sabato 11 settembre 2004

da Venezia
Antonioni, De Oliveira, Caprara

Corriere della Sera 10.9.04
Finalmente «Eros», ma Antonioni voleva cambiarlo
«Insoddisfatto del finale con le donne nude». La gaffe di un errore tecnico durante la proiezione
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

VENEZIA - Michelangelo Antonioni è un bellissimo vecchio signore del cinema. Sta in carrozzella, non può parlare, ma agita la mano, guarda negli occhi, riceve commosso giuste ovazioni, punta all’Oscar per il meraviglioso documentario sull'altro Michelangelo, lo scultore, che inizierà un tour nelle cattedrali italiane, magari finendo in gloria in San Pietro. In più, appena può, Michelangelo corteggia ragazze, insistendo che è un istintivo, non intellettuale come abbiamo creduto per anni. Quando la Ranieri ha bussato a casa sua, per un caffè le ha chiesto di alzare la sottana. «E’ nato per il cinema e le donne» dice divertita la moglie.
Ieri alla Mostra è stata la sua gran giornata con Eros , e per lui è stato come tornare a casa. Puntata precedente: il maestro ha girato, due anni fa, in una Capalbio magistralmente ripresa da Marco Pontecorvo, l'ultimo dei tre episodi del trittico eretico ed erotico diretto anche da Soderbergh e Wong Kar Wai, che la Fandango manderà in sala il 3 dicembre. Un incidente tecnico surreale ha ieri aggiunto un quarto autore: alla proiezione stampa, accolta con contrasti, nell'episodio di Soderbergh è stato inserito per errore un rullo del film di giovani Stryker tra l'ironia feroce del pubblico.
Il film, passato tra vicissitudini legali e la rinuncia di Almodóvar troppo preso dalla Mala educación , è così in ritardo che Antonioni, cui i suoi film piacciono sempre dopo (pare abbia apprezzato ora in tv Deserto rosso , chiamandosi matto) lo vorrebbe già cambiare. Lo racconta sua moglie: «Lui dice che ha fatto un piccolo film. Avrebbe voluto cambiare il finale, girarlo di nuovo. Ma lui è sempre stato così: difficilmente ha amato subito i suoi film». Avrebbe voluto aggiungere anche l'uomo, complicando le traiettorie sentimentali, nell'incontro finale sulla spiaggia tra le due ragazze ignude, birichine e poeticamente danzanti. Avrebbe voluto, terrorizzando i produttori, inserire, oltre a raffinati effetti speciali fatti da Lucas, l'impaurito Christopher Buchholz (figlio di Horst, eroe dei Magnifici 7 ) tra le disinibite Regina Nemni, nei panni di una moglie che non accetta di essere banale e Luisa Ranieri, famosa per lo spot in cui ha caldo e poi freddo. L'attore è ancora preoccupato del rischio corso: «Ci dovevano essere scene più spinte, Antonioni voleva filmare il mio membro in erezione». Le due ragazze sono invece grate e contente: non si sarebbero spogliate per altri, ma per lui sì.
Certo, ci voleva un regista quasi novantaduenne (li compie il 29 settembre) per fare un po' di sesso: «Il film è come far l'amore con Michelangelo - dice la moglie -: è elegante, discreto, senza nulla di torbido. Ma da quando ha girato Eros è ancora cambiato, ora gode di una grande libertà di esprimersi, specie con la pittura: dipinge 6 ore al giorno». Il maestro ha infatti ancora nelle immagini un segno prepotente che lascia nella storia, interiorizzandola come per incanto: nel film tutto quello che tocca è sensuale, le auto, i volti, i paesaggi. Precisa il poeta e sceneggiatore Tonino Guerra contraddicendo il suo spot del «come si fa a non essere ottimisti»: «In questi tempi brutti mi piace il devoto, tenero omaggio di Antonioni alla natura».
Se l'oggetto sensuale di Antonioni (intestata a lui anche la canzone dell'amico di famiglia Caetano Veloso) è il piede della Ranieri, assaggiato dito per dito dal ghiotto Buchholz, altrettanto indimenticabile è la mano dall'unghia laccata di rosso di Gong Li, che si insinua peccaminosa tra pieghe dei pantaloni del giovane sarto nel magnifico e finalmente torbido, episodio di Wong Kar Wai che riconosce in Antonioni la fonte della sua ispirazione. Che, assente, manda a dire: «Abbiamo lavorato con l'incubo della Sars, a Hong Kong, anche a oltranza per 48 ore di seguito, ogni giorno pulendoci le mani e mettendo le maschere, senza contatti tra noi: è proprio tutto ciò che mi ha ispirato un film sul tatto». Che tatto, Gong Li. Anche l'attore, Chang Chen, arrossisce e ammette: «Prima del film la mia visione del sesso era molto ristretta, ero depresso: ora è cambiato tutto».
Steven Soderbergh, autore di Ocean's eleven e anche del Twelve , il sequel, ha firmato l'episodio centrale freudiano alla Woody Allen, datato al 1955, perché ogni generazione crede di essersi inventata un sesso nuovo: «La proposta era allettante, firmare accanto ad Antonioni un onore, l'ordine degli episodi l'abbiamo stabilito con Michelangelo a casa sua, ma il problema era cosa scegliere in un tema così vasto. Ho voluto il sogno perché solo qui l'attività erotica è onirica e libera, non puoi controllarla».
Maurizio Porro

Repubblica 11.10.04
NUDI E CRUDI
A ciascuno il suo eros
NATALIA ASPESI

COSA è l´eros per Wong Kar-wai? Una imperiosa mano di donna che si insinua tra le gambe nude di un uomo atterrito tra timidezza e piacere. Cosa è l´eros per Soderbergh? Andare a letto con una bellissima e sognare di andare dallo psicanalista a raccontarglielo in forma di sogno. Cosa è l´eros per Antonioni? Una coppia in crisi, una scopata con una sconosciuta, definita "avventura mentale".
I tre episodi del film "Eros" sono un test erotico per gli spettatori. I maschi soprattutto se di fantasia sessuale corrente, stanno certamente con Antonioni che intitola "Il filo pericoloso delle cose" il nudo popputo di due donne, una si masturba, l´altra danza, poi si incontrano. Le donne non hanno dubbi, stanno con il languore romantico cinese, vorrebbero avere gli abiti meravigliosi di Gong Li ed essere amate devotamente dal delicato Chang Chen. "La mano" si intitola l´episodio, e mai si videro mani più disperatamente carezzevoli. Chi ha smesso di desiderare può divertirsi con l´ironia americana, con l´"Equilibrium" di Soderbergh: l´oggetto erotico è un parrucchino sulla testa di Alan Arkin, la simbologia analitica una freccia di carta nel vuoto, la donna da sognare tutta vestita, con cappello, veletta e guanti lunghi.

Repubblica 11.9.04
Leone alla carriera al regista portoghese che presenta fuori concorso "Il quinto impero"
De Oliveira: re Sebastiano tra storia e memoria
Mette in scena un'antica leggenda alle cui origini c´è la vera storia del Portogallo
Ricardo Trepa, nipote del regista, è il giovane re che passa la notte pianificando il suicidio
ROBERTO NEPOTI

VENEZIA - Alla Mostra per ricevere il Leone d´Oro alla carriera, Manoel de Oliveira continua a viaggiare al ritmo di uno-due lungometraggi l´anno. Dopo Il quinto impero, che ha presentato fuori concorso al Lido, il novantaseienne regista portoghese sta già lavorando a un altro paio di progetti. Frattanto, la nuova opera del grande Manoel si è manifestata ai festivalieri in tutta la sua magica, evocativa ieraticità. Adattamento del dramma di José Regio (un autore morto nel 1968, ma capace di scrivere come i drammaturghi del XVI secolo), il film mette in scena un´antica leggenda alle cui origini c´è la vera storia del Portogallo: de Oliveira ce l´aveva già narrata, brevemente, per bocca della protagonista di "Un film parlato". È la vicenda del re Sebastiano, che sognò l´unificazione di tutto il mondo sotto un impero cristiano, condusse l´ultima crociata contro l´Islam, fu sconfitto e morì in battaglia. Secondo il mito (presente anche nella cultura musulmana, dove il re cattolico è sostituito dal dodicesimo Imam), Sebastiano tornerà un giorno a portare la pace, come un´apparizione uscita dalla nebbia.
Nella bella interpretazione di Ricardo Trepa, nipote del regista, il giovane re passa la notte vagheggiando il suo progetto suicida. Congedati consiglieri, cortigiani e buffoni, riceve la visita dei fantasmi delle antiche teste coronate, nonché di un profeta, il Calzolaio Santo (lo interpreta Luis Miguel Cintra, l´attore-feticcio del regista), che gli preconizza il fallimento della sua utopia. All´alba la decisione è presa: l´esercito portoghese marcerà verso la disfatta di Alcacer-Quibir.
Sono due ore di sublime esercizio stilistico, racchiuso in un unico contesto (il castello), tra il calar delle tenebre e il sorgere del sole. Un film in costume, dunque; un film «difficile», dove le preoccupazioni etiche vanno di pari passo con il rigore estetico. Tutt´altro che un film fuori del tempo, però: lo specifica l´eloquente sottotitolo «Ieri come oggi». «Ci sono due cose che rispetto da sempre - dice il regista - e cioè la Storia e la memoria, senza le quali non potremmo capire il presente. All´epoca di Sebastiano, il culmine della gerarchia dei valori era rappresentato da Dio e dal Papa; oggi c´è un nuovo tipo di religione: l´ateismo». Eppure, gli obiettiamo, il fanatismo religioso genera crociate anche ai nostri giorni. «Il mondo musulmano non ha la croce, ma il terrorismo, cui ricorre per la sua inferiorità tecnologica e militare rispetto all´Occidente. Però il terrorismo, irrazionale, è la strada sbagliata, come lo è ogni genere di guerra. Nel film ho voluto mostrarlo con la spada di Sebastiano che, gettata a terra, vibra come un serpente».
Cosa dire, allora, del Presidente americano, che parla della guerra in Iraq come di una crociata contro il Male? «Quello di Sebastiano, il re Annunciato, era il sogno di conquistare il mondo per portare la pace. Folle, ma sorretto da un ideale religioso, da una fede; dal desiderio che Dio lo amasse. L´"ideale" di George Bush è solo d´imporre a tutti la forza e la volontà dell´America». Chiediamo allora a de Oliveira quale sia il ruolo, in tutto ciò, di un film come il suo che, con l´impianto teatrale e le battute declamate, si pone agli antipodi del tipo di denuncia alla Michael Moore. Come spesso accade quando s´incontra il quasi centenario maestro, la risposta è sorprendente. «Ai tempi della tragedia greca, non solo autori e attori erano pagati per rappresentarla, ma anche il pubblico per vederla: perché la tragedia aveva una funzione educativa, da applicare nella vita pratica. Poi fu il pubblico a pagare per assistere agli spettacoli e, da allora, si è scesi sempre più in basso».

Il Mattino 11.9.04
FUORI CONCORSO
Cortometraggi d’autore nel segno del manierismo
DALL'INVIATO
VALERIO CAPRARA

Venezia. In dirittura finale il concorso si fa leggero leggero, è il momento di divertirsi col TotoLeoni. Riflettori puntati, dunque, sugli invitati d'onore, tra cui spiccava l'atteso trittico «Eros» scandito dai cortometraggi di tre big dell'erotismo d'autore. Come spesso succede, però, alle operazioni troppo premeditate, il film non è risultato all'altezza delle ambizioni e in assenza di un filo conduttore creativo o espressivo toccherà al lanternino personale d'ogni spettatore farsene una ragione: se gli infiniti risvolti dell'argomento non potevano certo esaurirsi nell'occasione, è certo che gli esploratori dell'enigma amoroso saranno ancora più disorientati al termine della proiezione.
Ne «La mano» il maestro cinese Wong Kar Wai rimette in scena le sue preziose e apprezzate visioni: nella Shanghai del 1963 l'apprendista sarto Xiao (Chang Chen) è sedotto dalle misure del corpo di Miss Hua (Gong Li), altera e conturbante prostituta d'alto bordo... Passeranno gli anni, ma la feticistica dedizione dell'uomo resta inalterata anche quando il destino cinico e baro ha deciso di chiudere i conti con la traviata dagli occhi a mandorla e dalle mises da urlo. Wong Kar Wai è come al solito insuperabile nell'attorniare gli amanti sfortunati di luci ambigue, piogge opprimenti, echi di canzoni strazianti, ma questa volta lo stile impressionistico arriva a «mangiarsi l'anima» del racconto, a renderlo simile a un'auto-citazione d'impeccabile manierismo.
«Equilibrium» di Steven Soderbergh è ancora meno significativo, uno sketch grottesco che contrappone il pubblicitario Robert Downey Jr. ossessionato dal sogno di una bella sconosciuta al suo psicanalista Alan Arkin che, durante la seduta d'analisi, invece di ascoltarlo si dedica a spiare dalla finestra dello studio qualcosa di travolgente. Michelangelo Antonioni - a cui è dedicata la canzone originale di Caetano Veloso che scorre sui disegni di Lorenzo Mattotti che fungono da raccordo degli episodi - ritorna con «Il filo pericoloso delle cose» alla scomposizione poetica delle immagini. Una coppia di quarantenni in crisi si rinfaccia ogni male deambulando tra le dune e il retroterra di Capalbio, quando, all'improvviso, l'uomo viene attratto dall'apparizione di una ragazza. Interpretata con slancio voluttuoso dall'emergente Luisa Ranieri, la messaggera di un erotismo libero e innocente rivitalizza concretamente il fortunato; ma, quando sarà partito e ormai lontano, le due donne intrecciano nude sulla spiaggia un balletto dalle tonalità metafisiche e rituali. Peccato che la sequenza, oltre a dover subire il discutibile timbro dello sceneggiatore Tonino Guerra, finisca col suggellare l'intero film in chiave di forzature estetizzanti e pretestuoso poeticismo.
Ci perdonino gli intellettuali in servizio permanente, ma ben altra euforia ha comunicato l'anteprima mondiale di «Shark Tale», il lungometraggio d'animazione in 3D con cui la Dreamworks di Spielberg risponde all'exploit di «Nemo». Magari l'ambientazione sottomarina suggerisce sospetti, ma al di là del plagio industriale i registi Jenson & Bergeron e gli sceneggiatori Letterman & Wilson hanno avuto la mano felice nello sciorinare fantasia eccentrica e ritmo travolgente. Grazie anche alle voci originali (i doppiatori vanno da De Niro a Scorsese, da Will Smith a Jack Black, dalla Zellweger alla Jolie), il film non si limita a fare il verso al gangster-movie, ma s'inventa una commedia che trasforma le avventure della barriera corallina nella spassosa e intelligente parodia di vizi e virtù di una metropoli occidentale postmoderna.

Screening for Mental Health
il suicidio negli USA

Yahoo! Salute 10.9.04
Il Pensiero Scientifico Editore
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Stop al suicidio!

In occasione della Giornata Mondiale della Prevenzione del Suicidio (10 settembre), numerose associazioni e organizzazioni che si occupano di salute mentale operanti negli Stati Uniti hanno unito le loro forze per lanciare una massiccia campagna di prevenzione del suicidio.
Ogni anno in America più di 30000 persone si suicidano. Si calcola che almeno il 70 per cento di loro avverta qualcuno delle proprie intenzioni in anticipo. L’obiettivo della prevenzione quindi si può raggiungere insegnando a riconoscere i segni premonitori del suicidio e ad intervenire nel caso una persona cara abbia bisogno di aiuto. È Douglas G. Jacobs, direttore esecutivo del programma Screening for Mental Health (SMH) a precisare le finalità del progetto: “Il suicidio è una reazione irrimediabile a una condizione reversibile, la maggior parte delle volte una depressione. La nostra campagna indica la strada da percorrere quando si è preoccupati che un amico o una persona amata sia depressa o potenzialmente suicida. Le persone a rischio-suicidio sono talmente depresse che non cercano aiuto di loro iniziativa, sono le persone che le circondano la loro unica chance”.
I tre step consigliati sono: Conoscenza, Cura, Terapia. Conoscere il problema, far capire alla persona coinvolta che ci si preoccupa del problema, portarla da uno specialista per aiutarla a risolvere il problema.
Parlare di suicidio con una persona depressa fa paura, è vero, ma ignorare il problema può portare a risultati tragici: mai sottovalutare segni premonitori come il parlare ossessivamente di morte, avere drastici sbalzi d’umore, dedicarsi ossessivamente ad attività rischiose, perdere interesse per hobby e attività precedenti.
Spiega ancora Jacobs: “Se siete preoccupati per qualcuno, avvertite un medico: meglio un amico o un familiare arrabbiato che uno morto”.

Per informazioni sull'iniziativa visitate il sito di Stop a suicide today! In Italia: Associazione Famiglie Italiane Prevenzione Suicidio (AFIPRES), Via G. Besio 31,33 – Palermo. Tel/fax 091 - 6859793

ossessioni

Yahoo! Salute 6.9.04, 17:45
Psichiatria: Gas aperto o luce accesa: una ossessione per il 3% degli italiani

Roma, 6 set. (Adnkronos Salute) - La luce lasciata accesa, il rubinetto del gas aperto o la porta di casa chiusa male. Banali dimenticanze che per il 3% degli italiani sono veri e propri 'disturbi ossessivi', che colpiscono soprattutto le persone più maniacali e i giovani adulti. E che spingono chi ne soffre a tornare indietro per controllare se queste operazioni, generalmente 'automatiche', siano state eseguite correttamente. A 'fotografare' l'ossessione dei nostri connazionali, che riguarda in particolare gli uomini, in rapporto di due a uno rispetto alle donne, e' lo psichiatra Tonino Cantelmi, docente all' Università gregoriana di Roma, che sottolinea come ''la scarsa memoria o le dimenticanze legate all'eta' non abbiano nulla a che fare con queste manie''. "Tutti noi non prestiamo attenzione - spiega l'esperto all'Adnkronos Salute - nei gesti 'ripetitivi' quotidiani che facciamo in maniera semi-automatica. A tutti può capitare di non ricordare se si è chiusa o meno la porta o la luce di casa, ma nelle persone 'ossessive' il dubbio diventa sempre più insistente, fino a costringerle a tornare indietro per controllare. Una situazione - aggiunge - che rientra a pieno titolo nella categoria dei disturbi ossessivi ed e' 'parente stretta' di forme piu' gravi e pericolose, come il gioco d'azzardo o l'internet-mania''. Lo specialista chiarisce che non è possibile ricordare in maniera precisa tutto ciò che si fa ogni giorno, anche a causa dell'enorme quantità di stimoli, circa 3.000 al secondo, che la nostra mente riceve. Ma suggerisce agli 'eterni dubbiosi' di ''fermarsi a focalizzare le azioni a cui di solito non si presta attenzione per cercare di ricordare il gesto fatto in maniera automatica''. (Stg/Adnkronos Salute)

venerdì 10 settembre 2004

sabato sera
un Bergman mai visto su RaiTre

Repubblica 10.9.04
Dopo un anno di attesa domani finalmente va in onda "Sarabanda". Anticipato di un´ora all´ultimo minuto
La Rai ha paura di Bergman
L´ultimo film del maestro finisce nella notte di RaiTre
In nome dell´Auditel si decreta che il film "non è adatto ai palati della prima serata tv"
LEANDRO PALESTINI

ROMA - Strana azienda culturale la Rai. Prima si accaparra i diritti dell´ultimo film di Ingmar Bergman, Sarabanda, poi tiene il "gioiello" ben nascosto, quasi a vergognarsene lo chiude in un cassetto per più di un anno. Per paura di un "flop" di ascolti viene relegato a tarda sera nel sabato di RaiTre, dopo il film shock sull´11 settembre 2001: la messa in onda è stata dapprima annunciata per le 23.40, poi dopo una contrattazione con i signori del Palinsesto il direttore di rete Paolo Ruffini anticipa lo "scomodo" Bergman alle 22.30. Dai piani alti giunge un severo giudizio tecnico: «Ingmar Bergman non è per i palati del prime time». Il vicedirettore di RaiFiction Max Gusberti (che pure ha il merito storico di aver promosso gli acquisti di quasi tutti i film di Bergman), avverte che Sarabanda, girato in digitale, è stato trasmesso dalla tv svedese producendo «appena il 12 per cento di share: quale ascolto avrebbe avuto in una prima serata della Rai?».
L´interrogativo è inquietante. Alla Rai hanno inserito ormai il pilota automatico: è l´Auditel a guidare i dirigenti di quella che era, un tempo, la massima azienda culturale del Paese. Più che alla linea editoriale i direttori di rete oggi devono badare ai calcoli di bottega ai numeri dell´audience. Nonostante nel 2002 il direttore generale dell´azienda (lo scettro era in mano ad Agostino Saccà) avesse sborsato 500 milioni di lire per la coproduzione di Sarabanda, dopo un laborioso lavoro di doppiaggio nel 2003 il film è stato "rifiutato" da RaiDue, la rete designata a trasmetterlo. E a RaiUno hanno fatto orecchio da mercante rispetto a una possibile ospitalità dell´ultimo Bergman: la rete di Fabrizio Del Noce ha precisi «vincoli di ascolto», non può rischiare di abbassare la media con prodotti di qualità.
Liv Ullmann e Erland Josephson che, trent´anni dopo hanno dato corpo a un´opera bella e dolente, una sorta di sequel di Scene da un matrimonio, forse non immaginano che per la tv italiana il lavoro del maestro svedese viene considerato una castagna bollente da sacrificare al dio Auditel. E si spera che nessuno racconti la vicenda al vecchio Ingmar Bergman.
«Quando ho saputo che il film di Bergman non trovava una uscita su RaiDue sono stato ben felice di ospitarlo su RaiTre», racconta il direttore Paolo Ruffini: «Sarabanda la prossima settimana verrà presentato al Prix Italia di Catania e potrebbe anche vincere. Dovevamo darlo prima, non avevamo altra scelta. Pensavamo che la seconda serata potesse essere in qualche modo una "protezione" per un gioiello firmato Bergman. Ma, visto che la collocazione alle 23.30 appariva ad alcuni come un orario "offensivo", ieri abbiamo deciso di sacrificare il programma la Superstoria per anticipare l´intera serata di RaiTre». Il film di Bergman si potrà seguire quindi a partire dalle 22.30 (un´ora prima del previsto) e a seguire in Fuori Orario si potrà vedere anche Scene da un matrimonio.
Le polemiche sulla sorte di Sarabanda erano scoppiate lo scorso luglio con la protesta dei produttori svedesi. Il film, considerato come un testamento morale di Bergman, approdò alla rassegna "Cinema ritrovato" di Bologna. Lì si capì la scarsa volontà della Rai di programmare in orari decenti un film bello e scabroso. Tra i temi affrontati da Sarabanda c´è l´odio tra un padre e un figlio, il dolore e la morte, il suicidio e l´incesto: quanto basta per spaventare questa Rai.

Cina
aria nuova a Pechino

Repubblica 10.9.04
IL REPORTAGE
Il quartiere degli artisti è il centro della vita notturna della capitale: il regime tollera
Greenwich Village a Pechino
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI

LA chiamano la primavera culturale di Pechino o la glasnost cinese. L´arte spesso anticipa i tempi e segnala le nuove tendenze politiche: a giudicare da quel che succede nel Greenwich Village di Pechino qualcosa sta cambiando davvero. Il nome non va preso alla lettera. Il centro di questa rivoluzione creativa non assomiglia al quartiere alternativo di New York, né a Chelsea o al Marais parigino. L´esperimento attira un pubblico sempre più largo, nel quartiere, vicino alle gallerie d´arte aprono bar, discoteche e ristoranti.
Per uno scherzo del destino i ragazzi della 798 sono più minacciati dalla speculazione che dal partito unico.


PECHINO. Intorno al quartiere degli artisti ruota la vita notturna dei giovani nella capitale cinese. Il partito, per ora, tollera
Nel Greenwich Village di Pechino "Qui comincia la nostra glasnost"
È un luogo improbabile per veder fiorire l´arte d´avanguardia: una ex fabbrica d´armi costruita dalla Germania Est per i compagni comunisti cinesi, nella grigia periferia della capitale lungo l´autostrada per l´aeroporto. Anzi, ex-periferia. Al ritmo furioso dell´urbanizzazione di Pechino una selva di grattacieli ormai circonda anche la «798» - così si chiama la fabbrica, reperto diroccato dello sforzo bellico della guerra fredda. Sulle sue pareti di cemento scrostate si intravvedono tracce di affreschi dipinti tanto tempo fa per galvanizzare gli operai: faccione di Mao o scenografie da socialismo reale, lavoratori con gli strumenti in mano e lo sguardo all´orizzonte, irreali allegorie sulla costruzione di un futuro migliore. Mentre cammino verso gli hangar che ospitavano le catene di montaggio, da un magazzino laterale sbuca all´improvviso un giovane seminudo che si rotola per terra rovesciando barattoli di pittura: anziché i poliziotti, lo inseguono paparazzi coi flash e ragazzine che sembrano uscite da un concerto di tecnomusic. È una provocazione d´autore, uno happening di arte trasgressiva. Poco lontano in un cortile della fabbrica spuntano statue di dirigenti del partito comunista e a fianco una gigantesca gabbia in cui è rinchiuso un Tirannosauro dipinto di rosso vivace. La metafora si capisce senza fatica.
Della fabbrica 798 si sono impadroniti da due anni i giovani artisti della Pechino alternativa ed è diventato un luogo di culto, un pellegrinaggio obbligato per chi cerca le sorprese della nuova Cina. Perché proprio qui? «Avevo bisogno di molto spazio per creare - dice il pittore Huang Rui, uno dei primi a occupare la 798 due anni fa - affittare un magazzino qui non costava niente. All´inizio non c´era il progetto di creare una comunità di artisti.
Chi se lo sarebbe immaginato che sarebbe successo tutto questo?» Qualcosa è successo senza dubbio. Zhu Ming, artista noto per usare il proprio corpo nelle «performance» visive, al 798 si è esibito nudo in una enorme bolla di plastica trasparente a forma di guscio di lumaca. Gu Dexin ha esposto due container di cervelli e cuori d´animale surgelati. Chen Guang ha proiettato un video ad alto contenuto erotico. Scultura e pittura, cinema-realtà e balletto moderno, design e fotografia: per il linguaggio che usano, i giovani artisti cinesi del 798 potrebbero essere in un loft di Tribeca, in un atelier creativo di Londra o Berlino. Il fatto è che sono cinesi e sono qui perché la censura li lascia fare. Affrontano soggetti come il sesso che erano tabù nel puritanesimo ufficiale della Repubblica popolare cinese - non del tutto superato, visto che il governo di Pechino ha appena annunciato pene fino all´ergastolo per la pornografia su Internet. Ma perfino i burocrati del partito ormai distinguono fra pornografia e arte. I giovani provocatori della 798 da due anni stanno spostando, ogni giorno un po´ più in là, i confini di quello che è tollerato dal regime. L´eccitazione per questo esperimento attira un pubblico sempre più largo. Il 798 diventa un luogo di ritrovo e di vita notturna, un appuntamento mondano. Vi hanno aperto discoteche, bar, ristoranti di Nouvelle cuisine cinese annessi alle gallerie d´arte. In una di queste, Old Factory, si cena accanto alla scultura d´autore: tre statue di monaci buddisti che spazzano il pavimento. Aprono gallerie americani, inglesi, tedeschi, giapponesi. L´idea che l´avanguardia artistica può essere un business - secondo i più cinici - spiega la tolleranza dei leader politici. In vista delle Olimpiadi del 2008 a Pechino fa comodo avere le carte in regola come metropoli cosmopolita, incluso il lusso intellettuale della provocazione d´autore. Si dice che il ministro della pianificazione urbana Long Xingmin e il vicesindaco di Pechino siano diventati i protettori politici della 798, convinti a trasformarla in una copia della Soho di New York. Un´attrazione di alto livello per il turismo internazionale sempre più sofisticato che affluisce in Cina.
Finora la primavera artistica di Pechino è un esperimento tenuto sotto controllo dai vertici dello Stato, sempre pronti al giro di vite se la trasgressione giovanile dovesse cominciare a far paura. A maggio la quinta edizione del Midi Rock Music Festival di Pechino, che stava diventando la Woodstock cinese, è stata cancellata all´improvviso «per problemi di pubblica sicurezza». Ma non sempre questi diktat dall´alto funzionano. Ne sa qualcosa Lin Zhaohua, autore e regista della controversa commedia intitolata «Bagni pubblici» che quest´estate ha fatto il tutto esaurito al teatro Tianqiao di Pechino. «Bagni pubblici» è una sequenza di dialoghi tra personaggi che s´incontrano in una toilette di quartiere - un´istituzione ancora diffusa nonostante il benessere urbano - nel corso degli ultimi trent´anni. Con il tempo cambia la qualità delle toilette, cambiano i personaggi, cambia la natura dei loro dialoghi via via che l´evoluzione capitalistica crea nuovi mestieri e scava le diseguaglianze sociali nel paese. Anche se «Bagni pubblici» non affronta temi politici considerati scabrosi - come il ricordo del massacro di Piazza Tienanmen - tuttavia è una satira pungente della società cinese con i toni amari della black-comedy. Pur senza ricorrere alla censura, il governo all´inizio ha provato a sabotare lo spettacolo in maniera soft. Con discrezione i giornali di Pechino sono stati invitati dall´alto a stroncare «Bagni pubblici», o a ignorarlo. Ma molti critici teatrali si sono rifiutati di obbedire alle direttive. Alla fine di fronte al successo di pubblico perfino il semi-ufficiale segretario generale del Sindacato attori, Yang Qianwu, ha dovuto dare la sua benedizione: «Anche se la pièce contiene molte volgarità questo non significa che sia di cattiva qualità, perché ha un effetto drammatico e catartico».
Gli autori di questa nuova generazione sanno che la glasnost di Pechino ha dei limiti ancora invalicabili. La repressione sanguinosa della protesta studentesca del 1989; i diritti umani calpestati in Tibet; le relazioni con Taiwan; la setta religiosa Falun Gong: sono temi da non toccare per non subire i fulmini della censura. Questo non significa che i giovani della 798 si accontentino di «parlar d´altro» e si rifugino nella provocazione estetizzante fine a se stessa. C´è un´arte impegnata che interpella le carenze della leadership nazionale. Alla 798 Photo Gallery in questi giorni tutti possono visitare una meravigliosa e straziante esposizione fotografica del grande Xie Hailong, che da anni percorre la Cina delle campagne povere con un solo obiettivo: raccogliere le immagini dei bambini che vanno a scuola in condizioni di miseria spaventose. Tetti sfondati, pavimenti di fango, ragazzini vestiti di stracci e senza neppure i quaderni. Sono foto in bianco e nero che sembrano parlare di un´epoca lontana e invece sono scattate ieri, parlano di una Cina dimenticata da chi vive tra i concessionari della Ferrari e i negozi di Armani a Shanghai e Pechino. La mostra di Xie Hailong, «fotografo umanista», non si limita ad alludere. Ai visitatori sbatte in faccia le cifre dello scandalo: 200 milioni di analfabeti, 4 milioni di bambini all´anno che abbandonano la scuola dell´obbligo perché troppo poveri.
Per uno scherzo del destino oggi la minaccia più immediata per la 798 non è la censura del partito unico, ma lo stesso successo dell´arte d´avanguardia.
La zona della fabbrica ha guadagnato valore, il prezzo del metro quadro sale a vista d´occhio, i proprietari progettano speculazioni. Nel piano regolatore la ex fabbrica militare è destinata ad un polo tecnologico e i terreni ora appartengono alla società Seven-Star Huadian Science and Technology Group. Che ha l´intenzione di radere al suolo la 798 per costruire uffici hi-tech e appartamenti di lusso. Gli artisti si difendono con grinta. Uno di loro, lo scultore Li Xiangqun, è anche deputato al Congresso del Popolo e ha presentato al governo un contro-progetto per salvare il quartiere creativo. «Ho visto trasformarsi quest´area - dice - da un cimitero di fabbriche abbandonate a una comunità artistica in piena fioritura. Il futuro dipende dal governo. Non sono ottimista, ma non ci arrenderemo facilmente». Li ha ottenuto una tregua: fino al 31 dicembre 2005 ogni sfratto degli artisti è sospeso. Neanche il potere economico dei palazzinari si rassegnerà docilmente.
L´ex complesso industriale della 798 è così grande che non tutto è diventato Greenwich Village. Con quella sciatteria che rimane un tratto distintivo di Pechino, attorno alle gallerie post-moderne c´è una terra di nessuno di capannoni tuttora occupati da fabbrichette, qualche atelier di vestiti, e artisti-artigiani che con l´avanguardia non hanno niente a che vedere. Lì entro in uno hangar semibuio dove mi accoglie una scena spettrale. Una dozzina di giovani scultori con le tute impolverate lavorano attorno a gigantesche statue di generali della Lunga Marcia maoista. Qui, a differenza dal Tirannosauro rosso, non c´è traccia di satira, non un velo d´ironia.
«Lavoriamo su commissione, queste ce le comprano dei musei di provincia», mi comunica il capomastro. Quando escono da qui le grandi statue dei padri della rivoluzione ancora si mettono in viaggio verso la Cina dove i bambini vanno a scuola a piedi nudi, dove i maiali razzolano tra i banchi, e dai soffitti sfondati piove nelle aule.

Emanuele Severino
la musica nella storia dell'uomo

L'Arena 9.9.04
Amici del Filarmonico. Sala Maffeiana gremita per il noto filosofo che ha tenuto una lezione introduttiva alla stagione 2004 del «Settembre dell’Accademia» Ne è uscita un’accurata indagine sul ruolo avuto dalla musica nella storia dell’uomo
A lezione da Severino
Chiara Zocca

In una Sala Maffeiana affollatissima il noto filosofo e opinionista Emanuele Severino ha tenuto - su invito dagli Amici del Filarmonico - una conversazione sul tema «L’Occidente e la musica» come introduzione all’edizione 2004 del Settembre dell’Accademia Filarmonica. Nel chiarire che la parola “Occidente” contiene in sé anche il significato di declino perché allude al tramonto del sole, Severino ha cercato di indagare il ruolo avuto dalla musica nella storia dell‘uomo, a partire dal grido, strumento di espressione di gioia, dolore o disperazione, che caratterizzava le feste all‘alba della civiltà: grido dapprima dissonante, che in seguito divenne all‘unisono, quindi raggiunse una dimensione disciplinata, probabilmente l’elemento di origine della musica. Se la festa, come luogo in cui l’uomo cerca di «alzare la testa dalla palude», racchiude in sé danza, rievocazione, mito, ed è a suo modo momento di espressione immediato dei sentimenti e delle angosce, si sviluppa allo stesso tempo anche la necessità di un pensiero strutturato: ecco dunque la filosofia, che nasce all‘inizio come critica al mito. Si forma così la tradizione sapienziale greca nella quale si innesteranno poi la rivelazione cristiana e, successivamente, con Avicenna, l’Islam, a dimostrazione che questi mondi e culture non sono così distanti, ma hanno una matrice comune. La musica cristiana ha al suo centro la parola: la musica, come anche l’arte cristiana - continua Emanuele Severino - contengono al loro interno, inconsapevolmente, elementi di critica al cristianesimo. Per l’artista cristiano l’arte è come un altro dio: dunque, viene da chiedersi, Bach cantava per lodare Dio o lodava Dio per cantare? Se l’arte cristiana è una radicale critica alla religiosità, così facendo, essa stessa distrugge alla base l’albero della cultura occidentale. La musica classica non è più la musica della festa, ma un metron, qualcosa di strutturato e di lontano dalla sonorità naturale. La regola, la struttura, finiscono per diventare un altro Dio, ed è perciò che il progressivo incamminarsi verso la demolizione del sistema tonale viene ad aderire con l’assunto nietzschiano che «Dio è morto». Il Novecento è una costante uccisione di Dio, nella dodecafonia che frange l’unità sonora dell’accordo, nella rinuncia al testo teatrale di Antonin Artaud, nell’abbandono della fede religiosa, nella caduta dell’Unione Sovietica: l’Occidente autodistrugge tutte le proprie certezze, precipitando verso un futuro disperato, aggrappato solo alla tecnica che, tuttavia, è incapace di salvare l’uomo. In questa fosca visione del futuro occidentale, nella quale la cultura diviene un rito provvisorio, Emanuele Severino lancia un ultimo dubbio teoretico e forse salvifico: e se, invece che proiettato verso il nulla, l’uomo fosse eterno?

da un convegno di neuroscienziati inglesi
sui bambini "iperattivi"

Yahoo! Salute giovedì 9 settembre 2004
Bambini iperattivi: sostenere le famiglie
Il Pensiero Scientifico Editore

Non è originato da una cattiva educazione il comportamento dei bambini affetti da ADHD, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, ma da una disfunzione genetica complessa che è tuttora oggetto di studi.
Questa la dichiarazione rilasciata dagli studiosi in occasione del
congresso annuale della British Association for the Advancement of Science.

Antonella Sagone

Il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, comunemente noto con l’acronimo ADHD, è considerato il più comune disturbo psichiatrico nei bambini e negli adolescenti: colpisce infatti dal 3 al 5 per cento dei bambini in età scolare e generalmente si manifesta prima dei 7 anni. I bambini con ADHD hanno problemi persistenti a mantenere l’attenzione sia a casa che a scuola, a concentrarsi, a stare fermi per più di qualche minuto. Si tratta di un disturbo più complesso della capacità di distrarsi fisiologica dei bambini, che deve presentarsi per almeno sei mesi in maniera continuativa e deve provocare un disagio sino ad una vera e propria compromissione delle attività scolastiche o delle relazioni familiari e sociali. La sindrome, secondo Eric Taylor, del Britain’s Institute of Psychiatry, viene sottostimata (come ad esempio avviene in Inghilterra) o sovrastimata (come negli Stati Uniti), a seconda della cultura di appartenenza. Le terapie, che in genere consistono in cure farmacologiche e terapia comportamentale, non sono risolutive ma possono contenere i sintomi; il rischio di non trattare il disturbo, secondo il ricercatore, può esporre il soggetto a sviluppare più gravi disturbi psichici in età adulta.
Oggi si è potuto verificare come l’iperattività e il disturbo di attenzione siano associati a fattori organici. Ricerche precedenti hanno ad esempio notato come i bambini vulnerabili all’ADHD lo siano anche all’epilessia. A detta di Taylor vi sono anche delle differenze morfologiche nel cervello dei bambini con ADHD: le aree cerebrali coinvolte nell’autocontrollo sono più piccole della media. Spesso in passato, e ancora oggi ove ci sia poca informazione su questo disturbo, si giudica il bambino iperattivo come semplicemente maleducato, viziato o comunque non disciplinato dai genitori, che vengono stigmatizzati per il comportamento del loro figlio. Questo non corrisponde alla realtà, anzi, i ricercatori inglesi hanno notato che i genitori che in passato sono stati essi stessi iperattivi sono più competenti nel rapportarsi a figli con lo stesso problema. Un ambiente caotico, invece, contribuisce ad aggravare il disagio del bambino con ADHD e ad esacerbare le difficoltà sue e di chi gli sta vicino.
“Quello di cui la famiglia ha bisogno”, sottolinea Taylor, “è accettazione e comprensione, per un disturbo che va considerato una sottile e persistente disabilità”. Lo studioso continua osservando che la valutazione di questa condizione non deve essere esclusivamente negativa. Le persone con ADHD, viste in una prospettiva evoluzionistica, hanno una loro funzione nella società umana, dove sono necessari anche gli individui incapaci di piani a lungo termine ma particolarmente reattivi, creativi e veloci nelle risposte.

Riferimento: 2004 BA Festival of Science, 4-11 settembre, Exeter, UK.

lo sguardo dei neonati, la bellezza, la musica

Yahoo! Salute 9.9.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia

È bello ciò che piace o piace ciò che è bello?
Il Pensiero Scientifico Editore
Antonella Sagone

I neonati preferiscono i visi belli? Uno studio presentato al Festival of Science della British Association sostiene di sì. Infatti i neonati, di poche ore di vita, hanno mostrato di soffermarsi con lo sguardo molto più a lungo sull’immagine di un viso gradevole piuttosto che su quella di un viso in tutto e per tutto analogo al precedente ma con requisiti estetici meno apprezzabili.
Gli esperimenti basati sullo sguardo dei neonati sono effettuati da diversi decenni. Fin dalla nascita il bambino, contrariamente a quanto spesso si pensa, è in grado di distinguere notevolmente bene le immagini, specie se poste a una distanza di 20-30 centimetri dagli occhi, cioè la distanza a cui vedrebbe il viso materno mentre viene allattato. Nei primi minuti di vita l’immagine può apparire un po’ sfocata, però già a 15 ore dalla nascita è provato che il neonato sia in grado di distinguere il viso della madre da quello degli estranei. Studiando il tempo che il neonato trascorre fissando una di due immagini contrapposte si è potuto analizzare il grado di interesse che egli manifesta per determinati stimoli visivi, ed è da tempo noto che egli preferisce le rappresentazioni del viso a quelle di altri oggetti.
Lo studio ha rilevato il tempo di fissazione del neonato a ciascuna di due immagini presentate contrapposte, rappresentanti varie tipologie di viso in due versioni, una più “bella” dell’altra. I bambini, alcuni di due giorni di vita ma altri a solo poche ore dalla nascita, hanno speso l’80 per cento del tempo osservando il viso più attraente. “Questo dimostra”, afferma Alan Slater, uno psicologo dell’Università di Exeter che ha condotto la ricerca, “che i bambini nascono già con una rappresentazione molto precisa del volto umano”.
I ricercatori hanno anche esplorato il gusto musicale del neonato, facendogli ascoltare musica ogni volta che fissavano una striscia rossa su uno schermo. I neonati, fissando a lungo la striscia, hanno mostrato di apprezzare Vivaldi, ma molto meno se questo veniva fatto suonare alla rovescia.
”La bellezza non è solo nell’occhio di chi guarda”, afferma Slater. “È nel cervello del bambino già al momento della nascita, e forse anche prima”. Resta da capire se è il neonato ad avere un senso innato del bello, oppure semplicemente se la bellezza è quell’inafferrabile quid che già un neonato preferisce guardare, ascoltare e forse anche apprezzare con gli altri sensi.

Riferimento: 2004 BA Festival of Science, 4-11 settembre, Exeter, UK.

giovedì 9 settembre 2004

DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE

In attesa di averlo di nuovo ospite informiamo i tanti ammiratori di

Gianrico Carofiglio

che da oggi potranno trovare in libreria il suo nuovo romanzo

Il passato è una terra straniera
Rizzoli, 2004


Vi aspettiamo

Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

donne e islam

La Stampa 9.9.04
Secondo alcuni studiosi l’emergere della violenza religiosa dai taleban ai nuovi jihadisti sarebbe il sintomo di un mondo nel quale il sesso femminile diventa protagonista
Ne «Il velo strappato» l’ex cognata di Bin Laden mette alla berlina l’Arabia Saudita che nega loro la patente e le costringe in pubblico sotto pesanti cappe nere senza accorgersi che in privato si truccano e affilano l’intelligenza
DONNE e ISLAM Conflitto sotto il velo
L’iraniana Farian Sabahi «Con il ruolo dei sessi cambia l’interpretazione del Libro e decade il dovere di protezione»
Nel versetto 228 della Sura della Vacca e nel 34 della Sura delle donne il Corano sancisce la superiorità del maschio ma anche il dovere di proteggere le sue compagne
IL SEQUESTRO DELLE DUE ITALIANE SEGNA UNA SVOLTA NELLA CULTURA MUSULMANA
JASUS

Spie. La rivendicazione online del gruppo Ansar El Zawahri non mostra pietà per le «due Simone», sequestrate martedì pomeriggio a Baghdad. Spie occidentali. Pericolose, benché donne. Come verranno trattate? I genitori palpitano in ansia, gli accademici consultano le Scritture cercando una risposta nel Profeta Maometto. «Le pacifiste di “Un ponte per..” sono tali e quali agli uomini per i terroristi. Forse peggio perché occidentali, una specie di prostitute», azzarda Massimiliano Hamza Boccolini, convertito all’Islam nel ‘96 e responsabile fino a pochi mesi fa della moschea di Napoli Zayd ibn Thabit. «Se questi criminali fossero credenti come dicono, le ragazze sarebbero al sicuro», ribatte Asmae Dascian dell’Associazione donne musulmane d’Italia, citando i passi del Corano che sanciscono la superiorità del maschio, ma anche il dovere di proteggere le compagne, il versetto 228 della Sura della vacca e il 34 di quella delle donne. Le ipotesi sulla sorte delle volontarie italiane si dividono come la società musulmana: mariti custodi della tradizione e mogli che forzano le mura domestiche, conservazione e spinta al rinnovamento. Secondo alcuni studiosi l’emergere della violenza religiosa, dai taleban ai nuovi jihadisti, sarebbe proprio il sintomo di un mondo in rapida trasformazione nel quale le donne, storiche vittime sacrificali, hanno il ruolo di protagoniste.
Le cronache raccontano le vedove nere di Beslan e trascurano invece la rivoluzione in atto che suggerisce come l’Islam moderato, partner ambìto dell’Occidente contro lo scontro delle civiltà, possa avere i lineamenti delicati e i muscoli guizzanti delle atlete in gara ai Giochi di Atene. Danah Al Nasrallah, la kuwaitiana più veloce sui 100 metri. Sanaa Bkheet, della striscia di Gaza. L’algerina Nouria Benida, medaglia d’oro a Sidney nei 1500 metri. Velociste capaci di correre oltre i tempi. L’allungo più difficoltoso è in patria, eppure, l’allenamento comincia a rendere. L’Arabia Saudita che nega la patente alle automobiliste, finisce alla berlina nel libro di una di loro, Carmen bin Laden, ex moglie di Yeslam e cognata dello sceicco fondatore di Al Qaeda. «Il velo strappato», pubblicato da Piemme, apre una finestra sulla gabbia dorata del regno wahabita, dove le donne sono recluse sotto pesanti cappe nere ma nel privato del gineceo affilano l’intelligenza e tingono le labbra di rossetti vivaci. La polizia islamica, muttawa, usa picchiare le acquirenti all'uscita dei negozi di biancheria, rigorosamente gestiti da commessi maschi. Lo Yemen intanto, nomina la giornalista Amat Al Aleem Alsoswa ministro per i Diritti umani e in Marocco, dove la danza del ventre è ormai un business, re Mohammed VI adotta un Codice di famiglia che consacra l’eguaglianza dei sessi. L’Afghanistan di Karzai non siede ancora tra le democrazie, ma, nella capitale, la trentenne Saba indossa il velo sul kimono e apprende l’arte del karate, in attesa di votare, cittadina per la prima volta, il prossimo 9 ottobre. Donne pericolose per i fondamentalisti dell’Islam. Come le trenta ragazze di Kabul ospiti un anno fa a Torino con un programma dell’Onu. L’organizzazione aveva predisposto una mediatrice di choc culturali per accompagnare il salto dal medioevo dei taleban alla città post moderna. Bastava guardare Latifa, Nasima, Rabia, impegnatissime tra una seduta dal parrucchiere per le meches e un appuntamento con la sociologa Chiara Saraceno, bombardata di domande sul divorzio in Italia, per capire cosa temono davvero i kamikaze del jihad.
L’altra metà del mondo musulmano non brucia reggiseni in piazza come nei nostri anni ‘70, pena il carcere a vita. Combatte però, con analoga determinazione, nei tribunali, nelle università, nelle organizzazioni tipo «Un ponte per...» e «Intersos», dove insieme a Simona Pari e Simona Torretta lavorava Mhanaz, l’irachena rapita con le volontarie italiane, primi ostaggi donna della seconda guerra del Golfo dopo la giapponese Nahoko Takato, rilasciata in una settimana. L’emancipazione femminile è parte importante nella degenerazione dei costumi occidentali che il fanatismo misogino dei mullah contrasta con la spada e con l’ijtihad, l’interpretazione del Corano. L’Europa e gli Stati Uniti farebbero bene ad ascoltare la voce femminile dell’Islam. Forse perché forzate nell’invisibilità, le musulmane incalzano, devote al proprio credo eppure, senza contraddizione, bramose di libertà. Due giovani studiose, Irshad Manji e Asma Gulf Hasan, denunciano nei loro saggi («The trouble with Islam» e «Why I am a muslim») il rischio di soffocarne la spinta tra l’integralismo della fede e quello della ragione. L’esempio è il contestato divieto del governo francese d’indossare a scuola l’hijab, il foulard. Un fumetto della cartoonist iraniana Marjane Satrapi intitolato «Doppia punizione» mostra una ragazza dalla chioma fluente additata dai parenti come sgualdrina. Nella striscia successiva la stessa giovane, emigrata in Europa, indossa il velo e viene derisa dai compagni, «fondamentalista, fanatica».
L’Iran del presidente riformatore Khatami rappresenta, forse più di altri Paesi islamici, questo mondo vicino all’implosione. La segregazione muove il romanzo di Azar Nafisi «Leggere Lolita a Theran», dove il controllo dei guardiani della fede, guidati dall’ayatollah Khamenei, si traduce nell’umiliazione del corpo femminile, reale o fantasioso come nel libro censurato di Nabokov. «Il racconto della Nafisi si ferma al 1997, ora le mie connazionali girano con pantaloni alla pescatora e soprabiti stretch», spiega l’iraniana Farian Sabahi, autrice della «Storia dell’Iran». Sono figlie della delusione rivoluzionaria seguita alla dittatura di Khomeini, eredi del premio Nobel Shirin Ebadi, che ha pagato con la galera l’infatuazione per l’Islam politico. Donne minacciose per i custodi della dottrina rigorosa. Continua la Sabahi: «E’ cambiato il ruolo dei sessi e le interpretazioni del Corano si sono adeguate. Se le donne studiano, vestono la divisa militare, contribuiscono all’economia nazionale, diventano pericolose e il dovere di protezione del buon musulmano viene meno». Da alcuni mesi gli imam predicatori d’odio pronunciano fatwe che giustificano l’omicidio di donne e bambini, impensabile nel passato. I loro nemici pregano adesso per la vita di ostaggi che si chiamano Simona, Simona, Mhanaz. «Spie» occidentali e simbolo d’emancipazione come le compagne musulmane, chiamate a rispondere anche di questa eresia davanti ai loro sequestratori.

Repubblica edizione di Bologna 9.9.04
I rapitori Quella gente non obbedisce più a nessuna autorità religiosa
la violenza Io penso che in Iraq si sia oltrepassata una soglia di disumanità
MICHELE SMARGIASSI

«Se servisse, prenderei io stesso un aereo per Bagdad, adesso. Ma quella gente non ascolta più nessuna voce ragionevole, non obbedisce a nessuna autorità religiosa». Radwan Altounji ha riunito martedì sera nella sede di villa Pallavicini il direttivo della comunità islamica bolognese di cui è presidente. Sgomento, angoscia per le due rapite. «Non conosco Simona Pari, la ragazza bolognese, ma ne ho sentito parlare in passato da amici. Una persona stimabile, impegnata per la pace. Spero che lei e la sua amica tornino presto alle loro famiglie».
Nessun documento, nessun appello?
«C´è un documento di solidarietà e di condanna diffuso ieri dall´Unione delle comunità islamiche in Italia, a cui noi aderiamo. In quel documento ci riconosciamo pienamente, parla per tutti noi».
Non c´è anche un po´ di sfiducia?
«Vede, l'Islam è un mondo vasto. Non ci sono solo sciiti e sunniti, ci sono mille differenze, visioni, atteggiamenti. E non esiste un´autorità riconosciuta. Anche un appello dell´imam del Cairo non vale nulla se i rapitori pensano di essere nel giusto».
Possono pensarlo?
«Io penso che in Iraq si sia oltrepassata una soglia di disumanità. La violenza chiama violenza, la violenza è come una droga: più ne consumi, più devi aumentare la dose. Hanno cominciato coi militari, sono passati ai paramilitari, ai giornalisti, ora agli operatori umanitari e non sembrano volersi fermare. Tutto questo è disumano».
Pensa che ogni iniziativa umanitaria o politica sia inutile?
«Penso che siamo nelle mani di Dio. Io cerco di conservare un barlume di ottimismo: se nei cuori di quegli uomini c´è ancora una traccia di fede, non possono non sapere che per la nostra religione la donna è sacra, inviolabile, e questo mi rende leggermente più tranquillo. Spero, credo che le due ragazze saranno risparmiate e restituite ai loro cari».
Se le avessero rispettate, non le avrebbero rapite.
«Hanno solo scelto il bersaglio più facile, forse perché non riescono ad attaccare obiettivi militari. Spero che sia solo un modo per farsi pubblicità, che non osino arrivare fino in fondo».
Anche in Italia c´è chi soffia sul fuoco dello scontro fra religioni e civiltà. A Bologna la comunità islamica risente di questo clima pesante?
«No. La città ha cominciato a capire come stanno le cose. Siamo qui da tanti anni, ormai ci conosciamo. I bolognesi sanno che siamo buoni musulmani, che intendiamo vivere pacificamente la nostra fede ed essere cittadini rispettosi di questa comunità».
Accetterete di partecipare a manifestazioni di solidarietà?
«Siamo tutti, di cuore, vicini alle famiglie delle due rapite. Lo dico a nome della comunità e mio personale. Io però continuo a pensare che dovremmo tutti cercare di dare meno spazio e risalto alle imprese criminali di quelle bande. Gli appelli non servono a convincerli, ma l´amplificazione dei media li aiuta a raggiungere i loro scopi disumani».

un convegno sulla mente
a Roma il 9 e il 10 settembre

un comunicato segnalato da Paola Franz

Roma, 8 settembre 2004 Università Cattolica del Sacro Cuore
Mind and complexity: viaggio nella complessità della mente

Giovedì e venerdì, presso il Policlinico Gemelli, confronto tra psichiatri, neuropsicologi, matematici e filosofi sul funzionamento della mente

Il miglioramento delle capacità di prevedere l’evoluzione della mente per elaborare strategie terapeutiche più efficaci nella cura della schizofrenia, della demenza da Alzheimer, delle sindromi depressive, delle tendenze al suicidio, ma anche la contiguità tra la psichiatria e la matematica, e l’interazione tra persone e computer.

A queste problematiche è dedicato il convegno internazionale “Mind and complexity”, che avrà luogo domani e dopodomani, giovedì 9 e venerdì 10 settembre 2004, presso il Policlinico Gemelli (Aula Brasca, ore 9.00).

L’evento è promosso dall’Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica di Roma, diretto dal prof. Sergio De Risio.

“Diventa sempre più credibile - afferma il prof. De Risio, presidente del Congresso – l’accostamento tra il funzionamento cerebrale umano, e dunque delle prestazioni mentali, al globale funzionamento di automi e computer che sono in grado di simulare alcune delle principali attività cognitive. Potrebbe essere questa una prima risposta ai quesiti: ‘finiremo come i computer?’ oppure ‘quale sarà il destino della nostra interazione con questi oggetti?’”

“Ma la vicinanza tra la psichiatria e la matematica – prosegue De Risio - è interessante anche da un altro punto di vista: l’accostamento tra queste discipline si è sviluppato negli ultimi 30 anni per rendere possibile il raggiungimento di un livello di rigore scientifico maggiore e avvicinare le prestazioni in ambito psichiatrico a quelle che la scienza possiede in altri campi, come quello economico e meteorologico. Questa ricerca mira a conseguire una migliore capacità di prevedere gli sviluppi del sistema cerebrale e ad elaborare strategie congruenti con le sempre più evolute conoscenze anche per la cura di diverse patologie e sindromi psichiatriche.”

Numerose le personalità scientifiche iscritte in qualità di relatori, tra cui: Emanuele Severino (Università di Venezia); Walter J. Freeman (University of California at Berkley); Micheal Egan (National Institute of Healt USA); Frauke Schultze-Lutter (University of Cologne); Alec Roy (New Jersey Healtcare System); Herman M. van Praag (Maastricht University); Joseph P. Zbilut (Rush University Chicago); Alessandro Giuliani (ISS).

nove bambini su cento

ricevuto da Franco Pantalei

Repubblica Salute 9.9.04

Nove bimbi su cento soffrono di disturbi psichici
di Paolo G. Brera

Nero su bianco, senza giri di parole: "Ogni mille preadolescenti ci sono circa 90 soggetti con patologie psichiche". Anzi novantuno, perché i soloni che hanno indagato le teste di 5627 bambini di 40 scuole selezionate a Milano, Roma, Cagliari, Pisa, Rimini, Lecco e Conegliano Veneto hanno determinato che "311 soggetti, pari al 9,1% del campione, ha soddisfatto i criteri per un disturbo psichico".
Roba da matti? Uno scherzo? No, uno studio dannatamente serio, la "prima ricerca epidemologica multicentrica italiana che ha indagato la prevalenza dei disturbi psichici tra i preadolescenti di età compresa tra i 10 e i 14 anni che vivono in zone urbane". E' il progetto Prisma, acronimo da thriller dell'inquietante "Progetto italiano salute mentale adolescenti". Lo ha promosso il 'Irccs Medea-La nostra famiglia' di Bosisio Parini, in provincia di Lecco, in collaborazione l'Isitituto superiore di Sanità di Roma, il Dipartimento di Psicologia dell'università La Sapienza e l'università di Cagliari.
Il progetto Prisma ha obiettivi importanti: vuole "mettere a disposizione della comunità scientifica e della programmazione sanitaria italiana dei dati conoscitivi sul disagio psichico nella preadolescenza, anche al fine di programmare l'evoluzione dei servizi specifici, di prevenzione, diagnosi e cura". E per portarsi avanti il lavoro, il Medea è pronto a inaugurare - il 25 settembre con in prima fila il ministro della Salute Girolamo Sirchia e il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi - un nuovo padiglione che si occuperà proprio di neuropsichiatria dell'età evolutiva e di psicopatologia dello sviluppo. Finanziato dallo Stato, il progetto di ricerca è stato al centro di una pioggia di critiche per gli strumenti stessi utilizzati: un test a risposte multiple (link) più simile a un gioco da ombrellone che a un rigoroso strumento scientifico per indagare la salute mentale dei bambini. Uno studio nato mentre in Italia si preparava il ritorno in grande stile del Ritalin, uno psicofarmaco figlio delle amfetamine e classificato come droga, prodotto dalla multinazionale svizzera Novartis e utilizzato come acqua potabile negli Stati Uniti per i bambini malati dell'ineffabile Adhd, un disturbo d'attenzione con o senza ipercinesia. In altre parole, per i bimbi distratti e a volte irrequieti.
Ora, dopo molti mesi di indagini nelle scuole effettuate con la complice devozione alla scienza di maestre e genitori - il cui il permesso di controllare se il figlio è malato di mente è stato estorto con messaggi da banditore di pesca di beneficienza, come fosse una fortuna aver avuto il diritto di entrare nel grande progetto - gli scienziati della psiche hanno scoperto che "meno del 2% della popolazione preadolescenziale soffre di ADHD".
Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo, ma si strozza in gola. Se il potentissimo fronte del Ritalin, con il suo esercito di profeti in camice bianco, fa un passo indietro in quanto "la prevalenza trovata è un dato molto clamoroso perché significativamente inferiore ai dati attesi", fa invece un passo avanti un business tutto da realizzare: quello della medicalizzazione delle anime dei bimbi, che oggi scopriamo malati di mente in un caso su dieci.
Ebbene: "Più del 7% della popolazione preadolescenziale soffre di disturbi d'ansia, certifica il progetto Prisma. E "i disturbi della condotta colpiscono l'1% della popolazione, senza differenza tra i sessi", mentre un altro 1 per cento scarso va ascritto alla depressione. Dunque "è necessario - è scritto nel documento conclusivo del progetto di ricerca - porre al centro della riflessione sui servizi sanitari del nostro paese il problema della patologia psichica in età evolutiva: esiste una questione 'età evolutiva' nella società moderna che va affrontata con le dovute risorse e con una programmazione che deve spaziare dalla dimensione sociale a quella tecnico-specialistica". Ci saranno padiglioni da inaugurare e scatoloni di medicinali da acquistare.

medici "in libertà vigilata"

Repubblica 9.9.04
L'INTERVISTA
Luca Gianaroli, direttore della Società italiana di studi di medicina della riproduzione: le nostre norme sono dettate dall´ideologia
"Legge sgangherata e piena di paradossi noi medici ci sentiamo in libertà vigilata"
L´aspettativa di successo degli interventi è scesa fino al 30 per cento. E le donne che pagano il prezzo più alto sono le over 38
Non sappiamo cosa fare degli embrioni che erano già congelati all´entrata in vigore della legge Le linee guida non dicono nulla
MICHELE SMARGIASSI

BOLOGNA - «Neanche in Iran?», si lascia andare Luca Gianaroli, direttore della Società italiana di studi di medicina della riproduzione. «In nessun paese del mondo, democratico o totalitario, sotto qualsiasi ideologia o religione, hanno una legge così». Il Sismer riunirà sabato in congresso a Bologna alcune decine di esperti mondiali di fertilità, e il dottor Gianaroli ammette l´imbarazzo di dover presentare loro un rapporto sui primi sei mesi della legge italiana sulla procreazione assistita «sgangherata, paradossale, ipocrita, che ci costringe alla malasanità».
E all´emigrazione procreativa, no?
«La fuga delle coppie all´estero è solo l´aspetto più visibile dei guasti di questa legge. Ma i guai che procura a chi resta in Italia sono anche peggiori».
Parla dei pazienti?
«Di loro, prima di tutto. Dai nostri dati emerge che, per le limitazioni della legge, l´aspettativa di successo di un intervento scende del 10-30 per cento secondo i casi. Le più colpite sono le donne over-38, con patologie severe e già sottoposte ad intervento. Ma io mi riferivo a noi medici?».
Vi sentite le mani legate?
«Peggio: ci sentiamo in libertà vigilata. L´intreccio fra la legge 40, le linee guida del 21 luglio e l´ultimo decreto del 26 agosto è tanto contraddittorio e paradossale da creare vere e proprie trappole».
Può fare qualche esempio?
«Il più clamoroso: gli embrioni che erano già congelati al momento dell´entrata in vigore della legge. Che ne dobbiamo fare? Se derivano da una donazione di gameti e io li trasferisco in utero, sono fuorilegge perché faccio un´eterologa, vietatissima. Le linee guida non dicono nulla. Il decreto dice che gli embrioni "orfani" vanno consegnati a un centro milanese. Ma quelli non sono orfani! Le madri li vogliono! E io devo dir loro che li devo dare alla sperimentazione scientifica (ma non era vietata? E perché una deroga a un solo istituto?). Insomma devo dire alle madri che i loro embrioni devono morire perché sono moralmente inaccettabili, mica male per una legge che pretende di difendere la vita».
Contraddizioni di una fase transitoria?
«Vado avanti. Gli embrioni malformati. Per legge, devo trasferirli lo stesso».
Le linee guida precisano che il trasferimento di quelli con «anomalie irreversibili» non è «coercibile», quindi possono essere lasciati «estinguere»?
«Infatti la legge si contraddice anche sui suoi presunti principi morali. Ma intendo gli embrioni che io, medico, so per scienza ed esperienza che non s´impianteranno. Spendo soldi pubblici, ne faccio spendere a una coppia, sottopongo una donna a due settimane di iniezioni di progesterone, molto pesanti, e allo stress dell´attesa, già sapendo che è tutto inutile. Se facessi una cosa del genere in Spagna o in Inghilterra, la paziente mi manderebbe in galera per malpratica. In Italia la malpratica è obbligatoria, altrimenti vai in galera. Nessun medico può essere costretto ad andare così contro coscienza».
Prevede una fuga di professionalità all'estero?
«Sta già accadendo. Con situazioni paradossali. Conosco un collega che abita a Trieste e lavora in una clinica di Nova Gorica, in Croazia, dove fa fecondazioni che in Italia, dove la sera va a dormire, sono illegali. Lo stesso in Belgio, dove medici italiani operano pazienti italiane. Le sembra logico?».
Ogni paese ha le sue leggi.
«Ma in audizione al Parlamento io l´ho detto: otto milioni di italiani vivono a un´ora di macchina da una clinica dove la legge non si applica: non è ipocrisia? La verità è che la legge non è fatta per migliorare la sanità ma per ideologia?».
Anche lei la mette in politica?
«Ho accolto a braccia aperte la Casa delle libertà: per quel che riguarda la mia professione, me ne pento. Aspettavo una legge di garanzie: lo sa che da nessuna parte c´è scritto che con le provette devono lavorare solo laureati? A quanto pare, in laboratorio può entrare chiunque. Belle garanzie. È come se la legge stabilisse che il bisturi va usato solo con la destra, perché il legislatore considera immorali i mancini, e poi non obbligasse a sterilizzare i ferri».
L´ultimo paradosso?
«Mi hanno appena eletto presidente della società internazionale di una disciplina, la diagnosi embrionale pre-impianto, che in Italia mi manda in galera se la pratico. Penso che mi dimetterò, per non farmi compatire dai colleghi».

la farsa drammatica dei prof di religione cattolica

Repubblica 9.9.04
I PROBLEMI DELLA SCUOLA
Idonei i 1307 docenti esaminati. Il preside spiega: domande assurde sulla riforma Moratti e nessun quesito sulla teologia
La sanatoria dei prof di religione
Il commissario: "Li ho promossi tutti, è una questione morale"
Il programma del ministero prevedeva quesiti sulla riforma Moratti e nessuno sulla teologia. 1307 candidati, 1307 idonei
Prof di religione, tutti promossi
Concorso farsa, il commissario: "Domande assurde"
Se la Curia non dovesse ritenerli più idonei lo Stato non potrà licenziarli
Risposte paradossali e magnanimità degli esaminatori: così sono passati tutti
ANNA GRITTANI

Si è concluso il primo concorsone per docenti di religione voluto dal ministero dell´Istruzione Letizia Moratti. Ed è finito con un verdetto per molti scontato, quasi una sanatoria: tutti promossi. Del resto sono destinati a salire sulla cattedra di religione, lavoro già svolto negli scorsi anni, ma da quest´anno nessuno potrà impedire loro di cambiare ruolo, perché molti sono in possesso di abilitazioni in altre classi di concorso. Insomma, entrati per nomina vescovile, si ritroveranno a poter insegnare altre materie, magari passando avanti nelle liste dei docenti assunti per concorsi ordinari. Non solo, ma se il vescovo non dovesse ritenerli più idonei a spiegare il cattolicesimo, lo Stato italiano non potrà licenziarli.
Dopo il concorsone, saranno assunti in tre anni 1136 prof di religione, su 1307 candidati idonei, mentre saranno in totale 854 i posti di ruolo dati quest´anno ai colleghi di tutte le altre materie.
Per la scuola materna ed elementare i risultati sono già noti da alcuni giorni: 564 domande presentate, 556 i candidati esaminati e 556 promossi. Per la secondaria le graduatorie saranno consegnate al Csa (l´ex provveditorato) di Bari domani, ma già si preannuncia un altro risultato fotocopia. Verranno dichiarati tutti idonei: 751 candidati esaminati, altrettanti promossi.
Ciò che si immaginava alla vigilia, e che aveva scatenato le protetse dell´opposizione, è dunque accaduto, ma la sorpresa a Bari, è stata la motivazione: sono stati promossi «per una questione morale». La pensa così Francesco Tateo, preside dell´istituto tecnico per geometri "Pitagora" e presidente della prima sottocommissione incaricata di correggere gli elaborati e di interrogare i candidati. «Questo concorso è stato una cattiveria. Il programma era impossibile. Un esempio? La legge Moratti era uno degli argomenti principali. Come si fa ad interrogare un candidato su una riforma che è in corso di definizione, che ancora non esiste in buona parte dei suoi aspetti?».
Qui inizia la storia di un concorso pubblico incredibile a cominciare dai titoli di ammissione, un elenco infinito nel quale brilla una clamorosa mancanza: la laurea in teologia. La selezione è riservata ai docenti che hanno già maturato un servizio di almeno quattro anni. I titoli citati devono essere posseduti da chi ha iniziato a lavorare dal 1990 in poi, per chi ha cominciato prima non c´è bisogno neanche del titolo, ma bastano 10 anni di servizio. Nulla, o quasi, a confronto dell´assurdità vera: il programma. Manca proprio la "religione cattolica", argomento d´insegnamento, forse per problemi concordatari. «Non ho mai visto nulla del genere neanche ai concorsi ordinari», dice Tateo. «I candidati dovevano essere preparati su tutta la storia della scuola da Gentile alla Moratti, sapere nel dettaglio gli ordinamenti che si sono susseguiti, conoscere i programmi scolastici». Dispense da migliaia di pagine, da imparare in fretta visti i tempi, questa volta velocissimi, di organizzazione del concorso. «Molti candidati hanno imparato a memoria la riforma, senza capirci niente».
Ma in definitiva il programma è quello, quindi bisogna conoscerlo. La commissione è formata da sei persone più un presidente, si divide poi in due sottocommissioni. Ne fanno parte un docente di scuola media, uno di superiore e un preside, che svolge anche le funzioni di presidente. Al candidato si chiede di parlare del sistema dell´istruzione secondaria come voluto dalla legge Moratti. E lui risponde. Sa a memoria i nomi degli otto licei. Ma alla domanda: "Mi spieghi cos´è un liceo", casca. Per non parlare, sempre in tema di riforma, della differenza fra i sistemi scolastici verticali e quelli orizzontali e del concetto del diritto-dovere all´istruzione. «Ad un certo punto ? racconta Tateo - ho chiesto ad un docente: "Mi parli della sua progressione di carriera". Mi ha guardato stranito». Gli insegnanti si attaccano agli argomenti religiosi a loro cari per non fare scena muta, come la candidata che conosce a memoria la Bibbia. «Le abbiamo detto: "Signora è preparatissima, può andare"». Peccato che l´argomento non fosse in programma.
L´età dei candidati è alta, l´ottanta per cento ha più di 45 anni, tanti sono i sessantenni. «Li abbiamo promossi tutti, anche quelli che non hanno risposto a niente, perché questa gente ha famiglia e rischia di non lavorare più. Una signora era disperata - continua il preside -, con marito, figli e padre ammalato da assistere, aveva studiato quel poco che poteva. Riaprire i libri a sessant´anni non è uno scherzo». I più bravi? «I giovani laici», i meno preparati «i preti anziani, convinti peraltro che l´idoneità spettasse loro di diritto». Ma la risposta che ha più colpito la commissione l´ha data un´emozionatissima suora: alla domanda «quali sono le assenze che lei può fare nella scuola pubblica italiana», ha risposto: «Per gravidanza».

un convegno sull'arte preistorica in Valcamonica

Il Messaggero 8.9.04
Si apre oggi un simposio internazionale in Valcamonica, che vanta la più alta concentrazione europea di graffiti
di EMANUELE PERUGINI

ALTRO che primitive manifestazioni di arte, in quei graffiti c’è la storia dell’uomo, la sua psicologia, il suo senso religioso e mitologico. Nei segni scolpiti sulle pareti di rocce sparse in ogni angolo del mondo, non ci sono astratte rappresentazioni della vita così com’era qualche decina di migliaia di anni fa, ma anzi c’è una vera e propria forma di scrittura che ora possiamo iniziare a leggere e decifrare.
È su questi temi che studiosi e ricercatori provenienti da trentasei paesi discuteranno a Darfo Boario Terme (Bs), nel piccolo centro delle valli bresciane, da oggi e fino al 14 settembre prossimo in occasione del XXI Simposio internazionale di Valcamonica dedicato all’ “Arte Preistorica e Tribale, nuove scoperte, nuove interpretazioni, nuovi metodi di ricerca”.
Non è un caso che antropologi, archeologi, storici dell’arte e anche psicologi, abbiano scelto di venire a presentare le loro ultime scoperte proprio in questo sperduto lembo d’Italia. A pochi chilometri da dove sarà organizzato il congresso internazionale, a Capo di Ponte per la precisione, c’è infatti la sede del Centro Camuno di Studi preistorici guidato dal professor Emmanuel Anati, che è anche uno dei principali istituti mondiali in cui si studia la cosiddetta arte rupestre. E proprio quest’anno il centro compie i suoi 40 anni di attività.
Il centro di Capo di Ponte è un punto di riferimento mondiale per gli studiosi di arte rupestre. È infatti la sede del Wara, il World Archive of Rock Arts, un progetto immenso che ha come obiettivo la catalogazione e archiviazione di tutte le realizzazioni di arte primitiva del mondo di cui si abbia conoscenza: secondo le stime dei ricercatori sono almeno 45 milioni di pitture e graffiti e almeno 100.000 manufatti di vario genere.
E sempre qui in Valcamonica, inoltre, c’è la maggiore concentrazione di arte rupestre d’Europa. Un insieme di più di 300.000 immagini istoriate nella roccia che costituiscono il primo sito italiano iscritto dall’Unesco nella lista del “Patrimonio Culturale Mondiale”.
Molti gli argomenti che verranno discussi nel convegno: lo sviluppo del sentimento religioso e mitologico, il significato psicologico dell’arte rupestre e, infine, la possibilità di una traduzione di quel linguaggio primitivo. Per gli esperti che partecipano al simposio infatti, l’arte rupestre è una vera e propria forma di scrittura e c’è anche chi ne ha proposto una traduzione.
«In quei segni - spiega Anati che presenterà il suo ultimo lavoro di ricerca sui graffiti della Valcamonica, il libro La Civiltà delle Pietre - c'è la dimostrazione che lo spirito dell'uomo si è manifestato sin dagli inizi nelle stesse forme che noi oggi conosciamo. Leggere quei segni e scoprire che narrano di questioni di vita quotidiana, come il lavoro, la caccia, i problemi con i vicini, nello stesso modo in cui le viviamo oggi dopo oltre 10.000 anni, è commovente». «Non solo ma in quei graffiti sparsi in tutti i continenti c’è anche la prova che l’umanità - continua - all’inizio della sua storia evolutiva parlava la stessa identica lingua e condivideva la stessa cultura» in ogni parte del mondo, dall’Africa all’Australia, all’Asia e all’Europa. «In ogni continente - spiega - vediamo che l’arte si somiglia, che i simboli usati sono gli stessi, come pure le stesse sono le associazioni simboliche utilizzate. Questo significa che lingua e cultura avevano sicuramente una forte matrice comune».
E quell’antica e primitiva lingua era scritta, non solo parlata. Almeno questo è quanto sostengono due ricercatori francesi, Henry de Lumley e Roland Dufrenne. Il primo infatti ritiene che i graffiti di monte Bego al confine tra Italia e Francia sulle Alpi Marittime siano infatti una vera e propria scrittura geroglifica, molto più vecchia delle altre forme fino ad oggi conosciute. Il secondo invece, venerdì prossimo presenterà la sua proposta per poter tradurre e decifrare quella lingua primitiva scritta nella roccia.

i numeri del suicidio

Yahoo! Notizie ag. Reuters 8.9.04
Un suicidio nel mondo ogni 40 secondi, dicono gli esperti
di Robert Evans

GINEVRA (Reuters) - Ogni 40 secondi qualcuno si toglie la vita nel mondo, quasi un milione di persone all'anno, e il tasso dei suicidi sembra destinato a salire nei prossimi due anni.
E' l'allarme dato oggi da scienziati internazionali.
Sebbene siano gli uomini intorno ai 60 anni - l'età della pensione - i più inclini al suicidio, il numero di giovani tra i 15 e i 19 anni è in crescita, in gran parte per la facilità a reperire armi da fuoco, hanno aggiunto gli studiosi in conferenza stampa.
"Il suicidio è il maggior problema per la salute pubblica e occupa l'1,5% del costo totale delle malattie per la società mondiale", ha dichiarato Jose Bertolote, specialista di igiene mentale della Organizzazione mondiale della sanità (Oms) delle Nazioni Unite.
"Tuttavia sarebbe ampiamente prevedibile se il pubblico si rendesse conto del problema e i governi mostrassero la volontà politica di affrontarlo", ha detto Lars Mehlum, presidente della International Association for Suicide Prevention (IASP) di Parigi.
Mehlum, professore di psicologia alla Oslo University in Norvegia, ha dichiarato che gli studi in molti Paesi indicano che limitazioni alla disponibilità delle armi da fuoco, in particolare per i giovani, comportano una riduzione nel numero di suicidi.
"Le armi da fuoco sono il maggior strumento letale di suicidio. Poche persone sopravvivono al tentativo di uccidersi sparandosi", ha aggiunto.
Sebbene i dati nazionali aggiornati non siano disponibili da tutto il mondo, secondo le stime dell'Oms, gli ex stati comunisti - Lituania, Estonia, Russia, Lettonia e Ungheria - hanno il tasso più alto di suicidi rispetto alla popolazione complessiva.
In termini solo di numeri, la Cina è invece prima con 195.000 casi, 16 ogni 100.000 persone. L'India è seconda con 87.000 (e un tasso di 9,7%), Russia terza con 52.500.
Gli Stati Uniti sono quarti, con 31.000 suicidi nel 2000. Ma il suo tasso di quasi 12 morti su 100.000 persone pone gli Usa al 38esimo posto nella classifica generale.

dopo Beslan

il manifesto 9.9.04
BIMBI RICOVERATI IN OSPEDALI PSICHIATRICI

Un aereo dell'aviazione russa ha portato ieri a Mosca 20 fra adulti e bambini ex ostaggi della scuola numero uno di Beslan. Fra essi, otto bambini traumatizzati in modo tale da richiedere il ricovero in ospedali psichiatrici. I bambini, ha detto un portavoce dell'aeronautica, presentano sintomi di isteria e di forte stress e sono stati ricoverati nell'istituto Serbski assieme ai loro genitori.

Cina

Tg.com 7/9/2004
Cina: ergastolo per il cyberporno.
Carcere a vita per i produttori hard

A mali estermi, estemi rimedi. Così i vertici di Pechino devono aver pensato quando hanno deciso di intensificare la battaglia contro la pornografia in Rete ipotizzando l'ergastolo per i distributori e i produttori di materiale a luci rosse. Per ora si tratta solo di minacce, ma nel testo del provvedimento si legge: "A seconda della gravità dei casi, le sentenze vanno dal vivere sotto sorveglianza forzata, alla detenzione, dall'arresto da parte della polizia a vari periodi di carcerazione fino al carcere a vita".Preoccupata che il facile accesso a materiale pornografico possa avere un cattivo effetto sui giovani e sulla società, la Cina in realtà ha già avviato la sua crociata contro il cyberporno da diversi mesi. Durante l'ultimo giro di vite, a luglio, le autorità di Pechino hanno chiuso centinaia di siti Web e hanno arrestato oltre trecento persone.<>Le pene ora sono state però inasprite e l'ergastolo per chi diffonde contenuti osè ormai è una possibilità concreta. "Un sito pornografico che sia stato cliccato più di 250mila volte -sostentgono le autorità di Pechino- sarà considerato un caso molto grave che potrebbe costare molto caro ai suoi produttori ". Trema il porno cinese: la censura dell'hard a Pechino porta diritti in cella, per sempre.

mercoledì 8 settembre 2004

differenza tra le cellule staminali

La Stampa 8.9.04
intervista
«Molte potenzialità
ancora da scoprire»
«Le cellule dal cordone ombelicale sono intermedie
Le embrionali possono sviluppare qualsiasi tessuto»
Antonella Torra

LE cellule staminali del cordone ombelicale non danno problemi etici e hanno grandi potenzialità, molto più di quelle adulte». Parola di chi le studia ormai da 30 anni: Massimo Aglietta, direttore del dipartimento clinico dell'Istituto per la ricerca e la cura del cancro di Candiolo.
Le ultime scoperte sono rivoluzionarie e promettono grandi passi avanti nella medicina: con queste cellule quali malattie sarete in grado di curare?
«Sono potenzialmente utili nel trattamento di molte malattie ematologiche e in generale delle neoplasie. Ma non conosciamo ancora tutte le potenzialità delle staminali del cordone ombelicale. Ci auguriamo e supponiamo che siano molte di più».
A quando risale la prima ricerca?
«Abbiamo cominciato nel 1975, io ero ancora studente. Dirigeva la ricerca il professor Gavosto, tra i fondatori ed ex direttore scientifico dell’Ircc di Candiolo. Già allora, nonostante una tecnologia ancora limitata, scoprimmo che nel cordone ombelicale c'erano cellule staminali progenitrici».
Quale era l'importanza di questa scoperta?
«In un periodo in cui si cominciava a decifrare come vengono prodotte le cellule del sangue dal midollo osseo e a effettuare i primi trapianti di cellule staminali, quel lavoro indicò una sorgente con grosse potenzialità. In realtà, allora non erano disponibili metodiche per sfruttare appieno queste conoscenze e quindi accantonammo il progetto».
Quando riprese?
«Negli Anni '90 i progressi della biologia cellulare e molecolare permisero di identificare e produrre i vari fattori di crescita che regolano la produzione delle cellule staminali. Finalmente avevamo gli strumenti per manipolarle ex vivo e modularne le proprietà. Riprendemmo quel filone con la professoressa Wanda Piacibello, anche lei dell'Ircc, e aprimmo una collaborazione con l'ospedale pediatrico di Torino (professori Enrico Madon e Franca Fagioli). Il progetto ha portato alla dimostrazione della possibilità di espansione in vitro delle cellule staminali. Le tecniche sono state affinate ed è arrivato il passaggio dal laboratorio all'applicazione clinica. Il risultato di Pavia è l'evoluzione di questo lavoro».
Come avete partecipato a questo «lavoro»?
«Collaboriamo da anni con Pavia e Milano anche nell'ambito di un progetto europeo, ma non abbiamo partecipato al trapianto reso noto in questi giorni».
La polemica di questi giorni è anche sui vari tipi di staminali: che differenza c'è tra quelle embrionali e quelle del cordone ombelicale?
«Queste ultime hanno potenzialità intermedie tra quelle embrionali e quelle adulte. Ma un grosso vantaggio rispetto a quelle embrionali: non pongono problemi di natura etica».
Ma quelle embrionali hanno potenzialità maggiori?
«Hanno la capacità di sviluppare qualunque tessuto dell'organismo. Quelle ombelicali o cordonali sono “rigeneratrici” principalmente dei tessuti del sangue. Ma si sta lavorando per capire quanta flessibilità si può ottenere. Inoltre sappiamo già che per il loro potenziale di automantenimento si prestano bene all'inserzione di geni specifici e, quindi, allo sviluppo di progetti di terapia genica».
Quelle meno efficaci, quindi, sono le staminali adulte?
«Sì: hanno le potenzialità di quelle cordonali, ma quantitativamente ridotte. Per ottenere gli stessi risultati ne servono molte di più. Sono già “invecchiate" e si esauriscono prima, per cui è molto difficile espanderle».

la cura fuorilegge

Repubblica 8.9.04
Il caso
Il bimbo talassemico guarito grazie ad un metodo che con le nuove norme in Italia è illegale. Polemica su Sirchia
Staminali, se la cura è fuorilegge
MIRIAM MAFAI

Passi per la Francia, la Spagna, l´Inghilterra. Ma che la Turchia si riveli, in tema di libertà di scelta della donna e di procreazione assistita, più laica e liberale dell´Italia, questo, diciamo la verità, è difficile da accettare. E invece. Il piccolo Luca, un bambino talassemico di cinque anni, è stato salvato in virtù di quella legge, vigente in Turchia, che ha consentito alla madre di mettere al mondo, previa selezione genetica, due gemellini perfettamente saniDal loro cordone ombelicale sono state poi estratte le cellule staminali che grazie al trapianto hanno salvato il piccolo Luca. «Un risultato storico» ha commentato soddisfatto e orgoglioso il nostro ministro della Salute. Ma, di grazia, orgoglioso di che? Della abilità e della perizia dei nostri medici siamo tutti orgogliosi, naturalmente. Ma non possiamo dimenticare che questo «risultato storico» non sarebbe stato possibile se fosse stata rispettata la legge italiana sulla fecondazione assistita, che vieta la diagnosi preimpianto e la selezione degli embrioni. E infatti la signora, la mamma di Luca e dei due gemellini, è andata a Istanbul per sottoporsi lì alla fecondazione assistita.
Ma se è difficile, per noi, accettare l´idea che la Turchia sia, in tema di diritti delle donne, un paese più liberale dell´Italia, è per noi ancora più difficile, lo confessiamo, accettare l´idea di avere Girolamo Sirchia come ministro della Salute. Qualcuno, tra i suoi più stretti familiari collaboratori o amici di partito gli consigli, per favore, di evitare dichiarazioni improvvisate e imprudenti o, ancora meglio, gli suggerisca di dimettersi. Può infatti un ministro salutare come un «risultato storico» un intervento clinico che si realizza grazie alla violazione di una legge dallo stesso Sirchia voluta e difesa? E allora, il ministro Sirchia abbia il coraggio di riconoscere che quella legge, contro la quale si sono già espressi i maggiori scienziati italiani, è sbagliata. Abbia il coraggio, magari, di firmare la richiesta del referendum che ne chiede la cancellazione, come hanno fatto prima di lui più illustri medici e scienziati. Finché quella legge sarà in vigore, infatti, altri bambini affetti da malattie genetiche saranno costretti a inaudite sofferenze, ed altri bambini affetti da quelle malattie rischiano di nascere. Per la Chiesa Cattolica infatti, e per i parlamentari che hanno approvato quella legge, la diagnosi prenatale è sempre da condannare, e non è mai lecito sopprimere un concepito, anche se affetto da una gravissima malattia, nemmeno nei primissimi giorni della sua esistenza.
Ricordo ancora le parole con le quali, nel corso del dibattito sulla legge, Rossana Boldi, una senatrice della Lega, tentò di incrinare la ottusa certezza dei suoi colleghi che si apprestavano a votare la norma che impediva la diagnosi prenatale su embrioni di coppie affette da malattie genetiche.
«Ma avete mai visto», chiedeva, «un bambino affetto da fibrosi cistica o da talassemia? Cosa fate quando verso i due anni al bambino talassemico comincia a gonfiarsi la testa a causa del midollo incapace di produrre emoglobina normale, o quando le ossa del suo femore si allungano? Come vi comportate se dovete sottoporlo continuamente a trasfusioni e poi sottoporlo ai chelanti quando le trasfusioni producono un eccesso di ferro che dovete eliminare? Pensateci, cari colleghi. Non so se conoscete genitori che hanno figli affetti da fibrosi cistica o da talassemia. Mi rivolgo soprattutto ai parlamentari cattolici, che dovrebbero essere i primi a capire che non si può con una legge dello Stato imporre a genitori affetti da malattie genetiche o portatori sani di queste malattia una scelta spaventosa...».
Ma i parlamentari, cattolici e laici della Casa della Libertà, e tra questi naturalmente il ministro Sirchia, votarono tranquillamente quella legge. Se i genitori di Luca l´avessero rispettata il piccolo Luca, talessemico, sarebbe ancora bloccato in un letto di ospedale, condannato a insopportabili sofferenze, come quelle che ha patito per i suoi primi cinque anni di vita. Non è stato così, per fortuna. Altre coppie, nelle condizioni dei genitori di Luca, stanno prendendo la via del Belgio o dell´Inghilterra o della Spagna per essere sicuri di mettere al mondo un figlio sano. E´ forse un peccato volere un figlio sano? E, anche se fosse un peccato per la Chiesa Cattolica, perché deve essere un reato per la legge italiana?