martedì 19 ottobre 2004

storia:
un convegno a Roma

La Stampa 19.10.04
UNA KERMESSE A ROMA PER DISCUTERE LO STATO DELLA DISCIPLINA
Conversando di storia
di Pierluigi Battista

LE televisioni rigurgitano di programmi dedicati alla storia. Le case editrici hanno trovato nella storia un filone redditizio. I giornali allegano con sempre maggiore frequenza fascicoli e volumi che hanno nella storia il loro baricentro. Nelle pagine culturali dei quotidiani e dei periodici le controversie di carattere storico non cessano di alimentare una (sana) vis polemica. Nella politica continua a far capolino la storia come arma contundente e principio di delegittimazione dell'avversario. Si moltiplicano in tutta Italia convegni su temi storici, come quello che si apre domani a Roma e che è diventato un appuntamento fisso di sempre maggiore prestigio. Però non tutti questi fenomeni portano in sé lo stesso segno e il fatto che la storia sia al centro di tanti e disparati indicatori della sensibilità culturale corrente non vuol dire che di esso si possa dare una lettura univoca. Un conto è infatti il trionfo mediatico ed editoriale della divulgazione storica. Di tutt'altro genere è il sempre più marcato emergere della storia come tema di infinite discussioni che dall'analisi del passato si riverberano ineluttabilmente sulle polemiche politiche dell'attualità.
La divulgazione storica presuppone infatti un accordo diffuso sui fatti della storia che si vogliono raccontare. Si «divulga» un sapere di cui non si contesta la consistenza fattuale, di cui si accettano le premesse e le conseguenze. La divulgazione popolarizza e rende di larga comprensione anche per un pubblico non necessariamente specializzato, anzi preferibilmente non versato nella materia di cui si tratta, una conoscenza che si dà per acquisita e passabilmente «certa», comunque non contestata nelle sue stesse fondamenta empiriche. Con l'ausilio delle immagini e addirittura con il supporto di apposite fictions, i programmi storici della televisione offrono per lo più una lettura popolare e comprensibile di fatti dati per acclarati e comunemente fatti propri da una collettività di lettori e di fruitori. Le biografie in genere molto amate dalle case editrici perché sempre molto apprezzate da chi acquista libri di saggistica partono un genere da un quadro documentario generalmente condiviso (a meno che non si fondino su una documentazione inedita destinata a smentire le letture tradizionali del personaggio biografato, ma questa è un'altra storia, singolarmente sospesa tra l'accuratezza delle ricerche archivistiche e il desiderio diffuso, e scandalistico, di frugare nella parte oscura o messa in ombra di quei personaggi). I supplementi di argomento storico dei giornali rivestono per lo più un carattere enciclopedico che tende a dare di un avvenimento, di un personaggio o di un'intera epoca tutto ciò che generalmente si sa e che è accreditato, senza strappi interpretativi troppo violenti, entro una prospettiva mediamente pacificata oppure secondo un'ottima dichiaratamente di parte se il giornale che allega il supplemento e il volume storico appare a sua volta molto connotato ideologicamente (difficile che i libri dell'Unità si discostino dalla vulgata di sinistra o che i volumi allegati al Giornale possano esibire un'impronta, per dire, marxista o genericamente progressista).
Le controversie storico-politiche che invece tengono banco anche nell'editoria, ma in special modo nella dimensione giornalistica e pubblicistica, e in molta convegnistica come quella che si esibirà a Roma con meritorio spirito aperto e pluralistico, indicano tutta un'altra temperie culturale. Non partono da una piattaforma di conoscenze acquisite e condivise, ma presentano delle spaccature finanche nella scelta dei fatti da trattare e nell'ottica con cui i singoli avvenimenti vengono soppesati e valutati. Si sta parlando ovviamente dei temi (quelli del fascismo e dell'antifascismo, del valore della Resistenza, del comunismo, ma anche del Risorgimento e della Rivoluzione francese) su cui più si è accesa la disputa storico-politica di questi anni. Ma in genere la frattura che ancora divide la comunità degli storici e di chi si occupa di storia nella comunicazione pubblica non è la conseguenza, bensì l'antefatto delle divisioni e delle controversie polemiche che a molti appaiono incomprensibili. Al cospetto di nuovi e irriverenti schemi interpretativi, i sacerdoti della vulgata politico-storiografica solitamente deplorano un incontinente «uso pubblico della storia», quasi a voler dimenticare che anche quella vulgata affonda le sue radici in un precedente «uso pubblico della storia» di segno ideologicamente opposto ma non meno pervasivo e vincolante. Oppure denunciano l'esilità delle «nuove ricerche» in grado di smentire il vecchio canone egemone. E invece gli stessi materiali d'archivio possono illuminare letture diverse, canoni contrapposti, chiavi interpretative più convincenti. Le discussioni storiche degli ultimi anni nascono appunto da questa discordia interpretativa, dall'uso di diverse chiavi che danno ai fatti gerarchie, significati, valutazioni completamente diverse l'una dall'altra. Non c'è per esempio discordia sul numero delle vittime del comunismo, quanto piuttosto sulla radicalità del giudizio negativo da formulare su un fenomeno che ha suscitato tante speranze ma ha costellato il suo cammino di lutti infiniti. Non si contestano le cifre fornite da Giampaolo Pansa dei «vinti» uccisi dopo il 25 aprile, ma il rapporto tra quel sangue e la valutazione di un fenomeno come la Resistenza. E così via. Malgrado i meritori sforzi del Quirinale, animati dalla convinzione che non si possa dare senso duraturo di comune appartenenza nazionale senza il riconoscimento di un passato comune, non solo le memorie appaiono tuttora divise, ma anche la storia non riesce a trovare un terreno comune in cui riconoscersi. Ecco perché le discussioni storiche, lungi dall'esaurirsi in defatiganti dispute su questioni altrimenti consegnate alla polvere del tempo, dimostrano un'effervescenza destinata a rinfocolarsi alla prima occasione. Senza scandalizzate deplorazioni.

violenze in famiglia
test psicologici periodici per tutti i poliziotti

Corriere della Sera 19.10.04
La decisione di De Gennaro dopo gli ultimi casi di tragedie familiari. «Più a rischio tra i 30 e i 40 anni»
Pronti test psicologici per tutti i poliziotti
Il Viminale prepara una circolare: verifiche sull’idoneità alle armi. Sindacati in rivolta: sistema per punire
di Fiorenza Sarzanini

ROMA - Esami clinici e test psicologici per stabilire l’idoneità all’uso delle armi e alle attività ritenute maggiormente pericolose. Sinora questo tipo di visita veniva ordinato soltanto in casi di particolare gravità. Il capo della polizia Gianni De Gennaro ha invece deciso di modificare la procedura di controllo e di disporre accertamenti che riguardino l’intero personale. La circolare, che sarà firmata entro qualche settimana, prevede che tutti - dagli agenti ai funzionari - debbano sottoporsi periodicamente alla verifica. E tanto basta per scatenare la protesta dei sindacati che parlano di «strumento che viola le regole costituzionali» e minacciano di impugnare il provvedimento davanti alla Consulta.
LA PROCEDURA - La scelta sui criteri di selezione è stata affidata ad una commissione medica interna che ha già fissato alcuni parametri. In particolare sono state definite le fasce di età «critiche» - secondo gli esperti quella tra i 30 e i 40 anni - e le mansioni considerante più a rischio. In base a questi dati si è ritenuto che la prima visita debba essere disposta un anno dopo l’entrata in servizio per stabilire la capacità di adattamento e di integrazione. Gli esami dovrebbero essere ripetuti ogni tre anni fino al compimento dei 40 anni e poi diluiti con scadenza quinquennale. Tutto questo, tenendo naturalmente conto dei compiti svolti. Tra le attività ritenute maggiormente «usuranti» ci sono quelle che riguardano l’ordine pubblico, i servizi di scorta e l’appartenenza ai reparti impegnati nel contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo. In pratica tutti gli incarichi che prevedono l’uso delle armi e dunque la necessità di mantenere un saldo controllo delle possibili reazioni di fronte a situazioni di emergenza.
LA LEGGE - E’ un decreto del 30 giugno 2003 ad aver stabilito le regole di verifica sui «requisiti di idoneità fisica, psichica e attitudinale». Un provvedimento che all’articolo 2 assegna al capo della polizia il compito di stabilire «criteri e modalità per effettuare accertamenti sanitari, tenendo conto degli incarichi svolti, dell’età, dell’anzianità di servizio e dell’eventuale presenza di patologie pregresse o croniche». La decisione di far valere questa prerogativa è stata presa dopo gli ultimi casi di poliziotti coinvolti in casi di omicidio-suicidio o comunque di tragedie familiari che hanno posto il problema di autorizzare la concessione delle pistole di ordinanza anche a chi potrebbe non avere più i requisiti necessari per tenerle.
LA PROTESTA - Il giudizio più duro è quello di Claudio Giardullo, segretario del Silp, secondo il quale «queste visite periodiche si trasformeranno di fatto in una verifica disciplinare». «Siamo contrari - spiega - perché si tratta di un controllo fiscale, una sorta di tagliando che penalizza chi non è in linea con i vertici gerarchici». Lo stesso pensa Oronzo Cosi, responsabile del Siulp. Il sindacato ha già espresso parere negativo e adesso Cosi aggiunge: «Questa procedura potrà essere attivata soltanto di fronte a una motivazione certificata e prevedendo la presenza di un perito di parte, pagato dall’amministrazione, che possa esprimere un parere vincolante». No al controllo periodico di tutti i poliziotti arriva anche da Filippo Saltamartini del Sap. «Nessun Paese europeo - sottolinea - prevede una procedura di questo tipo. In ogni caso si tratta di test che non hanno alcuna dignità scientifica e dunque non sono utili a verificare l’attitudine dei singoli. A nostro parere è un procedimento che viola la Costituzione e se davvero fosse firmata la circolare saremo pronti a chiedere il parere della Consulta». Voce fuori dal coro è quella di Giovanni Aliquò, segretario dell’Associazione funzionari. «Si tratta - dice - di analisi necessarie e indispensabili. Non si può pensare di mandare in giro persone armate senza sottoporle a verifiche adeguate».

Cognitive Neuropsychology
sinestesia...

Yahoo! Salute 19.10.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Se vedi cose strane è il cervello che fa contatto
Il Pensiero Scientifico Editore
di Emanuela Grasso

Se qualche vostro amico o amica ha le visioni, non prendetelo in giro potrebbe essere vero. E se qualcuno vi dice che avete un’aura luminosa, dategli un minimo di credito. Ci sono delle persone in grado di vedere cose che gli altri non vedono, non perché hanno poteri paranormali ma semplicemente perché il loro cervello fa contatto.
Secondo uno studio pubblicato su Cognitive Neuropsychology, infatti, queste manifestazioni sarebbero dovute a fenomeni di sinestesia. La stimolazione di un senso, cioè, verrebbe percepita da almeno due centri sensoriali. Così il profumo delle castagne farebbe visualizzare la piazzetta dove la signora le vende a un euro al cartoccio, il blu la persona che si ama.
Probabilmente queste associazioni sono causate da un’interferenza nel cervello. Il segnale elettrico che dai recettori periferici corre su per gli assoni del nervo olfattorio che stimola i centri dell’olfatto, per esempio, potrebbe in qualche punto fare contatto e passare la stimolazione anche al nervo ottico che raggiunge la corteccia visiva.
La sinestesia è una condizione che si ritrova in una persona su duemila, le cui cause sono sconosciute. Il lavoro pubblicato su Cognitive Neuropsychology ha sviluppato soprattutto il caso di una ragazza di diciannove anni che sostiene di “avere le visioni” dall’età di dodici. In particolare la ragazza vede l’aura intorno alla gente: quella del suo amico James è rosa, quella di Thomas è nera, quella di Adia è blu. La letteratura medica è ricca di casi di sinestesia in cui alle emozioni sono associate sensazioni fisiche. Quello della diciannovenne britannica sarebbe un caso, inusuale ma reale, di sinestesia emozione-colori.
Chissà se tutti i veggenti che ci sono in giro sono affetti da questo disturbo. E chissà quanti di loro sono sinceramente convinti di avere poteri paranormali semplicemente perché ignorano l’esistenza della sinestesia. Intorno a queste figure di “sensitivi”, soprattutto in passato, sono state costruite pagine di folklore e di credenze che, se prese come tali, hanno il loro fascino. Oggi siamo in grado di dire che sono manifestazioni legate ad un corto circuito nel cervello. A volte è un peccato pensare che non ci sia niente di strano nella mente, ma che tutto ha una spiegazione.

Bibiliografia. Jamie Ward. Emotionally mediated synaesthesia. Cognitive Nueropsycology 2004;21:761-72

lunedì 18 ottobre 2004

su Bertinotti e Rifondazione comunista
materiali per un incontro

presso la Libreria Amore e Psiche sono disponibili il recente libro di Fausto Bertinotti: "Per una pace infinita" e "Agire la non violenza", Atti del convegno del febbraio 2004.
Nell'articolo che segue Liberazione presenta un terzo libro.

Liberazione 13.10.04

I quindici anni di storia e organizzazione del Prc nel libro-ricerca di Simone Bertolino
Dentro Rifondazione
Radiografia di un partito
di Maria R. Calderoni

Niente gossip, niente nota di colore, niente "voci" di corridoio, nemmeno voli interpretativi. Niente. Semplicemente lui prende Rifondazione tutta intera e la mette sotto la Tac. E poi racconta quello che l'occhio elettronico ha visto. Con fredda precisione. Con distacco professionale. In 378 pagine, 10 capitoli e 65 tabelle, Simone Bertolino con questo libro - "Rifondazione comunista. Storia e organizzazione" (il Mulino, euro 25) - fa il check up del Prc.
Tutto sul Prc. Il dentro e il fuori, il cuore, il fegato (anche il fegataccio), la febbre, le pulsazioni e gli affanni; il vigore e gli acciacchi, l'imprinting e il materiale genetico. Trattasi di un paziente giovane. Un paziente interessante.
Ben più di una fotografia, il libro di Simone Bertolino (laurea in Scienze politiche presso l'Università di Pavia), è uno "scavo", uno studio nel profondo della entità politica chiamata Rifondazione; una ricognizione tutta eseguita con gli strumenti asettici e meticolosi del ricercatore, mediante la raccolta e l'analisi dei dati. I quali riguardano quasi un quindicennio di esistenza: un materiale tutt'altro che scarno, e una vita pulsante, sanguigna, a tratti persino "disordinata". Una "vera" vita.
Come eravamo e come siamo; la ricerca dell'instancabile indagatore arriva praticamente al 2003 incluso, copre tutti i congressi e tocca anche le ultimissime elaborazioni (come la stessa teoria della non violenza). E in tal senso il libro è anche un utile calendario, un ripasso diligente dei corsi e ricorsi, delle novità e delle "cadute", di quella che è la nostra ormai non più tanto breve storia. Un ripasso rigoroso, fatto coi canoni appunto della scienza della politica, senza mai concedere nulla al lato spicciolo, meramente cronachistico, personalizzato. E questo è un altro non piccolo merito di questo libro, tanto più tenendo presente che il Prc, dalla nascita sino ad oggi, «non ha suscitato particolare interesse in sede scientifica. Fatta eccezione per una ricerca che limita la sua analisi ai primi mesi di vita del partito, per lo più l'attenzione si è concentrata sull'altra formazione nata dallo scioglimento del Pci, il Pds».
La nostra nascita di passione. «La mattina del 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Achille Occhetto annuncia la decisione storica di voler sciogliere il Partito comunista italiano (Pci)». Arriva il congresso di Rimini. «La mattina del 3 febbraio 1991, un gruppo di delegati contrari alla "svolta" del segretario annuncia di voler costituire un nuovo partito che raccolga l'eredità del Pci. Nasce ufficialmente il Movimento della rifondazione comunista (Mrc), nella cui effigie tornano a campeggiare i simboli della tradizione comunista: la bandiera rossa, la falce, il martello e la stella».
Da quel momento «Rifondazione comunista inizia la sua navigazione nei marosi della politica italiana, affrontando diverse prove elettorali, subendo scissioni e crisi interne, ma nonostante tutto resistendo e passando da semplice aggregazione fondata sulla nostalgia del "comunismo che fu", a forza capace di condizionare gli equilibri politici nazionali».
Rifondazione comunista che ne ha fatta di strada (anche accidentata). E che nasce con un marchio d'origine, quello che continua a "segnarci" ancora oggi e che - scrive Bertolino - trova da subito «la leadership comunista stretta fra la difesa dell'identità e la necessità delle alleanze». In sostanza l'eterno "che fare? " della eredità del Pci, della intera storia novecentesca fino al fallimento del socialismo reale e alla dissoluzione dell'Urss. Un'anima scissa, un fattore genetico che, sottolinea subito l'autore, «taglia verticalmente sia la leadership sia la base del partito». Il nostro peculiare "filo rosso".
Una nascita complicata. Non solo "zoccolo duro", cioè quella parte di militanti comunisti che sente la svolta come un imperdonabile strappo della propria identità politica e personale; in Rifondazione e nel suo nucleo dirigente sono presenti da subito altre forze di diversa ispirazione. In sostanza, sin dall'inizio è un partito toccato da varie "contaminazioni". «A quattro mesi dalla sua nascita il vertice di Rifondazione è composto da tre principali aree o tendenze politiche: il compatto gruppo cossuttiano, la sinistra comunista di ascendenza ingraiana e operaista e la nuova sinistra movimentista o trotzkista di provenienza demoproletaria».
E mica basta. Perché, «queste linee di distinzione non costituiscono l'unica frattura interna alla coalizione dominante; il "gruppo originario" infatti è solcato anche da differenze generazionali». Magari tra chi proviene dalla Resistenza e dal Pci e tra chi viene dal '68. Appunto come scrive l'autore nel "fissare" la prima fotografia di gruppo: «La caratteristica dominante del gruppo originario è senza dubbio la sua disomogeneità, strutturandosi non come un vero e proprio gruppo dirigente complessivo, ma come un'instabile sommatoria di componenti e aree, ciascuna con un proprio leader».
E però la barca va. «La forza organizzativa dell'Mrc si costituisce molto velocemente per lo più in un'unica ondata di mobilitazione che nell'arco di poche settimane aggrega la gran parte dei 112.835 iscritti del 1991, come è testimoniato dalla prima rilevazione ufficiale effettuata dal centro nazionale il 10 marzo 1991».
Il resto non è silenzio. Il resto è la nostra storia. Dieci fitti capitoli non sono pochi, la Tac di Bertolino indaga a tutto campo senza tralasciare nulla: racconta i passaggi, i sussulti, le multiple scissioni, le sconfitte, le vittorie, le ricorrenti lacerazioni, il radicamento nel territorio e nella realtà sociale, cenere e diamanti, le nostre grandezze e le nostre piccolezze. Racconta chi e quanti e dove e come siamo (se tre milioni e mezzo di voti nel 1996 vi sembrano trascurabili); e il volto del nostro popolo e quello della nostra leadership, il composito e mai quieto gruppo dirigente, il carismatico segretario, l'ex Urss e noi, il no-global e noi, l'eterno "chi siamo dove andiamo".
Primo studio sistematico su di noi, guardiamoci dentro, il quadro d'insieme è sorprendentemente ricco.
Un "buon" Partito. Che può persino essere meglio.

Pietro Ingrao:
lettera al Presidente della Repubblica

Liberazione 16.10.03
Costituzione: e ora, Ciampi?

di Pietro Ingrao
Ieri mattina, nell'aula di Montecitorio, è stata varata una mutazione grave della Costituzione repubblicana che deve essere segnalata all'attenzione del Paese.

È stato approvato, con il voto della coalizione di maggioranza una riforma che istaura il cosiddetto premierato forte. In concreto è un mutamento che dà al capo del governo poteri nuovi e cruciali; il Presidente del Consiglio diventa Primo Ministro, e determina - tale è la parola pesante e significativa - la politica del governo. Inoltre è suo il potere di nominare e revocare i ministri, senza dover sottoporre il cambiamento al Capo dello Stato. Infine la sua candidatura è indicata sulla scheda elettorale in collegamento con i candidati deputati. Quindi il Presidente della Repubblica non sceglie più il Presidente del Consiglio, ma solo prende atto della sua avvenuta elezione. E perciò se il premier entra in crisi, non interviene più il Capo dello Stato a interpellare i partiti e - ascoltate le loro opinioni - a decidere lui la continuazione della sessione o lo scioglimento delle Camere: si va invece direttamente allo scioglimento dell'assemblea parlamentare. Quindi la decisione sulla sorte del Parlamento è di nuovo e ancora largamente nella mani del Capo del Governo.
In pratica il premier ha in mano si può dire in ogni istante (stavo per dire brevi manu) la sorte del governo, e quanto al Presidente della Repubblica non si capisce più bene cosa ci stia a fare.
E l'allarme e la preoccupazione non sgorgano tanto da qualche singola parte della proposta di riforma (e tuttavia ce ne sono di clamorose: quale ad esempio il vincolo stringente stabilito fra il premier e ministri). E' l'insieme delle riforme che cancella - in modo persino clamoroso - l'articolazione e pluralità di poteri che, non a caso, quella Costituente - venuta dopo la terribile dittatura fascista - aveva voluto chiaramente costruire e garantire.
Ciò che in quei giorni di rinnovamento si volle non solo assicurare ma dilatare fu chiaramente l'articolazione dei poteri e delle sedi di decisione. E perciò fu creato quell'intreccio di potestà e di confronti, conseguenti alla relazione tra Capo dello Stato, Presidente del Consiglio, governo e assemblea: cioè quel dibattere e quello scontro, articolato e plurimo, che tanto è distante da questo fosco (e a volte anche un po' ridicolo) premier forte.
Fummo troppo aperti? Pensammo che il confronto pubblico delle parti servisse al Paese; e non solo per misurarci nell'aula e nel farci intendere dal paese: perché conoscessero la decisione e la motivazione: e - sì, perché no - le differenze, e la molteplicità.
Perché non volevamo uomini forti e decisi? Ma perché De Gasperi - e come lo combattevamo! - non era uomo forte?
Sì, volemmo un potere plurimo, proprio perché il nostro Paese aveva conosciuto il Parlamento muto e aveva tragicamente pagato quel silenzio.
E insieme con le Assemblee, noi comunisti volemmo che contasse anche il Capo dello Stato; seppure non fu mai della nostra parte, e spesso fu anzi nostro avversario aspro. Nella riforma berlusconiana, che resta di lui se non un dimidiato di cui non si riescono più ad afferrare né autorità né poteri effettivi? Attento, Presidente Ciampi, perché quel premier così goloso sta cercando di dare una stilettata anche al Palazzo dove lei risiede e al potere di decisione e di limiti che lei rappresenta: e non è poco. E della sorte delle istituzioni scritte in Costituzione è responsabile anche Lei. Ciò che oggi ci offende chiama in causa anche il Suo delicatissimo ruolo.
Infine chiedo ancora un attimo, d'ascolto a chi in questi anni mi è stato - nei suoi modi- vicino: persino così generoso verso miei limiti antichi e le debolezze del mio necessario tramonto. E mi scuso con loro se torna qui una mia vecchia domanda che io ebbi già a porre pubblicamente a Firenze, dinanzi a quella sala ardente, al Forum europeo di due anni fa.
Sì, era ancora una domanda cocciuta sui poteri: sui titolari e sui luoghi del potere fissati per legge: accreditati a decidere in nome del Paese.
Che farete? Potete tacere di fronte alla Costituzione stracciata o in pericolo? E dinanzi a una stretta autoritaria così aggressiva?
Attenti, perché fra le ragioni per cui egli, il Berlusca, si affanna tanto ad alzare la cresta temo ci stiate prima di tutto voi, e l'inedito di cui parlate.
Pietro Ingrao,
membro dell'Assemblea Costituente

Liberazione 16.10.04
Diritti sociali ridotti al minimo
Tradito il sacro Patto del 1948
L'intervento alla Camera di Rifondazione comunista
di Graziella Mascia

Rifondazione comunista vota contro il disegno di legge con queste modifiche costituzionali, poiché esse riguardano la parte II della Costituzione, ma incideranno sulla prima, contenente i diritti fondamentali. Si tratta di una riforma che produce la frammentazione della Repubblica e la frantumazione dei vincoli di solidarietà politica, economica e sociale. I diritti sociali dei cittadini si riducono al minimo, si introducono disparità tra regioni ricche e povere e si spezza il principio di uguaglianza. Si produce la demolizione dei diritti e della politica. Mi riferisco anche alla politica, poiché, assieme ad un finto Senato federale, si introduce un elemento ibrido, anomalo e pericoloso, come il "premierato assoluto". Con un Primo ministro che potrà esercitare arbitrariamente il suo potere, fino allo scioglimento delle Camere, ed un Capo dello Stato ridotto a notaio. Si determina una rottura di quella cultura dei contrappesi propria del costituzionalismo: la Corte costituzionale rischia di subire un processo di politicizzazione, il Parlamento viene espropriato dei suoi poteri, un Capo dello Stato perde il suo ruolo super partes ed i Presidenti delle Camere perdono la loro funzione di garanzia, essendo tutti piegati agli interessi governativi.
A fronte di una domanda sempre più forte di partecipazione dei cittadini, in particolare dei giovani, si risponde con un moderno autoritarismo, con una destrutturazione del sistema democratico ed istituendo una carica monocratica, eletta dal popolo, che dovrebbe incarnare il bene assoluto.
In una dialettica politica ed istituzionale con al centro la riforma di un ordinamento democratico, esistono due momenti di democrazia: uno appartiene alla fisica, l'altro alla metafisica. Sono ascrivibili alla fisica le espressioni di pensiero che mirano a garantire un miglior funzionamento delle istituzioni democratiche. In tal senso, si parla di premierati forti o deboli, di parlamenti perfetti o imperfetti e di centralizzazione o decentramento dei poteri. Vi è, poi, un momento metafisico della democrazia, che certa filosofia antica pone quale insieme dei principi primi. In questi casi, le regole della fisica seguono i valori della morale e della metafisica.
La nostra Carta costituzionale pare seguire tale stima, apprendo metafisicamente con i principi fondamentali, per arrivare, poi, fisicamente all'ordinamento della Repubblica. Nel 1948 gli ideali e i valori della metafisica democratica furono il cemento che tenne insieme uomini e donne della classe politica che aveva diretto la guerra di liberazione ed era giunta, sia pure attraverso conflitti, al Patto costituzionale. Da un lato, i conservatori rinunciarono ad un - allora impossibile - ritorno al passato e, dall'altro, le sinistre accantonarono il programma rivoluzionario della "dittatura del proletariato", coniando la formula della "democrazia progressiva" e, per bocca degli stessi Togliatti e Morandi, parlarono, con insistenza, di valori, ideali e metodi democratici.
Che fine ha fatto quel Patto? È indubbio che la Costituzione non è immutabile. Lo sapevano gli stessi costituenti, quando introdussero l'articolo 138. La metafisica della nostra democrazia impone, tuttavia, che non tutte le norme alla base di quel Patto siano modificabili. Anche Mortati parlava di un nucleo immodificabile quale forma di humus culturale che appartiene, quale codice genetico unico, ad ogni popolo. Quando si modifica solo uno di questo insieme di valori e principi non si tratta più di revisione costituzionale, perché non si salva identità e continuità della Costituzione, ovvero la tradizione autentica e i valori della storia.
Gli articoli delle costituzioni, scriveva Calamandrei, sono come membra di un corpo vivo, di cui non si può fare a meno: vivono finché gli circola dentro il sangue che le alimenta. Il sangue, in questo caso, si chiama correttezza politica e lealtà costituzionale. Così, se nella Costituzione si volesse cambiare uno di questi elementi identificatori, questa perderebbe l'identità. Ciò vorrebbe dire far crollare tutta la Costituzione e ricominciare da capo, tornando dal piano della legalità a quello della forza. Diverrebbe l'instaurazione ex novo, di fatto e non di diritto, di un nuovo regime.
Solo con questa premessa, si può passare al secondo momento, quello che riguarda la fisica della democrazia e che si traduce nel problema del governo democratico, che non è solo il governo del popolo e neppure il governo della maggioranza aritmetica del popolo, ma quel governo nel quale si ottiene la maggiore possibile identificazione fra governanti e governati e la minore possibile oppressione di governanti sui governati. Ciò era alla base del sacro Patto del '48, che oggi viene tradito.

Louis Van Delft
antropologia

Repubblica 18.10.04
ALLA FINE DEL '500 NASCE L'ANTROPOLOGIA
Una serie di studi indagano sulla anatomia e sul rapporto tra l'Io, l'anima e l'ambiente
La crisi della metafisica e la scienza moderna portano a un modo nuovo di guardare al soggetto
BENEDETTA CRAVERI

Tutto era cominciato alla fine del Cinquecento, quando Michel de Montaigne, voltando le spalle alla metafisica, aveva fatto suo il progetto socratico di «ricondurre giù dal cielo, dove perdeva il suo tempo, la saggezza umana, per restituirla all´uomo», e se ne era servito per conoscere in primo luogo se stesso. «Ciascuno guarda davanti a sé», egli scriveva negli Essais, «io guardo dentro di me: non ho a che fare che con me, mi osservo continuamente, mi controllo, mi saggio... mi rigiro in me stesso». Per la prima volta sotto la sua penna, il moi (il me) si trasformava in sostantivo e l´esplorazione delle sue regioni più segrete apriva la strada alla riflessione di quella vasta costellazione di scrittori francesi - i così detti moralisti classici - tra cui spiccano i nomi di Pascal, di La Rochefoucauld, di La Bruyère.
Pietra miliare della civiltà letteraria francese, questa nuova scienza antropologica che si proponeva di esaminare l´uomo «ad altezza d´uomo», è stata, negli ultimi decenni, l´oggetto di una attenzione crescente da parte della comunità scientifica internazionale e, nel Gotha dei suoi più insigni specialisti, il nome di Louis Van Delft si impone certamente tra i primi. Nessuno ha, infatti, quanto lui studiato la genealogia di questa scienza, i suoi presupposti teorici, i suoi metodi e i suoi strumenti d´indagine, le sue finalità, il suo impatto culturale e, naturalmente, le sue forme letterarie, le sue metafore, il suo linguaggio. I titoli stessi dei suoi libri - Le moraliste classique (1982), Littérature et anthropologie (1993), Les spectateurs de la vie. Généalogie du regard moralist (in corso di stampa) - indicano con chiarezza il suo percorso di ricerca. L´iniziativa del Mulino di raccogliere in volume, sotto il titolo di Frammento e anatomia, nell´accurata traduzione di Francesca Longo e con una interessante introduzione di Carmelina Imbroscio (pagg. 278, euro 22), i saggi in cui lo studioso indaga sui rapporti tra «rivoluzione scientifica e creazione letteraria» è doppiamente significativa. Non solo perché il volume appare, assai a proposito, nella nuova collana "Scorciatoie", consacrata alla letteratura aforistica, ma perché Bologna, dove ha sede il Mulino, vanta la più antica facoltà di medicina d´Europa e un celebre teatro anatomico. Ed è precisamente il rapporto tra morale e anatomia, così come è andato delineandosi nella letteratura europea tra la fine del Cinquecento e la Rivoluzione Francese, che Van Delft ha voluto indagare in questi saggi.
È un dato di fatto che a partire dai primi decenni del Seicento il termine "anatomia" ricorre sempre più sovente sotto la penna di moralisti, romanzieri e poeti di paesi diversi. In Francia Mademoiselle de Scudéry si interessa alla "anatomia del cuore innamorato" e La Rochefoucauld intende fare «l´anatomia di tutti i recessi dell´animo», in Inghilterra Robert Burton, nel suo The Anathomy of Melancholy, si propone di «anatomizzare correttamente» l´"umore" della malinconia, in Spagna Balthazar Gracián consacra un intero capitolo dell´Oracolo manual alla "Moral anatomía del hombre".
A prima vista tutto lascerebbe credere che si tratti di una metafora letteraria legata, come quelle cosmografiche, cartografiche, ottiche allora in voga, alla grande rivoluzione scientifica che era venuta modificando radicalmente la percezione che l´uomo aveva di se stesso e del posto che occupava nel mondo. Una metafora, d´altronde, perfettamente coerente con la scelta delle "forme brevi" fatta dai moralisti; una scelta che rispecchiava ugualmente la necessità di rendere conto di un´immagine del mondo andata in frantumi e di una segmentazione crescente del processo conoscitivo. Niente di più significativo, a riguardo, della celebre interrogazione di Pascal sull´identità dell´io: «Un uomo è un´unità; ma se lo si anatomizza, sarà la testa, il cuore, lo stomaco, le vene, ogni vena, ogni particella di vena, il sangue, ogni umore del sangue?».
Maestro dello studio del linguaggio metaforico, come attestano le analisi da lui condotte nel corso degli anni, sul significato di espressioni chiave come homo viator, theatrum mundi, piccolo mondo, Louis Van Delft non si è accontentato di queste considerazioni generiche e, a partire dall´uso letterario di un termine chirurgico, ha ricostruito un tassello prezioso della storia della cultura europea. Saggio dopo saggio, sulla scorta di vastissime letture di carattere interdisciplinare e di una interessante documentazione iconografica, lo studioso ci mostra come «la tendenza alla penetrazione sempre più approfondita e all´osservazione sempre più acuta, nell´ambito della conoscenza dell´io, è a grandi linee concomitante con lo sviluppo dell´anatomia e della dissezione, da Vaselio a Dionis e a Morgagni». Una concomitanza che comporta un folto intreccio di influenze reciproche e promuove una relazione tra l´anatomia, la letteratura e la psicologia, non meno "organica" di quelle con le arti. La conclusione a cui approda Van Delft alla fine della sua lunga esplorazione in paesi e in rami del sapere diversi è che non soltanto la dimostrazione anatomica ha costituito per i moralisti una fonte di ispirazione, ma ha fornito loro un preciso metodo di lavoro. Non a caso l´esempio più significativo propostoci dallo studioso è quello dell´autore delle Maximes: «In La Rochefoucauld, più che in chiunque altro», egli scrive, «è evidente come il modello anatomico abbia plasmato, modellato, sia lo sguardo sull´uomo, sia lo stile del discorso: lo sguardo penetra fino nelle "pieghe" più segrete, lo stile è tagliente. L´uno e l´altro sono dei bisturi».
Una volta di più, la curiosità e l´erudizione di Van Delft lo hanno portato ad arricchire, con un contributo nuovo e originale, il dibattito scientifico ancora in corso su quel momento cruciale della cultura europea in cui vediamo formularsi, uno a uno, tutti gli interrogativi che più contribuiranno a determinare la nascita dell´io moderno.

antidepressivi negli USA

ricevuto da Francesco Troccoli

"First World" riprende da: Bloomberg; CBS MarketWatch; CNN Health; Forbes; Morningstar; The New York Times
FDA orders black box warning for antidepressants
William Kanapaux 15.10.04


The FDA on Friday announced that all antidepressants must carry a black box warning that says the drugs are linked to an increased risk of suicidality among children and adolescents, as reported in news sources. The agency is also creating a medication guide that pharmacists will be required to distribute to patients with each prescription. The FDA said it will work with drugmakers to develop "unit of use" packaging so that the medication containers are pre-labelled by the manufacturer. The FDA also said that Pfizer, Wyeth and other antidepressant manufacturers would have to change television ads and other promotional materials, Bloomberg reports. The changes take effect immediately and apply to all drugs including Eli Lilly's Prozac, which is the only one approved for use in children. The new labels must include data from paediatric studies that show Prozac is the safest such drug for young people so far, Forbes reports. Acting FDA Commissioner Dr. Lester Crawford said that the agency sought to balance the risks of using the drugs in younger patients with the benefits. "We continue to believe ... that these drugs provide significant benefits for paediatric patients when used appropriately," he is quoted as saying. The new labels encourage patients to balance the risk of suicidality with clinical need, he said as reported in USA Today. But the American Psychiatric Association said in a statement that it was deeply concerned the black box warning "may have a chilling effect on appropriate prescribing for patients. This would put seriously ill patients at grave risk," CBS MarketWatch quotes the organisation as saying.

domenica 17 ottobre 2004

legge sulla fecondazione e movimenti celesti

Il Sole 24ore Domenica 17.10.04
Filosofia minima
Il referendum assistito da Dio
di Armando Massarenti

Secondo il presidente del Comitato nazionale per la bioetica, Francesco D'Agostino, è assurdo fare un referendum per abrogare la legge sulla fecondazione assistita. «Nella scienza non c'è democrazia - dice -. Tocca alla scienza e non ai politici dire quando c'è un embrione e cos'è». Come dargli torto? Se una cosa è vera dal punto di vista scientifico, davvero è assurdo sottoporla a un voto. Se è vero che la terra gira intorno al sole, che senso ha metterlo ai voti?
Ma c'è qualcosa che non quadra. È il fatto, per nulla secondario, che la legge sulla fecondazione assistita ha generato sconcerto, prima che tra i cittadini, proprio tra gli scienziati. Difficile che, tra di loro, si senta qualcuno dire che l'«embrione è una persona», e tantomeno che va salvaguardato anche a danno di un essere umano fatto e finito. E sono proprio loro, gli scienziati, a chiedersi, come si sia potuto immaginare di arrivare a una tale legge su questa materia con un voto parlamentare. Il che conferma ciò che dice D'Agostino. Certe cose andrebbero sottratte al voto: fin dall'inizio, però. È non solo le acquisizioni scientifiche, ma anche alcuni diritti fondamentali, che sono dei vincoli che impediscono che un giorno il parlamento si svegli e pensi di mettere ai voti - per esempio - l'abolizione della libertà di parola. O la libertà di provare ad avere un figlio, possibilmente sano. Che è esattamente quello che la legge sembra calpestare.
Si racconta che, all'inizio del secolo scorso, un consiglio comunale avesse avuto l'idea di mettere ai voti l'esistenza di Dio. Il quale ne è uscito perdente. Ora, in un certo senso, la cosa potrebbe ripetersi, e su scala molto più vasta. Ci rendiamo conto dell'imbarazzo da parte di qualcuno che aveva fatto male i suoi conti. Per fortuna non è così sicuro che Dio sia dalla sua parte.
[...]
a.massarenti@ilsole24ore.com

insonnia

Corriere della Sera 17.10.04
Una ricerca americana ha sostituito la psicoterapia ai sonniferi
L’insonnia? Ecco le lezioni per dormire
di GIUSEPPE REMUZZI

C’è una regola inventata nel Quattrocento: «Sex horis dormire sat est juvenique, senique; septem vix pigro, nulli concedimus octo». Ad un giovane e anche a un vecchio sei ore di sonno bastano. Sette si possono concedere a un pigro, ma nessuno dorma più di otto ore. A dispetto della Scuola Medica Salernitana (1479), oggi le persone che non dormono sono tantissime (soltanto in Italia, otto milioni, forse di più). Quasi tutti sentono un medico. Che quasi sempre dà un farmaco con cui si dorme, certo, specialmente i primi giorni, ma a lungo andare ci si abitua. Allora si aumentano le dosi. Qualcuno continua a non dormire, altri, che comunque di notte dormono male, qualche volta dormono di giorno. Fra l’altro i sonniferi danno assuefazione e certe volte disturbi anche più gravi, ma si continuano a prescrivere. Possibile che non ci siano alternative? Forse sì.
Gregg D. Jacobs, dell’Università di Harvard, si è chiesto se non si potesse «insegnare» a dormire, come si insegna a guidare, per esempio. Lui e i suoi collaboratori - il lavoro è pubblicato su Archives of Internal Medicine di questi giorni - hanno confrontato una terapia psicocognitiva (è fatta per capire i nostri comportamenti) con un ipnotico. La psicoterapia era impegnativa: quattro sedute alla settimana di trenta minuti per tre settimane, poi altre due chiacchierate al telefono per altre due settimane. In queste conversazioni si aiutavano gli insonni a capire le ragioni del loro non dormire e in più si insegnavano certe regole: non stare troppo a letto, alzarsi sempre alla stessa ora al mattino (anche se si è dormito poco). Usare la camera da letto solo per dormire (ed eventualmente per fare l’amore). Se non si dorme, alzarsi e fare qualcosa d’altro finché non viene sonno. Lo studio ha dimostrato che la psicoterapia da sola era più efficace del farmaco. Tutto risolto allora? Non è detto.
Anche se questo studio è molto ben fatto, meglio di qualunque altro studio sull’insonnia, ha dei limiti. Sono state studiate soltanto 63 persone, forse non abbastanza per trarre conclusioni definitive. Chi ha partecipato allo studio lo ha fatto in risposta ad un annuncio che c’era sul giornale (chissà, forse erano i più disponibili ad imbarcarsi in una psicoterapia e non è detto che rappresentino la popolazione generale). E poi le rilevazioni sono state fatte solo per qualche mese: è un po’ poco. Se però la psicoterapia cognitiva si dimostrasse davvero meglio dei sonniferi, i vantaggi sarebbero enormi. A cominciare dai costi, visto che oggi in Italia si spendono per l’insonnia quasi tre miliardi di euro.
Su Nature di queste settimane c’è un bellissimo lavoro: da 25 anni in qua si dorme sempre meno, ma se si dorme poco aumentano i costi sociali, diminuisce la produttività, aumentano gli incidenti (muoiono in Italia a causa di «colpi di sonno» 8.000 persone all’anno, senza contare i feriti) e aumentano le malattie (soprattutto malattie infettive e malattie del sistema immune).
Chissà se è vero che Dimitri Ivanovic Mendeleev - il grande scienziato russo -, la tavola periodica degli elementi l’ha concepita nel sonno. Forse no. Ma che dal sonno possano venire idee geniali è confermato da un altro bel lavoro pubblicato ancora su Nature, ancora quest’anno. Se è così, vale la pena di fare tutto per non mettere a repentaglio queste straordinarie funzioni del cervello. (Cominciando dall’evitare quei farmaci che, alla lunga, le possono compromettere).

Marco Bellocchio

La Sicilia - Agrigento 17.10.04
Bellocchio a caccia di talenti
di Giuseppe Patti

Oggi e domani per molte ragazze licatesi potrebbe avverarsi il sogno di entrare nel mondo dorato del cinema. La Models and Hostess Agency di Licata, infatti, è stata incaricata da un'agenzia di Roma, di segnalare un casting di ragazze da mandare domani a Roma per una selezione. Una sola delle ragazze segnalate avrà la parte di coprotagonista di una produzione italiana che verrebbe girata tra Roma e la Sicilia, la cui regia è stata affidata a Marco Bellocchio, regista conosciuto per aver vinto l'orso d'argento al cinema di Berlino nel 1994 con «Il sogno della farfalla» e il «David» di Donatello nel 1999 con «La balìa» tratto liberamente dall'omonimo romanzo di Pirandello. Il titolo del film in questione è «Il regista dei matrimoni», ambientato, come detto, in Sicilia. A parte il ruolo di coprotagonista, la produzione sta cercando anche dei volti per ricoprire ruoli di secondo piano e marginali, che saranno cercati esclusivamente tra ragazze siciliane. Le selezioni si svolgeranno a Roma domani, tra le 12 e le 16 in un luogo che verrà reso noto al momento della presentazione del curriculum presso l'agenzia licatese entro, e non oltre, oggi. Le ragazze dovranno avere un'età compresa tra i 18 e i 24 anni, e dovranno presentarsi con una foto ed il proprio curriculum vitae. Non necessariamente le ragazze che vorranno presentarsi alla selezione dovranno avere alle spalle un'esperienza cinematografica o nello spettacolo, ma almeno dovranno esser portate per le pubbliche relazioni ed avere una belle presenza. Non è la prima volta che ragazze licatesi partecipano a produzioni più o meno importanti, è successo, appena un anno fa con «Il sole tra le tenebre» film girato quasi per intero in città, o con «Piove al Sole», un lungometraggio autoprodotto da un associazione culturale di Ravanusa che fu girato lungo le spiagge licatesi e nel cuore della vecchia Marina. Anche in quel caso, i protagonisti, per la quasi totalità risultarono essere licatesi. Nel caso de «Il regista dei matrimoni» si tratterebbe di una produzione importante diretta da un regista che ha già avuto molti successi di critica nella sua carriera e che ha già dimostrato, nonostante sia piacentino, di amare la nostra terra.

il libro del papa
il male e il bene e dio...

Repubblica 17.10.04
LE IDEE
Il Dio di Wojtyla tra nazismo e comunismo
Hitler, Stalin e la Provvidenza
alcune riflessioni dopo l´anticipazione del libro di Giovanni Paolo II
Anche il bene assoluto produce un male assoluto. E non necessario
È impossibile per i laici leggere la storia come un disegno di Dio
di MARIO PIRANI

Le brevi anticipazioni del libro del Papa, Memoria e identità, credo abbiano suscitato, particolarmente in tutti coloro che gli sono più o meno coetanei, un sentimento di coinvolgimento diretto ed un´attesa per il testo integrale. Giovanni Paolo parla, infatti, in prima persona e, proprio nella veste di testimone superstite, fornisce la sua deposizione sul secolo terribile che abbiamo attraversato. L´incipit del brano pubblicato recita: «Mi è stato dato di fare esperienza personale della realtà delle ideologie del male. E´ qualcosa che resta incancellabile nella mia memoria. Prima ci fu il nazismo. Quello che in quegli anni si poté vedere era già cosa terribile...».
Un inizio folgorante, da grande romanzo autobiografico. Poi il discorso s´intreccia alle sofferte e dubbiose riflessioni sulle due grandi tragedie attraversate soprattutto dai popoli europei, il nazismo e il comunismo. Ma, mentre il primo sembra condannato in assoluto, per il secondo Wojtyla si chiede se «quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all´uomo».
Egli tocca qui un tema - la sperequazione di giudizio tra le due dittature, in questi anni lamentata da molti, storici e no - che ha diviso le opinioni pubbliche, riverberandosi su un ampio arco di questioni: dal difficile riconoscimento reciproco tra destra e sinistra fino alla legittimità dello Stato di Israele, per chi lo percepisce come esito riparatore del Genocidio.
Certo, ha ragione Barbara Spinelli (La Stampa del 10 ottobre), nel ricordarci che questa «è una distinzione che concedono a se stessi i sopravvissuti... gli uccisi e i martoriati non hanno parola in questo nostro opinare e catalogare... i morti dei Lager e dei Gulag non parlerebbero del proprio dolore e della propria morte come di un male necessario e tanto meno utile».
Eppur tuttavia la distinzione operata dal Papa va valutata secondo un metro che a noi portatori di un pensiero laico non appartiene, il metro di una concezione cattolica che legge la Storia come disegno della Divina Provvidenza. Solo un «credo quia absurdum» può, infatti, tradurre in articolo di fede quel che per noi suona insopportabile e incomprensibile: «Il Signore Dio ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza e dopo dodici anni quel sistema è crollato. Si vede che quello era il limite imposto dalla Divina Provvidenza a una simile follia... la Divina Provvidenza concesse solo quei dodici anni allo scatenarsi di quel furore bestiale». Da questa affermazione il credente dovrebbe evincere che Auschwitz e l´annientamento degli ebrei d´Europa rientrino, comunque, in un disegno della Provvidenza di cui Hitler sarebbe stato semplicemente l´esecutore predeterminato entro quei dodici anni concessi, più che bastevoli tuttavia per completare l´opera assegnatagli. In questo quadro persino il libero arbitrio di fare o non fare il male si riduce ad un fittizio simulacro. Una concezione in qualche modo apparentata a quella di alcuni rabbini dell´ortodossia giudaica secondo cui la Shoah ha rappresentato la punizione per il popolo di Dio sempre più tentato dal processo di assimilazione ai gentili. Una via terribile per far recuperare ai sopravvissuti una identità in pericolo di estinzione.
Peraltro assai più confortante per quei credenti che non si accontentano di un Dio punitivo o «incomprensibile» è l´elaborazione teologica di quei mistici e filosofi ebrei che hanno affrontato con ben altro spirito «il concetto di Dio dopo Auschwitz» (vedi il libro di Hans Jonas, ed. il Melangolo). Una straordinaria meditazione imperniata sul concetto secondo cui «concedendo all´uomo la libertà, Dio ha rinunciato alla sua potenza... dopo Auschwitz una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile... ma se Dio può essere compreso... allora la sua bontà, cui non possiamo rinunciare, non deve escludere l´esistenza del male; e il male c´è in quanto Dio non è onnipotente». È anche questa la conclusione indicibile del Papa polacco? Possiamo per ora solo dedurlo non tanto dalle parole scritte quanto da atti altamente simbolici come la sua preghiera al Muro del Pianto e l´invocazione del perdono rivolta agli ebrei, atti che riflettono una revisione radicale, anche sul piano teologico, dell´accusa di deicidio che ha giustificato duemila anni di antigiudaismo. Una revisione che coglie il motivo essenziale della unicità della Shoah, non riducibile a una delle tante crudeltà della Storia ma individuabile nell´eterno riproporsi di una persecuzione, risalente alla comparsa del monoteismo nell´epoca pagana e perpetuatasi da quando il cristianesimo messianico delle origini si trasforma in religione dell´impero e trova attraverso i secoli nei testi della predicazione cattolica e nelle maledizioni luterane l´impianto accusatorio di una condanna perenne. Chi spezza il vincolo perverso che costringe la patristica a rispecchiarsi nei lager è stato Giovanni Paolo, sul cammino aperto da Giovanni XXIII. Il rovesciamento del vincolo porta al riconoscimento della unicità della Shoah, da cui consegue la definizione del nazismo come Male assoluto, «furore bestiale» come esclama nel suo ultimo scritto il Pontefice. Questa «bestialità», più volte ribadita, non segna, però, solo l´orrore per il Genocidio ma anche la conclusione di un percorso teologico che ha portato la Chiesa a concepire «la singolarità della Shoah in rapporto con la singolarità del Sinai», il luogo sacro dove, secondo la Bibbia, Dio si rivela e dà al popolo testimone le Tavole della Legge. Come ha scritto in un suo saggio in proposito il cardinale Lustiger, arcivescovo di Parigi: «La rivelazione del Sinai illumina il tesoro etico, comune a tutta l´umanità. Ecco perché lo sterminio del testimone dell´Unico è, anche sotto questo aspetto, un crimine contro l´umanità... La Shoah è la nera luce che rende possibile dare un nome agli orrori commessi in Bosnia o in Ruanda, ai crimini di Pol Pot, al genocidio armeno e agli infiniti altri massacri che si dissimulano sotto la veste menzognera delle giustificazioni politiche... per questo il significato orribile della Shoah non banalizza affatto le altre ferite del secolo».
Sul comunismo il giudizio è qualitativamente altro e più problematico. Si sovrappongono in esso, a render complessa la comprensione del pensiero papale, piani diversi che vanno individuati per capire quando è la politica che spiega la condanna (come, ad esempio, nella denuncia giustificatissima delle pretese sovietiche sulla Polonia e sull´Europa) e quando, invece, il discorso spazia fra teoria della storia e teologia ed investe il comunismo come ideale. Anche la stessa nozione di tempo muta: una cosa è prevedere - come scrive Karol Wojtyla - che dopo la vittoria della seconda guerra mondiale e dopo Yalta il potere sovietico «sarebbe durato per un periodo molto più lungo di quello nazista», altra cosa è immaginare che la durata del comunismo si sarebbe prolungata «per un tempo difficile da prevedere» in quanto «male necessario al mondo e all´uomo». E per spiegare il paradosso il Papa cita il Faust, laddove Goethe qualifica il diavolo come «quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene». Sembra legittimo dedurre che in questo caso non si tratti solo di comunismo come regime statale e neppure come ideologia ordinatrice delle dittature ma altresì come idealità animatrice, ancorché fallace, di milioni di persone nell´universo mondo. Così come è legittimo chiedersi se quella idealità, in mutate spoglie contestatrici, non seguiti anche oggi in qualche modo ad alimentare movimentismi di vario segno.
Ciò detto si resta pur sempre ad una constatazione del paradosso papale, non ad una spiegazione. La più facile - ma non per questo erronea - è quella di chi individua nel forte afflato sociale di questo pontificato, punteggiato da Encicliche come la Laborem Exercens (1981), la Sollecitudo Rei Socialis (1987), la Centesimus annus (1991), il terreno su cui la condanna cristiana del capitalismo ateo, del profitto senza limiti, della legge sovrana del mercato può ibridarsi (e viceversa) con l´ideologia marxista e le sue proiezioni classiste, pur rigettandole in linea di principio.
Questo approccio, abbastanza scontato, mi sembra, peraltro, individui solo parzialmente le radici della riflessione sul «male» del comunismo. Vi è un passo, fra quelli pubblicati, che apre invece a una visione meno meccanicistica e più profonda, laddove Giovanni Paolo sostiene: «Se la libertà cessa di essere collegata con la verità e comincia a rendere la verità dipendente da sé, pone le premesse logiche di conseguenze morali dannose, le cui dimensioni sono a volte incalcolabili». Questo principio si attaglia perfettamente al comunismo se per esso intendiamo quella grande corrente di pensiero e di azione che nel XIX e nel XX secolo si è posta come compito di trasformare «il socialismo dalla utopia alla scienza». Con ciò assumendosi quale meta possibile e raggiungibile la costruzione di una società impregnata di assoluta giustizia ed eguaglianza, libera da ogni sfruttamento privato del lavoro, perfetta nella distribuzione dei beni («da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»), pacificata nei suoi rapporti, spoglia di contraddizioni, pianificata negli sviluppi futuri. La pretesa «scientifica» di realizzare questo «paradiso in terra», attraverso la liberazione del lavoro salariato dalla schiavitù capitalistica, spogliava il sogno dal carattere utopico che aveva contraddistinto il socialismo evangelico delle origini. Trasferito nell´azione politica e teorica dei partiti comunisti si inverava nel convincimento dei militanti e dei «credenti» di essere depositari di una razionalità storica finalizzata a un Bene comune, il cui raggiungimento giustificava lacrime e sangue, violenza, dittatura, repressione, censura, annullamento dei diritti individuali e collettivi. E quando gli esiti perversi del grande esperimento «scientifico» di costruire la Storia e di riplasmare l´Uomo cominciarono ad emergere con la forza della realtà, si disse che i mezzi usati erano forse sbagliati, non i fini.
L´ambizione luciferina di costruire comunque una Gerusalemme terrena, contrapposta alla Gerusalemme celeste della religione trascendentale ha seguitato così ad alimentare sogni, speranze, utopie e azioni politiche. La sua potenzialità utopica appare, infatti, tanto naturalmente radicata negli ambiti del malessere sociale e politico, da sembrare destinata a riprodursi continuamente indebolendo ogni soluzione riformista, la cui specificità risulta pur sempre dimezzata, parziale, provvisoria. Neppure la fine dell´Urss è bastata, infatti, a far comprendere a tutti che non solo i mezzi ma anche le finalità «buone» del comunismo e il suo bisogno di assoluto, così impermeabili alla eterogenesi della Storia, estranei alla natura dell´individuo, ignare delle infinite contraddizioni dell´essere sociale e della natura umana, proprio quelle finalità «buone» sono la causa dei crimini commessi e degli errori politici che l´ispirazione da quelle idealità ha comportato e continua a comportare.
In questo contesto si colloca, dunque, la differenza non solo tra nazismo e comunismo ma quella, ancor più netta, fra i nazisti che combattevano ed opprimevano in nome della superiorità razzista dell´ariano germanico e quei comunisti che vi si opponevano difendendo la libertà e illudendosi di realizzare una società più giusta. Se è vero che per le vittime dei due totalitarismi la differenza è nulla, il giudizio storico e morale dei sopravvissuti e dei posteri non può essere lo stesso. Ci soccorre a comprenderlo la parola del Pontefice romano quando dice: «Mediante la libertà l´uomo è chiamato a scegliere e a realizzare la verità sul bene. Scegliendo e attuando un bene vero nella vita personale e familiare, nella realtà economica e politica, nell´ambito nazionale e internazionale, l´uomo realizza la propria libertà nella verità...». Forse si può concludere con un paradosso speculare a quello del Papa: anche il bene assoluto produce un male assoluto. E non necessario.
apertura sabato 16.10.04
fino al 30.1.05

KANDINSKY e l'anima russa
Verona - Galleria d'Arte di Palazzo Forti

Informazioni e prenotazioni
Largo Caldera 11, 37122 Verona
Tel. 045 8009461 Fax 045 8013142
info@veronatuttintorno.it
www.veronatuttintorno.it

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sabato 16 ottobre 2004

i neoconservatori e dio

Liberazione 16.10.04
Caro Ferrara, c'è un "dio" che serve al liberismo
di Ritanna Armeni

S'avanza uno strano guerriero. Ha la spada fiammeggiante e il cuore gonfio di fede. Crede in Dio, patria e famiglia. E porta guerra a chi nel mondo a quel Dio non crede perché ne ha un altro. Vuole un cattolicesimo combattente, integralista che metta ordine nei costumi sessuali, che subordini la ricerca scientifica ai dettami della dottrina, che lotti contro il nemico. Odia le parola dialogo, pace, perché dice siamo in tempo di guerra e in guerra si combatte senza tante fisime e ripensamenti. E' un guerriero che può essere cattolico, ma non necessariamente. Può anche essere laico, anzi spesso lo è, ma di quel cattolicesimo preconciliare e forse ancora più antico ha bisogno, vuole introdurlo prepotentemente nella politica. Perché? Perché c'è una guerra, una guerra di religione e di civiltà. Perché c'è un Islam fondamentalista e terrorista contro il quale si può vincere solo se si è altrettanto fondamentalisti e si fa la guerra senza esclusione di colpi.
E' vero, in Italia di guerrieri così non ce ne sono molti. La maggioranza della nostra destra è mediatrice, fa i conti con la realtà, ha un retaggio democristiano, si è ripulita dagli estremismi fascisti, ha trovato il suo dio unificante nella moneta e nel libero mercato. Ma quella minoranza, che ha al suo interno uomini come il presidente del Senato Marcello Pera e giornalisti importanti come Giuliano Ferrara e Carlo Rossella, che ha il suo antesignano in Gianni Baget Bozzo, che ha agganci stretti con Comunione e Liberazione, che lambisce gli editorialisti del Corriere della sera e che in questi giorni ha trovato il suo eroe-vittima in Rocco Buttiglione, non è da sottovalutare. E' un fenomeno culturale da indagare nelle sue radici, nelle sue necessità e nei suoi obiettivi.
Le radici non sono italiane e neppure europee. Vengono dall'altra sponda dell'Atlantico, da quel George W. Bush che non avrebbe potuto vincere, e non vincerà, senza il fondamentalismo cristiano, senza l'apporto di quella Chiesa evangelica che crede nell'insegnamento letterale della Bibbia, che sostiene una fede estrema e incondizionata e che è la base sociale più vasta e più agguerrita dei neoconservatori.
Gli Stati Uniti - la potenza economica, militare e tecnologica più forte del mondo - sono oggi dominati dal "sacro", la loro politica avrebbe una forza (e una violenza) inferiore se non fosse intimamente intrecciata con una fede, con la sicurezza di rappresentare il "bene" e di doverlo portare in altre parti del mondo dove quel bene non c'è o ce ne è troppo poco. E' quella fede incondizionata che permette la "solitudine", che consente di andare avanti nella guerra con la sicurezza di essere dalla parte del giusto.
I neoconservatori nostrani vorrebbero quella fede, quella sacralità anche qui: nel vecchio e pensoso continente europeo che non dimentica il secolo dei lumi e manifesta ancora qualche rispetto per la dea ragione; e, come spesso accade ai gruppi minoritari, dal loro punto di vista i neoconservatori hanno qualche ragione perché - e veniamo alla questione della necessità - la politica neoliberista ha assoluto bisogno del "sacro". Il sacro è un collante straordinario quando gli altri elementi unificanti e di attrazione perdono peso e valore, quando le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione mostrano la corda, quando il pianeta presenta contraddizioni insanabili, quando le promesse di benessere diventano poco credibili e si ha l'impressione che si corra verso l'abisso. Massimo Fini, scrittore non certo di sinistra, ma anticonformista e audace, nel suo ultimo libro sulla democrazia ("Sudditi") paragona il mondo ad un treno, un treno nel quale ci sono alcuni viaggiatori seduti comodamente in prima classe, altri in seconda, altri nei corridoi, altri nei cessi, altri si reggono agli sportelli e possono da un momento all'altro cadere e perdersi. Il treno è in corsa, una corsa folle, una velocità eccessiva, che la sua struttura non può sopportare e, in questa corsa, i più disgraziati - quelli che stanno attaccati agli sportelli - cadono e si perdono, quelli che stanno nei corridoi stanno molto male e sbattono da una parte all'altra, ma anche quelli che stanno in prima classe, comodamente seduti, sentono un malessere, capiscono che la situazione non è sicura, perché il treno è veloce, troppo veloce e tutti si possono perdere. Se quel treno rappresenta la maledetta corsa dell'occidente verso i profitti, i consumi, e verso la guerra, c'è una sola cosa che può impedire a quegli uomini e a quelle donne di attaccarsi al freno e di bloccare la corsa: una fede, la convinzione che comunque Dio lo vuole e ti salverà. Paradossalmente la ricerca del sacro dimostra la crisi e il limite di una politica liberista, guerrafondaia e globalizzatrice. Da sola non ce la fa più. Per andare avanti deve ricorrere ad altro.
E allora l'obiettivo è per i neoconservatori nostrani riportare il sacro anche nella politica italiana, dargli forza, incalzare i cattolici troppo moderati, criticare la chiesa progressista, assumere tutti i valori anche i più retrivi, essere contro l'aborto e contro la fecondazione assistita, difendere l'embrione, difendere la famiglia, attaccare il matrimonio fra omosessuali e così via. E farsi avanguardia agguerrita di una guerra di religione e di civiltà che ci si illude di vincere diventando uguali al nemico: fondamentalisti e violenti.
I neoconservatori italiani non sono molti e rappresentano una tendenza più che una forza. Ma non sono da sottovalutare perché influenzano, provocano reazioni, riempiono vuoti. Comunque hanno iniziato una lunga marcia dello stesso tipo che portò il senatore Goldwater sconfitto nelle presidenziali negli anni '60 a creare quel movimento di destra che ha prodotto i neoconservatori. Non è detto che a loro riesca, ma è meglio affrontarli subito.

arte
Alberto Giacometti e il vuoto

La Stampa TuttoLibri 16.10.04
Giacometti, la scultura alla ricerca del vuoto
di Lea Mattarella

Alla Loggetta Lombardesca-Museo d'arte di Ravenna (via di Roma 13)
fino al 20/2/05 «Alberto Giacometti».
Ore: mar-giov 9-13 e 14-18; ven 9-13 e 14-20, sab. dom. 10-19. Info 0544482356


TUTTO comincia da una pietra: una roccia scavata nel paesaggio alpino in cui l'artista svizzero Alberto Giacometti si rifugia da bambino. «Ero al colmo della gioia - confessa anni dopo - quando potevo accoccolarmi nella piccola caverna che si trovava sul fondo; potevo entrarvi a fatica; in quel momento ogni mio desiderio era esaudito». Forse, se non si fosse innamorato così precocemente della ruvidità della materia, Giacometti sarebbe stato soltanto pittore, come il padre, Giovanni o come lo zio Augusto. La sua vocazione di scultore magari è nata proprio lì, nelle giornate trascorse rannicchiato in quello che lo storico dell'arte Pietro Bellasi ha definito «l'utero di pietra» della montagna. Nato nel 1901 a Borgonovo, vicino a Stampa, in Val Bregaglia e scomparso nel 1966, Alberto Giacometti è uno dei giganti della scultura del XX secolo. Tanto grande, quanto esili, filiformi, scabre sono le sue figure; allucinate apparizioni, frutto di una corrosione, di un ossessivo lavoro di sottrazione. Questa bellissima mostra, curata da Claudio Spadoni e Jean-Louis Prat (catalogo Mazzotta) presenta Giacometti nella sua completezza. Raccoglie infatti, insieme alle sue statue allampanate, allarmanti e fragili, anche le opere del periodo surrealista e un nutrito gruppo di disegni e dipinti, per un totale di più di cento lavori.
Le immagini che popolano le sue tele e le sue carte emergono da un groviglio di segni in cui la potenza espressiva non è mai costruita attraverso il volume, il peso. Anche da pittore, Giacometti interpreta il vuoto. Afferra l'essere per rivelarne il nulla, e non meraviglia che sia stato tanto amato da Sartre. Le sue figure sono sperdute, attonite, incapaci di dialogare con l'esterno, solitarie anche le rare volte che appaiono in gruppo. L'Homme qui marche, uno dei pezzi forti di questa mostra, non si sa da dove venga né quale sia la sua meta. E quando te lo trovi davanti, molto più alto di te eppure inerme e con questo terribile destino di andare avanti nonostante tutto, ti sembra davvero la metafora dell'uomo gettato nell'esistenza. Più sartriano di così…
Pare che quando seguiva i corsi di Antoine Bourdelle all'Accademia della Grande Chaumière a Parigi (dove si era trasferito nel 1922), invece di interessarsi al modello in posa, passava le giornate a tentare di ritrarre un teschio, a cercare di afferrare quell'esistenza che un tempo ne aveva animato lo sguardo. Nelle opere mature fa il contrario: ossessionato dal ritratto, dalla ricerca dell'identità di chi gli sta di fronte (spesso familiari, amici, gente con cui ha, comunque, un legame) ne coglie ogni volta il disfacimento, come se l'unica verità racchiusa in un volto, in un corpo vivo, vibrante sia il senso della morte. Ecco perché a forza di guardare, Giacometti trasforma il fratello Diego, la moglie Annette, il nipote Silvio, le Femmes de Venise, modelle, gatti e cani in spettri, in un popolo di ombre.
Eppure Giacometti cerca la vita. A Padova si incanta su un gruppo di ragazze che gesticolano animatamente e pensa che è quello ciò che vuole catturare con la sua arte. E anche quando abbandona il Surrealismo, a cui pure aveva aderito con opere magiche ed enigmatiche come la Femme-cuillère, la Femme couchée, lo straordinario Object invisible (tutte in mostra), è per un bisogno di realtà molto più forte di quanto non sia quello di esplorare il sogno. Solo che nel tentativo di «rivelare a me stesso ciò che vedo», l'artista continua a levare: le figure sono sempre più piccole. Quando, nel dopoguerra, rientra a Parigi dalla Svizzera, per trasportare tutte le sue opere gli è sufficiente una piccola scatola. E non appena recupera la grande dimensione, la sua scultura non è più né retorica né monumentale: i corpi modellati sono campi di battaglia dell'esistenza, fatti di grumi, materia pulsante, ferita, colante. Giacometti è sempre insoddisfatto, afferma che quello che riesce a fare è «soltanto una pallida immagine», si sente uno «scultore mancato». Ma quando Simone de Beauvoir, in crisi creativa, vede il Ritratto di Annette a cui Alberto ha lavorato per 10 anni scrive: «per un attimo, mi sembra di nuovo importante creare qualcosa col gesso o con le parole». Tra i tanti capolavori in mostra c'è anche la serie completa delle litografie di Paris sans fin. 250 immagini della sua città d'adozione: un'animazione disegnata (viene in mente William Kentridge) di angoli di strada, caffè, gente, il suo atelier. Ancora una volta, e nonostante tutto, la vita.

Sándor Ferenczi vs Sigmund Freud
«una psicoanalisi calda»

La Stampa TuttoLibri 16.10.04
Medico e paziente uniti dalle lacrime:
una psicoanalisi calda
L’importanza terapeutica dello scambio affettivo:
un passaggio essenziale nella riscoperta di Sándor Ferenczi,
da stimato discepolo a eretico dissidente del suo maestro Freud
che sosteneva invece «la necessaria freddezza emozionale dell’analista»
di Augusto Romano

SÁNDOR Ferenczi, a suo tempo tra i più apprezzati seguaci di Freud, ma poi dal Maestro ostracizzato (nella corrispondenza con Jones viene definito un «paranoico», intellettualmente deteriorato), a lungo semidimenticato, torna all'onor del mondo con traduzioni, convegni e un rinnovato interesse per le sue teorie. Ritorno in qualche modo tempestivo, se si guarda allo stato delle cose nella società globalizzata. Solitudine, incomprensione, il moltiplicarsi di situazioni traumatiche, e un rituale omaggio alla razionalità, dietro cui passa una corrente di odio e di disperazione, una sofferenza che non ha parole, esposta all'interdetto della vergogna. Così va il mondo, e non sarà la psicoanalisi a cambiarlo. Ma pure, il lavoro analitico è forse impossibile senza un minimo di speranza, come luogo in cui si celebra la tensione, sempre irrisolta, tra realtà e utopia.
Come testimonia questo sostanzioso volume a più mani - curato da F. Borgogno, appassionato promotore della Ferenczi renaissance in Italia - Ferenczi è, nell'universo psicoanalitico, una figura estrema e per certi versi tragica; più vicino a una pratica dell'analisi come testimonianza che come mestiere (o routine), e perciò sempre pronto a mettersi in questione, sottraendosi ai facili ripari offerti dalle teorie e dalle metodiche codificate. Sostenitore di una psicoanalisi «calda», in cui l'esperienza emotiva svolge una funzione conoscitiva e terapeutica, si è dedicato prevalentemente a due temi essi stessi «caldi»: le conseguenze delle esperienze traumatiche e la natura della relazione terapeuta-paziente.
Come risulta da numerosi saggi, ed esemplificazioni cliniche, contenuti in questo volume - segnalo particolarmente quello di Nancy Smith, che trae spunto dall'esperienza di Primo Levi - il trauma (o anche il ripetersi di microtraumi) crea nella vittima una dissociazione profonda, una perdita di significato, uno smarrimento del senso di identità, associati a una paradossale «identificazione con l'aggressore», come estremo rimedio contro l'abbandono emozionale. L'impossibilità di confrontarsi con l'angoscia e di darle voce porta a uno sviluppo abnorme, in quanto difensivo, dell'atteggiamento intellettuale, a tutto svantaggio del libero fluire dell'affettività. Nei casi estremi, una psicoanalisi del trauma esita, nella prospettiva ferencziana, nel silenzio delle lacrime: «le lacrime del medico e del paziente, confondendosi, danno origine a una solidarietà, che trova forse la sua analogia soltanto nel rapporto madre-bambino. E' questo l'elemento che risana».
In evidente contrasto con l'insegnamento freudiano, che predicava «la necessaria freddezza emozionale dell'analista» (un alibi, potremmo dire, per gli analisti spaventati), Ferenczi riporta nel rapporto analitico la reciprocità dell'esperienza emotiva, con una riduzione dell'importanza dell'interpretazione rispetto allo scambio affettivo, all'atteggiamento empatico, all'accoglimento dell'altro, al riconoscimento dei propri errori e debolezze: in definitiva, a quella «sperimentazione viva che nasce dal cuore». Questa posizione, che ha il pregio inestimabile di restituire al terapeuta la sua umanità, è ovviamente esposta ai rischi di una mistica dell'accudimento o, più semplicemente, di un certo maternalismo. Dove c'è una madre, c'è sempre un povero bambino abbandonato (Ferenczi, sotto certi aspetti, lo fu). E non sempre giova all'analista, e all'analisi, incarnare sino in fondo questa figura.
Il nucleo mitico della posizione di Ferenczi è quello del «guaritore ferito» (quale era Chirone, il maestro di Esculapio); la sua verità profonda sta nella esigenza di «vivere tra le incertezze, i misteri, i dubbi, senza aspirare rabbiosamente a trovare una ragione nei fatti» (J. Keats). Questo comporta una apertura di credito sul futuro e una accettazione «religiosa» del caos che si rivela nel farsi dell'esperienza.
Una osservazione a margine sulla potenza degli anatemi. Ferenczi fu certamente un dissidente rispetto all'ortodossia freudiana. Anche Jung lo fu. Ma sembra che i dissidenti non si conoscano e non parlino tra di loro. C'è forse sempre un negro più nero degli altri? Eppure, malgrado le moltissime differenze, i promotori del recupero ferencziano potrebbero trovare in Jung argomenti interessanti. Dedico loro tre brevi citazioni junghiane. «La terapia… è un processo in cui il medico, come persona, è coinvolto quanto il paziente». «Ogni trattamento destinato a penetrare nel profondo consiste almeno per metà nell'autoesame del terapeuta… Non è un male se si sente colpito, colto in fallo dal paziente: può guarire gli altri nella misura in cui è ferito egli stesso». «Ciò che il medico non sopporta, non lo sopporta neanche il paziente».

a proposito di un libro di Giulio Giorello
la Ragione ha bisogno del Mito

La Stampa TuttoLibri 16.10.04
Perché la ragione ha bisogno del mito
Ermanno Bencivenga

PROMETEO è incatenato a una roccia del Caucaso. Per aver troppo osato, è condannato a un supplizio orribile: un'aquila strazia continuamente il suo fegato, che continuamente ricresce. Ma la figura di questo suo umano, troppo umano ardire e del tormento che ne segue non si esaurisce con lui, su quella roccia lontana. Riappare nell'audacia di Giordano Bruno, che spalanca le frontiere del cosmo e viene così passato a fuoco lento in Campo dei Fiori, nell'anno di grazia (e anno santo) 1600. Balena minacciosa nella Creatura di Mary Shelley, esito maledetto della luciferina ambizione di Victor Frankenstein, che aveva voluto dare la vita e ha costruito una macchina di morte.
Odisseo è curioso e perspicace. Inventa il cavallo e visita gl'Inferi. Inganna Polifemo e ascolta le Sirene. È vittima dell'incantesimo di Circe. Redivivo, percorre i mari nel Nautilus, Capitan Nessuno come già nell'isola dei Ciclopi. Vaga per le taverne e i bordelli di Dublino, ritrova stanco il talamo di Molly, che non tesse la tela ma si accoppia serenamente con i Proci. Naufraga, forse, in vista del Purgatorio.
Gilgamesh, «il potente, il superbo, l'intelligente e l'esperto», «destinato alla gloria dalla nascita», lotta coraggioso e magnanimo contro chi assedia le sue mura, parte per spedizioni contro ignoti pericoli. Apprende infine di dover morire, «si fa allestire una tomba scavata in mezzo al letto del fiume Eufrate». Ma la «morte è mancanza di libertà»; la tomba è prigione. Come la prigione in cui è ingabbiato Ezra Pound, lungo la via Aurelia, a Nord di Pisa. Traditore infame, ospite di carceri e manicomi criminali, sepolto infine nell'isola di San Michele, «ma mai disposto ad assolvere la distruzione».
Per quanto rimossa e negata dal discorso razionale, che tenta insistentemente di esiliarla in un passato remoto e un po' infantile, l'era del mito non è certo arrivata al termine. Attraversa invece tutta la nostra esperienza; dà sostanza e fascino a letteratura e arte; ammicca dalle trovate degli speechwriters; traluce perfino nelle canaglierie televisive. Forse perché la nostra infanzia non è mai finita; forse perché dèi ed eroi sono ancora fra noi, dentro di noi; sono ancora il fondamento più saldo e più degno della nostra umanità.
Giulio Giorello ha colto, come molti prima di lui, queste ineffabili risonanze e ha deciso di seguire alcuni degli intricati percorsi che esse tracciano. Quelli, sostanzialmente, che ho indicato qui sopra, usando anche le sue parole. Al servizio del suo progetto ha messo un'innegabile passione e una pratica costante della lettura; una volontà di ascoltare le associazioni più peregrine tanto quanto i legami più ovvi. Ma non è bastato: quel che è venuto meno è stato proprio il mito, la capacità di suggerire e incantare, di liberare il pensiero dalle strettoie dell'abitudine, di aprirlo all'avventura e al sogno.
In Prometeo, Ulisse, Gilgamesh, Giorello affastella citazioni, riducendo il proprio intervento a qualche connettivo e impedendoci così di sentire una sua voce. Non contento, aggiunge a duecento pagine scarse di testo cinquanta pagine di note (445 note in tutto): immagina forse un lettore che interrompa il suo viaggio a ogni riga? che sia disposto a passare senza tregua dalla poesia ai riferimenti bibliografici? Dopo aver detto che «la parola mitica suona diversa dal verbo filosofico» e che «perciò quest'ultimo ha sempre cercato di liquidarla, consegnandola all'insignificanza oppure garantendone il significato», non sa rinunciare all'erudizione dell'accademico e ci snocciola implacabile i dati biografici dei suoi personaggi (Mary Wollestonecraft Godwin, nata il 30 agosto 1797 a Londra, signora Shelley dal 30 dicembre 1816, vedova dall'8 luglio 1822,...). Per far riemergere il sapore del mito, non trova di meglio che riassumere le opere di cui parla, sempre con abbondanti citazioni e con tutta la diligenza di una tesina studentesca. E, nel mezzo di tanto enciclopedico, scolastico sapere, è colto a tratti da sorprendenti amnesie: ricorda Boccaccio ma non Vico; sembra muoversi in un mondo in cui Nietzsche e Heidegger non sono mai comparsi.
Un passo falso, dunque, ma sulla strada giusta. La strada di una ricchezza di immagini, di parole alate e intuizioni profonde che investe, permea e trascende ogni tentativo di controllo e razionalizzazione - che fornisce un repertorio infinito di senso per tutti questi tentativi

psicoanalisi
«il piede è il fegato»

La Stampa TuttoLibri 16.10.04
L’odio è il desiderio di cambiare l’altro
Una brutale necessità, una passione umanissima,
purtroppo conferma, come sosteneva Lacan,
che «fare le cose in nome
del bene altrui conduce a ogni sorta di catastrofi»
di Alessandro Defilippi

IL saggio Sull'odio di Massimo Recalcati, grande nome italiano della clinica e della riflessione lacaniana, è un libro di grande e austero pessimismo, che ci ricorda come il punto centrale di ogni psiche, il suo «irriducibile», oltre il quale non è dato andare, sia un'essenza, Das Ding - la Cosa - che rappresenta la vita nelle sue assolute e brutali necessità ed autoreferenzialità, ciò che è ad un tempo totalmente nostro e totalmente estraneo, prescindente da ogni velo estetico ed etico. Eppure etica ed estetica sono filtri necessari perché l'uomo possa fissare - senza esserne annichilito, si direbbe - la pura sostanza della vita, la sua necessità. E questo abisso, che è anche quello dell'odio, «passione dell'essere», non sta nella regressione alla bestialità che spesso invochiamo in momenti bui come questo che andiamo attraversando, ma in una sempre maggiore umanizzazione del mondo. La guerra è un'invenzione umana, non animale. A questo proposito Recalcati compie una riflessione sul terrorismo, che conclude con una citazione di Lacan oggi profetica: «Fare le cose in nome del bene e ancor di più nel nome del bene dell'Altro» conduce a ogni sorta di «catastrofi interiori».
Bellissime, sul piano clinico ed umano sono poi le pagine sull'odio ossessivo e su quello isterico, in cui l'odio ossessivo è odio dell'Altro non (più) in grado di difenderci dalla nostra stessa fragilità, e che, abbandonandoci, ci costringe ad accettare ciò che per noi è meno accettabile, la realtà della mancanza, che è poi la base stessa del desiderio.
Non si può infatti dimenticare che il libro di Recalcati è anche una lunga esplorazione dell'amore, in relazione alla divaricazione tra desiderio, piacere e godimento, dove esso assume la caratteristica di riconoscimento da parte dell'altro. Come già diceva Hegel: «Nell'amato vediamo solo noi stessi». Si giunge così al desiderio di possedere e di cambiare l'Altro, un desiderio che non può mai essere soddisfatto. E qui non si può non ripensare a Spinoza quando afferma che il desiderio è «la tristezza che riguarda la mancanza della cosa che amiamo». Così è la nostra vita: un lungo desiderio mai placato.
Forse è vero che per parlare del libro d'un allievo di Jacques Lacan sarebbe necessario un recensore altrettanto lacaniano. Il fondatore dell'École Freudienne - che si riteneva l'unico vero erede della psicoanalisi freudiana - non è mai stato, nei suoi scritti, semplice - non facile! - e perspicuo come il suo ispiratore. Per leggere uno dei volumi dei Seminari, cui è affidata buona parte del suo pensiero, sono necessari un eccellente dominio della teoria freudiana e una conoscenza filosofica non di seconda mano. Con tutto ciò può accadere che il linguaggio di Lacan suoni comunque più oracolare e allusivo che non scientifico o chiarificatore. Di questo peraltro il pensatore francese era ben consapevole, lui che riconosceva nel linguaggio la cifra dell'inconscio e quindi anche le sue oscurità non illuminabili. Nel 1966 scriveva infatti: «L'inconscio è linguaggio»; poiché esso è «ciò che parla» (ça parle), non può non assumere la forma del discorso. D'altronde, potremmo aggiungere con Eraclito: «L'oracolo né dice né nasconde, ma solo accenna», e da questi cenni noi dobbiamo, se lo vogliamo, trarre partito e sapienza.
A questa potenziale impasse del lettore non si sottrae neanche il libro di Recalcati, che è autore, tra l'altro, di un un testo importante - L'ultima cena: anoressia e bulimia, del '97 -, su argomento difficile e scoraggiante quale i disturbi alimentari. Proprio dal linguaggio, spinoso ma luminoso, di Recalcati, nasce una prima riflessione. Pochi mesi fa, su queste pagine, m'è accaduto di recensire un libro che pare essere l'opposto assoluto di quello di Recalcati: La psicoterapia come un romanzo giallo, di Matteo Rampin, in cui il linguaggio e le implicazioni tecniche sembrano puntare ad una semplificazione opposta alla complessità lacaniana. Eppure, non ho dubbi che sia Rampin sia Recalcati siano eccellenti e colti terapeuti. Quindi, ancora una volta, più della teoria di riferimento, conta colui che la applica, ed ogni teoria non è che una delle tante possibili metafore d'un reale di per sé intraducibile. Questo pare valere ancora di più per un pensiero, come quello lacaniano, che si sforza talora all'indicibile.

sant'Agostino: «mai più lascivie»

La Stampa TuttoLibri 16 Ottobre 2004
La vita è tutta dentro, da sant’Agostino a Sartre
Le «Confessioni», un’opera-modello tra autobiografia e preghiera,
la storia di una conversione, la reticenza del peccato,
il monito: «Non più lascivie»
di Ferdinando Camon

BAUDELAIRE ha scritto che nessuno può tenere un diario sincero di ciò che dice, pensa, fa neanche per la durata di un quarto d'ora. In ogni quarto d'ora, secondo Baudelaire, c'è sempre qualcosa d'inconfessabile. Agostino ha scritto nientemeno che le Confessioni della sua vita. Un libro altissimo, che impianta il genere autobiografico sul piano intimo, dell'itinerario spirituale, del passaggio dal peccato alla grazia.
Nelle Confessioni di Agostino l'inconfessabile è detto come lo si dice nelle confessioni e non nella psicanalisi: cioè come indicazione del peccato, non racconto del peccato. E in alcuni casi anche l'indicazione è reticente: quando parla della ragazza che viveva con lui senza che fossero sposati, ne parla in maniera così astratta, senza neanche nominarla, che la ragazza di fatto «non ha realtà», non è memorabile; quando parla del figlio che da lei aveva avuto, ne tocca per sommi capi la vita e la morte prematura, ma l'aureola di infelicità che circonda il ragazzino e lo sopprime sembra più un riflesso della colpa del padre che non della vita del figlio; e infine, la cacciata della compagna, madre del bambino, che non si sa da chi sia voluta. I commentatori la attribuiscono alla madre di Agostino, Monica. Che non sarebbe nominata per salvaguardarne il nome, non caricarlo di questa colpa. E qui ci sarebbe dunque la più grave, e la più consapevole delle reticenze. Ma Agostino è spietato quando denuncia due io dentro di sé, per cui finisce per fare non il bene che vuole, ma il male che non vuole.
Le Confessioni sono un fiume che discende dalla montagna che si chiama conversione. Dalla conversione nasce un nuovo uomo e un nuovo scrittore. La conversione è lo sblocco che spalanca la nuova personalità. A partire dalla conversione, l'attività scrittoria di Agostino è infrenabile, non conosce pausa. La conversione è il momento in cui si risolve la lotta tra Valore e Indegnità, tra Essere e Non Essere. La scelta dell'Essere dipende anche dall'essere scelti per l'Essere (Lutero affermerà: «Augustinus totus noster est»), e da quel momento la narrazione della propria vita oscilla tra l'autobiografia e la preghiera, e la preghiera acquista il tono del ringraziamento.
L'opera comincia con: «Sei grande, Signore, e degno di altissima lode: grande è la tua potenza e incommensurabile la tua sapienza; e vuole celebrarti l'uomo...»: è questa celebrazione che s'intitola Confessioni. Come dialogo tra l'uomo e Dio, le Confessioni impiantano il genere autobiografico tenendolo costantemente nell'interiore: la vita è tutta dentro, e lì resterà in tanti altri autori di autobiografie e di confessioni, da Dante a Petrarca a Goethe a Nietzsche a Sartre. Quando, come in Rousseau, sarà una narrazione esteriore, dei viaggi e dei casi della vita, quei casi saranno però sempre riflessi nella coscienza, come un bosco nel lago.
Come storia di una conversione, il viaggio, quando comincia, è già finito. A rigore, non c'è storia. Agostino parla sempre da già convertito. Il peccato fa orrore, ma sta a monte, di là dell'orizzonte. Il male è stato individuato, e, per quanto possibile, scacciato. Agostino parla del male intellettuale, ma fa sentire insidiosi, molto più di quanto la Chiesa gli abbia mai riconosciuto, i mali del sesso e della mondanità: ha un'inattesa violenza quando parla della potenza dei sogni erotici, e si pone il problema di chi sogna, lo stesso che veglia o un altro, e chi prevale e perché. Nell'attimo della conversione, quando sente la voce che lo incita: «Tolle, lege», e prende il libro che ha a portata di mano e legge il primo passo che gli càpita sotto gli occhi, incontra l'ammonimento: «Non più lascivie».
L' Agostino delle Confessioni è molto paolino, e lo dice: «Ho incontrato in Paolo una verità che mette paura». A differenza di tutti i seguaci, Agostino tiene il dialogo sempre tra prima e seconda persona, tra Io e Tu (Dio), ma parla al Tu affinché i tutti ascoltino, è all'umanità che si rivolge, ne ha coscienza e lo dice: «Non a te, ma alla tua presenza io lo racconto al genere umano, al genere che è mio. E a che scopo? Perché io stesso e chiunque mi legge consideriamo da che profondità debba levarsi a te il nostro grido».
Considerandolo «suo», Lutero non ne ha circoscritto la diffusione e la validità, le ha semplicemente rinnovate ed estese nel tempo e nello spazio.

fercamon@libero.it
Agostino Confessioni intr. di Stefano Pittaluga saggio, trad. e commento di Roberta De Monticelli pp. 528, e4,90 in edicola con La Stampa martedì 19 ottobre


archeologia
Anatolia

Repubblica 16.10.04
Le spade dei Potenti del 3000 avanti Cristo
una grande mostra archeologica
Ai Mercati di Traiano sono esposti pezzi unici di rame indurito con l´arsenico È la prima antichissima testimonianza della metallurgia applicata alla guerra
È stata trovata anche la Tomba Principesca con un vero tesoro tra vasi e oggetti di metallo Ci sono anche un uomo adulto e quattro adolescenti, la cui morte è un giallo
SERGIO FRAU

ROMA. Per coinvolgerla basta chiederle di quelle spade che dominano una delle vetrine più grandi della mostra. «Queste nove spade... «. Si accendono insieme entusiasmo e memoria di Marcella Frangipane nel ricordare quel 7 ottobre del 1976.
Quel giorno, proprio a lei - allora giovane contrattista de La Sapienza - saltò fuori il tesoro che, ora, fa davvero unica la sua esposizione tutta su Arslantepe/Malatya, l´insediamento turco di cinque ettari che la professoressa-archeologa setaccia e studia da 28 anni. Racconta: «Una parete crollata. Sotto, un altro crollo... Sembrava proprio una giornata come le altre... D´improvviso, invece, la prima spada, poi l´altra, poi un´altra ancora, poi tutte le altre, ultima quella con l´elsa istoriata d´argento e le lance: 12 lance che sono un portento di fattura e soprattutto di antichità. Doveva essere un intero muro-armeria quello crollato lì sotto. Pioveva a dirotto quei giorni: un telo di plastica addosso scavammo come furie sotto l´acqua, per settimane, fin quando tutto il terreno non fu perquisito. Ogni tanto una spada a sorpresa riaffiorava a farci dimenticare la fatica, a darci nuova carica. Infangati, esausti, felici... Ne valeva la pena: sono queste le spade più antiche del mondo. La data? Il contesto ce l´ha precisata: 3350-3000 a. C.... Sono pezzi unici, di rame indurito con l´arsenico, mai trovati altrove così antichi: è una delle primissime testimonianze dell´Età del Bronzo. Il capitolo iniziale in assoluto - a livello mondiale - della metallurgia applicata a usi di guerra. Saperi tecnologici transcaucasici che arrivano in zona anatolica a cambiar tutto».
Il che la dice lunga anche sul titolo dell´esposizione Anatolia/Arslantepe. Alle Origini del Potere che - varata per celebrare i 700 anni de La Sapienza in cui la Frangipane insegna Preistoria del Vicino e Medio Oriente - terrà banco ai Mercati Traianei fino al 9 gennaio 2005.
E poi c´è la Tomba Principesca... «L´abbiamo trovata esattamente 20 anni dopo le spade: era l´estate del 1996». Un giallaccio questo della Tomba che le analisi dei cinque corpi sepolti lì dentro, ha rivelato. Il personaggio più importante - l´unico adulto dei cinque - era adagiato con tutti gli onori e con tanto di diadema, al centro di tutto, in una fossa sua. Alle sue spalle vasi e 65 oggetti di metallo. Sopra la lastra che chiudeva il suo sepolcro, però, c´erano altri quattro cadaveri di adolescenti: un ragazzo e una ragazza, e altre due fanciulle poco più in là. Sono loro, insieme alla provenienza del «padrone di casa» il vero mistero della Tomba. I referti autoptici effettuati sulle ossa dei ragazzi - pubblicati nel catalogo Electa che accompagna l´èxpo - parlano chiaro: «I due primi giovani vennero deposti, forse gettati nella fossa, quando erano ancora vivi e in uno stato di sofferenza fisica, come indicano anche tracce di emorragie e di traumi inflitti alla ragazza pochi giorni prima della morte. La seconda coppia composta da due ragazze tra i 12 e i 17 anni (forse ancelle, ndr) presentano tracce di incidenti traumatici avvenuti pochi giorni prima del decesso e testimoniano maltrattamenti subiti poco prima della morte, sopravvenuta in condizioni di dolore, forse mentre giacevano anche loro, moribonde, sul fondo della fossa».
Sacrificio umano? O, piuttosto, regolamento di conti verso un principe straniero e la sua discendenza da estirpare? Il tutto è in mostra: ben presentato, con una ricostruzione realistica, quasi fosse davvero la scena di un delitto.
Spesso, sembra di esser dentro un´indagine poliziesca: grazie a dendrologia, paleobotanica, archeozoologia e tutta l´esposizione ha questo carattere super-scientifico. Le pecore? All´inizio poche e mangiate presto perché erano del tipo con poca lana. I maiali? I maschi avevano vita breve: lo dicono le ossa trovate. Le loro femmine? Venivano scannate anch´esse, ma solo quando non figliavano più. La vite domestica? Nel 3000 avanti Cristo qui c´è già, a far un po´ più allegra la vita.
Stranamente - come per magia o per una sorprendente alchimia - tutti questi approcci scientifici, spesso trattati come referti glaciali, qui invece, mixati insieme, con sapienza e affetto, riescono d´improvviso a restituire vita ai reperti. Te la fanno sentire vitale anche l´antica città, con i suoi ritmi millenari da quel IX millennio degli inizi e delle primissime sculture: e così li percepisci - attraverso gli oggetti esposti - i suoi momenti «alti» delle feste collettive e del lavoro ben organizzato, e anche i suoi «bassi», come quando tra il 3000 e il 2700 a. C. divenne base squassata di rovine e transumanze, per poi risorgere di nuovo subito dopo. Te ne accorgi - grazie alle mappe e alle spieghe - che il tempio degli inizi serviva a accogliere tutti e che, poi, divenda un Sancta Sanctorum blindato agli esterni, monopolio di sacerdoti strapotenti poi finiti a far parte integrante del Palazzo... E si stria di vera poesia, questo racconto espositivo, quando - dopo aver visto in mostra le riproduzioni dei dipinti che facevano bello il Palazzo - in una vetrinetta scopri la «tavolozza» di pietra che quelle pitture a fresco ha realizzato tra il 3350 e il 3000 a. C: i laboratori hanno già dimostrato che l´ocra sui muri e quello rimasto nell´incavo della pietra-tavolozza è proprio la stessa, decretandola così uno dei primissimi «feticci d´artista» del mondo.
«L´impressione» spiega l´archeologa «è che la prima globalizzazione del mondo non nasca con il capitalismo. Ma piuttosto con la comparsa di classi politiche ed economiche dominanti. Il potere, quando nasce, ha un bisogno fisiologico di espandersi. Le relazioni economiche per ottenere beni di lusso che lo manifestano fastoso tendono a coinvolgere sempre più unità e regioni, in una rete di scambi e rapporti e mutua stimolazione tra produzioni primarie e voluttuarie. E così che nel IV millennio l´economia diventa produzione di ricchezza anziché di beni per il puro sostentamento. Nella nostra Malatya è possibile rendersene conto».
Tutto serve per ricostruire il grande puzzle della storia...
Come le cretule, ad esempio. Cosa fossero codesti antifurto d´antan è presto detto: erano grumi sigillati di argilla fresca (grandi dai tre ai 15 centimetri), che timbrati a dovere blindavano i depositi della città messi al sicuro in quello che è considerato uno dei primi sistemi palaziali del mondo.
All´inizio Guardiani, poi Sacerdoti, dopo Signori, Sacerdoti & Signori insieme, dopo ancora, lì in zona - e fin dal VII millennio a. C. per cinque, sei millenni - prendevano in cura come banchieri i beni dei cittadini con questo modo di suggellare il deposito in conto terzi: granaglie e altre poverissime ricchezze, stipate in sacchi e cesti, venivano poi restituiti ai legittimi proprietari esibendo il proprio sigillo matrice in pietra - un po´ come la nostra firma depositata in banca, ma fatto ad arte con disegni fantastici uno diversissimo dall´altro - che ciascuno portava sempre legato al collo. Nel 1979, all´équipe della Frangipane ne è saltato fuori un deposito enorme: seimila frammenti di «cretulae» che hanno succhiato via 20 anni per essere ricomposte e studiate.
Un colossale incastro di microstorie e commerci messo a punto con una fatica da certosini... «Ce l´abbiamo messa tutta e ora - selezionate le 2200 cretule leggibili, pressoché intatte - loro stesse hanno cominciato a raccontare dei commerci, risparmi, scambi che avvenivano lì, a Malatya, una zona ricchissima d´acqua a cinque chilometri dall´Eufrate, terra di passaggi e vita bella fin quando non arrivò qui in zona Sargon con le sue smanie di conquista».
La Frangipane l´Eufrate se lo ricorda ancora piccolino, prima che una diga, più a valle, lo facesse crescere a dismisura cambiando i connotati al paesaggio. «Quando arrivammo qui l´Eufrate era davvero un fiumiciattolo, come lo dovette vedere l´imperatore Sargon II, il «re, grande, re della totalità», quando - a fine del 700 a. C. - lo varcò per chiudere la grande storia di Malatya. Dell´antichissima città rimasero in piedi, mezze massacrate, le fastose rovine ittite del II millennio, l´ultima fase: i suoi leoni di calcare - oggi al Museo di Ankara - diedero un nuovo nome al posto: «arslan» (= leone) più «tepe» (= collina), la Collina dei Leoni».
E i sogni di ora?: «Scavarlo tutto il «nostro» Palazzo: la sensazione è che possa riservarci enormi sorprese. La più auspicabile? Che ci salti fuori anche l´Archivio dei Potenti che lì in zona ordinavano tutto: vita, lavoro, ricchezze, cibi...».