sabato 16 ottobre 2004

la Cina secondo Repubblica

Repubblica 16.10.04
PAUL THEROUX

Mi mostrò, a Shenyang, la gigantesca statua di Mao in resina epossidica. E´ l´apoteosi di Mao, padre fondatore, circondato da cinquantotto figure che rappresentano tutte le fasi della Rivoluzione cinese. Non occorreva mi dicesse che era stata eretta durante la Rivoluzione Culturale. Come la statua di Mao a Chengdu, mostrava il vecchio impartire sorridendo la sua benedizione al proletariato.
Statue così erano molto costose. Il denaro per quella di Chengdu, era stato stanziato per uno stadio, mentre quella di Shenyang era stata costruita con fondi municipali?
Che Mao fosse stato un uomo fuori dal comune, non c´era dubbio. Aveva detto d´avere meditato per anni un modo col quale scuotere il popolo cinese, dopo di che gli era venuta l´idea shock della Rivoluzione Culturale. Ma aveva strafatto: nessuno aveva capito quando fermarsi.

Repubblica 16.10.04
Quando un mito finisce nel terrore
Settant'anni fa iniziò la lunga marcia che avrebbe portato al trionfo del comunismo
Lo scrittore cinese Dai Sijie ricorda gli anni terribili della rivoluzione culturale e i crimini politici
LEONETTA BENTIVOGLIO

Il regime maoista fu una tragedia? «Piuttosto una catastrofe oggettiva. La privazione della libertà, la mortificazione del pensiero, la demonizzazione dell´Occidente. Sul piano economico e politico ebbe effetti disastrosi. Eppure quelli della rivoluzione culturale furono gli anni più intensi della mia vita. Non avevo soldi, mi avevano tolto i genitori, dovevo arrangiarmi da solo nel mondo. Il regime era duro, nero, crudele. Ma i sentimenti avevano una forza oggi scomparsa dal paesaggio. Non si può immaginare cosa significasse, per un giovane di allora, scoprire in clandestinità Balzac e Dostoevskij, o ascoltare di nascosto un´opera di Mozart. Era come toccare l´assoluto, dopo esperienze del genere sentivi che c´era solo la morte».
L´estro di Dai Sijie, scrittore e regista cinese di grande successo in Occidente, sta nel guardare la Cina in prospettive sempre spiazzanti, filtrando con la sua passione, o con la sua umana tenerezza, anche le colpe e i drammi del maoismo. Il suo primo romanzo, Balzac e la piccola sarta cinese, tradotto in cinquanta paesi (Adelphi lo pubblicò in Italia nel 2001, e l´anno scorso lo stesso autore ne trasse un film), evocava il calvario dei campi maoisti di rieducazione dei giovani intellettuali, esperienza vissuta davvero da Sijie, con un sarcasmo e un candore che la censura cinese reputò più iniqui di una solenne denuncia: «E infatti il film in Cina è stato proibito», riferisce Sijie, «mentre il libro è uscito solo di recente, ma corredato da un postfazione del traduttore che si dichiara in disaccordo politico col racconto, pur confessando di aver rubato e letto di nascosto anch´egli, come tanti giovani durante la rivoluzione culturale, i capolavori occidentali. All´epoca procurarsi un libro proibito era più eccitante o sconvolgente che drogarsi». Nel frattempo sta uscendo in Italia, sempre per Adelphi, il secondo romanzo di Sijie, Muo e la vergine cinese, che egli non esita a definire «ancora più divertente del primo»: una storia sulla Cina odierna, futuribile e arcaica, efficiente e corrotta, sospinta dalle contraddizioni.
Sijie, che vive da vent´anni a Parigi, e che è appena tornato dal Vietnam dove ha fatto i sopralluoghi del suo nuovo film (di cui la censura cinese gli ha proibito le riprese in Cina), ha una storia segnata dal maoismo: «I miei, che facevano i medici, erano cristiani, quindi borghesi e nemici del popolo. Quando avevo dodici anni vennero reclusi nell´ospedale in cui lavoravano, al cui interno c´era un edificio dov´erano costretti ad abitare e in cui dovevano fare ammenda per i loro crimini, non si capiva quali. Crebbi con mio nonno che era un pastore protestante, e fu il più perseguitato della mia famiglia. Morì durante la rivoluzione culturale. Venni mandato in un campo di rieducazione a 17 anni e ne uscii a 21. Una generazione intera di cinesi finì in quei campi: il 5 per cento della popolazione, una cifra enorme, superiore a quella degli abitanti dell´Italia. Le scuole rimasero chiuse per qualche anno, perché i bambini dovevano fare la rivoluzione, cioè partecipare alle marce, imparare gli slogan e gridarli per la strada. Per fortuna io avevo già imparato a leggere, cosa che in Cina richiede cinque anni di studio nelle scuole primarie».
In che cosa consisteva la rieducazione nei campi?
«Si lavorava in risaie o in miniere di carbone, sotto la guida di contadini analfabeti, in nome di un lavaggio del cervello, ci dicevano, che andava compiuto col nostro sudore. Si era esclusi dalla società, ma l´umiliazione era meno violenta di quella subita da famiglie come la mia all´inizio della rivoluzione, quando la persecuzione era generalizzata. Per strada la gente ti sputava addosso, se eri un bambino i compagni ti picchiavano e quando tornavi a casa c´era sempre un parente o un amico che era stato denunciato e arrestato».
Come uscì dalla segregazione?
«Mi lasciarono andare perché stavo diventando cieco. Ero molto miope e i miei occhiali si erano rotti lavorando nei campi. Così la vista peggiorò moltissimo. Nessuno, in quel contesto, portava occhiali. Voleva dire collocarsi dalla parte sbagliata. La parte giusta erano i contadini analfabeti. Mao aveva una fissazione per questa categoria. Non era marxista, non amava il proletariato industriale. E odiava gli intellettuali, che colpì con pubbliche umiliazioni. Li detestava tutti, anche quelli che cercarono di collaborare col regime. Nessuno di loro riuscì a entrare nel partito. Era un privilegio riservato ai contadini, ai soldati e agli operai».
Eppure lei ha definito Mao un tiranno geniale.
«Geniale e anche idiota. Come si fa a proibire l´arte e i libri? Cancellare il pensiero umano è un´utopia demenziale. D´altra parte, come tutti i cinesi, riconosco il suo genio. Mao dominò con un senso esatto dell´anima del suo popolo. Due cinesi hanno capito meglio di chiunque la mia gente: lo scrittore Lu Xun e appunto Mao, sebbene con obiettivi diversi. Lu Xun colse i difetti dei cinesi per criticarli, mentre Mao li utilizzò per governare: un tiranno di astuzia incomparabile».
Qual è l´atteggiamento dell´attuale governo cinese nei confronti del maoismo?
«Oggi la Cina è governata da comunisti capitalisti che giudicano il maoismo un´esperienza fallimentare dal punto di vista economico e politico. Come nei paesi occidentali e cosiddetti democratici, in Cina vige la legge del profitto. Gorbaciov non riuscì a trasformare la Russia in un paese capitalista, al contrario di quanto ha fatto il partito comunista cinese, che ha realizzato il miracolo storico più sensazionale del mondo».

Repubblica 16.10.04
Le vittime del comunismo cinese oscillano fra i 23 e i 35 milioni di morti
DIETRO LE MURA ROSSE L'ALTRA FACCIA DEL '900
BERNARDO VALLI

Scelta da Mao, certamente anche per la sua intelligenza, Zhang era in grado di tradurre in discorsi coerenti i suoi affannati suoni, simili a rantoli singhiozzanti. Nell´attesa della morte, egli comunicava attraverso di lei con i pochi eletti ammessi nella residenza di Zhongnanhai, nell´angolo sud-ovest della Città Proibita.
Quel giorno, il 15 giugno, neppure tre mesi prima della fine, rivolgendosi ai membri dell´Ufficio Politico, egli riassunse, attraverso Zhang, quel che riteneva di avere fatto di importante nella vita. Fece un rapido bilancio. Cercò di anticipare il verdetto che avrebbe affrontato una volta saldata la bara. Citò due grandi avvenimenti. Aveva combattutto per anni, ricordò, contro Chang Kai-shek. Ed evocando il decisivo confronto con il capo nazionalista, nella sua memoria, non del tutto tarmata, si devono esssere accese alcune immagini della Lunga Marcia, impresa epica, e tra le più sanguinose di quella guerra civile. E infine, disse Mao, concludendo questo primo capitolo, Chang Kai-shek fu relegato «nella piccola isola» di Taiwan.
Il secondo merito che il leader morente si attribuì fu la resistenza contro gli invasori giapponesi. Stando agli atti di quella riunione dell´Ufficio Politico, avvenuta nella residenza di Zhongnanhai, (atti citati dal sinologo Jonathan Spence, in Mao Zedong, Penguin Group, 1999, USA), Mao disse di avere chiesto e ottenuto che quegli stranieri «ritonassero nella loro casa ancestrale». Le altre imprese, continuò, le aveva promosse e guidate non stando sul campo, ma dalla Città Proibita, dal rostro imperiale. E la rivoluzione culturale? Essa non aveva ottenuto il sostegno di molti e aveva suscitato l´opposizione di pochi. Era rimasta soprattutto incompiuta. Lui non poteva che assegnare il compito di condurla a termine alla nuova generazione. «Cosa accadrà - si chiese - se essa fallisce nella missione?» La risposta che si dette non conteneva nulla di messianico, c´era più rassegnazione che fiducia: «Si potrebbe alzare un vento contrario, potrebbe esserci una pioggia di sangue. Come sarà affrontata la prova? Solo il cielo lo sa».
C´è poco da obiettare sulla validità dei due principali meriti che Mao si attribuì, nel rapido bilancio della sua vita fatto in punto di morte: la sconfitta di Chang Kai-shek e la cacciata dei giapponesi. Egli ha lasciato in eredità una Cina riunificata e indipendente. Ha realizzato quello che l´imperatore Qin, il solo personaggio del profondo passato nazionale esaltato da Mao, aveva fatto ventidue secoli prima. Gli storici, anche se non tutti, presentano Qin come un sovrano crudele, uno sfrenato promotore del culto della propria persona (si identificò con la Stella polare e si fece una necropoli sul monte Li, alla cui costruzione contribuirono 70 mila operai); ma fu anche, per giudizio unanime, il primo imperatore di tutto il mondo civile, cioé della Cina unificata. Il resto del bilancio fatto da Mao, tramite la voce della giovane Zhang, nella dimora di Zhongnanhai, rivela l´assoluta incapacità di vedere il futuro da parte di chi ha un´alta considerazione di sé e dei propri atti, e dunque ritiene che l´avvenire seguirà il loro tracciato oppure sarà tragico, senza speranza.
Il vento contrario c´è stato, ma non ha provocato una pioggia di sangue. E´ accaduto l´opposto. E´ spuntata una foresta di grattacieli, di industrie sempre più avanzate, di teatri, di cinematografi, di antenne televisive; e sono state disegnate decine di migliaia di chilometri di autostrade, sempre più animate da macchine che via via soppiantano tricicli e veicoli a traino umano o animale; come gli apparecchi elettronici sostituiscono i pallottolieri e i registri traboccanti ideogrammi. Non è il benessere di tutti, ancora lontano, ma non è più la miseria, né la totale povertà. Le città trionfano e le campagne restano nell´ombra. Il corso maoista si è capovolto. Quel che Mao non poteva prevedere, nei suoi ultimi giorni dietro le mura rosse della Città Proibita, era che a poco distanza, sulla Tiananmen, dominata dal suo ritratto, e nel Palazzo del Popolo, in cui lui officiava, il suo partito, il partito comunista, avrebbe decretato, promosso e sostenuto la svolta verso il capitalismo. L´incompiuta rivoluzione culturale è stata rovesciata, condannata, cancellata. E tuttavia sulla Tiananmen, protetta da un mausoleo, resta la sua salma imbalsamata. E davanti al Mao per sempre immobile sfilano reverenti i cinesi non più dediti allo studio le Libretto Rosso, ma del mercato immobiliare o automobilistico, o dei programmi televisivi in cui abbondano le telenovela. La Cina è un paese comunista avviato al capitalismo. Era troppo da immaginare, poco più di un quarto secolo fa, per l´imperatore comunista assediato dagli infarti.
L´Asia ricopre la storia di leggende. La Cina ama i miti, forse per provare un giorno i brividi della dissacrazione. La quale potrebbe arrivare anche per Mao Zedong. Ma non sembra ancora giunto il momento. Se si visita Shaoshan, sulle colline dello Hunan, dove Mao venne al mondo nel tardo 1893, e dove sorge un grande mausoleo, ci si accorge di come egli occupi ancora un posto centrale nel pantheon del regime, anche se lo stesso regime va nell´opposta direzione ai suoi insegnamenti. In quanto immagine Mao sopravvive al maoismo. Nell´iconografia ufficiale domina tutti gli altri, lo stesso Deng Xiapoing viene raffigurato in una posizione inferiore, pur esendo lui l´artefice della nuova Cina. Il fatto è che il 9 settembre 1976, dietro le mura della Città proibita, non è morto il capo di un partito, ma il fondatore di una dinastia. E un sovrano può avere conseguito successi o insuccessi, può avere contribuito in alcune fasi del suo regno al benessere e alla grandezza dell´impero, e in altri può avere subito disfatte o commesse crudeltà; ma nell´albero genealogico le priorità vanno rispettate.
L´imperatore Qin, amato da Mao, non fu rimosso dalla posizione storica di capostipite, più di duemila anni fa, finché la sua dinastia sopravvisse, benché i successori adottassero altri principi per regnare sull´Impero di Mezzo. Il vertice del partito è come una famiglia imperiale. Se condanni il fondatore, se annulli le motivazioni iniziali della dinastia, rischi di distruggerla. I principi continuano ad essere celebrati nei riti ufficiali, ma la realtà cambia e comanda.
A Shaoshan ho chiesto a pellegrini venuti dalla Manciuria, e in contemplazione davanti alla modesta casa natale di Mao, come davanti a un presepio, cosa pensassero di lui. Riconosco che era il luogo meno adatto per ottenere risposte autentiche. Il giudizio unanime fu «Era un genio». Perché? «Ha fatto della Cina una grande potenza indipendente». Intellettuali di Pechino, di Shanghai, anche dell´attigua città di Changsa, non soltanto in privato, mi avrebbero risposto altrimenti. Molti di loro avrebbero denunciato il culto di Mao, sia perché contraddittorio rispetto al corso degli avvenimenti, sia perché responsabile, in larga parte, della mancanza di democrazia in Cina. Il culto di Mao è il culto del partito. Quindi del monopolio del potere.
Nessun altro uomo ha mai esercitato il potere assoluto su un popolo tanto numeroso: e forse nessun altro uomo ha mai provocato tante vittime. I maggiori biografi di Mao avanzano delle cifre. L´inglese Short parla di un minimo di 23 milioni a un massimo di 35 milioni di morti, durante le crisi politiche ed economiche. L´americano Spence dice 700 mila morti durante la collettivizzazione, tra il ´50 e il ´52; 20 milioni per il Grande Balzo in Avanti alla fine degli anni Cinquanta, e la successiva carestia del ?60 e ? 61; e un numero incalcolabile durante la rivoluzione culturale, anzitutto nella seconda metà dei Sessanta. Ma nulla traspariva delle passate tragedie sulle colline verde smalto dello Hunan, gremite di pellegrini venuti a visitare i luoghi che videro i natali del primo imperatore comunista.
Pellegrini che passavano senza problemi dalla contemplazione della gigantesca statua di Mao ai McDonald´s per divorare hamburger, concreti simboli della nuova realtà.

Repubblica 16.10.04
COSA PENSA L´INTELLIGHENZIA DI PECHINO DEL "GRANDE TIMONIERE"

MA ORA LA CINA HA CAMBIATO MARCIA
FEDERICO RAMPINI

PECHINO. Lunga Marcia 6, si chiama il missile che quest´anno ha lanciato il primo astronauta cinese in orbita. Il Giornale dei Giovani, una testata di moda fra i teen-agers di Pechino, pubblica pagine di interviste ai reduci della Lunga Marcia. A settant´anni dall´epopea fondatrice della Cina comunista ? la disperata impresa dei centomila partigiani che Mao guidò per le montagne verso Yanan, dove arrivarono solo in ottomila ? il suo mito resiste e si intreccia con quello del Grande Timoniere. «C´è un ritorno di maoismo tra i giovani ? osserva l´intellettuale dissidente Zhang Lun ? . Mao viene rivalutato dalla nostra New Left anti-global che lo usa per criticare gli eccessi del capitalismo cinese attuale. E viene mitizzato dai contadini frustrati per essere rimasti ai margini del boom economico».
L´osservatore distratto vede fiumane di automobili sfrecciare sulla Piazza Tienanmen affumicando di smog il faccione placido della gigantografia di Mao; l´osservatore straniero cerca invano in altri luoghi di Pechino e della Cina i resti ormai introvabili del culto della personalità. L´apparenza suggerisce che Mao stia ormai sbiadendo nel Pantheon dei padri della patria, che la sua presa sui cinesi di oggi sia eguale a quella di Garibaldi o Cavour in Italia: nomi di piazze e di strade, qualche data da imparare a scuola. Invece non è così. Certo il culto della personalità non esiste più. Ma a cominciare dai banchi di scuola, ciò che i bambini cinesi studiano di Mao modella la loro identità nazionale e definisce le regole del discorso politico ufficiale. Prima di tutto i manuali scolastici mentono - dipingono la Lunga Marcia come una offensiva deliberata verso il Nord contro le truppe giapponesi d´occupazione mentre fu una ritirata sotto la pressione incalzante dell´esercito nazionalista del Kuomintang - e solo i più istruiti scoprono la verità da adulti. Il messaggio più chiaro che rimane dagli anni di scuola è che senza la Lunga Marcia la Cina sarebbe ancora una colonia nell´impero nipponico: anche questa è una forzatura visto che il Giappone fu sconfitto dagli americani, ma serve a fare di Mao il padre della resistenza allo straniero, una figura centrale nel vigoroso nazionalismo dei cinesi di oggi.
Dopo la sua morte nel 1976 la memoria ufficiale di Mao ha attraversato varie fasi. All´inizio il suo successore Deng Xiaoping lo seppellisce con il celebre giudizio «70% giusto, 30% sbagliato». Con quella formula sbrigativa viene santificato il leader della Lunga Marcia, l´artefice dell´indipendenza e della nuova unità nazionale, nonché lo stratega politico della rivoluzione. Deng condanna invece il demiurgo irrazionale del Grande Balzo in avanti (l´industrializzazione forzata che provocò le carestie del 1957-59) e soprattutto il regista delle purghe sanguinose della Rivoluzione culturale (1966-75). Negli anni ´80 l´interesse per Mao sembra estinguersi del tutto: al potere c´è proprio la generazione più traumatizzata dalle Rivoluzione culturale, che si lancia alla conquista dell´economia di mercato; è una generazione che rompe lo specchietto retrovisore, non ha voglia di riaprire le ferite del passato; i suoi figli all´università studiano informatica o economia, non storia. La terza fase, dagli anni ´90 a oggi, vede fiorire una letteratura popolare di divulgazione storica fatta di memorie personali, biografie e autobiografie. Nelle edicole delle stazioni vanno a ruba libri piccanti su Jiang Qing, l´ex attricetta di Shanghai e vedova di Mao, o sullo stesso Mao dipinto come un uomo solo, manipolato dalle donne. Nel 1996 sfonda sul mercato la rivista Lao Zhaopian cioè Vecchie foto: inaugura un nuovo filone di rotocalchi popolari che svuotano gli album di famiglia, spesso archivi di tragedie private. In assenza di un vero dibattito storico sul maoismo, le memorie individuali diventano una sorta di psicanalisi collettiva. Affiorano sofferenze enormi ma anche la sorprendente nostalgia di tanti cinquantenni che ricordano la Rivoluzione culturale (quando da studenti furono mandati a coltivare i campi) come un periodo di «dura miseria e fratellanza».
Che cosa pensa oggi di Mao l´intellighenzia più libera? Un giudizio lucido è quello del grande letterato Qian Liqun: «Dalla Lunga Marcia in poi, sono inestricabilmente legati a Mao i due grandi capitoli della Cina moderna: prima la conquista dell´indipendenza, poi l´esperimento di una forma cinese di socialismo. Anche i critici più severi devono riconoscere che la Lunga Marcia diede un contributo essenziale alla battaglia contro l´invasione imperialista, contro i residui feudali, per la costruzione di uno Stato moderno nella più grande nazione del pianeta. Ebbe una grande influenza su tutti i popoli del Terzo mondo nella decolonizzazione. Il fascino di Mao è legato poi all´utopia di eliminare le differenze tra città e campagna, tra lavoro manuale e intellettuale, tra Nord e Sud. Ma in certe rivalutazioni odierne di Mao vedo una triste ironia. I giovani oggi sono vittime di un´amnesia programmata, sanno poco perfino del massacro di Tienanmen dell´89, figuriamoci cosa sanno delle crudeltà della Rivoluzione culturale o del tragico Grande Balzo in avanti che fece milioni di morti. E´ sconcertante che il mito di Mao abbia un revival fra certi contadini poveri: la fine della sua Rivoluzione culturale nel 1976 fu salutata con gli urrà nelle campagne, perché finalmente i contadini tornarono in possesso di piccoli appezzamenti dopo decenni in cui avevano perso ogni diritto sulla terra. Alla fine l´ombra di Mao si staglia ancora sulla società cinese soprattutto attraverso il partito unico, i suoi modi pensare, il linguaggio e i tic dei suoi successori. Anche se oggi proprio quello che lui temeva di più - il capitalismo, i valori borghesi - hanno conquistato la Cina e ci trasformano in una società utilitaristica».

Repubblica 16.10.04
La Cina e la sinistra europea
Nonostante la diversità delle problematiche, l'analogia delle sfide da affrontare è sorprendente
MARC LAZAR

Che idea hanno i cinesi delle sinistre europee? Strana domanda, penserà di primo acchito il lettore, chiedendosi se l´immensa popolazione di quel gigantesco paese non abbia ben altre preoccupazioni. Ma mi si concederà tuttavia di riferire una mia piccola esperienza personale.
Nella tarda primavera di quest´anno, l´Accademia delle Scienze di Shanghai ha contattato le autorità consolari francesi: storici, sociologi e politologi cinesi erano interessati alle massicce manifestazioni del movimento antiglobalista, e desideravano comprendere meglio il significato di quel 14% ottenuto dai candidati comunisti, e soprattutto trotzkisti (il peggio dell´abominio agli occhi degli eredi di Mao Tse Tung) alle elezioni presidenziali francesi del 2002. Per soddisfare la loro curiosità, e grazie ai responsabili dell´Antenne française di scienze umane e sociali, ho trascorso alcuni giorni a Shanghai e a Pechino, dove ho parlato delle mie ricerche. In quell´occasione sono stato coinvolto in discussioni approfondite con vari docenti, ricercatori e giornalisti sul tema delle sinistre europee. Ovviamente, non ho la pretesa di fornire un quadro esauriente delle analisi cinesi in proposito. Mi limiterò, più modestamente, a riportare alcune riflessioni ascoltate qua e là, in occasione dei miei incontri.
Inizierò dalla galassia della sinistra radicale, che ovviamente suscita valutazioni ambivalenti. Da un lato, i miei interlocutori hanno manifestato la loro simpatia ideologica per gli antiglobalisti. La loro critica del capitalismo ravviva i ricordi dei più anziani; ma anche i membri più giovani del Partito comunista cinese vi trovano conforto per quanto ancora conservano di marxista, in un paese che ha in parte abbandonato l´economia amministrata. Vedono di buon occhio l´ostilità verso gli Stati Uniti, che a loro avviso, se ben canalizzata, potrebbe contribuire ad orientare l´opinione pubblica a opporsi alla politica estera della prima potenza mondiale. Alcuni dei colleghi con i quali ho parlato hanno persino espresso ammirazione per il coraggio dei manifestanti, che non esitano ad affrontare la polizia durante gli scontri di piazza. D´altra parte, c´è chi li vede come sognatori illusi, o anche come pericolosi nemici, dal momento che l´eventuale successo delle loro proposte impedirebbe alla Cina di approfittare dei vantaggi materiali della globalizzazione.
Quanto ai partiti comunisti dell´Europa occidentale, per i cinesi che ho incontrato rappresentano un argomento quanto mai divertente. Sebbene trovino generalmente comprensibile, o anche normale, che la Cina continui a richiamarsi al comunismo, sia pure in termini vaghi, non riescono a capire come nel cuore di una regione prospera e democratica qualcuno possa ancora definirsi comunista e credere in quell´ideale? Una volta riconosciuta, in omaggio alle formule diplomatiche, l´antica potenza di quei partiti - una chicca, se si ricorda la violenza con cui un tempo Pechino ne fustigava il «revisionismo» - si passa ai commenti ironici sulle loro attuali difficoltà. Certo, a Pechino e a Shanghai, nelle accademie, nei circoli intellettuali o tra gli esperti del Partito al potere si seguono i tentativi intrapresi dai partiti comunisti - Rifondazione in testa - per coordinarsi a livello europeo; ma in genere il loro esito è dato per scontato. A questo riguardo, vale la pena di porre in rilievo come il Pcf, da sempre detestato dal Partito comunista cinese, venga citato come spauracchio o come esempio di tutto ciò che va evitato. Più volte i miei interlocutori hanno spiegato il rapido declino dei comunisti francesi con il loro immobilismo, a riprova del fatto che chi rifiuta di cambiare si condanna a una necrosi inesorabile. Evidentemente, vedono in quest´esempio una lezione valida anche per loro?
Resta la socialdemocrazia. I reiterati elogi di questa «grande e nobile esperienza» cercano di occultare le terribili critiche maoiste degli anni ?60 e ?70. Quelle irrevocabili condanne ideologiche sono state abbandonate da tempo. I socialdemocratici contribuiscono, insieme ad altri attori, alla costruzione europea. L´Ue non ha la potenza evocativa del sogno americano, che seduce irresistibilmente i cinesi; non scatena le stesse passioni, ma suscita la loro curiosità intellettuale, per almeno due ragioni. Innanzitutto come esperienza di integrazione di un mercato economico e come impresa di ingegneria politica, cui la Cina potrebbe ispirarsi in futuro per una parte dell´Asia. E inoltre come modello sociale, soprattutto da quando Hu Jintao, il nuovo uomo forte, si propone di dare maggior peso alla politica sociale, dopo che per anni la Cina ha privilegiato la crescita economica senza tener conto dei suoi costi umani. Ma il welfare - come subito mi veniva spiegato - non potrà comunque essere importato meccanicamente. A parte i suoi costi troppo elevati, i cinesi ne aborriscono gli effetti perversi, e in particolare - come mi hanno detto e ripetuto su tutti i toni - quello di favorire la pigrizia. Non c´è dunque da sorprendersi se l´esponente di sinistra che più piace ai miei colleghi cinesi è Tony Blair. Ne parlano spesso come di un leader coraggioso, con una strategia chiara e aderente alla realtà di oggi. I cinesi sono diventati molto pragmatici, e quindi apprezzano le sue scelte, pur condannando fermamente l´allineamento del Regno Unito con Washington in materia di politica estera.
Logicamente, i cinesi si rappresentano le sinistre europee alla luce dei problemi del loro paese. Ad esempio, la posizione adottata sulla questione di Taiwan è vista come una pietra di paragone; e non si perdona al Partito socialista francese di aver venduto armi a quest´isola, quand´era al potere. Per Pechino, Taiwan deve ricongiungersi con la madre patria. Il nazionalismo cinese è a fior di pelle, e annulla le distanze tra destra e sinistra. Qui conta soltanto il sostegno alla politica della Repubblica popolare, da qualunque parte provenga.
Le differenze tra la nostra Europa occidentale e una Cina in piena crescita, ove il pluralismo sociale si afferma nonostante il divieto d´espressione e i limiti posti dal partito unico alle libertà pubbliche, sono enormi. Ma ciò nondimeno, e pur nella diversità delle problematiche, si scopre una sorprendente analogia tra le sfide affrontate dal Pc cinese e quelle che si presentano alla sinistra dell´Europa occidentale. Ad esempio, l´impossibilità per i cinesi, e la difficoltà per noi, di stabilire un vero bilancio del comunismo. O l´esigenza di trovare un equilibrio tra accettazione dell´economia di mercato e ridefinizione della solidarietà sociale, o tra organizzazione dei settori pubblici ed espansione del privato, o ancora tra la ricerca dell´uguaglianza e la necessità di tener conto delle aspirazioni dell´individualismo democratico. Così, dopo quest´ampia deviazione attraverso la Cina, ci ritroviamo confrontati con le tematiche essenziali che la sinistra europea si trova a dover risolvere.

(traduzione di Elisabetta Horvat)

Repubblica 16.10.04
Spettacoli
Hero
Feriti dalla passione che ci rende vivi
Sentimento. Se è ricambiato pacifico ed eterno diventa noiosissimo
Ispirazione. Mi sono ispirato a Norma, Tosca, Madama Butterfly
Girerà "La signora di Shangai" con la prima star occidentale, Nicole Kidman
È l´unico autore capace di trafiggere gli spettatori con una sola lacrima
Il regista Wong Kar-wai parla del nuovo film "2046" che uscirà il 29 in Italia
NATALIA ASPESI

MILANO - È il solo regista ancora capace di trafiggere gli spettatori con una sola lacrima che scende desolata sulle guance di perla di creature bellissime, donne, uomini o androidi, feriti dall´amore infelice. È il solo a emozionare mostrando una mano d´uomo che, tenendo una sigaretta tra le dita, bussa incerta e leggera su un vetro, se dietro quel vetro c´è una donna che si nega.
È il solo che sa raccontare la più intensa passione fisica, quella che lascia graffi e contusioni, che fa gridare, tremare letti e pareti e lasciare sfiniti i due contendenti, senza mostrare nudità, «non perché ci sia una qualche forma di censura, ma perché le attrici cinesi sono molto tradizionaliste e pudiche».
Wong Kar-wai, 46 anni, arrivato quasi infante ad Hong Kong da Shangai, è anche uno di quei registi di massima pericolosità aristocraticamente insensibile alla salute mentale e finanziaria dei produttori. Così è stato anche per 2046, iniziato a girare nel 1999, interrotto per finire il suo celebre provocatore di singhiozzi "In the mood for love", messo in stand by perché il suo protagonista Tony Leung, insostituibile interprete del giornalista-seduttore malinconico Chow, doveva diventare il malinconico seduttore-guerriero Spada Spezzata del magnifico "Hero" (di Zhang Yimou); fermato per colpa della Sars, nervosamente messo insieme per portarlo all´ultimo momento al Festival di Cannes del maggio scorso, dove fu giudicato massimamente confuso e da molti critici maschi spregiatori delle mollezze amorose, una barba alla Matarazzo. Mentre imbiancavano i capelli dei coraggiosi produttori insonni (tra cui gli italiani Amedeo Pagani e Istituto Luce), l´imperturbabile artista si rimetteva al lavoro, tagliava, cuciva, spostava, rammendava le sue due ore di film, contemporaneamente girando uno dei tre episodi di "Eros" (Mostra di Venezia), intitolato "La mano"; che essendo quella esperta di Gong Li tra le gambe di un terrorizzato Chang Chen, fu approvato dalle signore anche pie e sgridato dagli uomini meno disinvolti.
Il nuovo 2046 è uscito alla fine di settembre nella Repubblica Popolare Cinese con un successo di pubblico inaspettato, ha chiuso ieri sera il Tribeca Film Festival portato da New York a Milano dalla Fondazione Prada e sarà nei cinema italiani dal 29 ottobre. Uscito straziato e cinico dalla fine (cinematografica) della disperata relazione con Maggie Cheung (e quindi da "In the mood for love"), il semifallito giornalista Chow-Leung entra in 2046, aggirandosi tra Singapore e Hong Kong e incontrando donne bellissime che non lo consoleranno mai del perduto amore: innamorate di lui se lui non le ama, innamorate di un altro se ad amarle è lui. La misteriosa Gong Li, giocatrice d´azzardo e bara, anelli di diamanti sul lungo guanto nero, mai un sorriso, lacrime di desolazione: l´altera Carina Lau, perle e alta cotonatura, che non ricorda di averlo mai incontrato: la giovane cortigiana Zhang Ziyi, ("La tigre e il dragone", "Hero"), stupendi abiti laminati, capace di pagarlo per averlo: la giovane scrittrice dai tacchi a spillo Faye Wong che ha un amore proibito cioè con un giapponese: e a sprazzi, il ricordo incancellabile di Cheung. «Mi sono ispirato a tre opere italiane intrecciandole, Norma, Tosca, Madama Butterfly», dice Wong, «perché parlano di passione, di promesse, di tradimenti, di separazioni, di abbandoni, di morte, di sentimenti fatali ed estremi. L´amore si può raccontare solo se è breve, contrastato e infelice: se è ricambiato, pacifico ed eterno, diventa noiosissimo, anche nella vita».
Wong fa un uso splendente e ricattatorio della musica: basta Casta diva cantata da Angela Gheorgiu per far singhiozzare, Siboney cantata da Connie Francis per illanguidire, per non parlare del tema musicale di Umbayashi, che dispone allo sperdimento amoroso più di un diamante.
Sul titolo, 2046, le migliori menti cinefile si sono arrovellate, per poi venire a sapere che: è il numero della sordida e angusta camera d´albergo dalle pareti piene di fori per guardoni dove alloggia Ziyi, è l´anno pericoloso in cui Hong Kong passerà definitamente alla Cina Popolare, è, nel romanzo di fantascienza che Leung-Chow scrive, la destinazione misteriosa verso cui va eternamente un treno abitato da femmine androidi, un luogo «dove nulla cambia mai, che conserva i ricordi e i sogni perduti, le cose desiderate e non avute, l´ombra degli incontri avvenuti troppo presto o troppo tardi, la nostalgia delle cose non dette, il rimpianto di ciò che poteva succedere e non è stato, le immagini di chi se ne è andato senza neppure voltarsi, tutto ciò che pareva dimenticato». Nel romanzo Chow racconta il suo fallimento in amore, e il suo alter ego che viaggia sul treno senza ritorno, è l´incantevole attore-cantante giapponese Takuya Kimura: mentre la stupenda androide che non ama chi l´ama ha il volto e le lacrime di Ziyi.
Come altri film di Wong, anche questo è ambientato negli anni 60, e si vedono spezzoni dei disordini del 1966-67 ad Hong Kong: «Furono provocati dai sindacati di sinistra in appoggio alla rivoluzione culturale in Cina: gli arrestati furono rinchiusi in una prigione che è diventata l´albergo del mio film. Io arrivai bambino a Hong Kong nel ´63, non posso certo ricordare quegli anni. Ma abbiamo nostalgia di quel periodo, di quella vita che nell´immaginazione appare più sicura, più dolce: dal 1997, da quando siamo passati sotto la gestione di Pechino, apparentemente non è cambiato nulla, in una terra dove però da sempre tutto cambia molto velocemente. C´è incertezza per l´avvenire, la gente teme di perdere il suo status. Nella terra che si chiama 2046 io voglio conservare anche la memoria della Hong Kong destinata a scomparire. Quando gli inglesi se ne andarono, tanti volevano fissare quel momento storico con un film. Adesso vorrei farlo anch´io, ma penso sia ancora troppo presto, bisogna che passi del tempo per capire davvero quale sarà il nostro destino».
Per ora lo aspetta una "Signora di Shangai" con la prima bellissima star occidentale, Nicole Kidman, una storia che non ha nulla a che fare con il film di Orson Welles con Rita Hayworth; con l´amabile Tony Leung girerà poi un kolossal, la cinebiografia del maestro in arti marziali di Bruce Lee, celebre quanto il suo allievo ed eroe dalla vita molto avventurosa.

venerdì 15 ottobre 2004

Ramadan

Liberazione 15.10.04
Digiuno e astinenza dall'alba al tramonto
Da oggi al 13 novembre
Guido Caldiron


Il ramadan è il nono mese del calendario islamico lunare, che i credenti consacrano al digiuno dall'alba al tramonto e alla preghiera. In tutto il mondo il periodo di digiuno è iniziato oggi, tranne in LIbia e Nigeria dove le autorità religiose ne hanno fissato l'inizio con un giorno di anticipo. Il mese del digiuno diurno e dell'astinenza sessuale, si concluderà il 13 novembre. Il giorno seguente, domenica, si celebrerà l'Id al Fitr o Festa della Rottura del digiuno. Durante questo mese la vita nelle società arabo-musulmane si ferma quasi completamente durante il giorno per riprendere dopo il calare del sole. Il digiuno si interrompe con una piccola colazione prima e poi con un pasto vero e proprio dopo il tramonto, insieme alla lettura del Corano: un trentesimo o un sessantesimo dell'intero testo. Nel Corano la ventisettesima notte di ramadan è considerata "più preziosa di mille mesi", perché fu quella in cui Allah dettò, attraverso l'arcangelo Gabriele, il testo del libro sacro a Muhammad.

Si è aperto questa mattina all'alba per oltre un miliardo di fedeli musulmani di tutto il mondo, compresa la comunità italiana forte di circa un milione di presenze, il mese più importante dell'anno, quello del ramadan. A Renzo Guolo, docente di Sociologia della religione nelle Università di Padova e Trieste e tra i maggiori studiosi italiani della cultura islamica, abbiamo chiesto di illustrarci il significato di questa ricorrenza.
Professor Guolo, cominciamo con lo spiegare che cosa rappresenta per i musulmani il mese di ramadam e perché riveste un'importanza così particolare nel calendario dell'Islam?
Il ramadan è uno dei cinque grandi precetti della religione islamica. Durante questo mese i musulmani osservano il digiuno e l'astinenza sessuale dall'alba al tramonto. Si tratta di un periodo considerato di sacrificio che serve per purificare i fedeli, in questo è simile a quello che le altre grandi religioni monoteistiche celebrano in momenti diversi dell'anno e con una diversa durata. Ma, al di là del significato strettamente religioso, il mese di ramadan assume anche una dimensione comunitaria, perché con l'arrivo del tramonto e la rottura del digiuno, i musulmani si ritrovano tra loro e si moltiplicano, sia in famiglia che negli spazi pubblici, le occasioni di socialità. In questo senso il mese del digiuno rappresenta un'occasione per rinsaldare i legami all'interno della cosiddetta "umma", la comunità musulmana.
Durante il mese del digiuno le reti televisive dei paesi musulmani propongono programmi speciali, serie tv pensate proprio per questo periodo che vede le famiglie riunite ogni sera, dopo il tramonto. Si può dire che in queste realtà, durante il ramadan, la religione assume anche un aspetto culturale?
Sì, assolutamente. Dobbiamo tenere conto del fatto che tutte le religioni si adattano e si trasformano nel tempo in base al contesto circostante. Anche tra gli ebrei e i cristiani alcune festività religiose hanno assunto nel tempo un significato più comunitario e culturale, sono osservate da molti che non si considerano dei fedeli praticanti. Per molti, osservare il periodo del ramadan significa aderire più a una concezione dell'Islam come cultura che come religione. Un po' come molti di noi osservano le festività della Pasqua e del Natale, considerandole delle occasioni comunitarie più che religiose.
Le notti di ramadan dei paesi musulmani sono spesso descritte come momenti nei quali avviene una sorta di "liberazione della socialità". In questo periodo, all'interno della cornice dell'Islam, si intravede quasi il profilo di una società più libera?
Certamente. L'interruzione del digiuno è paragonabile a un momento di festa e come in tutte le feste la tolleranza è maggiore, si liberano energie altrimenti represse perché le regole abituali vengono in qualche modo sospese. La fine del digiuno si celebra dapprima in famiglia, quindi "per strada". E negli spazi pubblici vi può essere anche la presenza di donne, oltre che di uomini. In questo, in Tunisia, Marocco e Egitto l'apertura è maggiore, anche se a pesare di più sul grado di "liberazione" non è tanto la geografia, quanto la differenza tra le realtà urbane, più aperte, e la campagna.
Se questo è il contesto nel quale viene celebrato il ramadan nel mondo islamico, cosa avviene nella vasta comunità dei musulmani che vivono in Europa o negli Stati Uniti a contatto con altre abitudini e culture? Come si conciliano i tempi e gli orari dei fedeli impegnati nel digiuno con quelli della società che li circonda?
Intanto si deve sottolineare come nel contesto occidentale questa pratica diventi tanto più importante perché assume anche il significato di una sorta di "rinforzo identitario" in un contesto sociale che non è tutto permeato dalla dimensione islamica e che vede anzi l'Islam in una posizione di minoranza. Quanto alle forme che assume questa pratica, sono necessariamente plasmate dalle esigenze della realtà in cui si trova a vivere il singolo musulmano. Così, non è certo facile per chi lavora in fabbrica o ricopre mansioni molto dure, osservare il digiuno. Dati i ritmi di vita e i carichi di lavoro, la pratica del ramadan nelle realtà occidentali assume quasi il valore di un'esperienza ascetica, una dimensione ancora più dura di quanto accada nei paesi musulmani dove i tempi della società seguono il calendario della religione.
Da questo punto di vista, nei paesi occidentali vi è stata qualche forma di riconoscimento pubblico, per esempio negli orari di lavoro, del periodo di ramadan?
Ci sono paesi, come la Francia, che riconoscono tra le loro festività quella del giorno che segna la fine del mese di ramadan, l'Id al Fitr o Festa della Rottura del digiuno, anche se arrivare a questo risultato non è mai facile e passa sempre per la formalizzazione di un rapporto tra le istituzioni statali e la comunità musulmana che vive in un determinato paese. Più difficile resta veder riconosciuti ogni giorno, durante questo mese, i tempi di chi sta effettuando il digiuno: in Francia, Belgio, Olanda e Inghilterra si sono aperte trattative in alcune località perché i musulmani potessero osservare orari meno rigidi durante il ramadan. Nel nostro paese alcune imprese del nordest hanno anche sfruttato questa domanda religiosa introducendo dei turni di lavoro notturni, per produzioni stagionali, attraverso accordi diretti tra gli imprenditori e le stesse maestranze musulmane: i lavoratori potevano mangiare dopo il tramonto e poi andare in fabbrica. Certo, si tratta di un esempio non senza contraddizioni, visto che sembra introdurre elementi di contrattazione separata per i lavoratori migranti.
Il ramadan e la guerra. Per chi dice di combattere in nome dell'Islam o per i terroristi fondamentalisti, il mese di ramadan può rappresentare un ostacolo o un momento di stasi delle operazioni, in osservanza ai precetti del Corano?
Non è così, come abbiamo già visto tragicamente nel caso algerino dove gli attentati si intensificavano proprio nel mese del digiuno. Nei confronti dei movimenti fondamentalisti il ramadan non funziona in termini di interdizione simbolica, visto che per loro, più che l'interpretazione della tradizione religiosa, conta la pratica combattente. Anzi, il fatto che si tratti di un periodo che ha una particolare dimensione di sacralità a volte può far risaltare un atto di violenza in maniera ancora più intensa. Naturalmente la visione della religione e di questo particolare periodo del calendario musulmano che sostegono i fondamentalisti, non potrebbe essere più lontana da quella che esprime la grande maggioranza dei fedeli dell'Islam.

Cina

Corriere della Sera 15.10.06
Pechino in due anni raddoppia i suoi dottori
Tre milioni di neolaureati in mille università preparano la scalata all’economia globale
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
Fabio Cavalera

PECHINO - Lo straordinario sviluppo della istruzione universitaria è uno dei capitoli più significativi della storia recente della Cina. Se le campagne continuano a regalare manodopera giovane a basso costo per le imprese edili o per le multinazionali e le corporation, se le scuole professionali delle grandi città sono impegnate a gonfiare i numeri delle occupazioni specialistiche (tecnici dell'informatica, tecnici delle telecomunicazioni, operatori del turismo) è negli atenei che si assiste a quella evoluzione che proietta la Cina in una dimensione davvero globale in competizione con le grandi potenze industriali. Si tratta di un processo inarrestabile di accelerazione che presenta luci e ombre.
Nel 1949 i laureati erano 117 mila all'anno. Nel 2004 saranno 2,8 milioni. I laureati, oggi, sono complessivamente undici milioni che è una percentuale assai piccola se raffrontata alla popolazione del Celeste Impero (un miliardo e 300 milioni) ma ciò che importa e che impressiona sono le ultime tendenze. La curva è salita in modo deciso a partire dal 1985, la vera impennata è però avvenuta dal 2000: all'inizio del millennio i laureati, sempre su base annua, erano poco sotto il milione, nel triennio successivo sono quasi triplicati. La linea di un grafico ipotetico è ormai in ascesa verticale.
L'attenzione che le autorità di Pechino rivolgono alla educazione universitaria è parallela alla crescita del Paese. L'integrazione fra centri di ricerca universitari e sistema produttivo-finanziario è sempre più rilevante. E se una volta chi optava per completare gli studi all'estero non era sponsorizzato dal regime, oggi è invece considerato come un vero e proprio tesoro al servizio dell'economia del Paese. Cosicché fra giovani laureati di ritorno dai corsi svolti in Europa (Italia esclusa perché nel nostro Paese le porte restano sbarrate) o negli Stati Uniti e soprattutto giovani laureati nella madre patria la Cina sta costruendo un esercito di futuri dirigenti della economia globalizzata e della ricerca scientifica mirata allo sviluppo. Ragazzi che non ragionano sintonizzandosi su stereotipi ideologici ma che pensano al profitto e al divertimento. Li trovi la sera nella capitale nei locali di Houhai, una zona di hutong (vecchi vicoli) trasformata con bar e ristoranti di design modernissimo, o al «distretto» 798, il distretto dell'arte. E senti che il loro presente è orientato a cercare piacevoli ore di svago dallo studio (le frequenze in università sono pressoché obbligatorie) mentre il loro futuro si indirizza verso carriere che essi desiderano con retribuzioni di altissima fascia.
I campus di Pechino o di Shanghai mettono a disposizione delle imprese e delle istituzioni fior di esperti in scienza bancaria - in previsione della esplosione del mercato dei capitali che avverrà nel 2006 quando sarà consentito di operare a tutti gli istituti di credito esteri - mettono a disposizione fior di esperti in ingegneria nucleare - perché in questa direzione va la scelta di diversificare le fonti energetiche dal carbone e dal petrolio e perché è programmata la costruzione di 32 reattori nucleari da qui al 2020 - mettono a disposizione fior di esperti in scienze agricole per lo sfruttamento razionale della natura e ingegneri informatici che vanno a coprire la domanda di tecnologie d'avanguardia.
E i campus non trascurano neppure la formazione di biologi o di esperti in scienze sociali. Le università alle quali si accede con esame (lo passa il 17 per cento dei diplomati) sono il supporto dei 152 accordi di cooperazione scientifica firmati dalla Cina con altri Paesi. Questo orientamento si è affermato a partire dal 1997 e si è consolidato. Nel marzo 2004 vi è stato un ulteriore passaggio con un corollario strategico. Il Consiglio di Stato ha infatti approvato un piano dell'istruzione superiore e universitaria che ha lo scopo «di coltivare centinaia di milioni di lavoratori di alta qualità, milioni di specialisti» oltre che «garantire la prosperità culturale e il progresso sociale». Un occhio di riguardo è rivolto alle zone rurali, «la priorità fra le priorità». La Cina ha insomma imboccato la strada che le deve garantire, attraverso l'istruzione sia di massa a livello primario sia qualificata e di elite a livello superiore e universitario, un trend consolidato da grande potenza dell'industria, dell'high-tech, della nuova e vecchia scienza.
Non che questa impetuosa crescita avanzi in modo lineare e senza sbandamenti. E qui siamo alle ombre di una realtà in movimento. La Cina sotto il profilo del mercato del lavoro presenta ancora falle enormi. Così, a causa del ritardo di alcune scelte, in certi cicli dell'economia la domanda di occupazione ultra qualificata e di fascia alta non riesce a incontrarsi con l'offerta che le università propongono. Secondo le ultime statistiche nel 2003 l'offerta di primo impiego per i laureati è andata vicina alla saturazione. Con la conseguenza che si sono intravisti segnali forti di sottoccupazione giovanile ( Il China News Weekly , giornale dello Stato, ha scritto di una riduzione del 40 per cento del salario di ingresso dei neolaureati nel lavoro).
Certamente la Cina sembra presentare prospettive forti per mansioni di medio e basso livello, meno (almeno in questi dodici mesi) per quelle alle quali aspirano i neolaureati. Il che rischia di aprire, a cascata, ulteriori questioni. Gli studi universitari non sono più a carico dello Stato. Si pagano rette che i ragazzi di famiglia povera non riescono a permettersi. Per aggirare l'ostacolo le autorità hanno sollecitato le banche a istituire linee di credito speciale a favore degli studenti. Prestiti da rimborsare alla fine dei corsi e una volta ottenuto l'impiego. Ebbene, nell'ultimo anno molti laureati, avendo trovato lavoro di retribuzione e profilo basso, non sono stati in grado di onorare i contratti. E le banche hanno cominciato a sollecitare il rientro delle somme prestate.
Gli studenti sono sempre stati protagonisti della storia cinese degli ultimi 55 anni: nella rivoluzione maoista conclusasi nel 1949, nella rivoluzione culturale degli anni Settanta, nella rivolta libertaria di piazza Tienanmen del 1989. Oggi ancora i giovani, gli studenti, diventano protagonisti di una nuova rivoluzione dei costumi, delle idee, degli stili di vita. Hanno voglia di confrontarsi con il mondo. Questi ragazzi sono orgogliosi del loro Paese, sono pieni di aspettative. Sono pronti a misurarsi con l'Occidente. E sia nella loro dimensione di alternativi, sia nella loro dimensione di avidi consumatori, sia nella loro dimensione di studenti, sia nella loro dimensione di lavoratori sono, al tempo stesso, una grande risorsa per la Cina futura e una minaccia per la Cina del presente. Una risorsa perché hanno l'entusiasmo di chi va a scoprire nuovi equilibri emotivi e sociali. Una minaccia perché se l'entusiasmo viene caricato di attese che la struttura politica e la struttura economica del Paese non sono in grado di garantire rischia di trasformare un popolo di ragazzi e di giovani uomini o di giovani donne in una massa pericolosamente traballante fra i resti della tradizione e l'abbaglio della innovazione. Non è dunque un caso che stia emergendo fra le professioni di maggiore prospettiva una richiesta fortissima di psicologi dell'età evolutiva.

(2-fine, la prima parte è stata pubblicata l’11 ottobre)

il neo-senatore Mario Luzi, benché credente...

Repubblica 15.10.04
LA SUA BATTAGLIA
L'intervento a Pisa al convegno sulle terapie palliative
"Sofferenza come espiazione una stortura dell'etica cattolica"
Ha regalato una poesia inedita ai medici e all´ospedale di Nottola in cui è stato operato
MICHELE BOCCI

«Il dolore dei malati deve essere evitato, le cure inutili vanno interrotte. E´ stata una stortura dell´etica cattolica a far considerare la sofferenza come forma di espiazione. E invece bisogna seguire il principio della carità e lenire le pene di chi sta male».
Mario Luzi ieri mattina, alcune ore prima di essere nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Ciampi ha aperto il convegno nazionale organizzato a Pisa dal Tribunale dei diritti del malato - Cittadinanza attiva dal titolo "Ai confini del dolore". Un incontro con tutti gli esperti e operatori italiani di cure palliative per chiedere ai medici di famiglia di utilizzare di più gli oppiacei con chi soffre e agli ospedali di inserire nella cartella clinica anche il livello di sofferenza del malato. E´ da tempo che il Tribunale si impegna in questa battaglia a livello nazionale. Una battaglia che vuole anche evitare, a detta dei suoi rappresentanti, "un federalismo della sofferenza. Ci sono Regioni, come la Toscana, che spingono i medici ad usare gli oppiacei, altre che su questi temi sono più indietro. A medici e operatori il poeta ha regalato una sua poesia inedita, che si intitola come l´ospedale in cui è stato operato di recente: "A Nottola".
Dopo il saluto, Luzi è tornato a casa sua a Firenze. E´ qui che si dedica ad una riflessione sul dolore. «Il dolorismo si è insinuato nella nostra tradizione cattolica, come una specie di premio a contrario per il fedele. L´espiazione è certamente un concetto sublime e affascinante, ma io, che sono cristiano convinto, credo in questo caso al principio della carità. Basta leggere il Vangelo, dove i miracoli sono miracoli di guarigione, e quindi cancellano il dolore».
Da tempo il poeta si interessa a questi temi, racconta di aver anche seguito altri convegni e incontri dedicati alla sofferenza dei malati. «Purtroppo ci sono ancora medici restii ad utilizzare certi rimedi contro il dolore - dice - Gli oppiacei, ad esempio, sono spesso visti come drogaggi. Invece si tratta di cure che non sempre finiscono nella morte e che servono ad aiutare persone destinate a soffrire per periodi di tempo non lunghi».
Molto spesso invece, è il caso delle cure palliative, questo tipo di medicine servono per i malati terminali. «In questo caso c´è un altro tema su cui riflettere. Quello dell´interruzione delle cure divenute ormai superflue. Ho pensato alla tremenda responsabilità del medico che deve decidere quando è arrivato il momento di sospendere la cura. In questo ruolo c´è qualcosa di sovrumano».

Dario Fo: la storia delle donne

Repubblica 15.10.04
Il Premio Nobel sta preparando lo spettacolo sulla figura femminile nella storia con un laboratorio-cantiere.
Debutto all'inizio del 2005

DAL NOSTRO INVIATO
RODOLFO DI GIAMMARCO

Santa Cristina di Gubbio (Perugia) - Parla di pie signore e di etère greche, della madre di Cristo e di Maddalena, di eroine e prostitute del Rinascimento in pittura, di operaie e suffragette, di badesse e attrici, di pulzelle e "medicone", e di streghe e universo femminile emancipato, di sante e scienziate, e dei ruoli oscillanti di cittadine di ieri e di oggi, il cantiere-laboratorio di Dario Fo che prelude a uno spettacolo della primavera 2005 sul tema del Vangelo e le donne. Un po' lezione, un po' work in progress, un po' prove aperte, un po' story-board con i suoi già visibili disegni-scenografia mostrati dal vivo e proiettati su schermo, gli appunti di Fo hanno preso forma nel corso di cinque giornate di inarrestabili racconti e apologhi a base di citazioni, studi e denunce che hanno avuto per pubblico un gruppo di appassionati della scena e della cultura, dando luogo a sedute mattiniere e pomeridiane nella Libera Università di Alcatraz diretta dal figlio Jacopo Fo, coautore di libri ispiratori come "Il libro nero del Cristianesimo" e "Gesù amava le donne".
Dario Fo, in un´epoca che avalla un´emancipazione politically correct della donna, lei lancia il sasso contro censure e omertà, soprattutto se la prende con una de-femminilizzazione del mondo religioso. Come mai si interessa di culto e clero?
«Non si può assistere alla crescita in presenza e in influenza di donne-manager, di registe, di professoresse universitarie, di giudici-donne o di intellettuali sia artiste che professioniste restando poi in silenzio di fronte al fatto che l´unico campo in cui una discriminazione è pesantemente in atto sia quello della religione. Vale ancora la regola invalicabile dettata dai padri della Chiesa, da S. Agostino e S. Tommaso d´Aquino. Per loro la donna non poteva e non può aspirare ad alcun accesso, neanche per fare il chierichetto o il sacrestano, e l´unico ingaggio resta quello di perpetua, a patto d´essere vecchie e bruttine. E pensare che all´inizio del secolo scorso, nel 1908, una tragedia segnò invece una conquista importante, e fu quando 129 lavoratrici morirono nel rogo di una fabbrica di Chicago, bloccate dall´esterno, cui seguì un corteo funebre dove la gente coprì i loro feretri di mimose, un fiore che è diventato il distintivo della festa della donna. Mi colpisce la discriminazione femminile nella comunità del clero perché paradossalmente sono proprio i vangeli canonici e apocrifi, e le iconografie religiose, a dimostrare quanto il ruolo della donna fosse in auge tanto tempo fa».
E lei se la prende con questo oscuramento, che a dire la verità fu anche politico, sociale, artistico?
«Sì, nello spettacolo cerco di riassumere a modo mio, epico e fabulatorio, tutto quest´orizzonte di concause. Il mistero della scomparsa delle oranti, sacerdotesse dei riti arcaici del Mediterraneo raffigurate in vari bassorilievi, si spiega anche con la nascita di un cristianesimo assurto a culto di stato nell´era di Costantino, ma c´è tra l´altro il concilio di Nicea ad accreditare una moralità maschilista. L´operazione censoria però non abolisce le allegorie e gli appuntamenti che ci sono, ben testimoniati, tra Cristo e le donne: l´affollarsi di figure femminili che lo seguirono in Galilea, di cui ci dà conto tra l´altro la "Deposizione" del Pontormo, l´imbattersi con l´indemoniata, con la sordomuta, il rapporto con la Maddalena spiato da tantissimi pittori come Caravaggio, il Correggio o il Parmigianino. Malgrado tutto, nel Medioevo la bambina neonata doveva aspettare 40 giorni per avere l´anima. E il potere aveva fatto quadrato, come l´arte. Non si videro donne recitare. Shakespeare scriveva per false donne, con attori in veste muliebre. Ma c´è ad esempio la badessa Rosvita che per educare le suore scrive commedie comico-grottesche. Il Ruzante butta giù dialoghi per donne, e lì per fortuna si fece largo, nel Veneto, il fenomeno delle prostitute teatranti che la sapevano più lunga delle signore per bene, "pute" che diventavano poetesse, che fecero le modelle per quadri di pregio talvolta acquistati da loro stesse. E a un certo punto, nel '600, il Papa invitava a pranzo queste meretrici d´alto loco. Poi ci sono casi limpidi come quello di Artemisia Gentileschi, e più tardi, in palcoscenico, quello della Andreini. Ma intanto s´è affermata la leggenda di un'Eva puttana e superficiale».
Sarà polemico?
«Beh, l´americano Dan Brown nel "Codice da Vinci" sostiene che Gesù aveva chiesto alla Maddalena e non a Pietro di mettere la prima pietra. Giuditta che mozza la testa a Oloferne è una fantasia che sa di contentino alle donne, come il culto della Madonna che è un po´ un patteggiamento col popolo. In un´indulgenza del 1517, come ricorda Jacopo in un suo libro, l´ecclesiastico che fosse incorso in peccato carnale con qualsiasi donna era assolto con il semplice pagamento di 67 libbre, 12 soldi. Una materia del genere va decantata (ci rivedremo qui ad Alcatraz fra un mese) e poi vorrei trattarla con Franca, che adesso è affaticata e in crisi per una distrazione di fondi ai danni della nostra associazione per i disabili. Chi meglio di lei accanto a me, per questo argomento?».

mostri dal Novecento
Foucault, nazismo, freudismo

Repubblica 15.10.04
Ma chi decide sulle nostre vite?
Esce Bíos di Roberto Esposito, lo abbiamo intervistato
Dal nazismo alla democrazia, ecco come è stata declinata
Una parola su cui Foucault aveva riflettuto oggi torna di attualità
ANTONIO GNOLI

Napoli. È da un po' che fra gli addetti ai lavori circola la parola "biopolitica". A dispiegarne la portata fu negli anni Sessanta Michel Foucault. Poi quella parola, che nel corso del Novecento ha avuto varie e drammatiche declinazioni, ha subito un lungo inabissamento, per riemergere in questi anni incerti, quando la politica, con i suoi costrutti teorici, con la sua storia, è sembrata aver perso il proprio baricentro. A Giorgio Agamben va il merito di aver riaperto la questione. Toni Negri ha fornito della biopolitica una lettura militante. Infine Roberto Esposito, con un importante libro che esce in questi giorni da Einaudi - Bíos, sottotitolo Biopolitica e filosofia, (pagg. 214, euro 18,50) - offre la prima importante sistemazione, sia in chiave storica che concettuale.
Allora professor Esposito perché dovremmo credere che la "biopolitica" è oggi un modo per entrare nelle questioni più pertinente di altri?
«Per la semplice ragione che, sempre più spesso, non si vive e non si muore in base a ciò che si fa, ma a ciò che si è biologicamente. Se si pensa a tutta la vicenda delle decapitazioni operate dai terroristi da un lato, e dall´altro alle torture, senza voler stabilire un parallelo fra le due cose, vediamo che oggi si fa politica iscrivendola sui corpi, attraverso il sangue».
Un ruolo non secondario svolgono i media.
«Indubbiamente, quando vediamo le immagini di una decapitazione circolare in internet dobbiamo concludere che sono saltate le tradizionali categorie politiche moderne».
Perché?
«Perché quello che ci si presenta è una combinazione di barbarie premoderna e di postmodernità, di spettacolo di sangue e di circolazione delle immagini sugli schermi di tutto il mondo».
Alcuni studiosi, fra cui lei, fanno coincidere l´esperienza biopolitica con i grandi totalitarismi del Novecento, in particolare con il nazismo.
«Il nazismo è il punto culminante della biopolitica. È l´idea che si tenta di realizzare nei laboratori scientifici, con esperimenti medici, per cui la vita è definibile solo in base a un criterio biologico: cioè con il richiamo al corpo, alla razza e al sangue».
Con quali conseguenze?
«Nel momento in cui il nazismo stabilisce una soglia tra una vita che va salvaguardata integralmente, perché essa riassume i valori massimi, e una vita che può invece essere sacrificata in nome d´una visione ariana, siamo dentro alla tanatopolitica. La conseguenza allora è che la vita si rovescia nel suo contrario, nella morte».
La biopolitica si colloca nel punto in cui le categorie moderne della politica - sovranità, ordine, diritto, libertà - entrano in crisi. È così?
«In un certo senso. Anche se è proprio con Hobbes, cioè con il filosofo che ha dispiegato la politica nei punti alti della modernità, che il problema biopolitico della conservazione della vita viene posto».
Ma non risolto.
«Diciamo che Hobbes risolve la questione in chiave politica, istituendo un grande dispositivo sovrano che implica categorie di diritto individuale, di libertà e rappresentanza. Fra vita e politica c´è ancora la mediazione delle istituzioni».
Ma le sembra davvero ridimensionata questa mediazione?
«Nel Novecento è venuta spesso meno».
A parte i totalitarismi, la politica ha continuato a rivendicare le sue mediazioni. In fondo si parla di diritti individuali, umani, eccetera...
«Ma l´effetto è sempre più ridotto. In realtà in tutto il mondo i punti caldi della politica stanno a ridosso immediato della vita. Non solo o semplicemente nel rapporto tanatopolitico di vita e morte, vita e guerra, ma anche alla base della questione sanitaria, della fame nel mondo, dello sviluppo della qualità della vita. Oggi ritengo che l´unica vera forma di legittimazione nella politica sia data proprio dalla vita».
L´impressione però è che la biopolitica serva più a spiegare le decisioni negative della politica che non quelle positive.
«È vero solo in parte. È vero, per esempio, se si valuta la posizione del migrante. Le grandi operazioni di polizia internazionale guardano al migrante come a una figura senza identità giuridica, fornita solo della sua nuda vita. Non è vero, se si pensa che larga parte dei discorsi politici hanno al centro la conservazione e la sicurezza biologica della vita».
Proverei a insistere su questo punto. Non sono tanto sicuro che le grandi questioni che la politica deve affrontare siano svolte senza l'ausilio e la mediazione delle grandi istituzioni.
«Riflettevo su ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Ora, a parte alcune notazioni che riguardano il rilevamento delle impronte, un provvedimento chiaramente biopolitico determinato anche da uno stato di necessità, pensi alle prossime presidenziali. Ebbene, è indubbio che i gruppi sociali ed etnici - ispano-americani, irlandesi, italiani - hanno sempre più peso rispetto alle istituzioni dello Stato. La politica in Occidente si fa sempre più in base a caratterizzazioni etnico-sociali. E sempre meno utilizzando il rapporto tra cittadini e Stato. La società e lo Stato si intrecciano, si accavallano, si confondono. Così come sotto un altro profilo, pace e guerra, polizia e apparato militare, lasciano cadere o ridimensionano quelle distinzioni che costituivano la spina dorsale della modernità».
Mentre lei accennava al rilievo che oggi rivestono i gruppi etnico-sociali, veniva in mente quella scena originaria, fra gli altri descritta da Freud in Totem e Tabù, nella quale il potere è visto nascere come una congiura dei figli contro il padre. Trova che lì ci sia un elemento biopolitico?
«Ritengo di sì. Le due categorie di fratellanza e di paternità cadono in un ambito biologico. Ora, quella scena originaria è interpretata da alcuni in chiave laica: finisce il regime sovrano dei padri e nasce la democrazia dei fratelli. Personalmente la vedrei in maniera più problematica».
In che senso?
«Quei fratelli oltre a uccidere il padre, lo divorano e con ciò lo incorporano. Questo vuol dire che la democrazia nasce introiettando un elemento bio e tanatopolitico. I valori morali che ne conseguono nascono dal complesso di colpa determinato da quella uccisione e da quel divoramento. Questo significa anche che tutta la scena democratica, della quale si parla come una fonte che si autolegittima, è qualcosa che ha in sé un fondo oscuro».
Qui si giunge a un punto essenziale: la biopolitica mostra l'elemento negativo insito nella democrazia.
«Più che mostrarci gli elementi negativi, ci fa vedere le faglie interne alla democrazia. Se la democrazia è usata in senso formalistico, la biopolitica decostruisce quel formalismo. E ci dice: guardate, quegli individui che rappresentano una testa e un voto sono una scena che nasconde un´altra scena più forte, attraversata dai conflitti e dai rapporti di forza. Da un lato, la biopolitica non nega la democrazia ma la decostruisce, dall´altro essa assegna alla democrazia il suo ruolo più importante: la legittimazione non delle forme ma della vita».
È una idea di democrazia che va ben oltre l´universo dei valori che conosciamo e pratichiamo.
«E perché? Non è detto che la democrazia debba essere necessariamente un metodo astratto di gestione o di distribuzione del potere. Anzi, la biopolitica ci dice che la democrazia funziona solo se si riferisce effettivamente ai contenuti di vita, al modo di essere di persone costituite da corpi e da carne, oltre che dalla possibilità astratta di votare per un partito o per un presidente».

festival di storia

Repubblica 15.10.04
Due rassegne sul '900
Se la storia diventa un festival
SIMONETTA FIORI

C'è un paradosso nel proliferare di festival di storia proprio nel momento di maggior inquietudine per lo storico della contemporaneità. Una difficoltà in cui versa la stessa disciplina, che vede polverizzarsi le sue antiche roccheforti accademiche. Messa ai margini anche da un immaginario giovanile appiattito sul presente, la storia riaffiora nei media, in una nutrita produzione saggistica e nel fervore dei convegni. Due gli appuntamenti ravvicinati. Il primo comincia oggi a Grottaferrata, su iniziativa di un comitato scientifico che annovera Giuliano Procacci, Giovanni Sabbatucci, Roberto Gualtieri, Agostino Giovagnoli e Federico Romero (Varchi. Festival della storia in-contemporanea). La seconda rassegna s´apre mercoledì a Roma, a cura di Mirella Serri, ed è dedicata a un tema tragicamente attuale come la guerra (Novant´anni di guerre dagli spari di Sarajevo alla guerra santa): se però nelle passate edizioni era un salone del libro storico, quest´anno si limiterà ai dibattiti, rinunciando alle caratteristiche di fiera dell´editoria.
Due festival che fatalmente vertono su temi analoghi, dai conflitti mondiali ai totalitarismi del Novecento, dalle guerre civili in Europa ai dilemmi contemporanei legati all´Islam. Argomenti in parte dettati dall´attualità, oppure nodi irrisolti del più recente passato (la strategia della tensione o l´affaire Moro), o temi più lontani ora alimentati da un più facile accesso alle fonti documentarie: è il caso ? nel festival romano ? dello spionaggio sotto il fascismo, studiato da Mauro Canali e da Mimmo Franzinelli, o dei campi di Stalin, su cui stanno per uscire nelle edizioni di Bruno Mondadori lo straordinario lavoro del fotografo polacco Tomasz Kinzy, Gulag, e il volume curato da Gabriele Nissim Storie di uomini giusti nel Gulag. Ma anche terreni su cui s´esercita un uso pubblico della storia sempre più spericolato, fino a tradursi in quella che Giovanni De Luna - nella nuova edizione di La passione e la ragione (Bruno Mondadori) - definisce "la liberalizzazione selvaggia del mercato della memoria". Tra i periodi storici più esposti è il ventennio nero. Sulle sue innumerevoli letture si sofferma Emilio Gentile nel recente libretto Il fascismo in tre capitoli (Laterza), che sarà presentato a Grottaferrata. La questione del fascismo, come quella del comunismo e del totalitarismo, non è solo argomento storiografico, come può esserlo il feudalesimo. «E quando l´interpretazione di un fenomeno storico coinvolge il significato dell´esistenza, i problemi sono più numerosi delle risposte degli storici».
Rimane il paradosso dell´esplosione mediatica d´una disciplina minacciata da più parti. I festival potrebbero servire proprio a questo: a mediare tra la complessità del discorso storico e il senso comune appiattito sugli stereotipi delle vulgate.

un "nuovo orientamento della sessualità":
nessuna sessualità!

Repubblica 15.10.04
In Gran Bretagna fa scalpore una ricerca pubblicata da "New Scientist". "È una nuova categoria sociale che rivendica i propri diritti"
Il Quarto Sesso: astinenti e felici
La carica degli "asexual". Gli scienziati: la libido cala per scelta
Su Internet le loro confessioni: "L'erotismo per me è come l'algebra, capisco che cos'è ma non mi interessa"
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - Cè una nuova categoria da aggiungere alla variegata fauna delle disposizioni sessuali: dopo gli eterosessuali, gli omosessuali, i transessuali, ora è il turno degli asessuali. Ovvero di quelli che non fanno sesso, non l´hanno mai fatto o come minimo preferirebbero non farne: non perché non trovano un partner di gradimento, non per convinzione religiosa o morale, e nemmeno per qualche difetto fisico, ma semplicemente perché non ne hanno voglia. Perché proprio il sesso non li eccita, non li attira, non desta in loro il minimo interesse. Mentre, viceversa, l´astinenza è la condizione che li rende, o renderebbe, felici.
«Gli asessuali ci sono sempre stati, ma adesso cominciano a venire allo scoperto», annuncia il settimanale britannico "New Scientist". Nel numero ieri in edicola, l´autorevole rivista scientifica intervista David Jay, 22enne ideatore di un sito sull´asessualità, www.asexuality.org, che in pochi mesi ha raccolto oltre 1200 adesioni. Il periodico pubblica anche uno studio effettuato su un campione di 18 mila adulti, uomini e donne, da cui risulta che almeno l´1 per cento si identifica con la seguente affermazione: «Non mi sono mai sentito sessualmente attratto da nessuno».
L´uno per cento può sembrare poco, ma gli autori della ricerca sostengono il contrario. «Innanzi tutto, in un mondo condizionato dal sesso come il nostro, è probabile che non tutti gli asessuali si siano sentiti pronti a dichiararsi», afferma il dottor Anthony Bogaert, lo psicologo della St. Brock University che ha preparato il rapporto.
«In secondo luogo la percentuale di coloro che si riconoscono omosessuali è del 3 per cento, per cui se gli asessuali di fatto arrivano all´1,5 o al 2 per cento significa che sono numerosi quasi quanto i gay, cioè quanto una minoranza considerevole e degna di attenzione. In terzo luogo ci sono adulti che hanno rapporti sessuali, ma solo perché si sentono obbligati a farlo dal proprio partner o dalle pressioni sociali, e ne farebbero volentieri a meno. Appartengono anch´essi, perlomeno potenzialmente, alla categoria degli asessuali».
Il sondaggio cita tre ragioni che spingono a scegliere una vita senza sesso:
1) traumi sofferti durante l´infanzia; 2) stress causato dal lavoro o dalla famiglia; 3) eccessivo bombardamento di sesso sui media, in tivù, nella pubblicità, che in alcuni soggetti può provocare rigetto anziché desiderio.
Una quarta possibile motivazione, genetica, la forniscono gli studi sugli animali: il 3 per cento dei montoni e il 12 per cento dei topi o di altri roditori rifiuta rapporti sessuali con partner di qualunque sesso. E si tratta di mammiferi, come l´uomo.
«Sento un´estraneità nei confronti del sesso analoga a quella che proverei se qualcuno mi proponesse di andare a vivere su Marte», confida un asessuale al "New Scientist". «È come l´algebra, capisco cos´è, ma non mi interessa», confessa un altro. L´obiettivo non è arrivare vergini al matrimonio, bensì restarlo per sempre. «Asessualità», proclama il sito fondato da David Jay. «Non è più soltanto per le amebe»

la destra cristiana

Repubblica 15.10.04
LA DESTRA CHE SCEGLIE LA STRADA CLERICALE
di EZIO MAURO

Andata in minoranza nel pigro appagamento del dopoguerra anche nel sentimento degli italiani (il popolo che per decenni veniva definito "naturalmente cristiano") la Chiesa cattolica in questi giorni non crederà ai suoi occhi, pur abituati a ben altre rivelazioni. Dal mondo che si definisce liberale, o addirittura laico, dalle tribune per lungo tempo indifferenti dei giornali borghesi, dagli ideologi di una destra che era nata nel mercato e nel secolo, arriva improvvisa e compatta una grande genuflessione pubblica ai precetti morali del cattolicesimo, una sorta di inedito Giubileo liberale in ritardo, ma certamente spettacolare. Per ora incompleto, dal punto di vista del rito, perché senza mea culpa. La colpa è come sempre degli altri, naturalmente. In questo caso dell´Europa e della sua vera anima nichilista, la sinistra socialdemocratica.
E´ bene non scambiare la causa con l´effetto, per capire cosa sta succedendo in questo Paese complicato, dove ancora una volta sta nascendo qualcosa di nuovo: il laico clericale, figura tutta italiana, moderno per rendita culturale, status e ruolo, tradizionale per il bozzolo di valori in cui sta scegliendo di rinchiudersi. Rocco Buttiglione, infatti, è il pretesto perfetto, la figura chiave che spalanca la porta di un fenomeno in incubazione da tempo, irrilevante politicamente, interessantissimo invece per ciò che rivela nel consolidarsi e trasformarsi della nuova mappa di egemonia culturale che circonda la destra italiana, e attraverso di essa la società e il Paese.
Il caso Buttiglione è presto definito. Il filosofo cattolico, imprestato alla politica ormai da molti anni ma non convertito ad un professionismo politico opportunistico ed incolore, ha testimoniato in un´intervista al Paìs e poi nell´audizione al Parlamento europeo come commissario Ue le sue personali convinzioni di cattolico sui gay, sulla famiglia e sulle donne: precisando che per lui vale la distinzione kantiana tra la sfera della morale e la sfera del diritto.
La commissione del Parlamento europeo ha badato meno a Kant che a Buttiglione, e lo ha bocciato due volte.
Il presidente Barroso lo ha riconfermato. Il filosofo ha taciuto. Ma aveva ormai agito come pietra dello scandalo, e lo scandalo è scoppiato.
Tutta la destra italiana ha infatti reagito come se l´Europa avesse dichiarato guerra al cattolicesimo, Silvio Berlusconi ha parlato di "oscurantismo", Ernesto Galli Della Loggia ha accusato Bruxelles ("grigia" e "triste", esattamente come Pym Fortuyn dipingeva l´Europa, e come spesso la definisce la "Padania") di aver messo al bando in un colpo solo i tratti fondamentali dell´antropologia "dell´intero monoteismo". Causa ed effetto qui sono davvero rovesciati: non conta nulla che un commissario in pectore giudichi l´omosessualità "immorale", usi dalla tribuna politica di Bruxelles la categoria di "peccato" per i gay, e aggiunga che la famiglia esiste "per permettere alla donna di avere figli e di essere protetta dal marito". Conta soltanto che i parlamentari siano rimasti colpiti da queste affermazioni, e abbiano ritenuto di non volere un commissario che dichiara in partenza di dover ogni volta mediare tra le sue nette convinzioni morali e una prassi politica a cui è pronto a subordinarsi, anche se pensa il contrario.
Eppure è il cardinal Ratzinger a parlare di "schizofrenia"e di "finzione difesa dallo Stato" quando discutendo il rapporto tra verità e libertà cita il caso del Pontefice Massimo romano C. Aurelio Cotta, che in pubblico rappresentava la religione pagana ed era addirittura garante dell´osservanza scrupolosa dei riti del culto statale e in privato, come rivela Cicerone, ammetteva di temere "che gli dei non esistano affatto".
Perché dunque parlare di Europa anticristiana, quando la stessa commissione in cui fatica ad entrare Buttiglione è stata guidata per cinque anni da un cattolico come Romano Prodi? Perché non ammettere che la distinzione tra privato e politico fatta da Buttiglione è senz´altro sincera (come io credo decisamente) ma è anche complicata, visto che se i convincimenti morali hanno diritto ad ogni rispetto, anche le leggi meritano altrettanto. Sappiamo tutti che è il cristianesimo che ha tolto allo Stato la sua sacralità, separando Dio da Cesare, ammettendo di poter pregare per l´imperatore, ma rifiutando di offrirgli sacrifici sacri. Ma d´altra parte il cristianesimo ha sempre sostenuto di non essere solo un sentimento soggettivo, piuttosto - cito ancora il cardinal Ratzinger - "una verità che è proclamata in ambito pubblico, che pone per la società delle norme e che, in una certa misura, è vincolante anche per lo Stato e per i potenti di questo mondo".
La realtà è dunque più complicata di quanto i toni da crociata gridino, e Buttiglione probabilmente lo sa perché è un cattolico convinto, così come lo sanno i cattolici liberali alla Cossiga e i cattolici democratici che hanno fatto per cinquant´anni la parte di Cesare in questo Paese, continuando a credere in Dio. C´è dunque da pensare che la reazione della destra italiana e dei liberali a lei contigui abbia un significato più ampio, che bisogna cercare di capire.
Io credo che quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi dimostri una forte difficoltà della destra politica italiana e un nuovo tentativo di riorganizzazione di quel campo da parte della destra culturale. E´ la terza fase. Nella prima, si è provveduto a destrutturare la cornice valoriale della Repubblica, con gli attacchi alla Costituzione, alle sue istituzioni, a quel tanto di Resistenza che è la fonte italiana di legittimazione del nuovo Stato democratico, e non lo rende octroyée, alle culture fondative, come l´azionismo. Nella seconda, la spada vittoriosa di Berlusconi, conquistato il potere, avrebbe dovuto fondare una moderna cultura di destra, in un Paese che non l´ha mai avuta nella sua lunga stagione democristiana: questa sarebbe stata l´operazione più ambiziosa del Cavaliere e l´unica davvero immortale, perché avrebbe creato qualcosa non ad personam, ma capace di succedergli. E avrebbe messo il sigillo perfetto e definitivo ad un´operazione politica tecnicamente rivoluzionaria, perché fondatrice insieme di nuove istituzioni, di una nuova Costituzione, di un potere prima sconosciuto, e di una cultura che dia unità e coerenza alle pulsioni sparse e alle passioni contraddittorie della destra italiana.
Il fatto è che la seconda fase è mancata. Il rivoluzionario governa come un doroteo ideologico, sia pure con velleità titaniche interrotte da squarci inediti di moderatismo guerriero. E´ chiaro che il Cavaliere degli ossimori (mezzo Letta, mezzo Ferrara) non può fondare nessuna nuova cultura, e fatica anche a balbettare le litanie democristiane che sta evidentemente imparando a memoria. Dunque ecco la terza fase, obbligata: per mantenere quell´egemonia culturale instaurata da Berlusconi attraverso la breccia aperta dal revisionismo, bisogna ancorare la destra ad un pensiero forte, che affondi nella tradizione italiana e agisca come elemento dell´identità nazionale.
Nel momento in cui i grandi temi dell´etica, della procreazione, della famiglia entrano al centro della discussione pubblica, le leggi morali della Chiesa sono il pensiero forte dietro cui si rifugia la destra. Non è, bisogna sottolinearlo, la ripetizione dello schema divisorio della Prima Repubblica, con la destra che si rinchiude nella tradizione, mentre la sinistra si accampa nella modernità. Anzi: come si teorizza apertamente in America (Neuhaus), la nuova cultura cattolica di destra può sfidare apertamente la laicità denunciandone il declino parallelo allo statalismo, può ridurre il cattolicesimo democratico a ceto politico, e può proporsi come interprete di un senso comune del moderno e del post-moderno.
In Italia, la "conversione senza Dio", tutta politica, dei liberali e della destra ai precetti morali della Chiesa rivela innanzitutto un´impotenza quasi dichiarata. Le loro culture di origine giungono con ogni evidenza all´appuntamento con questa fase spaventate e spodestate, direi estenuate. Il liberalismo di destra è stato sfidato per un decennio nei suoi valori dall´anomalia berlusconiana, ed è diventato un paradosso strumentale. La destra berlusconiana sta peggio, e proprio la guerra rivela come rischi ogni giorno più scopertamente di scambiare l´ideologia per una cultura, rimanendovi imprigionata.
La morale cristiana (mai la predicazione sociale dei Vescovi, mai la denuncia del Papa sulla guerra) diventa così un bene-rifugio da utilizzare in questi tempi di carestia culturale, ancorando la destra ad un baricentro di valori per Berlusconi eccentrico ma non contraddittorio, per il Paese riconoscibile. E´ una realpolitik strumentale, che senza dirlo assume le posizioni proprie della Cei radicalizzandole. Il Cardinal Ruini si limita a dire, con qualche ragione, che la qualità della vita cui oggi la gente aspira per molti aspetti coincide con la tradizionale posizione cristiana "non a caso a lungo avvertita come senso comune nella società europea". La destra clericale sostiene invece, da un lato, che il cattolicesimo è fuori corso in Europa perché è fuori dal senso comune dominante, sostituito dalla nuova religione del politicamente corretto e dall´adorazione pagana della sinistra per i diritti subentrati ai valori; ma dall´altro lato si muove e opera con un´idea del cristianesimo come seconda "natura" italiana, che può dunque essere trasgredito e rinnegato solo da leggi in qualche modo contro natura, quindi contestabili alla radice.
E´ un nuovo integralismo cristiano del tutto inedito, semplicemente perché è senza Dio. Si tratta infatti di una sorta di cristianesimo senza Cristo, di una conversione senza fede, della falsa adorazione di un tabernacolo che si pensa vuoto, e di cui per calcolo di fase si cavalcano i precetti. I veri cattolici integrali, quelli per i quali il cristianesimo è un "avvenimento" che si è compiuto nel tempo e nello spazio, concretamente, hanno sempre avversato la sua riduzione a filosofia, morale, cultura e galateo pratico di precetti senz´anima. I teologi, addirittura, definirebbero questo moderno paganesimo di una religione atea come una riedizione del pelagismo. Ma tant´è, l´ultimo miracolo del berlusconismo è in atto, ed è questo. Manca soltanto un nuovo Papa non pastore né nocchiero né profeta, bensì guerriero: il gregge è pronto.

giovedì 14 ottobre 2004

la religione americana

Il Gazzettino 14.10.04
NEW YORK - È legittimo mettere una copia dei dieci comandamenti in un'aula di tribunale o un monumento che raffigura le tavole della legge nella piazza pubblica che sta tra parlamento e corte statali? Oppure è un simbolo innegabilmente religioso che viola la separazione tra stato e chiesa?
Gianna Pontecorboli

Dopo venticinque anni di silenzio sui temi religiosi, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso ora di prendere in considerazione una disputa che ricorda da vicino quella del crocefisso nelle classi delle scuole pubbliche italiane. I nove giudici che compongono la Corte dovranno decidere nei prossimi mesi chi ha ragione tra due stati che, messi di fronte al problema, hanno preso direzioni opposte. In Texas, infatti, il parlamento locale ha ricevuto in dono dal Fraternal Order of Eagles, un gruppo religioso, una pesante statua con l'iscrizione dei dieci comandamenti e ha deciso di sistemarla nel parco che sta di fronte alla Corte Suprema del Texas, a Austin. Quando un senzatetto locale, Thomas Van Orden, si è rivolto al tribunale per far togliere la statua i giudici gli hanno dato torto. «I dieci comandamenti - hanno stabilito - hanno sia un messaggio religioso che un messaggio secolare. Simboleggiano un giusto governo tra gente libera». In Kentucky, un analogo tribunale non ha invece appoggiato i rappresentanti di due contee, che avevano deciso di appendere delle copie dei dieci comandamenti nelle aule della corte locale e ha ordinato loro di appendere ai muri anche la Magna Carta e la dichiarazione di indipendenza americana. «Specialmente in una corte, la gente non deve sentirsi diversa perchè non partecipa alla visione religiosa prevalente» ha sostenuto l'Associazione per le libertà civili del Kentucky. Adesso, la Corte Suprema dovrà ascoltare gli argomenti delle parti in primavera e probabilmente decidere entro l'estate prossima. La questione, però, rischia di far riaffiorare delle polemiche mai sopite. Già nel 1980, infatti, i nove giudici avevano deciso di far togliere le copie dei dieci comandamenti dalle aule scolastiche. In Alabama, lo scorso anno, il presidente della Corte Suprema statale, Roy Moore, aveva clamorosamente sfidato l'ordine federale di rimuovere un analogo monumento. Per la sua ribellione, Moore ha perso il lavoro ma i suoi sostenitori non hanno perso tempo, ieri, a cantare vittoria. «Dio risponde alle preghiere» ha dichiarato Jimmie Green, un ex giudice del Kentucky che ha rifiutato di togliere personalmente dal muro del suo corridoio il testo delle tavole della legge, «non c'e' ragione migliore per andare in galera che difendere un documento sacro».

la cultura ungherese in mostra a Roma
...e uno sterminio annullato

Liberazione 14.10.04
Un olocausto dimenticato
Aperta a Roma una mostra d'arte per ricordare lo sterminio degli ebrei ungheresi. Una tragedia per anni ignorata dalla stessa nazione magiara
Il ricordo di Charles Farkas, figlio di Istvàn, uno degli artisti più rappresentativi, scomparso durante la detenzione: «Non abbiamo mai voluto riconoscere le nostre colpe e le abbiamo attribuite ai tedeschi. In Bulgaria invece la popolazione fermò i nazisti e gli ebrei si salvarono»
di Vittorio Bonanni

«Iquadri che possiamo vedere in questa esposizione sono nati negli anni più bui della storia dell'Ungheria. In quegli anni, quando nei confronti di ebrei ungheresi furono commessi peccati terribili da altri ungheresi: li umiliavano nella loro dignità umana, li hanno privati dei loro beni, hanno tolto loro gli appartamenti, i loro oggetti di valore, i loro negozi, li costringevano nel ghetto, li hanno deportati nei campi di lavoro, e nei campi di annientamento della Germania o li hanno uccisi in Ungheria.» Questa denuncia è del filosofo magiaro Zoltàn Endreffy, esponente dell'associazione Pax Romana che si occupa del dialogo interreligioso. Lo studioso ha ricordato lunedì scorso il massacro degli ebrei ungheresi (di settecentomila che erano ne sopravvissero solo duecentomila) durante la presentazione della mostra "L'Olocausto nell'arte ungherese", visibile a Roma fino al 5 novembre presso l'Accademia d'Ungheria a Palazzo Falconieri, al quale ha fatto seguito il giorno seguente la conferenza di carattere storico "Olocausto sessant'anni dopo".
E' stata proprio questa ricorrenza, appunto i sessant'anni, a spingere l'Accademia ha realizzare questa serie di iniziative che vede comunque nell'esposizione di dipinti, disegni e sculture realizzati da artisti magiari tra il 1938 e il 1946 il momento certamente più significativo e toccante.
I quadri esposti non sono solo una testimonianza di tempi terribili. Sono anche il prodotto di un momento artistico importante, quell'arte figurativa ungherese i cui esponenti, nel 1938-39, furono deportati, costretti ai lavori forzati o semplicemente annientati, come Imre Amos, definito il "Chagall magiaro" o Istvàn Farkas, pittore esistenzialista di spicco fra le due guerre, un artista che conobbe un grande successo internazionale. Il figlio Charles era presente all'inaugurazione: «Io stesso sono stato in un campo di lavoro tedesco in Jugoslavia - dice Charles Farkas - da dove sono scappato.» «Molti artisti rappresentati qui - dice l'ideatore della fondazione Farkas parlando dell'esposizione - hanno realizzato dei disegni proprio durante la detenzione nei campi e in qualche modo sono riusciti a portarli fuori. I quadri esposti sono comunque di diversi periodi: si parte dal 1938, quando venne promulgata la prima legge razziale in Ungheria, fino ai giorni nostri, perché ci sono degli artisti che hanno trasformato in quadri dei ricordi, delle impressioni.» Questa mostra è importante perché «da noi non c'è stata una catarsi come in Germania. Gli ungheresi non hanno mai voluto riconoscere le loro colpe. E invece se è successo quello che è successo la colpa è degli stessi ungheresi, perché, per esempio, in Bulgaria, dove i tedeschi volevano fare la stessa cosa, la popolazione disse che non potevano imporre le loro leggi. E infatti gli ebrei bulgari sono stati salvati.»
Come dicevamo Istvàn Farkas è stato un grande pittore, che conobbe in Francia successo e fama, soprattutto negli anni '20-'30. Il figlio lo ricorda così: «Io sono stato con mio padre fino all'età di sette-otto anni perché poi i miei genitori si sono separati. Ci vedevamo uno o due volte la settimana e passavamo l'estate con lui. Noi siamo nati a Parigi perché lui svolgeva prevalentemente la sua attività lì e tenne aperto il suo studio fino al 1939, prima dello scoppio della guerra.» Farkas comprò anche una casa lungo le sponde del lago Balaton, in Ungheria, dove andava per dipingere. «Ora è diventata un museo - dice Charles - ed è divenuta la sede della Fondazione Istvàn Farkas, presente anche negli Stati Uniti.»
Questa iniziativa dell'Accademia d'Ungheria si inserisce in un contesto di revisione di un periodo storico praticamente rimosso per decenni dalla nazione magiara: «Finora - dice Katalin S. Nagy, storico dell'arte - non è avvenuta la revisione collettiva del periodo 1938-1945. Nel 1946/47 hanno organizzato alcune mostre in memoria dei martiri, ma dopo decenni di silenzio è arrivata l'ora per gli storici ungheresi di far vedere, riscoprire, i valori delle opere d'artisti ebrei ungheresi.»

Cinema
Due tempi all'inferno

Per ricordare lo sterminio degli ebrei ungheresi la manifestazione organizzata dall'Accademia d'Ungheria ha previsto anche la proiezione del film "Due tempi all'inferno" di Zoltàn Fàbri, realizzato nel 1961. E' ambientato nella primavera del 1944, quando in un campo di lavoro in Ucraina gli ufficiali tedeschi costrinsero i prigionieri ungheresi, indeboliti sia nel corpo che nello spirito, a giocare una partita di calcio in occasione del compleanno di Hitler. L'epilogo è drammatico: gli ungheresi, malgrado tutto, vincono ma pagano a caro prezzo la loro affermazione e il loro entusiasmo. Vengono infatti uccisi sullo stesso campo di calcio. L'autore (1917-1994), è stato uno dei rappresentanti di spicco del cinema ungherese. Il film "Due tempi all'inferno" è giudicato uno dei suoi lavori migliori. Nel 1981 la trama del suo film venne ripresa da John Huston, nel film "Fuga per la vittoria", dove però la storia ha un lieto fine. Nella versione americana vi hanno lavorato attori come Michael Caine, Sylvester Stallone, Max von Sydow e Pelé.

Adonis, il poeta, sui monoteismi

Liberazione 14.10.04
Intervista al poeta siriano Adonis, che ieri ha inaugurato il RomaPoesia 2004
«Nell'uso politico della religione, l'origine di tanti orrori»
«Naturalmente rispetto la fede del singolo individuo. Ma parlando dal punto di vista storico, il monoteismo ha creato dittature, guerre, razzismo e tutto quello che è contro l'essere umano».

Ha scelto di farsi chiamare Adonis, come un dio ellenico, in realtà il suo nome è Ali Ahmad Sa'id Isbir, per tutti comunque è uno dei più grandi poeti arabi contemporanei, oltre che esponente di spicco della cultura internazionale. Da qualche tempo è in odore di premio Nobel per la letteratura, ma di questo non sembra curarsi troppo, gli basta scrivere, pubblicare le sue raccolte di versi e continuare a dare scandalo con le sue posizioni di grande apertura, persuaso - oggi come negli anni '50 quando fondò la rivista "Shi'r" - della necessità di affermare valori essenziali universalmente condivisi. La sua rivisitazione dei miti, della storia e della cultura araba attraverso un nuovo approccio metodologico lo ha portato a diventare un punto di riferimento per le generazioni più giovani ma anche un autore inviso ai fondamentalisti.
Nato nel 1930 nel villaggio di Qassabin in Siria, Adonis ha studiato e si è laureato all'università di Damasco, ha lavorato a Beirut e da qualche tempo vive a Parigi. Di ritorno dalla Buchmesse di Francoforte, da tre giorni si trova in Italia, dove ha partecipato al festival "Mediterranea", organizzato dalla Provincia di Roma insieme al suo amico di sempre, il grande poeta israeliano Natan Zach, con cui ieri sera ha aperto anche l'ottava edizione del "RomaPoesia - Festival della parola", organizzato anche quest'anno dall'assessorato alla Cultura del comune di Roma all'Auditorium Parco della Musica.
«Innanzi tutto voglio dire che alla manifestazione di Francoforte sono stato invitato dalla Lega araba, ma lì rappresentavo solo me stesso, non il mio paese», così esordisce il poeta Adonis, mettendo subito in chiaro le cose.
Che cosa può dirci della Buchmesse tedesca. Secondo lei, sono importanti questi incontri fra poeti e letterati di tutto il mondo?
Non è semplicemente importante, ma direi che è sempre più necessario incontrarsi. Non solo fra noi arabi, ma anche con gli scrittori degli altri paesi rappresentati a Francoforte.
Lei è famoso anche per essere un poeta laico all'interno della cultura araba: che giudizio dà oggi della rinascita dei fondamentalismi, sia che si tratti di fondamentalismo cristiano, islamico o ebraico?
L'ho già detto più volte e lo ripeto: per me il fondamentalismo è un segno della decadenza della religione stessa. Si parla moltissimo del ritorno delle religioni e si discute spesso di questo fenomeno. Secondo me, però, non si tratta di un fenomeno di ritorno ma è il segno della fine delle religioni. Inoltre si deve considerare che questo fenomeno non è assolutamente un ritorno di tipo spirituale, ma semmai di tipo politico che utilizza la religione come strumento per difendere interessi economici e politici. Dunque è decisamente un segno nefasto sia per la religione che per lo spirito religioso.
Qual è il suo rapporto con la religione o con il suo credo?
Fino ad ora abbiamo parlato di religione e non di fede. Io ho un grandissimo rispetto per la fede, qualsiasi essa sia, anche la fede di quelle persone che credono, per esempio, in una pietra. La religione invece, come fenomeno istituzionalizzato o politicizzato, diventa una forza nefasta per l'essere umano stesso. Per questo quando parlo di religione voglio precisare la distinzione tra religione di tipo istituzionale e fede del singolo individuo che rispetto profondamente.
Recentemente lei si è espresso in termini molto critici sul monoteismo affermando che sarebbe necessario cambiarlo. Cosa voleva dire?
Il monoteismo è la negazione dell'altro e di tutti di coloro che non credono a quello in cui il monoteista crede. Abbiamo tre monoteismi e tre concezioni di dio, quindi anche dio è plurale, secondo questa visione. Parlando poi da un punto di vista storico, il monoteismo ha creato dittature, guerre, razzismo e tutto quello che praticamente è contro l'essere umano.
Dopo l'11 settembre si parla sempre di più di scontro di civiltà fra Oriente e Occidente. Lei che cosa ne pensa?
E' la prova che questo scontro è profondamente religioso, come dicevo prima. La poesia, la pittura, la scultura, la musica, l'amore non parlano mai di scontro di civiltà. Tutto quello che è essenziale non fa parte di questo scontro anzi tutti i popoli sono uniti dalla poesia, all'arte, dalla musica e dall'amore: un'altra prova che il monoteismo è legato agli interessi militari, economici e politici.
La poesia dunque può contribuire a costruire una società basata sull'unione e la comunicazione fra i popoli?
Certo, ma non la poesia come poema in sè ma come visione del mondo, come creazione di un nuovo modo di relazionarsi fra gli uomini, ma anche fra gli uomini e l'universo e fra la lingua e le cose. Essere creativo in senso poetico può dare una nuova immagine alla nostra vita di relazione umana.
In questi anni il terzo mondo, privato di ogni mezzo di sussistenza, preme alle porte dell'Europa. Come pensa si possa risolvere questo grave problema.
Se rimaniamo sul piano della creatività non esiste un terzo mondo. Il terzo mondo supera nella creatività anche i paesi più sviluppati. Prendiamo l'America latina, è chiaro che supera di gran lunga il Nord America su questo piano. Sono dunque le forze politiche e militari di questa parte del mondo, che noi chiamiamo Occidente, che creano i problemi di miseria, povertà e ingiustizia.
Dunque il futuro è nell'integrazione della parte povera del mondo con il cosiddetto Occidente?
Credo che il nostro futuro sarà meticcio. L'unica soluzione è un "meticciato" umano e culturale.

filosofia a Milano...

Corriere della Sera 14.10.04
RASSEGNE / Da lunedì tornano gli incontri del Parenti e si allargano al Dal Verme e a Sant’Ambrogio
Va’ pensiero, è di moda la filosofia
Si comincia con Platone: sul palco Cacciari e Radice, Reale e Krämer

Se la poesia fa il pienone (con Dante, Petrarca e adesso Omero), la filosofia non sarà da meno. La Milano intellettuale si prepara a una stagione di grandi numeri con il ritorno degli incontri a cura di Pier Lombardo Culture, organizzati dal Teatro Franco Parenti che in questa edizione si allargano a nuovi e più capienti spazi come il Teatro Dal Verme e la Basilica di Sant’Ambrogio. Come nota Massimo Cacciari, tra i curatori degli incontri assieme a Salvatore Natoli, «la filosofia nasce sempre nei momenti di crisi», ma è anche vero che nessun serio tentativo di pensare il futuro può prescindere da un rapporto vivo con il passato: «l’eredità non è mai un dato, ma sempre un compito», insegnava Derrida. Il ripensamento dei classici è allora uno dei cardini attorno a cui ruotano gli appuntamenti di quest’anno, a cominciare da quello in programma lunedì prossimo al Dal Verme, «Platone e l’Europa» (via San Giovanni sul Muro, ore 18, ingresso libero) . Sul palco, sette tra i massimi conoscitori europei del filosofo: Cacciari, Hans Krämer e Thomas Szlezák dell’Università di Tubinga, Maurizio Migliori, Roberto Radice, Giovanni Reale e Mario Vegetti, quest’ultimo docente di Storia della filosofia antica all’Università degli Studi di Pavia.
«Esistono delle domande alle quali le persone pensano di poter trovare delle risposte nella filosofia, e questo è forse il principale motivo di questo "assalto" alle conferenze e agli incontri, quando magari nelle aule universitarie le lezioni sono seguite da quattro gatti», dice Vegetti. «Spesso però la filosofia non può rispondere a domande tipo "Come si fa a essere felici?", anche se è in grado di fornire delle intuizioni atemporali che sono in grado di raggiungere l’uomo contemporaneo. Prendiamo Platone: la sua idea che dall’uomo dipenda la determinazione del proprio destino è immutata e affascinante: vuol dire che si può ricostruire il mondo e rifare la società». E il legame tra Platone e l’Europa? «Naturalmente Platone non poteva conoscere l’Europa, ma il suo lascito culturale è fondamentale per l’identità europea. Per esempio Platone è convinto che il requisito principale dei governanti è non avere alcuna proprietà privata perché, come spiega nella "Repubblica", altrimenti il governante sarebbe portato a fare i suoi interessi».
Ancora Platone sarà al centro di un incontro su «Fedone o della immortalità» (il 14 marzo), nell’ambito della mini-rassegna «Snodi» con tre messinscena di Carlo Rivolta. Tra gli altri appuntamenti, «Ambrogio o della tolleranza» (il 28 febbraio in Sant’Ambrogio, costruito intorno alle lettere di Simmaco al Vescovo di Milano) e «Momo o della dissacrazione» (il 18 aprile), opera di Leon Battista Alberti sul rapporto tra dei e politica.
E se Giordano Bruno sarà il soggetto della dissertazione in programma il 26 ottobre al Dal Verme, i contemporanei Vittorio Sgarbi e Tahar Ben Jalloun si confronteranno mercoledì prossimo sul tema «Si può tradire per amicizia?».

imputabilità e inimputabilità

denaro.it 29.9.04
Nuova disciplina dell’imputabilità
Nell’ambito del progetto di riforma del Codice Penale ad opera della Commissione ministeriale presieduta dal professor Carlo Federico Grosso, notevole rilievo assume la disciplina dell’imputabilità con i suoi molteplici aspetti innovativi.
di Luciano Martino

Apprezzabile è la scelta favorevole al mantenimento della distinzione tra soggetti imputabili e inimputabili, come quella, compiuta sul piano della tecnica legislativa, di rinunciare a definire in positivo il concetto di imputabilità, limitandosi a disciplinarne le condizioni che la escludono o la diminuiscono. La scelta nasce dalla constatazione del carattere meramente pleonastico della formula adoperata dal legislatore del ’30 nell’art. 85 c.p., oltre che dall’incertezza che fin dalle origini rende incerti i suoi confini . La menzione separata delle due capacità (di intendere e di volere) suscita riserva, tenuto conto che, alla luce delle moderne conoscenze psicologiche, intelligenza e volontà appaiono come funzioni influenzantesi vicendevolmente. Parallelamente, si è avviato un processo di ampliamento dell’imputabilità anche alla sfera affettiva, poiché la tradizionale separazione della personalità psichica in tre elementi distinti — sentimento, intelligenza e volontà —ha segnato il passo di fronte all’affermazione del principio di indivisibilità della psiche umana. La disciplina in esame, quindi, ha dato rilievo alle critiche, da tempo manifestate, sull’opportunità del mantenimento di una formula così generica per indicare l’imputabilità che, come tutti i concetti “disposizionali”, è più facilmente individuabile in negativo. Sono rimaste, invece, deluse le speranze di quanto avevano suggerito che, in sede di riforma, si desse all’imputabilità una collocazione all’interno del reato, e segnatamente nel titolo II relativo alla colpevolezza, superando in questo modo la sistematica del codice attuale. Il progetto ministeriale ne colloca, al contrario, la disciplina nel titolo IV dedicato alla pena. Apprezzabile appare, sul duplice piano della scelta di principio e della tecnica normativa, l’opzione a favore di un “modello aperto” di individuazione delle ipotesi di non imputabilità d’impiego di una clausola definitoria aperta per il dichiarato fine di realizzare un flessibile adeguamento al mutare (al progresso) delle conoscenze scientifiche e in genere delle concezioni pertinenti, cosicchè si aprirebbe la strada alla rilevanza dei diversi paradigmi della malattia mentale prospettati dalla scienza psichiatrica. L’attuale disciplina, nelle intenzioni dei compilatori del codice penale del ’30 , avrebbe dovuto circoscrivere l’ambito di applicabilità della norma ai soli casi in cui il vizio di mente afferisse ad una forma patologica, riconducibile, in base alla sintomatologia presentata, a ben precise tavole nosografiche. Senonchè, la scelta operata a quel tempo, incentrata su un modello c.d. medico o biologico della malattia mentale, ha via via perduto il monopolio nell’ambito della psichiatria per lasciare spazio ad un paradigma di tipo psicologico prima e di tipo sociologico successivamente. In questo senso la Commissione propone di allargare i presupposti dell’incapacità di intendere e di volere, affiancando al tradizionale riferimento all’infermità di mente la espressa menzione di “altro grave disturbo della personalità” Questa scelta estensiva, oltre ad essere in linea con l’orientamento dei codici più recenti, ben riflette la consapevolezza proprio di quel pluralismo motodologico che oggi connota il sapere psichiatrico, una volta entrato in crisi il paradigma medico-nosografico quale unico o prevalente criterio selettivo di disturbi psichici atti a incidere sulla capacità di colpevolezza e di pena. Una ricodificazione che vada al passo con i tempi non potrebbe pretendere di imporre concezioni o modelli che risultano obsoleti alla stregua dell’evoluzione del sapere scientifico. Peraltro, la nuova opzione codificatoria, se ambisce a guidare la prassi applicativa futura, deve riuscire a contemperare apertura all’evoluzione scientifica e capacità orientativa dei giudici. Ed occorre, altresì, che il modello di disciplina proposto, rifletta soluzioni capaci di riscuotere il consenso della grande maggioranza degli psichiatri e degli psicologi. In tal senso, si riscontrano dubbi e incertezze da parte della scienza psichiatrica sull’utilizzo dell’espressione “disturbo della personalità”, sottolineando che si tratta di un termine riduttivo e ampliativo al tempo stesso, essendo limitato da un lato alle sole psicopatie, per cui resterebbero fuori le nevrosi, e valendo dall’altro e ricomprendere una serie di anomalie psichiche non altrimenti classificabili. Meglio sarebbe stato, secondo tali autori, l’utilizzo dell’espressione “altro grave disturbo mentale” o “ altro grave disturbo psichico”. Piuttosto, a nostro avviso, il punto è un altro: la inidoneità del requisito della gravità ad arginare un’interpretazione troppo lata dell’anomalìa psichica, in quanto qualsiasi formula terminologica, sia essa la “gravità” o il “valore di malattia”, si presta in concreto a facili manipolazioni. Diversamente dalla disciplina vigente, quella suggerita dal Progetto Grosso collega la non imputabilità alla impossibilità di “comprendere il significato del fatto o di agire in conformità in tale valutazione”. L’imputabilità sarebbe, quindi, definita in negativo e in chiave strettamente intellettualistica. Si tratta di una formula utilizzata da codice penale tedesco del 1975, e che è stata poi ripresa sia dal codice spagnolo che da quello portoghese. Nei §§ 20 e 21 del ST GB tedesco, in particolare, si parla di incapacità di comprendere “das Unrecht” del fatto e di agire in conformità a tale rappresentazione, sicchè il soggetto imputabile deve avere la consapevolezza del contenuto illecito del fatto commesso. Con ciò, naturalmente non deve intendersi la coscienza dell’antigiuridicità del fatto, valutata alla stregua della norma incriminatrice, la cui ignoranza, come è noto, è irrilevante ai sensi dell’art. 5 c.p., bensì il suo significato offensivo, nella dimensione fattuale concreta, pregiuridica. Il criterio di giudizio sull’imputabilità recepito dal legislatore della riforma è, dunque, di tipo misto o biologico — psicologico, non rinunciando, da un lato, alla diagnosi della malattia mentale e richiedendo, dall’altro, la valutazione del grado di incidenza del disturbo sulla comprensione del significato del fatto, contrariamente al sistema biologico puro, che lega la non imputabilità automaticamente alla diagnosi della malattia mentale, e al modello normativo puro, che, invece, prescinde dalla diagnosi della malattia mentale, valutando solo l’incidenza del disturbo sulla psiche del soggetto. Per quanto concerne il trattamento sanzionatorio dei non imputabili, la Commissione di studio, nel chiaro intento di applicare — nel caso concreto — la misura più adeguata alle specifiche esigenze di cura e di controllo, ha proposto una serie di misure “non punitive”, individuate ai fini di prevenzione speciale e denominate di “sicurezza e riabilitative”. Nell’art.96, comma 3, del progetto di riforma precisa poi che non si fa luogo all’applicazione e la misura viene revocata quando la sua finalità possa essere efficacemente perseguita con strumenti di carattere non penalistico. A differenza degli istituti orientati alla risocializzazione o alle terapie e simili, dunque, le misure di sicurezza e riabilitative costituirebbero l' estrema ratio, intervenendo solo allorchè si riscontrino “esigenze comprovate e prioritarie di prevenzione dei delitti più gravi”. Il progetto Grosso, in definitiva, mantiene un sistema di misure alternative alle pene vere e proprie, ma supera il sistema del c.d. “doppio binario”. Quanto alla tipologia delle misure di sicurezza, il progetto Grosso all’art. 97, comma 1, relativamente al non imputabile per infermità o altro grave disturbo della personalità: il ricovero in una struttura, con finalità terapeutiche,; l’obbligo di sottoporsi ad un trattamento ambulatoriale presso strutture sanitarie, nonché quello di sottoporsi a visita periodica presso strutture sanitarie e di presentazione periodica ai servizi sociali. Altra importante novità, per taluni versi dirompente, è, come detto, il superamento nel nuovo codice del sistema del doppio binario. Difatti, le nuove disposizioni escludono la possibilità di applicare, in aggiunta alla pena, una misura di sicurezza e prevedono che, quanto agli imputabili sia applicata una pena, ma con finalità rieducative, per i semimputabili una pena diminuita e orientata in senso risocializzante; mentre destinerebbe agli autori di reato prosciolti per non imputabilità, le misure di sicurezza come unica conseguenza sanzionatoria. Così facendo si è cercato di uniformare la disciplina delle misure di sicurezza e riabilitative al principio di proporzionalità. In questo senso ne sono fissati i limiti edittali, anche solo nel minimo, oltre ad alcuni presupposti oggettivi legati alla tipologia del reato commesso.

unioni legali

ricevuto

Da METRO
(quotidiano metropolitana di Roma - http://www.metroitaly.it/flash/quotidiano/roma.pdf) 14.10.04:
"Permettiamo ai gay un'unione legale"
di MARIO FURLAN, Fondatore dei City Angels

I gay sono una lobby: lo sostengono alcuni per spiegare la bocciatura di Rocco Buttiglione a commissario europeo seguita alle sue critiche contro il comportamento omosessuale. I gay sono dei pervertiti, dei viziosi, gente senza morale che si lascia andare ad atti contro natura: lo pensano ancora in parecchi. Come se essere attratti da persone del proprio sesso fosse una scelta, anziché una predisposizione biologica. Questa, infatti, sarebbe la tesi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: gay si nasce. Il loro cervello presenterebbe, infatti, alcune diversità rispetto a quello degli eterosessuali. Si nasce, non si diventa. Posso portare la mia piccola testimonianza: mi è più volte capitato di essere corteggiato da uomini, anche molto attraenti. Ma ho sempre rifiutato. Perché mi piacciono soltanto le donne. L'idea di essere sfiorato da un altro maschio mi provoca repulsione. Non c'è nessun merito, nessuna virtù in questa mia inclinazione: nessun pregiudizio omofobico, sono semplicemente nato eterosessuale, e così morirò. Eppure molti continuano a disprezzare i gay come se l'esserlo fosse una colpa. Noi City Angels abbiamo scortato un ragazzo omosessuale che veniva picchiato da bulletti per il solo fatto di essere "diverso". Caso limite? Forse. Ma quanti gay vengono presi in giro, insultati, derisi o semplicemente fatti oggetto di battute equivoche, strizzatine d'occhio, risatine? Quanti vengono, magari subdolamente, e soprattutto nei piccoli centri, emarginati perché colpevoli di amare seguendo il loro impulso? Il risultato è che il loro tasso di suicidi è nettamente più alto di quello degli altri. E che il razzismo nei loro confronti è ancora tollerato. Non si può, giustissimamente, dare dello sporco negro a un africano o del naso adunco a un ebreo senza venire querelati: è un segno di civiltà. Eppure molti si sentono liberi di dare del frocio, culattone, finocchio o ricchione a un gay senza che nulla accada. In Francia questi insulti sono puniti. Da noi no. In alcuni Paesi gli islamici integralisti, Cuba, la Corea del Nord l'essere gay è reato penale. Si può finire in galera o venire condannati a morte per amore. Insomma, il grado di democrazia di un Paese si misura anche dalla libertà che concede alle minoranze sessuali. Ho molti dubbi sull'opportunità di concedere ai gay il diritto di adottare un bambino: il piccolo ha bisogno di un padre e di una madre. Ma è giusto permettere loro di stipulare un'unione legale che consenta loro di assistersi reciprocamente. Nella malattia, nelle faccende economiche e in tutti quegli aspetti della vita dov'è bello avere la persona amata al tuo fianco. Il problema è facilmente superabile se sei un omosessuale ricco e potente: i soldi e il potere risolvono molte situazioni. Ma se hai la disgrazia di essere povero, debole e di vivere in un ambiente retrogrado, chiuso, ignorante sei condannato all'inferno.»