«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 11 settembre 2004
viaggio d'autore:
Claudio Magris in Iran
Dove batte il cuore dell' Iran Una cultura di acqua e deserto
Dal crogiolo di stirpi e religioni al fondamentalismo e al chador
VIAGGIO D' AUTORE
di Claudio Magris
«I turisti americani sono i benvenuti in Iran - dichiara all' inizio dell' estate un alto funzionario del ministero degli Interni a Teheran - e possono essere tranquilli, molto più al sicuro dagli attentati di Al Qaeda che negli Stati Uniti». I pochi occidentali, graditi per i loro dollari, sono visti con simpatia e benevola curiosità dalla gente ed è difficile immaginare un 11 settembre o un 11 marzo a Isfahan o a Shíraz; per strada, al bazar o nel giardino di un museo, non è raro che donne col chador (o comunque rigorosamente coperte secondo la prescrizione del più severo islamismo) s' intrattengano garrule e gentili a porre domande allo straniero, naturalmente senza dargli la mano, cosa proibita in qualsiasi circostanza fra persone di sesso diverso. La guerra in Iraq non sembra aver destato violenze antioccidentali, diversamente che in altri Paesi musulmani; la manifestazione contro l' ambasciata britannica - l' unica dimostrazione di piazza durante le settimane del nostro soggiorno - nasce da un rancore più antico. Molti anzi si rallegrano della guerra in Iraq e ne hanno molte ragioni: la soddisfazione di vedere conciati per le feste un Paese e un regime che, istigato e aiutato dagli Stati Uniti, li ha bombardati per otto anni con missili che arrivavano fino a Teheran; il compiacimento di vedere l' Occidente inguaiato in un pantano sanguinoso che rischia di indebolirne la leadership mondiale; la speranza che quel malaccorto pasticcio possa produrre un governo iracheno sciita, possibilità contemplata da Powell in una dichiarazione vistosamente riportata sui giornali; la convinzione che le impreviste (e goffamente sottovalutate) difficoltà incontrate invadendo l' Iraq distolgano gli Stati Uniti dall' attaccare l' Iran. C' è comunque un' ovvia e grande differenza, anche a questo proposito, tra i rappresentanti del regime (e anche la popolazione, poco entusiasta di quest' ultimo ma ancor meno di venir bombardata da liberatori) e l' alta borghesia colta, avversa agli ayatollah anche se impedita di esprimersi. Un intellettuale che ha vissuto e vive per lunghi periodi in Europa mi dice di aver sperato, a suo tempo, in una vittoria di Saddam Hussein sull' Iran e di approvare l' appoggio dato allora dagli Stati Uniti al tiranno iracheno contro l' Iran fondamentalista islamico.
Scontro di civiltà, guerra di culture, slogan che risuonano sempre più spesso all' inizio del Terzo Millennio, come echeggiavano circa un secolo fa durante la grande crisi irrazionalista dell' Europa, con legioni di profeti che proclamavano il tramonto dell' Occidente, predicavano la guerra fra le razze, annunciavano la nascita dell' uomo nuovo, di un rinnovellato e puro Adamo sorto da rigeneratori bagni di sangue. Il pathos millenarista e apocalittico si inebria di formule totalizzanti e vuote («la fine della storia») e deforma il corso degli eventi in un fumettone, dominato da una cupa ed esaltante fatalità, che travolge gli uomini sotto cicli corruschi e spettacolari da fine del mondo. Fra le tante cose che la cultura dell' Occidente ha da insegnare c'è anzitutto la sobria e lucida critica di ogni enfasi e di ogni polpettone misticheggiante; per capire le sconvolgenti trasformazioni della realtà, che si svolgono sotto i nostri occhi con una velocità che stordisce, c' è bisogno di analisi concrete e differenziate non di sintesi, reboanti e vacue. Il conflitto caratterizza - a vari livelli, barbari o civili - l' esistenza delle comunità umane e può essere fonte di progresso, se lo si sa incanalare entro regole di umanità. Se la guerra, come diceva Clausewitz, è la continuazione dei conflitti politici con altri mezzi, la civiltà e la democrazia consistono nell' elaborazione di meccanismi che impediscano quel passaggio ai mezzi violenti, così come impediscono di risolvere i conflitti individuali di interessi con la violenza fisica. L' attuale fondamentalismo anarco-liberista-ultrà - che oggi inquina la società occidentale con la sua faziosa irrazionalità e vilipende il pensiero liberale, scambiandolo per una caotica licenza e per una giungla selvaggia - fomenta la violenza perché mina le regole con cui la civiltà la tiene a bada. Non sono le «civiltà» a scontrarsi; conflitti e guerre nascono da tensioni e trasformazioni che non riescono a comporsi nell' assetto ordinato di uno Stato o di un complesso di Stati reciprocamente collegati in un sistema equilibrato. La prima e la seconda guerra mondiale non sono state uno scontro da crepuscolo degli dèi fra le civiltà germaniche, latine e slave, bensì lo sbocco, l' immane spurgo sanguinoso dei rivolgimenti che sconquassavano un secolare ordine europeo. Le civiltà hanno una loro fisionomia, ma non esiste una loro rigida e immutabile identità che collimi completamente con un Paese. La democrazia è infinitamente superiore a una dittatura omicida, ma non per questo la Danimarca, che non ha conosciuto l' obbrobrio di quest' ultima, è superiore alla Germania, che l' ha praticata in misura efferata. È ozioso stare a chiedersi se l' Islam sia una civiltà superiore o inferiore, sommando e sottraendo l' Alhambra, la Shari' a, Avicenna e l' infibulazione. Quel che conta è, di volta in volta e dinanzi a una questione concreta, sapere dove sta la civiltà e dove sta l' offesa che le viene inferta. Indubbiamente oggi il fondamentalismo islamico, quali siano i motivi che hanno favorito la sua ascesa, comporta gravi e talora gravissimi attentati agli elementari diritti della persona, che dovrebbero suscitare maggiori proteste da parte dei movimenti libertari occidentali; non si sono visti molti cortei contro la lapidazione di adultere o la decapitazione di omosessuali avvenute in Paesi musulmani.
All' università di Teheran, Roberto Toscano - il nostro ambasciatore in Iran, che svolge in quel difficile contesto un lavoro particolarmente illuminato, unendo una grande disponibilità nei riguardi di quel Paese e una ferma tutela dei nostri valori - tiene una conferenza sui diritti umani e le modalità di valutarli e garantirli sul piano internazionale. Il consenso degli ascoltatori è generale, ma un intellettuale rivendica l' identità di religione e diritto; i comandamenti e precetti religiosi, a suo avviso, non devono limitarsi a ispirare una visione della vita che poi, autonomamente, genererà anche un sistema giuridico ma devono essere, direttamente, le leggi dello Stato; in tal modo, non andare a messa la domenica diverrebbe, per un cattolico, un reato da perseguire. Qui corre una frontiera indiscutibile e invalicabile, che non può essere negoziata ma dev' essere affermata e difesa, ossia la distinzione tra la sfera etico-religiosa e quella giuridica. Questa distinzione è un valore universale ed è uno dei cardini della civiltà occidentale. Il sublime Sermone della montagna evangelico è più grande di ogni codice, ma inadatto a essere preso per un codice. Le civiltà non sono tuttavia statiche, bensì dinamiche e contraddittorie; pure l' Occidente ha conosciuto, sebbene limitatamente, forme di governo ierocratico, come - in certi periodi - negli Stati della Chiesa, o teocratico, come, per un breve periodo, la Repubblica calvinista di Ginevra. Non per questo i Paesi in cui prevale la religione calvinista sono oggi totalitari; anzi, sono fra i più democratici e il calvinismo è all' origine di tante libertà moderne. L' Islam, al tempo della dominazione araba in Spagna, era più tollerante e liberale del cristianesimo. Il volto delle civiltà cambia talora in modo menzognero, pure nell' immaginario collettivo degli altri. Ancora pochissimi anni fa, quando si demonizzavano stupidamente e falsamente i serbi o quando l' Unione Sovietica invadeva stupidamente l' Afghanistan, i musulmani - per i media occidentali - erano buoni e bravi, prodi campioni di libertà; oggi vengono infamati in blocco secondo schemi che sembrano presi dal peggior nazionalismo serbo. Le civiltà e le loro immagini si evolvono e mutano nel tempo, si articolano in elementi diversi e talora contrastanti. Non possono essere fotografate - ha scritto Roberto Toscano - e bloccate in un ritratto statico, come se stessero ferme, ma devono essere cinematografate, colte nel loro movimento che le trasforma.
Da secoli, l' Iran è un Paese che ha il genio dei giardini, delle acque e degli specchi, celebrati in una poesia e in una mistica che appartengono alla più alta letteratura universale; paradiso, in persiano, significa giardino. In quello di Bagh-é-Taríkhí-yé Fin, nei pressi di Kashan, la città-oasi cara allo scià Abbas il grande, le acque scorrono lievi negli agili canali e il mondo sembra frescura e pace; nessuno come i popoli esperti di deserto e di arsura sa cogliere la misteriosa grazia dell' acqua, della sua incolore trasparenza, del suo scorrere e mutare in cui essa rimane uguale a se stessa, del suo impeto che diviene canale, irrigazione, ordine geometrico eppure insondabile. Nella grande lirica persiana e in quel geniale rifacimento-ricreazione che è il Divano occidentale-orientale di Goethe, l' acqua che si dà una mobile e perenne forma nel gioco delle fontane diviene il volto della vita e del suo fluire, della continuità e dell' imprevedibilità di Eros, dell' enigmatica identità di natura e civiltà, disordine sorgivo e ordinato tessuto dell' esistenza. Attraversare l' Iran - le sue città, le sue brulle montagne, le sue aride pianure, le sue improvvise dolci oasi di verde, fiori e specchi d' acqua - è un continuo brusco passaggio da una sensazione di estraneità, anche respingente in tanti aspetti intollerabili del fondamentalismo islamico, a un sentimento di familiarità, quasi di comune appartenenza a una civiltà di lunga durata e ampio respiro, che ci riguarda. Dalle rovine di Persepoli alle vestigia dei Sassanidi, dalle dinastie abbasidi ai Timuridi si respira un senso grande dell' impero, dello Stato che è crogiolo di stirpi, culture e religioni; tracciato di strade che tagliano deserti e montagne collegando i popoli, leggi e acquedotti, orgogliosa lotta col Tempo e gloria di rovine sgretolate dal tempo e divenute polvere del deserto. Certo, Maratona e Salamina, che salvano la Grecia, sono ancor oggi nostre vittorie, ma siamo contemporaneamente eredi pure di quegli imperi persiani che hanno fatto incontrare Oriente e Occidente, l' antica civiltà mesopotamica e l' ebraismo; di quell' Iran che si è contrapposto al Turan centroasiatico come la Grecia si era contrapposta alla Persia achemenide. Se Qom, la città santa pullulante di preti, dà un' impressione di Oriente esotico e per noi alieno e Teheran è un' enorme metropoli che prolifera in periferie disorganiche, vitali e friabili, altre città danno, nonostante la repressione tribale del regime, il senso della Civitas: l' incantevole Isfahan - con l' incredibile bellezza delle sue moschee azzurre, delle sue piazze, dei suoi ponti sul fiume, dove la sera si raccolgono in festosa tranquillità le famiglie - o Shíraz, la città delle rose e dei poeti. La poesia persiana ha l' impronta della classicità; la sua ruba' i (la quartina in cui Omar Khayyam, innamorato della vita e persuaso del suo nulla, scrisse il suo celebre «Rubaïyat») è una forma poetica universale come l' esametro o l' endecasillabo. In queste settimane si commemora Firdusi (in farsi, Ferdósí), il poeta che più di mille anni fa scrisse il poema epico della Persia, «Il libro dei re»; per ricordare un suo anniversario è stato deposto sulla sua tomba, che si trova a Tús nell' Iran orientale, un tappeto di 7,2x2,7 metri, cui hanno lavorato ininterrottamente per tre anni quattro persone. Come la vita stessa, l' epica è un tappeto, incrociarsi e disfarsi di destini come fili di diverso colore, eventi figure e personaggi tessuti e dissolti dal tempo, dal caso, da Dio, da inesorabili necessità o fortuite coincidenze, egualmente vissute, godute e sofferte con passione. «Il libro dei re» non è un testo esotico e lontano, ma un grande poema di guerra, avventura, amore, fede, disillusione e fatalità, che fa parte del nostro mondo e della nostra fantasia come la «Canzone di Orlando» o «I Nibelunghi». Ho avuto la fortuna di leggerlo e amarlo fin da ragazzo nella versione ottocentesca di Italo Pizzi, uno dei molti esempi della gloriosa filologia italiana e della sua apertura universale. Fra le tante vicende che s' intrecciano nel poema, c' è una storia archetipica che compare in tante letterature anche lontane: il tragico scontro, sul campo di battaglia, fra padre e figlio, col primo che uccide il secondo, distruggendo così se stesso e la propria sopravvivenza. Rustem, l' Achille iranico, è costretto a uccidere Sohràb, l' ignaro suo figlio che combatte sotto altre bandiere. «Il libro dei re» mescola l' islamismo col retaggio preislamico della tradizione persiana; i versi del suo proemio che invocano Allah sono una delle più alte espressioni del monoteismo musulmano. Un' autentica spiritualità - quando non si distorce nella propria caricatura che la nega, come accade con i fondamentalismi - è sempre universale, non appartiene solo a chi la professa esplicitamente da fedele e da praticante. A Shíraz, nel mirabile mausoleo di Shah-é-Cheragh, gli abbaglianti cristalli riflessi da innumerevoli specchi e i colori che diventano luce, come nel paradiso dantesco, trasformano il mondo nello specchio di qualcosa d' altro. Qui il chador non appare più uno stucchevole folclore, come la gondola veneziana nella sfera di vetro o una grottesca imposizione, ma un abito rituale adeguato a quel luogo di culto, che è nostra scelta chiedere di visitare, rispettando dunque le sue regole. L' atmosfera è intensa, la preghiera ha uno spessore quasi fisico. Qualche sguardo sospettoso verso gli stranieri infedeli si spegne subito nell' assorta concentrazione. Uscendo dal santuario, le cui sale per uomini e donne sono rigorosamente separate, e reincontrandoci nel cortile, io e J. scopriamo di aver detto spontaneamente tutti e due, dinanzi alla tomba del santo, un' Ave Maria, la preghiera forse più conciliatrice di fedi diverse - o anche di non fedi - e con meno pretese di superiorità rispetto ad altre fedi; comunque la preghiera cattolica più accettabile per un musulmano. (1- continua)
Corriere della Sera 9.9.04
Una lettera per l' Iran di domani dove l' Islam non sia una prigione
Donne, poeti e mistici nel tempo lungo di un paese millenario
Le contraddizioni di un regime in bilico tra censura e aperture.
LA MORALE Le società repressive sono responsabili anche dei vizi che producono
IL FUTURO Si sente il bisogno di una trasformazione in uno Stato aperto e progredito
di Claudio Magris
Pure Khatami, presidente della repubblica, inizia la sua «lettera al domani», pubblicata con grande rilievo e fra accese discussioni sui giornali iraniani in farsi e in inglese, con l' immagine del deserto: che è aridità, morte, minaccia, ma anche prova, pazienza, traversata, ricerca dell' acqua della vita. Quest' ultima, per Khatami, diviene simbolo della speranza di un rinnovamento - a suo avviso necessario, anzi «irreversibile» - nella vita del Paese. Egli si batte contro l' oscurantismo fondamentalista, per una distinzione fra religione e politica e perché l' indipendenza nazionale, conquistata contro lo sfruttamento coloniale e l' asservimento ad altre potenze, non significhi più repressione bensì democrazia e diritti civili. Questi valori laici - che non vuol dire irreligiosi - sono la grandezza dell' Occidente, che peraltro li ha spesso negati nella sua politica di potenza e sfruttamento, specialmente coloniale, reprimendo con violenza - nei paesi che voleva sfruttare - soprattutto le forze modernizzatrici e liberali che, ispirandosi al modello occidentale, volevano fare del proprio Paese uno Stato libero, indipendente e democratico, che quindi non si sarebbe lasciato più schiavizzare dalle potenze coloniali. Se oggi in Iran imperversa la tirannica rivoluzione islamica, negatrice del progresso e del liberalismo occidentale, lo si deve in gran parte a quei governi occidentali che, cinquant' anni fa, hanno fatto cadere con un colpo di Stato il governo di Mossadeq e il suo tentativo di fare dell' Iran un Paese democratico, laico e padrone del proprio destino e delle proprie risorse. Secondo Khatami, la rivoluzione islamica, esaurita la sua funzione rivoluzionaria di riscatto del Paese, deve trasformarsi in uno Stato aperto, progredito e normale, in cui - egli dice, citando Brecht - non ci sia più la triste necessità di eroi. In realtà la sua lettera si colloca in un aspro conflitto all' interno del regime, dall' esito difficilmente prevedibile. Khamenei, l' ayatollah supremo che ha molto più potere di Khatami, è su posizioni duramente illiberali ed è seguito dall' ala clericale intransigente. Sembra che il regime invii intenzionalmente segnali contraddittori. Condanna a morte l' intellettuale antifondamentalista Hashem Aghajari, ma la Corte suprema annulla il processo; non si vedono più in azione le squadre dei guardiani della rivoluzione e della morale sessuale, ma la flagellazione per effusioni erotiche anche moderate, pur praticata sempre meno o quasi mai, è tutt' ora legalmente in vigore e può sempre venir applicata, magari a chi si è reso inviso per le sue idee al regime, che approfitta delle sue attenzioni per l' altro sesso per vendicarsi. Alle donne non si può nemmeno dare la mano quando le si saluta, ma ricoprono ruoli sociali anche eminenti, costituiscono - secondo Le Monde - il 60 per cento degli studenti universitari e usano largamente i contraccettivi. Le più inclini alle riforme non sono le giovani, che sono venute al mondo e cresciute quando c' era già il regime khomeinista, che non hanno dunque vissuto come uno choc ma come una realtà già data. Sono le loro madri - mi dice una di esse - a sentire ad esempio come un oltraggio l' obbligo del chador o comunque di un velo in testa, perché da giovani hanno conosciuto una modernizzazione occidentale, pur basata sulla repressione e anche sulla tortura degli avversari politici, com' era il regime dell' ultimo Scià, così pronto a fuggire, quando il suo trono scricchiolava, col petto coperto di medaglie non guadagnate su campi di battaglia. Farideh Lashai, pittrice e scrittrice di forte talento, è stata a suo tempo nelle galere della famigerata polizia segreta dello Scià ed ha narrato questa esperienza in un libro che ha destato la perplessità dei suoi compagni di fede e di persecuzione politica di allora per la sobrietà antiretorica con cui racconta quella bruciante sofferenza sua e di un' intera generazione. Parlare senza enfasi e obiettivamente delle violenze patite è il miglior segno di libertà interiore, premessa e insieme conseguenza di quella civile. L' Iran sarà un Paese libero quando non sarà più necessario - e quindi non sarà più possibile - scrivere libri come quello, molto interessante, di Azar Nafisi, una dissidente ora emigrata negli Stati Uniti, Leggere Lolita a Teheran: quando cioè leggere il capolavoro di Nabokov sarà un atto ovvio, né trasgressivo né compiuto con vanità trasgressiva, perché la fine della stupida e dispotica proibizione di un libro come Lolita (e altri) farà capire che il suo valore non è nel suo tema, né più né meno stuzzicante di altri, bensì nella poesia con cui viene narrato, e che la pedofilia, di per sé, non è certo più interessante della verginità prematrimoniale di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi. Alla libreria dell' albergo Abbasi, a Isfahan, si possono acquistare anche il Decamerone, Kipling e Brecht, ma solo in inglese. Le società moralisticamente repressive sono responsabili anche dei vizi che producono e soprattutto di incrementare, vedendo dappertutto perversione, l' ebete fascino della perversione o di ciò che si presume tale. Tutto è puro per i puri, dice il Vangelo. Ma Nietzsche aggiunge: «Al porco tutto sa di porco».
Se all' inizio il regime khomeinista era più esplicitamente e violentemente repressivo, ora sembra preferire una tacita intimidazione. Puoi fare ciò che vuoi, si dice, ma loro possono fare di te ciò che vogliono. Ci si stupisce di sentire persone anche con un ruolo preciso, ad esempio le guide turistiche riconosciute, criticare apertamente il governo, affermare che al massimo il 10 per cento della popolazione gli è favorevole e che vige una doppia morale, di cui non si parla ma di cui tutti sono a conoscenza. Talvolta le critiche sembrerebbero perfino fatte ad arte e su suggerimento delle autorità, per dare agli stranieri l' impressione di un Paese più libero. La prostituzione ufficialmente non esiste, ma esiste ufficialmente il matrimonio a tempo, solo fra musulmani: un uomo e una donna celebrano davanti a un mullah un matrimonio specificando la durata della sua validità, in teoria anche una settimana o una notte, dopodiché tutto è lecito. C' è un detto: chador e sotto niente.
I poeti riposano vicino all' acqua, come Sa' di e Hafez a Shiràz; i loro versi - specie quelli di quest' ultimo, il lirico persiano per eccellenza - trascolorano e fluiscono, inconfondibili e variabili all' infinito, come il mormorio di quelle acque e della vita stessa. Venerato anche religiosamente, Hafez canta Dio, l' eternità del suo respiro e dello svanire di ogni vita, in ogni istante, in quel respiro - forse anch' esso soffio che svanisce - ma canta pure il vino, le rose, gli usignoli, l' ebbrezza di un eros inesauribile, appassionato e lieve. Amare una fugace rosa è amare la rosa che fiorisce da sempre, dall' eternità, nella mente di Dio, come dice un verso di un grande mistico - e sacerdote cattolico - del Seicento, Angelus Silesius, verso che potrebbe essere di Hafez o di un altro poeta mistico di altro tempo e paese. La mistica è infatti abolizione del tempo, identità di vita e di morte, dell' Io individuale e del Tutto in cui questi sprofonda, dissolvendosi nell' ombra di un Dio così indefinibile da assomigliare al nulla. Dio è un grande Nulla, ripetono nel tardo Medioevo tanti mistici cattolici tedeschi. Si allentano i confini tra la fede in un Dio trascendente e quella in un panteismo in cui non ci sono più né Dio né l' Uomo; per Rumi, altro grande lirico persiano, raggiungere Dio significa l' annientarsi dell' ombra nella luce, il rompersi dell' onda nel mare. Felicità e disperazione, abbandono gioioso all' amore, che tutto avvolge e dissolve, o malinconia dello svanire sono quasi la stessa cosa; non dipendono da una concezione religiosa o filosofica, ma da uno stato d' animo, forse da come le endorfine reagiscono a uno stesso stimolo, alla rosa che fa ricordare quella identica dell' anno passato, forse rinata ma certamente morta. Se Omar Khayyam sente con cupa tristezza l' inesorabile roteare delle stelle schiave come gli uomini, si potrebbe essere pure inebriati di quella monotona necessità universale, come Hafez s' inebriava dello sfogliarsi dei fiori, delle coppe di vino vuotate e delle fanciulle e dei coppieri che le riempivano. La poesia, ammoniva nel Trecento, come già un tempo i greci, un trattatista persiano, Sciams e Qeis, è anche menzogna, falsità e smodata iperbole. (2 - continua.)
Corriere della Sera 11.9.04
Nel crogiolo delle religioni antiche e moderne che segnano la civiltà persiana
di Claudio Magris
Francesca Toscano ci porta alla cattedrale armena di Isfahan. La comunità cristiana armena, che vive soprattutto nell’adiacente quartiere, ha un seggio in Parlamento garantito per legge. Documenti e cimeli ricordano il grande sterminio degli armeni a opera soprattutto dei Giovani Turchi, il primo massacro di massa del Ventesimo secolo, circa un terzo dell’intero popolo; l’imbarazzo a definirlo o no genocidio, che caratterizza le discussioni diplomatiche internazionali sull’argomento, è molto significativo. Dinanzi a quelle testimonianze di atrocità, ognuno resta turbato; mi chiedo se, fra noi, Nil Papa Cerrahoglu - giornalista turca impegnata sui fronti avanzati dell’informazione del suo Paese e nostra amica, con suo marito, da tanti anni - lo sia forse in modo particolare. Conosco bene i sentimenti contraddittori che in queste o in analoghe circostanze, prova ogni persona, tranne chi sia stato disumanizzato da un viscerale nazionalismo. Dinanzi a un’orribile pagina di storia del proprio Paese si è facilmente presi da impeti contrastanti; si vorrebbe sorvolare e tirar via ma anche insistervi con accanimento maggiore di quello rivolto a crimini commessi da altri; lo scrupolo filologico di rettificare dettagli magari esagerati è bloccato dal timore, forse non infondato, che quell’onesta rettifica nasca inconsciamente dal desiderio di sminuire l’accaduto, come succede spesso a tanti storici revisionisti. Il complesso di colpa, che non nasce dalla chiara consapevolezza morale ma da tortuosità psicologiche, è un cattivo consigliere. E’ giusto, è doveroso, oppure è sbagliato sentirci responsabili di ciò che hanno compiuto altre persone e altre forze politiche del proprio Paese, che magari abbiamo combattuto? Pietro Nenni, esule in Francia, quando l’Italia di Mussolini attaccò la Francia già prostrata dai tedeschi, sentì l’impulso di chiedere scusa ai propri vicini di casa francesi, ma forse questi avrebbero dovuto invece ringraziarlo, perché si batteva anche per la loro libertà. E tuttavia è pure vero, come diceva Croce parlando nel 1947 alla Costituente contro il dettato di pace, che non ci si può distaccare dal bene e dal male della propria patria. Dell’umanità intera, potremmo aggiungere. Detto questo, non si deve mai dimenticare che le malefatte e le atrocità non le compiono genericamente i tedeschi, i serbi, i musulmani, gli italiani, bensì determinate e ben precise persone e forze politiche. Quelle testimonianze del martirio armeno non autorizzano certo a dare addosso ai turchi di oggi o alla Turchia in generale né a sottovalutare le ripercussioni negative che - osserva Giampaolo Papa, il quale la conosce a fondo da diplomatico e da studioso di politica - avrebbe oggi un atteggiamento sprezzante dell’Europa nei confronti di una Turchia il cui governo moderato islamico cerca l’Europa, frenando così il pericoloso fondamentalismo.
In Iran i seguaci di Zoroastro sono solo 30.000, ma sono rispettati e la loro religione, che ha segnato profondamente la civiltà persiana, è riconosciuta; come i cristiani e gli ebrei - pur così fanaticamente odiati dal fondamentalismo islamico - hanno un seggio al Parlamento garantito per legge. Zoroastro (o Zarathustra) è uno dei creatori del monoteismo; non a caso, a riverire Gesù neonato, a Betlemme, arrivano i Magi, sacerdoti zoroastriani, quasi a simboleggiare l’incontro delle religioni trascendenti, e per la stessa ragione Nathan il Saggio , il capolavoro illuminista di Lessing sulla ricerca della verità e sulla tolleranza religiosa, affianca un rappresentante dello zoroastrismo a quelli del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’Islam. Zoroastro non è stato il primo a concepire l’idea di un Dio unico e trascendente, ma è stato il primo a proclamare la sopravvivenza dell’anima individuale dopo la morte e la sua salvezza o perdizione in base alle azioni buone o malvagie. Nietzsche lo considerò il primo di quelli che per lui erano i corruttori dell’umanità: i Socrate, Platone, Gesù e gli altri fondatori di religioni che avevano voluto imporre al libero e selvaggio fluire della vita ignara di bene e di male le catene della morale, della fede, dei valori, di tutto ciò che pretende di trascendere e reprimere la vita. Il suo Zarathustra è colui che, liberandosi da queste catene, libera gli uomini e annuncia l’avvento di un nuovo tipo d’uomo e la morte di Dio. Così parlò Zarathustra , l’unico libro brutto, stridulo ed enfatico di Nietzsche fra tanti suoi geniali e poetici capolavori, è meno affascinante dello Zend Avesta , il libro sacro dello zoroastrismo. Venerato oggi nei Templi del Fuoco, Zoroastro morì martire, ucciso a colpi di bastone. Una delle componenti fondanti della nostra civiltà, il monoteismo, riconduce anche all’Iran. I Baha’i sono ben più numerosi degli zoroastriani, ma la loro religione - una derivazione dell’Islam nata nell’Ottocento - non è riconosciuta e il suo culto pubblico non è ammesso. In fondo, nessuno - colpevolmente - se ne stupisce o se ne scandalizza, forse perché la sua origine è così recente e noi sentiamo la sacralità delle religioni solo quando sono avvolte dall’aura dell’antichità, dei tempi remoti e non crediamo che in un’epoca vicina a noi possano avvenire nuove Rivelazioni - anche se la distanza temporale fra Abramo e oggi, rispetto all’età o anche solo alla storia del mondo, è brevissima, un attimo rispetto a millenni.
Paesaggi arsi, oasi di frescure e di verde, il volto delle ragazze afghane a Abyaneh, l’antico incantevole villaggio sulle brulle montagne vicine a Kàshàn, con le sue case rivolte a oriente, al calare del sole. Non lontano da Kàshàn, in un territorio arido e afoso, s’innalza come una torva divinità arcaica una ziggurat, l’antica torre mesopotamica costruita a piani sovrapposti che salgono con ampiezza decrescente, come una piramide. La ziggurat affascina la fantasia occidentale con la sua aura di millenni remoti - cupa seduzione dei primordi, grandiosità impenetrabile del mito, Torre di Babele, assalto al cielo, altari di idoli e dèi spietati. E’ soprattutto una presunta sacralità dell’origine a suggestionare, talora in forme pure pacchiane, noi postmoderni timorosi o compiaciuti di essere sfatti epigoni lontani dalle sorgenti della vita. Sacro è una parola - e una dimensione - ambigua; vuol dire anche maledetto, intoccabile, minacciosamente precluso ai profani; i moderni si sentono, in qualche modo, tutti profani, sia che accettino con voluttà servile di restar fuori dal tempio inaccessibile degli dèi sia che, colti da periodiche furie iconoclaste, distruggano tutti i templi che capitano a tiro. Come ogni idolatrica superstizione, quella sacralità e quell’aureola dell’origine sono un abbaglio, spesso pure un inganno. Il sacro autentico è il rispetto religioso per tutta la creazione in ogni suo momento, per tutta l’esistenza - per ogni casa in cui nascono e vivono gli uomini, per ogni chicco di grano che muore e rinasce. Quando diviene un culto arcano riservato a luoghi, cose o immagini privilegiate e falsamente misteriose, è un trucco, un inganno o un autoinganno, stanza che si tiene al buio per impedire di accorgersi che dentro non c’è niente e che il preteso dio è un feticcio. L’idolatria che declassa Dio e il divino a mistero da Luna Park, è il nemico della religione. L’origine - di un individuo, di una nazione, di una civiltà - non è affatto più sacra di qualsiasi altro momento della vita. La falsa sacralità è violenza, è la paura e l’oscurità di cui ogni brutale potere ha bisogno per rendere schiavi. Arrampicandomi su questa Torre di Babele, mi viene in mente la sala del Palazzo di Golestan (il palazzo imperiale di Teheran) visitata pochi giorni prima, la sala in cui nel 1943 s’incontrarono Roosevelt, Churchill e Stalin e decisero - più che a Yalta - la spartizione e la sorte del mondo per mezzo secolo. E’ a Stalin che fanno pensare queste arcane rovine. Il Cremlino staliniano - sacrario di potenza, oscurità e terrore - è stato a suo modo una ziggurat. Entrambi lontani nel tempo e insieme, rispetto alla storia del mondo, vicinissimi, contemporanei, cronaca di ieri sera.
Teheran. Alla Casa degli Artisti, a parlare di letteratura di frontiera e dei temi che un discorso del genere, ogni volta, implica in forme nuove e in nuovi contesti: sradicamento, esilio, migrazioni, identità ossessiva, purezze e pulizie etniche, politiche o religiose, meticciati. Ci sono studenti, diplomatici, professori, intellettuali, scrittori; molte donne, particolarmente rigorose nell’esigenza di discutere con franchezza. La discussione, quando si sfiorano argomenti direttamente politici, ha ovviamente dei confini. Mi accorgo di essere incerto sul tono giusto da assumere, sulla frontiera tra il rispetto della verità e il rispetto delle persone, la responsabile attenzione a non mettere altri in difficoltà e la cautela convenzionale. Mi sarebbe facile tuonare di libertà, democrazia e Occidente, senza preoccuparmi di mettere altri in imbarazzo e senza pagare dazio, lasciando che siano altri, eventualmente, a pagarlo. L’etica della responsabilità, che pensa non solo alla purezza degli ideali, ma anche alle loro conseguenze per gli altri, è un fondamento della vita civile e della democrazia. Mai come quando si viaggia, tuttavia, si sente quanto facilmente essa possa sfumare in involontaria complicità o almeno in colpevole neutralità. I residenti, i sedentari sono costretti a fare i conti a fondo con la realtà in cui vivono, senza svicolare, come è consentito invece a chi la notte dopo dormirà sotto un altro cielo. Viaggiare è immorale, diceva l’inflessibile Weininger. Ma lo diceva durante un viaggio... (3 - fine)
da Venezia
Antonioni, De Oliveira, Caprara
Finalmente «Eros», ma Antonioni voleva cambiarlo
«Insoddisfatto del finale con le donne nude». La gaffe di un errore tecnico durante la proiezione
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
VENEZIA - Michelangelo Antonioni è un bellissimo vecchio signore del cinema. Sta in carrozzella, non può parlare, ma agita la mano, guarda negli occhi, riceve commosso giuste ovazioni, punta all’Oscar per il meraviglioso documentario sull'altro Michelangelo, lo scultore, che inizierà un tour nelle cattedrali italiane, magari finendo in gloria in San Pietro. In più, appena può, Michelangelo corteggia ragazze, insistendo che è un istintivo, non intellettuale come abbiamo creduto per anni. Quando la Ranieri ha bussato a casa sua, per un caffè le ha chiesto di alzare la sottana. «E’ nato per il cinema e le donne» dice divertita la moglie.
Ieri alla Mostra è stata la sua gran giornata con Eros , e per lui è stato come tornare a casa. Puntata precedente: il maestro ha girato, due anni fa, in una Capalbio magistralmente ripresa da Marco Pontecorvo, l'ultimo dei tre episodi del trittico eretico ed erotico diretto anche da Soderbergh e Wong Kar Wai, che la Fandango manderà in sala il 3 dicembre. Un incidente tecnico surreale ha ieri aggiunto un quarto autore: alla proiezione stampa, accolta con contrasti, nell'episodio di Soderbergh è stato inserito per errore un rullo del film di giovani Stryker tra l'ironia feroce del pubblico.
Il film, passato tra vicissitudini legali e la rinuncia di Almodóvar troppo preso dalla Mala educación , è così in ritardo che Antonioni, cui i suoi film piacciono sempre dopo (pare abbia apprezzato ora in tv Deserto rosso , chiamandosi matto) lo vorrebbe già cambiare. Lo racconta sua moglie: «Lui dice che ha fatto un piccolo film. Avrebbe voluto cambiare il finale, girarlo di nuovo. Ma lui è sempre stato così: difficilmente ha amato subito i suoi film». Avrebbe voluto aggiungere anche l'uomo, complicando le traiettorie sentimentali, nell'incontro finale sulla spiaggia tra le due ragazze ignude, birichine e poeticamente danzanti. Avrebbe voluto, terrorizzando i produttori, inserire, oltre a raffinati effetti speciali fatti da Lucas, l'impaurito Christopher Buchholz (figlio di Horst, eroe dei Magnifici 7 ) tra le disinibite Regina Nemni, nei panni di una moglie che non accetta di essere banale e Luisa Ranieri, famosa per lo spot in cui ha caldo e poi freddo. L'attore è ancora preoccupato del rischio corso: «Ci dovevano essere scene più spinte, Antonioni voleva filmare il mio membro in erezione». Le due ragazze sono invece grate e contente: non si sarebbero spogliate per altri, ma per lui sì.
Certo, ci voleva un regista quasi novantaduenne (li compie il 29 settembre) per fare un po' di sesso: «Il film è come far l'amore con Michelangelo - dice la moglie -: è elegante, discreto, senza nulla di torbido. Ma da quando ha girato Eros è ancora cambiato, ora gode di una grande libertà di esprimersi, specie con la pittura: dipinge 6 ore al giorno». Il maestro ha infatti ancora nelle immagini un segno prepotente che lascia nella storia, interiorizzandola come per incanto: nel film tutto quello che tocca è sensuale, le auto, i volti, i paesaggi. Precisa il poeta e sceneggiatore Tonino Guerra contraddicendo il suo spot del «come si fa a non essere ottimisti»: «In questi tempi brutti mi piace il devoto, tenero omaggio di Antonioni alla natura».
Se l'oggetto sensuale di Antonioni (intestata a lui anche la canzone dell'amico di famiglia Caetano Veloso) è il piede della Ranieri, assaggiato dito per dito dal ghiotto Buchholz, altrettanto indimenticabile è la mano dall'unghia laccata di rosso di Gong Li, che si insinua peccaminosa tra pieghe dei pantaloni del giovane sarto nel magnifico e finalmente torbido, episodio di Wong Kar Wai che riconosce in Antonioni la fonte della sua ispirazione. Che, assente, manda a dire: «Abbiamo lavorato con l'incubo della Sars, a Hong Kong, anche a oltranza per 48 ore di seguito, ogni giorno pulendoci le mani e mettendo le maschere, senza contatti tra noi: è proprio tutto ciò che mi ha ispirato un film sul tatto». Che tatto, Gong Li. Anche l'attore, Chang Chen, arrossisce e ammette: «Prima del film la mia visione del sesso era molto ristretta, ero depresso: ora è cambiato tutto».
Steven Soderbergh, autore di Ocean's eleven e anche del Twelve , il sequel, ha firmato l'episodio centrale freudiano alla Woody Allen, datato al 1955, perché ogni generazione crede di essersi inventata un sesso nuovo: «La proposta era allettante, firmare accanto ad Antonioni un onore, l'ordine degli episodi l'abbiamo stabilito con Michelangelo a casa sua, ma il problema era cosa scegliere in un tema così vasto. Ho voluto il sogno perché solo qui l'attività erotica è onirica e libera, non puoi controllarla».
Maurizio Porro
Repubblica 11.10.04
NUDI E CRUDI
A ciascuno il suo eros
NATALIA ASPESI
COSA è l´eros per Wong Kar-wai? Una imperiosa mano di donna che si insinua tra le gambe nude di un uomo atterrito tra timidezza e piacere. Cosa è l´eros per Soderbergh? Andare a letto con una bellissima e sognare di andare dallo psicanalista a raccontarglielo in forma di sogno. Cosa è l´eros per Antonioni? Una coppia in crisi, una scopata con una sconosciuta, definita "avventura mentale".
I tre episodi del film "Eros" sono un test erotico per gli spettatori. I maschi soprattutto se di fantasia sessuale corrente, stanno certamente con Antonioni che intitola "Il filo pericoloso delle cose" il nudo popputo di due donne, una si masturba, l´altra danza, poi si incontrano. Le donne non hanno dubbi, stanno con il languore romantico cinese, vorrebbero avere gli abiti meravigliosi di Gong Li ed essere amate devotamente dal delicato Chang Chen. "La mano" si intitola l´episodio, e mai si videro mani più disperatamente carezzevoli. Chi ha smesso di desiderare può divertirsi con l´ironia americana, con l´"Equilibrium" di Soderbergh: l´oggetto erotico è un parrucchino sulla testa di Alan Arkin, la simbologia analitica una freccia di carta nel vuoto, la donna da sognare tutta vestita, con cappello, veletta e guanti lunghi.
Repubblica 11.9.04
Leone alla carriera al regista portoghese che presenta fuori concorso "Il quinto impero"
De Oliveira: re Sebastiano tra storia e memoria
Mette in scena un'antica leggenda alle cui origini c´è la vera storia del Portogallo
Ricardo Trepa, nipote del regista, è il giovane re che passa la notte pianificando il suicidio
ROBERTO NEPOTI
VENEZIA - Alla Mostra per ricevere il Leone d´Oro alla carriera, Manoel de Oliveira continua a viaggiare al ritmo di uno-due lungometraggi l´anno. Dopo Il quinto impero, che ha presentato fuori concorso al Lido, il novantaseienne regista portoghese sta già lavorando a un altro paio di progetti. Frattanto, la nuova opera del grande Manoel si è manifestata ai festivalieri in tutta la sua magica, evocativa ieraticità. Adattamento del dramma di José Regio (un autore morto nel 1968, ma capace di scrivere come i drammaturghi del XVI secolo), il film mette in scena un´antica leggenda alle cui origini c´è la vera storia del Portogallo: de Oliveira ce l´aveva già narrata, brevemente, per bocca della protagonista di "Un film parlato". È la vicenda del re Sebastiano, che sognò l´unificazione di tutto il mondo sotto un impero cristiano, condusse l´ultima crociata contro l´Islam, fu sconfitto e morì in battaglia. Secondo il mito (presente anche nella cultura musulmana, dove il re cattolico è sostituito dal dodicesimo Imam), Sebastiano tornerà un giorno a portare la pace, come un´apparizione uscita dalla nebbia.
Nella bella interpretazione di Ricardo Trepa, nipote del regista, il giovane re passa la notte vagheggiando il suo progetto suicida. Congedati consiglieri, cortigiani e buffoni, riceve la visita dei fantasmi delle antiche teste coronate, nonché di un profeta, il Calzolaio Santo (lo interpreta Luis Miguel Cintra, l´attore-feticcio del regista), che gli preconizza il fallimento della sua utopia. All´alba la decisione è presa: l´esercito portoghese marcerà verso la disfatta di Alcacer-Quibir.
Sono due ore di sublime esercizio stilistico, racchiuso in un unico contesto (il castello), tra il calar delle tenebre e il sorgere del sole. Un film in costume, dunque; un film «difficile», dove le preoccupazioni etiche vanno di pari passo con il rigore estetico. Tutt´altro che un film fuori del tempo, però: lo specifica l´eloquente sottotitolo «Ieri come oggi». «Ci sono due cose che rispetto da sempre - dice il regista - e cioè la Storia e la memoria, senza le quali non potremmo capire il presente. All´epoca di Sebastiano, il culmine della gerarchia dei valori era rappresentato da Dio e dal Papa; oggi c´è un nuovo tipo di religione: l´ateismo». Eppure, gli obiettiamo, il fanatismo religioso genera crociate anche ai nostri giorni. «Il mondo musulmano non ha la croce, ma il terrorismo, cui ricorre per la sua inferiorità tecnologica e militare rispetto all´Occidente. Però il terrorismo, irrazionale, è la strada sbagliata, come lo è ogni genere di guerra. Nel film ho voluto mostrarlo con la spada di Sebastiano che, gettata a terra, vibra come un serpente».
Cosa dire, allora, del Presidente americano, che parla della guerra in Iraq come di una crociata contro il Male? «Quello di Sebastiano, il re Annunciato, era il sogno di conquistare il mondo per portare la pace. Folle, ma sorretto da un ideale religioso, da una fede; dal desiderio che Dio lo amasse. L´"ideale" di George Bush è solo d´imporre a tutti la forza e la volontà dell´America». Chiediamo allora a de Oliveira quale sia il ruolo, in tutto ciò, di un film come il suo che, con l´impianto teatrale e le battute declamate, si pone agli antipodi del tipo di denuncia alla Michael Moore. Come spesso accade quando s´incontra il quasi centenario maestro, la risposta è sorprendente. «Ai tempi della tragedia greca, non solo autori e attori erano pagati per rappresentarla, ma anche il pubblico per vederla: perché la tragedia aveva una funzione educativa, da applicare nella vita pratica. Poi fu il pubblico a pagare per assistere agli spettacoli e, da allora, si è scesi sempre più in basso».
Il Mattino 11.9.04
FUORI CONCORSO
Cortometraggi d’autore nel segno del manierismo
DALL'INVIATO
VALERIO CAPRARA
Venezia. In dirittura finale il concorso si fa leggero leggero, è il momento di divertirsi col TotoLeoni. Riflettori puntati, dunque, sugli invitati d'onore, tra cui spiccava l'atteso trittico «Eros» scandito dai cortometraggi di tre big dell'erotismo d'autore. Come spesso succede, però, alle operazioni troppo premeditate, il film non è risultato all'altezza delle ambizioni e in assenza di un filo conduttore creativo o espressivo toccherà al lanternino personale d'ogni spettatore farsene una ragione: se gli infiniti risvolti dell'argomento non potevano certo esaurirsi nell'occasione, è certo che gli esploratori dell'enigma amoroso saranno ancora più disorientati al termine della proiezione.
Ne «La mano» il maestro cinese Wong Kar Wai rimette in scena le sue preziose e apprezzate visioni: nella Shanghai del 1963 l'apprendista sarto Xiao (Chang Chen) è sedotto dalle misure del corpo di Miss Hua (Gong Li), altera e conturbante prostituta d'alto bordo... Passeranno gli anni, ma la feticistica dedizione dell'uomo resta inalterata anche quando il destino cinico e baro ha deciso di chiudere i conti con la traviata dagli occhi a mandorla e dalle mises da urlo. Wong Kar Wai è come al solito insuperabile nell'attorniare gli amanti sfortunati di luci ambigue, piogge opprimenti, echi di canzoni strazianti, ma questa volta lo stile impressionistico arriva a «mangiarsi l'anima» del racconto, a renderlo simile a un'auto-citazione d'impeccabile manierismo.
«Equilibrium» di Steven Soderbergh è ancora meno significativo, uno sketch grottesco che contrappone il pubblicitario Robert Downey Jr. ossessionato dal sogno di una bella sconosciuta al suo psicanalista Alan Arkin che, durante la seduta d'analisi, invece di ascoltarlo si dedica a spiare dalla finestra dello studio qualcosa di travolgente. Michelangelo Antonioni - a cui è dedicata la canzone originale di Caetano Veloso che scorre sui disegni di Lorenzo Mattotti che fungono da raccordo degli episodi - ritorna con «Il filo pericoloso delle cose» alla scomposizione poetica delle immagini. Una coppia di quarantenni in crisi si rinfaccia ogni male deambulando tra le dune e il retroterra di Capalbio, quando, all'improvviso, l'uomo viene attratto dall'apparizione di una ragazza. Interpretata con slancio voluttuoso dall'emergente Luisa Ranieri, la messaggera di un erotismo libero e innocente rivitalizza concretamente il fortunato; ma, quando sarà partito e ormai lontano, le due donne intrecciano nude sulla spiaggia un balletto dalle tonalità metafisiche e rituali. Peccato che la sequenza, oltre a dover subire il discutibile timbro dello sceneggiatore Tonino Guerra, finisca col suggellare l'intero film in chiave di forzature estetizzanti e pretestuoso poeticismo.
Ci perdonino gli intellettuali in servizio permanente, ma ben altra euforia ha comunicato l'anteprima mondiale di «Shark Tale», il lungometraggio d'animazione in 3D con cui la Dreamworks di Spielberg risponde all'exploit di «Nemo». Magari l'ambientazione sottomarina suggerisce sospetti, ma al di là del plagio industriale i registi Jenson & Bergeron e gli sceneggiatori Letterman & Wilson hanno avuto la mano felice nello sciorinare fantasia eccentrica e ritmo travolgente. Grazie anche alle voci originali (i doppiatori vanno da De Niro a Scorsese, da Will Smith a Jack Black, dalla Zellweger alla Jolie), il film non si limita a fare il verso al gangster-movie, ma s'inventa una commedia che trasforma le avventure della barriera corallina nella spassosa e intelligente parodia di vizi e virtù di una metropoli occidentale postmoderna.
Screening for Mental Health
il suicidio negli USA
Il Pensiero Scientifico Editore
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Stop al suicidio!
In occasione della Giornata Mondiale della Prevenzione del Suicidio (10 settembre), numerose associazioni e organizzazioni che si occupano di salute mentale operanti negli Stati Uniti hanno unito le loro forze per lanciare una massiccia campagna di prevenzione del suicidio.
Ogni anno in America più di 30000 persone si suicidano. Si calcola che almeno il 70 per cento di loro avverta qualcuno delle proprie intenzioni in anticipo. L’obiettivo della prevenzione quindi si può raggiungere insegnando a riconoscere i segni premonitori del suicidio e ad intervenire nel caso una persona cara abbia bisogno di aiuto. È Douglas G. Jacobs, direttore esecutivo del programma Screening for Mental Health (SMH) a precisare le finalità del progetto: “Il suicidio è una reazione irrimediabile a una condizione reversibile, la maggior parte delle volte una depressione. La nostra campagna indica la strada da percorrere quando si è preoccupati che un amico o una persona amata sia depressa o potenzialmente suicida. Le persone a rischio-suicidio sono talmente depresse che non cercano aiuto di loro iniziativa, sono le persone che le circondano la loro unica chance”.
I tre step consigliati sono: Conoscenza, Cura, Terapia. Conoscere il problema, far capire alla persona coinvolta che ci si preoccupa del problema, portarla da uno specialista per aiutarla a risolvere il problema.
Parlare di suicidio con una persona depressa fa paura, è vero, ma ignorare il problema può portare a risultati tragici: mai sottovalutare segni premonitori come il parlare ossessivamente di morte, avere drastici sbalzi d’umore, dedicarsi ossessivamente ad attività rischiose, perdere interesse per hobby e attività precedenti.
Spiega ancora Jacobs: “Se siete preoccupati per qualcuno, avvertite un medico: meglio un amico o un familiare arrabbiato che uno morto”.
Per informazioni sull'iniziativa visitate il sito di Stop a suicide today! In Italia: Associazione Famiglie Italiane Prevenzione Suicidio (AFIPRES), Via G. Besio 31,33 – Palermo. Tel/fax 091 - 6859793
ossessioni
Psichiatria: Gas aperto o luce accesa: una ossessione per il 3% degli italiani
Roma, 6 set. (Adnkronos Salute) - La luce lasciata accesa, il rubinetto del gas aperto o la porta di casa chiusa male. Banali dimenticanze che per il 3% degli italiani sono veri e propri 'disturbi ossessivi', che colpiscono soprattutto le persone più maniacali e i giovani adulti. E che spingono chi ne soffre a tornare indietro per controllare se queste operazioni, generalmente 'automatiche', siano state eseguite correttamente. A 'fotografare' l'ossessione dei nostri connazionali, che riguarda in particolare gli uomini, in rapporto di due a uno rispetto alle donne, e' lo psichiatra Tonino Cantelmi, docente all' Università gregoriana di Roma, che sottolinea come ''la scarsa memoria o le dimenticanze legate all'eta' non abbiano nulla a che fare con queste manie''. "Tutti noi non prestiamo attenzione - spiega l'esperto all'Adnkronos Salute - nei gesti 'ripetitivi' quotidiani che facciamo in maniera semi-automatica. A tutti può capitare di non ricordare se si è chiusa o meno la porta o la luce di casa, ma nelle persone 'ossessive' il dubbio diventa sempre più insistente, fino a costringerle a tornare indietro per controllare. Una situazione - aggiunge - che rientra a pieno titolo nella categoria dei disturbi ossessivi ed e' 'parente stretta' di forme piu' gravi e pericolose, come il gioco d'azzardo o l'internet-mania''. Lo specialista chiarisce che non è possibile ricordare in maniera precisa tutto ciò che si fa ogni giorno, anche a causa dell'enorme quantità di stimoli, circa 3.000 al secondo, che la nostra mente riceve. Ma suggerisce agli 'eterni dubbiosi' di ''fermarsi a focalizzare le azioni a cui di solito non si presta attenzione per cercare di ricordare il gesto fatto in maniera automatica''. (Stg/Adnkronos Salute)
venerdì 10 settembre 2004
sabato sera
un Bergman mai visto su RaiTre
Dopo un anno di attesa domani finalmente va in onda "Sarabanda". Anticipato di un´ora all´ultimo minuto
La Rai ha paura di Bergman
L´ultimo film del maestro finisce nella notte di RaiTre
In nome dell´Auditel si decreta che il film "non è adatto ai palati della prima serata tv"
LEANDRO PALESTINI
ROMA - Strana azienda culturale la Rai. Prima si accaparra i diritti dell´ultimo film di Ingmar Bergman, Sarabanda, poi tiene il "gioiello" ben nascosto, quasi a vergognarsene lo chiude in un cassetto per più di un anno. Per paura di un "flop" di ascolti viene relegato a tarda sera nel sabato di RaiTre, dopo il film shock sull´11 settembre 2001: la messa in onda è stata dapprima annunciata per le 23.40, poi dopo una contrattazione con i signori del Palinsesto il direttore di rete Paolo Ruffini anticipa lo "scomodo" Bergman alle 22.30. Dai piani alti giunge un severo giudizio tecnico: «Ingmar Bergman non è per i palati del prime time». Il vicedirettore di RaiFiction Max Gusberti (che pure ha il merito storico di aver promosso gli acquisti di quasi tutti i film di Bergman), avverte che Sarabanda, girato in digitale, è stato trasmesso dalla tv svedese producendo «appena il 12 per cento di share: quale ascolto avrebbe avuto in una prima serata della Rai?».
L´interrogativo è inquietante. Alla Rai hanno inserito ormai il pilota automatico: è l´Auditel a guidare i dirigenti di quella che era, un tempo, la massima azienda culturale del Paese. Più che alla linea editoriale i direttori di rete oggi devono badare ai calcoli di bottega ai numeri dell´audience. Nonostante nel 2002 il direttore generale dell´azienda (lo scettro era in mano ad Agostino Saccà) avesse sborsato 500 milioni di lire per la coproduzione di Sarabanda, dopo un laborioso lavoro di doppiaggio nel 2003 il film è stato "rifiutato" da RaiDue, la rete designata a trasmetterlo. E a RaiUno hanno fatto orecchio da mercante rispetto a una possibile ospitalità dell´ultimo Bergman: la rete di Fabrizio Del Noce ha precisi «vincoli di ascolto», non può rischiare di abbassare la media con prodotti di qualità.
Liv Ullmann e Erland Josephson che, trent´anni dopo hanno dato corpo a un´opera bella e dolente, una sorta di sequel di Scene da un matrimonio, forse non immaginano che per la tv italiana il lavoro del maestro svedese viene considerato una castagna bollente da sacrificare al dio Auditel. E si spera che nessuno racconti la vicenda al vecchio Ingmar Bergman.
«Quando ho saputo che il film di Bergman non trovava una uscita su RaiDue sono stato ben felice di ospitarlo su RaiTre», racconta il direttore Paolo Ruffini: «Sarabanda la prossima settimana verrà presentato al Prix Italia di Catania e potrebbe anche vincere. Dovevamo darlo prima, non avevamo altra scelta. Pensavamo che la seconda serata potesse essere in qualche modo una "protezione" per un gioiello firmato Bergman. Ma, visto che la collocazione alle 23.30 appariva ad alcuni come un orario "offensivo", ieri abbiamo deciso di sacrificare il programma la Superstoria per anticipare l´intera serata di RaiTre». Il film di Bergman si potrà seguire quindi a partire dalle 22.30 (un´ora prima del previsto) e a seguire in Fuori Orario si potrà vedere anche Scene da un matrimonio.
Le polemiche sulla sorte di Sarabanda erano scoppiate lo scorso luglio con la protesta dei produttori svedesi. Il film, considerato come un testamento morale di Bergman, approdò alla rassegna "Cinema ritrovato" di Bologna. Lì si capì la scarsa volontà della Rai di programmare in orari decenti un film bello e scabroso. Tra i temi affrontati da Sarabanda c´è l´odio tra un padre e un figlio, il dolore e la morte, il suicidio e l´incesto: quanto basta per spaventare questa Rai.
Cina
aria nuova a Pechino
IL REPORTAGE
Il quartiere degli artisti è il centro della vita notturna della capitale: il regime tollera
Greenwich Village a Pechino
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI
LA chiamano la primavera culturale di Pechino o la glasnost cinese. L´arte spesso anticipa i tempi e segnala le nuove tendenze politiche: a giudicare da quel che succede nel Greenwich Village di Pechino qualcosa sta cambiando davvero. Il nome non va preso alla lettera. Il centro di questa rivoluzione creativa non assomiglia al quartiere alternativo di New York, né a Chelsea o al Marais parigino. L´esperimento attira un pubblico sempre più largo, nel quartiere, vicino alle gallerie d´arte aprono bar, discoteche e ristoranti.
Per uno scherzo del destino i ragazzi della 798 sono più minacciati dalla speculazione che dal partito unico.
PECHINO. Intorno al quartiere degli artisti ruota la vita notturna dei giovani nella capitale cinese. Il partito, per ora, tollera
Nel Greenwich Village di Pechino "Qui comincia la nostra glasnost"
È un luogo improbabile per veder fiorire l´arte d´avanguardia: una ex fabbrica d´armi costruita dalla Germania Est per i compagni comunisti cinesi, nella grigia periferia della capitale lungo l´autostrada per l´aeroporto. Anzi, ex-periferia. Al ritmo furioso dell´urbanizzazione di Pechino una selva di grattacieli ormai circonda anche la «798» - così si chiama la fabbrica, reperto diroccato dello sforzo bellico della guerra fredda. Sulle sue pareti di cemento scrostate si intravvedono tracce di affreschi dipinti tanto tempo fa per galvanizzare gli operai: faccione di Mao o scenografie da socialismo reale, lavoratori con gli strumenti in mano e lo sguardo all´orizzonte, irreali allegorie sulla costruzione di un futuro migliore. Mentre cammino verso gli hangar che ospitavano le catene di montaggio, da un magazzino laterale sbuca all´improvviso un giovane seminudo che si rotola per terra rovesciando barattoli di pittura: anziché i poliziotti, lo inseguono paparazzi coi flash e ragazzine che sembrano uscite da un concerto di tecnomusic. È una provocazione d´autore, uno happening di arte trasgressiva. Poco lontano in un cortile della fabbrica spuntano statue di dirigenti del partito comunista e a fianco una gigantesca gabbia in cui è rinchiuso un Tirannosauro dipinto di rosso vivace. La metafora si capisce senza fatica.
Della fabbrica 798 si sono impadroniti da due anni i giovani artisti della Pechino alternativa ed è diventato un luogo di culto, un pellegrinaggio obbligato per chi cerca le sorprese della nuova Cina. Perché proprio qui? «Avevo bisogno di molto spazio per creare - dice il pittore Huang Rui, uno dei primi a occupare la 798 due anni fa - affittare un magazzino qui non costava niente. All´inizio non c´era il progetto di creare una comunità di artisti.
Chi se lo sarebbe immaginato che sarebbe successo tutto questo?» Qualcosa è successo senza dubbio. Zhu Ming, artista noto per usare il proprio corpo nelle «performance» visive, al 798 si è esibito nudo in una enorme bolla di plastica trasparente a forma di guscio di lumaca. Gu Dexin ha esposto due container di cervelli e cuori d´animale surgelati. Chen Guang ha proiettato un video ad alto contenuto erotico. Scultura e pittura, cinema-realtà e balletto moderno, design e fotografia: per il linguaggio che usano, i giovani artisti cinesi del 798 potrebbero essere in un loft di Tribeca, in un atelier creativo di Londra o Berlino. Il fatto è che sono cinesi e sono qui perché la censura li lascia fare. Affrontano soggetti come il sesso che erano tabù nel puritanesimo ufficiale della Repubblica popolare cinese - non del tutto superato, visto che il governo di Pechino ha appena annunciato pene fino all´ergastolo per la pornografia su Internet. Ma perfino i burocrati del partito ormai distinguono fra pornografia e arte. I giovani provocatori della 798 da due anni stanno spostando, ogni giorno un po´ più in là, i confini di quello che è tollerato dal regime. L´eccitazione per questo esperimento attira un pubblico sempre più largo. Il 798 diventa un luogo di ritrovo e di vita notturna, un appuntamento mondano. Vi hanno aperto discoteche, bar, ristoranti di Nouvelle cuisine cinese annessi alle gallerie d´arte. In una di queste, Old Factory, si cena accanto alla scultura d´autore: tre statue di monaci buddisti che spazzano il pavimento. Aprono gallerie americani, inglesi, tedeschi, giapponesi. L´idea che l´avanguardia artistica può essere un business - secondo i più cinici - spiega la tolleranza dei leader politici. In vista delle Olimpiadi del 2008 a Pechino fa comodo avere le carte in regola come metropoli cosmopolita, incluso il lusso intellettuale della provocazione d´autore. Si dice che il ministro della pianificazione urbana Long Xingmin e il vicesindaco di Pechino siano diventati i protettori politici della 798, convinti a trasformarla in una copia della Soho di New York. Un´attrazione di alto livello per il turismo internazionale sempre più sofisticato che affluisce in Cina.
Finora la primavera artistica di Pechino è un esperimento tenuto sotto controllo dai vertici dello Stato, sempre pronti al giro di vite se la trasgressione giovanile dovesse cominciare a far paura. A maggio la quinta edizione del Midi Rock Music Festival di Pechino, che stava diventando la Woodstock cinese, è stata cancellata all´improvviso «per problemi di pubblica sicurezza». Ma non sempre questi diktat dall´alto funzionano. Ne sa qualcosa Lin Zhaohua, autore e regista della controversa commedia intitolata «Bagni pubblici» che quest´estate ha fatto il tutto esaurito al teatro Tianqiao di Pechino. «Bagni pubblici» è una sequenza di dialoghi tra personaggi che s´incontrano in una toilette di quartiere - un´istituzione ancora diffusa nonostante il benessere urbano - nel corso degli ultimi trent´anni. Con il tempo cambia la qualità delle toilette, cambiano i personaggi, cambia la natura dei loro dialoghi via via che l´evoluzione capitalistica crea nuovi mestieri e scava le diseguaglianze sociali nel paese. Anche se «Bagni pubblici» non affronta temi politici considerati scabrosi - come il ricordo del massacro di Piazza Tienanmen - tuttavia è una satira pungente della società cinese con i toni amari della black-comedy. Pur senza ricorrere alla censura, il governo all´inizio ha provato a sabotare lo spettacolo in maniera soft. Con discrezione i giornali di Pechino sono stati invitati dall´alto a stroncare «Bagni pubblici», o a ignorarlo. Ma molti critici teatrali si sono rifiutati di obbedire alle direttive. Alla fine di fronte al successo di pubblico perfino il semi-ufficiale segretario generale del Sindacato attori, Yang Qianwu, ha dovuto dare la sua benedizione: «Anche se la pièce contiene molte volgarità questo non significa che sia di cattiva qualità, perché ha un effetto drammatico e catartico».
Gli autori di questa nuova generazione sanno che la glasnost di Pechino ha dei limiti ancora invalicabili. La repressione sanguinosa della protesta studentesca del 1989; i diritti umani calpestati in Tibet; le relazioni con Taiwan; la setta religiosa Falun Gong: sono temi da non toccare per non subire i fulmini della censura. Questo non significa che i giovani della 798 si accontentino di «parlar d´altro» e si rifugino nella provocazione estetizzante fine a se stessa. C´è un´arte impegnata che interpella le carenze della leadership nazionale. Alla 798 Photo Gallery in questi giorni tutti possono visitare una meravigliosa e straziante esposizione fotografica del grande Xie Hailong, che da anni percorre la Cina delle campagne povere con un solo obiettivo: raccogliere le immagini dei bambini che vanno a scuola in condizioni di miseria spaventose. Tetti sfondati, pavimenti di fango, ragazzini vestiti di stracci e senza neppure i quaderni. Sono foto in bianco e nero che sembrano parlare di un´epoca lontana e invece sono scattate ieri, parlano di una Cina dimenticata da chi vive tra i concessionari della Ferrari e i negozi di Armani a Shanghai e Pechino. La mostra di Xie Hailong, «fotografo umanista», non si limita ad alludere. Ai visitatori sbatte in faccia le cifre dello scandalo: 200 milioni di analfabeti, 4 milioni di bambini all´anno che abbandonano la scuola dell´obbligo perché troppo poveri.
Per uno scherzo del destino oggi la minaccia più immediata per la 798 non è la censura del partito unico, ma lo stesso successo dell´arte d´avanguardia.
La zona della fabbrica ha guadagnato valore, il prezzo del metro quadro sale a vista d´occhio, i proprietari progettano speculazioni. Nel piano regolatore la ex fabbrica militare è destinata ad un polo tecnologico e i terreni ora appartengono alla società Seven-Star Huadian Science and Technology Group. Che ha l´intenzione di radere al suolo la 798 per costruire uffici hi-tech e appartamenti di lusso. Gli artisti si difendono con grinta. Uno di loro, lo scultore Li Xiangqun, è anche deputato al Congresso del Popolo e ha presentato al governo un contro-progetto per salvare il quartiere creativo. «Ho visto trasformarsi quest´area - dice - da un cimitero di fabbriche abbandonate a una comunità artistica in piena fioritura. Il futuro dipende dal governo. Non sono ottimista, ma non ci arrenderemo facilmente». Li ha ottenuto una tregua: fino al 31 dicembre 2005 ogni sfratto degli artisti è sospeso. Neanche il potere economico dei palazzinari si rassegnerà docilmente.
L´ex complesso industriale della 798 è così grande che non tutto è diventato Greenwich Village. Con quella sciatteria che rimane un tratto distintivo di Pechino, attorno alle gallerie post-moderne c´è una terra di nessuno di capannoni tuttora occupati da fabbrichette, qualche atelier di vestiti, e artisti-artigiani che con l´avanguardia non hanno niente a che vedere. Lì entro in uno hangar semibuio dove mi accoglie una scena spettrale. Una dozzina di giovani scultori con le tute impolverate lavorano attorno a gigantesche statue di generali della Lunga Marcia maoista. Qui, a differenza dal Tirannosauro rosso, non c´è traccia di satira, non un velo d´ironia.
«Lavoriamo su commissione, queste ce le comprano dei musei di provincia», mi comunica il capomastro. Quando escono da qui le grandi statue dei padri della rivoluzione ancora si mettono in viaggio verso la Cina dove i bambini vanno a scuola a piedi nudi, dove i maiali razzolano tra i banchi, e dai soffitti sfondati piove nelle aule.
Emanuele Severino
la musica nella storia dell'uomo
Amici del Filarmonico. Sala Maffeiana gremita per il noto filosofo che ha tenuto una lezione introduttiva alla stagione 2004 del «Settembre dell’Accademia» Ne è uscita un’accurata indagine sul ruolo avuto dalla musica nella storia dell’uomo
A lezione da Severino
Chiara Zocca
In una Sala Maffeiana affollatissima il noto filosofo e opinionista Emanuele Severino ha tenuto - su invito dagli Amici del Filarmonico - una conversazione sul tema «L’Occidente e la musica» come introduzione all’edizione 2004 del Settembre dell’Accademia Filarmonica. Nel chiarire che la parola “Occidente” contiene in sé anche il significato di declino perché allude al tramonto del sole, Severino ha cercato di indagare il ruolo avuto dalla musica nella storia dell‘uomo, a partire dal grido, strumento di espressione di gioia, dolore o disperazione, che caratterizzava le feste all‘alba della civiltà: grido dapprima dissonante, che in seguito divenne all‘unisono, quindi raggiunse una dimensione disciplinata, probabilmente l’elemento di origine della musica. Se la festa, come luogo in cui l’uomo cerca di «alzare la testa dalla palude», racchiude in sé danza, rievocazione, mito, ed è a suo modo momento di espressione immediato dei sentimenti e delle angosce, si sviluppa allo stesso tempo anche la necessità di un pensiero strutturato: ecco dunque la filosofia, che nasce all‘inizio come critica al mito. Si forma così la tradizione sapienziale greca nella quale si innesteranno poi la rivelazione cristiana e, successivamente, con Avicenna, l’Islam, a dimostrazione che questi mondi e culture non sono così distanti, ma hanno una matrice comune. La musica cristiana ha al suo centro la parola: la musica, come anche l’arte cristiana - continua Emanuele Severino - contengono al loro interno, inconsapevolmente, elementi di critica al cristianesimo. Per l’artista cristiano l’arte è come un altro dio: dunque, viene da chiedersi, Bach cantava per lodare Dio o lodava Dio per cantare? Se l’arte cristiana è una radicale critica alla religiosità, così facendo, essa stessa distrugge alla base l’albero della cultura occidentale. La musica classica non è più la musica della festa, ma un metron, qualcosa di strutturato e di lontano dalla sonorità naturale. La regola, la struttura, finiscono per diventare un altro Dio, ed è perciò che il progressivo incamminarsi verso la demolizione del sistema tonale viene ad aderire con l’assunto nietzschiano che «Dio è morto». Il Novecento è una costante uccisione di Dio, nella dodecafonia che frange l’unità sonora dell’accordo, nella rinuncia al testo teatrale di Antonin Artaud, nell’abbandono della fede religiosa, nella caduta dell’Unione Sovietica: l’Occidente autodistrugge tutte le proprie certezze, precipitando verso un futuro disperato, aggrappato solo alla tecnica che, tuttavia, è incapace di salvare l’uomo. In questa fosca visione del futuro occidentale, nella quale la cultura diviene un rito provvisorio, Emanuele Severino lancia un ultimo dubbio teoretico e forse salvifico: e se, invece che proiettato verso il nulla, l’uomo fosse eterno?
da un convegno di neuroscienziati inglesi
sui bambini "iperattivi"
Bambini iperattivi: sostenere le famiglie
Il Pensiero Scientifico Editore
Non è originato da una cattiva educazione il comportamento dei bambini affetti da ADHD, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, ma da una disfunzione genetica complessa che è tuttora oggetto di studi.
Questa la dichiarazione rilasciata dagli studiosi in occasione del
congresso annuale della British Association for the Advancement of Science.
Antonella Sagone
Il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, comunemente noto con l’acronimo ADHD, è considerato il più comune disturbo psichiatrico nei bambini e negli adolescenti: colpisce infatti dal 3 al 5 per cento dei bambini in età scolare e generalmente si manifesta prima dei 7 anni. I bambini con ADHD hanno problemi persistenti a mantenere l’attenzione sia a casa che a scuola, a concentrarsi, a stare fermi per più di qualche minuto. Si tratta di un disturbo più complesso della capacità di distrarsi fisiologica dei bambini, che deve presentarsi per almeno sei mesi in maniera continuativa e deve provocare un disagio sino ad una vera e propria compromissione delle attività scolastiche o delle relazioni familiari e sociali. La sindrome, secondo Eric Taylor, del Britain’s Institute of Psychiatry, viene sottostimata (come ad esempio avviene in Inghilterra) o sovrastimata (come negli Stati Uniti), a seconda della cultura di appartenenza. Le terapie, che in genere consistono in cure farmacologiche e terapia comportamentale, non sono risolutive ma possono contenere i sintomi; il rischio di non trattare il disturbo, secondo il ricercatore, può esporre il soggetto a sviluppare più gravi disturbi psichici in età adulta.
Oggi si è potuto verificare come l’iperattività e il disturbo di attenzione siano associati a fattori organici. Ricerche precedenti hanno ad esempio notato come i bambini vulnerabili all’ADHD lo siano anche all’epilessia. A detta di Taylor vi sono anche delle differenze morfologiche nel cervello dei bambini con ADHD: le aree cerebrali coinvolte nell’autocontrollo sono più piccole della media. Spesso in passato, e ancora oggi ove ci sia poca informazione su questo disturbo, si giudica il bambino iperattivo come semplicemente maleducato, viziato o comunque non disciplinato dai genitori, che vengono stigmatizzati per il comportamento del loro figlio. Questo non corrisponde alla realtà, anzi, i ricercatori inglesi hanno notato che i genitori che in passato sono stati essi stessi iperattivi sono più competenti nel rapportarsi a figli con lo stesso problema. Un ambiente caotico, invece, contribuisce ad aggravare il disagio del bambino con ADHD e ad esacerbare le difficoltà sue e di chi gli sta vicino.
“Quello di cui la famiglia ha bisogno”, sottolinea Taylor, “è accettazione e comprensione, per un disturbo che va considerato una sottile e persistente disabilità”. Lo studioso continua osservando che la valutazione di questa condizione non deve essere esclusivamente negativa. Le persone con ADHD, viste in una prospettiva evoluzionistica, hanno una loro funzione nella società umana, dove sono necessari anche gli individui incapaci di piani a lungo termine ma particolarmente reattivi, creativi e veloci nelle risposte.
Riferimento: 2004 BA Festival of Science, 4-11 settembre, Exeter, UK.
lo sguardo dei neonati, la bellezza, la musica
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
È bello ciò che piace o piace ciò che è bello?
Il Pensiero Scientifico Editore
Antonella Sagone
I neonati preferiscono i visi belli? Uno studio presentato al Festival of Science della British Association sostiene di sì. Infatti i neonati, di poche ore di vita, hanno mostrato di soffermarsi con lo sguardo molto più a lungo sull’immagine di un viso gradevole piuttosto che su quella di un viso in tutto e per tutto analogo al precedente ma con requisiti estetici meno apprezzabili.
Gli esperimenti basati sullo sguardo dei neonati sono effettuati da diversi decenni. Fin dalla nascita il bambino, contrariamente a quanto spesso si pensa, è in grado di distinguere notevolmente bene le immagini, specie se poste a una distanza di 20-30 centimetri dagli occhi, cioè la distanza a cui vedrebbe il viso materno mentre viene allattato. Nei primi minuti di vita l’immagine può apparire un po’ sfocata, però già a 15 ore dalla nascita è provato che il neonato sia in grado di distinguere il viso della madre da quello degli estranei. Studiando il tempo che il neonato trascorre fissando una di due immagini contrapposte si è potuto analizzare il grado di interesse che egli manifesta per determinati stimoli visivi, ed è da tempo noto che egli preferisce le rappresentazioni del viso a quelle di altri oggetti.
Lo studio ha rilevato il tempo di fissazione del neonato a ciascuna di due immagini presentate contrapposte, rappresentanti varie tipologie di viso in due versioni, una più “bella” dell’altra. I bambini, alcuni di due giorni di vita ma altri a solo poche ore dalla nascita, hanno speso l’80 per cento del tempo osservando il viso più attraente. “Questo dimostra”, afferma Alan Slater, uno psicologo dell’Università di Exeter che ha condotto la ricerca, “che i bambini nascono già con una rappresentazione molto precisa del volto umano”.
I ricercatori hanno anche esplorato il gusto musicale del neonato, facendogli ascoltare musica ogni volta che fissavano una striscia rossa su uno schermo. I neonati, fissando a lungo la striscia, hanno mostrato di apprezzare Vivaldi, ma molto meno se questo veniva fatto suonare alla rovescia.
”La bellezza non è solo nell’occhio di chi guarda”, afferma Slater. “È nel cervello del bambino già al momento della nascita, e forse anche prima”. Resta da capire se è il neonato ad avere un senso innato del bello, oppure semplicemente se la bellezza è quell’inafferrabile quid che già un neonato preferisce guardare, ascoltare e forse anche apprezzare con gli altri sensi.
Riferimento: 2004 BA Festival of Science, 4-11 settembre, Exeter, UK.
giovedì 9 settembre 2004
DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE
Gianrico Carofiglio
che da oggi potranno trovare in libreria il suo nuovo romanzo
Il passato è una terra straniera
Rizzoli, 2004
Vi aspettiamo
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
donne e islam
Secondo alcuni studiosi l’emergere della violenza religiosa dai taleban ai nuovi jihadisti sarebbe il sintomo di un mondo nel quale il sesso femminile diventa protagonista
Ne «Il velo strappato» l’ex cognata di Bin Laden mette alla berlina l’Arabia Saudita che nega loro la patente e le costringe in pubblico sotto pesanti cappe nere senza accorgersi che in privato si truccano e affilano l’intelligenza
DONNE e ISLAM Conflitto sotto il velo
L’iraniana Farian Sabahi «Con il ruolo dei sessi cambia l’interpretazione del Libro e decade il dovere di protezione»
Nel versetto 228 della Sura della Vacca e nel 34 della Sura delle donne il Corano sancisce la superiorità del maschio ma anche il dovere di proteggere le sue compagne
IL SEQUESTRO DELLE DUE ITALIANE SEGNA UNA SVOLTA NELLA CULTURA MUSULMANA
JASUS
Spie. La rivendicazione online del gruppo Ansar El Zawahri non mostra pietà per le «due Simone», sequestrate martedì pomeriggio a Baghdad. Spie occidentali. Pericolose, benché donne. Come verranno trattate? I genitori palpitano in ansia, gli accademici consultano le Scritture cercando una risposta nel Profeta Maometto. «Le pacifiste di “Un ponte per..” sono tali e quali agli uomini per i terroristi. Forse peggio perché occidentali, una specie di prostitute», azzarda Massimiliano Hamza Boccolini, convertito all’Islam nel ‘96 e responsabile fino a pochi mesi fa della moschea di Napoli Zayd ibn Thabit. «Se questi criminali fossero credenti come dicono, le ragazze sarebbero al sicuro», ribatte Asmae Dascian dell’Associazione donne musulmane d’Italia, citando i passi del Corano che sanciscono la superiorità del maschio, ma anche il dovere di proteggere le compagne, il versetto 228 della Sura della vacca e il 34 di quella delle donne. Le ipotesi sulla sorte delle volontarie italiane si dividono come la società musulmana: mariti custodi della tradizione e mogli che forzano le mura domestiche, conservazione e spinta al rinnovamento. Secondo alcuni studiosi l’emergere della violenza religiosa, dai taleban ai nuovi jihadisti, sarebbe proprio il sintomo di un mondo in rapida trasformazione nel quale le donne, storiche vittime sacrificali, hanno il ruolo di protagoniste.
Le cronache raccontano le vedove nere di Beslan e trascurano invece la rivoluzione in atto che suggerisce come l’Islam moderato, partner ambìto dell’Occidente contro lo scontro delle civiltà, possa avere i lineamenti delicati e i muscoli guizzanti delle atlete in gara ai Giochi di Atene. Danah Al Nasrallah, la kuwaitiana più veloce sui 100 metri. Sanaa Bkheet, della striscia di Gaza. L’algerina Nouria Benida, medaglia d’oro a Sidney nei 1500 metri. Velociste capaci di correre oltre i tempi. L’allungo più difficoltoso è in patria, eppure, l’allenamento comincia a rendere. L’Arabia Saudita che nega la patente alle automobiliste, finisce alla berlina nel libro di una di loro, Carmen bin Laden, ex moglie di Yeslam e cognata dello sceicco fondatore di Al Qaeda. «Il velo strappato», pubblicato da Piemme, apre una finestra sulla gabbia dorata del regno wahabita, dove le donne sono recluse sotto pesanti cappe nere ma nel privato del gineceo affilano l’intelligenza e tingono le labbra di rossetti vivaci. La polizia islamica, muttawa, usa picchiare le acquirenti all'uscita dei negozi di biancheria, rigorosamente gestiti da commessi maschi. Lo Yemen intanto, nomina la giornalista Amat Al Aleem Alsoswa ministro per i Diritti umani e in Marocco, dove la danza del ventre è ormai un business, re Mohammed VI adotta un Codice di famiglia che consacra l’eguaglianza dei sessi. L’Afghanistan di Karzai non siede ancora tra le democrazie, ma, nella capitale, la trentenne Saba indossa il velo sul kimono e apprende l’arte del karate, in attesa di votare, cittadina per la prima volta, il prossimo 9 ottobre. Donne pericolose per i fondamentalisti dell’Islam. Come le trenta ragazze di Kabul ospiti un anno fa a Torino con un programma dell’Onu. L’organizzazione aveva predisposto una mediatrice di choc culturali per accompagnare il salto dal medioevo dei taleban alla città post moderna. Bastava guardare Latifa, Nasima, Rabia, impegnatissime tra una seduta dal parrucchiere per le meches e un appuntamento con la sociologa Chiara Saraceno, bombardata di domande sul divorzio in Italia, per capire cosa temono davvero i kamikaze del jihad.
L’altra metà del mondo musulmano non brucia reggiseni in piazza come nei nostri anni ‘70, pena il carcere a vita. Combatte però, con analoga determinazione, nei tribunali, nelle università, nelle organizzazioni tipo «Un ponte per...» e «Intersos», dove insieme a Simona Pari e Simona Torretta lavorava Mhanaz, l’irachena rapita con le volontarie italiane, primi ostaggi donna della seconda guerra del Golfo dopo la giapponese Nahoko Takato, rilasciata in una settimana. L’emancipazione femminile è parte importante nella degenerazione dei costumi occidentali che il fanatismo misogino dei mullah contrasta con la spada e con l’ijtihad, l’interpretazione del Corano. L’Europa e gli Stati Uniti farebbero bene ad ascoltare la voce femminile dell’Islam. Forse perché forzate nell’invisibilità, le musulmane incalzano, devote al proprio credo eppure, senza contraddizione, bramose di libertà. Due giovani studiose, Irshad Manji e Asma Gulf Hasan, denunciano nei loro saggi («The trouble with Islam» e «Why I am a muslim») il rischio di soffocarne la spinta tra l’integralismo della fede e quello della ragione. L’esempio è il contestato divieto del governo francese d’indossare a scuola l’hijab, il foulard. Un fumetto della cartoonist iraniana Marjane Satrapi intitolato «Doppia punizione» mostra una ragazza dalla chioma fluente additata dai parenti come sgualdrina. Nella striscia successiva la stessa giovane, emigrata in Europa, indossa il velo e viene derisa dai compagni, «fondamentalista, fanatica».
L’Iran del presidente riformatore Khatami rappresenta, forse più di altri Paesi islamici, questo mondo vicino all’implosione. La segregazione muove il romanzo di Azar Nafisi «Leggere Lolita a Theran», dove il controllo dei guardiani della fede, guidati dall’ayatollah Khamenei, si traduce nell’umiliazione del corpo femminile, reale o fantasioso come nel libro censurato di Nabokov. «Il racconto della Nafisi si ferma al 1997, ora le mie connazionali girano con pantaloni alla pescatora e soprabiti stretch», spiega l’iraniana Farian Sabahi, autrice della «Storia dell’Iran». Sono figlie della delusione rivoluzionaria seguita alla dittatura di Khomeini, eredi del premio Nobel Shirin Ebadi, che ha pagato con la galera l’infatuazione per l’Islam politico. Donne minacciose per i custodi della dottrina rigorosa. Continua la Sabahi: «E’ cambiato il ruolo dei sessi e le interpretazioni del Corano si sono adeguate. Se le donne studiano, vestono la divisa militare, contribuiscono all’economia nazionale, diventano pericolose e il dovere di protezione del buon musulmano viene meno». Da alcuni mesi gli imam predicatori d’odio pronunciano fatwe che giustificano l’omicidio di donne e bambini, impensabile nel passato. I loro nemici pregano adesso per la vita di ostaggi che si chiamano Simona, Simona, Mhanaz. «Spie» occidentali e simbolo d’emancipazione come le compagne musulmane, chiamate a rispondere anche di questa eresia davanti ai loro sequestratori.
Repubblica edizione di Bologna 9.9.04
I rapitori Quella gente non obbedisce più a nessuna autorità religiosa
la violenza Io penso che in Iraq si sia oltrepassata una soglia di disumanità
MICHELE SMARGIASSI
«Se servisse, prenderei io stesso un aereo per Bagdad, adesso. Ma quella gente non ascolta più nessuna voce ragionevole, non obbedisce a nessuna autorità religiosa». Radwan Altounji ha riunito martedì sera nella sede di villa Pallavicini il direttivo della comunità islamica bolognese di cui è presidente. Sgomento, angoscia per le due rapite. «Non conosco Simona Pari, la ragazza bolognese, ma ne ho sentito parlare in passato da amici. Una persona stimabile, impegnata per la pace. Spero che lei e la sua amica tornino presto alle loro famiglie».
Nessun documento, nessun appello?
«C´è un documento di solidarietà e di condanna diffuso ieri dall´Unione delle comunità islamiche in Italia, a cui noi aderiamo. In quel documento ci riconosciamo pienamente, parla per tutti noi».
Non c´è anche un po´ di sfiducia?
«Vede, l'Islam è un mondo vasto. Non ci sono solo sciiti e sunniti, ci sono mille differenze, visioni, atteggiamenti. E non esiste un´autorità riconosciuta. Anche un appello dell´imam del Cairo non vale nulla se i rapitori pensano di essere nel giusto».
Possono pensarlo?
«Io penso che in Iraq si sia oltrepassata una soglia di disumanità. La violenza chiama violenza, la violenza è come una droga: più ne consumi, più devi aumentare la dose. Hanno cominciato coi militari, sono passati ai paramilitari, ai giornalisti, ora agli operatori umanitari e non sembrano volersi fermare. Tutto questo è disumano».
Pensa che ogni iniziativa umanitaria o politica sia inutile?
«Penso che siamo nelle mani di Dio. Io cerco di conservare un barlume di ottimismo: se nei cuori di quegli uomini c´è ancora una traccia di fede, non possono non sapere che per la nostra religione la donna è sacra, inviolabile, e questo mi rende leggermente più tranquillo. Spero, credo che le due ragazze saranno risparmiate e restituite ai loro cari».
Se le avessero rispettate, non le avrebbero rapite.
«Hanno solo scelto il bersaglio più facile, forse perché non riescono ad attaccare obiettivi militari. Spero che sia solo un modo per farsi pubblicità, che non osino arrivare fino in fondo».
Anche in Italia c´è chi soffia sul fuoco dello scontro fra religioni e civiltà. A Bologna la comunità islamica risente di questo clima pesante?
«No. La città ha cominciato a capire come stanno le cose. Siamo qui da tanti anni, ormai ci conosciamo. I bolognesi sanno che siamo buoni musulmani, che intendiamo vivere pacificamente la nostra fede ed essere cittadini rispettosi di questa comunità».
Accetterete di partecipare a manifestazioni di solidarietà?
«Siamo tutti, di cuore, vicini alle famiglie delle due rapite. Lo dico a nome della comunità e mio personale. Io però continuo a pensare che dovremmo tutti cercare di dare meno spazio e risalto alle imprese criminali di quelle bande. Gli appelli non servono a convincerli, ma l´amplificazione dei media li aiuta a raggiungere i loro scopi disumani».
un convegno sulla mente
a Roma il 9 e il 10 settembre
Roma, 8 settembre 2004 Università Cattolica del Sacro Cuore
Mind and complexity: viaggio nella complessità della mente
Giovedì e venerdì, presso il Policlinico Gemelli, confronto tra psichiatri, neuropsicologi, matematici e filosofi sul funzionamento della mente
Il miglioramento delle capacità di prevedere l’evoluzione della mente per elaborare strategie terapeutiche più efficaci nella cura della schizofrenia, della demenza da Alzheimer, delle sindromi depressive, delle tendenze al suicidio, ma anche la contiguità tra la psichiatria e la matematica, e l’interazione tra persone e computer.
A queste problematiche è dedicato il convegno internazionale “Mind and complexity”, che avrà luogo domani e dopodomani, giovedì 9 e venerdì 10 settembre 2004, presso il Policlinico Gemelli (Aula Brasca, ore 9.00).
L’evento è promosso dall’Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica di Roma, diretto dal prof. Sergio De Risio.
“Diventa sempre più credibile - afferma il prof. De Risio, presidente del Congresso – l’accostamento tra il funzionamento cerebrale umano, e dunque delle prestazioni mentali, al globale funzionamento di automi e computer che sono in grado di simulare alcune delle principali attività cognitive. Potrebbe essere questa una prima risposta ai quesiti: ‘finiremo come i computer?’ oppure ‘quale sarà il destino della nostra interazione con questi oggetti?’”
“Ma la vicinanza tra la psichiatria e la matematica – prosegue De Risio - è interessante anche da un altro punto di vista: l’accostamento tra queste discipline si è sviluppato negli ultimi 30 anni per rendere possibile il raggiungimento di un livello di rigore scientifico maggiore e avvicinare le prestazioni in ambito psichiatrico a quelle che la scienza possiede in altri campi, come quello economico e meteorologico. Questa ricerca mira a conseguire una migliore capacità di prevedere gli sviluppi del sistema cerebrale e ad elaborare strategie congruenti con le sempre più evolute conoscenze anche per la cura di diverse patologie e sindromi psichiatriche.”
Numerose le personalità scientifiche iscritte in qualità di relatori, tra cui: Emanuele Severino (Università di Venezia); Walter J. Freeman (University of California at Berkley); Micheal Egan (National Institute of Healt USA); Frauke Schultze-Lutter (University of Cologne); Alec Roy (New Jersey Healtcare System); Herman M. van Praag (Maastricht University); Joseph P. Zbilut (Rush University Chicago); Alessandro Giuliani (ISS).
nove bambini su cento
Repubblica Salute 9.9.04
Nove bimbi su cento soffrono di disturbi psichici
di Paolo G. Brera
Nero su bianco, senza giri di parole: "Ogni mille preadolescenti ci sono circa 90 soggetti con patologie psichiche". Anzi novantuno, perché i soloni che hanno indagato le teste di 5627 bambini di 40 scuole selezionate a Milano, Roma, Cagliari, Pisa, Rimini, Lecco e Conegliano Veneto hanno determinato che "311 soggetti, pari al 9,1% del campione, ha soddisfatto i criteri per un disturbo psichico".
Roba da matti? Uno scherzo? No, uno studio dannatamente serio, la "prima ricerca epidemologica multicentrica italiana che ha indagato la prevalenza dei disturbi psichici tra i preadolescenti di età compresa tra i 10 e i 14 anni che vivono in zone urbane". E' il progetto Prisma, acronimo da thriller dell'inquietante "Progetto italiano salute mentale adolescenti". Lo ha promosso il 'Irccs Medea-La nostra famiglia' di Bosisio Parini, in provincia di Lecco, in collaborazione l'Isitituto superiore di Sanità di Roma, il Dipartimento di Psicologia dell'università La Sapienza e l'università di Cagliari.
Il progetto Prisma ha obiettivi importanti: vuole "mettere a disposizione della comunità scientifica e della programmazione sanitaria italiana dei dati conoscitivi sul disagio psichico nella preadolescenza, anche al fine di programmare l'evoluzione dei servizi specifici, di prevenzione, diagnosi e cura". E per portarsi avanti il lavoro, il Medea è pronto a inaugurare - il 25 settembre con in prima fila il ministro della Salute Girolamo Sirchia e il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi - un nuovo padiglione che si occuperà proprio di neuropsichiatria dell'età evolutiva e di psicopatologia dello sviluppo. Finanziato dallo Stato, il progetto di ricerca è stato al centro di una pioggia di critiche per gli strumenti stessi utilizzati: un test a risposte multiple (link) più simile a un gioco da ombrellone che a un rigoroso strumento scientifico per indagare la salute mentale dei bambini. Uno studio nato mentre in Italia si preparava il ritorno in grande stile del Ritalin, uno psicofarmaco figlio delle amfetamine e classificato come droga, prodotto dalla multinazionale svizzera Novartis e utilizzato come acqua potabile negli Stati Uniti per i bambini malati dell'ineffabile Adhd, un disturbo d'attenzione con o senza ipercinesia. In altre parole, per i bimbi distratti e a volte irrequieti.
Ora, dopo molti mesi di indagini nelle scuole effettuate con la complice devozione alla scienza di maestre e genitori - il cui il permesso di controllare se il figlio è malato di mente è stato estorto con messaggi da banditore di pesca di beneficienza, come fosse una fortuna aver avuto il diritto di entrare nel grande progetto - gli scienziati della psiche hanno scoperto che "meno del 2% della popolazione preadolescenziale soffre di ADHD".
Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo, ma si strozza in gola. Se il potentissimo fronte del Ritalin, con il suo esercito di profeti in camice bianco, fa un passo indietro in quanto "la prevalenza trovata è un dato molto clamoroso perché significativamente inferiore ai dati attesi", fa invece un passo avanti un business tutto da realizzare: quello della medicalizzazione delle anime dei bimbi, che oggi scopriamo malati di mente in un caso su dieci.
Ebbene: "Più del 7% della popolazione preadolescenziale soffre di disturbi d'ansia, certifica il progetto Prisma. E "i disturbi della condotta colpiscono l'1% della popolazione, senza differenza tra i sessi", mentre un altro 1 per cento scarso va ascritto alla depressione. Dunque "è necessario - è scritto nel documento conclusivo del progetto di ricerca - porre al centro della riflessione sui servizi sanitari del nostro paese il problema della patologia psichica in età evolutiva: esiste una questione 'età evolutiva' nella società moderna che va affrontata con le dovute risorse e con una programmazione che deve spaziare dalla dimensione sociale a quella tecnico-specialistica". Ci saranno padiglioni da inaugurare e scatoloni di medicinali da acquistare.
medici "in libertà vigilata"
L'INTERVISTA
Luca Gianaroli, direttore della Società italiana di studi di medicina della riproduzione: le nostre norme sono dettate dall´ideologia
"Legge sgangherata e piena di paradossi noi medici ci sentiamo in libertà vigilata"
L´aspettativa di successo degli interventi è scesa fino al 30 per cento. E le donne che pagano il prezzo più alto sono le over 38
Non sappiamo cosa fare degli embrioni che erano già congelati all´entrata in vigore della legge Le linee guida non dicono nulla
MICHELE SMARGIASSI
BOLOGNA - «Neanche in Iran?», si lascia andare Luca Gianaroli, direttore della Società italiana di studi di medicina della riproduzione. «In nessun paese del mondo, democratico o totalitario, sotto qualsiasi ideologia o religione, hanno una legge così». Il Sismer riunirà sabato in congresso a Bologna alcune decine di esperti mondiali di fertilità, e il dottor Gianaroli ammette l´imbarazzo di dover presentare loro un rapporto sui primi sei mesi della legge italiana sulla procreazione assistita «sgangherata, paradossale, ipocrita, che ci costringe alla malasanità».
E all´emigrazione procreativa, no?
«La fuga delle coppie all´estero è solo l´aspetto più visibile dei guasti di questa legge. Ma i guai che procura a chi resta in Italia sono anche peggiori».
Parla dei pazienti?
«Di loro, prima di tutto. Dai nostri dati emerge che, per le limitazioni della legge, l´aspettativa di successo di un intervento scende del 10-30 per cento secondo i casi. Le più colpite sono le donne over-38, con patologie severe e già sottoposte ad intervento. Ma io mi riferivo a noi medici?».
Vi sentite le mani legate?
«Peggio: ci sentiamo in libertà vigilata. L´intreccio fra la legge 40, le linee guida del 21 luglio e l´ultimo decreto del 26 agosto è tanto contraddittorio e paradossale da creare vere e proprie trappole».
Può fare qualche esempio?
«Il più clamoroso: gli embrioni che erano già congelati al momento dell´entrata in vigore della legge. Che ne dobbiamo fare? Se derivano da una donazione di gameti e io li trasferisco in utero, sono fuorilegge perché faccio un´eterologa, vietatissima. Le linee guida non dicono nulla. Il decreto dice che gli embrioni "orfani" vanno consegnati a un centro milanese. Ma quelli non sono orfani! Le madri li vogliono! E io devo dir loro che li devo dare alla sperimentazione scientifica (ma non era vietata? E perché una deroga a un solo istituto?). Insomma devo dire alle madri che i loro embrioni devono morire perché sono moralmente inaccettabili, mica male per una legge che pretende di difendere la vita».
Contraddizioni di una fase transitoria?
«Vado avanti. Gli embrioni malformati. Per legge, devo trasferirli lo stesso».
Le linee guida precisano che il trasferimento di quelli con «anomalie irreversibili» non è «coercibile», quindi possono essere lasciati «estinguere»?
«Infatti la legge si contraddice anche sui suoi presunti principi morali. Ma intendo gli embrioni che io, medico, so per scienza ed esperienza che non s´impianteranno. Spendo soldi pubblici, ne faccio spendere a una coppia, sottopongo una donna a due settimane di iniezioni di progesterone, molto pesanti, e allo stress dell´attesa, già sapendo che è tutto inutile. Se facessi una cosa del genere in Spagna o in Inghilterra, la paziente mi manderebbe in galera per malpratica. In Italia la malpratica è obbligatoria, altrimenti vai in galera. Nessun medico può essere costretto ad andare così contro coscienza».
Prevede una fuga di professionalità all'estero?
«Sta già accadendo. Con situazioni paradossali. Conosco un collega che abita a Trieste e lavora in una clinica di Nova Gorica, in Croazia, dove fa fecondazioni che in Italia, dove la sera va a dormire, sono illegali. Lo stesso in Belgio, dove medici italiani operano pazienti italiane. Le sembra logico?».
Ogni paese ha le sue leggi.
«Ma in audizione al Parlamento io l´ho detto: otto milioni di italiani vivono a un´ora di macchina da una clinica dove la legge non si applica: non è ipocrisia? La verità è che la legge non è fatta per migliorare la sanità ma per ideologia?».
Anche lei la mette in politica?
«Ho accolto a braccia aperte la Casa delle libertà: per quel che riguarda la mia professione, me ne pento. Aspettavo una legge di garanzie: lo sa che da nessuna parte c´è scritto che con le provette devono lavorare solo laureati? A quanto pare, in laboratorio può entrare chiunque. Belle garanzie. È come se la legge stabilisse che il bisturi va usato solo con la destra, perché il legislatore considera immorali i mancini, e poi non obbligasse a sterilizzare i ferri».
L´ultimo paradosso?
«Mi hanno appena eletto presidente della società internazionale di una disciplina, la diagnosi embrionale pre-impianto, che in Italia mi manda in galera se la pratico. Penso che mi dimetterò, per non farmi compatire dai colleghi».
la farsa drammatica dei prof di religione cattolica
I PROBLEMI DELLA SCUOLA
Idonei i 1307 docenti esaminati. Il preside spiega: domande assurde sulla riforma Moratti e nessun quesito sulla teologia
La sanatoria dei prof di religione
Il commissario: "Li ho promossi tutti, è una questione morale"
Il programma del ministero prevedeva quesiti sulla riforma Moratti e nessuno sulla teologia. 1307 candidati, 1307 idonei
Prof di religione, tutti promossi
Concorso farsa, il commissario: "Domande assurde"
Se la Curia non dovesse ritenerli più idonei lo Stato non potrà licenziarli
Risposte paradossali e magnanimità degli esaminatori: così sono passati tutti
ANNA GRITTANI
Si è concluso il primo concorsone per docenti di religione voluto dal ministero dell´Istruzione Letizia Moratti. Ed è finito con un verdetto per molti scontato, quasi una sanatoria: tutti promossi. Del resto sono destinati a salire sulla cattedra di religione, lavoro già svolto negli scorsi anni, ma da quest´anno nessuno potrà impedire loro di cambiare ruolo, perché molti sono in possesso di abilitazioni in altre classi di concorso. Insomma, entrati per nomina vescovile, si ritroveranno a poter insegnare altre materie, magari passando avanti nelle liste dei docenti assunti per concorsi ordinari. Non solo, ma se il vescovo non dovesse ritenerli più idonei a spiegare il cattolicesimo, lo Stato italiano non potrà licenziarli.
Dopo il concorsone, saranno assunti in tre anni 1136 prof di religione, su 1307 candidati idonei, mentre saranno in totale 854 i posti di ruolo dati quest´anno ai colleghi di tutte le altre materie.
Per la scuola materna ed elementare i risultati sono già noti da alcuni giorni: 564 domande presentate, 556 i candidati esaminati e 556 promossi. Per la secondaria le graduatorie saranno consegnate al Csa (l´ex provveditorato) di Bari domani, ma già si preannuncia un altro risultato fotocopia. Verranno dichiarati tutti idonei: 751 candidati esaminati, altrettanti promossi.
Ciò che si immaginava alla vigilia, e che aveva scatenato le protetse dell´opposizione, è dunque accaduto, ma la sorpresa a Bari, è stata la motivazione: sono stati promossi «per una questione morale». La pensa così Francesco Tateo, preside dell´istituto tecnico per geometri "Pitagora" e presidente della prima sottocommissione incaricata di correggere gli elaborati e di interrogare i candidati. «Questo concorso è stato una cattiveria. Il programma era impossibile. Un esempio? La legge Moratti era uno degli argomenti principali. Come si fa ad interrogare un candidato su una riforma che è in corso di definizione, che ancora non esiste in buona parte dei suoi aspetti?».
Qui inizia la storia di un concorso pubblico incredibile a cominciare dai titoli di ammissione, un elenco infinito nel quale brilla una clamorosa mancanza: la laurea in teologia. La selezione è riservata ai docenti che hanno già maturato un servizio di almeno quattro anni. I titoli citati devono essere posseduti da chi ha iniziato a lavorare dal 1990 in poi, per chi ha cominciato prima non c´è bisogno neanche del titolo, ma bastano 10 anni di servizio. Nulla, o quasi, a confronto dell´assurdità vera: il programma. Manca proprio la "religione cattolica", argomento d´insegnamento, forse per problemi concordatari. «Non ho mai visto nulla del genere neanche ai concorsi ordinari», dice Tateo. «I candidati dovevano essere preparati su tutta la storia della scuola da Gentile alla Moratti, sapere nel dettaglio gli ordinamenti che si sono susseguiti, conoscere i programmi scolastici». Dispense da migliaia di pagine, da imparare in fretta visti i tempi, questa volta velocissimi, di organizzazione del concorso. «Molti candidati hanno imparato a memoria la riforma, senza capirci niente».
Ma in definitiva il programma è quello, quindi bisogna conoscerlo. La commissione è formata da sei persone più un presidente, si divide poi in due sottocommissioni. Ne fanno parte un docente di scuola media, uno di superiore e un preside, che svolge anche le funzioni di presidente. Al candidato si chiede di parlare del sistema dell´istruzione secondaria come voluto dalla legge Moratti. E lui risponde. Sa a memoria i nomi degli otto licei. Ma alla domanda: "Mi spieghi cos´è un liceo", casca. Per non parlare, sempre in tema di riforma, della differenza fra i sistemi scolastici verticali e quelli orizzontali e del concetto del diritto-dovere all´istruzione. «Ad un certo punto ? racconta Tateo - ho chiesto ad un docente: "Mi parli della sua progressione di carriera". Mi ha guardato stranito». Gli insegnanti si attaccano agli argomenti religiosi a loro cari per non fare scena muta, come la candidata che conosce a memoria la Bibbia. «Le abbiamo detto: "Signora è preparatissima, può andare"». Peccato che l´argomento non fosse in programma.
L´età dei candidati è alta, l´ottanta per cento ha più di 45 anni, tanti sono i sessantenni. «Li abbiamo promossi tutti, anche quelli che non hanno risposto a niente, perché questa gente ha famiglia e rischia di non lavorare più. Una signora era disperata - continua il preside -, con marito, figli e padre ammalato da assistere, aveva studiato quel poco che poteva. Riaprire i libri a sessant´anni non è uno scherzo». I più bravi? «I giovani laici», i meno preparati «i preti anziani, convinti peraltro che l´idoneità spettasse loro di diritto». Ma la risposta che ha più colpito la commissione l´ha data un´emozionatissima suora: alla domanda «quali sono le assenze che lei può fare nella scuola pubblica italiana», ha risposto: «Per gravidanza».
un convegno sull'arte preistorica in Valcamonica
Si apre oggi un simposio internazionale in Valcamonica, che vanta la più alta concentrazione europea di graffiti
di EMANUELE PERUGINI
ALTRO che primitive manifestazioni di arte, in quei graffiti c’è la storia dell’uomo, la sua psicologia, il suo senso religioso e mitologico. Nei segni scolpiti sulle pareti di rocce sparse in ogni angolo del mondo, non ci sono astratte rappresentazioni della vita così com’era qualche decina di migliaia di anni fa, ma anzi c’è una vera e propria forma di scrittura che ora possiamo iniziare a leggere e decifrare.
È su questi temi che studiosi e ricercatori provenienti da trentasei paesi discuteranno a Darfo Boario Terme (Bs), nel piccolo centro delle valli bresciane, da oggi e fino al 14 settembre prossimo in occasione del XXI Simposio internazionale di Valcamonica dedicato all’ “Arte Preistorica e Tribale, nuove scoperte, nuove interpretazioni, nuovi metodi di ricerca”.
Non è un caso che antropologi, archeologi, storici dell’arte e anche psicologi, abbiano scelto di venire a presentare le loro ultime scoperte proprio in questo sperduto lembo d’Italia. A pochi chilometri da dove sarà organizzato il congresso internazionale, a Capo di Ponte per la precisione, c’è infatti la sede del Centro Camuno di Studi preistorici guidato dal professor Emmanuel Anati, che è anche uno dei principali istituti mondiali in cui si studia la cosiddetta arte rupestre. E proprio quest’anno il centro compie i suoi 40 anni di attività.
Il centro di Capo di Ponte è un punto di riferimento mondiale per gli studiosi di arte rupestre. È infatti la sede del Wara, il World Archive of Rock Arts, un progetto immenso che ha come obiettivo la catalogazione e archiviazione di tutte le realizzazioni di arte primitiva del mondo di cui si abbia conoscenza: secondo le stime dei ricercatori sono almeno 45 milioni di pitture e graffiti e almeno 100.000 manufatti di vario genere.
E sempre qui in Valcamonica, inoltre, c’è la maggiore concentrazione di arte rupestre d’Europa. Un insieme di più di 300.000 immagini istoriate nella roccia che costituiscono il primo sito italiano iscritto dall’Unesco nella lista del “Patrimonio Culturale Mondiale”.
Molti gli argomenti che verranno discussi nel convegno: lo sviluppo del sentimento religioso e mitologico, il significato psicologico dell’arte rupestre e, infine, la possibilità di una traduzione di quel linguaggio primitivo. Per gli esperti che partecipano al simposio infatti, l’arte rupestre è una vera e propria forma di scrittura e c’è anche chi ne ha proposto una traduzione.
«In quei segni - spiega Anati che presenterà il suo ultimo lavoro di ricerca sui graffiti della Valcamonica, il libro La Civiltà delle Pietre - c'è la dimostrazione che lo spirito dell'uomo si è manifestato sin dagli inizi nelle stesse forme che noi oggi conosciamo. Leggere quei segni e scoprire che narrano di questioni di vita quotidiana, come il lavoro, la caccia, i problemi con i vicini, nello stesso modo in cui le viviamo oggi dopo oltre 10.000 anni, è commovente». «Non solo ma in quei graffiti sparsi in tutti i continenti c’è anche la prova che l’umanità - continua - all’inizio della sua storia evolutiva parlava la stessa identica lingua e condivideva la stessa cultura» in ogni parte del mondo, dall’Africa all’Australia, all’Asia e all’Europa. «In ogni continente - spiega - vediamo che l’arte si somiglia, che i simboli usati sono gli stessi, come pure le stesse sono le associazioni simboliche utilizzate. Questo significa che lingua e cultura avevano sicuramente una forte matrice comune».
E quell’antica e primitiva lingua era scritta, non solo parlata. Almeno questo è quanto sostengono due ricercatori francesi, Henry de Lumley e Roland Dufrenne. Il primo infatti ritiene che i graffiti di monte Bego al confine tra Italia e Francia sulle Alpi Marittime siano infatti una vera e propria scrittura geroglifica, molto più vecchia delle altre forme fino ad oggi conosciute. Il secondo invece, venerdì prossimo presenterà la sua proposta per poter tradurre e decifrare quella lingua primitiva scritta nella roccia.
i numeri del suicidio
Un suicidio nel mondo ogni 40 secondi, dicono gli esperti
di Robert Evans
GINEVRA (Reuters) - Ogni 40 secondi qualcuno si toglie la vita nel mondo, quasi un milione di persone all'anno, e il tasso dei suicidi sembra destinato a salire nei prossimi due anni.
E' l'allarme dato oggi da scienziati internazionali.
Sebbene siano gli uomini intorno ai 60 anni - l'età della pensione - i più inclini al suicidio, il numero di giovani tra i 15 e i 19 anni è in crescita, in gran parte per la facilità a reperire armi da fuoco, hanno aggiunto gli studiosi in conferenza stampa.
"Il suicidio è il maggior problema per la salute pubblica e occupa l'1,5% del costo totale delle malattie per la società mondiale", ha dichiarato Jose Bertolote, specialista di igiene mentale della Organizzazione mondiale della sanità (Oms) delle Nazioni Unite.
"Tuttavia sarebbe ampiamente prevedibile se il pubblico si rendesse conto del problema e i governi mostrassero la volontà politica di affrontarlo", ha detto Lars Mehlum, presidente della International Association for Suicide Prevention (IASP) di Parigi.
Mehlum, professore di psicologia alla Oslo University in Norvegia, ha dichiarato che gli studi in molti Paesi indicano che limitazioni alla disponibilità delle armi da fuoco, in particolare per i giovani, comportano una riduzione nel numero di suicidi.
"Le armi da fuoco sono il maggior strumento letale di suicidio. Poche persone sopravvivono al tentativo di uccidersi sparandosi", ha aggiunto.
Sebbene i dati nazionali aggiornati non siano disponibili da tutto il mondo, secondo le stime dell'Oms, gli ex stati comunisti - Lituania, Estonia, Russia, Lettonia e Ungheria - hanno il tasso più alto di suicidi rispetto alla popolazione complessiva.
In termini solo di numeri, la Cina è invece prima con 195.000 casi, 16 ogni 100.000 persone. L'India è seconda con 87.000 (e un tasso di 9,7%), Russia terza con 52.500.
Gli Stati Uniti sono quarti, con 31.000 suicidi nel 2000. Ma il suo tasso di quasi 12 morti su 100.000 persone pone gli Usa al 38esimo posto nella classifica generale.
dopo Beslan
BIMBI RICOVERATI IN OSPEDALI PSICHIATRICI
Un aereo dell'aviazione russa ha portato ieri a Mosca 20 fra adulti e bambini ex ostaggi della scuola numero uno di Beslan. Fra essi, otto bambini traumatizzati in modo tale da richiedere il ricovero in ospedali psichiatrici. I bambini, ha detto un portavoce dell'aeronautica, presentano sintomi di isteria e di forte stress e sono stati ricoverati nell'istituto Serbski assieme ai loro genitori.
Cina
Cina: ergastolo per il cyberporno.
Carcere a vita per i produttori hard
A mali estermi, estemi rimedi. Così i vertici di Pechino devono aver pensato quando hanno deciso di intensificare la battaglia contro la pornografia in Rete ipotizzando l'ergastolo per i distributori e i produttori di materiale a luci rosse. Per ora si tratta solo di minacce, ma nel testo del provvedimento si legge: "A seconda della gravità dei casi, le sentenze vanno dal vivere sotto sorveglianza forzata, alla detenzione, dall'arresto da parte della polizia a vari periodi di carcerazione fino al carcere a vita".Preoccupata che il facile accesso a materiale pornografico possa avere un cattivo effetto sui giovani e sulla società, la Cina in realtà ha già avviato la sua crociata contro il cyberporno da diversi mesi. Durante l'ultimo giro di vite, a luglio, le autorità di Pechino hanno chiuso centinaia di siti Web e hanno arrestato oltre trecento persone.<>Le pene ora sono state però inasprite e l'ergastolo per chi diffonde contenuti osè ormai è una possibilità concreta. "Un sito pornografico che sia stato cliccato più di 250mila volte -sostentgono le autorità di Pechino- sarà considerato un caso molto grave che potrebbe costare molto caro ai suoi produttori ". Trema il porno cinese: la censura dell'hard a Pechino porta diritti in cella, per sempre. >