martedì 23 novembre 2004

boom delle lingue orientali nelle università

una segnalazione di Dicta Cavanna

Il Messaggero Martedì 23 Novembre 2004

LA SAPIENZA
Il prof di cinese: otto ore al giorno di studio

ROMA. Federico Masini è vissuto dieci anni in Cina, faceva l’addetto stampa dell’ambasciata italiana. Ora è preside della facoltà di Studi Orientali della Sapienza. È professore di cinese.
Quali sono i corsi più richiesti della sua facoltà?
«Cinese, giapponese, arabo».
Un laureato triennale in lingue ”esotiche” che padronanza ha raggiunto?
«L’ultimo semestre la maggior parte degli studenti lo passa nel paese straniero. Dopodiché il loro livello gli permette di sostenere il linguaggio basilare, possono andare in giro e farsi capire, sfogliare un giornale e afferrare il senso degli articoli».
Qual è la difficoltà principale del cinese?
«I pochi punti di contatto con la nostra lingua, la pronuncia aliena, la scrittura con gli ideogrammi».
È complicato impararli?
«Sono difficili ma non così tanto, visto che vengono usati da un miliardo e mezzo di persone».
Quanto bisogna applicarsi al giorno?
«Tra lezioni e studio passano 8 ore al giorno. Un allenamento da atleti».
Quali le prospettive di lavoro?
«Con la laurea triennale quasi tutti si sistemano: nelle aziende italiane che operano in Cina, nelle agenzie turistiche, in compagnie aeree, l’ambasciata italiana a Roma ha preso dei nostri laureati...».
L’università italiana come affronta questo arrembaggio all’Oriente?
«Male. Tutti gli atenei sono sottodimensionati rispetto alle richieste. Io non ho i soldi per pagare i professori».
L.P.

Il Messaggero Martedì 23 Novembre 2004
Dall’arabo al giapponese, boom dell’Oriente in cattedra
di LUIGI PASQUINELLI

ROMA Le sue quotazioni sono schizzate verso il cielo come Bruce Lee in una piroetta di Kung Fu. Ripescata negli scrigni della memoria dove, come gemme preziose, riposano i sussurri di Shéhérazade e le grida dei samurai, i balzi di Sandokan e i quiz di Turandot, cattedrali vegetali e serragli animali, soli nascenti e linee d’ombra calanti, pirati e barriti, harem e sushi, la magia dell’Oriente ha stregato le nostre università. Un incantesimo che nasce nel passato ma che si proietta nel futuro. All’orizzonte, simili a penne pellerossa oltre la collina, spuntano cifre e dati, lo sviluppo promette di scuotere le economie tradizionali come il tornado Ivan le coste caraibiche. Cina in primo luogo, poi India: due miliardi e mezzo di nuovi consumatori, affamati di costruzioni, impianti, insegnamenti, importazioni, capitali, strutture, conoscenze, benessere. E poi la galassia Islam, che penetra quotidianamente nelle nostre case, violenta come la paura, seducente come il mistero.
Da un anno all’altro L’Orientale di Napoli porta a casa un più 25 per cento di immatricolazioni e decuplica, da sessanta a seicento, l’offerta di stage. Analoghe progressioni nelle facoltà ”esotiche” della Sapienza, iperboliche performance registra la Ca’ Foscari di Venezia: i tre centri accademici con lo sguardo tradizionalmente rivolto a Levante. Ma sono molti altri, da Lecce a Siena, gli atenei colpiti da sindromi cinesi, giapponesi, arabe. «Quando studiavo cinese classico, a metà anni 70 ricorda Maurizio Scarpari, prorettore vicario alla Ca’ Foscari in tutti i corsi orientali eravamo non più di 40, oggi gli allievi sono 2.124». Affrontano gli idiomi più remoti, vivi e morti, dall’aramaico al bantu, dall’etiopico al persiano allo swahili, con relative civiltà, ma devono conoscere anche inglese, francese, tedesco perché su quelle culture di testi e vocabolari italiani c’è poco o nulla. «Non siamo più isolati dice il rettore dell’Orientale Pasquale Ciriello l’integrazione europea è un fatto, da 15 che eravamo siamo diventati 25. Da noi si insegnano lingue e letterature dei Paesi appena entrati e di quelli che arriveranno come la Turchia. Sta maturando anche una sensibilità per le realtà asiatiche e africane, il mondo è ai nostri piedi, 200 anni fa l’intera vita di un uomo era raggiunta dalla quantità di informazioni contenuta nell’edizione domenicale del New York Times».
Sono giovani, hanno la vista lunga, nei corridoi e nelle aule de L’Orientale, abbarbicata su un vicolo napoletano, respirano il mondo. Fabio Battiato, 25 anni di Catania, neolaureato, fresco di ebraico antico, arabo, aramaico, la lingua degli imperatori persiani, la lingua di Gesù: «Vorrei rimanere all’interno dell’università. In Italia non ho molte prospettive, l’aramaico è difficilmente spendibile sul mercato del lavoro. Più chance con l’arabo, ma all’estero. Cinque settimane in Tunisia e mi hanno offerto due lavori: insegnante di italiano e agente turistico. Ho imparato che non esistono civiltà belle e brutte, migliori o peggiori, ricche o povere ma solo civiltà differenti». In Cina, dice Paola Sellitto, 22 anni, prossima alla laurea, l’occidentale parte in pole position: «Rimangono incantati dai nostri grandi occhi, dal colore biondo, dalla statura. Tutti ti guardano con ammirazione, sei lao wai? Sei straniero? Tre mesi di studio lì equivalgono a tre anni qui. Ho lavorato a Canton in una fiera di motociclette. Un mio amico ha fatto il modello e pubblicità radiofonica pur non essendo un Adone. Forse il mio futuro è lì». I sogni di Licia Pizzi, 30 anni, studiosa di indonesiano e giapponese, hanno un raggio meno esteso: «Penso alla Francia, ma soprattutto all’Olanda, dove esistono importanti centri studi. In Italia sono pochissime le occasioni».
Con il nuovo ordinamento, 3+2, pare che gli studenti si perdano meno per strada ma che siano anche meno preparati: «Per non andare fuori corso racconta il prof di Giapponese Gianluca Coci frequentano tanti corsi e hanno poco tempo per lo studio. Io ho cominciato ad avvicinarmi al Giappone grazie ai cartoni animati degli anni 70. Per molti altri la molla iniziale sono le arti marziali». Pasquale Manzo, assistente del prof Pandey Shyammanohar, ha deciso di dedicare la sua vita all’Hindi, la lingua ufficiale della terra dei maharaja. «Fin da bambino ero attratto dall’India, la scintilla è scoccata dopo aver visto alcuni documentari». Da dieci anni docente e allievo stanno costruendo un ponte che collegherà i due Paesi: un vocabolario Hindi-Italiano.

Venezia
Carpaccio all'Accademia

La Stampa 23 Novembre 2004
CARPACCIO
I santi in maschera
di Giovanna Nepi Sciré
La mostra Carpaccio, pittore di storie si inaugura venerdì 26 alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Sarà aperta al pubblico fino al 13 marzo 2005, con orario 8,15-19,15 (il lunedì chiude alle 14. Il biglietto di ingresso comprensivo della visita alle Gallerie dell’Accademia costa 9 euro. La mostra è dedicata a Rona Goffen, storia dell’arte americana, grande appassionata della cultura artistica veneziana. Pubblichiamo la prefazione al catalogo (edito da Marsilio) di Giovanna Nepi Sciré, soprintendente al polo museale veneziano e curatrice della mostra.



CARPACCIO è un artista di grande raffinatezza ed autonomia, anche quando si cimenta nel campo della tradizionale pittura narrativa veneziana, traducendola in una propria originalissima visione. La pittura di «storie» è certo l'aspetto più vistoso della sua produzione ed è straordinario che due dei suoi cicli più importanti, quello per la Scuola di Sant'Orsola e quello per la Scuola dalmata di San Giorgio siano sopravvissuti integri nella città per cui erano stati eseguiti: uno alle Gallerie dell'Accademia, l'altro ancora in situ. Alle Gallerie dell'Accademia è anche conservato il telero con il Miracolo dell'ossesso al ponte di Rialto, già nella Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, uno dei più straordinari «ritratti di città» di tutta la pittura rinascimentale.
Da qui l'idea di riunire, intorno a questo nucleo forte, che tanti musei ci invidiano, i dipinti dispersi di altri cicli un tempo a Venezia. Prima di tutti i teleri della Scuola degli Albanesi, dedicati alla vita della Vergine, di cui due già erano rimasti a Venezia alla Ca' d'Oro e un terzo, dato in deposito demaniale al Museo Correr, è stato recentemente riunito a questi. La pronta accettazione dei colleghi di Brera e dell'Accademia Carrara di Bergamo ha reso possibile la realizzazione del progetto.
Più difficile è stato riunire i teleri della Scuola di Santo Stefano, che hanno subito vicende piuttosto avventurose. Alla soppressione della Scuola nel 1806, le opere vennero disperse. Considerata da Pietro Edwards «da alienarsi», la Consacrazione dei diaconi fu ceduta al mercante Giovanni Davide Weber e finì poi nei musei di Berlino. La Disputa e la Predica giunsero nel 1808 a Brera, ma la seconda pervenne poi al Louvre per uno scambio voluto da Napoleone. La Lapidazione fu assegnata alle Gallerie dell'Accademia, ma ceduta insieme ad altre opere all'abate Luigi Celotti in parziale pagamento della collezione di disegni che era stata di Giuseppe Bossi.
Se il Louvre, il Museo di Stoccarda e il Gabinetto dei Disegni e Stampe degli Uffizi, hanno aderito prontamente all'iniziativa, la Pinacoteca di Brera e i Musei civici di Berlino non hanno ritenuto opportuno far correre i rischi del trasporto alle loro opere. Seppur a malincuore, perché l'occasione era veramente unica, non possiamo non rispettare questa decisione, motivata da scrupoli di tutela. Due riproduzioni in scala 1:1 sostituiscono, per quanto possibile, gli originali, e ci restituiscono la continuità della narrazione.
Del resto i musei difficilmente si separano dalle opere di Carpaccio, pittore tanto raro e spesso non rappresentato anche in grandissime istituzioni. Non a caso l'ultima e unica mostra monografica che gli è stata dedicata è quella memorabile organizzata da Pietro Zampetti nel 1963 a Palazzo Ducale.
Dalle Gallerie, i nostri visitatori potranno andare nel vicino campo Santo Stefano a vedere-all'anagrafico 3467 di San Marco - la facciata della Scuola dedicata al Santo in calle del Piovan e poco lontano, all'imbocco di campo San Maurizio, quella della Scuola degli Albanesi, con gli interessanti bassorilievi in pietra d'Istria. Ma soprattutto potranno arrivare (e utilizzando il biglietto delle Gallerie godere di uno sconto) fino alla Scuola di San Giorgio degli Schiavoni a Castello, dove le storie dei santi Giorgio, Trifone e Gerolamo sono conservate ancora nell'edificio originario.
Come di consueto è stato realizzato un percorso che collega il museo con il territorio, cercando, ove possibile, di restituire al fruitore non solo l'opera musealizzata, ma anche i contesti di provenienza.


La Stampa, stessa data
La nuova stella erede di Bellini
Misteriosa la formazione del pittore
che si affermò con le sacre storie
di Marco Rosci

COLPISCE la scarsità di notizie documentate sulla vita del Carpaccio, tanto che possiamo ipotizzare una nascita intorno al 1460 solo considerando che risale alla fine degli anni ‘80 la commissione del colossale ciclo di teleri - in tutti i sensi, dal numero alle dimensioni - delle Storie di Sant’Orsola per la Scuola omonima, che lo terrà impegnato dal 1490 almeno fin al 1499. Tanto bastava per poi imporlo come nuova stella nella tradizione veneziana dei teleri figurati, in cui le sacre narrazioni sono puro pretesto per racconti di vita cerimoniale in una Venezia mascherata in un fastoso e complesso scenario teatrale adatto ad ogni luogo deputato dalla leggenda, dalla Britannia a Roma a Colonia.
La lucidissima intersecazione prospettica dei piani scenici, nascente dalla maturità del sistema brunelleschiano in Leon Battista Alberti e in Piero della Francesca proietta al di là della staticità ritmica degli scenari di Gentile Bellini e di Alvise Vivarini i racconti di figure e di spazi del giovane, che nel pieno dei lavori delle Storie di Sant’Orsola supera sè stesso nella cronaca veneziana a pieno titolo del Miracolo della reliquia della Croce al Ponte di Rialto per la Scuola di San Giovanni Battista, anch’esso conservato all’Accademia di Venezia come il ciclo di Sant’Orsola.
Nel 1507 questo ruolo di nuova stella gli viene riconosciuto dai Dieci quando viene chiamato a fianco di Giovanni Bellini, essendo morto Alvise Vivarini, all’impresa dei teleri per la Sala del Maggior Consiglio, poi distrutti nell’incendio del 1577, dove Carpaccio dipinge la storia anconetana con il dono del baldacchino al Doge Sebastiano Ziani da parte di Papa Alessandro III. Il pittore ne fa vanto e mezzo di presentazione al marchese di Mantova Francesco Gonzaga al quale scrive nel 1511: «Io son quello pictor dallo excelso consiglio dei diece conducto per dipinger in salla granda, dove la S.V. se dignò a scender sopra il solaro ad veder l’opra nostra che è la historia de Ancona. Et il nome è dicto Victor Carpatthio».
Tutto questo legittima ampiamente la scelta della Soprintendente Nepi Scirè di organizzare per cicli la mostra di un maestro, che nei ventisei anni dopo la grande impresa di Sant’Orsola fu anche un pittore, cromaticamente splendente nell’eredità di Giovanni Bellini, di pale sacre e di almeno due capolavori come le Dame del Museo Correr e il Ritratto di cavaliere Thyssen emigrato da Lugano a Madrid. La scelta è stata quella di affiancare all’Accademia gli otto teleri del ciclo di Sant’Orsola e il Miracolo del ponte di Rialto altri due cicli successivi, quello della Vita della Vergine già nella Confratenita degli Albanesi, con la raffinata Annunciazione datata 1504, e quattro teleri del ciclo di Santo Stefano del secondo decennio del ‘500, il più travagliato e disperso dopo la soppressione della Scuola nel 1806.
Esso comprende un altro momento fra i più alti del pittore, la Lapidazione del protomartire in un ampio scenario naturale, in cui emerge l’evoluzione dell’artista, pur fedele fino alla fine al lume cristallino degli esterni del presumibile maestro Giovanni Bellini, verso il gran respiro di natura emergente dalla rivoluzione di Giorgione e Tiziano. Essendo così strutturata la mostra, ne diviene naturale complemento la visita, in una Venezia di Castello sopra Piazza San Marco ancora per fortuna poco sommersa dai flussi turistici, dell’altro stupendo ciclo, posteriore di due anni alla fine di quello di Sant’Orsola, della Scuola di San Giorgio agli Schiavoni, l’unica rimasto intatto nella sede originaria.

mistificando la scelta "politica" di Paolo di Tarso
cosa dicono i cattolici oggi delle immagini

Giornale di Brescia 23.11.04
Il Cristianesimo e i suoi rapporti con l’immagine

DELL’ARTE
L’«IO CREDO»
di Timothy Verdon

Mons. Timothy Verdon, già Consultore della Pontificia commissione per i beni della Chiesa, è direttore dell’Ufficio per la Catechesi attraverso l’Arte dell’Arcidiocesi Fiorentina e docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale nonché alla Stanford University. Le sue ultime pubblicazioni sono "Vedere il mistero. Il genio artistico della liturgia cattolica" (Mondadori, 2003) e "Maria nell’arte europea" (Electa, 2004).[...]


Un testo base della fede cristiana, il Vangelo secondo Giovanni, apre con le parole: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). Più avanti, afferma che «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e verità» (Gv 1,14). Un altro testo, la prima Lettera di Giovanni, dirà che il «Verbo della vita (...) si è fatto visibile, noi l’abbiamo veduto e di ciò rendiamo testimonianza» (1 Gv 1, 1-2), e in una lettera paolina Cristo è chiamato semplicemente «immagine» - nel greco originale, eikon, icona - «del Dio invisibile» (Col 1,15). Queste citazioni suggeriscono il rapporto particolare del cristianesimo con la visibilità, con le immagini e quindi con l’arte. Mentre in altri sistemi religiosi pittura e scultura servono ad illustrare contenuti il cui baricentro rimane altrove, nel cristianesimo le immagini portano dritto al cuore dell’esperienza di fede, facendo "vedere" una gloria, una grazia, una verità e vita associate a Colui che è egli stesso «immagine», Gesù Cristo. Anche l’arte più concreta, l’architettura, è percepita dai cristiani in termini di mistica identificazione, perché Cristo ha chiamato «tempio» il suo corpo risorto (Gv 2,19-22) e il Nuovo Testamento caratterizza la comunità dei credenti come una «costruzione (che) cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef 2,21) - un "edificio spirituale" le cui pietre sono gli stessi cristiani (1 Pt 2,5). Ecco perché, a chiusura del Concilio Vaticano II nel 1965, papa Paolo VI ha insistito sul ruolo degli artisti nella vita cristiana. «Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi - diceva - voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. Voi l’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere sensibile il mondo invisibile». Sullo stesso tono, nella Lettera agli artisti del 1999 Giovanni Paolo II afferma che, «per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve infatti rendere percettibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio».
La testimonianza dell’arte è specialmente importante nel contesto della liturgia, dove da quasi due millenni le immagini e la stessa configurazione architettonica del luogo di culto servono a rendere "visibile" il mistero cristiano. La liturgia poi - il complesso di riti con cui una civiltà esterna il suo rapporto con Dio - è in sé opera artistica e generatrice d’arte. Composta di azioni rituali abbinate a parole, ha bisogno di spazi in cui svolgere le azioni e di arredi illustranti i testi. A loro volta, i templi e le processioni, i canti sacri, le immagini e suppellettili presuppongono la collaborazione di professionisti nei vari campi: architetti e coreografi, compositori, cantori, poeti, pittori, scultori, orefici. Nella tradizione giudeo cristiana, l’estro creativo al servizio del culto è considerato addirittura un dono di Dio, e l’arte in tutte le sue forme viene pensata in rapporto al sacro. Nell’Antico Testamento, ad esempio, l’origine delle arti viene inequivocabilmente presentata in funzione del culto, e «gli artisti che il Signore aveva dotati di saggezza e d’intelligenza perché fossero in grado di eseguire i lavori della costruzione del santuario» sono istruiti da Mosé in persona, perché facciano «ogni cosa secondo ciò che il Signore aveva ordinato» (Esodo 36,1). Nell’Esodo l’arte ha a che fare col peccato e col perdono; segna una radicale scelta da parte del popolo; e materializza la promessa di Dio di "camminare" in mezzo ad esso. Inoltre prolunga una parziale rivelazione della divina gloria (le spalle viste da Mosé, non il volto) e manifesta la volontà del popolo di contribuire con i propri mezzi a realizzare un «luogo vicino a Dio», il cui architetto è sempre Dio. Tale «volontario contributo» da parte del popolo diventa poi segno di penitenza per il peccato d’idolatria, come la conseguente bellezza del santuario sarà segno dell’alleanza offerta da un Dio «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni e perdona la colpa, la trasgressione e il peccato» (Esodo 34, 6-7). Così com’è presentata nell’Antico Testamento, cioè, l’arte diventa uno dei segni del patto sussistente tra l’uomo peccatore e Dio che, perdonando la colpa, cammina in mezzo al suo popolo; è quasi un "sacramento" della presenza e della salvezza che Dio offre.
Queste funzioni, che in Israele furono concentrate nel santuario portatile fatto realizzare da Mosé e successivamente nel Tempio gerosolimitano, sembrano destinate a venir meno nella nuova alleanza istituita da Gesù Cristo. Parlando con una donna della Samaria, Gesù dirà infatti che né il monte sacro dei samaritani né il tempio degli israeliti servono più, perché «è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito - continua Gesù - e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Giovanni 4,21-24). Nel Nuovo come nell’Antico Testamento, l’uomo non può vedere Dio direttamente, e il quarto Vangelo insiste che «Dio nessuno l’ha mai visto» (Giovanni 1,17). Ma aggiunge subito che «proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Giovanni 1,18) - affermazione risalente a Cristo stesso, il quale - all’apostolo Filippo, che aveva chiesto di vedere Dio - disse: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Giov. 14,9). (...) Se Cristo è la personale ed incarnata "icona" dell’invisibile Padre, allora il ruolo delle immagini nella Nuova Alleanza dovrà essere più importante che nell’Antica. Il luogo maggiormente decorato del Tempio gerosolimitano era la cella interna o Sancta sanctorum contenente l’Arca in cui erano conservate le dieci parole di Dio su tavole di pietra; i rivestimenti in pregiato legno di cedro con rilievi raffiguranti boccioli di fiori alludevano all’importanza delle parole di Dio. In Gesù Cristo, però, non «dieci parole» ma la Parola - il Logos o Verbum - si fece carne. Non era nascosta, ma manifesta a tutti, così che la prima Lettera di Giovanni potrà dire: «Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1 Giovanni 1,1-3). Il ruolo dell’arte nella Nuova Alleanza sarà appunto quello di un annuncio, finalizzata alla comunione, di «ciò che era fin dal principio» e che alcuni hanno ora sperimentato in modo sensorio - che hanno cioè "veduto", "contemplato", "udito" e perfino "toccato"-: la Parola incarnata, Vita eterna che, rendendosi visibile, suscita in chi la vede una testimonianza gioiosa. Il brano evangelico citato conclude: «Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Giov. 1, 4).

i reparti di psichiatria di Firenze

Repubblica, edizione di Firenze 22.11.04
A Firenze non c'è una struttura per loro, l'alternativa è il trasferimento a Pisa
Minorenni con crisi psichiatriche ricoverati insieme agli adulti
di MICHELE BOCCI

A Firenze i ragazzini tra i 15 e i 18 anni con crisi psichiatriche gravi vengono ricoverati insieme agli adulti, nei reparti di Ponte Nuovo o Ponte a Niccheri. Minorenni quasi sempre al primo ingresso in ospedale che finiscono in ambienti non adatti a loro, in mezzo a malati psichiatrici che spesso hanno bisogno di cure completamente diverse. Un´altra possibilità per i circa 20 adolescenti che vivono in provincia e una volta all´anno accusano una crisi è il trasferimento all´istituto Stella Maris di Pisa. Eppure a Firenze una neuropsichiatria infantile c´è. Si trova a Careggi ed è diretta dal professor Massimo Papini. «Da anni abbiamo chiesto i mezzi per far fronte anche alle emergenze - dice il primario universitario - Per le risorse che abbiamo possiamo occuparci solo delle urgenze». In effetti sono proprio anni che si va avanti così. La posizione di Papini è ben nota ai vertici di Careggi, ma anche di Asl, che segue i problemi psichiatrici dei minori con i servizi territoriali, e Meyer, che non ha letti propri a disposizione per questi malati. Anche la Regione è a conoscenza della situazione e proprio in questo periodo sono in piedi almeno un paio di commissioni, una delle aziende e una del dipartimento sanità, che mirano a risolvere il problema fiorentino. Quello di una zona abitata da quasi un milione di persone che non riesce a mettere a disposizione dei minorenni che soffrono di disagi acuti una struttura di ricovero adeguata. «Da cinque anni a questa parte i pazienti gravi stanno aumentando in modo preoccupante - dicono dalla psichiatria della Asl - Perché cresce il disagio giovanile, soprattutto per il gran numero di immigrati, ma non solo». La cronaca di queste settimane racconta di queste difficoltà - dai suicidi alle baby-gang fino al fratello che ha minacciato la sorellina con il coltello - che fortunatamente solo in una piccolissima parte dei casi sfociano in un ricovero ospedaliero.
Mentre Asl e Meyer si organizzano per avere una consulenza neuropsichiatrica infantile nei loro pronto soccorso e riorganizzano l´assistenza territoriale, le aziende si scrivono lettere. Dal Meyer si avverte Careggi che quando, tra circa un anno, ci sarà il nuovo ospedale nella ex Villa Ognissanti le cose dovranno cambiare. «In quella struttura ricovereremo le emergenze psichiatriche - dice il direttore del pediatrico Paolo Morello - Ho già avvertito gli interessati: se il personale della neuropsichiatria infantile di Careggi vorrà lavorare con noi dovrà adattarsi alla novità. Altrimenti prenderemo altri medici». Ma anche Careggi sembra intenzionata ad imporre comunque ai suoi di fare le emergenze. Intanto Papini espone le sue ragioni: «La nostra struttura non è sicura per affrontare quel tipo di problemi. Non è soltanto di mancanza di spazio, ma di un progetto che organizzi la risposta. E poi se un ragazzino con una crisi psichiatrica grave viene messo in una stanzina il suo problema diventa più esplosivo che se fosse ricoverato, faccio per intendersi, in una palestra. E´ un po´ la differenza che c´è tra mettere una bomba in lavatrice o in uno spazio più grande. I danni dell´esplosione nel secondo caso sono minori». Il problema è che ad oggi le «bombe» sono ricoverate comunque in stanzette, per di più insieme agli adulti.

psicofarmaci e altro

il manifesto 21.11.04
AEROSOL
L'inquietante psicofarmaco
di ROBERTO SUOZZI

Il «Progetto italiano salute mentale adolescenti», meglio conosciuto come Progetto Prisma (acronimo), condotto su bambini in scuole selezionate, che ha tra gli scopi fondamentali quello di conoscere e acquisire dati sul disagio psichico della preadolescenza e di programmare «l'evoluzione dei servizi specifici, di prevenzione, diagnosi e cura» avanza implacabile. A dirla così, per molti addetti ai lavori, Prisma, che ha in pratica lo scopo di indagare la salute mentale dei bambini, solleva, volendo essere eufemistici, «perplessità, inquietudini, interrogativi». Se poi ci si attiene alla valutazione scientifica del progetto le inquietudini prendono corpo in critiche (severe) alla metodologia dell'indagine e quanto altro. I medici e i ricercatori della mente, pertanto, hanno scoperto che su 5627 scolaretti, tra i dieci e i quattordici anni, di scuole urbane, il 9,1% avrebbe, secondo il test a risposte multiple (con domande stravaganti direi) mostrerebbe disturbi psichici, e che una parte di questi soffrirebbe di ADHD. «Disturbo da deficit dell'attenzione con iperattività» è l'ADHD (Attenting Deficit Hyperactivity Disorder) che appunto colpirebbe bambini in età prescolare e scolare. Disturbi dell'attenzione e iperattività sono le manifestazioni del «male», diagnosticati con osservazioni assai superficiali, per altro nello spazio temporale di poche ore, nonché su tests semplicistici quali ad esempio: «il bambino pone una domanda e non attende la risposta» oppure «si lascia distrarre facilmente da stimoli esterni», oppure «interrompe o si intromette nelle conversazioni o nei giochi degli altri».
Uno dei punti in questione è dibattere sull'ADHD, sulla sua stessa esistenza (come patologia) che viene messa in dubbio da molti, ma che ha «stimolato» in Italia la nascita di un Registro Italiano (che di fatto ha avallato l'esistenza della malattia). Curioso, e a noi piacciono gli eufemismi, è che dal marzo 2003 un decreto ministeriale considera una sostanza anfetaminica, a base di metilfenidato, il famoso Ritalin, non più stupefacente, bensì uno psicofarmaco. L'indicazione del Ritalin che in America va giù come l'acqua, è il suo utilizzo nella cura dei bambini affetti da ADHD. Il metilfenidato è un'amfetamina già usata come dimagrante ed è euforizzante; ancor oggi è oscuro il suo meccanismo biochimico fondamentale. Più certi sono i rilevanti effetti collaterali e la dipendenza che essa stessa può dare: «un uso abusivo del farmaco può indurre marcata assuefazione e dipendenza psichica con vari gradi di comportamento anormale. Si richiede un'attenta sorveglianza anche dopo la sospensione del prodotto poiché si possono rilevare grave depressione e iperattività cronica»; è quanto riporta la stessa multinazionale (Novartis) produttrice del farmaco, negli Stati uniti diversi medici psichiatri hanno lanciato un forte allarme. Al di là degli effetti collaterali del Ritalin, si sollevano altre argomentazioni di carattere medico e culturale, di una medicalizzazione e di un controllo farmacologico di una società in avanzato stato di decomposizione. Troppo poco per un solo «Aerosol», per queste argomentazioni già sollevate da molti psichiatri, operatori della salute e associazioni.

Yahoo! Salute 22.11.04
Verso l'eccessiva medicalizzazione del disagio psichico?
Di Italiasalute.it

Arrossire, mostrare timidezza o tristezza rischiano di diventare un buon motivo per somministrare dei farmaci perché sono il sintomo di un disagio psichico da curare? È la preoccupazione mostrata da un'insegnante in una lettera alla redazione di Italiasalute.it:

Egr. Direttore,
nel recente congresso della Federazione Mondiale della Salute Mentale, cinquemila psichiatri riunitisi a Firenze dal 10 al 13 c.m., hanno preso a cuore la salute mentale dei nostri bambini ed hanno annunciato che ora tengono sotto osservazione i nostri figli nelle scuole per prevenire il “disagio psichico dei bambini in età scolare”.
“….comportamenti che psichiatri e insegnanti valutano con attenzione se persistono nel tempo e si manifestano in modo evidente.
1)Reazioni fisiche ed emotive eccessive: scoppi di pianto, riso o tristezza esagerati, rossore o pallore improvvisi.
2)Manifestazioni d’ansia: stati d'allarme non giustificati, eccessiva timidezza, paure sproporzionate nei rapporti sociali, timore ossessivo di deludere le aspettative di genitori e insegnanti.
3)Atteggiamenti depressivi: isolamento e apatia, difficoltà ad instaurare relazioni.
4)Comportamenti eccessivi: reazioni aggressive non giustificate o sproporzionate rispetto ad eventi avversi o conflittuali, ripetersi di episodi violenti.
5)Disturbi dell’apprendimento: scarso rendimento scolastico pur in presenza di un atteggiamento impegnato e assiduo.
6)Difficile rapporto con cibo: rifiuto, scarsa o eccessiva assunzione di alimenti.
7)Svantaggio familiare: appartenenza ad una famiglia in difficoltà con gravi problemi economici e di emarginazione”
(La Nazione inserto Firenze del 13/11/04 pag. II).

Tutti questi sono secondo la comunità psichiatrica segnali dell’esistenza di un disagio psichico, casi di cui lo psichiatra si dovrà prendere cura e curare, ma con quali terapie?
Naturalmente lo psicofarmaco che risolverà questi disturbi è già pronto, lo hanno presentato le case farmaceutiche che hanno sponsorizzato il suddetto congresso.
Sempre nello stesso congresso, casualmente, è stata data un’altra gran notizia:
“Prozac, i medici americani hanno dato il via libera all’uso di questo farmaco per curare anche i bambini colpiti dalla depressione. Il prodotto è stato autorizzato anche per i piccoli di 8 anni di età”

(La Nazione inserto di Firenze del 13/11/04 pag. III).
Il Prozac è già tristemente noto per gli effetti devastanti sulla mente di adulti che lo assumono. Tra il 1990 ed il 1995 più di 800 famiglie, parenti di persone vittime del Prozac, hanno intentato e vinto molte cause contro la casa farmaceutica produttrice, perché i loro parenti si erano suicidati e in alcuni casi avevano ucciso anche i figli a causa degli incubi o impulsi omicidi e suicidi che esso provoca.
Ora, grazie a queste nuove “scoperte” fornite dalla psichiatria, non solo abbiamo gli elementi per individuare il disagio psichico dei nostri bambini, ma abbiamo anche la “terapia”.
La psichiatria sta facendo un’ottima campagna di marketing per avere più soldi dai governi, procurarsi futuri clienti ed incrementare i propri affari.
C’è un particolare che desta notevole preoccupazione: il target di questa campagna sono i nostri bambini ed i bambini rappresentano il futuro di questa società.
Forse gli psichiatri sono vicini a realizzare il loro sogno: trasformare il pianeta in una gran corsia d’ospedale dove loro con i camici bianchi e le mani dietro la schiena passano tra i letti per assicurarsi che tutti siano tranquilli e dietro loro le infermiere con il carrello pieno di pillole da somministrare così che regni la pace?
Dovrà essere questo il futuro della popolazione di questo pianeta?
Penso che sta a noi dire no e impedire che questo succeda.
Un'insegnante

il manifesto 21.11.04
una lettera al giornale
Insegnanti e psichiatri


Con sempre più frequenza viene riportata dai media la notizia che l'istituto di ricerca tal dei tali o lo psichiatra di turno, ha scoperto l'esistenza di qualche disturbo o malattia, questo va dal «panico» alla «disfunzione nicotinica» alla «intossicazione da caffeina» (se la persona smette di fumare o di bere caffè), alla «disfunzione alimentare» se vostro figlio preferisce mangiare cibo di scarso valore nutritivo, così come vengono illustrati nel «Manuale statistico di diagnosi» (Dms IV) della psichiatria. Oggi esiste una diagnosi psichiatrica per ogni nostro male. Se una persona balbetta è una «malattia mentale», chi soffre di emicrania in realtà ha una «disfunzione del dolore». Il bambino irrequieto o troppo zelante nel gioco è «iperattivo» oppure soffre di disfunzione da deficit di attenzione. Se uno studente ha voti bassi in matematica si tratta di un «disturbo del calcolo». Se avete problemi nel comporre un testo scritto o fate fatica nell'organizzarne i paragrafi, questo non è un problema di pertinenza del vostro insegnante, bensì una «disfunzione nello sviluppo della scrittura espressiva». Se un adolescente litiga con i genitori non si tratta di crescita difficile o di tentativo di affermare la propria indipendenza, ma di «disturbo oppositivo provocatorio». Se vostra nonna non ricorda dove ha lasciato le scarpe e se ha pagato o meno la bolletta del telefono il mese scorso, ci sono precise basi psichiatriche per ricoverarla a forza in una casa di cura. Che questo proliferare di malattie serva a spingere sempre più i governi a stanziare fondi alla psichiatria è solo un aspetto della medaglia, l'altro molto più pericoloso, è che quando alle persone si diagnostica una malattia mentale e il comportamento normale viene ridefinito, chiunque può essere colpito. Alla diagnosi in genere segue la «terapia» psichiatrica, e quali sono le cure per tali disturbi? Elettroshock, shock insulinici, farmaci dannosi alla mente che non si indirizzano alla fonte o alla causa dei problemi, se tali esistono, e nessuna ne cura alcuno. Ritengo che questa situazione sia davvero allarmante e dovrebbe essere posto un freno al dilagare della psichiatria soprattutto nell'ambito educativo svilendo la figura degli insegnanti e togliendo loro il compito di educatori.
Margherita, insegnante

sinistra
Aprile: il congresso di Rifondazione

aprileonline.info 23.11.04
Centrosinistra. PRC a Congresso: la coalizione elettorale tema centrale
Fare la differenza
Si apre il difficile percorso del congresso di Rifondazione. Il Prc è chiamato a trasformare se stesso e la coalizione in cui ha deciso di stare a pieno titolo. Una scommessa che chiama a raccolta tutta la sinistra radicale, una sfida dagli esiti incerti ma che vale la pena di accettare

“Make the difference” dicono gli Americani. Fai la differenza. Nel linguaggio aziendale vuol dire che una persona o una fantasiosa trovata possono sbaragliare la concorrenza. In quello politico, che un leader, una vision, una certa politica, possono convincere gli elettori a dare il consenso a questo o quello dei duellanti. Ad esempio il conservatorismo teologico (la dottrina dei teocons) è ciò che ha fatto la differenza nelle elezioni presidenziali del 2 novembre. Tradotto in italiano “fare la differenza” perde questa connotazione un po’ destrorsa. E può suonare come “rendere differenti, alternativi, diversi” se stessi e l’ambiente in cui si opera.
E’ questo, forse, il compito che aspetta Rifondazione Comunista alla vigilia di un congresso impegnativo e non scontato. Sei mozioni in campo sono qualcosa che non si vede tutti i giorni. Qualcosa che denota da un lato una dose di pluralismo che è difficile trovare in altre formazioni politiche, ma dall’altra una insidiosa babele di linguaggi, opzioni strategiche, politiche e visioni del mondo.
Fare la differenza, dicevamo. Prima di tutto rendere differenti se stessi. Rifondazione esce da diversi anni di autoghettizzazione ideologica. La tesi delle due destre, l’idea cioè che non vi sia sostanziale differenza tra il centrosinistra e il centrodestra, ha portato Bertinotti e il suo partito prima ad una pesante scissione con Cossutta e Diliberto, che ha privato il Prc di diversi dirigenti, amministratori e quadri e del 2% dell’elettorato. Poi al minimo storico di consenso nel 2001. Quella fascia di elettori ondeggiante tra Ds e Rifondazione non ha visto di buon occhio l’alternatività del Prc rispetto al centrosinistra più che al centrodestra.
In questi tre anni, tuttavia, molta acqua è passata sotto i ponti. I movimenti alterglobal, la ripresa della conflittualità di un sindacato che, da Ciampi ad Amato e fino a Dini (e in parte anche dopo), aveva troppe volte subito i diktat delle compatibilità, il sorgere di un rifiuto di massa contro la guerra che ha investito in modo particolare il nostro paese, la nascita di una borghesia intellettuale radicalmente e culturalmente antiberlusconiana. In poche parole, nuove soggettività politiche che hanno preso le mosse non dalle scrivanie dei leader politici, ma dal cuore della società, dalla parte migliore del paese, come si diceva un tempo. Soggettività che non si sono fermate alla denuncia, ma che hanno avuto la capacità – o forse la fortuna – di far diventare senso comune le proprie parole d’ordine.
Queste soggettività sono state la scommessa di Bertinotti e del suo partito. Stare nei movimenti rinunciando all’egemonia su di essi, ma al contrario facendosi contaminare. Una politica che ha pagato perché il Prc è oggi uno dei più interessanti laboratori di idee nel panorama politico italiano, anche al di là dei suoi evidenti limiti in altri campi. Nonviolenza, beni comuni, pacifismo. E ancora analisi della precarizzazione della società e superamento della vecchia concezione della classe operaia. Suggestioni, stimoli, idee nate nei movimenti, che hanno contaminato un partito oggi lontanissimo dalla riproposizione stantia del vecchio comunismo, ma anche dal riformismo pallido dei Ds che non hanno fatto davvero i conti con le trasformazioni della società, ma più semplicemente hanno assunto altre classi di riferimento, altri valori, altra sostanza.
La scommessa che Bertinotti propone oggi al suo partito è più impegnativa: trasformare questo patrimonio in governo. Fare la differenza anche fuori di sé. E usare il governo come strumento per far lievitare i movimenti e le loro idee. Si tratta di una scommessa rischiosa, dagli esisti incerti e che può naufragare con estrema facilità. Una volta arrivati al governo, non è affatto detto che si abbiano gli spazi di manovra per realizzare questo progetto. I movimenti poi non sono certo in un periodo di grande vitalità. Gli alleati potenziali fanno di tutto per divaricarsi dalla prospettiva di un programma comune chiaramente progressista.
Ma è una scommessa che vale la pena di accettare. La società italiana è profondamente cambiata in questi anni. Il deposito delle grandi mobilitazioni è rimasto nella testa e nella pancia delle persone. Gli elettori non sono più disposti ad accettare un leader purché sia, una coalizione purché sia, un programma purché sia. Vogliono cacciare Berlusconi, ma subito dopo pretendono che si facciano, si dicano, si pensino cose di sinistra. Il problema non è più l’alternanza (io farò meglio di te). E’ per davvero l’alternativa (io sarà differente da te).
Detto ciò, non può essere solo il Prc a lavorare in questa direzione. Tutta la sinistra radicale ha di fronte il compito di cambiare se stessa e la coalizione democratica. I ritardi sono enormi: manca, per la coalizione, un programma. Non parliamo solo della lista delle cose da fare, ma dell’idea di società che ti fa compilare una lista invece che un’altra. E in secondo luogo manca alla sinistra radicale una elaborazione compiuta che trasformi le suggestioni in politiche concretamente applicabili. Queste due lacune dovranno presto essere colmate se davvero si vuole fare la differenza.

lunedì 22 novembre 2004

un dibattito a Napoli, stasera, sul libro su Pietro Ingrao
«Che cosa resta del comunismo?»

Repubblica edizione di Napoli 22.11.04
Il libro di Galdo su Pietro Ingrao

"Che cosa resta del comunismo?". Se lo domanderanno stasera alle 17.30 a Città della Scienza i partecipanti al dibattito che nasce dal libro di Antonio Galdo "Pietro Ingrao. Il compagno disarmato" (Sperling & Kupfer).
All'incontro, che si terrà nella Sala Averroè del centro della Fondazione Idis (via Coroglio, 57), si incroceranno i pareri di Antonio Bassolino e Guglielmo Epifani, che parleranno del libro con l'autore e con i giornalisti Paolo Franchi e Mario Orfeo

l'arte preistorica

Repubblica 22.11.04
Parla l'archeologo Andrew Colin Renfrew, vincitore del premio Balzan
QUELLA PREISTORICA FU VERA ARTE
"La vivacità delle immagini di Lascaux ci lascia senza fiato"
PAOLO VAGHEGGI

ROMA. Si può cominciare a parlare di arte sin dal periodo preistorico? Andrew Colin Renfrew, una delle personalità più importanti dell´archeologia mondiale, grande specialista del periodo preistorico, che in questi giorni ha ricevuto il premio Balzan (nelle varie sezioni è stato assegnato anche a Nikkie Keddie, Michael Marmot, Pierre Deligne e la comunità di Sant'Egidio) a questo tema ha dedicato un intero capitolo del suo ultimo libro (Figuring it out, Thames&Hudson).
Alla domanda fornisce una duplice risposta: «Una è il concetto moderno di arte, qualcosa creato per mere ragioni estetiche, qualcosa che appartiene in realtà al Rinascimento. La nozione per cui il capolavoro appartiene a un artista geniale è un'idea del Rinascimento. Sono assolutamente certo che nessuno avesse idee simili ai tempi della preistoria. Questa, dunque, è una delle risposte alla domanda. Ma ampliamola: è possibile ammirare a buon diritto la bellezza dell´arte preistorica? Qui la risposta è: certamente sì. Quando guardiamo alla vivacità di alcune delle immagini di Lascaux o della caverna scoperta di recente in Francia, la grotta Chauvet, che risale a circa trentamila anni fa, più antica quindi di Lascaux, quando osserviamo l´immediatezza di queste immagini restiamo senza fiato. Sono animali quasi a grandezza naturale. Li troviamo bellissimi e pertanto, da questo punto di vista, possiamo definirli arte. Un altro esempio sono le prime sculture cicladiche, quelle alte sculture marmoree presenti nelle isole Cicladi, in Grecia, risalenti al 2.500 a. C. Non furono realizzate come opere d´arte. Dunque, non sono arte. D´altra parte, ovviamente sempre dal nostro punto di vista, sono grande arte, esattamente come le opere di un Brancusi o di un Henry Moore o di qualsiasi altro artista. Penso quindi che, sì, facciamo bene ad ammirarle e a considerarle alla stregua delle opere d´arte moderna».
Perché testimonianze artistiche così alte si trovano in una certa area franco-spagnola?
«Se discutiamo dell'arte rupestre del periodo paleolitico è vero che si concentra nella Francia meridionale e nella Spagna settentrionale. Con le grotte di Altamira, anche la Spagna è molto importante sotto questo aspetto. Abbiamo poi alcuni esempi in Italia: anche essa ha un suo ruolo. Ma nel periodo paleolitico, ossia prima dell´8.000-9.000 a. C., non troviamo un'arte comparabile in nessun'altra parte del mondo. Le ragioni ci sono ignote. Vi sono grotte di calcare nelle Americhe e in Australia. Abbiamo tracce di pitture degli aborigeni australiani di quel periodo. Al confronto, tuttavia, sono alquanto semplici. Gli archeologi non sanno ancora spiegarsi come mai solo l´arte rupestre franco-cantambriana ha queste magnifiche, stupefacenti pitture animali».
Era più alto il grado di civilizzazione degli abitanti di quest'area?
«È questo che lascia perplessi. Circa sessantamila anni fa la specie umana lasciò l'Africa e si diffuse nella maggior parte del globo. Già all'epoca delle pitture francesi, abbiamo l'Homo sapiens in Australia, India e Cina, forse non in America, ma di sicuro in tutto il resto del mondo. Ma allora perché cose tanto meravigliose sono nate solo in certe zone? La sola risposta possibile è che forse, a volte, la caccia era più facile, i grandi animali come ad esempio i cervi erano più facili da cacciare in certe zone. Non è una buona spiegazione, ma questo è, io credo, uno dei misteri della preistoria».
Una svolta può arrivare dai nuovi studi sul periodo preistorico.
«Un passo avanti decisivo è arrivato con la datazione al carbonio. Per la prima volta abbiamo avuto un metodo che ci ha consentito di datare lo sviluppo delle culture in diverse parti del mondo, un metodo sganciato dalle ipotesi. Questo è stato uno dei grandi motori del cambiamento nello studio dell'archeologia preistorica. Un altro progresso molto recente è dovuto all´applicazione degli studi sul Dna: gran parte di quanto abbiamo appreso proviene dall'analisi di campioni di esseri umani viventi e dalla successiva osservazione delle analogie o delle differenze per quanto riguarda gli alberi genealogici. Grazie a questo metodo, è chiaro che la nostra specie, l'Homo sapiens sapiens, ha avuto origine nella sola Africa, e sappiamo anche quando: all´incirca 120 mila anni or sono. Stiamo cominciando a imparare molte cose sulla storia delle origini e della diffusione della nostra specie grazie agli studi sul Dna. In precedenza, ci si basava solo sui fossili rinvenuti nelle caverne e nelle falde in Africa e altrove, mentre oggi il Dna ci apre nuove strade. Tutte le nostre conoscenze della preistoria si stanno evolvendo in questo decennio grazie a quegli studi. Altre cose cambieranno con lo studio dei meccanismi di funzionamento del cervello. Quando capiremo meglio come funziona il cervello e come sono emerse le capacità del tutto speciali degli umani, quando sapremo meglio cosa cercare e come trovarlo, allora scopriremo anche cose ancor più interessanti sul periodo preistorico».

Giulio Giorello
Prometeo, Ulisse, Gilgamesh

Giornale di Brescia 22.11.04
CULTURA
Il filosofo Giorello riflette sulla valenza attuale di Gilgamesh e altre due grandi figure della tradizione
I miti antichi, ombre del futuro
«Prometeo e la manipolazione della vita, Ulisse negli orizzonti della fisica»
di Maria Mataluno

«Coi miti non bisogna avere fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi (…) su ogni dettaglio, (…) senza uscire dal loro linguaggio di immagini». È con questa frase di Italo Calvino che Giulio Giorello introduce il suo saggio Prometeo, Ulisse, Gilgamesh. Figure del mito (Raffaello Cortina, 250 pagine, 18.50 euro), nel quale propone un’affascinante interpretazione di tre miti antichi che tuttora, persino in quest’era disincantata, continuano a plasmare la realtà e la nostra percezione di essa. Perché le figure del mito, scrive Giorello, «calcano la scena del mondo, diverse e pur sempre identiche nel loro "discorso". Non si risolvono in un repertorio cui possiamo liberamente attingere. Piuttosto, dispongono del loro (e del nostro) destino, provocando la loro (e la nostra) metamorfosi». Al prof. Giorello, che insegna Filosofia della scienza all’Università di Milano, domando cos’abbiano ancora da dire le "figure del mito" all’uomo di oggi.
«La risposta a questa domanda l’ha data uno degli autori di riferimento del mio libro: Percy B. Shelley. L’autore del Prometeo liberato scrisse che le grandi favole antiche non sono semplici voci provenienti dal passato, ma ombre del futuro proiettate sul presente. I miti, insomma, ci aiutano a prevedere come il futuro plasmerà il presente. In un’epoca in cui l’ingegneria genetica ci permette d’intervenire sulla creazione e sulla propagazione della vita, i miti di Prometeo e di Ulisse, ossia del dio che donò agli uomini il fuoco e dell’eroe che superò ogni limite umano per assecondare la sua sete di conoscenza, sono più che mai adatti a simboleggiare la prodigiosa capacità che la scienza ha di trasformare il mondo». «Invitandoci a "non viver come bruti" ma a inseguire "virtute e conoscenza", Prometeo e Ulisse ci spingono a migliorare ciò che nella natura può essere migliorato, ma ci ricordano anche la nostra condizione paradossale, e per certi versi spaventosa, di poter fare quello che sino ad oggi era possibile solo a Dio. C’è qualcosa di prometeico nella nostra capacità di manipolare la vita - e non a caso Mary Shelley pose come sottotitolo al suo Frankenstein "Un Prometeo moderno", - e c’è qualcosa di odissiaco nella fisica contemporanea, che partendo dallo studio delle particelle elementari della materia arriva a indagare le origini e la fine dell’Universo».
Se la fisica contemporanea attinge allo spirito di Ulisse, è a Prometeo che lei riconduce la filosofia della natura seicentesca.
«Già nella tradizione classica di Eschilo e di Esiodo, Prometeo è il dio che insegna all’uomo non solo l’uso del fuoco e delle arti, ma anche come calcolare le orbite dei pianeti. Per questo per Shelley il vero Prometeo è Isaac Newton, colui che svelando l’ordine e il movimento dei corpi celesti ha emancipato l’uomo da secoli di ignoranza e di superstizione. Tuttavia per Newton c’è bisogno di una mente creatrice, una Provvidenza divina in grado di controllare che la macchina della natura funzioni al meglio e di ripararne i "guasti", mentre per Shelley questa è autosufficiente, non ha bisogno di un’intelligenza superiore. Perciò lo spirito prometeico, ossia di colui che si ribellò all’autorità di Giove per conferire all’uomo la più assoluta indipendenza, è incarnato ancor meglio da Erasmus Darwin, il nonno di Charles, il grande naturalista che cantava in versi la molteplicità degli esseri viventi e che tentò di spiegare ogni fenomeno della vita riconducendolo solo alla Natura». «Così nel romanzo di Mary Shelley, moglie di Percy, è una scintilla elettrica ad animare la creatura del dottor Frankenstein, dimostrando come il segreto della vita vada cercato all’interno, e non al di là, della natura. Il vero Prometeo, insomma, è la tecnica, che mette gli uomini di fronte alla responsabilità di divenire padroni della vita e della morte: se saranno deboli nell’assumere questa responsabilità, saranno distrutti; se invece sapranno dominare un simile segreto, inizieranno una nuova, appassionante fase della loro avventura».
È un invito a una consapevolezza dei suoi limiti anche quello che Ulisse fa all’uomo contemporaneo. Ma in che modo l’Ulisse di James Joyce ha contribuito a plasmare questa figura del mito?
«Joyce ha sviluppato un’intuizione che era già presente nell’interpretazione platonica di questo mito. Ulisse è stufo di fare l’eroe: smessi i panni di uomo eccezionale, indossa quelli di un comune agente di commercio nella Dublino del primo Novecento. Un uomo come tanti, dalle origini ebree ma convertitosi al cattolicesimo - e qui Joyce sposa la tesi che il mito di Ulisse non sia nato in Grecia, ma in ambiente mediorientale, forse fenicio, - innamorato della moglie che lo tradisce, un marito che compie un’infinità di adulteri mentali ma poi finisce sempre per ritornare al suo "letto avito". Nell’era del disincanto, dopo il crollo dei grandi ideali, è questo l’unico eroismo possibile: essere un uomo qualunque in una città qualunque, un "inquieto palestinese" che con il coraggio e la prudenza di Ulisse si aggira in un mondo popolato di Polifemo ebbri di whisky e di svariate Circe senza più mistero: un mondo tranquillamente grigio, all’apparenza, ma in realtà animato da quegli eroici furori che non squassano solo l’animo di Bloom, ma anche quello di un Paese che presto sarebbe divenuto teatro di sanguinose ribellioni in nome della libertà».
Veniamo infine al terzo dei grandi miti che lei prende in esame, quello di Gilgamesh.
«È uno dei miti più antichi, ma soprattutto è quello che più di ogni altro rivela il legame profondo che esiste tra mito e poesia, dimostrando la capacità di quest’ultima di incidere sulla realtà e sulla storia, trasformandole. Per due terzi dio e per un terzo fin troppo umano, il sumerico Gilgamesh soffre vedendo gli uomini alle prese con la sofferenza e con la morte, e ingaggia una disperata battaglia contro il dolore. Questo suo generoso sforzo non potrà andare a buon fine, e Gilgamesh dovrà arrendersi alla necessità del male. Gilgamesh però mette la sua storia per iscritto, tramutando il suo dramma in poesia; e dimostra come la poesia sia l’unica via di fuga dall’inferno quotidiano». «Un concetto che è stato espresso nel modo più efficace da Ezra Pound, che proprio a Gilgamesh s’ispirò:
"Ho perso il mio centro
a combattere il mondo
scrisse mentre era rinchiuso in carcere a Pisa
I sogni cozzano
e si frantumano. (…)
Ho provato a scrivere il Paradiso
non ti muovere,
Lascia parlare il vento
Così è il paradiso"».

«la guerra non è più giustificabile»

La Stampa 22 Novembre 2004
SETTE FORTI RAGIONI PER USCIRE DAL CIRCOLO VIZIOSO DELLA VIOLENZA: PENA IL CADERE IN UNA NUOVA BARBARIE
Perché la guerra non è più giustificabile
di Giuliano Pontara

ERAVAMO molto amici. Incontrai Norberto e Valeria agli inizi degli anni Sessanta. So dai molti incontri, pubblici e privati, che ebbi con Norberto nel corso di quarant’anni, che il problema pace/guerra, nell’era delle armi di distruzione di massa, lo sentiva in modo angosciante. A questo problema, che riteneva «uno dei grandi e terribili problemi del nostro tempo» - forse il più grande e terribile - Norberto dedicò molta attenzione in molti scritti di cui i primi risalgono agli inizi del ‘61. Sostenne in varie occasioni che «nelle circostanze attuali non è più possibile giustificare la guerra», e di fronte alle prospettive di una guerra nucleare disse che «siamo, almeno potenzialmente, tutti quanti obiettori di coscienza». Inaspettata fu quindi la sua presa di posizione, nel ‘91, quando sostenne che la guerra contro l’Iraq era «una guerra giusta». Nell’intenso dibattito che ne seguì egli cercò di chiarire che la sua posizione non era una posizione etica, bensì strettamente giuridica, ossia che per «guerra giusta» non intendeva «guerra eticamente giustificata», bensì «guerra legale» ossia conforme alla legge, nella fattispecie al diritto internazionale e alla carta dell’Onu. Ma, a ben guardare, era comunque una posizione che affondava le sue radici in una concezione etica, più precisamente in un’etica della responsabilità, dei risultati, cui espressamente Norberto Bobbio più volte si richiamò nel corso del dibattito. E dietro c’era anche un’adesione, sia pure critica, ad una dottrina dei diritti umani, che è appunto una dottrina etica, ancor prima che giuridica.
Muovo da tale dottrina, e pongo la seguente questione: dato, o concesso per amore dell’argomento, che vi siano diritti umani fondamentali - un diritto alla vita, a non essere torturato, alla salute - è eticamente giustificato violare i diritti fondamentali di alcuni al fine di tutelare quelli di altri? La questione si pone in modo particolarmente drammatico in relazione alla guerra, includendo nel concetto di guerra la guerra tra Stati, tra comunità internazionale e singoli Stati, la guerra civile, la guerriglia, il terrorismo («guerra diluita» come la chiamava Bobbio).
Può essere giustificata la guerra sulla base dell’etica della responsabilità? In via di principio sì: dipende, appunto, dalle conseguenze e dalle alternative in gioco.
Si possono però far valere alcune forti ragioni a sostegno della tesi generale per cui la guerra, intesa come impiego sistematico della violenza armata, oggi non può essere giustificata.
Enumero in tutta brevità sette ragioni:
1) La guerra è diventata un massacro di massa su scala industriale; essa comporta con certezza, in ragione dei mezzi usati, stragi e inflizioni di sofferenze immani.
2) La guerra comporta con certezza gravi e vaste violazioni, collaterali o meno, di diritti fondamentali di innocenti - presenti e futuri.
3) ante eventum, è sempre incerto se l’impiego massiccio della violenza armata effettivamente conduca alla tutela di tutti quei diritti che con essa si vogliono (eventualmente) tutelare.
4) Vi è un’alta probabilità che nel corso di qualsiasi guerra s’inneschino vasti processi di de-umanizzazione, brutalizzazione, deresponsabilizzazione, i quali, man mano che la guerra procede, inducono ad accettare forme sempre più massicce, distruttive e indiscriminate di violenza.
5) Alla guerra è sempre più connessa una tendenza alla militarizzazione della società, militarizzazione che pone sempre più a rischio il buon funzionamento, o addirittura l’esistenza di quelle istituzioni democratiche, di quei controlli dal basso, che parrebbero necessari per una tutela effettiva dei diritti umani fondamentali.
6) Vi è un rischio che ogni guerra contribuisca ulteriormente al processo storico di escalation e di globalizzazione della violenza armata: quel processo che nel corso di millenni ha visto gli uomini passare da conflitti violenti locali, combattuti con armi rudimentali, di portata distruttiva molto limitata, alle due guerre mondiali del secolo scorso, e quelle che, sulla loro scia, ne sono seguite.
7) E vi è il rischio, associato con il processo di escalation e globalizzazione della violenza, che si verifichi una guerra catastrofica per l’intero genere umano, la guerra dell’Armageddon (la guerra di un’ora, di cui si parla nell’Apocalisse), scatenata dal popolo di dio di turno, o magari per sbaglio - una violazione apocalittica di diritti fondamentali. L’entità di questo rischio è difficile da stabilire, ma sappiamo che nell’era della proliferazione delle armi termonucleari, biologiche e chimiche esso è maggiore di zero: il che significa che, pur assumendo che tale rischio sia molto basso - ma non lo sappiamo -, la enorme violazione di diritti fondamentali connessa con una guerra dell’Armageddon è un male talmente grande che la violazione attesa di diritti connessa con la guerra oggi è molto alta.
Di fronte a tutto ciò la ragione ci dice che dobbiamo uscire dal circolo vizioso della violenza, pena il cadere in una nuova barbarie.

domenica 21 novembre 2004

ancora sul congresso dell'UAAR a Firenze
impennata degli iscritti

Repubblica, edizione di Firenze 21.11.04
IL CASO
Al Palacongressi il sesto convegno nazionale
Impennata di iscritti all'Unione degli atei
"Merito della nuova temperie integralista alimentata anche dal dibattito da crociata sulle radici cristiane dell'Europa"
di MARIA CRISTINA CARRATÙ

SONO ATEI, agnostici, razionalisti, cioè convinti che Dio non esista, o che sia del tutto inutile porsene il problema, e che nella ragione l'uomo disponga di un mezzo (e di un fine) più che sufficiente per vivere. Opinioni largamente condivise, ma per affermare le quali in una «repubblica cattolica» come l'Italia, «soffocata dall'influenza religiosa», ovvero «per interloquire con lo Stato come cittadini, e non come credenti, come nelle repubbliche islamiche», bisogna «alzare la voce», sostiene l'Uaar, l'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, da ieri a Palazzo dei congressi per il suo 6° convegno nazionale - con tanto di gadget (la vistosa maglietta gialla già esibita ai gay pride) e stand di libri (da Darwin, a Shopenhauer, al Processo alla sindone, alle Pagine anticlericali di Ernesto Rossi, al Gesù lava più bianco sul marketing della Chiesa). E che, come informa il segretario nazionale Giorgio Villella, «festeggia una vera impennata di iscrizioni», dai poco più di duecento di due o tre anni fa, al migliaio raggiunto negli ultimi mesi. Merito (o colpa) della «nuova temperie integralista» , alimentata, sostiene Villella, dal «dibattito da crociata» sulle radici cristiane dell'Europa, come dalla «vittoria "etica" di Bush», ma, già dal 2000, «dalla grancassa del Giubileo» - e da cui, secondo l'Uaar, «la stragrande maggioranza dei cittadini, convinti che i diritti umani vadano patteggiati con loro, e non con la Chiesa, si sente esasperata».
Oltre alla «promozione della conoscenze delle teorie atee e della laicità dello Stato», come da Statuto, il fronte più visibile di impegno del «sindacato dell'orgoglio ateo» sono le battaglie civili: da quella per il riconoscimento delle coppie di fatto e dei diritti dei gay (ovviamente, matrimonio compreso), a quella per l'eutanasia, a quelle contro la legge sulla fecondazione, contro i soldi alle scuole private, «cioè dei preti», contro l'immissione a ruolo degli insegnanti di religione. Fatte anche a colpi di carte bollate, per esempio contro il crocifisso in aula, di cui per la prima volta discuterà la Corte Costituzionale proprio per merito di un socio Uaar di Abano. Mentre la campagna per «sbattezzare l'Italia» (il cui manifesto è un'Italia sanguinante inchiodata a una croce) ha già ottenuto dal garante per la privacy che i parroci siano obbligati a depennare dai loro archivi chi non vuole essere identificato come battezzato.
«La verità» sostiene Villella, «è che in questo paese tutti i governi sono ricattati dalla Chiesa, capace di spostare appena un 2% di consensi, ma quanto basta, visto l'equilibrio fra centro destra e centro sinistra, a renderlo indispensabile». Col risultato, deludente per chi, in fondo, si sente attratto dall'area politico-culturale tradizionalmente più comprensiva con atei e razionalisti, «che nemmeno la sinistra potrà mai schierarsi contro la Chiesa». L'opzione politica autenticamente laica, insomma, al di là delle parole d'ordine, «non è più rappresentata da nessun partito», mentre, fa notare Villella, si cercano consensi su veri e propri «equivoci» come il «dialogo interreligioso» («in realtà, chi crede a una verità rivelata, vorrà sempre imporre la sua») e l'idea di Stato «multireligioso» (che «tratta con gli imam, invece di offrire agli islamici istituzioni davvero laiche in cui inserirsi»). Fra i soci dell'Uaar spiccano personaggi del calibro di Piergiorgio Odifreddi, Margherita Hack, Valerio Pocar, raffinati pensatori della «irrepresentabilità dei problemi ultimi» come Luigi Lombardi Vallauri, nonché Sergio Staino, eletto a vignettista ufficiale. E che ha subito disegnato il suo Bobo intento a spazzar via anche il crocifisso insieme a tutta la «spazzatura» di simboli religiosi (e ideologici: dal candelabro ebraico, al pugno chiuso, alla cazzuola massonica). Osservato dalla figlia soddisfatta che, con in mano un cuore, dichiara: «Ci basta questo».

sinistra
Bertinotti verso il congresso
...e altro

APCOM.it 20.11.04
PRC/ BERTINOTTI: VERSO IL CONGRESSO CON UNA MAGGIORANZA AUTOSUFFICIENTE
Probabilmente saranno 6 i documenti alternativi al segretario

Roma, 20 nov. (Apcom) - "Come sempre fin qui anche in questa occasione c'è una maggioranza autosufficiente". Con questa convinzione, calcoli alla mano, il segretario del Prc Fausto Bertinotti si appresta ad affrontare il congresso del partito fissato per marzo 2005. Bertinotti parla con i giornalisti in un pausa del Comitato Politico Nazionale che tra oggi e domani voterà i documenti congressuali presentati. Al momento, sembrerebbe che siano 6 i documenti alternativi a quello del segretario che verranno presentati al congresso.
"Questa maggioranza autosufficiente - ha detto Bertinotti - riferendosi al suo documento congressuale delle '15 tesi' - ha privilegiato una chiarezza di confronto sulla linea politica. È importante perché l'accumulazione di energia per un progetto politico e di partito dipende da un consenso interno, ma soprattutto dall'idea sulla società che ci circonda. Ho aperto il dibattito sulla non violenza e oggi una parte importante dei movimenti è coinvolta nella discussione politica attraverso questa discussione".
Bertinotti vede come "consuetudine" il fatto che vengano presentate mozioni alternative alla sua. "I partiti - dice - sono divisi in maggioranza e opposizione. È fisiologico. Il giorno in cui non lo saranno, non saranno più dei partiti. Se è per questo - ha continuato - lo scorso congresso è stato ancora più acrobatico, con la presentazione di diverse mozioni che avevano al loro interno degli emendamenti". Del resto, ha concluso, "chi dice adesso che esce dalla maggioranza del partito, in realtà ha sempre votato contro".

L'Unità 21.11.04
Così andrà a Congresso il segretario di Rifondazione comunista. Che mantiene però ben salda la maggioranza del partito. Ed è fiducioso sulla Gad
Cinque mozioni per contrastare il Bertinotti «di governo»
di wa.ma

Repubblica edizione di Firenze 21.11.04
L'INCONTRO
Da Asor Rosa alla Rossanda: lista di sinistra accanto alla Fed

FIRENZE - Un'aggregazione della sinistra a fianco della federazione tra Ds, Margherita e Sdi. Un patto tra Rifondazione, Comunisti italiani e movimenti. L'idea lanciata un mese fa da Alberto Asor Rosa trova la prima sponda a Firenze dove, davanti a cinquecento persone, la sinistra Cgil ha anche proposto una lista unitaria della sinistra accanto a Uniti per l'Ulivo. «Adesso ne parleremo ai tavoli nazionali», ha detto lo stesso Asor Rosa, invitato ad un dibattito assieme a Rossana Rossanda dallo storico Paul Ginsborg, promotore del "Laboratorio per la democrazia".

stesso luogo:
Convegno promosso da Ginsborg con Rifondazione, Comunisti e movimenti
La sinistra critica cerca unità
"Presentarsi alle regionali con una sola lista"
Proposto un tavolo nazionale con tutti i soggetti
Presenti Asor Rosa e Rossana Rossanda Lo storico inglese: "Una strada in salita ma ne sento la necessità storica"
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Corre avanti Giampaolo Patta, leader nazionale della sinistra Cgil: «Non capisco perché qui in Toscana la sinistra unita non si presenta alle prossime regionali», sostiene. Ma alle cinquecento persone riunite ieri pomeriggio al Convitto della Calza per riflettere sulla «possibile nuova sinistra», non appare come una provocazione: è il punto d'approdo che tutti hanno in testa.
Una lista della sinistra, che metta insieme Rifondazione, Comunisti italiani e movimenti, a fianco della lista unitaria targata Ds, Margherita e Sdi. Il riformismo radicale alla pari col riformismo moderato, secondo il linguaggio dello storico Paul Ginsborg che si è personalmente adoperato per questo dibattito. Il primo dopo la proposta di mettere insieme i vari pezzi della sinistra lanciata un mese fa da Alberto Asor Rosa sulle pagine del «Manifesto», al quale partecipano, oltre allo stesso Asor Rosa, un'autorità della sinistra critica italiana come Rossana Rossanda, accolta con un grande applauso, e un prete scomodo come don Alessandro Santoro delle Piagge.
«La strada è tutta in salita ma vedo anche la necessità storica», parte Ginsborg. In pratica, la necessità, chiarisce la consigliere comunale d´opposizione Ornella De Zordo, «di stare insieme per far sì che il programma della Grande alleanza democratica non lo scriva Rutelli». Un Asor Rosa entusiasta della sala affollata propone di dar vita ad una «Camera di consultazione»: ad un tavolo nazionale cioè con tutti i soggetti interessati al progetto di una formazione di sinistra che raggiunga il 12-13 per cento. Dentro la Grande alleanza, Asor Rosa vede la sinistra e la lista Uniti per l'Ulivo come due «sfere che si toccano, e più si toccano meglio è». Don Santoro cita Pasolini, avverte che di fronte a tutto quello che sta accadendo nel mondo «non è più possibile parlare di riformismo», che si deve «abbassare lo sguardo» per rivolgersi agli ultimi. Ma per questo, insiste don Santoro, «occorre una nuova cultura politica».
Giuseppe Chiarante, presidente dell'associazione «Rinnovamento della sinistra» è scettico: «Unire i vari pezzi? Quello che manca è il fondamento culturale e politico, per questo che c'è ancora divisione». Anche il biologo Marcello Buiatti sorvola sul progetto unitario. Ma Rossana Rossanda, rivendicando con orgoglio la sua appartenenza comunista e marxista a fianco di un Ginsborg che parla del comunismo come un «fenomeno del '900 che non può essere punto di partenza per una sinistra nuova in un secolo nuovo», sposa l'idea del progetto unitario della sinistra: «Spero vada avanti», dice.
Ginsborg se la prende con il direttore di Rai 3, «che non ha inviato neppure una telecamera». Ma poco importa ad Asor Rosa: «Il progetto va avanti, verrà riproposto al tavolo nazionale ma non chiamatelo col mio nome, chiamatelo progetto della Calza». In sala i potenziali diretti interessati della rivoluzione che si annuncia: il segretario dei Comunisti italiani Lorenzo Marzullo, dei Verdi Mauro Romanelli e di Rifondazione Niccolò Pecorini, che subito esulta: «Mi piace». Uno ad uno si alternano al microfono per un saluto. Non si sbilanciano, anche se si sa che a fronte della contrarietà dei Verdi, Rifondazione e Comunisti stanno già discutendo a livello regionale della possibile prospettiva unitaria.
Si apre il dibattito. E, nonostante la tessera Ds, interviene il presidente del Consiglio comunale Eros Cruccolini: «Le assemblee sono aperte e tutti possono essere invitati, senza veti di nessun genere», dice riportando alla mente di tutti l'invito di Ginsborg all'assemblea del presidente regionale Claudio Martini e il non-gradimento del sindaco Leonardo Domenici. Cruccolini non si ferma: «Il centrosinistra e i Ds, oggi alla prova di un congresso che non entusiasma, dovrebbero riflettere sul ballottaggio ma anche i movimenti dovrebbero accettare l'invito del sindaco per le assemblee previste dal percorso di partecipazione».
Dopo quattro ore, alle 19.30 Asor Rosa chiede al pubblico se il progetto unitario deve andare avanti o no. La platea risponde con un applauso, compreso quello di Pecorini e di Marzullo. E le ultime parola di Asor Rosa sono per un «progetto plurimo e bifronte». Plurimo come le tante anime della sinistra. Bifronte perché se da una parte deve guardare alle istituzioni dall'altra deve saper rapportarsi all'esperienza dei movimenti.
(m.v.)

...intanto i "disobbedienti" vanno per la loro strada:
La Nuova Venezia 21.11.04
Più di mille per ascoltare Toni Negri e Naomi Klein

Liberazione 21.11.04
La grande occasione per la Gad
di Piero Sansonetti

La sinistra non può buttare al vento la grande occasione che ha davanti a sè. La crisi del centro-destra non è "propaganda": è il fatto del giorno. Crisi vera. Non è da escludere l'ipotesi che si vada davvero ad elezioni anticipate, e l'alternativa alle elezioni è un biennio di logoramento mortale per il centrodestra. Questa crisi nasce da due fattori. Il primo è il disfacimento del sistema di alleanze politiche creato da Berlusconi, che era stato la chiave della vittoria elettorale del 2001. Il secondo fattore è lo sgretolarsi del progetto economico. Il cuore del progetto economico di Berlusconi era il taglio delle tasse, quindi l'aumento della ricchezza dei ceti alti e medio-alti, quindi l'incremento robusto dei consumi e soprattutto dei consumi di lusso, quindi la ripresa della produzione e in parte dell'occupazione. Questo meccanismo avrebbe portato in alto l'economcia, rafforzato il blocco sociale del berlusconismo, creato nuove alleanze tra ceto medio e grande borghesia, dato una sostanza e un riferimento sociale alla coalizione, cioè alle alleanze politiche. Però si è inceppato. Le risorse per tagliare le tasse non si sono trovate e quello che Berlusconi immaginava come un circolo virtuoso è diventato circolo vizioso. I due fattori della crisi del governo - vedete - si tengono insieme: le alleanze politiche sono saltate perché la politica economcia ha fallito: il venir meno del blocco sociale ha messo in moto una contrapposizione di interessi che dissolve le alleanze politiche. Berlusconi ora vorrebbe in extremis salvare il suo disegno di tagli fiscali, e di smantellamento del principio della progressività del sistema delle tasse (paga di più chi ha di più, paga di meno chi ha di meno), cercando i soldi nelle tasche di ceti e gruppi sociali che sono quelli di riferimento anche di partiti suoi alleati, come il partito di Fini o i cattolici moderati. Non funziona, non può funzionare.
L'occasione che si presenta adesso davanti alla sinistra è molto grande. Non è semplicemente la possibilità di vincere le elezioni, è molto di più: è l'opportunità di rovesciare il berlusconismo. Se la sinistra perde questa opportunità difficilmente potrà giocare nei prossimi anni il ruolo che le compete, e cioè quello di dirigere una profonda trasformazione dell'Italia, del suo modello sociale, delle relazioni economiche e industriali, dell'equilibrio tra i ceti e le classi, degli assetti che determinano la distribuzione delle risorse.
Cos'era il berlusconismo? Un'idea secondo la quale al centro di tutto è il profitto, le possibilità di aumentarlo, di reinvestirlo, di proteggerlo da meccanismi legislativi troppo pesanti e dalle mire redistributive dei sindacati e dei partiti di sinistra. Quindi il mercato come regolatore principale della Storia, e una concezione dello Stato non come moderatore ma come esaltatore del mercato. E l'impresa al posto d'onore nell'organizzazione della società, l'impresa vista non come una "parte" della società ma come rappresentante dell'interesse generale.
Di fronte alla crisi del berlusconismo - e dunque di questa concezione della comunità e dello Stato - la sinistra ha due scelte. La prima è una scelta conservatrice, la seconda è una scelta di rottura e di progetto. La prima scelta è quella di restare in attesa, in posizione subalterna. Facendo questo calcolo: comunque, la disfatta del centrodestra porta vantaggio e consensi a noi, non bisogna fare niente per impedire questo spostamento automatico dell'opinione pubblica. Stare fermi e raccogliere i frutti. Con quale programma? Quello di gestire la crisi del berlusconismo da una posizione di forza. Cioè offrendosi ai poteri forti come unica alternativa al disfacimento della destra. Una ciambella di salvataggio per la borghesia italiana, che si accorge di avere perso Berlusconi ma non intende perdere il proprio potere e la società dei profitti. Tommasi di Lampedusa diceva: i gatttopardi.
La seconda soluzione è quella di rottura. Candidarsi non al governo e basta, ma al governo di un processo di cambiamento profondo dell'Italia e di creazione di un modello nuovo. Un sistema fiscale più progressivo e più solidarista di prima, un sistema di leggi che sia a favore dei diritti e non dell'impresa, un sistema sociale aperto, che dia spazio e risorse ai migranti, che punti sulla sicurezza sociale e non sull'ordine pubblico, che sviluppi l'istruzione e il welfare. Per fare questo bisogna cambiare tutta la scala dei valori: il valore non è più lo sviluppo della ricchezza ma lo sviluppo della comunità. Badate che è una rivoluzione: l'obiettivo non è "avere di più", ma stare di più "insieme", in modo più egualitario, solidale, pacifico.
E' questa l'opportunità che abbiamo. Se facciamo la scelta dei Gattopardi la gettiamo via. Allora Berlusconi può anche perdere le elezioni ma resterà in sella. E' un banco di prova formidabile per quella nuova coalizione politica che è stata battezzata Gad. E' in queste settimane che la Gad può dimostrare di essere all'altezza dei suoi compiti o di non esserlo. Per essere all'altezza non deve pensare in nodo ossessionante solo a come vincere le elezioni, ma anche a come governare l'Italia, che è il problema vero.
Piero Sansonetti

sabato 20 novembre 2004

Ferdinando Camon, su Tuttolibri
maestri e allievi

La Stampa Tuttolibri 20.11.04
Maestro e allievo l’eros della dedizione
Le lezioni di Steiner: Socrate-Alcibiade, Abelardo-Eloisa, Heidegger-Arendt, un legame non per l'opera o lo studio, ma per la vita
di Ferdinando Camon

LA lettura di questo libro è un'avventura dello spirito. Steiner ragiona sui tipi di rapporto tra maestri e discepoli: i maestri che han distrutto i loro discepoli sia psicologicamente sia fisicamente («il dominio dell'anima ha i suoi vampiri»), i discepoli che hanno rinnegato e fatto morire i loro maestri, e infine il rapporto maestro-discepolo che genera un eros di reciproca dedizione, per cui insegnare diventa un insegnarsi, come nel legame Socrate-Alcibiade, Abelardo-Eloisa, Heidegger-Arendt. Un legame non per l'opera o per lo studio, ma per la vita. Si insegna «mediante l'esistenza». Perciò il mezzo primario per l'insegnamento è la parola, non la scrittura. La parola è contatto, la scrittura è distanza. L'insegnamento è lezione. Non in senso strettamente accademico: Schopenhauer e Nietzsche erano esterni all'università, Sartre insegnava al liceo, Wittgenstein disprezzava la cattedra, Freud non l'aveva. Non esiste vita all'infuori dell'insegnamento («io, pensionato, sono orfano», dice Steiner, che più tardi si vanta: «ho allievi in cinque continenti»). La fusione di insegnare con apprendere realizza una unione in cui è implicito l'erotismo: tanto è intenso il legame Socrate-Alcibiade, quanto è arido («desolato») il matrimonio di Socrate con Santippe (più avanti, all'intensità del legame Heidegger-Arendt fa da contrappunto il vuoto nel matrimonio Heidegger-Elfride, anche se Heidegger non lo ammette mai). La sessualità non può «mai» essere esclusa nel rapporto dell'insegnamento, perché è un rapporto che non esclude nulla. Il maestro dà più di quanto ha. Se dà quanto ha, è un pessimo maestro, che crea imitatori (come nelle scuole di scrittura, che sono un'assurdità). In realtà il vero maestro è colui che mette l'allievo in condizioni di superarlo. Il maestro deve «suicidarsi» nell'insegnamento, e trovare qui la propria realizzazione. L'allievo che non supera il maestro, magari perché muore prima, è un traditore. Anche se non c'è dolore più grande che vedersi superato, o spostato, o contraddetto. E' come sentirsi «nato per niente», per dirla con le parole di Tycho Brahe quando, in punto di morte, si vedeva smentito da Keplero.
I figli che uccidono i padri per diventare se stessi e crearsi lo spazio vitale, sono la spina dorsale nella ricerca di Steiner. Tra tutte, la storia di Heidegger che abbandona, umilia e deride il maestro Husserl, incamminandosi verso un'altra fenomenologia. Ma è soprattutto la storia del rapporto tra Brod e Kafka, in cui Brod, pubblicando postume le opera dell'amico-rivale, accetta di diventare un minore, un minimo, e di venire cancellato: qui «la suprema moralità diventa autodistruzione». Husserl aveva perso un figlio nella prima guerra mondiale, ma allevandosi Heidegger era convinto di essersi creato un altro figlio e un continuatore. La via per cui Heidegger scavalcò il maestro ha però dell'ambiguità per cui Heidegger tradisce anche se stesso, e le proprie premesse: quando Husserl viene espulso dall'insegnamento perché ebreo, Heidegger, che ha preso il suo posto ed è diventato rettore dell'università, mai lo aiuterà, e più tardi non andrà nemmeno al suo funerale, anzi eviterà persino di mandare un telegramma alla vedova. Su Heidegger che voleva diventare il Fuehrer del Fuehrer, Steiner ha qui delle pagine sottili ma non chiarissime, perché si fermano un passo prima della condanna. Come nel caso di Nietzsche (servì o non servì al nazismo per farsi un alibi?) o (ma niente lo costringeva a spingersi fin lì) a Toni Negri (è o non è responsabile dell'uso che han fatto delle sue teorie gli allievi asssassini?). Se il maestro è un pericoloso maestro, chi lo applica è lui responsabile dell'applicazione. Sì, sarà così. Ma il maestro è responsabile di aver costruito un sistema applicabile in quel modo, di aver condotto l'allievo a quel bivio. L'allievo fa il passo sbagliato. Ma è il maestro che lo ha portato a camminare fin sulla soglia dell'errore. Completando Steiner, vien voglia di pensare che se un maestro trova il trionfo nel vedersi scavalcato dal discepolo sulla strada della verità, un altro maestro dovrebbe trovare il fallimento nel vedere l'allievo, votato ai suoi principi, deviare verso il delitto o la strage. E' strano che un libro impiantato sul parricidio dei discepoli insista così poco, una sola pagina, su quei particolari maestri che han teorizzato il parricidio come insito nel dna dei figli, con tutto il seguito che ne viene, il senso di colpa e il bisogno di espiazione. Parlo dei grandi psicanalisti, Freud e Jung e Adler e Reich. Sì, questa è una critica al libro. Ma indica anche una voglia che il libro continui ancora, e non finisca mai.
(fercamon@libero.it)

a Firenze
il congresso dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (UAAR)

Repubblica 20.11.04
Il congresso
Atei e agnostici razionalisti: no al privilegio cattolico
Sergio Staino spiega perché ha aderito all'Unione
di FULVIO PALOSCIA

«L'altro giorno una mia collaboratrice è andata all´ufficio postale. Prima di lei, in coda, c'era un signore che inviava una lettera di protesta al presidente Ciampi. Senza francobollo com'è sempre stata prassi. E invece non è più così. "Da quando le poste sono state privatizzate, solo al Papa si mandano lettere in franchigia" ha detto l'impiegata allo sportello». Certo, questa non è la ragione che ha spinto Sergio Staino ad aderire all'Uaar, l'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, «ma il fatto che il privilegio cattolico faccia sentire la sua forza anche nelle piccole cose quotidiane rafforza la mia scelta». Perché chi appartiene all'Uaar (e sono nomi illustri come Margherita Hack e Piergiorgio Odifreddi) rivendica la laicità dello stato, stigmatizza gli interventi del Vaticano nella cosa pubblica: dalle coppie di fatto alle aperture dei negozi la domenica. Di tutto questo si parlerà nel sesto congresso nazionale, oggi e domani al Palacongressi, al quale Staino interverrà: «La mia adesione all'Uaar - racconta - risale ad un anno fa dopo una lunga riflessione sull'Ulivo, che unisce i pochi resti del marxismo ai cattolici. Sodalizio che accetto, ma in cui non mi riconosco totalmente. Ecco, quello scarto tra il mio essere ateo e l'Ulivo l'ho dirottato sull'Uaar. Credo anche che da queste associazioni potrà essere portato avanti il dibattito con la chiesa su temi come la procreazione assistita, le cellule staminali. E l'insegnamento della religione nella scuola, che indigna anche molti cattolici illuminati. Certe volte mi scopro a pensare che Padre Balducci avrebbe senza dubbio guardato con curiosità a questa associazione e, nella sua visione panteistica della realtà, l'avrebbe sicuramente indicata come esempio di vera fede».

sestopotere.com
CROCIFISSI NELLE SCUOLE, GLI ATEI E GLI AGNOSTICI ITALIANI SI PRONUNCIANO A CONGRESSO

(Sesto Potere) - Firenze - 16 novembre 2004 - Nei giorni di sabato 20 e domenica 21 novembre 2004 si terrà a Firenze, con il patrocinio della Regione Toscana, il VI congresso nazionale dell’UAAR, l'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
L’associazione - costituitasi di fatto nel 1987 e legalmente nel 1991 - presentandosi al pubblico con dibattiti e altre iniziative ritiene di fondamentale importanza la partecipazione al congresso di tutti i soci (sono 200 i delegati), al fine di confrontarsi sulle molte tematiche che hanno reso, in questi ultimi anni, la realizzazione della laicità "sempre più problematica" ma, al contempo, ritenuta "sempre più indispensabile nel nostro Paese e nel contesto internazionale".
Il congresso dell'Uaar potrà fare da cassa di risonanza alla campagna nazionale dal titolo 'Scrocifiggiamo l' Italia' e precederà l'attesa pronuncia della Corte costituzionale sulla vicenda dei crocefissi nelle aule scolastiche.
Gli obiettivi primari dell’UAAR rimangono la lotta per la libertà e l’effettiva laicità dello Stato contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza, e l’approfondimento del pensiero razionalistico e scientifico come fattori di emancipazione culturale e sociale.
L' Unione atei e agnostici razionalisti conta 19 circoli e altri 3 in costruzione, disseminati in varie regioni d' Italia e vanta tra i componenti del comitato di presidenza studiosi come Margherita Hack e Piergiorgio Odifreddi.(Sesto Potere)

Ds
una proposta di legge sulla fecondazione
per impedire il referendum

Repubblica 20.11.04
Senato, 17 articoli presentati da Angius. "Sugli embrioni decida la coppia"
"Sì alla fecondazione eterologa" ecco il disegno di legge dei Ds

ROMA - Tutela della salute della donna e del nascituro, libertà di accesso alla procreazione assistita, diritto del nascituro ad una identità certa e a un patrimonio genetico non manipolato, sì alla fecondazione eterologa. E ancora, divieto di disconoscere il figlio nato grazie il ricorso alla provetta, mentre sulla questione degli embrioni sovrannumerari, e dei limiti della ricerca scientifica, si stabilisce il principio di lasciare alla coppia la facoltà di decidere sul destino degli embrioni.
Sono questi i punti principali del disegno di legge presentato dal capogruppo Angius e da altri senatori diessini in materia di procreazione assistita. «Abbiamo deciso di presentare questo nuovo testo - si legge nella relazione - perché, a pochi mesi dall´approvazione della legge e del deposito in Cassazione di migliaia di firme sui referendum con cui tantissimi cittadini hanno espresso il loro profondo disaccordo con le norme approvate, diversi disegni di legge di modifica sono stati presentati in Parlamento... A nostro avviso questo non fa altro che confermare quanto dicemmo: il Parlamento ha varato una legge ingiusta, profondamente errata nei contenuti, lontana dalla buona pratica medica, una legge che non ha retto alla prova dei fatti.

abusi all'infanzia

Repubblica 20.11.04
LO STUDIO
L'Università di Milano ha condotto una ricerca sui ragazzi delle scuole medie superiori. L'Italia non è più "un'isola felice"
Abusi sessuali, l'allarme sommerso
Uno studente su 7 rivela violenze subite nell'infanzia
Raramente si tratta di episodi gravi ma lasciano comunque segni indelebili
Le vittime sono soprattutto femmine gli aggressori sono spesso in famiglia
di MARIA STELLA CONTE

ROMA - Avete mai spiato un animale in trappola? Chi ha guardato negli occhi di una bambina vittima di abusi sessuali, dice di aver visto qualcosa del genere: la stessa incapacità di reagire, lo stesso smarrimento. Perché a 8 anni non c´è scampo. A 8 anni non resta che sopportare e compiacere chi ti tiene in pugno. Aspettare che passi. Tacere. Un bambino su 7 subisce molestie sessuali. Femmine soprattutto. E i bracconieri sono i nonni, gli zii, i cugini, gli amici di famiglia; assai meno i genitori. Insomma no, l´Italia non è l´"isola felice" che conta non più di qualche centinaio di casi sfortunati l´anno. «I numeri ufficiali, se confrontati alle statistiche nazionali di altri Paesi, mostrano una situazione quanto meno irreale. Prendiamo gli Stati Uniti: fatte le debite proporzioni, l´Italia avrebbe rispetto agli Usa un tasso di vittimizzazione sessuale di 40 volte inferiore. Cosa poco credibile, a meno che non si pensi che la nostra sia una nazione talmente speciale da poter insegnare al resto del mondo il segreto della sua diversità». Il professor Alberto Pellai, ricercatore presso l´Istituto di Igiene e Medicina preventiva dell´Università degli Studi di Milano, è una vita che studia gli abusi sessuali e a questa che chiama «un´epidemia silenziosa», ha dedicato ora un libro, «Un´ombra sul cuore» a giorni in libreria per la Franco Angeli.
Centosettanta pagine che hanno come ossatura una ricerca svolta in 46 istituti superiori di Milano: 212 quinte, 2.839 questionari validi. Risultato: il 14,6 per cento dei ragazzi e delle ragazze ha dichiarato di aver subito durante l´infanzia un qualche abuso sessuale. Che non significa necessariamente violenza carnale, stupro, incesto. Ma essere stati costretti a qualsiasi cosa partorisca la miseria della mente umana: obbligati a guardare materiale pornografico; a toccare gli organi genitali di un adulto o a essere toccati; a masturbare; ad avere rapporti orali. Fino alla penetrazione. Il 12,3 per cento ha subito abusi lievi; il 2,3 gravi. Il dato è sorprendente se paragonato alle cifre ufficiali «ma riporta l´Italia ai valori europei. E´ vero, la nostra indagine è stata svolta a Milano, riteniamo però che i risultati siano attendibili anche a livello nazionale, sia perché sono in linea con tutti gli studi epidemiologici internazionali; sia perché le poche altre indagini effettuate in Italia - in Veneto, ad esempio, o a Torino - arrivano a conclusioni assolutamente sovrapponibili alle nostre».
Storie tristissime quelle raccontate dagli studenti di Pellai: ragazzi qualsiasi dalle vite qualsiasi. Storie che ti fanno venire l´angoscia: magari è accaduto anche a mia figlia e non lo so e l´ho lasciata sola. Perché una cosa li accomuna tutti: il silenzio. C´è Lorenza che veniva accarezzata dal padre. C´è Paola con il compagno della madre. E Sonia tradita dal maestro. Ecco la cosa tremenda: non sono vite violente. Qui, non troverete sangue, botte, massacri. Qui troverete solo una agghiacciante "normalità"; una ragnatela costruita ad arte con parole d´affetto, con sguardi dolci, con spregevole tenerezza. Troverete il buco della memoria nella quale ogni adolescente ha sepolto il danno subito e il dolore, come fossero stati un pedaggio da pagare per conquistare la vita domani. Avevano circa 10 anni la prima volta che qualcuno li ha costretti a guardare materiale porno; 12 quando li hanno toccati; 11 quando sono stati obbligati a toccare i genitali di un adulto; 13 alla loro prima masturbazione di un grande; 13 i maschi e 15 le femmine al primo rapporto orale o alla penetrazione. Si parla tanto di incesto - dice Pellai - ma tra gli abusi, sono "solo" il 10 per cento. Per il resto il pericolo sta negli avvoltoi che hanno sembianze di amici e parenti vari. Sta nella cecità dei genitori. Avete mai visto un animale in trappola? Il capitolo quinto inizia così.

[...]
i bambini poveri
[...]

L´indagine indaga anche a livello internazionale, svela quello che c´è oltre il nostro salotto: sopravvive in un mondo rabbioso un´infanzia fatta di povertà, traffico di organi, sfruttamento sessuale. Un´infanzia deprivata e abusata a tratti minacciosamente simile a quella che compare in alcune nostre periferie, nel sud, nei nostri angoli bui.
Povertà. Nel 2003 si contano in Italia quasi due milioni di bambini poveri, la maggioranza vive a Sud (circa 1.365 mila), segue il Nord (340 mila) e il Centro (285 mila). La povertà delle famiglie cresce con l´aumentare dei figli fino a sfiorare il 30 per cento tra quelle con tre o più bambini. L´Italia occupa il quarto posto nella graduatoria degli stati europei con i maggiori tassi di povertà infantile, preceduta da Gran Bretagna, Portogallo e Spagna.
[...]

se ci sei batti un colpo:
la società di psicoanalisi

Repubblica 20.11.04
"Non esistono criteri in grado di stabilire l´idoneità a indossare la toga"
La Società di psicanalisi contesta i test attitudinali per i magistrati

ROMA - Anche gli analisti seguaci di Freud bocciano la riforma dell´ordinamento giudiziario. In particolare la contestata previsione che una toga, prima d´essere abilitata, debba sostenere test psicoattitudinali. La Società psicoanalitica italiana esprime «la più decisa contrarietà, disapprovazione, preoccupazione». In un appello firmato da un centinaio d´analisti, definisce «tecnica» la contestazione. Scrive: «La norma sembra proporre una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica, presupponendo una capacità "scientifica" e tecnica di discriminare, attraverso test e colloqui, la specifica idoneità. È doveroso chiarire che nessun tecnico, anche solo minimamente competente in materia, saprebbe in coscienza avallare una simile supposizione o presunzione. Ciò non per un´insufficienza dei nostri strumenti d´indagine, ma in ragione di più cogenti criteri metodologici che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili».