sabato 9 ottobre 2004

la religione americana

Repubblica 9.10.04
La religione dell'America di Bush
Da Reagan alle attuali strategie globali, ecco come Dio entra nella politica
Il nuovo fondamentalismo protestante e il peso elettorale sulla presidenza
di ALEXANDER STILLE

Qualche tempo fa George Bush si è trovato in una posizione difficile, con l´ansia di perdere un importante pilastro della sua base elettorale: i conservatori religiosi. Lo stato del Massachussets aveva dato il via libera ai matrimoni gay e le coppie omosessuali correvano a San Francisco a procurarsi licenze di matrimonio. In breve, molti conservatori religiosi avevano l´impressione che l´America, ai loro occhi una sorta di Nuova Gerusalemme, si stesse trasformando in Sodoma e Gomorra senza che il "loro" presidente alzasse un dito.
Un primo colpo di avvertimento fu sparato sotto forma di un lungo articolo del Washington Times in cui venivano riportate le affermazioni di numerosi esponenti di spicco dei conservatori religiosi che ventilavano l´ipotesi di un astensionismo da parte dei membri delle loro organizzazioni alle presidenziali di novembre se Bush li avesse lasciati soli su questo importantissimo tema.
«I nostri leader non possono affatto garantire un ampia affluenza alle urne se il presidente dimostra incertezza su cosa è giusto dal punto di vista morale e non prende una posizione autorevole su questo tema come ha fatto per la guerra in Iraq», spiega Sandy Rios, presidentessa di un gruppo denominato Concerned Women of America, per poi aggiungere : «La forza di questo presidente sta nelle sue convinzioni, ma la nostra gente non apprezza la sua indecisione e la mancanza di autorevolezza su un tema fondamentale come la santità del matrimonio».
Bush e i suoi consiglieri politici tengono in alta considerazione le opinioni dei cristiani evangelici, cui il presidente è legato da autentica affinità culturale. Bush ha spesso fatto riferimento nei suoi discorsi alla conversione religiosa grazie alla quale uscì da una situazione imprenditoriale senza sbocco e da un serio problema di alcolismo entrando a far parte di un gruppo di riflessione sulla Bibbia e rinunciando all´alcool. Senza la grazia salvifica di Gesù Cristo, ha detto, oggi non si troverebbe alla Casa Bianca.
E neanche senza il sostegno elettorale dei conservatori religiosi. La destra religiosa divenne una vera e propria forza con l´elezione di Ronald Reagan e la forte concentrazione di evangelici bianchi. Nel 1994 due elettori repubblicani su cinque si definivano conservatori religiosi. La loro imponente presenza negli stati del sud ha contribuito a fare di quella parte del paese una roccaforte pressoché inespugnabile del partito repubblicano. Gran parte degli evangelici non sono benestanti ed hanno ben poco in comune con i grandi imprenditori che finanziano la campagna di Bush, quindi l´esplicito richiamo ai valori religiosi ha conferito ai repubblicani un potere di attrazione trasversale tra le classi sociali. Karl Rove, massimo stratega della campagna elettorale di Bush, ha detto di voler portare alle urne quei conservatori religiosi che non hanno votato nelle passate elezioni (da quattro a sei milioni, secondo le stime).
Bush sembra incarnare la risposta alle preghiere dei conservatori religiosi. A differenza di molti politici che aspirano a conquistare il loro voto, egli parla il loro linguaggio. Bush padre era un repubblicano di un´altra generazione, un metodista cresciuto nello stato settentrionale del Connecticut che raramente faceva accenno alla religione in pubblico. Bush giovane è invece membro di una chiesa battista del sud a forte componente evangelica e non ha nessuna difficoltà a rendere pubblica testimonianza di fede. Gli incontri di preghiera sono oggi di routine alla Casa Banca e i conservatori religiosi occupano posizioni chiave nell´amministrazione. Fu proprio per enfatizzare il tono religioso delle parole del presidente che uno dei principali autori dei discorsi di Bush , cristiano evangelico, ha coniato il famoso termine "asse del male", trasformando la dizione originale "asse dell´odio". Il discorso sullo Stato dell´unione nel 2003 nel riferirsi al «potere miracoloso della bontà, dell´idealismo e della fede del popolo americano» riecheggiava un noto inno protestante.
La "limpidezza morale" di Bush sul terrorismo, la netta divisione del mondo tra "i malfattori" e le forze del bene, ha grande presa sulla base elettorale religiosa. Secondo un recente sondaggio il quarantaquattro per cento degli americani crede che Dio abbia assegnato la terra che oggi è Israele al popolo ebraico, mentre una minoranza significativa pari al trentasei per cento, pensa che lo stato di Israele rappresenti l´adempimento della profezia biblica sulla seconda venuta di Gesù. Benché Bush non sia arrivato ad affermare di essere l´unto del signore, destinato da dio a guidare il paese attraverso la crisi del terrorismo, molti dei suoi seguaci religiosi ne sono convinti.
Eppure, paradossalmente, avere uno dei loro alla Casa Bianca ha creato dei problemi seri ai conservatori religiosi. La raccolta di fondi è in calo, attaccare dall´esterno il potere è più congeniale a questi gruppi che farne parte.
La realtà è che, a dispetto di tutto il loro potere apparente, i conservatori religiosi hanno realizzato sono una minima parte del loro programma politico. A meno di non creare una versione cristiana della shariah non è chiaro come saranno in grado di realizzare la loro visione di una società religiosa. Nulla hanno potuto per capovolgere le diffuse tendenze della società americana contrarie, nella loro ottica, ad una visione religiosa della società: la separazione tra chiesa e stato, il diritto all´aborto, la laicità della scuola, l´alta percentuale di rapporti sessuali prematrimoniali e di divorzi, la conquista di più ampi diritti alle donne e il sempre più deciso sostegno alla causa dei diritti omosessuali.
«Non voglio dar la colpa al presidente, ma i conservatori religiosi sono in politica da 25 anni e, su tutti i fronti che più stanno loro a cuore le cose vanno di male in peggio», commenta Gary Bauer, presidente di American Values. «Il movimento per i diritti dei gay è più forte, la cultura americana più decadente, non è stata salvata la vita di un solo neonato, la pornografia è entrata nel soggiorno di casa e non si può guardare il Super Bowl senza star pronti a cambiare canale».
Parte del problema è legato al fatto che i conservatori religiosi non hanno mai preso coscienza delle contraddizioni del movimento conservatore americano indicate molti anni fa dal sociologo Daniel Bell. Il Partito Repubblicano ha unito sotto la sua ala sostenitori della libera economia di mercato contrari a quasi tutte le restrizioni dello sviluppo commerciale e conservatori religiosi, ma solo il primo gruppo ha davvero realizzato i propri obiettivi: la deregulation dei mercati e l´eliminazione di quasi tutti gli ostacoli allo sviluppo commerciale e alla realizzazione individuale. La "ricerca della felicità" e l´esaltazione della ricchezza e del successo favoriscono lo sviluppo di una società fondata sui diritti individuali, piuttosto che su valori morali assoluti, una società sempre più materialista in cui il titillamento sessuale è un ottimo strumento di vendita e movimenti come quelli dei diritti delle donne e dei gay rappresentano importanti nicchie di mercato.
Inizialmente si pensava che il via libera dei tribunali ai matrimoni gay potesse creare seri problemi ai democratici, ma ironicamente potrebbe crearli ancor più gravi a Bush e ai repubblicani. Anche se la maggioranza degli americani è contraria all´idea del matrimonio tra gay, molti repubblicani sono in imbarazzo di fronte all´ipotesi di modificare la costituzione introducendo una specifica discriminazione nei confronti degli omosessuali. Si dice che persino la moglie di Bush, Laura, sia contraria e il presidente si è trincerato in un silenzio piuttosto eloquente dopo aver annunciato il proprio sostegno alla proposta di emendamento. In realtà è una mossa che potrebbe costargli più voti di quanti gliene possa guadagnare. I repubblicani moderati, come Arnold Schwarzenegger in California e il sindaco di New York Mike Bloomberg hanno indicato che non si opporrebbero ad un disegno di legge che legalizzi i matrimoni gay nei loro rispettivi stati, indebolendo la posizione di Bush all´interno del suo stesso partito. Negli ultimi dieci anni l´atteggiamento degli americani verso l´omosessualità è stato improntato ad una sempre maggiore tolleranza e l´opposizione ai matrimoni gay è particolarmente debole tra i giovani, anche tra quelli credenti. La società di mercato, se non altro, è una società tollerante.
Traduzione di Emilia Benghi

stessa pagina
INTERVISTA A BRUCE LINCOLN, DOCENTE ALLA CHICAGO UNIVERSITY
SE IL BENE E IL MALE NON HANNO SFUMATURE
Molti protestanti evangelici hanno visto l´Iraq come la realizzazione della profezia biblica su Babilonia. Bush non ha mai condannato questa visione escatologica
ROBERTO FESTA

«L´America vive una fase di "great awekening", di risveglio religioso di massa. E´ un dato ricorrente della nostra storia». Bruce Lincoln è professore di religione a Chicago University. Ha scritto Holy Terrors: Thinking About Religion After September 11, bella analisi del ruolo giocato dalle religioni nella fase post-11 settembre, tra guerre sante e war on terror. Dal suo ufficio di Chicago racconta dell´intreccio tra politica e religione, delle trasformazioni dello spirito religioso in America, della fede che ispira l´azione di George Bush.
Bruce Lincoln, che forme prende questo "risveglio religioso" in America?
«Le più diverse. Aumenta la partecipazione alle classi di lettura collettiva della Bibbia. Cresce il numero di chi frequenta i luoghi di culto. Tende a cadere la barriera tra stato e chiesa, da sempre una costante della società americana. Oggi lo stato finanzia gli istituti religiosi che si occupano di assistenza sociale: un fatto impensabile fino a qualche anno fa».
Cambia anche l´equilibrio tra le diverse confessioni?
«Sì, certo. Un tempo le sette protestanti prevalenti erano quelle degli episcopaliani, dei presbiteriani, dei congregazionalisti, espressione delle élite ricche, borghesi, religiosamente moderate. Questi gruppi sono ora in declino. Aumenta invece l´influenza dei protestanti evangelici e carismatici, portatori di una religiosità molto più fervida, semplificata da un punto di vista teologico, meno tollerante, più apertamente razzista e aggressivamente patriarcale, che qui in America muove soprattutto dal Sud e dal Midwest. E´ una religiosità che va di pari passo con uno spostamento a destra del nostro asse politico. In questo momento rappresentano circa il 40-45% della popolazione religiosa. Un dato notevole, e in continuo aumento».
E´ questa la cultura religiosa che alimenta la politica di George Bush?
«Sì, Bush esce dall´ambiente del protestantesimo evangelico. I suoi biografi ufficiali ci dicono che legge la Bibbia ogni giorno. In effetti il presidente mostra una forte vocazione religiosa. Pensa di essere stato chiamato da Dio alla presidenza; dichiara l´unicità storica degli Stati Uniti, un paese scelto da Dio per redimere il mondo. Bush ha anche definito questa sua fede con un nome: "teologia della libertà". E´ qualcosa di molto vago, che lui spiega con la volontà divina di liberare l´intero genere umano da oppressione e schiavitù. In questa visione, le truppe americane sarebbero uno strumento per promuovere la libertà voluta da Dio».
E´ una fede che presenta forti elementi di messianismo, un´ansia profetica di rinnovamento sociale?
«Soltanto in parte. A differenza di Ronald Reagan, Bush non ha mai dato spazio all´escatologismo e alle varie profezie su fine del mondo, Armageddon e scontro finale in Terrasanta. Non ci sono prove di suoi legami con noti millenaristi apocalittici come Tim LaHaye. Piuttosto sono i gruppi religiosi che lo sostengono a lasciarsi andare a spinte apertamente messianiche. Molti protestanti evangelici hanno visto l´Iraq come la realizzazione della profezia biblica su Babilonia; per loro Saddam Hussein è l´Anticristo, Bagdad la moderna Babilonia. Le profezie contenute nell´Apocalisse si sarebbero realizzate proprio a Bagdad. Bush non ha mai incoraggiato esplicitamente queste idee, ma non le ha nemmeno apertamente condannate».
La "teologia della libertà" di George Bush è condivisa da altri membri dell´amministrazione?
«Non esagererei l´influenza della religione nell´attuale amministrazione. Tra i politici più devoti ci sono Donald Evans, ministro del commercio, un vecchio amico di Bush: in Texas frequentavano insieme un gruppo di studio sulla Bibbia. Poi c´è il segretario alla giustizia John Ashcroft, che è il vero "cocco" della destra religiosa. Bush l´ha messo in quella posizione, che corrisponde al ministro degli interni in Europa, proprio per soddisfare i fondamentalisti. Altro elemento molto religioso è il responsabile dei discorsi ufficiali di Bush, Michael Gerson: ha un diploma in teologia ottenuto in una importante istituzione protestante evangelica. Gerson è responsabile di gran parte degli accenni religiosi contenuti nei discorsi di Bush. Il presidente mantiene poi un filo diretto con alcuni leader della destra religiosa come Pat Robertson, Jerry Falwell, James Dobson, gente che ha accesso diretto al presidente: possono chiamarlo in qualsiasi momento, parlargli direttamente. Bush li gestisce con sufficiente senso della responsabilità. Fa ogni tanto qualche dichiarazione simbolica, sulle questioni che li interessano: aborto, matrimoni gay, preghiera a scuola. Ma più di tanto non gli concede».
Non pare molto per un´amministrazione generalmente considerata straordinariamente religiosa.
«Infatti, la retorica religiosa è molto usata, ma limitata a settori ristretti dell´amministrazione. I conservatori vecchio stampo, come il vicepresidente Cheney e il segretario alla difesa Rumsfeld, non sono particolarmente religiosi. Non lo sono per niente Paul Wolfowitz e i neoconservatori, le cui visioni sono essenzialmente politiche e filosofiche, influenzate anzitutto da Leo Strauss. Sono a favore di una politica estera aggressiva, fortemente espansionistica, con elementi di razzismo, ma mai di origine religiosa».
Quindi Bush fa da cerniera tra le due anime dell´amministrazione.
«Sì, il suo ruolo storico è stato proprio questo: connettere le idee dei neoconservatori a un pubblico evangelico di massa. Le strategie politiche del suo governo, soprattutto a livello internazionale, non avrebbero mai avuto il sostegno popolare se non fossero state ricodificate in termini religiosi».
Un´ultima domanda. Nel suo ultimo libro lei analizza in parallelo i discorsi di George Bush e quelli di Osama bin-Laden dopo l´11 settembre. Con quali conclusioni?
«Nelle visioni di entrambi c´è un forte elemento dualistico, di contrasto tra bene e male. Non ci sono sfumature, non c´è territorio possibile di incontro ma soltanto lo sforzo di demonizzare il nemico, di proclamare il diritto e la perfezione spirituale della propria causa. La struttura ideologica e sintattica dei discorsi di Bush e bin-Laden è molto semplice, basata su antitesi chiare, facilmente decifrabili. Entrambi intendono il presente come un´epoca disseminata di pericoli ma piena di opportunità, e vedono se stessi come leader della causa designata a purificare il mondo, a vantaggio della verità, della fede, della decenza, di Dio».

stessa pagina
L´occidente secolarizzato e i gruppi ortodossi
la bibbia presa alla lettera
PIERO CODA

Da tempo si parla di "riconquista delle religioni". Dopo l´11 settembre esse paiono aver ripreso ad occupare la scena del mondo. Eppure mai come oggi il secolarismo è diventato pervasivo. La sfida, dunque, sta nel cogliere la relazione tra questi due fenomeni.
Il concetto di fondamentalismo è nato negli Usa, all´inizio del XX secolo, e designa la posizione di quei gruppi protestanti che, in reazione alla revisione liberale della dottrina cristiana, vollero riaffermare che alcuni articoli della fede e della morale cristiana sono "fondamentali" e come tali non negoziabili: così, ad esempio, Curtis L. Laws nella serie di opuscoli intitolati The Fundamentals, pubblicati e divulgati in grande quantità tra il 1910 e il 1915. Lo fecero con un pesante letteralismo biblico e dogmatico. Il fondamentalismo, in effetti, mentre rischia di giustificare ideologicamente la proiezione del proprio sé sull´immagine del Divino, nasce nel nostro tempo dalla sindrome di autodifesa della propria identità religiosa su due fronti: quello del processo di modernizzazione delle società tradizionali, col restringimento progressivo della capacità d´influenza del fatto religioso nella configurazione dell´esistenza; e quello dell´imporsi, nell´orizzonte della mondializzazione, del pluralismo e, con ciò, del confronto e dell´antagonismo ravvicinato tra le differenti identità religiose.
Nel mondo non occidentale questi due fronti vengono spesso identificati nella prospettiva di una resistenza all´occidentalizzazione forzata, che non esprime, spesso, un rifiuto della modernità, bensì il desiderio di darne in qualche modo una versione altra. Tanto che è legittimo interrogarsi sulla natura politica, oltreché religiosa, e sul carattere modernizzante e ideologizzante, anziché tradizionalista, delle varie componenti di un tale fondamentalismo. O addirittura - come ha fatto René Girard - sul suo carattere di «rivalità mimetica su scala planetaria».
Proprio in questo mutato scenario, il fondamentalismo americano, sino al momento decisamente minoritario, ha ripreso vigore negli ultimi decenni, assumendo una forte coloritura politica grazie alla concezione degli Stati Uniti come "nazione redentrice" (E.L. Tuveson), chiamata a svolgere un ruolo universale. L´attacco alle Twin Towers ha coalizzato queste tendenze, concretandosi nella convinzione che gli Stati Uniti si trovino di fronte a uno scontro decisivo con le forze del male. L´America deve perciò farsi protagonista della battaglia risolutiva contro i due volti del caos che minacciano il mondo: quello del secolarismo postmoderno e relativista in Occidente, e quello del disordine internazionale e del terrorismo, che vanno debellati ricostruendo l´ordine democratico alla luce delle tradizione americane.
Non è un caso che questo progetto, insieme politico e religioso, in occasione della recente guerra all´Iraq abbia cozzato contro «la posizione inequivocabile della Santa Sede», come l´ha definita Giovanni Paolo II nell´incontro del 4 giugno scorso col presidente Bush. Alla base della differente interpretazione del ruolo della fede cristiana nel mondo contemporaneo vi è non solo una diversa concezione della "guerra giusta", ma anche del ruolo attivo e collegiale che è chiamata a giocare la comunità internazionale. Il gesto voluto dal Papa ad Assisi, nel 1986, quando le differenti identità religiose sono state convocate per testimoniare insieme il loro impegno per la pace, sottolinea che per la Chiesa Cattolica, dopo il Vaticano II, non si può più ragionare muovendo unicamente dal proprio punto di vista, e secondo una logica di alternativa o contrapposizione. Bisogna invece pensare e agire a partire dall´unità della famiglia umana, nella fedeltà alla propria identità, certo, ma insieme nel riconoscimento dell´altro e dunque della pluralità arricchente degli attori della nostra storia.
La situazione che oggi viviamo spinge a un salto di qualità. Si richiede l´esperienza e la teorizzazione di una nuova laicità, che - come scriveva Norberto Bobbio - non designi la parte "non credente" o neutra della società rispetto a quella credente, ma esprima l´intera comunità civile come spazio di reciproco riconoscimento e come soggetto etico di responsabilità civile. In tale contesto, il dialogo tra le religioni riveste un preciso significato sociale. Dialogare significa uscire da un´identità chiusa, liberare Dio dalla prigionia in cui costantemente si è tentati d´ingabbiarlo e riconoscere l´altro come portatore di valori positivi nella sua stessa alterità.

La Stampa 9.10.04
A SPRINGFIELD ROCCAFORTE DELLE CHIESE EVANGELICHE E PENTECOSTALI
«Gesù ha salvato Bush
e noi voteremo per lui»
Dal grande palazzo con mille impiegati delle «Assemblee di Dio»
ogni giorno partono sedici tonnellate di materiale di propaganda
inviato a SPRINGFIELD

«I'm voting for Kerry». Sull'adesivo rettangolare giallo con la promessa di voto campeggia la foto di un Osama bin Laden sorridente e il messaggio elettorale non potrebbe essere più esplicito: «Se potesse votare il 2 novembre il leader di Al Qaeda sceglierebbe i democratici». Siamo nell'ufficio di uno dei mille impiegati del quartier generale delle Assemblee di Dio, uno sterminato palazzo a vetri al numero 1445 della Boonville Avenue. E' da qui che ogni giorno partono 16 tonnellate di materiale scritto destinate ad essere distribuite ai 2,5 milioni di fedeli americani e agli altri 48 milioni disseminati in tutto il mondo. Evangeliche e pentecostali le Assemblee di Dio annoverano in tutti gli Stati Uniti 12 mila pastori e, pur essendosi formate nel 1914 in Arkansas, hanno la loro roccaforte nelle trenta chiese di Springfield, Missouri, dove il più noto dei fedeli locali è John Ashcroft, il ministro della Giustizia autore del «Patriot Act» e considerato dai democratici «il regista della limitazione delle libertà civili in nome della guerra al terrore dall'indomani degli attacchi dell'11 settembre».
«Qui siano tutti conservatori - ci dice il reverendo Thomas Trask, più alta autorità spirituale delle Assemblee di Dio - e ci riconosciamo nell'agenda del presidente Bush contro l'aborto, contro i matrimoni gay, contro il terrorismo e per dare importanza alla fede nella vita pubblica». Nell'ufficio di Trask ci sono croci, insegne luminose, statuette di guerrieri medioevali, bibbie e vetrine con in bella vista piatti di ceramica. Da lui dipendono tanto la «Missione mondiale», che coordina attività in 180 Paesi, che quella «americana» al cui interno un ufficio ad hoc ha il compito di assistere spiritualmente i soldati impegnati in prima linea nella guerra al terrorismo. Ai fedeli in divisa che partono per l'Iraq o l'Afghanistan viene consegnato un apposito «kit-religioso». Dentro c'è una piastrina a stelle e strisce da mettere al collo con sopra incise la scritta «United We Stand» e una citazione del salmo 91 «Porterò in salvo chi mi ama», una copia tascabile del Nuovo Testamento con copertina mimetica, una versione più estesa e commentata del salmo 91 intitolata «The Ultimate Shield» (L'estremo scudo, la cui prima edizione venne stampata in occasione della Guerra del Golfo del 1991) e un opuscolo con gli otto comandamenti per i fedeli al fronte. Eccoli: resta assieme agli altri cristiani; vai a messa il più frequentemente possibile; combatti cercando la giustizia anziché la vendetta; riconosci ed evita le tentazioni; accetta il soccorso di Dio; non nascondere la tua fede; leggi in pubblico passi della Bibbia almeno una volta l'anno; prega per riuscire ad amare più profondamente Gesù.
«La fede è un sostegno alla lotta contro il moderno Male del terrorismo - dice Trask -, la fede consente a Bush di non tentennare di fronte alle sfide e la fede aiuta gli uomini chiamati a servire nelle forze armate». C'è tale convinzione dietro la mano che ha redatto il testo della cartina plastificata destinata ai cappellani militari in missione in Iraq, sulla quale sono stampate le regole del «codice di condotta» per i pastori: «Sono un americano e sono pronto a dare la vita per difendere la mia nazione; non mi arrenderò mai di mia volontà; se catturato tenterò di resistere con ogni mezzo; se sarò detenuto manterrò la fede assieme agli altri prigionieri di guerra; non tradirò la mia nazione né gli alleati e la loro causa; non dimenticherò mai che sono un americano che si batte per la libertà, crede in Dio e negli Stati Uniti d'America».
Fede, patriottismo e impegno personale per proteggere la nazione dal terrorismo sono valori e temi che si ritrovano nell'opera dei pastori itineranti da un angolo all'altro dell'America e anche nelle riunioni settimanali di preghiera di circa due ore alle quali ogni martedì partecipano centinaia di impiegati del quartier generale. «Riceviamo le richieste di preghiere dalle persone che durante la settimana chiamano un apposito numero verde - racconta uno dei dipendenti, Keith di 26 anni - e poi noi quando ci riuniamo preghiamo anche per loro».
La preghiera è un perno della fede di Bush: lui le recita al mattino in privato, sono previste all'inizio delle riunioni alla Casa Bianca e un apposito sito Internet coordina tutti quei cittadini che vogliono «pregare per il presidente». «Per capire la fede di Bush bisogna tener presente che è un cristiano rinato - osserva Trask - perché dopo la nascita naturale è passato attraverso una nascita spirituale, trovando in Gesù il suo salvatore e quindi iniziando a chiedersi quale sarebbe stata la sua missione nel mondo, una risposta che arrivò con l'11 settembre, allorché fu chiaro che doveva difendere l'America». Tutto ciò - precisa Trask - non deve però essere confuso con le guerre di religione: «Bush non è in conflitto con l'Islam ma solo con quegli individui che sono dei malvagi».
Nel parcheggio antistante al quartier generale le auto dei dipendenti hanno quasi tutte sul retro un piccolo adesivo tondo bianco, al cui interno c'è solo una «W» con a fianco «2004». E' l'atto di fedeltà e la promessa di voto a George W. Bush. «Da queste parti del Sud Missouri siamo quasi tutti repubblicani - dice una delle centraliniste - anche se a volte abbiamo sentito dire della presenza di qualche democratico».
Trask tuttavia, pur essendo schierato apertamente con Bush, è dotato di una buona dose di realismo e di fronte alle incertezze della campagna elettorale assicura: «Noi non condividiamo le posizioni dei liberal sull'aborto, ma se il 2 novembre dovesse vincere Kerry prima di giudicarlo aspetteremo di vederlo all'opera». E il fatto che in Europa l'opinione pubblica sia contraria a Bush non lo sorprende: «Se non mi sbaglio da voi sono poche le persone che ogni domenica si recano in Chiesa per pregare».
Per tentare di esplorare il legame fra questa roccaforte evangelica e Bush aiuta visitare le librerie locali che offrono un'ampia scelta di titoli della serie di romanzi best seller «Left Behind» nei quali si raccontano le avventure dell'umanità alle prese con l'Apocalisse. «Sì in effetti di questi libri qui se ne vedono in giro parecchi, la gente ci si ritrova, viviamo tempi di grandi pericoli» assicura Cathy, una tassista che peserà oltre novanta chili, con braccia e gambe ricoperte di tatuaggi con motivi religiosi.

trapianto di staminali

Repubblica 9.10.04
Tre bambini, in Italia e in Svezia, curati nell'utero con un trapianto di cellule da una patologia che rende le ossa fragilissime
Guariti dalle staminali prima di nascere
Brescia, ha successo il trapianto sui feti del midollo osseo materno
"Serve una banca di tessuti fetali a cui attingere"
ENRICO BONERANDI

MILANO - Un trapianto di cellule staminali nel feto per guarire il bimbo già prima della nascita da una insidiosa malattia, l´osteogenesi imperfetta, che rende le ossa fragilissime e già nel primo anno di vita può provocare fino a venti fratture. Lo ha realizzato un´équipe degli Spedali Civili di Brescia, all´avanguardia in questi interventi di assoluta frontiera, guidata da Fulvio Porta, responsabile del Centro di terapia cellulare, che ha presentato il caso ieri al congresso mondiale organizzato a Roma dall´Università cattolica e dall´Istituto superiore di sanità. Un´occasione nella quale è stato riferito di un secondo trapianto effettuato con le stesse tecniche su un bimbo italiano del quale si sta ancora valutando l´esito.
Anche l´istituto svedese Karolinska di Stoccolma ha svolto al congresso una relazione su un intervento analogo, avvenuto nello stesso periodo. Ma con una differenza: gli svedesi hanno potuto prelevare le cellule da un feto abortito, un´operazione che in Italia è vietata. A Brescia è stato utilizzato invece il midollo osseo materno.
«Immettere cellule fetali è senz´altro meglio che avere a disposizione cellule adulte - commenta il professor Porta - La comunità scientifica si sta cominciando a muovere perché il divieto che esiste in Italia sia abolito. L´ideale sarebbe avere a disposizione una banca di tessuti fetali a cui attingere, sull´esempio di quelle che già esistono in Svezia ed Inghilterra».
Quando una donna viene a conoscenza che il bimbo che porta in grembo è affetto da grave malattia genetica può decidere di interrompere la gravidanza. Se vuole portarla comunque a termine, si prospetta per il neonato un trapianto di midollo e una qualità di vita molto bassa, con chemioterapia e mantenimento in ambienti sterili. Il team degli Spedali Civili, otto anni fa, fu il primo nel mondo a tentare con successo l´intervento su un feto affetto da immunodeficienza: il bambino è nato con le difese immunitarie nella norma e ora sta bene.
Si è allora pensato di tentare la cura con le cellule staminali anche nelle malattie ossee. «Si è presentata da noi una donna al quinto mese di gravidanza, il cui bimbo aveva già una frattura del femore - racconta Porta - Le abbiamo spiegato che non c´erano garanzie di riuscita, ma anche che il rischio di aborto era molto basso. Ha accettato e abbiamo proceduto all´innesto delle cellule prelevate dalla stessa mamma nel peritoneo del feto». L´operazione ha avuto buon esito: la frattura si è saldata e il bimbo non dovrà sottoporsi a farmaci o a interventi chirurgici.
Il professore mette però in guardia da eccessivi ottimismi: «Siamo solo agli inizi, in un territorio tutto da esplorare. Seguiamo le condizioni di questo bimbo e per ora siamo soddisfatti, ma non possiamo affermare con certezza che sia guarito».
In prospettiva, il trapianto fetale delle cellule staminali, che hanno la proprietà di rigenerare i tessuti, potrebbe avere applicazioni anche nelle malattie metaboliche, degenerative, come quelle che attaccano i tessuti cerebrali, per esempio nelle malattie di Gaucher e nelle leucodistrofie. Se nel frattempo anche nel nostro Paese venissero corrette certe leggi che limitano la ricerca scientifica - suggerisce il team di eccellenza degli Spedali Civili - certi risultati sarebbero più facili da raggiungere.

venerdì 8 ottobre 2004

referendum
su "Avvenimenti" nelle edicole dall'8 ottobre
due interviste

Intervista a Daniele Capezzone segretario dei Radicali italiani
E ora non inventatevi un sarchiapone
Capezzone :"Firme da record, ma secondo round della battaglia sarà durissimo"
di Simona Maggiorelli

"Un risultato straordinario, storico: un milione di firme per abrogare la legge 40 e altre settecentomila su ognuno degli altri quattro quesiti parzialmente abrogativi", dice il segretario dei Radicali italiani, Daniele Capezzone, all’indomani della consegna delle firme, un’interminabile fila di scatoloni e scatoloni, in Cassazione. E dopo aver raggiunto il risultato di più di quattro milioni di firme? Be’ abbiamo vinto il primo tempo della partita, ma ora si prepara un secondo tempo durissimo: quattro o cinque mesi, in cui verrà messo in campo di tutto. Proveranno a cucinare una leggina truffa, a colpire il risultato alla Corte Costituzionale. Dobbiamo tenere alta l’attenzione dell’informazione. Perché se la gente sa, operazioni d’imbroglio non saranno possibili. Se cade il silenzio, ci sarà da aspettarsi di tutto. I tandem Bianconi-Tomassini per il centrodestra, e Giuliano Amato per il centrosinistra, si sono già mossi per tessiture parlamentari. In termini strettamente giuridici hanno poco da inventarsi. Tutte e cinque i quesiti sono validi, non so a che cosa possa aggrapparsi la Corte Costituzionale. E anche l’ipotesi di una leggina parlamentare, mi pare, abbia pochi spazi. Da cosa lo deduce? Basta scorrere i vari punti. Un milione di firme per l’abolizione totale: come fanno ad aggirarle? Dovrebbero fare una leggina che dice è abrogata la legge 40. E che questo parlamento faccia una cosa del genere, mi pare assai difficile. Altrettanto improbabile che accolga la fecondazione eterologa. E meno ancora che consenta la ricerca sulle cellule staminali embrionali o la cancellazione dell’articolo 1 che stabilisce i diritti dell’embrione. Al massimo possono cambiare le parti della legge che riguardano la salute della donna, cancellando l’obbligo d’impianto obbligatorio di embrioni malati. Sarebbe un punto su cinque. Dal punto di vista giuridico, il pesce della truffa naviga in poca acqua. Allora che rischio c’è? È soprattutto nel clima politico: se partono mobilitazioni del Polo, dell’Ulivo, di tutti, cani e gatti, diventa difficile. Da una parte l’ambiguità di alcuni leader del centrosinistra, con Prodi che dice “il referendum spaccherebbe il paese”. Dall’altra un centrodestra che blinda la discussione, con Giovanardi che invoca l’eugenetica e lancia anatemi verso chi fa ricerca. Come legge questa situazione? Il clima sembra quello del ‘73, ‘74, quando il Pci era terrorizzato dal referendum sul divorzio. Gli elettori, sia quelli di centrodestra che quelli di centrosinistra, sono entusiasti, mentre i leader sono terrorizzati. Secodno lei questa classe politica non rappresenta il paese? È certamente molto più indietro. Il paese è molto più maturo dei suoi rappresentanti. In trasmissioni come Porta a Porta saltano fuori esperti dell’ultimora, con tesi del tutto diverse da quelle accettate dalla comunità scientifica. In questi giorni ci si affanna a fare convegni per trovare mediazioni. Diano la parola ai cittadini. È una strana atmosfera: c’è chi si inventa di congelamenti di ootidi (l’ovocita fecondato allo stadio iniziale, ndr), c’è sempre un sarchiapone da inventarsi per tirar fuori dal cilindro chissà quale mediazione avventurosa. Facciano il piacere di dare la parola alla gente, che è matura e può decidere. Se fosse stato per questi politici e, anche per un certo tipo di “esperti”, non avremmo mai votato né sul divorzio, né sull’aborto, perché i cittadini sarebbero dei lunarelli da tenere sempre sotto tutela. La parola ai cittadini. Ma occorrerà monitorare anche il governo? Ci mancherebbe, occhi sempre aperti. Cosa sta facendo il ministro Sirchia? Abbiamo più volte denunciato i suoi comportamenti, le sue menzogne e le sue omissioni sulle possibilità di cura di malattie genetiche attraverso le tecniche di fecondazione assistita. Abbiamo denunciato il suo conflitto d’interessi quando ha assegnato fondi per la conservazione degli embrioni soprannumerari a un istituto a lui vicino. Altre novità vertamente verranno fuori. Prima o poi il ministro Sirchia dovrà risponderne. Abbiamo visto tanti ministri censurabili, ma come lui non se ne riportano. Questo milione di firme è anche una risposta a lui. Ma anche una risposta a chi non vuole uno Stato laico? Dai sondaggi Eurispes e Svg ma anche ai tavoli dove si raccoglievano le firme, è apparso evidente che con un minimo d’informazione, i cattolici firmano. Da quegli stessi sondaggi emergeva che quelli che vanno a messa almeno una volta a settimana, al 70 per cento sono favorevoli al referendum. Perché sanno distinguere fra l’opinione personale e una necessaria laicità delle leggi dello Stato. Del resto i cattolici italiani hanno votato anche per il divorzio. Finì 59 a 41. E sull’aborto, finì 80 a 20. Stavolta finirà 85 a 15, perché un conto è che il cattolico dica, io questa cosa personalmente non la farei, altra cosa è che impedisca ad altri di farla. Nel panorama internazionale della ricerca, l’Italia a che punto sta? Sta messa male, purtroppo. Alcune gravi perdite sono già avvenute nei mesi scorsi a causa dell’opera di Rocco Buttiglione: abbiamo già perso dei fondi europei che erano messi a disposizione degli stati che si impegnassero a fare ricerca sulle staminali. Buttiglione è un commissario contro la ricerca scientifica. L’Italia oggi è il fanalino di coda. Teniamo presente che sulla fecondazione assistita l’Italia era all’avanguardia con molti centri di eccellenza. Siamo già nella situazione in cui in Italia sono crollate le gravidanze; il 25 per cento delle coppie sterili, da quando c’è la legge 40 hanno provato ad andare all’estero dove gli vengono praticati prezzi maggiorati. I trattamenti che prima costavano duemila euro, ora agli italiani vengono messi seimila euro. Tutti gli altri paesi hanno leggi più civili della nostra. Inclusa la cattolicissima Spagna che prima con il centrodestra di Aznar e ora con il centrosinistra di Zapatero ha promosso leggi laiche. È nato un nuovo “turismo” dei diritti? Sì, e solo per chi può permetterselo. Senza contare che è anche difficile avere accesso alle informazioni, sapere dove andare a curarsi all’estero, dal momento che questa legge proibisce ai medici anche di dare consigli ai propri pazienti. Cose da medioevo. Cercasi nonne mamme Legge pasticcio, creerà situazioni assurde

una intervista a Cinzia Dato
di Simona Maggiorelli


"Un bel risultato. È importante che questo risveglio del paese si sia avuto nel caso di una legge così improponibile e che può essere sostenuta solo per una sorta di bendata codardia", dice la senatrice della Margherita Cinzia Dato del comitato promotore del Referendum. "Spero - aggiunge - che ora si apra un discorso vero e franco nel paese e che questo civilissimo movimento di massa della raccolta firme serva di lezione a una maggioranza che ha conculcato il dibattito, mortificato il ruolo del parlamento come confronto". Rischio di inciuci per evitare il referendum? Secondo la deputata ds Barbara Pollastrini "il paese dopo questo risultato non accetterebbe una mediazione al ribasso. A questo punto il referendum deve fare il suo percorso". "Anche perché - aggiunge Dato - fra i sostenitori di questa legge non ne trovi uno che non ammetta che va cambiata". Già, perché tutta la vicenda di questa brutta legge 40, nata paventando il cosiddetto far west delle nonne mamme (peraltro mai documentato) avrebbe davvero del grottesco se non fossero drammatiche le conseguenze per lo stop alla ricerca, per i diritti negati dei malati, e di chi, secondo Costituzione, chiede di poter fare figli sani. Una legge sghemba, una costruzione degna del più intricato Gadda, piena zeppa di contraddizioni, di assurdi. Basta passare in rassegna alcuni punti. Si dice che la legge serva ad arginare il supposto boom di nonne mamme. Bene, dal momento che ci sono più di 30mila embrioni congelati e la legge impone di restituirli se richiesti, cosa farebbe il ministro se, per esempio, tra 30 anni una signora settantacinquenne si presentasse da lui chiedendoli indietro? E poi: se si dice no alle nonne mamme, "per equità, allora, sterilizziamo tutti i signori che abbiano passato la sessantina perché non facciano più figli", propone ironicamente la senatrice Dato. E ancora: è proibita la fecondazione eterologa a chi è portatore di malattie genetiche? Non importa a questa maggioranza che con il ricorso alla eterologa si potrebbero debellare malattie genetiche? "Bene - provoca la senatrice della Margherita - allora se per essere genitori ci vuole la certezza della paternità biologica dovremmo sottoporci tutti quanti ai test per vedere se i nostri figli corrispondono davvero ai nostri mariti. Discorsi che non stanno né in cielo né il terra". E si potrebbe andare ancora avanti con la caccia all’assurdo. Basterebbe toccare il tema dell’aborto. Si dice che la legge 40 nasca come primo passo contro la 194. Così ammettono candidamente Sirchia e Andreotti. Del tutto incuranti delle opinioni del paese, ma anche senza contare che obbligando la donna a ricevere embrioni malati, nei fatti la spingono ad abortire. Racconta il ginecologo e docente dell’Università bolognese Carlo Flamigni: "Chiamato a consulto come componente del comitato di Bioteca, mi hanno spiegato che le linee guida promulgate a luglio non puniscono la donna che trasgredisce all’impianto. Secondo il ministro e la sua commissione sarebbe stato come dare un consiglio, fare una raccomandazione. Come se uno passasse col rosso e non gli venisse fatta una multa ma gli fosse solo detto di stare attento". Una storia, quella delle linee guida, tirata fuori dal ministro Sirchia per dare l’illusione di un’attenuazione dei divieti contenuti nella legge. E su cui resta ancora molto da raccontare, oltre alle clamorose dimissioni del presidente di commissione Cuccurullo, rettore dell’università di Chieti e ex consulente della Moratti di cui abbiamo detto nelle settimane scorse. "Il ministro Sirchia - racconta ancora Flamigni –ha chiamato nella commissione anche persone che poco o nulla avevano a che fare con la materia. Come due docenti di diritto romano: una signora che si fa vedere spesso al fianco del Papa nei suoi viaggi e un docente impegnato per la beatificazione dell’ex sindaco di Firenze, Giorgio La Pira. Ci domandavamo cosa stessero a fare in commissione - continua il professore - anche perché rallentavano il lavoro con continue obiezioni, spesso lo bloccavano".Come è andata a finire poi, è storia nota: le linee guida sono uscite con robusti rafforzativi ai divieti della legge ribadendo, il divieto di diagnosi genetiche preimpianto. " Uno dei punti più feroci e crudeli della legge", secondo Pollastrini. "perché colpisce il diritto alla salute dei cittadini che lo Stato avrebbe, invece, l’obbligo di difendere".

continua il dibattito su "Liberazione"...

una segnalazione di Roberto Altamura

"Liberazione" 8 ottobre 2004
Le lettere
Cattolici e comunisti

Il Cristianesimo di Cristo e quello di Paolo, il burocrate

Ma quali compagni di strada Caro direttore,
premetto che non sono un settario, concordo sull'utilità di allearci con chiunque nella battaglia concreta contro le guerre imperialiste. Ma da questo a cominciare una più o meno sotterranea opera di "riabilitazione" (anche parziale) degli eredi dei carnefici non solo e non tanto dei vari Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, ma, per restare molto più vicino a noi, dei militanti antifascisti in Spagna nel '39, in Jugoslavia nel '41-'45, a Tall-al-Zaatar e in genere nel Libano tra gli anni '70 ed '80. Quindi, per favore, va bene non demonizzarli, ma nemmeno "santificarli", quali fossero "compagni di strada" nostri nella battaglia per un mondo più libero e giusto!
Flavio Guidi

Due culture comunque diverse

Caro direttore,
nel dibattito in corso sul rapporto tra comunisti e cattolici un interrogativo di fondo cui cercare di rispondere è: il progresso umano, dalla metà dell'800 ad oggi ha smentito o confermato la critica marxiana della religione? A me pare che è proprio il progresso, inteso come aumento delle conoscenze e del livello di civilizzazione che, se non vogliamo usare assolutisticamente la parola "conferma", certo accredita seriamente tale critica:. Il primato della razionalità laica e scientifica è conquista di civiltà irrinunciabile ormai, insieme alla ridefinizione dell'umanesimo secondo concezioni introdotte proprio dal pensiero comunista: lo stesso stato italiano al suo livello più alto di stato di diritto si riconosce nei valori della laicità, della aconfessionalità, del pluralismo, della democrazia e può farlo perché a suo fondamento non pone soltanto la Costituzione, ma anche la revisione del Concordato con il Vaticano, correggendo quindi significativamente l'art. 7 della stessa Costituzione. Certo il dialogo con i settori validi del mondo cristiano va bene, ma come dialogo tra culture comunque diverse.
Pasquale Vilardo

La fabbrica dei bisogni

segnalazione di Roberto Altamura

La fabbrica dei bisogni
Intervista a Pietro Barcellona, filosofo del diritto e ospite del seminario di "Alternative"(rivista bimestrale PRC )
di TONINO BUCCI

«Non possiamo nemmeno immaginare un diverso modello di produzione se non mettiamo in discussione le "necessità" indotte dalla società capitalistica»

Un'idea molto diffusa è che l'economia sia una scienza autosufficiente, fondata su se stessa e in grado di generare autonomamente l'intera formazione sociale. Che l'economico decida di tutto è un pregiudizio duro da smontare, lo dimostrano anni di studi e di pubblicazioni di Pietro Barcellona, filosofo del diritto e tra gli ospiti del seminario "La critica della politica oggi". Non tutta la società - si potrebbe sintetizzare - può essere ridotta a economia, a "ragione strumentale", a calcolo di mezzi: C'è un residuo di attività simbolica, culturale, politica che sfugge al "funzionalismo", al criterio dell'utile, alla volontà di dominio totale della natura, alla producibilità e manipolabilità di ogni cosa. E' un agire non-economico che istituisce valori e finalità, ciò che gli individui di una società possono o non possono fare.

Come può la politica riguadagnare terreno rispetto al primato dell'economia? Si è rovesciato il rapporto tra economia e società. La nostra formazione sociale si è spappolata in individui atomizzati. E' un sistema-mondo che ha abolito le mediazioni sociali, le culture, i radicamenti territoriali: l'economia ha prodotto una forma di società a propria immagine e somiglianza, abitata da individui che si autorappresentano come produttori e consumatori. La critica all'economia quindi oggi dovrebbe essere una critica antropologica, magari recuperando la riflessione del primo Marx. Il neoliberismo, oggi, ha prodotto un immaginario in cui ciascuno di noi si pensa, in fondo, come autarchico. La stessa, tanto celebrata, società della conoscenza e della globalizzazione, nella quale tutti dovrebbero connettersi con tutti attraverso Internet, è una società dove le relazioni sono precipitate. E se non c'è uno spazio sociale non ci può essere uno spazio politico. Il luogo dove si produce il "determinante" del sociale è ormai l'economico. Ma la critica dell'economia non si può fare più. Dovremmo avere almeno un'altra idea di economia, ma non possiamo averla se non abbiamo, a sua volta, un'idea di società.

Ma lo spazio simbolico in cui possiamo immaginarci una società diversa ha una sua autonomia dai processi economici? Non credo che regga più la vecchia idea della divisione tra struttura e sovrastruttura. Ho una visione più gramsciana: nella formazione sociale c'è sì una struttura materiale, ma questa compenetra anche la cultura e l'immaginario. Ridurre la materia vivente a fatto economico è stata un'operazione politica e culturale che da sempre ha bloccato qualsiasi progetto di cambiamento. Questo non significa ricadere nel vecchio spiritualismo, al contrario si tratta di riconoscere la rilevanza materiale della vita.

Come la mettiamo con la teoria secondo cui dalla società capitalistica si esce con una trasformazione nell'economico e nei rapporti sociali di produzione? E' un vecchio tema di discussione tra me e Riccardo Bellofiore. Ritengo quella teoria un residuo del determinismo, dell'evoluzionismo, in sintonia con la visione tecnico-produttiva dell'economia: Ma le cose non vanno così. Come diceva il vecchio Franco Rodano, troppo presto dimenticato, le transizioni storiche non sono evoluzioni, sono piuttosto dei salti, delle discontinuità. Avvengono quando le motivazioni - «causazioni ideali», le chiamava Rodano - che rendono possibile l'abitare in un certo mondo, non funzionano più. In questi vuoti di motivazioni non è inscritta alcuna necessità di transizione. Non era scritto da nessuna parte che dal feudalesimo si dovesse passare al capitalismo. Come non è scritto che dal capitalismo si passi necessariamente a un mondo migliore. Non possiamo sapere quello che verrà dopo.

Possiamo immaginare una prassi di diversa natura, un «fare creativo». E come può la politica entrare in rapporto con un agire "inutile"? Il fare creativo non è determinato dall'utile, ma è istitutivo del proprio sguardo sul mondo, del proprio modo di rappresentarsi la realtà. Amare, coltivare fiori, studiare musica sono esempi da fare creativo, persino un lavoro d'impresa può esserlo se sottratto alla logica quantitativa. Se io mi rappresento sempre in un certo modo, impedisco a me stesso di poter diventare altro, di cambiare attività, ruoli, destinazione. Bisognerebbe fare una fenomenologia della vita quotidiana, dovremmo criticare il modo di ascoltare la televisione, di usare il cellulare, come si va al cinema o al mare, come si gode del tempo libero. Se non si fa una critica del quotidiano per produrre nuovi significati, si entra in un circolo vizioso. Anche un partito come Rifondazione rischia di incappare nella contraddizione di tutelare, da un lato, il lavoro e di criticare, dall'altro, la politica economica del governo perché non produce abbastanza crescita. Ma se favoriamo l'economia, aumenta la produttività e quindi c'è meno lavoro. Bisogna avere il coraggio di affermare che il proprio modello di sviluppo non è l'industrialismo, la crescita quantitativa, la competizione. Non ostinarsi, per esempio a mantenere in vita un cadavere come la Fiat.

Sta dicendo che per costruire un diverso modo di produrre dobbiamo anzitutto criticare quelli che noi ci rappresentiamo come "bisogni" quotidiani? E magari dimostrare che sono bisogni indotti? Non ci sono bisogni umani naturali - contrariamente a quanto sostiene l'allieva di Lukacs, Agnes Heller. I bisogni sono sempre socialmente costruiti e dovrebbero perciò essere nelle mani della stessa società. Persino i bisogni una volta considerati essenziali, come il mangiare, hanno contorni variabili dipendentemente dalla cornice di società. E' essenziale, chiedo, che un americano mangi dieci volte di più di quanto occorra? Bulimia e anoressia si spiegano con la ricchezza e la povertà? E pensiamo che non si possa vivere senza cellulare? Il telefonino è uno strumento reazionario che realizza l'uomo flessibile in connessione con tutte le reti nelle quali vive. Così cade la barriera tra tempo di lavoro e tempo libero. Perciò sono convinto che ogni bisogno sia intessuto di significato culturale e sociale complesso.

"stress" e malattia mentale

una segnalazione di Sergio Grom

Repubblica 7.10.04
"Danni da stress ai bambini già nella pancia della madre"

ROMA - Lo stress può provocare «danni devastanti» al cervello del nascituro mentre è ancora nel pancione, oltre che nei primi anni di vita. E´ il dato allarmante che emerge dagli ultimi studi che lo psichiatra Martin Teicher, della Harvard Medical School, ha presentato ieri a Roma in occasione del Congresso internazionale sul cervello umano. Le malattie mentali, ha sottolineato Teicher, «oggi affliggono il 20% dei bambini e adolescenti, ma nel 2020 si stima che colpiranno poco più della metà dei giovanissimi». Alla base di queste malattie, ha spiegato lo psichiatra, «c´è spesso lo stress, che si può verificare già in fase embrionale con conseguenze disastrose per il cervello».

giovedì 7 ottobre 2004

il nuovo numero de
IL SOGNO DELLA FARFALLA

il n. 4/2004 de "Il sogno della farfalla"

è disponibile
presso la
Libreria Amore e Psiche

oltre che presso gli altri abituali punti vendita

Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

_____________________

A Firenze
come sempre da STRATAGEMMA

_____________________

continua il dibattito su "Liberazione"...

una segnalazione di Roberto Altamura

“Liberazione” 7 ottobre 2004
Le lettere
CATTOLICI E COMUNISTI E l’uomo creò Dio per farsi dominare…

Caro direttore, leggendo alcuni articoli apparsi, nell’interessante e sempre più attuale dibattito su “Comunisti e Cattolici”, e a seguito dell’articolo apparso su “Liberazione” di sabato 2 ottobre, volevo sottolineare quanto segue: a proposito di alienazione, che cos’è l’alienazione nel “Capitale” di Marx? E’ il prodotto che domina il produttore. L’esempio classico di Marx è quello della religione (a torto o a ragione Marx la vede così): l’uomo crea Dio e si sente dominato da Dio, cioè ha prodotto qualcosa da cui si fa dominare. Questo esempio Marx lo trasporta poi in tutta la vita sociale: gli uomini hanno creato lo Stato poi si fanno dominare dal potere statuale così l’operaio produce merce e poi è dominato dal mercato, il luogo di vendita delle merci da lui prodotte. Nel “Capitale” Marx fa l’esempio nella differenza tra l’ape e l’architetto. L’architetto è anche libero di sbagliare, l’ape no. Allora questa libertà per i credenti è la stessa libertà dei figli di Dio. Certo la fede deve liberare e libera se non è costretta dalla struttura (vedi Vaticano per esempio). Come il partito o il socialismo “reale” insegnano nel campo dei movimenti socialisti o comunisti del Novecento. Allora la disumanizzazione o alienazione sono la stessa identica cosa: quando l’uomo non è liberato o non ha la coscienza del suo “fare”, diviene ingranaggio. Il problema di fondo è che spesso si confonde la fede con la religione. E’ come confondere Marx, Rosa Luxemburg, Che Guevara con, scegliete voi, tra Ceausescu, Enver Hoxa, Stalin, ecc. ecc. Rimando per una maggio comprensione al testo “Marxismo e Cristianesimo” (Cittadella editrice) del grande teologo della liberazione italiano Giulio Girardi.

Antonello Rustico
Punto Pace Bari, Pax Christi

Umberto Galimberti e la "scuola" basagliana

Repubblicacronaca di Napoli
L´INCONTRO
Scuola di psicoterapia corsi per specialisti

A Napoli la prima scuola italiana di specializzazione in psicoterapia. Dell´iniziativa si discuterà durante un incontro che si terrà alle 15.30 di sabato nell´ex ospedale Frullone. Ospite e relatore, il giornalista e editorialista Umberto Galimberti che parteciperà con una lezione su "Psiche e Techne". Ma la peculiarità che caratterizza la "Scuola sperimentale per la formazione e la ricerca nelle scienze umane" va individuata in un apprendimento che deriva dal lavoro svolto nelle strutture pubbliche. Tutto questo grazie alla novità di una scuola istituita dalla Asl Napoli 1, quindi pubblica e portatrice delle esperienze degli psicoterapeuti che agiscono sul territorio. Esattamente il contrario di una sterile cultura didattica intesa come emanazione dottrinale di corsi di insegnamento organizzati da strutture private o, anche, da prestigiose scuole di specializzazione universitarie. Il filone scientifico nasce dall´impegno di Sergio Piro, lo psichiatra che sulla scia di Franco Basaglia è stato il più accanito difensore della legge 180 per la chiusura dei manicomi e che, insieme a dieci allievi, fondò la prima scuola "antropologico-trasformazionale". E non è un caso che idee e azioni continuino ad interagire nel simbolo della psichiatria napoletana, l´ex Frullone appunto. A dirigere la scuola è Carlo Pastore con Amalia Mele. «Rispetto al disagio umano», spiega Pastore, «l´intervento deve radicarsi in una riflessione che utilizzi la pluralità degli strumenti teorici e conoscitivi delle scienze umane. E solo una seria formazione può produrre risultati significativi».
(g.d.b.)

Rita Levi Montalcini: il cervello

Il Tempo 7.10.04
Levi Montalcini: Il nostro cervello è una scacchiera

LO STRESS, prima e dopo la nascita, provoca danni devastanti al cervello dei neonati. Si pensa che le malattie mentali che oggi affliggono un bambino su cinque tra poco colpiranno addirittura la metà dei più piccoli. Questo è uno dei dati allarmanti che emerso dagli ultimi studi presentati alla conferenza internazionale sul cervello organizzata dalla fondazione Santa Lucia di Roma. Il professor Teicher, in particolare, ha messo in risalto il fatto che lo stress oltre a danneggiare il cervello, influenza in maniera notevole lo sviluppo cerebrale. Il grande tema di fondo, però, é ancora una volta il grande tema della plasticità neuronale. Proprio grazie alla capacità del nostro cervello di rispondere in maniera plastica o diversificata ai vari stimoli è dovuto il grande sviluppo dell'umanità. Una partita a scacchi in cui i pedoni, considerati di solito elementi di secondaria importanza, hanno invece un ruolo fondamentale. Utilizza questa immagine il Premio Nobel Rita Levi Montalcini per descrivere il cervello umano. I pedoni sono i fattori di crescita e i fattori ormonali
G.C.

un libro

una segnalazione di Paola Franz

Venerdì 15 Ottobre, ore 21,00

Presentazione del libro “Le immagini della mente: per una psicoanalisi del cinema, dell’arte e della letteratura” di Luca Casadio, Franco Angeli Editore.

Intervengono:
Gianni Nebbiosi, psicoanalista, presidente isipSé Roma;
Serafino Murri, regista e critico cinematografico;

La descrizione dei più recenti modelli della mente applicati alla psicoanalisi dell’arte e allo studio delle immagini
La psicoanalisi dell’arte, di moda fino agli anni ’70, segna ora un profondo stallo. Perfino i contributi più recenti si rifanno sempre ai medesimi testi teorici ormai divenuti istituzionali, “sacri”. Ciò appare curioso se pensiamo che negli ultimi decenni la psicoanalisi clinica e teorica ha prodotto molti nuovi modelli della mente, nuovi approcci clinici centrati sulla comunicazione emozionale e sul ruolo delle immagini, e una schiera di “nuovi autori” innovativi e creativi, particolarmente interessanti.
“Le immagini della mente” si propone di aggiornare la psicoanalisi dell’arte, troppo lenta nel conoscere questi nuovi contributi, proponendo una descrizione epistemologica delle teorie attuali e delle possibili “applicazioni” all’arte.
Oltre gli studi “classici” di Freud, Jung e la Klein, nel volume sono discussi gli approcci più recenti come quelli di Bion, Matte Blanco, Bowlby, Langs, dei Baranger, Stern, Benedetti, Ferro, ed altri.
Il taglio epistemologico e multidisciplinare del volume permette di cogliere, superando ogni specialismo, le trame comuni alla psicoanalisi, al mondo dell’arte e alla comunicazione sociale, soprattutto nei suoi aspetti emotivi e relazionali.
Il libro appare così rivolto tanto a psicologi, psicoanalisti, antropologi, filosofi, che esperti d’arte. Per questo motivo il linguaggio usato è volto alla chiarificazione delle teorie, come al loro possibile “utilizzo” nel campo dell’arte. Il cinema, la letteratura, la pittura, le moderne performance rappresentano il regno elettivo della comunicazione emozionale e per immagini, fondamentale anche nel lavoro clinico considerato alla stregua di un “dialogo sociale”.
Le emozioni, tanto nel campo sociale come nel “setting clinico”, trasformano le nostre narrazioni, le immagini guida della nostra identità, e il nostro modo di costruire le rappresentazioni.
La “psicoanalisi moderna” e l’arte condividono così una sensibilità comune per le immagini, nate tanto nel rapporto terapeutico che nel campo dell’arte. Sia l’arte che la psicoanalisi sono considerate così nelle loro caratteristiche “costruttive” e sociali, per la loro capacità di ispirare nuovi significati, nuovi “mondi possibili” e nella loro capacità di trasformare e far evolvere emozioni, vissuti, immagini e narrazioni.


Centro Culturale Libreria Bibli
Via dei Fienaroli, 28 ROMA (Trastevere)
www.bibli.it

mercoledì 6 ottobre 2004

alcolismo tra i giovani e gli adolescenti

Il Messaggero Martedì 5 Ottobre 2004
L’indagine dell’Osservatorio sugli alcolici tra gli under 25.
Ma negli altri paesi europei il livello di dipendenza è più alto che in Italia
Alcol e giovani, il 7% spesso beve fino a ubriacarsi
E quasi otto ragazzi su dieci confessano di consumarlo abitualmente. Gli eccessi durante il week end
di CARLA MASSI

ROMA - Prendiamo cento ragazzi tra i 15 e i 24 anni e versiamo del vino nei loro bicchieri. Solo poco meno di una ventina dicono «no grazie» e respingono l’offerta. Gli altri, soprattutto i giovanissimi, apprezzano e mandano giù. Poco importa quale sia l’etichetta della bottiglia. Importante è bere alcol. Per sette su cento è importante abusare di alcol. Una vecchia-nuova trasgressione che torna di moda. Sono proprio questi sette a confessare: ci ubriachiamo tre volte a settimana. Tante per chi si occupa di dipendenza giovanile, poche per chi paragona i nostri giovani a quelli del resto d’Europa. In Danimarca, per esempio, sono ben 36 su cento quelli che tornano a casa stravolti di alcol almeno tre notti ogni sette. Magra consolazione sapere, lo dicono i ricercatori dell’Osservatorio permanente su giovani e alcol che ha presentato il rapporto a Roma alla Fondazione Santa Lucia, che i ragazzi made in Italy «sono più responsabili dei loro coetanei inglesi, danesi o finlandesi».
I ragazzi, i più spericolati. Soprattutto nel week end. L’azzardo “pesante” con l’alcol inizia intorno ai 16-17 anni ma il picco, per quelli che si lasciano sedurre dal distorto fascino dell’ubriachezza, arriva intorno ai venti. Così viene disegnato l’identikit del giovane che, come gioco, eccede nelle dosi: è maschio, ha tra i 20 e i 25 anni, abita nel Nord Est ed è abituato a bere lontano dai pasti. Quindi, non in famiglia. Ma con gli amici, come prova di forza.
Novità: si parte con l’aperitivo. La maratona alcolica comincia con le patatine e le olive. Fra le bevande che hanno più successo tra i giovani, infatti, ci sono le cosiddette “bibite leggere” (alcolpop) e, a sorpresa, gli amari. Vecchi compagni di fine pasto di nonni e bisnonni. Vanno alla grande quelle bevande leggermente alcoliche, regolarmente vendute nei bar ai minorenni come fossero aranciate e gassose fra il 1998 e il 2002 il consumo è aumentato del 32,7%. Le ragazze preferiscono il vino, i ragazzi gli aperitivi e la birretta. «Fortunatamente in Italia esistono fattori culturali protettivi - commenta Enrico Tempesta, presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio permanente sui giovani e l’alcol -. Da noi i giovani e gli adolescenti ancora disapprovano e tendono ad escludere dal loro gruppo il coetaneo che eccede e si ubriaca»
All’incontro alla Fondazione Santa Lucia, organizzato insieme alle cattedre di Neurologia e Psichiatria dell’università di Roma Tor Vergata, anche Robert Cloninger, della Washington University dove, attraverso incroci di dati “identikit” e studi negli anni sono stati delineati due tipi di alcolismo: il primo caratterizzato dalla perdita di controllo nel bere e, generalmente, da un inizio tardivo, il secondo con avvio molto precoce, in età giovanile. Periodo in cui, alla ricerca compulsiva dell’alcol si associano comportamenti antisociali. «Questo giovane - spiega lo psicobiologo - è spinto dal desiderio di esplorare emozioni sempre nuove. Pensiamo alla velocità in auto, per esempio. Ha familiarità con la depressione e, la sua compulsività all’alcol inizia nei primi anni del liceo». Con segnali, gli psichiatri si rivolgono ai genitori, molto precisi: comportamenti contro il gruppo, “rivolta” in famiglia, passione smodata per la trasgressione.

ricerca americana sulla schizofrenia:
cercate di evitare di nascere d'estate...

Yahoo! Notizie Martedì 5 Ottobre 2004, 17:39
Schizofrenia: i nati In Giugno e Luglio sono a rischio per le forme più gravi

Baltimora, 5 ott. (Adnkronos Salute) - Destino ancora piu' crudele per i malati di schizofrenia nati nei mesi di giugno e luglio. Per loro sono in 'agguato' forme della malattia considerate maggiormente complesse e gravi. I mesi caldi, secondo i ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora, sono legati a forme di schizofrenia in cui si riscontra incapacita' a provare piacere, comportamenti fortemente anti-sociali e problemi di linguaggio. E per chi nasce d'estate la malattia progredisce piu' velocemente e diventa piu' grave ''rispetto a chi nasce d'inverno, che invece soffre di forme caratterizzate da allucinazioni o pensieri incoerenti e pessimisti'', spiegano sugli Archives of General Psychiatry. La scoperta dell'insolito legame e' arrivata dall'analisi incrociata su 1.600 pazienti provenienti da sei differenti nazioni dell'emisfero settentrionale. ''Forse la 'colpa' e' in un mix di fattori - continuano gli scienziati - tra cui le variazioni degli agenti infettivi legate alle stagioni, l'esposizione alla luce solare e alla vitamina D e il cambiamento nella dieta. In ogni caso - conclude il coordinatore della ricerca, Erik Messias - non e' stato individuato ancora alcun legame diretto tra le forme piu' gravi e le 'caratteristiche' stagionali dell'estate''. (Sch/Adnkronos Salute)

Francis Crick
i Qualia, gli "atomi" della coscienza...

La Stampa TuttoScienze 6.10.04
GLI STUDI DEL NOBEL FRANCIS CRICK PER SUPERARE IL DUALISMO TRA MENTE E CORPO
A caccia degli atomi della coscienza
SI CHIAMANO «QUALIA» E COSTITUISCONO LE ENTITA’ PRIVATE, LE ESPERIENZE SOGGETTIVE DELLA VITA CONSAPEVOLE.
DAL DNA AI SEGRETI DEL PENSIERO
IL CAMPO DI STUDIO PRESCELTO E’ STATO QUELLO DELLA VISTA NEI PRIMATI, CON UN SISTEMA NEURALE PROFONDAMENTE CONOSCIUTO.
I LAVORI SVOLTI CON IL BIOFISICO TEDESCO KOCH
di Silvio Ferraresi

IL nome di Francis Crick, scomparso lo scorso 28 luglio a 88 anni e già ricordato su «Tuttoscienze», rimarrà scolpito nella storia della scienza del Novecento per la scoperta, avvenuta nel 1953, della struttura a doppia elica del DNA, condivisa con James Watson, Maurice Wilkins e Rosalind Franklin. La scoperta fu il primo fondamentale tassello nella comprensione dei meccanismi dell'eredità e della vita. Di lì a dieci anni sarebbero stati chiariti i meccanismi essenziali che - in virtù del codice genetico - traducono in proteine le informazioni depositate nei geni, e senza ricorrere a leggi chimiche o fisiche esoteriche: quelle della chimica organica e della biochimica erano bastate. Il vitalismo era stato spazzato via forse per sempre.
Diventata la biologia molecolare una scienza matura e solida, nella seconda metà degli Anni Settanta Crick si dedicò "al più grande enigma che la scienza dovesse ancora risolvere", la natura fisica della coscienza. Se l'essenza della vita era stata spiegata a partire da elementi semplici come i nucleotidi, i geni e la sequenza delle proteine, allora per una mente indagatrice e rigorosamente sperimentale come la sua la natura della coscienza si poteva spiegare con le conoscenze molecolari, cellulari e anatomiche dell'organo dove si presume essa abbia sede, il cervello. Crick voleva ora smitizzare il dualismo mente-corpo, la coscienza intesa come entità a sé.
La sua seconda "folle caccia" coincise con il trasloco, avvenuto nel 1976, dall'Inghilterra agli Stati Uniti, al Salk Institute di San Diego, in California su invito dell'amico Leslie Orgel. Dagli antichi e austeri edifici in stile gotico di Cambridge, Crick si era ritrovato a lavorare in uno scenario architettettonico profondamente americano, con i suoi due edifici che definiscono nelle intenzioni del progettista un cortile aperto alle due estremità, che incorniciano oceano e terra, a simboleggiare la fine della vecchia frontiera e l'inizio di quella nuova.
Crick era un fisico di formazione, ma, com'era nella sua indole, non ebbe paura a varcare i confini tra discipline. Fu così che a un'età in cui molti uomini di scienza appendono le scarpe al chiodo egli si risedette sui banchi di scuola, come ricorda il neuroscienziato William Stryker, che a metà degli anni settanta se lo ritrovò a Cold Spring Harbor studente tra gli studenti a prendere appunti dalle sue lezioni.
La convinzione anche solo di affrontare scientificamente l'"arduo problema" della coscienza era in quegli anni perlomeno visionaria ed anticonformista, tant'è che ancora nel decennio successivo gli psicologi cognitivi, che pure per mestiere si occupano della mente, consideravano la coscienza un oggetto di studio non rispettabile, a differenza per esempio della percezione e della memoria.
Negli Anni Novanta la coscienza avrebbe acquisito sempre più dignità accademica, disponendo di proprie riviste, come il Journal of Consciousness Studies oppure Psyche, e vedendo nascere centri universitari dove essa è diventata oggetto di studio.
Crick sapeva sempre qual è la persona giusta con cui affrontare i problemi", diceva di lui il collega di Cambridge Horace Barlow. Se per la scoperta della doppia elica la persona giusta fu James Watson, per i correlati neurali della coscienza essa si incarnò in Christof Koch, giovane biofisico di origine tedesca.
Crick, di concerto con Koch, non intendeva derogare dal metodo così vincente nel caso dei geni, e dunque si mise alla ricerca degli elementi più semplici sia della coscienza sia della elaborazione neurale; delle unità minime da cui costruire dal basso verso l'alto l'intero edificio di una scienza della coscienza, nello spirito di un metodo riduzionista puro; e di un metodo materialista, per cui soltanto aprendo la "scatola nera" e studiando i neuroni e le loro interazioni si poteva acquisire - così egli riteneva - la conoscenza per creare modelli scientifici della coscienza.
La filosofia della mente contempla gli atomi della coscienza: si chiamano «qualia» (al singolare «quale»). Essi indicano le entità squisitamente private, le esperienze soggettive della nostra vita cosciente. La sensazione del rosso che noi proviamo durante la percezione di una mela rossa è per esempio un quale. Se Crick, o chi per lui, avesse stabilito la correlazione tra un quale e la parte minima del cervello che lo genera, si sarebbe identificata una prima base biologica della coscienza.
Di dettagli molecolari, cellulari e anatomici le neuroscienze ne mettevano a disposizione a montagne: dagli squitti di singoli neuroni alla illuminazione di intere aree cerebrali durante lo svolgimento di un compito cognitivo. Dove andare a cercare la coscienza? Innanzitutto Crick e Koch scelsero di delimitarla, escludendo a priori forme più complesse, di non occuparsi dell’emozione oppure della coscienza di sé, ma di limitarsi all'attività neurale che produce ciascun aspetto particolare di coscienza, come la percezione di un colore oppure di una forma specifici. La scelta cadde sul sistema visivo dei primati perché in esso "l'immagine interna del mondo esterno è molto precisa e vivace" ed è il sistema neurale che conosciamo meglio: dalla psicologia della visione giù fino alle molecole che trasformano i fotoni di luce in impulsi nervosi, passando per l'architettura delle oltre trenta aree cerebrali coinvolte nella percezione visiva.
Molti scienziati ritenevano che la coscienza fosse un fenomeno globale del cervello, mentre Crick riteneva che solo pochi neuroni ne fossero responsabili in un determinato istante; che fosse un fenomeno locale. E infatti buona parte dell'attività del cervello non è associata con i «qualia», come dimostrano esperimenti elettrofisiologici in cui una furiosa attività neurale non è accompagnata da sensazione cosciente.
Gli esperimenti indicano che l'attività neurale coincidente con un «quale» deve essere mantenuta quanto meno per diverse centinaia di millisecondi ed è di tipo tutto o nulla, cioè a dire che la percezione cosciente di un attributo percettivo la sperimentiamo oppure non la sperimentiamo. Nel sistema visivo per esempio, i neuroni di un'area visiva sottocorticale, il corpo genicolato laterale, oppure dell'area V1 nella corteccia visiva, l'attività di migliaia di questi neuroni non sembra contribuire al percetto del soggetto, a differenza dei neuroni di un'altra area della corteccia specializzata nella visione, l'area IT, oppure del lobo mediale temporale negli esseri umani, che scaricano solo quando lo stimolo viene visto coscientemente.
Questi dati sono solo un primo piccolo passo nella definizione scientifica della coscienza, ma la cosa importante - ha scritto John Horgan - "è che Crick aveva raggiunto un obiettivo in apparenza impossibile: aver trasformato la coscienza da mistero filosofico a problema empirico".

Scientific American
la voce e la sessualità

Le Scienze, edizione italiana dello Scientific American 05.10.2004
Una voce attraente
Esiste un rapporto fra la bellezza della voce e l'attività sessuale

Una ricerca suggerisce che il suono della voce di una persona può determinare il suo livello di attività sessuale. Gli uomini e le donne la cui voce viene considerata più attraente, hanno in effetti un numero maggiore di partner sessuali ed erano più giovani al momento del primo rapporto, rispetto a coloro le cui voci vengono considerate meno attraenti.
"Il suono della voce di un individuo - conferma Susan M. Hughes del Vassar College di Poughkeepsie , autrice dello studio - può rivelare informazioni importanti ai potenziali compagni".
Nello studio, 149 uomini e donne hanno ascoltato voci registrate di individui anonimi, e le hanno valutate su una scala di cinque punti, da "molto sgradevole" a "molto attraente". In media, ogni voce è stata votata da sei uomini e da sei donne.
Quando i ricercatori hanno confrontato i voti con la storia sessuale dei partecipanti allo studio, hanno scoperto che gli uomini e le donne le cui voci erano state considerate più attraenti dal sesso opposto avevano avuto i primi rapporti a un'età minore, avevano più partner e più relazioni rispetto a quelli con voci meno attraenti.
Per quanto riguarda le donne, la voce sembrerebbe più attraente delle misure anatomiche. In un articolo pubblicato sul numero di settembre della rivista "Evolution and Human Behavior", Hugues e colleghi scrivono infatti che l'attrattività della voce consente di predire un alto livello di attività sessuale meglio del rapporto fra vita e fianchi.

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

Cogne

La Stampa 6.10.04
COGNE, PARLA IL «SOSPETTO» INDICATO DAI LEGALI DELLA FRANZONI
«Io, assassino virtuale del piccolo Samuele»
E’ un uomo sulla quarantina, gentile e col sorriso triste, si dice allibito
«Mi hanno preso le impronte, mi fa pena chi mi ha tirato in mezzo»
«Perché mi hanno scelto? Sono solo, per loro ero un soggetto adatto»

E’ il sorriso più dolente che si possa incontrare. È il sorriso di una persona stanca, esasperata, stupefatta e che si sforza a ogni costo di essere gentile. Quest'uomo sulla quarantina è uno degli «assassini virtuali» di Samuele Lorenzi.
«Assassini virtuali» perché i loro nomi sono entrati in un troncone nuovo di inchiesta dopo che l'avvocato Carlo Taormina ha consegnato alla magistratura il suo dossier di investigazioni alternative a quelle dei giudici aostani. Una sera l'hanno avvertito: «Domani deve essere in caserma per le impronte digitali e palmari». Lui e altri tre o quattro in mezzo a 25 nomi che comprendono le persone più diverse. Non ha mai voluto parlare con i giornalisti. Ora ha detto «va bene». Ha guardato con noi l'intervista di Anna Maria Franzoni nella trasmissione «L'Antipatico».
Parla di quella lista come di una lugubre rosa, forse con qualche petalo che sporge di più, messo più in evidenza. Lui è uno di quei petali più lunghi. Ripensa alla Franzoni come è apparsa in tv e alla sua vicenda. Commenta a voce bassa: «Mi fa pena chi mi ha tirato in mezzo».
Ci racconta com’è andata? «Era la sera del 18, intorno alle sei. Ero a casa. Squilla il cellulare: siamo i carabinieri, scenda che dobbiamo notificarle un documento. Sono sceso, erano in due, in borghese, molto gentili. Mi hanno dato questo foglio».
È un «verbale di relata notifica» a persona «interessata». Non spiega nulla. Lui domanda a che cosa si fa riferimento: «Al delitto di Cogne», rispondono. «Mi è crollato un pezzo di monte Bianco in testa. Che c'entravo io? La mattina dopo vado in caserma. Era come alla mutua: prima la tornata delle nove, poi quella delle undici. Un andirivieni».
Tutta gente che si conosce, uomini e donne di Cogne e non solo, 25 in tutto, tra loro tutti i soccorritori entrati nella villetta e poi la gente più disparata. È interessante quella sfilata, ci sono persone stupefatte. Leggendo bene l'elenco viene fuori un ventaglio a 360 gradi. È facile dividerli per gruppi: uno è quello dei soccorritori, un altro è quello di chi fin dal primo giorno ha gridato all'innocenza di Anna Maria, il terzo è di uomini con un minimo comun denominatore, cioé la solitudine, la vita un pò difficile, il carattere a volte scontroso seppur più spesso con il sorriso indifeso.
Continua il racconto: «Mi prendono queste impronte e mi mandano a casa. Dopo qualche giorno ritornano e mi riportano in caserma. Sempre educati, gentili. Vogliono sapere dov'ero quella mattina. Il Bianco mi è caduto addosso tutto intero. Sa che cosa vuol dire capire che ti pensano capace di una cosa del genere? È indescrivibile, è atroce.
Vogliono sapere dov'ero. Mi salva l'elicottero che non ha potuto salvare Samuele, perché mi ricordo della polvere che ha alzato tutto intorno, mi ricordo che l'ho visto virare sul prato di Sant'Orso. E allora mi ricordo anche che ero a lavorare da prima delle otto, come è dimostrato. Loro vogliono sapere dove abitavo a quell'epoca e io lo dico. A quel punto il maresciallo mi dice addio. Metto in moto e me ne vado. Pensi che io quello che era successo lo venni a sapere soltanto alle undici e mezza».
In quella casa ci è mai stato? «No. Mai messo piede». E Anna Maria la conosceva, le piaceva, la seguiva? «L'ho vista qualche volta. Un bel tipo, ma non il mio tipo, non mi interessava. Vedevo più spesso Stefano e devo dire che l'ho visto come un ottimo padre, attento, amorevole».
Perché lei tra i possibili colpevoli? «Perché io? Perché sono una persona sola, i miei sono morti quando ero piccolo. Ho cominciato a lavorare a 14 anni e me la sono sempre cavata. Vuol sapere perché mi hanno messo in mezzo? Perché faccio parte dei soggetti più adatti. Ringrazio la procura e i carabinieri per come hanno lavorato, per il rispetto che hanno mantenuto. Perché non si gioca con i sentimenti, non si gioca su un bambino ucciso, non si gioca e basta».

Nobel e dintorni

La Stampa 06 Ottobre 2004
Piero Bianucci

Tre scienziati americani - David Gross, David Politzer e Frank Wilczek - ieri hanno visto premiare con il Nobel per la fisica una teoria che pubblicarono nel 1973: quella che spiega come e perché stanno insieme i quark, cioè i mattoni fondamentali della materia, e i nuclei atomici. Gross ha 63 anni e lavora all’Università della California a Santa Barbara; Wilczek, suo allievo, ha 53 anni e insegna al Massachusetts Institute of Technology; David Politzer, dopo aver studiato ad ad Harvard, è passato al California Institute of Technology di Pasadena: si divideranno in parti uguali una somma di oltre un milione di euro.
La teoria che i tre fisici elaborarono più di 30 anni fa si chiama «cromodinamica quantistica». Centinaia di esperimenti ne hanno comprovato la validità. Il Modello Standard delle particelle elementari ha in essa un caposaldo: senza questa teoria molti fenomeni del microcosmo sarebbero incomprensibili. Il Nobel arriva quindi con un po’ di ritardo...
La «cromodinamica quantistica», nonostante il suo nome, non ha nulla a che fare i colori. I fisici parlano di «colori» per caratterizzare le forze che agiscono tra i quark e nei nuclei atomici. I quark sono considerati attualmente particelle senza struttura, cioè entità realmente elementari, e sono sei; due soltanto però, chiamati Up e Down, entrano nella costituzione della materia di cui siamo fatti e di cui è fatto l’universo visibile. Combinazioni di tre di questi due tipi di quark formano i protoni (particelle con carica positiva) e i neutroni (particelle senza carica elettrica). A parte il caso dell’idrogeno, i nuclei sono costituiti da più protoni e neutroni, e i protoni, avendo la stessa carica, si respingono: i nuclei quindi non dovrebbero stare insieme. A renderli compatti provvede l’«interazione forte», grazie al fatto che è più forte dell’interazione elettromagnetica e dei suoi effetti repulsivi. Il comportamento di questa forza è singolare: agisce in un campo ristretto, che non supera i confini dei nuclei atomici più massicci, ma in questo ambito diventa più forte a distanza maggiore e più debole a distanza minore. Un po’ come la forza che bisogna esercitare per allungare un elastico aumenta via via che se ne allontanano i capi. I quark, quando sono confinati nei protoni e nei neutroni a distanze brevissime, possono quindi comportarsi quasi come se fossero particelle libere. La teoria di Gross, Wilczek e Politzer descrive in modo matematicamente coerente questo bizzarro comportamento.
«La possibilità di mantenere un regime debole dell’interazione forte - spiega Roberto Petronzio, presidente dell’Istituto di fisica nucleare - è alla base dell’esistenza di un nuovo stato della materia nucleare, il plasma di gluoni e quark, ottenibile a energia e densità elevate, che si studierà al Cern». Il prossimo obiettivo è arrivare a una teoria ancora più generale, che spieghi in modo unitario l’interazione forte, l’interazione elettro-debole e la gravità: la «teoria del Tutto». Chi ci riuscirà farà un viaggio a Stoccolma.

Repubblica 6.10.04
Tutti i segreti di un premio speciale
Alla vigilia del prestigioso riconoscimento per la letteratura
I protagonisti gli esclusi, le scelte Ecco come lo si assegna
PIERGIORGIO ODIFREDDI

Nel suo testamento del 27 novembre 1895 Alfred Nobel, divenuto miliardario per l´invenzione della dinamite, destinò la sua fortuna alla creazione di quelli che oggi sono i riconoscimenti più famosi e ambìti del mondo: gli annuali premi per la letteratura, la fisica, la chimica, la medicina e la pace, ai quali la Banca Centrale di Svezia ha aggiunto nel 1968 un analogo premio per l´economia. Nobel morì a San Remo il 10 dicembre 1896, e i suoi premi furono assegnati a partire dal 1901. Ogni anno la cerimonia ufficiale si tiene il 10 dicembre, in due solenni eventi paralleli: a Oslo il re di Norvegia consegna il premio per la pace, a Stoccolma il re di Svezia i rimanenti cinque. Ma i nomi dei vincitori vengono comunicati agli inizi di ottobre, proprio in questi giorni.
Per partire da casa nostra, i vincitori italiani sono stati finora diciannove: sei in letteratura (Carducci, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Montale e Fo), cinque in medicina (Golgi, Bovet, Luria, Dulbecco e Levi Montalcini), cinque in fisica (Marconi, Fermi, Segrè, Rubbia, Giacconi) e uno in chimica (Natta), economia (Modigliani) e per la pace (Moneta).
Allargando lo sguardo al mondo intero, le donne insignite del premio sono state trentuno in tutto, di cui due italiane, variamente distribuite: da dieci per la pace a due per la fisica. Benché nessuna abbia vinto un premio intero nell´economia, si può dire che la moglie di Lucas Robert ne abbia vinto il cinquanta per cento nel 1995: grazie alla sentenza di divorzio, che le assegnava la metà di un eventuale premio futuro. La stessa cosa aveva fatto Albert Einstein, che girò preventivamente alla moglie l´intero premio: scommettendo, questa volta, sul sicuro.
Pochissime sono, ovviamente, le foto di famiglia nell´album dei vincitori: la più affollata è certamente quella dei Curie, con la madre Marie, il padre Pierre, la figlia Irene e il genero Frederic Joliot. In altri cinque casi vinsero padre e figlio, tra i quali Henry e William Bragg in uno stesso anno (1915), e Manne e Kai Siegbahn a cinquantasette anni di distanza (1922 e 1975), tutti per la fisica. In altri due casi vinsero marito e moglie, mentre di fratelli si registra invece solo una coppia.
Soltanto due persone hanno preso due volte lo stesso premio: John Bardeen in fisica, nel 1956 e 1972, e Frederick Sanger in chimica, nel 1958 e 1980. Altre due hanno meritato due premi diversi: Marie Curie in fisica e chimica, e Linus Pauling in chimica e per la pace. Il più giovane vincitore è stato William Bragg, che aveva venticinque anni. Il più sfortunato William Vickrey, che nel 1996 morí tre giorni dopo aver ricevuto la notizia della vittoria.
Le persone che hanno rifiutato il premio si contano, letteralmente, sulle dita di una mano. I russi obbligarono Boris Pasternak (letteratura) a declinare nel 1958. Lo stesso avevano fatto i tedeschi con Richard Kuhn e Adolf Butenandt (chimica) e Gerhard Domagck (medicina) nel 1938-39, ma essi furono reintegrati dopo la guerra. Gli unici rifiuti spontanei sono quelli di Jean Paul Sartre (letteratura) nel 1964 e Le Duc Tho (pace) nel 1973.
Il premio per la pace ha, ovviamente, forti connotazioni politiche. Spesso è stato assegnato a organizzazioni indiscutibili: l´alto commissariato Onu per i rifugiati, la campagna contro le mine, i medici senza frontiere, la Croce Rossa, Amnesty International, l´Unicef. A volte è andato a figure carismatiche quali il Dalai Lama, madre Teresa e il dottor Schweitzer, o a simboli della lotta contro l´oppressione quali Mandela, Sacharov e Martin Luther King. Troppo spesso, però, è stato assegnato a coloro che la pace la fanno solo dopo aver fatto la guerra. Il caso più controverso è certamente quello di Henry Kissinger, che l´ha ricevuto insieme a Le Duc Tho: un movimento popolare sta ora cercando di farglielo revocare, a causa delle sue responsabilità nel genocidio in Cambogia e nel colpo di stato di Pinochet.
Anche il premio per la letteratura ha una natura politica, benché meno evidente. Sartre lo rifiutò appunto perché non voleva un riconoscimento che andava soltanto a scrittori occidentali o dissidenti. Oltre a Pasternak, il più famoso di questi ultimi fu certamente Solgenitsyn, che non andò a ritirarlo nel 1970 per timore di non poter rientrare in Unione Sovietica, e lo ricevette dopo essere stato espulso nel 1974. Un´ulteriore anomalia del premio per la letteratura è che fra i vincitori ci sono molti scrittori di secondo piano, dimenticabili e dimenticati, ma non i più grandi nomi del secolo: Proust, Joyce, Musil, Gadda e Borges, tanto per rimanere alle lingue europee. Il che suona ironico, visto che in genere è proprio questo il premio che riceve la maggiore attenzione mediatica.
Il premio per la fisica è invece il più ambíto tra quelli scientifici. L´hanno ricevuto i padri fondatori della meccanica quantistica (Planck, Bohr, Heisenberg, Schrödinger e Dirac), cosí come i creatori dell´elettrodinamica quantistica (Feynman, Schwinger e Tomonaga) e gli unificatori della forza elettrodebole (Glashow, Weinberg e Salam). Stranamente, invece, nessun premio è mai stato assegnato per la relatività: neppure a Einstein, che ne avrebbe meritati parecchi e ne ricevette uno solo, per un lavoro secondario sull´effetto fotoelettrico. Molti premi sono andati ai fisici sperimentali, che hanno scoperto in laboratorio le particelle previste dalla teoria: dal positrone (Anderson) ai bosoni deboli (Rubbia).
I vincitori del premio per la chimica sono forse i meno noti al pubblico, benché fra essi ci siano nomi quali i già citati Marie Curie e Linus Pauling. Più fortunati sono i medici, il cui premio comprende ufficialmente la fisiologia e ufficiosamente la biologia: nella lista dei laureati troviamo personaggi ormai passati alla storia, che hanno legato il loro nome ai riflessi condizionati (Pavlov), alla penicillina (Fleming), all´elica del Dna (Crick e Watson), al caso e alla necessità (Monod), all´etologia (Lorenz) e alla lateralizzazione del cervello (Sperry).
Il premio per l´economia, ultimo arrivato, riflette la duplicità di una disciplina ancora costretta a barcamenarsi tra fatti e opinioni. A un estremo si situano gli economisti matematici, dimostratori di profondi teoremi sulle scelte sociali (Arrow e Sen), l´equilibrio dei mercati (Debreu), la pianificazione (Kantorovich) e la teoria dei giochi (Nash). All´altro estremo si trovano gli economisti politici, dispensatori di superficiali slogan ideologici: il più controverso è Milton Friedman, ultrà del liberalismo e del monetarismo, che fornì a Pinochet la copertura intellettuale per i suoi esperimenti economici.
Kissinger e Friedman non sono però i soli premi Nobel imbarazzanti della storia. Altrettanto lo è stato Antonio Moniz, premiato nel 1949 per «la scoperta del valore terapeutico della lobotomizzazione», una pratica oggi considerata più uno strumento di tortura che una terapia clinica. O Hermann Müller, vincitore nel 1946 per la medicina, dopo essere emigrato dagli Stati Uniti in Unione Sovietica per proporre a Stalin un programma eugenetico. O Fritz Haber, vincitore nel 1918 per la chimica, dopo aver inventato e inaugurato nella Prima Guerra Mondiale la prima letale arma chimica (il gas di cloro). Fortunatamente, però, queste sono eccezioni: la regola del premio Nobel è quella che gli ha permesso di diventare, in un secolo, un diploma di eccellenza che molti sognano di vincere, anche se pochi ci riescono.

La Stampa TuttoLibri 2.10.04
Giovani, vi esorto alla scienza
Tullio Regge

AI miei tempi, parlo di mezzo secolo fa, era di moda la fisica: relatività e meccanica dei quanti erano per me un’esca irresistibile. Erano i tempi della rivoluzione scientifica con i suoi eroi e le sue leggende. La fisica ha sconvolto la nostra visione del microcosmo e del macrocosmo, ha dato impulso a nuove tecnologie che a loro volta hanno scatenato altre rivoluzioni scientifiche in campi diversi del sapere come la biologia, l’astrofisica e la matematica. Nonostante il mio entusiasmo, penso che la carica rivoluzionaria della fisica stia per esaurirsi o che stia perlomeno andando incontro a una fase di stasi, che spero temporanea. Come avrebbe detto il filosofo della scienza Thomas Kuhn, la fisica è al momento in una fase di «scienza normale»: la bandiera della rivoluzione è ora in mano alla biologia, ma anche a discipline affini alla fisica e dallo sviluppo tumultuoso come la cosmologia e l’astrofisica. Telescopi spaziali, sonde e nuovi grandi telescopi terrestri, ma anche possenti metodi informatici, hanno rivoluzionato le tecniche osservative.
Quello che voglio consigliarvi è di rivolgervi alle scienze in fase di rapido sviluppo e di guardare al futuro, ma al tempo stesso di non cedere alle mode. Chi si ricorda più della cibernetica? Trent’anni fa pareva la fine del mondo, e oggi è ormai un carrozzone in disuso, buono solo per gli antiquari. Lo stesso dicasi dei frattali. State attenti alle etichette che promettono molto ma che poi svaniscono nel nulla. Come antidoto consultatevi con degli esperti, e non con uno solo, ma con molti, in modo da comporre una visione equilibrata della vostra personale ricerca.

* * *
Se potessi rinascere e ricominciare tutto da capo forse cambierei mestiere, lascerei la fisica e mi occuperei di storia dell’arte. Uno dei miei primi ricordi di Princeton, siamo ancora negli Anni Sessanta, è l’incontro con un buffo ometto, uno storico dell’arte. Mi chiese da dove provenissi, e quando gli dissi che venivo da Torino, città che secondo me aveva ben poco da offrire, reagì vigorosamente elencando una lunga serie di tesori artistici che temo siano tuttora ben nascosti nella mia città. Aveva una memoria stupefacente, ed era anche molto simpatico. Solo diverso tempo dopo scoprii che quel buffo ometto era Erwin Panofsky, considerato dagli esperti come l’Einstein della storia dell’arte.
Dopo Panofsky ho conosciuto Millard Meiss, e poi Irvin e Marilyn Lavin, suoi successori all’Institute for Advanced Study di Princeton. Raccontai loro della mia visita ad Arezzo e della mia meraviglia davanti agli affreschi di Piero della Francesca, e appresi che l’artista era stato anche un grande matematico, come testimonia il suo trattato De quinque corporibus regularibus, scritto in latino e tradotto poi in italiano nel 1509, dopo la sua morte.
Nei suoi dipinti appaiono i cinque solidi platonici: non solo il cubo, l’ottaedro e il tetraedro regolare, ma anche l’icosaedro e il pentagondodecaedro, oggetti assai più impegnativi dal punto di vista formale. Piero della Francesca manipolava disinvoltamente le radici quadrate utilizzate nella sezione aurea e ovunque appaia la simmetria pentagonale. Di grande interesse e ancora attuale è la formalizzazione delle leggi della prospettiva utilizzate nella sua opera fondamentale De prospectiva pingendi.
Piero della Francesca morì il 12 ottobre 1492, il giorno della scoperta dell’America e della fine del Medioevo. Nei secoli successivi l’armoniosa coesistenza e simbiosi tra arte, cultura umanistica e scienza, gloria e vanto del Rinascimento, è venuta gradualmente meno, ed è logico chiedersi il perché. Tra le varie cause, la caduta del sistema geocentrico, seguita dal successo spettacolare della nuova astronomia e della legge di Newton, e poi il susseguirsi di sempre nuove rivoluzioni scientifiche. In Italia, poi, credo che l’influsso del neoidealismo di Croce e Gentile - dominante nella cultura del Novecento - abbia dato il colpo di grazia a una dicotomia già molto difficile da ricomporre, tentando fra l’altro di relegare la scienza a un ruolo subordinato. Croce sosteneva che la scienza fosse mera «ingegneria», che il suo valore fosse esclusivamente pratico e non potesse quindi costituire una vera conoscenza. Anche se il neoidealismo appartiene ormai al passato, i danni che ha causato sono ancora evidenti.
Ho voluto ricordare la figura di Piero della Francesca e il fascino che esercitò su di me tanti anni fa proprio per mostrare come scienza e arte, e più in generale mondi che sembrano così lontani tra loro come la ragione e la creatività, o la fantasia, in realtà non lo siano affatto. Credo invece che appartengano tutti a una dimensione umana più ampia di quanto ci abbiano voluto far credere molti secoli di eventi e varie correnti di pensiero. E’ quella dimensione in cui, ed è su questo che vi invito a riflettere, riusciamo a cogliere e ammirare la bellezza di un teorema di matematica o di un’equazione di fisica, e nello stesso modo un dipinto o un brano musicale - penso soprattutto a Johann Sebastian Bach, uno dei miei idoli - ci appaiono nella loro perfezione numerica e geometrica, sublime quanto emozionante.

* * *
Vorrei che si sviluppasse in voi giovani il senso critico, ossia la capacità di valutare le cose per quelle che sono, senza filtri demagogici o dogmatismi di sorta, avendo il coraggio, se necessario, di dubitare anche di quello che tutti sembrano ritenere ovvio. Significa anche saper giudicare a partire dai fatti, e non lasciarsi fuorviare dalle idee degli altri senza averle prima fatte nostre, né permettere che le nostre si irrigidiscano. Significa documentarsi, andare instancabilmente alla ricerca di conferme, saper cambiare idea e riconoscere i propri errori. E’ quanto di meglio la scienza, e il metodo scientifico, mi abbiano mai insegnato. Spero che possa insegnarlo anche a voi.

* * *
Prima ancora di abbracciare la nobile causa dell’ambientalismo, dovremmo forse pensare a un’«ecologia della mente», sbarazzarci dei pregiudizi, tornare al dialogo aperto e costruttivo. Non abbiate paura di dubitare, e di criticare tutto quello che non vi convince fino in fondo. Abbiate la forza e il coraggio di sostenere le vostre idee, anche se vi sembrano impopolari, anche quando non vi sentite appoggiati. La forza della ragione è in ciascuno di voi. E’ questa la scienza che voglio provare ad insegnarvi: quella mossa dal ragionamento critico, lo stesso che già due secoli fa insegnavano gli illuministi e dopo di loro il grande filosofo Kant, e che riassumerei così: pensate con la vostra testa.

Cina:
cambia la politica sulla natalità

Repubblica 6.10.04
Cina, via la legge sul figlio unico è crisi per il crollo delle nascite
Lo stop all´aumento della popolazione sta creando problemi economici, sanitari e previdenziali
Negli ultimi 25 anni era stata sconfitta la "bomba demografica": adesso è emergenza per la denatalità
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI

PECHINO - Ci sono due fratellini di pochi mesi che indossano l´antico costume imperiale e la treccia da mandarino. Altri in barba alla tradizione hanno preferito sfoggiare un cappello da cowboy. Alcuni sono arrivati sul passeggino-tandem spinto dalla mamma, i due più anziani (70 anni) appoggiandosi al bastone. Sono le cinquecento coppie che da sabato nel parco vicino alla Città proibita animano il primo festival dei gemelli. Per l´evento sono venuti da tutta la Cina e il telegiornale di Stato in vena di facezie gli ha dedicato questo titolo di apertura: «Pechino ci vede doppio». In un paese con 100 milioni di figli unici i gemelli sono i privilegiati di madre natura: crescono in compagnia di un fratello o di una sorella, senza che i loro genitori debbano pagare multe e tasse salate per aver infranto la legge sul controllo delle nascite. «Noi non siamo mai sole» ha dichiarato esultante alla tv Wang Yanren, una di tre gemelle quindicenni.
Questo festival nazionale dei gemelli è stato orchestrato con gran pubblicità in coincidenza con la settimana di vacanze che si apre ogni anno il primo ottobre, anniversario della Rivoluzione. Come spesso accade in Cina anche con gli eventi più leggeri, la sceneggiatura lascia trapelare un disegno politico. Contrordine compagni, e soprattutto compagne. Negli ultimi 25 anni la Cina ha sconfitto la sua «bomba demografica» con la più efficace politica di limitazione della natalità mai applicata al mondo. La legge del figlio unico ha frenato brutalmente l´aumento della popolazione, che ormai cresce solo dello 0,7% annuo. Appena una generazione fa, la Cina aveva una volta e mezzo gli abitanti dell´India, fra dieci anni l´India l´avrà raggiunta a quota 1,4 miliardi. Il successo cinese non è stato indolore. Quando fu varato alla fine degli anni 70 il controllo delle nascite, soprattutto nelle campagne, veniva applicato dal partito comunista con metodi autoritari (inclusi gli aborti forzati) denunciati dai difensori dei diritti umani. In seguito subentrarono strumenti più soft come i disincentivi fiscali e assistenziali (oltre il primo figlio salgono le tasse e rincara la scuola). Qui e là ci furono anche delle eccezioni, nelle aree più depresse, per alcune minoranze etniche, o per arginare gli infanticidi di bambine nelle campagne, le autorità chiusero un occhio sul secondo figlio. Ma intanto l´emancipazione femminile, l´istruzione e il lavoro delle donne hanno avuto un ruolo decisivo sul crollo della prolificità. Oggi nelle metropoli «americanizzate» di Pechino Shanghai e Guangzhou i giovani preferiscono godersi il benessere, le mogli pensano alla carriera, dilaga il trend sociale delle coppie che decidono di rimanere a quota zero figli, questa volta senza nessuna pianificazione dall´alto. Di colpo il governo di Pechino deve fronteggiare - su una scala senza eguali al mondo - tutti i problemi creati dalla denatalità: invecchiamento accelerato, emergenza-pensioni, crisi della sanità.
Shanghai, la City della finanza e la capitale del boom industriale, è già alle prese con i sintomi di una penuria di giovani sul mercato del lavoro.
Spesso all´avanguardia nei cambiamenti politici, Shanghai il mese scorso ha rotto il tabù per prima: le autorità cittadine hanno offerto incentivi fiscali alle coppie che fanno due figli. Adesso lo strappo sta per diventare nazionale. Il presidente Hu Jintao ha nominato una task force di 250 demografi ed economisti incaricati di riesaminare la politica delle nascite. Dai lavori della commissione è già trapelata un´anticipazione: gli esperti consigliano di adottare ufficialmente la «politica dei due figli», indispensabile nel lungo termine per stabilizzare la popolazione e garantire un equilibrio tra vecchi e giovani.
Per un paese che nella nostra memoria è ancora associato alla sovrappopolazione, i problemi oggi si sono invertiti drammaticamente. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, tra vent´anni l´età media dei cinesi avrà superato quella degli americani. Nel 2025, gli ultrasessantenni in Cina saranno più di 300 milioni mentre dietro di loro le generazioni più giovani si assottigliano. L´emergenza è accentuata dal fatto che la Cina - comunista ormai solo di nome - non ha un sistema previdenziale moderno. Solo di recente il governo ha pubblicato un Libro Bianco sulle pensioni. La maggioranza della popolazione - dai contadini agli immigrati nelle città, dai dipendenti delle piccole imprese ai lavoratori autonomi - deve affrontare la vecchiaia senza rete. Nella tradizione confuciana l´unico Welfare è la famiglia. È un sistema che poteva funzionare nella Cina imperiale, quando gli anziani erano circondati da un esercito di figli e nuore, nipoti e pronipoti. Diventa una ricetta impraticabile nella Cina del «figlio unico», che dovrebbe sostentare da solo genitori e nonni sempre più longevi. L´emergenza-anziani è tanto più grave perché la Cina, a differenza dagli Stati Uniti e dal Giappone, ha avuto meno tempo a disposizione per prepararsi alla nuova fase demografica. Secondo la battuta dell´economista Hu Angang della università Qinghua di Pechino, «noi qui rischiamo di diventare vecchi prima di essere diventati ricchi». Nel 2040 la popolazione di cinesi anziani avrà superato quella americana, ma il reddito pro capite no.
Insieme con i problemi previdenziali ed economici, il controllo delle nascite ha anche provocato un ribaltamento nei valori e nei comportamenti. La Cina dei «cento milioni di figli unici» è diventata una società più individualista, più egoista, dove il rispetto degli anziani è stato gradualmente sostituito dall´idolatrìa dei bambini. La scarsità li ha resi preziosi, quindi viziati e coccolati come nelle peggiori società consumistiche. Per questo fenomeno sociale - del tutto sconosciuto nella storia della società cinese dominata dall´autorità degli anziani - è stato coniato il nome di Xiao Huangdi, cioè «piccoli imperatori». Il celebre letterato Yang Xiaosheng, in un´intervista al Beijing Star Daily, ha descritto questa cultura dei figli unici come «egocentrici, arrivisti spietati, incapaci di accettare critiche». Generazioni di genitori e nonni, che dovettero interrompere gli studi negli anni terribili della Rivoluzione culturale, oggi danno fondo a tutti i loro risparmi per pagare rette scolastiche di 6.000
dollari l´anno (tre volte il reddito pro capite del cinese medio): tanto costano a Pechino e Shanghai le scuole private di lusso che proiettano i «piccoli imperatori» verso le università di élite e il successo professionale.
Per motivi economici o per porre fine a questa dittatura dei teen-agers, i leader di Pechino sono costretti a smantellare quel controllo delle nascite che è stato uno dei pochi veri successi del comunismo. Ma non è detto che la società cinese di oggi obbedisca così docilmente al cambio di rotta come avvenne un quarto di secolo fa. Quando arriverà in tutte le case il pressante invito a mettere in cantiere il secondo figlio, forse sarà troppo tardi.