Corriere della Sera 23.6.04
Sicilia 1943: la pagina nera di storia militare Usa studiata nelle università americane
L’ordine di Patton «Uccidete i prigionieri italiani»
I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio. «Decine di morti»
Storici e giuristi rileggono quei fatti per analizzare i casi di Guantanamo e Abu Ghraib
di Gianluca Di Feo (1-continua)
Tra il 12 e il 14 luglio del 1943, appena sbarcati in Sicilia, i soldati americani della 45ª Divisione del generale Patton uccisero a sangue freddo decine di prigionieri italiani e tedeschi disarmati. Gli eccidi furono compiuti a Biscari, a Comiso, a Canicattì. Una pagina nera della storia militare statunitense, pressoché sconosciuta nel nostro Paese che invece in America è tema di corsi universitari. Proprio in queste settimane, gli esperti Usa di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Allora i soldati americani si difesero dicendo di aver eseguito gli ordini di Patton.
«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: "Chi vuole partecipare all’esecuzione?". Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: "E’ meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia". Poi li ammazzò tutti». E’ una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché - come risulta dagli atti di quei processi - i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto - dichiararono - che il generale non voleva prigionieri».
I FATTI - Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell’Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Di due, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell’autunno ’43 la corte marziale Usa celebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d’esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti del tribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell’aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All’epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l’ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del ’43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l’alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University - il cui padre fu testimone oculare dell’eccidio - riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».
L’ORDINE - Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d’origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo: «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale. "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».
L’ORRORE - Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E’ una follia - gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l’aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: "Padre, sei venuto per seppellirli?". "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri"». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli". Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare"».
LA CONDANNA - Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all’ispettore dell’armata - figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L’accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani - poco meno di 50 - erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all’aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l’eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri.
Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all’uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all’ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d’immagine sugli italiani - con cui era stato appena concluso l’armistizio - e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l’intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell’esercito teme che la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleato di Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo - è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 - permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondo altre, ha concluso la guerra indenne.
L’ASSOLUZIONE - Invece il 23 ottobre ’43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C’era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E’ una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L’unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L’americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli. Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani. Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l’inchiesta si conclude con l’incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l’ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton. «Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton - concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un’esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni - tra cui diversi colonnelli - confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell’inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell’assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia - scrisse - che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca.
La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel ’73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell’83 la prima descrizione completa nell’autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani - assolutamente non sospettabili di revisionismo - ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni - il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l’ultimo nel 2002 è stato di Hirshson - nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent’anni fa nel volume dello statunitense Carlo d’Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un’iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 23 giugno 2004
storia delle donne:
le «Streghe della notte»
Corriere della Sera 23.6.04
DOCUMENTI L’epopea delle aviatrici sovietiche che combatterono nel cielo di Stalingrado durante la Seconda guerra mondiale
E le streghe tornarono, sulle macchine volanti
di Silvio Bertoldi
«Streghe della notte»: così, con una definizione forse più ammirativa che denigratoria, i tedeschi ribattezzarono le aviatrici russe del 588° reggimento da bombardamento, che nel 1943 imperversavano nei cieli di Stalingrado, durante le notti fiammeggianti che incombevano sull’assedio della Werhmacht. Nessun esercito in guerra, dal 1939 al 1945, ha avuto reparti aerei da combattimento composti esclusivamente da donne. Tranne i russi e credo che, a tutt’oggi, non fossero in tanti a saperlo. I russi arruolarono nell’Aeronautica militare le volontarie provenienti dagli aeroclub del tempo di pace, le equipararono agli uomini, formarono con esse tre reggimenti (bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata) e le impiegarono «alla pari» su tutti i fronti, dal 1941 al 1945, l’anno che vide i reparti delle squadriglie femminili superstiti atterrare vittoriosi a Berlino.
Non vi fu nulla di simile nell’aviazione americana né in quella inglese. E, tranne il caso notissimo dì Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker, nemmeno in quello tedesco. Soprattutto colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, di doveri e di perdite delle aviatrici russe: i sacrifici «maschili» che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per difendere la patria invasa.
Di questa straordinaria e unica avventura dell’eroismo femminile probabilmente avremmo continuato a non sapere nulla se Marina Rossi, titolare della cattedra di storia della Russia all’Università di Trieste, con anni di ricerche e con la raccolta delle testimonianze di quelle veterane ancora in vita, non ne avesse ricostruito la storia, con un libro affascinante.
Così sappiamo che tutto cominciò grazie all’entusiasmo d’una giovane donna molto bella, molto intelligente, che studiava musica e canto e che all’età di 19 anni, nel 1931, decise che solo il cielo sarebbe stato il suo destino. Si chiamava Marina Raskova, era figlia di musicisti, dunque niente la portava all’ambiente che sarebbe stato il suo. Ma quelli della sua giovinezza erano in Russia anni di grande fervore per il volo, fiorivano gli aeroclub, frequentati anche da ragazze affascinate dalle imprese degli assi che volavano con i Tupolev, gli Ilyuscin, i Jakovlev. Marina Raskova si iscrisse, ebbe il brevetto di navigatrice e riuscì a farsi ammettere all’Accademia aeronautica, prima donna nella storia del suo Paese. Divenne ufficiale, allo scoppio della guerra era maggiore e aveva alle spalle un lungo palmarès di trasvolate e di voli Mosca-Estremo Oriente, che ricordano quelli dei nostri Ferrarin e De Pinedo.
Ottenne dalle autorità militari di poter dar vita al primo reparto femminile d’aviazione, successivamente cresciuto fino a tre reggimenti, addestrati a Engels, in una base segreta sul Volga. Il loro primo impiego fu nei cieli del Donec e del Donbass, quindi su Voroscilovgrad, su Stalingrado e nel Caucaso. Si alzavano in volo di notte, su allarme, i riflettori della contraerea tedesca le inseguivano nel buio, quando le centravano venivano abbattute. Con i loro apparecchi da caccia scortavano le colleghe dei bombardieri, sfidando in duelli aerei i Messerschmidt tedeschi, talvolta vincendo, talvolta precipitando in fiamme. Toccò anche a Marina Raskova, caduta il 4 gennaio 1943 sul fronte di Stalingrado, in una tremenda bufera di neve: ma già nel marzo successivo due appartenenti alla sua squadriglia la vendicavano, attaccando 42 bombardieri germanici e abbattendone due.
Le superstiti hanno raccontato la loro vita: «Di sera arrivavano la benzina e le bombe e tutta la notte eravamo impiegate a bombardare». Era una esistenza durissima, sempre con l’alea della morte, ma restavano donne: «Le nostre mani e le nostre gambe gelavano, le giacche di pelliccia non riuscivano a scaldarci. Eppure, durante le soste in aeroporto si scherzava, si rideva... chi suonava il piano, molte scrivevano diari. Le mie compagne erano ragazze belle, intelligenti, che amavano sognare».
Quei diari parlano anche di prove fisicamente al limite: «Dieci volte andata e ritorno, dieci volte! Dieci volte ti sparano, ti illuminano con i riflettori, vedi come ti ammazzano gli amici, rientri, riparti... Lo sfinimento era tale che anche i piloti e gli ufficiali di rotta si addormentavano in volo oppure non riuscivano a dormire per qualche giorno... Per farci rimanere sveglie ci concedevano a volte 100 grammi di vodka o di qualche altra bevanda alcolica».
Il crollo del comunismo ha contribuito a cancellare molte memorie di una guerra che, iniziata patriotticamente, era stata mitizzata dalla deformante ideologia staliniana. Delle «streghe della notte» sono rimasti forse solo i loro ricordi e quel patetico raduno che ogni anno il 2 maggio, nell’anniversario della fine della guerra, le riunisce nel giardino del teatro Bolscioi a Mosca. In patria ebbero allora riconoscimenti, medaglie, alcune di esse la decorazione di «eroe dell’Unione Sovietica». Fuori della Russia, il silenzio.
Di donne aviatrici di guerra, solo Hanna Reitsch era destinata a conservare la sua fama anche dopo il crollo tedesco. Delle «streghe della notte» l’unico a sapere pare fosse stato il re d’Inghilterra, il padre di Elisabetta II. In segno di ammirazione, mandò al governo russo un certo numero di orologi d’oro perché fossero consegnati in suo ricordo alle aviatrici. Non li videro mai.
Il libro: Marina Rossi, «Le streghe della notte», ed. Unicopli, pagine 191, 16 euro
DOCUMENTI L’epopea delle aviatrici sovietiche che combatterono nel cielo di Stalingrado durante la Seconda guerra mondiale
E le streghe tornarono, sulle macchine volanti
di Silvio Bertoldi
«Streghe della notte»: così, con una definizione forse più ammirativa che denigratoria, i tedeschi ribattezzarono le aviatrici russe del 588° reggimento da bombardamento, che nel 1943 imperversavano nei cieli di Stalingrado, durante le notti fiammeggianti che incombevano sull’assedio della Werhmacht. Nessun esercito in guerra, dal 1939 al 1945, ha avuto reparti aerei da combattimento composti esclusivamente da donne. Tranne i russi e credo che, a tutt’oggi, non fossero in tanti a saperlo. I russi arruolarono nell’Aeronautica militare le volontarie provenienti dagli aeroclub del tempo di pace, le equipararono agli uomini, formarono con esse tre reggimenti (bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata) e le impiegarono «alla pari» su tutti i fronti, dal 1941 al 1945, l’anno che vide i reparti delle squadriglie femminili superstiti atterrare vittoriosi a Berlino.
Non vi fu nulla di simile nell’aviazione americana né in quella inglese. E, tranne il caso notissimo dì Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker, nemmeno in quello tedesco. Soprattutto colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, di doveri e di perdite delle aviatrici russe: i sacrifici «maschili» che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per difendere la patria invasa.
Di questa straordinaria e unica avventura dell’eroismo femminile probabilmente avremmo continuato a non sapere nulla se Marina Rossi, titolare della cattedra di storia della Russia all’Università di Trieste, con anni di ricerche e con la raccolta delle testimonianze di quelle veterane ancora in vita, non ne avesse ricostruito la storia, con un libro affascinante.
Così sappiamo che tutto cominciò grazie all’entusiasmo d’una giovane donna molto bella, molto intelligente, che studiava musica e canto e che all’età di 19 anni, nel 1931, decise che solo il cielo sarebbe stato il suo destino. Si chiamava Marina Raskova, era figlia di musicisti, dunque niente la portava all’ambiente che sarebbe stato il suo. Ma quelli della sua giovinezza erano in Russia anni di grande fervore per il volo, fiorivano gli aeroclub, frequentati anche da ragazze affascinate dalle imprese degli assi che volavano con i Tupolev, gli Ilyuscin, i Jakovlev. Marina Raskova si iscrisse, ebbe il brevetto di navigatrice e riuscì a farsi ammettere all’Accademia aeronautica, prima donna nella storia del suo Paese. Divenne ufficiale, allo scoppio della guerra era maggiore e aveva alle spalle un lungo palmarès di trasvolate e di voli Mosca-Estremo Oriente, che ricordano quelli dei nostri Ferrarin e De Pinedo.
Ottenne dalle autorità militari di poter dar vita al primo reparto femminile d’aviazione, successivamente cresciuto fino a tre reggimenti, addestrati a Engels, in una base segreta sul Volga. Il loro primo impiego fu nei cieli del Donec e del Donbass, quindi su Voroscilovgrad, su Stalingrado e nel Caucaso. Si alzavano in volo di notte, su allarme, i riflettori della contraerea tedesca le inseguivano nel buio, quando le centravano venivano abbattute. Con i loro apparecchi da caccia scortavano le colleghe dei bombardieri, sfidando in duelli aerei i Messerschmidt tedeschi, talvolta vincendo, talvolta precipitando in fiamme. Toccò anche a Marina Raskova, caduta il 4 gennaio 1943 sul fronte di Stalingrado, in una tremenda bufera di neve: ma già nel marzo successivo due appartenenti alla sua squadriglia la vendicavano, attaccando 42 bombardieri germanici e abbattendone due.
Le superstiti hanno raccontato la loro vita: «Di sera arrivavano la benzina e le bombe e tutta la notte eravamo impiegate a bombardare». Era una esistenza durissima, sempre con l’alea della morte, ma restavano donne: «Le nostre mani e le nostre gambe gelavano, le giacche di pelliccia non riuscivano a scaldarci. Eppure, durante le soste in aeroporto si scherzava, si rideva... chi suonava il piano, molte scrivevano diari. Le mie compagne erano ragazze belle, intelligenti, che amavano sognare».
Quei diari parlano anche di prove fisicamente al limite: «Dieci volte andata e ritorno, dieci volte! Dieci volte ti sparano, ti illuminano con i riflettori, vedi come ti ammazzano gli amici, rientri, riparti... Lo sfinimento era tale che anche i piloti e gli ufficiali di rotta si addormentavano in volo oppure non riuscivano a dormire per qualche giorno... Per farci rimanere sveglie ci concedevano a volte 100 grammi di vodka o di qualche altra bevanda alcolica».
Il crollo del comunismo ha contribuito a cancellare molte memorie di una guerra che, iniziata patriotticamente, era stata mitizzata dalla deformante ideologia staliniana. Delle «streghe della notte» sono rimasti forse solo i loro ricordi e quel patetico raduno che ogni anno il 2 maggio, nell’anniversario della fine della guerra, le riunisce nel giardino del teatro Bolscioi a Mosca. In patria ebbero allora riconoscimenti, medaglie, alcune di esse la decorazione di «eroe dell’Unione Sovietica». Fuori della Russia, il silenzio.
Di donne aviatrici di guerra, solo Hanna Reitsch era destinata a conservare la sua fama anche dopo il crollo tedesco. Delle «streghe della notte» l’unico a sapere pare fosse stato il re d’Inghilterra, il padre di Elisabetta II. In segno di ammirazione, mandò al governo russo un certo numero di orologi d’oro perché fossero consegnati in suo ricordo alle aviatrici. Non li videro mai.
Il libro: Marina Rossi, «Le streghe della notte», ed. Unicopli, pagine 191, 16 euro
la ragione filosofica, per la sua povertà
ha sempre avuto bisogno della stampella della «magia»
Corriere della Sera 23.6.04
ANTICIPAZIONE
Un saggio indaga i legami mai recisi tra il pensiero razionale e quello esoterico. Con alcune scoperte sorprendenti
Mente di filosofo, cuore di mago
Aristotele: l'idea dell'etere lo avvicina ai motivi ricorrenti del pensiero magico
Sant'Agostino: scorge netta trinità il mestiero mistico che concilia l'Uno e il molteplice
Immanuel Kant: nella sua estetica la bellezza suscita la scintilla divina che tutto tiene
di CESARE MEDAIL
Chi più di altri, tra i filosofi, ha contribuito alla riscossa della magia, dopo che l’Illuminismo pareva averla sconfitta? Sembra un paradosso, ma fu proprio Immanuel Kant, simbolo della svolta antimagica del tardo Settecento: fu lui a sancire i limiti di una ragione alla quale è preclusa ogni costruzione metafisica. Lo sosteneva Schopenhauer, primattore di quella rivincita magica: fu la coscienza dei limiti razionali, infatti, a spianare la via al grande «salto oltre la ragione». Che a rilanciare il pensiero magico sia stato Kant può apparire contraddittorio; ma la storia delle idee è fitta di momenti paradossali, i più affascinanti, se chi li racconta sa cogliere i retropensieri, i fili di raccordo più o meno esili sospesi fra mondi che si vorrebbero lontani, se non antitetici. E’ il caso del filosofo Massimo Donà, autore di "Magia e Filosofia" (Bompiani), un saggio controcorrente dove si dimostra che «per secoli non vi sono state linee di confine fra magia e filosofia» e che «la magia non è estranea al pensiero contemporaneo», come avverte Armando Torno nella prefazione.
Oggi siamo portati a considerare magia l’esercito di terapeuti invasati, santoni mercenari e cucinieri di malefìci, ai quali milioni di persone ricorrono per reazione a un mondo dove il dominio della tecnica azzera ogni anelito trascendente. Ma è un antico malinteso. Il vero mago, spiega Donà, rimedia alle risposte sempre parziali della ragione, aiuta l’uomo a salvarsi dal naufragio esistenziale e volge a suo vantaggio le potenze di una realtà dove tutto - il divino, l’umano e il mondo - è legato da una «forza» universale, di cui si trova traccia fin dai sistemi magico-religiosi egizi o caldei e che ritroviamo, più o meno mascherata, nella modernità.
Che cosa vuol dimostrare Donà? Che magia e filosofia sono due aspetti diversi, a volte divergenti ma mai in opposizione, di una stessa ricerca, della stessa ansia di indagare i misteri ultimi; una tesi che si rafforza guardando alle grandi rotture fra magia e filosofia avvenute nei secoli. Che spesso si rivelano apparenti.
Prendiamo Aristotele, il cui razionalismo empirico aveva depurato il sapere di ogni riferimento misterico: dagli orfici a Pitagora, fino a Platone. Eppure, di quella tradizione, qualcosa gli restava: come l’idea di un etere - perfetto, ingenerato, incorruttibile - che circola fra gli elementi, li tiene insieme e garantisce l’unità del tutto. Idea propria del pensiero magico, che sopravvisse all’Illuminismo aristotelico per riesplodere secoli dopo con i neoplatonici (Porfirio, Proclo, Giamblico).
Un’altra grande rottura con l’universo magico coincise con l’avvento del Cristianesimo, che rifiutò aruspici, astrologi, negromanti e sibille, proclamando la responsabilità individuale contro il determinismo pagano. La condanna delle pratiche magiche (e relative teorie) fu una costante, da Costantino al Medio Evo. Eppure, enunciando il mistero trinitario nel suo capolavoro De Trinitate , Agostino diede la più mirabile delle risposte a quello che per i maghi era il mistero per eccellenza: come conciliare l’Uno, il principio assolutamente unico, con la realtà molteplice. Il Dio di Agostino, infatti, per quanto unico, racchiude nella Trinità il principio dinamico che genera la molteplicità delle forme naturali; e la presenza del divino nella natura fu cantata negli inni al creato innalzati dallo stesso Agostino nel De vera religione o da Francesco nel Cantico delle creature .
Se per secoli, dunque, magia e filosofia hanno camminato parallele, ora il pensiero magico scorre parallelo alla religione. Al di là della caccia alle streghe. Nel Rinascimento, la cornice platonico-ermetica non fu in antitesi con il cristianesimo: paganesimo e religione apparivano come momenti di un unico percorso che porta ai misteri ultimi. Non a caso, a cominciare dalla pittura, fu data evidenza al ruolo simbolico dei Magi, messaggeri dell’antica sapienza; una sorta di passaggio di consegne all’Uomo-Dio, che molti salutarono come il più grande dei maghi, autore di un processo alchemico inaudito: la trasfigurazione dell’umano e del divino nell’Incarnazione. Così, Marsilio, Pico, Nicola Cusano, i rinascimentali che riscoprirono il filone neoplatonico nel Corpus Hermeticum attribuito al mitico Ermete Trismegisto, intesero il mondo, l’uomo e Dio come un unicum dove tutto si lega grazie alla forza universale dell’«amore», che il vero mago deve saper usare per ricondurre la realtà divisa all’unità divina.
Si direbbe quasi che il pensiero magico si trasformi lungo i secoli, permeando di volta in volta modelli filosofici estranei o avversi. Se osserviamo, per esempio, il grande momento di rottura rappresentato dalla svolta empirico-scientifica del Seicento, troveremo ancora tracce di magia. Lo stesso Francesco Bacone, anticipatore del metodo induttivo, prendeva le distanze dai misteri, ma considerava la magia una scienza, subordinata alla metafisica. Copernico non temeva di invocare Ermete, e Keplero intuiva segrete corrispondenze fra le strutture della geometria e quelle dell’universo. Insomma, negli stessi protagonisti della svolta razionalista si udiva una eco della tradizione magica, come nel caso del primo grande scienziato moderno, Isaac Newton, che ricorse all’alchimia insoddisfatto della chimica. Il padre della gravità si rivolse all’Ars Magna per ricavare un’immagine «in scala» delle attrazioni che governano il macrocosmo, convinto che le trasmutazioni dell’alambicco riflettessero le leggi universali.
Come abbiamo visto all’inizio, il filosofo che mise i paletti attorno alle ambizioni del pensiero razionale, aprendo la via al «salto oltre la ragione», fu proprio Kant, simbolo della rottura antimagica dei Lumi. Eppure, anche il grande di Königsberg trovò un posto non secondario, l’Estetica, per il pensiero magico: quando afferma che dall’esperienza della bellezza può emergere la scintilla divina. La bellezza consente di sperimentare l’«unità originaria che tiene tutto insieme»: così, nel magico operare dell’artista, Kant vede una via di salvezza. Siamo al poeta-mago, idea che avrebbe attraversato il romanticismo da Goethe a Novalis, a Shelling: come nell’alchimia, l’artista trova la via dell’Assoluto nell’atto creativo che trasmuta se stesso e la materia.
Nella cavalcata di Donà sfilano giganti del pensiero moderno (Fichte, Hegel, Nietzsche, Heidegger), per i quali la componente irrazionale non è solo retropensiero; sfilano rapidi militanti dell’esoterismo come Gurdjieff, Guénon, Evola per finire con Castaneda, che carpì agli stregoni messicani un sistema cognitivo fondato sulla forza che agirebbe nell’universo; e con Elémire Zolla, che ripropone ai moderni le infinite risorse inscritte nella sapienza degli antichi maghi e quindi dei mistici, rivivendole nella propria personale esperienza contemplativa. E ancora Freud e Jung, i cui metodi razionali li portano a scoprire l’inconscio, a scendere cioè nella dimensione oscura, primordiale, terreno magico per eccellenza.
Resta solo da chiedersi perché l’altro volto dei filosofi, quello magico, continui a manifestarsi anche presso chi lo respinge. La risposta, forse, viene da lontano, perché l’ansia di andare oltre la finitezza dei sensi è inscritta nei cromosomi dell’ homo sapiens fin da quando, nelle grotte di Altamira e Lascaux, dipingeva figure animali che fungevano da porta, da tramite con le potenze invisibili.
ANTICIPAZIONE
Un saggio indaga i legami mai recisi tra il pensiero razionale e quello esoterico. Con alcune scoperte sorprendenti
Mente di filosofo, cuore di mago
Aristotele: l'idea dell'etere lo avvicina ai motivi ricorrenti del pensiero magico
Sant'Agostino: scorge netta trinità il mestiero mistico che concilia l'Uno e il molteplice
Immanuel Kant: nella sua estetica la bellezza suscita la scintilla divina che tutto tiene
di CESARE MEDAIL
Chi più di altri, tra i filosofi, ha contribuito alla riscossa della magia, dopo che l’Illuminismo pareva averla sconfitta? Sembra un paradosso, ma fu proprio Immanuel Kant, simbolo della svolta antimagica del tardo Settecento: fu lui a sancire i limiti di una ragione alla quale è preclusa ogni costruzione metafisica. Lo sosteneva Schopenhauer, primattore di quella rivincita magica: fu la coscienza dei limiti razionali, infatti, a spianare la via al grande «salto oltre la ragione». Che a rilanciare il pensiero magico sia stato Kant può apparire contraddittorio; ma la storia delle idee è fitta di momenti paradossali, i più affascinanti, se chi li racconta sa cogliere i retropensieri, i fili di raccordo più o meno esili sospesi fra mondi che si vorrebbero lontani, se non antitetici. E’ il caso del filosofo Massimo Donà, autore di "Magia e Filosofia" (Bompiani), un saggio controcorrente dove si dimostra che «per secoli non vi sono state linee di confine fra magia e filosofia» e che «la magia non è estranea al pensiero contemporaneo», come avverte Armando Torno nella prefazione.
Oggi siamo portati a considerare magia l’esercito di terapeuti invasati, santoni mercenari e cucinieri di malefìci, ai quali milioni di persone ricorrono per reazione a un mondo dove il dominio della tecnica azzera ogni anelito trascendente. Ma è un antico malinteso. Il vero mago, spiega Donà, rimedia alle risposte sempre parziali della ragione, aiuta l’uomo a salvarsi dal naufragio esistenziale e volge a suo vantaggio le potenze di una realtà dove tutto - il divino, l’umano e il mondo - è legato da una «forza» universale, di cui si trova traccia fin dai sistemi magico-religiosi egizi o caldei e che ritroviamo, più o meno mascherata, nella modernità.
Che cosa vuol dimostrare Donà? Che magia e filosofia sono due aspetti diversi, a volte divergenti ma mai in opposizione, di una stessa ricerca, della stessa ansia di indagare i misteri ultimi; una tesi che si rafforza guardando alle grandi rotture fra magia e filosofia avvenute nei secoli. Che spesso si rivelano apparenti.
Prendiamo Aristotele, il cui razionalismo empirico aveva depurato il sapere di ogni riferimento misterico: dagli orfici a Pitagora, fino a Platone. Eppure, di quella tradizione, qualcosa gli restava: come l’idea di un etere - perfetto, ingenerato, incorruttibile - che circola fra gli elementi, li tiene insieme e garantisce l’unità del tutto. Idea propria del pensiero magico, che sopravvisse all’Illuminismo aristotelico per riesplodere secoli dopo con i neoplatonici (Porfirio, Proclo, Giamblico).
Un’altra grande rottura con l’universo magico coincise con l’avvento del Cristianesimo, che rifiutò aruspici, astrologi, negromanti e sibille, proclamando la responsabilità individuale contro il determinismo pagano. La condanna delle pratiche magiche (e relative teorie) fu una costante, da Costantino al Medio Evo. Eppure, enunciando il mistero trinitario nel suo capolavoro De Trinitate , Agostino diede la più mirabile delle risposte a quello che per i maghi era il mistero per eccellenza: come conciliare l’Uno, il principio assolutamente unico, con la realtà molteplice. Il Dio di Agostino, infatti, per quanto unico, racchiude nella Trinità il principio dinamico che genera la molteplicità delle forme naturali; e la presenza del divino nella natura fu cantata negli inni al creato innalzati dallo stesso Agostino nel De vera religione o da Francesco nel Cantico delle creature .
Se per secoli, dunque, magia e filosofia hanno camminato parallele, ora il pensiero magico scorre parallelo alla religione. Al di là della caccia alle streghe. Nel Rinascimento, la cornice platonico-ermetica non fu in antitesi con il cristianesimo: paganesimo e religione apparivano come momenti di un unico percorso che porta ai misteri ultimi. Non a caso, a cominciare dalla pittura, fu data evidenza al ruolo simbolico dei Magi, messaggeri dell’antica sapienza; una sorta di passaggio di consegne all’Uomo-Dio, che molti salutarono come il più grande dei maghi, autore di un processo alchemico inaudito: la trasfigurazione dell’umano e del divino nell’Incarnazione. Così, Marsilio, Pico, Nicola Cusano, i rinascimentali che riscoprirono il filone neoplatonico nel Corpus Hermeticum attribuito al mitico Ermete Trismegisto, intesero il mondo, l’uomo e Dio come un unicum dove tutto si lega grazie alla forza universale dell’«amore», che il vero mago deve saper usare per ricondurre la realtà divisa all’unità divina.
Si direbbe quasi che il pensiero magico si trasformi lungo i secoli, permeando di volta in volta modelli filosofici estranei o avversi. Se osserviamo, per esempio, il grande momento di rottura rappresentato dalla svolta empirico-scientifica del Seicento, troveremo ancora tracce di magia. Lo stesso Francesco Bacone, anticipatore del metodo induttivo, prendeva le distanze dai misteri, ma considerava la magia una scienza, subordinata alla metafisica. Copernico non temeva di invocare Ermete, e Keplero intuiva segrete corrispondenze fra le strutture della geometria e quelle dell’universo. Insomma, negli stessi protagonisti della svolta razionalista si udiva una eco della tradizione magica, come nel caso del primo grande scienziato moderno, Isaac Newton, che ricorse all’alchimia insoddisfatto della chimica. Il padre della gravità si rivolse all’Ars Magna per ricavare un’immagine «in scala» delle attrazioni che governano il macrocosmo, convinto che le trasmutazioni dell’alambicco riflettessero le leggi universali.
Come abbiamo visto all’inizio, il filosofo che mise i paletti attorno alle ambizioni del pensiero razionale, aprendo la via al «salto oltre la ragione», fu proprio Kant, simbolo della rottura antimagica dei Lumi. Eppure, anche il grande di Königsberg trovò un posto non secondario, l’Estetica, per il pensiero magico: quando afferma che dall’esperienza della bellezza può emergere la scintilla divina. La bellezza consente di sperimentare l’«unità originaria che tiene tutto insieme»: così, nel magico operare dell’artista, Kant vede una via di salvezza. Siamo al poeta-mago, idea che avrebbe attraversato il romanticismo da Goethe a Novalis, a Shelling: come nell’alchimia, l’artista trova la via dell’Assoluto nell’atto creativo che trasmuta se stesso e la materia.
Nella cavalcata di Donà sfilano giganti del pensiero moderno (Fichte, Hegel, Nietzsche, Heidegger), per i quali la componente irrazionale non è solo retropensiero; sfilano rapidi militanti dell’esoterismo come Gurdjieff, Guénon, Evola per finire con Castaneda, che carpì agli stregoni messicani un sistema cognitivo fondato sulla forza che agirebbe nell’universo; e con Elémire Zolla, che ripropone ai moderni le infinite risorse inscritte nella sapienza degli antichi maghi e quindi dei mistici, rivivendole nella propria personale esperienza contemplativa. E ancora Freud e Jung, i cui metodi razionali li portano a scoprire l’inconscio, a scendere cioè nella dimensione oscura, primordiale, terreno magico per eccellenza.
Resta solo da chiedersi perché l’altro volto dei filosofi, quello magico, continui a manifestarsi anche presso chi lo respinge. La risposta, forse, viene da lontano, perché l’ansia di andare oltre la finitezza dei sensi è inscritta nei cromosomi dell’ homo sapiens fin da quando, nelle grotte di Altamira e Lascaux, dipingeva figure animali che fungevano da porta, da tramite con le potenze invisibili.
Cina
Corriere della Sera 23.6.04
Diario Cinese
LO SVILUPPO CHE RESPINGE LA DEMOCRAZIA
Un viaggio nel Paese del boom economicoDa Tienanmen al «miracolo» Ora la Cina aspetta la politica
C’è il boom, la generazione dei contestatori è al potere nella stampa e nel business Ma il Partito è indietro sui tempi dell’economia e la corruzione alimenta il dissenso
di Francesco Giavazzi
PECHINO - Sulle impalcature di bambù dei grattacieli in costruzione a Shanghai è appesa la gigantografia di Fang Hongin, il nuovo direttore di Dragon Tv, la televisione di Stato di Shanghai. Alcuni anni fa, a Pechino Fang conduceva il talk show televisivo più seguito in Cina, con il quale ogni settimana esplorava i limiti di tolleranza delle autorità; ma quindici anni fa, nella primavera del 1989, Fang manifestava a Tienanmen insieme a decine di migliaia di studenti che chiedevano più democrazia, almeno all’interno del Partito comunista cinese. A Tienanmen c’era anche Guo Shuqing, oggi vicegovernatore della Banca centrale, una delle persone dalle quali dipende la decisione se mantenere il cambio fisso con il dollaro, oppure rivalutare il renminbi. Anche Hu Shuli appartiene a quella generazione: dopo le prime esperienze nella stampa del partito, la giornalista che l’ Economist ha definito «la donna più pericolosa della Cina» oggi dirige Caijng , una rivista economica che ogni due settimane pubblica inchieste sulle collusioni e la corruzione di imprenditori privati e funzionari pubblici. Ma sarebbe sbagliato pensare che il successo di alcuni dei giovani di Tienanmen, e queste esperienze di informazione apparentemente libera, siano il segno di un Paese che sta entrando nella democrazia. Le autorità cinesi consentono che Caijng si occupi della corruzione (in realtà, non rivelando molto di nuovo e limitandosi a registrare ciò che i cittadini osservano quotidianamente).
Ma nel contempo le stesse autorità escludono che nel 2008 il nuovo Parlamento di Hong Kong possa essere eletto, una brutta notizia per chi sperava che Hong Kong potesse costituire un laboratorio per la transizione democratica di tutta la Cina. (Per la verità le autorità hanno escluso elezioni nel 2008, ma hanno lasciato intravedere la possibilità di elezioni la volta successiva, nel 2012). Ho piuttosto l’impressione che Fang Hongin, Hu Shuli, lo stesso Guo Shuqing, partiti da Tienanmen, abbiano via via assimilato una filosofia che Yongtu Long, colui che negoziò l’ingresso della Cina nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) descrive con queste parole abbastanza crude: «Il primo diritto umano è uscire dalla povertà. In quindici anni abbiamo sottratto alla povertà 200 milioni di persone; 700 milioni di cinesi oggi vivono in abitazioni servite dalla corrente elettrica, un lusso dal quale quindici anni fa erano escluse. Per questo la nostra priorità è la crescita; tutto il resto, francamente è secondario».
Crescere non significa solo uscire dalla povertà. Venticinque anni fa, prima delle riforme di Deng Xiao Ping, la distribuzione del reddito in Cina era più egualitaria che in Svezia; oggi vi è molta disuguaglianza. Non solo tra città e campagne, tra le province occidentali e quelle che si affacciano sulle coste dell’Oceano Pacifico, ma anche nelle città più ricche, dove ogni giorno arrivano migliaia di contadini alla ricerca di un lavoro (il flusso dalla campagna alla città è stimato in 120 milioni di persone nei prossimi dieci anni). Oggi il grafico che descrive la distribuzione del reddito cinese assomiglia più al Brasile che alla Svezia. Ma più disuguaglianza vuol dire anche più opportunità: diventare ricchi oggi in Cina continua a essere molto difficile, ma non è più impossibile, altrimenti non sarebbero tanto numerosi i ragazzi che la sera affollano i bar del centro di Shanghai, ormai più simili ai pub londinesi di South Kensington che a quelli di Milano.
Ma davvero la Cina può fare a meno della democrazia? In un articolo pubblicato alcuni anni fa, «Le democrazie illiberali», Fareed Zakaria allora direttore della rivista americana Foreign Affairs , contesta la priorità data alla democrazia, intesa come la possibilità di scegliere la classe politica tramite libere elezioni. Il mondo è pieno di Paesi apparentemente democratici, nei quali governi «democraticamente eletti» calpestano le libertà individuali: dal Perù alla Sierra Leone, dal Pakistan alle Filippine, alla Russia di Vladimir Putin. Le elezioni servono a poco se poi i governi democraticamente eletti limitano l’indipendenza della stampa e della magistratura. «C’è più libertà a Shanghai che a Mosca» dice una collega di Tsinghua, la migliore università cinese. Probabilmente ha ragione anche se, accanto alla democrazia illiberale di Putin, vi è la straordinaria esperienza dell’India, un Paese che cresce altrettanto rapidamente della Cina, ma che nelle elezioni del mese scorso ha messo in dubbio questo modello e soprattutto la nuova diseguaglianza che esso comporta. Molti ritengono che dopo il cambiamento di governo, la crescita indiana rallenterà: è probabile, ma forse gli elettori hanno guardato più lontano e si sono chiesti quale società vogliono lasciare ai loro figli.
La Cina è priva di strumenti politici che consentano di porsi queste domande. È per questo motivo che io penso che Pechino non possa mettere in soffitta il problema della democrazia. Anzi, penso che questo sia il nodo dal quale dipende il futuro del Paese. Innanzitutto perché il regime, nonostante le battaglie di Caijng e nonostante la pena di morte, ha dimostrato di non essere in grado di ridurre la corruzione, oggi il fenomeno del quale i cinesi più si lamentano. La diseguaglianza può essere accettata, ma non se è il frutto della corruzione. E poi perché senza cambiamento politico il Paese rischia di perdere la propria deriva.
Francesco Sisci, il direttore dell’Istituto italiano di cultura in Cina, è uno degli osservatori più attenti del Partito comunista cinese: molti leader della nuova generazione, lo stesso Guo Shuquing, erano suoi compagni di università nella Pechino degli anni ’80: «Dopo la scomparsa di Deng il Partito e la Cina non hanno più un dittatore benevolente con l’autorità necessaria per decidere. L’Ufficio politico del Comitato centrale oggi comprende oltre venti persone e ogni decisione richiede l’unanimità. Per quelle più importanti serve un consenso ancor più vasto, che può coinvolgere fino a 3 mila membri del Partito». In questi mesi l’attività principale del Partito è la preparazione dei documenti che saranno discussi e approvati dal prossimo congresso, convocato per l’autunno del 2007. Può una potenza economica del XXI secolo procedere con questi tempi? La divaricazione tra i tempi della politica e quelli dell’economia fa sì che il Partito non riesca più a controllare un Paese che ormai procede in modo autonomo.
Come nei secoli in cui l’imperatore e la corte di Pechino erano deboli, le province vanno avanti da sole. Il Partito non è più in grado di ridistribuire il reddito tra province ricche e povere, ma ha anche perduto la possibilità di controllare la crescita. Io non penso che l’economia cinese sia surriscaldata: come lo può essere un’economia che ha di fronte a sé un’offerta di lavoro praticamente infinita, dove non esistono i sindacati e i salari sono determinati dal reddito contadino che è poco oltre il livello di sussistenza? Ma anche se lo fosse non vi sarebbe quasi nulla che il governo centrale potrebbe fare per rallentare la crescita. In un’economia nella quale non esiste il mercato finanziario, i tassi di interesse sono pressoché irrilevanti; per rallentare la domanda bisogna controllare direttamente il credito. Ma il direttore della filiale di Guangzhou della China Construction Bank, la più grande del Paese, non risponde al suo presidente che sta a Pechino, ma al governatore della sua provincia. L’unico strumento rimasto al governo centrale è il tasso di cambio: Pechino potrebbe decidere di rivalutare, ma non lo farà. Innanzitutto perché l’economia non è surriscaldata e poi perché i cinesi sono ben consci del fatto che gli squilibri dell’economia mondiale non nascono a Pechino ma a Washington, e lì vanno corretti.
Le difficoltà del processo decisionale all’interno del Partito, e per riflesso del governo, inducono qualcuno a dire che «l’unico modo per andare avanti è delegare il potere tramite un’elezione: se l’eletto non va bene, alle prossime elezioni lo cambiamo». Ma il cambiamento fa paura. «In trenta anni, dal 1949 al ’79, abbiamo fatto ogni sorta di esperimenti. Il risultato? La povertà e 50 milioni di morti», mi dice un amico cinese; «nel 1976, quando le manifestazioni della Primavera di Pechino hanno aperto la strada al ritorno di Deng al potere, abbiamo detto basta: il capitalismo sarà un sistema imperfetto, ma è meglio dei morti e della povertà. Oggi nessuno ha più voglia di pensare a un cambiamento». Come non capire un mio coetaneo che nell’anno in cui io mi iscrivevo all’università veniva mandato a «rieducarsi» in campagna? E tuttavia la chiave del futuro della Cina secondo me è proprio questa: come trovare il modo di passare alla democrazia.
Diario Cinese
LO SVILUPPO CHE RESPINGE LA DEMOCRAZIA
Un viaggio nel Paese del boom economicoDa Tienanmen al «miracolo» Ora la Cina aspetta la politica
C’è il boom, la generazione dei contestatori è al potere nella stampa e nel business Ma il Partito è indietro sui tempi dell’economia e la corruzione alimenta il dissenso
di Francesco Giavazzi
PECHINO - Sulle impalcature di bambù dei grattacieli in costruzione a Shanghai è appesa la gigantografia di Fang Hongin, il nuovo direttore di Dragon Tv, la televisione di Stato di Shanghai. Alcuni anni fa, a Pechino Fang conduceva il talk show televisivo più seguito in Cina, con il quale ogni settimana esplorava i limiti di tolleranza delle autorità; ma quindici anni fa, nella primavera del 1989, Fang manifestava a Tienanmen insieme a decine di migliaia di studenti che chiedevano più democrazia, almeno all’interno del Partito comunista cinese. A Tienanmen c’era anche Guo Shuqing, oggi vicegovernatore della Banca centrale, una delle persone dalle quali dipende la decisione se mantenere il cambio fisso con il dollaro, oppure rivalutare il renminbi. Anche Hu Shuli appartiene a quella generazione: dopo le prime esperienze nella stampa del partito, la giornalista che l’ Economist ha definito «la donna più pericolosa della Cina» oggi dirige Caijng , una rivista economica che ogni due settimane pubblica inchieste sulle collusioni e la corruzione di imprenditori privati e funzionari pubblici. Ma sarebbe sbagliato pensare che il successo di alcuni dei giovani di Tienanmen, e queste esperienze di informazione apparentemente libera, siano il segno di un Paese che sta entrando nella democrazia. Le autorità cinesi consentono che Caijng si occupi della corruzione (in realtà, non rivelando molto di nuovo e limitandosi a registrare ciò che i cittadini osservano quotidianamente).
Ma nel contempo le stesse autorità escludono che nel 2008 il nuovo Parlamento di Hong Kong possa essere eletto, una brutta notizia per chi sperava che Hong Kong potesse costituire un laboratorio per la transizione democratica di tutta la Cina. (Per la verità le autorità hanno escluso elezioni nel 2008, ma hanno lasciato intravedere la possibilità di elezioni la volta successiva, nel 2012). Ho piuttosto l’impressione che Fang Hongin, Hu Shuli, lo stesso Guo Shuqing, partiti da Tienanmen, abbiano via via assimilato una filosofia che Yongtu Long, colui che negoziò l’ingresso della Cina nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) descrive con queste parole abbastanza crude: «Il primo diritto umano è uscire dalla povertà. In quindici anni abbiamo sottratto alla povertà 200 milioni di persone; 700 milioni di cinesi oggi vivono in abitazioni servite dalla corrente elettrica, un lusso dal quale quindici anni fa erano escluse. Per questo la nostra priorità è la crescita; tutto il resto, francamente è secondario».
Crescere non significa solo uscire dalla povertà. Venticinque anni fa, prima delle riforme di Deng Xiao Ping, la distribuzione del reddito in Cina era più egualitaria che in Svezia; oggi vi è molta disuguaglianza. Non solo tra città e campagne, tra le province occidentali e quelle che si affacciano sulle coste dell’Oceano Pacifico, ma anche nelle città più ricche, dove ogni giorno arrivano migliaia di contadini alla ricerca di un lavoro (il flusso dalla campagna alla città è stimato in 120 milioni di persone nei prossimi dieci anni). Oggi il grafico che descrive la distribuzione del reddito cinese assomiglia più al Brasile che alla Svezia. Ma più disuguaglianza vuol dire anche più opportunità: diventare ricchi oggi in Cina continua a essere molto difficile, ma non è più impossibile, altrimenti non sarebbero tanto numerosi i ragazzi che la sera affollano i bar del centro di Shanghai, ormai più simili ai pub londinesi di South Kensington che a quelli di Milano.
Ma davvero la Cina può fare a meno della democrazia? In un articolo pubblicato alcuni anni fa, «Le democrazie illiberali», Fareed Zakaria allora direttore della rivista americana Foreign Affairs , contesta la priorità data alla democrazia, intesa come la possibilità di scegliere la classe politica tramite libere elezioni. Il mondo è pieno di Paesi apparentemente democratici, nei quali governi «democraticamente eletti» calpestano le libertà individuali: dal Perù alla Sierra Leone, dal Pakistan alle Filippine, alla Russia di Vladimir Putin. Le elezioni servono a poco se poi i governi democraticamente eletti limitano l’indipendenza della stampa e della magistratura. «C’è più libertà a Shanghai che a Mosca» dice una collega di Tsinghua, la migliore università cinese. Probabilmente ha ragione anche se, accanto alla democrazia illiberale di Putin, vi è la straordinaria esperienza dell’India, un Paese che cresce altrettanto rapidamente della Cina, ma che nelle elezioni del mese scorso ha messo in dubbio questo modello e soprattutto la nuova diseguaglianza che esso comporta. Molti ritengono che dopo il cambiamento di governo, la crescita indiana rallenterà: è probabile, ma forse gli elettori hanno guardato più lontano e si sono chiesti quale società vogliono lasciare ai loro figli.
La Cina è priva di strumenti politici che consentano di porsi queste domande. È per questo motivo che io penso che Pechino non possa mettere in soffitta il problema della democrazia. Anzi, penso che questo sia il nodo dal quale dipende il futuro del Paese. Innanzitutto perché il regime, nonostante le battaglie di Caijng e nonostante la pena di morte, ha dimostrato di non essere in grado di ridurre la corruzione, oggi il fenomeno del quale i cinesi più si lamentano. La diseguaglianza può essere accettata, ma non se è il frutto della corruzione. E poi perché senza cambiamento politico il Paese rischia di perdere la propria deriva.
Francesco Sisci, il direttore dell’Istituto italiano di cultura in Cina, è uno degli osservatori più attenti del Partito comunista cinese: molti leader della nuova generazione, lo stesso Guo Shuquing, erano suoi compagni di università nella Pechino degli anni ’80: «Dopo la scomparsa di Deng il Partito e la Cina non hanno più un dittatore benevolente con l’autorità necessaria per decidere. L’Ufficio politico del Comitato centrale oggi comprende oltre venti persone e ogni decisione richiede l’unanimità. Per quelle più importanti serve un consenso ancor più vasto, che può coinvolgere fino a 3 mila membri del Partito». In questi mesi l’attività principale del Partito è la preparazione dei documenti che saranno discussi e approvati dal prossimo congresso, convocato per l’autunno del 2007. Può una potenza economica del XXI secolo procedere con questi tempi? La divaricazione tra i tempi della politica e quelli dell’economia fa sì che il Partito non riesca più a controllare un Paese che ormai procede in modo autonomo.
Come nei secoli in cui l’imperatore e la corte di Pechino erano deboli, le province vanno avanti da sole. Il Partito non è più in grado di ridistribuire il reddito tra province ricche e povere, ma ha anche perduto la possibilità di controllare la crescita. Io non penso che l’economia cinese sia surriscaldata: come lo può essere un’economia che ha di fronte a sé un’offerta di lavoro praticamente infinita, dove non esistono i sindacati e i salari sono determinati dal reddito contadino che è poco oltre il livello di sussistenza? Ma anche se lo fosse non vi sarebbe quasi nulla che il governo centrale potrebbe fare per rallentare la crescita. In un’economia nella quale non esiste il mercato finanziario, i tassi di interesse sono pressoché irrilevanti; per rallentare la domanda bisogna controllare direttamente il credito. Ma il direttore della filiale di Guangzhou della China Construction Bank, la più grande del Paese, non risponde al suo presidente che sta a Pechino, ma al governatore della sua provincia. L’unico strumento rimasto al governo centrale è il tasso di cambio: Pechino potrebbe decidere di rivalutare, ma non lo farà. Innanzitutto perché l’economia non è surriscaldata e poi perché i cinesi sono ben consci del fatto che gli squilibri dell’economia mondiale non nascono a Pechino ma a Washington, e lì vanno corretti.
Le difficoltà del processo decisionale all’interno del Partito, e per riflesso del governo, inducono qualcuno a dire che «l’unico modo per andare avanti è delegare il potere tramite un’elezione: se l’eletto non va bene, alle prossime elezioni lo cambiamo». Ma il cambiamento fa paura. «In trenta anni, dal 1949 al ’79, abbiamo fatto ogni sorta di esperimenti. Il risultato? La povertà e 50 milioni di morti», mi dice un amico cinese; «nel 1976, quando le manifestazioni della Primavera di Pechino hanno aperto la strada al ritorno di Deng al potere, abbiamo detto basta: il capitalismo sarà un sistema imperfetto, ma è meglio dei morti e della povertà. Oggi nessuno ha più voglia di pensare a un cambiamento». Come non capire un mio coetaneo che nell’anno in cui io mi iscrivevo all’università veniva mandato a «rieducarsi» in campagna? E tuttavia la chiave del futuro della Cina secondo me è proprio questa: come trovare il modo di passare alla democrazia.
donne diavoli e santa Inquisizione
nel napoletano
Repubblica - ed. di Napoli 23.6.04
QUELLE DONNE NELL'ORBITA DEL DIAVOLO
di Giovanni Romeo
Per puro caso, la pubblicazione degli atti di un importante convegno vaticano sull´Inquisizione - cui "Repubblica" ha dato ampio risalto nei giorni scorsi - è venuta a coincidere con la scoperta dei drammatici scenari di satanismo in Lombardia e con le plateali imitazioni degli sconosciuti di Frattamaggiore. Mentre il pontefice ribadisce la condanna del celebre tribunale, da frange del mondo giovanile arrivano segnali inquietanti di disordine e morte. Ovviamente, per i cattolici che dissentono dai severi giudizi ripetutamente espressi dal Papa sugli inquisitori, non si tratta di una coincidenza. Se - sembra di sentirli dire - si prendono le distanze dalle istituzioni che per tanti secoli hanno cercato di preservare la purezza della fede da ogni contaminazione, gli esiti sono ovvi: quando il gatto non c´è, i topi ballano.
Le cose però sono un po´ più complicate. La storia della Napoli della Controriforma può essere un buon punto di riferimento per orientarsi in un terreno così scivoloso.
Tenuti a bada per quasi tutta l´età moderna da due tribunali dell´Inquisizione spesso l´un contro l´altro armati, i napoletani attratti nell´orbita del diavolo non soffrirono più di tanto dei loro controlli, agevolati anche da strategie repressive morbide, propense a un uso calibrato dello strumento giudiziario e, in particolare, delle condanne a morte. Processi, pene infamanti, minacce di scomunica, rifiuti dell´assoluzione sacramentale, non impedirono a molti di essi di dedicarsi a pratiche diaboliche di vario genere. Si pensi alle elaborate cerimonie che caratterizzano la ricerca di presunti tesori sepolti, uno dei passatempi più diffusi nei secoli scorsi a Napoli e nell´area flegrea. Siccome la tradizione vuole che siano dei diavoli a custodirli, riti a base di sacrifici di animali e anche, in rari casi, di esseri umani, sono ritenuti indispensabili per ammansirli e convincerli a non ostacolare gli scavi. Ma la sensibilità che fa da sfondo a queste vicende non è confrontabile in alcun modo con gli atteggiamenti dei satanisti contemporanei. Più che ai cupi scenari di oggi, siamo vicini alla truffa, per gli organizzatori, o al sogno di vincere la lotteria, per chi si lascia trascinare in queste avventure.
Diverso è il discorso per quanto riguarda le confessioni di stregoneria. L´orizzonte evocato in molti di questi racconti presenta indubbi punti di contatto con le drammatiche storie giovanili dei nostri giorni. Mi riferisco alle rivelazioni relative alla partecipazione al sabba e ai rapporti sessuali individuali col demonio, che a Napoli e in tutta l´Italia moderna, al contrario di quanto si è soliti credere, non sono quasi mai conseguenza delle pressioni psicologiche o delle torture di giudici ossessionati da cattive letture. La questione più controversa è quella della partecipazione al sabba, la misteriosa cerimonia notturna condotta dal diavolo, che torna in tanti processi: gruppi di persone, quasi sempre donne, si riunivano davvero di notte nel segno di Satana o presumevano di farlo, suggestionate da unguenti allucinogeni? Oggi si tende ad avvalorare la seconda ipotesi, ma in ogni caso la figura del diavolo intercettava bisogni profondi, irraggiungibili da una Chiesa pur capace di soddisfare attraverso i suoi riti e i suoi culti esigenze altrettanto vitali.
Proprio l´archivio dell´Inquisizione napoletana conserva confessioni di partecipazione a sabba diabolici - non estorte sotto tortura - che non hanno nulla da invidiare ai più celebri processi europei del Seicento. Orge caratterizzate dal patto di sangue con Satana, da balli, da pratiche sessuali libere, anche se prive di godimento, da cibi abbondanti, ma senza sale, e talvolta anche da infanticidi, rientrano nelle esperienze o nelle suggestioni di molte napoletane e lasciano spesso perplessi e incerti i loro giudici. Dinamiche dello stesso tipo sono ancora più evidenti nelle tante rivelazioni di rapporti sessuali individuali col diavolo, che costituiscono uno dei frutti più drammatici, non solo nella Napoli moderna, dell´internamento «rieducativo» delle «peccatrici» da redimere. Quanto più si stringe il cerchio sulle donne e sulla loro sessualità, tanto più il diavolo diventa per molte di esse l´unica alternativa. Giovane, imperioso, bello, si presenta di notte accanto ai letti delle recluse e dà loro i piaceri fisici preclusi dalla morale ufficiale. Uno scenario difficile da immaginare oggi, anche se l´Irlanda di "Magdalene" ci deve far riflettere. In ogni caso, se è vero che l´orizzonte in cui matura il satanismo contemporaneo non è quello della costrizione e della repressione, la sessualità e la morte sono, ora come allora, gli aspetti dell´esperienza in cui la figura del diavolo manifesta nel modo più prepotente la sua straordinaria forza di attrazione.
QUELLE DONNE NELL'ORBITA DEL DIAVOLO
di Giovanni Romeo
Per puro caso, la pubblicazione degli atti di un importante convegno vaticano sull´Inquisizione - cui "Repubblica" ha dato ampio risalto nei giorni scorsi - è venuta a coincidere con la scoperta dei drammatici scenari di satanismo in Lombardia e con le plateali imitazioni degli sconosciuti di Frattamaggiore. Mentre il pontefice ribadisce la condanna del celebre tribunale, da frange del mondo giovanile arrivano segnali inquietanti di disordine e morte. Ovviamente, per i cattolici che dissentono dai severi giudizi ripetutamente espressi dal Papa sugli inquisitori, non si tratta di una coincidenza. Se - sembra di sentirli dire - si prendono le distanze dalle istituzioni che per tanti secoli hanno cercato di preservare la purezza della fede da ogni contaminazione, gli esiti sono ovvi: quando il gatto non c´è, i topi ballano.
Le cose però sono un po´ più complicate. La storia della Napoli della Controriforma può essere un buon punto di riferimento per orientarsi in un terreno così scivoloso.
Tenuti a bada per quasi tutta l´età moderna da due tribunali dell´Inquisizione spesso l´un contro l´altro armati, i napoletani attratti nell´orbita del diavolo non soffrirono più di tanto dei loro controlli, agevolati anche da strategie repressive morbide, propense a un uso calibrato dello strumento giudiziario e, in particolare, delle condanne a morte. Processi, pene infamanti, minacce di scomunica, rifiuti dell´assoluzione sacramentale, non impedirono a molti di essi di dedicarsi a pratiche diaboliche di vario genere. Si pensi alle elaborate cerimonie che caratterizzano la ricerca di presunti tesori sepolti, uno dei passatempi più diffusi nei secoli scorsi a Napoli e nell´area flegrea. Siccome la tradizione vuole che siano dei diavoli a custodirli, riti a base di sacrifici di animali e anche, in rari casi, di esseri umani, sono ritenuti indispensabili per ammansirli e convincerli a non ostacolare gli scavi. Ma la sensibilità che fa da sfondo a queste vicende non è confrontabile in alcun modo con gli atteggiamenti dei satanisti contemporanei. Più che ai cupi scenari di oggi, siamo vicini alla truffa, per gli organizzatori, o al sogno di vincere la lotteria, per chi si lascia trascinare in queste avventure.
Diverso è il discorso per quanto riguarda le confessioni di stregoneria. L´orizzonte evocato in molti di questi racconti presenta indubbi punti di contatto con le drammatiche storie giovanili dei nostri giorni. Mi riferisco alle rivelazioni relative alla partecipazione al sabba e ai rapporti sessuali individuali col demonio, che a Napoli e in tutta l´Italia moderna, al contrario di quanto si è soliti credere, non sono quasi mai conseguenza delle pressioni psicologiche o delle torture di giudici ossessionati da cattive letture. La questione più controversa è quella della partecipazione al sabba, la misteriosa cerimonia notturna condotta dal diavolo, che torna in tanti processi: gruppi di persone, quasi sempre donne, si riunivano davvero di notte nel segno di Satana o presumevano di farlo, suggestionate da unguenti allucinogeni? Oggi si tende ad avvalorare la seconda ipotesi, ma in ogni caso la figura del diavolo intercettava bisogni profondi, irraggiungibili da una Chiesa pur capace di soddisfare attraverso i suoi riti e i suoi culti esigenze altrettanto vitali.
Proprio l´archivio dell´Inquisizione napoletana conserva confessioni di partecipazione a sabba diabolici - non estorte sotto tortura - che non hanno nulla da invidiare ai più celebri processi europei del Seicento. Orge caratterizzate dal patto di sangue con Satana, da balli, da pratiche sessuali libere, anche se prive di godimento, da cibi abbondanti, ma senza sale, e talvolta anche da infanticidi, rientrano nelle esperienze o nelle suggestioni di molte napoletane e lasciano spesso perplessi e incerti i loro giudici. Dinamiche dello stesso tipo sono ancora più evidenti nelle tante rivelazioni di rapporti sessuali individuali col diavolo, che costituiscono uno dei frutti più drammatici, non solo nella Napoli moderna, dell´internamento «rieducativo» delle «peccatrici» da redimere. Quanto più si stringe il cerchio sulle donne e sulla loro sessualità, tanto più il diavolo diventa per molte di esse l´unica alternativa. Giovane, imperioso, bello, si presenta di notte accanto ai letti delle recluse e dà loro i piaceri fisici preclusi dalla morale ufficiale. Uno scenario difficile da immaginare oggi, anche se l´Irlanda di "Magdalene" ci deve far riflettere. In ogni caso, se è vero che l´orizzonte in cui matura il satanismo contemporaneo non è quello della costrizione e della repressione, la sessualità e la morte sono, ora come allora, gli aspetti dell´esperienza in cui la figura del diavolo manifesta nel modo più prepotente la sua straordinaria forza di attrazione.
paura
ricevuto da Paola Franz
www.unito.it
La ricerca italiana guidata da Piergiorgio Strata pubblicata su "Neuron"
IL RICORDO DELLA PAURA PASSA PER IL CERVELLETTO:
SCOPERTA LA PROTEINA CHE NE TIENE TRACCIA
Lo studio è stato realizzato dall'Università di Torino
e dalla Fondazione S. Lucia di Roma
La paura, come il dolore, è un meccanismo di difesa che ci aiuta a prevenire pericoli e situazioni peggiori, ma può anche essere una malattia che fa vivere in uno stato di eterna ansia. Negli esperimenti condotti sui ratti è noto che suoni associati a leggere, ma fastidiose, scosse elettriche vengono memorizzati, dopo una fase di apprendimento, come una “lezione di pericolo”; successivamente, anche il solo suono induce negli animali uno stato di paura e di ansia. La formazione dei ricordi associati ad eventi traumatici è mediata da una struttura posta nella profondità del nostro cervello e che l‘uomo ha ereditato dai rettili, l‘amigdala: quest‘ultima regola gli stati emotivi di paura ed ansietà, mentre alterazioni della sua funzione inducono patologie quali attacchi d‘ansia, depressione ed autismo. In uno studio condotto su topi e pubblicato oggi su “Neuron”, il gruppo di ricercatori dell‘Università di Torino e dell‘IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, Benedetto Sacchetti, Bibiana Scelfo e Filippo Tempia, guidati dal Professor Piergiorgio Strata, hanno dimostrato che la memoria di un evento che provoca paura è accompagnata da modificazioni stabili in un particolare tipo di sinapsi (formata dalle fibre parallele e dalla cellula di Purkinje). A sua volta tale sinapsi possiede in esclusiva una specifica proteina (la subunità delta2 del recettore del glutammato, codificata dal gene GRID2 la cui mutazione provoca atassia cerebellare); quando questa manca l‘animale “impara” la reazione di paura acquisita ma poi la dimentica, mentre la paura innata rimane intatta. Vengono pertanto confermate alcune recenti ricerche che hanno dimostrato l‘importanza del cervelletto anche nel controllo delle emozioni e non soltanto nella regolazione dei movimenti, come sostenuto per lungo tempo. Negli animali la stimolazione del cervelletto ha provocato reazioni comportamentali indicative di un aumentato stato di paura. Nell‘uomo la stessa stimolazione evoca sintomi psicotici, mentre in pazienti con lesioni in questa sede sono stati documentati gravi disturbi della sfera emotiva (ad esempio depressione ed autismo). Il cervelletto è inoltre in grado di regolare direttamente e indirettamente l‘attività dell‘amigdala e, come dimostrato per la prima volta con questo studio, è coinvolto nella formazione dei ricordi legati alla paura. “L‘identificazione di un sito così specifico per il consolidamento della memoria della paura apre la via - ha dichiarato il Professor Strata - alla manipolazione della proteina coinvolta e alla possibilità d‘interferire con i fenomeni di paura ed ansia. A livello per ora del tutto teorico, la manipolazione di tale proteina potrebbe farci dimenticare esperienze sgradevoli che possono influenzare negativamente il nostro stato psichico. Altra prospettiva, sulla quale attualmente lavoriamo, riguarda lo studio dei meccanismi molecolari della modificazione sinaptica associata alla memorizzazione della paura dimostrata in questo lavoro”. Lo studio effettuato dai ricercatori di Torino e Roma fa parte di un vasto progetto per studiare i meccanismi della memoria e dell‘apprendimento a livello di modificazioni che avvengono nelle sinapsi (plasticità sinaptica); tali studi sono di fondamentale importanza per i processi di riabilitazione. Il progetto è sostenuto dal Ministero dell‘Università e della Ricerca e dal Ministero della Salute attraverso la Fondazione Santa Lucia.
www.unito.it
La ricerca italiana guidata da Piergiorgio Strata pubblicata su "Neuron"
IL RICORDO DELLA PAURA PASSA PER IL CERVELLETTO:
SCOPERTA LA PROTEINA CHE NE TIENE TRACCIA
Lo studio è stato realizzato dall'Università di Torino
e dalla Fondazione S. Lucia di Roma
La paura, come il dolore, è un meccanismo di difesa che ci aiuta a prevenire pericoli e situazioni peggiori, ma può anche essere una malattia che fa vivere in uno stato di eterna ansia. Negli esperimenti condotti sui ratti è noto che suoni associati a leggere, ma fastidiose, scosse elettriche vengono memorizzati, dopo una fase di apprendimento, come una “lezione di pericolo”; successivamente, anche il solo suono induce negli animali uno stato di paura e di ansia. La formazione dei ricordi associati ad eventi traumatici è mediata da una struttura posta nella profondità del nostro cervello e che l‘uomo ha ereditato dai rettili, l‘amigdala: quest‘ultima regola gli stati emotivi di paura ed ansietà, mentre alterazioni della sua funzione inducono patologie quali attacchi d‘ansia, depressione ed autismo. In uno studio condotto su topi e pubblicato oggi su “Neuron”, il gruppo di ricercatori dell‘Università di Torino e dell‘IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, Benedetto Sacchetti, Bibiana Scelfo e Filippo Tempia, guidati dal Professor Piergiorgio Strata, hanno dimostrato che la memoria di un evento che provoca paura è accompagnata da modificazioni stabili in un particolare tipo di sinapsi (formata dalle fibre parallele e dalla cellula di Purkinje). A sua volta tale sinapsi possiede in esclusiva una specifica proteina (la subunità delta2 del recettore del glutammato, codificata dal gene GRID2 la cui mutazione provoca atassia cerebellare); quando questa manca l‘animale “impara” la reazione di paura acquisita ma poi la dimentica, mentre la paura innata rimane intatta. Vengono pertanto confermate alcune recenti ricerche che hanno dimostrato l‘importanza del cervelletto anche nel controllo delle emozioni e non soltanto nella regolazione dei movimenti, come sostenuto per lungo tempo. Negli animali la stimolazione del cervelletto ha provocato reazioni comportamentali indicative di un aumentato stato di paura. Nell‘uomo la stessa stimolazione evoca sintomi psicotici, mentre in pazienti con lesioni in questa sede sono stati documentati gravi disturbi della sfera emotiva (ad esempio depressione ed autismo). Il cervelletto è inoltre in grado di regolare direttamente e indirettamente l‘attività dell‘amigdala e, come dimostrato per la prima volta con questo studio, è coinvolto nella formazione dei ricordi legati alla paura. “L‘identificazione di un sito così specifico per il consolidamento della memoria della paura apre la via - ha dichiarato il Professor Strata - alla manipolazione della proteina coinvolta e alla possibilità d‘interferire con i fenomeni di paura ed ansia. A livello per ora del tutto teorico, la manipolazione di tale proteina potrebbe farci dimenticare esperienze sgradevoli che possono influenzare negativamente il nostro stato psichico. Altra prospettiva, sulla quale attualmente lavoriamo, riguarda lo studio dei meccanismi molecolari della modificazione sinaptica associata alla memorizzazione della paura dimostrata in questo lavoro”. Lo studio effettuato dai ricercatori di Torino e Roma fa parte di un vasto progetto per studiare i meccanismi della memoria e dell‘apprendimento a livello di modificazioni che avvengono nelle sinapsi (plasticità sinaptica); tali studi sono di fondamentale importanza per i processi di riabilitazione. Il progetto è sostenuto dal Ministero dell‘Università e della Ricerca e dal Ministero della Salute attraverso la Fondazione Santa Lucia.
sonno depressione creatività memoria
un convegno all'Università di Napoli
Il Mattino 23.6.04
Elogio della «pennichella» antistress
di Fabrizio Coscia
«Chi dorme non piglia pesci», recita un antico adagio popolare. Eppure, a giudicare dagli ultimi risultati nel campo della ricerca sul sonno, pubblicati di recente su «Nature», appare sempre più plausibile l'idea che durante il sonno non solo si continui a ragionare, ma sia possibile capire cose che, da svegli, sembravano incomprensibili. Come dire che per risolvere un problema che ci assilla non ci sarebbe rimedio migliore d'una bella dormita. E lo sanno bene personaggi come il fisiologo Otto Loewi, premio Nobel austriaco, che arrivò in pieno sonno all'esperimento per verificare la sua teoria della trasmissione chimica degli impulsi nervosi; o il chimico russo Dimitrij Mendeleev, che dopo essersi arrovellato a lungo su come disporre i 63 elementi allora conosciuti, sognò la tabella che l'avrebbe reso famoso; o il romanziere Robert Louis Stevenson, il quale sostenne di aver visto in sogno la trama de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde; o il compositore 700esco Giuseppe Tartini, che trovò, sempre dormendo, la melodia della sonata per violino «II trillo del diavolo».
L'importanza del sonno nella riorganizzazione inconsapevole delle informazioni mentali è studiata da tempo, almeno dal 1953, data della scoperta del sonno REM, ma i poeti, come sempre, sono stati di gran lunga in anticipo sulle scoperte scientifiche. Già Shakespeare, infatti, che nel «Macbeth» definisce il sonno il «nutrimento principale al banchetto della vita umana», esaltava le qualità balsamiche e, per l'appunto, riordinative, di un'attività che «ravvia, sbroglia, dipana l'arruffata matassa degli affanni». Elogio di Morfeo, dunque, celebrazione della pennichella, apologia dello sbadiglio? Eppure, nonostante l'importanza del riposo nella nostra vita sia sempre più confortata dai dati scientifici, la tendenza generale sembra essere quella di non dormire a sufficienza. Troppo incalzati da ritmi di vita frenetici e da modelli di produzione e competitività stressanti, continuiamo a sentirci in colpa per qualche ora in più dedicata al sonno, come se fosse tempo sprecato.
Per discutere di questi e altri problemi da domani si apriranno i lavori della IX riunione annuale della Società italiana di ricerca sul sonno, presso l'aula Magna della Presidenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Seconda Università di Napoli. Al congresso internazionale - organizzato dai responsabili del laboratorio del sonno del Dipartimento di Psicologia, Giuseppe Barbato e Gianluca Ficca - si discuterà fino a sabato degli ultimi risultati delle ricerche sul sonno e sul sogno.
«Tra i temi del congresso sarà data grande attenzione alla gestione della sonnolenza, che è oggi uno dei campi di studio più importanti per la ricerca sul sonno - afferma il prof. Ficca, autore con Piero Salzarulo del saggio La mente nel sonno (Laterza) - È un tema attuale e di grande rilevanza sia per la sicurezza stradale, sia per categorie quali turnisti, controllori di volo e piloti. Su quest'ultimo aspetto in Italia l'attenzione delle istituzioni e delle aziende è ancora minore rispetto al resto d'Europa. Basti pensare che in Scandinavia, ad esempio, le compagnie aeree si avvalgono di consulenze specialistiche proprio per affrontare questo tipo di problemi». Due le letture magistrali previste dal congresso: Daniel Aeschbach (Università di Harvard) sulle differenze tra brevi e lunghi dormitori e Joelle Adrien (Salpetriere) sulle relazioni tra sonno e depressione.
«Le alterazioni del ritmo sonno-veglia sono spesso il sintomo di malattie neurologiche e psichiatriche - spiega Ficca - e proprio per questo vanno diagnosticate con molta attenzione». Depressione, creatività, memoria: il dibattito, tra gli esperti, è ancora aperto. E a testimonianza dell'ampio spettro d'interessi che può avere il tema, il congresso aprirà con una relazione sul «Sonno nel cinema», di Ignazio Senatore, introdotta da un video che raccoglie immagini di sonno e sogni di celluloide.
Elogio della «pennichella» antistress
di Fabrizio Coscia
«Chi dorme non piglia pesci», recita un antico adagio popolare. Eppure, a giudicare dagli ultimi risultati nel campo della ricerca sul sonno, pubblicati di recente su «Nature», appare sempre più plausibile l'idea che durante il sonno non solo si continui a ragionare, ma sia possibile capire cose che, da svegli, sembravano incomprensibili. Come dire che per risolvere un problema che ci assilla non ci sarebbe rimedio migliore d'una bella dormita. E lo sanno bene personaggi come il fisiologo Otto Loewi, premio Nobel austriaco, che arrivò in pieno sonno all'esperimento per verificare la sua teoria della trasmissione chimica degli impulsi nervosi; o il chimico russo Dimitrij Mendeleev, che dopo essersi arrovellato a lungo su come disporre i 63 elementi allora conosciuti, sognò la tabella che l'avrebbe reso famoso; o il romanziere Robert Louis Stevenson, il quale sostenne di aver visto in sogno la trama de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde; o il compositore 700esco Giuseppe Tartini, che trovò, sempre dormendo, la melodia della sonata per violino «II trillo del diavolo».
L'importanza del sonno nella riorganizzazione inconsapevole delle informazioni mentali è studiata da tempo, almeno dal 1953, data della scoperta del sonno REM, ma i poeti, come sempre, sono stati di gran lunga in anticipo sulle scoperte scientifiche. Già Shakespeare, infatti, che nel «Macbeth» definisce il sonno il «nutrimento principale al banchetto della vita umana», esaltava le qualità balsamiche e, per l'appunto, riordinative, di un'attività che «ravvia, sbroglia, dipana l'arruffata matassa degli affanni». Elogio di Morfeo, dunque, celebrazione della pennichella, apologia dello sbadiglio? Eppure, nonostante l'importanza del riposo nella nostra vita sia sempre più confortata dai dati scientifici, la tendenza generale sembra essere quella di non dormire a sufficienza. Troppo incalzati da ritmi di vita frenetici e da modelli di produzione e competitività stressanti, continuiamo a sentirci in colpa per qualche ora in più dedicata al sonno, come se fosse tempo sprecato.
Per discutere di questi e altri problemi da domani si apriranno i lavori della IX riunione annuale della Società italiana di ricerca sul sonno, presso l'aula Magna della Presidenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Seconda Università di Napoli. Al congresso internazionale - organizzato dai responsabili del laboratorio del sonno del Dipartimento di Psicologia, Giuseppe Barbato e Gianluca Ficca - si discuterà fino a sabato degli ultimi risultati delle ricerche sul sonno e sul sogno.
«Tra i temi del congresso sarà data grande attenzione alla gestione della sonnolenza, che è oggi uno dei campi di studio più importanti per la ricerca sul sonno - afferma il prof. Ficca, autore con Piero Salzarulo del saggio La mente nel sonno (Laterza) - È un tema attuale e di grande rilevanza sia per la sicurezza stradale, sia per categorie quali turnisti, controllori di volo e piloti. Su quest'ultimo aspetto in Italia l'attenzione delle istituzioni e delle aziende è ancora minore rispetto al resto d'Europa. Basti pensare che in Scandinavia, ad esempio, le compagnie aeree si avvalgono di consulenze specialistiche proprio per affrontare questo tipo di problemi». Due le letture magistrali previste dal congresso: Daniel Aeschbach (Università di Harvard) sulle differenze tra brevi e lunghi dormitori e Joelle Adrien (Salpetriere) sulle relazioni tra sonno e depressione.
«Le alterazioni del ritmo sonno-veglia sono spesso il sintomo di malattie neurologiche e psichiatriche - spiega Ficca - e proprio per questo vanno diagnosticate con molta attenzione». Depressione, creatività, memoria: il dibattito, tra gli esperti, è ancora aperto. E a testimonianza dell'ampio spettro d'interessi che può avere il tema, il congresso aprirà con una relazione sul «Sonno nel cinema», di Ignazio Senatore, introdotta da un video che raccoglie immagini di sonno e sogni di celluloide.
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un caso
TG.com 23.6.04
La condanna di Francesco Nuti
Il regista ancora schiavo dell'alcol
Francesco Nuti ci è ricascato. Il mal di vivere attanaglia ancora il regista toscano che dai successi degli anni Ottanta è sprofondato in un abisso di depressione, paura e solitudine. Alla conferenza stampa romana che avrebbe dovuto segnare il suo riscatto si è presentato con i segni inconfondibili dell'ennesima sbornia. "Jim Morrison si riempiva di droga, io mi faccio di vino", ha confessato l'artista di fronte alla platea dei giornalisti.
Nuti non aveva nessuna voglia di parlare del suo nuovo film (che dovrebbe cominciare nell'estate del 2005) e della proposta di legge per il cinema italiano sostenuta dai Verdi. Per il protagonista di "Io Chiara e lo scuro" c'era un'esigenza più impellente, quella di lanciare ancora una volta, di fronte a tutti, un disperato grido di aiuto e di denunciare, senza reticenze, la propria dipendenza dall'alcol. Un fenomeno spesso sottostimato, che in Italia colpisce un milione e mezzo di persone e che negli ultimi dieci anni ha causato 300mila vittime. La desolante apparizione del regista di "Stregati" alla conferenza stampa di Roma riporta il problema alla ribalta. Molto si parla di droga, si stigmatizzano canne e spinelli, ma si dà poco spazio al problema dell'alcol e della minaccia che costituisce per i giovani. Qualche titolo in occasione delle "stragi del sabato sera" e poi l'alcolismo torna ad essere un male sotterraneo, una condanna che colpisce spesso i più deboli, ma anche chi, come Nuti, ha conosciuto il successo e poi non ha avuto la forza di far fronte agli inevitabili passi falsi della vita.
"Perché non mi fate domande sull'anima? Perché non parliamo dell'anima?", chiedeva Nuti ai giornalisti che lo incalzavano con domande su "Solo quando potrò cullare un bambino", il nuovo film che il regista dirigerà e interpreterà con Philippe Noiret. E oggi l'anima del regista d'oro degli anni Ottanta è un'anima inquieta e malata, che rifugge dalla "normalità", ma senza trovare una via di uscita. Qualcuno si era illuso che per Nuti si stesse aprendo una nuova pagina, che l'attore toscano si stesse riprendendo dopo le drammatiche esternazioni dei mesi scorsi, il suicidio annunciato, i ricoveri in ospedale. L'apparizione da Panariello in "Torno sabato...e tre", l'idea di un nuovo film, il progetto di legge sul cinema che l'artista avrebbe dovuto presentare con il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, tutte queste cose facevano ben sperare. La performance di Roma ha riportato tutti a una realtà ben più sofferente. Gonfio e trincerato dietro gli occhiali scuri, l'autore di "Caruso Paskovski" ha gelato tutti con un triste elenco di personaggi che, come lui, sono stati schiavi della dipendenza: Ray Charles, Jim Morrison, Jimmy Hendrix. Poi ha citato il suo nemico, l'unica cosa di cui Nuti ha detto di avere paura: il vino.
La condanna di Francesco Nuti
Il regista ancora schiavo dell'alcol
Francesco Nuti ci è ricascato. Il mal di vivere attanaglia ancora il regista toscano che dai successi degli anni Ottanta è sprofondato in un abisso di depressione, paura e solitudine. Alla conferenza stampa romana che avrebbe dovuto segnare il suo riscatto si è presentato con i segni inconfondibili dell'ennesima sbornia. "Jim Morrison si riempiva di droga, io mi faccio di vino", ha confessato l'artista di fronte alla platea dei giornalisti.
Nuti non aveva nessuna voglia di parlare del suo nuovo film (che dovrebbe cominciare nell'estate del 2005) e della proposta di legge per il cinema italiano sostenuta dai Verdi. Per il protagonista di "Io Chiara e lo scuro" c'era un'esigenza più impellente, quella di lanciare ancora una volta, di fronte a tutti, un disperato grido di aiuto e di denunciare, senza reticenze, la propria dipendenza dall'alcol. Un fenomeno spesso sottostimato, che in Italia colpisce un milione e mezzo di persone e che negli ultimi dieci anni ha causato 300mila vittime. La desolante apparizione del regista di "Stregati" alla conferenza stampa di Roma riporta il problema alla ribalta. Molto si parla di droga, si stigmatizzano canne e spinelli, ma si dà poco spazio al problema dell'alcol e della minaccia che costituisce per i giovani. Qualche titolo in occasione delle "stragi del sabato sera" e poi l'alcolismo torna ad essere un male sotterraneo, una condanna che colpisce spesso i più deboli, ma anche chi, come Nuti, ha conosciuto il successo e poi non ha avuto la forza di far fronte agli inevitabili passi falsi della vita.
"Perché non mi fate domande sull'anima? Perché non parliamo dell'anima?", chiedeva Nuti ai giornalisti che lo incalzavano con domande su "Solo quando potrò cullare un bambino", il nuovo film che il regista dirigerà e interpreterà con Philippe Noiret. E oggi l'anima del regista d'oro degli anni Ottanta è un'anima inquieta e malata, che rifugge dalla "normalità", ma senza trovare una via di uscita. Qualcuno si era illuso che per Nuti si stesse aprendo una nuova pagina, che l'attore toscano si stesse riprendendo dopo le drammatiche esternazioni dei mesi scorsi, il suicidio annunciato, i ricoveri in ospedale. L'apparizione da Panariello in "Torno sabato...e tre", l'idea di un nuovo film, il progetto di legge sul cinema che l'artista avrebbe dovuto presentare con il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, tutte queste cose facevano ben sperare. La performance di Roma ha riportato tutti a una realtà ben più sofferente. Gonfio e trincerato dietro gli occhiali scuri, l'autore di "Caruso Paskovski" ha gelato tutti con un triste elenco di personaggi che, come lui, sono stati schiavi della dipendenza: Ray Charles, Jim Morrison, Jimmy Hendrix. Poi ha citato il suo nemico, l'unica cosa di cui Nuti ha detto di avere paura: il vino.
martedì 22 giugno 2004
Barbara Bobulova premiata a «Lo schermo è donna»
Corriere della Sera 22.6.04
FIANO ROMANO
«Lo schermo è donna» premia l’attrice Barbara Bobulova
Per «Lo schermo è donna», che si svolge fino a sabato nel Cortile del Castello di Fiano Romano, è stato assegnato il premio Giuseppe De Santis per il miglior volto emergente del cinema italiano all'attrice Barbora Bobulova (foto) scoperta da Marco Bellocchio ne «Il Principe di Homburg». Per l'occasione è stato proiettato ieri il film di Paolo Franchi «La spettatrice» (uscito di recente nelle sale e proposto dal Bergamo Film Meeting e dal Tribeca Film Festival di New York diretto da Robert De Niro).
FIANO ROMANO
«Lo schermo è donna» premia l’attrice Barbara Bobulova
Per «Lo schermo è donna», che si svolge fino a sabato nel Cortile del Castello di Fiano Romano, è stato assegnato il premio Giuseppe De Santis per il miglior volto emergente del cinema italiano all'attrice Barbora Bobulova (foto) scoperta da Marco Bellocchio ne «Il Principe di Homburg». Per l'occasione è stato proiettato ieri il film di Paolo Franchi «La spettatrice» (uscito di recente nelle sale e proposto dal Bergamo Film Meeting e dal Tribeca Film Festival di New York diretto da Robert De Niro).
Marco Bellocchio ha vinto il premio «Salso Cinema»
La Gazzetta di Parma 22.6.06
Successo dell'evento organizzato a Brescello
«Salso Cinema» a Bellocchio Il regista ha annunciato: «Farò un film con Castellitto»
di Donato Ungaro
BRESCELLO - Si è conclusa, a Brescello, la «tre giorni» dedicata al cinema: la cittadina reggiana, infatti, è conosciuta per essere stata protagonista negli indimenticabili film in bianco e nero di Peppone e don Camillo. E sabato sera, in piazza, c'era appunto un maestro del cinema italiano, Marco Bellocchio, giunto in riva all'Enza per ritirare il premio «Salsomaggiore Cinema».
Un connubio, quello tra Brescello e Salsomaggiore, che fin dall'anno scorso ha dato i suoi frutti grazie al Videofilm, nato dalla collaborazione tra le due cittadine turistiche.
Un Marco Bellocchio, quello incontrato in piazza Matteotti, ben disponibile a parlare di Brescello, ma anche di Bobbio e di Piacenza, la provincia la cui amministrazione ha commissionato un filmato al regista chiedendogli di affrontare, nell'anniversario della scomparsa di Giuseppe Verdi, una tematica legata al «Peppino» nazionale.
Mentre sullo schermo della piazza scorrevano i fotogrammi di «Addio al passato», Bellocchio, appassionato estimatore del belcanto, spiegava le motivazioni che lo hanno spinto a realizzare il suo lavoro dedicato a Verdi.
«La provincia di Piacenza ed i piacentini condividono l'eredità e la passione per Verdi - sottolinea - del resto la "Traviata" è nata a Villa Sant'Agata, in provincia di Piacenza. Ed allora, in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la lirica purtroppo sta declinando, ma dove fortunatamente si vedono ancora tanti giovani che vogliono fare il soprano, il baritono o i tenori, ho pensato ad una contraddizione piacevole e che propone una speranza, quella di non far scomparire una forma d'arte importante come la lirica».
Brescello, ma anche Salsomaggiore, per ritirare un premio; certamente non è Taormina, o Venezia, ma anche queste iniziative sono importanti.
«Ho vissuto nella mia carriera molte di queste premiazioni - spiega il regista - ma vengo volentieri in realtà come queste, dove in qualche modo c'è qualcosa di più autentico e mi riconosco molto profondamente. Brescello, ma anche Salsomaggiore, non è molto diversa da Bobbio, da Piacenza, dai paesi e dai luoghi in cui sono nato e cresciuto. Così trovo giusto esserci».
Cosa c'è nel futuro di Bellocchio?
«Il titolo del prossimo film sarà "Il regista di matrimoni" e l'interprete dovrebbe essere Sergio Castellitto, ma non voglio dire altro».
(...)
Successo dell'evento organizzato a Brescello
«Salso Cinema» a Bellocchio Il regista ha annunciato: «Farò un film con Castellitto»
di Donato Ungaro
BRESCELLO - Si è conclusa, a Brescello, la «tre giorni» dedicata al cinema: la cittadina reggiana, infatti, è conosciuta per essere stata protagonista negli indimenticabili film in bianco e nero di Peppone e don Camillo. E sabato sera, in piazza, c'era appunto un maestro del cinema italiano, Marco Bellocchio, giunto in riva all'Enza per ritirare il premio «Salsomaggiore Cinema».
Un connubio, quello tra Brescello e Salsomaggiore, che fin dall'anno scorso ha dato i suoi frutti grazie al Videofilm, nato dalla collaborazione tra le due cittadine turistiche.
Un Marco Bellocchio, quello incontrato in piazza Matteotti, ben disponibile a parlare di Brescello, ma anche di Bobbio e di Piacenza, la provincia la cui amministrazione ha commissionato un filmato al regista chiedendogli di affrontare, nell'anniversario della scomparsa di Giuseppe Verdi, una tematica legata al «Peppino» nazionale.
Mentre sullo schermo della piazza scorrevano i fotogrammi di «Addio al passato», Bellocchio, appassionato estimatore del belcanto, spiegava le motivazioni che lo hanno spinto a realizzare il suo lavoro dedicato a Verdi.
«La provincia di Piacenza ed i piacentini condividono l'eredità e la passione per Verdi - sottolinea - del resto la "Traviata" è nata a Villa Sant'Agata, in provincia di Piacenza. Ed allora, in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la lirica purtroppo sta declinando, ma dove fortunatamente si vedono ancora tanti giovani che vogliono fare il soprano, il baritono o i tenori, ho pensato ad una contraddizione piacevole e che propone una speranza, quella di non far scomparire una forma d'arte importante come la lirica».
Brescello, ma anche Salsomaggiore, per ritirare un premio; certamente non è Taormina, o Venezia, ma anche queste iniziative sono importanti.
«Ho vissuto nella mia carriera molte di queste premiazioni - spiega il regista - ma vengo volentieri in realtà come queste, dove in qualche modo c'è qualcosa di più autentico e mi riconosco molto profondamente. Brescello, ma anche Salsomaggiore, non è molto diversa da Bobbio, da Piacenza, dai paesi e dai luoghi in cui sono nato e cresciuto. Così trovo giusto esserci».
Cosa c'è nel futuro di Bellocchio?
«Il titolo del prossimo film sarà "Il regista di matrimoni" e l'interprete dovrebbe essere Sergio Castellitto, ma non voglio dire altro».
(...)
Argentieri, Bollea, Gatto Trocchi, Parsi
un convegno sui bambini a Roma
La Repubblica 22.6.04
Un´idea nuova di piccoli adulti in un convegno organizzato oggi a Roma alla facoltà di Scienze della formazione. In nome della cultura dell´infanzia
Famiglie, l´ultima rivoluzione è la fine del bambino tiranno
Così mamma e papà non pensano più al figlio-capolavoro
No alle troppe aspettative e alle partite vinte: crescerà meglio
La parola chiave ora è "rispetto": senza pagare prezzi di "unicità"
di MARIA STELLA CONTE
ROMA - Non più figli capolavoro. Non più genitori dalle sproporzionate aspettative. Nasce un nuovo bambino. Forse. Un bambino non più concepito in funzione dei sogni, delle proiezioni o degli immaginifici progetti degli adulti; nasce dal cuore e dalla mente di nuovi padri e nuove madri che sempre più numerosi «cercano di fare del figlio semplicemente quel che è, senza imporgli di pagare il prezzo della sua preziosa unicità».
Una inversione di tendenza - sostiene Marina D´Amato, ordinario di Sociologia all´Università Roma Tre - dalla parola chiave semplicissima: rispetto. Che non significa dire sempre sì, firmando la resa incondizionata ad ogni capriccio; che non c´entra con il mondo delle cose, con le quantità, ma riguarda la qualità delle relazioni familiari: disponibilità, tempo, attenzione. L´idea del bambino tiranneggiato dalle troppe aspettative e al tempo stesso tiranno in un mondo che lo asseconda in tutto; l´idea del figlio che con tutto quel che ha potrà, dovrà diventare tutto quel che è, declina. O così sembra agli studiosi dell´infanzia che (anche) di questo discuteranno oggi nel convegno "Per un´idea di bambini" organizzato dalla sociologa D´Amato presso la facoltà di Scienze della Formazione dell´Università romana dove ci saranno, tra gli altri, la psicoanalista Simona Argentieri, il neuropsichiatra Giovanni Bollea, l´antropologa Cecilia Gatto Trocchi, la psicoterapeuta Maria Rita Parsi.
«La cultura dell´infanzia è l´ultima e unica rivoluzione possibile», anticipa Parsi «e la società che nascerà ponendo al proprio centro il bambino non sarà per questo meno forte poiché ripartirà dalle sue radici. Avanguardie di genitori a parte, nella realtà si è passati da un´educazione oppressiva e violenta al lassismo totale; a bambini "tiranni" che non bisogna far piangere, urlare, disperare; bambini senza regole "perché tanto poi, crescendo, le regole le troveranno da soli"». Bambini che conoscono la solitudine, dice Parsi, «e che spesso sentono di essere un limite alla vita dei genitori».
Cambierà, impercettibilmente sta già cambiando. Le donne sembrano faticosamente uscire dal testa-coda che le vede sbandare tra casa, lavoro, famiglia; ora - sostiene la Parsi - sta agli uomini però fare la propria parte per costruire una «società di padri e non di sole madri; sta agli uomini e alla società, che deve riconoscere alla maternità, ai bambini e alla famiglia il loro valore, e non solo a parole».
Un cammino che visto con gli occhi dell´antropologa Cecilia Gatto Trocchi, sembra quasi impercorribile. Perdita del senso del ruolo, perdita di responsabilità, disinteresse. «I genitori - sostiene severamente Gatto Trocchi - non educano, delegano. Educare significa stare con i figli, cosa che non avviene e non certo per mancanza di tempo: il tempo è una realtà elastica, bisogna solo saperlo usare; educare non significa fornire ai bambini una serie indifferenziata di competenze ma insegnargli la vita, vivendo con loro, conoscendoli, guardandoli e facendosi guardare. Noi abbiamo abolito la "prova", il "rito", il premio e il castigo; abbiamo tolto ai bambini la possibilità di misurarsi con il dolore, la paura, le difficoltà. Nessun esempio da seguire se non i miti virtuali e televisivi... «Sì, presa da qui, un´inversione di rotta sembra improbabile. Improbabile, non impossibile».
Un´idea nuova di piccoli adulti in un convegno organizzato oggi a Roma alla facoltà di Scienze della formazione. In nome della cultura dell´infanzia
Famiglie, l´ultima rivoluzione è la fine del bambino tiranno
Così mamma e papà non pensano più al figlio-capolavoro
No alle troppe aspettative e alle partite vinte: crescerà meglio
La parola chiave ora è "rispetto": senza pagare prezzi di "unicità"
di MARIA STELLA CONTE
ROMA - Non più figli capolavoro. Non più genitori dalle sproporzionate aspettative. Nasce un nuovo bambino. Forse. Un bambino non più concepito in funzione dei sogni, delle proiezioni o degli immaginifici progetti degli adulti; nasce dal cuore e dalla mente di nuovi padri e nuove madri che sempre più numerosi «cercano di fare del figlio semplicemente quel che è, senza imporgli di pagare il prezzo della sua preziosa unicità».
Una inversione di tendenza - sostiene Marina D´Amato, ordinario di Sociologia all´Università Roma Tre - dalla parola chiave semplicissima: rispetto. Che non significa dire sempre sì, firmando la resa incondizionata ad ogni capriccio; che non c´entra con il mondo delle cose, con le quantità, ma riguarda la qualità delle relazioni familiari: disponibilità, tempo, attenzione. L´idea del bambino tiranneggiato dalle troppe aspettative e al tempo stesso tiranno in un mondo che lo asseconda in tutto; l´idea del figlio che con tutto quel che ha potrà, dovrà diventare tutto quel che è, declina. O così sembra agli studiosi dell´infanzia che (anche) di questo discuteranno oggi nel convegno "Per un´idea di bambini" organizzato dalla sociologa D´Amato presso la facoltà di Scienze della Formazione dell´Università romana dove ci saranno, tra gli altri, la psicoanalista Simona Argentieri, il neuropsichiatra Giovanni Bollea, l´antropologa Cecilia Gatto Trocchi, la psicoterapeuta Maria Rita Parsi.
«La cultura dell´infanzia è l´ultima e unica rivoluzione possibile», anticipa Parsi «e la società che nascerà ponendo al proprio centro il bambino non sarà per questo meno forte poiché ripartirà dalle sue radici. Avanguardie di genitori a parte, nella realtà si è passati da un´educazione oppressiva e violenta al lassismo totale; a bambini "tiranni" che non bisogna far piangere, urlare, disperare; bambini senza regole "perché tanto poi, crescendo, le regole le troveranno da soli"». Bambini che conoscono la solitudine, dice Parsi, «e che spesso sentono di essere un limite alla vita dei genitori».
Cambierà, impercettibilmente sta già cambiando. Le donne sembrano faticosamente uscire dal testa-coda che le vede sbandare tra casa, lavoro, famiglia; ora - sostiene la Parsi - sta agli uomini però fare la propria parte per costruire una «società di padri e non di sole madri; sta agli uomini e alla società, che deve riconoscere alla maternità, ai bambini e alla famiglia il loro valore, e non solo a parole».
Un cammino che visto con gli occhi dell´antropologa Cecilia Gatto Trocchi, sembra quasi impercorribile. Perdita del senso del ruolo, perdita di responsabilità, disinteresse. «I genitori - sostiene severamente Gatto Trocchi - non educano, delegano. Educare significa stare con i figli, cosa che non avviene e non certo per mancanza di tempo: il tempo è una realtà elastica, bisogna solo saperlo usare; educare non significa fornire ai bambini una serie indifferenziata di competenze ma insegnargli la vita, vivendo con loro, conoscendoli, guardandoli e facendosi guardare. Noi abbiamo abolito la "prova", il "rito", il premio e il castigo; abbiamo tolto ai bambini la possibilità di misurarsi con il dolore, la paura, le difficoltà. Nessun esempio da seguire se non i miti virtuali e televisivi... «Sì, presa da qui, un´inversione di rotta sembra improbabile. Improbabile, non impossibile».
la cultura greca fuori dalla Costituzione europea
La Gazzetta del Sud 22.6.04
La Costituzione ignora anche la filosofia greca
LE “RIMOZIONI” EUROPEE
di Giovanni Morandi
E così Tucidide l'ateniese è uscito dalla Costituzione europea (era citato nel penultimo preambolo, è scomparso nell'ultimo) non per eccesso di vetustà semmai, viene il sospetto, per il suo contrario, perché il suo nome avrebbe potuto creare imbarazzi non solo per le allusioni al passato prossimo ma più ancora per quelle al presente. È singolare il percorso che ha fatto la censura dei compromessi, che non ha aggiunto nulla al testo di dicembre ma lo ha amputato di parti, che se lette in successione hanno un loro significato, perché fanno riferimento ai temi del grande duello tra Atene e Sparta, tra società aperta e totalitarismo, tra democrazia – non è forse una parola mutuata dal greco antico? – e oligarchia. Troppo facile pensare al dissolto impero del Male, come lo chiamava il vecchio Reagan, e il confronto tra antico e attuale fa rischiare l'incidente diplomatico se, sia pure per un attimo, si associa il Tucidide della “Storia” a qualche slogan sgangherato di Bush, quando parla di guerra per esportare democrazia. Noi «serviamo da modello piuttosto che imitare gli altri». «Abbiamo forzato tutti i mari e tutte le terre ad aprirsi alla nostra audacia. Abbiamo lasciato ovunque monumenti perenni del bene e del male che abbiamo fatto», che nient'altro ci paiono che pericolose teorizzazioni di un ideologo dell'imperialismo democratico. E se così fosse e non fossero questi solo notturni pensieri di luglio, allora viene il sospetto che le censure dei compromessi abbiamo seguìto il criterio della troppa attualità piuttosto che quello dell'eccesso di storia antica. È vero, ricordare, soprattutto se si è inclini all'oblio, può riservare delle sorprese e far scoprire radici, che è meglio far finta che non esistano. Forse a questo principio sono stati sacrificati i riferimenti oltreché alla democrazia di cui parla l'ateniese anche alla civiltà ellenica e romana. Eppure 2400 anni fa nella cosiddetta guerra del Peloponneso raccontata dallo storico cassato c'erano già tutte le risposte ai dubbi che ci tormentano oggi, compreso il perché si debba a volte usare la forza, perché al più forte spettino più privilegi ma anche più doveri, perché nulla dura, nemmeno la vittoria, e perché, come gridano gli abitanti di Corinto, «gli ateniesi sono nati per non dar pace a se stessi e per non darla agli altri». Perché è delle democrazie e delle società aperte sottoporsi alla tirannide dell'interrogarsi. Con tutto quel che ne consegue. Ma chiedere questo alla vecchia Europa sarebbe troppo, meglio una vita modesta ma tranquilla.
La Costituzione ignora anche la filosofia greca
LE “RIMOZIONI” EUROPEE
di Giovanni Morandi
E così Tucidide l'ateniese è uscito dalla Costituzione europea (era citato nel penultimo preambolo, è scomparso nell'ultimo) non per eccesso di vetustà semmai, viene il sospetto, per il suo contrario, perché il suo nome avrebbe potuto creare imbarazzi non solo per le allusioni al passato prossimo ma più ancora per quelle al presente. È singolare il percorso che ha fatto la censura dei compromessi, che non ha aggiunto nulla al testo di dicembre ma lo ha amputato di parti, che se lette in successione hanno un loro significato, perché fanno riferimento ai temi del grande duello tra Atene e Sparta, tra società aperta e totalitarismo, tra democrazia – non è forse una parola mutuata dal greco antico? – e oligarchia. Troppo facile pensare al dissolto impero del Male, come lo chiamava il vecchio Reagan, e il confronto tra antico e attuale fa rischiare l'incidente diplomatico se, sia pure per un attimo, si associa il Tucidide della “Storia” a qualche slogan sgangherato di Bush, quando parla di guerra per esportare democrazia. Noi «serviamo da modello piuttosto che imitare gli altri». «Abbiamo forzato tutti i mari e tutte le terre ad aprirsi alla nostra audacia. Abbiamo lasciato ovunque monumenti perenni del bene e del male che abbiamo fatto», che nient'altro ci paiono che pericolose teorizzazioni di un ideologo dell'imperialismo democratico. E se così fosse e non fossero questi solo notturni pensieri di luglio, allora viene il sospetto che le censure dei compromessi abbiamo seguìto il criterio della troppa attualità piuttosto che quello dell'eccesso di storia antica. È vero, ricordare, soprattutto se si è inclini all'oblio, può riservare delle sorprese e far scoprire radici, che è meglio far finta che non esistano. Forse a questo principio sono stati sacrificati i riferimenti oltreché alla democrazia di cui parla l'ateniese anche alla civiltà ellenica e romana. Eppure 2400 anni fa nella cosiddetta guerra del Peloponneso raccontata dallo storico cassato c'erano già tutte le risposte ai dubbi che ci tormentano oggi, compreso il perché si debba a volte usare la forza, perché al più forte spettino più privilegi ma anche più doveri, perché nulla dura, nemmeno la vittoria, e perché, come gridano gli abitanti di Corinto, «gli ateniesi sono nati per non dar pace a se stessi e per non darla agli altri». Perché è delle democrazie e delle società aperte sottoporsi alla tirannide dell'interrogarsi. Con tutto quel che ne consegue. Ma chiedere questo alla vecchia Europa sarebbe troppo, meglio una vita modesta ma tranquilla.
Glaxo in difesa a proposito del Paxil
ricevuto da Francesco Troccoli
Herald Tribune: pag. 13 - 19, 20 giugno 2004
GlaxoSmithKline, accusata di avere nascosto parte dei dati sperimentali dell'antidepressivo Paxil, ha annunciato di avere l'intenzione di pubblicare sul Web i risultati di tutti i clinical trials sul farmaco. La società ha già pubblicato sul suo sito gli studi che l'accusa ritiene siano stati occultati precedentemente
"First World", servizio internazionale di notizie nel farmaceutico, 06/18/2004
GlaxoSmithKline to set up public clinical trial database
by Candace Hoffmann
GlaxoSmithKline said that it is setting up a public database, which is the first of its kind by a drugmaker, of Glaxo-sponsored clinical studies of its marketed drugs, news sources report. The on-line database will be called the GSK Clinical Trial Register.
Glaxo spokesman Chris Hunter-Ward said that the database has been under consideration for several months, as reported in Bloomberg. "We think it's an important step in restoring public faith in medical research," Hunter-Ward is quoted as saying in an interview. The database will be available to physicians and the public in the third quarter and contain clinical trial data going back four years.
Glaxo's announcement came shortly after the American Medical Association said earlier this week that it would recommend the establishment of rules requiring all drugmakers to disclose clinical trials in a US public registry, as reported in Bloomberg. The drugmaker also recently posted the results of its trials of Paxil's use in children on its Web site in response to a lawsuit filed by New York's attorney general, alleging that it suppressed negative data on the drug.
"Glaxo is trying to improve transparency given the situation it finds itself in with [New York Attorney General Eliot Spitzer], Code Securities' analyst Mike Ward is quoted as saying. But Glaxo CEO Jean-Pierre Garnier said that the establishment of the database is not in response to Spitzer's lawsuit, instead it is related to the AMA's recent motion. "I think this is the right thing to do. We think more transparency is better," Garnier is quoted as saying, as reported in Yahoo Finance, "We don't want to be accused of anything about the way we deal with trials. I think it too important a subject."
Attorney General Spitzer is quoted as saying, in response to Glaxo's decision to create the database, "This is another positive step toward providing important and necessary information to doctors and the public," as reported in Yahoo Finance.
Herald Tribune: pag. 13 - 19, 20 giugno 2004
GlaxoSmithKline, accusata di avere nascosto parte dei dati sperimentali dell'antidepressivo Paxil, ha annunciato di avere l'intenzione di pubblicare sul Web i risultati di tutti i clinical trials sul farmaco. La società ha già pubblicato sul suo sito gli studi che l'accusa ritiene siano stati occultati precedentemente
"First World", servizio internazionale di notizie nel farmaceutico, 06/18/2004
GlaxoSmithKline to set up public clinical trial database
by Candace Hoffmann
GlaxoSmithKline said that it is setting up a public database, which is the first of its kind by a drugmaker, of Glaxo-sponsored clinical studies of its marketed drugs, news sources report. The on-line database will be called the GSK Clinical Trial Register.
Glaxo spokesman Chris Hunter-Ward said that the database has been under consideration for several months, as reported in Bloomberg. "We think it's an important step in restoring public faith in medical research," Hunter-Ward is quoted as saying in an interview. The database will be available to physicians and the public in the third quarter and contain clinical trial data going back four years.
Glaxo's announcement came shortly after the American Medical Association said earlier this week that it would recommend the establishment of rules requiring all drugmakers to disclose clinical trials in a US public registry, as reported in Bloomberg. The drugmaker also recently posted the results of its trials of Paxil's use in children on its Web site in response to a lawsuit filed by New York's attorney general, alleging that it suppressed negative data on the drug.
"Glaxo is trying to improve transparency given the situation it finds itself in with [New York Attorney General Eliot Spitzer], Code Securities' analyst Mike Ward is quoted as saying. But Glaxo CEO Jean-Pierre Garnier said that the establishment of the database is not in response to Spitzer's lawsuit, instead it is related to the AMA's recent motion. "I think this is the right thing to do. We think more transparency is better," Garnier is quoted as saying, as reported in Yahoo Finance, "We don't want to be accused of anything about the way we deal with trials. I think it too important a subject."
Attorney General Spitzer is quoted as saying, in response to Glaxo's decision to create the database, "This is another positive step toward providing important and necessary information to doctors and the public," as reported in Yahoo Finance.
i tesori etruschi della Toscana
Repubblica Firenze, 22.6.04 - 14:29
Notti archeologiche in Toscana alla scoperta degli Etruschi
Notti archeologiche in Toscana, dedicate agli Etruschi. Per una settimana, dal 28 giugno al 4 luglio, la regione metterà in mostra i suoi tesori archeologici con un calendario di 400 iniziative speciali tra aperture notturne di musei e parchi, esposizioni, visite guidate, trekking archeologico e feste etrusche. Escursioni notturne il 3 luglio alla Necropoli di San Cerbone (parco di Baratti e Populonia) lungo un percorso illuminato da torce; oppure al Parco Archeominerario di San Silvestro, lungo un suggestivo percorso sotterraneo; oppure ancora il 29 giugno il percorso lungo le 'vie dell'imperò a Cortona (Arezzo).
Per l'occasione sarà anche aperta al pubblico a Sarteano (Siena) la mostra "La Tomba della Quadriga infernale": è l'eccezionale scoperta fatta lo scorso ottobre nella necropoli di Pianacce, dove fu rinvenuta in condizioni ancora eccellenti una tomba estrusca risalente agli ultimi decenni del IV sec. a.c.
Notti archeologiche in Toscana alla scoperta degli Etruschi
Notti archeologiche in Toscana, dedicate agli Etruschi. Per una settimana, dal 28 giugno al 4 luglio, la regione metterà in mostra i suoi tesori archeologici con un calendario di 400 iniziative speciali tra aperture notturne di musei e parchi, esposizioni, visite guidate, trekking archeologico e feste etrusche. Escursioni notturne il 3 luglio alla Necropoli di San Cerbone (parco di Baratti e Populonia) lungo un percorso illuminato da torce; oppure al Parco Archeominerario di San Silvestro, lungo un suggestivo percorso sotterraneo; oppure ancora il 29 giugno il percorso lungo le 'vie dell'imperò a Cortona (Arezzo).
Per l'occasione sarà anche aperta al pubblico a Sarteano (Siena) la mostra "La Tomba della Quadriga infernale": è l'eccezionale scoperta fatta lo scorso ottobre nella necropoli di Pianacce, dove fu rinvenuta in condizioni ancora eccellenti una tomba estrusca risalente agli ultimi decenni del IV sec. a.c.
lunedì 21 giugno 2004
i filosofi...
Repubblica 21.6.04
IL DNA DEI FILOSOFI
esce in Francia un saggio di Pierre Riffard
Il 54% vivrà lontano dal luogo di nascita
salvo Leibniz non sono quasi mai precoci
Sono quasi tutti uomini, orfani, autodidatti e spesso celibi
Ci sono aspetti comuni nella natura dei pensatori di ogni era
di PICO FLORIDI
Filosofi «Conosci te stesso», diceva Platone perché il filosofo lavora sul sé, cerca la soluzione al suo assillo metafisico nell´intimo, sperimenta le sue osservazioni sul campo della sua coscienza. Vale quindi la pena cercare di scoprire come sono fatti i filosofi, qual´è la loro natura seguendo Pierre Riffard in un saggio erudito e originale: Les philosophes: vie intime (Puf, pagg.284, euro 23). Riffard va alla ricerca del Dna del pensatore, del cuore del genio pulsante in un universo ordinario, dell´individuo dietro la riflessione, dell´uomo visto attraverso il buco della serratura fornendo una miriade d´informazioni, di statistiche, di curiosità buffe e sorprendenti. Cos´è la voglia di "filosofare" e come nasce? Si è avvantaggiati se si è maschi, succede nel 99% dei casi con rare eccezioni in ogni epoca, e se si resta orfani da piccoli come è capitato al 69% degli uomini che hanno dato orizzonti nuovi al pensiero umano. Platone e Sartre perdono il padre in fasce, Marc´Aurelio e Hume a 3 anni, Nietzsche a 4 anni, Agostino a 16, Rousseau perde la madre a 10 giorni, Cartesio a pochi mesi, Pascal a 3 anni, Aristotele a 11 anni, Kant e Hegel a 13. Erasmo perde entrambi i genitori nel giro di un anno, Leibniz il padre a 6 e la madre a 17, Russell la madre a 4 e il padre a 6, Croce i due genitori a 17. E si potrebbe continuare.
In mancanza di genitori, il mestiere di filosofo, che non è di quelli ereditari, si impara da autodidatta o da un altro filosofo. Una catena assidua unisce Talete ad Aristotele passando per Anassimandro, Parmenide, Zenone, Democrito, Protagora, Socrate, Platone: 250 anni di filosofi di maestro in discepolo, senza soluzione di continuità. La stessa progressione unisce Fontenelle, Montesquieu, Voltaire e d´Alembert nel '700 e Husserl, Heidegger, la Stein, la Arendt, Levinas e Gadamer nel '900.
Ma non basta. Nel 13% dei casi, i filosofi nascono lontano, nelle colonie, sono espatriati. Questo dà loro lo sguardo del «marziano sulla terra» prerogativa di una delle rare donne, Simone Weil e condizione privilegiata per l´osservazione acuta. Succede nell´antica Grecia, nell´antica Roma, e nell´Europa moderna a Kojève, Althusser, Derrida. Ma capita ancora più spesso, al 54%, di loro, di cambiar paese da adulti, per scelta o destino: lo fanno Anassagora, Epitteto, Giordano Bruno, Hobbes, i pensatori che sfuggono al nazismo e i visiting professor che esigenze di carriera trapiantano in altri paesi.
Il filosofo non è mai precoce. Non esistono Mozart in questo mestiere. L´età media della prima opera è 27 anni con un Leibniz diciassettenne che abbassa la media. Quella del testo fondamentale è di 42 anni e qui è ancora un Leibniz sessantottenne ad alzarla. La speranza di vita è di 67 anni compresi i vecchioni, da Platone a Russell.
Il capitolo su fede e religioni è altrettanto ricco di curiosità. Su 291 filosofi presi in esame da Riffard, quelli di fede cristiana sono il 51%, gli atei il 27, i pagani il 19, gli ebrei poco meno del 2%. In tutto sono una dozzina le religioni che i filosofi occidentali contemplano, adattandole perlopiù alle loro esigenze speculative o inventandole di sana pianta. La fede ci avvicina all´uomo e alle sue intimità.
Il filosofo è anzitutto un camminatore, peripatetico, mezzofondista, le sue idee si formano in movimento. Conosce la felicità della passeggiata e i piaceri delle sue trovate: Hobbes non esce senza un bastone nel cui manico si celano una penna d´oca e un calamaio, Cartesio adora andare in giro nell´assordante vocio degli olandesi, Schopenhauer porta a spasso ogni giorno il suo barboncino, Pascal va con le stampelle a caccia di reliquie, per Benjamin i quattro passi rappresentano l´essenza del pensiero.
Dal punto di vista della libido, il filosofo è un estremo: le sue aree preferite sono ai margini e si estendono dalla verginità, alla castrazione e dalla perversione al vizio. Origene sceglie l´evirazione, Abelardo la subisce. Fra gli illibati troviamo Plotino, Erasmo, Paracelso, Spinoza, Pascal, Kant e ancora la Weil, la «Vergine rossa». Se la stragrande maggioranza ha gusti etero, con l´eccezione dei pederasti greci e di Michel Foucault, alcuni preferiscono il triangolo: Rousseau ripetutamente, Nietzsche platonicamente, Sartre e Beauvoir reciprocamente. Molti scelgono le loro allieve e colleghe o le prostitute per abbandonare il terreno della razionalità e abbandonarsi alla misura umana. Rari quelli capaci d´innamorarsi e molti quelli che scelgono il celibato, Platone, Epitteto, Cartesio, Pascal, Spinoza, Voltaire, Wittgenstein e naturalmente il misogino Schopenhauer. E comunque il 77% di loro scrive l´opera fondamentale prima di cedere alla crocefissione quotidiana di una sposa e dei suoi marmocchi. Eccezione numerica, Russell con le sue quattro spose, eccezione tardiva Alain che si sposa a 77 anni.
Anche a tavola sono autosufficienti. Spinoza è straordinariamente sobrio, vive di zuppa di latte e di un boccale di birra. Nietzsche si nutre ogni giorno di bistecca e uova e non tocca alcolici o caffé. Kant ama la cucina, non mangia mai da solo e copre tutto di mostarda e Marx adora le spezie. Il 20% dei filosofi è vegetariano, una scelta dovuta all´orrore del sangue per Pitagora, al disgusto per la carne morta per Plutarco, alla regola monastica per Tommaso d´Aquino, al sogno di un´umanità migliore per Thoreau. Ai piaceri della tavola Hobbes aggiunge 10-12 pipe di tabacco al giorno, Marx non si lesina i sigari e ama bere. Sartre prova la mescalina nel 35 e viene perseguitato per sei mesi da allucinazioni che prendono la forma di granchi e piovre, Benjamin si suicida con la morfina. Sono felici i filosofi? Riffard non si sbilancia. Ma nelle sue pagine anche il più accanito serial thinker diventa un uomo.
Repubblica 21.6.04
Il valore di statistiche e tabelle nella storia del pensiero
SE LE IDEE FOSSERO ANONIME
di FRANCO VOLPI
È davvero importante la vita di un filosofo per capire il suo pensiero? Comprendiamo forse meglio la speculazione di Talete se sappiamo che, mentre camminando contemplava il cielo, cadde in un pozzo e fu deriso da una servetta tracia?
C´è un´antica tradizione, iniziata nella scuola di Aristotele, che sostiene l´importanza di quella che con un termine tecnico si chiama «dossografia»: la raccolta sistematica di opinioni (doxai), notizie e aneddoti, utili a contestualizzare la dottrina di un pensatore. Culmine di tale tradizione furono le celebri Vite dei filosofi di Diogene Laerzio.
C´è un´altra tradizione, invece, che respinge questa idea. Il suo più celebre esponente, Hegel, sosteneva che la storia della filosofia non è una «filastrocca di opinioni» ma segue una precisa logica: è l´espressione dialettica delle figure del pensiero stesso. Della medesima convinzione era Heidegger: nelle sue leggendarie lezioni su Aristotele riduceva la vita a tre parole: «Nacque, lavorò, morì». Nello stesso senso Foucault suggeriva un´originale proposta: introduciamo un «anno senza nome» in cui tutti i libri siano pubblicati anonimi. La motivazione? «Se tu, lettore, non sai chi sono, non ti verrà la tentazione di cercare le ragioni per le quali scrivo quel che leggi. Lasciati andare a dire semplicemente: è vero, è falso; mi piace, non mi piace».
Pierre Riffard - noto come studioso di esoterismo - vuole invece ricavare dalla dossografia una prospettiva nuova da cui indagare ciò che fanno e chi sono i filosofi. Armato di statistiche e tabelle - più divertenti che precise - documenta che i filosofi sono spesso orfani (69%), vivono per una buona metà all´estero (54%), preferiscono rimanere celibi (70%), comunicano generalmente i loro pensieri a forza di libri (98%), sono quasi tutti maschi (99%). Riffard è peraltro convinto che così come ci sono doberman, pastori tedeschi, barboncini e fox terrier, esistano anche diverse razze di filosofi. Azzarda perfino un Guiness dei primati: il più letto? Platone. Il più presente in internet? Nietzsche. Il più difficile? Heidegger. Il più calunniato? Epicuro. Il più potente? Marco Aurelio. Il più carrierista? Francis Bacon. Il più copione? Montaigne. Il più malato? Pascal. Il più ipocrita? Jean Meslier (prete, ma in segreto ateo). Il più scemo? Senocrate («Che asino!», diceva Platone). Dati da prendere sul serio o amenità?
Vale la pena, per valorizzare la dossografia, ricordare quel che Aristotele riporta di Eraclito. Alcuni curiosi erano andati a trovarlo per osservare all´opera un grande pensatore: «Lo incontrarono invece mentre si riscaldava a un forno. Si fermarono sorpresi, perché, vedendoli esitare, egli li incoraggiò ad entrare con queste parole: "Anche qui sono presenti gli dèi"».
IL DNA DEI FILOSOFI
esce in Francia un saggio di Pierre Riffard
Il 54% vivrà lontano dal luogo di nascita
salvo Leibniz non sono quasi mai precoci
Sono quasi tutti uomini, orfani, autodidatti e spesso celibi
Ci sono aspetti comuni nella natura dei pensatori di ogni era
di PICO FLORIDI
Filosofi «Conosci te stesso», diceva Platone perché il filosofo lavora sul sé, cerca la soluzione al suo assillo metafisico nell´intimo, sperimenta le sue osservazioni sul campo della sua coscienza. Vale quindi la pena cercare di scoprire come sono fatti i filosofi, qual´è la loro natura seguendo Pierre Riffard in un saggio erudito e originale: Les philosophes: vie intime (Puf, pagg.284, euro 23). Riffard va alla ricerca del Dna del pensatore, del cuore del genio pulsante in un universo ordinario, dell´individuo dietro la riflessione, dell´uomo visto attraverso il buco della serratura fornendo una miriade d´informazioni, di statistiche, di curiosità buffe e sorprendenti. Cos´è la voglia di "filosofare" e come nasce? Si è avvantaggiati se si è maschi, succede nel 99% dei casi con rare eccezioni in ogni epoca, e se si resta orfani da piccoli come è capitato al 69% degli uomini che hanno dato orizzonti nuovi al pensiero umano. Platone e Sartre perdono il padre in fasce, Marc´Aurelio e Hume a 3 anni, Nietzsche a 4 anni, Agostino a 16, Rousseau perde la madre a 10 giorni, Cartesio a pochi mesi, Pascal a 3 anni, Aristotele a 11 anni, Kant e Hegel a 13. Erasmo perde entrambi i genitori nel giro di un anno, Leibniz il padre a 6 e la madre a 17, Russell la madre a 4 e il padre a 6, Croce i due genitori a 17. E si potrebbe continuare.
In mancanza di genitori, il mestiere di filosofo, che non è di quelli ereditari, si impara da autodidatta o da un altro filosofo. Una catena assidua unisce Talete ad Aristotele passando per Anassimandro, Parmenide, Zenone, Democrito, Protagora, Socrate, Platone: 250 anni di filosofi di maestro in discepolo, senza soluzione di continuità. La stessa progressione unisce Fontenelle, Montesquieu, Voltaire e d´Alembert nel '700 e Husserl, Heidegger, la Stein, la Arendt, Levinas e Gadamer nel '900.
Ma non basta. Nel 13% dei casi, i filosofi nascono lontano, nelle colonie, sono espatriati. Questo dà loro lo sguardo del «marziano sulla terra» prerogativa di una delle rare donne, Simone Weil e condizione privilegiata per l´osservazione acuta. Succede nell´antica Grecia, nell´antica Roma, e nell´Europa moderna a Kojève, Althusser, Derrida. Ma capita ancora più spesso, al 54%, di loro, di cambiar paese da adulti, per scelta o destino: lo fanno Anassagora, Epitteto, Giordano Bruno, Hobbes, i pensatori che sfuggono al nazismo e i visiting professor che esigenze di carriera trapiantano in altri paesi.
Il filosofo non è mai precoce. Non esistono Mozart in questo mestiere. L´età media della prima opera è 27 anni con un Leibniz diciassettenne che abbassa la media. Quella del testo fondamentale è di 42 anni e qui è ancora un Leibniz sessantottenne ad alzarla. La speranza di vita è di 67 anni compresi i vecchioni, da Platone a Russell.
Il capitolo su fede e religioni è altrettanto ricco di curiosità. Su 291 filosofi presi in esame da Riffard, quelli di fede cristiana sono il 51%, gli atei il 27, i pagani il 19, gli ebrei poco meno del 2%. In tutto sono una dozzina le religioni che i filosofi occidentali contemplano, adattandole perlopiù alle loro esigenze speculative o inventandole di sana pianta. La fede ci avvicina all´uomo e alle sue intimità.
Il filosofo è anzitutto un camminatore, peripatetico, mezzofondista, le sue idee si formano in movimento. Conosce la felicità della passeggiata e i piaceri delle sue trovate: Hobbes non esce senza un bastone nel cui manico si celano una penna d´oca e un calamaio, Cartesio adora andare in giro nell´assordante vocio degli olandesi, Schopenhauer porta a spasso ogni giorno il suo barboncino, Pascal va con le stampelle a caccia di reliquie, per Benjamin i quattro passi rappresentano l´essenza del pensiero.
Dal punto di vista della libido, il filosofo è un estremo: le sue aree preferite sono ai margini e si estendono dalla verginità, alla castrazione e dalla perversione al vizio. Origene sceglie l´evirazione, Abelardo la subisce. Fra gli illibati troviamo Plotino, Erasmo, Paracelso, Spinoza, Pascal, Kant e ancora la Weil, la «Vergine rossa». Se la stragrande maggioranza ha gusti etero, con l´eccezione dei pederasti greci e di Michel Foucault, alcuni preferiscono il triangolo: Rousseau ripetutamente, Nietzsche platonicamente, Sartre e Beauvoir reciprocamente. Molti scelgono le loro allieve e colleghe o le prostitute per abbandonare il terreno della razionalità e abbandonarsi alla misura umana. Rari quelli capaci d´innamorarsi e molti quelli che scelgono il celibato, Platone, Epitteto, Cartesio, Pascal, Spinoza, Voltaire, Wittgenstein e naturalmente il misogino Schopenhauer. E comunque il 77% di loro scrive l´opera fondamentale prima di cedere alla crocefissione quotidiana di una sposa e dei suoi marmocchi. Eccezione numerica, Russell con le sue quattro spose, eccezione tardiva Alain che si sposa a 77 anni.
Anche a tavola sono autosufficienti. Spinoza è straordinariamente sobrio, vive di zuppa di latte e di un boccale di birra. Nietzsche si nutre ogni giorno di bistecca e uova e non tocca alcolici o caffé. Kant ama la cucina, non mangia mai da solo e copre tutto di mostarda e Marx adora le spezie. Il 20% dei filosofi è vegetariano, una scelta dovuta all´orrore del sangue per Pitagora, al disgusto per la carne morta per Plutarco, alla regola monastica per Tommaso d´Aquino, al sogno di un´umanità migliore per Thoreau. Ai piaceri della tavola Hobbes aggiunge 10-12 pipe di tabacco al giorno, Marx non si lesina i sigari e ama bere. Sartre prova la mescalina nel 35 e viene perseguitato per sei mesi da allucinazioni che prendono la forma di granchi e piovre, Benjamin si suicida con la morfina. Sono felici i filosofi? Riffard non si sbilancia. Ma nelle sue pagine anche il più accanito serial thinker diventa un uomo.
Repubblica 21.6.04
Il valore di statistiche e tabelle nella storia del pensiero
SE LE IDEE FOSSERO ANONIME
di FRANCO VOLPI
È davvero importante la vita di un filosofo per capire il suo pensiero? Comprendiamo forse meglio la speculazione di Talete se sappiamo che, mentre camminando contemplava il cielo, cadde in un pozzo e fu deriso da una servetta tracia?
C´è un´antica tradizione, iniziata nella scuola di Aristotele, che sostiene l´importanza di quella che con un termine tecnico si chiama «dossografia»: la raccolta sistematica di opinioni (doxai), notizie e aneddoti, utili a contestualizzare la dottrina di un pensatore. Culmine di tale tradizione furono le celebri Vite dei filosofi di Diogene Laerzio.
C´è un´altra tradizione, invece, che respinge questa idea. Il suo più celebre esponente, Hegel, sosteneva che la storia della filosofia non è una «filastrocca di opinioni» ma segue una precisa logica: è l´espressione dialettica delle figure del pensiero stesso. Della medesima convinzione era Heidegger: nelle sue leggendarie lezioni su Aristotele riduceva la vita a tre parole: «Nacque, lavorò, morì». Nello stesso senso Foucault suggeriva un´originale proposta: introduciamo un «anno senza nome» in cui tutti i libri siano pubblicati anonimi. La motivazione? «Se tu, lettore, non sai chi sono, non ti verrà la tentazione di cercare le ragioni per le quali scrivo quel che leggi. Lasciati andare a dire semplicemente: è vero, è falso; mi piace, non mi piace».
Pierre Riffard - noto come studioso di esoterismo - vuole invece ricavare dalla dossografia una prospettiva nuova da cui indagare ciò che fanno e chi sono i filosofi. Armato di statistiche e tabelle - più divertenti che precise - documenta che i filosofi sono spesso orfani (69%), vivono per una buona metà all´estero (54%), preferiscono rimanere celibi (70%), comunicano generalmente i loro pensieri a forza di libri (98%), sono quasi tutti maschi (99%). Riffard è peraltro convinto che così come ci sono doberman, pastori tedeschi, barboncini e fox terrier, esistano anche diverse razze di filosofi. Azzarda perfino un Guiness dei primati: il più letto? Platone. Il più presente in internet? Nietzsche. Il più difficile? Heidegger. Il più calunniato? Epicuro. Il più potente? Marco Aurelio. Il più carrierista? Francis Bacon. Il più copione? Montaigne. Il più malato? Pascal. Il più ipocrita? Jean Meslier (prete, ma in segreto ateo). Il più scemo? Senocrate («Che asino!», diceva Platone). Dati da prendere sul serio o amenità?
Vale la pena, per valorizzare la dossografia, ricordare quel che Aristotele riporta di Eraclito. Alcuni curiosi erano andati a trovarlo per osservare all´opera un grande pensatore: «Lo incontrarono invece mentre si riscaldava a un forno. Si fermarono sorpresi, perché, vedendoli esitare, egli li incoraggiò ad entrare con queste parole: "Anche qui sono presenti gli dèi"».
domenica 20 giugno 2004
il Vaticano si è lamentato della Costituzione europea
il prof. Severino risponde
Corriere della Sera 20.6.04
NOI EUROPEI
Quello spirito critico che viene da Atene
di EMANUELE SEVERINO
Se c’è, in che consiste lo «spirito europeo»? La Costituzione europea appena approvata lo rispecchia? Si possono dare subito le risposte. Lo «spirito europeo» è lo «spirito critico». E nessuna Costituzione, inevitabile frutto di compromessi, può rispecchiare lo «spirito critico». Al senso di quest’ultima espressione, tuttavia, non si accede facilmente.
Lo spirito critico è lo spirito dell’Europa perché, comparso a un certo punto della storia dell’uomo, in Grecia, si è allargato sino a dominare tutti gli eventi del continente europeo, e nonostante tutto tende oggi a estendersi sull’intero pianeta. Nessun altro «spirito» è stato in grado di far questo.
Per millenni gli uomini vivono nel mito, cioè accettando le consuetudini culturali della società in cui vivono o, prima ancora, facendosi guidare dai loro impulsi. Poi, cinque secoli prima di Cristo, nell’antico popolo greco viene alla luce la volontà di dubitare di ogni consuetudine e di ogni impulso, e di respingere tutto ciò che si lascia respingere.
A questa volontà i Greci hanno dato il nome di «filosofia». «Filosofia» è sinonimo di «spirito critico». O ne è la radice. Respingendo i «sepolcri imbiancati» ed esaltando la «retta intenzione» Gesù è un grande sostenitore dello spirito critico - anche se sarà tradito da molti che si porranno al suo seguito. Il cristianesimo autentico è la religione filosofica per eccellenza, si è detto. Ed è giusto, per quel tanto che il cristianesimo è critica dei sepolcri. Alla base della libertà, della democrazia, del rispetto della dignità dell’uomo, che la Costituzione europea dichiara di promuovere, c’è quello spirito, cioè la lotta contro le antichissime e le più recenti tirannidi che esigono la cieca accettazione dei loro comandi.
L’atteggiamento critico si estende sin dove gli è possibile. Non si ferma sin quando gli è possibile detronizzare tiranni e abbattere idoli. Si ferma cioè solo dinanzi all’innegabile - e l’innegabile autentico è la verità. «Filo-sofia» significa, alla lettera, «cura per ciò che è luminoso ( saphés )»; e la verità è per essenza ciò che si mantiene nella luce.
Tutte le forme della cultura e della civiltà europea tengono al loro centro questa volontà di verità. Che non può essere regolata da leggi esterne - e in questo senso è «anarchica» -, ma solo dalla legge che prescrive di respingere tutto ciò che può esser respinto - e in questo senso è sommamente non anarchica. È palese l’anima comune della verità, della scienza moderna e della crescente razionalizzazione dell’agire in Europa. E anche dell’arte europea - la quale conduce sì nel sogno, ma perché ha costantemente dinanzi i connotati della veglia, cioè della verità del mondo, da cui vuol prendere provvisorio o definitivo congedo.
Il rapporto alla verità divide gli uomini perché di fronte a essa ogni individuo deve essere solo e perdere in qualche modo di vista quel che fanno gli altri. Non guardava in questa direzione Gesù, quando diceva di esser venuto a portare la spada? Nessuna meraviglia se, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, gli Stati europei, come le antiche città greche, e ripetendo la diaspora degli individui rispetto alla verità, siano così differenti, divergenti, in lotta e liberi gli uni dagli altri. Una libertà, questa, che non ha nulla a che vedere con le degenerazioni dello spirito critico, come la libertà che è licenza delle masse europee e occidentali, o come l’inerzia culturale che trasforma in un dogma lo stesso spirito critico. Del quale il cristianesimo, nel suo sviluppo storico, è stato un grande nemico.
Si comprende quindi che cosa stia al fondo delle riserve di chi avrebbe dovuto inserire nella Costituzione europea il riconoscimento delle nostre «radici cristiane». È breve il tragitto che (indipendentemente dalle intenzioni) conduce da questo riconoscimento a quello della sopravvivenza di tali radici e dunque al riconoscimento che l’Europa è uno Stato cristiano - con l’inevitabile conseguenza che una condotta di vita non cristiana sarebbe una violazione della Costituzione europea. È un’affermazione dello spirito critico che l’Europa non abbia i suoi «Patti Lateranensi».
Fuori discussione, dunque, l’importanza della Costituzione europea. Ma è ancora un passo formale. Più decisivo è come l’Europa possa disporre, sul piano della politica estera, di una «capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari» (art. 40 della Costituzione).
L’Europa non può allontanarsi dagli Stati Uniti, ma può esserne un interlocutore credibile e dunque un valido alleato solo se è militarmente forte. Penso alla forza che, in un mondo sempre più pericoloso, non può essere improvvisata, e che però esiste già, ed è l’armamento nucleare russo. Europa e Russia stanno già da tempo riavvicinandosi.
Come potrebbe essere diversamente? Se si prospetta l’aggregazione della Turchia all’Europa, come ignorare, oltre al resto, che lo «spirito critico» ha condotto in Russia al tramonto del comunismo?
Detto questo, il passo più decisivo incomincia a questo punto: gettar luce nell’abisso inesplorato da cui lo «spirito critico» è emerso.
NOI EUROPEI
Quello spirito critico che viene da Atene
di EMANUELE SEVERINO
Se c’è, in che consiste lo «spirito europeo»? La Costituzione europea appena approvata lo rispecchia? Si possono dare subito le risposte. Lo «spirito europeo» è lo «spirito critico». E nessuna Costituzione, inevitabile frutto di compromessi, può rispecchiare lo «spirito critico». Al senso di quest’ultima espressione, tuttavia, non si accede facilmente.
Lo spirito critico è lo spirito dell’Europa perché, comparso a un certo punto della storia dell’uomo, in Grecia, si è allargato sino a dominare tutti gli eventi del continente europeo, e nonostante tutto tende oggi a estendersi sull’intero pianeta. Nessun altro «spirito» è stato in grado di far questo.
Per millenni gli uomini vivono nel mito, cioè accettando le consuetudini culturali della società in cui vivono o, prima ancora, facendosi guidare dai loro impulsi. Poi, cinque secoli prima di Cristo, nell’antico popolo greco viene alla luce la volontà di dubitare di ogni consuetudine e di ogni impulso, e di respingere tutto ciò che si lascia respingere.
A questa volontà i Greci hanno dato il nome di «filosofia». «Filosofia» è sinonimo di «spirito critico». O ne è la radice. Respingendo i «sepolcri imbiancati» ed esaltando la «retta intenzione» Gesù è un grande sostenitore dello spirito critico - anche se sarà tradito da molti che si porranno al suo seguito. Il cristianesimo autentico è la religione filosofica per eccellenza, si è detto. Ed è giusto, per quel tanto che il cristianesimo è critica dei sepolcri. Alla base della libertà, della democrazia, del rispetto della dignità dell’uomo, che la Costituzione europea dichiara di promuovere, c’è quello spirito, cioè la lotta contro le antichissime e le più recenti tirannidi che esigono la cieca accettazione dei loro comandi.
L’atteggiamento critico si estende sin dove gli è possibile. Non si ferma sin quando gli è possibile detronizzare tiranni e abbattere idoli. Si ferma cioè solo dinanzi all’innegabile - e l’innegabile autentico è la verità. «Filo-sofia» significa, alla lettera, «cura per ciò che è luminoso ( saphés )»; e la verità è per essenza ciò che si mantiene nella luce.
Tutte le forme della cultura e della civiltà europea tengono al loro centro questa volontà di verità. Che non può essere regolata da leggi esterne - e in questo senso è «anarchica» -, ma solo dalla legge che prescrive di respingere tutto ciò che può esser respinto - e in questo senso è sommamente non anarchica. È palese l’anima comune della verità, della scienza moderna e della crescente razionalizzazione dell’agire in Europa. E anche dell’arte europea - la quale conduce sì nel sogno, ma perché ha costantemente dinanzi i connotati della veglia, cioè della verità del mondo, da cui vuol prendere provvisorio o definitivo congedo.
Il rapporto alla verità divide gli uomini perché di fronte a essa ogni individuo deve essere solo e perdere in qualche modo di vista quel che fanno gli altri. Non guardava in questa direzione Gesù, quando diceva di esser venuto a portare la spada? Nessuna meraviglia se, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, gli Stati europei, come le antiche città greche, e ripetendo la diaspora degli individui rispetto alla verità, siano così differenti, divergenti, in lotta e liberi gli uni dagli altri. Una libertà, questa, che non ha nulla a che vedere con le degenerazioni dello spirito critico, come la libertà che è licenza delle masse europee e occidentali, o come l’inerzia culturale che trasforma in un dogma lo stesso spirito critico. Del quale il cristianesimo, nel suo sviluppo storico, è stato un grande nemico.
Si comprende quindi che cosa stia al fondo delle riserve di chi avrebbe dovuto inserire nella Costituzione europea il riconoscimento delle nostre «radici cristiane». È breve il tragitto che (indipendentemente dalle intenzioni) conduce da questo riconoscimento a quello della sopravvivenza di tali radici e dunque al riconoscimento che l’Europa è uno Stato cristiano - con l’inevitabile conseguenza che una condotta di vita non cristiana sarebbe una violazione della Costituzione europea. È un’affermazione dello spirito critico che l’Europa non abbia i suoi «Patti Lateranensi».
Fuori discussione, dunque, l’importanza della Costituzione europea. Ma è ancora un passo formale. Più decisivo è come l’Europa possa disporre, sul piano della politica estera, di una «capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari» (art. 40 della Costituzione).
L’Europa non può allontanarsi dagli Stati Uniti, ma può esserne un interlocutore credibile e dunque un valido alleato solo se è militarmente forte. Penso alla forza che, in un mondo sempre più pericoloso, non può essere improvvisata, e che però esiste già, ed è l’armamento nucleare russo. Europa e Russia stanno già da tempo riavvicinandosi.
Come potrebbe essere diversamente? Se si prospetta l’aggregazione della Turchia all’Europa, come ignorare, oltre al resto, che lo «spirito critico» ha condotto in Russia al tramonto del comunismo?
Detto questo, il passo più decisivo incomincia a questo punto: gettar luce nell’abisso inesplorato da cui lo «spirito critico» è emerso.
dagli USA:
nuove terapie per ricchi contro lo stress
In Usa si usa
Contro lo stress il gioco del barbone
di ALESSANDRA FARKAS
NEW YORK - Dopo New York, Montreal, Londra e Parigi, gli organizzatori sono decisi ad esportare la nuova moda per ricchi insoddisfatti in tutte le capitali europee, Roma inclusa. Se ci riusciranno, anche nella "città eterna" politici di grido e manager di successo presto potranno riscattare i propri peccati attraverso lo "Street Retreat", ritiro spirituale (e non solo) sulla strada. Popolarissimo tra i broker di Wall Street che lo praticano nella vicina Bowery, lo street retreat è concepito per mondare lo spirito, non certo il corpo. I partecipanti sono invitati ad indossare stracci e a non lavarsi per una settimana prima di imbarcarsi nel viaggio mistico di tre giorni e due notti tra i topi e la spazzatura dei quartieri più malfamati delle ricche metropoli occidentali.
"Per calarsi nell'esperienza bisogna puzzare, assomigliando a homeless veri - spiega Francisco Lugovina, un monaco buddista del Peacemaker Center di New York, che organizza i ritiri da anni - i partecipanti non possono usare cellulari, orologi, soldi e libri. Sono ammessi solo i sacchi di plastica, per raccogliere cibo dai centri d'accoglienza per poveracci".
Gli effetti del ritiro? "Miracolosi", replica Tom Wolfe, autore del "Falò delle vanità", che ne ha tratto ispirazione per uno dei suoi libri. "E' un'alternativa straordinaria alle costosissime Terme - gli fa eco Robert Dunne, investment bunker - dopo mille diete fallite, è l'unico sistema che mi ha fatto dimagrire".
Ma gli avvocati degli homeless gridano già allo scandalo. "E' un divertimento per ricchi viziati che alla fine del gioco tornano nelle loro ville con piscina e servitù", punta il dito il sociologo Bob Rosen. "Scimmiottare il dramma degli homeless è osceno ed immorale - gli fa eco la psicologa Liz Hase - chi lavora con i senzatetto sa quanto devastante è la vita sulla strada".
La tentazione di scambiarsi i ruoli non è affatto nuova, come testimonia "Il Principe e il Povero" di Mark Twain. "Ma nessun miliardario ha pensato di aprire la propria casa ad un homeless per tre giorni - ribatte Rosen - potrebbe prenderci gusto e rifiutarsi di tornare tra i topi".
Contro lo stress il gioco del barbone
di ALESSANDRA FARKAS
NEW YORK - Dopo New York, Montreal, Londra e Parigi, gli organizzatori sono decisi ad esportare la nuova moda per ricchi insoddisfatti in tutte le capitali europee, Roma inclusa. Se ci riusciranno, anche nella "città eterna" politici di grido e manager di successo presto potranno riscattare i propri peccati attraverso lo "Street Retreat", ritiro spirituale (e non solo) sulla strada. Popolarissimo tra i broker di Wall Street che lo praticano nella vicina Bowery, lo street retreat è concepito per mondare lo spirito, non certo il corpo. I partecipanti sono invitati ad indossare stracci e a non lavarsi per una settimana prima di imbarcarsi nel viaggio mistico di tre giorni e due notti tra i topi e la spazzatura dei quartieri più malfamati delle ricche metropoli occidentali.
"Per calarsi nell'esperienza bisogna puzzare, assomigliando a homeless veri - spiega Francisco Lugovina, un monaco buddista del Peacemaker Center di New York, che organizza i ritiri da anni - i partecipanti non possono usare cellulari, orologi, soldi e libri. Sono ammessi solo i sacchi di plastica, per raccogliere cibo dai centri d'accoglienza per poveracci".
Gli effetti del ritiro? "Miracolosi", replica Tom Wolfe, autore del "Falò delle vanità", che ne ha tratto ispirazione per uno dei suoi libri. "E' un'alternativa straordinaria alle costosissime Terme - gli fa eco Robert Dunne, investment bunker - dopo mille diete fallite, è l'unico sistema che mi ha fatto dimagrire".
Ma gli avvocati degli homeless gridano già allo scandalo. "E' un divertimento per ricchi viziati che alla fine del gioco tornano nelle loro ville con piscina e servitù", punta il dito il sociologo Bob Rosen. "Scimmiottare il dramma degli homeless è osceno ed immorale - gli fa eco la psicologa Liz Hase - chi lavora con i senzatetto sa quanto devastante è la vita sulla strada".
La tentazione di scambiarsi i ruoli non è affatto nuova, come testimonia "Il Principe e il Povero" di Mark Twain. "Ma nessun miliardario ha pensato di aprire la propria casa ad un homeless per tre giorni - ribatte Rosen - potrebbe prenderci gusto e rifiutarsi di tornare tra i topi".
«il modello di sapere razionale ha neutralizzato l'altro da sè»
La Stampa TuttoLibri 19.6.04
Le emozioni fanno bene alla ragione
Come dimostrano l’amore e il dolore, formano i nostri giudizi sul mondo, non c’è logos senza pathos Martha Nussbaum intreccia filosofia e letteratura, Aristotele e gli Stoici con Dante, Proust e Joyce
di Marco Vozza
TRA ragione e passione esiste un disaccordo antico, di cui la filosofia è la principale responsabile. Ripercorrere la storia del pensiero filosofico - almeno da Platone a Kant - significa innanzitutto cogliere le differenti modalità mediante le quali il modello di sapere razionale ha neutralizzato l'altro da sè, individuato nel plesso di emozioni, desideri, affetti e passioni, che agiscono nella vita degli individui determinandone prospettive, valutazioni e decisioni. Il modello aristotelico che utilizza eticamente la forza delle passioni, modificandole razionalmente, che accoglie la ricchezza della struttura cognitiva insita nelle emozioni e nei sentimenti, non è stato certamente quello vincente nella tradizione del pensiero filosofico. Ad esso si contrappone il modello stoico, secondo il quale le passioni vanno estirpate alla radice, modello repressivo la cui influenza sarà ancora avvertita nei testi di Cartesio e di Kant. Alla luce del paradigma normativo introdotto dagli Stoici, ogni credenza espressa attraverso un contenuto emotivo o passionale è da considerarsi falsa o irrazionale. Per gli Stoici le passioni sono giudizi falsi, erronee valutazioni di un anima turbata, da cui il sapiente è immune. Questa istanza logocentrica presuppone una nuova accezione dell'identità della filosofia, concepita in età ellenistica come medicina dell'anima, terapia del desiderio, cura delle malattie causate da false opinioni, così come il sapere medico cerca di lenire quelle causate dal corpo. Ora la filosofia è diventata pharmakon, rimedio, tecnica di ripristino, correttivo terapeutico nei confronti dei dettami naturali affermati dai desideri e dalle passioni. Mentre Aristotele e i suoi seguaci peripatetici si accontentano di moderare le passioni, gli Stoici sostengono che esse vanno risolutamente bandite da quel dominio razionale della saggezza che richiede assoluta imperturbabilità, perenne apathéia, assenza di dolore ma anche privazione affettiva: ogni passione è colpevole di oltraggio alla ragione, di corruzione della verità, di pervertimento del bene, di deviazione dalla retta via; non esistono pertanto passioni moderate, compatibili con l'esercizio della virtù razionale. Le passioni sono la manifestazione di un'astuzia della natura da combattere mediante l'astuzia della ragione; in quanto medicina per l'anima, analgesico per lenire il dolore dell'esistenza, per debellarne la contingenza, la filosofia, piuttosto che assecondare, deve contrastare la natura, deve negare legittimità ai suoi decreti spontanei, diffidando di ogni forma di esperienza sensibile e immediata. Per gli Stoici e per tutti i fautori della neutralizzazione epistemica delle passioni, il logos deve emergere dalle rovine del pathos, la ragione deve trionfare sulla follìa conseguente all'assenso accordato alle impressioni sensibili, all'eccessivo interesse rivolto al mondo esterno, al ritmo delle sue precarie fluttuazioni, ai dettami instabili della carne. Martha Nussbaum ci ha spiegato esemplarmente queste strategie filosofiche di immunizzazione del logos nel volume intitolato Terapia del desiderio (tradotto lodevolmente qualche anno fa da Vita e Pensiero). Nel ricostruire la dottrina ellenistica, l'autrice suggeriva già una prospettiva meno schematica, muovendo dal dubbio che l'ideale di autoderminazione della ragione richieda l'estinzione delle passioni, che il conseguimento dell'eudaimonía implichi il distacco dal mondo; si potrebbe invece immaginare una nozione più estesa di razionalità pratica capace di accogliere sentimenti quali l'amore, la simpatia, lo stupore e la sofferenza, una concezione della verità in cui comprendere il significato di una proposizione non sia più una fredda operazione dell'intelletto analitico bensì un evento che mobiliti una riserva di passioni, anche quelle dolorose, al fine di coinvolgere tutto il proprio essere e predisporlo ad un eventuale cambiamento. Se è dal mondo della vita che scaturiscono e traggono significato le nostre strutture intellettuali, non vi è logos senza pathos, non vi è ragione che non sia alimentata dalla passione, dall'alterità dell'emozione, dalla contingenza dell'affetto, dalla vibrazione del piacere, dalla contrazione del dolore, istanze le quali - lungi dall'ostacolarne la manifestazione - costituiscono la sua irrinunciabile soluzione nutritizia. Queste premesse sono ora sviluppate in modo autonomo in un libro, o meglio in un'enciclopedia di 850 pagine, che costituisce il più importante contributo contemporaneo alla teoria delle emozioni: L'intelligenza delle emozioni (tuttavia, nell'originale del 2001: Upheavals of Thought. The Intelligence of Emotions). Si dovrà premettere che la filosofia degli ultimi due secoli - almeno da Nietzsche in poi - ha operato una cospicua valorizzazione pragmatica delle passioni e, più recentemente, si è assistito al significativo riconoscimento da parte delle neuroscienze del ruolo delle emozioni nella costruzione dei modelli di razionalità (si pensi agli studi di Damasio); ma l'intento della Nussbaum è ancor più ambizioso, volendo dimostrare come le emozioni siano un dispositivo di pensiero capace di conoscere e valutare gli eventi del mondo esterno, che consideriamo rilevanti per il nostro benessere, per la nostra prosperità personale. Pertanto, non soltanto pensieri ed emozioni cooperano nell'attività cognitiva, ma - ben più radicalmente - le emozioni sono pensieri, attive in particolar modo laddove il soggetto scopre la propria passività nei confronti del mondo esterno, la propria ingovernabile vulnerabilità: l'esperienza del dolore e l'elaborazione del lutto sono a tal proposito decisive, come mostra l'autrice analizzando le proprie reazioni di fronte alla malattia e alla morte della madre. Le emozioni sono dunque forme di giudizio valutativo nei confronti di eventi incontrollabili dall'agente, concernenti per lo più il nostro essere in relazione con altri. Con un termine fuorviante perché non privo di ambiguità, Nussbaum considera neostoica la sua teoria delle emozioni, in quanto condivide il presupposto che il logos non può essere partecipe di elementi non-cognitivi, concezione emendata dal falso assunto che le emozioni siano giudizi fallaci. Le emozioni sono sensibili alla configurazione data del mondo esterno, esprimono la consapevolezza dell'autonomia degli eventi contingenti e registrano le modificazioni che essi apportano alla compagine del Sé, ai progetti e alle prospettive coltivate in vista di una auspicabile eudaimonìa, individuale e collettiva. Siamo innanzitutto creature percettive, oltre che inquiete, esposte ad eventi e situazioni mutevoli, che spesso ci feriscono e scardinano il nostro involucro narcisistico, il quale diventa una zavorra quando le nostre emozioni riguardano l'esperienza dell'amore, a cui Nussbaum dedica trecento pagine di stupefacente acume analitico, scegliendo la letteratura - da Dante a Joyce - come terreno elettivo di indagine. Questo libro, che annovera Proust tra gli autori più citati (insieme alla stessa autrice che, in quanto a narcisismo, non ha nulla da invidiare a certi suoi accreditati colleghi), si conclude con un suggestivo tentativo di dimostrare l'improbabile compatibilità dell'amore con l'idea di una vita eticamente accettabile. Notoriamente, Eros non è democratico né liberale e tantomeno persegue il pluralismo o l'interesse collettivo, ma è comunque possibile ipotizzare (favoleggiare?) una riforma etica dell'amore che tuteli l'individualità dell'altro, promuova la compassione e rispetti il requisito di reciprocità. Se abbandonassimo sconsiderati desideri d'onnipotenza, gelosie e prevaricazioni, solipsismi e narcisismi, forse potremmo finalmente fare esperienza di una vita affettivamente connotata dal disinteresse. Ma tutto ciò non compete ad Eros, semmai evoca Philìa.
Le emozioni fanno bene alla ragione
Come dimostrano l’amore e il dolore, formano i nostri giudizi sul mondo, non c’è logos senza pathos Martha Nussbaum intreccia filosofia e letteratura, Aristotele e gli Stoici con Dante, Proust e Joyce
di Marco Vozza
TRA ragione e passione esiste un disaccordo antico, di cui la filosofia è la principale responsabile. Ripercorrere la storia del pensiero filosofico - almeno da Platone a Kant - significa innanzitutto cogliere le differenti modalità mediante le quali il modello di sapere razionale ha neutralizzato l'altro da sè, individuato nel plesso di emozioni, desideri, affetti e passioni, che agiscono nella vita degli individui determinandone prospettive, valutazioni e decisioni. Il modello aristotelico che utilizza eticamente la forza delle passioni, modificandole razionalmente, che accoglie la ricchezza della struttura cognitiva insita nelle emozioni e nei sentimenti, non è stato certamente quello vincente nella tradizione del pensiero filosofico. Ad esso si contrappone il modello stoico, secondo il quale le passioni vanno estirpate alla radice, modello repressivo la cui influenza sarà ancora avvertita nei testi di Cartesio e di Kant. Alla luce del paradigma normativo introdotto dagli Stoici, ogni credenza espressa attraverso un contenuto emotivo o passionale è da considerarsi falsa o irrazionale. Per gli Stoici le passioni sono giudizi falsi, erronee valutazioni di un anima turbata, da cui il sapiente è immune. Questa istanza logocentrica presuppone una nuova accezione dell'identità della filosofia, concepita in età ellenistica come medicina dell'anima, terapia del desiderio, cura delle malattie causate da false opinioni, così come il sapere medico cerca di lenire quelle causate dal corpo. Ora la filosofia è diventata pharmakon, rimedio, tecnica di ripristino, correttivo terapeutico nei confronti dei dettami naturali affermati dai desideri e dalle passioni. Mentre Aristotele e i suoi seguaci peripatetici si accontentano di moderare le passioni, gli Stoici sostengono che esse vanno risolutamente bandite da quel dominio razionale della saggezza che richiede assoluta imperturbabilità, perenne apathéia, assenza di dolore ma anche privazione affettiva: ogni passione è colpevole di oltraggio alla ragione, di corruzione della verità, di pervertimento del bene, di deviazione dalla retta via; non esistono pertanto passioni moderate, compatibili con l'esercizio della virtù razionale. Le passioni sono la manifestazione di un'astuzia della natura da combattere mediante l'astuzia della ragione; in quanto medicina per l'anima, analgesico per lenire il dolore dell'esistenza, per debellarne la contingenza, la filosofia, piuttosto che assecondare, deve contrastare la natura, deve negare legittimità ai suoi decreti spontanei, diffidando di ogni forma di esperienza sensibile e immediata. Per gli Stoici e per tutti i fautori della neutralizzazione epistemica delle passioni, il logos deve emergere dalle rovine del pathos, la ragione deve trionfare sulla follìa conseguente all'assenso accordato alle impressioni sensibili, all'eccessivo interesse rivolto al mondo esterno, al ritmo delle sue precarie fluttuazioni, ai dettami instabili della carne. Martha Nussbaum ci ha spiegato esemplarmente queste strategie filosofiche di immunizzazione del logos nel volume intitolato Terapia del desiderio (tradotto lodevolmente qualche anno fa da Vita e Pensiero). Nel ricostruire la dottrina ellenistica, l'autrice suggeriva già una prospettiva meno schematica, muovendo dal dubbio che l'ideale di autoderminazione della ragione richieda l'estinzione delle passioni, che il conseguimento dell'eudaimonía implichi il distacco dal mondo; si potrebbe invece immaginare una nozione più estesa di razionalità pratica capace di accogliere sentimenti quali l'amore, la simpatia, lo stupore e la sofferenza, una concezione della verità in cui comprendere il significato di una proposizione non sia più una fredda operazione dell'intelletto analitico bensì un evento che mobiliti una riserva di passioni, anche quelle dolorose, al fine di coinvolgere tutto il proprio essere e predisporlo ad un eventuale cambiamento. Se è dal mondo della vita che scaturiscono e traggono significato le nostre strutture intellettuali, non vi è logos senza pathos, non vi è ragione che non sia alimentata dalla passione, dall'alterità dell'emozione, dalla contingenza dell'affetto, dalla vibrazione del piacere, dalla contrazione del dolore, istanze le quali - lungi dall'ostacolarne la manifestazione - costituiscono la sua irrinunciabile soluzione nutritizia. Queste premesse sono ora sviluppate in modo autonomo in un libro, o meglio in un'enciclopedia di 850 pagine, che costituisce il più importante contributo contemporaneo alla teoria delle emozioni: L'intelligenza delle emozioni (tuttavia, nell'originale del 2001: Upheavals of Thought. The Intelligence of Emotions). Si dovrà premettere che la filosofia degli ultimi due secoli - almeno da Nietzsche in poi - ha operato una cospicua valorizzazione pragmatica delle passioni e, più recentemente, si è assistito al significativo riconoscimento da parte delle neuroscienze del ruolo delle emozioni nella costruzione dei modelli di razionalità (si pensi agli studi di Damasio); ma l'intento della Nussbaum è ancor più ambizioso, volendo dimostrare come le emozioni siano un dispositivo di pensiero capace di conoscere e valutare gli eventi del mondo esterno, che consideriamo rilevanti per il nostro benessere, per la nostra prosperità personale. Pertanto, non soltanto pensieri ed emozioni cooperano nell'attività cognitiva, ma - ben più radicalmente - le emozioni sono pensieri, attive in particolar modo laddove il soggetto scopre la propria passività nei confronti del mondo esterno, la propria ingovernabile vulnerabilità: l'esperienza del dolore e l'elaborazione del lutto sono a tal proposito decisive, come mostra l'autrice analizzando le proprie reazioni di fronte alla malattia e alla morte della madre. Le emozioni sono dunque forme di giudizio valutativo nei confronti di eventi incontrollabili dall'agente, concernenti per lo più il nostro essere in relazione con altri. Con un termine fuorviante perché non privo di ambiguità, Nussbaum considera neostoica la sua teoria delle emozioni, in quanto condivide il presupposto che il logos non può essere partecipe di elementi non-cognitivi, concezione emendata dal falso assunto che le emozioni siano giudizi fallaci. Le emozioni sono sensibili alla configurazione data del mondo esterno, esprimono la consapevolezza dell'autonomia degli eventi contingenti e registrano le modificazioni che essi apportano alla compagine del Sé, ai progetti e alle prospettive coltivate in vista di una auspicabile eudaimonìa, individuale e collettiva. Siamo innanzitutto creature percettive, oltre che inquiete, esposte ad eventi e situazioni mutevoli, che spesso ci feriscono e scardinano il nostro involucro narcisistico, il quale diventa una zavorra quando le nostre emozioni riguardano l'esperienza dell'amore, a cui Nussbaum dedica trecento pagine di stupefacente acume analitico, scegliendo la letteratura - da Dante a Joyce - come terreno elettivo di indagine. Questo libro, che annovera Proust tra gli autori più citati (insieme alla stessa autrice che, in quanto a narcisismo, non ha nulla da invidiare a certi suoi accreditati colleghi), si conclude con un suggestivo tentativo di dimostrare l'improbabile compatibilità dell'amore con l'idea di una vita eticamente accettabile. Notoriamente, Eros non è democratico né liberale e tantomeno persegue il pluralismo o l'interesse collettivo, ma è comunque possibile ipotizzare (favoleggiare?) una riforma etica dell'amore che tuteli l'individualità dell'altro, promuova la compassione e rispetti il requisito di reciprocità. Se abbandonassimo sconsiderati desideri d'onnipotenza, gelosie e prevaricazioni, solipsismi e narcisismi, forse potremmo finalmente fare esperienza di una vita affettivamente connotata dal disinteresse. Ma tutto ciò non compete ad Eros, semmai evoca Philìa.
«depressione e ansia sono autentiche malattie sociali»
La Stampa TuttoLibri 19.6.04
Ma siamo sempre più tristi
Specie tra i giovani cresce il disagio psichico in un’epoca di incertezza, di fronte a un futuro visto come minaccia, individui solitari, con legami e affetti effimeri, liquidi: le analisi concordi di Benasayag e Schmit e di Zygmunt Bauman
di Lelio Demichelis
SIAMO tristi e ansiosi, chiusi e impauriti, ma viviamo in società esasperatamente edoniste. Se tutto è permesso, perché non farlo? Eppure, depressione e ansia sono autentiche malattie sociali. Una contraddizione? No. Miguel Benasayag e Gérard Schmit - filosofo e psicanalista il primo, psichiatra infantile il secondo - operano in Francia nel campo dei servizi di aiuto psicologico al disagio giovanile. Hanno scritto un libro splendido, da leggere e meditare, L’epoca delle passioni tristi. Preoccupati dal dilagare delle patologie psichiche tra i giovani, i due autori hanno cercato di capirne le cause. Ad essere in crisi è oggi soprattutto (prima di tutto) la società, ma è una crisi diversissima da quelle del passato, perché ribalta i suoi fondamenti culturali e simbolici. Una società attraversata oggi da quelle che Spinoza chiamava appunto «passioni tristi», riferendosi non alla tristezza del pianto ma all’impotenza e alla disgregazione. Impotenza per una realtà che non si controlla e che si subisce; disgregazione per la svalutazione di valori e legami. I legami tra persone, soprattutto, oggi debolissimi, fragili. Già Aristotele - ricordano Benasayag e Schmit - spiegava che «schiavo è colui che non ha legami. Libero è invece colui che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri e il luogo in cui vive. Paradossalmente - concludono - la nostra società ha un ideale di libertà che somiglia alla vita dello schiavo secondo Aristotele». Oggi davvero siamo sempre più «individui» solitari, sempre meno «persone» capaci di legami e di ascolto. E la novità: le crisi psichiche individuali «avvengono in effetti in una società essa stessa in crisi». Una società - dominata dalla tecnica, dalla logica economicistica e dal bisogno di confermare incessantemente questo «ordine» che cura con i farmaci e non con l’ascolto del paziente. Quell’ascolto che oggi le nostre società (e non solo la medicina) hanno quasi del tutto rimosso. Ogni paziente è invece sempre e soprattutto una «persona» e come tale andrebbe trattata. «Persona» implica qualcosa di molteplice e di aperto al mondo, mai etichettabile rigidamente, mai classificabile «a priori» secondo questionari astratti e modelli preconfezionati di patologie, secondo una certa psicanalisi. Ma la tecnica non ama il molteplice, deve sempre ridurlo a norma, a standard. Anche la medicina. Come la società intera. Qualcosa di radicalmente nuovo è successo: il futuro ha cambiato «segno». Un paradosso astratto? No. «Assistiamo infatti, nella civiltà occidentale al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro». Trionfa l’incertezza. Non che sia sempre negativa, l’incertezza, anzi. Ma certo siamo passati dal mito «dell’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia ad un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo». Il mondo non più come «promessa» e come Futuro/Progresso da costruire, dunque, ma come «minaccia» incessante. Ecco allora la paura, la chiusura in se stessi ma anche l’educazione dei giovani alla competizione, al successo, al far da soli. Libero davvero è solo colui che domina, dicono il pensiero (il conformismo) contemporaneo e la nuova pedagogia sociale. Alla fine non si domina nulla, nemmeno se stessi. Perché (ci) siamo privati di quella cosa fondamentale che si chiama legami. Come uscirne? Con la clinica della situazione e dell’accompagnamento, come la definiscono Benasayag e Schmit - dell’ascolto soprattutto. «Dobbiamo sostenere i legami concreti che spingono le persone fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle in nome degli ideali individualistici». Che sono ideali fasulli, utili solo ad un nuovo ordine sociale.
Ma come creare legami se il modello dominante è fondato su legami deboli, transitori, effimeri, da consumare rapidamente? Anche nell’amore, ma non solo: ed ecco allora questo Amore liquido di Zygmunt Bauman, uno dei maggiori sociologi di oggi, teorico proprio di quella modernità liquida che ha preso il posto della vecchia modernità pesante, vecchia fabbrica e vecchia società di massa. Legami oggi da poter sciogliere e interrompere come se si cliccasse col mouse e si uscisse dal collegamento. Non legami finché morte non ci separi, dunque, ma legami deliberatamente deboli. Con un di più. Quell’homo oeconomicus «solitario, egoistico ed egocentrico» unito all’homo consumens, altrettanto «solitario, egoista ed egocentrico» che non conosce altra cura per la propria solitudine che il consumare eterodiretto. «Sono uomini e donne privi di legami sociali, gli abitanti ideali dell’economia di mercato e il genere di persone che fanno felici gli analisti del Pil». Cosa può, contro questo meccanismo, l’economia morale, il dono, l’aiuto? Chi crede davvero di dover amare il prossimo suo come se stesso? Come ri-creare legami e solidarietà? L’analisi di Bauman è come sempre efficace. E feroce: la solidarietà umana - scrive - «è la prima vittima dei trionfi del mercato dei consumi». A conferma che è la società ad essere malata.
Ma siamo sempre più tristi
Specie tra i giovani cresce il disagio psichico in un’epoca di incertezza, di fronte a un futuro visto come minaccia, individui solitari, con legami e affetti effimeri, liquidi: le analisi concordi di Benasayag e Schmit e di Zygmunt Bauman
di Lelio Demichelis
SIAMO tristi e ansiosi, chiusi e impauriti, ma viviamo in società esasperatamente edoniste. Se tutto è permesso, perché non farlo? Eppure, depressione e ansia sono autentiche malattie sociali. Una contraddizione? No. Miguel Benasayag e Gérard Schmit - filosofo e psicanalista il primo, psichiatra infantile il secondo - operano in Francia nel campo dei servizi di aiuto psicologico al disagio giovanile. Hanno scritto un libro splendido, da leggere e meditare, L’epoca delle passioni tristi. Preoccupati dal dilagare delle patologie psichiche tra i giovani, i due autori hanno cercato di capirne le cause. Ad essere in crisi è oggi soprattutto (prima di tutto) la società, ma è una crisi diversissima da quelle del passato, perché ribalta i suoi fondamenti culturali e simbolici. Una società attraversata oggi da quelle che Spinoza chiamava appunto «passioni tristi», riferendosi non alla tristezza del pianto ma all’impotenza e alla disgregazione. Impotenza per una realtà che non si controlla e che si subisce; disgregazione per la svalutazione di valori e legami. I legami tra persone, soprattutto, oggi debolissimi, fragili. Già Aristotele - ricordano Benasayag e Schmit - spiegava che «schiavo è colui che non ha legami. Libero è invece colui che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri e il luogo in cui vive. Paradossalmente - concludono - la nostra società ha un ideale di libertà che somiglia alla vita dello schiavo secondo Aristotele». Oggi davvero siamo sempre più «individui» solitari, sempre meno «persone» capaci di legami e di ascolto. E la novità: le crisi psichiche individuali «avvengono in effetti in una società essa stessa in crisi». Una società - dominata dalla tecnica, dalla logica economicistica e dal bisogno di confermare incessantemente questo «ordine» che cura con i farmaci e non con l’ascolto del paziente. Quell’ascolto che oggi le nostre società (e non solo la medicina) hanno quasi del tutto rimosso. Ogni paziente è invece sempre e soprattutto una «persona» e come tale andrebbe trattata. «Persona» implica qualcosa di molteplice e di aperto al mondo, mai etichettabile rigidamente, mai classificabile «a priori» secondo questionari astratti e modelli preconfezionati di patologie, secondo una certa psicanalisi. Ma la tecnica non ama il molteplice, deve sempre ridurlo a norma, a standard. Anche la medicina. Come la società intera. Qualcosa di radicalmente nuovo è successo: il futuro ha cambiato «segno». Un paradosso astratto? No. «Assistiamo infatti, nella civiltà occidentale al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro». Trionfa l’incertezza. Non che sia sempre negativa, l’incertezza, anzi. Ma certo siamo passati dal mito «dell’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia ad un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo». Il mondo non più come «promessa» e come Futuro/Progresso da costruire, dunque, ma come «minaccia» incessante. Ecco allora la paura, la chiusura in se stessi ma anche l’educazione dei giovani alla competizione, al successo, al far da soli. Libero davvero è solo colui che domina, dicono il pensiero (il conformismo) contemporaneo e la nuova pedagogia sociale. Alla fine non si domina nulla, nemmeno se stessi. Perché (ci) siamo privati di quella cosa fondamentale che si chiama legami. Come uscirne? Con la clinica della situazione e dell’accompagnamento, come la definiscono Benasayag e Schmit - dell’ascolto soprattutto. «Dobbiamo sostenere i legami concreti che spingono le persone fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle in nome degli ideali individualistici». Che sono ideali fasulli, utili solo ad un nuovo ordine sociale.
Ma come creare legami se il modello dominante è fondato su legami deboli, transitori, effimeri, da consumare rapidamente? Anche nell’amore, ma non solo: ed ecco allora questo Amore liquido di Zygmunt Bauman, uno dei maggiori sociologi di oggi, teorico proprio di quella modernità liquida che ha preso il posto della vecchia modernità pesante, vecchia fabbrica e vecchia società di massa. Legami oggi da poter sciogliere e interrompere come se si cliccasse col mouse e si uscisse dal collegamento. Non legami finché morte non ci separi, dunque, ma legami deliberatamente deboli. Con un di più. Quell’homo oeconomicus «solitario, egoistico ed egocentrico» unito all’homo consumens, altrettanto «solitario, egoista ed egocentrico» che non conosce altra cura per la propria solitudine che il consumare eterodiretto. «Sono uomini e donne privi di legami sociali, gli abitanti ideali dell’economia di mercato e il genere di persone che fanno felici gli analisti del Pil». Cosa può, contro questo meccanismo, l’economia morale, il dono, l’aiuto? Chi crede davvero di dover amare il prossimo suo come se stesso? Come ri-creare legami e solidarietà? L’analisi di Bauman è come sempre efficace. E feroce: la solidarietà umana - scrive - «è la prima vittima dei trionfi del mercato dei consumi». A conferma che è la società ad essere malata.
da Repubblica:
il canale del parto
il canale del parto
una segnalato da Rita e da Tonino Scrimenti
Dall’inserto di Repubblica "Salute" del 17 giugno 2004 .
IL NEONATO PER USCIRE DAL CORPO DELLA MAMMA È SOTTOPOSTO A VIOLENTI SFORZI COSI’ IL FETO PRODUCE LIVELLI ELEVATISSIMI DI CATECOLAMINE, ADRENALINA E NORADRENALINA CHE GLI CONSENTONO DI ADATTARSI AL MONDO ESTERNO
di Johann Rossi Mason
Venire al mondo dopo nove mesi in cui si è stati protetti e cullati dal ventre materno è certamente un evento stressante. Tanto che sembra che nella parte più profonda della nostra mente, in particolari momenti, vi sia un desiderio intenso di tornare alla beatitudine del ventre materno. Nascere quindi, e affrontare un mondo completamente nuovo, di luci violente, di suoni non più ovattati, di sensazioni tattili e sensoriali intense, non più mediate dal tiepido liquido amniotico. Un bel impegno per un esserino che viene al mondo completamente dipendente dalle cure materne per sopravvivere. Un vero e proprio stress, direbbero alcuni, in quanto sicuramente la nascita è un evento stressante: l'importante è che dopo il neonato ritrovi la serenità grazie alle amorevoli cure di una madre "sufficientemente buona".
Ma purtroppo non è sempre così, e studi sulla fisiologia dello stress, unitamente alla valutazione del comportamento dei neonati come indicatore di disagio, ci pone il dubbio che questi bambini vengano al mondo un po' più stanchi, un po' più provati e, pertanto, quasi già stressati al primo vagito.
Il neonato durante il travaglio è costretto nel canale del parto per diverse ore: la testa è sottoposta aduna forte pressione, l'ossigeno va e viene a causa delle contrazioni dell'utero. Per nascere il feto produce livelli elevatissimi di catecolamine, adrenalina e noradrenalina, che gli consentiranno di adattarsi all'ambiente esterno. I picchi ormonali servono a liberare i polmoni e a prepararli al primo respiro, grassi e glicogeno vengono messi a disposizione come fonte di energia e per fronteggiare le prime ore in attesa ella prima poppata al seno o al biberon. Dopo questo vero e proprio tour de force, tutto torna alla normalità. E' la quiete dopo la tempesta ormonale. Il neonato è pronto per il primo, magico incontro con la madre e poi riposerà tranquillo, per recuperare le forze.
Diverso è il caso in cui, al contrario, il neonato è sottoposto a stimoli stressanti da periodi prolungati precedenti al parto e rimane sottoposto all'azione degli stressor ambientali anche nelle settimane dopo la nascita sino al compimento del primo anno di vita. Tuttavia tale condizione è una risposta adattiva rispetto a stimoli esterni che tendono a turbare l'equilibrio del nostro organismo. Un esempio lo fornisce il professor Andrea Sgoifo, capo del Laboratorio di Fisiologia dello Stress all'Università di Parma: «Immaginiamo di camminare, di notte, in una zona della città che ci è familiare. Tutto è tranquillo, siamo rilassati. Ad un certo punto percepiamo un rumore improvviso, che innesca una serie di reazioni fisiologiche: il cuore accelera, la pressione sanguigna aumenta, il sangue affluisce ai muscoli. Le pupille si dilatano per favorire la vista al buio, intanto gli zuccheri depositati nel fegato vengono riversati nel sangue in modo di mettere a disposizione un carburante di pronto utilizzo nel caso di fuga o di lotta. Magari cominciamo a sudare, per dissipare il calore in eccesso e mettere i muscoli in condizione di lavorare alle condizioni ottimali. Si attiva un insieme di meccanismi nervosi e ormonali che immettono in circolo le famose catecolamine o più semplicemente gli 'ormoni dello stress' in particolare adrenalina e noradrenalina».
Può accadere che lo stimolo di allerta resti alterato nel tempo e ciò indica una situazione continua in cui alcuni valori sono alterati. Aggiunge Sgoifo: «Nello stress cronico rimangono stabilmente modificati alcuni neurotrasmettitori (come la serotonina), ormoni (come il cortisolo) finanche alcuni parametri fisiologici (come la pressione sanguigna): questa situazione può rappresentare un fattore di rischio anche per l'insorgenza di patologie o peggiorarne lo stato».
**Tonino**
Dall’inserto di Repubblica "Salute" del 17 giugno 2004 .
IL NEONATO PER USCIRE DAL CORPO DELLA MAMMA È SOTTOPOSTO A VIOLENTI SFORZI COSI’ IL FETO PRODUCE LIVELLI ELEVATISSIMI DI CATECOLAMINE, ADRENALINA E NORADRENALINA CHE GLI CONSENTONO DI ADATTARSI AL MONDO ESTERNO
di Johann Rossi Mason
Venire al mondo dopo nove mesi in cui si è stati protetti e cullati dal ventre materno è certamente un evento stressante. Tanto che sembra che nella parte più profonda della nostra mente, in particolari momenti, vi sia un desiderio intenso di tornare alla beatitudine del ventre materno. Nascere quindi, e affrontare un mondo completamente nuovo, di luci violente, di suoni non più ovattati, di sensazioni tattili e sensoriali intense, non più mediate dal tiepido liquido amniotico. Un bel impegno per un esserino che viene al mondo completamente dipendente dalle cure materne per sopravvivere. Un vero e proprio stress, direbbero alcuni, in quanto sicuramente la nascita è un evento stressante: l'importante è che dopo il neonato ritrovi la serenità grazie alle amorevoli cure di una madre "sufficientemente buona".
Ma purtroppo non è sempre così, e studi sulla fisiologia dello stress, unitamente alla valutazione del comportamento dei neonati come indicatore di disagio, ci pone il dubbio che questi bambini vengano al mondo un po' più stanchi, un po' più provati e, pertanto, quasi già stressati al primo vagito.
Il neonato durante il travaglio è costretto nel canale del parto per diverse ore: la testa è sottoposta aduna forte pressione, l'ossigeno va e viene a causa delle contrazioni dell'utero. Per nascere il feto produce livelli elevatissimi di catecolamine, adrenalina e noradrenalina, che gli consentiranno di adattarsi all'ambiente esterno. I picchi ormonali servono a liberare i polmoni e a prepararli al primo respiro, grassi e glicogeno vengono messi a disposizione come fonte di energia e per fronteggiare le prime ore in attesa ella prima poppata al seno o al biberon. Dopo questo vero e proprio tour de force, tutto torna alla normalità. E' la quiete dopo la tempesta ormonale. Il neonato è pronto per il primo, magico incontro con la madre e poi riposerà tranquillo, per recuperare le forze.
Diverso è il caso in cui, al contrario, il neonato è sottoposto a stimoli stressanti da periodi prolungati precedenti al parto e rimane sottoposto all'azione degli stressor ambientali anche nelle settimane dopo la nascita sino al compimento del primo anno di vita. Tuttavia tale condizione è una risposta adattiva rispetto a stimoli esterni che tendono a turbare l'equilibrio del nostro organismo. Un esempio lo fornisce il professor Andrea Sgoifo, capo del Laboratorio di Fisiologia dello Stress all'Università di Parma: «Immaginiamo di camminare, di notte, in una zona della città che ci è familiare. Tutto è tranquillo, siamo rilassati. Ad un certo punto percepiamo un rumore improvviso, che innesca una serie di reazioni fisiologiche: il cuore accelera, la pressione sanguigna aumenta, il sangue affluisce ai muscoli. Le pupille si dilatano per favorire la vista al buio, intanto gli zuccheri depositati nel fegato vengono riversati nel sangue in modo di mettere a disposizione un carburante di pronto utilizzo nel caso di fuga o di lotta. Magari cominciamo a sudare, per dissipare il calore in eccesso e mettere i muscoli in condizione di lavorare alle condizioni ottimali. Si attiva un insieme di meccanismi nervosi e ormonali che immettono in circolo le famose catecolamine o più semplicemente gli 'ormoni dello stress' in particolare adrenalina e noradrenalina».
Può accadere che lo stimolo di allerta resti alterato nel tempo e ciò indica una situazione continua in cui alcuni valori sono alterati. Aggiunge Sgoifo: «Nello stress cronico rimangono stabilmente modificati alcuni neurotrasmettitori (come la serotonina), ormoni (come il cortisolo) finanche alcuni parametri fisiologici (come la pressione sanguigna): questa situazione può rappresentare un fattore di rischio anche per l'insorgenza di patologie o peggiorarne lo stato».
**Tonino**
LE IMMAGINI DI LATMOS SU MAWIVIDEO
Le immagini di Latmos sono visibili collegandosi con un click al seguente indirizzo:
www.mawivideo.it/latmos.html
(puoi leggere su questo stesso blog - più sotto, in data 10.6 - alcune informazioni anche sulla Mostra in corso al Museo Archeologico di Napoli fino al 31 luglio, e un articolo di Repubblica a proposito di questo sito archeologico della Turchia occidentale)
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