domenica 19 giugno 2005

Albert Einstein

Corriere della Sera 19.6.05
PASSIONI Nel tempo libero il genio si divertiva

«Cos’è lo spazio?», «Perché gli uomini sono classificati come animali?», «Cos’è l’anima?»: sono solo alcune delle domande scritte tra il 1928 e il 1955 dai bambini di tutto il mondo ad Albert Einstein. Sessanta lettere, appartenenti alla Hebrew University of Jerusalem e alla Princeton University Press, raccolte da Alice Calaprice in «Caro professor Einstein» (Archinto, pp. 179, 15) e ora edite in Italia. Sessanta lettere che testimoniano l’enorme popolarità di cui godeva lo scienziato anche tra i più piccoli. E proprio a una bambina che lo definisce un «idolo» e che lamenta problemi coi numeri, Einstein replica con il celebre aforisma: «Non preoccuparti della tue difficoltà in matematica; ti posso assicurare che le mie sono ancora più grandi». Risposte acute e brucianti anche su temi ostici - dalla fede in Dio alla fine del mondo, liquidata con uno «Stiamo a vedere!» - che rivelano, come scrive nella prefazione la nipote Evelyn Einstein, «la stima dei bambini per mio nonno e la sua disponibilità verso di loro». (e. b.)

Corriere della Sera 19.6.05
Interviste e documenti inediti rivelano il lato umano dello scienziato:
un inguaribile individualista Einstein, il pacifista che non capiva la politica

Arturo Colombo

Inguaribile individualista, Albert Einstein - con molto sense of humour - confessava di possedere «la cocciutaggine di un mulo e il fiuto di un buon segugio»; eppure, non è mai stato uno di quegli intellettuali «isolati», che preferiscono la solitudine, quasi avessero - per dirla con Dante - «il mondo in gran dispitto». Al contrario: a leggere il brillante autoritratto involontario, che emerge dal collage di lettere, interviste e documenti nel volume Il lato umano, a cura di Helen Dukas e Banesh Haffmann (Einaudi, pp. 212, 8,80), si capisce benissimo perché Einstein ripetesse spesso il suo «amore per la giustizia e la lotta per contribuire a migliorare la condizione umana». Del resto, per lui la bestia nera è stata da subito il servizio militare obbligatorio, che considerava «il sintomo più vergognoso della mancanza di dignità personale, di cui soffre la nostra umanità civilizzata». Anzi, rincarava la dose, spiegando: «L’eroismo comandato, gli stupidi corpo a corpo, il nefasto spirito nazionalistico, come odio tutto questo!». Fin da giovane, si era convinto che ciascuno di noi non deve scegliere l’arroganza, l’egoismo, il ricorso alla violenza. Al contrario, «siamo qui per gli altri» ripeteva, sicuro che l’eredità ricevuta da chi è vissuto prima di noi andava conservata e arricchita, così da «soddisfare per quanto è possibile le aspirazioni e i bisogni di tutti».
Ecco perché, già nei primi anni Trenta, aveva scritto «la guerra mi appare ignobile e spregevole; sarei disposto a farmi tagliare a pezzi piuttosto che partecipare a un’azione così miserevole»: lo si legge in uno dei suoi testi più famosi, Come io vedo il mondo (Newton Compton, pp. 210, 5).
A convincere Einstein che l’antimilitarismo e il pacifismo rappresentano per ciascuno un imperativo categorico erano stati soprattutto tre grandi - lo scrittore Tolstoj, il Mahatma Gandhi e il filantropo Albert Schweitzer -, che Einstein considerava i suoi maestri, i suoi «uomini-faro» (per usare l’immagine di Thomas Carlyle).
A New York, nel dicembre del 1930, era intervenuto a un convegno a favore dell’obiezione di coscienza, pronunciando «il discorso del due per cento». I pacifisti - aveva detto nel solito stile immaginoso - non sono «pecore ammassate, mentre i lupi fuori le aspettano». E aveva spiegato: «Se anche solo il due per cento di quelli che devono compiere il servizio militare annunciasse il rifiuto di combattere, e nel contempo premesse perché si trovassero mezzi diversi dalla guerra per sistemare le controversie internazionali, allora i governi sarebbero impotenti e non oserebbero mandare in galera un numero così grande di giovani».
Poi, di lì a poco, Hitler andrà al potere, e il nazismo - con lo spettro del famigerato «Nuovo ordine» e le persecuzioni contro gli ebrei - impone anche a Einstein di riconoscere che occorre reagire. Rimane un pacifista, ma non «un pacifista assoluto», e lo ammette: «Dentro di me provo lo stesso disgusto di sempre per la violenza e il militarismo, ma non posso chiudere gli occhi di fronte alla realtà». Tale rimarrà il suo atteggiamento durante tutta la Seconda guerra mondiale, fin quando non si concluderà «il crimine più abominevole mai registrato nella storia», come confessa nell’antologia di aneddoti e riflessioni, Pensieri di un curioso, a cura di Alice Calaprice (Oscar Mondadori, pp. 231, 8,40).
Eppure, finito il conflitto, Einstein torna a reclamare una «politica per la pace», non più solo in termini di antimilitarismo ma come appassionata ricerca di un governo mondiale. Lo dice già nel settembre del ’45: «L’unica salvezza per la nostra civiltà e per la razza umana sta nel creare un unico governo mondiale, che fondi sul diritto la salvezza di tutte le nazioni». Lo ripeterà fino al giorno della morte, avvenuta mezzo secolo fa, il 18 aprile 1955. Nell’ultima intervista sul New York Times, a chi gli chiedeva come mai si era riusciti a scoprire l’atomo ma non ancora i mezzi per controllarlo, Einstein aveva risposto, ironico: «È semplice, amico mio, perché la politica è più difficile della fisica».

un libro
"Futuro del «classico»"

Corriere della Sera 19.6.06
Ma, davvero, il «classico» ha un senso nella nostra cultura? ...

Ma, davvero, il «classico» ha un senso nella nostra cultura? Se lo chiede Salvatore Settis in un libro denso e stimolante (Futuro del «classico», Einaudi, pagine 128, 7) che pone un problema: come è stato considerato l’antico e che valore ha oggi proporre questa aspirazione a un modello nel tempo della comunicazione globale e dell’intreccio di tante civiltà? Mentre le lingue classiche, il greco e il latino, sono sempre più ai margini degli studi, il mondo dei beni culturali, un settore che identifica anche precise professioni, rappresenta un modo diverso per riflettere sulla durata e fa scoprire ai giovani le culture del passato, anche ma non solo quelle che studia l’archeologia. Così resta aperto il problema se quel mondo classico, quella civiltà che identificherebbe proprio l’Occidente nei confronti di culture diverse, ad esempio il mondo islamico, ma anche le culture postoccidentali come quelle statunitensi e sudamericane che il mondo antico lo hanno vissuto solo indirettamente o per via dei colonizzatori, quel mondo classico abbia ancora oggi un senso e una efficacia, se sia insomma un progetto.
Dopo una lunga analisi del dibattito storico sul mondo classico greco e romano, Settis ritrova le ragioni di un’attualità del classico seguendo un’acuta affermazione di Claude Levi Strauss che propone il rapporto col mondo antico come struttura per ogni dialogo con ogni passato, sia questo delle civiltà medio o estremo-orientali che centroamericane, ma anche con le altre, quelle predilette dall’antropologo, le primitive. Ecco dunque una possibile risposta, ma una risposta che pone anche dei problemi. Certo, il mondo classico ha avuto molti revival, molte riprese, e dunque è al mondo classico che abbiamo spesso fatto riferimento in Occidente, del resto qualche sparso frammento di tradizione classica si infiltra un poco ovunque; eppure forse noi non ci rendiamo conto che ogni ripresa dell’antico non è copia o calco come nella cultura accademica, ma, semmai, invenzione e progetto di senso.
Leggere un passato per recuperarlo è, prima di tutto, un programma legato a una ideologia: infatti facciamo molta fatica a considerare sullo stesso piano, ad esempio, le riprese augustee o adrianee della classicità dell’epoca fidiaca e la evocazione dell’antico che si propone in epoche diverse, come nel Medioevo, sia in Occidente che in Oriente.
Dunque che cosa ha in comune la ripresa dell’antico della Rinascita Macedone, oppure Comnena, che sono anche esaltazione della figura dopo l’iconoclasmo del secolo VIII a Bisanzio, con la ripresa del mondo antico e la sua trasformazione nell’Occidente cristiano dal IV secolo in avanti? In apparenza le stesse forme, le stesse immagini durano nei secoli, ma siamo di fronte a un sistema di idee, e dunque a ideologie dell’antico, che ne trasformano il senso, anche se singoli elementi iconografici e compositivi sono accolti. E che dire poi, per saltare qualche secolo, del «classico» ritenuto romano-repubblicano, dunque rivoluzionario, dopo la fine della monarchia di Luigi XVI in Francia, oppure del classico inteso come evocazione di un divinizzato paesaggio all’antica nella Roma secentesca dipinta da Poussin e dai suoi? Che cosa ha in comune tutto questo?
L’idea del classico non può legarsi a un sistema di immagini e di citazioni, ma si deve collegare a un insieme di strutture narrative e di senso sempre diverse; forse proprio qui, nelle connessioni fra immagini e funzioni, si trova più evidente il senso del mondo classico, la sua eredità, ben più delle copie, delle citazioni, delle evocazioni per frammenti di architetture o sculture.
Lo avevano scritto Max Horkheimer e Theodor Adorno, il grande mito salvifico dell’Occidente è quello di Odisseo, certo, un mito laico, quello della conoscenza; l’altra struttura narrativa portante della nostra cultura, questa volta cristiana, muove dal Vangelo e quasi millenovecento anni dopo culmina in Delitto e castigo . Insomma, le ideologie trasformano il senso delle forme, non vi sono infatti forme se non portatrici di ideologie, dunque non vi è un antico, ma molti antichi, difficili da confrontare perché inconfrontabili.
Il futuro dell’antico è nelle sue trasformazioni, e, oggi, si sa, la parte di antico che identifica l’Occidente è quello cristiano, non diverso però da un altro antico, che caratterizza il mondo islamico, la cui matrice è sempre nella struttura salvifica del Racconto, biblico o evangelico che sia, ma certo non nell’immagine figurata, proprio come nella Bisanzio dell’iconoclasma.

da Repubblica del 17.6
«La donna è l'avvenire dell'uomo»

una segnalazione di Andrea Ventura

Repubblica VENERDÌ, 17 GIUGNO 2005

IL VIAGGIO
Le norme degli ayatollah condizionano ancora i comportamenti, ma i dettami del 1979 sono ormai superati
Nei boulevard di Teheran nessuno pensa più alla rivoluzione
KHALED FOUAD ALLAM

TEHERAN - Per me musulmano arabo, sunnita, è una strana sensazione arrivare un giorno a Teheran, a oltre 25 anni dalla sua rivoluzione. A noi sunniti hanno insegnato che lo sciismo è il lato irrazionale dell´islam; che loro sono nell´errore, noi nella verità. Da questa divisione l´islam non si è mai liberato.
Una strana inquietudine mi invadeva mentre passavo dinanzi all´ex ambasciata americana, trasformata in caserma dei pasdaran. Mi tornava alla memoria la crisi degli ostaggi americani, crisi durata mesi, e il negoziato con l´intermediazione algerina. Teheran allora fece tremare l´intero mondo musulmano.
Mi ricordo ancora in televisione le folle della capitale sfilare nei boulevard, gridando: «Dio è grande!». Erano slogan religiosi che l´Occidente non aveva mai udito, abituato in quegli anni a scandire parole oggi desuete: «rivoluzione», «dittatura del proletariato»: la parola «Dio» allora veniva scandita solo nelle chiese e negli altri luoghi di culto.
L´Occidente guardava sbalordito all´Iran, non capiva. Sulle pagine dei giornali occidentali pochi avevano intuito ciò che stava per accadere: uno solo, Michel Foucault, capì quello strano amalgama fra mistica, religione e politica, e ne parlò nel 1979 in un celebre articolo dal titolo: "Che cosa sognano gli iraniani".
Non si può arrivare a Teheran senza chiedersi che cosa accadde veramente allora, e che cosa accadrà oggi, venticinque anni dopo. Il mondo è cambiato, e anche gli esseri umani. Essere in Iran ci fa sentire che le cose in realtà corrono sempre su un doppio binario, seguono un doppio filo conduttore, si sdoppiano in opposte polarità: nello stesso periodo in cui in Iran si avviava la rivoluzione khomeinista, in Europa i regimi marxisti iniziavano la loro lenta agonia. I nouveaux philosophes di André Glucksmann e la dissidenza russa avevano capito che il totalitarismo aveva ormai i giorni contati. E un nuovo vento della storia soffiava attraverso la religione: quell´universo totalitario in lenta decomposizione avrebbe ricevuto il colpo di grazia ad opera di un uomo venuto dall´Est, papa Giovanni Paolo II, e dall´allora presidente dell´Urss, Mikhail Gorbaciov. Dieci anni dopo, nel 1989, a Berlino, esso sarebbe definitivamente crollato.
A Oriente, in quell´oriente persiano, un celebre intellettuale e ideologo, Ali Shariati, aveva tentato una inedita lettura in chiave marxista dell´islam sciita; ma morì in esilio, a Londra, nel 1977, due anni prima della rivoluzione iraniana. Con la scomparsa di Shariati molti marxisti musulmani ritennero che anche a Oriente quell´ideologia stava morendo. Così il marxismo era morto due volte, a Oriente e a Occidente. Ma mentre a Occidente la religione spingeva i popoli verso la libertà, in Iran essa ebbe tutt´altra funzione, perché divenne strumento della rivoluzione.
Più volte, passeggiando nelle strade della capitale, mi sono chiesto quale dei due elementi - la religione o la rivoluzione - fosse infine prevalso in Iran nella dialettica socioculturale. Che ne è di una rivoluzione quando il suo linguaggio è la religione? Diventa come tutte le altre rivoluzioni, come quella francese del 1789, come quella bolscevica del 1917. Esse hanno tutte inventato un proprio culto, tutte si sono impadronite della storia, tutte hanno voluto rappresentare la storia stessa. Hanno distrutto un ordine per imporne un altro: hanno giudicato impuro il mondo che le ha precedute e hanno voluto identificarsi con la purezza di un tempo inaugurale. Ma tutto questo costa - in ogni rivoluzione - tragedie, guerre, sofferenze, sconfitte. E le bocche si chiudono. Può fare anche un gran freddo anche all´ombra dei platani orientali.
Ma ogni rivoluzione prima o poi finisce; e raramente i popoli possono fare più di una rivoluzione in un secolo. Come i nostri corpi non conserveranno la bellezza della gioventù, nessuna rivoluzione può mantenere la promessa delle sue utopie. In Iran la rivoluzione è finita, nei suoi manifesti, nella sua iconografia e nella sua ritualità. Anche se recentemente in una delle grandi arterie della capitale è stato affisso un enorme e sconcertante manifesto che raffigura una donna con bambino, e la frase (in farsi e in inglese) «Amo mio figlio, ma il martirio è meglio», la popolazione non ci bada: semplicemente perché sa che la vita è più forte di qualunque rivoluzione, e che si deve vivere, sopravvivere.
Tutto ciò in Iran si può misurare. Ad esempio, ho contato fino a ventisette modi di portare il velo: dal velo usato nel modo più ideologico, a quello più tradizionale, fino al velo che sembra più un ornamento di volti bellissimi piuttosto che qualcosa fatto per coprire.
L´Iran non è ciò che comunemente si crede in Occidente. E gli iraniani amano il loro Paese. Ho visto molti sorrisi, sono rare le persone dallo sguardo cupo. Si vuole vivere normalmente, semplicemente; anche se la ritualità rivoluzionaria condiziona ancora per alcuni versi i comportamenti, si cerca di inventare una normalità. Ho visto ragazze e ragazzi lanciarsi sguardi dolci, ed è commovente vederli nelle strade o nelle tea-room non abbracciarsi o tenersi per mano come si fa in Occidente - ciò che la morale rivoluzionaria impedisce - ma limitarsi a sfiorare delicatamente le dita della mano dell´innamorato.
Teheran, con i suoi oltre 14 milioni di abitanti, non è quel che si dice una bella città, anche se i suoi splendidi giardini cercano di far dimenticare uno sviluppo urbano disordinato. La città è circondata da montagne che, elevandosi sopra distese di terra friabile e polverosa, somigliano a quei giganteschi sorbetti alla cannella che gli iraniani preparano con maestria insuperabile; e mentre sulle cime si scorgevano ancora le ultime nevi, Teheran era immersa in un caldo afoso degno del mio deserto d´Algeria.
Spesso i passanti mi fermavano per chiedermi dove si trovasse una via, una piazza, un negozio: io rispondevo in arabo che non ero di lì. Durante tutti quei giorni una domanda mi assillava, rifiutava di abbandonarmi: mi chiedevo quale fosse stato per questa rivoluzione l´archetipo di riferimento, l´elemento intorno al quale gravita e si concentra ogni principio rivoluzionario.
Per la rivoluzione francese quell´elemento era la borghesia, per la rivoluzione russa il proletariato; ma quale era quel fulcro per la rivoluzione iraniana, per quell´islam in costante fibrillazione? Cercavo di capirlo osservando la gente: percepivo irrazionalmente che la risposta era a portata di mano, era presente, ma io non la vedevo mentre avevo la sensazione che lei vedesse me; era come se attendesse per rivelarsi. Con il passare dei giorni, capii che quell´archetipo era qualcosa di semplice, era un´icona degli anni ´90: quell´elemento era la donna, la donna nell´islam, figura altamente simbolica in ogni rapporto fra tradizione e modernità. Il velo che la rivoluzione iraniana l´ha costretta a portare, diventava paravento delle frontiere della libertà.
E c´era qualcosa di più in questa rivoluzione, rispetto alle altre: in Iran le donne possono essere intellettuali o artiste, guidare gli autobus, fare le parlamentari o le insegnanti, ma - ciò che rende quella iraniana diversa da tutte le altre rivoluzioni - si è richiesta loro una missione: incarnare l´immagine dell´islam che usciva dal XX secolo.
Osservando la folla di Teheran mi tornavano alla mente i versi che Louis Aragon dedicò a sua moglie Elsa: «La donna è l´avvenire dell´uomo». Qui i termini erano altri: qui la donna rappresentava l´avvenire dell´islam.

da Repubblica del 17.6
incredibile: «i doveri dell'embrione»...

una segnalazione di Andrea Ventura

Repubblica VENERDÌ, 17 GIUGNO 2005
Ma dopo il referendum miglioriamo la legge
Lo statuto dell'embrione deve iniziare dalla fecondazione: deve avere diritti, ma anche doveri
VITTORIO SGARAMELLA

La schiacciante vittoria degli astensionisti mortifica sia l´istituto referendario, sia le speranze d´una riproduzione assistita e non sorvegliata. Passata l´amarezza, è tempo di riflessioni e proposte. Nelle sedi opportune s´intervenga perché i referendum non finiscano sepolti da una slavina di disinteresse, qualunquismo, sfiducia: nella vicina Svizzera funzionano, come orologi e treni.
Vorrei portare un modesto contributo per migliorare la 40, sempre che non sia blindata.
Lo statuto dell´embrione inizi alla fecondazione: gli è dovuto per la sua debolezza, ma soprattutto per la ricchezza di cui ha avviato l´acquisizione. Preveda il diritto primario alla sopravvivenza ma lo coniughi col delinearsi di un dovere: una solidarietà umana espressa come disponibilità dei genitori a donarlo alla ricerca. Per questo non era, né è, necessario rivedere la 40: l´art. 1 ("la presente legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito") va letto in un senso quasi obbligato. Sancisce l´esistenza, non l´eguaglianza, dei diritti, ovviamente e significativamente anche dei medici. Se oggetto del referendum fosse stato lo statuto dell´embrione e della madre, forse sarebbe passato.
Sul limite dei tre embrioni, come i pazienti per i quali la medicina è impotente, si considerino "terminali" quegli embrioni ai quali analisi preimpianto non invasive (microscopiche, citogenetiche, molecolari) predicono una vita breve e infelice, se non un aborto. Per loro resta solo l´uso sperimentale o un´attesa a –196°C. Come è noto, la norma prevede un primo tentativo con un numero minimo di embrioni, possibilmente uno, a discrezione del medico. Se questo fallisce si procede ad un nuovo impianto di embrioni eventualmente disponibili; o alla fecondazione di altri ovuli già indotti, ove la loro crioconservazione risultasse praticabile. Tutto ciò consegue al fatto che gameti spesso difettosi producono embrioni ancor più spesso difettosi, non impiantabili se non con coercizioni incostituzionali per principio e inattuabili di fatto: le linee guida vi accennano, ma vanno rafforzate. Nel caso di embrioni sani in soprannumero, se ne faciliti l´adozione a coppie desiderose di genitorialità biologica: quelle che lo fanno, in più salvano un embrione. Sono migliaia e paiono felici non meno di chi opta per l´adozione di bambini, pure da incoraggiare ma in un contesto diverso: qui lo scopo è assistere la riproduzione e evitare accanimenti riproduttivi. Trascorsi 5-10 anni, gli embrioni diventano terminali e possono venire donati alla ricerca. È chiaro che non si creano apposta e che si donano solo i terminali, non impiantabili all´inizio o diventati tali col tempo e comunque destinati ad una morte precoce. È immorale che finiscano in un congelatore, per irresponsabilità o interessi professionali. Ancor di più in un utero, per una forma assurda di accanimento riproduttivo.
Le analisi preimpianto richiedono il prelievo di 1-2 cellule da embrioni precoci e comportano pericoli non superiori alle prenatali: sono quindi accettabili forme d´assistenza a procreazioni difficili, comprese quelle a rischio genetico. In questo modo si possono evitare aborti che la 194 regola ma certo non allevia. In più, anche se oggi si può far poco per curare embrioni "malati", si apre la strada a future terapie, mediate da staminali o altro, comunque più probabili a favore di terzi che dell´embrione.
L´embriologia umana va studiata su embrioni umani: è indispensabile per una maggiore comprensione di fecondazione, differenziamento, sviluppo e quindi per una migliore protezione della salute di tutti, dalle fasi più precoci a quelle più avanzate della vita. Non si può non concordare con quanto scritto in queste pagine dal Nobel D. Baltimore: il paese che li bandisce rischia la retrocessione scientifica e sanitaria. Non possiamo competere con Inghilterra e Corea in settori ad elevato rischio scientifico e a dubbia accettabilità etica, come la clonazione, ma dobbiamo metterci in grado di valutarli criticamente e decidere responsabilmente il nostro impegno.

sinistra
c'è del nuovo in Germania

Corriere della Sera 19.6.05
GERMANIA
Lafontaine eletto capolista del nuovo partito di sinistra


BERLINO - Oskar Lafontaine sarà il capolista del neonato partito di sinistra tedesco Wasg («Iniziativa elettorale per il lavoro e la giustizia sociale»). Ieri, al congresso del partito a Colonia, in Germania, l’ex leader della Spd è stato eletto al primo posto della lista elettorale nel Nord-Reno-Westfalia. Per Oskar «il rosso» hanno votato 124 dei 162 delegati. Alle prossime legislative, la Wasg e i postcomunisti della Pds dovrebbero presentarsi assieme e un nuovo sondaggio ieri accreditava la formazione al 9%, ovvero sarebbe il terzo partito a livello nazionale dopo l’Unione Cdu-Csu e la Spd, davanti ai verdi e ai liberali (Fdp).

sinistra
Rifondazione: la sinistra dal basso

Aprileonline.info
Rifondazione non vuole la Fed rossa, ma unire la sinistra dal basso
Radicals. Franco Giordano (PRC) replica a Diliberto che aveva rilanciato la lista unitaria della sinistra radicale: costruiamo un nuovo soggetto a partire dalla società, non dal ceto politico
Guido Iodice

Mentre la Federazione riformista viene accantonata in nome del realismo dallo stesso Romano Prodi, dall’altro lato della coalizione, quello radicale, molti si muovono. A battere un colpo è stato l'altro ieri Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, che sul “Corriere della Sera” apriva a Bertinotti come possibile leader della sinistra radicale, ma contemporaneamente lanciava una sfida: facciamo una lista Prc, Pdci, Verdi, movimenti e sindacato. Da questo orecchio, però, Rifondazione non ci sente: “Diliberto ripropone un’idea stanca” – spiega ad Aprileonline Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione Comunista alla Camera – “un’idea che parte dalla sommatoria di ceti politici, per arrivare a definire altro partito”. Giordano è netto: “Con questa logica non si costruisce nulla” – dice – “perché mettere insieme il ceto politico non riscalda i cuori dei nostri elettori e dei nostri militanti”.
Giordano guarda a quanto accaduto nella della Fed riformista: “Un partito non si può inventare, come dimostra la vicenda dell’Ulivo. Siamo arrivati alle convulsioni di questi mesi perché si è avuta l’illusione autoreferenziale di costruire un soggetto politico, la Fed o il partito riformista, senza nessuna piattaforma, senza una cultura politica, senza cioè affrontare la domanda principale: cos’è il riformismo?”. Certo, rispondiamo, bella domanda. Forse non lo sanno neppure loro.
“Allora – dice il capogruppo di Rifondazione – bisogna rovesciare lo schema”. Cioè partire dal basso. In questa logica la leadership di Bertinotti assumerebbe un altro segno, spiega Giordano: “Bertinotti, la sua candidatura alle primarie, può essere un punto di riferimento sull’idea di una alternativa radicale, sulla quale costruire la sintesi, senza determinare scorciatoie organizzativistiche”. Insomma, “niente più guerre dentro la sinistra dell’Unione”, ma un confronto su ipotesi diverse per arrivare all’unità. Perché, chiediamo, c’è una domanda forte che viene dalla “base” affinché si trovino nuove forme politiche per la sinistra radicale. “La domanda forte di unità della sinistra c’è ed è ricca. C’è una domanda di nuova soggettività” – sottolinea Giordano – che è fatta di confronto programmatico, come quello avviato nei due forum delle riviste di sinistra, che è presente nel mondo sindacale, nei movimenti, nel territorio. E con questa domanda bisogna mettersi in relazione”. Sì, ma come? Il capogruppo comunista pensa ad uno schema rovesciato rispetto a quello di Diliberto: “Dobbiamo definire modalità una rete e su questa base può nascere soggettività nuova. Occorre partire dalla pratica sociale, dal confronto di merito, dalle culture, e su questo costruire una soggettività a rete”.
“Bisogna rompere le logiche vecchie che portano a riprodurre i ceti politici e a separare la sfera della politica dalla società” - continua il dirigente del Prc –, “frare irrompere nella politica la domanda di soggettività nuova che c’è nella sinistra”. E quindi, “su un percorso dal basso, dall’iniziativa comune, creare un nuovo soggetto”. A chi guarda Rifondazione? “A ciò che si muove nella società: associazionismo, sindacato, movimenti. Con questi soggetti bisogna innovare la politica”.
Insomma, Rifondazione rilancia con una contro-sfida, che dice in sostanza no ad una Fed rossa, sì ad una nuova sinistra che parta dal sindacato e dai movimenti della società civile, piuttosto che dalla mera giustapposizione dei gruppi dirigenti.
In questo schema, si inseriscono le primarie sulla leadership del centrosinistra: “Credo che sia importante e positivo che si facciano” – dice Giordano – “in questo modo si esce da uno schema astruso e organizzativistico, basato solo sulle logiche di potere. Con le primarie si apre una riflessione sui contenuti: pace, guerra, salari, sanità”. E sulle primarie Rifondazione si spenderà non solo per portare avanti un candidato, Bertinotti, ma appunto per costruire dal basso la nuova soggettività di cui parla Giordano. Una candidatura che Rifondazione mette al servizio non solo del proprio progetto, rivolto alla sinistra dell’Unione, ma a tutta la coalizione: “Le primarie fanno bene anche a Prodi, a tutta l’Unione, perché in questo modo si può costruire un confronto serrato, come si è visto in Puglia: quando si coinvolge il popolo si crea motivazione, che poi porta alla vittoria. Il coinvolgimento popolare darà maggiore coscienza a tutta la coalizione di una chiara alternativa al berlusconismo: è davvero finita l’era della logica emendativi delle politiche della destra”. E poi “la presenza di un secondo candidato legittima la sfida. Altrimenti il rischio è che primarie risultino solo un fatto formale”.
Prodi si legittima come leader solo se qualcuno lo sfida. E Bertinotti intende sfidarlo e così, quasi paradossalmente, eleggerlo vero leader dell’Unione. “Nella mediazione di ieri – conclude Giordano – non c’è un vincitore”. Ma, questo lo aggiungiamo noi, un vincitore in realtà c’è ed è proprio quel Bertinotti che inaspettatamente ha riavuto la possibilità di confrontarsi nelle primarie e costruire, a partire da queste, il suo progetto.

la visione

Yahoo! Salute 17 giugno 2005
Italiani svelano gli ultimi segreti della visione
Il Pensiero Scientifico Editore
Paola Mariano


Prende corpo l’idea dell’occhio bionico o della retina artificiale ora che un gruppo di scienziati italiani che fa capo agli atenei bolognese e senese ha sciolto gli ultimi interrogativi sul processo molecolare responsabile della visione. Il protagonista del loro studio durato anni è il “retinale”, il pigmento visivo localizzato nella proteina della retina rodopsina. A condurre la ricerca, raccontata in una nota dell'Ateneo senese, Massimo Olivucci, del gruppo di chimica e fotochimica computazionale del dipartimento di Chimica dell'Università di Siena e Marco Garavelli, Alessandro Cembran e Fernando Bernardi del dipartimento G. Ciamician dell’Università di Bologna. La ricerca, ha dichiarato Olivucci, apre la strada alla progettazione di occhi artificiali di grande precisione.

Lo studio, che ha valso agli italiani la pubblicazione del lavoro sulla copertina dell'autorevole rivista scientifica Proceeding of the National Accademy of Sciences of the United States of America, rivela i dettagli del meccanismo molecolare responsabile della visione negli animali superiori, compreso l'uomo, e porta alla comprensione di un processo tra più veloci osservati in natura: la trasformazione fotochimica del retinale.

La retina (la parte dell’occhio che trasforma gli stimoli visivi in segnali elettrici il linguaggio dei neuroni) che passano alla corteccia visiva (occipitale) tramite il nervo ottico. La retina è composta di due tipi di cellule, i coni e i bastoncelli. Queste sono tappezzate in superficie da proteine fotosensibili, che si eccitano cioè sotto uno stimolo luminoso. L’eccitazione determina la modifica chimica di un frammento di queste proteine, il retinale appunto. La trasformazione fotochimica del retinale, studiata a fondo dagli italiani, si completa in tempi inferiori al milionesimo di milionesimo di secondo, ha svelato Olivucci.

Ora che il retinale non ha più segreti si apre la strada alla progettazione di molecole artificiali che riproducono in modo preciso il comportamento del pigmento visivo e che potranno essere utilizzate per la costruzione di retine artificiali, memorie ottiche per computer o di macchine molecolari alimentate dalla luce, ha ribadito il chimico. “Il meccanismo della visione, di cui è responsabile la proteina rodopsina che si trova sul fondo dell'occhio, non era mai stato compreso in modo così preciso”, ha detto Olivucci.

I gruppi bolognese e senese sono entrambi all'avanguardia in campo internazionale nello sviluppo della teoria delle reazioni fotochimiche e questo è solo l'ultimo di una serie di risultati nell'ambito di una linea di ricerca avviata da Olivucci e Garavelli oltre dieci anni fa. La ricerca segue a brevissima distanza uno studio precedente pubblicato dal gruppo di Siena (da Andruniow e Ferré e dallo stesso Olivucci) sulla stessa rivista Pnas, in cui si riportava una simulazione al computer della trasformazione fotochimica dell'intera proteina rodopsina.

Fonte: Garavelli M et al. The retinal chromophore/chloride ion pair: Structure of the photoisomerization path and interplay of charge transfer and covalent states
PNAS 2005 102: 6255-6260

Olivucci M et al. Structure, initial excited-state relaxation, and energy storage of rhodopsin resolved at the multiconfigurational perturbation theory level
PNAS 2004 101: 17908-17913

sabato 18 giugno 2005

con questa legge
chi distinguerà i gruppi "religiosi" dagli "pseudoreligiosi", forse Ruini?

Il Messaggero - 17.6.05
Un disegno di legge
Sette religiose, il Senato vuole ripristinare il reato di plagio

ROMA - L'aula del Senato inizia l'esame del ddl che prevede il ripristino nel nostro Codice del reato di plagio e subito l'orizzonte si allarga a uno dei temi più drammatici, in sede sociale e anche giuridica, quello delle sette "pseudoreligiose" e dei relativi “lavaggi del cervello” di tanti giovani che incappano nelle maglie di questi gruppi sempre più presenti nella nostra società. Tanto da spingere il relatore del provvedimento, Guido Ziccone (Fi), a parlarne immediatamente in aula. «Nel corso di questi ultimi mesi - ha detto infatti - sono pervenuti decine di messaggi di associazioni e centinaia, se non migliaia, di altri messaggi di persone e famiglie che, incappate in questa situazione, invocano un rapido esame da parte del Senato. Spero che il Senato voglia approvare questo ddl prevedendo anche quelle eventuali modifiche che possano ulteriormente sconfiggere il pericolo di possibili vagli di illegittimità costituzionale». Il provvedimento ha preso il via in aula. Il tema rilevante ha destato l'interesse dei senatori. Quello che ha attirato di più l'attenzione è proprio la norma “anti-lavaggio del cervello” da parte di sette o gruppi pseudoreligiosi. Infatti, se il fatto è commesso nell'ambito di un gruppo che promuove attività che abbiano per scopo o per effetto di creare o sfruttare la dipendenza psicologica o fisica delle persone che vi partecipano, le pene già previste sono aumentate di un terzo. Critiche sono venute in aula dal Verde Giampaolo Zancan e da Massimo Brutti, senatore dei Ds.

curiosità
l'Istituto Cattaneo ha analizzato il voto referendario

http://brunik.altervista.org/20050614212951.html
14 giugno 2005
ANALISI DELL'ISTITUTO CATTANEO
GLI ELETTORI SI SONO COMPORTATI COME HANNO CHIESTO I PARTITI E LA CHIESA


Gli elettori si sono comportati come hanno chiesto i partiti e la chiesa. Il tasso di partecipazione registrato il 12 e 13 giugno è praticamente identico a quello che ci si sarebbe potuto attendere ipotizzando che tutti gli elettori avrebbero seguito le indicazioni delle loro organizzazioni di riferimento. I sostenitori del sì non hanno perso il 12 e 13 di giugno ma nel momento stesso in cui hanno deciso di promuovere i referendum
Con questa analisi ci proponiamo di misurare lo scarto tra il tasso di partecipazione al voto che è stato registrato nella consultazione referendaria del 12 e 13 giugno e il tasso di partecipazione che ci si sarebbe dovuti attendere se tutti gli elettori avessero seguito le indicazioni delle loro organizzazioni di riferimento.
Prima di tutto, però, dobbiamo stimare il tasso «naturale» di astensione. Il tasso di astensione cioè che si sarebbe verificato comunque, indipendentemente dagli stimoli dei leader politici ed ecclesiali. Lo abbiamo calcolato, regione per regione, sommando al tasso di astensione registrato alle ultime politiche, la media del tasso di "astensionismo aggiuntivo" (che si verifica normalmente ai referendum rispetto alle elezioni politiche precedenti) che fu registrato nei referendum del 1993 e del 1995. I referendum del 1993 e del 1995 sono dei buoni termini di riferimento da questo punto di vista perché sono gli unici referendum tenuti negli ultimi 15 anni in cui nessun partito o gruppo abbia fatto esplicita propaganda astensionista. Nel 1993, sia i propugnatori che i contrari al sistema maggioritario, così come, nel 1995, sia i propugnatori che i contrari alla legge Mammì o alla privatizzazione della Rai, decisero infatti di contarsi nelle urne.
La prosecuzione dell'esercizio è complicata in primo luogo dal fatto che, in merito ai referendum sulla procreazione assistita, la dirigenza di alcuni partiti non ha preso una posizione univoca, attenendosi formalmente alla formula della «libertà di coscienza». Va inoltre considerato che gli elettori sono stati sollecitati ad andare o a non andare a votare sia dai leader politici sia dalle gerarchie ecclesiastiche che, come è noto, hanno attivamente propagandato l'astensione attraverso i mezzi di comunicazione di massa, la rete delle associazioni ecclesiali e delle parrocchie.
Dobbiamo quindi innanzitutto distinguere gli elettori cattolici praticanti dagli altri elettori (per stimare il tasso di cattolici entro gli elettorati di ogni partiti abbiamo utilizzato i dati Itanes riferiti al 2001). Per elaborare il nostro parametro di riferimento, assumiamo quindi che gli elettori i cui leader (politici e/o ecclesiali) hanno dato indicazioni univoche si siano comportati tutti nel modo indicato dai leader stessi. Assumiamo invece che i gruppi di elettori che hanno ricevuto indicazioni contraddittorie o che non hanno ricevuto alcuna indicazione «ufficiale» dai loro partiti di riferimento siano andati per metà a votare e per metà si siano invece astenuti. Questo vale per un verso, ad esempio, per gli elettori Ds cattolici praticanti, i quali avevano indicazioni contraddittorie (i leader del loro partito gli dicevano di votare sì, i leader della loro confessione religiosa gli dicevano di astenersi). Per un altro verso lo stesso vale per gli elettori non praticanti o non cattolici di An, della Margherita o di Fi, i quali non avevano alcuna indicazione «ufficiale» da parte dei loro leader di riferimento. La tabella che segue riporta in maniera schematica alcuni esempi del modo in cui abbiamo calcolato il tasso di partecipazione attesa in base alle indicazioni dei leader politici ed ecclesiastici. Questo calcolo lo abbiamo fatto naturalmente dopo aver scontato il tasso di astensionismo referendario «naturale».

vedi tabella1: http://brunik.altervista.org/20050614212951.html

La tabella 2 mette invece a confronto il tasso di partecipazione «atteso» sulla base del nostro modello di simulazione e il tasso di partecipazione effettivamente registrato il 12 e 13 giugno. I dati sono riportati per aree geografiche. Il risultato del confronto è piuttosto impressionante e segnala che, nella maggior parte dei casi, gli elettori si sono comportati come gli hanno suggerito i loro leader di riferimento. La validità del modello è confermata dal fatto che è stato perfettamente in grado di stimare anche le differenze territoriali.

vedi tabella2: http://brunik.altervista.org/20050614212951.html

I sostenitori dell'astensione sono riusciti a convincere la gran parte dei propri «seguaci» a disertare le urne. Si potrebbe sostenere che il loro lavoro sia stato più facile rispetto a quello dei promotori del referendum, i quali hanno dovuto convincere i loro elettori a fare la fatica di andare a votare, pur nella consapevolezza che il loro sforzo avrebbe avuto il significato di una pura testimonianza. Sta di fatto che, a giudicare dai dati, né gli uni né gli altri sono riusciti a mobilitare (o smobilitare) quote significative di elettori del campo avverso.
Il risultato del nostro esercizio fa apparire del tutto ingiustificata l'enfasi posta da quasi tutti i mezzi di comunicazione pubblica sulla «dimensione» della sconfitta dei promotori dei referendum. La dimensione è perfettamente il linea con attese basate su un semplicissimo modello di previsione. Questo dato d'altro canto non toglie nulla alla loro «sconfitta», di cui portano giustamente il peso, ma non tanto per le «dimensioni» registrate dal tasso di partecipazione, quanto per il fatto stesso di avere messo in moto una macchina che non poteva non condurre a un tale esito. Sin dal 1999 è del tutto evidente che il quorum è tecnicamente irraggiungibile quando una pur piccola minoranza decide di usare lo strumento dell'astensionismo strategico, che si somma all'astensionismo «naturale», progressivamente incrementato del resto dal fallimento dei referendum precedenti. Era del tutto ovvio che il quorum sarebbe stato tanto più irraggiungibile laddove il referendum avesse riguardato una legge approvata da una larga maggioranza parlamentare: da partiti cioè che non potevano non difendere, con il metodo per loro più efficace, le posizioni assunte in Parlamento.

venerdì 17 giugno 2005

Mauro, sull'Unità
«La sinistra non ha risolto il problema della sua identità, non sa che cos'è»

L'Unità 17 Giugno 2005
Mauro: «La sinistra ascolti i giornali»
IL DIRETTORE DI REPUBBLICA dice: è stato il primo referendum a porre domande fortemente etiche, ad aprire un dibattito.
La politica ha dato risposte propagandistiche o scientiste: non ha fatto la battaglia delle idee...
di Roberto Cotroneo

(...)
«Questo è stato il primo referendum che apre un problema di dibattito etico e che va affrontato con strumenti più culturali che politici».
E secondo te i giornali hanno dimostrato di averli questi strumenti?
«(...) I giornali li hanno usati questi strumenti. Li ha usati invece molto meno la politica (...)».
E cosa era importante?
«Cosa è importante. Il problema è da domani in poi. Da domani questo referendum porrà sul tavolo delle riflessioni di tipo etico difficilmente padroneggiabili con l'arma della politica (...)».
E secondo te, al di là degli schematismi, delle battaglie referendarie, dei risvolti politici, i giornali si sono resi conto che questa volta la partita era un'altra. Hanno intuito questa complessità?
«I giornali lo hanno fatto (...) La politica ha avuto delle risposte propagandistiche, o delle risposte di tipo scientista, e non ha pronunciato soprattutto a sinistra, delle parole alte».
Soprattutto a sinistra. È un j'accuse.
«L'ho già detto. La partita si perde se la destra parla della vita e della morte, e la sinistra parla di se stessa».
La sinistra sembra più che altro spaesata.
«Devono capire che in questa fase la battaglia principale è la battaglia delle idee, e non è la battaglia politica. La battaglia politica è una conseguenza di questa fase. Non era così 10 anni fa, forse non sarà così fra 10 anni. Ma la modernità oggi la attraversi se sei attrezzato dal punto di vista degli schemi culturali. E anche la mobilitazione dei cittadini a cui ti rivolgi la fai soprattutto sulla questione delle idee, non sulle questioni di politica spicciola».
Insomma, tu dici che è la politica a perdere, è la politica a fare un passo indietro. Eppure la battaglia delle idee è sempre stata appannaggio della sinistra...
«Se oggi dovessi scrivere un editoriale sulla sinistra so come lo comincerei, anche se non so come potrebbe proseguire: "la sinistra non fa la battaglia delle idee, ecco perché perderà"».
Aiuto, se lo dice il direttore di un grande giornale della sinistra siamo messi bene...
«Guarda che è un “perderà” di portata più profonda. Può darsi benissimo che per gli errori di Berlusconi si vincano le prossime elezioni come io mi auguro. Ma c'è un problema di parlare alla società italiana nel suo complesso».
Eppure dopo le ultime amministrative sembrava che non ci fossero dubbi. Cosa hanno provocato questi referendum, si è rotto un incantesimo?
«No. Io dico: può darsi benissimo che si vinca. Bene. Ma con quale cultura di governo andiamo? La cultura di governo chiama in causa il problema dell'identità. La sinistra non ha risolto il problema della sua identità, non sa che cos'è. Se non sa che cos'è, non sa quali valori comunica, non sa di quali valori è portatrice».
Però il dibattito innescato da questi referendum ha rispecchiato delle posizioni abbastanza chiare, almeno sui temi dei quattro quesiti.
«Certo. Non si sapeva prima se i Ds erano laici. Se glielo avessi chiesto probabilmente ti avrebbero detto: "dammi tempo fino a mercoledì per risponderti"... mentre oggi sono un partito che ha certamente deciso di avere un ancoraggio laico nella loro cultura».
E Rutelli ha fatto il cammino opposto?
«Rutelli ha fatto un ricentramento identitario sui valori neocentristi. I valori vicini alla Chiesa. Sono due identità diverse, ma almeno sono due identità. Però...».
Però?
«Tu non hai sentito un dirigente dei Ds che ha fatto questa battaglia a cui sia venuto in mente di dire, cose tipo: Amendola nel 1981 disse, o nel 1979 disse, la Iotti nel 1982 disse... No, non si fa più riferimento a un pensiero a una tradizione perché tutto è stato colpito dalla "radiazione" del comunismo. Secondo me perché questi dieci anni sono passati senza che nessuno dei dirigenti Ds - che certamente non sono più comunisti - sia andato in fondo alla tragedia del comunismo, l'abbia chiamato con il suo nome, abbia guardato gli orrori e gli errori, li abbia portati alla luce, se li sia caricati sulle spalle, e alla fine se ne sia davvero separato. A quel punto recuperando ciò che di distinto da quell'errore e da quell'orrore c'è nella tradizione del comunismo italiano. Solo così lo puoi recuperare».
Invece?
«E invece purché non si parli del passato non si parla di nulla. E quindi c'è un totale rifiuto della tradizione. Un socialista spagnolo, o francese, un socialdemocratico tedesco, un laburista inglese sa, rispetto ai temi dell'eutanasia, del divorzio, dell'aborto, qual è la sua cultura di riferimento. Poi naturalmente se ne può discostare. Però sa in quale fiume è immerso. Qui da noi non c'è niente, è tutto secco».
(...)
«No guarda: i giornali, noi giornalisti, non abbiamo niente da rimproverarci. È la politica che deve cominciare a preoccuparsi veramente, soprattutto a sinistra...».

contro il papa: l'assemblea di tutti i perdenti...
basterà?

La Stampa 17 Giugno 2005
Retroscena
Riccardo Barenghi

ROMA. HANNO firmato lo stesso appello e da oggi e domenica molti di loro si ritroveranno nella stessa sala all’hotel Ergife di Roma. Non solo giuristi importanti, ricercatori, medici scienziati famosi ma anche politici, intellettuali, giornalisti, ministri. Di destra, di sinistra, di centro. L’antiberlusconiano Furio Colombo accanto al berlusconiano Antonio Martino (ministro della Difesa), la comunista Maura Cossutta insieme alla craxiana di ferro Margherita Boniver (sottosegretario agli Esteri), Eugenio Scalfari (che ha firmato ma non ci andrà, e dopo vediamo perché) con Marco Pannella, che si unirono ai tempi del primo Partito radicale di Pannunzio (1955) per poi dividersi senza mai ritrovarsi. E naturalmente tutti i radicali, da Bonino a Capezzone, diessini di destra e di sinistra, repubblicani, liberali, socialisti, uomini opposizione e di governo o di nessuna delle due, donne come Prestigiacomo. Molti laici, tutti laici.
Sono mille quelli che hanno convocato la prima assemblea dei referendari dopo il referendum. Il numero non è casuale, lo sbarco in Sicilia, l’unità d’Italia, la presa di Roma pontificia dieci anni dopo, la fine del potere temporale del Papa. E l’allusione risulta ancora più esplicita dopo il risultato del voto (ma l’assemblea era stata convocata un mese prima). Non a caso domenica scorsa, a urne aperte, proprio Scalfari ha scritto su Repubblica che qui si rischia di tornare indietro, «al 1870 e alla caduta del regime temporale, ad un cattolicesimo ingessato pervaso di teocrazie, che la cultura moderna aveva contribuito ad evolvere verso un messaggio di pura fede, di misericordia e di carità...». E’ questa paura che muove i Mille di oggi. Che certamente rappresentano quei dieci milioni di sì, e forse anche tanti altri che non hanno votato magari per ragioni diverse dalla pura trasposizione delle fede religiosa in comportamento (non) elettorale.
Però hanno perso, questi Mille e quei milioni. Ma oggi – scelta indubbiamente coraggiosa – si ritrovano insieme per capire «che fare», come dice il segretario radicale Daniele Capezzone citando Lenin. Già, che fare? «Proprio per questo – racconta Scalfari – io non ci vado. Ho firmato l’appello, anche se di solito firmo solo quello che scrivo. L’ho firmato proprio perché lo scontro era così duro che ne valeva la pena. Ma adesso mi fermo, l’azione politica non mi riguarda direttamente, non è il mio ruolo. L’ho spiegato a Pannella, gli ho scritto una lettera dicendogli appunto perché non sarei andato e tantomeno avrei svolto una relazione che lui mi aveva gentilmente pregato di fare».
Pannella ovviamente gli ha risposto, ha provato a insistere rievocando anche le vecchie battaglie comuni (dopo tanti anni ci ritroviamo). E insomma: «Dobbiamo risuscitare l'entusiasmo». Scalfari non si è convinto, non ha voglia di improvvisarsi leader politico, ma da lontano incoraggia. «E’ come quando si dà una zolletta di zucchero al cavallo prima della corsa. Lui la mangia e poi corre. Io non posso correre con lui, non sono un fantino. Quel che posso fare è partecipare alla corsa con altri mezzi, come del resto faccio da cinquant’anni. Questo non è disimpegno ma il modo del mio impegno» (il carteggio sarà forse reso pubblico dallo stesso Pannella).
Il giurista Michele Ainis, editorialista de La Stampa, aprirà i lavori con una relazione incentrata sulle violazioni delle regole di questa campagna elettorale. Si va dalla data scelta (scoraggiamento della partecipazione) al diritto all’informazione (ridotto se non negato), dalle esternazioni istituzionali (illegali) alle condizioni del voto. Fantastico l’esempio di Fierozzo, paese trentino di 360 elettori dove ha votato solo l’1,39 per cento, ossia cinque persone. Quattro di loro hanno votato sì, una no. Essendo questo no l’unico votante del suo seggio, è stato facile sapere cosa avessero votato gli altri quattro. Tanto valeva firmare le schede.
Seguiranno scienziati e scienziate, si parlerà di fecondazione e di ricerca sulle staminali, di malattie per ora incurabili (Luca Coscioni) e di diritti non acquisiti. Aleggerà Zapatero sull’assemblea dei Mille, e la sua Spagna che ci ha superato su tutti i fronti. Dall’economia a quello delle libertà individuali e della possibilità di cercare e ricercare. Fino ai rapporti tra Stato e Chiesa (finanziamenti compresi), rapporti che a Madrid vanno in una direzione grazie alla battaglia politica aperta dallo stesso Zapatero, e che forse riuscirà anche a vincere nonostante la durissima reazione della Chiesa (cominciata con Wojtyla poco prima che morisse e continuata dai vescovi, che sabato manifesteranno contro la legge sui matrimoni gay).
Mentre qui vanno in senso opposto, grazie a Ruini e alla sua battaglia cultural-teologica-astensionista, alla fine politica e per una volta vittoriosa. La scommessa dei Mille perdenti di oggi è che quella volta resti solo quella volta, l’una tantum del Papa.

sinistra
Bertinotti d'accordo: si candiderà alle primarie

Quotidiano Nazionale 17.6.05
BERTINOTTI

Se nell'Unione si tenessero elezioni primarie per la premiership si candiderebbe anche il segretario del Prc Fausto Bartinotti. E' lo stesso leader comunista a dirlo intervistato da Radio Radicale. "L'Unione ha bisogno per vivere di una iniezione di democrazia e di partecipazione" dice Bertinotti. Le "turbolenze" che si sono registrate dentro il centrosinistra e "in particolare nell'Ulivo hanno determinato una situazione di grave disagio nel popolo dell'Unione". Oggi "a maggior ragione c'è l'esigenza che questa alternativa a Berlusconi si consolidi nella forma unica possibile, che è quella dell'Unione, ma perché L'Unione viva c'è bisogno di democrazia e di partecipazione, e le primarie sono uno di questi strumenti".
Per cui se "finalmente si decide così si farà del bene all'Unione, e naturalmente io penso che le primarie hanno bisogno di essere un grande esercizio di democrazia e come si sa la democrazia comincia almeno da due". Quindi lei si candiderebbe? "Naturalmente!" risponde Bertinotti.

sinistra
alla sinistra, senza idee nuove,
non resta che la Consulta... o San Marino!

L'Unità 17 Giugno 2005
Barbera: «La legge sulla fecondazione rischia l’incostituzionalità»

ROMA La legge sulla fecondazione assistita sulla quale non c'è stato quorum al referendum abrogativo di domenica scorsa potrebbe essere giudicata anticostituzionale dalla Consulta. A prospettare l'ipotesi in una intervista al settimanale Panorama in edicola oggi è Augusto Barbera, costituzionalista di area ds il quale ricorda che la Corte «autorizzando il referendum non aveva escluso di poter tornare sull'argomento in sede di eventuale giudizio di legittimità costituzionale». E aggiunge di ritenere che «è “questione non manifestamente infondata” la compatibilità con l'articolo 32 della Costituzione».
Infatti, spiega, «il divieto della diagnosi pre-impianto mette la donna nella necessità di dover accettare comunque l'impianto e qui ci potrebbe essere la lesione del diritto alla salute. Inoltre - aggiunge l'illustre costituzionalista - non escludo una questione di irragionevolezza, categoria alla quale la Corte è sempre più attenta, nella possibilità che viene invece offerta, di abortire entro il quarto mese. Come a dire che l'embrione è più tutelato del feto». Intanto il tribunale di Cagliari il prossimo 21 giugno dovrà decidere se girare gli atti di un ricorso in materia alla Corte. È il ricorso di «una coppia che - spiega Barbera - in base alla legge vigente si è vista rifiutare la diagnosi pre-impianto e si è rivolta la tribunale eccependo la violazione del diritto alla salute sancito dalla Costituzione».

L'Unità 17 Giugno 2005
FECONDAZIONE, SAN MARINO SI MUOVE
di Adriana Comaschi / Repubblica di San Marino

Proprio mentre l’Italia bocciava le modifiche alla legge 40, San Marino dava il via all’iter che potrebbe portare a norme molto simili a quelle che i «Sì» al referendum avrebbero disegnato. Il progetto di legge presentato
dal Segretario di Stato alla Sanità Massimo Rossini - ginecologo, allievo della scuola bolognese, esponente della sinistra - prevede infatti la diagnosi preimpianto, la fecondazione eterologa e la possibilità di utilizzare quanti ovuli siano necessari per portare a buon fine la fecondazione. Insomma, a due passi da casa migliaia di coppie italiane avrebbero l’opportunità di ricorrere a quelle tecniche che la legge 40 ha cancellato dai centri nazionali. La proposta è già stata fatta propria dal Congresso di Stato (sorta di Consiglio dei ministri). A luglio arriverà in Consiglio grande e generale, il “Parlamento” della Repubblica, per la prima lettura: per essere approvato dovrà passare anche una seconda lettura entro sei mesi. Prima ancora il testo verrà discusso dalla maggioranza, martedì prossimo.
Dunque l’iter è avviato a tutti gli effetti. Ma i risultati sono tutt’altro che scontati, e chiamano in causa i rapporti interni al “governissimo” che regge la Repubblica del Titano. Un'alleanza tra Dc e la sinistra del Partito dei Socialisti e dei Democratici, nata a fine 2003 per affrontare l’emergenza della crisi economica. Proprio da due consiglieri Dc è arrivata mesi fa la prima sollecitazione per regolare il vuoto legislativo sulla procreazione assistita, non vietata dall’ordinamento e dunque teoricamente possibile. E infatti San Marino già ospita due società, che tra le altre attività prevedono anche quelle legate al campo della Pma. Attività “congelate” a settembre 2004 proprio per l’assenza di una legge: ma che se il progetto del ministero dovesse passare sarebbero da subito operative.
Una parte della Dc presenta dunque un progetto di legge che assomiglia tanto alla legge 40. Per reazione, alcuni consiglieri di Rifondazione e del PdSD si fanno portatori di un testo molto più “permissivo”. Un vero exploit, per questo Stato di 26 mila abitanti dove ancora non si pratica l’aborto. Si muove allora il ministro alla Sanità, con un progetto «che non vuole essere una mediazione tra gli altri due ma un’iniziativa autonoma, in linea con il modello europeo». Un progetto che dà diritto di accesso alla Pma a persone coniugate o stabilmente conviventi, di sesso diverso, che vieta il ricorso a pratiche più “estreme” (congelamento di gameti del coniuge defunto, “utero in affitto”). Ma che autorizza a operare solo centri in grado di eseguire la diagnosi preimpianto di malattie o anomalie genetiche. «Questo è il punto che mi preme di più - sottolinea Rossini - la considero una battaglia di civiltà». Sulla strada c’è però da trovare l’accordo con la Dc. «Il dibattito è apertissimo- ammette il presidente del PdSD Giuseppe Morganti - e certo questo progetto è un ulteriore elemento di differenza tra i due principali partiti dell’alleanza, una differenza che però pensiamo di poter colmare».
Ma la conquista di una legislazione avanzata potrebbe avere anche notevoli ricadute economiche. Non è un mistero che da tutta Italia arrivino a San Marino richieste di aperture di nuovi centri di Pma, e questo già prima dello schiaffo uscito dalle urne del referendum. Un soggiorno nella Repubblica incastonata tra la Romagna e le Marche costerebbe infatti, a una coppia sterile, molto meno di uno dei tanti “viaggi della speranza” in Europa. Senza contare la comodità di un ambiente in cui si parla italiano, con standard sanitari garantiti da un’Authority rigorosa, novità di quest’inverno. Insomma per San Marino potrebbe aprirsi un business capace di rinverdire i fasti del paradiso fiscale che fu, prima del giro di vite “imposto” da Italia e Ue. «È vero, se na parla esplicitamente - riconosce Morganti -. Noi non vediamo la questione in termini di sviluppo economico, ma come una battaglia di civiltà. Poi certo se diventasse anche una fonte di sviluppo è ovvio che si deve prevedere la massima professionalità». L’approvazione di una norma di segno così diverso da quello della legge 40 potrebbe però irritare l’Italia in un momento delicato, quello della definizione dell’Accordo di cooperazione economica. «Vogliamo essere trasparenti e avere ottimi rapporti con l’Italia come con l’Europa. Ma anche mantenere le nostre differenze - minimizza Morganti - che ci sono sempre state». Più cauto il ministro dell’Industria Claudio Felici: «Il rapporto con l’Italia? Dal punto di vista politico è inevitabile tenerne conto. Questo non significa che non avremo una legge nostra, e che non possa essere diversa da quella italiana».

Marco Bellocchio a Napoli: il suo nuovo film e il cinema

Il Mattino 17.6.05
Chiuso il Napoli Film Festival
Bellocchio: vi racconto «Il regista di matrimoni»
eu.sp.

«È la storia di un regista che abbandona il set a cui sta lavorando e va in Sicilia, dove incontra un ”collega” che si occupa di matrimoni, diventando senza volerlo protagonista di una serie di peripezie che lo porteranno a impedire a una ragazza del posto di sposarsi». Marco Bellocchio non vuol dire di più di «Il regista di matrimoni», il suo prossimo film, girato a Cefalù, con Sergio Castellitto protagonista. Ospite ieri del convegno del «Napoli Film Festival» sugli «americani e il cinema italiano» con il critico valerio Caprara e i produttori della Criterion Collection (etichetta specializzata in restauri digitali di vecchie pellicole, compresa «I pugni in tasca» dello stesso Bellocchio), il regista colpisce la platea parlando «dello sguardo televisivo del cinema moderno: in passato avevamo la possibilità di rivedere il ”girato” su grande schermo, prima di passare alle fasi successive della lavorazione del film. Oggi si usano monitor televisivi e questo cambia la prospettiva del nostro lavoro». L’autore di «L’ora di religione» e «Buongiorno, notte» non ha paura di «sporcarsi le mani» affrontando i problemi determinati dalle novità di mercato: «Il desiderio di ogni dirigente televisivo è quello di produrre un film da prima serata, ma questo per un cineasta può voler dire una serie di condizionamenti pesanti. Meglio a quel punto vedersi trasmettere il film in seconda serata, e mantenere la propria libertà espressiva. Anche se mai del tutto. Per esempio, Quando hanno trasmesso ”L’ora di religione”, nonostante fosse notte tarda, hanno tagliato le scene in cui il protagonista bestemmiava. E questo accade dappertutto, non solo in Italia». Infine, una battuta su «La Cina è vicina»: «Il titolo lo scelse Emanuelli, e aveva un carattere derisorio, mentre oggi a giudicare da ciò che sta succedendo si è rivelato profetico. Sebbene il senso del mio film del 1967 andasse in tutt’altra direzione».
(...)

crimini del cristianesimo:
2005! una monaca 24enne muore crocifissa per esorcismo...

Agi 16.6.05 - 20.57 :
ROMANIA: MONACA MUORE CROCIFISSA, "È POSSEDUTA"

(AGI) Bucarest, 16 giu. - Romania: monaca 24enne incatenata a una croce per 3 giorni e lasciata morire di fame e sete per liberarla dal diavolo.. - Una monaca ortodossa romena e' morta dopo essere stata crocifissa da un sacerdote e quattro religiose che la accusavano di essere posseduta dal diavolo e intendevano praticare un esorcismo su di lei. La monaca, che si chiamava Maricica Cornici e aveva 24 anni, è stata incatenata a una croce e lasciata senza bere nè mangiare per tre giorni; in precedenza era stata imprigionata con le braccia e le gambe legate in un edificio annesso al monastero ortodosso della Santa Trinità di Tanacu, nella regione nordorientale della Romania. "Era malata e posseduta: abbiamo celebrato messe per salvarla. Dal punto di vista religioso, quello che abbiamo fatto era corretto", ha detto alla polizia padre Daniel, confessore del monastero. Il cadavere della ragazza è stato scoperto dal personale di un'ambulanza chiamata da alcune monache. Il patriarcato ortodosso romeno non ha preso posizione sull'episodio, in attesa di conoscere tutti i particolari sul tragico episodio. -162057 GIU 05

crimini del cattolicesimo: risposta al papista Messori
il Corsera insiste sul caso Mortara

Corriere della Sera 17.6.05
Il memoriale anticipato dal «Corriere» riaccende la disputa sul piccolo ebreo sottratto alla famiglia nel 1858 e poi divenuto sacerdote
«Il nostro avo bambino rapito e plagiato da Pio IX»

«Vorrei rassicurare Vittorio Messori: noi discendenti dei Mortara non siamo stati sollecitati da nessuno, come lui insinua nel suo libro, ma soltanto dalla nostra coscienza, a criticare la beatificazione di Pio IX. Semplicemente ci ha lasciati stupefatti che si proponesse come esempio da ammirare il responsabile del sequestro di un bambino sottratto alla sua famiglia». Sorride amaramente Elèna Mortara, docente di Letteratura angloamericana all’Università di Roma Tor Vergata e pronipote di una sorella di Edgardo, mentre respinge l’idea che qualcuno l’abbia aizzata contro l’ultimo Papa-re. E si dice «allibita» per il modo in cui la questione del bimbo ebreo strappato ai genitori nel 1858 viene ora ripresentata. «Non c’è niente di realmente inedito - continua - nel memoriale pubblicato da Messori, perché Edgardo aveva difeso Pio IX in molti altri scritti già noti. Segregato e indottrinato dai sei anni in poi perché diventasse sacerdote, aveva sviluppato il tipico attaccamento del prigioniero verso i suoi carcerieri che si osserva a volte anche nelle vittime adulte dei sequestri di persona. E aveva visto nel Pontefice una figura paterna, sviluppando un forte senso di colpa per i "dolori immensi" che, secondo quanto gli veniva ripetuto dallo stesso rapitore, pensava di avergli arrecato attirandogli contro tante polemiche. Non a caso soffriva di momenti di profonda angoscia, che Messori, con insinuazione di dubbio gusto, vorrebbe far risalire a un fattore ereditario, piuttosto che all’effetto degli incontestabili traumi subiti».
Nei rimproveri dello scrittore cattolico ai famigliari del bambino, la loro discendente avverte un grande astio: «Come si fa a dire che i genitori di Edgardo protestarono perché sobillati? Non è naturale che un padre e una madre reagiscano, quando si vedono portare via un figlio? La loro fu la legittima reazione ad un sopruso. E il padre Momolo fu un eroe coraggioso e sfortunato, "pellegrino del dolore", che cercò di combattere con la semplice parola un potere così crudele. Ed è grave che si difenda il sequestro e si accusino i Mortara di aver violato le leggi discriminatorie dello Stato pontificio, assumendo la domestica cristiana che impartì al bambino il presunto battesimo, di validità assai dubbia, del quale si ricordò solo cinque anni dopo, quando fu licenziata. È come se oggi si parlasse delle conseguenze delle leggi razziali fasciste (che tra l’altro prevedevano per gli ebrei lo stesso divieto di prendere a servizio i non ebrei), come se si trattasse di un semplice dato di fatto ineluttabile, senza esprimere un giudizio di valore su quelle stesse leggi».
Quanto poi all’atteggiamento della comunità ebraica romana, che non vide di buon occhio le proteste internazionali contro Pio IX, per Elèna Mortara è facilmente spiegabile: «Si trattava di persone intimorite, che vivevano chiuse da secoli in un ghetto, sotto il giogo di un potere dispotico, sottoposte a continue angherie (se ciò nonostante non se ne andavano, come si domanda ironizzando Messori, è perché a Roma vivevano da oltre duemila anni, da prima dei Papi, e sentivano la città come anche loro). È logico che il segretario della Comunità, Sabatino Scazzocchio, si riferisse a Pio IX con la massima deferenza; e tuttavia, anche in un contesto così difficile, ogni sforzo fu compiuto dai massimi esponenti della Comunità di Roma per cercare di far recedere il Papa dal suo atto. In realtà la pratica delle conversioni forzate durava da lungo tempo e il caso Mortara ne era all’epoca l’ultimo esempio. Solo che in quel caso l’abuso non venne sopportato in silenzio. E la famiglia trovò una vasta solidarietà nell’opinione pubblica mondiale, ormai sensibile al problema dei diritti umani».
Proprio quella mobilitazione, però, è nel mirino di Messori, che la giudica strumentale. «Sì, nel suo linguaggio allusivo sull’influenza degli ebrei affiorano pregiudizi antichi e pericolosi. Ma la campagna sul caso Mortara, soprattutto in Francia, coinvolse anche i cattolici liberali. Per esempio lo scrittore Victor Séjour, autore di un’opera teatrale sulla vicenda, rivendicava la sua fede nella Chiesa, ma si stupiva che il Papa potesse compiere un’azione contraria al valore cristiano della famiglia. Se il potere temporale dei pontefici ricevette allora un colpo così duro, come ammette Messori, fu perché la vicenda di Edgardo mostrò a tutti che si trattava di un regime oppressivo ormai anacronistico».
Ma perché Pio IX insistette tanto su una posizione che lo indeboliva politicamente? «Mi sembra il tipico errore di chi si considera il detentore assoluto della verità. Del resto tutta la vicenda si fonda su questa pretesa, fonte dell’intolleranza religiosa. Io auspico la comprensione e il dialogo tra le fedi. Amo il passo biblico di Isaia (11, 6-7) in cui si legge che il lupo abiterà con l’agnello e il leopardo giacerà con il capretto. Mi pare che prefiguri un futuro di dialogo e convivenza nel rispetto reciproco. Devo aggiungere però che il libro di Messori va nella direzione opposta. E mi auguro che dal mondo cattolico, specie dalle più alte autorità ecclesiastiche, giungano segnali diversi. Tra l’altro mi sconcerta l’affermazione di Messori che il caso Mortara, a norma del diritto canonico, potrebbe ripetersi ancora oggi. Sarebbe opportuno che la Chiesa facesse chiarezza su un punto tanto delicato».
Tuttavia, secondo Elèna Mortara, il libro di Messori non chiama in causa solo il mondo cattolico. «Mi rattristano attacchi così violenti al Risorgimento, che presentano l’unità dell’Italia come un evento negativo, quasi una conseguenza deprecabile del caso Mortara. Ma io rovescio l’impostazione di Messori. Secondo lui "Dio scrisse dritto su righe storte" perché da quel dramma derivò la conversione di Edgardo. Secondo me l’aspetto provvidenziale sta nel fatto che l’abuso compiuto da Pio IX, per lo scandalo che ne nacque, contribuì all’unificazione italiana sotto un regime liberale e alla fine della teocrazia pontificia».

«La strana Italia dei teocon»

Repubblica 17.6.05
La strana Italia dei teocon
La politica e i valori della tradizione cattolica
Una curiosa figura di intellettuale è scaturita dalle macerie ideologiche del paese
La cultura di sinistra e quella di destra davanti a valori e giudizi della Chiesa
Francesco Merlo

Il referendum è stato perso anche perché la sinistra era distratta dalle dinamiche di primazia leaderistica, con un profilo rissoso e confuso: a Bologna era più importante dimostrare il "tradimento" di Cofferati, Prodi si è rifugiato a Creta per studiare le mosse contro Rutelli, nel Sud anche i preti solitamente eliocentrici questa volta erano tolemaici. Nel mezzogiorno la battaglia laica per i valori della scienza è stata lasciata alle bandiere rosse di Rifondazione, che è il gruppo più antiscientifico e più ideologico. I raduni e i dibattiti sono stati invasi da femministe invecchiate che hanno riproposto linguaggi stereotipati e irritanti in un patetico revival degli anni settanta. L'embrione, i gameti e gli ovuli fecondati sono finiti nelle kermesse canore di piazza, con tutto il loro armamentario di automatismi senza creatività e leggerezza, senza un reale impegno sui valori alti del pensiero laico, che è materia sofisticata e difficile, continua messa in discussione di se stessi. La cultura di sinistra, nei suoi anni postcomunisti, ha sinora prodotto il giustizialismo, il moralismo, la subordinazione all'etica dell'economia e della politica, lo statalismo e l'assistenzialismo. Non c'è nulla dei valori fondanti della società contemporanea che ruotano tutti attorno all´individuo, ai diritti civili, alla nostra identità nazionale che non è data dall´ecumenismo cattolico ma dal pensiero liberale di Cavour, di Croce, di Einaudi, dalliperindividualismo umanistico di Dante e Machiavelli, da un cristianesimo ghibellino che sa anche vedere nel Papa un intralcio alla propria fede e ai propri progetti temporali: lo Scettro è lo Scettro e la Tiara è la Tiara. La sinistra è una Pompei di valori ottocenteschi e, pur con atteggiamento vagamente scientista, ha ancora una formazione da Frattocchie. Ha detto a Repubblica Umberto Veronesi: «La scienza in Italia ha un deficit culturale molto radicato» e «noi scienziati non abbiamo nessuna tradizione nell'arte della convinzione e del reclutamento, non sappiamo usare le parole giuste a formare la pubblica opinione, non abbiamo chiese, altari, confessionali» e, aggiungiamo noi, sezioni di partito. «La scienza non può pretendere il consenso senza dialogo». Dall'altra parte c´era una pur discutibile concezione della vita e della morte, che ha tagliato il traguardo del referendum sopra un asino. Per far fronte all'eruzione lavica del conformismo travestito da parola di Dio, alla fine si sono generosamente spesi l'eterno Pannella, l'indomabile Bonino, e il sempre più bravo e pacato Fassino.

In questo deserto è stata abbandonata l'Italia cristiana che pensa che la scienza sia un attributo di Dio e non il faustismo demoniaco che gioca con Frankenstein, un'Italia secolarizzata che viene accusata dai teocon d'essere "invertebrata" e "scristianizzata" e che invece è laica e responsabile, né anticlericale né clericale di complemento. Questa Italia cristiana, che non è andata al voto, non somiglia né a Faust né a Radio Maria ma non somiglia neppure alla sinistra. Contro la sinistra, si è astenuta. Ma contro la destra oggi non celebra la propria astensione come una vittoria sui valori laici e sulla secolarizzazione, vale a dire una vittoria su se stessa, ma la contempla impotente come nella Melanconia di Dürer, lo scorno per la banalizzazione di Cristo che faceva miracoli scientifici, ridando la vita ai morti e moltiplicando la ricchezza per i poveri, un Cristo scienziato e quindi misericordioso. Duemila anni fa Cristo faceva miracoli, duemila anni dopo Cristo fa scienza. Ma il problema è sempre lo stesso: ridurre la sofferenza degli individui. Nelle guerre di una volta vinceva l'esercito che si posizionava con il sole alle spalle. Ebbene, gli attivisti dell'astensione, con il sole alle spalle, sono riusciti ad annettersi anche quest'Italia cristiana secolarizzata, alla quale i laici e la sinistra non sanno parlare. E si sono ancorati alla miseria dell'indifferenza, al dato inerziale di chi non si interessa o non capisce o volta le spalle alla complessità e non vota. I pensatori neoclericali hanno lavorato indisturbati sulla parte più gaglioffa di noi, spacciandola per finissima scienza teologale, raffinatissima alchimia aristotelica: la resurrezione di Sant'Agostino contro la provetta. E ora descrivono un'Italia a loro immagine e somiglianza, un'Italia popolata di milioni di Pera, di Ferrara e di Socci: di pentiti del dubbio metodologico e di ex sofferenti di incertezza; di orfani del sole comunista, ancora persi nel buio a mezzogiorno; di spiritati sedotti dalle ingenuità del catechismo come categorie epistemologiche per schiavardare la secolarizzazione. Almeno Socci ha il merito di predicare un´etica politica basata sulla teologia, mentre Pera e Ferrara predicano una teologia basata sulla propria etica politica, e adesso litigano pure tra di loro. È il destino maccheronico degli atei devoti: antea sodali, id est "culo e camicia", post festum inimicissimi disputatores summa cum scientia "de ciccia et pugna".

Ma tra i falsi valori degli attivisti dell'astensione il più falso di tutti è il moderatismo. Ed è il valore che bisogna subito strappar loro di mano, in campo aperto, giorno dopo giorno. Se la moderazione è eleganza, sobrietà e misura, non è certo pratica da moderati il nominare invano il nome di Dio, peccato di estremismo oltre che violazione del comandamento, cafonaggine prima ancora che bestemmia. L'idea di legiferare in nome di Dio non è mai stata idea moderata, come ora dimostrano gli spasmi isterici dei neoclericali; la presunzione di Buttiglione e La Loggia di rappresentare, nientemeno, il 75 per cento degli italiani; l´idea di reclutare nel Partito Unico del Catechismo tre quarti di Italia; l'intolleranza vaticana verso i dissidenti come don Gallo a Genova o come padre Rodolfo Zecchino, sospeso dall´insegnamento dal vescovo di Verona. E sono segnali orribili la voglia di cacciare Fini dal suo partito e quella di punire Stefania Prestigiacomo, ridotti ad incarnare una destra moderna ma impossibile.

A questa intolleranza estremista, che nella Chiesa di Benedetto XVI sta assumendo la rigidità e lo schematismo della "Lettera tedesca" contro la dolcezza dello "Spirito italiano", va contrapposto il valore moderato della nostra tolleranza caritatevole, della classicità greca e non di Odino, l'allegro e colorato Olimpo al posto della Walhalla wagneriana così simile al paradiso mussulmano "all'ombra della spada". La nostra tolleranza è valore laico, politeistico, prezioso e antico quanto l'insondabilità del mistero della vita. Non c'è all'orizzonte postreferendario nessun valore moderato, c'è la commedia degli equivoci dell'etica, la tristezza di vedere clericali e anticlericali di nuovo in lotta, la brutta convinzione che se nel 1633 ci fosse stato un referendum su Galileo, il popolo italiano, chiamato a votare sull'eliocentrismo, avrebbe dato ragione alla chiesa tolemaica e geocentrica. Una parte, confusa dall'astronomia "onnipotente", si sarebbe astenuta dal pensare per non dover confliggere con le proprie convinzioni religiose, e un'altra parte si sarebbe astenuta per dedicarsi ai passatempi. Alla fine i Ruini d'epoca avrebbero celebrato la vittoria di Dio contro gli eretici, il trionfo dei Ferrara riconvertiti, dei santi Socci e Pera, con i loro pregiudizi che solo il rinascente anticlericalismo potrebbe trasformare in valori.

neurofisiologi:
da Newton e Gödel, alla caccia del "gene del calcolo"...

La Provincia 17.6.05
La matematica: nel territorio di genio e follia Nelle grandi menti della logica spesso si insinua la pazzia:
i casi Newton e Gödel

Elena Salvaterra

Isaac Newton e Kurt Gödel sono alcuni dei nomi ai quali è associata nella storia della matematica una traccia di genialità e un dubbio, ad oggi, irrisolto: se genio e follia siano facce contrapposte della stessa medaglia, elementi indissolubili di una sinergia vincente - quanto devastante - della quale non è dato sapere quale sia la causa e quale l'effetto, ammesso che di un rapporto di causa ed effetto sia corretto parlare. Certo è che di personalità semplici non si sia trattato, se è vero, come riferiscono le testimonianze storiche, che Newton si ammalò di un grave esaurimento nervoso che lo condusse ai confini della pazzia e Gödel si lasciò morire d'inedia (1978) per il timore che il cibo che gli veniva offerto dai medici che lo avevano in cura, per esaurimento dei nervi, fosse avvelenato. E certo è, stanti i rimandi alle pergamene ingiallite, che una competitività accesa, talvolta accecante, contribuì ad inasprire i tratti di personalità eccentriche per natura e in grave difficoltà a gettare un ponte con il mondo della "norma". Un ulteriore elemento di certezza, rispetto a questi personaggi, è l'incredibile eredità che essi hanno lasciato ai posteri. Traboccante quella di Newton definito dai suoi successori «colui che nel genio ha superato il genere umano». Allo scienziato inglese, nato a Wollsthorpe il 25 dicembre del 1642 e deceduto a Londra nella primavere del 1727, si devono l'elaborazione del concetto di "funzione derivata" - oggi comunemente "derivata" - chiamata da Newton "flussione" a sottolineare il carattere dinamico della funzione che misura la velocità di variazione, cioè di "flusso", della funzione di partenza, un concetto sviluppato sulla distinzione, nota all'epoca, fra la nozione di numero (il numero è "essere") e la nozione di funzione (la funzione è "divenire"). L'invenzione del prisma trasparente (1672) che permette di scomporre la luce bianca nei colori dell'iride e del telescopio a riflessione. La formulazione delle legge di gravitazione universale, valida per tutti i corpi, dalla luna alle stelle alla famosa mela, cui Newton approda partendo dalle tre leggi di Keplero. I Principia Mathematica (1686), considerato da molti il più grande lavoro scientifico di tutti i tempi, nel quale Newton enuncia le sue concezioni relative allo spazio e al tempo che egli considera "assoluti" e senza riferimento ad alcunché di esterno - teoria in seguita contraddetta da Einstein per il quale "spazio" e "tempo" sono concetti "relativi". L'elaborazione del concetto di etere che richiama a supporto della forza gravitazionale, dei calcoli delle orbite e delle velocità dei pianeti. Gli studi di curve matematiche particolari (le "coniche"), le leggi di movimento dei corpi in mezzi resistenti (fluidi), la determinazione della velocità del suono in diversi materiali. E, per concludere il résumé dei lavori più importanti del poliedrico scienziato, la formulazione dell'ipotesi, anticipatrice della moderna teoria dei "quanti", che la luce è composta da corpuscoli. Se con Newton si tocca con mano una genialità a tutto campo, priva di confini fra scienza e scienza, con Gödel si assiste a una genialità "focalizzata", centrata sulla matematica e sulla logica. Di origine austriache, Kurt Gödel espresse il cuore della sua genialità a venticinque anni (1931), con l'elaborazione del "teorema di incompletezza". Con tale concezione il matematico e logico austriaco pose i capisaldi di una teoria antiformalistica della matematica. Per la tradizione formalista il "dominio numerico" era regolato da due principi fondamentali in base ai quali ogni formula matematica era vera se dimostrabile e ogni formula matematica vera era dimostrabile. In altri termini, riducendo all'osso, non esisteva verità matematica che non fosse suscettibile di dimostrazione. Con il teorema d'incompletezza Gödel infranse l'illusione rassicurante dei formalisti, di un dominio numerico privo di 'stravaganze' logiche, dimostrando, per via metamatematica, che all'interno del mondo dei numeri esistono proposizioni - dette autoreferenziali - la cui verità non può essere dimostrata ma deve essere accettata in sé e per sé. Con l'"anomalia" delle formule autoreferenziali Gödel mostrò a una congerie di colleghi attoniti che non aveva senso parlare di una coerenza logica perfetta, assoluta, esistendo formule la cui verità si spinge oltre le regole della logica formale per trovare giustificazione in una dimensione, forse, inaccessibile alla "norma".

La Provincia 17.6.05
Che cosa ci rende soggetti portati o meno alla matematica? Esiste veramente una predisposizione biologica alla materia?
Gli scienziati alla ricerca dell'imprendibile gene del calcolo
Roberto Weitnauer


Per capire fino a che punto le facoltà cognitive dipendano dalla propria costituzione la scienza indaga sul rapporto tra geni e attività neurali, cercando anche di scoprire l'origine di malattie mentali. L'abilità matematica riveste qui un ruolo importante, perché, ricordando Galileo, la natura è scritta con i numeri, ossia nell'unico linguaggio universale che possiamo leggere. Le principali strutture delle specie viventi (testa, tronco, coda) dipendono dalle direttive di geni primari regolativi (omeogeni). Ci sono poi altri omeogeni e geni esecutori che provvedono a determinazioni successive più fini. La nostra evoluta e oblunga corteccia cerebrale consegue a un bivio genetico analogo a quello che porta a piedi al posto di zampe o a denti in luogo di zanne. Subentrano forse a questo stadio gerarchico dei programmi per i circuiti matematici? Se così fosse una loro disfunzione dovrebbe causare deficit caratteristici, analogamente a come avviene, ad esempio, per i geni alterati del daltonismo che comportano cecità cromatica. Ora, è vero che esistono sindromi che affliggono selettivamente le abilità numeriche e che talune aree parietali della corteccia sono note per la loro funzione digitale. Tuttavia, non si sono stabilite correlazioni tra geni e quelle aree o quelle malattie. Inoltre, le capacità matematiche possono attivare porzioni corticali oltre il solo emisfero sinistro, tradizionalmente assegnato all'analisi razionale. Ad esempio, alcuni idiot savant (si ricordi il film Rain man) brillano nei calcoli, pur avendo il lato corticale sinistro depauperato e dovendo quindi compensare con quello destro, dove risiede il senso artistico che costoro possono peraltro sviluppare notevolmente. Persino soggetti normali cui con tecniche apposite venga addormentato l'emisfero sinistro manifestano talora inattese prerogative artistiche e aritmetiche. I circuiti matematici non sono allora così rigidi e localizzabili. La compensazione neurale rende conto di un'elaborazione distribuita e flessibile. Se i sensi (input) e i comandi motori (output) trovano riscontri piuttosto precisi nei vari distretti della corteccia, meno chiara è la mappa neurale associativa che lega l'input all'output. Del resto, è facile riconoscere un dito che si muove, non così per una facoltà cognitiva, matematica compresa. È verosimile che i geni sovrintendano all'organizzazione della corteccia, ma, e ciò è cruciale, il cervello si sviluppa a dovere solo se le sue cellule nervose vengono variamente sollecitate. Siamo in presenza di un'economia biologica, dato che non è necessaria una quantità esorbitante di geni per specificare quest'organo complesso che si autocompleta fin dai primi stimoli. Nell'uomo c'è un vantaggio in più. L'assetto neurale permane sensibile agli stimoli ambientali per tutta la vita. Tale plasticità conferisce un'adattabilità tipica. A ciò si deve il nostro comportamento non stereotipato. E di tale intelligenza fa parte la visione matematica, ovvero la facoltà di riconoscere ciò che invece è sistematico e ripetitivo. Val la pena rammentare che la parola «matematica» significa «ciò che s'impara».

La Provincia 17.6.05
Numeri e parole: dentro il cervello
Roberto Weitnauer

Non di rado gli scienziati di una generazione minano le conquiste di quella precedente. Per la matematica è diverso. La bellezza di un teorema è eterna. La matematica affascina persino chi non vi è portato, poiché riflette verità cristalline, un po' come sosteneva Platone. Viene spontaneo chiedersi a cosa dobbiamo questo formidabile senso interiore di ordine e giustezza. La risposta rimanda all'evoluzione della corteccia, la parte più esterna e recente del cervello. Qui hanno luogo i processi responsabili della rappresentazione del mondo e del ragionamento. La nostra specie si è mantenuta grazie a un elevato scambio informativo. Da 200.000 anni a questa parte lo sviluppo dei lobi frontali ha comportato un riassetto neurale, promuovendo la costruzione di circuiti complessi per il governo coerente della comunicazione. Su tale aspetto permangono molti aspetti neurofisiologici oscuri, ma ci è noto che la corteccia risulta pianificata secondo aree funzionali e che anche il linguaggio presenta schemi modulari. Sappiamo inoltre che l'immaginazione, l'astrazione e la logica sono tratti distintivi della nostra specie parlante. Nella seconda metà del XIX secolo, il neurologo francese Paul Broca e quello tedesco Karl Wernicke scoprirono due aree corticali deputate alla comprensione e alla produzione del linguaggio. Indicativa nelle ricerche fu la presenza di anomalie specifiche. Ad esempio, Broca localizzò il suo modulo, riscontrando un danno preciso al lobo frontale sinistro di un paziente defunto che aveva saputo pronunciare solo: «tan». I concetti universali del linguaggio naturale e la logica della sintassi inducono a ritenere che il pensiero matematico non possa prescindere da quello verbale. I numeri sono dopotutto parole e le equazioni frasi compresse. La matematica codificata nella cultura è inoltre un fatto dell'ultimo minuto rispetto al ritmo evolutivo del cervello; appare sensato supporre ch'essa derivi dall'astrazione implicata dall'avvento del linguaggio. D'altronde, secondo vari studi la corteccia dispone di moduli numerici ad hoc. Le tecniche di brain imaging mostrano che durante i calcoli con gli interi si accendono porzioni definite del lobo parietale sinistro. L'argomentazione logica è invece appannaggio del lobo frontale. Esistono persone con danni alle aree frontali che non parlano, ma non hanno difficoltà aritmetiche. Viceversa, soggetti con abilità numeriche compromesse possono discutere fluentemente. C'è dunque un salto neurale dalle elaborazioni delle quantità, che - non lo si direbbe - anche bambini di qualche mese e taluni animali sanno in parte eseguire, alla matematica a tutto tondo. I moduli numerici sostengono uno sviluppo cognitivo associato alla maturazione delle aree logico-verbali. Contano qui gli stimoli dati da azioni e manipolazioni di oggetti che poi sono trasformazioni coordinate nel tempo e nello spazio, ossia operazioni, funzioni. Impariamo così a immaginare e fare modelli. Più che uno studio precoce sui libri, l'intelligenza matematica richiede un'interazione col mondo fisico. Un teorema è pur sempre una verità sul nostro universo circostante.

teenager e stupefacenti a Milano

Corriere della Sera 17.6.05
Charmet: normale per i teenager l’uso di stupefacenti
Aumenta l’uso di cocaina negli uffici, il consumo di antidepressivi e psicofarmaci, il doping. Mentre si abbassa l’età del primo contatto con le droghe: 11 anni per le ragazzine, con la tendenza all’uso continuativo a partire dai 15. Gli stupefacenti vengono consumati sempre più in casa e nei luoghi di lavoro. L’allarme sugli stupefacenti a Milano è contenuto in un’indagine dell’assessorato ai Servizi sociali del Comune, che, in occasione della giornata mondiale contro la droga (26 giugno), lancerà una nuova campagna di informazione. Spiega lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet: «Nella cultura giovanile il consumo di stupefacenti si è normalizzato. La relazione con la droga è spesso svincolata dalla percezione del danno e dei rischi».
«Nella cultura giovanile il consumo di stupefacenti si è normalizzato. La relazione con la droga, a differenza di quel che avveniva per i vecchi eroinomani, è spesso svincolata dalla percezione del danno e del rischio di dipendenza». Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra, presidente dell’istituto «Il Minotauro» e responsabile scientifico dell’associazione «L’amico Charly», commenta la ricerca del Comune sul consumo degli stupefacenti a Milano.
In che modo le campagne di informazione possono far breccia nella nuova cultura del consumo di droghe?
«L’obiettivo fondamentale dev’essere quello di aumentare la competenza degli adulti. I giovani sono alla ricerca di genitori, professori ed educatori preparati. Per loro è assai deludente trovarsi di fronte degli interlocutori incompetenti».
A che livello è la conoscenza del problema droghe tra gli adulti?
«Piuttosto basso. Finché i ragazzi avranno intorno soltanto mamme ansiose, padri che non se intendono e professori non abbastanza competenti, non sarà possibile creare un dialogo, una cultura che faccia davvero prevenzione».
L’informazione nelle discoteche è ancora utile?
«Sì, ma ormai parziale. Le campagne devono essere allargate a chi gestisce i locali e soprattutto ai luoghi dove i ragazzi vivono, i luoghi della normalità, e non quelli che abitualemente vengono considerati a rischio».
Come è cambiato il profilo del consumatore?
«Ormai tutte le ricerche concordano nel descrivere chi fa uso abituale di droghe come un individuo con buone relazioni sociali, che ricorre alle sostanze non per sognare, astrarsi dalla realtà o farsi del male, ma per aumentare le proprie prestazioni e le proprie capacità».
Milano, città della fretta e della brama di successo, può essere considerata più a rischio da questo punto di vista?
«È probabile, anche perché vediamo che già i ragazzini ricorrono a droghe "di prestazione". Una tendenza che può essere legata al più generale sviluppo socio-culturale orientato al successo. In quest’ottica si possono interpretare l’aumento del consumo di cocaina e anfetamine e il doping».
Il fatto che a usare droga siano sempre più giovani ben inseriti e con un discreto livello culturale, può far pensare a un consumo più consapevole?
«Di certo i consumatori attuali hanno una capacità di controllo maggiore sull’uso di sostanze stupefacenti. Ai loro occhi la figura del vecchio tossicodipendente emarginato è quanto di più riprovevole possa esserci».

la disperazione di Rossanda
«le donne non hanno amici»

il manifesto 16.6.05
RITIRARSI È UN ERRORE
Rossana Rossanda

(...)
Le donne non hanno amici. Possono essere appassionatamente amate, inseguite, sposate ma il loro potere sulla riproduzione è invidiato, consciamente o inconsciamente che sia, dall'altro sesso. Di qui l'ossessione ad appropriarsene, ingabbiare il corpo che riproduce o normarlo severamente. Si può capire: l'uomo può spargere seme ma se una donna non ci mette del suo per nove mesi, non avrà un figlio. La donna può farsi fecondare anche transitoriamente e da chi vuole e fare un figlio, l'uomo senza una donna che gli sia stabilmente accanto non può generare. Il nostro corpo è per una ventina di anni potente e sfuggente. Anche da questa invidia derivano certi comportamenti maschili perversi.

La scena pubblica, in cui l'uomo domina, interviene perciò da sempre sul corpo femminile, obbligando, proibendo o limitando. La chiesa, modello di patriarcato, ha sempre agito in questa direzione. Lo ha fatto anche ora e lo farà - ha ragione di temerlo Stefania Prestigiacomo - sulla 194. Atei devoti l'hanno preceduta per una strada su cui grandi teologi esitavano: l'ovulo fecondato sarebbe già persona. Possibilità di venire alla luce per un insieme organico ancora incompleto e persona portatrice di diritti sarebbero lo stesso. Come l'uovo sarebbe la gallina. Quel che una donna fa da sempre, e la scienza da quattro secoli, è che fino alla ventisettesima settimana circa quel che porti in grembo non può vivere perché il suo sistema respiratorio si forma per ultimo, respira per lui la madre, è in senso pieno una parte del corpo materno. Se ne è messo fuori, non c'è tecnica che possa farne un vivente. Ma già, gli adoratori della vita se ne infischiano dei viventi: i già nati che muoiono per fame e le madri per parto non li hanno mai agitati - sono morti naturali, dunque piacevoli alla natura e a Dio.

E' un errore che solo pochissime donne siano intervenute mentre il Parlamento interveniva su di esse. Peggio, una femminista doc come Anna Bravo, tramite un'istituzione doc come la Società delle storiche, ha definito violente e omicide, come tutto degli anni settanta, le donne che allora si sono battute per depenalizzare l'aborto, elucubrando sulla sofferenza del feto, che esse avrebbero ignorato, a prescindere se si possa parlare di sofferenza dove ancora manchi un sistema nervoso.

Insomma per mettere le mani sul nostro corpo se ne sono dette di ogni, e se ne diranno. Ritrarsi dalla scena politica dove si prendono queste decisioni è un errore suicida. Dichiarare che il patriarcato è morto e le donne sono libere e felici, sarebbe come se la classe operaia dichiarasse che, poiché ha preso coscienza di se stessa, il capitalismo è finito e il lavoratore è libero della sua sorte. Mettiamoci bene in testa che siamo in un conflitto antico e acuto, moltiplicato dalle possibilità, prima che dagli arbitri, della scienza. E che una libertà femminile è lontana dall'essere raggiunta. Anche in un paese così civilizzato - tanto che tre italiani su quattro hanno preferito disinteressarsene.