una segnalazione di Sergio Grom
Repubblica 26.2.04
La stanza vuota delle tre religioni
IL NOME SEGRETO DI DIO
Le tre religioni di Abramo, i monoteismi a confronto
Parlare di ebraismo, cristianesimo e dell´Islam è quasi impossibile, tanto sono complicati i loro cammini e le molteplici forme che hanno assunto nel tempo
È stato il filosofo e teologo Kierkegaard a sostenere che per un uomo di lettere leggere libri religiosi è un grande divertimento
Dio Padre e Allah sono figli di Jahve, gli assomigliano come un volto rispetto al suo riflesso specchiato Tutti e tre sono unici
L´islamismo non è Khomeini, bin Laden o lo sceicco Ahmed Yassin, ma una realtà immensa fatta di straordinarie cose
di PIETRO CITATI
PARLARE della religione d´Abramo, cioè dell´ebraismo, del cristianesimo e dell´Islam, è quasi impossibile. Sono religioni complicatissime, e ognuna d´esse si divide in sotto-religioni - giudeo-cristianesimo, cristianesimo paolino, cristianesimo neoplatonico, gnosi, luteranismo, calvinismo, controriforma: fariseismo, essenismo, ebraismo apocalittico, Zeloti, Cabala, chassidismo: Islam sunnita, sciita, sufi; e ho accennato appena a un centesimo di queste definizioni, nelle quali s´è espressa la grandiosa fantasia religiosa dell´uomo - la forma più sublime delle nostra immaginazione creatrice.
Non sono affatto uno specialista, ma solo un dilettante di cose sacre. A mia scusa, posso ricordare una frase di Kierkegaard: il quale diceva che, per un uomo di lettere, leggere libri di religione è il più grande e forse l´unico divertimento. Se una volta siamo stati creati da Dio oppure l´abbiamo creato (la differenza è irrilevante), ora giochiamo con lui: o soprattutto, lasciamo che lui, nascosto dietro una cortina, giochi con noi, legati a lui da migliaia di sottilissimi fili, come il burattinaio muove sulla scena le sue marionette di pezza.
Nel primo secolo dopo Cristo, esisteva il Tempio di Gerusalemme: il secondo Tempio, che venne distrutto dalle truppe romane nel settanta dopo Cristo. Aveva la porta ricoperta d´oro da cui pendevano grappoli d´oro alti come un uomo: gli ori risplendevano sotto i raggi del sole, facendo chiudere gli occhi a chi cercava di fissare il Tempio da lontano. All´aperto stava l´altare dei sacrifici, dove il fuoco non si spegneva mai. All´interno, dietro una tenda, il Santo dei Santi, inaccessibile, invisibile, dove aleggiavano lo spirito e il nome segreto di Dio. Sino alla fine, il Tempio fu circondato da un immenso prestigio nel mondo pagano: quasi tutti i popoli del Mediterraneo vi portavano doni votivi. Nel 63 avanti Cristo, avvenne uno scandalo. Pompeo il grande violò il Tempio di Gerusalemme, penetrando nel Santo dei Santi. Non scorse nulla. La stanza era vuota. Molti pagani si presero gioco di Israele. Alcuni (ne sono certo) compresero che il Santo dei Santi era vuoto perché solo il vuoto può alludere all´essenza inafferrabile e incomprensibile di Dio. Non dimentichiamo mai quella stanza. Tutti i templi cristiani e le moschee islamiche e le sinagoghe della diaspora vengono di lì. Non badiamo allo splendore delle architetture, delle pitture, delle sculture, dei pulpiti, delle lampade, dei mihrab, dei colori nelle chiese e nelle moschee. In ognuna di esse, nascosta sotto i colori, c´è sempre quella stanza vuota, dove aleggia lo spirito di Dio. Senza quel vuoto profondissimo, nessun tempio può esistere. Noi siamo ancora là, in quel Santo dei Santi, che per mille anni ebrei, cristiani e musulmani hanno inutilmente cercato sotto le rovine del tempio di Gerusalemme.
Dio Padre e Allah sono figli di Jahve: gli assomigliano come un volto rispetto al suo riflesso specchiato. Tutti e tre sono unici. Tutti e tre, diceva Agostino, sono altissimi et secretissimi, proximi ed praesentissimi. Proprio perché sono unici, hanno qualità opposte: abitano le ultime lontananze dei cieli, dietro settantamila cortine di luce e di tenebra, e stanno vicino a noi, più prossimi, diceva il Corano, della vena del nostro collo: sono tutte le cose e non si identificano con nessuna delle cose: sono inconoscibili e conosciutissimi, come Cristo: sono gelosi, tirannici, tremendi, e ci sfiorano con la grazia più delicata: sono immutabili e mutevolissimi; se qualche volta ci inducono a peccare, lo fanno solo per perdonarci. Come diceva un teosofo islamico, il nome Allah, cioè Dio, deriva dalla radice wll, che esprime la nostra dolorosa nostalgia di Dio.
Nella mediocre coscienza religiosa dei nostri giorni, abbiamo dimenticato che il rapporto col Dio unico è un rischio: il più grande che possiamo affrontare. Qualsiasi vera esperienza religiosa, anche politeista, è un rischio: lo sa, nell´Iliade, Elena che viene posseduta da Afrodite; e, nell´Odissea, i devotissimi Feaci, che diventano vittime sia di Posidone sia (forse) di Zeus. Ma l´esperienza monoteista è più tragica. Lo sguardo del devoto ebreo, cristiano, o islamico, sta fisso sul punto luminoso-oscuro, che si rivelò, durante l´Esodo, tra le colonne di nubi e di fuoco del cielo. Se la fiamma divoratrice del roveto ardente, dove Dio si nasconde, è troppo intensa, possiamo venire distrutti. Quando Allah possiede la mente del mistico islamico, questi non conosce quiete perché Egli non si vela ai suoi sguardi nemmeno un istante. Appena il mistico entra nella Valle dell´Amore, gli sembra di tuffarsi nel fuoco. Non gli resta che annullarsi nel mare del mistero: o immolarsi sulla stessa croce di Cristo.
Vi è forse un pericolo ancora più grande. Chi crede nel Dio unico, pensa che il suo regno debba essere attuato qui ed ora, su questa terra, con assoluto rigore, nella purezza assoluta delle leggi e dei riti. Qualsiasi rinvio o compromesso è un tradimento. Nessuna idea è più pericolosa: nessuna ha portato maggiori disastri nella storia universale; specialmente in quella ebraica, ma anche in quella cristiana ed islamica e nelle storie profane. Durante il primo secolo dopo Cristo, gli ebrei attendevano il Messia, nato da un uomo e da una donna. Quando egli fosse venuto, allora sarebbe giunto il Giudizio, il Regno, una nuova creazione. Un fervore incontenibile si impadronì di molti ebrei. Fra di essi, i qanna´im, gli Zeloti, non volevano aspettare pazientemente il regno di Dio, ma volevano affrettare «la fine», accelerando la venuta del Signore. Sappiamo cosa accadde: la distruzione del secondo Tempio, il rogo del Santo dei Santi, la fine dei sacrifici, la perdita del nome segreto di Dio, il ferocissimo massacro da parte dei Romani, l´infinita, interminabile diaspora, che non è ancora finita.
Dopo di allora, Israele venne guidato soprattutto dai rabbini. Essi non volevano «affrettare» la venuta del regno di Dio. Predicavano la pazienza, la calma, lo studio della Bibbia, il commento insaziabile delle parole sacre, l´attesa. Si chiusero nel silenzio, nel dolore e nella gioia segreta - perché Dio era presente in tutte le scintille luminose della terra. Quasi lo stesso accadde nella Chiesa cristiana. Malgrado le aspettative, Gesù non discese dal cielo; e, come i rabbini di Israele, i sacerdoti cristiani appresero che solo la cautela e la discrezione, e un infinito amore che accetta l´infinita distanza, possono permettere a Dio e agli uomini di entrare in rapporto.
Tutti conoscono la scena del dramma primordiale. Dio dispone Adamo ed Eva nel giardino di Eden, al centro del mondo, dal quale escono i quattro fiumi dell´universo. Alla brezza del giorno, Dio cammina nell´Eden e l´uomo è il suo tempio. Nel mezzo del giardino, sta l´albero della vita: probabilmente lì accanto l´albero della conoscenza del bene e del male. A partire dal primo secolo avanti Cristo, quante volte ebrei e cristiani hanno ripetuto e come salmodiato il nome dei due alberi! Quante volte hanno cercato di interpretarli! Tutta la nostra vita, soprattutto oggi, dipende dal loro significato.
Non credo che l´albero della conoscenza offra (come qualcuno dice) «l´onniscienza nell´accezione più lata del termine»: la cognizione del bene e del male è solo una parte della conoscenza totale. Per quanto possiamo capire, il suo frutto divide il mondo secondo le forze opposte del bene e del male: instaura nel mondo unitario delle origini la separazione, l´antitesi, la lacerazione, l´opposizione. Da una parte c´è il bene, dall´altra il male: da una parte c´è il sacro, dall´altra il profano; e poi via via il puro e l´impuro, il permesso e il proibito, la vita e la morte, la virtù e il peccato, la legge e la violazione.
Chi ha conosciuto il bene e il male, vive cogli occhi aperti: cogli occhi tragicamente aperti sulle lacerazioni della realtà. Mangiando il frutto, entriamo nel regno della morte, viviamo nella morte, esperimentiamo la morte, dalla quale Dio voleva sottrarci all´inizio dei tempi. Non eravamo fatti per vedere il mondo secondo l´antitesi e la contraddizione, la luce e la tenebra.
L´altro albero, l´albero della vita, è ancora più misterioso. Sappiamo soltanto che ci dona «la vita eterna». Senza che nessuna parola lo dica esplicitamente, è lecito supporre che Dio avrebbe concesso all´uomo di mangiarne i frutti, diventando immortale. Così possiamo immaginare il progetto che Dio aveva preparato per l´uomo. Adamo ed Eva dovevano vivere cogli occhi chiusi, senza entrare nel regno della chiarezza e dell´opposizione: senza conoscere né il bene né il male, né la morte né la storia. Ma vivere ad occhi chiusi non esclude la conoscenza. Tutto lascia credere che lassù Adamo ed Eva avrebbero posseduto una conoscenza che si unificava con l´unitaria realtà divina del mondo. Come sempre, Kafka ha visto meglio di tutti: «Esistono, per noi, due specie di verità, come vengono rappresentate dall´albero della scienza e dall´albero della vita... Nella prima, il bene si distingue dal male: la seconda non è altro che il bene stesso, ed ignora sia il bene sia il male».
Il progetto di Dio viene infranto. Eva e Adamo peccano. Questo gesto tra le ombre del giardino rivela cosa si annidava nel cuore già notturno dell´uomo: Adamo non vuole restare una creatura, desidera diventare sicut Deus, precipitando fuori dal proprio limite. Il suo atto è duplice. Da un lato, si avvicina a Dio, diventa sicut Deus, guadagna una conoscenza divina: ma, dall´altra, acquista la caratteristica che definirà per sempre l´uomo, perché soltanto l´uomo (non Dio né gli animali) conosce le cose esclusivamente attraverso lo sguardo limitato e opposto del bene e del male.
In questo momento, con rapidità vertiginosa, nasce la storia umana: quella che stiamo ancora sopportando. L´uomo comincia a vivere ad occhi aperti. Conosce la divisione, la separazione, l´antitesi: esperimenta il bene e il male, il sacro e il profano, il peccato, la vergogna, la cacciata, il desiderio amoroso, il parto, la paternità e la maternità! Mentre prepara un vestito colle foglie di fico, inventa la civiltà e la cultura. Così la tradizione ebraica e cristiana nasce dopo il peccato, attraverso la coscienza e la vergogna per il peccato. Anche Dio si sposta. Lascia l´Eden vuoto, e si avvicina alla storia. L´atto col quale si accomiata da noi è dolcissimo: prepara «due tuniche di pelle», e ne veste Adamo ed Eva cacciati dall´Eden. Così ci fa capire che, d´ora in poi, malgrado il peccato, egli proteggerà l´uomo e la cultura; e da Dio della creazione si trasformerà in Dio della storia.
Questo racconto ha un epilogo, simile tra cristiani ed ebrei, che ci riporta di nuovo fuori dal tempo. Nell´Apocalisse cristiana di Giovanni, la Gerusalemme che discende dal cielo è una misteriosa città cubica di diaspro, illuminata dalla luce gloriosa di Dio, senza sole e senza luna, senza notte, senza templi, dove l´uomo abita in Dio e in Cristo. Accanto a un fiume, sorge l´albero della vita, che porta dodici frutti - ma l´albero della conoscenza del bene e del male, attraverso il quale la colpa è entrata nel mondo, è scomparso. Siamo dunque ritornati nell´Eden, senza più peccato. I cabalisti ebrei pensano invece che le radici dei due alberi edenici fossero le stesse. Mangiando il frutto del bene e del male, la colpa di Adamo era stata quella di isolare tra loro i due alberi, trasformando l´albero della conoscenza in albero della separazione e della morte. Dunque noi tutti, ebrei e cristiani, dobbiamo scavare il terreno dell´Eden che vive in ognuno di noi, e dimostrare che esiste soltanto una radice, che tutti i rami emanano da un medesimo tronco, che tutte le nostre sensazioni, pensieri e fedi non sono che un unico flutto di luce.
Passarono tredici o forse quattordici secoli. Nel settimo secolo dopo Cristo, la vecchia storia di Adamo fu narrata un´altra volta, anzi più volte, nel Corano, che raccoglieva in parte tarde leggende ebraiche; e poi raccontata ancora dalla tradizione sunnita e in quella sciita, finché nel nono secolo, a Bagdad, un sapientissimo teologo e storico, Tabari, la raccontò un´altra volta nei trenta volumi del suo commento al Corano e nei centoventi volumi delle sue Notizie dei profeti e dei re. Tutto cambiò. Nella Genesi, la creazione di Adamo è un atto superbamente solitario di Dio: nel mondo appena nato, Dio forma l´uomo dalla polvere della terra, o «a sua immagine e somiglianza». Non c´è nient´altro che questo gesto: questo fronte a fronte tra Dio e l´uomo; gli occhi creatori puntati sulla creatura. Il mondo del Corano è invece popolatissimo: una grande scena di teatro, un coro sonoro e colorato, dove prendono la parola, uno dopo l´altro, Allah, gli angeli, Satana, la terra, Adamo.
Allah impone agli angeli di rendere omaggio alla nuova creatura: un immenso gigante di argilla, che diventerà Adamo. C´è qualche protesta: «Vuoi mettere sulla terra chi vi porterà la corruzione e vi spargerà il sangue»: poi gli angeli chinano il capo e accettano. Con una sola eccezione, Iblis, Satana, che rifiuta di prosternarsi e dice: «Io sono migliore di lui: tu mi creasti col fuoco, e creasti lui di fango». Imperiosamente, Allah lo caccia: «Via di qui! Non ti è lecito, qui, fare il superbo. Via. Sei ormai un essere spregevole».
La tradizione islamica è più complessa e variegata di quella cristiana. Secondo la versione sufi, cioè mistica, Satana è il primo monoteista, che si ribella a Dio per amore di Dio. Quando Allah comanda agli angeli di prosternarsi davanti ad Adamo, Satana rifiuta perché ama Dio più puramente degli altri, e può venerare solo la sua essenza incomunicabile. Il Signore lo punisce segregandolo nel più buio degli inferni. Appena ode pronunciare la condanna, Satana dice a sé stesso che essa scende dal soglio di Dio, come la pioggia della sua grazia, e l´accoglie con il fervore della propria anima. Ha un unico desiderio: servire da bersaglio alla freccia di Dio. Sa quanto sia soave: perché, prima di lanciare la freccia, Allah fissa lo sguardo sul bersaglio della propria collera. Allora il dolore della ferita viene dimenticato. La memoria accoglie soltanto la beatitudine di quello sguardo divino, dove la collera si confonde con la più dolce delle misericordie.
Nell´Eden islamico c´è un solo albero. Per quanto io sappia, non esiste la minima traccia di quel complicato e delicatissimo intreccio tra l´albero della vita e l´albero della conoscenza, che appare nella Genesi ebraico-cristiana. Nel Corano, esso è l´albero della vita eterna: i commentatori arabi parlano di vigna, grano, olivo, palma, lavanda, fico, melo e (naturalmente) sesso femminile. Il saggio Tabari aggiunge: «Non ne sappiamo niente». Ma già nel Corano un fatto è evidente. Sebbene Adamo sia cacciato dal Giardino e conosca una vita di lacrime sulla terra, la sua colpa non è l´evento capitale, anzi l´evento della tradizione ebraico-cristiana. Come dice l´esegesi sunnita, alla quale ha dedicato un eccellente libro Ida Zilio-Grandi (Il male nel Corano, Einaudi), la colpa di Adamo è lieve. Qualcuno la nega: qualcuno dice che Adamo era ubriaco; qualcuno che si era dimenticato dell´ordine di Dio (singolare dimenticanza per un grandissimo profeta). L´Islam (o una parte di esso) non è dunque fondato sul peccato originale: quel peccato immenso, che per noi Cristiani solo il sacrificio di Gesù sulla croce riuscirà a cancellare. Ignora la colpa primitiva, che l´Occidente, persino quello illuminista, non ha mai dimenticato.
Qualche secolo dopo, la tradizione sciita racconta una storia diversa. Nel giardino dell´Eden, Adamo soccombe alla vertigine dell´ambizione, trasgredendo il proprio limite. Mentre mangia il frutto dell´albero sconosciuto, egli vuole conoscere il mistero di luce che non può ancora raggiungere, acquistando con violenza la scienza della Resurrezione, che sta al di fuori della sua e della nostra misura. Noi, ebrei e cristiani, ritroviamo almeno in parte il nostro Adamo. Ma solo in parte. L´Adamo, di cui parla san Paolo nella Lettera ai Romani, è il rovescio di Cristo: «Per mezzo di Adamo il peccato entrò nel mondo e per mezzo del peccato la morte, e in tal modo la morte si estese a tutti gli uomini, perché tutti peccarono... Se per il delitto di un solo la morte regnò per colpa di un solo, molto più quelli (i cristiani) che ricevono l´abbondanza della Grazia... regneranno nella vita per merito di uno solo, Gesù Cristo». L´Adamo degli sciiti resta, invece, il primo tra i profeti: l´epifania del Misericordioso, la più pura sostanza del mondo angelico. Secondo una tradizione, il Nome supremo di Dio comprende settantatré lettere, di cui una è conosciuta soltanto da lui. Due lettere furono date a Gesù: quattro a Mosé: otto ad Abramo: quindici a Noé: venticinque ad Adamo; settantadue a Maometto. Dunque, Adamo, il peccatore, è il supremo tra i profeti, dopo colui che li riassume tutti in sé stesso, Maometto.
Secondo un´altra concezione islamica, la terra è avvolta dalle azzurre montagne di Qaf, che simboleggiano la nona sfera celeste. Ai suoi piedi si estendono due immense città, Jabalqa e Jabarsa, che hanno quattro lati di quattordicimila parasanghe. La popolazione è incalcolabile. «Ogni città ha mille fortezze, e in ognuna di queste fortezze c´è una guarnigione di mille soldati, che vi fanno la guardia ogni notte». Non c´è sole né luna: il tenero azzurro smeraldino di Qaf illumina ogni torrione, ogni merlo, ogni soldato della fortezza; e dal suolo proviene un´altra luce. Qui Allah ha progettato una storia diversa da quella di Adamo. Gli abitanti di Jabalqa e di Jabarsa non discendono da Adamo, e non hanno mai sentito parlare di lui e di Satana. Mentre noi, Adamiti, ci nutriamo di carne, indossiamo vestiti, apparteniamo a due sessi, lassù gli abitanti delle due città si nutrono di erbe, vivono nudi, sono androgini e non generano figli. Convertiti da Maometto all´Islam nella notte del suo velocissimo viaggio celeste, rivolgono ad Allah la perfetta obbedienza degli angeli.
Molti, nel lontano e vicino passato (e persino oggi) sognarono una condizione nella quale le tre religioni di Abramo convivessero pacificamente. Mi duole per i miei confratelli cristiani: questo non accadde mai sotto il dominio dei sovrani cristiani, troppo affaccendati a massacrare ebrei. Accadde soltanto - sia pure per intervalli, interruzioni, nell´imperfettissimo modo umano - sotto il dominio politico di califfi e sovrani islamici, in Spagna e nell´Africa settentrionale. Un famosissimo verso del Corano aveva detto: «A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via: mentre, se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una comunità unica».
Il Corano stabiliva che ebrei, cristiani, zoroastriani erano popoli eletti. Imponeva una tassa (spesso gravosa) a chiunque di loro volesse professare la propria religione. Era un´umiliazione: il segno di un´inferiorità radicale rispetto ai veri credenti, gli islamici. Ma anche una protezione. Quando avevano pagato la tassa, ebrei e cristiani avevano il diritto di venerare il proprio Dio, leggere i propri libri sacri, svolgere le loro cerimonie, e amministrare le proprie comunità.
Penso soprattutto al califfato di Cordoba nel decimo secolo: che una famosa monaca tedesca, Rosvita, chiamò «lo sfavillante ornamento del mondo». Cordoba aveva novecento bagni, migliaia di negozi, centinaia o migliaia di moschee, acque correnti portate dagli acquedotti, strade lastricate e luminose. La Biblioteca del califfo conteneva quattrocentomila volumi: il suo catalogo occupava quarantaquattro volumi; mentre altre settanta biblioteche erano aperte a chi voleva leggere l´arabo, il latino, l´ebraico. Allora le biblioteche dei conventi europei non comprendevano, di solito, più di quattrocento codici. Il visir del califfo era Hasdar, figlio di Isacco, figlio di Ezra, capo della comunità ebraica. Uno degli ambasciatori era Recemondo, vescovo cristiano.
A Cordoba, le acque, le luci, i negozi, le biblioteche, i cataloghi non durarono a lungo. All´inizio dell´undicesimo secolo, i mercenari berberi del Califfo distrussero la città e la meravigliosa reggia di Madinat al-Zahra. Poi, sempre dal Marocco, arrivarono gli emiri Almoravidi, che detestavano ebrei e cristiani e soprattutto i musulmani mistici. Che non condividevano il loro fanatismo. Come vedete, l´Islam non è mai stato privo di qualche Osama bin-Laden. Nel 1109, gli Almoravidi bruciarono in piazza un libro di Al-Ghazali, uno scrittore grandissimo, nato nell´Iran orientale. La cosa più straordinaria è che mentre i fogli del libro si accartocciavano e si annerivano sotto la violenza del fuoco, la popolazione di Cordoba tumultuò e si ribellò contro gli emiri berberi. Fu l´unica volta, credo, nella storia del mondo che un popolo si ribellò per difendere un libro: questa cosa fragile, delicatissima, fatta di lettere, colori, respiri, profumi e nostalgia.
Mai come oggi la religione di Abramo è torturata e divisa. I cristiani non conoscono né Israele né l´Islam: l´Islam non conosce né il cristianesimo né Israele, e soprattutto se stesso; Israele conosce poco il cristianesimo e l´Islam. Una mediocrissima setta religiosa, i Wahhabiti, diffusa nell´Arabia Saudita, fino a pochi decenni fa disprezzata nell´Islam, è oggi la più importante del mondo musulmano. Quando si impadronirono dei luoghi santi, i Wahhabiti distrussero le tombe dei parenti, dei compagni e delle mogli di Maometto, e avrebbero distrutto anche la tomba di Maometto, se la gente di Medina non si fosse rivoltata. Di lì venne Osama bin-Laden e il terrorismo. Ma non c´è una sola pagina, nei testi fondamentali dell´Islam, che prescriva il terrorismo, o l´assassinio degli innocenti. Persino l´inizio delle guerre sante, come dice Bernard Lewis in un libro recentissimo (La crisi dell´Islam, Mondadori, traduzione di Ludovico Terzi, euro 16,50), deve essere scrupolosamente annunciata agli infedeli.
Nei paesi islamici, specie in Algeria e in Libia, gli europei hanno compiuto cose orribili: mentre Abd el-Kader, un mistico sufi, l´eroe della resistenza algerina ai francesi, difendeva i cristiani di Damasco dalla violenza dei Drusi. In questo secolo, l´Occidente ha posseduto alcuni grandi orientalisti: Louis Massignon, Shelomo Dov Goitein, Henri Corbin, Johannes van Ess. Nessuno di loro ha imposto qualcosa all´Islam: ha invece cercato di studiare e capire le tradizioni arabe o persiane che l´Islam aveva trascurato o dimenticato. Questa è l´unica strada che ogni uomo di cultura occidentale possa percorrere: far conoscere all´Europa (il quale lo ignora) e all´Islam (il quale lo ha quasi dimenticato) che l´Islam non è Khomeini, Osama bin-Laden o lo sceicco Ahmed Yassin, ma una realtà immensa - il Corano, Ferdousi, Nezami, Avicenna, al-Ghazali, Suhrawardi, Ibn Arabi, Rumi, Hafez, Ibn Khaldun, e quell´aereo capolavoro erotico-esoterico, scritto dagli uomini e dalle creature celesti, che da tre secoli affascina l´Occidente: Le mille e una notte.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 26 febbraio 2004
depressione e cefalea
Yahoo Notizie Giovedì 26 Febbraio 2004, 12:37
MEDICINA: DEPRESSIONE, NELLE DONNE ALLEATA DEL MAL DI TESTA
(ANSA) - TORINO, 26 FEB - C' e' una relazione non casuale tra emicrania cronica e depressione. E' quanto emerge da uno studio di un gruppo di ricercatori dell' Universita' di Torino e pubblicato recentemente su ''Cephalgia'', la piu' importante e autorevole rivista al mondo che si occupa di cefalee.
L' equipe che ha condotto la ricerca era guidata dal professor Franco Mongini, responsabile del servizio cefalee e dolore facciale della Clinica odontostomatologica dell' ospedale Molinette e del dipartimento di fisiopatologia clinica dell' Universita' di Torino. Per sei anni sono state poste sotto osservazione 56 donne affette da emicrania. Prima del trattamento e' stato loro chiesto di annotare su un diario per un mese frequenza, gravita' e durata del mal di testa ed e' stata analizzata l' eventuale presenza di depressione mediante un colloquio e test psicologici. Le pazienti sono state quindi curate e la risposta alla terapia valutata con i diari.
Sei anni piu' tardi le pazienti sono state richiamate e, se ancora presente, il mal di testa e' stato nuovamente monitorato con i diari. Le pazienti sono quindi state suddivise in ''migliorate'' e ''non migliorate'' ed e' emersa la relazione fra emicrania cronica e depressione. Infatti, le pazienti ''non migliorate'' presentavano sin dall' inizio dello studio una presenza di depressione significativamente piu' elevata rispetto al gruppo delle ''migliorate''.
Secondo i ricercatori quindi, i dati dimostrerebbero che ''a parita' di gravita' di mal di testa la depressione puo' favorire nel lungo periodo la ricomparsa del dolore''. ''E' dunque importante - affermano - accertare in ogni paziente tempestivamente la presenza di depressione e in caso positivo trattarla contestualmente al mal di testa, controllando i risultati della terapia a scadenze regolari''. (ANSA).
MEDICINA: DEPRESSIONE, NELLE DONNE ALLEATA DEL MAL DI TESTA
(ANSA) - TORINO, 26 FEB - C' e' una relazione non casuale tra emicrania cronica e depressione. E' quanto emerge da uno studio di un gruppo di ricercatori dell' Universita' di Torino e pubblicato recentemente su ''Cephalgia'', la piu' importante e autorevole rivista al mondo che si occupa di cefalee.
L' equipe che ha condotto la ricerca era guidata dal professor Franco Mongini, responsabile del servizio cefalee e dolore facciale della Clinica odontostomatologica dell' ospedale Molinette e del dipartimento di fisiopatologia clinica dell' Universita' di Torino. Per sei anni sono state poste sotto osservazione 56 donne affette da emicrania. Prima del trattamento e' stato loro chiesto di annotare su un diario per un mese frequenza, gravita' e durata del mal di testa ed e' stata analizzata l' eventuale presenza di depressione mediante un colloquio e test psicologici. Le pazienti sono state quindi curate e la risposta alla terapia valutata con i diari.
Sei anni piu' tardi le pazienti sono state richiamate e, se ancora presente, il mal di testa e' stato nuovamente monitorato con i diari. Le pazienti sono quindi state suddivise in ''migliorate'' e ''non migliorate'' ed e' emersa la relazione fra emicrania cronica e depressione. Infatti, le pazienti ''non migliorate'' presentavano sin dall' inizio dello studio una presenza di depressione significativamente piu' elevata rispetto al gruppo delle ''migliorate''.
Secondo i ricercatori quindi, i dati dimostrerebbero che ''a parita' di gravita' di mal di testa la depressione puo' favorire nel lungo periodo la ricomparsa del dolore''. ''E' dunque importante - affermano - accertare in ogni paziente tempestivamente la presenza di depressione e in caso positivo trattarla contestualmente al mal di testa, controllando i risultati della terapia a scadenze regolari''. (ANSA).
la spesa del Ssn per la psichiatria
ANSA.it
PSICHIATRIA
L'ITALIA SPENDE POCO PER CURA E PREVENZIONE:
La spesa sanitaria totale in Italia e' di 70 miliardi di euro l'anno; per la psichiatria si spendono 3,5 miliardi di euro l'anno, dei quali solo 2 miliardi rappresentano la spesa stimata sostenuta dal Ssn per la cura della depressione. Secondo l'Oms, la spesa sanitaria per la depressione nei paesi industrializzati dovrebbe essere pari al 12% della spesa sanitaria totale. La spesa attesa in Italia dovrebbe dunque essere pari a 8 miliardi di euro.
PSICHIATRIA
L'ITALIA SPENDE POCO PER CURA E PREVENZIONE:
La spesa sanitaria totale in Italia e' di 70 miliardi di euro l'anno; per la psichiatria si spendono 3,5 miliardi di euro l'anno, dei quali solo 2 miliardi rappresentano la spesa stimata sostenuta dal Ssn per la cura della depressione. Secondo l'Oms, la spesa sanitaria per la depressione nei paesi industrializzati dovrebbe essere pari al 12% della spesa sanitaria totale. La spesa attesa in Italia dovrebbe dunque essere pari a 8 miliardi di euro.
mercoledì 25 febbraio 2004
MASSIMO FAGIOLI
sul Venerdì di Repubblica
sul Venerdì di Repubblica
segnalato da Roberto Giorgini, Tonino Scrimenti e da un altro compagno
Il Venerdì di Repubblica 20.2.04
CASI DIVERSI
I DESTINI INCROCIATI DI DUE RIVENDITE
A Napoli i libri gay sono nei guai, a Roma spopola Freud omosex
di a.co.
[l'articolo è corredato da una foto di Massimo Fagioli, una di Freud, una della copertina di "La Sindrome di Eloisa" (Nutrimenti, pp.160, euro 14), e da un paio d'altre. Ndr]
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Si sa, per le piccole librerie non è un periodo d'oro. Se poi la libreria, oltre a essere piccola è anche gay, anzi «l'unica libreria a tematica gay e lesbica del Meridione» i guai crescono. Così la Mercurio di Napoli ha rischiato di chiudere, il 15 gennaio scorso. Il libraio Michele Esposito, che l'ha aperta nel 2001, non riusciva più a tirare avanti. Pochi giorni prima del 15 perù, un cliente ha diffuso un appello su Internet da cui è nata una sottoscrizione: la libreria è salva, almeno per due mesi. A Roma intanto, una libreria che gay non è punta molto, in vetrina, su un testo, La sindrome di Eloisa di Gianna Serra, in cui ci si diffonde sugli scambi epistolari «passionali e conturbanti» di Freud con Wilhelm Fliess e Romain Rolland. Perché tanto interesse? Forse perché la libreria, Amore e Psiche, è nell'orbita dello psichiatra Massimo Fagioli, che non ha ancora deciso se prendersela di più con Freud, già definito «vecchio sadico imbecille» o con l'omosessualità, bollata come «annullamento» e considerata «legata alla pulsione di morte». Pensate che soddisfazione avere le prove che Freud era gay...
Il Venerdì di Repubblica 20.2.04
CASI DIVERSI
I DESTINI INCROCIATI DI DUE RIVENDITE
A Napoli i libri gay sono nei guai, a Roma spopola Freud omosex
di a.co.
[l'articolo è corredato da una foto di Massimo Fagioli, una di Freud, una della copertina di "La Sindrome di Eloisa" (Nutrimenti, pp.160, euro 14), e da un paio d'altre. Ndr]
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Si sa, per le piccole librerie non è un periodo d'oro. Se poi la libreria, oltre a essere piccola è anche gay, anzi «l'unica libreria a tematica gay e lesbica del Meridione» i guai crescono. Così la Mercurio di Napoli ha rischiato di chiudere, il 15 gennaio scorso. Il libraio Michele Esposito, che l'ha aperta nel 2001, non riusciva più a tirare avanti. Pochi giorni prima del 15 perù, un cliente ha diffuso un appello su Internet da cui è nata una sottoscrizione: la libreria è salva, almeno per due mesi. A Roma intanto, una libreria che gay non è punta molto, in vetrina, su un testo, La sindrome di Eloisa di Gianna Serra, in cui ci si diffonde sugli scambi epistolari «passionali e conturbanti» di Freud con Wilhelm Fliess e Romain Rolland. Perché tanto interesse? Forse perché la libreria, Amore e Psiche, è nell'orbita dello psichiatra Massimo Fagioli, che non ha ancora deciso se prendersela di più con Freud, già definito «vecchio sadico imbecille» o con l'omosessualità, bollata come «annullamento» e considerata «legata alla pulsione di morte». Pensate che soddisfazione avere le prove che Freud era gay...
la Cina a Firenze
cinema e spettacolo
cinema e spettacolo
Institut Français de Florence
Giovedì 26 febbraio ore 17.30 e 20.45
Anno della Cina in Francia
SCHERMI D’ORIENTE
La Cina di ieri e di oggi attraverso il suo cinema
Nell’ambito de "La Cina è un aquilone", rassegna dedicata alla cultura cinese ed ospitata all’Istituto Francese di piazza Ognissanti - in occasione dell’Anno della Francia in Cina - giovedì 26 febbraio doppio appuntamento con Schermi d’oriente, la Cina di ieri e di oggi attraverso il suo cinema.
Il programma, a cura di Anna Maria Gallone - fondatrice tra l’altro del prestigioso festival del cinema africano di Milano - prevede giovedì 26 febbraio ore 17.30 Il nipotino americano (Taiwan 1991) per la regia di Ann Hui - la più amata regista e attrice cinese che con "Boat People" (1982), opera di impegno civile sul Vietnam, ha ottenuto un notevole successo di critica e di pubblico e nel 2002 ha diretto "July Rhapsody" - . Protagonista del film è Ku, un anziano musicista di Shanghai, la cui tranquilla esistenza viene rivoluzionata dall'arrivo del nipotino dagli Stati Uniti. (Versione cinese con sottotitoli in italiano)
Giovedì 26 febbraio ore 20.45 Una ragazza di nome Xiao Xiao (Cina,1986), regia di Ulan Xie Fei, tratto dal romanzo XIAO XIAO di Shen Congwen. Xiao Xiao, una adolescente di 12 anni, per ragioni di clan e antiche tradizioni, viene sposata con un bimbo di soli due anni. Con il passare del tempo la ragazza, ormai diventata donna, finisce per cedere all'amore di un giovane fattore, ma le leggi del clan prevedono per le adultere la pena di morte: Xiao Xiao, incinta, tenta la fuga. (Versione doppiata in italiano).
Fino al 28 febbraio è ancora possibile visitare la mostra sugli oggetti dell’infanzia in Cina, abbinata alla proiezione di una serie di cartoni animati cinesi (La leggenda del re scimmiotto, I girini cercano la mamma, ecc) per piccoli e grandi (orario: lunedì/venerdì 9.30/12.30 e 14.30/18 e sabato 9.30/12.30).
Il gran finale è previsto per sabato 28 ore 11.00
con lo Spettacolo tradizionale cinese
allestito dall’Istituto di Wushu della città di Firenze in Piazza Ognissanti
Un progetto realizzato dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Firenze
in collaborazione con Istituto Francese di Firenze, Kenzi e Cospe.
Ingresso libero – Fino ad esaurimento posti
Institut Français de Florence - Piazza Ognissanti 2 - 50123 Firenze
Info 055 2718801 – Info stampa 055 2718820 – 348 6106610
Institut Français de Florence
Piazza Ognissanti 2 / 50123 Firenze
tel 055 2718801 / fax 055 217296
info@istitutofrancese.it
www.istitutofrancese.it
contestata la nomina del nuovo coordinatore
dell'area psichiatrica del Lazio
Corriere della Sera 25.2.04
La scelta della Regione criticata da associazioni di malati
Psichiatria, è bufera
Cantelmi nominato coordinatore. «Troppi soldi ai privati»
La Regione nomina Tonino Cantelmi dirigente responsabile dell’area psichiatrica, ma le associazioni dei parenti dei malati e Giulia Rodano, consigliere regionale Ds, criticano il provvedimento e accusano la politica della giunta regionale sulla salute mentale di avere «assegnato troppi finanziamenti alle cliniche private e danneggiato quelle pubbliche, dove mancano 250 letti per malati acuti». Marco Verzaschi, assessore regionale alla Sanità, replica: «È un attacco pretestuoso: se criticano Cantelmi vuole dire che abbiamo scelto bene. Bisogna spendere di più per dare ai pazienti quello che aspettano da 20 anni, soprattutto i soggetti con pluripatologie».
Corriere della Sera 25.2.04
Critiche le associazioni. L’assessore: attacco pretestuoso
Psichiatria, polemica sul neocoordinatore «Rivuole i manicomi»
La Regione nomina Tonino Cantelmi
di Francesco Di Frischia
Tonino Cantelmi sta per essere nominato responsabile dell’area psichiatrica della Regione. La conferma viene dall’assessorato regionale alla Sanità, ma le associazioni dei parenti dei malati e Giulia Rodano, consigliere regionale Ds, criticano la nomina e accusano la politica regionale sulla salute mentale di avere «favorito le strutture private e danneggiato quelle pubbliche». Marco Verzaschi, assessore regionale alla Sanità, replica: «È un attacco pretestuoso: se criticano Cantelmi vuole dire che abbiamo scelto bene. Bisogna spendere di più per dare ai pazienti quello che aspettano da 20 anni, soprattutto i soggetti con pluripatologie». E la Regione ha imposto ai manager delle Asl di creare, entro un anno, almeno 125 letti sui 250 che mancano nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) del Lazio. Il provvedimento su Cantelmi, arrivato al termine di un bando pubblico dopo che il posto era rimasto vacante per due anni, diventerà ufficiale nei prossimi giorni. Il medico, esperto di psichiatria del Nuovo Regina Margherita, è uno dei promotori del disegno di legge «Burani Procaccini» all’esame del Parlamento per modificare la «Basaglia», la normativa del 1978 che ha abolito i manicomi. Proposta che, secondo associazioni e esponenti del centrosinistra, «vuole di fatto riaprire i manicomi - taglia corto Giulia Rodano - Questa è la ciliegia sulla torta della politica della giunta Storace, dopo la decisione di fare ricoveri per acuti anche in 13 cliniche neuropsichiatriche private. In cambio, ovviamente, le case di cura hanno incassato l’aumento delle rette per 50 euro al giorno».
Vanni Pecchioli, segretario regionale dell’associazione «Psichiatria democratica», aggiunge: «Non abbiamo nulla contro il medico Cantelmi, ma da tempo siamo preoccupati per le scelte della Regione». Secondo Pecchioli «il processo di riconversione stabilito dalla giunta con le cliniche ha tempi lunghi. E poi non sono state colmate le gravi carenze di letti e organici delle Asl che devono anche controllare l’assistenza nelle case di cura. Da Roma i malati finiscono per essere ricoverati fuori provincia». Il grido d’allarme viene condiviso da Maria Luisa Zardini, presidente di un’altra associazione, l’Arap: «Viviamo una situazione disastrosa da 25 anni: non vogliamo riaprire i manicomi, ma servono al più presto spazi adeguati per non lasciare i pazienti a carico delle famiglie». Considerazioni condivise da Maria Teresa Milani, responsabile del settore psichiatrico di «Cittadinanza attiva»: «L’accordo della Regione con le cliniche private rischia di innescare un circolo vizioso, senza promuovere percorsi terapeutici alternativi, necessari per reinserire malati nella società».
L’assessore Verzaschi respinge le accuse e precisa: «Le Asl dovranno controllare le cure su ogni paziente nelle 13 cliniche da riconvertire. E per i finanziamenti non c’è stato alcun aumento folle alle strutture private: abbiamo adeguato le tariffe, ferme da 10 anni, incrementando solo i rimborsi per la fase delle acuta, che è limitata ad un massimo di 10 giorni di ricovero. In cambio le cliniche dovranno aumentare il personale e la qualità dell’assistenza». E sull’accordo Verzaschi aggiunge: «Chi lo critica, chieda ai malati che non trovano risposta ai loro bisogni cosa ne pensano».
La scelta della Regione criticata da associazioni di malati
Psichiatria, è bufera
Cantelmi nominato coordinatore. «Troppi soldi ai privati»
La Regione nomina Tonino Cantelmi dirigente responsabile dell’area psichiatrica, ma le associazioni dei parenti dei malati e Giulia Rodano, consigliere regionale Ds, criticano il provvedimento e accusano la politica della giunta regionale sulla salute mentale di avere «assegnato troppi finanziamenti alle cliniche private e danneggiato quelle pubbliche, dove mancano 250 letti per malati acuti». Marco Verzaschi, assessore regionale alla Sanità, replica: «È un attacco pretestuoso: se criticano Cantelmi vuole dire che abbiamo scelto bene. Bisogna spendere di più per dare ai pazienti quello che aspettano da 20 anni, soprattutto i soggetti con pluripatologie».
Corriere della Sera 25.2.04
Critiche le associazioni. L’assessore: attacco pretestuoso
Psichiatria, polemica sul neocoordinatore «Rivuole i manicomi»
La Regione nomina Tonino Cantelmi
di Francesco Di Frischia
Tonino Cantelmi sta per essere nominato responsabile dell’area psichiatrica della Regione. La conferma viene dall’assessorato regionale alla Sanità, ma le associazioni dei parenti dei malati e Giulia Rodano, consigliere regionale Ds, criticano la nomina e accusano la politica regionale sulla salute mentale di avere «favorito le strutture private e danneggiato quelle pubbliche». Marco Verzaschi, assessore regionale alla Sanità, replica: «È un attacco pretestuoso: se criticano Cantelmi vuole dire che abbiamo scelto bene. Bisogna spendere di più per dare ai pazienti quello che aspettano da 20 anni, soprattutto i soggetti con pluripatologie». E la Regione ha imposto ai manager delle Asl di creare, entro un anno, almeno 125 letti sui 250 che mancano nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) del Lazio. Il provvedimento su Cantelmi, arrivato al termine di un bando pubblico dopo che il posto era rimasto vacante per due anni, diventerà ufficiale nei prossimi giorni. Il medico, esperto di psichiatria del Nuovo Regina Margherita, è uno dei promotori del disegno di legge «Burani Procaccini» all’esame del Parlamento per modificare la «Basaglia», la normativa del 1978 che ha abolito i manicomi. Proposta che, secondo associazioni e esponenti del centrosinistra, «vuole di fatto riaprire i manicomi - taglia corto Giulia Rodano - Questa è la ciliegia sulla torta della politica della giunta Storace, dopo la decisione di fare ricoveri per acuti anche in 13 cliniche neuropsichiatriche private. In cambio, ovviamente, le case di cura hanno incassato l’aumento delle rette per 50 euro al giorno».
Vanni Pecchioli, segretario regionale dell’associazione «Psichiatria democratica», aggiunge: «Non abbiamo nulla contro il medico Cantelmi, ma da tempo siamo preoccupati per le scelte della Regione». Secondo Pecchioli «il processo di riconversione stabilito dalla giunta con le cliniche ha tempi lunghi. E poi non sono state colmate le gravi carenze di letti e organici delle Asl che devono anche controllare l’assistenza nelle case di cura. Da Roma i malati finiscono per essere ricoverati fuori provincia». Il grido d’allarme viene condiviso da Maria Luisa Zardini, presidente di un’altra associazione, l’Arap: «Viviamo una situazione disastrosa da 25 anni: non vogliamo riaprire i manicomi, ma servono al più presto spazi adeguati per non lasciare i pazienti a carico delle famiglie». Considerazioni condivise da Maria Teresa Milani, responsabile del settore psichiatrico di «Cittadinanza attiva»: «L’accordo della Regione con le cliniche private rischia di innescare un circolo vizioso, senza promuovere percorsi terapeutici alternativi, necessari per reinserire malati nella società».
L’assessore Verzaschi respinge le accuse e precisa: «Le Asl dovranno controllare le cure su ogni paziente nelle 13 cliniche da riconvertire. E per i finanziamenti non c’è stato alcun aumento folle alle strutture private: abbiamo adeguato le tariffe, ferme da 10 anni, incrementando solo i rimborsi per la fase delle acuta, che è limitata ad un massimo di 10 giorni di ricovero. In cambio le cliniche dovranno aumentare il personale e la qualità dell’assistenza». E sull’accordo Verzaschi aggiunge: «Chi lo critica, chieda ai malati che non trovano risposta ai loro bisogni cosa ne pensano».
la religione degli americani /5
Repubblica 25.2.04
DIO NON È UN PADRE
la religione degli americani/5. intervista a Toni Morrison
Il suo vero nome è Chloe Anthony Wofford. È stata la prima donna di colore ad essere insignita, nel 1993, del premio Nobel per la letteratura
I miei rapporti con il cattolicesimo si sono interrotti dopo il Concilio Vaticano II
Come me Cechov, Joyce, Tolstoj non hanno mai lasciato in pace il Padreterno
NEW YORK
di ANTONIO MONDA
Toni Morrison è nata settantatre anni fa a Lorain, una cittadina dell´Ohio, con il nome di Chloe Anthony Wofford. E´ stata lei stessa a scegliere il soprannome Toni, quando si è stancata del modo in cui veniva storpiato il nome con cui è stata battezzata. Prima di essere stata la prima donna di colore (e la ottava in assoluto) ad essere insignita nel 1993 del Nobel per la letteratura «per la vita che riesce a dare ad aspetti essenziali dell´esistenza americana in romanzi caratterizzati da una forza visionaria e da una imprescindibile valenza poetica», è stata per ventanni la più apprezzata e rigorosa editor della Random House, ha vinto il premio Pulitzer nel 1988 per Beloved, e la prima donna di colore a diventare Chair in una università del prestigio di Princeton. Mi chiede di incontrarla nel suo appartamento di New York, situato all´interno di un palazzo che fino a pochi mesi fa ospitava una centrale della polizia. E´ una donna dal portamento maestoso, uno sguardo che mette soggezione, i capelli annodati in lunghissime trecce grigie, ed una voce che rivela appena la cadenza del sud di cui erano originari i suoi genitori. Si rende subito conto del mio stupore per la strana architettura del palazzo nel quale campeggiano ancora simboli e bandiere, ma mi invita a vederne la grandiosità, e a riflettere su come siano stati mal utilizzati fino ad allora gli spazi. «Se dobbiamo parlare del rapporto con Dio, immagino che dobbiamo cercarlo in ogni cosa» mi dice scherzosamente prima di invitarmi a cercare un ristorante dove riflettere in maniera rilassata su un tema che non avrebbe mai immaginato di discutere pubblicamente.
Di questi tempi i politici e le istituzioni parlano costantemente di Dio...
«Io ritengo che quello che fanno è semplicemente una strumentalizzazione, se non una bestemmia. La situazione in cui ci ha portato questo presidente è disperata, e sono terrorizzata quando lo sento parlare del suo Dio. Gli sono state attribuite frasi come "non negozierò mai con me stesso", ma negoziare con se stesso è quello che normalmente è chiamato "pensare". Il suo assolutismo religioso è stupefacente. Non riesco a capire con quale autorità morale citi il Padreterno e si definisca poi "presidente di guerra". A me sembra che fondi il proprio potere sulla paura».
Mi parli del suo atteggiamento rispetto a Dio. Lei crede?
«Credo in una intelligenza interessata in quello che esiste e rispettosa di quanto ha creato».
In cosa differisce questa definizione dal Dio delle religioni?
«Il fatto che ogni religione finisce per definirlo e quindi rimpicciolirlo. La mia idea di Dio è quella di una crescita infinita che scoraggia le definizioni ma non la conoscenza. Credo in un´esperienza intellettuale che intensifica le nostre percezioni e ci allontana da una vita egocentrica e predatoria, dall´ignoranza e dai limiti delle soddisfazioni personali. Più è grande la conoscenza e più Dio diventa grande. Perfino la Bibbia, questo libro meraviglioso scritto da straordinari visionari, è piccola e riduttiva rispetto alla grandezza di Dio».
Lei parla di una definizione che crea un limite. Tuttavia la fede non pretende di definire...
«E´ vero, ma rifletto anche sul fatto che la ricerca è sempre più importante della conclusione, e a volte la conclusione è già nel viaggio».
Mi parli del suo intimo viaggio all´interno della religione.
«Ho ricevuto una educazione cattolica, nonostante mia madre, che era molto religiosa, fosse protestante. Da bambina ero affascinata dai riti del cattolicesimo, ed ho subito la forte influenza di una cugina, che era una fervente cattolica».
Quando si sono interrotti i suoi rapporti con il cattolicesimo?
«Non so identificarlo con certezza. Forse la stupirà sapere che un momento di crisi l´ho avuto in occasione del Concilio Vaticano II. All´epoca ebbi l´impressione che si trattasse di un cambiamento di superficie, e soffrii molto per l´abolizione del latino, che vedevo come il linguaggio unificante e universale della chiesa. Tuttavia trovo ancora folgorante la rivoluzione dell´amore che sostituì l´idea di giustizia. Si tratta di qualcosa di estremamente moderno, e forse di eterno, che qualcuno ha portato nell´umanità».
Per chi crede quel "qualcuno" è il figlio di Dio.
«Se non lo è, stiamo parlando certamente di un genio. E´ l´amore che ci distingue dagli animali. E in questa rivoluzione diventa centrale l´attenzione al più debole e al più piccolo».
Lei parla della rivoluzione cristiana con commozione, eppure oggi crede in un´entità intelligente...
«Non credo in un Dio padre: anche quella mi sembra una limitazione, oltre che una semplificazione. E contesto l´immagine di Dio come il genitore protettivo...: se mi sforzo di intuirne l´essenza, e penso ad esempio all´infinità del tempo mi perdo con un misto di sgomento ed eccitazione. Intuisco l´ordine e l´armonia che suggeriscono un´intelligenza, e scopro, con un po´ di tremore, che il mio stesso linguaggio diventa evangelico».
Su questo stesso problema Derek Walcott ha riflettuto pensando alla Nostalgia dell´infinito, il famoso quadro di De Chirico esposto al MoMA.
«E´ il dilemma perfetto: il più grande ed eterno. Ci sentiamo unici, e per molti versi lo siamo, ma sentiamo di appartenere a qualcosa di più grande, rispetto alla quale non possiamo che provare nostalgia». Coloro che credono sono a suo avviso degli illusi?
«No, anzi: provo nei loro confronti il massimo rispetto, e certamente non sono io la persona che può giudicarli. Tuttavia penso che la mente cerca sempre di proteggere se stessa, e che è molto umano l´atteggiamento di chi trova un sistema in cui credere. Mi ha sempre divertito la tendenza ad umanizzare la divinità: penso agli uomini che ne esaltano l´aspetto guerriero o alle monache cattoliche che si dichiarano spose di Cristo. O coloro che lo identificano con il loro medico... soldato, marito, dottore: sono esempi abbastanza evidenti di esigenze umane».
Il suo approccio intellettuale sembra nascere dall´"intellego ut credam".
«Mi voglio fermare al termine "Intellego", anche perchè so bene che esiste da sempre un anelito di Dio. Tutto ciò che la mente può fare è imparare, e il momento in cui la mente si ferma coincide con la morte».
Cosa significa per lei la morte?
«Nei momenti di depressione la vedo come una liberazione, ma normalmente rappresenta qualcosa di inconcepibile: viviamo nel paradosso di non accettare la più ovvia e inevitabile delle nostre condizioni».
La sua tesi universitaria tratta del tema della morte, ed in particolare del suicidio in Faulkner e Virginia Woolf.
«La morte è un fatto inaccettabile con il quale tuttavia dobbiamo confrontarci: scelsi quel tema per riflettere sul fatto che in Assalonne Assalonne, l´americano Faulkner descrive il suicidio come un atto di debolezza, mentre in Mrs.Dalloway l´inglese Woolf lo trasforma in un gesto eroico di libertà».
I suoi libri hanno dei riferimenti religiosi persino nei titoli.
«E´ vero, ma devo dirle che sia Song of Solomon che Paradise sono titoli suggeriti dall´editore. Pensi che il titolo di quest´ultimo libro, nel quale tutti i personaggi sono dei credenti, era War. Per quanto riguarda Beloved è tratto da una citazione di San Paolo ai Corinzi, ma è anche un modo per rapportarsi a qualcosa di profondamente intimo e imprescindibile».
Uno dei suoi temi ricorrenti è la schiavitù. Ritiene che si tratti solo di una condizione fisica?
«No, assolutamente. L´abominio di un essere umano messo in catene è una delle più grandi tragedie dell´umanità, ma so bene che esistono schiavitù psicologiche ed ideologiche».
Ritiene che la religione sia presente nell´arte moderna?
«Meno di quanto si possa pensare, e spesso è utilizzata con fini commerciali. Pensi ad esempio a questi filmacci pretenziosi dove compaiono gli angeli come deus ex machina o agli artisti figurativi che utilizzano l´iconografia religiosa con l´unico intento di creare uno scandalo: non c´è nulla di serio, si tratta di una religione da supermercato, una Disneyland spirituale di falso timore e piacere». Ma nell´arte la religione è un limite o una opportunità?
«Credo che sia un dato neutro: ci sono scrittori e poeti che non credevano ed hanno realizzato delle meravigliose opere con soggetti religiosi».
Quali sono gli scrittori che hanno trattato temi religiosi che ammira maggiormente?
«Joyce, in particolare le opere giovanili, e Flannery O´Connor, una grandissima artista che ancora non ha ricevuto l´attenzione dovuta». Mi ha citato due irlandesi...
«Sono gli scrittori che mi vengono immediatamente in mente, ma non si possono dimenticare i russi: Dostoevskj, Tolstoj e perfino Cechov non hanno mai lasciato in pace il Padreterno».
DIO NON È UN PADRE
la religione degli americani/5. intervista a Toni Morrison
Il suo vero nome è Chloe Anthony Wofford. È stata la prima donna di colore ad essere insignita, nel 1993, del premio Nobel per la letteratura
I miei rapporti con il cattolicesimo si sono interrotti dopo il Concilio Vaticano II
Come me Cechov, Joyce, Tolstoj non hanno mai lasciato in pace il Padreterno
NEW YORK
di ANTONIO MONDA
Toni Morrison è nata settantatre anni fa a Lorain, una cittadina dell´Ohio, con il nome di Chloe Anthony Wofford. E´ stata lei stessa a scegliere il soprannome Toni, quando si è stancata del modo in cui veniva storpiato il nome con cui è stata battezzata. Prima di essere stata la prima donna di colore (e la ottava in assoluto) ad essere insignita nel 1993 del Nobel per la letteratura «per la vita che riesce a dare ad aspetti essenziali dell´esistenza americana in romanzi caratterizzati da una forza visionaria e da una imprescindibile valenza poetica», è stata per ventanni la più apprezzata e rigorosa editor della Random House, ha vinto il premio Pulitzer nel 1988 per Beloved, e la prima donna di colore a diventare Chair in una università del prestigio di Princeton. Mi chiede di incontrarla nel suo appartamento di New York, situato all´interno di un palazzo che fino a pochi mesi fa ospitava una centrale della polizia. E´ una donna dal portamento maestoso, uno sguardo che mette soggezione, i capelli annodati in lunghissime trecce grigie, ed una voce che rivela appena la cadenza del sud di cui erano originari i suoi genitori. Si rende subito conto del mio stupore per la strana architettura del palazzo nel quale campeggiano ancora simboli e bandiere, ma mi invita a vederne la grandiosità, e a riflettere su come siano stati mal utilizzati fino ad allora gli spazi. «Se dobbiamo parlare del rapporto con Dio, immagino che dobbiamo cercarlo in ogni cosa» mi dice scherzosamente prima di invitarmi a cercare un ristorante dove riflettere in maniera rilassata su un tema che non avrebbe mai immaginato di discutere pubblicamente.
Di questi tempi i politici e le istituzioni parlano costantemente di Dio...
«Io ritengo che quello che fanno è semplicemente una strumentalizzazione, se non una bestemmia. La situazione in cui ci ha portato questo presidente è disperata, e sono terrorizzata quando lo sento parlare del suo Dio. Gli sono state attribuite frasi come "non negozierò mai con me stesso", ma negoziare con se stesso è quello che normalmente è chiamato "pensare". Il suo assolutismo religioso è stupefacente. Non riesco a capire con quale autorità morale citi il Padreterno e si definisca poi "presidente di guerra". A me sembra che fondi il proprio potere sulla paura».
Mi parli del suo atteggiamento rispetto a Dio. Lei crede?
«Credo in una intelligenza interessata in quello che esiste e rispettosa di quanto ha creato».
In cosa differisce questa definizione dal Dio delle religioni?
«Il fatto che ogni religione finisce per definirlo e quindi rimpicciolirlo. La mia idea di Dio è quella di una crescita infinita che scoraggia le definizioni ma non la conoscenza. Credo in un´esperienza intellettuale che intensifica le nostre percezioni e ci allontana da una vita egocentrica e predatoria, dall´ignoranza e dai limiti delle soddisfazioni personali. Più è grande la conoscenza e più Dio diventa grande. Perfino la Bibbia, questo libro meraviglioso scritto da straordinari visionari, è piccola e riduttiva rispetto alla grandezza di Dio».
Lei parla di una definizione che crea un limite. Tuttavia la fede non pretende di definire...
«E´ vero, ma rifletto anche sul fatto che la ricerca è sempre più importante della conclusione, e a volte la conclusione è già nel viaggio».
Mi parli del suo intimo viaggio all´interno della religione.
«Ho ricevuto una educazione cattolica, nonostante mia madre, che era molto religiosa, fosse protestante. Da bambina ero affascinata dai riti del cattolicesimo, ed ho subito la forte influenza di una cugina, che era una fervente cattolica».
Quando si sono interrotti i suoi rapporti con il cattolicesimo?
«Non so identificarlo con certezza. Forse la stupirà sapere che un momento di crisi l´ho avuto in occasione del Concilio Vaticano II. All´epoca ebbi l´impressione che si trattasse di un cambiamento di superficie, e soffrii molto per l´abolizione del latino, che vedevo come il linguaggio unificante e universale della chiesa. Tuttavia trovo ancora folgorante la rivoluzione dell´amore che sostituì l´idea di giustizia. Si tratta di qualcosa di estremamente moderno, e forse di eterno, che qualcuno ha portato nell´umanità».
Per chi crede quel "qualcuno" è il figlio di Dio.
«Se non lo è, stiamo parlando certamente di un genio. E´ l´amore che ci distingue dagli animali. E in questa rivoluzione diventa centrale l´attenzione al più debole e al più piccolo».
Lei parla della rivoluzione cristiana con commozione, eppure oggi crede in un´entità intelligente...
«Non credo in un Dio padre: anche quella mi sembra una limitazione, oltre che una semplificazione. E contesto l´immagine di Dio come il genitore protettivo...: se mi sforzo di intuirne l´essenza, e penso ad esempio all´infinità del tempo mi perdo con un misto di sgomento ed eccitazione. Intuisco l´ordine e l´armonia che suggeriscono un´intelligenza, e scopro, con un po´ di tremore, che il mio stesso linguaggio diventa evangelico».
Su questo stesso problema Derek Walcott ha riflettuto pensando alla Nostalgia dell´infinito, il famoso quadro di De Chirico esposto al MoMA.
«E´ il dilemma perfetto: il più grande ed eterno. Ci sentiamo unici, e per molti versi lo siamo, ma sentiamo di appartenere a qualcosa di più grande, rispetto alla quale non possiamo che provare nostalgia». Coloro che credono sono a suo avviso degli illusi?
«No, anzi: provo nei loro confronti il massimo rispetto, e certamente non sono io la persona che può giudicarli. Tuttavia penso che la mente cerca sempre di proteggere se stessa, e che è molto umano l´atteggiamento di chi trova un sistema in cui credere. Mi ha sempre divertito la tendenza ad umanizzare la divinità: penso agli uomini che ne esaltano l´aspetto guerriero o alle monache cattoliche che si dichiarano spose di Cristo. O coloro che lo identificano con il loro medico... soldato, marito, dottore: sono esempi abbastanza evidenti di esigenze umane».
Il suo approccio intellettuale sembra nascere dall´"intellego ut credam".
«Mi voglio fermare al termine "Intellego", anche perchè so bene che esiste da sempre un anelito di Dio. Tutto ciò che la mente può fare è imparare, e il momento in cui la mente si ferma coincide con la morte».
Cosa significa per lei la morte?
«Nei momenti di depressione la vedo come una liberazione, ma normalmente rappresenta qualcosa di inconcepibile: viviamo nel paradosso di non accettare la più ovvia e inevitabile delle nostre condizioni».
La sua tesi universitaria tratta del tema della morte, ed in particolare del suicidio in Faulkner e Virginia Woolf.
«La morte è un fatto inaccettabile con il quale tuttavia dobbiamo confrontarci: scelsi quel tema per riflettere sul fatto che in Assalonne Assalonne, l´americano Faulkner descrive il suicidio come un atto di debolezza, mentre in Mrs.Dalloway l´inglese Woolf lo trasforma in un gesto eroico di libertà».
I suoi libri hanno dei riferimenti religiosi persino nei titoli.
«E´ vero, ma devo dirle che sia Song of Solomon che Paradise sono titoli suggeriti dall´editore. Pensi che il titolo di quest´ultimo libro, nel quale tutti i personaggi sono dei credenti, era War. Per quanto riguarda Beloved è tratto da una citazione di San Paolo ai Corinzi, ma è anche un modo per rapportarsi a qualcosa di profondamente intimo e imprescindibile».
Uno dei suoi temi ricorrenti è la schiavitù. Ritiene che si tratti solo di una condizione fisica?
«No, assolutamente. L´abominio di un essere umano messo in catene è una delle più grandi tragedie dell´umanità, ma so bene che esistono schiavitù psicologiche ed ideologiche».
Ritiene che la religione sia presente nell´arte moderna?
«Meno di quanto si possa pensare, e spesso è utilizzata con fini commerciali. Pensi ad esempio a questi filmacci pretenziosi dove compaiono gli angeli come deus ex machina o agli artisti figurativi che utilizzano l´iconografia religiosa con l´unico intento di creare uno scandalo: non c´è nulla di serio, si tratta di una religione da supermercato, una Disneyland spirituale di falso timore e piacere». Ma nell´arte la religione è un limite o una opportunità?
«Credo che sia un dato neutro: ci sono scrittori e poeti che non credevano ed hanno realizzato delle meravigliose opere con soggetti religiosi».
Quali sono gli scrittori che hanno trattato temi religiosi che ammira maggiormente?
«Joyce, in particolare le opere giovanili, e Flannery O´Connor, una grandissima artista che ancora non ha ricevuto l´attenzione dovuta». Mi ha citato due irlandesi...
«Sono gli scrittori che mi vengono immediatamente in mente, ma non si possono dimenticare i russi: Dostoevskj, Tolstoj e perfino Cechov non hanno mai lasciato in pace il Padreterno».
Boncinelli a Firenze
questo pomeriggio
Repubblica, edizione di Firenze 25.2.04
LEGGERE PER...
Boncinelli alla Biblioteca comunale una ricerca fra scienza e filosofia
FISICO di fama, dedicatosi nel tempo a studi di genetica e biologia molecolare degli animali superiori e dell´uomo, Edoardo Boncinelli è l´ospite di oggi del ciclo «leggere per non dimenticare» a cura di Anna Benedetti, che rinnova il suo appuntamento alla Biblioteca Comunale Centrale in via Sant´Egidio 21 (ore 17.30). Dove l´attuale direttore della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste nonché apprezzato divulgatore presenta il suo lavoro più recente Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell´anima, un importante saggio pubblicato da Laterza, nel quale Boncinelli affronta una delle questioni più rilevanti - forse la più rilevante - che l´uomo si pone e nella quale filosofia, scienza, religione e vita quotidiana si intrecciano in modo indissolubile, a volte misterioso, affascinante sempre. L´introduzione dell´incontro è a cura di Paolo Rossi.
LEGGERE PER...
Boncinelli alla Biblioteca comunale una ricerca fra scienza e filosofia
FISICO di fama, dedicatosi nel tempo a studi di genetica e biologia molecolare degli animali superiori e dell´uomo, Edoardo Boncinelli è l´ospite di oggi del ciclo «leggere per non dimenticare» a cura di Anna Benedetti, che rinnova il suo appuntamento alla Biblioteca Comunale Centrale in via Sant´Egidio 21 (ore 17.30). Dove l´attuale direttore della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste nonché apprezzato divulgatore presenta il suo lavoro più recente Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell´anima, un importante saggio pubblicato da Laterza, nel quale Boncinelli affronta una delle questioni più rilevanti - forse la più rilevante - che l´uomo si pone e nella quale filosofia, scienza, religione e vita quotidiana si intrecciano in modo indissolubile, a volte misterioso, affascinante sempre. L´introduzione dell´incontro è a cura di Paolo Rossi.
"vertenza spettacolo":
Marco Bellocchio vi aderisce
Repubblica edizione di Roma 25.2.04
Domani al Capranica attori, registi, musicisti: "Siamo trascurati"
La protesta fa spettacolo
di Francesca Giuliani
Lo spettacolo sotto i riflettori: attori, registi, danzatori, cantanti, mucisti insieme per chiedere attenzione a un mondo che conta 200mila addetti e muove ogni anno miliardi di euro, ed è troppo trascurato dalle istituzioni. La "vertenza spettacolo" dell´Agis apre domani mattina alle 11 al cinema Capranica con un incontro-kermesse che sta mobilitando tutti gli addetti ai lavori. Una protesta concreta e su punti precisi che ricorda già le proteste degli Intermittants che hanno messo a ferro e fuoco l´estate dei festival francesi. Hanno dato la loro adesione Alessandro Gassman, Carlo Verdone, Raffaele Paganini, Giuliana De Sio, Giuseppe Fiorello, ma anche Oreste Lionello, Mariangela Melato, Marco Bellocchio, Massimo Ghini e Serena Autieri. Salvatore Accardo ha inviato un testo scritto, dice: «C´è bisogno di investire sui giovani, per svincolare l´effimero allo spettacolo e farlo diventare cultura». Il resto sarà un fuori copione: il mondo dello spettacolo dà al governo sessanta giorni di tempo per avere risposte concrete.
Domani al Capranica attori, registi, musicisti: "Siamo trascurati"
La protesta fa spettacolo
di Francesca Giuliani
Lo spettacolo sotto i riflettori: attori, registi, danzatori, cantanti, mucisti insieme per chiedere attenzione a un mondo che conta 200mila addetti e muove ogni anno miliardi di euro, ed è troppo trascurato dalle istituzioni. La "vertenza spettacolo" dell´Agis apre domani mattina alle 11 al cinema Capranica con un incontro-kermesse che sta mobilitando tutti gli addetti ai lavori. Una protesta concreta e su punti precisi che ricorda già le proteste degli Intermittants che hanno messo a ferro e fuoco l´estate dei festival francesi. Hanno dato la loro adesione Alessandro Gassman, Carlo Verdone, Raffaele Paganini, Giuliana De Sio, Giuseppe Fiorello, ma anche Oreste Lionello, Mariangela Melato, Marco Bellocchio, Massimo Ghini e Serena Autieri. Salvatore Accardo ha inviato un testo scritto, dice: «C´è bisogno di investire sui giovani, per svincolare l´effimero allo spettacolo e farlo diventare cultura». Il resto sarà un fuori copione: il mondo dello spettacolo dà al governo sessanta giorni di tempo per avere risposte concrete.
la depressione
secondo la Sopsi
La Stampa 25 Febbraio 2004
IL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ DI PSICOPATOLOGIA
«Un italiano su cinque è depresso
Primo sintomo, il dolore fisico»
Un italiano su cinque soffre di depressione, e molti malati sono giovani. Milano e Bergamo sono le città più colpite. Spesso i sintomi confondono i medici di famiglia che non riescono a spiegare certi tipi di mal di testa, mal di schiena, mal di stomaco. L’allerta viene dagli specialisti riuniti a Roma per il congresso della Sopsi (Società italiana di psicopatologia).
I depressi sono considerati dalla famiglia e dagli amici come malati immaginari ma gli psichiatri smentiscono questo luogo comune: la loro sofferenza, che è reale, può avere origine ed essere amplificata dallo stato depressivo. Il dolore fisico, affermano gli esperti, rappresenta molte volte un primo importante campanello d’allarme che non va sottovalutato.
«Non esiste il malato immaginario - spiega il presidente della Sopsi, Paolo Pancheri - nessuno s’inventa un dolore, tranne un simulatore». La depressione, osserva Riccardo Torta, docente di Psicosomatica all’università di Torino, «non è solo una malattia della psiche ma anche del corpo, lo dimostra il fatto che i depressi si ammalano e muoiono di più. Il dolore è la spia che segnala un forte disagio emotivo». Lo psichiatra Mauro Mauri, dell’università di Pisa, aggiunge: «È frequente che manifestazioni di dolore apparentemente senza causa mascherino forme di depressione, la prova è che spesso, curando il disturbo, anche il dolore fisico scompare. L’amplificazione dei sintomi dolorosi indica una richiesta di aiuto da parte del depresso».
Ma quali sono i dolori fisici più diffusi che possono nascondere uno stato depressivo? Nel quaranta per cento dei casi si tratta di dolori lombari, cefalee e crampi addominali. A ciò si accompagna un calo del desiderio sessuale, difficoltà di concentrazione, crisi di pianto e una perdita di interesse per le attività abituali.
La depressione, sottolinea Mauri, si comporta «come una malattia ricorrente: si può guarire da un episodio depressivo ma la vulnerabilità si mantiene». Ogni crisi successiva, però, aggrava le condizioni del soggetto e per questo, avvertono gli esperti, è importante prevenire le ricadute.
Se le cure sono adeguate il 70 per cento dei pazienti riesce a uscire dal tunnel. Il problema, però, è che metà dei depressi non rispetta le cure o le interrompe. Da evitare, avvertono gli psichiatri, atteggiamenti paternalistici (genere: «Fatti coraggio che passa»). Ciò che serve è «una maggiore consapevolezza e il ricorso a cure adeguate e tempestive».
LIBERTA' 25.2.04
La depressione provoca anche mal di stomaco
di Gian Ugo Berti
ROMA «Le analisi per il mio mal di stomaco sono tutte negative, dottore. Cosa può essere allora?». «Forse è depressione» risponde il medico. Strano ma vero, è il volto più nuovo della depressione (ne soffre in media un italiano su cinque). Il dolore fisico capace cioè di mascherare un disturbo psicologico, così come una emicrania o un mal di schiena. Da qui l'invito al medico di base di sospettare uno stato depressivo in quei soggetti che denunciano dolori fisici e non trovano una spiegazione nonostante le sofisticate indagini. Lo sostengono i professori Giovanni Biggio, Mauro Mauri, Enrico Smeraldi e Riccardo Torta dell'Università di Cagliari, Pisa, Milano e Torino. Hanno messo in evidenza infatti che in un depresso si verifica un calo di due neurotrasmettitori, noradrenalina e serotonina. Questi due neurotrasmettitori hanno un ruolo anche nel controllo del dolore. Quindi riducendosi l'azione in un depresso, si amplifica la sensibilità al dolore fisico. Preziosa è poi l'azione della venlafaxina che ha la proprietà di andare ad agire contemporaneamente proprio sui due neurotrasmettitori e dunque, curando la depressione, combatte ed elimina il dolore fisico ad essa associato. Sono diciassette su cento gli italiani che soffrono oggi in media di depressione. Ma c'è una realtà variegata: secondo il professor Marcello Nardini dell'Università di Bari le ricerche indicano il 13% nell'area di Bologna, fra il 13 e il 15% in quella di Udine, in Puglia e in Sardegna. Ogni anno si verificano 250 casi in più ogni diecimila abitanti. Preoccupante - si è detto infine - è il tempo che intercorre fra l'insorgenza della depressione e il ricorso alle cure: ben otto anni. Nel caso poi della psicosi si arriva fino anche a dodici anni. Ultimo dato emerso dalla Assise di Roma che si conclude domani: fra quanti soffrono di depressione, la metà non ha avuto la diagnosi relativa alla malattia. La metà di quelli che hanno avuto la diagnosi non riceve invece cure adeguate. La metà di chi ha ricevuto cure adeguate non ha un'aderenza al trattamento prescritto.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Repubblica ed. di Firenze
MERCOLEDÌ, 25 FEBBRAIO 2004
LO STUDIO
Isolamento affettivo fra le cause
Più depressi in Toscana tra anziani e bambini
Placidi: "Sono migliorate le capacità di dignosi"
Aumentano i depressi in Toscana. Una crescita, comune a tutta Italia, sospinta dai casi di donne e giovani che si ammalano sempre di più. Recenti casi di cronaca, come il suicidio di sabato dell´infermiera quarantenne in lotta da anni con la depressione, hanno riportato di attualità la pericolosità di questo problema. «Da noi - spiega Gian Franco Placidi, ordinario di psichiatria all´Università di Firenze - vediamo più frequentemente casi di depressione anche perché sono migliorate le conoscenze e le capacità di diagnosi sia da parte degli specialisti che dei medici di famiglia. Purtroppo però l´aumento è dovuto anche alla diminuzione dell´età di esordio della malattia, che cresce negli adolescenti ma anche nei bambini. Preoccupa il disagio dei nostri giovani: più elevati sono infatti i fattori di rischio quali fra gli altri il consumo di sostanze stupefacenti. La depressione può anche essere in alcuni casi difficile da diagnosticare qualora si associno agitazione, irrequietezza motoria e disperazione: situazione ad alto rischio di suicidio. La rete di servizi psichiatrici che abbiamo in Toscana è buona ma va potenziata proprio per assistere di più gli adolescenti e i minorenni. Importante è anche una sensibilizzazione della famiglia e insegnanti su questa problematica, al fine di identificare precocemente i soggetti più vulnerabili e a rischio».
La nostra è una regione anziana, dove si fa sempre più ampio il disagio della terza età: «Sempre più spesso - aggiunge Placidi - i nostri anziani reagiscono con la depressione alla perdita di ruolo sociale e al loro isolamento affettivo». Per curare questa malattia ci sono farmaci di nuova generazione. «Si fa largo un nuovo approccio al problema - prosegue il professore - Ci stiamo rendendo conto che a volte sintomi fisici dolorosi persistenti e che non riconoscono una base organica, possono essere in realtà la spia di una depressione latente. Curando la depressione, il dolore lentamente scompare. Farmaci come la venlafaxina sono efficaci e hanno anche una buona azione ansiolitica. Il problema è curare l´episodio depressivo per tutta la durata, protraendo talora la terapia anche per un anno, un anno e mezzo dall´inizio dei primi sintomi».
Yahoo! Notizie
Martedì 24 Febbraio 2004, 18:30
Depressione infantile e adolescenziale: i primi segni già a 10 anni
Di Italiasalute.it
La depressione non è appannaggio esclusivo dell'età adulta bensì interessa anche bambini e adolescenti anche se i sintomi mentali, emotivi e comportamentali nei bambini spesso sono sottovalutati o addebbitati superficialmente a problemi "della crescita". Un bambino troppo spesso triste può essere ammalato, ma di frequente non si conosce abbastanza a fondo il mondo dei bambini, ed è comune pensare che essi non abbiano stress e problemi tale da indurre una modificazione dell'umore in senso patologico. Al contrario la depressione in un bambino è un fatto serio che, quando venga trascurato può provocare lunghe assenze da scuola se non addirittura il suo abbandono.Ma anche uso e abuso di alcol o droghe e, spesso il suicidio.
Il primo ambiente in cui vanno ricercate le cause di un malessere è la famiglia. Un ragazzo che ha problemi di socializzazione scolastica, di relazione o altro ha di certo alle spalle un rapporto in qualche modo non risolto con i genitori.
Ci sembra apparentemente assurdo che un ragazzo si tolga la vita, o tenti di farlo, a causa magari di un brutto voto a scuola, ma si spiega meglio se pensiamo che quel voto è la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di quelli che sono i più comuni sentimenti che affliggono il depresso: sentimenti di colpa, di mancanza di autostima, convinzione di non meritare di essere amato, visione negativa e catastrofica degli eventi, delirio di rovina, percezione di non poter essere né capiti né aiutati e un progressivo ripiegamento su se stessi che crea una barriera insormontabile.I bambini con depressione possono sviluppare delle strategie per superare gli impegni quotidiani e le loro piccole responsabilità, ma hanno difficoltà a stare con gli altri, tendono ad isolarsi e soffrono per la scarsa stima che hanno di loro stessi.
Questi casi hanno spesso alcuni fili conduttori comuni: ragazzini "perfetti", che non hanno mai dato problemi, studiosi e ben integrati nei vari contesti di relazione. Poi, un giorno, qualcosa si rompe. Non possiamo generalizzare, ma si tratta spesso di bambini eccessivamente responsabilizzati, trattati come adulti, iperstimolati e che sentono sulle spalle un forte carico di aspettative e pressioni da parte dei genitori e dell'ambiente. Si sono costruiti un "falso sé", una facciata "compiacente" perfetta che però nasconde grandi vuoti e carenze. Una facciata troppo debole, che si incrina e porta a un disagio insostenibile.
I segni della depressione spesso includono: tristezza che non li lascia mai, mancanza di speranza, perdita di interesse nelle attività abitualmente piacevoli, cambiamenti nelle abitudini legate al cibo o al sonno, scarso rendimento scolastico o perdita di giorni di scuola, pensieri legati alla morte e al suicidio, il giovane si veste preferibilmente di nero, scrive poesie o racconti malinconici e di stampo intimista, sceglie una musica che racconti temi realistici od esistenziali, guarda tutta la notte la televisione perché ha disturbi del sonno, non riesce ad alzarsi al mattino per andare a scuola, dorme durante il giorno, ha poca motivazione ed energia, perde interesse nello studio, colleziona una o più bocciature, esce poco, rimane spesso chiuso ore nella sua stanza, ha pochi amici, esce poco solo di notte, perde appetito, si alimenta poco e male nelle ragazze possono apparire sintomi di anoressia o bulimia, pensa e parla spesso della morte e rimane colpito dal decesso di persone che conosce.
Tra i segni distintivi più frequenti, e spesso non decifrati dai genitori, c'è il dolore, quello che non migliora nonostante i trattamenti. Un bambino depresso usa in modo massiccio il canale somatico per esprimere il proprio disagio. Il dolore fisico, apparentemente senza spiegazioni, dunque, e' spesso una spia importante che deve spingere i genitori ad intervenire.
I bambini cominciano a presentare i primi segni della patologia, il piu' delle volte attraverso il dolore fisico, gia' al di sotto dei 10 anni. Psichiatri ed esperti riuniti a Roma per il IX Congresso della Societa' Italiana di Psicopatologia avvertono: la soglia d'eta' dell'insorgenza di questa malattia si sta abbassando in maniera preoccupante. La depressione infantile è ormai riconosciuta come entità ben definita nell'ambito della psicopatologia del bambino.
''Non esistono stime numeriche - ha sottolineato lo psichiatra Mauro Mauri dell'universita' di Pisa - poiche' e' solo negli ultimi anni che si sta focalizzando l'attenzione sul disturbo depressivo tra i bambini, mentre si stima che tra gli adolescenti la depressione colpisca il 15-17% dei ragazzi''. Negli Stati Uniti pero', ha affermato Mauri, si sta conducendo uno studio epidemiologico sulla diffusione della malattia mentale tra i bambini, ed i risultati sono attesi per il prossimo anno, mentre secondo alcune stime la depressione infantile e giovanile é un fenomeno largamente sottostimato e, sempre negli Stati Uniti, ne sarebbe affetto 1 bambino su 33, circa il 3% della popolazione infantile. Tuttavia, cio' che e' certo, sulla base dell'esperienza degli psichiatri, ha sottolineato l'esperto, e' che ''i primi sintomi della patologia depressiva si osservano, in vari casi, gia' al di sotto dei 10 anni di eta'''. Quanto alle ragioni per le quali i bambini sono oggi sempre piu' depressi, molto e' imputabile allo stile di vita. Oggi, ha sottolineato Mauri, ''i piu' piccoli sono molto piu' stimolati di prima: giocano di meno e da loro ci si aspetta troppo, caricandoli di impegni ed aspettative eccessivi. Aumentano dunque - ha affermato l'esperto - le condizioni di stress che facilitano l'insorgere del disturbo depressivo''.
Il piu' delle volte pero', avvertono gli esperti, la depressione non viene riconosciuta, e anche quando lo e' si pone un problema etico tutt'ora aperto: e' giusto curare i bambini con dei farmaci? Ma c'e' anche un altro elemento da non trascurare: la diagnosi di depressione in un bambino, hanno concluso gli psichiatri, ''e' vissuta il piu' delle volte con un forte senso di colpa da parte dei genitori; ecco perche', spesso, si tende a non riconoscere tale patologia''.
IL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ DI PSICOPATOLOGIA
«Un italiano su cinque è depresso
Primo sintomo, il dolore fisico»
Un italiano su cinque soffre di depressione, e molti malati sono giovani. Milano e Bergamo sono le città più colpite. Spesso i sintomi confondono i medici di famiglia che non riescono a spiegare certi tipi di mal di testa, mal di schiena, mal di stomaco. L’allerta viene dagli specialisti riuniti a Roma per il congresso della Sopsi (Società italiana di psicopatologia).
I depressi sono considerati dalla famiglia e dagli amici come malati immaginari ma gli psichiatri smentiscono questo luogo comune: la loro sofferenza, che è reale, può avere origine ed essere amplificata dallo stato depressivo. Il dolore fisico, affermano gli esperti, rappresenta molte volte un primo importante campanello d’allarme che non va sottovalutato.
«Non esiste il malato immaginario - spiega il presidente della Sopsi, Paolo Pancheri - nessuno s’inventa un dolore, tranne un simulatore». La depressione, osserva Riccardo Torta, docente di Psicosomatica all’università di Torino, «non è solo una malattia della psiche ma anche del corpo, lo dimostra il fatto che i depressi si ammalano e muoiono di più. Il dolore è la spia che segnala un forte disagio emotivo». Lo psichiatra Mauro Mauri, dell’università di Pisa, aggiunge: «È frequente che manifestazioni di dolore apparentemente senza causa mascherino forme di depressione, la prova è che spesso, curando il disturbo, anche il dolore fisico scompare. L’amplificazione dei sintomi dolorosi indica una richiesta di aiuto da parte del depresso».
Ma quali sono i dolori fisici più diffusi che possono nascondere uno stato depressivo? Nel quaranta per cento dei casi si tratta di dolori lombari, cefalee e crampi addominali. A ciò si accompagna un calo del desiderio sessuale, difficoltà di concentrazione, crisi di pianto e una perdita di interesse per le attività abituali.
La depressione, sottolinea Mauri, si comporta «come una malattia ricorrente: si può guarire da un episodio depressivo ma la vulnerabilità si mantiene». Ogni crisi successiva, però, aggrava le condizioni del soggetto e per questo, avvertono gli esperti, è importante prevenire le ricadute.
Se le cure sono adeguate il 70 per cento dei pazienti riesce a uscire dal tunnel. Il problema, però, è che metà dei depressi non rispetta le cure o le interrompe. Da evitare, avvertono gli psichiatri, atteggiamenti paternalistici (genere: «Fatti coraggio che passa»). Ciò che serve è «una maggiore consapevolezza e il ricorso a cure adeguate e tempestive».
LIBERTA' 25.2.04
La depressione provoca anche mal di stomaco
di Gian Ugo Berti
ROMA «Le analisi per il mio mal di stomaco sono tutte negative, dottore. Cosa può essere allora?». «Forse è depressione» risponde il medico. Strano ma vero, è il volto più nuovo della depressione (ne soffre in media un italiano su cinque). Il dolore fisico capace cioè di mascherare un disturbo psicologico, così come una emicrania o un mal di schiena. Da qui l'invito al medico di base di sospettare uno stato depressivo in quei soggetti che denunciano dolori fisici e non trovano una spiegazione nonostante le sofisticate indagini. Lo sostengono i professori Giovanni Biggio, Mauro Mauri, Enrico Smeraldi e Riccardo Torta dell'Università di Cagliari, Pisa, Milano e Torino. Hanno messo in evidenza infatti che in un depresso si verifica un calo di due neurotrasmettitori, noradrenalina e serotonina. Questi due neurotrasmettitori hanno un ruolo anche nel controllo del dolore. Quindi riducendosi l'azione in un depresso, si amplifica la sensibilità al dolore fisico. Preziosa è poi l'azione della venlafaxina che ha la proprietà di andare ad agire contemporaneamente proprio sui due neurotrasmettitori e dunque, curando la depressione, combatte ed elimina il dolore fisico ad essa associato. Sono diciassette su cento gli italiani che soffrono oggi in media di depressione. Ma c'è una realtà variegata: secondo il professor Marcello Nardini dell'Università di Bari le ricerche indicano il 13% nell'area di Bologna, fra il 13 e il 15% in quella di Udine, in Puglia e in Sardegna. Ogni anno si verificano 250 casi in più ogni diecimila abitanti. Preoccupante - si è detto infine - è il tempo che intercorre fra l'insorgenza della depressione e il ricorso alle cure: ben otto anni. Nel caso poi della psicosi si arriva fino anche a dodici anni. Ultimo dato emerso dalla Assise di Roma che si conclude domani: fra quanti soffrono di depressione, la metà non ha avuto la diagnosi relativa alla malattia. La metà di quelli che hanno avuto la diagnosi non riceve invece cure adeguate. La metà di chi ha ricevuto cure adeguate non ha un'aderenza al trattamento prescritto.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Repubblica ed. di Firenze
MERCOLEDÌ, 25 FEBBRAIO 2004
LO STUDIO
Isolamento affettivo fra le cause
Più depressi in Toscana tra anziani e bambini
Placidi: "Sono migliorate le capacità di dignosi"
Aumentano i depressi in Toscana. Una crescita, comune a tutta Italia, sospinta dai casi di donne e giovani che si ammalano sempre di più. Recenti casi di cronaca, come il suicidio di sabato dell´infermiera quarantenne in lotta da anni con la depressione, hanno riportato di attualità la pericolosità di questo problema. «Da noi - spiega Gian Franco Placidi, ordinario di psichiatria all´Università di Firenze - vediamo più frequentemente casi di depressione anche perché sono migliorate le conoscenze e le capacità di diagnosi sia da parte degli specialisti che dei medici di famiglia. Purtroppo però l´aumento è dovuto anche alla diminuzione dell´età di esordio della malattia, che cresce negli adolescenti ma anche nei bambini. Preoccupa il disagio dei nostri giovani: più elevati sono infatti i fattori di rischio quali fra gli altri il consumo di sostanze stupefacenti. La depressione può anche essere in alcuni casi difficile da diagnosticare qualora si associno agitazione, irrequietezza motoria e disperazione: situazione ad alto rischio di suicidio. La rete di servizi psichiatrici che abbiamo in Toscana è buona ma va potenziata proprio per assistere di più gli adolescenti e i minorenni. Importante è anche una sensibilizzazione della famiglia e insegnanti su questa problematica, al fine di identificare precocemente i soggetti più vulnerabili e a rischio».
La nostra è una regione anziana, dove si fa sempre più ampio il disagio della terza età: «Sempre più spesso - aggiunge Placidi - i nostri anziani reagiscono con la depressione alla perdita di ruolo sociale e al loro isolamento affettivo». Per curare questa malattia ci sono farmaci di nuova generazione. «Si fa largo un nuovo approccio al problema - prosegue il professore - Ci stiamo rendendo conto che a volte sintomi fisici dolorosi persistenti e che non riconoscono una base organica, possono essere in realtà la spia di una depressione latente. Curando la depressione, il dolore lentamente scompare. Farmaci come la venlafaxina sono efficaci e hanno anche una buona azione ansiolitica. Il problema è curare l´episodio depressivo per tutta la durata, protraendo talora la terapia anche per un anno, un anno e mezzo dall´inizio dei primi sintomi».
Yahoo! Notizie
Martedì 24 Febbraio 2004, 18:30
Depressione infantile e adolescenziale: i primi segni già a 10 anni
Di Italiasalute.it
La depressione non è appannaggio esclusivo dell'età adulta bensì interessa anche bambini e adolescenti anche se i sintomi mentali, emotivi e comportamentali nei bambini spesso sono sottovalutati o addebbitati superficialmente a problemi "della crescita". Un bambino troppo spesso triste può essere ammalato, ma di frequente non si conosce abbastanza a fondo il mondo dei bambini, ed è comune pensare che essi non abbiano stress e problemi tale da indurre una modificazione dell'umore in senso patologico. Al contrario la depressione in un bambino è un fatto serio che, quando venga trascurato può provocare lunghe assenze da scuola se non addirittura il suo abbandono.Ma anche uso e abuso di alcol o droghe e, spesso il suicidio.
Il primo ambiente in cui vanno ricercate le cause di un malessere è la famiglia. Un ragazzo che ha problemi di socializzazione scolastica, di relazione o altro ha di certo alle spalle un rapporto in qualche modo non risolto con i genitori.
Ci sembra apparentemente assurdo che un ragazzo si tolga la vita, o tenti di farlo, a causa magari di un brutto voto a scuola, ma si spiega meglio se pensiamo che quel voto è la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di quelli che sono i più comuni sentimenti che affliggono il depresso: sentimenti di colpa, di mancanza di autostima, convinzione di non meritare di essere amato, visione negativa e catastrofica degli eventi, delirio di rovina, percezione di non poter essere né capiti né aiutati e un progressivo ripiegamento su se stessi che crea una barriera insormontabile.I bambini con depressione possono sviluppare delle strategie per superare gli impegni quotidiani e le loro piccole responsabilità, ma hanno difficoltà a stare con gli altri, tendono ad isolarsi e soffrono per la scarsa stima che hanno di loro stessi.
Questi casi hanno spesso alcuni fili conduttori comuni: ragazzini "perfetti", che non hanno mai dato problemi, studiosi e ben integrati nei vari contesti di relazione. Poi, un giorno, qualcosa si rompe. Non possiamo generalizzare, ma si tratta spesso di bambini eccessivamente responsabilizzati, trattati come adulti, iperstimolati e che sentono sulle spalle un forte carico di aspettative e pressioni da parte dei genitori e dell'ambiente. Si sono costruiti un "falso sé", una facciata "compiacente" perfetta che però nasconde grandi vuoti e carenze. Una facciata troppo debole, che si incrina e porta a un disagio insostenibile.
I segni della depressione spesso includono: tristezza che non li lascia mai, mancanza di speranza, perdita di interesse nelle attività abitualmente piacevoli, cambiamenti nelle abitudini legate al cibo o al sonno, scarso rendimento scolastico o perdita di giorni di scuola, pensieri legati alla morte e al suicidio, il giovane si veste preferibilmente di nero, scrive poesie o racconti malinconici e di stampo intimista, sceglie una musica che racconti temi realistici od esistenziali, guarda tutta la notte la televisione perché ha disturbi del sonno, non riesce ad alzarsi al mattino per andare a scuola, dorme durante il giorno, ha poca motivazione ed energia, perde interesse nello studio, colleziona una o più bocciature, esce poco, rimane spesso chiuso ore nella sua stanza, ha pochi amici, esce poco solo di notte, perde appetito, si alimenta poco e male nelle ragazze possono apparire sintomi di anoressia o bulimia, pensa e parla spesso della morte e rimane colpito dal decesso di persone che conosce.
Tra i segni distintivi più frequenti, e spesso non decifrati dai genitori, c'è il dolore, quello che non migliora nonostante i trattamenti. Un bambino depresso usa in modo massiccio il canale somatico per esprimere il proprio disagio. Il dolore fisico, apparentemente senza spiegazioni, dunque, e' spesso una spia importante che deve spingere i genitori ad intervenire.
I bambini cominciano a presentare i primi segni della patologia, il piu' delle volte attraverso il dolore fisico, gia' al di sotto dei 10 anni. Psichiatri ed esperti riuniti a Roma per il IX Congresso della Societa' Italiana di Psicopatologia avvertono: la soglia d'eta' dell'insorgenza di questa malattia si sta abbassando in maniera preoccupante. La depressione infantile è ormai riconosciuta come entità ben definita nell'ambito della psicopatologia del bambino.
''Non esistono stime numeriche - ha sottolineato lo psichiatra Mauro Mauri dell'universita' di Pisa - poiche' e' solo negli ultimi anni che si sta focalizzando l'attenzione sul disturbo depressivo tra i bambini, mentre si stima che tra gli adolescenti la depressione colpisca il 15-17% dei ragazzi''. Negli Stati Uniti pero', ha affermato Mauri, si sta conducendo uno studio epidemiologico sulla diffusione della malattia mentale tra i bambini, ed i risultati sono attesi per il prossimo anno, mentre secondo alcune stime la depressione infantile e giovanile é un fenomeno largamente sottostimato e, sempre negli Stati Uniti, ne sarebbe affetto 1 bambino su 33, circa il 3% della popolazione infantile. Tuttavia, cio' che e' certo, sulla base dell'esperienza degli psichiatri, ha sottolineato l'esperto, e' che ''i primi sintomi della patologia depressiva si osservano, in vari casi, gia' al di sotto dei 10 anni di eta'''. Quanto alle ragioni per le quali i bambini sono oggi sempre piu' depressi, molto e' imputabile allo stile di vita. Oggi, ha sottolineato Mauri, ''i piu' piccoli sono molto piu' stimolati di prima: giocano di meno e da loro ci si aspetta troppo, caricandoli di impegni ed aspettative eccessivi. Aumentano dunque - ha affermato l'esperto - le condizioni di stress che facilitano l'insorgere del disturbo depressivo''.
Il piu' delle volte pero', avvertono gli esperti, la depressione non viene riconosciuta, e anche quando lo e' si pone un problema etico tutt'ora aperto: e' giusto curare i bambini con dei farmaci? Ma c'e' anche un altro elemento da non trascurare: la diagnosi di depressione in un bambino, hanno concluso gli psichiatri, ''e' vissuta il piu' delle volte con un forte senso di colpa da parte dei genitori; ecco perche', spesso, si tende a non riconoscere tale patologia''.
Rita Levi Montalcini al Mart di Rovereto
L'Adige 25.2.04
La vera lezione di Rita Levi Montalcini al Mart:
«Giovani, fate funzionare il cervello»
Poi racconta la sua battaglia in favore delle donne africane
Di CORONA PERER
E´entrata sul palcoscenico dell´Auditorium Melotti da sola, quasi in punta di piedi come chi voglia passare inosservata. Minuta e ossuta com´è, è sembrato che l´applauso partito dalla platea potesse travolgerla. E allo stesso tempo sorprenderla. Si è così fermata salutando amabilmente il pubblico, quasi imbarazzata da tanto calore.
In realtà è stata lei a sorprendere il pubblico con il suo umorismo e la sua simpatia dall´alto di 95 anni portati splendidamente, con una classe e un´eleganza invidiabili.
Per la verità gli anni di Rita Levi Montalcini sono ancora 94 (è nata il 22 aprile del 1909) ma alle sue 95 primavere ha voluto lei stessa fare un esplicito riferimento a circa metà del suo intervento, un´ora abbondante nella quale ha parlato a braccio. Riferendosi ad un secolo di vita nel quale ha dovuto fare i conti anche con l´ostracismo delle leggi razziali, ha provocato uno scrosciante secondo applauso.
«Non è un merito - si è subito schernita - è solo un privilegio avere 95 anni. Ho molte difficoltà alla vista a causa di una maculopatia: fate conto che non vedo nemmeno le diapositive che vi sto proiettando, ma non ho l´Alzheimer! E questo perché faccio funzionare il cervello. Morirò d´altro, ma non di Alzheimer!» ha aggiunto il Premio Nobel che ha poi rivolto ai giovani un accorato invito. «Sapete cosa dico sempre? Fate lavorare il vostro cervello, utilizzatelo al meglio, fatelo lavorare al massimo, ma non per il potere! Quando piuttosto per la gioia immensa di fare funzionare questa macchina meravigliosa. Io ho lavorato con tale gioia e passione che non mi preoccupavo affatto di quello si stava dicendo in giro per l´Europa sulla inferiorità della mia razza».
Rita Levi Montalcini, nata a Torino, dove si laureò nel 1936 in Medicina e Chirurgia per poi proseguire gli studi come ricercatrice in neurobiologia e psichiatria, fu infatti costretta nel 1938 a lasciare l´Università a causa della promulgazione del manifesto della razza. Continuò le sue ricerche in un piccolo laboratorio casalingo e poi fu costretta a lasciare l´Italia. Fu la Svizzera ad offrirle per prima l´opportunità di pubblicare quegli studi che l´avrebbero portata anni dopo, negli Stati Uniti, a scoprire il fattore della crescita, per gli addetti ai lavori l´NGF. Grazie a questi studi le arrivò da Stoccolma il conferimento del Premio Nobel per la medicina. Era il 1986. Ci arrivò studiando un embrione di pollo nel quale era stato trapiantato il tumore di un ratto adulto.
«Fu in quegli anni che potei capire ed apprezzare l´ospitalità degli americani grazie ai quali ebbi la fortuna di studiare come funzionava il sistema nervoso. Vedete, noi parliamo oggi di fuga di cervelli. Ma il problema è che qui non si va avanti per merito, qui si va avanti solo appartenendo a gruppi di potere». E ha poi aggiunto altre interessanti valutazioni. La ricerca in Italia? «Eccellente. Quando sono ritornata dopo 30 anni di Stati Uniti sono rimasta stupita dall´impegno dei giovani, malgrado la differenza che esiste nei mezzi a disposizione. L´Italia ha eccellenti ricercatori, quello che mancano sono i finanziamenti. E´ importante credere nella ricerca. Anche le imprese devono crederci. Due anni fa grazie alla Ambrosetti sono riuscita ad aprire un centro a Roma nel quale tento solo di far tornare i cervelli italiani. In Italia quello che manca è premiare il merito. Le imprese farmaceutiche andavano bene qualche anno fa, ma anche loro hanno perso fiducia e c´è poca sinergia con il mondo universitario. Spero che le industrie si rendano conto di quanto importante sia investire nello human capital».
Rita Levi Montalcini ha poi raccontato in un appassionante affresco che abbracciava un secolo di lavoro e di ricerca, quanto sognasse allora di tornare in Italia. Ma solo in America si potevano fare studi sul cervello. «Il ´900 è stato il secolo dello studio sul cervello. Oggi sappiamo molto, eppure è ancora molto poco ciò che conosciamo dell´organo più importante del nostro corpo. Le neuroscienze hanno enormi possibilità se si dà la possibilità ai giovani di tornare in Italia» ha detto il premio Nobel ,che ha ribadito come i giovani siano oggi il suo capitolo di lavoro più importante.
«Sono parecchi i giovani ai quali io come studiosa devo dire grazie. Ora che non posso più continuare a fare ricerche e che la mia vita non mi consente più di stare tra i banchi mi dedico alle due uniche grandi missioni della mia vita: aiutare il rientro in Italia di chi ha capacità e aiutare le donne del continente africano ad avere un´istruzione. Oltre alla piaga dell´infibulazione e dell´Aids, a loro non è concesso studiare, ma ci sono molte donne che hanno qualità eccellenti e che con la formazione a distanza possono aiutare il mondo con il loro sapere».
Rita Levi Montalcini ha lasciato ammutolita la platea quando ha fatto capire che malgrado tante ricerche e anche tante soddisfazioni in realtà sono proprio queste le due cose più importanti tra quelle realizzate nella sua vita. Il suo è stato un autentico appello. «Dico sempre: bastano 5 euro per far studiare una donna africana. Il mio sogno è che queste donne umiliate, private del diritto allo studio e oppresse nel continente africano, possano studiare».
Una lectio magistralis di vera umanità giunta alla fine di un intervento durato oltre un´ora, tutto a braccio e in piedi, dall´ambone sul quale era steso il drappo del Rotary Distretto 2060 al quale si deve indubbiamente il merito di aver regalato ieri a Rovereto due ore di grande scienza. E una grande lezione di umanità.
La vera lezione di Rita Levi Montalcini al Mart:
«Giovani, fate funzionare il cervello»
Poi racconta la sua battaglia in favore delle donne africane
Di CORONA PERER
E´entrata sul palcoscenico dell´Auditorium Melotti da sola, quasi in punta di piedi come chi voglia passare inosservata. Minuta e ossuta com´è, è sembrato che l´applauso partito dalla platea potesse travolgerla. E allo stesso tempo sorprenderla. Si è così fermata salutando amabilmente il pubblico, quasi imbarazzata da tanto calore.
In realtà è stata lei a sorprendere il pubblico con il suo umorismo e la sua simpatia dall´alto di 95 anni portati splendidamente, con una classe e un´eleganza invidiabili.
Per la verità gli anni di Rita Levi Montalcini sono ancora 94 (è nata il 22 aprile del 1909) ma alle sue 95 primavere ha voluto lei stessa fare un esplicito riferimento a circa metà del suo intervento, un´ora abbondante nella quale ha parlato a braccio. Riferendosi ad un secolo di vita nel quale ha dovuto fare i conti anche con l´ostracismo delle leggi razziali, ha provocato uno scrosciante secondo applauso.
«Non è un merito - si è subito schernita - è solo un privilegio avere 95 anni. Ho molte difficoltà alla vista a causa di una maculopatia: fate conto che non vedo nemmeno le diapositive che vi sto proiettando, ma non ho l´Alzheimer! E questo perché faccio funzionare il cervello. Morirò d´altro, ma non di Alzheimer!» ha aggiunto il Premio Nobel che ha poi rivolto ai giovani un accorato invito. «Sapete cosa dico sempre? Fate lavorare il vostro cervello, utilizzatelo al meglio, fatelo lavorare al massimo, ma non per il potere! Quando piuttosto per la gioia immensa di fare funzionare questa macchina meravigliosa. Io ho lavorato con tale gioia e passione che non mi preoccupavo affatto di quello si stava dicendo in giro per l´Europa sulla inferiorità della mia razza».
Rita Levi Montalcini, nata a Torino, dove si laureò nel 1936 in Medicina e Chirurgia per poi proseguire gli studi come ricercatrice in neurobiologia e psichiatria, fu infatti costretta nel 1938 a lasciare l´Università a causa della promulgazione del manifesto della razza. Continuò le sue ricerche in un piccolo laboratorio casalingo e poi fu costretta a lasciare l´Italia. Fu la Svizzera ad offrirle per prima l´opportunità di pubblicare quegli studi che l´avrebbero portata anni dopo, negli Stati Uniti, a scoprire il fattore della crescita, per gli addetti ai lavori l´NGF. Grazie a questi studi le arrivò da Stoccolma il conferimento del Premio Nobel per la medicina. Era il 1986. Ci arrivò studiando un embrione di pollo nel quale era stato trapiantato il tumore di un ratto adulto.
«Fu in quegli anni che potei capire ed apprezzare l´ospitalità degli americani grazie ai quali ebbi la fortuna di studiare come funzionava il sistema nervoso. Vedete, noi parliamo oggi di fuga di cervelli. Ma il problema è che qui non si va avanti per merito, qui si va avanti solo appartenendo a gruppi di potere». E ha poi aggiunto altre interessanti valutazioni. La ricerca in Italia? «Eccellente. Quando sono ritornata dopo 30 anni di Stati Uniti sono rimasta stupita dall´impegno dei giovani, malgrado la differenza che esiste nei mezzi a disposizione. L´Italia ha eccellenti ricercatori, quello che mancano sono i finanziamenti. E´ importante credere nella ricerca. Anche le imprese devono crederci. Due anni fa grazie alla Ambrosetti sono riuscita ad aprire un centro a Roma nel quale tento solo di far tornare i cervelli italiani. In Italia quello che manca è premiare il merito. Le imprese farmaceutiche andavano bene qualche anno fa, ma anche loro hanno perso fiducia e c´è poca sinergia con il mondo universitario. Spero che le industrie si rendano conto di quanto importante sia investire nello human capital».
Rita Levi Montalcini ha poi raccontato in un appassionante affresco che abbracciava un secolo di lavoro e di ricerca, quanto sognasse allora di tornare in Italia. Ma solo in America si potevano fare studi sul cervello. «Il ´900 è stato il secolo dello studio sul cervello. Oggi sappiamo molto, eppure è ancora molto poco ciò che conosciamo dell´organo più importante del nostro corpo. Le neuroscienze hanno enormi possibilità se si dà la possibilità ai giovani di tornare in Italia» ha detto il premio Nobel ,che ha ribadito come i giovani siano oggi il suo capitolo di lavoro più importante.
«Sono parecchi i giovani ai quali io come studiosa devo dire grazie. Ora che non posso più continuare a fare ricerche e che la mia vita non mi consente più di stare tra i banchi mi dedico alle due uniche grandi missioni della mia vita: aiutare il rientro in Italia di chi ha capacità e aiutare le donne del continente africano ad avere un´istruzione. Oltre alla piaga dell´infibulazione e dell´Aids, a loro non è concesso studiare, ma ci sono molte donne che hanno qualità eccellenti e che con la formazione a distanza possono aiutare il mondo con il loro sapere».
Rita Levi Montalcini ha lasciato ammutolita la platea quando ha fatto capire che malgrado tante ricerche e anche tante soddisfazioni in realtà sono proprio queste le due cose più importanti tra quelle realizzate nella sua vita. Il suo è stato un autentico appello. «Dico sempre: bastano 5 euro per far studiare una donna africana. Il mio sogno è che queste donne umiliate, private del diritto allo studio e oppresse nel continente africano, possano studiare».
Una lectio magistralis di vera umanità giunta alla fine di un intervento durato oltre un´ora, tutto a braccio e in piedi, dall´ambone sul quale era steso il drappo del Rotary Distretto 2060 al quale si deve indubbiamente il merito di aver regalato ieri a Rovereto due ore di grande scienza. E una grande lezione di umanità.
Luigi Cancrini sulla cocaina
Il Messaggero Martedì 24 Febbraio 2004
No, nessuna illusione: la cocaina rovina cuore e cervello
di LUIGI CANCRINI
LA ASL della città di Milano ha effettuato negli ultimi mesi del 2003 una ricerca sul consumo di droga da parte dei giovani. Gli intervistati, di età compresa fra i 18 e i 25 anni, erano scelti a caso fra i frequentatori delle scuole di guida della città. Il risultato, sconcertante, è quello per cui una percentuale di poco superiore al 14% di questi soggetti aveva già consumato cocaina almeno una volta nella vita. Un fatto che non risultava, ovviamente, dai referti medici che accompagnavano la loro richiesta di esame per la patente. Un fatto che dà l'idea della diffusione impressionante di questa droga tra i giovani del nostro paese. Come confermato dai dati relativi ai sequestri (320 kg nel 1987, 2.143 kg nel 1998) e da quelli forniti dal telefono Linea verde droga per cui il 50% dei contatti avvengono ormai per problematiche connesse al consumo di cocaina.
Droga a tutti gli effetti pesante , la cocaina sta cominciando ad incidere fortemente anche sulle casistiche dei servizi. Nelle carceri, che sono sempre le prime ad intercettare i nuovi casi, la cocaina è droga di riferimento per il 50% delle persone con problemi di dipendenza. Nei Sert e nelle comunità terapeutiche, cui si accede un po' più tardi, lo è per una cifra oscillante fra il 20 e il 25%. Molti sono però i casi che vengono trattati fuori della rete dei servizi, perché il livello sociale delle persone che sviluppano una dipendenza da cocaina è abbastanza alto, spesso tale da consentire la ricerca di cure in ambiente privato o all'estero.
Le conseguenze più gravi della dipendenza da cocaina sono abbastanza diverse da quelle tradizionalmente descritte per l'eroina. La cocaina non dà dipendenza fisica e non viene iniettata, se non eccezionalmente, con siringhe. Rari sono, ugualmente, i casi in cui l'utente va incontro ad una overdose. Gran parte dei guai si manifesta invece a livello della vita psichica. A piccole dosi, la conseguenza più rilevante è il senso di grandiosità direttamente collegato all'euforia prodotta dalla sostanza che produce errori, a volte drammatici, di valutazione delle proprie reali possibilità: quando si è per esempio alla guida di una moto o di un'auto. A dosi medie, il problema diventa spesso quello legato alla quantità di soldi necessari per mantenere l'abitudine, all'indifferenza manifestata nei confronti delle regole, delle leggi e degli affetti da parte di chi comincia a considerare indispensabile la possibilità di "farsi". A dosi alte, il problema è quello della rovina economica, che coinvolge spesso interi nuclei familiari, della violenza e della perdita del controllo quando quelli che insorgono sono quadri di vera e propria psicosi acuta.
Dal punto di vista terapeutico, il problema più grave da affrontare oggi riguarda l'insieme delle risposte che i servizi pubblici e del privato sociale debbono dare a questi loro nuovi utenti. La gran parte delle risposte utili agli eroinomani non servono a nulla con le persone che hanno come droga di riferimento la cocaina. Non ha alcun senso, per loro, l'uso di farmaci sostitutivi, mentre da ripensare appaiono anche molti programmi residenziali di comunità terapeutica. Centrale si presenta qui il lavoro basato su strumenti di livello psicoterapeutico, utilizzati da professionisti capaci di raggiungere fin dall'inizio le persone che hanno rapporti affettivi con la persona in difficoltà. Lavorando con la famiglia di origine e/o con la coppia, cioè, ma prendendo contatto con tutte le persone che colludono, sul piano economico e comportamentale, con chi usa cocaina. Illusorio e debole si presenta infatti, abitualmente, il tentativo di basare il proprio intervento sul rapporto a due fra terapeuta o servizio e utente.
Anche di queste cose si dovrebbe discutere oggi se il nostro fosse davvero un paese serio. Le persone che hanno problemi di dipendenza vanno curate, non solo processate. Difficile pensare che di questo ci si renda conto mentre le elezioni incombono, ma il modo migliore di affrontare l'emergenza cocaina nel nostro paese è quello di chiedere ai politici di non parlare di cose che non conoscono. I governi, nazionale e regionali, hanno il dovere di creare condizioni in cui i servizi possano lavorare bene, smettendo di fare tagli alle spese e attacchi alla dignità degli operatori. Sta nel potenziamento dei servizi, non nel rinnovamento delle leggi, la possibilità di far fronte in modo ragionevole ai problemi proposti dalla diffusione della cocaina.
No, nessuna illusione: la cocaina rovina cuore e cervello
di LUIGI CANCRINI
LA ASL della città di Milano ha effettuato negli ultimi mesi del 2003 una ricerca sul consumo di droga da parte dei giovani. Gli intervistati, di età compresa fra i 18 e i 25 anni, erano scelti a caso fra i frequentatori delle scuole di guida della città. Il risultato, sconcertante, è quello per cui una percentuale di poco superiore al 14% di questi soggetti aveva già consumato cocaina almeno una volta nella vita. Un fatto che non risultava, ovviamente, dai referti medici che accompagnavano la loro richiesta di esame per la patente. Un fatto che dà l'idea della diffusione impressionante di questa droga tra i giovani del nostro paese. Come confermato dai dati relativi ai sequestri (320 kg nel 1987, 2.143 kg nel 1998) e da quelli forniti dal telefono Linea verde droga per cui il 50% dei contatti avvengono ormai per problematiche connesse al consumo di cocaina.
Droga a tutti gli effetti pesante , la cocaina sta cominciando ad incidere fortemente anche sulle casistiche dei servizi. Nelle carceri, che sono sempre le prime ad intercettare i nuovi casi, la cocaina è droga di riferimento per il 50% delle persone con problemi di dipendenza. Nei Sert e nelle comunità terapeutiche, cui si accede un po' più tardi, lo è per una cifra oscillante fra il 20 e il 25%. Molti sono però i casi che vengono trattati fuori della rete dei servizi, perché il livello sociale delle persone che sviluppano una dipendenza da cocaina è abbastanza alto, spesso tale da consentire la ricerca di cure in ambiente privato o all'estero.
Le conseguenze più gravi della dipendenza da cocaina sono abbastanza diverse da quelle tradizionalmente descritte per l'eroina. La cocaina non dà dipendenza fisica e non viene iniettata, se non eccezionalmente, con siringhe. Rari sono, ugualmente, i casi in cui l'utente va incontro ad una overdose. Gran parte dei guai si manifesta invece a livello della vita psichica. A piccole dosi, la conseguenza più rilevante è il senso di grandiosità direttamente collegato all'euforia prodotta dalla sostanza che produce errori, a volte drammatici, di valutazione delle proprie reali possibilità: quando si è per esempio alla guida di una moto o di un'auto. A dosi medie, il problema diventa spesso quello legato alla quantità di soldi necessari per mantenere l'abitudine, all'indifferenza manifestata nei confronti delle regole, delle leggi e degli affetti da parte di chi comincia a considerare indispensabile la possibilità di "farsi". A dosi alte, il problema è quello della rovina economica, che coinvolge spesso interi nuclei familiari, della violenza e della perdita del controllo quando quelli che insorgono sono quadri di vera e propria psicosi acuta.
Dal punto di vista terapeutico, il problema più grave da affrontare oggi riguarda l'insieme delle risposte che i servizi pubblici e del privato sociale debbono dare a questi loro nuovi utenti. La gran parte delle risposte utili agli eroinomani non servono a nulla con le persone che hanno come droga di riferimento la cocaina. Non ha alcun senso, per loro, l'uso di farmaci sostitutivi, mentre da ripensare appaiono anche molti programmi residenziali di comunità terapeutica. Centrale si presenta qui il lavoro basato su strumenti di livello psicoterapeutico, utilizzati da professionisti capaci di raggiungere fin dall'inizio le persone che hanno rapporti affettivi con la persona in difficoltà. Lavorando con la famiglia di origine e/o con la coppia, cioè, ma prendendo contatto con tutte le persone che colludono, sul piano economico e comportamentale, con chi usa cocaina. Illusorio e debole si presenta infatti, abitualmente, il tentativo di basare il proprio intervento sul rapporto a due fra terapeuta o servizio e utente.
Anche di queste cose si dovrebbe discutere oggi se il nostro fosse davvero un paese serio. Le persone che hanno problemi di dipendenza vanno curate, non solo processate. Difficile pensare che di questo ci si renda conto mentre le elezioni incombono, ma il modo migliore di affrontare l'emergenza cocaina nel nostro paese è quello di chiedere ai politici di non parlare di cose che non conoscono. I governi, nazionale e regionali, hanno il dovere di creare condizioni in cui i servizi possano lavorare bene, smettendo di fare tagli alle spese e attacchi alla dignità degli operatori. Sta nel potenziamento dei servizi, non nel rinnovamento delle leggi, la possibilità di far fronte in modo ragionevole ai problemi proposti dalla diffusione della cocaina.
martedì 24 febbraio 2004
il congresso della Società di Psicopatologia
una segnalazione di Peppe Cancellieri
La Stampa 24 Febbraio 2004
A ROMA IL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ DI PSICOPATOLOGIA
«I segreti di killer e kamikaze»
Studiosi da tutto il mondo per «capire» la violenza
di Daniela Daniele
ROMA. Psichiatri italiani e stranieri si confronteranno, a partire da oggi e per cinque giorni, nel IX congresso della Società italiana di psicopatologia che si tiene nella capitale. «Tra le discipline mediche - osserva Paolo Pancheri, presidente del convegno -, la psichiatria è quella che, più di ogni altra, rappresenta l’area di confine tra il somatico e il sociale, tra il biologico e lo psichico, tra il molecolare e l’interpersonale». Il congresso darà uno spazio rilevante al tema dei rapporti mente-cervello. «I tempi sono maturi - spiegano gli organizzatori - per una “clinica del cervello” dove i confini tra “organico” e “psichico” sono andati sfumando sempre di più, fino a perdere il loro significato». E proprio il rapporto tra struttura cerebrale e correlati intrapsichici è uno degli argomenti di maggior interesse del congresso, soprattutto alla luce dei più recenti dati della ricerca.
Altro tema, purtroppo di sempre maggiore attualità: la violenza. Lo psichiatra è sempre più spesso chiamato a valutare quando comportamenti aggressivi e antisociali debbano essere oggetto di attenzione clinica e si debbano, quindi, ricondurre a psicopatologie. Diverse le relazioni al riguardo. Tra le altre: «Il crimine violento è un disturbo psicopatologico?»; «Il Kamikaze: la follia della normalità»; «Aggressività e ricoveri psichiatrici».
Argomento di grande importanza per comprendere lo sviluppo di certe patologie della psiche è il rapporto tra il disagio psicologico infantile e quello dell’adulto. Fino a poco tempo fa, la psichiatria dell’adulto e quella del bambino hanno operato in compartimenti nettamente separati. Quadri clinici ed esordio in età evolutiva, però, sono di comune riscontro in psichiatria generale e si è visto che la matrice di molti disturbi dell’adulto si ritrova in problemi che hanno avuto il loro inizio nell’età infantile. Verranno anche trattati temi che muovono a emozioni forti, come la morte. Per esempio, il rapporto tra medico e paziente nelle situazioni di fine della vita. O l’eutanasia. Esperti dalla Svizzera e dall’Olanda parleranno dell’esperienza nei loro Paesi.
Cinema e psichiatria, un binomio che è ormai parte della tradizione dei congressi Sopsi. Anche quest’anno, verrà dato ampio spazio all’argomento, mostrando come il cinema sia diventato lo strumento più efficace e potente nella discussione interattiva di casi clinici, nella conoscenza della realtà della psichiatria e nello studio di particolari caratteristiche del funzionamento mentale. «La richiesta di aiuto psicoterapeutico - continua il professor Pancheri - è andata aumentando in ampi strati della popolazione e i farmaci di interesse psichiatrico hanno sempre più un’ampia diffusione, favorita dalla loro sempre maggiore tollerabilità ed efficacia».
In pieno sviluppo anche la ricerca in questo campo che, attualmente, «occupa una posizione di leadership» tra le discipline mediche. «L’importanza della psichiatria nel modo di sentire collettivo - conclude il presidente del congresso - è riflessa dallo spazio crescente dato dai mass media ai problemi psichiatrici che interessano ampie aree della popolazione; anche le leggi che interessano l’assistenza psichiatrica hanno risonanza nazionale».
Yahoo Notizie Martedì 24 Febbraio 2004, 12:09
PSICHIATRIA: DEPRESSO 1 ITALIANO SU 5, SINTOMO E' DOLORE FISICO
(ANSA) - ROMA, 24 FEB - Un dolore fisico che le analisi non riescono a spiegare, dal mal di testa al mal di stomaco. E' il volto nuovo con il quale si rivela la depressione: una patologia in crescita che colpisce un italiano su cinque, in particolare sempre piu' donne e giovani, mentre aumenta in modo preoccupante, sfiorando di otto anni, il lasso di tempo tra l'insorgere del disturbo e il ricorso alle cure.
A lanciare l'allarme sono stati oggi vari psichiatri ed esperti riuniti a Roma per il nono congresso della Società italiana di psicopatologia.
La depressione dunque, hanno affermato gli psichiatri, parla anche con il corpo e il dolore fisico. Da qui l'invito al medico di base a sospettare uno stato depressivo in quei soggetti che denunciano dolori fisici che non trovano una spiegazione nonostante svariate indagini. Ma qual e' la causa del dolore fisico nel soggetto depresso? Gli psichiatri Giovanni Biggio dell'Universita' di Cagliari, Mauro Mauri dell'Universita' di Pisa, Enrico Smeraldi dell'Universita' Vita e Salute di Milano e Riccardo Torta dell'Universita' di Torino hanno spiegato oggi che in questo tipo di soggetti si verifica un calo di due neurotrasmettitori, la noradrenalina e la serotonina, che rivestono un ruolo anche nel controllo del dolore. Riducendosi dunque la loro azione, nel soggetto depresso si amplifica la sensibilita' al dolore fisico. Per questo, hanno sottolineato gli esperti, preziosa e' l'azione della molecola Venlafaxina che ha la proprieta' di andare ad agire contemporaneamente proprio sui due neurotrasmettitori e curando la depressione combatte ed elimina anche il dolore fisico ad essa associato.
In Italia, avvertono gli psichiatri, la depressione e' dunque in aumento e i numeri lo dimostrano: ne soffrono in media 17 italiani su 100 ed ogni anno si verificano 250 casi in piu' ogni 10 mila abitanti. Un italiano su cinque, pero', ha gia' pagato o paga sulla propria pelle il peso della malattia. Ed ancora: due donne ogni uomo soffrono di depressione. Ma c'e' un altro dato che preoccupa gli esperti: il tempo che intercorre fra l'insorgenza della depressione e il ricorso alle cure, che puo' raggiungere anche gli otto anni e nel caso della psicosi i dodici anni. Un ultimo dato: tra quanti soffrono di depressione, la meta' non ha avuto diagnosi, mentre la meta' dei pazienti che pur hanno ricevuto una diagnosi non riceve cure adeguate. (ANSA).
La Stampa 24 Febbraio 2004
A ROMA IL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ DI PSICOPATOLOGIA
«I segreti di killer e kamikaze»
Studiosi da tutto il mondo per «capire» la violenza
di Daniela Daniele
ROMA. Psichiatri italiani e stranieri si confronteranno, a partire da oggi e per cinque giorni, nel IX congresso della Società italiana di psicopatologia che si tiene nella capitale. «Tra le discipline mediche - osserva Paolo Pancheri, presidente del convegno -, la psichiatria è quella che, più di ogni altra, rappresenta l’area di confine tra il somatico e il sociale, tra il biologico e lo psichico, tra il molecolare e l’interpersonale». Il congresso darà uno spazio rilevante al tema dei rapporti mente-cervello. «I tempi sono maturi - spiegano gli organizzatori - per una “clinica del cervello” dove i confini tra “organico” e “psichico” sono andati sfumando sempre di più, fino a perdere il loro significato». E proprio il rapporto tra struttura cerebrale e correlati intrapsichici è uno degli argomenti di maggior interesse del congresso, soprattutto alla luce dei più recenti dati della ricerca.
Altro tema, purtroppo di sempre maggiore attualità: la violenza. Lo psichiatra è sempre più spesso chiamato a valutare quando comportamenti aggressivi e antisociali debbano essere oggetto di attenzione clinica e si debbano, quindi, ricondurre a psicopatologie. Diverse le relazioni al riguardo. Tra le altre: «Il crimine violento è un disturbo psicopatologico?»; «Il Kamikaze: la follia della normalità»; «Aggressività e ricoveri psichiatrici».
Argomento di grande importanza per comprendere lo sviluppo di certe patologie della psiche è il rapporto tra il disagio psicologico infantile e quello dell’adulto. Fino a poco tempo fa, la psichiatria dell’adulto e quella del bambino hanno operato in compartimenti nettamente separati. Quadri clinici ed esordio in età evolutiva, però, sono di comune riscontro in psichiatria generale e si è visto che la matrice di molti disturbi dell’adulto si ritrova in problemi che hanno avuto il loro inizio nell’età infantile. Verranno anche trattati temi che muovono a emozioni forti, come la morte. Per esempio, il rapporto tra medico e paziente nelle situazioni di fine della vita. O l’eutanasia. Esperti dalla Svizzera e dall’Olanda parleranno dell’esperienza nei loro Paesi.
Cinema e psichiatria, un binomio che è ormai parte della tradizione dei congressi Sopsi. Anche quest’anno, verrà dato ampio spazio all’argomento, mostrando come il cinema sia diventato lo strumento più efficace e potente nella discussione interattiva di casi clinici, nella conoscenza della realtà della psichiatria e nello studio di particolari caratteristiche del funzionamento mentale. «La richiesta di aiuto psicoterapeutico - continua il professor Pancheri - è andata aumentando in ampi strati della popolazione e i farmaci di interesse psichiatrico hanno sempre più un’ampia diffusione, favorita dalla loro sempre maggiore tollerabilità ed efficacia».
In pieno sviluppo anche la ricerca in questo campo che, attualmente, «occupa una posizione di leadership» tra le discipline mediche. «L’importanza della psichiatria nel modo di sentire collettivo - conclude il presidente del congresso - è riflessa dallo spazio crescente dato dai mass media ai problemi psichiatrici che interessano ampie aree della popolazione; anche le leggi che interessano l’assistenza psichiatrica hanno risonanza nazionale».
Yahoo Notizie Martedì 24 Febbraio 2004, 12:09
PSICHIATRIA: DEPRESSO 1 ITALIANO SU 5, SINTOMO E' DOLORE FISICO
(ANSA) - ROMA, 24 FEB - Un dolore fisico che le analisi non riescono a spiegare, dal mal di testa al mal di stomaco. E' il volto nuovo con il quale si rivela la depressione: una patologia in crescita che colpisce un italiano su cinque, in particolare sempre piu' donne e giovani, mentre aumenta in modo preoccupante, sfiorando di otto anni, il lasso di tempo tra l'insorgere del disturbo e il ricorso alle cure.
A lanciare l'allarme sono stati oggi vari psichiatri ed esperti riuniti a Roma per il nono congresso della Società italiana di psicopatologia.
La depressione dunque, hanno affermato gli psichiatri, parla anche con il corpo e il dolore fisico. Da qui l'invito al medico di base a sospettare uno stato depressivo in quei soggetti che denunciano dolori fisici che non trovano una spiegazione nonostante svariate indagini. Ma qual e' la causa del dolore fisico nel soggetto depresso? Gli psichiatri Giovanni Biggio dell'Universita' di Cagliari, Mauro Mauri dell'Universita' di Pisa, Enrico Smeraldi dell'Universita' Vita e Salute di Milano e Riccardo Torta dell'Universita' di Torino hanno spiegato oggi che in questo tipo di soggetti si verifica un calo di due neurotrasmettitori, la noradrenalina e la serotonina, che rivestono un ruolo anche nel controllo del dolore. Riducendosi dunque la loro azione, nel soggetto depresso si amplifica la sensibilita' al dolore fisico. Per questo, hanno sottolineato gli esperti, preziosa e' l'azione della molecola Venlafaxina che ha la proprieta' di andare ad agire contemporaneamente proprio sui due neurotrasmettitori e curando la depressione combatte ed elimina anche il dolore fisico ad essa associato.
In Italia, avvertono gli psichiatri, la depressione e' dunque in aumento e i numeri lo dimostrano: ne soffrono in media 17 italiani su 100 ed ogni anno si verificano 250 casi in piu' ogni 10 mila abitanti. Un italiano su cinque, pero', ha gia' pagato o paga sulla propria pelle il peso della malattia. Ed ancora: due donne ogni uomo soffrono di depressione. Ma c'e' un altro dato che preoccupa gli esperti: il tempo che intercorre fra l'insorgenza della depressione e il ricorso alle cure, che puo' raggiungere anche gli otto anni e nel caso della psicosi i dodici anni. Un ultimo dato: tra quanti soffrono di depressione, la meta' non ha avuto diagnosi, mentre la meta' dei pazienti che pur hanno ricevuto una diagnosi non riceve cure adeguate. (ANSA).
psichiatria americana
e storia della cultura della droga
(sulle orme della cocaina di Freud)
Corriere della Sera 24.2.04
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto
di Cesare Medail
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto a 86 anni nella sua casa di Appleton (Wisconsin). Oggi lo ricorderanno in pochi, soprattutto in Europa; eppure, 50 anni fa Osmond coniò un termine, «psichedelico», che ha segnato più di una generazione e attraversato le culture alternative occidentali. Derivata dal greco «psyché» (anima) e «delôun» (mostrare), la parola indica gli effetti visionari della coscienza dilatata da droghe naturali quali la mescalina o sintetiche quali l’Lsd.
L’importanza culturale, però, di Osmond non sta tanto nei suoi studi prima sulla schizofrenia (notò che dava effetti analoghi a quelli della mescalina) e poi sull’alcolismo (cercò di curarlo con dosi di Lsd), quanto nel fatto che la sua «cavia» fu per qualche tempo Aldous Huxley (1894-1963), con il quale ebbe anche un carteggio rivelatore della cultura che generò le stagioni psichedeliche degli hippy, dei beat , degli stati alterati di coscienza, che ebbero proprio un viatico nei romanzi di Huxley (da Le porte della percezione a Paradiso e inferno).
«Per scandagliare l’inferno o librarsi nei mondi angelici, basta un pizzico di mescalina», scrisse Osmond; e Huxley accettò di fare la cavia, assumendo il fungo e scrivendo: «La maggioranza degli uomini conduce una vita così penosa o così limitata che la smania di trascendere se stessi è un bisogno ineluttabile, forse innato», soprattutto se non si trova più la trascendenza tramite «esercizi spirituali».
Nacque così il rifiuto «psichedelico» della società opulenta, consumista, ipertecnologia e priva di valori, inteso non come fuga del disertore ma come evasione da una prigione: una stagione che si sarebbe esaurita quando, dopo molte catastrofi personali legate all’Lsd, si cominciarono a percorrere altre vie quali la meditazione, lo yoga, i sogni, per cercare le proprie «uscite dal mondo».
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto
di Cesare Medail
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto a 86 anni nella sua casa di Appleton (Wisconsin). Oggi lo ricorderanno in pochi, soprattutto in Europa; eppure, 50 anni fa Osmond coniò un termine, «psichedelico», che ha segnato più di una generazione e attraversato le culture alternative occidentali. Derivata dal greco «psyché» (anima) e «delôun» (mostrare), la parola indica gli effetti visionari della coscienza dilatata da droghe naturali quali la mescalina o sintetiche quali l’Lsd.
L’importanza culturale, però, di Osmond non sta tanto nei suoi studi prima sulla schizofrenia (notò che dava effetti analoghi a quelli della mescalina) e poi sull’alcolismo (cercò di curarlo con dosi di Lsd), quanto nel fatto che la sua «cavia» fu per qualche tempo Aldous Huxley (1894-1963), con il quale ebbe anche un carteggio rivelatore della cultura che generò le stagioni psichedeliche degli hippy, dei beat , degli stati alterati di coscienza, che ebbero proprio un viatico nei romanzi di Huxley (da Le porte della percezione a Paradiso e inferno).
«Per scandagliare l’inferno o librarsi nei mondi angelici, basta un pizzico di mescalina», scrisse Osmond; e Huxley accettò di fare la cavia, assumendo il fungo e scrivendo: «La maggioranza degli uomini conduce una vita così penosa o così limitata che la smania di trascendere se stessi è un bisogno ineluttabile, forse innato», soprattutto se non si trova più la trascendenza tramite «esercizi spirituali».
Nacque così il rifiuto «psichedelico» della società opulenta, consumista, ipertecnologia e priva di valori, inteso non come fuga del disertore ma come evasione da una prigione: una stagione che si sarebbe esaurita quando, dopo molte catastrofi personali legate all’Lsd, si cominciarono a percorrere altre vie quali la meditazione, lo yoga, i sogni, per cercare le proprie «uscite dal mondo».
Cina
Liberazione 24.2.04
Europa e Stati Uniti alle prese con l'esuberante economia cinese. Volano le esportazioni in tutti i settori: dall'acciaio alle Nike copiate, dalle bevande al hig tech
"Made in China", sfida al mercato globale
di Maria R. Calderoni
Tanti tanti tanti tanti tanti piccoli cinesi. Alt. Non dire mai più che la Cina è vicina. Infatti la Cina non è vicina. La Cina è qui. Siamo belli che circondati. Basta guardare. Dati 2001, fonte Ocse: in Italia la Cina esporta bevande e tabacchi, cibo e bestiame, carburanti e lubrificanti, oli animali e vegetali, grassi e cere, prodotti chimici e affini, beni manifatturieri (a volontà), pelli, pelli lavorate e conciate, pellicce, prodotti in gomma sughero e legno, carta e simili, tessili, abbigliamento (a bizzeffe), prodotti minerali e metallici, ed eccetera.
Se non vi dispiace non solo bambole (il 75% della produzione mondiale di giocattoli è cinese, comunque), pantofole, Nike copiate, accendini-sorpresa, pigiami e magliette di ogni marca e seize. Dalla stessa fonte Ocse, si evince appunto che da noi arrivano "made in China" ferro e acciaio, macchinari e attrezzature da trasporto, macchinari specialistici, industriali, da ufficio, per processione dati automatica, per telecomunicazioni, per audioregistrazione, veicoli stradali, attrezzature da trasporto ed eccetera.
Non solo noi. In buona compagnia in Europa (un complessivo 17 per cento di business commerciale) siamo con Francia e Germania (quest'ultima totalizza un 4 per cento di import "giallo"); l'Asia assorbe un 54 per cento, l'America latina il 2,4.
Gli Usa, poi, guarda quelli. Loro toccano il 20,4 per cento (sono dati del 2001, sicuramente oggi sottostimati), un export-import Cina-Usa valutato in 150 miliardi di dollari l'anno. Dati strabilianti (e anche "destabilizzanti", dal punto di vista di certi "falchi"). «Nel 2002, su base annua quindi, le importazioni americane di reggiseni, vestaglie e magliette dalla Cina sono aumentate rispettivamente del 232%, del 540% e del 219%. Cifre che hanno letteralmente provocato grida di dolore da parte di gruppi di interesse nazionali, spingendo i politici a intervenire».
Tutt'altro che semplice, terribili scatole cinesi. Perché «se è vero che il Pentagono tende a vedere la Cina come una minaccia, è anche vero che con la Cina sono in ballo interessi commerciali molto forti: giganti come Boeing, Motorola, Citibank e Wal-Mart detengono infatti sempre più quote del mercato cinese».
Virgolette d'obbligo. Sono righe tratte infatti da Aspenia, il trimestrale edito dall'Aspen Institute, il cui ultimo numero si intitola "Il tempo della Cina" ed è interamente dedicato a decrittare il Macro Fenomeno che di nome fa Repubblica popolare cinese. Un numero anch'esso strabiliante per i dati, le ricerche, le analisi, le tesi che contiene. In sostanza, uno sguardo lungo e spregiudicato sull'ex Pianeta misterioso dell'altra sponda del Pacifico, 4 mila anni di storia, 1 miliardo e 350 milioni di persone - un quinto dell'umanità - il 50 per cento delle quali al di sotto dei 30 anni, Repubblica popolare a partito unico, quello che si chiama ancora (ancora, ancora!) Pcc (Partito comunista cinese).
Un immenso, dinamico ibrido i cui connotati Aspenia tratteggia così: «Una potenza economica globale, il Sistema del capitalismo comunista», una gigantesca nazione dove «pragmatismo politico, "cultura della convenienza", logica dei consumi occidentale incuneata in una struttura socialista fortemente ideologica», fanno della Grande Cina «un Paese politicamente definito "socialismo di mercato alla cinese", e culturalmente "socialismo postmoderno"». Il tutto sotto la guida della "quarta generazione" marxista-leninista con alla testa Hu Jintao.
Sostiene Aspenia.
L'occhio lungo dentro questa Cina ne vede, di cose: belle, brutte, bellissime, bruttissime, abbaglianti, oscure, contraddittorie, fantastiche, potenziali e no, tutte comunque ardue e colossali... Va bene. Gli esperti di prim'ordine che hanno collaborato al numero "cinese" della rivista concordano però, tutti, su un punto, piuttosto essenziale: «L'economia cinese è cresciuta a un tasso annuo dell'8-9% quasi per due decenni, conseguendo, come hanno riconosciuto le Nazioni Unite, il più grande e più rapido successo nella guerra alla povertà della storia dell'umanità».
Un enorme balzo della tigre in meno di quarant'anni, ma ancora insufficiente. Nonostante il record e l'immane sforzo, i poveri-poveri in Cina sono ancora il 10 per cento della popolazione (non meno di 150 milioni). Grandi dislivelli, anche drammatici, caratterizzano ancora le condizioni tra città e aree metropolitane e i territori interni, soprattutto le campagne; e tra regioni e regioni, con non pochi conflitti e tensioni sociali (cui non sarebbe estraneo, secondo gli analisti di Aspenia, un diffuso fenomeno di corruzione, soprattutto nei ranghi della burocrazia di Stato).
Una condizione non difficile da comprendere (e tutt'altro che da sottovalutare, proprio per le implicazioni sociali, umani e culturali che può significare). E possiamo aggiungere - per capire l'ordine di grandezza dei problemi della Cina di oggi, anno 2004 - che sono ancora almeno 700 milioni i contadini in condizione di pura sopravvivenza sull' immensa terra dell'ex Impero celeste.
Ciò semplicemente vuol dire che, nonostante l'enorme balzo della tigre, quasi il 70 per cento della popolazione cinese vive ancora in quelle sterminate aree rurali (o semi-urbanizzate) che sono rimaste indietro (praticamente escluse) dal nuovo standard industriale.
Un enorme problema, con 700 milioni sulla scena...
La Cina - questa la conclusione - resta un paese povero. Una nazione ancora debole (e tutt'altro che militarizzata).
Però una nazione in marcia: a differenza dell'India che «pur avendo un miliardo di abitanti non è riuscita vincere la battaglia contro la povertà», la Cina sta lì a dimostrare che «il fattore cruciale, nel destino dei Paesi, è la politica, non la popolazione».
E' anche errato, erratissimo parlare di "miracolo" cinese. Per il semplice fatto che il miracolo non c'è. Infatti la sbalorditiva transizione cinese è iniziata da oltre vent'anni - Aspenia la data dal 1979 - quando ha preso corso quello che la rivista definisce la "demaoizzazione", con la conseguente apertura al mercato (sia orientale che occidentale).
Il "caso" cinese; come si sa, è sotto esame, grandi dispute sono in corso, soprattutto nel mondo comunista. Ma è un argomento che qui non vogliamo trattare. Ci basta qui raccontare un po' quello che c'è, dentro il "miracolo" lungo vent'anni della Repubblica popolare cinese. Almeno 170 nuove città da 1 milione di abitanti create nell'ultimo ventennio; almeno 400 milioni di cittadini che si possono definire di ceto medio di tipo occidentale (Europa e Usa messi insieme), dei quali oltre 200 milioni decisamente affluenti (ricchi); almeno un milione e mezzo di studenti in ingegneria e materie scientifiche nelle università (sfornati 50 mila ingegneri all'anno, contro i 30 mila in Usa). C'è dentro un insonne e, per forza di cose, mastodontico, fervore di R&S, di Ricerca e Sviluppo; e ci sono dentro numeri da capogiro in fatto di potenzialità.
«Da molti punti di vista, la Cina è destinata a sostituire gli Stati Uniti come nuovo motore della crescita mondiale». E giù una selva di "numeri". Cina odierna come primo consumatore mondiale di materie prime, per esempio il 25 per cento del cotone, soia e acciaio, il 16 dell'alluminio, il 35 del carbone (e da qui al 2030 il consumo di petrolio è destinato ad aumentare del 100%, vale a dire la Cina sarà il primo consumatore mondiale di oro nero, con quel che segue).
Non basta. Secondo i dati industriali (2003), la Cina è stato il più forte produttore «di otto su dodici dei prodotti più diffusi dell'elettronica di consumo, con la produzione di circa la metà della produzione mondiale di lettore Dvd e macchine fotografiche digitali, più di un terzo di drive Dvd-Rom e personal computer; e circa un quarto di cellulari, tv a colori e palmari».
Ancora ancora. «In un suo studio recente, l'Ifc - l'ente della Banca mondiale che finanzia il settore privato - prevede che il valore dell'elettronica della Cina aumenti, di qui al 2005, da 34 a 80 miliardi di dollari. Verrà superata l'Europa (che arriverà a 73 miliardi) e cominceranno a essere insidiate le posizioni di Stati Uniti e Giappone».
E hi-tech e auto alla "cinese". Cellulari passati «in poco più di due trimestri da 190 milioni a 250 milioni, ed erano appena 85 milioni nel 2002; utenti di telefonia fissa da 300 milioni a 350, e due anni e mezzo fa erano poco più di 150 milioni; abbonati a Internet da 35 milioni a 42, erano 10 milioni nel 2000». Inoltre, «da parte sua il settore auto ha sfiorato un incremento dell'85%, dopo un progresso del 20% nel 2001 e del 56 nel 2002».
Telefonini iradiddio, nel solo 2002 ne sono stati venduti 65 milioni (China Mobile è ormai il primo operatore assoluto nel mondo di telefonia mobile per numero di abbonati). E quanto a Internet «si prevede che nel 2005 su 100 navigatori, 30 saranno cinesi (a fronte di 25 europei e 20 americani)».
La Cina è qui. I suoi salari restano bassissimi (anche in pieno boom tecnologico; purtroppo), giusto 1 centesimo di quelli Usa, ad esempio. E per far fronte al dramma della disoccupazione - quella vecchia e quella nuova, quella secolare e quella "moderna" - quella ad esempio arrivata dalle migliaia di fabbriche pubbliche fallite, o tragicamente in perdita, che hanno lasciato sul campo da 3 a 3 milioni e mezzo di senza lavoro - la leadership cinese della "quarta generazione" deve perciò poter camminare in fretta - molto in fretta - se vuole vincere la colossale, ineluttabile sfida.
La sfida di riuscire a creare almeno 20 milioni di posti di lavoro nel giro di pochi anni, praticamente da subito. La sfida di riuscire a creare, per poter proseguire sul cammino di macro sviluppo intrapreso, 300-350 milioni di nuovi posti di lavoro nel giro di 10-15 anni (per la serie la terra trema).
Sostiene Aspenia.
C'è poi da mettere in conto "l'istinto americano". Come unica "Potenza strategica" in grado di tenere testa agli Usa, il gigante Cina è da tempo nel mirino della Casa Bianca. Gli analisti di Aspenia la mettono così: «Gli Stati Uniti, come polo dominante dell'attuale sistema internazionale, hanno un interesse di fondo a che la crescita economica della Cina rallenti (il corsivo è nostro) nei prossimi anni». Magari a prezzo «di una nuova "guerra fredda" che potrebbe, fra l'altro, scaricarsi sul controllo di risorse energetiche di cui la Cina è fortemente carente».
E la leadership cinese della "quarta generazione"?
Lo sa.
Europa e Stati Uniti alle prese con l'esuberante economia cinese. Volano le esportazioni in tutti i settori: dall'acciaio alle Nike copiate, dalle bevande al hig tech
"Made in China", sfida al mercato globale
di Maria R. Calderoni
Tanti tanti tanti tanti tanti piccoli cinesi. Alt. Non dire mai più che la Cina è vicina. Infatti la Cina non è vicina. La Cina è qui. Siamo belli che circondati. Basta guardare. Dati 2001, fonte Ocse: in Italia la Cina esporta bevande e tabacchi, cibo e bestiame, carburanti e lubrificanti, oli animali e vegetali, grassi e cere, prodotti chimici e affini, beni manifatturieri (a volontà), pelli, pelli lavorate e conciate, pellicce, prodotti in gomma sughero e legno, carta e simili, tessili, abbigliamento (a bizzeffe), prodotti minerali e metallici, ed eccetera.
Se non vi dispiace non solo bambole (il 75% della produzione mondiale di giocattoli è cinese, comunque), pantofole, Nike copiate, accendini-sorpresa, pigiami e magliette di ogni marca e seize. Dalla stessa fonte Ocse, si evince appunto che da noi arrivano "made in China" ferro e acciaio, macchinari e attrezzature da trasporto, macchinari specialistici, industriali, da ufficio, per processione dati automatica, per telecomunicazioni, per audioregistrazione, veicoli stradali, attrezzature da trasporto ed eccetera.
Non solo noi. In buona compagnia in Europa (un complessivo 17 per cento di business commerciale) siamo con Francia e Germania (quest'ultima totalizza un 4 per cento di import "giallo"); l'Asia assorbe un 54 per cento, l'America latina il 2,4.
Gli Usa, poi, guarda quelli. Loro toccano il 20,4 per cento (sono dati del 2001, sicuramente oggi sottostimati), un export-import Cina-Usa valutato in 150 miliardi di dollari l'anno. Dati strabilianti (e anche "destabilizzanti", dal punto di vista di certi "falchi"). «Nel 2002, su base annua quindi, le importazioni americane di reggiseni, vestaglie e magliette dalla Cina sono aumentate rispettivamente del 232%, del 540% e del 219%. Cifre che hanno letteralmente provocato grida di dolore da parte di gruppi di interesse nazionali, spingendo i politici a intervenire».
Tutt'altro che semplice, terribili scatole cinesi. Perché «se è vero che il Pentagono tende a vedere la Cina come una minaccia, è anche vero che con la Cina sono in ballo interessi commerciali molto forti: giganti come Boeing, Motorola, Citibank e Wal-Mart detengono infatti sempre più quote del mercato cinese».
Virgolette d'obbligo. Sono righe tratte infatti da Aspenia, il trimestrale edito dall'Aspen Institute, il cui ultimo numero si intitola "Il tempo della Cina" ed è interamente dedicato a decrittare il Macro Fenomeno che di nome fa Repubblica popolare cinese. Un numero anch'esso strabiliante per i dati, le ricerche, le analisi, le tesi che contiene. In sostanza, uno sguardo lungo e spregiudicato sull'ex Pianeta misterioso dell'altra sponda del Pacifico, 4 mila anni di storia, 1 miliardo e 350 milioni di persone - un quinto dell'umanità - il 50 per cento delle quali al di sotto dei 30 anni, Repubblica popolare a partito unico, quello che si chiama ancora (ancora, ancora!) Pcc (Partito comunista cinese).
Un immenso, dinamico ibrido i cui connotati Aspenia tratteggia così: «Una potenza economica globale, il Sistema del capitalismo comunista», una gigantesca nazione dove «pragmatismo politico, "cultura della convenienza", logica dei consumi occidentale incuneata in una struttura socialista fortemente ideologica», fanno della Grande Cina «un Paese politicamente definito "socialismo di mercato alla cinese", e culturalmente "socialismo postmoderno"». Il tutto sotto la guida della "quarta generazione" marxista-leninista con alla testa Hu Jintao.
Sostiene Aspenia.
L'occhio lungo dentro questa Cina ne vede, di cose: belle, brutte, bellissime, bruttissime, abbaglianti, oscure, contraddittorie, fantastiche, potenziali e no, tutte comunque ardue e colossali... Va bene. Gli esperti di prim'ordine che hanno collaborato al numero "cinese" della rivista concordano però, tutti, su un punto, piuttosto essenziale: «L'economia cinese è cresciuta a un tasso annuo dell'8-9% quasi per due decenni, conseguendo, come hanno riconosciuto le Nazioni Unite, il più grande e più rapido successo nella guerra alla povertà della storia dell'umanità».
Un enorme balzo della tigre in meno di quarant'anni, ma ancora insufficiente. Nonostante il record e l'immane sforzo, i poveri-poveri in Cina sono ancora il 10 per cento della popolazione (non meno di 150 milioni). Grandi dislivelli, anche drammatici, caratterizzano ancora le condizioni tra città e aree metropolitane e i territori interni, soprattutto le campagne; e tra regioni e regioni, con non pochi conflitti e tensioni sociali (cui non sarebbe estraneo, secondo gli analisti di Aspenia, un diffuso fenomeno di corruzione, soprattutto nei ranghi della burocrazia di Stato).
Una condizione non difficile da comprendere (e tutt'altro che da sottovalutare, proprio per le implicazioni sociali, umani e culturali che può significare). E possiamo aggiungere - per capire l'ordine di grandezza dei problemi della Cina di oggi, anno 2004 - che sono ancora almeno 700 milioni i contadini in condizione di pura sopravvivenza sull' immensa terra dell'ex Impero celeste.
Ciò semplicemente vuol dire che, nonostante l'enorme balzo della tigre, quasi il 70 per cento della popolazione cinese vive ancora in quelle sterminate aree rurali (o semi-urbanizzate) che sono rimaste indietro (praticamente escluse) dal nuovo standard industriale.
Un enorme problema, con 700 milioni sulla scena...
La Cina - questa la conclusione - resta un paese povero. Una nazione ancora debole (e tutt'altro che militarizzata).
Però una nazione in marcia: a differenza dell'India che «pur avendo un miliardo di abitanti non è riuscita vincere la battaglia contro la povertà», la Cina sta lì a dimostrare che «il fattore cruciale, nel destino dei Paesi, è la politica, non la popolazione».
E' anche errato, erratissimo parlare di "miracolo" cinese. Per il semplice fatto che il miracolo non c'è. Infatti la sbalorditiva transizione cinese è iniziata da oltre vent'anni - Aspenia la data dal 1979 - quando ha preso corso quello che la rivista definisce la "demaoizzazione", con la conseguente apertura al mercato (sia orientale che occidentale).
Il "caso" cinese; come si sa, è sotto esame, grandi dispute sono in corso, soprattutto nel mondo comunista. Ma è un argomento che qui non vogliamo trattare. Ci basta qui raccontare un po' quello che c'è, dentro il "miracolo" lungo vent'anni della Repubblica popolare cinese. Almeno 170 nuove città da 1 milione di abitanti create nell'ultimo ventennio; almeno 400 milioni di cittadini che si possono definire di ceto medio di tipo occidentale (Europa e Usa messi insieme), dei quali oltre 200 milioni decisamente affluenti (ricchi); almeno un milione e mezzo di studenti in ingegneria e materie scientifiche nelle università (sfornati 50 mila ingegneri all'anno, contro i 30 mila in Usa). C'è dentro un insonne e, per forza di cose, mastodontico, fervore di R&S, di Ricerca e Sviluppo; e ci sono dentro numeri da capogiro in fatto di potenzialità.
«Da molti punti di vista, la Cina è destinata a sostituire gli Stati Uniti come nuovo motore della crescita mondiale». E giù una selva di "numeri". Cina odierna come primo consumatore mondiale di materie prime, per esempio il 25 per cento del cotone, soia e acciaio, il 16 dell'alluminio, il 35 del carbone (e da qui al 2030 il consumo di petrolio è destinato ad aumentare del 100%, vale a dire la Cina sarà il primo consumatore mondiale di oro nero, con quel che segue).
Non basta. Secondo i dati industriali (2003), la Cina è stato il più forte produttore «di otto su dodici dei prodotti più diffusi dell'elettronica di consumo, con la produzione di circa la metà della produzione mondiale di lettore Dvd e macchine fotografiche digitali, più di un terzo di drive Dvd-Rom e personal computer; e circa un quarto di cellulari, tv a colori e palmari».
Ancora ancora. «In un suo studio recente, l'Ifc - l'ente della Banca mondiale che finanzia il settore privato - prevede che il valore dell'elettronica della Cina aumenti, di qui al 2005, da 34 a 80 miliardi di dollari. Verrà superata l'Europa (che arriverà a 73 miliardi) e cominceranno a essere insidiate le posizioni di Stati Uniti e Giappone».
E hi-tech e auto alla "cinese". Cellulari passati «in poco più di due trimestri da 190 milioni a 250 milioni, ed erano appena 85 milioni nel 2002; utenti di telefonia fissa da 300 milioni a 350, e due anni e mezzo fa erano poco più di 150 milioni; abbonati a Internet da 35 milioni a 42, erano 10 milioni nel 2000». Inoltre, «da parte sua il settore auto ha sfiorato un incremento dell'85%, dopo un progresso del 20% nel 2001 e del 56 nel 2002».
Telefonini iradiddio, nel solo 2002 ne sono stati venduti 65 milioni (China Mobile è ormai il primo operatore assoluto nel mondo di telefonia mobile per numero di abbonati). E quanto a Internet «si prevede che nel 2005 su 100 navigatori, 30 saranno cinesi (a fronte di 25 europei e 20 americani)».
La Cina è qui. I suoi salari restano bassissimi (anche in pieno boom tecnologico; purtroppo), giusto 1 centesimo di quelli Usa, ad esempio. E per far fronte al dramma della disoccupazione - quella vecchia e quella nuova, quella secolare e quella "moderna" - quella ad esempio arrivata dalle migliaia di fabbriche pubbliche fallite, o tragicamente in perdita, che hanno lasciato sul campo da 3 a 3 milioni e mezzo di senza lavoro - la leadership cinese della "quarta generazione" deve perciò poter camminare in fretta - molto in fretta - se vuole vincere la colossale, ineluttabile sfida.
La sfida di riuscire a creare almeno 20 milioni di posti di lavoro nel giro di pochi anni, praticamente da subito. La sfida di riuscire a creare, per poter proseguire sul cammino di macro sviluppo intrapreso, 300-350 milioni di nuovi posti di lavoro nel giro di 10-15 anni (per la serie la terra trema).
Sostiene Aspenia.
C'è poi da mettere in conto "l'istinto americano". Come unica "Potenza strategica" in grado di tenere testa agli Usa, il gigante Cina è da tempo nel mirino della Casa Bianca. Gli analisti di Aspenia la mettono così: «Gli Stati Uniti, come polo dominante dell'attuale sistema internazionale, hanno un interesse di fondo a che la crescita economica della Cina rallenti (il corsivo è nostro) nei prossimi anni». Magari a prezzo «di una nuova "guerra fredda" che potrebbe, fra l'altro, scaricarsi sul controllo di risorse energetiche di cui la Cina è fortemente carente».
E la leadership cinese della "quarta generazione"?
Lo sa.
le donne e gli artisti
Gazzetta di Parma 24.2.04
In «Prestami il volto» di Valeria Palumbo gli amori di Modigliani, Mahler e altri grandi
Donne artisti destino
di Isabella Bonati
Certe fiamme incontrandosi non possono che ardere. Due anime affini divorano un fuoco che svela infinito. E se sono due anime grandi si ha un'alchimia inestinguibile. «Prestami il volto» di Valeria Palumbo (Selene Edizioni) ritrae i burrascosi rapporti tra gli artisti e le loro ispiratrici. Dieci storie di donne, nove storie di uomini (Rosa Bonheur ebbe una donna per compagna), dieci volte Assoluto, dove l'arte si confonde con l'amore e l'amore si fa arte. E l'arte e l'amore sono vita e diventano destino.
Elizabeth Siddal e Dante Gabriel Rossetti, Eva Gonzalès ed Edouard Manet, Gabriele Munter e Vasilij Kandinsky, ma anche la bellissima Alma Mahler, moglie del compositore Gustav Mahler, e Oskar Kokoschka, e Beatrice Hastings, eccessiva, anticonformista, e il livornese Amedeo Modigliani, sono alcune di queste coppie celebri, sodalizi d'anima. E loro, donne dannate, estreme, oltre la norma, inquiete, inarrestabili, artiste muse amanti degli artisti, appartennero a qualcuno, spesso a tanti, a nessuno per davvero, loro, padrone di se stesse. «Le dieci donne che appaiono nei dieci ritratti presentati - afferma l'autrice - non sono state soltanto muse o modelle. E non si sono limitate a prestare le loro fattezze ai loro celebri amanti per poi, al massimo, scaldarne il cuore e il letto. Sono state tutte ottime compagne (ottimo non ha nulla a che vedere con la qualità dei rapporti, quasi sempre tempestosi), prima di tutto perché sono state donne di grande personalità». Spiriti in grado di volare, loro e i loro amanti. Loro, evocatrici dell'arte ed arte creata. L'arte in potenza nelle menti degli artefici, resa atto sulla tela, sublimata in una immagine di donna. Eppure i loro volti hanno fluttuato nell'immortalità e non le loro anime, il loro essere la donna di qualcuno e non semplicemente donna. E non essenzialmente essere. Salvate da un ritratto, da uno sguardo, per il resto nell'oblio. Mai comprese, spesso emarginate, confinate perché donne nel silenzio: «Si può senz'altro pensare che averle scelte come compagne, rivela una notevole sensibilità da parte dei partners. La verità è che quasi tutti si sono dimostrati incapaci di accettare il loro talento e la loro autonomia».
Valeria Palumbo, giornalista e appassionata d'arte, musica e teatro, dopo aver lavorato nella redazione di Capital, è attuale caporedattore attualità del mensile Amica.
Il suo libro restituisce spessore artistico e dignità umana a donne che, vittime del giudizio di ogni tempo, a questo tempo han consegnato l'anima e un ritratto e sono state lacerate dalla pena di non essere comuni. Pena inespiabile. Donne che han pagato il prezzo di se stesse con l'infelicità e talvolta con la vita.
«Sono state, anche a prescindere dalla loro influenza sui loro celebri compagni, personalità da scoprire. Tutte, indistintamente, hanno pagato un prezzo altissimo per essere uscite dagli schemi, per non essere state solo muse». Per essere state delle donne, delle donne eccezionali. «Che noia essere limitati nei gesti quando si è donna!» ha scritto l'indipendente ed esplosiva Rosa Bonheur esaltando «la grande e fiera ambizione per il sesso di cui mi faccio gloria di appartenere e di cui sosterrò l'indipendenza fino all'ultimo giorno. Del resto sono convinta che a noi appartenga l'avvenire». Parole audaci e sovversive? Forse precoci per i tempi. Eppure cosa è cambiato troppo se allora e ancora adesso il genio femminile è una condanna e l'arte di una donna è una follia?
In «Prestami il volto» di Valeria Palumbo gli amori di Modigliani, Mahler e altri grandi
Donne artisti destino
di Isabella Bonati
Certe fiamme incontrandosi non possono che ardere. Due anime affini divorano un fuoco che svela infinito. E se sono due anime grandi si ha un'alchimia inestinguibile. «Prestami il volto» di Valeria Palumbo (Selene Edizioni) ritrae i burrascosi rapporti tra gli artisti e le loro ispiratrici. Dieci storie di donne, nove storie di uomini (Rosa Bonheur ebbe una donna per compagna), dieci volte Assoluto, dove l'arte si confonde con l'amore e l'amore si fa arte. E l'arte e l'amore sono vita e diventano destino.
Elizabeth Siddal e Dante Gabriel Rossetti, Eva Gonzalès ed Edouard Manet, Gabriele Munter e Vasilij Kandinsky, ma anche la bellissima Alma Mahler, moglie del compositore Gustav Mahler, e Oskar Kokoschka, e Beatrice Hastings, eccessiva, anticonformista, e il livornese Amedeo Modigliani, sono alcune di queste coppie celebri, sodalizi d'anima. E loro, donne dannate, estreme, oltre la norma, inquiete, inarrestabili, artiste muse amanti degli artisti, appartennero a qualcuno, spesso a tanti, a nessuno per davvero, loro, padrone di se stesse. «Le dieci donne che appaiono nei dieci ritratti presentati - afferma l'autrice - non sono state soltanto muse o modelle. E non si sono limitate a prestare le loro fattezze ai loro celebri amanti per poi, al massimo, scaldarne il cuore e il letto. Sono state tutte ottime compagne (ottimo non ha nulla a che vedere con la qualità dei rapporti, quasi sempre tempestosi), prima di tutto perché sono state donne di grande personalità». Spiriti in grado di volare, loro e i loro amanti. Loro, evocatrici dell'arte ed arte creata. L'arte in potenza nelle menti degli artefici, resa atto sulla tela, sublimata in una immagine di donna. Eppure i loro volti hanno fluttuato nell'immortalità e non le loro anime, il loro essere la donna di qualcuno e non semplicemente donna. E non essenzialmente essere. Salvate da un ritratto, da uno sguardo, per il resto nell'oblio. Mai comprese, spesso emarginate, confinate perché donne nel silenzio: «Si può senz'altro pensare che averle scelte come compagne, rivela una notevole sensibilità da parte dei partners. La verità è che quasi tutti si sono dimostrati incapaci di accettare il loro talento e la loro autonomia».
Valeria Palumbo, giornalista e appassionata d'arte, musica e teatro, dopo aver lavorato nella redazione di Capital, è attuale caporedattore attualità del mensile Amica.
Il suo libro restituisce spessore artistico e dignità umana a donne che, vittime del giudizio di ogni tempo, a questo tempo han consegnato l'anima e un ritratto e sono state lacerate dalla pena di non essere comuni. Pena inespiabile. Donne che han pagato il prezzo di se stesse con l'infelicità e talvolta con la vita.
«Sono state, anche a prescindere dalla loro influenza sui loro celebri compagni, personalità da scoprire. Tutte, indistintamente, hanno pagato un prezzo altissimo per essere uscite dagli schemi, per non essere state solo muse». Per essere state delle donne, delle donne eccezionali. «Che noia essere limitati nei gesti quando si è donna!» ha scritto l'indipendente ed esplosiva Rosa Bonheur esaltando «la grande e fiera ambizione per il sesso di cui mi faccio gloria di appartenere e di cui sosterrò l'indipendenza fino all'ultimo giorno. Del resto sono convinta che a noi appartenga l'avvenire». Parole audaci e sovversive? Forse precoci per i tempi. Eppure cosa è cambiato troppo se allora e ancora adesso il genio femminile è una condanna e l'arte di una donna è una follia?
Iran: le grotte del sufismo
Repubblica, edizione di Palermo 24.2.04
LE GROTTE DEL SUFISMO
di MARCELLA CROCE
«Qui vicino mio cugino Saadegh si è fatto una grotta». Sulle prime attribuisco a un´improprietà linguistica questa frase sibillina del nostro amico Hassan. La sua bella barba bianca si allarga in un sorriso, noi non lo sappiamo ancora ma queste sue parole preannunciano il nostro primo incontro ravvicinato con un mistico sufi. Che vorrà mai dire «si è fatto una grotta»? Semplicissimo: vuol dire scegliere un posto di proprio gusto su una montagna accessibile a piedi da casa. E cominciare a martellare la roccia per crearsi una grotta personale. Sadeegh ha impiegato circa otto anni per completare la sua, lavorando da solo una decina di ore la settimana in un anfratto del monte Soffeh, la montagna che sovrasta la città iraniana di Isfahan. Non è un eremita, nella sua grotta non ha mai abitato, semplicemente la usa come pied-a-terre, quando vuole sentirsi più vicino al cielo. Trascorre lì buona parte della giornata, da solo o offrendo tè e pasticcini ad amici che come lui cercano di cogliere nella natura l´amore e l´unità del mondo.
L´acqua del monte è stata convogliata in un pratico «rubinetto» esterno e anche in una vasca interna, molto ben rifinita e completa di canalizzazione per un eventuale esubero. La grotta porta tutti i segni del suo piccone, in un angolo Saadegh ha realizzato per i giorni invernali una stufa a legna con relativa canna fumaria, all´esterno ha sistemato una veranda per godersi la frescura dei tramonti estivi. Non è la sua prima grotta. Saadegh (nome di origine araba che vuol dire «sincero») ha 76 anni e di grotte ne ha già «fatte» ben cinque, ma le prime quattro le ha dovute abbandonare. Da tempo immemorabile, l´Islam mistico, che è quello dell´uomo non conformista, non è mai stato visto di buon occhio dai dogmatici. Non a caso il monte si chiama Soffeh: un tempo era sacro ai sufi, in Iran e Turchia detti anche dervisci, che per secoli vi si sono rifugiati ogni qual volta le persecuzioni nei loro riguardi raggiungevano livelli insopportabili.
Suf era la ruvida lana della loro umile veste, che si dice bruciassero una volta raggiunto il massimo e ultimo livello di erfand, il sentiero verso Dio. Straordinaria sintesi di spiritualità e sensualità, il sufismo predicava un percorso interiore che coniugasse amore umano e amore divino, erotismo e unione con il divino. Questi pellegrini della valle d´amore, con le loro parole sconvolgenti, con il loro fervore e la loro eccezionale carica emozionale, hanno saputo produrre alcuni fra i vertici della letteratura mondiale. L´amore umano e mistico fu cantato per secoli dai sufi nei loro famosi e sublimi componimenti poetici.
«L´amore è il loro credo e la loro fede», avrebbe detto Ibn Arabi, grande poeta andaluso; anche i nostri stilnovisti, che amavano autodefinirsi «sudditi d´Amore», non avrebbero faticato molto a trovare con loro delle affinità. Uno dei più famosi poeti sufi fu Mawlana Jalalal-Din, vissuto nel XIII secolo; giacché passò buona parte della sua vita e morì in Turchia, che all´epoca faceva parte dell´impero bizantino, è conosciuto con il nome di Rumi (il romano). A lui è attribuita la famosa frase «quello che per voi è un rumore, per me è musica», e con queste parole si era messo a ballare al ritmo del battito del fabbro sull´incudine. Molti sufi erano veri spiriti enciclopedici, artisti, scienziati e alchimisti: il mistico Razi nell´XI secolo scoprì la formula dell´acido solforico. I sufi, che in Nord Africa sono chiamati anche fakir (poveri), non sono mai stati dei veri asceti. Al contrario dei mistici del Medioevo cristiano, non si sono mai separati completamente dal mondo. Spesso uniti in confraternite (tariqat), per le meditazioni e per le preghiere collettive si riuniscono tuttora in residenze (khanaqa), che in origine erano destinate ad accogliere gli adepti itineranti. Stanno con la gente e lavorano, anzi guadagnare è considerato un dovere, per poter dare il sovrappiù a chi ne ha bisogno: innumerevoli sono le botteghe di artigiani che espongono in bella mostra su una parete l´ascia, simbolo dei dervisci, un tempo famosi anche in Iran per le danze sfrenate con le quali raggiungevano lo stato di trance. Il loro ordine è stato da taluni paragonato a quello dei Templari.
Come ogni buon musulmano, il mistico sufi, cui recentemente ha dato un volto Omar Sharif nel delizioso film "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", si rifà di norma agli insegnamenti di un maestro, e tale strettissimo rapporto si può fare risalire in linea diretta al profeta Maometto e ad Alì, suo cugino e genero, che gli sciiti ritengono suo unico e legittimo erede spirituale.
LE GROTTE DEL SUFISMO
di MARCELLA CROCE
«Qui vicino mio cugino Saadegh si è fatto una grotta». Sulle prime attribuisco a un´improprietà linguistica questa frase sibillina del nostro amico Hassan. La sua bella barba bianca si allarga in un sorriso, noi non lo sappiamo ancora ma queste sue parole preannunciano il nostro primo incontro ravvicinato con un mistico sufi. Che vorrà mai dire «si è fatto una grotta»? Semplicissimo: vuol dire scegliere un posto di proprio gusto su una montagna accessibile a piedi da casa. E cominciare a martellare la roccia per crearsi una grotta personale. Sadeegh ha impiegato circa otto anni per completare la sua, lavorando da solo una decina di ore la settimana in un anfratto del monte Soffeh, la montagna che sovrasta la città iraniana di Isfahan. Non è un eremita, nella sua grotta non ha mai abitato, semplicemente la usa come pied-a-terre, quando vuole sentirsi più vicino al cielo. Trascorre lì buona parte della giornata, da solo o offrendo tè e pasticcini ad amici che come lui cercano di cogliere nella natura l´amore e l´unità del mondo.
L´acqua del monte è stata convogliata in un pratico «rubinetto» esterno e anche in una vasca interna, molto ben rifinita e completa di canalizzazione per un eventuale esubero. La grotta porta tutti i segni del suo piccone, in un angolo Saadegh ha realizzato per i giorni invernali una stufa a legna con relativa canna fumaria, all´esterno ha sistemato una veranda per godersi la frescura dei tramonti estivi. Non è la sua prima grotta. Saadegh (nome di origine araba che vuol dire «sincero») ha 76 anni e di grotte ne ha già «fatte» ben cinque, ma le prime quattro le ha dovute abbandonare. Da tempo immemorabile, l´Islam mistico, che è quello dell´uomo non conformista, non è mai stato visto di buon occhio dai dogmatici. Non a caso il monte si chiama Soffeh: un tempo era sacro ai sufi, in Iran e Turchia detti anche dervisci, che per secoli vi si sono rifugiati ogni qual volta le persecuzioni nei loro riguardi raggiungevano livelli insopportabili.
Suf era la ruvida lana della loro umile veste, che si dice bruciassero una volta raggiunto il massimo e ultimo livello di erfand, il sentiero verso Dio. Straordinaria sintesi di spiritualità e sensualità, il sufismo predicava un percorso interiore che coniugasse amore umano e amore divino, erotismo e unione con il divino. Questi pellegrini della valle d´amore, con le loro parole sconvolgenti, con il loro fervore e la loro eccezionale carica emozionale, hanno saputo produrre alcuni fra i vertici della letteratura mondiale. L´amore umano e mistico fu cantato per secoli dai sufi nei loro famosi e sublimi componimenti poetici.
«L´amore è il loro credo e la loro fede», avrebbe detto Ibn Arabi, grande poeta andaluso; anche i nostri stilnovisti, che amavano autodefinirsi «sudditi d´Amore», non avrebbero faticato molto a trovare con loro delle affinità. Uno dei più famosi poeti sufi fu Mawlana Jalalal-Din, vissuto nel XIII secolo; giacché passò buona parte della sua vita e morì in Turchia, che all´epoca faceva parte dell´impero bizantino, è conosciuto con il nome di Rumi (il romano). A lui è attribuita la famosa frase «quello che per voi è un rumore, per me è musica», e con queste parole si era messo a ballare al ritmo del battito del fabbro sull´incudine. Molti sufi erano veri spiriti enciclopedici, artisti, scienziati e alchimisti: il mistico Razi nell´XI secolo scoprì la formula dell´acido solforico. I sufi, che in Nord Africa sono chiamati anche fakir (poveri), non sono mai stati dei veri asceti. Al contrario dei mistici del Medioevo cristiano, non si sono mai separati completamente dal mondo. Spesso uniti in confraternite (tariqat), per le meditazioni e per le preghiere collettive si riuniscono tuttora in residenze (khanaqa), che in origine erano destinate ad accogliere gli adepti itineranti. Stanno con la gente e lavorano, anzi guadagnare è considerato un dovere, per poter dare il sovrappiù a chi ne ha bisogno: innumerevoli sono le botteghe di artigiani che espongono in bella mostra su una parete l´ascia, simbolo dei dervisci, un tempo famosi anche in Iran per le danze sfrenate con le quali raggiungevano lo stato di trance. Il loro ordine è stato da taluni paragonato a quello dei Templari.
Come ogni buon musulmano, il mistico sufi, cui recentemente ha dato un volto Omar Sharif nel delizioso film "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", si rifà di norma agli insegnamenti di un maestro, e tale strettissimo rapporto si può fare risalire in linea diretta al profeta Maometto e ad Alì, suo cugino e genero, che gli sciiti ritengono suo unico e legittimo erede spirituale.
le statistiche dei suicidi in Toscana
Repubblica 24.2.04
L'ESPERTO
Parla lo statistico Roberto Volpi: "In Toscana invece è superiore, ma diminuisce"
"A Firenze il tasso di suicidi è più basso della media italiana"
Invece a Siena e Grosseto i numeri sono fino a tre volte superiori
La primavera il periodo più a rischio, mentre a dicembre si registrano meno casi
di MARIA CRISTINA CARRATÙ
«Davvero non capisco tutto questo allarme. La verità è che in Toscana, come del resto in Italia, i suicidi sono in costante diminuzione». Roberto Volpi, statistico, consulente del Comune di Firenze e dell´Istituto degli Innocenti, autore di numerosi saggi che, a colpi di dati, sdrammatizzano radicalmente certi ricorrenti allarmi sociali (come la violenza sui minori), va ancora una volta controcorrente. E nonostante l´inanellarsi di suicidi delle ultime settimane, smentisce che ci siano gli elementi per lanciare un allarme «toscano». I suicidi, fa notare l´esperto, secondo le statistiche giudiziarie pubblicate dall´Istat, sono in calo a livello nazionale (dal '97 al 2001 sono passati da 3459 a 2819), con un tasso annuo di 6,6 su 100 mila abitanti (nel 2001), rispetto a cui quello della Toscana (7,4) «è di meno di un punto superiore, e però leggermente inferiore a quello complessivo del nord e del centro Italia, del 7,6». E, quel che più conta, «anch´esso in calo».
A ridimensionare l´allarme, fa notare Volpi, è anche uno sguardo «onesto» alle situazioni locali. A Firenze, per esempio, il tasso è del 5,4, «cioè ancora più basso di quello medio italiano e anche dello stesso toscano», mentre le percentuali più alte, quelle che incidono in negativo sul quadro complessivo regionale, chiamano in causa due aree di cui tutto si direbbe fuorché che fossero a rischio: la provincia di Siena e quella di Grosseto, con tassi di 16-17 suicidi per 100 mila abitanti, circa due volte e mezzo superiori al nazionale, e mentre sono di appena il 4,1 quelli di Prato e di Massa Carrara, le provincie meno a rischio della regione seguite da Pistoia e Firenze. Ancora: dal punto di vista del rapporto fra suicidi ed età, ecco che si scopre che ben il 42% del totale dei suicidi è di ultra sessantacinquenni (il 33% in Italia) fascia di età che pure copre meno del 20% della popolazione totale della regione - e in entrambi i casi, locale e nazionale, il peso degli anziani nei suicidi è doppio rispetto a quello sul totale della popolazione. In compenso, e a sostegno di una interpretazione sdrammatizzante del fenomeno, è molto ridotto in Toscana il tasso di suicidi dei giovani nella fascia di età a più rischio, quella 18-24 anni. «Sarebbe ben più grave» dice Volpi, «che, in un certo ambiente sociale, a suicidarsi fossero più i giovani dei vecchi». Altro dato in contrasto con le analisi più ricorrenti sull´effetto negativo dei periodi di festività, è dicembre il mese in cui ci si suicida di meno, e la primavera il periodo in cui ci si suicida di più.
Conclusione: altro che accusare le città di essere «disumane». Al di là di tanti luoghi comuni, secondo Volpi, «gli ambienti sociali in cui le relazioni umane sono più intense, le occasioni di scambio, gli stimoli e la possibilità di coltivare interessi ed impegni sono maggiori, contribuiscono ad una percezione più positiva della propria esistenza». Là dove, invece, come i casi di Grosseto e Siena confermano, «la vita attiva non è il fattore dominante, il rischio di una percezione negativa è più alto». Bellezze naturali e storiche, insomma, con connessa «vita contemplativa», non sarebbero dunque, secondo l´esperto, un´assicurazione sulla vita: «Dal punto di vista dei fattori di rischio comunemente considerati, a Firenze se ne può certo individuare un´infinità di più che nel resto della Toscana. Eppure, qui c´è anche un´offerta culturale e ricreativa senza eguali, e guarda caso ci si suicida tre volte meno che nelle pacifiche Siena e Grosseto».
L'ESPERTO
Parla lo statistico Roberto Volpi: "In Toscana invece è superiore, ma diminuisce"
"A Firenze il tasso di suicidi è più basso della media italiana"
Invece a Siena e Grosseto i numeri sono fino a tre volte superiori
La primavera il periodo più a rischio, mentre a dicembre si registrano meno casi
di MARIA CRISTINA CARRATÙ
«Davvero non capisco tutto questo allarme. La verità è che in Toscana, come del resto in Italia, i suicidi sono in costante diminuzione». Roberto Volpi, statistico, consulente del Comune di Firenze e dell´Istituto degli Innocenti, autore di numerosi saggi che, a colpi di dati, sdrammatizzano radicalmente certi ricorrenti allarmi sociali (come la violenza sui minori), va ancora una volta controcorrente. E nonostante l´inanellarsi di suicidi delle ultime settimane, smentisce che ci siano gli elementi per lanciare un allarme «toscano». I suicidi, fa notare l´esperto, secondo le statistiche giudiziarie pubblicate dall´Istat, sono in calo a livello nazionale (dal '97 al 2001 sono passati da 3459 a 2819), con un tasso annuo di 6,6 su 100 mila abitanti (nel 2001), rispetto a cui quello della Toscana (7,4) «è di meno di un punto superiore, e però leggermente inferiore a quello complessivo del nord e del centro Italia, del 7,6». E, quel che più conta, «anch´esso in calo».
A ridimensionare l´allarme, fa notare Volpi, è anche uno sguardo «onesto» alle situazioni locali. A Firenze, per esempio, il tasso è del 5,4, «cioè ancora più basso di quello medio italiano e anche dello stesso toscano», mentre le percentuali più alte, quelle che incidono in negativo sul quadro complessivo regionale, chiamano in causa due aree di cui tutto si direbbe fuorché che fossero a rischio: la provincia di Siena e quella di Grosseto, con tassi di 16-17 suicidi per 100 mila abitanti, circa due volte e mezzo superiori al nazionale, e mentre sono di appena il 4,1 quelli di Prato e di Massa Carrara, le provincie meno a rischio della regione seguite da Pistoia e Firenze. Ancora: dal punto di vista del rapporto fra suicidi ed età, ecco che si scopre che ben il 42% del totale dei suicidi è di ultra sessantacinquenni (il 33% in Italia) fascia di età che pure copre meno del 20% della popolazione totale della regione - e in entrambi i casi, locale e nazionale, il peso degli anziani nei suicidi è doppio rispetto a quello sul totale della popolazione. In compenso, e a sostegno di una interpretazione sdrammatizzante del fenomeno, è molto ridotto in Toscana il tasso di suicidi dei giovani nella fascia di età a più rischio, quella 18-24 anni. «Sarebbe ben più grave» dice Volpi, «che, in un certo ambiente sociale, a suicidarsi fossero più i giovani dei vecchi». Altro dato in contrasto con le analisi più ricorrenti sull´effetto negativo dei periodi di festività, è dicembre il mese in cui ci si suicida di meno, e la primavera il periodo in cui ci si suicida di più.
Conclusione: altro che accusare le città di essere «disumane». Al di là di tanti luoghi comuni, secondo Volpi, «gli ambienti sociali in cui le relazioni umane sono più intense, le occasioni di scambio, gli stimoli e la possibilità di coltivare interessi ed impegni sono maggiori, contribuiscono ad una percezione più positiva della propria esistenza». Là dove, invece, come i casi di Grosseto e Siena confermano, «la vita attiva non è il fattore dominante, il rischio di una percezione negativa è più alto». Bellezze naturali e storiche, insomma, con connessa «vita contemplativa», non sarebbero dunque, secondo l´esperto, un´assicurazione sulla vita: «Dal punto di vista dei fattori di rischio comunemente considerati, a Firenze se ne può certo individuare un´infinità di più che nel resto della Toscana. Eppure, qui c´è anche un´offerta culturale e ricreativa senza eguali, e guarda caso ci si suicida tre volte meno che nelle pacifiche Siena e Grosseto».
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