertorio di storia della filosofia. Essa potrebbe contemplare, per esempio, La Scuola di Atene di Raffaello, Aristotele e il busto di Omero di Rembrandt, Las meninas di Velázquez e Et in Arcadia ego di Poussin. Dietro un quadro può certo nascondersi o palesarsi - a saperlo leggere - un intero panorama speculativo. Ciò non toglie tuttavia che i problemi filosofici trovino su di un altro piano, quello argomentativo, la loro più compiuta articolazione. Si tratta di cogliere la filosofia così com'essa si presenta nella pittura. Ed è proprio questo per altro - secondo Brandt - il compito del filosofo della pittura che guarda al quadro con questo interesse e non, per esempio, interrogandosi sulla miriade di altri influssi (religiosi, politici, culturali) che esso accoglie in sé dando loro risonanza ed espressione. L'immagine costituisce così un oggetto che, talora, ci parla di filosofia. Per questo dobbiamo interrogarla anche storicamente, essendo tuttavia consapevoli che il suo significato le è intrinseco e non è deposto nella storia delle sue interpretazioni. Tutto questo vale sino al momento in cui non è l'immagine stessa a proporsi come problema, sino a che non è il suo costituirsi nella visione, come avviene per esempio in Monet, il soggetto dell'artista. La domanda offerta dal dipinto è, in questo caso, un quesito apertamente filosofico che proprio nell'immagine trova la propria più adeguata rappresentazione. Entriamo così in un'altra epoca della filosofia della pittura che è quella di cui ancor oggi siamo appassionati spettatori.
Vai in pinacoteca e guarda le idee dei filosofi
Da Giorgione a Magritte, da Raffaello a De Chirico, un galleria di celebri dipinti diventa un panorama storico del pensiero: come cercare il concetto dentro l’immagine.
di Federico Vercellone
LA fascinazione di un pensiero per immagini ammalia la cultura europea quantomeno dall'Illuminismo a oggi. Dai rozzi bestioni di vichiana memoria sino alle icone di Otto Neurath passando per i repertori di emblemi barocchi s'insegue quello che in fondo è un unico sogno: una lingua universale che ammaestri meglio del concetto perché è più immediata e comprensibile di questo. Si può dunque privilegiare un filosofare con l'immagine piuttosto che con le astrazioni concettuali? E potrebbe esser questo il nuovo compito della filosofia dell'arte che si appresterebbe così a rinnovare un antico primato già acquisito in età romantica? Sono tutte questioni che ricorrono alla mente leggendo il volume del filosofo tedesco Reinhardt Brandt, Filosofia nella pittura. Da Giorgione a Magritte, accompagnato dalla Prefazione di Antonio Gnoli e di Franco Volpi che ci guida proprio alle questioni sopra proposte. L'atteggiamento di Brandt è a questo riguardo quanto mai cauto e, soprattutto, egli non intende proporre una prospettiva generale che punti sull'immagine in alternativa al sapere concettuale. Brandt vuole piuttosto limitarsi a quegli esempi pittorici che esplicitamente mettono a tema la filosofia. In quest'ottica si delinea la lunga serie di pittori e opere che vengono interrogati in questo libro a partire dal Sogno di Scipione e dalla Scuola di Atene di Raffaello. Si sviluppa così un ricco itinerario di cui non si può qui render conto che per cenni e che passa per Poussin e Velázquez ma anche attraverso la tipizzazione di alcuni atteggiamenti filosofici (per es. Eraclito come filosofo piangente) e che si conclude con De Chirico e Magritte. Il testo figurativo è qui costantemente in campo e accuratamente indagato senza che l'esito sia una sorta di ubriacatura estetica analoga a quella subita dal giovane Nietzsche nella Nascita della tragedia secondo cui l'arte diviene una superiore attività metafisica che trascende per significato e portata persuasiva il concetto stesso. Ciò non significa che le immagini non possano farsi veicoli di pensiero. Potremmo persino pensare a una vasta galleria di dipinti che sia come una sorta di ampio repertorio di storia della filosofia. Essa potrebbe contemplare, per esempio, La Scuola di Atene di Raffaello, Aristotele e il busto di Omero di Rembrandt, Las meninas di Velázquez e Et in Arcadia ego di Poussin. Dietro un quadro può certo nascondersi o palesarsi - a saperlo leggere - un intero panorama speculativo. Ciò non toglie tuttavia che i problemi filosofici trovino su di un altro piano, quello argomentativo, la loro più compiuta articolazione. Si tratta di cogliere la filosofia così com'essa si presenta nella pittura. Ed è proprio questo per altro - secondo Brandt - il compito del filosofo della pittura che guarda al quadro con questo interesse e non, per esempio, interrogandosi sulla miriade di altri influssi (religiosi, politici, culturali) che esso accoglie in sé dando loro risonanza ed espressione. L'immagine costituisce così un oggetto che, talora, ci parla di filosofia. Per questo dobbiamo interrogarla anche storicamente, essendo tuttavia consapevoli che il suo significato le è intrinseco e non è deposto nella storia delle sue interpretazioni. Tutto questo vale sino al momento in cui non è l'immagine stessa a proporsi come problema, sino a che non è il suo costituirsi nella visione, come avviene per esempio in Monet, il soggetto dell'artista. La domanda offerta dal dipinto è, in questo caso, un quesito apertamente filosofico che proprio nell'immagine trova la propria più adeguata rappresentazione. Entriamo così in un'altra epoca della filosofia della pittura che è quella di cui ancor oggi siamo appassionati spettatori.
una sentenza laica del TAR del Veneto
una segnalazione ricevuta dal "Comitato per la Scuola della Repubblica" comfirenze@inwind.it
L'Unità 17.01.04
«Il crocifisso non può stare nelle aule». Il Tar del Veneto si rivolge all'Alta Corte
di red
Il Tar del Veneto ha rimesso alla Corte Costituzionale la decisione sulla rimozione o meno del crocifisso dalle aule scolastiche, chiesta da una madre di Abano Terme, provincia di Padova, che aveva inoltrato ricorso per annullare una delibera emessa dalla scuola media dei figli. La sentenza è stata emessa dalla prima sezione del tribunale amministrativo, cui la donna, Lautsi Soile, si era rivolta nel 2002, assistita dall'avvocato Luigi Ficarra.
Contro l'istanza della donna si era costituito l'Avvocato dello Stato, in rappresentanza del ministero dell'Istruzione. I giudici - presidente Stefano Baccarini, consiglieri Marco Buricelli e Angelo Gabbricci - affermano che l'istanza «non appare manifestamente infondata» e solleva una questione di legittimità costituzionale, sulla base del principio di laicità dello Stato.
Nella lunga motivazione, i giudici pongono l'accento sulla tesi sostenuta dal ministero, secondo la quale l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è espressamente prescritta da due decreti regolamentari del 1924 e 1928 relativi agli istituti medi ed elementari, norme che seppur datate «sarebbero tuttora in vigore» perchè non abrogate dalle disposizioni del Testo unico delle leggi sulla scuola del 1994. Cioè con le stesse motivazioni adottate per la vicenda di Ofena impugnata da Adel Smith.
Il Tar veneto sostiene invece che «il crocifisso rappresenta la massima icona cristiana, presente in ogni luogo di culto e più di ogni altra venerata». Ma nelle aule, affermano i giudici, «non si può essere certi che sia compatibile con i principi stabiliti dalla Costituzione repubblicana, nell'interpretazione che la Corte ha nel tempo delineato». Perché? Essendo un simbolo strettamente legato a una confessione, quella cristiana, «non pare pienamente conciliabile con la posizione di equidistanza ed imparzialità tra le diverse confessioni che lo Stato deve comunque mantenere, tanto più che la previsione si riferisce agli spazi destinati all'istruzione pubblica, cui tutti possono accedere - e anzi debbono per ricevere l'istruzione obbligatoria - e che lo Stato assume tra i suoi compiti fondamentali, garantendo la libertà d'insegnamento».
Non solo. Diversamente da quanto avviene per l'insegnamento della religione, che gli studenti e i loro genitori liberamente possono accogliere o meno, la presenza del crocifisso - fanno notare i giudici del Tar del Veneto - «viene obbligatoriamente imposta agli studenti e agli stessi insegnanti». Perciò, continuano, la norma che prescrive l'obbligo di esposizione del crocifisso sembra così delineare «una disciplina di favore per la religione cristiana, rispetto alle altre confessioni, attribuendole una posizione di privilegio che secondo i ricordati principi costituzionali non può trovare giustificazione neppure nella sua indubbia maggiore diffusione». Ciò può semmai giustificare nelle singole scuole - si ribadisce - il rispetto di tradizioni religiose come quelle legate al Natale o alla Pasqua, «ma non la generalizzata presenza del crocifisso».
La decisione oggetto dell'impugnazione venne presa il 27 maggio 2002 dal consiglio dell'Istituto Comprensivo "Vittorino Da Feltre" di Abano, dopo che la donna, di nazionalità finlandese, madre di due ragazzi, aveva chiesto di togliere il simbolo religioso dalle pareti.
L'Unità 17.01.04
«Il crocifisso non può stare nelle aule». Il Tar del Veneto si rivolge all'Alta Corte
di red
Il Tar del Veneto ha rimesso alla Corte Costituzionale la decisione sulla rimozione o meno del crocifisso dalle aule scolastiche, chiesta da una madre di Abano Terme, provincia di Padova, che aveva inoltrato ricorso per annullare una delibera emessa dalla scuola media dei figli. La sentenza è stata emessa dalla prima sezione del tribunale amministrativo, cui la donna, Lautsi Soile, si era rivolta nel 2002, assistita dall'avvocato Luigi Ficarra.
Contro l'istanza della donna si era costituito l'Avvocato dello Stato, in rappresentanza del ministero dell'Istruzione. I giudici - presidente Stefano Baccarini, consiglieri Marco Buricelli e Angelo Gabbricci - affermano che l'istanza «non appare manifestamente infondata» e solleva una questione di legittimità costituzionale, sulla base del principio di laicità dello Stato.
Nella lunga motivazione, i giudici pongono l'accento sulla tesi sostenuta dal ministero, secondo la quale l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è espressamente prescritta da due decreti regolamentari del 1924 e 1928 relativi agli istituti medi ed elementari, norme che seppur datate «sarebbero tuttora in vigore» perchè non abrogate dalle disposizioni del Testo unico delle leggi sulla scuola del 1994. Cioè con le stesse motivazioni adottate per la vicenda di Ofena impugnata da Adel Smith.
Il Tar veneto sostiene invece che «il crocifisso rappresenta la massima icona cristiana, presente in ogni luogo di culto e più di ogni altra venerata». Ma nelle aule, affermano i giudici, «non si può essere certi che sia compatibile con i principi stabiliti dalla Costituzione repubblicana, nell'interpretazione che la Corte ha nel tempo delineato». Perché? Essendo un simbolo strettamente legato a una confessione, quella cristiana, «non pare pienamente conciliabile con la posizione di equidistanza ed imparzialità tra le diverse confessioni che lo Stato deve comunque mantenere, tanto più che la previsione si riferisce agli spazi destinati all'istruzione pubblica, cui tutti possono accedere - e anzi debbono per ricevere l'istruzione obbligatoria - e che lo Stato assume tra i suoi compiti fondamentali, garantendo la libertà d'insegnamento».
Non solo. Diversamente da quanto avviene per l'insegnamento della religione, che gli studenti e i loro genitori liberamente possono accogliere o meno, la presenza del crocifisso - fanno notare i giudici del Tar del Veneto - «viene obbligatoriamente imposta agli studenti e agli stessi insegnanti». Perciò, continuano, la norma che prescrive l'obbligo di esposizione del crocifisso sembra così delineare «una disciplina di favore per la religione cristiana, rispetto alle altre confessioni, attribuendole una posizione di privilegio che secondo i ricordati principi costituzionali non può trovare giustificazione neppure nella sua indubbia maggiore diffusione». Ciò può semmai giustificare nelle singole scuole - si ribadisce - il rispetto di tradizioni religiose come quelle legate al Natale o alla Pasqua, «ma non la generalizzata presenza del crocifisso».
La decisione oggetto dell'impugnazione venne presa il 27 maggio 2002 dal consiglio dell'Istituto Comprensivo "Vittorino Da Feltre" di Abano, dopo che la donna, di nazionalità finlandese, madre di due ragazzi, aveva chiesto di togliere il simbolo religioso dalle pareti.
dialetti e lingua
il toscano come lingua nazionale
Corriere della Sera 1.1.04
Come cambia la nostra lingua: un nuovo studio ricostruisce la storia dei dialetti e il loro ruolo nella formazione dell'identità nazionale
E alla fine anche Roma imparò a parlar toscano
di CESARE SEGRE
Si parla molto di lingua e dialetto, in questi tempi. Il primo impulso è venuto da poeti e narratori, specialmente poeti: questi ultimi, a partire da Virgilio Giotti e da Pasolini, hanno dato l'avvio a una grande stagione di scrittura in dialetto, con risultati tra i più alti degli ultimi decenni. D'altra parte, ci si accorge che nella nostra lingua sono in corso forti cambiamenti, e si vorrebbe avere una bussola. La pubblicistica sull'argomento non è povera. Tra i recenti volumi va segnalato uno di Corrado Grassi, Alberto Sobrero e Tullio Telmon, Introduzione alla dialettologia italiana (Laterza, pagine 254, 18), a destinazione universitaria, ma consigliabile a qualsiasi persona colta. Il dialetto è il migliore punto di partenza, dato che i dialetti precedono, nella storia, le lingue: quella italiana ha la sua base, com'è noto, nel dialetto toscano come lo usarono Dante, Petrarca e Boccaccio. In più, è attraverso lo studio dei dialetti che la cosiddetta "geografia linguistica" ha messo in luce molte modalità dello sviluppo degli idiomi, e ora permette di osservare i cambiamenti che si verificano. Lo svelto capitolo iniziale di questo volume traccia le fasi principali della formazione dei dialetti italiani e dell?affermazione, dapprima letteraria, molto più tardi nell'uso quotidiano, del toscano come lingua nazionale.
Per farsi un'idea di questa marcia quasi trionfale, basta pensare che al momento dell'unità d'Italia conosceva l'italiano meno del dieci per cento dei cittadini, tutti dialettofoni, mentre oggi sono quelli che parlano il dialetto in famiglia a costituire una percentuale modesta, dall?otto al ventisette per cento, secondo le regioni.
Può risultare affascinante esaminare, con l'aiuto di cartine, la distribuzione dei dialetti italiani e conoscere i motivi di tante differenze. Ci si rende conto così della serie di successive migrazioni che portarono in Italia prima popoli mediterranei (come, da Nord a Sud, i Liguri e i Reti, i Piceni e gli Etruschi, i Sardi e i Sicani), poi indoeuropei (i Celti e i Venetici, gli Osco-Umbri, i Latini). Sono appunto i Latini che a poco a poco s?imposero sugli altri, sicché la loro lingua divenne quella di tutta l'Italia geografica. Gran parte dei linguisti ritiene che le differenze tra i dialetti italiani risalgano appunto alle tracce lasciate da questi idiomi, prima di estinguersi, nel latino delle varie regioni (si parla di sostrato, quasi uno strato soggiacente alla superficie latina). Ma questo latino già differenziato geograficamente fu ancora modificato, prima di trasformarsi nei dialetti italiani, dalle lingue di successivi invasori, germanici o greci o arabi, che, senza riuscire a imporre le proprie parlate, influirono, zona per zona, sul latino già in trasformazione (e allora si parla di "superstrato"). Guerre di lingue, prodotte dalla storia, cui conseguirono fatti di grande rilievo culturale.
Grassi, Sobrero e Telmon danno pure una caratterizzazione dei principali gruppi dialettali italiani: quello settentrionale e quello centromeridionale (con la Toscana in una posizione privilegiata) e anche dei singoli dialetti, enucleando gli elementi caratterizzanti. Chiunque abbia familiarità con un dialetto ne riconoscerà, per così dire, il ritratto. E naturalmente si soffermano, gli autori, su quegli idiomi, come il sardo e il friulano, che costituiscono dei piccoli sistemi autonomi, con propri dialetti. I raggruppamenti dei dialetti sono anch'essi un portato della storia e della cultura, che in qualche caso sposta situazioni che parevano assodate: così Roma, dai secoli XV e XVI, è diventata, per migrazioni interne, meno "meridionale" e più "toscana".
Alla fine, il volume ci porta alla nostra attività di parlanti. Per la quale abbiamo a disposizione due tipi di scelte linguistiche, combinate in modo complesso: quelle che stanno tra gli estremi lingua-dialetto e quelle che pertengono alla vita associata, dato che ci esprimiamo diversamente secondo gli interlocutori e il genere di discorso che formuliamo (scritto od orale, solenne o quotidiano o familiare, ecc). Col venir meno dei dialetti, il secondo tipo di scelte si arricchisce delle ultime tracce lasciate da questi entro i cosiddetti "italiani regionali", che hanno come fondamento l'italiano standard, ma assorbono dal dialetto particolarità di pronuncia, intonazioni e una piccola parte del lessico. È per questo che comprendiamo subito da che parte d'Italia, o persino da che regione, provengano i nostri interlocutori. Questi italiani regionali costituiscono una riserva espressiva e si legano alla nostra individualità storica.
Però l'accoglimento nella lingua dell'uso di dialettalismi, come di neologismi, specie burocratici, e di parole inglesi, produce spesso dei problemi di comunicazione e suscita reazioni. L'ultima in ordine di tempo quella di Lucio D'Arcangelo (Difesa dell?italiano, ed. Ideazione). Reazione comprensibile, ma idiosincratica e politicizzata, così da sottostimare le motivazioni, ben note, dei fenomeni. D'Arcangelo sciorina un repertorio di affermazioni generiche di linguisti e giornalisti, ma non si addentra in analisi sistematiche; del resto detesta i dialettologi e i sociolinguisti, che queste analisi le hanno già fatte. Sarebbero loro, sembra di capire, che, in combutta con i "progressisti" (parrebbe si alluda particolarmente a De Mauro, non citato, se ho visto bene), vogliono "minare le basi storiche della nostra lingua" (ma non si accenna alla risibile azione, anche militante, della Lega, per rinvigorire i dialetti). E meno male, dice, che c'è Mediaset, dato che la Rai diffonde subdolamente il romanesco.
Il libro, frutto di un'informazione ampia ma farraginosa e unilaterale, dà notizie mirabolanti: per esempio, che solo il 59% dei Francesi parla francese (e gli altri?); oppure che i principi puristi e le teorie manzoniane sono affini. E informazioni imprecise: è vero che il fascismo, dapprima, non avversò i dialetti; ma va aggiunto che ne fu più avanti nemico e persecutore. Gli segnaliamo poi che "verdezza" e "giallezza", da lui ipotizzati come eventuali, futuri mostri linguistici, esistono sin dal XIV e XV secolo, il primo nel Boccaccio: bastava guardare un dizionario storico.
D'Arcangelo, non liberale nè liberista, ohibò, nei riguardi della lingua, vorrebbe interventi dall'alto. E sembra vagheggiare una grammatica e un vocabolario "ufficiali": un'eresia per i linguisti, consapevoli del continuo evolversi della lingua, e dell'impossibilità di decretare, per ogni fatto fonetico o lessicale in uso, quali siano quelli da sancire o meno. Le buone grammatiche, come quella dei Lepschy, precisano situazioni e tendenze, non più. Alla fine però l'autore riconosce che in fatto di lingua le imposizioni sono inefficaci, e si riduce a proporre l'istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua, per elaborare "una politica linguistica coerente con i principi delineati in questo libro". Insomma, si sente già il dominus del nostro futuro linguistico. Che Dio ci scampi, anche perché è facile immaginare che questo Consiglio potrebbe concludere ben poco. Qui si tratta di studiare, capire e proporre, come già fanno da tempo i ricercatori universitari e l'Accademia della Crusca, non di dettare norme astratte e inapplicabili in democrazia.
Come cambia la nostra lingua: un nuovo studio ricostruisce la storia dei dialetti e il loro ruolo nella formazione dell'identità nazionale
E alla fine anche Roma imparò a parlar toscano
di CESARE SEGRE
Si parla molto di lingua e dialetto, in questi tempi. Il primo impulso è venuto da poeti e narratori, specialmente poeti: questi ultimi, a partire da Virgilio Giotti e da Pasolini, hanno dato l'avvio a una grande stagione di scrittura in dialetto, con risultati tra i più alti degli ultimi decenni. D'altra parte, ci si accorge che nella nostra lingua sono in corso forti cambiamenti, e si vorrebbe avere una bussola. La pubblicistica sull'argomento non è povera. Tra i recenti volumi va segnalato uno di Corrado Grassi, Alberto Sobrero e Tullio Telmon, Introduzione alla dialettologia italiana (Laterza, pagine 254, 18), a destinazione universitaria, ma consigliabile a qualsiasi persona colta. Il dialetto è il migliore punto di partenza, dato che i dialetti precedono, nella storia, le lingue: quella italiana ha la sua base, com'è noto, nel dialetto toscano come lo usarono Dante, Petrarca e Boccaccio. In più, è attraverso lo studio dei dialetti che la cosiddetta "geografia linguistica" ha messo in luce molte modalità dello sviluppo degli idiomi, e ora permette di osservare i cambiamenti che si verificano. Lo svelto capitolo iniziale di questo volume traccia le fasi principali della formazione dei dialetti italiani e dell?affermazione, dapprima letteraria, molto più tardi nell'uso quotidiano, del toscano come lingua nazionale.
Per farsi un'idea di questa marcia quasi trionfale, basta pensare che al momento dell'unità d'Italia conosceva l'italiano meno del dieci per cento dei cittadini, tutti dialettofoni, mentre oggi sono quelli che parlano il dialetto in famiglia a costituire una percentuale modesta, dall?otto al ventisette per cento, secondo le regioni.
Può risultare affascinante esaminare, con l'aiuto di cartine, la distribuzione dei dialetti italiani e conoscere i motivi di tante differenze. Ci si rende conto così della serie di successive migrazioni che portarono in Italia prima popoli mediterranei (come, da Nord a Sud, i Liguri e i Reti, i Piceni e gli Etruschi, i Sardi e i Sicani), poi indoeuropei (i Celti e i Venetici, gli Osco-Umbri, i Latini). Sono appunto i Latini che a poco a poco s?imposero sugli altri, sicché la loro lingua divenne quella di tutta l'Italia geografica. Gran parte dei linguisti ritiene che le differenze tra i dialetti italiani risalgano appunto alle tracce lasciate da questi idiomi, prima di estinguersi, nel latino delle varie regioni (si parla di sostrato, quasi uno strato soggiacente alla superficie latina). Ma questo latino già differenziato geograficamente fu ancora modificato, prima di trasformarsi nei dialetti italiani, dalle lingue di successivi invasori, germanici o greci o arabi, che, senza riuscire a imporre le proprie parlate, influirono, zona per zona, sul latino già in trasformazione (e allora si parla di "superstrato"). Guerre di lingue, prodotte dalla storia, cui conseguirono fatti di grande rilievo culturale.
Grassi, Sobrero e Telmon danno pure una caratterizzazione dei principali gruppi dialettali italiani: quello settentrionale e quello centromeridionale (con la Toscana in una posizione privilegiata) e anche dei singoli dialetti, enucleando gli elementi caratterizzanti. Chiunque abbia familiarità con un dialetto ne riconoscerà, per così dire, il ritratto. E naturalmente si soffermano, gli autori, su quegli idiomi, come il sardo e il friulano, che costituiscono dei piccoli sistemi autonomi, con propri dialetti. I raggruppamenti dei dialetti sono anch'essi un portato della storia e della cultura, che in qualche caso sposta situazioni che parevano assodate: così Roma, dai secoli XV e XVI, è diventata, per migrazioni interne, meno "meridionale" e più "toscana".
Alla fine, il volume ci porta alla nostra attività di parlanti. Per la quale abbiamo a disposizione due tipi di scelte linguistiche, combinate in modo complesso: quelle che stanno tra gli estremi lingua-dialetto e quelle che pertengono alla vita associata, dato che ci esprimiamo diversamente secondo gli interlocutori e il genere di discorso che formuliamo (scritto od orale, solenne o quotidiano o familiare, ecc). Col venir meno dei dialetti, il secondo tipo di scelte si arricchisce delle ultime tracce lasciate da questi entro i cosiddetti "italiani regionali", che hanno come fondamento l'italiano standard, ma assorbono dal dialetto particolarità di pronuncia, intonazioni e una piccola parte del lessico. È per questo che comprendiamo subito da che parte d'Italia, o persino da che regione, provengano i nostri interlocutori. Questi italiani regionali costituiscono una riserva espressiva e si legano alla nostra individualità storica.
Però l'accoglimento nella lingua dell'uso di dialettalismi, come di neologismi, specie burocratici, e di parole inglesi, produce spesso dei problemi di comunicazione e suscita reazioni. L'ultima in ordine di tempo quella di Lucio D'Arcangelo (Difesa dell?italiano, ed. Ideazione). Reazione comprensibile, ma idiosincratica e politicizzata, così da sottostimare le motivazioni, ben note, dei fenomeni. D'Arcangelo sciorina un repertorio di affermazioni generiche di linguisti e giornalisti, ma non si addentra in analisi sistematiche; del resto detesta i dialettologi e i sociolinguisti, che queste analisi le hanno già fatte. Sarebbero loro, sembra di capire, che, in combutta con i "progressisti" (parrebbe si alluda particolarmente a De Mauro, non citato, se ho visto bene), vogliono "minare le basi storiche della nostra lingua" (ma non si accenna alla risibile azione, anche militante, della Lega, per rinvigorire i dialetti). E meno male, dice, che c'è Mediaset, dato che la Rai diffonde subdolamente il romanesco.
Il libro, frutto di un'informazione ampia ma farraginosa e unilaterale, dà notizie mirabolanti: per esempio, che solo il 59% dei Francesi parla francese (e gli altri?); oppure che i principi puristi e le teorie manzoniane sono affini. E informazioni imprecise: è vero che il fascismo, dapprima, non avversò i dialetti; ma va aggiunto che ne fu più avanti nemico e persecutore. Gli segnaliamo poi che "verdezza" e "giallezza", da lui ipotizzati come eventuali, futuri mostri linguistici, esistono sin dal XIV e XV secolo, il primo nel Boccaccio: bastava guardare un dizionario storico.
D'Arcangelo, non liberale nè liberista, ohibò, nei riguardi della lingua, vorrebbe interventi dall'alto. E sembra vagheggiare una grammatica e un vocabolario "ufficiali": un'eresia per i linguisti, consapevoli del continuo evolversi della lingua, e dell'impossibilità di decretare, per ogni fatto fonetico o lessicale in uso, quali siano quelli da sancire o meno. Le buone grammatiche, come quella dei Lepschy, precisano situazioni e tendenze, non più. Alla fine però l'autore riconosce che in fatto di lingua le imposizioni sono inefficaci, e si riduce a proporre l'istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua, per elaborare "una politica linguistica coerente con i principi delineati in questo libro". Insomma, si sente già il dominus del nostro futuro linguistico. Che Dio ci scampi, anche perché è facile immaginare che questo Consiglio potrebbe concludere ben poco. Qui si tratta di studiare, capire e proporre, come già fanno da tempo i ricercatori universitari e l'Accademia della Crusca, non di dettare norme astratte e inapplicabili in democrazia.
venerdì 16 gennaio 2004
Damasio su Spinoza
«la nostra mente si nutre di emozioni»
Repubblica 16.1.04
un saggio su Spinoza del neurofisiologo Antonio Damasio
LA NOSTRA MENTE SI NUTRE DI EMOZIONI
Il motore primario delle nostre reazioni al mondo esterno, le pulsioni come le definì Sigmund Freud, sono gioia e dolore
Le straordinarie intuizioni del filosofo olandese possono essere stimolanti anche alla luce delle scoperte scientifiche attuali
di FRANCO PRATTICO
Ancora una volta bisognerà ammettere (un´ammissione che potrebbe dare fastidio ad alcuni scienziati) che talvolta la filosofia fornisce alla scienza strumenti affilati per la sua indagine sul mondo. Anche se in questo caso si tratta di uno dei più grandi filosofi del Seicento, Baruch de Spinoza, che può essere considerato un padre dell´Illuminismo e del pensiero moderno europeo in generale, e di uno scienziato un po´ particolare, il portoghese americano Antonio Damasio, neurofisiologo e cognitivista, che dopo aver liquidato anni fa Descartes e il suo dualismo in L´Errore di Cartesio, sceglie adesso l´anticartesiano per eccellenza, Baruch de Spinoza, suo lontano compaesano (Spinoza discendeva da una famiglia di ebrei portoghesi, naturalizzati in Olanda) per costruire una originale riflessione su ciò che l´indagine scientifica, condotta con gli strumenti più raffinati delle neuroscienze moderne, può dirci sull´eterno problema del rapporto tra cervello e mente. E in quale misura le straordinarie intuizioni di Spinoza, che investivano anche appunto il rapporto tra mente e cervello umano - e che al filosofo seicentesco di Amsterdam fruttarono non solo la scomunica della comunità ebraica portoghese-olandese alla quale apparteneva, ma anche la condanna e l´interdizione di cattolici e luterani (i suoi scarsi libri, e in particolare l´Ethica, pubblicata postuma, poterono circolare liberamente in Europa solo nella seconda metà dell´Ottocento) - possono oggi essere illuminanti anche nel quadro dei risultati delle neuroscienze attuali, o almeno delle ipotesi di lavoro dello stesso Damasio.
In questo caso - ossia nel testo dedicato a Spinoza (Alla ricerca di Spinoza: emozioni, sentimenti e cervello, Biblioteca scientifica Adelphi, pagg. 424, euro 30) - Damasio parte dalle sue già affermate ipotesi sul rapporto tra cervello e mente e Spinoza rappresenta qui il riferimento forte (e a suo tempo «scandaloso») a una idea «monista», che nonostante le persecuzioni si radicò profondamente nella cultura europea già nel Settecento, che postulava la identificazione tra il corpo (ossia il cervello) e quella sfuggente entità o quel processo ove si formano i nostri pensieri e che chiamiamo mente, andando cioè al di là del dualismo cartesiano tra mente (res cogitans) e materia (res extensa). «Nella mente - affermava Spinoza - non c´è nessuna volontà assoluta, cioè libera, ma essa (volontà) è determinata da una causa, determinata (a sua volta) da un´altra e così all´infinito» (Ethica, prima parte, proposizione 48).
Il reale motore delle nostre volizioni sono gli affetti elementari, che riguardano direttamente o indirettamente lo stato delle regioni del nostro corpo, e che Spinoza riassume in «letizia o tristezza» e che sono l´effetto della nostra interazione col mondo. Schiavi quindi di determinazioni esterne. Ma «ciò che ci rende schiavi sono gli affetti», la nostra dipendenza appunto da letizia e tristezza, ossia da stimoli a cui non possiamo non rispondere. Siamo parte di un´unica sostanza dalle infinite determinazioni, il famoso Deus sive natura spinoziano, che rappresenta l´unica sostanza priva di determinazioni, che è causa di se stessa, e di cui ogni fenomeno è manifestazione, in un labirinto di cause ed effetti dal quale non possiamo uscire. Un Dio che non dobbiamo temere perché non ci punirà né ci premierà: «Quando non siamo gentili con gli altri - scrive Damasio - puniamo noi stessi e ci neghiamo l´opportunità di raggiungere la pace e la felicità interiori». Perché il dio di Spinoza è natura e si manifesta nelle creature viventi, e perciò le nostre azioni dovrebbero essere conformi alla natura di questo dio: ossia una vita virtuosa e rispettosa degli altri, possibilmente in una società libera e democratica, temperando le proprie passioni grazie alla conoscenza.
Punto di partenza della lettura spinoziana di Damasio sono quindi le emozioni, o quanto meno quelle fondamentali, proprie a tutto il mondo animale: vale a dire le reazioni agli stimoli e alle percezioni che ci vengono dal mondo esterno e che sono fondamentali per la sopravvivenza e sono state perciò conservate e potenziate dall´evoluzione per selezione naturale. Vale a dire paura, fame, rabbia, appetiti elementari e anche condizioni più generali, come la tristezza e persino la felicità (la «laetitia» appunto di Spinoza). Perché il motore primario delle nostre reazioni al mondo esterno - quello che Spinoza definiva il «conatus», e che per Damasio equivale in una certa misura alle «pulsioni» freudiane - sono appunto gioia e dolore. Le emozioni, nella nostra specie come in altre, rappresentano le risposte primordiali utili alla sopravvivenza dell´organismo (localizzabili, insiste Damasio, nell´amigdala, nel cingolo, nel lobo temporale, nel tronco encefalico), risposte che hanno alla base dolore e piacere. Su queste emozioni primarie - biologiche - si innestano poi le «emozioni sociali», che si trasformano in dictat comportamentali: empatia, senso di colpa, compassione, imbarazzo, vergogna, orgoglio, gelosia, invidia, gratitudine, ammirazione, indignazione e disprezzo. E´ su di esse che nel corso della storia della nostra specie verranno poi costruiti i meccanismi elementari della regolamentazione sociale.
Ma, osserva Damasio, va tenuto presente che alla base delle emozioni, primarie e sociali, non vi è semplicemente il cervello, anche se oggi la ricerca neurologica riesce a individuare le regioni cerebrali interessate, ma l´intero organismo, i cui messaggi e segnali il cervello registra ed elabora. E´ quindi il corpo, che rappresenta l´humus su cui si costruiscono le emozioni, o meglio l´origine delle sonde che attraverso la rete dei nervi informano le aree deputate del cervello dello stato di ogni singola regione del nostro organismo. Le emozioni perciò afferiscono al corpo, sono le «frasi» che le singole regioni dell´organismo trasmettono al cervello, perché alla fine costruisca la mente: «La mente esiste - scrive Damasio - perché c´è un corpo che la rifornisce di contenuti». E a loro volta è dalle emozioni, dai messaggi corporei, che nascono immagini, sentimenti, stati mentali. Quegli stati mentali che definiamo sentimenti nascerebbero quindi dal controllo delle mappe neuronali del corpo rappresentate nel cervello. «Sulla base della moderna neurofisiologia - prosegue Damasio - possiamo dire che le immagini (mentali, n.d.r.) sorgono nel cervello grazie ai segnali afferenti dal corpo». E la coscienza (quindi la consapevolezza della propria identità) è il prodotto del processo in base al quale sentimenti e pensieri si intrecciano con le informazioni e le richieste che sgorgano dal nostro corpo. Il teatro dei nostri sentimenti - e per deriva anche dei nostri pensieri, delle idee - è quindi il corpo. Ma i sentimenti, una volta elaborati, rappresentano risposte non stereotipate alle informazioni corporee fornite dalle emozioni. Da questo, ossia dalle emozioni come segnali di regioni del corpo che informano il cervello, o meglio le regioni cerebrali a ciò deputate, Damasio approda alla elaborazione delle emozioni compiuta successivamente dal cervello, e alla loro trasformazione in pensieri, in idee, in scelte di strategie di risposta al mondo esterno, insomma in eventi mentali, che quindi infine così costruiscono la mente, che di questo complesso processo è il risultato. «Oggi - osserva il neuroscienziato portoghese-americano - è possibile indagare le aree neuronali dove sono localizzati i sentimenti», costruendo quindi una neurobiologia delle emozioni e dei sentimenti.
un saggio su Spinoza del neurofisiologo Antonio Damasio
LA NOSTRA MENTE SI NUTRE DI EMOZIONI
Il motore primario delle nostre reazioni al mondo esterno, le pulsioni come le definì Sigmund Freud, sono gioia e dolore
Le straordinarie intuizioni del filosofo olandese possono essere stimolanti anche alla luce delle scoperte scientifiche attuali
di FRANCO PRATTICO
Ancora una volta bisognerà ammettere (un´ammissione che potrebbe dare fastidio ad alcuni scienziati) che talvolta la filosofia fornisce alla scienza strumenti affilati per la sua indagine sul mondo. Anche se in questo caso si tratta di uno dei più grandi filosofi del Seicento, Baruch de Spinoza, che può essere considerato un padre dell´Illuminismo e del pensiero moderno europeo in generale, e di uno scienziato un po´ particolare, il portoghese americano Antonio Damasio, neurofisiologo e cognitivista, che dopo aver liquidato anni fa Descartes e il suo dualismo in L´Errore di Cartesio, sceglie adesso l´anticartesiano per eccellenza, Baruch de Spinoza, suo lontano compaesano (Spinoza discendeva da una famiglia di ebrei portoghesi, naturalizzati in Olanda) per costruire una originale riflessione su ciò che l´indagine scientifica, condotta con gli strumenti più raffinati delle neuroscienze moderne, può dirci sull´eterno problema del rapporto tra cervello e mente. E in quale misura le straordinarie intuizioni di Spinoza, che investivano anche appunto il rapporto tra mente e cervello umano - e che al filosofo seicentesco di Amsterdam fruttarono non solo la scomunica della comunità ebraica portoghese-olandese alla quale apparteneva, ma anche la condanna e l´interdizione di cattolici e luterani (i suoi scarsi libri, e in particolare l´Ethica, pubblicata postuma, poterono circolare liberamente in Europa solo nella seconda metà dell´Ottocento) - possono oggi essere illuminanti anche nel quadro dei risultati delle neuroscienze attuali, o almeno delle ipotesi di lavoro dello stesso Damasio.
In questo caso - ossia nel testo dedicato a Spinoza (Alla ricerca di Spinoza: emozioni, sentimenti e cervello, Biblioteca scientifica Adelphi, pagg. 424, euro 30) - Damasio parte dalle sue già affermate ipotesi sul rapporto tra cervello e mente e Spinoza rappresenta qui il riferimento forte (e a suo tempo «scandaloso») a una idea «monista», che nonostante le persecuzioni si radicò profondamente nella cultura europea già nel Settecento, che postulava la identificazione tra il corpo (ossia il cervello) e quella sfuggente entità o quel processo ove si formano i nostri pensieri e che chiamiamo mente, andando cioè al di là del dualismo cartesiano tra mente (res cogitans) e materia (res extensa). «Nella mente - affermava Spinoza - non c´è nessuna volontà assoluta, cioè libera, ma essa (volontà) è determinata da una causa, determinata (a sua volta) da un´altra e così all´infinito» (Ethica, prima parte, proposizione 48).
Il reale motore delle nostre volizioni sono gli affetti elementari, che riguardano direttamente o indirettamente lo stato delle regioni del nostro corpo, e che Spinoza riassume in «letizia o tristezza» e che sono l´effetto della nostra interazione col mondo. Schiavi quindi di determinazioni esterne. Ma «ciò che ci rende schiavi sono gli affetti», la nostra dipendenza appunto da letizia e tristezza, ossia da stimoli a cui non possiamo non rispondere. Siamo parte di un´unica sostanza dalle infinite determinazioni, il famoso Deus sive natura spinoziano, che rappresenta l´unica sostanza priva di determinazioni, che è causa di se stessa, e di cui ogni fenomeno è manifestazione, in un labirinto di cause ed effetti dal quale non possiamo uscire. Un Dio che non dobbiamo temere perché non ci punirà né ci premierà: «Quando non siamo gentili con gli altri - scrive Damasio - puniamo noi stessi e ci neghiamo l´opportunità di raggiungere la pace e la felicità interiori». Perché il dio di Spinoza è natura e si manifesta nelle creature viventi, e perciò le nostre azioni dovrebbero essere conformi alla natura di questo dio: ossia una vita virtuosa e rispettosa degli altri, possibilmente in una società libera e democratica, temperando le proprie passioni grazie alla conoscenza.
Punto di partenza della lettura spinoziana di Damasio sono quindi le emozioni, o quanto meno quelle fondamentali, proprie a tutto il mondo animale: vale a dire le reazioni agli stimoli e alle percezioni che ci vengono dal mondo esterno e che sono fondamentali per la sopravvivenza e sono state perciò conservate e potenziate dall´evoluzione per selezione naturale. Vale a dire paura, fame, rabbia, appetiti elementari e anche condizioni più generali, come la tristezza e persino la felicità (la «laetitia» appunto di Spinoza). Perché il motore primario delle nostre reazioni al mondo esterno - quello che Spinoza definiva il «conatus», e che per Damasio equivale in una certa misura alle «pulsioni» freudiane - sono appunto gioia e dolore. Le emozioni, nella nostra specie come in altre, rappresentano le risposte primordiali utili alla sopravvivenza dell´organismo (localizzabili, insiste Damasio, nell´amigdala, nel cingolo, nel lobo temporale, nel tronco encefalico), risposte che hanno alla base dolore e piacere. Su queste emozioni primarie - biologiche - si innestano poi le «emozioni sociali», che si trasformano in dictat comportamentali: empatia, senso di colpa, compassione, imbarazzo, vergogna, orgoglio, gelosia, invidia, gratitudine, ammirazione, indignazione e disprezzo. E´ su di esse che nel corso della storia della nostra specie verranno poi costruiti i meccanismi elementari della regolamentazione sociale.
Ma, osserva Damasio, va tenuto presente che alla base delle emozioni, primarie e sociali, non vi è semplicemente il cervello, anche se oggi la ricerca neurologica riesce a individuare le regioni cerebrali interessate, ma l´intero organismo, i cui messaggi e segnali il cervello registra ed elabora. E´ quindi il corpo, che rappresenta l´humus su cui si costruiscono le emozioni, o meglio l´origine delle sonde che attraverso la rete dei nervi informano le aree deputate del cervello dello stato di ogni singola regione del nostro organismo. Le emozioni perciò afferiscono al corpo, sono le «frasi» che le singole regioni dell´organismo trasmettono al cervello, perché alla fine costruisca la mente: «La mente esiste - scrive Damasio - perché c´è un corpo che la rifornisce di contenuti». E a loro volta è dalle emozioni, dai messaggi corporei, che nascono immagini, sentimenti, stati mentali. Quegli stati mentali che definiamo sentimenti nascerebbero quindi dal controllo delle mappe neuronali del corpo rappresentate nel cervello. «Sulla base della moderna neurofisiologia - prosegue Damasio - possiamo dire che le immagini (mentali, n.d.r.) sorgono nel cervello grazie ai segnali afferenti dal corpo». E la coscienza (quindi la consapevolezza della propria identità) è il prodotto del processo in base al quale sentimenti e pensieri si intrecciano con le informazioni e le richieste che sgorgano dal nostro corpo. Il teatro dei nostri sentimenti - e per deriva anche dei nostri pensieri, delle idee - è quindi il corpo. Ma i sentimenti, una volta elaborati, rappresentano risposte non stereotipate alle informazioni corporee fornite dalle emozioni. Da questo, ossia dalle emozioni come segnali di regioni del corpo che informano il cervello, o meglio le regioni cerebrali a ciò deputate, Damasio approda alla elaborazione delle emozioni compiuta successivamente dal cervello, e alla loro trasformazione in pensieri, in idee, in scelte di strategie di risposta al mondo esterno, insomma in eventi mentali, che quindi infine così costruiscono la mente, che di questo complesso processo è il risultato. «Oggi - osserva il neuroscienziato portoghese-americano - è possibile indagare le aree neuronali dove sono localizzati i sentimenti», costruendo quindi una neurobiologia delle emozioni e dei sentimenti.
Romano Bilenchi
non aspettò l'invasione dell'Ungheria
Repbblica 16.1.04
Sul "Caffè" alcuni inediti
BILENCHI E LO SCONTRO COL PARTITO COMUNISTA
di NELLO AJELLO
Ombroso, impulsivo, profondamente toscano, Romano Bilenchi (1909-1989) è stato, oltre che un narratore raffinato e avaro di sé, un testimone della cultura e della politica del Novecento. Alcune lettere finora inedite appaiono nell´ultimo numero (novembre-dicembre 2003) del Caffè illustrato, diretto da Walter Pedullà. Ne emergono i tratti essenziali del personaggio: onestà personale, disprezzo per i burocrati d´ogni risma, fedeltà alle amicizie.
Legato in gioventù alla corrente letteraria di Strapaese, che aveva fra i suoi banditori il concittadino Mino Maccari - erano entrambi di Colle Val d´Elsa - Bilenchi dedicava un ammirato rispetto alle tradizioni della propria terra, che conciliava con un ruvido fascismo popolaresco, alla Ottone Rosai. Suoi bersagli erano i circoli letterari, assai autorevoli nella Firenze ermetica, e d´estate fiorenti nella vicina Versilia. Era Forte dei Marmi secondo lui - e in questo senso ne scriveva nel gennaio del '32 all´amico Eugenio Galvano - la località adatta per vedere e sentire «come sono fessi i letterati». Ne salvava pochi: Maccari, che per la statura e l´età chiamava «il Piccolo Padre», Ardengo Soffici ribattezzato «Il Santo», ed Elio Vittorini. Di molti altri metteva in ridicolo le ansie metafisiche. Quanto a lui, se ne preservava con distacco vernacolo: «Tormenti spirituali non ne ho», confidava a Galvano, «tolti quelli per la potta delle figliole di Siena».
All´autore di Conversazione in Sicilia è dedicata un´altra delle lettere pubblicate dal Caffè. Si riferisce a una vicenda cruciale della vita di Bilenchi: le sue dimissioni dal quotidiano comunista Il nuovo Corriere di Firenze. Ne aveva assunto la guida nel 1948, dopo essere stato vicedirettore della rivista Società e aver collaborato alla nascita del Contemporaneo. Bilenchi, come molti ex fascisti di sinistra, era entrato in quel «partito nuovo» che vedeva incarnarsi in Togliatti, ma con qualche riserva libertaria. Quelle nutrite dallo scrittore di Colle Val d´Elsa rappresentavano, in fondo, il vero lievito di un giornale in cui sembrava prolungarsi lo spirito «unitario» del Cln.
La vena protestataria di Bilenchi traboccò nel luglio del '56, in occasione della rivolta popolare esplosa nella città polacca di Poznan e della cruenta repressione che ne seguì: episodi che il Pci tendeva ad archiviare come manovrati dai «nemici di classe». «I morti di Poznan sono morti nostri», proclamò invece, in un «fondo», il direttore del Nuovo Corriere. E in capo a un mese il giornale venne soppresso.
Violento e durevole fu lo strascico emotivo che questa decisione lasciò nella vita di Bilenchi. Nella lettera a Vittorini del settembre '56, egli parla dei comunisti con sdegno, li chiama «loro», e gli attribuisce calunnie cui il «carissimo Elio» non dovrà credere: «Figurati se vado all´Unità di Milano. I miei rapporti con loro sono tesi», e tali resteranno. Più tardi, nel gennaio del '72, rivelerà a un altro amico, Silvio Guarnieri, che «dentro il partito c´era e c´è ancora una banda nefasta», così ramificata da isolare il vertice di Botteghe Oscure. «Perché non raggiungessi Togliatti mi costrinsero a dare le dimissioni». E l´amarezza sembra coglierlo quando annota che a essere «trattato bestialmente» è «uno come me» che ha «speso un´intera vita per diventare comunista».
Ancora negli ultimi anni di vita, chi lo andava a trovare nella sua casa fiorentina di via Brunetto Latini per documentarsi su questo o quell´episodio del Pci, lo scorgeva in preda all´ «incazzatura personale» che aveva provato in quell´estate del '56. L´autore della Siccità e del Bottone di Stalingrado era fiero del suo ruolo di profeta, al punto da esaltare forse oltre il dovuto il proprio ruolo politico. «Il Nuovo Corriere», ha scritto nel 1982 a Goffredo Fofi, «non arrivò all´insurrezione ungherese... Io feci casino prima, ai fatti di Poznan». E «fui fatto fuori perché ero l´ultimo bersaglio togliattiano».
Sul "Caffè" alcuni inediti
BILENCHI E LO SCONTRO COL PARTITO COMUNISTA
di NELLO AJELLO
Ombroso, impulsivo, profondamente toscano, Romano Bilenchi (1909-1989) è stato, oltre che un narratore raffinato e avaro di sé, un testimone della cultura e della politica del Novecento. Alcune lettere finora inedite appaiono nell´ultimo numero (novembre-dicembre 2003) del Caffè illustrato, diretto da Walter Pedullà. Ne emergono i tratti essenziali del personaggio: onestà personale, disprezzo per i burocrati d´ogni risma, fedeltà alle amicizie.
Legato in gioventù alla corrente letteraria di Strapaese, che aveva fra i suoi banditori il concittadino Mino Maccari - erano entrambi di Colle Val d´Elsa - Bilenchi dedicava un ammirato rispetto alle tradizioni della propria terra, che conciliava con un ruvido fascismo popolaresco, alla Ottone Rosai. Suoi bersagli erano i circoli letterari, assai autorevoli nella Firenze ermetica, e d´estate fiorenti nella vicina Versilia. Era Forte dei Marmi secondo lui - e in questo senso ne scriveva nel gennaio del '32 all´amico Eugenio Galvano - la località adatta per vedere e sentire «come sono fessi i letterati». Ne salvava pochi: Maccari, che per la statura e l´età chiamava «il Piccolo Padre», Ardengo Soffici ribattezzato «Il Santo», ed Elio Vittorini. Di molti altri metteva in ridicolo le ansie metafisiche. Quanto a lui, se ne preservava con distacco vernacolo: «Tormenti spirituali non ne ho», confidava a Galvano, «tolti quelli per la potta delle figliole di Siena».
All´autore di Conversazione in Sicilia è dedicata un´altra delle lettere pubblicate dal Caffè. Si riferisce a una vicenda cruciale della vita di Bilenchi: le sue dimissioni dal quotidiano comunista Il nuovo Corriere di Firenze. Ne aveva assunto la guida nel 1948, dopo essere stato vicedirettore della rivista Società e aver collaborato alla nascita del Contemporaneo. Bilenchi, come molti ex fascisti di sinistra, era entrato in quel «partito nuovo» che vedeva incarnarsi in Togliatti, ma con qualche riserva libertaria. Quelle nutrite dallo scrittore di Colle Val d´Elsa rappresentavano, in fondo, il vero lievito di un giornale in cui sembrava prolungarsi lo spirito «unitario» del Cln.
La vena protestataria di Bilenchi traboccò nel luglio del '56, in occasione della rivolta popolare esplosa nella città polacca di Poznan e della cruenta repressione che ne seguì: episodi che il Pci tendeva ad archiviare come manovrati dai «nemici di classe». «I morti di Poznan sono morti nostri», proclamò invece, in un «fondo», il direttore del Nuovo Corriere. E in capo a un mese il giornale venne soppresso.
Violento e durevole fu lo strascico emotivo che questa decisione lasciò nella vita di Bilenchi. Nella lettera a Vittorini del settembre '56, egli parla dei comunisti con sdegno, li chiama «loro», e gli attribuisce calunnie cui il «carissimo Elio» non dovrà credere: «Figurati se vado all´Unità di Milano. I miei rapporti con loro sono tesi», e tali resteranno. Più tardi, nel gennaio del '72, rivelerà a un altro amico, Silvio Guarnieri, che «dentro il partito c´era e c´è ancora una banda nefasta», così ramificata da isolare il vertice di Botteghe Oscure. «Perché non raggiungessi Togliatti mi costrinsero a dare le dimissioni». E l´amarezza sembra coglierlo quando annota che a essere «trattato bestialmente» è «uno come me» che ha «speso un´intera vita per diventare comunista».
Ancora negli ultimi anni di vita, chi lo andava a trovare nella sua casa fiorentina di via Brunetto Latini per documentarsi su questo o quell´episodio del Pci, lo scorgeva in preda all´ «incazzatura personale» che aveva provato in quell´estate del '56. L´autore della Siccità e del Bottone di Stalingrado era fiero del suo ruolo di profeta, al punto da esaltare forse oltre il dovuto il proprio ruolo politico. «Il Nuovo Corriere», ha scritto nel 1982 a Goffredo Fofi, «non arrivò all´insurrezione ungherese... Io feci casino prima, ai fatti di Poznan». E «fui fatto fuori perché ero l´ultimo bersaglio togliattiano».
gli illuministi
intervista impossibile con il generale Caracciolo (1752-1799)
Repubblica, edizione di Palermo 16.1.04
È arrivato nella Sicilia, ancora feudale, nel 1781
E per cinque anni ha lottato contro i mulini a vento
Caracciolo, il vicerè illuminista avversato dai baroni e dal popolo
"Volevo governare con la ragione e ho perso tutto"
"La mia aspirazione era portare il progresso sulla scia dei cambiamenti in Europa, invece mi ricordano perché volevo accorciare il Festino come fosse stato il capriccio di un originale"
"Sono i ricordi a fare la differenza fra noi, e sono contento dei miei Pensi, se fossi stato uno dei nobili che cercarono di distruggermi come il principe di Partanna, che pesante fardello avrei da portare"
"Se offri al cittadino la possibilità di allontanare i suoi parassiti e abolisci le servitù feudali e l´Inquisizione te lo ritroverai lo stesso nemico"
"Ai miei tempi nell´Isola erano tutti prigionieri del tempo circolare che riporta sempre al punto di partenza per perpetuare i privilegi"
di AMELIA CRISANTINO
Eccellenza...
«Lascia perdere, sono sempre stato contrario a questi titoli. Dopo tanti anni, cosa vuoi che sia rimasto della mia eccellenza. Siamo sabbia che scorre, siamo granelli. Tutti cittadini, dentro la clessidra del tempo. Chiamami col mio grado».
Marchese, allora.
«Anche se questi titoli avessero un significato, non sono mai stato un vero marchese. Ero cadetto, il titolo me l´ha ceduto mio fratello».
Ministro?
«Non per forza con l´ultimo mio grado. Chiamami con quello che mi è costato lacrime e sangue».
Viceré, per forza.
«Preferisco cittadino viceré, se non hai obiezioni. In fondo sono un sentimentale, ci tengo a salvare i miei ricordi. Sono i ricordi che fanno la differenza fra noi. A guardare come vanno le cose, meno male che ho i miei ricordi. Pensa se avessi quelli di un altro, se per un capriccio della sorte io fossi stato, che so, uno dei baroni che fecero di tutto per distruggermi. Se fossi stato il principe di Partanna, o quello di Valguarnera, o quel pedante del marchese di Villabianca. Vedi un po´ con che ricordi sarei costretto a convivere. Meno male che sono stato me stesso».
Cittadino viceré, ho attraversato contrade fantastiche per avere l´onore di incontrarvi.
«Dalla Sicilia, quasi nessuno passa a trovarmi. Mi rievocano in qualche accademica discussione, di quelle dove ci metto poco a sentirmi intrappolato. Ogni tanto ricordano che volevo accorciare il Festino, come fosse stato il capriccio d´un originale. Per il resto, tutto tace. E si consuma il grande imbroglio del progresso inseguito a parole, mentre nessuno vuole poi raggiungerlo. Metti che questo progresso arriva, come fosse un viaggiatore che fa una fermata anche nella patria degli dei. Potrebbe arrivare solo di notte, in incognito. A passi felpati, come un ladro. Per sorprenderli nel sonno. E farsi poi bandire, come fosse il più pericoloso dei briganti».
Cittadino viceré, quella della Sicilia è una storia tragica?
«La prima volta che mi occupai di quell´isola ero ancora a Londra, molti anni prima d´arrivare a Palermo. Ero ambasciatore del re di Napoli, tenevo occhi e orecchie ben aperti. Eravamo dentro i rutilanti inizi della civiltà commerciale, che avrebbe poi tutto travolto con la forza di innumerevoli oggetti di scarso valore. Di quelli che, presi uno per uno, non ci avresti scommesso un soldo. Ma questo è un altro argomento? anche se tutto s´intreccia, specie se visto dalla mia prospettiva. Comunque ero là, nel tempio della civiltà del commercio, il luogo dove si vendevano anche le pietre delle strade. E che vedo? M´accorgo che le sete siciliane erano d´ottima qualità, ma buttate via. Esportate grezze per ignoranza, per incompetenza tecnica. Vendute sulla piazza di Londra per molto meno delle sete lombarde. Che erano raffinate, ben lavorate. Ma sempre di qualità inferiore restavano. Ho cercato un rimedio. Ho invitato il governo a proteggere un´industria antica e in decadenza, e suggerito ai produttori come risollevare le loro sorti. Qualcosa si fece».
Quello delle industrie mancanti, o in qualche modo difettose, è un problema antico. Mai risolto.
«Mi sorprendo a pensare che forse il problema vero è quello del progresso. Quand´ero a Parigi, il piacere della conversazione dava alla testa come un vino frizzante. Tutto sembrava facile, possibile. Le catene della servitù si rompevano dappertutto, gli esseri umani conquistavano la libertà, la coscienza».
La Sicilia era un´isola lontana da tutto questo. La sua tradizione era tutta all´opposto dell´illuminismo.
«Se arrivi e offri ad un popolo la possibilità di allontanare i suoi parassiti, se vuoi levare le servitù feudali e il tribunale dell´inquisizione, se vuoi costruire strade e impiantare manifatture, allora metti in conto che ci saranno resistenze, che i vecchi privilegi faranno sentire la loro forza d´inerzia. Ma pensi che le nuove idee non sarà possibile fermarle, come non è possibile bloccare una gemma e non farla diventare fiore e frutto».
La società non segue le leggi della natura.
«M´accorsi subito che stavano buttando il momento giusto, persi a sognare il passato invece che costruire il futuro. M´illudevo che bastasse lavorare, adoperare i miei poteri come un grimaldello. Perché anche nelle profondità si allentassero, e infine si rompessero, gli innumerevoli legacci che bloccavano quel progresso che altrove andava veloce. Invece mi sbagliavo. L´errore è stato mio, mio e dei miei amici illuministi».
Chissà, forse il progresso non può trapiantarsi da un posto all´altro.
«Eravamo ingenui, adesso lo capisco. Tutti a pensare che il tempo andasse sempre avanti, che la forza delle idee avrebbe sollevato le coscienze. Ma il tempo non è per forza lineare, non si deve a tutti i costi andare avanti. Il tempo può anche essere circolare. Non dico che possa tornare indietro, questo no, non mi sembra possibile. Però può girare sui solchi già tracciati, e dare quell´illusione di eterno presente di cui ha parlato qualche filosofo».
Cittadino viceré, come è cominciata questa storia? È forse colpa del delirio per un inventato passato glorioso? C´entrano quelle vuote tradizioni con cui s´incoronano gli sciocchi? Perché questo rifiuto a rompere il tempo circolare?
«Ogni cosa ha il suo peso, chi può negarlo. La cultura del privilegio genera il tempo circolare, la sua natura è nella conservazione, nella ripetizione. In fondo un atteggiamento di debolezza, di difesa. Lo Stato e i baroni, come dire un eterno, incuboso medioevo. Si dannavano per restare fermi, ma anche i baroni sono passati. Comunque, io non ho responsi. Non credo nei rimedi che sanno di miracolo».
Cittadino vicerè, oggi la ragione e i ragionamenti non hanno gran seguito. La ragione argomenta, e non tutti sanno tenere il filo. Vince chi strombazza di rimedi miracolosi. Dicono che faranno un ponte, una meraviglia della tecnica per unire l´isola al continente. Così tutto andrà per il meglio.
«Ai miei tempi ci volevano quattro giorni di mare per arrivare da Napoli a Palermo. In mezzo ai pericoli, sempre con la paura di avvistare i pirati. Ci sono ancora i pirati?».
Non ci sono più, da lungo tempo. Ci sono i barconi dei clandestini. Ma non praticano quel tratto di mare.
«Se sul mare ci si muove alla stessa velocità che sulla terraferma, perché disturbare l´equilibrio della natura? In quei posti la terra è ballerina. Meditavo di farne la mia residenza, quando nel 1783 il terremoto offese Messina. La città non si riprese più».
Cittadino viceré, so che avete fatto dei piani per sviluppare i commerci.
«Per un armonico sviluppo dei commerci, è importante che vi sia una celere via di collegamento fra le città. La costruzione di un´agevole via fra Palermo e Messina fu tra i miei primi programmi. Il Senato della città mi osteggiava, non ne vedeva l´utilità. Ero io, il viceré Caracciolo, a volerla. E il Senato era contrario a tutte le mie idee. Si cominciò comunque, con grandi ritardi. Io, andavo di persona a controllare i lavori. Scoprii imbrogli e malversazioni da non crederci. Appalti truccati, spese enormi, ladroneggi. Per farla breve, alla mia partenza i lavori furono sospesi. Con buona pace di quanti s´erano adoperati per avversarli».
Senza le strade non possono farsi i commerci. Questo ormai lo sanno tutti. La celere via fra Palermo e Messina sta per essere completata. Ma davvero io mi chiedo, e non trovo risposta: come ha potuto il tornaconto di alcuni fermare il progresso di tutti?
«Mancava un ceto medio, quello da cui si genera la ricchezza delle nazioni. Continuò a mancare, anche se tentai di tutto per provocarne la nascita. Ma nessuno può diventare la levatrice della storia, se prima non è matura la creatura. Difficile che maturi, quando i paludati vestimenti chiudono il corpo sociale in un´artificiosa impalcatura, che sembra tenerlo in piedi ma gli impedisce di generare».
La ricchezza delle nazioni porta ad un armonico sviluppo del corpo sociale. O forse è l´armonico sviluppo del corpo sociale che porta alla ricchezza delle nazioni. Magari entrambe le cose.
«Quando arrivai a Palermo, subito vidi che tutti i manufatti erano prodotti da altre nazioni, che qui le esportavano. Pensai d´essere arrivato in un posto povero del suo, che niente riusciva a cavar fuori dalle sue viscere. Quale fu la mia meraviglia, nello scoprire che le materie prime per quei manufatti erano prodotte in quell´isola. Vendute e imbarcate allo stato informe, vi tornavano trasformate in molteplici oggetti finiti. Partivano le pelli e arrivavano i cappelli. Con la canapa, altri fabbricavano funi e corde. Un miracolo distante trasformava la potassa in cristalli. S´imbarcavano balle di lana e matasse di seta, e arrivavano i panni che vestivano gli abitanti dell´isola felice: dove non si fabbricavano chiodi e nemmeno spilli o aghi o calze. Persino l´olio veniva raffinato fuori, tornava in patria meno verde e più squisito».
Cittadino viceré, sarà mai possibile uscirne fuori?
«Ai miei tempi, tutti erano prigionieri del tempo circolare. I baroni volevano ricreare il passato, solo più perfetto. Il popolo, appoggiava i suoi oppressori. L´ignoranza del popolo, questo è il vero dramma. Ma quando si consuma la grande impostura, e il popolo si nutre dei cascami dei sogni altri, va bene che resti ignorante. Così è più facile gabbarlo».
È arrivato nella Sicilia, ancora feudale, nel 1781
E per cinque anni ha lottato contro i mulini a vento
Caracciolo, il vicerè illuminista avversato dai baroni e dal popolo
"Volevo governare con la ragione e ho perso tutto"
"La mia aspirazione era portare il progresso sulla scia dei cambiamenti in Europa, invece mi ricordano perché volevo accorciare il Festino come fosse stato il capriccio di un originale"
"Sono i ricordi a fare la differenza fra noi, e sono contento dei miei Pensi, se fossi stato uno dei nobili che cercarono di distruggermi come il principe di Partanna, che pesante fardello avrei da portare"
"Se offri al cittadino la possibilità di allontanare i suoi parassiti e abolisci le servitù feudali e l´Inquisizione te lo ritroverai lo stesso nemico"
"Ai miei tempi nell´Isola erano tutti prigionieri del tempo circolare che riporta sempre al punto di partenza per perpetuare i privilegi"
di AMELIA CRISANTINO
Eccellenza...
«Lascia perdere, sono sempre stato contrario a questi titoli. Dopo tanti anni, cosa vuoi che sia rimasto della mia eccellenza. Siamo sabbia che scorre, siamo granelli. Tutti cittadini, dentro la clessidra del tempo. Chiamami col mio grado».
Marchese, allora.
«Anche se questi titoli avessero un significato, non sono mai stato un vero marchese. Ero cadetto, il titolo me l´ha ceduto mio fratello».
Ministro?
«Non per forza con l´ultimo mio grado. Chiamami con quello che mi è costato lacrime e sangue».
Viceré, per forza.
«Preferisco cittadino viceré, se non hai obiezioni. In fondo sono un sentimentale, ci tengo a salvare i miei ricordi. Sono i ricordi che fanno la differenza fra noi. A guardare come vanno le cose, meno male che ho i miei ricordi. Pensa se avessi quelli di un altro, se per un capriccio della sorte io fossi stato, che so, uno dei baroni che fecero di tutto per distruggermi. Se fossi stato il principe di Partanna, o quello di Valguarnera, o quel pedante del marchese di Villabianca. Vedi un po´ con che ricordi sarei costretto a convivere. Meno male che sono stato me stesso».
Cittadino viceré, ho attraversato contrade fantastiche per avere l´onore di incontrarvi.
«Dalla Sicilia, quasi nessuno passa a trovarmi. Mi rievocano in qualche accademica discussione, di quelle dove ci metto poco a sentirmi intrappolato. Ogni tanto ricordano che volevo accorciare il Festino, come fosse stato il capriccio d´un originale. Per il resto, tutto tace. E si consuma il grande imbroglio del progresso inseguito a parole, mentre nessuno vuole poi raggiungerlo. Metti che questo progresso arriva, come fosse un viaggiatore che fa una fermata anche nella patria degli dei. Potrebbe arrivare solo di notte, in incognito. A passi felpati, come un ladro. Per sorprenderli nel sonno. E farsi poi bandire, come fosse il più pericoloso dei briganti».
Cittadino viceré, quella della Sicilia è una storia tragica?
«La prima volta che mi occupai di quell´isola ero ancora a Londra, molti anni prima d´arrivare a Palermo. Ero ambasciatore del re di Napoli, tenevo occhi e orecchie ben aperti. Eravamo dentro i rutilanti inizi della civiltà commerciale, che avrebbe poi tutto travolto con la forza di innumerevoli oggetti di scarso valore. Di quelli che, presi uno per uno, non ci avresti scommesso un soldo. Ma questo è un altro argomento? anche se tutto s´intreccia, specie se visto dalla mia prospettiva. Comunque ero là, nel tempio della civiltà del commercio, il luogo dove si vendevano anche le pietre delle strade. E che vedo? M´accorgo che le sete siciliane erano d´ottima qualità, ma buttate via. Esportate grezze per ignoranza, per incompetenza tecnica. Vendute sulla piazza di Londra per molto meno delle sete lombarde. Che erano raffinate, ben lavorate. Ma sempre di qualità inferiore restavano. Ho cercato un rimedio. Ho invitato il governo a proteggere un´industria antica e in decadenza, e suggerito ai produttori come risollevare le loro sorti. Qualcosa si fece».
Quello delle industrie mancanti, o in qualche modo difettose, è un problema antico. Mai risolto.
«Mi sorprendo a pensare che forse il problema vero è quello del progresso. Quand´ero a Parigi, il piacere della conversazione dava alla testa come un vino frizzante. Tutto sembrava facile, possibile. Le catene della servitù si rompevano dappertutto, gli esseri umani conquistavano la libertà, la coscienza».
La Sicilia era un´isola lontana da tutto questo. La sua tradizione era tutta all´opposto dell´illuminismo.
«Se arrivi e offri ad un popolo la possibilità di allontanare i suoi parassiti, se vuoi levare le servitù feudali e il tribunale dell´inquisizione, se vuoi costruire strade e impiantare manifatture, allora metti in conto che ci saranno resistenze, che i vecchi privilegi faranno sentire la loro forza d´inerzia. Ma pensi che le nuove idee non sarà possibile fermarle, come non è possibile bloccare una gemma e non farla diventare fiore e frutto».
La società non segue le leggi della natura.
«M´accorsi subito che stavano buttando il momento giusto, persi a sognare il passato invece che costruire il futuro. M´illudevo che bastasse lavorare, adoperare i miei poteri come un grimaldello. Perché anche nelle profondità si allentassero, e infine si rompessero, gli innumerevoli legacci che bloccavano quel progresso che altrove andava veloce. Invece mi sbagliavo. L´errore è stato mio, mio e dei miei amici illuministi».
Chissà, forse il progresso non può trapiantarsi da un posto all´altro.
«Eravamo ingenui, adesso lo capisco. Tutti a pensare che il tempo andasse sempre avanti, che la forza delle idee avrebbe sollevato le coscienze. Ma il tempo non è per forza lineare, non si deve a tutti i costi andare avanti. Il tempo può anche essere circolare. Non dico che possa tornare indietro, questo no, non mi sembra possibile. Però può girare sui solchi già tracciati, e dare quell´illusione di eterno presente di cui ha parlato qualche filosofo».
Cittadino viceré, come è cominciata questa storia? È forse colpa del delirio per un inventato passato glorioso? C´entrano quelle vuote tradizioni con cui s´incoronano gli sciocchi? Perché questo rifiuto a rompere il tempo circolare?
«Ogni cosa ha il suo peso, chi può negarlo. La cultura del privilegio genera il tempo circolare, la sua natura è nella conservazione, nella ripetizione. In fondo un atteggiamento di debolezza, di difesa. Lo Stato e i baroni, come dire un eterno, incuboso medioevo. Si dannavano per restare fermi, ma anche i baroni sono passati. Comunque, io non ho responsi. Non credo nei rimedi che sanno di miracolo».
Cittadino vicerè, oggi la ragione e i ragionamenti non hanno gran seguito. La ragione argomenta, e non tutti sanno tenere il filo. Vince chi strombazza di rimedi miracolosi. Dicono che faranno un ponte, una meraviglia della tecnica per unire l´isola al continente. Così tutto andrà per il meglio.
«Ai miei tempi ci volevano quattro giorni di mare per arrivare da Napoli a Palermo. In mezzo ai pericoli, sempre con la paura di avvistare i pirati. Ci sono ancora i pirati?».
Non ci sono più, da lungo tempo. Ci sono i barconi dei clandestini. Ma non praticano quel tratto di mare.
«Se sul mare ci si muove alla stessa velocità che sulla terraferma, perché disturbare l´equilibrio della natura? In quei posti la terra è ballerina. Meditavo di farne la mia residenza, quando nel 1783 il terremoto offese Messina. La città non si riprese più».
Cittadino viceré, so che avete fatto dei piani per sviluppare i commerci.
«Per un armonico sviluppo dei commerci, è importante che vi sia una celere via di collegamento fra le città. La costruzione di un´agevole via fra Palermo e Messina fu tra i miei primi programmi. Il Senato della città mi osteggiava, non ne vedeva l´utilità. Ero io, il viceré Caracciolo, a volerla. E il Senato era contrario a tutte le mie idee. Si cominciò comunque, con grandi ritardi. Io, andavo di persona a controllare i lavori. Scoprii imbrogli e malversazioni da non crederci. Appalti truccati, spese enormi, ladroneggi. Per farla breve, alla mia partenza i lavori furono sospesi. Con buona pace di quanti s´erano adoperati per avversarli».
Senza le strade non possono farsi i commerci. Questo ormai lo sanno tutti. La celere via fra Palermo e Messina sta per essere completata. Ma davvero io mi chiedo, e non trovo risposta: come ha potuto il tornaconto di alcuni fermare il progresso di tutti?
«Mancava un ceto medio, quello da cui si genera la ricchezza delle nazioni. Continuò a mancare, anche se tentai di tutto per provocarne la nascita. Ma nessuno può diventare la levatrice della storia, se prima non è matura la creatura. Difficile che maturi, quando i paludati vestimenti chiudono il corpo sociale in un´artificiosa impalcatura, che sembra tenerlo in piedi ma gli impedisce di generare».
La ricchezza delle nazioni porta ad un armonico sviluppo del corpo sociale. O forse è l´armonico sviluppo del corpo sociale che porta alla ricchezza delle nazioni. Magari entrambe le cose.
«Quando arrivai a Palermo, subito vidi che tutti i manufatti erano prodotti da altre nazioni, che qui le esportavano. Pensai d´essere arrivato in un posto povero del suo, che niente riusciva a cavar fuori dalle sue viscere. Quale fu la mia meraviglia, nello scoprire che le materie prime per quei manufatti erano prodotte in quell´isola. Vendute e imbarcate allo stato informe, vi tornavano trasformate in molteplici oggetti finiti. Partivano le pelli e arrivavano i cappelli. Con la canapa, altri fabbricavano funi e corde. Un miracolo distante trasformava la potassa in cristalli. S´imbarcavano balle di lana e matasse di seta, e arrivavano i panni che vestivano gli abitanti dell´isola felice: dove non si fabbricavano chiodi e nemmeno spilli o aghi o calze. Persino l´olio veniva raffinato fuori, tornava in patria meno verde e più squisito».
Cittadino viceré, sarà mai possibile uscirne fuori?
«Ai miei tempi, tutti erano prigionieri del tempo circolare. I baroni volevano ricreare il passato, solo più perfetto. Il popolo, appoggiava i suoi oppressori. L´ignoranza del popolo, questo è il vero dramma. Ma quando si consuma la grande impostura, e il popolo si nutre dei cascami dei sogni altri, va bene che resti ignorante. Così è più facile gabbarlo».
Marco Bellocchio
un videoclip
Repubblica edizione di Roma 16.1.04
Presentate a Milano le cinque giornate dell´haute couture che sono in programma a Roma dal 25 al 29 gennaio. Gran gala alla Galleria Colonna
Sfilate nouvelle vague e la moda è videoclip
GIOVANNA VITALE
MILANO - Trenta sfilate ispirate alla nouvelle vague, sette videoclip per raccontare il rapporto tra moda e cinema, un brindisi a Palazzo Chigi in onore del made in Italy, performance ed eventi: tutto nei cinque giorni di haute couture in programma a Roma dal 25 al 29 gennaio.
[...]
Ma la vera novità dell´edizione 2004 è l´accordo tra AltaRoma e Cinecittà Entertainment che, oltre al cartoon realizzato con tecnologia sperimentale in 3D, ha prodotto i videoclip di 5-8 minuti girati da Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Ferzan Ozpetek, Franco Zeffirelli, Enrico e Carlo Vanzina, Pappi Corsicato. «Brevi storie sul rapporto tra moda e cinema», conclude il consigliere delegato di Cinecittà Entertainment, Stefano Cigarini, «interpretati da giovani attori come Alessandro Gassman, Elena Sofia Ricci, Enrico Lo Verso e Sabrina Impacciatore, mentre Stefano Accorsi racconterà le grandi dive». Lo spettacolo può cominciare.
Corriere della Sera 16.1.04
Dominella: sempre più legati a cinema e turismo
[...]
Dopo le «performance» della scorsa stagione, un modo tutto nuovo di presentare abiti e acccessori, cosa caratterizzerà quest’edizione?
«Sicuramente il mix tra moda e cinema, realizzato in collaborazione tra noi e Cinecittà entertainment. Sette sfilate saranno precedute da altrettanti videoclip, proiettati su schermo 12 x 6, di registi importanti che racconteranno cosa sia stata per loro la moda. Accanto a un Bellocchio "che porta la stessa giacca di velluto da 20 anni", distratto quindi nella vita ma attentissimo sul set, la testimonianza di Pontecorvo che con "Kapò" o "La battaglia di Algeri" non aveva molte alternative: carcerati o militari. E poi il cartoon, un linguaggio estetico modernissimo, in cui, in sette minuti si darà una lettura ironica e scanzonata di una megasfilata romana completa di truccatori, parruccheri ed estetiste».
Presentate a Milano le cinque giornate dell´haute couture che sono in programma a Roma dal 25 al 29 gennaio. Gran gala alla Galleria Colonna
Sfilate nouvelle vague e la moda è videoclip
GIOVANNA VITALE
MILANO - Trenta sfilate ispirate alla nouvelle vague, sette videoclip per raccontare il rapporto tra moda e cinema, un brindisi a Palazzo Chigi in onore del made in Italy, performance ed eventi: tutto nei cinque giorni di haute couture in programma a Roma dal 25 al 29 gennaio.
[...]
Ma la vera novità dell´edizione 2004 è l´accordo tra AltaRoma e Cinecittà Entertainment che, oltre al cartoon realizzato con tecnologia sperimentale in 3D, ha prodotto i videoclip di 5-8 minuti girati da Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Ferzan Ozpetek, Franco Zeffirelli, Enrico e Carlo Vanzina, Pappi Corsicato. «Brevi storie sul rapporto tra moda e cinema», conclude il consigliere delegato di Cinecittà Entertainment, Stefano Cigarini, «interpretati da giovani attori come Alessandro Gassman, Elena Sofia Ricci, Enrico Lo Verso e Sabrina Impacciatore, mentre Stefano Accorsi racconterà le grandi dive». Lo spettacolo può cominciare.
Corriere della Sera 16.1.04
Dominella: sempre più legati a cinema e turismo
[...]
Dopo le «performance» della scorsa stagione, un modo tutto nuovo di presentare abiti e acccessori, cosa caratterizzerà quest’edizione?
«Sicuramente il mix tra moda e cinema, realizzato in collaborazione tra noi e Cinecittà entertainment. Sette sfilate saranno precedute da altrettanti videoclip, proiettati su schermo 12 x 6, di registi importanti che racconteranno cosa sia stata per loro la moda. Accanto a un Bellocchio "che porta la stessa giacca di velluto da 20 anni", distratto quindi nella vita ma attentissimo sul set, la testimonianza di Pontecorvo che con "Kapò" o "La battaglia di Algeri" non aveva molte alternative: carcerati o militari. E poi il cartoon, un linguaggio estetico modernissimo, in cui, in sette minuti si darà una lettura ironica e scanzonata di una megasfilata romana completa di truccatori, parruccheri ed estetiste».
giovedì 15 gennaio 2004
donne e cani
La Repubblica 15.1.03
UN SAGGIO DI CRISTINA FRANCO SU UNA SINGOLARE ANALOGIA
PER I GRECI LA DONNA ERA SIMILE AL CANE
Questa malattia faceva tornare lupo l'animale domestico che da fedele diventava infido
Secondo gli antichi l'amico dell'uomo diventa cattivo quando è preda della lyssa
di MAURIZIO BETTINI
È storia di appena ieri. Pitbull inferociti, sanguinari Rotweiler, Doberman che si aggirano minacciosi per i giardini pubblici. Ogni giorno un nuovo assalto, mentre un ministro italiano della salute si preoccupa, con una specifica ordinanza, di distinguere addirittura i cani buoni da quelli cattivi. Che cosa è successo? Per gli antichi Greci non ci sarebbero stati dubbi: gli amici dell'uomo sono caduti improvvisamente preda della lyssa.
La lyssa era una singolare malattia. Etimologicamente questa parola viene da lykos, il «lupo», dunque si trattava di un vero e proprio «allupamento» del cane, di un suo ritorno, più o meno momentaneo, all'originaria natura lupina. Colto dalla lyssa, il cane non distingue più il padrone dallo straniero, l'ospite dall'intruso: attacca, morde e talora uccide. L'amico fedele si trasforma improvvisamente in un pericoloso nemico. E questo poneva ai Greci dei problemi culturali, naturalmente: proprio come oggi li pone a noi il Pitbull che scavalca la rete e azzanna la padroncina. Ma insomma, ci chiediamo, chi è il cane? Qual è il suo vero ruolo nella vita dell'uomo, di cui condivide - da sempre - il tetto e la mensa?
A questa domanda risponde un libro affascinante, che una giovane studiosa, Cristiana Franco, ha pubblicato presso la casa editrice Il Mulino: Senza ritegno. Il cane e la donna nell'immaginario della Grecia antica, (pagg. 372, euro 24). Questo libro inaugura la Collana «Antropologia del mondo antico», che l'omonimo Centro dell'Università di Siena cura presso la casa editrice bolognese; e sarà seguito da una serie di altri lavori di giovani studiosi i quali, per nostra fortuna, dedicano ancora le loro energie intellettuali alla cultura antica. E dunque, chi è il cane per i Greci?
Per rispondere a questo interrogativo, il libro della Franco prende le mosse da un insulto: quel «cane!» che l'uomo adirato scaglia all'indirizzo dell'amico che lo ha tradito, o del familiare di cui ha appena scoperto gli intrighi meschini. È abbastanza strano, in effetti, che venga usato come insulto proprio il nome dell'animale più caro all'uomo. Il fatto è, spiega l'autrice, che il cane non è un animale, al contrario, è un membro della società degli uomini - salvo che, come tale, esso (o egli?) ne occupa il posto più infimo. Il cane incarna un vero e proprio paradosso: se come animale è il più prossimo all'uomo, come "uomo", invece, costituisce una perenne delusione. È nutrito, vezzeggiato, ma d'un tratto può essere colto dalla lyssa, oppure, più semplicemente, può vendersi ai ladri per un boccone di carne cruda. Oltre che inaffidabile, però, il cane è soprattutto uno svergognato. Il suo vizio più grave, infatti, è quello che i Greci definivano anaideia, cioè mancanza di aidos, di «pudore». Per questo il cane si abbandona in pubblico alle voglie di amore, né si preoccupa di nascondere i propri impulsi e i propri desideri, che anzi manifesta con guaiti impudenti e un modo adulatorio di scodinzolare - i Greci, che avevano una parola per tutto, lo definivano sainein - da cui non c'è da aspettarsi niente di buono.
Il fatto è che «Fido», in realtà, non ci guarda con gli stessi occhi con cui lo guardiamo noi, né ha il nostro stesso cuore. Come ha scritto efficacemente Giovanni Jervis, «il vero limite dei rapporti fra noi e il nostro cane non sta nel trovare un animale che possiamo trattare come una persona: ma nell'impossibilità di avere un cane che ci tratti veramente come una persona». In quanto «persona» il cane ci delude, ci tradisce e talora ci aggredisce. Ecco perché non ci fidiamo di «Fido» e possiamo usare il suo nome - «cane» - per insultare qualcuno.
A questo punto il lettore si starà chiedendo che cosa c'entri la donna, in questa faccenda. Perché abbastanza inaspettatamente il libro della Franco mette sotto l'etichetta della «impudenza» - la anaideia - non solo la razza canina ma anche il sesso femminile: per i Greci cane e donna sono entrambi dei «senza ritegno». Anche questo secondo filone di ricerca, che accompagna il primo come un pedale inquietante, prende in realtà le mosse da una domanda. Perché al momento di creare Pandora, la prima donna, mentre Atena le donava l'arte del telaio e Afrodite la grazia, Ermes pensò invece di donarle una «indole cagnesca»? Kyneos noos, nelle parole di Esiodo, un'indole non «di cagna», come l'autrice efficacemente dimostra, ma proprio «di cane».
Se i Greci hanno legato così strettamente il cane e la donna, lo hanno fatto in primo luogo per un motivo di carattere culturale. In altre parole, a loro il cane è servito soprattutto per «pensare» la donna. Pensarla come una «razza» a sé stante, diversa da «noi» - cioè cittadini maschi adulti - eppure destinata ineluttabilmente a dividere la nostra casa e la nostra vita. Dividerla naturalmente tenendo la posizione più bassa all'interno della società degli uomini - cioè i maschi - proprio come il cane tiene l'infimo rango a mensa o nella casa in generale. Per questo donna e cane si toccano, nell'immaginario dei Greci. Ma non solo per questo. Proprio come del migliore amico dell'uomo, infatti, anche della donna - madre, moglie o figlia che sia - i Greci non si sono mai fidati. La donna è svergognata, seduttiva - come il cane che scodinzola - e sempre pronta a tradire. La prova di tutto ciò? Basta ripensare alla mitologia e alla letteratura dei Greci, dove le donne si chiamano Elena (colei che in Omero si autodefinisce «faccia di cane»), Clitennestra, Fedra, Mirra, Medea: creature svergognate, traditrici e assassine. Ma che cosa ci si poteva aspettare da una razza nata da Pandora? «Indole cagnesca», kyneos noos.
UN SAGGIO DI CRISTINA FRANCO SU UNA SINGOLARE ANALOGIA
PER I GRECI LA DONNA ERA SIMILE AL CANE
Questa malattia faceva tornare lupo l'animale domestico che da fedele diventava infido
Secondo gli antichi l'amico dell'uomo diventa cattivo quando è preda della lyssa
di MAURIZIO BETTINI
È storia di appena ieri. Pitbull inferociti, sanguinari Rotweiler, Doberman che si aggirano minacciosi per i giardini pubblici. Ogni giorno un nuovo assalto, mentre un ministro italiano della salute si preoccupa, con una specifica ordinanza, di distinguere addirittura i cani buoni da quelli cattivi. Che cosa è successo? Per gli antichi Greci non ci sarebbero stati dubbi: gli amici dell'uomo sono caduti improvvisamente preda della lyssa.
La lyssa era una singolare malattia. Etimologicamente questa parola viene da lykos, il «lupo», dunque si trattava di un vero e proprio «allupamento» del cane, di un suo ritorno, più o meno momentaneo, all'originaria natura lupina. Colto dalla lyssa, il cane non distingue più il padrone dallo straniero, l'ospite dall'intruso: attacca, morde e talora uccide. L'amico fedele si trasforma improvvisamente in un pericoloso nemico. E questo poneva ai Greci dei problemi culturali, naturalmente: proprio come oggi li pone a noi il Pitbull che scavalca la rete e azzanna la padroncina. Ma insomma, ci chiediamo, chi è il cane? Qual è il suo vero ruolo nella vita dell'uomo, di cui condivide - da sempre - il tetto e la mensa?
A questa domanda risponde un libro affascinante, che una giovane studiosa, Cristiana Franco, ha pubblicato presso la casa editrice Il Mulino: Senza ritegno. Il cane e la donna nell'immaginario della Grecia antica, (pagg. 372, euro 24). Questo libro inaugura la Collana «Antropologia del mondo antico», che l'omonimo Centro dell'Università di Siena cura presso la casa editrice bolognese; e sarà seguito da una serie di altri lavori di giovani studiosi i quali, per nostra fortuna, dedicano ancora le loro energie intellettuali alla cultura antica. E dunque, chi è il cane per i Greci?
Per rispondere a questo interrogativo, il libro della Franco prende le mosse da un insulto: quel «cane!» che l'uomo adirato scaglia all'indirizzo dell'amico che lo ha tradito, o del familiare di cui ha appena scoperto gli intrighi meschini. È abbastanza strano, in effetti, che venga usato come insulto proprio il nome dell'animale più caro all'uomo. Il fatto è, spiega l'autrice, che il cane non è un animale, al contrario, è un membro della società degli uomini - salvo che, come tale, esso (o egli?) ne occupa il posto più infimo. Il cane incarna un vero e proprio paradosso: se come animale è il più prossimo all'uomo, come "uomo", invece, costituisce una perenne delusione. È nutrito, vezzeggiato, ma d'un tratto può essere colto dalla lyssa, oppure, più semplicemente, può vendersi ai ladri per un boccone di carne cruda. Oltre che inaffidabile, però, il cane è soprattutto uno svergognato. Il suo vizio più grave, infatti, è quello che i Greci definivano anaideia, cioè mancanza di aidos, di «pudore». Per questo il cane si abbandona in pubblico alle voglie di amore, né si preoccupa di nascondere i propri impulsi e i propri desideri, che anzi manifesta con guaiti impudenti e un modo adulatorio di scodinzolare - i Greci, che avevano una parola per tutto, lo definivano sainein - da cui non c'è da aspettarsi niente di buono.
Il fatto è che «Fido», in realtà, non ci guarda con gli stessi occhi con cui lo guardiamo noi, né ha il nostro stesso cuore. Come ha scritto efficacemente Giovanni Jervis, «il vero limite dei rapporti fra noi e il nostro cane non sta nel trovare un animale che possiamo trattare come una persona: ma nell'impossibilità di avere un cane che ci tratti veramente come una persona». In quanto «persona» il cane ci delude, ci tradisce e talora ci aggredisce. Ecco perché non ci fidiamo di «Fido» e possiamo usare il suo nome - «cane» - per insultare qualcuno.
A questo punto il lettore si starà chiedendo che cosa c'entri la donna, in questa faccenda. Perché abbastanza inaspettatamente il libro della Franco mette sotto l'etichetta della «impudenza» - la anaideia - non solo la razza canina ma anche il sesso femminile: per i Greci cane e donna sono entrambi dei «senza ritegno». Anche questo secondo filone di ricerca, che accompagna il primo come un pedale inquietante, prende in realtà le mosse da una domanda. Perché al momento di creare Pandora, la prima donna, mentre Atena le donava l'arte del telaio e Afrodite la grazia, Ermes pensò invece di donarle una «indole cagnesca»? Kyneos noos, nelle parole di Esiodo, un'indole non «di cagna», come l'autrice efficacemente dimostra, ma proprio «di cane».
Se i Greci hanno legato così strettamente il cane e la donna, lo hanno fatto in primo luogo per un motivo di carattere culturale. In altre parole, a loro il cane è servito soprattutto per «pensare» la donna. Pensarla come una «razza» a sé stante, diversa da «noi» - cioè cittadini maschi adulti - eppure destinata ineluttabilmente a dividere la nostra casa e la nostra vita. Dividerla naturalmente tenendo la posizione più bassa all'interno della società degli uomini - cioè i maschi - proprio come il cane tiene l'infimo rango a mensa o nella casa in generale. Per questo donna e cane si toccano, nell'immaginario dei Greci. Ma non solo per questo. Proprio come del migliore amico dell'uomo, infatti, anche della donna - madre, moglie o figlia che sia - i Greci non si sono mai fidati. La donna è svergognata, seduttiva - come il cane che scodinzola - e sempre pronta a tradire. La prova di tutto ciò? Basta ripensare alla mitologia e alla letteratura dei Greci, dove le donne si chiamano Elena (colei che in Omero si autodefinisce «faccia di cane»), Clitennestra, Fedra, Mirra, Medea: creature svergognate, traditrici e assassine. Ma che cosa ci si poteva aspettare da una razza nata da Pandora? «Indole cagnesca», kyneos noos.
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