domenica 9 gennaio 2005

in mostra a Roma
I disegni inediti di Sergej Ejzenštejn

Corriere della Sera edizione di Roma 9.1.05
I disegni inediti del regista Sergej Ejzenštejn
di Edoardo Sassi


Il grande cineasta disegnò durante tutta la vita: un po' come Fellini, anche lui, il regista russo Sergej Ejzenštejn (1898-1948), affiancò alla sua attività principale quella di illustratore e disegnatore. Una sterminata produzione grafica in gran parte ancora inedita anche in Russia, di cui Roma ospita una selezione in una mostra allestita nel foyer dell'Auditorium. Titolo della rassegna - che fa parte delle varie manifestazioni del «Russkij Festival» - «La Musica del corpo»: ed è davvero una piacevole sorpresa per il pubblico italiano scoprire questo aspetto del molteplice talento di colui che è stato più volte definito uno dei grandi geni del XX secolo. Fortemente permeato della cultura del suo tempo, Ejzenštejn è evidentemente legato anche nella sua attività pittorica alle principali correnti artistiche dei primi trent'anni del Novecento: futurismo, cubismo e surrealismo si mescolano infatti in un originale tratto in cui spiccano, in particolar modo, alcune consonanze col segno grafico di Picasso e Jean Cocteau. Forte in questi disegni - circa cento quelli esposti a Roma - l'elemento erotico-sessuale (anche se in mostra non ci sono i lavori, numerosissimi, decisamente più spinti e sparsi in varie collezioni private del mondo): una sensualità indiretta che però traspare chiaramente dalla stilizzazione dei corpi e dal tratto di estrema eleganza («Perché i miei disegni - si chiede il regista in un appunto - malgrado la completa assenza dell'aspetto anatomico, sono in grado di provocare in coloro che li guardano quell'eccitazione fisiologica tipicamente umana?»). Curata da Naum Klejman e Mario Sesti, la mostra è realizzata in collaborazione con l'Archivio Statale Russo e oltre ai disegni presenta anche un'interessante sezione storico-documentaria, con carte e foto relative alla vita dell'autore della «Corazzata Potëmkin».
AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA,
viale De Coubertin, tel. 06.802411, ingresso gratuito.

Fino al 30 gennai

Bertinotti e il Prc verso i congressi di federazione

l'Unità 9.1.05
La decisione del Leader di Rifondazione di stare a fianco di Prodi e del centrosinistra gli ha messo contro quattro mozioni che invocano solo un accordo politico - elettorale
«Bertinotti deve uscire dalla Gad»
Rc, gli oppositori affilano le armi, ma il segretario ribatte: «Per decidere mi basta il 51%»
di Simone Collini

ROMA. «Per vincere un congresso basta il 51% dei voti». Fausto Bertinotti mostra sicurezza e tranquillità, ma l'accordo stipulato con il centrosinistra prima dell'inizio di una discussione programmatica gli ha messo contro quasi metà partito, tanto che al congresso che Rifondazione comunista farà a Rimini dal 3 al 6 marzo sono state presentate per la prima volta quattro mozioni alternative a quella del segretario. E ora quanto sta avvenendo al vertice dell'Alleanza non lo aiuta nell'operazione avviata quattro mesi fa. Al punto che qualcuno, dentro il Prc, si dice convinto che nei prossimi mesi l'alleanza programmatica e di governo tra Ulivo e Rifondazione, sostenuta oggi da Bertinotti, cederà il posto a un meno vincolante ma più realisticamente praticabile patto politico - elettorale con successivo, in caso di vittoria, appoggio esterno del Prc a un esecutivo di centrosinistra.
Era settembre quando il segretario di Rifondazione comunista e l'ancora presidente della Commissione europea Romano Prodi ricucivano pubblicamente lo strappo prodotto nel '98. I due erano sul palco della festa di Liberazione: il primo parlava della necessità di non ripetere l'esperienza della desistenza sperimentata nel '96 e non escludeva la presenza di ministri del Prc in un futuro governo di centrosinistra; il secondo usava per la prima volta l'espressione «grande alleanza democratica» (Bertinotti qualche settimana prima aveva proposto «Coalizione democratica» al posto dell'indigesto (a militanti e dirigenti Prc) Ulivo. I due poi scendevano dal palco e andavano a cena insieme in uno dei ristoranti della festa, senza dar troppo peso ai fischi ricevuti da Prodi mentre criticava il referendum sulla fecondazione assistita e alla freddezza degli applausi riservati a Bertinotti mentre parlava della necessità di tenere distinto il piano del ritiro delle truppe dall'Iraq dalla richiesta di liberazione degli ostaggi.
Fischi e freddezza si sono poi tradotti in quattro mozioni alternative a quella presentata da Bertinotti per il congresso di marzo e in una perdita di consensi che ha portato la maggioranza, nell'ultima riunione del comitato politico nazionale, a fermarsi a quota 56%. Ora l'Aventino bolognese di Prodi, la tensione all'interno dell'area riformista, la discussione programmatica perennemente rinviata rischiano di far perdere al segretario di Rifondazione comunista ancora più consensi all'interno del suo partito. Anche perché le difficoltà di far decollare l'Alleanza rischiano di non essere risolte entro la prossima settimana, ovvero prima che inizino i congressi di federazione, che decideranno i rapporti di forza dentro il Prc.
La cosiddetta area dell'Ernesto, che fa capo all'ex tesoriere Claudio Grassi, può contare su oltre il 26% dei voti. All'ultimo congresso appoggiò Bertinotti, questa volta l'intesa è mancata. Spiega Grassi, primo firmatario della seconda mozione: «Noi non siamo pregiudizialmente contrari a intese con il centrosinistra. Anzi, a suo tempo abbiamo sostenuto la necessità di un accordo, ma ora c'è stato l'ingreso prima ancora di aver concordato il programma». Sia nella maggioranza che tra gli ex cossuttiani dell'Ernesto non si esclude un accordo in extremis quando si entrerà nel vivo del congresso, anche se al momento il leader del Prc si sente forte abbastanza per andare avanti da solo. «Bertinotti non fa il segretario di sintesi, è per una linea univoca e chiara», spiegano nel suo entourage. E non a caso il voto congressuale è su documenti non emendabili. Grassi una mano potrebbe tenderla, ma non in queste condizioni: «Se si ha una maggioranza risicata non è possibile non tener conto delle altre posizioni».
Le altre posizioni, però, sono tutte contrarie all'entrata di Rifondazione in un governo di centrosinistra. E sia il ritardo sulla discussione programmatica, sia le difficoltà incontrate dal giorno del suo rientro in Italia da Prodi, sulla cui leadership dell'Alleanza Bertinotti ha costruito la sua operazione, rischiano di intaccare anche quel 56% incassato a fine novembre. «Le perplessità rispetto alla svolta di Bertinotti sono in crescita», assicura il capogruppo del Prc a Palazzo Madama Luigi Malabarba. Dall'ultimo congresso il senatore si è progressivamente allontanato dalla maggioranza, fino a presentare una mozione che nelle previsioni dovrebbe ottenere tra il 7 e l'8% dei voti. «Rivendichiamo la continuità con il quinto congresso, che ha sancito la svolta su stalinismo, movimenti e conflitto sociale», spiega l'esponente dell'area Erre, che aggiunge: «Quanto deciso tre anni fa è stato messo in discussione dall'operazione politicista operata dal segretario». L'area Erre, di cui faceva parte Luigi Maitan, è la più moderata tra le anime trotzkiste, che criticano l'operazione avviata da Bertinotti. È sufficiente leggere titolo e premessa delle altre due mozioni trotzkiste per rendersene conto. «Cacciare Berlusconi dal versante dei lavoratori e non dei padroni. Rompere col centrosinistra confindustriale per un polo anticapitalistico autonomo e unitario. Costruire il Prc come partito dell'opposizione di classe», si legge in testa al documento che ha come primo firmatario Marco Ferrando. «Rompere con Prodi, preparare l'alternativa operaia» è il titolo del documento che ha come primo firmatario Claudio Bellotti e si apre definendo la Gad una «gabbia mortale per il Prc».
Malabarba si dice convinto che Bertinotti non potrà rimanere fermo sull'accordo di governo con il centrosinistra se al congresso otterrà una maggioranza più vicina al 50 che al 60%. E anche il 60 potrebbe non bastare per convincere gli iscritti dell'opportunità di far parte di «un esecutivo che non può essere effettivamente di alternativa». Spiega il presidente dei senatori del Prc: «Nel corso dei prossimi mesi, quando si entrerà nel vivo della discussione sul programma, sarà chiaro a tutti che un accordo di governo è impossibile». A quel punto, secondo Malabarba, la via d'uscita per Bertinotti per continuare a guidare saldamente Rifondazione comunista potrà essere soltanto una: «Dare vita a un accordo politico - elettorale basato su questioni che ci uniscono nella battaglia contro Berlusconi e prevedere l'appoggio esterno a un esecutivo di centrosinistra che deve avere una sua forza autosufficiente per governare».
Soluzione di cui Bertinotti, oggi, non vuole neanche sentir parlare. Così come Prodi, del resto. Le primarie, che dovrebbero vedere i due contrapposti e che si dovrebbero svolgere due mesi dopo il congresso di Rifondazione, potrebbero aiutare entrambi: perché darebbero a Prodi una legittimazione che andrebbe a tutto vantaggio di Bertinotti - per stessa ammissione del segretario Prc «un altro candidato leader farebbe saltare tutti gli equilibri fin qui costruiti» - e perché incoronerebbe lo stesso Bertinotti a leader della sinistra alternativa. Il che però potrebbe non bastare a far digerire ai militanti di Rifondazione il ricorso a un meccanismo che, come spiega Grassi, è lontano dalle posizioni del partito, «perché le primarie ono proprie del sistema maggioritario e perché alimentano una personalizzazione della politica che riteniamo sbagliata».

Liberazione 9.1.05
Se Bertinotti disturba
di Piero Sansonetti


C'è una vecchia legge della politica, semplice semplice, che dice così: quando un partito di centro (o un gruppo di partiti di centro) si allea con un partito di sinistra, la politica di questo partito (o di questi partiti) deve spostarsi a sinistra. Viceversa, se questo partito di centro si allea con un partito di destra, la sua politica sarà corretta a destra. E' una legge vecchissima, non solo la conosceva Machiavelli ma la conoscevano anche Cicerone e Pericle. Le politiche di coalizione si basano sempre su questa legge: un'alleanza tra forze diverse comporta una modifica dei programmi. Per esempio, quando nel 1963 la Democrazia cristiana di Fanfani e di Moro (insieme al Pri di La Malfa e al Psdi di Saragat) si alleò coi socialisti di Nenni, la politica del governo ebbe una brusca correzione. Si decise la nazionalizzazione dell'energia elettrica - quindi si avviò una politica opposta a quella, tipicamente conservatrice, delle privatizzazioni - e si istituì la scuola media obbligatoria gratuita e unificata, dando un colpo micidiale alle scuole private e realizzando un principio di uguaglianza di fronte all'istruzione di base, che ha retto poi per 40 anni fino alla riforma Moratti.
Viceversa quando Berlusconi, tra il 1999 e il 2000, trovò un accordo politico per fare coalizione con la Lega nord e per puntare al governo, dovette accettare uno spostamento a destra dell'asse liberale, accogliere persino alcuni elementi di xenofobia nel suo programma, costringere anche alleati moderati, come Casini e Follini, a sottoscrivere idee e piani di governo che, nell'ambito di una diversa alleanza, mai avrebbero accettato.
Tutto questo è chiaro? No. C'è un pezzo del mondo politico di centro e di centrosinistra e una parte consistente dell'intellettualità moderata che non sono disposti a prendere atto di queste elementari e facili regole. Michele Salvati e poi Angelo Panebianco, sul "Corriere della Sera", negli ultimi giorni, hanno lanciato l'allarme: se si fa il governo con Bertinotti si rischia di modificare la natura del centrosinistra. Cioè ci si potrebbe trovare nella condizione di dover accettare una politica pacifista, contraria alla flessibilità e alla precarietà sul lavoro, favorevole a una politica "liberale" per l'immigrazione. È un allarme giusto? Non c'è dubbio, sì. È impensabile che se l'Ulivo decide di allearsi con Rifondazione Comunista, questa alleanza non comporti uno spostamento a sinistra sui programmi.
Questo preoccupa molto Panebianco - ma anche Salvati e vari dirigenti centristi dell'Ulivo - pensano che l'operazione "alternanza" al vertice dello Stato sia essenzialmente un'operazione di ricambio del ceto dirigente e non delle politiche. L'idea è semplicissima: la borghesia italiana ha bisogno di un governo che le consenta di recuperare competitività sui mercati, senza modificare i meccanismi dei mercati. Per raggiungere questo obiettivo bisogna ridurre il costo del lavoro, modificare le relazioni industriali a favore delle aziende, tagliare la spesa pubblica, tenere basso il livello del conflitto sociale. Quale è la formula politica per ottenere questi risultati? Cambia. In alcuni momenti può essere più utile un governo di centrodestra, in altri momenti un governo di centrosinistra. Le politiche di questi governi però devono essere fondamentalmente simili, stabili, continuiste una rispetto all'altra.
Cos'è che fa saltare questo schema, che fin qui ha funzionato perfettamente, anche negli anni '90? L'ingresso nel governo del partito di Rifondazione. C'è un solo modo per risolvere questa contraddizione: eliminare Rifondazione dall'alleanza. Però c'è un problema: se si elimina Rifondazione dall'alleanza si perdono le elezioni, e allora non si può realizzare quel ricambio di gruppi dirigenti che la borghesia auspica, perché non si fida più dei gruppi berlusconiani, troppo egoisti, troppo faziosi,troppo rozzi, troppo chiusi nell'interesse di parte, troppo poco nazionali. A meno che...
A meno che non si fanno saltare tutti gli schemi e si punta su una soluzione centrista che scompagini i due schieramenti. Non c'è dubbio che una parte consistente dell'establishment ha in mente questo disegno. Nei giorni scorsi abbiamo anche indicato il nome di un candidato a gestire un processo politico di questo genere: il professor Mario Monti. Forse è questa la vera partita che si è aperta oggi in Italia. Tra centrosinistra e centrismo. Ed è ancora molto incerta.
le Nuove Edizioni Romane

comunicano che la pubblicità del nuovo libro

è apparsa di nuovo

su Liberazione

MARTEDÌ 28 DICEMBRE

a pag. 13, nella sezione IL MONDO
chi volesse scaricare il .pdf della pagina può farlo collegandosi a questo indirizzo
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nei prossimi giorni

sempre su Liberazione
sarà pubblicata anche una recensione
(non si sa ancora esattamente in che data)
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fecondazione
da domani la Consulta si occupa dell'ammissibilità dei referendum

La Stampa 9 Gennaio 2005
DOMANI AL VIA LA CAMERA DI CONSIGLIO. IN PASSATO, POCHI I QUESITI BOCCIATI DALLA CORTE
Fecondazione, battaglia davanti alla Consulta
È il giorno dei sei «comitati del no».
I referendari forti di milioni di firme

di Francesco Grignetti


ROMA. Saranno almeno sei, i Comitati per il No al referendum sulla fecondazione artificiale che domani scenderanno in campo davanti ai quindici illustri giudici costituzionali, chiamati a motivare le ragioni giuridiche per cui cancellare i quesiti referendari. E poi ci sarà l’Avvocatura dello Stato, che ha avuto mandato dal governo di fare resistenza (il sottosegretario Gianni Letta ha spiegato così: «È un atto dovuto. Per principio il governo è tenuto a difendere l’ordinamento»). Solitario, sul versante opposto, ci sarà invece il solo Comitato promotore. Che però ha la forza di diversi milioni di firme raccolte nei mesi scorsi. Alle 9,30 di domani, dunque, comincia la camera di consiglio, presieduta da Valerio Onida, che dovrà sancire la vita o la morte dei referendum. Negli ultimi anni sono stati dichiarati inammissibili pochissimi quesiti e soltanto quando erano manifestamente «contraddittori» o «disomogenei».
Sarà una lunga giornata di discussione. Un duello di fini giuristi tenuto a porte chiuse. Poi i giudici costituzionali avrebbero tempo, a rigor di legge, fino al 20 febbraio per prendere la loro decisione. Ma siccome il presidente Onida e il vicepresidente Carlo Mezzanotte termineranno il loro mandato novennale alla fine di questo mese (e già il presidente ha indetto un solenne incontro con la stampa per il 20 gennaio) è scontato che l’ammissibilità o meno dei quesiti si conoscerà nel giro di un paio di settimane.
A sostenere le ragioni del referendum saranno i professori Nicolò Zanon, dell’università di Milano, e Tommaso Frosini, dell’università di Sassari. Coordinatore, ma non presente in camera di consiglio, Michele Ainis, preside della facoltà di Giurisprudenza dell’università di Teramo. Contro, per la prima volta nella storia della Consulta, saranno più Comitati: il Movimento per la Vita dell’ex deputato fiorentino Carlo Casini; un Comitato per la tutela della salute della donna rappresentato dal professore napoletano Giuseppe Abbamonte; il Comitato per la Difesa della Costituzione (composto di diversi professori universitari cattolici, da non confondere con l’omonimo comitato di area girotondina); il Comitato per la difesa dell’articolo 75 della Costituzione che si affida alla sapienza giuridica del professor Pitruzzella; il raggruppamento Umanesimo integrale-Comitato per la difesa dei diritti fondamentali della persona; e infine la Consulta nazionale antiusura, associazione privata molto vicina ai vescovi italiani, presieduta da padre Massimo Rastrelli, gesuita napoletano. «Il fiorire delle iniziative spontanee - s’è compiaciuto Carlo Casini - rende evidente che lo slogan radicale, ossessivamente ripetuto negli ultimi mesi, secondo cui tutta la cultura concorderebbe nel ritenere la legge sulla fecondazione artificiale incostituzionale, medievale, proibizionista, è assolutamente privo di fondamento». Pacato ma anche secco era il commento del professore Frosini, in un’intervista a «Il Riformista» di qualche giorno fa: «Se la Corte non ammetterà i quesiti sulla fecondazione, che toccano i diritti fondamentali dell’individuo, per l’istituto stesso del referendum sarà un duro colpo». Quanto alla scelta del governo, contesteranno la logica dell’atto dovuto: «Qui il problema è se impedire o no che si esprimano i cittadini. Non è in discussione la costituzionalità di una legge».
Per il momento, infatti, si discute non del sì è del no, ma se ammettere i quesiti. Cioè se lo svolgimento del referendum non vada ad intaccare «norme a contenuto costituzionalmente necessario». Ad ascoltare, ponderare, e quindi decidere, saranno i quindici giudici costituzionali. Impossibile dire fin d’ora quale sarà il loro orientamento. Salta agli occhi, però, che il presidente Onida abbia scelto come relatori, per scrivere materialmente le sentenze, quasi esclusivamente giudici-giudici, ossia membri della corte eletti da magistrati, non quelli votati dal Parlamento o nominati dal Quirinale. E perciò se sarà il professor Annibale Marini, eletto dal Parlamento il 18 giugno 1997, ad occuparsi del quesito più morbido (il tetto dei tre embrioni nella procreazione medicalmente assistita), saranno poi tre giudici provenienti dalla Cassazione quali Franco Bile (abrogazione totale della legge), Francesco Amirante (limiti alla ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni) e Alfio Finocchiaro (divieto di fecondazione eterologa) a trattare i temi più scottanti sotto l’aspetto etico-politico. Scelta accorta e evidentemente non casuale. A destra, la Corte costituzionale è guardata con sottile sospetto. Scriveva «Il Foglio», al momento dell’elezioni di Onida alla presidenza: «C’è ancora alla Consulta una sorta di conventio ad excludendum per i giudici che provengono dall’area del centro destra».

sabato 8 gennaio 2005

AMORE E PSICHE

La libreria Amore e Psiche augura a tutti un meraviglioso 2005 e vi ringrazia per l’affetto ed il supporto ricevuti anche quest’anno.

Cogliamo l’occasione per annunciare alcune importanti novità per il nuovo anno:

È disponibile l’edizione completa (12 VHS) delle
lezioni di Chieti
del Prof. Massimo Fagioli
dell’A.A. 2002
al prezzo scontato di € 65,00.


Coloro che invece volessero completare la collezione dello stesso anno
possono acquistare le cassette mancanti
al prezzo promozionale di € 10,00 l’una.


A partire da gennaio 2005 avviamo un
nuovo servizio di prenotazioni via internet:
inviando una e-mail all’indirizzo:
amorepsiche@gmail.com
potrete richiedere i libri che vi occorrono.
Entro soli tre giorni
riceverete i libri o un aggiornamento sui tempi di consegna.

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Enrico Pieranunzi suonerà al Birdland di New York
il club dove suonava Charlie Parker

Repubblica, edizione di Roma 8.1.05
Una rassegna nel club dove si esibiva Charlie Parker.

Apre Enrico Pieranunzi
Il jazz romano conquista New York
FELICE LIPERI


Il Jazz italiano nella patria di Charlie Parker, fra febbraio e marzo al Birdland di New York, il club dove si esibì il leggendario sassofonista, Giampiero Rubei, patron dell'Alexanderplatz e del Festival di Villa Celimontana, lancerà un "Festival del Jazzitaliano". Realizzato in collaborazione con la Regione Lazio, sarà una vetrina per il jazz italiano in America, l'occasione per presentare i migliori talenti della nostra scena musicale. Primo a esibirsi il pianista capitolino Enrico Pieranunzi. Questo invito arriva in un momento di grande creatività per Pieranunzi che ha inciso numerosi dischi fra cui lo splendido Les amants, con Rosario Giuliani al sax, Marc Johnson al contrabbasso e un quartetto d'archi. E proprio Giuliani è un altro dei nomi annunciati di "Jazzitaliano", un´occasione ideale e di grande prestigio per far conoscere nella culla del jazz la trilogia incisa da Giuliani per la Dreyfus Jazz.

Cina

Repubblica 8.1.05
Il colosso pubblico Cnooc in pista per rilevare lo storico gruppo californiano
La Cina marcia sul petrolio Usa maxi offerta per Unocal Pronti 13 miliardi di dollari per la prima Opa di Pechino Raffica di acquisizioni in Canada e trattative in Russia per entrare nell'affare Yukos
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FEDERICO RAMPINI


PECHINO - A dicembre la divisione personal computer della Ibm passava sotto il controllo di un'impresa di Stato cinese, Lenovo. Appena un mese dopo è di nuovo l'invasione cinese a fare notizia in America, questa volta con le voci di scalata a una compagnia petrolifera. Il nome non ha lo stesso potere simbolico dell'Ibm, ma il valore dell'operazione è dieci volte più alto: 13 miliardi di dollari. Se andrà in porto, segnerà un record assoluto (per ora) nelle acquisizioni cinesi all'estero. Lo scalatore si chiama Cnooc, è una società controllata dal colosso pubblico China National Offshore Oil Corporation. La preda è Unocal, un nome storico dell'industria petrolifera sulla West Coast americana. Per un secolo si è chiamata Union Oil of California. Fece parte del grande cartello di società petrolifere che operò sotto la regìa dei Rockefeller, e i cui eccessi portarono gli Stati Uniti a varare la legislazione antitrust un secolo fa.
Le origini della Unocal risalgono al 1890, a Santa Paula nella Ventura County. Per il pubblico americano è un nome familiare: in California i distributori di benzina con il marchio Union 76 fanno parte del paesaggio locale, per le strade di San Francisco e Los Angeles o sulla Highway 1 celebrata da Jack Kerouac. In realtà quei distributori la Unocal li vendette qualche anno fa per concentrarsi su un'attività più redditizia: la ricerca e l'estrazione di petrolio nei giacimenti che controlla in Texas, nel Golfo del Messico, e soprattutto in tre paesi del sud-est asiatico: Indonesia, Thailandia e Bangladesh. È questo il patrimonio che attira i cinesi, al punto che per la prima volta nella storia un'azienda di Stato controllata dal partito comunista di Pechino studia come lanciare un'Opa: Unocal infatti è una public company quotata a Wall Street e per comprarla i cinesi dovranno rastrellare le sue azioni sul mercato.
La puntata verso l'industria petrolifera americana è l'ultima conferma del formidabile appetito della Cina per le materie prime: il boom economico nel 2004 ha fatto salire del 40% le sue importazioni di petrolio. Con una crescita del Pil che nel 2005 dovrebbe attestarsi all'8%, l'approvvigionamento di greggio continuerà ad essere una priorità. Non potendo puntare all'autosufficienza, le autorità di Pechino cercano di controllare le fonti di energia con una logica capitalistica, cioè con una campagna di acquisizioni all'estero. Il progetto di scalata a Unocal è il più significativo perché coinvolge una compagnia petrolifera americana, ma non è l'unico. Negli ultimi mesi l'attivismo delle «tre sorelle» petrolifere cinesi - Cnooc, Sinopec e Petrochina - ha avuto una accelerazione in tutte gli angoli del globo. Il paese su cui cinesi hanno puntato di più è il Canada: Pechino e Ottawa stanno per firmare un accordo-quadro che darà alla Cina un accesso senza precedenti alle riserve energetiche canadesi. Tra i progetti più importanti che verranno varati c'è l'investimento delle «tre sorelle» cinesi nelle sabbie petrolifere dello Stato di Alberta. In un altro settore, la China Minmetals Corporation è in trattative per comprare la società mineraria canadese Noranda, terzo produttore mondiale di zinco e nono produttore mondiale di rame.
Un altro fronte di avanzata è in Russia. Di recente il presidente Putin ha rivelato che la China National Petroleum Corporation sarà autorizzata ad acquistare una grossa partecipazione di minoranza nella Yuganskneftegaz, il gigante petrolifero della Siberia che da solo estrae tanto greggio quanto l'intera Indonesia. Yugansk era una filiale della Yukos che è stata messa in vendita e di fatto rinazionalizzata forzosamente da Putin pochi giorni prima di Natale. Dando il benvenuto ai cinesi nel capitale della società, Putin ha ceduto alle avances che la Cina faceva da tempo per garantirsi un accesso privilegiato alle forniture russe.
Anche in Africa Pechino accumula le teste di ponte per il controllo delle materie prime. La Cina ha acquistato giacimenti in Sudan, si è garantita diritti estrazione in Gabon e Angola, in Sudafrica ha formato una joint venture per la liquefazione del carbone. In America latina gli investimenti diretti della Cina hanno raggiunto l'anno scorso la soglia di 4,6 miliardi di dollari: Sinopec e Petrochina sono ormai presenti in Argentina, Venezuela e Ecuador.
Se verrà lanciata l'Opa su Unocal, l'interesse sarà anche un altro. La Cina sta muovendo le sue pedine a Wall Street, in un apprendistato che i mercati americani seguono con attenzione.
Avendo una classe di manager abituati a dirigere imprese di Stato, solo di recente quotate in Borsa, per i cinesi questi «ballon d'essai» possono anche finire male, ma sono comunque dei percorsi di iniziazione al grande gioco della finanza globale. Finora i politici e l'opinione pubblica americana sembrano meno allarmati di quanto lo erano negli anni 80 di fronte all'invasione del capitalismo giapponese.

Béatrice Dalle si è sposata con un prigioniero di Brest
Marco Bellocchio parla di lei

Corriere della Sera 8.1.05
Le nozze segrete in carcere della diva ribelle
Béatrice Dalle era accompagnata dalla mamma, il marito detenuto ha 10 anni meno di lei
Massimo Nava


PARIGI - Una giovane donna s'impadronisce di un elicottero, atterra sul tetto di un carcere, fa evadere l'uomo che ama e fugge con lui verso un'altra vita. Un fatto di cronaca, la trama di un film e forse un sogno accarezzato sono diventati la stessa cosa nella prigione di Brest, in Bretagna, dove l'attrice Béatrice Dalle, «bella e dannata» del cinema francese, ha sposato il prigioniero che ha aperto il suo cuore dopo qualche mese di visite e corrispondenza.
L'evasione avvenne negli anni Novanta. Il film, interpretato da Béatrice Dalle è del '92, il «sì» dietro le sbarre è stato pronunciato lunedì scorso, durante una breve e intima cerimonia. Differenze di tempo e di luogo, salti di realtà e doppiezza di ruoli, nel cinema come nella vita, sembrano dettagli trascurabili, all'interno di una scelta apparentemente convinta ed estrema, nello stile di un personaggio che sembra uscito dalla pagine di Baudelaire e che i ruoli interpretati sul set hanno finito per confondere con il suo modo di essere. E viceversa.
Béatrice Dalle, che ha conosciuto personalmente il carcere per una storia di droga in America e per aver rubato gioielli nei grandi magazzini di Parigi, da tempo frequenta le prigioni con spirito di solidarietà o forse, come ha scritto Adorno, perché l'amore è un modo di riconoscere il simile nel dissimile. È durante queste visite che ha conosciuto il suo futuro marito, del quale non sono state rivelate l'identità e le pendenze giudiziarie. Si sa soltanto che è un bell'uomo corpulento, con la barba e il cranio rasato, dieci anni meno di lei. Di certo, per la luna di miele con il suo nuovo eroe, la Dalle dovrà attendere. Non si sa quanto, salvo fuggire dalla realtà.
Nel cinema è la strega, la femmina fatale, la giovane ribelle, la nuova Lolita, l'angelo del male di cui possiede aureola e forme fisiche: un'esplosione di sessualità, seduzioni ambigue, sguardi intensi e provocanti. Il suo sorriso, segnato da una dentatura particolare ed eccessiva, è diventato un vezzo, una nota fascinosa. Bellezza pura, quasi animalesca, che i registi - Bellocchio, Lelouche, Honore, Doillon, Nabuhiro, Haneke - amano immediatamente, anche se è famosa per non leggere le sceneggiature e per portare sul set il suo spirito ribelle. Sensualità pura, soprattutto nelle scene d'amore. Una volta ha detto: «Io mitizzo l'amore, non esiste niente altro».
Il tempo dei Lupi, Trouble every day, H Story, La Belle histoire, Clean e Process fanno conoscere al grande pubblico una ragazza, oggi quarantenne, che è sempre stata un po' così anche nella vita reale.
Nata a Brest, nel 1964, cresciuta a Le Mans, lascia la famiglia a 14 anni, arriva a Parigi con una sacca di vestiti e un pipistrello tatuato sulla spalla. È una donna già bellissima e formata, che ha rimosso la sua infanzia difficile: «In famiglia avevamo poco per noi e niente in comune».
Il padre, un gitano, avrebbe voluto darla in sposa a 13 anni. Un fotografo, che «mitraglia» il suo incantevole viso all'uscita di una stazione del metrò, fa la sua fortuna. Joel Starr, il re del rap francese, quello del complesso NTM (che i fan traducono «nique ta mere», letteralmente «fotti tua madre»), diventa il suo compagno per diversi anni.
«Non posso rivelare il nome del detenuto, posso solo aggiungere che Béatrice Dalle ha sdrammatizzato i controlli con qualche battuta ed è stata molto gentile con tutti», ha detto Renata Milin, il sindaco di Lambézellec che ha celebrato il matrimonio in carcere: «Niente di straordinario se non si trattasse di un'attrice famosa, di matrimoni in prigione ne capitano quattro o cinque all'anno».
Béatrice Dalle è arrivata alla prigione accompagnata dalla madre e da due testimoni. Ha passato i controlli di rito e ha atteso il promesso sposo nel parlatoio. Ammessi pasticcini e bevande non alcoliche. Dopo un'ora, l'attrice ha lasciato il carcere.
Fedele al suo personaggio, provocatorio e fragile, al tempo stesso trasgressiva e timida, è sfuggita ai fotografi e alle copertine dei settimanali rosa. Ha curato personalmente le pratiche burocratiche e ha voluto che la cerimonia fosse quasi segreta. La notizia delle nozze è stata data dal giornale locale di Brest, Le Telegramme, che ha rivelato l'attività solidale dell'attrice e le sue periodiche visite nella prigione. Nessuna intervista, nessuna spiegazione. Nulla da aggiungere a un sogno d'amore privato.
La ragazza ribelle è tornata alle origini, fra le scogliere e il mare tempestoso della sua Brest, da dove era fuggita come da una prigione. Presto, tornerà a stupirci.

IL REGISTA
Bellocchio: strega punk ma non un’esibizionista
Giuseppina Manin

«Beatrice Dalle? Una ribelle senza ideali, istintiva ed estrema come atteggiamenti, ma d’altra parte anche schiva e riservata...». Marco Bellocchio ricorda così la turbolenta attrice francese che nell’88 lui volle protagonista di uno dei suoi film più angosciosi, La visione del sabba, dove Dalle interpretava una donna mentalmente disturbata, con tendenze omicide, convinta di essere una strega, pronta a fantasticare su violenze e torture. Personaggio perfetto per una come lei.
«Ai tempi era molto giovane ma già nota per ruoli forti, scandalosi. Film come 37°2 le matin o Betty Blue le avevano conferito l’aura di attrice "maledetta". La sua dimensione di irregolare, sopra le righe, era quella necessaria per un ruolo così estremo».
Quando se la trovò davanti ebbe conferma di quell’immagine?
«Sostanzialmente sì. Anche fisicamente Beatrice comunicava subito un impatto "duro": i capelli nerissimi, la carnagione pallida, le grandi labbra rosse... Vestiva sempre di nero, le piacevano i capi di pelle. In anni in cui si affacciava il punk, lei, senza teorizzarlo, ne incarnò subito lo spirito».
Un personaggio da prima della rivoluzione?
«No, no. In lei non c’era nulla di ideologico. Non aveva cause da sostenere. La sua era piuttosto una provocazione estetica, anarchica, nichilista...».
Fu difficile lavorare con lei?
«No. Sul set era molto professionale, anzi la ricordo come persona appartata, addirittura prudente. Tutt’altro che esibizionista. Nel film c’erano alcune scene dove lei dove scatenarsi in fantasie erotiche molto esplicite. A molte attrici piace mostrare il loro corpo nudo. Alla Dalle no».
Insomma una donna complessa, non facile da decifrare
«Di sicuro capace di sorprendere sempre. Terminato quel film non l’ho più rivista. Ho letto come tutti delle sue vicende tempestose, dei suoi guai giudiziari. Adesso sposa un detenuto... Che dire? Mille auguri, mademoiselle Dalle».

Corsera
Bertinotti sarà un problema per il futuro governo di centrosinistra

Corriere della Sera 8.1.04
Quale politica estera per il centrosinistra?

LA VARIABILE BERTINOTTI
di ANGELO PANEBIANCO


La pubblica discussione sui «contenuti programmatici» di un eventuale governo di centrosinistra è iniziata. Michele Salvati ne ha scritto il 6 gennaio sul Corriere . Vale forse la pena, a questo proposito, segnalare l’esistenza di un problema delicato che richiederebbe, da parte del centrosinistra, una riflessione approfondita. Riguarda la politica estera. Non basta sostenere, come fanno i dirigenti del centrosinistra, che tutto ciò che serve all’Italia è «più Europa» e più «multilateralismo» nei rapporti fra Europa e Stati Uniti. Ci sono oggi due differenze importanti, una interna e una internazionale, rispetto al ’96, quando Prodi vinse le elezioni. Sul piano interno, c’è il fatto che Rifondazione comunista farà parte della coalizione di governo (nel ’96 appoggiava dall’esterno il centrosinistra). Sul piano internazionale, la differenza è che dall’11 settembre 2001 siamo immersi in uno scenario (sia pure atipico) di guerra. Nel ’96, invece, c’era la pace, sia pure perturbata da crisi locali. A prima vista, avremo dunque un centrosinistra con un baricentro più spostato a sinistra rispetto al ’96, in una fase dominata dalla guerra al terrorismo islamico sullo sfondo di un conflitto di civiltà.
In politica due più due non fa sempre quattro e, quindi, la partecipazione di Rifondazione a governi di centrosinistra non li paralizzerà necessariamente in presenza di nuove (purtroppo, assai probabili) crisi internazionali. Bertinotti sa bene che entrare nel governo significa pagare dei prezzi, anche in politica estera. Resta che, se sarà necessario usare la forza in qualche crisi, si porranno problemi notevoli per un futuro governo Prodi. Basti pensare che con Rifondazione al governo non sarebbe stato possibile per l’Italia, nel 1999, intervenire nel Kosovo. Né vale la tesi che la forza verrà usata dall’Italia solo con l’avallo dell’Onu. Il fatto è che Rifondazione, pur con tutta la buona volontà di Bertinotti, non potrà facilmente spezzare il legame, elettoralmente vitale, con quell’area pacifista «senza se e senza ma» a cui ben poco importa che cosa faccia o dica l’Onu.
Ci sono anche altri problemi. Nella sinistra europea e anche italiana è diffusa l’idea che in Iraq sia in atto una «resistenza contro gli occupanti» (sottinteso: le elezioni in Iraq sono una truffa imposta dagli americani e dai loro fantocci). Come fronteggerà il centrosinistra - tanto più dopo la sconfitta del «suo» candidato presidenziale, John Kerry - un così pugnace antiamericanismo, presente in certi settori del suo elettorato?
All’Italia farebbe comodo che si ricomponesse in fretta la frattura fra gli Stati Uniti e quella parte di Europa che, durante la crisi irachena, si era riconosciuta nella leadership della Francia. Ma se ciò non avvenisse? Non è del tutto irrealistico ipotizzare che il duello fra Stati Uniti e Francia sulle questioni mediorientali possa continuare e che, per conseguenza, le divisioni all’interno dell’Europa permangano. Il tutto, magari, in presenza di un aggravamento della crisi irachena e dell’aggressione terrorista ad altri Paesi mediorientali, e con gli Usa, quindi, sempre più coinvolti nella regione. In un simile scenario, sarà lecito chiedersi se i nostri interessi e la nostra sicurezza saranno meglio tutelati dall’intesa con la Gran Bretagna e dall’allineamento con gli Stati Uniti (la politica dell’attuale governo) o, piuttosto, da un patto di ferro con la Francia, anche a costo di forti tensioni con gli americani, come sembra fin qui prevedere il copione del centrosinistra.

venerdì 7 gennaio 2005

tsunami e organizzazione capitalistica del dominio
il petrolio è più importante dei popoli

una segnalazione di Francesco Troccoli

Liberazione 6.1.05
Aceh, il petrolio protetto dall'onda
Le installazioni petrolifere salvate dallo tsunami. Da quattro anni dispongono di un efficace sistema di preallarme contro il maremoto
di Sabina Morandi


Dieci ore di ritardo nelle consegne. Questo è stato l'effetto del maremoto sugli impianti di estrazione di gas naturale e petrolio nel nord di Sumatra. Già il 28 dicembre la Reuters annunciava che «l'impianto di Arun, nell'estremo nord di Aceh, ha avuto la fortuna di venire risparmiato». Poche ore dopo faceva eco una nota ufficiale di Pertamina, la compagnia petrolifera statale: «le attività produttive in Aceh sono continuate senza interruzione - anche perché - per prevenire i problemi dovuti a una possibile distruzione di tre depositi, Pertamina ha preso delle iniziative per ridistribuire le scorte di carburante». Prevenzione? Ebbene sì: a differenza delle centomila vittime le compagnie petrolifere disponevano di un efficiente sistema di preallarme. Si tratta dell'Asean Sub-Committee on Meteorology and Geophysics (Ascmg) la cui messa a punto è stata annunciata durante il 23° meeting dell'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico, appunto l'Asean, il 1 settembre del 2000. Il sistema ha consentito alle compagnie petrolifere di mettere al riparo il personale e, perfino, di «prevenire i problemi», come dichiara il portavoce della compagnia di Stato. La produzione è quindi continuata a pieno ritmo, con il solito milione di barili di petrolio giornalieri e i 20,86 milioni di metri cubi di gas naturale (al giorno) solo dall'impianto di Arun, situato proprio nella zona devastata dallo tsunami.
Chi non si accontenta della favoletta degli americani che mobilitano lo Us Pacific Command (una forza di 300 mila uomini) soltanto per recuperare la propria immagine fra i paesi musulmani, può dare un'occhiata alla mappa: Sumatra pullula di giacimenti di gas, istallazioni petrolifere di terra e di mare e oleodotti in costruzione. Nell'Aceh in particolare sono presenti tutti i nomi della lobby petrolifera mondiale - come la Exxon Mobil, chiamata più volte a rispondere davanti alle Nazioni Unite per le devastazioni ambientali e la reiterata violazione dei diritti umani contro le popolazioni dell'Aceh che sono state deportate - quando venivano requisite le loro terre derubate delle proprie ricchezze naturali e infine decimate in un conflitto che ha opposto gli indipendentisti a uno degli eserciti più feroci e meglio armati della regione. Un conflitto che ha provocato 12 mila morti, prevalentemente civili, su di una popolazione di circa 4 milioni di persone.
Ma le persone, si sa, contano poco quando il bottino è consistente. Il 30 per cento di tutte le esportazioni di gas naturale dell'Indonesia, primo produttore mondiale, provengono da questa martoriata regione. Da sempre l'Aceh combatte per la propria indipendenza: prima contro gli olandesi e poi contro Giakarta che, dal 1953, alterna il bastone della repressione alla carota del "territorio a statuto speciale". Ma le concessioni amministrative non bastano e nel 1976, quando viene fondato il Free Aceh Movement, il conflitto riprende con un crescendo di ferocia e brutalità che tocca il culmine nel 1999, quando le attività di estrazione di gas e petrolio cominciano a marciare a pieno ritmo e, di nuovo, nel maggio del 2003, con la dichiarazione della legge marziale e alla chiusura totale dei territori a diplomatici e giornalisti stranieri.
Lo tsunami costituisce quindi un'occasione senza precedenti per liberarsi del movimento separatista che, fra l'altro, chiedeva una migliore distribuzione delle risorse - l'Aceh contribuisce per l'11 per cento al Pil dell'Indonesia ma riceve poco più del 2 per cento degli investimenti - e una percentuale più alta sui diritti estrattivi. Entrambe le richieste considerate inaccettabili sia dal governo indonesiano che dalle compagnie occidentali. Per questo Giakarta ha aspettato ben quattro giorni per fare entrare i primi soccorsi nelle zone colpite e per questo, grazie all'avallo dello Zio Tom, si appresta a inviare altre truppe con la scusa degli aiuti: 15 mila soldati, che si vanno ad aggiungere ai 40 mila presenti dal maggio del 2003, in un territorio grande quanto Lombardia e Piemonte messi insieme.
E come gli americani, che approfittano dello tsunami per uno spiegamento di forze che, come scrive il Los Angeles Times «solo poche settimane fa avrebbe provocato un'ondata di proteste in tutta l'Indonesia», anche per Giakarta il maremoto è un'occasione da cogliere al volo. Grazie «al più alto livello mai raggiunto di collaborazione fra le forze armate statunitensi e quelle indonesiane», come ha dichiarato l'ammiraglio Usa Doug Crowder, l'esercito dell'Indonesia può invadere l'Aceh sotto gli occhi indifferenti del mondo. Per fare cosa? Il Tenente colonnello DJ Nachrowi l'ha detto chiaramente al Jakarta Post: «Abbiamo due compiti: il lavoro umanitario e le operazioni di sicurezza» e garantisce che i raid contro il movimento per l'Aceh libero continueranno finché il presidente Susilo Bambang Yudhoyono non dichiarerà l'emergenza finita. Ma, a quanto pare, il presidente non ha manifestato alcuna indicazione in tal senso.

Cina

REUTERS Fri January 7, 2005 12:06 PM GMT
Cina, aborto selettivo sta per diventare un reato


PECHINO (Reuters) - La Cina sta per bandire l'aborto selettivo ai danni dei feti femminili per riequilibrare la maggioranza di maschi, cresciuta da quando la politica del figlio unico è stata introdotta 20 anni fa.
Statistiche governative mostrano che, nel paese più popoloso del mondo, ogni 100 bambine sono nati 119 maschi, ma Pechino ha stabilito l'obiettivo di correggere lo sbilanciamento entro il 2010, secondo quanto riferito dai media statali.
La Cina ha incrementato la politica del figlio unico nei primi anni Ottanta per contenere la sua crescita demografica --che ha toccato ieri un miliardo e 300 mila persone -- ma le restrizioni hanno incoraggiato la tradizionale preferenza per i figli maschi.
"Il governo considera un compito urgente correggere il disequilibrio di genere tra i neonati", riporta l'agenzia di stampa Xinshua riprendendo le parole pronunciate in tarda serata dal ministro membro della Commissione per la pianificazione della Famiglia e della Popolazione nazionale, Zhang Weiqing.
"Come nuova misura, la Commissione comincerà a rivedere il codice penale per poter effettivamente bandire il rilevamento del sesso del feto e l'aborto selettivo, se non per legittime ragioni mediche", ha detto Zhang.
L'aborto selettivo è già stato bandito, ma tecnologie, come gli ultrasuoni hanno reso possibile l'identificazione del sesso in tempo, aumentando i casi di aborti femminili.
I cinesi hanno sempre preferito i maschi alle femmine, perché considerati più in grado di provvedere alla famiglia, di curare i membri più anziani, e per provvedere alla successione.
Nonostante la volontà di riequilibrare lo sbilanciamento dei sessi, e la recente flessibilità verso le famiglie rurali, a cui è consentito da due anni avere due figli, la Cina non ha dato segni di voler abbandonare del tutto la legge del figlio unico.

Corriere della Sera 7.1.05
Manovre congiunte tra India e Cina


NEW DELHI - L’India e la Cina, i due Paesi più popolosi del mondo, un tempo rivali (nel 1962 combatterono l’una contro l’altra), sono sempre più vicini. New Delhi ha proposto a Pechino di tenere esercitazioni militari comuni anti-terrorismo. Lo ha detto il generale N.C. Vij, capo di Stato maggiore dell’esercito indiano di ritorno da una visita in Cina. I cinesi, ha spiegato il generale, hanno apprezzato la proposta e «promesso di prenderla in considerazione».

sinistra
Bertinotti, e in memoria di Eliseo Milani

Il Tempo 7.1.05
Bertinotti boccia il programma di Rutelli «Divisi su esteri, economia e privatizzazioni»


«SU tre punti il programma di Rutelli va in una direzione non condivisibile: la collocazione internazionale, perché non c'è il tema della pace, il terreno del rapporto fra economia e lavoro, perché non vede il fallimento delle politiche neoliberiste e il tema delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni». In un'intervista il segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, risponde alla contestata lettera di Francesco Rutelli a Repubblica e parla del momento che sta vivendo il centrosinistra.
Sulla crisi che attraversa la Margherita, il leader del Prc puntualizza: «C'è da risolvere un problema di identità». Per quanto riguarda i contrasti all'interno del suo stesso partito, in pieno congresso, Bertinotti afferma: «Che la maggior parte di Rifondazione creda che l'alleanza vada fatta è vero. Una forza di sinistra che non sapesse raccogliere la domanda di cambiamento rispetto a Berlusconi, sarebbe morta in partenza. Sul futuro tutti la vedono come una sfida. C'è chi urla verso il pessimismo, chi verso l'ottimismo, ma che sia una sfida è vero».
Bertinotti parla anche del rapporto con l'Udeur di Clemente Mastella. Secondo il leader di Rifondazione Comunista «va costruita una latitudine in cui tutti si sentano cittadini dell'alleanza».
«Per farlo — consiglia ancora il leader di Rifondazione — la via maestra è avviare un confronto programmatico forte. E far sì che le regole di formazione della rappresentanza siano democratiche». «Quando c'è una differenza nella proposta di leadership si fanno le primarie e la democrazia risolve la controversia».

ADNKRONOS
GAD: BERTINOTTI, SULLA CRISI DELLA MARGHERITA: C'E' UN PROBLEMA D'IDENTITÀ


Roma, 6 gen. (Adnkronos) - ''Su tre punti il programma di Rutelli va in una direzione non condivisibile: la collocazione internazionale, perché non c'e' il tema della pace, il terreno del rapporto fra economia e lavoro, perché non vede il fallimento delle politiche neoliberiste e il tema delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni''. In un'intervista a tutto campo al quotidiano online Affaritaliani.it, il segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, risponde alla contestata lettera di Francesco Rutelli a 'Repubblica' e parla del momento che sta vivendo il centrosinistra.

Corriere della Sera venerdì 7 gennaio 2005
Eliseo, a sinistra della sinistra
di PAOLO FRANCHI


Ci sono molti buoni motivi per ricordare un uomo come Eliseo Milani, che se ne è andato, a 77 anni, il 28 dicembre. I principali li hanno spiegati bene sul «Manifesto» e su «Liberazione» i vecchi amici e compagni di Eliseo, da Lucio Magri a Rina Gagliardi. E a una riflessione più attenta sugli insegnamenti di una vita difficile ma non inutile, nonostante sia stata segnata da tante sconfitte, sarà dedicato (bella iniziativa) un seminario. Ma, se è vero che cercare di ricostruire una storia collettiva di questo Paese non significa mettersi in caccia di rassicuranti denominatori comuni, ma prima di tutto guardar meglio dentro tante esperienze diverse e sottrarle per quanto possibile ai luoghi comuni e alle letture caricaturali, forse è bene riprendere qualcuno almeno degli spunti che già sono stati offerti per ricordare Milani anche a lettori assai distanti da un'esperienza come la sua. La vicenda di Eliseo, solo all'apparenza minore, sta tutta dentro una vicenda e, se si vuole, un'illusione più ampia, che ha riguardato non Pietro Ingrao, ma una parte importante e prestigiosa di quella particolarissima comunità che fu la sinistra del Pci. La vicenda (e l'illusione), intendo, di chi pensò, a ridosso del '68, che fosse possibile una via d'uscita «da sinistra» dal fallimento del comunismo sovietico riconnettendo un pezzo almeno dell'esperienza del Pci ai nuovi movimenti, studenteschi e operai in primo luogo, che avevano occupato la scena: in poche parole, la vicenda (e l'illusione) del gruppo del Manifesto, molto meno di un partito, anche dopo la radiazione dal partito, molto più di una rivista mensile prima, di un «quotidiano comunista» poi.
Quale ruolo ebbe in questa storia Eliseo Milani negli anni successivi è cosa importante per chi li visse dall'interno, ma qui interessa relativamente poco. Più significativo, forse, è un dettaglio. Nel gruppo dei fondatori, tra tanti intellettuali politici anche di primissimo piano (Rossanda, Pintor, Natoli, Magri, Parlato, Castellina), Milani era l'unico «quadro» di origine operaia: i suoi primi passi di militante comunista, in una città per definizione bianca, Bergamo, dove i comunisti erano sempre stati e sarebbero sempre rimasti una modesta minoranza, li aveva infatti mossi alla Dalmine. Poi, negli anni Cinquanta, era diventato funzionario del partito; e, all'inizio dei Sessanta, segretario della federazione.
Chi ha conosciuto Milani sa quanto tutto questo abbia contato anche nella sua militanza a sinistra della sinistra: l'uomo concreto, l'organizzatore di partito, ebbe la meglio, sempre, sugli astratti furori dell'estremismo. Di certo, però, non diventò mai un burocrate o un settario. Non lo era mai stato. Operaio, attentissimo ai problemi della fabbrica, promotore di mille lotte sindacali, non fu mai operaista. Segretario del Pci di Bergamo «reclutò», come si diceva allora, il meglio della giovane intellettualità cattolica delle sue parti, a cominciare dallo stesso Magri e da Beppe Chiarante. Dirigente della sinistra extraparlamentare, fu parlamentare apprezzato da amici e avversari. Ruvido e burbero, non smarrì mai, fino all'ultimo, pazienza e ironia. Contraddizioni? Anche. Ma la «semina» del Pci togliattiano (puer robustus ac malitio sus) non fu davvero estranea alla crescita di personalità di questo tipo, che pure la crisi di quel partito la vissero e, in buona misura, la promossero.

linguaggio
gli psicologi di fronte al linguaggio dei pastori di Tenerife

YAHOO SALUTE venerdì 7 gennaio 2005
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Fischiare e parlare per il cervello pari son
Il Pensiero Scientifico Editore


Un fischio può valere più di tante parole e il cervello umano, quando è allenato a farlo, sa interpretare "ariette" sibilanti come fossero un linguaggio a tutti gli effetti. È almeno questa la prerogativa del cervello di una popolazione di pastori che vive sull’isola di Tenerife, nelle Canarie, che si è inventata una lingua "in codice" basata su fischi e non su parole. Il loro cervello, è spiegato sulla rivista Nature, risponde ai fischi attivando proprio i centri del linguaggio.
La lingua, detta Silbo Gomero o Silbo, è stata studiata a fondo da un’équipe di psicologi coordinata da David Corina, dell’Università di Washington. I risultati di questo studio evidenziano una plasticità cerebrale tale da permettere forme di comunicazione non basate esclusivamente sulla parola.
La necessità fa virtù e i pastori di Tenerife, che parlano spagnolo, per comunicare anche a grande distanza superando le asperità dei terreni scoscesi dell’isola, hanno imparato a fischiare modulando i suoni in modo che ciascun diverso sibilo corrisponda a un messaggio. Si fischiano dunque a distanza informazioni come "chiudi il recinto" o "la pecora è uscita dal gregge", indispensabili per il loro lavoro.
Gli psicologi hanno studiato il modo in cui il loro cervello risponde a questa insolita forma di comunicazione. Per farlo i ricercatori hanno coinvolto due gruppi di persone: alcuni pastori locali che però oltre a conoscere la ‘lingua’ dei fischi parlavano correntemente anche lo spagnolo e un gruppo di spagnoli che invece non conosceva la lingua dei fischi. Gli esperti hanno sottoposto entrambi a due prove d’ascolto. Nella prima i volontari dovevano ascoltare frasi nelle due lingue. Nella seconda, invece, gli individui dovevano prestarsi all’ascolto di sequenze di parole registrate a distanza di tre secondi l’una dall’altra, sempre in entrambe le lingue, e poi cercare di ricordare quante volte ciascuna diversa parola (o fischio) fosse ripetuta nella registrazione.
Durante tutte le prove gli psicologi hanno tenuto sotto controllo con la risonanza magnetica funzionale le aree cerebrali che si attivavano nei partecipanti. Nel cervello dei pastori, sia sentendo lo spagnolo che la lingua dei fischi, si attivavano i centri del linguaggio, segno che a forza di parlare a suon di fischi il loro cervello si è "resettato" divenendo flessibile al punto da rispondere indifferentemente sia alle parole che alla nuova forma di comunicazione non verbale. Invece, nel cervello degli spagnoli, per quanto fossero in grado di discriminare tra i diversi fischi e riconoscere quante volte ciascun tipo di fischio fosse ripetuto nelle registrazioni, all’ascolto dei fischi si attivavano centri nervosi del tutto distinti da quelli del linguaggio. Ciò è segno che queste persone, non avendo mai usato né conosciuto il linguaggio dei fischi, non lo riconoscono come una forma di comunicazione. Per il loro cervello, insomma, i fischi degli isolani sono molto più estranei che una lingua straniera non conosciuta, non sono affatto una lingua.
La vita dura dei pastori di Tenerife, invece, ha dato loro in dono un cervello i cui centri del linguaggio hanno acquisito capacità in più per aiutarli a comunicare.
Fonte: Carreiras M, Lopez J, Rivero F, Corina D. Neural processing of a whistled language. A rare surrogate of Spanish highlights the adaptability of the brain’s language regions Nature 2005;433(7021).

RaiTre
venti puntate sul racconto dei miti
da stasera

TGCOM 7.1.05
Poggi: "Le mie notti con Zeus"
L'attrice racconta i miti in tv


"Siamo tutti un po' Narciso, Artemide, Afrodite, Zeus: tra noi e gli antichi Dei non c'è nessuna differenza in quanto a passione, violenza, ricerca del potere, autodistruzione, voglia di bellezza a tutti i costi". A parlare è Daniela Poggi che indaga sul mondo dei miti come autrice, debuttante, e conduttrice di Una notte con Zeus, dal 7 gennaio in seconda serata su Raitre per venti puntate.
"Per me è una bella sfida affrontare un tema di cui si parla poco", spiega l'attrice che torna sulla terza rete dopo quattro edizioni di Chi l'ha visto? "Il tempo cancella tutto, ma la memoria resta un elemento basilare della nostra vita: di qui l'idea di ripercorrere il cammino della nascita del mondo, di andare indietro nel tempo e visitare l'Olimpo anche per conoscere meglio noi stessi, per scoprire che in fondo ogni mito è nel nostro modo di essere, nei comportamenti, nella gestualità, nei pensieri".
Il racconto dei miti, "non solo per parole, ma per immagini, filmati, reperti, iconografia classica", sarà abbinato all'attualità: "Cercheremo", racconta la conduttrice, "di individuare i fenomeni di costume, le tematiche umane e antropologiche della cronaca quotidiana che hanno affinita' con le storie antiche. E così alla puntata su Zeus inteso come seduzione e potere si affiancherà la storia d'amore di Marilyn Monroe e di John Kennedy, mentre Narciso sarà Michael Jackson, amante di se stesso fino all'autodistruzione. Del mito, infatti, racconteremo anche la faccia nascosta, meno nota, quella negativa".
La prima puntata, Ade, sarà dedicata al mondo invisibile che ci circonda: in studio, Folco Terzani, figlio del giornalista Tiziano, che ha assistito il padre nel suo ultimo viaggio mistico; Giuseppe Cederna, che racconterà un suo viaggio in India; Giulia Gambaro, testimone di una pre-morte. In una scenografia "quasi metafisica, fatta di colonne illuminate e capitelli" e accompagnata dalla musica dal vivo di pianoforte e violoncello suonati da Giovanna Famulari, la Poggi si muoverà come un'esploratrice, con il compito di "srotolare il filo della narrazione: ma non farò domande né interviste di stampo tradizionale. Non ci saranno inchieste, né talk show: anche gli ospiti di turno, lo psicologo, lo psichiatra, il biologo faranno la loro performance davanti alla telecamera". Sulla scena anche sette ragazze e ragazzi, veri attori, a formare il coro.
Fino alla prossima stagione Medea a teatro per la regia di Giuseppe Arena, la Poggi ammette che "l'esperienza teatrale ha pesato molto sulla scelta dell'argomento del programma. Il mio piacere è offrire al mio pubblico, quello che mi ha seguito in quattro anni di Chi l'ha visto?, un altro modo di fare televisione, di stare insieme, un'occasione per sorridere, meravigliarci, ricordare, conoscere qualcosa di nuovo. Quale divinità mi assomiglia di più? Penso che noi donne di oggi siamo tutte un po' Afrodite e un po' Artemide, guerriere ma assetate d'amore, desiderose di sedurre ma anche di imporre la nostra autonomia".
Presto la Poggi tornerà anche alla fiction, prima nei panni della perfida Cristina Ansaldi nelle nuove puntate di Incantesimo, poi nella quinta serie del Maresciallo Rocca: "Sarò ospite in una puntata nelle vesti di una giornalista arrampicatrice, che pur di fare uno scoop perde la vita".

donne e uomini:
la parità dei diritti è ancora lontana

Corriere della Sera 7.1.05
Studio del World Economic Forum: siamo 40esimi
Parità fra uomini e donne «Italia tra gli ultimi»


Ancora una volta non finiamo in pari. Non nello stipendio. Non nell’accesso al mercato del lavoro. Non nella partecipazione alle decisioni politiche. Non nell’istruzione. Non nella qualità della vita. Cinque parametri presi in esame dagli esperti del World Economic Forum che dimostrano come, ancora una volta, uomini e donne siano separati, trattati in modo diverso, privilegiati i primi e penalizzate le seconde. E il gap è particolarmente forte in Italia, quarantesima in classificata, a parecchie lunghezze dai vicini europei. Davanti, tra gli altri, Argentina (nella posizione numero 38), Cina (37), Federazione Russa (24), Francia (21), Stati Uniti (16), Germania (14), Canada (10) e Inghilterra (7). È la prima volta, dieci anni dopo la Conferenza delle Nazioni Unite sulle donne, che viene studiata la disparità di trattamento tra uomo e donna in cinquantatré Paesi, trenta dei quali dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Il risultato premia, come sempre, le regioni nordeuropee, da tempo impegnate nella ricerca di politiche che tutelino e incoraggino la partecipazione della donna in ogni sfera sociale. E infatti le prime cinque della lista sono, nell’ordine, Svezia, Islanda, Norvegia, Danimarca e Finlandia.
«I Paesi del Nord Europa hanno un’antica tradizione di uguaglianza tra i due generi. Lì, per legge, uomini e donne devono avere stessa educazione e stesse opportunità economiche. Questo non accade sempre. Ma certamente al Nord c’è il divario più basso», ha spiegato Augusto Lopez- Claros, capoeconomista del World Economic Forum che il 26 gennaio riunirà a Davos leader politici, uomini d’affari e premi Nobel per il meeting annu ale dedicato alla «Responsabilità delle scelte».
La Svezia, che pure è in testa, non è perfetta. A parità di professione le donne continuano a essere meno retribuite dei colleghi maschi. Ma qualcosa vorrà dire se anche la Lettonia è più attenta di quanto non lo sia l’Italia a garantire l’uguaglianza tra i sessi (in classifica occupa la posizione numero undici). E non può essere consolatorio che ci sia chi fa peggio: Turchia (50), India (51), Egitto (52) e Pakistan (53).
Il presidente francese Jacques Chirac si è già impegnato a eliminare la disparità salariale. Oltralpe lo scarto degli stipendi tra uomini e donne per mansioni uguali è del 19 per cento: Chirac ha promesso di abbatterlo entro i prossimi cinque anni. Una legge già esiste. «Sarà applicata imperativamente o ne verrà preparata una nuova», ha detto il presidente francese.
In Italia le pari opportunità sono scritte nella Costituzione. L’articolo 51 è stato modificato proprio per questo nel febbraio del 2003. «Da noi non c’è nessuna discriminazione in termini giuridici e legali - commenta la radicale Emma Bonino -. Però, parlo per quello che mi compete, non so più quanto mi debbo sgolare sulla partecipazione politica delle donne. Ma molto dipende dalla capacità e dalla voglia che hanno di farsi sentire. Il potere nessuno lo regala».

l'alcolismo: un'emergenza in Gran Bretagna

IlDenaro.it 7.1.05
Inghilterra: alcolismo, scatta l’emergenza


L'emergenza alcolismo torna a minacciare il Regno Unito, dove le esplosioni di violenza e le malattie direttamente riconducibili all'eccessivo consumo di alcol sono in preoccupante aumento. È quanto sostiene il Royal College of Physicians, che si è pronunciato apertamente contro la decisione del governo di estendere, a partire da novembre di quest'anno, l'orario di chiusura dei pub. Così, come aveva già fatto nei giorni scorsi il capo della polizia Sir John Stevens, anche il presidente della prestigiosa istituzione medica, il professor Ian Gilmoreprol, sottolinea i gravi rischi per la salute pubblica qualora gli alcolici fossero accessibili liberamente, a qualsiasi ora del giorno, e non ristretti - come accade oggi - ad una certa fascia oraria (e comunque non dopo le 23:00). Immaginare che i sudditi di Sua Maestà possano d'improvviso moderare la loro attrazione per la birra - sostiene Gilmore - è un'utopia, rischiosa soprattutto per l'inevitabile aumento di violenza per le strade britanniche. “Rischiamo un'epidemia di problemi riconducibili al consumo di alcol”, ha dichiarato il professore, sostenendo che “prolungare l'orario di apertura dei pub e' contro il buon senso”. Il governo, secondo Gilmore, non solo dovrebbe mantenere le attuali restrizioni di orario, ma dovrebbe rendere più difficile l'accesso all'alcol, aumentandone il prezzo (già molto elevato). Contro la liberalizzazione degli orari di chiusura dei pub, nei giorni giorni si era espresso anche il capo di Scotland Yard, il quale aveva suggerito un rilassamento delle norme graduale. Preoccupazioni condivise anche da un consigliere del governo, Colin Drummond, docente di psichiatria al St George’s Medical School di Londra: “Più una nazione beve e maggiori sono i problemi. Tutto indica che per ridurre il danno, si deve limitare l'accesso all'alcol, aumentandone il prezzo”. Ma il governo laburista per ora sembra intenzionato a consentire una maggiore flessibilità degli orari, nella convinzione - ha spiegato nelle scorse settimane Richard Caborn, sottosegretario alla Cultura - che si debba intervenire sulle cause e non sui sintomi, anche attraverso una vasta campagna di educazione.

poeti italiani
Montale, Caproni, Merini

IL MESSAGGERO 6.1.05
Le conversazioni di Caproni Il Montale postumo che scrive agli amici più cari
di RENATO MINORE


EUGENIO Montale «ritorna tra gli amici». Amici che si chiamano Andrea Zanzotto, Cesare Segre, Gaspare Barbiellini Amidei, Carmelo Bene, Vanni Scheiwiller, Claudio Magris, Jean Starobinski. In tutto ventuno (Ritorna tra gli amici, Il Melangolo, 64 pagine, 7 euro, a cura di Carlo Angelino e Annalisa Cima, con note di Francesca Bolino) e ciascuno è il destinatario, il dedicatario delle ventun poesie tratte dal Diario postumo, quei versi che il poeta affidò all’amica Cima, da pubblicare dopo la sua morte in un ordine prestabilito.
Il tanto discusso Montale “postumo” riletto in pillole non è molto diverso dal Montale colloquiale e sarcastico dei suoi ultimi libri, da Satura in poi. Pietoso-impietoso con tutti, soprattutto con se stesso
«appisolato davanti
all’occhio nero della televisione».
Il tono, amaro, apocalittico, avvolge tutto: il destino dell’uomo, la catastrofe della società di massa («viviamo come trote avviluppate nella mota»), l’inganno del tempo, l’ossessione della morte, una sarcastica aggressività verso ogni forma di specialismo. Non ultimo quello dei critici,
«speculatori di parole
o politici della penna
che esultano nell’omologare»
Il tono è quasi sempre più secco, prosciugato, come se la privilegiata interlocutrice possa favorire un nuova, stringatissima epigraficità. Montale vuole liberarsi dall’abbraccio filologico e accademico che lo invischia sempre più e che lui stesso favorisce, anche con questa eredità poetica “postuma”. E libera l’immagine del colloquio con “l’imperatrice”, “l’agile messaggero” (così chiama la Cima). Affiorano lo spleen e l’insonnia, ma anche le sorprese di sensazioni nuove come uno struggente desiderio di paternità, le attese, le illuminazioni, le affinità, una vecchiaia di spine e d’angoscia, rischiarata dal sentimento d’amicizia vibrante e trasognato. Mentre «intorno il mondo scolora», esso è autentica «voce di salvazione» attraverso il ricordo. «Alle donne è dato il ricordare» è, infatti, un verso tra i più intensi della raccolta dove Montale sogna, per il suo ultimo incontro con la donna, un’esistenza di margine e d’invisibilità.
«Anima mia, leggera va’ a Livorno, ti prego
e con la tua candela
timida, di nottetempo
fà un giro; e se n’hai il tempo
perlustra e scruta e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora tra i vivi»:
la cadenza inscrive nel suono il senso della sua dizione. E la versificazione «pausata e rotta» segna in profondità la poesia di Caproni il cui vero sogno (ha scritto Calvino) è il sogno, il non luogo illuminato da quella speciale luce che i sogni strappano dal buio delle palpebre, dove ogni cosa è insieme precisa e fluida. Penso che ancora debba essere compresa la profonda unità di Caproni che, dalle prime liriche amorevolmente rappresentate nella creazione di città-fantasma come Genova e Livorno, è approdato al tono tormentato e beffardo degli ultimi versi in cui «l’occhio di Dio» coincide con il suo gelo e si percepisce quel grande orrore metafisico «che è alla base del pensiero e dell’esistenza umana», secondo l’accattivante lettura di Giulio Giorello. Caproni è il protagonista di queste bellissime “conversazioni radiofoniche” con Michele Gullinucci e Guido Barbieri, registrate nel gennaio del 1988 per quattro domeniche nella trasmissione di Radio 3 Antologia e ora opportunamente raccolte in volume (Era così bello parlare, Il Melangolo, 280 pagine, 20 euro, con prefazione di Luigi Surdich).
Infine Alda Merini con le sue poesie d’amore raccolte ne La volpe e il sipario (Rizzoli, 103 pagine, 11,50 euro) L’amore e la sua assenza, la pena del corpo e i suoi avvilenti travagli, l’estasi per la bellezza guadagnata e posseduta soltanto dalla mente e dal cuore: la poesia di Alda Merini mescola tenerezza e orrore, visione e abbrutimento, sogni e violenza, lo sguardo reietto dell’emarginazione e l’assoluto della follia. L’eros travolgente e il tumulto dell’esistenza duramente provata, spezzata in modo vertiginoso dalla malattia mentale, occupano la scena di questi versi, in un orizzonte fisico racchiuso tra Brera e i Navigli, quando non è il letto di contenzione di una clinica psichatrica. Tenera e imperiosa, beffarda e arguta, la Merini con coraggio e distaccata brutalità guarda in se stessa. Fruga nella condizione umana trascinando il lettore negli abissi dell’anima raccontando il dolore di una perdita momentanea, “quando tu non ci sei”, con il doloroso stupore di una fiaba.

catastrofe / catastrofi
...e se fosse semplicemente il "loro" tempo ad esser finito?

La Repubblica 7.1.05
Dove precipita il nostro mondo
L'uomo davanti alla rottura epocale
Dalle attese millenaristiche ai violenti cataclismi sul pianeta Così reagiamo davanti al pericolo
Gli eventi catastrofici come lo tsunami rimettono in discussione certezze e scatenano paure
MASSIMO CACCIARI
GUIDO VIALE


Qual è l'apocalisse, la rivelazione, l'evento che porta alla luce la verità nascosta dei nostri tempi, l'eskaton in cui sono destinate a concludere la loro esistenza tutte le cose?
La discarica. Certo, più ancora che la discarica "controllata", dove i residui del nostro vivere si accumulano disordinatamente, ma in ben ordinati lotti geometrici, per venire periodicamente ricoperti mano a mano che avanza la "coltivazione" dell'impianto, questo si addice ai mille e mille depositi di rifiuti del "Terzo mondo": dove la raccolta differenziata, cioè il recupero del molto ancora utilizzabile che c'è nelle cose che scartiamo, avviene "a posteriori", frugando a mani nude - o mandando a frugare i bambini - nei cumuli di rifiuti che vengono scaricati senza sosta in scenari resi infernali dai continui processi di autocombustione. Le famose Smoky Mountains di Manila ne costituiscono forse l'esempio più celebre.
E perché mai la discarica è apocalisse, cioè rivelazione? Perché, come il suo fratello, l'inceneritore, esibisce in un solo colpo d´occhio la sostanza delle nostre vite quotidiane: l'incessante spreco di risorse sottratte alla Terra per trasformarle, nel più breve tempo possibile, in rifiuti carichi di inquinanti e destinati a trasformare in deserto l'ambiente in cui viviamo. Ma anche perché la catastrofe - l'apocalisse intesa in senso tradizionale - ha l'effetto di raggiungere in pochi istanti quello stesso risultato che il nostro stile di vita realizza nel corso del tempo. Lo comprova il panorama lasciato dietro di sé dal maremoto che ha colpito le coste dell'Oceano Indiano.
Ora quei territori assomigliano infatti a una immane discarica di rifiuti indifferenziati: dove tutti gli oggetti - mobili, suppellettili, ciabatte, giocattoli, attrezzature, automobili, barche, vagoni e traversine - che riempiono la vita quotidiana di ricchi e poveri, stranieri e locali, giacciono accatastati o dispersi a caso, là dove l'onda, ritirandosi, li ha depositati; insieme a fango, ramaglie, carogne di animali, macerie; a pozze di gasolio, di lubrificanti, di scarichi fognari fuoriusciti da tubature scoppiate. Ma anche a migliaia e migliaia di corpi - gonfi, dai visi tumefatti e dai tessuti in decomposizione - di uomini, donne e bambini di cui non si riesce più a riconoscere né il volto né la stirpe: se quella del turista internazionale o quella del suo servitore locale.
Il maremoto del Sudest asiatico, come tutte le catastrofi, ha avuto l'effetto vistoso di far coincidere, e ridurre a un singolo istante, i cicli di vita di miliardi di oggetti, sia usciti nuovi fiammanti da una fabbrica o da un grande magazzino, sia frutto di una sapienza manuale millenaria. Prima o poi, erano tutti destinati a trasformarsi in rifiuti; ma l'impeto del maremoto li ha sventagliati tutti insieme davanti agli occhi elettronici delle videocamere e sulla retina dei nostri teleschermi, in un quadro che ci restituisce in un colpo d'occhio la sostanza materiale delle vite quotidiane dell'intero pianeta.
D'altronde, i resti lasciati dal maremoto non si differenziano gran che, se non per dimensioni, dal panorama creato dal passaggio di un uragano - non solo più nei paesi tropicali; sempre più spesso, anche lungo le coste del paese più ricco e potente del mondo - o da un bombardamento a tappeto di una città dove si intende instaurare a forza la "democrazia". Sono tutti fenomeni recentemente accomunati sotto l'etichetta di "catastrofe umanitaria": prendendo a prestito dall'infame ossimoro "guerra umanitaria" un aggettivo che, non si sa perché, fa ormai coincidere l'essenza più autentica del genere umano - che cos'altro mai è l'umanità? - con l'entità di una strage. Tuttavia, che cosa ci sia di umanitario in una catastrofe è un quesito lessicale che attende ancora una risposta.
Anche per i miseri resti degli esseri umani periti nel disastro, la discarica creata in pochi istanti dal maremoto è di tipo tradizionale: priva persino di quella forma primigenia di "raccolta differenziata" che forse sta alle origini stessa della civiltà e della cultura: la separazione - dagli oggetti di cui ci disfiamo perché non ci servono più - dei corpi dei defunti: per riciclarli, attraverso un rito funebre, nella vita dell'aldilà. La maggioranza dei cadaveri delle persone sterminate dal maremoto viene infatti recuperata "dopo", semisepolta sotto cumuli di rifiuti; e quelli che non possono essere recuperati, vengono cremati in grandi pire insieme al resto del materiale trascinato dalle pale meccaniche; oppure sotterrati con quello in enormi tumuli sotto i cingoli dei bulldozer. Una necessità destinata a trasformare quelle spiagge, già paragonate al paradiso, in plaghe di revenants; e i balli dei turisti sopra di esse in una riedizione delle medioevali danze della Morte.
Oggi, in quelle plaghe desolate, il rischio maggiore sono le epidemie. Ma nel lungo periodo il pericolo proviene, in forma anche più intensa, dagli oggetti inanimati sparpagliati dalle onde. Perché quella morte di massa inferta dalla natura non ha messo capo a una "natura morta". La Terra è pur sempre un pianeta vivo, dove le precipitazioni, i venti, lo scorrere dei fiumi, le onde, la ricomparsa della vegetazione e l'incessante attività di uomini e animali sono stati per miliardi, milioni e migliaia di anni garanzia e strumenti di ricostituzione degli equilibri ecologici: sia quelli antecedenti ai disastri; sia quelli nuovi, instaurati proprio dai disastri.
Tutto ciò, tuttavia, era vero prima della rivoluzione industriale, prima della produzione di massa e, soprattutto, prima della comparsa nel mondo dei materiali sintetici; per i quali l'evoluzione naturale non ha avuto il tempo di elaborare forme di vita capaci di demolirne le molecole e di reintegrarli in un nuovo ciclo naturale. Per di più, molti di quei materiali e di quelle sostanze sono veleni, sia per l'uomo che per l'ambiente: cioè per gli altri esseri viventi.
Oggi quei materiali e quei veleni sono presenti, in modo caotico, tanto nei milioni di oggetti dispersi dall´onda lungo la fascia costiera dell'Oceano, e ridotti a rifiuto in un solo istante, quanto nelle migliaia di miliardi di prodotti che popolano il pianeta e destinati a raggiungere un po' per volta, ciascuno a modo suo, il proprio aldilà, fuori o dentro una discarica controllata o alla gheenna di un inceneritore. Domani la natura, in modo lento o rapido, li diluirà poco a poco all'interno di ecosistemi che filtrano e risanano: ma la catena alimentare torna spesso a concentrare i veleni in particolari organismi (la diossina nel latte delle mucche, il mercurio nei pesci, ecc.) e, alla fine, nel corpo degli uomini che se ne nutrono.
Nessuna scienza umana, nessuna tecnologia moderna - meno che mai in paesi dove è mancato persino un elementare sistema di allarme costituito da sirene e telefoni portatili - è in grado di individuare, bloccare e recuperare, prima che si spargano dappertutto, quei veleni: materiali apparentemente innocui, fino a quando capiamo che non sappiamo più come recuperarli, come vernici, colle, solventi, batterie, additivi, metalli pesanti, plastiche di tutti i tipi, fitofarmaci, pesticidi, Ogm, ecc. Ma anche mine antiuomo dissotterrate dall´onda (Sri Lanka); scorie nucleari di centrali costruite in riva al mare (Madras); o probabili arsenali batteriologici accumulati tra ignare popolazioni di "selvaggi" (isole Andamane).
Il vettore di questa peste planetaria è la continua messa in circolazione di nuovi prodotti: non per dare a tutti il necessario per vivere bene; ma per imporre a una minoranza, molti o pochi che siano, l'affanno di un numero crescente di oggetti superflui: vivendo, tra l'altro, sempre di più - come i siti turistici dell'Oceano Indiano sono lì a dimostrare - a contatto diretto con altri esseri umani, la maggioranza, che non hanno niente. E che rischiano di avere sempre meno.

La Repubblica 7.1.05
COME RELIGIONE E FILOSOFIA HANNO INTERPRETATO GLI EVENTI CATASTROFICI
la battaglia finale e il corso della storia
L'angelo della storia ha il viso rivolto al passato. Dove a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede una unica catastrofe, che ammassa macerie su macerie
L'umanità intera era perita L'unico uomo rimasto era lui. Egli rifletté su quale catastrofe avesse potuto provocare la fine dell'umanità
Non si vive "in attesa di una catastrofe", la catastrofe è vivente dentro l'umanità contemporanea come una divinità terribile nel suo santuario di elezione
La fine del mondo non è un problema? È invece l'atmosfera da fine dei tempi, è la paura della catastrofe cosmica a offrire spunti alla riflessione
GIOVANNI FILORAMO

Quando Nietzsche, in Umano troppo umano, denunciava l´anacronismo della religione cristiana e di Cristo, «un saggio che si rivolge a noi ... segnalandoci i segni della imminente fine del mondo ... è verosimile che cose del genere vengano ancora credute?», non poteva certo prevedere le rinnovate fortune che l'Apocalisse, proprio con i suoi scenari catastrofici di fine del mondo, avrebbe continuato a conoscere. Anche se fino a Newton e a Bossuet, e cioè fino a quando il paradigma della storia sacra riuscì a orientare la storia profana, l'Apocalisse continuò a fungere da chiave che rivelava, a partire dall'inizio, il cammino del mondo verso una fine prestabilita, la messa in discussione di questo paradigma coincise con l'eclisse dell'Apocalisse. Criticata da Kant, metabolizzata dalla rilettura in chiave secolarizzata della storia umana cara alla filosofia della storia tedesca, da Lessing a Hegel al giovane Marx, la prospettiva che essa aveva veicolato pareva, alla fine dell'Ottocento, effettivamente "superata" dal disvelamento inarrestabile del mistero della natura promesso, col suo intrinseco ottimismo, dall'evoluzionismo scientifico. Con le sue catastrofi, il Novecento ha riattivato l'attesa della fine e, dunque, il ricorso agli scenari tipici della tradizione apocalittica giudeo-cristiana. Dopo Nietzsche, d'altro canto, l'avvento del nichilismo ha troncato il cordone ombelicale con la "rivelazione" della dimensione trascendente della storia, iscritta nel codice genetico dell´"apocalisse" come "disvelamento" del piano provvidenziale di Dio. Conseguenza ancor più significativa: i "travagli della fine" non preluderanno più alla parusia del Signore, all'avvento del regno millenario dei giusti e alla discesa della Gerusalemme celeste. Le catastrofi non saranno altro che catastrofi prive di senso.
L'apocalittica è un fenomeno che travalica i confini della tradizione giudaico-cristiana. Speculazioni mitiche e scenari catastrofici di fine del mondo, infatti, sono presenti anche in altre tradizioni religiose del mondo antico, dall'India all'Iran, dall'Egitto alla Grecia ai Germani. Ciò che caratterizza la tradizione monoteistica, d'altro canto, è la sua peculiare concezione della storia, conseguenza della peculiare concezione della divinità: un unico Dio, un unico cosmo, di conseguenza, un'unica fine dell'unico mondo da Lui creato. Di qui l'assolutezza delle sue proposte apocalittiche, che non conoscono la ciclicità dell'eterno ritorno di mondi molteplici continuamente rinnovati da catastrofi che non sono mai ultime e definitive. La visione dualistica tipica dell'apocalittica giudeo-cristiana, inoltre, che vede il cosmo preda delle forze del male e la battaglia finale tra forze del bene e forze del male come unica via di scampo, non fa che rinvigorire questa assolutezza. La vicenda apocalittica non è uno tra i tanti avvenimenti della nostra storia, ma l'evento non modificabile, non ripetibile, non evitabile, che la conclude.
Si spiega, in questo modo, l'interesse spasmodico per decifrare i segni della fine, una fine che avrà luogo all'improvviso, quando meno ce l'aspettiamo, quando il sole splende all'orizzonte e la natura si mostra in tutto il suo splendore, dal momento che «come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo» (Matteo 24, 27). Per questo occorre essere preparati, come insegnano le parabole matteane del fico, del servo fidato e prudente, delle dieci vergini, a una fine catastrofica («finché venne il diluvio e inghiottì tutti») assimilata a quello che è il modello di tutte le catastrofi: il diluvio, segno di morte e rinascita cosmica.
Per secoli, il paradigma apocalittico non è stato solo e tanto un sinonimo di catastrofe risolutiva, morte e risurrezione di epoche e civiltà, quanto la possibilità di poter disporre di un linguaggio, fatto di segni alti e imprevisti, preposti ad avvertire l'umanità circa le svolte, sempre traumatiche e decisive, del suo travagliato cammino: dalle invasioni di popoli barbari, che caratterizzano lo zodiaco apocalittico medievale, alle catastrofi naturali e cosmiche, che sembrano sempre più contraddistinguere la nostra epoca.
Se il Novecento sembra rappresentato da apocalissi politiche, il nuovo secolo sembra annunciarsi sotto il segno di apocalissi cosmiche. Il posto della cometa di Halley, che nel 1910, col suo passaggio, riattivò in tutto il mondo il segnale del disastro apocalittico, sembra oggi sempre più preso, sullo sfondo della crisi ecologica, dalle catastrofi naturali. Gli schermi del cinema e della televisione, specchi del nostro tempo, testimoniano della popolarità dei film catastrofisti: ecodisastri, biodisastri, disastri con meteoriti, con interi astri, invasioni di mostri e alieni ispirano l'epica della distruzione globale che minaccia la fine della civiltà, l'estinzione della specie umana, la cancellazione del nostro pianeta. Certo, l'apocalisse politica, col suo corteo di profeti di sventura, di anticristi, di forze del male, di Gog e Magog che verranno distrutti dal messia di turno, tenuta in vita dai fondamentalisti, non ha perso d'importanza. Ma il vaso di Pandora scoperto dalla crisi ecologica, con il suo corteo di disastri, ha contribuito a rinvigorire l'importanza degli scenari di catastrofe cosmica. Se è vero, come ricordava E. De Martino, che l'apocalittica è un sistema di segni relativo allo specifico rischio che corre una cultura in una situazione di crisi radicale; se è altresì vero, come hanno insegnato pensatori apocalittici quali Gioacchino da Fiore, che l'Apocalisse, ispirata o semplicemente immaginata, organizza il tempo, fornisce preziosi punti di riferimento e dota il futuro di un futuro, il ritorno dell'attenzione sui segni cosmici della fine, in fondo inestricabilmente legati coi segni politici della fine creati dalla mano stessa dell'uomo, è un avvertimento per cogliere apocalitticamente, ma anche laicamente, en tachei, presto, subito, il senso profondo contenuto nel messaggio del tempo apocalittico della fine: un tempo particolare, che può rivelarsi autodistruttivo, ma che può anche diventare fattivo e creativo.


La Repubblica 7.1.05
da Benjamin a Taubes e Bloch: il tema delle rovine
Vivono il ruolo di superstiti. Sono i pensatori apocalittici
Dai cultori del messianismo agli amanti dell'utopia
Quando il progresso finisce nella tempesta

ANDREA TAGLIAPIETRA

L'Apocalisse, scriveva Gilles Deleuze introducendo un'edizione francese dell'Apocalypse di Lawrence, è il libro di tutti coloro che si pensano come superstiti. L'attualità filosofica dell'Apocalisse non sta nel gioco delle corrispondenze storiche, nei meccanismi figurali che pur appartengono, da Ticonio a Gioacchino da Fiore e oltre, alla sua veneranda tradizione esegetica, né nel sentimento sovrastorico della fine del mondo, con lo spettacolare corollario di catastrofi naturali e culturali che esso trascina con sé. Il «grande macchinario» dell'Apocalisse, suggeriva Deleuze, ispira ai moderni un modo di vivere e soprattutto di giudicare che li trasforma in ingranaggi di un immenso meccanismo giudiziario. In una lettera inedita indirizzata a Carl Schmitt, Jacob Taubes sembra concordare, in parte, con Deleuze: apocalittica significa comprendere che «il tempo è a termine», ovvero che esso va inteso come «ciò che non può cambiare direzione sulla «strada a senso unico che porta al Giudizio». L'allusione all'Einbahnstrasse che salda, qui e ora, il tempo al giudizio, rimanda, inequivoca, a Walter Benjamin e alla celebre descrizione dell'Angelus Novus, che trasfigura l'acquerello di Klee in una barocca allegoria dell'apocalisse moderna. L'angelo della storia ha il viso rivolto al passato. Nel suo sguardo stupito la catena degli eventi trascorsi si muta in una sola catastrofe. Ma l'angelo non ha tempo per ridestare i morti e ricomporre l'infranto. La tempesta del progresso lo spinge lontano, nel futuro cieco che gli sta alle spalle. Nello stupore dell'angelo innanzi alla catastrofe Taubes può cogliere il riflesso nichilistico della caducità della natura, che rimarrebbe irredenta qualora fosse senza speranza nel Giudizio.
Tuttavia lo stupore non è inerzia, né frustrazione di un giudizio che non giunge in tempo o per cui non c'è più tempo. Non è neppure il musicale "glissando" di quell'apocalisse "senza giudizio", o di quel disastro che «rovina tutto lasciando tutto immutato», annunciati da Jacques Derrida e da Maurice Blanchot. Lo stupore è già attesa, è già cura, è già «debole forza messianica». Lo stupore è la tonalità più propria, emotiva e insieme conoscitiva, dell´apocalittico. Quel balenare fulmineo nel presente del passato non risarcito che congiunge il biblico «vieni e vedi» del Veggente di Patmos alla benjaminiana porticina dell'attimo che, come l'occhio stupito, rimane sempre spalancata sulla venuta del Messia. Ma lo stupore è anche quella pensosa perplessità, tutt'altro che rassegnata, che distingue il messianismo apocalittico di Benjamin dalla baldanzosa fiducia nello «spirito dell'utopia» di Ernst Bloch, per cui, ai margini bruni della catastrofe, sorge sempre il luogo del «novum», dove la speranza potrà costruire nell'azzurro.