Liberazione 7.5.05
"Mamma non mamma"...
C'è poco da festeggiare
Maria Vittoria Vittori
Dai romanzi e i manuali patinati che arrivano dagli Usa ai libri di psicoanalisi che aiutano a capire: la maternità come gioco di luci e di ombre, di amore e di odio. A volte con esiti dolorosi: di morte e di sangue
La mamma sorridente e cotonata che nel libro delle elementari vegliava sul focolare, la mamma un po' sciattona e generosa che "tutti i suoi frutti ti dà", erano, per noi figlie dei tardi anni '50, le uniche tipologie contemplate e contemplabili di mamma. Un'era dopo il femminismo, e dopo le "mamme al vento" in permanente terapia psicoanalitica e le buffe tardo-hippy descritte con sferzante ironia da Erminia Dell'Oro e Lidia Ravera, come "stiamo" a maternità?
Intanto, si registra un clamoroso balzo in avanti delle lancette dell'orologio biologico: se prima l'allarme scattava prima dei trent'anni, ora le quasi quarantenni in piena precarietà di lavoro e di esistenza sono ancora lì, a sfogliare la margherita del "mamma non mamma". Ancora una volta, sono le intrepide fanciulle americane a indicarci il cammino. I titoli riversati in libreria a ridosso della fatale festa della mamma lo confermano: c'è un'epidemia in corso di ex-fanciulle taglia 40 che alla soglia dei quaranta (anni) scoprono, con autentico terrore, di avere qualche strano meccanismo interno che le rende simili alle altre donne. A quelle che fanno figli. E così le modaiole creature che per principio non si negano mai niente, decidono che faranno un figlio, però a modo loro. Prendono lezioni via internet dall'esclusivo club "Mommy and me" si scelgono un ginecologo alla Richard Gere, si drogano d'abbigliamento premaman, come la protagonista di Sul punto di scoppiare (Mondadori, pp. 308, eur017,00) della losangelina Risa Green. Oppure, se sono scafate pubblicitarie, si organizzano una campagna promozionale tenendo il diario della gravidanza, come succede in Premaman a vita bassa di Suzanne Finnamore (Sperling&Kupfer, pp. 168, euro 15,00) anche lei targata California.
Ma dite, potevamo farci mancare, noi precarie italiane, un metodo di management applicato alla maternità? Meno male che ci hanno aiutato le consorelle losangeline facendosi confezionare dallo psicologo Spencer Johnson un manuale ad hoc, Professione mamma (Sperling&Kupfer, pp. 128, eur012,50). Fortunatamente, ci pensa l'ironia selvatica e benignesca - nel senso di derivante da Benigni - di Nicoletta Bortolotti in Neomamme allo stato brado (Baldini Castoldi Dalai, pp. 160, euro 13,40) a dissipare lo stucchevole sciame delle mamme e degli psicologi made in California. Dura la vita di queste neomamme allo stato brado: sprovviste di ginecologi alla Richard Gere, di deliziosi pancini abbronzati e delle più elementari nozioni di management. Vanno alla deriva nel gran mare della maternità senza aggrapparsi né alle rassicuranti ciambelle di salvataggio di mamme e zie mediterranee, né alle modaiole certezze delle loro consorelle americane.
Ci si può illudere fidandosi delle vernici sbrilluccicanti, della glasse zuccherine che avvolgono queste storie di mamme e le rituali celebrazioni della maternità: ma la maternità resta, sempre e comunque, evento forte e problematico. Ben lo sanno gli psicologi che dopo aver ricondotto alla figura materna ogni sorta di complesso e frustrazione, ora, forse per il preoccupante calo di natalità, fanno a gara per rassicurarci che va bene così, che non esistono mamme perfette. Grazie, ma lo sapevamo. Attraverso l'imperfezione ci siamo passate tutte; e ben sappiamo che quel "baby blues" di cui amabilmente parlano psicologi e riviste femminili non è un malinconico languore ma una depressione nera.
Di quali e quante ambivalenze sia costituita una madre ne abbiamo fatta - e ne stiamo facendo - esperienza dal vivo, e ci hanno aiutato, in questa difficilissima arte di metterci all'ascolto di noi stesse, filosofe come Luce Irigaray e Luisa Muraro, psicoanaliste come Lella Ravasi e Silvia Vegetti Finzi. Aiuta anche la letteratura, non quella edulcorata e consolatoria ma quella che sa parlare anche con voce aspra, violenta. Riesce quindi a scrostare le false certezze, le false mitologie intorno alla maternità. La maternità si lascia cogliere solo così, nelle pieghe segrete di un rapporto con i figli che è sempre e comunque conflittuale (Madre e figlia di Francesca Sanvitale, Terremoto con madre e figlia di Fabrizia Ramondino, Vincoli segreti di Grazia Livi, Figlie e madri a cura di Joyce Carol Oates): si lascia addomesticare solo da una sapiente ironia e autoironia, si lascia intravedere in tutta la sua intensità solo in certe storie cupe e paradossali.
Come accade in due libri recenti, che dal buio fitto delle vicende rappresentate riescono a riversare sulla maternità uno di quei flash potentissimi, capace di mettere ambivalenze e contraddizioni in piena luce. Nel testo teatrale di Grazia Verasani From Medea (Sironi, pp. 122, euro 10,50) è il tragico fantasma di Medea che ritorna, ripartito in quattro donne diversissime tra loro ma accomunate dall'aver levato la mano sui loro figli. Nel romanzo breve di Veronique Olmi In riva al mare (Einaudi, pp.94, euro 9,00) una mamma sta partendo con i suoi figli per una gita a lungo desiderata. Fin dalle prime battute s'avverte, con un allarme scavato nel profondo, che il loro sarà un viaggio di sola andata.
Siamo portati a liquidarli come effetto di raptus, di follia, questi casi che si leggono anche in cronaca, perché ci fanno paura. Non ne vogliamo sapere, non vogliamo capirli, non vogliamo interrogarci. Ma è la forza potente della rappresentazione a non consentirci scappatoie, a farci intuire il tremendo paradosso della maternità: «Quando uccidi tuo figlio è te stessa che fai fuori in quel momento». Perché la maternità - e fa bene ricordarlo in un tempo che banalizza sentimenti e riflessioni o li deforma in polemiche strumentali - è luce e lutto, possesso e perdita che convivono, inseparabili. Intuire che cosa c'è nel suo abisso aiuta a prendere le misure, a trovare di volta in volta un equilibrio.
Proprio perché intimamente sappiamo di quale formidabile portata siano le questioni connesse alla maternità, non possiamo lasciare che siano i politici, per di più di sesso maschile, a dibattere sui diritti dell'embrione, a cercare di stabilire, attraverso sofistiche e strumentali controversie, qual è il momento esatto nel quale inizia la vita. Quell'ovulo fecondato, barlume di vita, ha la possibilità di diventare creatura solo se la donna lo accoglie, gli dice sì.
Liberazione 7.5.05
Uno studio Eurispes sul "familismo utilitaristico": giovani a casa fino ai 34 anni
La famiglia? Rifugio contro la precarietà economica
Laura Eduati
Lo chiamano freddamente "familismo utilitaristico" e per spiegarlo possiamo dire che è la tendenza a considerare la famiglia non più come nucleo affettivo che ci accoglie, ripara e fortifica di fronte alle miserie del mondo, bensì come un modello di coabitazione che ci dà soprattutto benefici economici e sociali. A registrare il modo in cui è cambiata la famiglia è uno studio Eurispes intitolato, per l'appunto, "Familismo utilitaristico", secondo il quale oggi si fa fatica a staccarsi dal nucleo originario perché da soli è difficile far quadrare i conti. «L'emigrazione di ritorno dei figlioli prodighi, l'impossibilità materiale per diversi giovani, di abbandonare la famiglia d'origine, la difficoltà di alcuni a recidere il legame matrimoniale per via dei costi economici e sociali del divorzio o della separazione, stanno originando un modello relazionale-famigliare basato soprattutto sui benefici della coabitazione», riassume il presidente Gian Maria Fara. Sono soprattutto i figli a rimanere a casa con i genitori fino ai 30 anni e oltre, e non per mammismo. Su cento studenti ultradiciottenni, il 98% non se ne vuole andare: «Non si tratterebbe di una stranezza se parlassimo di studenti universitari che, presa la laurea (breve o lunga), a 21/25 anni, trovano un lavoro e vanno via di casa», scrive il rapporto, «il problema è che qui abbiamo "ragazzi" e "ragazze" dai 18 ai 34 anni la cui qualifica di studente nasconde nella maggior parte dei casi uno stato di inoccupazione prolungata». E che non siano tutti studenti lo conferma il fatto che l'81, 2% di loro sta cercando un lavoro; quando lo trovano, il 56% preferisce comunque stare con mamma e papà. «Più che la comodità di non doversi occupare di se stessi o di una propria famiglia, sembra sia la mancanca di sicurezza economica ciò che spinge i cosiddetti giovani a non lasciare il nido familiare». I contratti sempre più precari, i lavori intermittenti senza indennità per ferie, malattia o vacanze costringono d'altronde il 20% dei 33-37enni che si erano emancipati a tornare in famiglia. Continua il trend che sposta in avanti il ciclo della vita individuale: le donne fanno il primo figlio più tardi, ci si sposa più tardi e sempre di meno in chiesa. «La posticipazione va di pari passo con la secolarizzazione del rito matrimoniale», è la conclusione dell'Eurispes, che individua inoltre l'aumento di separazioni - +4, 9% rispetto al 1995 - e divorzi - + 4, 4%. La maggior parte dei divorziati e dei separati è relativamente giovane, visto che oscilla tra i 35 e i 44 anni (nel 30% dei casi), e tra i 45 e i 54 anni (27%). Il Sud, per tradizione e cultura, preferisce salvare la famiglia: qui le separazioni non toccano il 4% delle coppie sposate, mentre al Nord e al Centro sono il 6, 5%.
Quando la coppia scoppia, solitamente i figli rimangono a lei, che diventa madre single, con tutte le conseguenze e le difficoltà del caso. A rifarsi una famiglia riesce solo il 27% degli uomini e al 20% delle donne, per le quali è più difficile far accettare i propri figli ad un nuovo compagno - accade solo nel 13% dei casi. Nel complesso, gli uomini single e separati hanno più facilità a ricostruirsi una vita dopo il fallimento del matrimonio, visto che quelli con figli a carico costituiscono appena il 9%. Nonostante i problemi economici che scandiscono la maggior parte delle separazioni e dei divorzi, solamente il 9% degli uomini e il 5% delle donne accetta di tornare a vivere con i genitori, e la percentuale si assottiglia se si considerano i casi di aggregazioni famigliari con amici o parenti.
La famiglia, insomma, cambia e si trasforma. Per l'Eurispes «indebolita dagli effetti della crisi e dai processi di disgregazione cominciati con l'introduzione del divorzio e con l'ingresso della donna nel mondo del lavoro, la famiglia resiste come soggetto economico e relazionale in grado di fornire ai suoi membri un riparo dall'inospitalità del mondo». Una delle conseguenze più palesi, e non è da oggi che se ne parla, è il bassissimo tasso di natalità, rinsanguato dall'arrivo di immigrati, più prolifici, che per la prima volta nel 2003 hanno determinato un saldo attivo di 300mila nuovi nati. Nel complesso, invece, le coppie con figli rimangono la maggioranza - 66% - ma sono in diminuzione, mentre le coppie senza figli sono la minoranza - 33, 9% - ma in aumento.
Fare meno figli, per le motivazioni più varie tra le quali rientra anche la sterilità, invecchia progressivamente la popolazione: al 1 gennaio 2003 l'indice di vecchiaia -ovvero il rapporto percentuale tra la popolazione di età superiore ai 65 anni e la popolazione di età compresa tra 0 e 14 anni - risulta pari al 133, 8%: cioé per ogni 100 bambini ci sono 133 anziani.
Aumentano anche le coppie che rinunciano alle nozze e vanno a convivere: nel 1994 erano solo l'1, 8%, oggi il 3, 6%, cioé 510.251 unità. Quasi la metà dei componenti di queste unioni proviene da un matrimonio fallito. Ma il vero cambiamento è l'arrivo dei single sul panorama sociale. Nel 1971 erano 2 milioni, cioé il 13% delle famiglie. Oggi sono una famiglia su quattro è composta da una sola persona, non sempre anziana, e nel 97% dei casi si tratta di persone che vivono con altre: ritorna anche qui la coabitazione come mezzo per fronteggiare i costi della vita sempre più alti.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
lunedì 9 maggio 2005
la legge spagnola sulla fecondazione assistita
Liberazione 7.5.05
Zapatero apre le porte
alla fecondazione assistita
Il governo spagnolo ha approvato ieri la riforma della legge sulla procreazione assistita. Con questa norma, in Spagna sarebbe consentito ciò che in Italia è vietato: la fecondazione eterologa, ad esempio, viene concessa anche se solo attraverso il ricorso ai centri autorizzati di ovuli e spermatozoi di donatori per i quali viene stabilito un apposito albo. La ricerca sulle cellule staminali embrionali viene esplicitamente permessa. E così pure la diagnosi pre-impianto sull'embrione. In questo caso, la legge spagnola permette addirittura che quando una coppia abbia un figlio con una malattia curabile attraverso il ricorso a cellule staminali embrionali compatibili, le viene consentito di concepire un altro figlio con la fecondazione assistita in modo da selezionarlo geneticamente per essere in grado di donare il suo codice genetico "sano" al fratello, per curarlo. Si vieta invece tassativamente la clonazione umana riproduttiva, che viene così chiaramente distinta da quella terapeutica.
il manifesto 7.5.05
Zapatero detta legge sulla fecondazione
Approvato da Madrid un nuovo testo. Aperto alle donne single e alla selezione terapeutica
ALBERTO D'ARGENZIO
Il governo Zapatero ha messo ieri le mani anche sulla fecondazione assistita: nessun limite al numero di ovociti fecondati in ogni ciclo, estensione della diagnosi pre-impianto, accesso alla terapia anche per i single, ma soprattutto possibilità di attuare la selezione genetica con fini terapeutici per terzi - il cosiddetto «bebé medicina» - e generalizzazione della ricerca sugli embrioni sovrannumerari. Sono queste le grandi novità del progetto di legge sulla «riproduzione assistita» approvata ieri dall'esecutivo e che sostituisce in un sol colpo la norma di «fecondazione assistita» datata 1988 e la riforma apportata dal Partido popular appena due anni fa. «La legge - spiega la vicepresidente dell'esecutivo Teresa Fernandez de la Vega - ha aperto la porta alle speranze di molte persone che vogliono avere figli, costituisce un passo da gigante nel campo della ricerca per lottare contro malattie di carattere ereditario ed inoltre mira a migliorare l'informazione». Un altro pianeta in confronto all'Italia dove ricerca, fecondazione eterologa e diagnosi pre-impianto sono tabù.
Il testo spagnolo precisa che per accedere alle terapie - inseminazione artificiale, fecondazione «in vitro», iniezione intracitoplasmica di spermatozoi o tecniche future - basterà aver compiuto 18 anni e dimostrare piena capacità di intendere e di volere (cioè non ci sono limiti di età anche se verranno valutate attentamente le possibilità di successo ed i rischi sulla salute mentre viene chiesto il sì del marito se la donna è sposata), viene invece vietata espressamente in «linea con la Costituzione europea» la «clonazione per fini riproduttivi», interdetta pure la pratica «dell'utero in affitto» e la selezione del sesso (sempre che non serva ad evitare malattie ereditarie) mentre aumentano i controlli e le multe in caso di infrazione o di cattiva pratica. La legge ovviamente non piace ai popolari che promettono una dura battaglia in Parlamento.
Il punto che infastidisce di più l'opposizione è quello del bebé medicamento: «inaccetabile dal punto di vista etico», dice Mario Mingo, portavoce del Pp nella Commissione sanità. Questa tecnica di selezione genetica (che permette ai genitori di un figlio malato selezionare un embrione che porti alla nascita di un bambino sano e compatibile per curare o salvare la vita del primo) si pratica già negli Usa, in Gran Bretagna ed in Belgio ed inoltre il suo utilizzo sarà soggetto ad un'analisi caso per caso da parte della Commissione nazionale di riproduzione umana assistita.
Il progetto di legge elimina il tetto massimo di ovociti che possono essere ottenuti in ogni ciclo - fissato in tre nel 2003 dal governo Aznar - in modo da evitare di dover effettuare nuovamente l'operazione se non ne escono dei figli. Rimane invece sempre fissato a tre il limite per gli embrioni che si possono impiantare, in attesa di miglioramenti delle tecniche e per evitare parti plurigemellari con conseguenti danni per la madre e per i discendenti.
La ricerca verrà permessa su tutti gli embrioni con meno di 14 giorni e con gameti (ovuli e spermatozoi), sempre che i progenitori diano il loro ok. La riforma del Pp prevedeva la ricerca solo su quelli creati prima dell'entrata in vigore della legge. Al tempo stesso la legge prevede che il seme possa venire congelato in banche di gameti autorizzate dal donante.
Vietata la madre in affitto ma prevista la possibilità di donare di gameti e preembrioni gratuitamente e confidenzialmente, il donante dovrà essere maggiorenne ed in buona salute. Infine le multe che vanno da 1.000 a un milione di euro a seconda della colpa. Un parto ben diverso da quello del governo Berlusconi.
Zapatero apre le porte
alla fecondazione assistita
Il governo spagnolo ha approvato ieri la riforma della legge sulla procreazione assistita. Con questa norma, in Spagna sarebbe consentito ciò che in Italia è vietato: la fecondazione eterologa, ad esempio, viene concessa anche se solo attraverso il ricorso ai centri autorizzati di ovuli e spermatozoi di donatori per i quali viene stabilito un apposito albo. La ricerca sulle cellule staminali embrionali viene esplicitamente permessa. E così pure la diagnosi pre-impianto sull'embrione. In questo caso, la legge spagnola permette addirittura che quando una coppia abbia un figlio con una malattia curabile attraverso il ricorso a cellule staminali embrionali compatibili, le viene consentito di concepire un altro figlio con la fecondazione assistita in modo da selezionarlo geneticamente per essere in grado di donare il suo codice genetico "sano" al fratello, per curarlo. Si vieta invece tassativamente la clonazione umana riproduttiva, che viene così chiaramente distinta da quella terapeutica.
il manifesto 7.5.05
Zapatero detta legge sulla fecondazione
Approvato da Madrid un nuovo testo. Aperto alle donne single e alla selezione terapeutica
ALBERTO D'ARGENZIO
Il governo Zapatero ha messo ieri le mani anche sulla fecondazione assistita: nessun limite al numero di ovociti fecondati in ogni ciclo, estensione della diagnosi pre-impianto, accesso alla terapia anche per i single, ma soprattutto possibilità di attuare la selezione genetica con fini terapeutici per terzi - il cosiddetto «bebé medicina» - e generalizzazione della ricerca sugli embrioni sovrannumerari. Sono queste le grandi novità del progetto di legge sulla «riproduzione assistita» approvata ieri dall'esecutivo e che sostituisce in un sol colpo la norma di «fecondazione assistita» datata 1988 e la riforma apportata dal Partido popular appena due anni fa. «La legge - spiega la vicepresidente dell'esecutivo Teresa Fernandez de la Vega - ha aperto la porta alle speranze di molte persone che vogliono avere figli, costituisce un passo da gigante nel campo della ricerca per lottare contro malattie di carattere ereditario ed inoltre mira a migliorare l'informazione». Un altro pianeta in confronto all'Italia dove ricerca, fecondazione eterologa e diagnosi pre-impianto sono tabù.
Il testo spagnolo precisa che per accedere alle terapie - inseminazione artificiale, fecondazione «in vitro», iniezione intracitoplasmica di spermatozoi o tecniche future - basterà aver compiuto 18 anni e dimostrare piena capacità di intendere e di volere (cioè non ci sono limiti di età anche se verranno valutate attentamente le possibilità di successo ed i rischi sulla salute mentre viene chiesto il sì del marito se la donna è sposata), viene invece vietata espressamente in «linea con la Costituzione europea» la «clonazione per fini riproduttivi», interdetta pure la pratica «dell'utero in affitto» e la selezione del sesso (sempre che non serva ad evitare malattie ereditarie) mentre aumentano i controlli e le multe in caso di infrazione o di cattiva pratica. La legge ovviamente non piace ai popolari che promettono una dura battaglia in Parlamento.
Il punto che infastidisce di più l'opposizione è quello del bebé medicamento: «inaccetabile dal punto di vista etico», dice Mario Mingo, portavoce del Pp nella Commissione sanità. Questa tecnica di selezione genetica (che permette ai genitori di un figlio malato selezionare un embrione che porti alla nascita di un bambino sano e compatibile per curare o salvare la vita del primo) si pratica già negli Usa, in Gran Bretagna ed in Belgio ed inoltre il suo utilizzo sarà soggetto ad un'analisi caso per caso da parte della Commissione nazionale di riproduzione umana assistita.
Il progetto di legge elimina il tetto massimo di ovociti che possono essere ottenuti in ogni ciclo - fissato in tre nel 2003 dal governo Aznar - in modo da evitare di dover effettuare nuovamente l'operazione se non ne escono dei figli. Rimane invece sempre fissato a tre il limite per gli embrioni che si possono impiantare, in attesa di miglioramenti delle tecniche e per evitare parti plurigemellari con conseguenti danni per la madre e per i discendenti.
La ricerca verrà permessa su tutti gli embrioni con meno di 14 giorni e con gameti (ovuli e spermatozoi), sempre che i progenitori diano il loro ok. La riforma del Pp prevedeva la ricerca solo su quelli creati prima dell'entrata in vigore della legge. Al tempo stesso la legge prevede che il seme possa venire congelato in banche di gameti autorizzate dal donante.
Vietata la madre in affitto ma prevista la possibilità di donare di gameti e preembrioni gratuitamente e confidenzialmente, il donante dovrà essere maggiorenne ed in buona salute. Infine le multe che vanno da 1.000 a un milione di euro a seconda della colpa. Un parto ben diverso da quello del governo Berlusconi.
via dall'Iraq
L'Unità 8 Maggio 2005
«La posizione del ritiro non è stata inventata da Bertinotti o Diliberto, i membri della Coalizione stanno cercando una via d’uscita»
«Tutti fuggono dall’Iraq, l’Italia non può restare»
Toni Fontana, colloquio con Claudio Rinaldi
ROMA «La situazione in Iraq sta tragicamente peggiorando, le forze della Coalizione si sono infilate in un vicolo cieco, quella del ritiro non è una posizione propria solo della sinistra radicale italiana, ma di molti paesi alleati di Bush, che stanno richiamando i loro soldati». È l’opinione di Claudio Rinaldi, editorialista, già direttore dell’Espresso e di Panorama.
Dall’Iraq arrivano notizie di spaventose stragi...
«La situazione è disastrosa, l’assenza di sicurezza totale, le uccisioni si susseguono. La vita quotidiana di tutti gli iracheni, non solo quelli minacciati dagli attentati, è peggiorata rispetto al passato: la produzione di petrolio è si è ridotta, l’erogazione dell’energia elettrica è frammentaria e manca anche l’acqua. Secondo un sondaggio pubblicato dall’Economist il 38% degli iracheni ritiene che la situazione è peggiorata rispetto ai tre anni fa quando Saddam era ancora al potere. Il processo politico che è stato avviato è molto lento e dagli esiti dubbi. Vedendo gli iracheni in fila per votare ci siamo commossi e abbiamo pensato che fosse iniziata una svolta epocale, ma la situazione appare in realtà molto più complicata».
Il processo di transizione è incerto ed il voto ha tracciato i confini tra le comunità irachene, ma, tra enormi difficoltà, sono stati indicati presidente e premier ed è stato formato un governo...
«Ciò è vero, ma non si può dimenticare che le autorità religiose sciite, avevano emesso precise direttive per spingere la popolazione a votare, mentre le autorità sunnite hanno invitato gli elettori a disertare i seggi e ciò è accaduto in alcune zone. La prospettiva dell’inserimento dei sunniti nel processo politico, anche dopo l’assegnazione di alcuni ministeri, ancora non si intravede. Vi è il rischio che l’incomunicabilità tra queste due confessioni diventi “cronica”. Per giungere alla democrazia, o perlomeno a qualcosa che assomigli alla democrazia, occorre ancora fare enormi passa in avanti».
Non appare tuttavia assolutamente realistico prevedere che, nel breve periodo, l’Onu assuma maggiori responsabilità...
«Ciò è vero, chi dice questo si affida ad una vaga speranza. L’Onu non può essere un embrione di governo mondiale, per i limiti che le Nazioni Unite scontano nella gestione politica. Pensare che l’Onu possa riuscire dove ha fallito la Coalizione è irrealistico».
E quindi su quali ipotesi è invece realistico discutere?
«Alla sinistra radicale viene attribuita una posizione che si può riassumere così: “ritiriamoci subito dall’Iraq” come se solo Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio la pensassero in questo modo. Non è così: il ritiro strisciante è in corso da tempo, molti paesi hanno richiamato o deciso di richiamare le loro truppe, mi riferisco al Giappone e alla Bulgaria, e prima ancora alla Polonia, all’Olanda, alla Danimarca, al Portogallo. Questi paesi, alleati degli Usa, hanno ritenuto inutile, sotto il profilo del rapporto costi-benefici, rimanere li. Il ritiro, in realtà, è in atto da tempo. Washington non è in grado di aumentare il corpo di spedizione per imporre “manu militari” l’ordine a Baghdad anche perché negli Stati Uniti cresce la difficoltà di reclutamento. Il prossimo anno, con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, Bush inizierà a suonare la ritirata, pur affermando il contrario, s’inventerà che il governo iracheno ha ripreso in mano la situazione. Alcuni esponenti del governo di Baghdad ipotizzano il ritiro delle forze internazionali entro il prossimo anno e tutti i gruppi politici e religiosi, pur esprimendo posizioni diverse, vogliono il progressivo ritiro degli stranieri».
Quindi secondo lei la scelta giusta è quella di andar via dall’Iraq?
«Restando li ora e in questo modo non si “guadagna” nulla. Quale senso ha restare ad oltranza? È poco dignitoso, da parte di Berlusconi, sostenere che resteremo fino a quando ce lo chiederà Baghdad; la presenza del nostro contingente non può essere assoggettata alla volontà di un governo esterno, anche se a Baghdad si è insediato un governo “amico”. Si va insomma avanti alla cieca».
Abbandonare il paese potrebbe aprire la strada alla guerra civile?
«Nessuno può escludere che la situazione irachena degeneri e scoppi la guerra civile, però è difficile dimostrare che, adesso, la presenza della Coalizione aiuti invece a mantenere l’ordine. Fino a pochi mesi le fonti militari a Nassiriya emanavano bollettini nei quali si parlava di ritrovamenti di armi, arresti di sospetti terroristi, ora non c’è più nulla di nulla. I militari stranieri, anche quelli americani passano gran parte del loro tempo consegnati negli accampamenti. Si tratta dunque realisticamente di salvare la faccia, la situazione potrebbe degenerare in un “nuovo Vietnam”. Anche Bush e Berlusconi stanno in realtà cercando una via d’uscita.
A fine anno scade il mandato concesso dall’Onu alla forza multinazionale, non a caso paesi come la Polonia hanno annunciato il ritiro per quella data. Al tempo stesso occorre fare ogni sforzo per valorizzare le istituzioni sorte in Iraq e per addestrare le forze di sicurezza locali. A chi teme che, se gli stranieri partiranno, scoppierà la guerra civile vorrei ricordare che vi sono stati due anni di occupazione ed ora si constata che la situazione si sta drammaticamente aggravando; la Coalizione si è cacciata in un vicolo cieco e quindi è opportuno chiudere questa pagina il prima possibile».
«La posizione del ritiro non è stata inventata da Bertinotti o Diliberto, i membri della Coalizione stanno cercando una via d’uscita»
«Tutti fuggono dall’Iraq, l’Italia non può restare»
Toni Fontana, colloquio con Claudio Rinaldi
ROMA «La situazione in Iraq sta tragicamente peggiorando, le forze della Coalizione si sono infilate in un vicolo cieco, quella del ritiro non è una posizione propria solo della sinistra radicale italiana, ma di molti paesi alleati di Bush, che stanno richiamando i loro soldati». È l’opinione di Claudio Rinaldi, editorialista, già direttore dell’Espresso e di Panorama.
Dall’Iraq arrivano notizie di spaventose stragi...
«La situazione è disastrosa, l’assenza di sicurezza totale, le uccisioni si susseguono. La vita quotidiana di tutti gli iracheni, non solo quelli minacciati dagli attentati, è peggiorata rispetto al passato: la produzione di petrolio è si è ridotta, l’erogazione dell’energia elettrica è frammentaria e manca anche l’acqua. Secondo un sondaggio pubblicato dall’Economist il 38% degli iracheni ritiene che la situazione è peggiorata rispetto ai tre anni fa quando Saddam era ancora al potere. Il processo politico che è stato avviato è molto lento e dagli esiti dubbi. Vedendo gli iracheni in fila per votare ci siamo commossi e abbiamo pensato che fosse iniziata una svolta epocale, ma la situazione appare in realtà molto più complicata».
Il processo di transizione è incerto ed il voto ha tracciato i confini tra le comunità irachene, ma, tra enormi difficoltà, sono stati indicati presidente e premier ed è stato formato un governo...
«Ciò è vero, ma non si può dimenticare che le autorità religiose sciite, avevano emesso precise direttive per spingere la popolazione a votare, mentre le autorità sunnite hanno invitato gli elettori a disertare i seggi e ciò è accaduto in alcune zone. La prospettiva dell’inserimento dei sunniti nel processo politico, anche dopo l’assegnazione di alcuni ministeri, ancora non si intravede. Vi è il rischio che l’incomunicabilità tra queste due confessioni diventi “cronica”. Per giungere alla democrazia, o perlomeno a qualcosa che assomigli alla democrazia, occorre ancora fare enormi passa in avanti».
Non appare tuttavia assolutamente realistico prevedere che, nel breve periodo, l’Onu assuma maggiori responsabilità...
«Ciò è vero, chi dice questo si affida ad una vaga speranza. L’Onu non può essere un embrione di governo mondiale, per i limiti che le Nazioni Unite scontano nella gestione politica. Pensare che l’Onu possa riuscire dove ha fallito la Coalizione è irrealistico».
E quindi su quali ipotesi è invece realistico discutere?
«Alla sinistra radicale viene attribuita una posizione che si può riassumere così: “ritiriamoci subito dall’Iraq” come se solo Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio la pensassero in questo modo. Non è così: il ritiro strisciante è in corso da tempo, molti paesi hanno richiamato o deciso di richiamare le loro truppe, mi riferisco al Giappone e alla Bulgaria, e prima ancora alla Polonia, all’Olanda, alla Danimarca, al Portogallo. Questi paesi, alleati degli Usa, hanno ritenuto inutile, sotto il profilo del rapporto costi-benefici, rimanere li. Il ritiro, in realtà, è in atto da tempo. Washington non è in grado di aumentare il corpo di spedizione per imporre “manu militari” l’ordine a Baghdad anche perché negli Stati Uniti cresce la difficoltà di reclutamento. Il prossimo anno, con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, Bush inizierà a suonare la ritirata, pur affermando il contrario, s’inventerà che il governo iracheno ha ripreso in mano la situazione. Alcuni esponenti del governo di Baghdad ipotizzano il ritiro delle forze internazionali entro il prossimo anno e tutti i gruppi politici e religiosi, pur esprimendo posizioni diverse, vogliono il progressivo ritiro degli stranieri».
Quindi secondo lei la scelta giusta è quella di andar via dall’Iraq?
«Restando li ora e in questo modo non si “guadagna” nulla. Quale senso ha restare ad oltranza? È poco dignitoso, da parte di Berlusconi, sostenere che resteremo fino a quando ce lo chiederà Baghdad; la presenza del nostro contingente non può essere assoggettata alla volontà di un governo esterno, anche se a Baghdad si è insediato un governo “amico”. Si va insomma avanti alla cieca».
Abbandonare il paese potrebbe aprire la strada alla guerra civile?
«Nessuno può escludere che la situazione irachena degeneri e scoppi la guerra civile, però è difficile dimostrare che, adesso, la presenza della Coalizione aiuti invece a mantenere l’ordine. Fino a pochi mesi le fonti militari a Nassiriya emanavano bollettini nei quali si parlava di ritrovamenti di armi, arresti di sospetti terroristi, ora non c’è più nulla di nulla. I militari stranieri, anche quelli americani passano gran parte del loro tempo consegnati negli accampamenti. Si tratta dunque realisticamente di salvare la faccia, la situazione potrebbe degenerare in un “nuovo Vietnam”. Anche Bush e Berlusconi stanno in realtà cercando una via d’uscita.
A fine anno scade il mandato concesso dall’Onu alla forza multinazionale, non a caso paesi come la Polonia hanno annunciato il ritiro per quella data. Al tempo stesso occorre fare ogni sforzo per valorizzare le istituzioni sorte in Iraq e per addestrare le forze di sicurezza locali. A chi teme che, se gli stranieri partiranno, scoppierà la guerra civile vorrei ricordare che vi sono stati due anni di occupazione ed ora si constata che la situazione si sta drammaticamente aggravando; la Coalizione si è cacciata in un vicolo cieco e quindi è opportuno chiudere questa pagina il prima possibile».
dal nostro angolino d'universo: innumerevoli galassie
L'Arena Domenica 8 Maggio 2005
Il cielo di maggio. Ce ne sono per tutti i «gusti»
Gli occhi puntati su migliaia di galassie
Giovanni Zonaro
La primavera si presta particolarmente per osservazioni del "profondo cielo", vale a dire quel settore dell'astronomia osservativa che si occupa di scrutare le profondità del cosmo al di fuori del nostro sistema solare alla ricerca di nebulose, galassie, ammassi aperti, globulari ecc. In questo periodo il nostro occhio può spaziare "indisturbato" per milioni, miliardi di anni luce alla ricerca delle innumerevoli galassie che popolano l'universo.
Partendo dalla nostra in cui siamo immersi, e volgendo lo sguardo verso la costellazione della Vergine e dirigendoci poi verso la Chioma di Berenice e quindi Orsa Maggiore e Cefeo, potremmo osservare migliaia di queste "isole". Ce ne sono per tutti i "gusti", tanto che non avremo nessuna difficoltà ad osservarne almeno una per ogni tipo classificato dagli scienziati, a patto, naturalmente, di possedere uno strumento di potenza adeguata (sono più che sufficienti gli strumenti con apertura dai 20 cm in su), comunque sempre alla portata dell'astrofilo medio.
Sostanzialmente le galassie si dividono in tre gruppi: il primo, quello delle spirali, si divide a sua volta in sottogruppi a seconda del rapporto che intercorre tra nucleo e bracci a spirale. Gli scienziati hanno classificato questi tipo di oggetti con una S seguita dal sottotipo (a,b,c. ecc.). In questo gruppo è compresa anche la nostra galassia che si classifica come spirale di tipo b. Esiste un'altra "versione" di spirali che prendono il nome di Spirali barrate (Sb), cioè oggetti caratterizzati da una barra al centro che collega i bracci. Anche qui come per le spirali semplici il rapporto tra la barra e i bracci ne caratterizza il tipo (Sba,Sbb,Sbc, ecc.).
Il secondo gruppo comprende le galassie ellittiche oggetti di tipo circolare che appaiono schiacciate per un effetto prospettico. Anche in questo caso di ellittiche ce ne sono di diversi tipi: si parte dal tipo E0 dall'aspetto più circolare alla E4 più schiacciata. L'osservazione delle ellittiche è un po' deludente soprattutto per gli astrofili alle prime armi, l'oculare infatti non mostra molti particolari, solo un profilo luminoso che degrada dal centro alla periferia.
Un tipo di galassie che non sono comprese né tra le ellittiche né tra le spirali sono quelle denominate "lenticolari". Ritenute in un primo momento l'anello di congiunzione tra il primo e il secondo gruppo sono considerate oggi dagli scienziati un tipo morfologico a sé stante.
L'ultima categoria di galassie è quella delle irregolari. Non hanno una forma precisa (da qui deriva il loro nome) senza nucleo né bracci, hanno fattezze che le fanno assomigliare più ad una nebulosa. Di questa categoria fanno parte le due nubi di Magellano, piccole galassie satelliti della Via Lattea visibili molto bene dall'emisfero australe.
Come si sono formate le galassie e come è stata possibile una tale diversificazione morfologica? Sono domande a cui gli scienziati non sanno ancora dare una risposta esaustiva, negli ultimi tempi però abbiamo compreso molto, sia della formazione che della loro evoluzione. Le galassie si sarebbero formate nei primi istanti di vita dell'universo, o almeno gli embrioni di esse, da alcune anomalie che si sarebbero create dopo il fenomeno parossistico che va sotto il nome di Big Bang. Queste fluttuazioni, che sono state rivelate di recente dal satellite COBE, avrebbero generato dei luoghi dove la materia era più concentrata e lì si sarebbero formati gli ammassi di galassie che a loro volta si sarebbero divisi in singole componenti.
L'evoluzione è invece qualcosa di molto più complesso: qui il panorama è molto più confuso, non è chiaro se i diversi tipi morfologici siano i vari stadi a cui possono giungere questi oggetti. In passato si riteneva che le galassie nascessero spirali e successivamente si spogliassero progressivamente di questi mantenendo solo il nucleo mediante un fenomeno di impoverimento. Oggi invece si va affermando una teoria diversa: le ellittiche non sarebbero altro che il resto di interazioni e fusioni tra galassie che si scontrano tra loro.
Il cielo di maggio. Ce ne sono per tutti i «gusti»
Gli occhi puntati su migliaia di galassie
Giovanni Zonaro
La primavera si presta particolarmente per osservazioni del "profondo cielo", vale a dire quel settore dell'astronomia osservativa che si occupa di scrutare le profondità del cosmo al di fuori del nostro sistema solare alla ricerca di nebulose, galassie, ammassi aperti, globulari ecc. In questo periodo il nostro occhio può spaziare "indisturbato" per milioni, miliardi di anni luce alla ricerca delle innumerevoli galassie che popolano l'universo.
Partendo dalla nostra in cui siamo immersi, e volgendo lo sguardo verso la costellazione della Vergine e dirigendoci poi verso la Chioma di Berenice e quindi Orsa Maggiore e Cefeo, potremmo osservare migliaia di queste "isole". Ce ne sono per tutti i "gusti", tanto che non avremo nessuna difficoltà ad osservarne almeno una per ogni tipo classificato dagli scienziati, a patto, naturalmente, di possedere uno strumento di potenza adeguata (sono più che sufficienti gli strumenti con apertura dai 20 cm in su), comunque sempre alla portata dell'astrofilo medio.
Sostanzialmente le galassie si dividono in tre gruppi: il primo, quello delle spirali, si divide a sua volta in sottogruppi a seconda del rapporto che intercorre tra nucleo e bracci a spirale. Gli scienziati hanno classificato questi tipo di oggetti con una S seguita dal sottotipo (a,b,c. ecc.). In questo gruppo è compresa anche la nostra galassia che si classifica come spirale di tipo b. Esiste un'altra "versione" di spirali che prendono il nome di Spirali barrate (Sb), cioè oggetti caratterizzati da una barra al centro che collega i bracci. Anche qui come per le spirali semplici il rapporto tra la barra e i bracci ne caratterizza il tipo (Sba,Sbb,Sbc, ecc.).
Il secondo gruppo comprende le galassie ellittiche oggetti di tipo circolare che appaiono schiacciate per un effetto prospettico. Anche in questo caso di ellittiche ce ne sono di diversi tipi: si parte dal tipo E0 dall'aspetto più circolare alla E4 più schiacciata. L'osservazione delle ellittiche è un po' deludente soprattutto per gli astrofili alle prime armi, l'oculare infatti non mostra molti particolari, solo un profilo luminoso che degrada dal centro alla periferia.
Un tipo di galassie che non sono comprese né tra le ellittiche né tra le spirali sono quelle denominate "lenticolari". Ritenute in un primo momento l'anello di congiunzione tra il primo e il secondo gruppo sono considerate oggi dagli scienziati un tipo morfologico a sé stante.
L'ultima categoria di galassie è quella delle irregolari. Non hanno una forma precisa (da qui deriva il loro nome) senza nucleo né bracci, hanno fattezze che le fanno assomigliare più ad una nebulosa. Di questa categoria fanno parte le due nubi di Magellano, piccole galassie satelliti della Via Lattea visibili molto bene dall'emisfero australe.
Come si sono formate le galassie e come è stata possibile una tale diversificazione morfologica? Sono domande a cui gli scienziati non sanno ancora dare una risposta esaustiva, negli ultimi tempi però abbiamo compreso molto, sia della formazione che della loro evoluzione. Le galassie si sarebbero formate nei primi istanti di vita dell'universo, o almeno gli embrioni di esse, da alcune anomalie che si sarebbero create dopo il fenomeno parossistico che va sotto il nome di Big Bang. Queste fluttuazioni, che sono state rivelate di recente dal satellite COBE, avrebbero generato dei luoghi dove la materia era più concentrata e lì si sarebbero formati gli ammassi di galassie che a loro volta si sarebbero divisi in singole componenti.
L'evoluzione è invece qualcosa di molto più complesso: qui il panorama è molto più confuso, non è chiaro se i diversi tipi morfologici siano i vari stadi a cui possono giungere questi oggetti. In passato si riteneva che le galassie nascessero spirali e successivamente si spogliassero progressivamente di questi mantenendo solo il nucleo mediante un fenomeno di impoverimento. Oggi invece si va affermando una teoria diversa: le ellittiche non sarebbero altro che il resto di interazioni e fusioni tra galassie che si scontrano tra loro.
l'ultima intervista di Pasolini
L'Unità 9 Maggio 2005
Pasolini: «Siamo tutti in pericolo»
l’ultima intervista
Furio Colombo
Questo che pubblichiamo è il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa” l’8 novembre del 1975
Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista.
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto - ha detto - Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».
Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo...
Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.
(...)
Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?
Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.
Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.
Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto riderei bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo... È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno - se torno - ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.
E qual è la verità?
Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.
Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.
Come dire che hai nostalgia di quel mondo.
No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse - se ha ancora un soffio di vita - in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non facio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.
E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.
Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di fari libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.
Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»...
Che mi fa rabbrividire.
Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?
Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.
Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.
Pasolini, se tu vedi la vita così - non so se accetti questa domanda - come pensi di evitare il pericolo e il rischio?
È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.
Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina.
Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma.
Pasolini: «Siamo tutti in pericolo»
l’ultima intervista
Furio Colombo
Questo che pubblichiamo è il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa” l’8 novembre del 1975
Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista.
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto - ha detto - Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».
Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo...
Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.
(...)
Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?
Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.
Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.
Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto riderei bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo... È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno - se torno - ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.
E qual è la verità?
Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.
Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.
Come dire che hai nostalgia di quel mondo.
No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse - se ha ancora un soffio di vita - in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non facio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.
E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.
Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di fari libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.
Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»...
Che mi fa rabbrividire.
Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?
Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.
Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.
Pasolini, se tu vedi la vita così - non so se accetti questa domanda - come pensi di evitare il pericolo e il rischio?
È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.
Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina.
Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma.
quanto "pesano" i cattolici? meno del 30%
Corriere della Sera 9.5.05
L’OSSERVATORIO
Nella sfida tra i poli è decisivo il «partito dei cattolici»
di RENATO MANNHEIMER
(...)
gli esiti delle consultazioni dipendono in larga misura dai movimenti da e per l'astensione e dalla quota, assai piccola (4-5%) ma decisiva, di votanti che si sposta da una coalizione all'altra. Questi ultimi tendono normalmente a definirsi «di centro» o, più spesso, non vogliono o non sanno collocarsi sul continuum sinistra-destra. Ebbene, sia tra chi si sente di centro, sia tra chi si definisce estraneo alle tradizionali categorie della politica, i cattolici praticanti sono presenti in misura maggiore. Per questo, per la loro posizione «centrale», gli orientamenti dei cattolici appaiono oggi addirittura più rilevanti per l'esito elettorale di quanto non lo fossero nella prima Repubblica. Anche se, sul piano strettamente quantitativo, la dimensione dell'elettorato cattolico è rimasta grossomodo la stessa, ormai da molti lustri: poco meno del 30% della popolazione, con una forte accentuazione tra chi ha più di 60 anni, tra le donne, tra chi risiede nei centri di minore dimensione.
(...)
L’OSSERVATORIO
Nella sfida tra i poli è decisivo il «partito dei cattolici»
di RENATO MANNHEIMER
(...)
gli esiti delle consultazioni dipendono in larga misura dai movimenti da e per l'astensione e dalla quota, assai piccola (4-5%) ma decisiva, di votanti che si sposta da una coalizione all'altra. Questi ultimi tendono normalmente a definirsi «di centro» o, più spesso, non vogliono o non sanno collocarsi sul continuum sinistra-destra. Ebbene, sia tra chi si sente di centro, sia tra chi si definisce estraneo alle tradizionali categorie della politica, i cattolici praticanti sono presenti in misura maggiore. Per questo, per la loro posizione «centrale», gli orientamenti dei cattolici appaiono oggi addirittura più rilevanti per l'esito elettorale di quanto non lo fossero nella prima Repubblica. Anche se, sul piano strettamente quantitativo, la dimensione dell'elettorato cattolico è rimasta grossomodo la stessa, ormai da molti lustri: poco meno del 30% della popolazione, con una forte accentuazione tra chi ha più di 60 anni, tra le donne, tra chi risiede nei centri di minore dimensione.
(...)
psichiatria e nazismo nella Provincia di Venezia
estratto da: http://www.provincia.venezia.it
L'OLOCAUSTO PSICHIATRICO NELLA GERMANIA DEL III REICH
di Ernst Klee - Francoforte sul Meno
Fra Psichiatria e Nazismo non vi è alcuna contraddizione. Nell'uccisione di pazienti handicappati durante il nazionalsocialismo Hitler fu il servo della psichiatria. Lo Stato nazista consentì ciò che gli psichiatri già da tempo chiedevano a Hitler: l' eliminazione delle "vite non degne di essere vissute". Gli psichiatri tedeschi salutarono le terapie dell'uccisione delle "esistenze zavorra" incapaci di intendere e di volere e avviarono i pazienti più difficili alla gassificazione. Il periodo nazista fu utilizzato allo scopo di osservare gli esseri umani, ucciderli e sezionarli Per esempio il famoso neuroanatomista Julius Hallervordern "ordinava" per sé soggetti portatori di handicap, presenziava alla loro soppressione in camera a gas e ne tagliava i cervelli ancora nell'istituto dove la gassificazione aveva avuto luogo.
Ernst Klee, autore dello studio standard "Eutanasia" nello stato nazista traccia la continuità fra uccisione dei malati e degli ebrei. Gli assassini di Treblinka si mossero nel 1943/44 verso l'Italia, facendo capo principalmente a Trieste. Venezia fu l'ultima sede di Franz Stangl, il comandante del lager di sterminio di Treblinka. Nell'ottobre 1944 alcuni ammalati furono selezionati da Stangl e deportati fuori da Venezia.
L'OLOCAUSTO PSICHIATRICO NELLA GERMANIA DEL III REICH
di Ernst Klee - Francoforte sul Meno
Fra Psichiatria e Nazismo non vi è alcuna contraddizione. Nell'uccisione di pazienti handicappati durante il nazionalsocialismo Hitler fu il servo della psichiatria. Lo Stato nazista consentì ciò che gli psichiatri già da tempo chiedevano a Hitler: l' eliminazione delle "vite non degne di essere vissute". Gli psichiatri tedeschi salutarono le terapie dell'uccisione delle "esistenze zavorra" incapaci di intendere e di volere e avviarono i pazienti più difficili alla gassificazione. Il periodo nazista fu utilizzato allo scopo di osservare gli esseri umani, ucciderli e sezionarli Per esempio il famoso neuroanatomista Julius Hallervordern "ordinava" per sé soggetti portatori di handicap, presenziava alla loro soppressione in camera a gas e ne tagliava i cervelli ancora nell'istituto dove la gassificazione aveva avuto luogo.
Ernst Klee, autore dello studio standard "Eutanasia" nello stato nazista traccia la continuità fra uccisione dei malati e degli ebrei. Gli assassini di Treblinka si mossero nel 1943/44 verso l'Italia, facendo capo principalmente a Trieste. Venezia fu l'ultima sede di Franz Stangl, il comandante del lager di sterminio di Treblinka. Nell'ottobre 1944 alcuni ammalati furono selezionati da Stangl e deportati fuori da Venezia.
domenica 8 maggio 2005
neurologi Usa e depressione
Ansa 8.5.05
Cervello: gene controlla-umore può raddoppiare depressione
Ricerca Usa su serotonina e suoi effetti
(ANSA) - ROMA, 8 MAG - Il gene che controlla l'ormone legato all'umore, la serotonina, puo' far raddoppiare il rischio di depressione, rivela una ricerca Usa. L'ipotesi e' che livelli di serotonina anomali influenzino il funzionamento dei centri nervosi che controllano la paura e le emozioni negative. Pare che un difetto del gene che controlla il livello di serotonina nel cervello (5-HTTLPR) causi anomalie funzionali o strutturali che si riscontrano nel cervello dei depressi.
copyright @ 2005 ANSA
Apcom 8.5.05
MEDICINA
FORSE SCOPERTE LE BASI FISIOLOGICHE DELLA DEPRESSIONE
Alla base ci sarebbe un'alterazione genetica
Roma, 8 mag. (Apcom) - La depressione avrebbe origine da cambiamenti fisiologici del cervello, causati, come rivela una ricerca che sarà pubblicata sul numero di giugno di Nature Neuroscience, da un gene alterato. Secondo lo studio fatto da Daniel R. Weinberger, National Institute of Mental Health, NIH, Bethesda, MD, USA, persone sane, portatrici di questo gene, sarebbero più esposte alla depressione ed avrebbero un'alterazione dell'attività dei circuiti cerebrali coinvolti nelle emozioni.
Weinberger, insieme ai suoi colleghi avrebbe scoperto, grazie anche all'uso di metodiche di imaging cerebrale, un'associazione tra un alto rischio di cadere nella depressione, con la presenza di una mutazione di un gene che controlla i livelli cerebrali della serotonina, un ormone che sembra avere un ruolo importante nella regolazione dell'umore. Di conseguenza, secondo i ricercatori, le persone che sono portatrici di questa forma mutata, sono maggiormente esposte a sviluppare questa patologia soprattutto se in condizioni di stress o se hanno vissuto o stanno vivendo esperienze di vita traumatiche.
Ma come è arrivato a questa conclusione Weinberger? Da studi precedenti fatti su persone depresse si era visto, grazie alla RMI, che il loro cervello mostrava cambiamenti fisiologici piuttosto anomali, che non si sapeva se erano da attribuire alla depressione o se, invece, fossero già presenti prima della sua comparsa. Weinberger ha voluto verificare come stavano realmente le cose. Ha reclutato un centinaio di pazienti apparentemente sani, che non avevano mai avuto problemi di depressione e li ha sottoposti ad indagini con la RMI. Alla fine ha potuto constatare, facendo anche altre analisi di laboratorio, che nel campione indagato, le persone portatrici del gene alterato, mostravano anche una riduzione del volume cerebrale e una comunicazione difettosa, in diverse regioni del cervello, dei circuiti cerebrali deputati al controllo delle risposte emotive negative.
Questi risultati, sottolineano gli scienziati, suggeriscono l'importante ruolo dei geni nel determinare la conformazione e la funzionalità del cervello, che a loro volta contribuiscono alle variazioni individuali del temperamento e della vulnerabilità di problemi dell'umore.
Cervello: gene controlla-umore può raddoppiare depressione
Ricerca Usa su serotonina e suoi effetti
(ANSA) - ROMA, 8 MAG - Il gene che controlla l'ormone legato all'umore, la serotonina, puo' far raddoppiare il rischio di depressione, rivela una ricerca Usa. L'ipotesi e' che livelli di serotonina anomali influenzino il funzionamento dei centri nervosi che controllano la paura e le emozioni negative. Pare che un difetto del gene che controlla il livello di serotonina nel cervello (5-HTTLPR) causi anomalie funzionali o strutturali che si riscontrano nel cervello dei depressi.
copyright @ 2005 ANSA
Apcom 8.5.05
MEDICINA
FORSE SCOPERTE LE BASI FISIOLOGICHE DELLA DEPRESSIONE
Alla base ci sarebbe un'alterazione genetica
Roma, 8 mag. (Apcom) - La depressione avrebbe origine da cambiamenti fisiologici del cervello, causati, come rivela una ricerca che sarà pubblicata sul numero di giugno di Nature Neuroscience, da un gene alterato. Secondo lo studio fatto da Daniel R. Weinberger, National Institute of Mental Health, NIH, Bethesda, MD, USA, persone sane, portatrici di questo gene, sarebbero più esposte alla depressione ed avrebbero un'alterazione dell'attività dei circuiti cerebrali coinvolti nelle emozioni.
Weinberger, insieme ai suoi colleghi avrebbe scoperto, grazie anche all'uso di metodiche di imaging cerebrale, un'associazione tra un alto rischio di cadere nella depressione, con la presenza di una mutazione di un gene che controlla i livelli cerebrali della serotonina, un ormone che sembra avere un ruolo importante nella regolazione dell'umore. Di conseguenza, secondo i ricercatori, le persone che sono portatrici di questa forma mutata, sono maggiormente esposte a sviluppare questa patologia soprattutto se in condizioni di stress o se hanno vissuto o stanno vivendo esperienze di vita traumatiche.
Ma come è arrivato a questa conclusione Weinberger? Da studi precedenti fatti su persone depresse si era visto, grazie alla RMI, che il loro cervello mostrava cambiamenti fisiologici piuttosto anomali, che non si sapeva se erano da attribuire alla depressione o se, invece, fossero già presenti prima della sua comparsa. Weinberger ha voluto verificare come stavano realmente le cose. Ha reclutato un centinaio di pazienti apparentemente sani, che non avevano mai avuto problemi di depressione e li ha sottoposti ad indagini con la RMI. Alla fine ha potuto constatare, facendo anche altre analisi di laboratorio, che nel campione indagato, le persone portatrici del gene alterato, mostravano anche una riduzione del volume cerebrale e una comunicazione difettosa, in diverse regioni del cervello, dei circuiti cerebrali deputati al controllo delle risposte emotive negative.
Questi risultati, sottolineano gli scienziati, suggeriscono l'importante ruolo dei geni nel determinare la conformazione e la funzionalità del cervello, che a loro volta contribuiscono alle variazioni individuali del temperamento e della vulnerabilità di problemi dell'umore.
copyright @ 2005 APCOM
Bertinotti contro Bush
APCOM 8.5.05
9 MAGGIO 1945
BERTINOTTI: INTOLLERABILE LA DENUNCIA DI BUSH DI YALTA
Per giustificare guerra in Iraq sminuisce la vittoria dell'umanità
Roma, 8 mag. (Apcom)- "Si celebra in molti Paesi la liberazione dal nazi-fascismo. A sessant'anni da quell'avvenimento che ha cambiato il mondo resta irrisolta proprio ciò che allora sembrava conquistata per sempre: la pace". E' quanto afferma il segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti.
"Di fronte a questo dramma del mondo contemporaneo - aggiunge Bertinotti - appare intollerabile la denuncia di Bush degli accordi di Yalta. Quasi che per giustificare la guerra in Iraq si debba mettere in discussione proprio il senso di quella vittoria dell'umanità".
"Ora siamo oltre Yalta - prosegue il leader di Rifondazione comunista - ma invece che in un mondo di pace, sotto l'egida di un'Onu rinnovata, siamo in guerra. Perciò sentiamo forte la necessità di un contributo dell'Italia alla pace. Per questo bisogna tornare al senso profondo e inequivoco del ripudio della guerra sancito dall'art.11 della Costituzione".
Il ritiro delle truppe italiane dall'Ira, conclude Bertinotti, è una "necessità".
copyright @ 2005 APCOM
9 MAGGIO 1945
BERTINOTTI: INTOLLERABILE LA DENUNCIA DI BUSH DI YALTA
Per giustificare guerra in Iraq sminuisce la vittoria dell'umanità
Roma, 8 mag. (Apcom)- "Si celebra in molti Paesi la liberazione dal nazi-fascismo. A sessant'anni da quell'avvenimento che ha cambiato il mondo resta irrisolta proprio ciò che allora sembrava conquistata per sempre: la pace". E' quanto afferma il segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti.
"Di fronte a questo dramma del mondo contemporaneo - aggiunge Bertinotti - appare intollerabile la denuncia di Bush degli accordi di Yalta. Quasi che per giustificare la guerra in Iraq si debba mettere in discussione proprio il senso di quella vittoria dell'umanità".
"Ora siamo oltre Yalta - prosegue il leader di Rifondazione comunista - ma invece che in un mondo di pace, sotto l'egida di un'Onu rinnovata, siamo in guerra. Perciò sentiamo forte la necessità di un contributo dell'Italia alla pace. Per questo bisogna tornare al senso profondo e inequivoco del ripudio della guerra sancito dall'art.11 della Costituzione".
Il ritiro delle truppe italiane dall'Ira, conclude Bertinotti, è una "necessità".
copyright @ 2005 APCOM
il popolo sovietico, non Stalin, vinse la guerra
Il Mattino 8.5.05
«Stalin? Solo un simbolo: a vincere fu il popolo sovietico»
g.d’am.
Mosca. «Il 9 maggio 1945 fu una festa incredibile». L’accademico Sigurd Schmidt, figlio del celebre esploratore polare Otto, ricorda quel giorno di 60 anni fa come se fosse ieri. «Non si riusciva a riconoscere Mosca – racconta l’ottantrenne storico di fama mondiale, uno dei membri più influenti dell’intellighentzia russa -. Tutti si baciavano, si abbracciavano. Non si poteva quasi percorrere la Piazza Rossa. I reduci dal fronte e i tanti stranieri, soprattutto britannici, nostri alleati, venivano portati in trionfo. Noi studenti organizzammo una manifestazione che passò davanti alle ambasciate amiche, francese, inglese, americana. Certo per molti non era una festa: tante sono state le perdite».
Ben 27 milioni sono stati i morti sovietici: il doppio delle perdite di tutti gli Alleati. Che significato ha questa pagina nella storia russa?
«Enorme. La vittoria sul nazismo ha salvato il Paese dall’occupazione e dalla distruzione del suo patrimonio culturale. I piani dei tedeschi prevedevano di eliminare la cultura slava e russa dopo quella ebraica. Poi, in secondo luogo, abbiamo recuperato l’orgoglio perso: il ruolo dell’Urss è stato fondamentale nel trionfo alleato. Sono dispiaciuto che all’estero, ora, le nuove generazioni abbiano visioni diverse. I sovietici hanno liberato Berlino ed hanno sofferto più di tutti delle conseguenze della guerra. Per un breve periodo, circa un anno, l’intellighentzia, ritornata in patria dopo il conflitto, sperò in un nuovo corso, più liberale. Fu, però, un’illusione temporanea».
Stalin e la vittoria. Tante sono oggi le polemiche.
«Il suo fu un ruolo più psicologico che reale. In lui milioni di persone credevano. Era come un garante del successo. In realtà, Stalin era responsabile per non aver preparato il Paese alla guerra. L’avevano avvertito, ma lui fece eliminare i migliori quadri delle Forze armate. Dunque la vittoria fu del popolo sovietico. La guerra fu un enorme evento psicologico dopo la repressione. La gente era impaurita ed aveva perso la fiducia nel socialismo, che mostrava il volto del totalitarismo. Ma con la guerra, la difesa della patria venne posta sopra a tutto. Vi furono dei figli di ”nemici del popolo“, alcuni li conobbi io personalmente, che si fecero mandare al fronte per mostrare che la loro famiglia era composta da patrioti».
Ma non è in corso oggi in Russia una pericolosa revisione storica?
«In Russia si è giustamente tornati a parlare di Stalin. Per la generazione della guerra, per quelli che sono andati a morire in suo nome, Stalin ha rappresentato qualcosa di importante nonostante i suoi crimini».
L’accademico Afanasiev, uno dei promotori della perestrojka, accusa il potere di imporre una propria visione storica, basata sui concetti di nazione, slavofilia, ortodossia. Cosa ne pensa?
«Quella di Afanasiev è una visione legata a determinati circoli politici. In realtà dagli anni Ottanta in Russia si possono esprimere benissimo opinioni diverse da quelle ufficiali. E Afanasiev tranquillamente può pubblicare articoli contro Putin».
«Stalin? Solo un simbolo: a vincere fu il popolo sovietico»
g.d’am.
Mosca. «Il 9 maggio 1945 fu una festa incredibile». L’accademico Sigurd Schmidt, figlio del celebre esploratore polare Otto, ricorda quel giorno di 60 anni fa come se fosse ieri. «Non si riusciva a riconoscere Mosca – racconta l’ottantrenne storico di fama mondiale, uno dei membri più influenti dell’intellighentzia russa -. Tutti si baciavano, si abbracciavano. Non si poteva quasi percorrere la Piazza Rossa. I reduci dal fronte e i tanti stranieri, soprattutto britannici, nostri alleati, venivano portati in trionfo. Noi studenti organizzammo una manifestazione che passò davanti alle ambasciate amiche, francese, inglese, americana. Certo per molti non era una festa: tante sono state le perdite».
Ben 27 milioni sono stati i morti sovietici: il doppio delle perdite di tutti gli Alleati. Che significato ha questa pagina nella storia russa?
«Enorme. La vittoria sul nazismo ha salvato il Paese dall’occupazione e dalla distruzione del suo patrimonio culturale. I piani dei tedeschi prevedevano di eliminare la cultura slava e russa dopo quella ebraica. Poi, in secondo luogo, abbiamo recuperato l’orgoglio perso: il ruolo dell’Urss è stato fondamentale nel trionfo alleato. Sono dispiaciuto che all’estero, ora, le nuove generazioni abbiano visioni diverse. I sovietici hanno liberato Berlino ed hanno sofferto più di tutti delle conseguenze della guerra. Per un breve periodo, circa un anno, l’intellighentzia, ritornata in patria dopo il conflitto, sperò in un nuovo corso, più liberale. Fu, però, un’illusione temporanea».
Stalin e la vittoria. Tante sono oggi le polemiche.
«Il suo fu un ruolo più psicologico che reale. In lui milioni di persone credevano. Era come un garante del successo. In realtà, Stalin era responsabile per non aver preparato il Paese alla guerra. L’avevano avvertito, ma lui fece eliminare i migliori quadri delle Forze armate. Dunque la vittoria fu del popolo sovietico. La guerra fu un enorme evento psicologico dopo la repressione. La gente era impaurita ed aveva perso la fiducia nel socialismo, che mostrava il volto del totalitarismo. Ma con la guerra, la difesa della patria venne posta sopra a tutto. Vi furono dei figli di ”nemici del popolo“, alcuni li conobbi io personalmente, che si fecero mandare al fronte per mostrare che la loro famiglia era composta da patrioti».
Ma non è in corso oggi in Russia una pericolosa revisione storica?
«In Russia si è giustamente tornati a parlare di Stalin. Per la generazione della guerra, per quelli che sono andati a morire in suo nome, Stalin ha rappresentato qualcosa di importante nonostante i suoi crimini».
L’accademico Afanasiev, uno dei promotori della perestrojka, accusa il potere di imporre una propria visione storica, basata sui concetti di nazione, slavofilia, ortodossia. Cosa ne pensa?
«Quella di Afanasiev è una visione legata a determinati circoli politici. In realtà dagli anni Ottanta in Russia si possono esprimere benissimo opinioni diverse da quelle ufficiali. E Afanasiev tranquillamente può pubblicare articoli contro Putin».
pubblicate le lezioni di Basilea di Nietzsche
La Sicilia 8.5.05
Università, le lezioni inedite di Nietzsche
A. G.
«I filosofi preplatonici» di F. Nietzsche, volume curato dall'ordinario di Storia della Filosofia, Piero Di Giovanni, e presentato al pubblico da Aniello Montano dell'Università di Salerno e da Domenico Fazio dell'Università di Lecce è stato presentato ieri in un noto albergo di via Roma. Si tratta delle lezioni inedite che Nietzsche tenne a Basilea negli anni giovanili e che adesso vengono riproposti in una seconda edizione che l'autore ha realizzato per la casa editrice Laterza . Al convegno ha partecipato anche il giornalista-scrittore Claudio Zarcone, che ha affrontato il tema: «Nietzsche, delle molteplici strade». «Oggi viene riproposto - spiega Di Giovanni - questo testo , con delle novità essenziali:il nuovo saggio introduttivo riveduto e ampliato, note critiche aggiunte al testo delle lezioni di Nietzsche e il trasferimento a pie' di pagina delle citazioni di frammenti dei filosofi preplatonici, più le citazioni dei saggi consultati dallo stesso Nietzsche. I greci, con quella curiosità di fondo che li spingeva a interrogarsi sulla natura del mondo, tesero, attraverso la filosofia, a sfuggire all'occhio impigrito delle tenebre e non è occasionale che ancora oggi i filosofi preplatonici vengano riconosciuti universalmente «indagatori straordinari» e degni «rappresentanti del genio greco». «Di Giovanni, interprete attento delle dinamiche culturali dei nostri tempi - conclude Zarcone - fa un salto nel passato con uno dei pensatori più controversi, per dimostrarci, qualora ce ne fosse bisogno, che il passato ci è sempre contemporaneo la parola ha una grande potenza disvelatrice ecco perché la "perfidia" del linguaggio di Nietzsche, le sue metafore, i traslati, ci permettono di guardare al molteplice e alle sue insidie con "mille occhi" consentendoci così di affrontare il molteplice stesso, ovvero la maledizione del divenire».
Università, le lezioni inedite di Nietzsche
A. G.
«I filosofi preplatonici» di F. Nietzsche, volume curato dall'ordinario di Storia della Filosofia, Piero Di Giovanni, e presentato al pubblico da Aniello Montano dell'Università di Salerno e da Domenico Fazio dell'Università di Lecce è stato presentato ieri in un noto albergo di via Roma. Si tratta delle lezioni inedite che Nietzsche tenne a Basilea negli anni giovanili e che adesso vengono riproposti in una seconda edizione che l'autore ha realizzato per la casa editrice Laterza . Al convegno ha partecipato anche il giornalista-scrittore Claudio Zarcone, che ha affrontato il tema: «Nietzsche, delle molteplici strade». «Oggi viene riproposto - spiega Di Giovanni - questo testo , con delle novità essenziali:il nuovo saggio introduttivo riveduto e ampliato, note critiche aggiunte al testo delle lezioni di Nietzsche e il trasferimento a pie' di pagina delle citazioni di frammenti dei filosofi preplatonici, più le citazioni dei saggi consultati dallo stesso Nietzsche. I greci, con quella curiosità di fondo che li spingeva a interrogarsi sulla natura del mondo, tesero, attraverso la filosofia, a sfuggire all'occhio impigrito delle tenebre e non è occasionale che ancora oggi i filosofi preplatonici vengano riconosciuti universalmente «indagatori straordinari» e degni «rappresentanti del genio greco». «Di Giovanni, interprete attento delle dinamiche culturali dei nostri tempi - conclude Zarcone - fa un salto nel passato con uno dei pensatori più controversi, per dimostrarci, qualora ce ne fosse bisogno, che il passato ci è sempre contemporaneo la parola ha una grande potenza disvelatrice ecco perché la "perfidia" del linguaggio di Nietzsche, le sue metafore, i traslati, ci permettono di guardare al molteplice e alle sue insidie con "mille occhi" consentendoci così di affrontare il molteplice stesso, ovvero la maledizione del divenire».
Don Chisciotte, secondo Erri De Luca
Il Mattino 8.5.05
Don Chisciotte il visionario
Una domenica con Erri De Luca al Salone di Torino: lo scrittore napoletano, appena rientrato dall’Himalaya, terrà una conferenza sul tema del sogno, leit-motiv della Fiera. De Luca parlerà su «Don Chisciotte l’invincibile», omaggio a Cervantes.
Erri De Luca: Delle due volte che ho letto le avventure di Don Chisciotte, non ricordo il racconto di un suo sogno. Il titolo di sognatore, a mia memoria almeno, non gli si addice. La sua tempra è di quelle che esauriscono il necessario sfogo di sognare senza chiudere gli occhi, in stato di veglia, coi sensi ben presenti. Dorme poco e la sua insonnia brulica di visioni, incantesimi, apparizioni, insomma il repertorio della febbre. Il sognatore il sogno lo subisce, ma pure quando è atroce e lo minaccia a morte, ne esce illeso con un provvidenziale colpo di risveglio. Al contrario, Chisciotte è un visionario, uno che sta in piena realtà sensibile con la vocazione di agire per correggerla. Dove si parla di sognatori e sogni, lui è clinicamente fuori posto. Altra diceria che non lo riguarda è l’utopia, ingegneria che predica con petulanza un altrove migliore, un luogo venturo di minuziosa e molesta perfezione. La «Repubblica» di Platone manda al potere i filosofi ed espelle dalla città i poeti. L’utopia, progetto di felicità forzate, esclude la realtà e fonda fuori di esse la sua disciplinata città futura. Chisciotte, predicando di essere venuto a ristabilire l’epopea dei cavalieri erranti, compie la sua missione subito e dappertutto, la vuole realizzata sul posto e sul momento, qui ora, appena se ne presenti il caso e l’avventura. Non coltiva giardini recintati, batte le strade del suo tempo per riparare i torti. Li riconosce anche sotto i molti travestimenti, si lancia magro e solitario contro le sopraffazioni. Chisciotte vuole smascherare, sa che il suo nemico si camuffa: se gigantesco, si traveste da mulino a vento, se rapitore di fanciulle, prende aspetto di una cerimonia religiosa che trasporta una statua di madonna. Il mondo a lui dinnanzi, sta sotto un incantesimo che a lui spetta svelare, dissipare. Né sognatore, né utopista, Chisciotte, l’invincibile che non ne vince una, resta invincibile perché da nessuna sconfitta annientato, anzi da ogni sconfitta resuscitato per battersi di nuovo. Fosse risorto, riscritto oggi, Chisciotte vedrebbe nei soldati spediti in Irak in missione di pace, una forza di guerra in casa d’altri. Vedrebbe sotto il nome ospitale di «Centri di prima accoglienza», recinti fuorilegge per rinchiudere stranieri di passaggio. Vedrebbe nella chiusura del processo per la strage di Milano del 1969, un’assoluzione dello Stato di allora che imbrogliò le indagini e le carte, più che il proscioglimento di tre esecutori decrepiti e al sicuro. Chisciotte il visionario sarebbe fuori da ogni schieramento e non si farebbe rinchiudere nel padiglione letterario dei sognatori e degli abbindolati da utopia. Infine non avrebbe, così come non ha, uno straccio di scrittore che lo canti di nuovo.
Don Chisciotte il visionario
Una domenica con Erri De Luca al Salone di Torino: lo scrittore napoletano, appena rientrato dall’Himalaya, terrà una conferenza sul tema del sogno, leit-motiv della Fiera. De Luca parlerà su «Don Chisciotte l’invincibile», omaggio a Cervantes.
Erri De Luca: Delle due volte che ho letto le avventure di Don Chisciotte, non ricordo il racconto di un suo sogno. Il titolo di sognatore, a mia memoria almeno, non gli si addice. La sua tempra è di quelle che esauriscono il necessario sfogo di sognare senza chiudere gli occhi, in stato di veglia, coi sensi ben presenti. Dorme poco e la sua insonnia brulica di visioni, incantesimi, apparizioni, insomma il repertorio della febbre. Il sognatore il sogno lo subisce, ma pure quando è atroce e lo minaccia a morte, ne esce illeso con un provvidenziale colpo di risveglio. Al contrario, Chisciotte è un visionario, uno che sta in piena realtà sensibile con la vocazione di agire per correggerla. Dove si parla di sognatori e sogni, lui è clinicamente fuori posto. Altra diceria che non lo riguarda è l’utopia, ingegneria che predica con petulanza un altrove migliore, un luogo venturo di minuziosa e molesta perfezione. La «Repubblica» di Platone manda al potere i filosofi ed espelle dalla città i poeti. L’utopia, progetto di felicità forzate, esclude la realtà e fonda fuori di esse la sua disciplinata città futura. Chisciotte, predicando di essere venuto a ristabilire l’epopea dei cavalieri erranti, compie la sua missione subito e dappertutto, la vuole realizzata sul posto e sul momento, qui ora, appena se ne presenti il caso e l’avventura. Non coltiva giardini recintati, batte le strade del suo tempo per riparare i torti. Li riconosce anche sotto i molti travestimenti, si lancia magro e solitario contro le sopraffazioni. Chisciotte vuole smascherare, sa che il suo nemico si camuffa: se gigantesco, si traveste da mulino a vento, se rapitore di fanciulle, prende aspetto di una cerimonia religiosa che trasporta una statua di madonna. Il mondo a lui dinnanzi, sta sotto un incantesimo che a lui spetta svelare, dissipare. Né sognatore, né utopista, Chisciotte, l’invincibile che non ne vince una, resta invincibile perché da nessuna sconfitta annientato, anzi da ogni sconfitta resuscitato per battersi di nuovo. Fosse risorto, riscritto oggi, Chisciotte vedrebbe nei soldati spediti in Irak in missione di pace, una forza di guerra in casa d’altri. Vedrebbe sotto il nome ospitale di «Centri di prima accoglienza», recinti fuorilegge per rinchiudere stranieri di passaggio. Vedrebbe nella chiusura del processo per la strage di Milano del 1969, un’assoluzione dello Stato di allora che imbrogliò le indagini e le carte, più che il proscioglimento di tre esecutori decrepiti e al sicuro. Chisciotte il visionario sarebbe fuori da ogni schieramento e non si farebbe rinchiudere nel padiglione letterario dei sognatori e degli abbindolati da utopia. Infine non avrebbe, così come non ha, uno straccio di scrittore che lo canti di nuovo.
Asor Rosa
Repubblica 7.5.05
Noi, figli della resistenza
l'eccessiva epica antifascista anni '50/'60 e i nemici di oggi
Vittorini e il suo passato fascista
Il grande pericolo della zona grigia
ALBERTO ASOR ROSA
Quand'ero giovane (più o meno fra cinquanta e quarant'anni fa: fine anni '50, metà anni '60), la mia generazione cominciò a non poterne più delle celebrazioni antifasciste e resistenziali. Intendiamoci: insofferenze, se non esigue, certo molto, molto minoritarie; le quali tuttavia avrebbero avuto qualche influenza sullo sviluppo successivo delle idee e degli eventi. Non riuscivamo a sopportare, più che i fatti in sé (il fuoriuscitismo, la lotta al fascismo durante il ventennio, l'insurrezione armata contro i nazisti e i fascisti), l'ideologia che c'era cresciuta sopra: l'esaltazione, soprattutto da parte comunista, del carattere rivoluzionario e storicamente «conclusivo» di quell'esperienza; l'enfatizzazione della natura felicemente compromissoria e (per noi) falsamente unitaria dell'alleanza democratica (il Cln), che ne era stato lo sbocco politico più conseguente.
Avevamo in testa altri modelli, cui non vale la pena di richiamarsi qui dettagliatamente. Fatto sta che, a partire da quella insofferenza, alcune operazioni di approfondimento critico furono tentate, e in questo approccio analitico e nei suoi risultati va cercato per quanto mi riguarda il filo di un discorso che lega quel lontano passato a questo presente.
Per esempio, scoprimmo allora, contro il parere di un grande maestro come Norberto Bobbio, che era esistita una larga e seria cultura fascista; e che dunque, se questo era accaduto, doveva essere stato necessario che il fascismo (prima in Italia, poi in Europa) fosse stato un processo profondo, radicato e ramificato negli strati più significativi della società, - non l'epifenomeno transitorio, di cui altri grandi intellettuali del tempo avevano parlato. Scoprimmo inoltre (noi, allora) che una parte consistente della più giovane generazione intellettuale antifascista (Vittorini, Pratolini, Bilenchi, ma non solo) era stata convintamente fascista nel tratto di ventennio che le era accaduto di vivere e che aveva in seguito fatto poca o nessuna autocritica; e che molti altri, più adulti e consapevoli di loro, pur non essendo stati fascisti, non erano stati alieni da debolezze, compromessi e compiacenze nei confronti del regime (come del resto è destinato ad accadere in qualsiasi altro sistema totalitario). E che dunque, nel rifiuto e nel trauma seguiti alla Liberazione, erano sopravvissute necessariamente continuità e contiguità, compromessi e censure, i quali nella zona grigia, che rapidamente s'era creata dopo i giorni della lotta e del riscatto, s'allargavano a macchia d'olio, determinando un persistente e fastidioso rumorio di fondo. Elio Vittorini, alla discoperta, esposta in modo forse poco generoso, del suo passato di militante fascista, non aveva saputo che replicare (imbarazzato, direi): «Il fatto è che si usciva dall'utero sozzo ch'era la storia di allora, ch'era l'eredità di quel momento. Da quell'utero sozzo non potevamo che uscire populisti» (Rinascita, suppl. n. 4, aprile 1965).
È esistito dunque un revisionismo di sinistra prima di quello di destra; il primo (mi pare di poter dire) enormemente più serio e responsabile del secondo, del quale (a parte il miserabile calcolo politico cui il più delle volte si ispira) si potrebbe sostenere al minimo che è completamente fuori fase storica, ossia anacronistico, ossia: non dice davvero nulla di più di quel che sapevamo già da vari decenni e lo dice fuori tempo massimo, quando le questioni sono ormai altre. Ma vediamo.
Cosa resta di quel nostro (mio) anti-antifascismo di allora? In primo luogo, mi pare il rifiuto del carattere onnicomprensivo e onnigiustificante dell'ideologia antifascista; in un secondo luogo, la volontà di leggere in maniera critica qualsiasi avvenimento della nostra storia, comprese la Resistenza e la Liberazione; infine, il nocciolo duro dell'analisi, e cioè la persuasione che tra il ventennio fascista e il dopoguerra repubblicano una quantità di fili erano rimasti tesi e ininterrotti. Per il resto, la prova dei trent'anni successivi è stata durissima.
Sperimentato drammaticamente che la formula politica resistenziale non era ripetibile (fallimento del «compromesso storico», messo a terra dall'offensiva congiunta di forze politiche e sociali conservatrici, di poteri occulti e del terrorismo rosso, grottesca e tragica deformazione della critica da sinistra all'antifascismo), abbiamo assistito al risorgere a poco a poco e all'affermarsi finale (per ora) di tutte quelle forze, sociali e politiche, che, invece di riflettere seriamente sui limiti delle predette continuità resistenziali, ne rigettavano o semplicemente ne ignoravano il tentativo di discontinuità, - l'ipotesi di «salto», insomma, - da cui quell'esperienza in qualche modo era stata contraddistinta.
Ne veniva per me dolorosamente confermata l'ipotesi che la società italiana (sì, proprio la società, prima che la cultura e il sistema politico), in condizioni di crisi acuta avrebbe potuto esprimere di nuovo i germi tutt'altro che riassorbiti di una vocazione decisionistica, autoritaria e populistica, se non proprio fascistica, come prima e durante il ventennio. La Resistenza, invece che una lotta di popolo per restituire all'Italia le perdute caratteristiche democratiche, diventava o un trascurabile incidente della storia o, al più, la manifestazione «di parte» di una più ampia «guerra civile» (formula quanto mai incauta e per giunta, almeno in Italia, del tutto infondata storicamente), ai cui protagonisti, come si dice oggi, andavano riconosciuti (alla fin fine e come minimo) eguale amor di patria e un'uguale dignità di combattenti.
Questo è l'equivoco politico-culturale, nel quale oggi siamo ancora immersi fino al collo. La negazione del carattere fondativo dell'esperienza resistenziale trascina con sé tutto il resto: il disprezzo per la democrazia, tanto più quanto più è partecipata: la volontà di snaturare la Costituzione, considerata il frutto indecente di quel tentativo di «salto» pararivoluzionario; una concezione malata (strumentale fino ai limiti della disonestà personale) della ricerca intellettuale e culturale. Questo pasticcio assume poi varie forme.
La Lega spregia e respinge della Resistenza l'ispirazione unitaria e il legame con la storia passata d'Italia: la partigianeria non operò per questa o quella valle ma per l'insieme, non rompendo ma inverando a livello popolare l'elitistica eredità risorgimentale. Quanto a An, non nego che Fini si possa definire attualmente non fascista. Tuttavia, egli non può dirsi in nessun modo favorevole alla Resistenza e suo, seppure postumo, sostenitore, non solo perché, se lo facesse, perderebbe tre quarti dei suoi seguaci, fra i quali i fascisti autentici non sono ancora minoranza, ma perché è nella sua cultura adottare il compromesso di oggi ma non le sue imprescindibili premesse di ieri (vedi Fiuggi e addentellati successivi).
Ma, come al solito, il Cavaliere svetta su tutti, è il vero e riconosciuto simbolo ed eroe di questo pezzo della società italiana, cresciuto, non dimentichiamolo, nello sfascio (lungo, tormentoso, estenuante) della prima Repubblica. Nell'impossibilità (forse nella superfluità) di un esame più complessivo delle sue posizioni e dichiarazioni, mi limiterò a concentrarmi su di una sua «frasetta», tanto più significativa in quanto pronunciata nei giorni dell´ascesa e del trionfo e sfuggita, se non erro, finora all'analisi sia dei letterati sia dei politici. Il racconto che vado a riepilogare è contenuto in una pubblicazione il cui titolo è già di per sé rappresentativo dell'esemplarità che i suoi anonimi autori vollero attribuirgli: Una storia italiana. Apparve poco prima delle elezioni politiche del 2001 e gli analisti sostennero che il suo carattere smaccatamente apologetico contribuì a fargliele vincere. All'inizio del racconto è però il Cavaliere in prima persona (virgolettato e corsivato) a parlare di sé e a narrare dei suoi anni infantili in coincidenza con la grande crisi aperta con l´8 settembre 1943. Racconta il Cavaliere: «Mio padre era militare al momento della disfatta. I tedeschi avevano iniziato la caccia al soldato italiano e lui si fece convincere da alcuni suoi amici a riparare con loro in Svizzera». Segue la storica «frasetta»: «Fece la scelta giusta. Salvò la sua vita e salvò il futuro di tutti noi».
Credo che raramente nelle scritture letterarie mi sia capitato di trovare racchiusa in una proposizione tanto breve significati tanto vasti e profondi. Il Cavaliere non è mai andato alle celebrazioni del 25 aprile (e farebbe bene a non andarci mai), perché, se tutti i giovani italiani avessero fatto come il suo babbo, la Resistenza non ci sarebbe mai stata ma tante, tantissime famiglie italiane avrebbero potuto pensare più tranquillamente al loro futuro, non importa naturalmente se sotto il tallone tedesco e fascista oppure imbellamente «liberate» come bestiame inerme dalle truppe alleate. La Resistenza, dunque, «giustamente» non lo riguarda, anzi, se suo padre vi avesse partecipato, lui molto probabilmente non avrebbe avuto Mediaset.
Torniamo al generale. Fra i due acerrimi e incomponibili contendenti, gli eredi della Resistenza e quelli di Salò (incomponibili, ma ambedue, per usare la formula berlusconiana, «scesi in campo»), s'è allargata in questi ultimi anni la grande zona grigia dei «fece la scelta giusta». È questo il più grande nemico di oggi e di domani. Forse l'antifascismo non costituisce più una categoria a livello strettamente politico (alla pari di anticomunismo), ma certo esiste e funziona ancora benissimo la cultura del «salto» resistenziale e della legalità repubblicana: due universi che non si possono separare, perché vivono tuttora in funzione l'uno dell'altro, e chi li separa finisce per attentare all'unità del processo storico da cui siamo nati e nel cui solco intendiamo restare per non rischiare snaturamenti paurosi. Insomma: il nemico ha cambiato volto, ma la Resistenza non ha ancora raggiunto tutti i suoi obbiettivi, anzi, nel frattempo altri nuovi le si sono parati davanti. Dunque continua.
Noi, figli della resistenza
l'eccessiva epica antifascista anni '50/'60 e i nemici di oggi
Vittorini e il suo passato fascista
Il grande pericolo della zona grigia
ALBERTO ASOR ROSA
Quand'ero giovane (più o meno fra cinquanta e quarant'anni fa: fine anni '50, metà anni '60), la mia generazione cominciò a non poterne più delle celebrazioni antifasciste e resistenziali. Intendiamoci: insofferenze, se non esigue, certo molto, molto minoritarie; le quali tuttavia avrebbero avuto qualche influenza sullo sviluppo successivo delle idee e degli eventi. Non riuscivamo a sopportare, più che i fatti in sé (il fuoriuscitismo, la lotta al fascismo durante il ventennio, l'insurrezione armata contro i nazisti e i fascisti), l'ideologia che c'era cresciuta sopra: l'esaltazione, soprattutto da parte comunista, del carattere rivoluzionario e storicamente «conclusivo» di quell'esperienza; l'enfatizzazione della natura felicemente compromissoria e (per noi) falsamente unitaria dell'alleanza democratica (il Cln), che ne era stato lo sbocco politico più conseguente.
Avevamo in testa altri modelli, cui non vale la pena di richiamarsi qui dettagliatamente. Fatto sta che, a partire da quella insofferenza, alcune operazioni di approfondimento critico furono tentate, e in questo approccio analitico e nei suoi risultati va cercato per quanto mi riguarda il filo di un discorso che lega quel lontano passato a questo presente.
Per esempio, scoprimmo allora, contro il parere di un grande maestro come Norberto Bobbio, che era esistita una larga e seria cultura fascista; e che dunque, se questo era accaduto, doveva essere stato necessario che il fascismo (prima in Italia, poi in Europa) fosse stato un processo profondo, radicato e ramificato negli strati più significativi della società, - non l'epifenomeno transitorio, di cui altri grandi intellettuali del tempo avevano parlato. Scoprimmo inoltre (noi, allora) che una parte consistente della più giovane generazione intellettuale antifascista (Vittorini, Pratolini, Bilenchi, ma non solo) era stata convintamente fascista nel tratto di ventennio che le era accaduto di vivere e che aveva in seguito fatto poca o nessuna autocritica; e che molti altri, più adulti e consapevoli di loro, pur non essendo stati fascisti, non erano stati alieni da debolezze, compromessi e compiacenze nei confronti del regime (come del resto è destinato ad accadere in qualsiasi altro sistema totalitario). E che dunque, nel rifiuto e nel trauma seguiti alla Liberazione, erano sopravvissute necessariamente continuità e contiguità, compromessi e censure, i quali nella zona grigia, che rapidamente s'era creata dopo i giorni della lotta e del riscatto, s'allargavano a macchia d'olio, determinando un persistente e fastidioso rumorio di fondo. Elio Vittorini, alla discoperta, esposta in modo forse poco generoso, del suo passato di militante fascista, non aveva saputo che replicare (imbarazzato, direi): «Il fatto è che si usciva dall'utero sozzo ch'era la storia di allora, ch'era l'eredità di quel momento. Da quell'utero sozzo non potevamo che uscire populisti» (Rinascita, suppl. n. 4, aprile 1965).
È esistito dunque un revisionismo di sinistra prima di quello di destra; il primo (mi pare di poter dire) enormemente più serio e responsabile del secondo, del quale (a parte il miserabile calcolo politico cui il più delle volte si ispira) si potrebbe sostenere al minimo che è completamente fuori fase storica, ossia anacronistico, ossia: non dice davvero nulla di più di quel che sapevamo già da vari decenni e lo dice fuori tempo massimo, quando le questioni sono ormai altre. Ma vediamo.
Cosa resta di quel nostro (mio) anti-antifascismo di allora? In primo luogo, mi pare il rifiuto del carattere onnicomprensivo e onnigiustificante dell'ideologia antifascista; in un secondo luogo, la volontà di leggere in maniera critica qualsiasi avvenimento della nostra storia, comprese la Resistenza e la Liberazione; infine, il nocciolo duro dell'analisi, e cioè la persuasione che tra il ventennio fascista e il dopoguerra repubblicano una quantità di fili erano rimasti tesi e ininterrotti. Per il resto, la prova dei trent'anni successivi è stata durissima.
Sperimentato drammaticamente che la formula politica resistenziale non era ripetibile (fallimento del «compromesso storico», messo a terra dall'offensiva congiunta di forze politiche e sociali conservatrici, di poteri occulti e del terrorismo rosso, grottesca e tragica deformazione della critica da sinistra all'antifascismo), abbiamo assistito al risorgere a poco a poco e all'affermarsi finale (per ora) di tutte quelle forze, sociali e politiche, che, invece di riflettere seriamente sui limiti delle predette continuità resistenziali, ne rigettavano o semplicemente ne ignoravano il tentativo di discontinuità, - l'ipotesi di «salto», insomma, - da cui quell'esperienza in qualche modo era stata contraddistinta.
Ne veniva per me dolorosamente confermata l'ipotesi che la società italiana (sì, proprio la società, prima che la cultura e il sistema politico), in condizioni di crisi acuta avrebbe potuto esprimere di nuovo i germi tutt'altro che riassorbiti di una vocazione decisionistica, autoritaria e populistica, se non proprio fascistica, come prima e durante il ventennio. La Resistenza, invece che una lotta di popolo per restituire all'Italia le perdute caratteristiche democratiche, diventava o un trascurabile incidente della storia o, al più, la manifestazione «di parte» di una più ampia «guerra civile» (formula quanto mai incauta e per giunta, almeno in Italia, del tutto infondata storicamente), ai cui protagonisti, come si dice oggi, andavano riconosciuti (alla fin fine e come minimo) eguale amor di patria e un'uguale dignità di combattenti.
Questo è l'equivoco politico-culturale, nel quale oggi siamo ancora immersi fino al collo. La negazione del carattere fondativo dell'esperienza resistenziale trascina con sé tutto il resto: il disprezzo per la democrazia, tanto più quanto più è partecipata: la volontà di snaturare la Costituzione, considerata il frutto indecente di quel tentativo di «salto» pararivoluzionario; una concezione malata (strumentale fino ai limiti della disonestà personale) della ricerca intellettuale e culturale. Questo pasticcio assume poi varie forme.
La Lega spregia e respinge della Resistenza l'ispirazione unitaria e il legame con la storia passata d'Italia: la partigianeria non operò per questa o quella valle ma per l'insieme, non rompendo ma inverando a livello popolare l'elitistica eredità risorgimentale. Quanto a An, non nego che Fini si possa definire attualmente non fascista. Tuttavia, egli non può dirsi in nessun modo favorevole alla Resistenza e suo, seppure postumo, sostenitore, non solo perché, se lo facesse, perderebbe tre quarti dei suoi seguaci, fra i quali i fascisti autentici non sono ancora minoranza, ma perché è nella sua cultura adottare il compromesso di oggi ma non le sue imprescindibili premesse di ieri (vedi Fiuggi e addentellati successivi).
Ma, come al solito, il Cavaliere svetta su tutti, è il vero e riconosciuto simbolo ed eroe di questo pezzo della società italiana, cresciuto, non dimentichiamolo, nello sfascio (lungo, tormentoso, estenuante) della prima Repubblica. Nell'impossibilità (forse nella superfluità) di un esame più complessivo delle sue posizioni e dichiarazioni, mi limiterò a concentrarmi su di una sua «frasetta», tanto più significativa in quanto pronunciata nei giorni dell´ascesa e del trionfo e sfuggita, se non erro, finora all'analisi sia dei letterati sia dei politici. Il racconto che vado a riepilogare è contenuto in una pubblicazione il cui titolo è già di per sé rappresentativo dell'esemplarità che i suoi anonimi autori vollero attribuirgli: Una storia italiana. Apparve poco prima delle elezioni politiche del 2001 e gli analisti sostennero che il suo carattere smaccatamente apologetico contribuì a fargliele vincere. All'inizio del racconto è però il Cavaliere in prima persona (virgolettato e corsivato) a parlare di sé e a narrare dei suoi anni infantili in coincidenza con la grande crisi aperta con l´8 settembre 1943. Racconta il Cavaliere: «Mio padre era militare al momento della disfatta. I tedeschi avevano iniziato la caccia al soldato italiano e lui si fece convincere da alcuni suoi amici a riparare con loro in Svizzera». Segue la storica «frasetta»: «Fece la scelta giusta. Salvò la sua vita e salvò il futuro di tutti noi».
Credo che raramente nelle scritture letterarie mi sia capitato di trovare racchiusa in una proposizione tanto breve significati tanto vasti e profondi. Il Cavaliere non è mai andato alle celebrazioni del 25 aprile (e farebbe bene a non andarci mai), perché, se tutti i giovani italiani avessero fatto come il suo babbo, la Resistenza non ci sarebbe mai stata ma tante, tantissime famiglie italiane avrebbero potuto pensare più tranquillamente al loro futuro, non importa naturalmente se sotto il tallone tedesco e fascista oppure imbellamente «liberate» come bestiame inerme dalle truppe alleate. La Resistenza, dunque, «giustamente» non lo riguarda, anzi, se suo padre vi avesse partecipato, lui molto probabilmente non avrebbe avuto Mediaset.
Torniamo al generale. Fra i due acerrimi e incomponibili contendenti, gli eredi della Resistenza e quelli di Salò (incomponibili, ma ambedue, per usare la formula berlusconiana, «scesi in campo»), s'è allargata in questi ultimi anni la grande zona grigia dei «fece la scelta giusta». È questo il più grande nemico di oggi e di domani. Forse l'antifascismo non costituisce più una categoria a livello strettamente politico (alla pari di anticomunismo), ma certo esiste e funziona ancora benissimo la cultura del «salto» resistenziale e della legalità repubblicana: due universi che non si possono separare, perché vivono tuttora in funzione l'uno dell'altro, e chi li separa finisce per attentare all'unità del processo storico da cui siamo nati e nel cui solco intendiamo restare per non rischiare snaturamenti paurosi. Insomma: il nemico ha cambiato volto, ma la Resistenza non ha ancora raggiunto tutti i suoi obbiettivi, anzi, nel frattempo altri nuovi le si sono parati davanti. Dunque continua.
furtarelli..?
Corriere della Sera Salute 8.5.05
Non riuscite a dire «no»?
Dovete imparare
Psicologia. Chi acconsente sempre ad ogni richiesta, chi nasconde il proprio dissenso non è una persona «molto gentile»: è piuttosto, qualcuno che non rispetta se stesso.
Per riuscire a dire di no, bisogna allontanarsi dall'identificazione con l'altro e ritrovare la propria autonomia, che non vuol dire egocentrismo, ma capacità di focalizzarsi su se stessi
Gabriella Lotto
L' autrice individua quattro trappole che ci spingono a dire di sì controvoglia: voler essere gentili; voler essere amati, rispettati, accettati; la paura di perdere amici, amanti, lavoro, famiglia; la sensazione di non avere il diritto di dire di no. Il libro ha le caratteristiche di un manuale pratico. Corinne Sweet, giornalista e coordinatrice di gruppi di counseling, adotta un orientamento cognitivo-comportamentale: è dell'opinione che il modo di agire possa essere modificato intervenendo sui pensieri e invitando il lettore a sperimentare nuovi modelli di comportamento. Come rimedi, prescrive frasi da mandare a memoria come mantra, o esercitazioni in cui si dovrebbe agire "come se". Cioè come se fossimo già sicuri di noi stessi e assertivi fino a quando il nuovo comportamento si rinforza, sovrasta le vecchie abitudini, diventa spontaneo.
Il manuale è ricco di esempi: l'autrice ricostruisce dialoghi tipici in cui si nota l'esito del dire di sì; poi la stessa situazione viene ripetuta, questa volta con l'uso del no.
Scelte
Riguardo alla necessità di modificare il proprio comportamento, commenta: «E' solo una questione di scelta. Se riuscite a fermarvi e a chiedervi "E' questo che voglio?", saprete agire per il meglio dal prossimo minuto».
Ma è davvero facile cambiare? Lella Ravasi Bellocchio, scrittrice e psicanalista junghiana del CIPA (Centro italiano di psicologia analitica), risponde: «Il cambiamento è un processo che dura tutta la vita. Quello vero, interiore, richiede la pazienza di passare attraverso i diversi stadi della trasformazione e l'intelligenza per saper riflettere su di sé».
Per la donna spesso è più difficile dire di no, il motivo?
«La donna - spiega Ravasi Bellocchio- è spesso in conflitto con una parte di sé, il lato materno accogliente, che la spinge a mettersi nei panni dell'altro. Per poter dire di no deve allontanarsi dall'identificazione con l'altro e ritrovare la propria autonomia, che non vuol dire egocentrismo, ma capacità di focalizzarsi su se stessa, avere rispetto verso se stessi». L’eterno dibattito relativo al mettere al primo posto se stessi o gli altri può trovare soluzione in un ragionevole equilibrio mediano.
L'importante è riuscire a scegliere consapevolmente l’atteggiamento da adottare e non sentirsi schiavi della compulsività.
La socio-psicologa Paola Leonardi, fondatrice del Centro Autostima Donna (Milano) ritiene che l'aumento dell'autostima, storicamente carente nella donna, sia un traguardo importante per evitare le trappole del sì. Rinvigoriti dall'autostima, si inizia a credere che il no non porta necessariamente all'abbandono e, se dovesse accadere, avremo fiducia nel fatto che riusciremo a crearci nuovi affetti. «Nel rapporto uomo-donna - aggiunge - ci sono aspettative reciproche che rendono difficile dire di no. Questo è tipico di una relazione tradizionale in cui la divisione dei ruoli è stereotipata».
Passiamo all'infanzia: i "no" dei bambini sono solo capricci? «Nel periodo dei no a oltranza è importante lasciare esprimere il bambino, perché la scoperta di questa nuova difesa dal potere che i "grandi" hanno su di lui segna l'inizio della autodeterminazione, un passo importante nella formazione del senso di sé . Viceversa, è rilevante che il genitore sappia dire di no al bambino, spiegandone le ragioni, per insegnare al figlio ad accettare limiti, regole, per abituarlo alla natura reale e ordinaria del dissenso nell'esistenza».
Conformismo
Il dissenso si affronta quotidianamente, viene naturale pensare che non sia solo un problema dell'individuo, ma abbia anche una dimensione sociale. Michele Stufflesser, psicanalista della SPI (Società psicoanalitica italiana) e primario psichiatra all'ospedale di Sesto San Giovanni (Mi), spiega: «Dire di no è importante per difendersi dal conformismo. Nella nostra società, sempre più competitiva e consumistica, c'è spesso un'adesione acritica a un modello culturale narcisistico. Può essere importante fare l'elogio dell'indignazione, cioè dire di no a quello che sentiamo sbagliato e inaccettabile. C'è un appiattimento delle idee che porta all'indifferenza e all'acquisizione di un pensiero prevalentemente centrato sulla concretezza e sull'esteriorità. Manca lo stimolo per recuperare convinzioni personali».
Ma in che misura si dovrebbe dispensare il sì o il no? «Dire troppi no rende l'individuo rigido, incapace di accettare l'altro diverso da sé. Pronunciare troppi sì, invece, può essere espressione di un atteggiamento psichico onnipotente per cui non esistono limiti e regole» conclude Stufflesser.
Non riuscite a dire «no»?
Dovete imparare
Psicologia. Chi acconsente sempre ad ogni richiesta, chi nasconde il proprio dissenso non è una persona «molto gentile»: è piuttosto, qualcuno che non rispetta se stesso.
Per riuscire a dire di no, bisogna allontanarsi dall'identificazione con l'altro e ritrovare la propria autonomia, che non vuol dire egocentrismo, ma capacità di focalizzarsi su se stessi
Gabriella Lotto
Corinne Sweet, Come dire di no, 2004 Armenia Milano
L' autrice individua quattro trappole che ci spingono a dire di sì controvoglia: voler essere gentili; voler essere amati, rispettati, accettati; la paura di perdere amici, amanti, lavoro, famiglia; la sensazione di non avere il diritto di dire di no. Il libro ha le caratteristiche di un manuale pratico. Corinne Sweet, giornalista e coordinatrice di gruppi di counseling, adotta un orientamento cognitivo-comportamentale: è dell'opinione che il modo di agire possa essere modificato intervenendo sui pensieri e invitando il lettore a sperimentare nuovi modelli di comportamento. Come rimedi, prescrive frasi da mandare a memoria come mantra, o esercitazioni in cui si dovrebbe agire "come se". Cioè come se fossimo già sicuri di noi stessi e assertivi fino a quando il nuovo comportamento si rinforza, sovrasta le vecchie abitudini, diventa spontaneo.
Il manuale è ricco di esempi: l'autrice ricostruisce dialoghi tipici in cui si nota l'esito del dire di sì; poi la stessa situazione viene ripetuta, questa volta con l'uso del no.
Scelte
Riguardo alla necessità di modificare il proprio comportamento, commenta: «E' solo una questione di scelta. Se riuscite a fermarvi e a chiedervi "E' questo che voglio?", saprete agire per il meglio dal prossimo minuto».
Ma è davvero facile cambiare? Lella Ravasi Bellocchio, scrittrice e psicanalista junghiana del CIPA (Centro italiano di psicologia analitica), risponde: «Il cambiamento è un processo che dura tutta la vita. Quello vero, interiore, richiede la pazienza di passare attraverso i diversi stadi della trasformazione e l'intelligenza per saper riflettere su di sé».
Per la donna spesso è più difficile dire di no, il motivo?
«La donna - spiega Ravasi Bellocchio- è spesso in conflitto con una parte di sé, il lato materno accogliente, che la spinge a mettersi nei panni dell'altro. Per poter dire di no deve allontanarsi dall'identificazione con l'altro e ritrovare la propria autonomia, che non vuol dire egocentrismo, ma capacità di focalizzarsi su se stessa, avere rispetto verso se stessi». L’eterno dibattito relativo al mettere al primo posto se stessi o gli altri può trovare soluzione in un ragionevole equilibrio mediano.
L'importante è riuscire a scegliere consapevolmente l’atteggiamento da adottare e non sentirsi schiavi della compulsività.
La socio-psicologa Paola Leonardi, fondatrice del Centro Autostima Donna (Milano) ritiene che l'aumento dell'autostima, storicamente carente nella donna, sia un traguardo importante per evitare le trappole del sì. Rinvigoriti dall'autostima, si inizia a credere che il no non porta necessariamente all'abbandono e, se dovesse accadere, avremo fiducia nel fatto che riusciremo a crearci nuovi affetti. «Nel rapporto uomo-donna - aggiunge - ci sono aspettative reciproche che rendono difficile dire di no. Questo è tipico di una relazione tradizionale in cui la divisione dei ruoli è stereotipata».
Passiamo all'infanzia: i "no" dei bambini sono solo capricci? «Nel periodo dei no a oltranza è importante lasciare esprimere il bambino, perché la scoperta di questa nuova difesa dal potere che i "grandi" hanno su di lui segna l'inizio della autodeterminazione, un passo importante nella formazione del senso di sé . Viceversa, è rilevante che il genitore sappia dire di no al bambino, spiegandone le ragioni, per insegnare al figlio ad accettare limiti, regole, per abituarlo alla natura reale e ordinaria del dissenso nell'esistenza».
Conformismo
Il dissenso si affronta quotidianamente, viene naturale pensare che non sia solo un problema dell'individuo, ma abbia anche una dimensione sociale. Michele Stufflesser, psicanalista della SPI (Società psicoanalitica italiana) e primario psichiatra all'ospedale di Sesto San Giovanni (Mi), spiega: «Dire di no è importante per difendersi dal conformismo. Nella nostra società, sempre più competitiva e consumistica, c'è spesso un'adesione acritica a un modello culturale narcisistico. Può essere importante fare l'elogio dell'indignazione, cioè dire di no a quello che sentiamo sbagliato e inaccettabile. C'è un appiattimento delle idee che porta all'indifferenza e all'acquisizione di un pensiero prevalentemente centrato sulla concretezza e sull'esteriorità. Manca lo stimolo per recuperare convinzioni personali».
Ma in che misura si dovrebbe dispensare il sì o il no? «Dire troppi no rende l'individuo rigido, incapace di accettare l'altro diverso da sé. Pronunciare troppi sì, invece, può essere espressione di un atteggiamento psichico onnipotente per cui non esistono limiti e regole» conclude Stufflesser.
Marco Bellocchio e Francesca Calvelli coproduttori di un film su Italo Calvino
La Stampa 8.5.05
A Sanremo si gira un film su Calvino
I «primi quarant’anni» di Italo Calvino. Tra Santiago de Las Vegas, nell’isola di Cuba, dove i suoi genitori, sanremesi, botanici di fama internazionale, si erano trasferiti per lavoro e dove nacque nel 1923 (vi sarebbe tornato nel 1964 per sposare Ester Singer); Sanremo, dove approdò quando aveva solamente un anno, dove visse la sua giovinezza e partecipò alla Resistenza contro il fascismo; Torino la città dove divenne uno scrittore celebre e famoso (protagonista dell’epoca d’oro della Casa Editrice Einaudi); e, infine, Parigi e Roma le città dove avrebbe trascorso i suoi ultimi anni di vita. Sarà dedicato, in gran parte, a questo cruciale periodo della vita di quello che è considerato il maggior scrittore italiano del Novecento (e il più tradotto nel mondo) il film-documentario «L’Isola di Calvino» di Roberto Giannarelli che ne ha curato anche la sceneggiatura insieme a Pierpaolo Andriani. Le riprese inizieranno nel corso di questo mese a Cuba e si sposteranno, gradualmente, a New York, Parigi, Roma, Torino e Sanremo. Il film, realizzato in collaborazione con Raitre e con il sostegno del Comune di Sanremo, dovrebbe essere pronto per il prossimo mese di settembre. Il film è prodotto dalla Fabulafilm di Graziella Bildesheim che lo realizzerà insieme alla Kavac di Marco Bellocchio e Francesca Calvelli.
A Sanremo si gira un film su Calvino
I «primi quarant’anni» di Italo Calvino. Tra Santiago de Las Vegas, nell’isola di Cuba, dove i suoi genitori, sanremesi, botanici di fama internazionale, si erano trasferiti per lavoro e dove nacque nel 1923 (vi sarebbe tornato nel 1964 per sposare Ester Singer); Sanremo, dove approdò quando aveva solamente un anno, dove visse la sua giovinezza e partecipò alla Resistenza contro il fascismo; Torino la città dove divenne uno scrittore celebre e famoso (protagonista dell’epoca d’oro della Casa Editrice Einaudi); e, infine, Parigi e Roma le città dove avrebbe trascorso i suoi ultimi anni di vita. Sarà dedicato, in gran parte, a questo cruciale periodo della vita di quello che è considerato il maggior scrittore italiano del Novecento (e il più tradotto nel mondo) il film-documentario «L’Isola di Calvino» di Roberto Giannarelli che ne ha curato anche la sceneggiatura insieme a Pierpaolo Andriani. Le riprese inizieranno nel corso di questo mese a Cuba e si sposteranno, gradualmente, a New York, Parigi, Roma, Torino e Sanremo. Il film, realizzato in collaborazione con Raitre e con il sostegno del Comune di Sanremo, dovrebbe essere pronto per il prossimo mese di settembre. Il film è prodotto dalla Fabulafilm di Graziella Bildesheim che lo realizzerà insieme alla Kavac di Marco Bellocchio e Francesca Calvelli.
«biblioterapia»?
Il Tempo 7.5.05
La mente salvata dalla biblioterapia
Percorsi di lettura destinati ad alleviare il disagio psicologico
Un progetto del Ministero dei Beni Culturali per i ragazzi a rischio
di MARINA L. FERRERO
I LIBRI, dei buoni libri, possono rivelarsi delle utili mappe per tracciare dei percorsi interiori anche in chi si ritrovi smarrito, o a disagio nel cercare le proprie coordinate spirituali. La parola scritta diventa un viatico per questo viaggio a volte troppo spaventoso e complesso, dove la destinazione è meno importante, o perlomeno non è l’unico obiettivo, delle esperienze che si fanno strada facendo.. Da questa idea di base nasce il progetto "Librarsi”, che già nel suo slogan sintetizza il senso di leggerezza, da intendersi come liberazione da un peso, che vuole spaziare nelle zone oscure, o meno esplorate dell’uomo. Luciano Scala, direttore generale dei beni Librari e Istituti Culturali per il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali descrive quest’iniziativa che partirà prima dell’estate, probabilmente già dal prossimo giugno: «"Librarsi" è un progetto rivolto a giovani che si trovano in situazioni di disagio psicologico, perché la lettura può essere una buona terapia. Leggere è un modo per confrontare se stessi, per conoscersi meglio, per ampliare i propri orizzonti. Certo, siamo di fronte a un esperimento, però siamo convinti che darà degli ottimi risultati». Il progetto verrà realizzato a Lecce, e vi parteciperanno i nove centri di salute mentale che si trovano sull’intera provincia e che fanno tutti capo all’azienda sanitaria locale di Lecce; parteciperanno inoltre, il centro di psichiatria e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza ed il centro per i disturbi alimentari. In ciascuno dei nove centri vi saranno 25 persone, utenti della struttura, a cui verranno dati i libri da leggere; a ciascun centro sarà collegato uno scrittore, si tratterà in modo particolare di scrittori locali, almeno sei, e di tre autori noti, soprattutto fra i giovani, come Andrea De Carlo, Erri De Luca, Marco Lodoli e Simona Vinci. Il coordinamento del progetto per quanto riguarda la gestione dei libri sarà a cura di Manni Editori. Scala continua a spiegare, sottolineando con entusiasmo che questo progetto «ha un percorso, un obiettivo ed un’eredità. Ai 25 ragazzi di ogni centro verranno distribuiti i libri, lo stesso testo per tutti, in base a cui verrà fatta una lettura utilizzata nella terapia di gruppo, naturalmente, vi sarà anche la lettura individuale, ed al termine del lavoro vi sarà l’incontro con l’autore, con cui si svolgerà un vero e proprio dibattito, con interviste e tutto ciò che ne segue». I percorsi dureranno complessivamente qualche mese, dopodiché in questi centri si formeranno delle biblioteche permanenti contenenti un centinaio di volumi. Infine, tutto il lavoro relativo all’incontro con l’autore verrà pubblicato su un numero speciale di "Libri e Riviste d’Italia", la pubblicazione della direzione generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali. Un progetto nuovo, sulla scia di una tendenza che da tempo insiste sull’importanza di conoscere se stessi per riuscire ad ottenere l’energia che serve a resistere agli urti della vita, come cantava anni fa Luca Carboni.
La mente salvata dalla biblioterapia
Percorsi di lettura destinati ad alleviare il disagio psicologico
Un progetto del Ministero dei Beni Culturali per i ragazzi a rischio
di MARINA L. FERRERO
I LIBRI, dei buoni libri, possono rivelarsi delle utili mappe per tracciare dei percorsi interiori anche in chi si ritrovi smarrito, o a disagio nel cercare le proprie coordinate spirituali. La parola scritta diventa un viatico per questo viaggio a volte troppo spaventoso e complesso, dove la destinazione è meno importante, o perlomeno non è l’unico obiettivo, delle esperienze che si fanno strada facendo.. Da questa idea di base nasce il progetto "Librarsi”, che già nel suo slogan sintetizza il senso di leggerezza, da intendersi come liberazione da un peso, che vuole spaziare nelle zone oscure, o meno esplorate dell’uomo. Luciano Scala, direttore generale dei beni Librari e Istituti Culturali per il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali descrive quest’iniziativa che partirà prima dell’estate, probabilmente già dal prossimo giugno: «"Librarsi" è un progetto rivolto a giovani che si trovano in situazioni di disagio psicologico, perché la lettura può essere una buona terapia. Leggere è un modo per confrontare se stessi, per conoscersi meglio, per ampliare i propri orizzonti. Certo, siamo di fronte a un esperimento, però siamo convinti che darà degli ottimi risultati». Il progetto verrà realizzato a Lecce, e vi parteciperanno i nove centri di salute mentale che si trovano sull’intera provincia e che fanno tutti capo all’azienda sanitaria locale di Lecce; parteciperanno inoltre, il centro di psichiatria e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza ed il centro per i disturbi alimentari. In ciascuno dei nove centri vi saranno 25 persone, utenti della struttura, a cui verranno dati i libri da leggere; a ciascun centro sarà collegato uno scrittore, si tratterà in modo particolare di scrittori locali, almeno sei, e di tre autori noti, soprattutto fra i giovani, come Andrea De Carlo, Erri De Luca, Marco Lodoli e Simona Vinci. Il coordinamento del progetto per quanto riguarda la gestione dei libri sarà a cura di Manni Editori. Scala continua a spiegare, sottolineando con entusiasmo che questo progetto «ha un percorso, un obiettivo ed un’eredità. Ai 25 ragazzi di ogni centro verranno distribuiti i libri, lo stesso testo per tutti, in base a cui verrà fatta una lettura utilizzata nella terapia di gruppo, naturalmente, vi sarà anche la lettura individuale, ed al termine del lavoro vi sarà l’incontro con l’autore, con cui si svolgerà un vero e proprio dibattito, con interviste e tutto ciò che ne segue». I percorsi dureranno complessivamente qualche mese, dopodiché in questi centri si formeranno delle biblioteche permanenti contenenti un centinaio di volumi. Infine, tutto il lavoro relativo all’incontro con l’autore verrà pubblicato su un numero speciale di "Libri e Riviste d’Italia", la pubblicazione della direzione generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali. Un progetto nuovo, sulla scia di una tendenza che da tempo insiste sull’importanza di conoscere se stessi per riuscire ad ottenere l’energia che serve a resistere agli urti della vita, come cantava anni fa Luca Carboni.
Patrizio Roversi per il Sì
L'Unità 7 Maggio 2005
Roversi: «In questo referendum è in gioco la dignità umana»
Parla il «turista per caso», testimonial per il Sì: «Non si può mettere sullo stesso piano la persona con l’embrione, sulla pelle delle donne»
Maria Zegarelli
ROMA È in giro per il mondo, quasi sempre. Per lavoro, che poi è anche una passione. Patrizio Roversi, «velista per caso», mentre prepara la messa in onda del bel programma in scaletta su Rai 3 a giugno e luglio prossimi, pensa a un «giro del mondo in ottanta 80 persone», una sorta di «viaggio in comproprietà». È uno dei testimonial della campagna per il «sì», una proposta a cui ha aderito senza esitazioni. Ma ha voluto pensare lui stesso al testo dello spot.
Cosa dice agli italiani negli spot?
Quello che penso. E cioè che anch’io sono alle prese con il referendum. All’inizio mi sono chiesto di cosa si tratta. cosa mi suggerisce la mia coscienza e, soprattutto, come dovrebbe essere una legge giusta. Mi sono informato, ho letto molto, e ho deciso: quattro sì convinti, perché una legge non può decidere al mio posto, sicuramente.
Roversi, cosa ci dovrebbe essere scritto in una legge che vale per tutti?
Questo è un punto fondamentale. Quando Susy ed io abbiamo deciso, molti anni dopo il matrimonio di avere una figlia, abbiamo avuto una figlia, Zoe, senza problemi. Non so come mi sarei comportato in caso diverso, se avremmo optato per la fecondazione assistita,o all’eterologa se io avessi avuto problemi di sterilità. Forse avrei lasciato fare la natura, avrei detto “lasciamo stare”. Ma al di là di quello che ognuno pensa, delle proprie convinzioni etiche, è importante quello che si può scegliere di fare. Una legge di questo tipo non dovrebbe essere punitiva o imporre un’etica.
La legge riconosce pari dignità a tutti i soggetti interessati, compreso l’embrione. Lei cosa ne pensa?
Non sono un prete, un rabbino, un filosofo, ma ho letto i pareri di religiosi e filosofi. Credo che non si possa mettere sullo stesso piano la dignità di una persona umana e quella di un embrione. Non credo possa avere gli stessi diritti di una donna. perchè sono loro, le donne, le prime a pagare le conseguenze di questa legge. Non voglio fare l’uomo femminista, figurarsi, sto combattendo in prima linea contro le donne da quando ero bambino, ma è talmente evidente la centralità della donna quando si parla di maternità che non può essere una legge a sostituirsi a lei. L’elemento di vera responsabilità, anche di fronte alla fecondazione eterologa è della donna, deve essere lei a decidere. Come le si può imporre un impianto di un embrione malato? Lo trovo di una violenza incredibile.
La ricerca è un altro punto che lei ha voluto toccare nel suo spot...
Mi sembra pazzesco che la ricerca sia bloccata. Il mio medico mi dice: stai attento rischi il diabete. Mio padre ha il Parkinson, che è ereditario. Io seguo il suo cammino e mi preoccupo. Allora vorrei una speranza. Vorrei una ricerca controllata, seria, ma non ingessata.
Lei si dice “conservatore”, ma difende i sì. Perché?
Mi sembra folle limitare la responsabilità altrui. Non capisco come si possa pensare, in base a propri convincimenti religiosi, di imporre ad altri dei comportamenti. Sulla fecondazione, magari la penso come un cattolico, ma non per questo credo che debba essere messo nero su bianco in una legge. Sinceramente non capisco quelli che hanno votato questa legge, soprattutto quelli che appartengono allo schieramento di centro sinistra. La classe politica avrebbe dovuto rappresentarci, facendosi carico di una legge “democratica”.
Roversi: «In questo referendum è in gioco la dignità umana»
Parla il «turista per caso», testimonial per il Sì: «Non si può mettere sullo stesso piano la persona con l’embrione, sulla pelle delle donne»
Maria Zegarelli
ROMA È in giro per il mondo, quasi sempre. Per lavoro, che poi è anche una passione. Patrizio Roversi, «velista per caso», mentre prepara la messa in onda del bel programma in scaletta su Rai 3 a giugno e luglio prossimi, pensa a un «giro del mondo in ottanta 80 persone», una sorta di «viaggio in comproprietà». È uno dei testimonial della campagna per il «sì», una proposta a cui ha aderito senza esitazioni. Ma ha voluto pensare lui stesso al testo dello spot.
Cosa dice agli italiani negli spot?
Quello che penso. E cioè che anch’io sono alle prese con il referendum. All’inizio mi sono chiesto di cosa si tratta. cosa mi suggerisce la mia coscienza e, soprattutto, come dovrebbe essere una legge giusta. Mi sono informato, ho letto molto, e ho deciso: quattro sì convinti, perché una legge non può decidere al mio posto, sicuramente.
Roversi, cosa ci dovrebbe essere scritto in una legge che vale per tutti?
Questo è un punto fondamentale. Quando Susy ed io abbiamo deciso, molti anni dopo il matrimonio di avere una figlia, abbiamo avuto una figlia, Zoe, senza problemi. Non so come mi sarei comportato in caso diverso, se avremmo optato per la fecondazione assistita,o all’eterologa se io avessi avuto problemi di sterilità. Forse avrei lasciato fare la natura, avrei detto “lasciamo stare”. Ma al di là di quello che ognuno pensa, delle proprie convinzioni etiche, è importante quello che si può scegliere di fare. Una legge di questo tipo non dovrebbe essere punitiva o imporre un’etica.
La legge riconosce pari dignità a tutti i soggetti interessati, compreso l’embrione. Lei cosa ne pensa?
Non sono un prete, un rabbino, un filosofo, ma ho letto i pareri di religiosi e filosofi. Credo che non si possa mettere sullo stesso piano la dignità di una persona umana e quella di un embrione. Non credo possa avere gli stessi diritti di una donna. perchè sono loro, le donne, le prime a pagare le conseguenze di questa legge. Non voglio fare l’uomo femminista, figurarsi, sto combattendo in prima linea contro le donne da quando ero bambino, ma è talmente evidente la centralità della donna quando si parla di maternità che non può essere una legge a sostituirsi a lei. L’elemento di vera responsabilità, anche di fronte alla fecondazione eterologa è della donna, deve essere lei a decidere. Come le si può imporre un impianto di un embrione malato? Lo trovo di una violenza incredibile.
La ricerca è un altro punto che lei ha voluto toccare nel suo spot...
Mi sembra pazzesco che la ricerca sia bloccata. Il mio medico mi dice: stai attento rischi il diabete. Mio padre ha il Parkinson, che è ereditario. Io seguo il suo cammino e mi preoccupo. Allora vorrei una speranza. Vorrei una ricerca controllata, seria, ma non ingessata.
Lei si dice “conservatore”, ma difende i sì. Perché?
Mi sembra folle limitare la responsabilità altrui. Non capisco come si possa pensare, in base a propri convincimenti religiosi, di imporre ad altri dei comportamenti. Sulla fecondazione, magari la penso come un cattolico, ma non per questo credo che debba essere messo nero su bianco in una legge. Sinceramente non capisco quelli che hanno votato questa legge, soprattutto quelli che appartengono allo schieramento di centro sinistra. La classe politica avrebbe dovuto rappresentarci, facendosi carico di una legge “democratica”.
il prof. Picozzi
Brescia Oggi 7.5.05
CAMPOBASSO. Picozzi al lavoro
L’esperto di Cogne per i delitti di Izzo
Campobasso. Per fare luce sul duplice omicidio della villetta di Ferrazzano - già confessato da Angelo Izzo, ma ancora oscuro in alcuni risvolti del movente - la procura si affida a uno dei periti che si sono occupati del delitto di Cogne. Il criminologo Massimo Picozzi è stato, infatti, nominato consulente e oggi ha effettuato un sopralluogo per un paio d’ore presso la villetta.
Nel luogo dove sono state massacrate Maria Carmela e Valentina Maiorano, la polizia scientifica ha condotto per l’intera giornata una perquisizione. La prima è avvenuta all’interno della casa, ma per non lasciare nulla di intentato, la Scientifica ha continuato a setacciare anche l’area esterna alla villetta di Ferrazzano, utilizzando il «georadar», che consente di rilevare recenti movimenti del terreno, e di individuare qualsiasi indizio possa essere d’aiuto per ricostruire le modalità del duplice delitto. E per verificare fino in fondo l’ipotesi, finora scartata, dell’esistenza di un terzo cadavere. Il raggio delle ricerche è stato esteso fino a 300-400 metri. Con il metal detector è stato scandagliato il sottosuolo, dove potrebbero essere nascoste altre armi. Gli investigatori non intendono lasciare alcun angolo inesplorato, né sul teatro del massacro né nella complessa psicologia dei protagonisti della vicenda. Cercano di capire cosa e perché sia accaduto quel giovedì a Ferrazzano, acquisendo il maggior numero di elementi, sia attraverso i sopralluoghi sia con le deposizioni di Guido Palladino e Luca Palaia, complici di Izzo e, il secondo, anche amante del «massacratore del Circeo».
Una ricostruzione il più possibile esatta e attendibile di come sono andate le cose consentirà ai magistrati di confutare, se necessario, la deposizione che sarà resa da Izzo nei prossimi giorni. È pur vero che quest’ultimo si è spontaneamente dichiarato colpevole dell’omicidio delle due donne; ma è pur vero che, nel 1995, si era autoaccusato di delitti che non aveva commesso.
CAMPOBASSO. Picozzi al lavoro
L’esperto di Cogne per i delitti di Izzo
Campobasso. Per fare luce sul duplice omicidio della villetta di Ferrazzano - già confessato da Angelo Izzo, ma ancora oscuro in alcuni risvolti del movente - la procura si affida a uno dei periti che si sono occupati del delitto di Cogne. Il criminologo Massimo Picozzi è stato, infatti, nominato consulente e oggi ha effettuato un sopralluogo per un paio d’ore presso la villetta.
Nel luogo dove sono state massacrate Maria Carmela e Valentina Maiorano, la polizia scientifica ha condotto per l’intera giornata una perquisizione. La prima è avvenuta all’interno della casa, ma per non lasciare nulla di intentato, la Scientifica ha continuato a setacciare anche l’area esterna alla villetta di Ferrazzano, utilizzando il «georadar», che consente di rilevare recenti movimenti del terreno, e di individuare qualsiasi indizio possa essere d’aiuto per ricostruire le modalità del duplice delitto. E per verificare fino in fondo l’ipotesi, finora scartata, dell’esistenza di un terzo cadavere. Il raggio delle ricerche è stato esteso fino a 300-400 metri. Con il metal detector è stato scandagliato il sottosuolo, dove potrebbero essere nascoste altre armi. Gli investigatori non intendono lasciare alcun angolo inesplorato, né sul teatro del massacro né nella complessa psicologia dei protagonisti della vicenda. Cercano di capire cosa e perché sia accaduto quel giovedì a Ferrazzano, acquisendo il maggior numero di elementi, sia attraverso i sopralluoghi sia con le deposizioni di Guido Palladino e Luca Palaia, complici di Izzo e, il secondo, anche amante del «massacratore del Circeo».
Una ricostruzione il più possibile esatta e attendibile di come sono andate le cose consentirà ai magistrati di confutare, se necessario, la deposizione che sarà resa da Izzo nei prossimi giorni. È pur vero che quest’ultimo si è spontaneamente dichiarato colpevole dell’omicidio delle due donne; ma è pur vero che, nel 1995, si era autoaccusato di delitti che non aveva commesso.
altruismo
Repubblica Palermo 3.5.05
FILOSOFIA
L'altruismo passa dal corpo
ROSANNA PIRAJNO
Gabriele Piana, autore di Conoscenze e riconoscimento del corpo, è ricercatore di Filosofia morale a Scienze della formazione, e da un corso di Etica sociale in cui ha indagato il tema della "fondazione dell´altruismo" è scaturito l´assunto che è al centro del libro: l´esistenza di un´etica della corporeità dimostra come non si possa essere giusti, dapprima con se stessi e quindi con l´altro da sé, se si trascura di conoscere il proprio corpo, se si evita di sentirne la presenza e di farne il fulcro del proprio essere.
L´altruismo, ovvero il superamento del dualismo io/altro, transita dal riconoscimento della corporeità dell´individuo che proprio la filosofia occidentale tralascia accuratamente di trattare, facendo del corpo di volta in volta la prigione dell´anima come in Platone o l´involucro negato alla conoscenza di sé, come in Cartesio. Sta di fatto che la questione della corporeità ha sofferto di pregiudizi etici tali da divaricarne il percorso rispetto all´anima, cosicché le due entità scisse hanno viaggiato su posizioni di dualismo contrapposto.
FILOSOFIA
L'altruismo passa dal corpo
ROSANNA PIRAJNO
Gabriele Piana, autore di Conoscenze e riconoscimento del corpo, è ricercatore di Filosofia morale a Scienze della formazione, e da un corso di Etica sociale in cui ha indagato il tema della "fondazione dell´altruismo" è scaturito l´assunto che è al centro del libro: l´esistenza di un´etica della corporeità dimostra come non si possa essere giusti, dapprima con se stessi e quindi con l´altro da sé, se si trascura di conoscere il proprio corpo, se si evita di sentirne la presenza e di farne il fulcro del proprio essere.
L´altruismo, ovvero il superamento del dualismo io/altro, transita dal riconoscimento della corporeità dell´individuo che proprio la filosofia occidentale tralascia accuratamente di trattare, facendo del corpo di volta in volta la prigione dell´anima come in Platone o l´involucro negato alla conoscenza di sé, come in Cartesio. Sta di fatto che la questione della corporeità ha sofferto di pregiudizi etici tali da divaricarne il percorso rispetto all´anima, cosicché le due entità scisse hanno viaggiato su posizioni di dualismo contrapposto.
strategie nei disturbi psichiatrici
Tempo Medico on line n. 794 7 maggio 2005
Cure primarie estese alla psiche
Un metodo per identificare gli interventi più appropriati
di Monica Oldani
Una delle questioni più complesse nella pratica della medicina generale è senz'altro la gestione dei disturbi psichiatrici. Al medico di famiglia capita spesso di essere il primo filtro o magari il referente principale per una varietà di condizioni che interessano la salute mentale, invece che quella fisica, dei suoi assistiti. E, non di rado, gli capita di trovarsi a corto di strategie decisionali e degli strumenti professionali più idonei ad affrontare una reazione depressiva a un evento traumatico, piuttosto che una situazione di disagio psicosociale o una psicosi.
A mettere alle strette i medici di medicina generale su questo tema si aggiungono i più recenti orientamenti di politica sanitaria, secondo i quali il disturbo psichiatrico di qualunque entità dovrebbe trovare spazio nell'ambito delle cure primarie; al medico curante spetterebbe un ruolo di primo piano nella sua identificazione e nella selezione del trattamento, anche di tipo specialistico. Questa è, per esempio, l'opinione espressa dal National Health Service britannico in risposta ai dubbi sollevati nel 2004 dal Committee on Safety of Medicines sull'opportunità di estendere ai disordini psichici il raggio d'azione della medicina generale. A generare la preoccupazione della commissione, e di riflesso quella di larga parte dell'opinione pubblica del Regno Unito, erano state le prime segnalazioni della possibile pericolosità degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, psicofarmaci molto utilizzati anche dai medici di medicina generale.
"Dalle stime risulta che nove pazienti depressi su dieci hanno come unico riferimento il medico di medicina generale e che circa i due terzi delle vittime di suicidio si rivolgono al curante nelle quattro settimane precedenti" spiegano due editorialisti della School of Medicine di Londra sul British Medical Journal. "Ciononostante, sono almeno la metài casi di depressione che restano nell'ombra o non trovano un'assistenza adeguata nel contesto della medicina generale. E d'altra parte, data la sua prevalenza, è impensabile che la depressione diventi di esclusiva pertinenza specialistica".
Qual è, dunque, la soluzione alle aspettative e alla forte richiesta di una competenza psichiatrica imposte oggi alla medicina generale? Sullo stesso numero della rivista, una metanalisi effettuata da due esperti britannici di strategie sanitarie delle Università di Manchester e di York ha tentato di dare una risposta metodologica al quesito. I ricercatori hanno preso in esame precedenti revisioni sull'efficacia di quattro diversi modelli di intervento mirati a migliorare le capacità gestionali dei generalisti rispetto ai disturbi psichiatrici: il tradizionale addestramento con materiale informativo, linee guida o brevi corsi; l'affiancamento di specialisti per un'attività di formazione continuativa; la collaborazione con specializzandi incaricati di seguire i pazienti e svolgere una funzione di collegamento tra specialisti e curanti; la classica consultazione specialistica.
"Data la qualità variabile degli studi inclusi nelle revisioni non abbiamo trovato prove sufficienti a stabilire in modo definitivo la superiorità di un modello su un altro" affermano. "In generale, i nostri risultati sembrerebbero penalizzare il metodo dell'addestramento, che è il più facilmente praticabile ma il meno efficace, rispetto ai sistemi che prevedono il coinvolgimento attivo degli specialisti nella gestione dei pazienti. Questi ultimi avrebbero un impatto maggiore, ma rischiano di essere molto più costosi e meno accessibili".
La questione resta ancora sospesa, quindi. Ma secondo i due analisti, i modelli concettuali da essi adottati possono essere uno strumento utile per interpretare i risultati delle varie esperienze in un'ottica di politica sanitaria. Per individuare, cioè, tra tutti i possibili interventi di qualificazione delle cure primarie quelli più appropriati in termini di efficacia, efficienza, accessibilità ed equità e per definire in modo preciso il ruolo e il livello d'azione del medico di medicina generale. Il tutto nel rispetto delle esigenze di salute mentale dei loro pazienti e delle relative necessità di trattamento, farmacologico e psicologico"
Cure primarie estese alla psiche
Un metodo per identificare gli interventi più appropriati
di Monica Oldani
Una delle questioni più complesse nella pratica della medicina generale è senz'altro la gestione dei disturbi psichiatrici. Al medico di famiglia capita spesso di essere il primo filtro o magari il referente principale per una varietà di condizioni che interessano la salute mentale, invece che quella fisica, dei suoi assistiti. E, non di rado, gli capita di trovarsi a corto di strategie decisionali e degli strumenti professionali più idonei ad affrontare una reazione depressiva a un evento traumatico, piuttosto che una situazione di disagio psicosociale o una psicosi.
A mettere alle strette i medici di medicina generale su questo tema si aggiungono i più recenti orientamenti di politica sanitaria, secondo i quali il disturbo psichiatrico di qualunque entità dovrebbe trovare spazio nell'ambito delle cure primarie; al medico curante spetterebbe un ruolo di primo piano nella sua identificazione e nella selezione del trattamento, anche di tipo specialistico. Questa è, per esempio, l'opinione espressa dal National Health Service britannico in risposta ai dubbi sollevati nel 2004 dal Committee on Safety of Medicines sull'opportunità di estendere ai disordini psichici il raggio d'azione della medicina generale. A generare la preoccupazione della commissione, e di riflesso quella di larga parte dell'opinione pubblica del Regno Unito, erano state le prime segnalazioni della possibile pericolosità degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, psicofarmaci molto utilizzati anche dai medici di medicina generale.
"Dalle stime risulta che nove pazienti depressi su dieci hanno come unico riferimento il medico di medicina generale e che circa i due terzi delle vittime di suicidio si rivolgono al curante nelle quattro settimane precedenti" spiegano due editorialisti della School of Medicine di Londra sul British Medical Journal. "Ciononostante, sono almeno la metài casi di depressione che restano nell'ombra o non trovano un'assistenza adeguata nel contesto della medicina generale. E d'altra parte, data la sua prevalenza, è impensabile che la depressione diventi di esclusiva pertinenza specialistica".
Qual è, dunque, la soluzione alle aspettative e alla forte richiesta di una competenza psichiatrica imposte oggi alla medicina generale? Sullo stesso numero della rivista, una metanalisi effettuata da due esperti britannici di strategie sanitarie delle Università di Manchester e di York ha tentato di dare una risposta metodologica al quesito. I ricercatori hanno preso in esame precedenti revisioni sull'efficacia di quattro diversi modelli di intervento mirati a migliorare le capacità gestionali dei generalisti rispetto ai disturbi psichiatrici: il tradizionale addestramento con materiale informativo, linee guida o brevi corsi; l'affiancamento di specialisti per un'attività di formazione continuativa; la collaborazione con specializzandi incaricati di seguire i pazienti e svolgere una funzione di collegamento tra specialisti e curanti; la classica consultazione specialistica.
"Data la qualità variabile degli studi inclusi nelle revisioni non abbiamo trovato prove sufficienti a stabilire in modo definitivo la superiorità di un modello su un altro" affermano. "In generale, i nostri risultati sembrerebbero penalizzare il metodo dell'addestramento, che è il più facilmente praticabile ma il meno efficace, rispetto ai sistemi che prevedono il coinvolgimento attivo degli specialisti nella gestione dei pazienti. Questi ultimi avrebbero un impatto maggiore, ma rischiano di essere molto più costosi e meno accessibili".
La questione resta ancora sospesa, quindi. Ma secondo i due analisti, i modelli concettuali da essi adottati possono essere uno strumento utile per interpretare i risultati delle varie esperienze in un'ottica di politica sanitaria. Per individuare, cioè, tra tutti i possibili interventi di qualificazione delle cure primarie quelli più appropriati in termini di efficacia, efficienza, accessibilità ed equità e per definire in modo preciso il ruolo e il livello d'azione del medico di medicina generale. Il tutto nel rispetto delle esigenze di salute mentale dei loro pazienti e delle relative necessità di trattamento, farmacologico e psicologico"
sabato 7 maggio 2005
un libro nuovo: La psicologia
È stato pubblicato un testo di psicologia per gli istituti superiori che contiene riferimenti alla teoria di Massimo Fagioli
"La psicologia"
di D. Di Sabatino e F. Cigala Fulgosi
Armando Editore
____________________________
"La psicologia"
di D. Di Sabatino e F. Cigala Fulgosi
Armando Editore
____________________________
“Per un cinema nomade” è nelle librerie
Il libro
“Per un cinema nomade”
(a cura di Elisabetta Amalfitano)
edizione Il Gigante e Mediateca Regionale Toscana
marzo 2005 - euro 15,00
“Per un cinema nomade”
(a cura di Elisabetta Amalfitano)
edizione Il Gigante e Mediateca Regionale Toscana
marzo 2005 - euro 15,00
è ora in vendita presso le seguenti librerie:
A Firenze
Melbookstore, via de’ Cerretani 16/R;
Libreria del cinema, via Guelfa 14/R;
LIbriLiberi, via S.Gallo 25
Stratagemma, via de’ Servi 15/R
A Roma
Amore e Psiche, via S. Caterina da Siena 61
Melbookstore , Via Nazionale 254-255
Libreria del cinema, Via dei Fienaroli 31D
Bibli, Via dei Fienaroli 28
Cinema Nuovo Sacher, Largo Ascianghi 1
A Firenze
Melbookstore, via de’ Cerretani 16/R;
Libreria del cinema, via Guelfa 14/R;
LIbriLiberi, via S.Gallo 25
Stratagemma, via de’ Servi 15/R
A Roma
Amore e Psiche, via S. Caterina da Siena 61
Melbookstore , Via Nazionale 254-255
Libreria del cinema, Via dei Fienaroli 31D
Bibli, Via dei Fienaroli 28
Cinema Nuovo Sacher, Largo Ascianghi 1
___________________________
DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE
Informiamo che è a disposizione in libreria la registrazione della trasmissione
andata in onda venerdì 22 aprile su Teleambiente (canale 68)
a cui hanno partecipato
Raffaella Nicolai, Livia Profeti e Andrea Masini.
Chi volesse può vederla a richiesta qui da noi.
Un saluto
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
________________________________
andata in onda venerdì 22 aprile su Teleambiente (canale 68)
a cui hanno partecipato
Raffaella Nicolai, Livia Profeti e Andrea Masini.
Chi volesse può vederla a richiesta qui da noi.
Un saluto
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
________________________________
assassini
Repubblica 7.5.05
In provincia di Ragusa arrestati tre giovani, due sono minorenni
Già in passato si erano accaniti "per gioco" contro Salvatore Sallemi
Vittoria, malato mentale
ucciso per "divertimento"
Dopo l'interrogatorio uno dei componenti del branco
ha chiesto agli investigatori: "Posso andare, ora?"
VITTORIA (RAGUSA) - Lo hanno picchiato selvaggiamente, come avevano già fatto altre volte in passato, ma questo volta lo hanno massacrato fino ad ucciderlo. La vittima dello spietato branco di giovani è un uomo di 56 anni, semi-infermo di mente, ammazzato nel garage dove viveva tra i rifiuti, con una branda come letto. E' accaduto nella notte di lunedì, a Vittoria, in provincia di Ragusa. Ma solo oggi sono emersi i terribili particolari e i restroscena della vicenda.
Salvatore Sallemi aveva già conosciuto la violenza di quei tre giovani, tra cui due minorenni: tre bulli di paese, protagonisti di una violenza bestiale e gratuita, che ricorda da vicino le scene del film di Stanley Kubrick "Arancia meccanica". In diverse occasioni era stato aggredito nel tugurio che aveva trasformato in abitazione, e i vicini hanno raccontato che l'ultima spedizione punitiva era avvenuta il giorno prima del delitto. E' stata proprio una vicina di casa, la mattina di martedì, a scoprire l'uomo disteso nella sua brandina con il corpo tumefatto dalle percosse.
I fatti sono stati ricostruiti dalla squadra mobile di Ragusa, che ha arrestato Enzo Guardabasso, 21 anni e i due suoi amici di 15 e 16 anni, con l'accusa di omicidio volontario. L'autopsia ha accertato che Sallemi è stato picchiato alla testa e seviziato con pentole, tegole e mattoni. "Lo abbiamo fatto per divertirci", hanno detto i ragazzi. Che per ore lo hanno torturato, arrivando a perforandogli un ginocchio con una pietra appuntita.
Gli investigatori, attraverso le testimonianze dei vicini, sono riusciti ben presto a risalire ai tre giovani, impegnati in lavori saltuari nelle campagne o nella raccolta della plastica per le serre. Nessuno di loro ha mostrato di comprendere la gravità dell' accaduto. Il più grande, al termine dell'interrogatorio negli uffici della Questura, ha detto rivolgendosi agli agenti: "Adesso posso tornare al lavoro?".
Guardabasso è stato condotto nel carcere di Ragusa, con un'accusa pesante come un macigno. I due complici, di fronte al Procuratore del tribunale dei minorenni di Catania, Angelo Busacca, e al suo sostituto, Gaspare La Rosa, hanno respinto ogni accusa, facendo però parziali ammissioni sulla loro presenza nel 'basso' dove è avvenuto il delitto. Anche a loro è stato contestato il reato di omicidio volontario, aggravato da futili motivi e dalle sevizie,
E' il secondo clamoroso episodio di "bullismo" omicida che emerge, nel giro di pochi giorni, in provincia di Ragusa. La Procura iblea sta infatti indagando sul suicidio di tre ragazzi, che frequentavano la scuola media "Quasimodo" del capoluogo. Secondo gli inquirenti questi gesti potrebbero essere stati originati da un clima di violenza e di sopraffazione all'interno dell'istituto.
L'autore del duplice omicidio riceve la visita di un parlamentare
della Margherita e si dice dispiaciuto: "La mia vita è finita"
Izzo sui delitti: "Mi è venuto così è stata una cosa improvvisa"
Intanto il suo avvocato precisa: "I soldi contesi erano del mio
cliente, non della Maiorano". E sul Circeo nuovo identikit di Ghira
ROMA - Ieri la ricostruzione, trapelata da ambienti investigativi, del movente del delitto: Maria Carmela e Valentina Maiorano sono state uccise da Angelo Izzo per una questione di soldi, i 40 mila euro di un'eredità di cui lui voleva impossessarsi. E oggi il responsabile (reo confesso) del duplice omicidio - oltre che del massacro del Circeo - ha spiegato al deputato della Margherita Roberto Giachetti, che è andato a trovarlo nel carcere di Campobasso, la sua versione sulla dinamica degli eventi: "E' stata una cosa improvvisa, mi è venuta così".
Dunque un crimine non premeditato. "Ho tradito la fiducia di tutti - ha aggiunto Izzo - mi ero rifatto una vita, ma adesso ho distrutto tutto". Ha espresso anche rammarico nei confronti dei complici: "Mi dispiace di aver inguaiato questi due ragazzi. Mi sento una persona finita".
E sempre oggi l'avvocato di Izzo, Enzo Guarnera, ha dato una versione diversa sul movente del delitto, rispetto a quella fornita ieri da fonti investigative: secondo quanto gli ha raccontato il suo cliente, infatti, quei famosi soldi appartenevano allo stesso Izzo, e non alla donna. "Per quel poco che mi ha detto in carcere, l'unica volta che l'ho incontrato alcuni giorni fa - ha detto Guarnera - so che aveva chiesto alla Maiorano di fare da staffetta, da intermediaria. Lui non poteva allontanarsi da Campobasso e quindi ha chiesto a lei di recarsi in un'altra regione per farsi consegnare denaro di proprietà dello stesso Izzo da alcuni suoi conoscenti. Questo è quello che lui ha detto a me: tutto il resto che leggo sui giornali, francamente non so da dove esca".
Ma ci sono novità anche rispetto al primo fatto di sangue che vede coinvolto Izzo, quello del Circeo. La polizia scientifica, infatti, ha ricostruito il volto di uno dei tre autori del fatto (con Gianni Guido e lo stesso Izzo), e cioè il latitante Andrea Ghira: di lui nessuno sa più nulla da quel primo ottobre del 1975, quando il figlio dei proprietari della villetta dove si consumò il massacrò scomparve nel nulla.
E adesso, a trent'anni di distanza dal delitto, gli esperti hanno ricostruito l'identikit dell'uomo, come potrebbe essere diventato oggi. L'immagine computerizzata di Ghira - che propone un uomo di mezza età, con pochi capelli brizzolati e un viso arrotondato - è già nella disponibilità del Dac, la Direzione Centrale Anticrimine, diretta dal prefetto Nicola Cavaliere. La nuova immagine di Ghira sarà trasmessa nelle prossime ore a tutte le Questure e sarà mostrata lunedì nel corso della trasmissione televisiva "Chi l'ha visto?", nell'ipotesi che l'uomo possa essere in Italia sotto falso nome o che possa essere riconosciuto da qualcuno anche all' estero. "Chi l'ha visto?" si è occupata anche recentemente di Ghira e alla redazione sono giunte alcune segnalazioni sulla possibile presenza dell'uomo in vari luoghi. All'indomani del massacro del Circeo, Andrea Ghira, informato da tempo che qualcuno aveva fatto il suo nome, riuscì a dileguarsi trovando probabilmente rifugio dapprima in sud America e poi in un paese africano, forse il Kenia, dove sarebbe stato visto più volte negli anni Ottanta.
In provincia di Ragusa arrestati tre giovani, due sono minorenni
Già in passato si erano accaniti "per gioco" contro Salvatore Sallemi
Vittoria, malato mentale
ucciso per "divertimento"
Dopo l'interrogatorio uno dei componenti del branco
ha chiesto agli investigatori: "Posso andare, ora?"
VITTORIA (RAGUSA) - Lo hanno picchiato selvaggiamente, come avevano già fatto altre volte in passato, ma questo volta lo hanno massacrato fino ad ucciderlo. La vittima dello spietato branco di giovani è un uomo di 56 anni, semi-infermo di mente, ammazzato nel garage dove viveva tra i rifiuti, con una branda come letto. E' accaduto nella notte di lunedì, a Vittoria, in provincia di Ragusa. Ma solo oggi sono emersi i terribili particolari e i restroscena della vicenda.
Salvatore Sallemi aveva già conosciuto la violenza di quei tre giovani, tra cui due minorenni: tre bulli di paese, protagonisti di una violenza bestiale e gratuita, che ricorda da vicino le scene del film di Stanley Kubrick "Arancia meccanica". In diverse occasioni era stato aggredito nel tugurio che aveva trasformato in abitazione, e i vicini hanno raccontato che l'ultima spedizione punitiva era avvenuta il giorno prima del delitto. E' stata proprio una vicina di casa, la mattina di martedì, a scoprire l'uomo disteso nella sua brandina con il corpo tumefatto dalle percosse.
I fatti sono stati ricostruiti dalla squadra mobile di Ragusa, che ha arrestato Enzo Guardabasso, 21 anni e i due suoi amici di 15 e 16 anni, con l'accusa di omicidio volontario. L'autopsia ha accertato che Sallemi è stato picchiato alla testa e seviziato con pentole, tegole e mattoni. "Lo abbiamo fatto per divertirci", hanno detto i ragazzi. Che per ore lo hanno torturato, arrivando a perforandogli un ginocchio con una pietra appuntita.
Gli investigatori, attraverso le testimonianze dei vicini, sono riusciti ben presto a risalire ai tre giovani, impegnati in lavori saltuari nelle campagne o nella raccolta della plastica per le serre. Nessuno di loro ha mostrato di comprendere la gravità dell' accaduto. Il più grande, al termine dell'interrogatorio negli uffici della Questura, ha detto rivolgendosi agli agenti: "Adesso posso tornare al lavoro?".
Guardabasso è stato condotto nel carcere di Ragusa, con un'accusa pesante come un macigno. I due complici, di fronte al Procuratore del tribunale dei minorenni di Catania, Angelo Busacca, e al suo sostituto, Gaspare La Rosa, hanno respinto ogni accusa, facendo però parziali ammissioni sulla loro presenza nel 'basso' dove è avvenuto il delitto. Anche a loro è stato contestato il reato di omicidio volontario, aggravato da futili motivi e dalle sevizie,
E' il secondo clamoroso episodio di "bullismo" omicida che emerge, nel giro di pochi giorni, in provincia di Ragusa. La Procura iblea sta infatti indagando sul suicidio di tre ragazzi, che frequentavano la scuola media "Quasimodo" del capoluogo. Secondo gli inquirenti questi gesti potrebbero essere stati originati da un clima di violenza e di sopraffazione all'interno dell'istituto.
L'autore del duplice omicidio riceve la visita di un parlamentare
della Margherita e si dice dispiaciuto: "La mia vita è finita"
Izzo sui delitti: "Mi è venuto così è stata una cosa improvvisa"
Intanto il suo avvocato precisa: "I soldi contesi erano del mio
cliente, non della Maiorano". E sul Circeo nuovo identikit di Ghira
ROMA - Ieri la ricostruzione, trapelata da ambienti investigativi, del movente del delitto: Maria Carmela e Valentina Maiorano sono state uccise da Angelo Izzo per una questione di soldi, i 40 mila euro di un'eredità di cui lui voleva impossessarsi. E oggi il responsabile (reo confesso) del duplice omicidio - oltre che del massacro del Circeo - ha spiegato al deputato della Margherita Roberto Giachetti, che è andato a trovarlo nel carcere di Campobasso, la sua versione sulla dinamica degli eventi: "E' stata una cosa improvvisa, mi è venuta così".
Dunque un crimine non premeditato. "Ho tradito la fiducia di tutti - ha aggiunto Izzo - mi ero rifatto una vita, ma adesso ho distrutto tutto". Ha espresso anche rammarico nei confronti dei complici: "Mi dispiace di aver inguaiato questi due ragazzi. Mi sento una persona finita".
E sempre oggi l'avvocato di Izzo, Enzo Guarnera, ha dato una versione diversa sul movente del delitto, rispetto a quella fornita ieri da fonti investigative: secondo quanto gli ha raccontato il suo cliente, infatti, quei famosi soldi appartenevano allo stesso Izzo, e non alla donna. "Per quel poco che mi ha detto in carcere, l'unica volta che l'ho incontrato alcuni giorni fa - ha detto Guarnera - so che aveva chiesto alla Maiorano di fare da staffetta, da intermediaria. Lui non poteva allontanarsi da Campobasso e quindi ha chiesto a lei di recarsi in un'altra regione per farsi consegnare denaro di proprietà dello stesso Izzo da alcuni suoi conoscenti. Questo è quello che lui ha detto a me: tutto il resto che leggo sui giornali, francamente non so da dove esca".
Ma ci sono novità anche rispetto al primo fatto di sangue che vede coinvolto Izzo, quello del Circeo. La polizia scientifica, infatti, ha ricostruito il volto di uno dei tre autori del fatto (con Gianni Guido e lo stesso Izzo), e cioè il latitante Andrea Ghira: di lui nessuno sa più nulla da quel primo ottobre del 1975, quando il figlio dei proprietari della villetta dove si consumò il massacrò scomparve nel nulla.
E adesso, a trent'anni di distanza dal delitto, gli esperti hanno ricostruito l'identikit dell'uomo, come potrebbe essere diventato oggi. L'immagine computerizzata di Ghira - che propone un uomo di mezza età, con pochi capelli brizzolati e un viso arrotondato - è già nella disponibilità del Dac, la Direzione Centrale Anticrimine, diretta dal prefetto Nicola Cavaliere. La nuova immagine di Ghira sarà trasmessa nelle prossime ore a tutte le Questure e sarà mostrata lunedì nel corso della trasmissione televisiva "Chi l'ha visto?", nell'ipotesi che l'uomo possa essere in Italia sotto falso nome o che possa essere riconosciuto da qualcuno anche all' estero. "Chi l'ha visto?" si è occupata anche recentemente di Ghira e alla redazione sono giunte alcune segnalazioni sulla possibile presenza dell'uomo in vari luoghi. All'indomani del massacro del Circeo, Andrea Ghira, informato da tempo che qualcuno aveva fatto il suo nome, riuscì a dileguarsi trovando probabilmente rifugio dapprima in sud America e poi in un paese africano, forse il Kenia, dove sarebbe stato visto più volte negli anni Ottanta.
Iscriviti a:
Post (Atom)