martedì 26 luglio 2005

MARTEDÌ 26 LUGLIO, alla Libreria "AMORE E PSICHE"
i due articoli citati durante l'incontro con Fausto Bertinotti

Liberazione di Domenica 24.7.05
Lettere
«Perché volete tornare al comunismo?»
Per mantenere una promessa che non è stata mantenuta

Onorevole Bertinotti, sono una ricercatrice universitaria, madre di quattro figli, che nei giorni scorsi si è trovata a parlare con i due più piccoli (10 e quasi 8 anni) di alcuni avvenimenti della storia del nostro paese, della guerra e della pace, del nazismo, del fascismo e del comunismo, nei modi e nei termini più semplici e comprensibili per una bambina e un bambino dell'età dei miei. Alla fine della chiacchierata mi stato chiesto quali sono e a che cosa servono i partiti politici (o meglio "le persone che litigano sempre in televisione") e al momento di nominare il partito del quale lei è segretario, la domanda secca e dura, come solo la logica ferrea dei bimbi sa formulare, è stata: «perché vogliono tornare al comunismo?». Ho subito pensato di tagliare la testa al toro con un perentorio «perché non hanno saputo o voluto ascoltare l'insegnamento della storia», ma poi ne sono venuta fuori proponendo di girare la domanda a lei che, per semplificare al massimo, ho descritto come una sorta di "capoclasse di turno". Devo dire che i bambini si sono esaltati all'idea: abbiamo cercato insieme su internet il suo indirizzo e-mail ed eccoci qua in attesa della "sua" risposta (ingenuamente con e come i miei figli voglio sperare che non sarà quella del "bidello di turno") che mi auguro arrivi perché, altrimenti, i bambini, uomini e donne del futuro, non solo continueranno a pensare che i politici sono "quelli che litigano sempre in tv", ma anche quelli che non sanno dare risposte e poi… cosa altro mi dovrei inventare per giustificare il silenzio del "capoclasse"?
Francesca Lardicci, Clelia e Edoardo Pisanti Pisa

Care e cari Clelia, Edoardo e Francesca, anch'io avrei la tentazione di rispondere alle vostre domande tutto d'un fiato, con una sola frase, come questa "vogliamo tornare al comunismo per mantenere una promessa che non è stata mantenuta". La frase non è mia e non è la prima volta che la uso. L'ho presa a prestito da un filosofo contemporaneo che abbiamo molto amato e che ci ha lasciato recentemente, Paul Ricoeur. La utilizzo spesso perché la filosofia quando è veramente grande si fa capire anche da un bambino. Il filosofo francese soleva dire che rifondare significa cercare di mantenere una promessa che è stata delusa. Il nostro partito si chiama Rifondazione comunista. E' nato e si è dato quel nome proprio per cercare di mantenere quella promessa. Quella frase perciò condensa in una mirabile sintesi la nostra vocazione e il nostro programma di fondo.

Ma so bene che non me la posso cavare così. Questa è solo una giusta premessa, ma la risposta è più complicata. Lei, Francesca, ma anche voi, Clelia ed Edoardo, avete ragione: ci sono state delle repliche della storia, anche molto dure. Perché dunque continuare ad insistere? Non potrebbe darsi, in altre parole, che la promessa non sia stata mantenuta perché non poteva essere mantenuta, perché era una cattiva promessa? Perché il comunismo era un'idea fin dal suo inizio sbagliata o irrealizzabile? Sono domande che valgono una vita e non di una persona sola, ma di intere generazioni ed io non posso e non voglio sottrarmi ad esse.

La cosa più facile da spiegare è perché continuiamo ad insistere. Basterebbe guardare il mondo di oggi. Avete parlato tra di voi di guerra e di pace. Mentre vi scrivo sono tempestato dalle terribili notizie che giungono da quella famosa località turistica dell'Egitto, dove il numero dei morti si allunga di minuto in minuto. Dietro quell'attentato, e quello di due settimane fa di Londra, e quello di un anno fa a Madrid, e quello dell'11 settembre a New York e altri ancora, vi è un disegno politico, quello del terrorismo, che agita strumentalmente la credenza nell'Islam e la condizione di miseria nella quale vivono tantissime persone in Asia o in Africa, per provocare distruzioni e uccisioni, per condurre una guerra contro l'umanità.

Ma prima ancora che il terrorismo portasse i suoi terribili colpi e indipendentemente da esso, il mondo non viveva in pace. Anzi era, ed è, percorso da una guerra infinita, che non aspetta neppure un pretesto - Paride che rapisce la bella Elena o un giovane studente serbo che uccide un arciduca austriaco -, fatta di molte guerre lontane e vicine, nelle quali a differenza di un passato che voi, bambini, potete conoscere solo sui libri, non muoiono soldati o guerriglieri, ma, per oltre il 95% dei casi, persone civili, tra cui molte della vostra stessa età. Un mondo nel quale oltre due miliardi di persone vivono con meno di un euro al giorno. Nel quale molte popolazioni sono prive di cibo e di acqua, non possono mandare i loro figli a scuola né curarli da malattie, anzi sono costrette a inviarli al lavoro, quando ce n'è. Nel quale tre persone possiedono più ricchezza di quanta ne possa produrre un intero stato africano popolato da milioni e milioni di persone (ho detto tre persone, non mi sono sbagliato; una di queste è quella che possiede i diritti dei sistemi che permettono al computer di casa vostra ed al mio di funzionare). All'inizio del secolo scorso, il Novecento, la differenza tra i paesi più poveri del mondo e quelli più ricchi era di uno a tre, ora è di uno a settanta e oltre, se non ricordo male. Ma se non mi credete, e non mi offendo affatto, cercate su internet, visto che ne siete espertissimi, cosa vi dice il Rapporto sullo sviluppo umano redatto dall'Organizzazione delle Nazioni Unite e lì troverete cifre e analisi ancora più precise sulle grandi ingiustizie sociali del nostro tempo.

Queste guerre, queste ingiustizie sociali, queste inconcepibili differenze che segnano la nostra epoca non sono il prodotto del comunismo. Anzi quest'ultimo ha cercato di cancellarle, e casomai gli si può imputare di non esservi riuscito o di averlo fatto solo in parte creando al contempo altri problemi. Se il mondo è così mal formato questa è responsabilità del sistema dominante, il capitalismo, la globalizzazione capitalistica, la logica dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, sull'ambiente e sulla natura per la ricerca di guadagno. Ora che il cosiddetto sistema comunista è crollato, questo è più evidente di prima.

Ecco allora perché insistiamo, perché non possiamo tollerare che la spirale tra la guerra e il terrorismo metta a rischio il pianeta e la vita delle generazioni presenti e future, perché non possiamo accettare che la logica della sopraffazione costringa alla sofferenza, alla povertà, all'assenza di diritti e di libertà la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Non siamo soli a pensarla così e ad agire di conseguenza. Nel mondo e in ogni paese c'è un grande movimento contro la guerra e il neoliberismo, che pratica la pace e si oppone a ogni forma di terrorismo. Da quel movimento ci aspettiamo le risposte al futuro dell'umanità. Assieme vogliamo costruire un'altra società, un altro mondo nei quali a tutte e a tutti siano date le stesse possibilità di vita e dove non si possano determinare simili abissali disuguaglianze e sopraffazioni, fino alla distruzione fisica delle persone e dove invece la libertà di ognuno non finisca dove comincia quella dell'altro, ma si sviluppi assieme a quella dell'altro. Non riesco a trovare un altro termine che non sia quello di comunismo per definire tutto ciò.

Tuttavia comprendo che voi mi potreste incalzare con un'altra domanda. Ma se il comunismo che c'è stato anziché creare ciò che tu dici ha provocato altri guai, non era forse sbagliato fin dall'inizio? E allora, forse, non dovremmo percorrere altre strade per cambiare un mondo che non ci piace?

Certamente la storia del tentativo di realizzare il comunismo - quello che spesso chiamo con un'altra espressione presa a prestito: il tentativo dell'assalto al cielo - è segnata da molti errori, alcuni fatali. Le donne e gli uomini che l'hanno percorsa hanno pensato di potere conquistare il potere nello stato e attraverso questo di cambiare la società. E' successo il contrario, cioè che la logica del potere ha cambiato quegli uomini, spesso spingendoli a governare in modo autoritario e violento. Quella esperienza ci ha anche dimostrato che non basta la libertà da, cioè dal bisogno, dalla fame, dalla miseria, ma ci vuole anche la libertà di, cioè di esprimere il meglio di sé stessi, di costruire delle nuove esperienze di vita sociale, di praticare concretamente la libertà per tutti. Ci ha dimostrato che non si possono separare i mezzi dai fini, non si può pensare di essere i liberatori dell'umanità e però nel frattempo soffocare quella di chi ci sta accanto. Ci ha dimostrato che non esiste una verità assoluta alla quale uniformare la vita degli uomini secondo uno schema predefinito, ma che la ricerca della giustizia e della libertà avviene ogni giorno e ogni giorno avviene rimuovendo resistenze e ostacoli, a cominciare dalle nostre debolezze e dalle nostre pigrizie. Per questo la definizione di comunismo che amo di più è quella celebre di Marx che lo definiva come il movimento che abbatte lo stato di cose presente. Il che significa che esso non potrà mai esaurirsi con l'instaurazione di un nuovo ordine sociale e statuale, ma sarà sempre una tensione costante di tutti gli uomini verso la giustizia sociale e la pace.

Per questo si può essere comunisti solo se si nutre una grande fiducia nell'umanità nel suo complesso e contemporaneamente un sano scetticismo nei confronti di sé stessi. Se si è generosi con gli altri ma severi con sé. Ma per avere fiducia nell'umanità bisogna imparare a conoscerla. A conoscerla concretamente, voglio dire.

Questo è il piccolo grande insegnamento che ci viene dalla straordinaria esperienza degli zapatisti del Chiapas. Essi ci dicono che bisogna camminare domandando. Cioè, fuori di metafora, che non ci si può fidare delle grandi idee, ma bisogna metterle alla prova nel confronto con la realtà, sempre e continuatamene, e sapere che questa non è materia inerte ma fatta dei sentimenti, delle aspirazioni, dei desideri delle persone che ci circondano. Se noi vogliamo che la nostra ricerca di un nuovo comunismo non finisca in polvere o che si risolva nel suo contrario, dobbiamo abitare senza riserve e senza risparmio la società del nostro tempo e non rifugiarci mai sulla torre dei nostri ideali.

Cari Clelia ed Edoardo voi avete la fortuna di essere nati in una famiglia che vi apre una finestra sul mondo. Potete fin da piccoli discutere di grandi cose e non siete distratti dal problema di come fare a mangiare tutti i giorni. E' una buona condizione di partenza. Il mio augurio è che non la sentiate né come un privilegio né come una colpa, ma come il punto d'avvio per un lungo cammino per costruire un mondo diverso e possibile. Non saranno né i bidelli né i capoclasse a dirvi dove e come andare, ma la vostra stessa capacità di entrare in sintonia con le sofferenze e le speranze delle persone intorno a voi.

Liberazione Domenica 24.7.05
Prima pagina
Il Fenomeno ZP, un socialista senza marxismo, un europeo che dice no alla chiesa e agli Usa
Viaggio nella Spagna governata da José Luis Rodriguez Zapatero
In un anno e mezzo di governo sono già tante le leggi innovatrici approvate.
Quasi tutte riforme a costo zero, ma indicazioni forti, decisioni simboliche e concrete
Il "socialismo" gentile di Rodriguez Zapatero
Ritanna Armeni


Madrid. Se ascoltiamo i discorsi o leggiamo le interviste di Zapatero non troveremo mai un accenno alle classi o alla lotta di classe; non scopriremo una parola contro la borghesia o l'aristocrazia, né un accenno al proletariato. Non lo sentiremo mai parlare di sfruttamento. Niente di tutto questo. Il socialista José Luis Rodriguez Zapatero, figlio di antifascisti, nipote di un oppositore ucciso dal regime, premier spagnolo, inaspettato, ma oggi solido e amato, non pronuncia le parole della tradizione, e appare infastidito da ogni domanda ideologica. Lui non si pone il problema di riforme che superino più o meno gradualmente l'economia di mercato. Né pensa che questa in sé sia una brutta cosa. Le sue priorità, le sue discriminanti sembrano scartare rispetto alla tradizione del socialismo europeo e mondiale. La aggirano. Lui dice che le questioni si trattano volta per volta, senza giudizi preventivi. Senza ideologie che ne precostituiscano le soluzioni.
Da qui, da queste elementari constatazione bisogna partire per cercare di capire che cosa è il socialismo del leader spagnolo.

Qual è l'idea centrale del socialismo di Zp, come il premier viene chiamato dai giornali spagnoli? E soprattutto sopravvive in lui un'idea di socialismo? E' evidente che il socialismo che mette al suo centro l'economia e la struttura per criticarla e superarla non fa parte del suo bagaglio culturale. Anzi rispetto a quel socialismo Zp è piuttosto critico. La sua idea forza appare piuttosto la "Democrazia" strumento fondamentale per ridurre, ridimensionare, riportare a sopportabilità e, se è possibile, cancellare le forme di dominio presenti nella società. Perché questo è il problema. Nella società esistono molte forme di dominio a cominciare da quella degli uomini sulle donne e queste si possono superare solo con un continuo, costante e incessante processo democratico.

In una intervista a Le Monde, concessa nei mesi successivi alla sua designazione a primo ministro, ha detto: "La sinistra ha dimenticato la società e il funzionamento democratico. Ogni passo verso una maggiore democratizzazione per la parità fra i sessi o per una maggiore partecipazione, per esempio nelle organizzazioni non governative, nel dominio delle decisioni politiche ed economiche apre la possibilità di società più giuste. E questa la grande sfida del socialismo del 21esimo secolo. " E ha concluso per rendere più chiaro il pensiero: " E' più efficace fare dei programmi di discriminazione positiva per avere più donne scienziate, che aumentare le tasse o ridurre l'orario di lavoro a 35 ore".

C'è chi pensa fra gli intellettuali che circondano il primo ministro e ne approvano la politica che il socialismo sarà un approfondimento, un passo ulteriore e successivo a quello della piena democrazia. Che esso verrà in un futuro e che, così come non c'è socialismo senza democrazia, inevitabilmente non possa esserci democrazia senza socialismo. Può darsi. Sta di fatto che per ora Rodriguez Zapatero preferisce puntare tutto sulla prima.

Se nei discorsi e nelle proposte del premier spagnolo non appaiono più le parole della tradizione quali sono quelle nuove che disegnano il socialismo senza marxismo di ZP? Non è difficile trovarle. Sono declinate e ripetute con enfasi, convincimento e passione nei suoi discorsi. Ma soprattutto - questa la grande novità nella politica e fra gli uomini politici del pianeta - sono praticate con una ossessiva coerenza. Democrazia si è detto. E poi parità e laicità. E ancora libertà, pluralismo, solidarietà, protezione dei deboli, dialogo. E pace.

Ogni legge approvata dal parlamento spagnolo in questo anno e mezzo di legislatura è la messa in pratica di queste parole. Ritiro delle truppe dall'Iraq, legge contro la violenza sessuale, matrimonio gay, riforma della Tv pubblica e di quelle private, proposta di togliere la parola "guerra" dalla Costituzione, ridimensionamento del potere della Chiesa cattolica, legge sull'immigrazione, divorzio veloce. Quasi tutte riforme a costo zero, ma indicazioni forti, decisioni simboliche e concrete. Una declinazione inflessibile delle regole di una società in cui devono essere eliminate le forme di dominio. Regole che qualche volta sfiorano il mercato, ma che non intaccano mai quelle dure leggi dell'economia che anche in Spagna si fanno sentire. Regole che toccano però (eccome) altre odiose forme di dominio. Il socialismo per Zapatero non è soprattutto cambiamento della struttura economica di un paese. Anzi per il premier spagnolo chi la pensa così sbaglia ed è condannato all'immobilismo. Lui preferisce agire su altri terreni. Ce ne è abbastanza per definirlo - come fa parte della sinistra italiana - revisionista, moderato, illuso, radicale e magari anche pericoloso. Forse. Oggi, a solo un anno e mezzo dall'inizio del suo governo, ogni conclusione anche la più negativa, è ancora possibile. A patto di non dimenticare che questo moderato socialista non marxista ha rotto in nome dei principi e delle parole del suo "socialismo" con i due poteri forti del nostro pianeta: gli Usa e la Chiesa cattolica.

Né Blair, né Schroeder, né Jospin. E neppure Felipe
La sua "via" quella che ormai appare delineata non è né quella di Blair, né quella di Schroeder né quella di Jospin. E non è neppure quella di Felipe Gonzales che ha modernizzato, ma non completamente democratizzato la Spagna.

E' chiaro che Zp ritiene il socialismo francese perdente e i tentativi dell'ex primo ministro Jospin evidentemente falliti. Quel socialismo, che aveva tentato riforme importanti, che aveva cercato di salvaguardare le sicurezze dei cittadini francesi, ha perduto, aggredito dai grandi problemi dell'insicurezza sociale, della disoccupazione della globalizzazione.

E' evidente che Zp guarda con distacco e anche con malcelata critica a quel che rimane delle aspirazioni socialdemocratiche di Schroeder, frustrate nel ridimensionamento dello stato sociale, nella riduzione dei salari, nei cattivi rapporti col sindacato, nella caduta del consenso. E giudica quella socialdemocrazia troppo economicista, poco moderna, poco capace di comprendere le nuove realtà sociali e di rivolgersi al cittadino.

Quanto a Blair, il discorso è più complesso. Molti hanno voluto vedere una somiglianza fra i due leader, forse nella ricerca di una "terza via" che accetta l'economia di mercato, e vuole modernizzare il welfare e nella insofferenza nei confronti delle strade che i socialisti europei vorrebbero seguire nel tentativo di moderare la globalizzazione. Ma le somiglianze, pure importanti, si fermano qui. La "terza via" di Blair è il tentativo di adeguarsi alla globalizzazione nella convinzione che solo agevolandola anche attravero l'intervento dello stato essa possa progredire e quindi consentire una redistribuzione della ricchezza. Di qui il suo liberismo che però non rinuncia anzi pone al centro la questione sociale, il problema della redistribuzione della ricchezza. Il fatto che la "terza via" sia diventata di fatto la "prima" non cancella la tradizionale attenzione socialista nei confronti dei temi dell'economia. La sua concezione dell'Europa come un grande mercato, il suo atlantismo, il suo appoggio alla guerra come consapevole risposta alla crisi aperta dalla globalizzazione sono risposte sbagliate, ma coerenti con la ricerca di una risposta ai problemi sociali che la globalizzazione della Gran Bretagna e dell'Europa.

Zapatero dribbla, prende tempo, ostenta pragmatismo. Se il capitalismo globalizzato attacca gran parte del pianeta e la guerra ne è una dimostrazione, l'Europa ancora non risente dei drammi del mondo. Qui si può agire non contrapponendosi al mercato globale, ipotesi impossibile, ma aggirandolo, cercando di incidere sui diritti, salvaguardando le forme democratiche, e potenziandole in modo da rendere gli uomini e le donne più consapevoli dei propri diritti, e quindi meno soggetti al dominio e ai domini. Pretendendo parità, praticando laicità e pluralismo. Di qui l'importanza per Zp dell'Europa intesa come forma politica che non si oppone al mercato, ma il cui scopo non è, come invece è per Blair, estenderlo e rafforzarlo. Di qui l'opposizione alla guerra, la sua decisione di non collaborare alla guerra in Irak. Zapatero non è un pacifista, ma è convinto dell'inefficacia della guerra. Perché essa non risolve, anzi accentua, i problemi posti dalla globalizzazione al pianeta. Di qui la sua contrapposizione agli Usa. Essa è utile solo a rafforzare un dominio. E a portare anche nel vecchio continente quei problemi della globalizzazione che il premier spagnolo vorrebbe il più possibile tenere fuori dall'Europa.

Un Giddens per Zapatero
Zp come Blair ha un ispiratore, un filosofo nelle cui idee si è ritrovato e sulle quali ha costruito gran parte delle sue politiche. Il Giddens del primo ministero spagnolo si chiama Philip Pettit, è irlandese, vissuto in Australia, professore di Teoria politica e filosofia all'università di Princeton. Le sue idee sono contenute in un ponderoso volume, edito in Italia da Feltrinelli e fino a qualche tempo fa ricercato solo dagli esperti, che si intitola "Repubblicanesimo".

Zapatero lo ammira a tal punto che quanto il professore è venuto a Madrid è andato a incontrarlo e ad ascoltarlo nel Caffé delle Bellas Artes.

Che cosa dice Philip Pettit nelle 381 pagine del suo libro? Propone di superare le due teorie che hanno dominato la teoria politica del novecento: il comunitarismo e il liberalismo. In che modo? Attraverso il "repubblicanesimo", cioè un sistema di valori che ha al suo centro il concetto di libertà. Libertà - spiega il professore a - intesa come "non dominazione", anzi opposizione al dominio. Diversa quindi dall'idea di libertà "liberale" che si limita ad essere "non interferenza" nella vita e nelle opinioni degli altri.

Se il liberalismo in nome della libertà intesa come "non interferenza" accetta che alcuni possano dominare su altri e quindi si adegua ad una situazione di non parità, il repubblicanismo invece promuove tutte le forme di risposta democratica al dominio.

Pettit parla della società moderna come di una società complessa in cui i protagonisti non sono i gruppi sociali, (lavoratori, imprese, corporazioni, ceto medio, chiese) ma gli individui, cittadini tra i quali costruire nuove forme di dialogo e di eguaglianza. Tanto più forte è la consapevolezza di ciascuno, tanto più profonde sono le conoscenze del singolo tanto più si condiziona e si riduce il potere. Tanto più un cittadino è consapevole tanto più sollecita risposte del potere e lo circoscrive e limita. In una società moderna la possibilità di contestare il potere, la creazione di questa possibilità deve, secondo Pettit, sostituire quello che è stato invece l'obiettivo di una vecchia concezione della democrazia, cioè la ricerca del consenso.

Le domande senza risposta
Nella Spagna di Zapatero, che sta vivendo un momento di entusiamo e di vitalità sono comunque molte le domande inevase che si colgono nelle discussioni, fra gli intellettuali e le fondazioni di ricerca che appoggiano il premier. Si possono ridurre gli elementi di dominio senza mettere in discussione l'economia di mercato? Forse si può, ma fino a quando? Fino a quando l'economia non diventerà ostacolo allo sviluppo di quella democrazia così fondamentale nella concezione zapateriana della società? E' possibile pensare ad un rovesciamento di quell'esperienza storica del socialismo secondo cui prima si deve cambiare la struttura e da questo cambiamento deriveranno tutti gli altri? E' possibile pensare che all'opposto dai cambiamenti civili, dalla eliminazione delle forme di dominio non strettamente dipendenti dalla struttura economica si possa partire per arrivare a modificare il sistema economico? A queste domande per ora non è possibile dare risposta. C'è chi pensa che questa risposta si dovrà dare e presto. La crisi economica e i problemi esploderanno anche in Spagna in autunno, quando il governo dovrà presentare il piano economico per il 2006. Quei numeri e quelle cifre non saranno indicative solo di quel che il governo intende fare, ma anche di quali rapporti di forza intende spostare e quindi, inevitabilmente, saranno indicazione del "socialismo" di Rodriguez Zapatero. Sapremo allora se la via della democrazia, della parità, del non dominio, intacca, sia pure con prudenza il dominio delle forze economiche, se si cercheranno forme di parità anche per i più deboli. O se la democrazia lì metterà un confine. Col rischio molto realistico che torni indietro.

(1-continua)

L'ARTICOLO PUBBLICATO DA "LIBERAZIONE" MARTEDI' 26 MATTINA, il giorno dell'incontro con Fausto Bertinotti

Liberazione 26.7.05
Parte oggi nella storica libreria romana la campagna per le primarie del segretario di Rifondazione
Amore e Psiche per le primarie
Luca Bonaccorsi


In questa Roma bollente, estiva e semi-vuota non meravigliatevi se oggi pomeriggio a Piazza della Minerva vedrete una gran folla assediare la libreria capitolina: è qui che parte la campagna per le primarie del segretario di Rifondazione Comunista. Perché? Facciamo un passo indietro.

E' il 5 Novembre 2004, Fausto Bertinotti è invitato da una piccola libreria del centro di Roma ad un dibattito sulla non-violenza insieme a Pietro Ingrao. Entra in un enorme tendone allestito nel parco di una storica villa romana, Villa Piccolomini, ed è accolto dal fragore di un applauso caldo quanto inatteso. Il tendone è gremito, e fuori è stato allestito un maxi-schermo per chi non riesce ad entrare. Quasi duemila persone lo accolgono con un calore che lo colpisce subito, e viene di nuovo sommerso dagli applausi quando confessa: «... non mi capitava da molto tempo di essere così emozionato. Se ci riesco in seguito, durante la serata, provo a dirvi anche la ragione che adesso non capisco neanche bene». Quando entra Pietro Ingrao la scena si ripete: tutti in piedi per l'uomo-mito della sinistra Italiana.

I due leaders della sinistra si rendono conto presto che hanno davanti una moltitudine di persone che oltre all'affetto hanno da offrire molto di più: anni, anzi decenni di ricerca sulla psiche umana. E' l'Analisi Collettiva di Massimo Fagioli quella che hanno davanti.

Sono uomini e donne che vogliono dialogare a sinistra, pongono domande precise e difficili il cui senso può essere racchiuso in alcune semplificazioni: «... si, voi parlate di non-violenza, ma lo sapete da dove viene la violenza? Conoscete le dinamiche inconsce degli esseri umani? Vi rendete conto che vivete in un contesto culturale in cui l'uomo è falsamente descritto come naturalmente "corrotto" fin dalla nascita, un contesto culturale che non si è ancora liberato di Freud, e della religione?»

Domande profonde, frutto di un pensiero libero, rivoluzionario ed irriverente che da trent'anni si sviluppa con una modalità molto "comunista": quella delle sedute pubbliche e gratuite. Una prassi che rifiuta e ridicolizza la credenza che della psiche si può parlare solo tra "esperti" nel chiuso di studi privati. Che rifiuta la regola che vuole che il lavoro sull'inconscio sia il privilegio di pochi benestanti. Nell'assemblea ci sono giovani e meno giovani, architetti, avvocati, muratori, musicisti, economisti, artisti e, ovviamente, centinaia di psicoterapeuti. E tutti quanti, insieme a Fagioli, fanno "cura, formazione e ricerca".

Pietro Ingrao raccoglie le suggestioni e propone che il contenuto della serata diventi libro, che la riflessione continui. Il libro, miracolo-lampo delle "Nuove edizioni romane", esce poco più di un mese dopo ma dentro c'è molto di più della trascrizione della serata. C'è anche un incredibile dialogo-carteggio tra Fagioli e Bertinotti dove emergono i punti cruciali del delicato, difficile ma irrinunciabile incontro tra psichiatria e sinistra. Il dialogo si conclude con Bertinotti che a pag. 107 scrive: «…nell'umano non c'è nulla di disumano ma la malattia che va curata, la teoria della nascita rende tutti gli uomini uguali» (ripetendo il testo della domanda di Fagioli ndr). Troviamo spunti di un filo di ragionamento che si connette. «Voi (l'Analisi Collettiva ndr) dite: la donna e l'uomo liberati dal peccato originale che li rende "naturalmente"cattivi consentono di mettere in discussione la società costruita per controllare/reprimere questa naturale "cattiveria" umana. La "violenza", come necessario corredo per costringere la naturale cattiveria umana ha radici antiche e profonde. Allo stesso modo è stato per i classici esegeti del capitalismo che hanno teso a "naturalizzare"questa determinata costruzione sociale fondata sullo sfruttamento e sull'alienazione. Tutte queste costruzioni hanno bisogno, per rendere eterno e connaturato il capitalismo, di considerare l'umanità come "naturalmente" spinta alla sopraffazione e allo sfruttamento e di costruire il Nemico come uscita dall'insicurezza della condizione dell'esistere e come rifugio dalla crisi di civiltà prodotta. L'Analisi Collettiva propone un approccio del tutto opposto e, per questo motivo profondo, mi sembra proponga una ricerca di liberazione. Qui i nostri percorsi si intrecciano, le nostre domande si incontrano, le risposte che andiamo proponendo ci interessano vicendevolmente. Al prossimo incontro. Il nesso tra realtà interna umana e prassi politica è fatto».

Torniamo ad oggi. Il "prossimo incontro" non c'è ancora stato, ma oggi la campagna elettorale per le primarie di Bertinotti inizia qui, nella libreria Amore e Psiche dove si crede che la rivoluzione bisogna farla prima "dentro". E dove non-violenza si pronuncia "inconscio sano".

Il segretario di Rifondazione parte chiaramente sfavorito in queste primarie, con la possente organizzazione Ds e la Margherita tutte tese a realizzare un plebiscito per Prodi, ma un po' di Amore per la Psiche, crediamo, gli porterà senz'altro bene.

DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE


OGGI POMERIGGIO
Martedi 26 luglio alle ore 15,00
la Libreria ospiterà la conferenza stampa
di apertura della campagna per le Primarie
dell’On. Fausto Bertinotti.


Per motivi di spazio l’ingresso sarà riservato esclusivamente a giornalisti e operatori televisivi.
Vi preghiamo di rimanere all’esterno dove saranno comunque assicurati sia il video che l’audio.
Inoltre sarà possibile vedere la registrazione dell’evento in differita su Mawivideo.it
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Vi informiamo che da sabato 23 luglio
sarà possibile vedere la trasmissione

"cominciamo bene estate" del 19.7 u.s.

con Annelore Homberg

esclusivamente alle ore 13,00 e alle ore 18,00,
e che la proiezione sarà sospesa
nei giorni Lunedi 25 e Martedi 26 Luglio


Libreria Amore e Psiche

via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
http://www.amorepsichelibreria.splinder.com/
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SU "LIBERAZIONE" NELLE EDICOLE OGGI, 26 LUGLIO 2005

pagina 5

un articolo di Luca Bonaccorsi

Parte oggi nella storica libreria romana la campagna per le primarie del segretario di Rifondazione

Amore e Psiche per le primarie

Oggi la campagna elettorale per le primarie di Bertinotti inizia qui, nella libreria dove si crede che la rivoluzione bisogna farla prima "dentro". E dove nonviolenza si pronuncia "inconscio sano".

(l'articolo sarà ripreso su "segnalazioni" quando sarà disponibile sulla rete, presumibilmente stasera o domani.
Ndr: questo articolo è poi stato pubblicato su questo blog alla data del 27.7.05, vedi sopra)

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ricevuto da Roberto Martina:


il comunicato del Prc:

PRIMARIE: MARTEDÌ A ROMA
PRESENTAZIONE DELLA CANDIDATURA DI BERTINOTTI


Martedì 26 luglio alle ore 15 a Roma,
presso la libreria "Amore e Psiche"
in Via Santa Caterina da Siena 61 (vicino Piazza del Pantheon) verrà presentata la candidatura di Fausto Bertinotti alle primarie dell’Unione dell’8 e 9 ottobre.

La presentazione sarà moderata dal giornalista Darwin Pastorin.

http://www.rifondazione.it/vm/cs/2005/0507211740.htm

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la rivista
IL SOGNO DELLA FARFALLA 3/2005
è disponibile presso la Casa Editrice,

la libreria Amore e Psiche
e negli altri abituali punti vendita

Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

scopri tutte le novità sul blog:

http://www.amorepsichelibreria.splinder.com/

la rivista è a Firenze, come sempre
da STRATAGEMMA
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Annelore Homberg all'Università di Foggia

Elio Carpitella comunica:


le registrazioni delle lezioni del corso sulle pari opportunità


"Il dramma del rapporto uomo donna"

tenute a Foggia dalla
prof.ssa Annelore Homberg

nelle seguenti date:

9-16-23 maggio 2005 6-13-20 giugno 2005

sono adesso tutte disponibili
sul sito dell'Università di Foggia

possno essere viste on line e scaricate sul proprio hard disk
collegandosi a questa pagina:

http://www.media.unifg.it/pariopportunita/popp.htm


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venerdì 22 luglio 2005

messaggi ricevuti:

Claudio Corvino ha pubblicato sul suo forum un'intervista (con qualche foto) a Marco Bellocchio ripresa da una rivista.

Ecco il link per vederla:

http://www.freeforumzone.com/viewmessaggi.aspx?f=17453&idd=3227
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in preparazione delle primarie di ottobre, Roberto Martina segnala questo sito che è stato appena aperto:

http://www.faustobertinotti.it/
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F.Ceccarelli invia questo testo tratto da doctornews.it e ripreso dal British Medical Journal

Psichiatria
Antidepressivi: efficacia esagerata?

I dati clinici pubblicati finora non sono sufficienti a supportare un beneficio clinicamente significativo della terapia antidepressiva. La trasformazione dei dati continui in dati categorici, la regressione alla media e la presentazione selettiva dei dati derivanti dagli studi sui farmaci possono spiegare i benefici finora indicati. Probabilmente un farmaco veramente in grado di alleviare specificamente la depressione non esiste, ed i cosiddetti antidepressivi sono farmaci che agiscono su altre cose, come la sedazione o la stimolazione di chi li assume. L'autrice si dice scettica sull'esistenza di una sindrome depressiva a livello biochimico, nonostante le affermazioni delle case farmaceutiche ed alcuni studi psichiatrici. La depressione dovrebbe essere dunque un problema da affrontare senza farmaci, in quanto i pazienti devono affrontarla con sé stessi. Secondo un'altra corrente di pensiero, invece, questo è un approccio sociologico radicale volto ad accettare qualsiasi compromesso per negare l'esistenza di patologie mediche che influenzano il cervello, come se quest'ultimo fosse inviolabile e le cerebropatie fossero impossibili, il che rappresenta un punto di vista notevolmente distorto. (BMJ 2005; 331: 155-7)
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ricevuto da I.D.

La Stampa 22.7.05
Semerano

il nemico giurato degli indoeuropei
MORTO A 94 ANNI IL GRANDE ETIMOLOGISTA
Maurizio Assalto

EMANUELE Severino ha definito i suoi libri «una festa dell’intelligenza», Massimo Cacciari ha riconosciuto che alle sue «straordinarie ricerche» doveva «moltissime indicazioni e suggestioni per tutta la dimensione etimologica» del proprio Arcipelago. Scelti, ma pochi - entusiasti - ammiratori. In parte si può spiegare con la difficoltà della materia, in parte no. La vicenda di Giovanni Semerano, morto la scorsa notte a Firenze, a 94 anni compiuti, è malinconicamente esemplare.
Studioso difficile da incasellare - filologo, linguista con una preponderante attenzione per le etimologie, nato a Ostuni ma fiorentino d’adozione, allievo di Bignone, Pasquali, Devoto, Migliorini - Semerano è risultato ancora più ostico al mondo dell’accademia, che gli ha inesorabilmente sbarrato le porte. Amaro destino di chi si pone fuori dai conformismi culturali, accetta di apparire fuori posto, fuori tempo - essendo forse in anticipo sui tempi. La sua opera è consegnata ai libri: il monumentale Le origini della cultura europea, quattro volumi frutto di quarant’anni di studi, pubblicati tra l’84 e il ‘94 da Olschki, e poi i più agili L’infinito: un equivoco millenario, Il popolo che sconfisse la morte e La favola dell’indoeuropeo, tutti usciti da Bruno Mondadori, l’ultimo pochi mesi fa.
Ed è emblematico che l’estrema sua fatica sia diretta ancora una volta, risolutamente, contro l’idolo polemico di una vita: l’indoeuropeo è per Semerano un fantasma linguistico senza riscontri nella storia, una creazione artificiale elaborata alla fine del ‘700, e da allora assunta a verità. Peccato che con l’ipotesi di un’origine indoeuropea che accomunerebbe gran parte degli idiomi, in Occidente e non solo, dall’antichità ai giorni nostri, molte etimologie restino oscure. E peccato che di una popolazione «indoeuropea» la storia e l’archeologia non conservino tracce, mentre ne sono rimaste, e abbondanti, dei latini e dei greci e degli ebrei e delle diverse genti che hanno abitato per millenni la Mesopotamia.
La Mesopotamia, ossia l’odierno Iraq: eccola la chiave per penetrare nel mistero delle lingue. Tutte le nostre parole avrebbero una aurorale origine nella terra tra i due fiumi, e attraverso le conquiste di Sargon il Grande, il fondatore dell’impero di Akkad, nel III millennio a. C., si sarebbero sparpagliate in lungo e in largo tra Europa e Asia, permeando il sentire, determinando le categorie mentali. Per esempio la parola Italia: non viene da vitulus, vitello - essendo la i di vitulus breve, mentre quella di Italia è lunga - ma dall’accadico atalu, terra del tramonto. Esattamente come Europa, dall’assiro erebu, erabu, offuscarsi, Occidente.
Su alcuni degli accostamenti proposti da Semerano si può discutere, così come di una certa eccessiva fiducia iperetimologista - quasi che il significato delle parole riposasse per sempre nella loro origine e non nell’uso che ne viene fatto dalla comunità dei parlanti, dalla loro presente «intenzione» comunicativa. Ma certo la lettura dei suoi libri, con il gioco mirabolante dei rimandi e l’ineguagliabile conoscenza linguistica che vi si riverbera, resta un piacere ricco di spunti. E la sua impresa, un titanico tentativo di reductio ad unum: quasi a contrastare gli effetti perversi di Babele.

martedì 19 luglio 2005



È stato da poco pubblicato e sarà disponibile
presso la libreria “Amore e Psiche”:


A.A.V.V. Dell’Apocalisse. Antropologia e psicopatologia in Ernesto de Martino (a cura di B. Baldacconi e P. Di Lucchio), Guida Editore, Napoli, 2005, pp. 152, € 10,20.

Un libro da leggere accuratamente per scoprire come tre psichiatri (Callieri, Jervis, Maldonato), due antropologi culturali (A. Buttitta, I. Chambers), un filosofo (F. Leoni), uno storico (E. Galli della Loggia) finiscano per riproporre nient’altro che un confuso “agglomerato” di proposizioni fritte e rifritte da decenni; mancando del tutto il bersaglio di individuare alcuni – seppur embrionali – “nuclei vitali” del pensiero del grande antropologo.
… sfugge loro del tutto che la celebre frase di K. Marx (nell’Introduzione ai Grundrisse), «L'anatomia dell'uomo fornisce una chiave per l'anatomia della scimmia», è pregnante anche rispetto al rapporto tra la teoria di Massimo Fagioli (“Scienza della psiche umana” – Analisi Collettiva) e le ricerche psicopatologico-antropologiche di Ernesto de Martino.

Roberto Altamura

citato al Lunedì
l'intervento del 18.7 sull'Unità del prof. Cancrini

l'Unità 18 Luglio 2005
Fanatismo normalità e follia
Luigi Cancrini

Leggo le storie degli attentatori kamikaze e mi chiedo: sono persone normali? L'appartenenza ad un gruppo può far perdere il senso della realtà fino a questo punto? Il fanatismo può essere considerato un problema individuale o dipende piuttosto da una pressione che si esercita dall'esterno?
Barbara Franchi

La questione è complessa. Nel suo celebre saggio sulla psicologia delle masse Sigmund Freud notava, quasi un secolo fa, gli effetti che la pressione del grande gruppo può esercitare sulla mente del singolo. La profondità della regressione che può determinarsi nella persona che vive immersa in una atmosfera di tensione e di violenza è esperienza comune, del resto, per ognuno di noi. Difficile pensare che fossero davvero tutti «malati di mente» i soldati tedeschi coinvolti nelle tragedie dei campi o nella messa in opera dei provvedimenti ispirati alle leggi antiebraiche. Così come è difficile (o troppo facile o troppo riduttivo) pensare, oggi, che siano tutti «matti» gli attentatori. Come è smentito, del resto, da quelli che li hanno conosciuti, che hanno vissuto accanto a loro, che avevano con loro (o pensavano di avere con loro) una relazione affettuosa o amicale. La verità è che, probabilmente, quello di cui abbiamo bisogno per capirne di più è un cambiamento profondo del nostro orientamento e del nostro giudizio in ordine alla normalità. Nel campo specifico della salute mentale (e in molti altri campi) l'idea di poter tracciare un limite netto fra normalità e follia, fra malattia e salute non è più in grado di guidarci nella comprensione del reale. Una distinzione più utile potrebbe essere forse quella fra comportamenti ragionevoli e comportamenti poco o per nulla ragionevoli, fra comportamenti sani e comportamenti pazzi. Fermo restando, però, che comportamenti di tutti e due i tipi possono continuamente essere messi in opera dalla stessa persona e che le persone differiscono fra loro non in rapporto ad una teorica appartenenza al gruppo dei normali o a quello dei pazzi ma solo in rapporto alla maggiore o minore facilità con cui si comportano in modo meno ragionevole e alla centralità che le condotte meno ragionevoli assumono, a volte, nella loro vita. Come se ognuno avesse una sua soglia per la regressione e come se l'esistenza di questa soglia permettesse all'osservatore di distinguerle quantitativamente invece che qualitativamente: anche se confrontando soggetti ai due estremi della scala che misura la soglia si può avere l'impressione di persone diverse anche qualitativamente.
Una chiave di lettura interessante per capirne di più è, a questo punto, quella offerta dagli studi moderni sui disturbi di personalità: del tipo istrionico o narcisistico, borderline, antisociale o misto. Caratterizzati tutti dalla facilità con cui chi ne soffre ragiona e/o si comporta in modo fastidioso o dannoso per sé e/o per gli altri in situazioni di tensione o di difficoltà, questi disturbi portano in un certo numero di casi alla richiesta d'aiuto psichiatrico (sotto forma, per esempio, di problemi legati alla tossicodipendenza, alla depressione o al cosiddetto disturbo bipolare) o alla necessità di un intervento repressivo (quando si rivelano con un reato e quando l'autore del reato viene identificato) ma restano, in molti altri casi, fuori da qualsiasi tipo di intervento correttivo: seminando infelicità e dolore in chi ne soffre e in chi ne patisce le conseguenze. Come ognuno di noi può verificare facilmente, del resto, quando assiste ad una lite di traffico, ad un incidente di stadio, ad una baruffa parlamentare o ad una separazione violenta: ad una di quelle situazioni, cioè, in cui la non ragionevolezza del comportamento non dà luogo a interventi di tipo psichiatrico o repressivo. In che senso gli studi sui disturbi di personalità ci possono aiutare, tuttavia, a capirne di più sulle follie che sconvolgono il mondo?
Torniamo, per un attimo, alla scala dei valori di soglia che abbiamo tracciato più sopra e che vede ai suoi estremi, per esempio a destra, le persone estremamente sagge che non hanno mai o quasi mai comportamenti non ragionevoli e, a sinistra, quelle «pazze» che ne hanno troppo spesso. Si tratta, come abbiamo detto, di una linea continua capace di segnalare differenze quantitative fra persona e persona. Ebbene, quello che noi possiamo dire oggi è: (a) che i disturbi di personalità possono essere diagnosticati, se si usano strumenti adeguati, nel 30% degli esseri umani: delle persone, cioè, collocate nel terzo di sinistra della nostra scala; (b) che, osservate nel tempo, le persone che si collocano nella parte centrale e comunque non troppo lontano da questo terzo possono ricevere la stessa diagnosi se le condizioni della loro vita si fanno più difficili; (c) che alcune delle persone che si trovano all'interno di questo terzo più patologico possono uscirne se vengono aiutate: dalla vita o dalla terapia.
Semplificando molto, quello che queste ricerche aggiungono alle osservazioni di Freud sulla follia del gruppo può essere sintetizzato in questo modo.
La pressione del grande gruppo attiva dei comportamenti anormali nelle persone in rapporto a quelli che sono i loro specifici valori di soglia. Tensioni sociali o politiche violente reclutano prima di tutto persone caratterizzate da un equilibrio incerto che trovano un modo semplice di canalizzare una loro difficoltà di affrontare in modo integrato e maturo la realtà della loro vita. Il rapporto ipotizzato da molti osservatori sul modo in cui le manifestazioni di odio razziale di Leeds hanno contribuito alla progettazione degli attentati di Londra probabilmente esiste, dunque, nella misura in cui fenomeni sociali di questo tipo innescano, da una parte e dall'altra, lo sviluppo di comportamenti sempre più irragionevoli nelle persone più esposte. L'immagine degli sleepers può essere utilizzata, dal punto di vista psicopatologico, anche per dire questo: che la costruzione nel tempo di un numero più o meno alto di «attentatori» dipende soprattutto dalla quantità di odio e di tensione che circola negli ambienti in cui vivono persone giovani in difficoltà. Mettendoci di fronte alla necessità di lavorare a quel livello se davvero vogliamo che le cose cambino. Anche se sono ancora pochi, mi pare, quelli che se ne accorgono davvero.

la legittimità della legge 40 al vaglio della Corte Costituzionale

ricevuto da Paolo Izzo:

Da Nuova Agenzia Radicale di oggi
Legge 40. La Corte Costituzionale si pronuncerà sull’art.13

Fallito il referendum, a pronunciarsi sulle contraddizioni della legge 40 sarà, come ampiamente previsto, la Corte Costituzionale, chiamata a dare un giudizio sulla legittimità dell’articolo 13, dopo che il Tribunale di Cagliari ha sollevato la questione.
"Era inevitabile che ciò accadesse", ha dichiarato Laura Pisano, presidente dell'associazione 'L'altra Cicogna' di Cagliari. Siamo stati tutti in prima linea per il referendum - aggiunge -, il mancato raggiungimento del quorum non significa che la battaglia contro la legge 40 sia finita, significa solo che alcuni italiani hanno scelto di non scegliere. Siamo fiduciosi, ora nella decisione della Consulta".
Filomena Gallo, presidente dell'associazione Amica Cicogna Onlus, e Gianni Baldini, consulente legale dell'associazione Madre Provetta, dichiarano: "Finalmente un magistrato che, in modo serio e scrupoloso, legge le contraddizioni della legge 40 che se da un lato vieta qualunque intervento sull'embrione, dall'altro ammette la ricerca clinica e sperimentale eseguita per ragioni terapeutiche e diagnostiche che tutelino la salute e lo sviluppo dell'embrione".
E, in questo caso - continua Baldini - la diagnosi non dovrebbe avere alcun limite.
Soprattutto, se a richiederla fosse una coppia legittimata a conoscere lo stato di salute dell'embrione, come nel caso della coppia di Cagliari portatori sani di beta talassemia".
red.

un orientamento nient'affatto rivoluzionario...
sperare nell'aikido?

ricevuto da Gianluca Cangemi

Liberazione 13.7.05
Violenza
Sulla natura umana

Sergio Morra
professore associato di Psicologia generale, Università di Genova

Cara "Liberazione", qualche giorno fa la lettera di una ragazza descriveva un episodio di violenza fascista cui aveva assistito e si chiedeva che gusto potesse esserci nel compiere azioni così stupidamente barbare. La condanna morale della crudeltà diventa predominante nella società moderna, ma la natura umana purtroppo ha profonde radici in milioni di anni di storia naturale dei mammiferi carnivori, degli ominidi, e infine delle prime società umane che della crudeltà facevano cemento politico, culturale e sociale (pensiamo ai circenses romani). E pur se è vero che la compassione è altrettanto radicata quanto la crudeltà nella natura umana, per noi persone civili non è facile estirpare da un giorno all'altro le abitudini e gli istinti crudeli dei nostri cospecifici. La crudeltà può sempre prevalere sulla compassione, specialmente in mancanza di un'educazione adeguata. Questi problemi sono ben analizzati in un articolo dello psicologo Victor Nell, intitolato "Cruelty's Rewards: The Gratifications of Perpetrators and Spectators", in corso di stampa su "Behavioral and Brain Sciences". A proposito dell'apprendere a gestire le proprie pulsioni aggressive, segnalo anche il libro di un grande maestro di aikido, André Cognard, "Vivre sans ennemi" (ed. du Relié, 2004). Egli sostiene che le arti marziali tradizionali orientali, e specialmente l'aikido, interpretate nella società "occidentale" contemporanea con un'operazione intelligentemente interculturale, possano avere un ruolo educativo notevole a questo riguardo. Segnalo questi testi all'autrice di quella lettera e agli altri lettori interessati. Purtroppo nessuno dei due è in italiano, ma se si vogliono idee non banali bisogna andare a cercarsele là dove sono.

lunedì 18 luglio 2005

è stato ospite della Libreria AMORE E PSICHE
Gianrico Carofiglio ha vinto il Premio Bancarella

Corriere della Sera 18.7.05
Premio Bancarella
Vince il giallo del pm Carofiglio

Il magistrato antimafia è al suo terzo romanzo: «Il mio nome dopo Hemingway, sono felicissimo»
Marco Gasperetti

PONTREMOLI (Massa Carrara) - Ha vinto la storia di un’amicizia borghese, struggente e oscura, ambientata in una Bari inquietante e di confine, in bilico tra modernità e tradizione. Il passato è una terra straniera di Gianrico Carofiglio (Rizzoli) si è aggiudicato ieri sera la 53° edizione del Premio Bancarella.
(...) Carofiglio, magistrato antimafia di Bari al terzo romanzo, pluripremiato e tradotto in tutto il mondo, (a ottobre su Canale 5 uscirà anche un serial tv dedicato all’avvocato Guido Guerrieri, protagonista dei due precedenti romanzi), non nasconde l’emozione. «Il primo Bancarella è stato assegnato a Ernest Hemingway, lo scrittore che più amo - dice -, per me è uno dei premi più prestigiosi al mondo. Sono felicissimo che sia stato questo mio ultimo romanzo a vincere. E’ un’opera di rottura, diversa da tutte le altre». Il passato è una terra straniera è l’opera più introspettiva di Carofiglio. Non è un giallo manicheo: i tre protagonisti, lo studente Giorgio, il prestigiatore baro Francesco e il tenente dei carabinieri Giorgio Chiti, vivono in mondi all’antitesi eppure trovano una solidarietà nei contraddittori sentimenti, di luce o di tenebra, che li attraggono nel dipanarsi dei fatti.
(...)

«la libertà sessuale delle donne è la cosa più importante»

Corriere della Sera 18.7.05
Ricerca della London School of Economics realizzato dall’italiana Pezzini
«La libertà della donna conquistata con la pillola»
Studio inglese: è stato il principale fattore di emancipazione
Alessandra Mangiarotti

Macché diritti di maternità e legge sul divorzio. E’ stata la pillola a rendere la donna davvero libera. Libera di scegliere se e quando avere un bambino. E quindi libera di studiare, lavorare, fare carriera, fare soldi ed essere felice. Insomma, è il controllo delle nascite il principale fattore di emancipazione dalla Seconda Guerra mondiale ad oggi. Lo dice uno studio inglese. Con tanto di numeri (e non slogan) alla mano.

LO STUDIO - I ricercatori della London School of Economics (Lse), coordinati dall’italiana Silvia Pezzini, hanno preso in considerazione i dati di 450mila donne inglesi e di 11 Paesi europei dal 1975. Quindi hanno incrociato il livello di soddisfazione delle ladies con le principali vittorie delle battaglie al femminile: leggi sull’aborto, contraccettivi, diritti di maternità e legge sul divorzio. Risultato: «Quello che ha reso davvero libere le donne è stato il controllo delle nascite. Mentre diritti di maternità e divorzio hanno avuto effetti trascurabili sul Welfare al femminile». Anzi: in alcuni casi «effetti negativi». Per intenderci: «Quello che le donne guadagnano grazie ai congedi maternità lo perdono sul piano dell’idoneità professionale», mette in guardia la Pezzini. Che va oltre: «L’obiettivo del governo Blair di portare il congedo pagato a 12 mesi difficilmente aiuterà la causa delle donne».

LIBERTÀ RAGGIUNTA - La pillola è stata introdotta in Inghilterra per le donne sposate nel 1961. E la responsabile dello studio libertà-uguale-pillola evidenzia: «Le ladies che all’epoca erano in età fertile hanno registrato un aumento del livello di benessere». Vale a dire: più donne laureate, più donne al lavoro e al lavoro con mansioni di responsabilità. E in Italia? La pillola è arrivata a fine Anni Sessanta. La legge sul divorzio nel ’70. Quella che tutela le madri sul luogo di lavoro nel ’71 e quella sull’aborto sette anni dopo. Tutti d’accordo sul fatto che lo studio inglese sancisca una sacrosanta verità. Ma guai ad incoronare la pillola regina di tutte le vittorie rosa.

IN ITALIA - E’ innegabile: «Riuscire a controllare la nascita di un bambino è fondamentale per pianificare la carriera, oggi uno dei principali metri di libertà», commenta «da economista e non da donna» Cristina Bombelli, coordinatrice del laboratorio «Armonia» alla Bocconi di Milano. «Sicuramente il divorzio ha un’incidenza minore sulla gestione della propria vita. E se in Inghilterra gli effetti del congedo maternità sono penalizzanti, nella permissiva Italia sono addirittura deleteri». Parola di imprenditore: «Soprattutto di piccolo e medio imprenditore (il 90%) che ammette senza veli di preferire assumere un uomo proprio per colpa di quei permessi rosa».

IL DIBATTITO - L’avvocato Mariagrazia Campari mette però le mani avanti: «Non facciamo sponsorizzazioni farmaceutiche: le conclusioni dello studio inglese sono sacrosante (non illuminanti). Ma tutte le battaglie hanno pari dignità». La psicoterapeuta Anna Salvo aggiunge: «E’ impossibile dire se è stata più la pillola del divorzio a dare libertà. Di sicuro il confetto rosa ha permesso alle donne di riappropriarsi del proprio corpo e del proprio tempo». E la sociologa Chiara Saraceno: «Da sola però non basta a dare libertà. Prima dei comportamenti sessuali le donne hanno cambiato la testa». Quanto ai diritti per le mamme lavoratrici: «Se i congedi maternità li possono prendere solo le donne, beh, questo le penalizza. Ma come dice un’indagine dell’Ocse proprio l’alta occupazione femminile, insieme a politiche flessibili, aiuta la fecondità». Perché va detto: «La pillola è importante così come lo sono l’accesso al lavoro (qualificato) e il riuscire a conciliare lavoro e famiglia, a essere mamma lavorando». Del resto gli effetti collaterali sono in agguato. Come quelli di cui l’attrice Jennifer Aniston è diventata l’emblema: ha rotto con il suo Brad Pitt e le malelingue giurano che la causa sia stata proprio la sua riluttanza a interrompere la carriera per diventare mamma.

Corriere della Sera 18.7.05
«No, la svolta iniziò con la lotta contro la famiglia tradizionale»
Mariolina Iossa

Scrive il Times: «Dimenticate le leggi sul divorzio e sull’aborto, è stata la pillola a rendere le donne libere». Davvero è così, davvero le battaglie delle donne, il movimento femminista, hanno contato assai meno, quasi nulla, lungo il cammino della emancipazione femminile? Davvero basta solo la contraccezione per far sentire una donna veramente libera? «Per carità - replica la storica Anna Bravo -. La pillola è stata, ed è importantissima. La pillola previene le gravidanze indesiderate e impedisce di dover ricorrere all’aborto. Ma io credo che sia solo una concausa. Forse le donne più giovani, quelle che hanno ereditato i risultati delle battaglie femministe, hanno risposto in questo modo al questionario perché guardano alla pratica. Ma chi riceve l’eredità deve comunque agire, deve mettersi in gioco, non può fermarsi lì». E allora guardiamo indietro, raccontiamo com’è andata. «Ci sono state le lotte, le battaglie di tante donne che rifiutavano un modello rigido imposto dalle famiglie. La pillola è del ’60 ma in Italia, fra l’altro, c’era una legge che vietava di propagandare i sistemi di controllo delle nascite e l’Aied, sorto già dal ’53, subì numerose denunce».
Dunque, il fermento, la voglia di riscatto parte ben prima della pillola. «Sì, certo, possiamo dire che la pillola si inserisce dentro una tendenza. Già le ragazze degli anni Cinquanta, e cito il saggio di Simonetta Piccone Stella, avevano voglia di cose nuove, lo dicevano in modo pasticciato, confuso, ma cercavano una propria strada, respingevano il modello di moglie, madre, lavoratrice perfetta. Un modello che richiedeva uno sforzo immenso». Ma che cosa volevano? «Cose diverse, viaggiare, ascoltare la musica, andare al cinema. Ma non volevano risolvere tutta la loro vita dentro la famiglia».
E dopo c’è stata la presa di coscienza, la lotta per una maggiore libertà, una lotta anche politica. «Una giovane donna non vuole crescere ossequiosa, rispettosa delle regole degli adulti. Così all’inizio litiga dentro la famiglia, nello sforzo di rompere i modelli chiusi. La pillola arriva dentro questa tendenza, e certamente contribuisce a dare maggiore sicurezza. Ma le leggi sul divorzio e sull’aborto, leggi sacrosante, sono quelle che hanno dato alle donne la possibilità di scelta. Io non penso che il divorzio e l’aborto siano qualcosa di rivoluzionario. Nell’esperienza personale significano anche lutto, dolore. Ma non si possono cancellare. Sono strumenti per creare le condizioni di libertà. Poi, nella pratica, ognuno si libera da solo. La libertà non è una cosa che si ottiene, che viene regalato, concesso o consegnato».

Spoletoscienza 2005

l'Unità 18 Luglio 2005
Spoletoscienza 2005
di Cristiana Pulcinelli

Tra soli trent'anni la vita di noi esseri umani potrebbe non essere più la stessa. Potremmo, ad esempio, aver spostato il momento della morte molto più avanti nel tempo: a cento anni e oltre. I nostri organi malati potrebbero venire sostituiti. Potremmo aver sconfitto malattie come il cancro e potremmo curarci inserendo nel nostro organismo geni e cellule. Potremmo anche progettare figli in modo che siano sicuramente sani, ma anche che abbiano qualche chance in più per cavarsela grazie alla manipolazione genetica dell'embrione.
Tutte queste cose, se si realizzassero, cambierebbero radicalmente non solo la nostra vita individuale, ma la società nel suo complesso. A tal punto che suscitano timore e, in qualcuno, anche voglia di fermare la ricerca, come si è visto in occasione del referendum sulla fecondazione assistita. Cosicché immaginare il futuro non è più solo un esercizio letterario, ma un obbligo morale.
A Spoletoscienza, l'incontro annuale organizzato dalla Fondazione Sigma Tau, sabato e domenica scorsi si è discusso proprio di come i progressi della genetica e della biologia potranno alterare il destino dell'umanità. C'è chi vede la situazione più rosea e chi invece avverte che i tempi saranno lunghi, la fatica immensa e le implicazioni non prive di rischi. Ma tutti sono d'accordo sul fatto che il futuro è già cominciato.
Tra i più ottimisti si annovera Aubrey De Grey, ingegnere elettronico e biologo inglese. De Grey è convinto che l'invecchiamento non sia inevitabile e che quindi vada evitato. Già conosciamo tutti i fattori che portano all'invecchiamento e presto scopriremo tecnologie per intervenire su questi fattori. Ma la cosa interessante, dice l'inglese, è il concetto di velocità di fuga: se tra trent'anni un uomo allungherà la vita di trent'anni, nei trent'anni successivi le terapie saranno ancora più avanzate e, quindi, l'uomo potrebbe avere altri trent'anni di vita da aggiungere ai primi trenta. Di trent'anni in trent'anni, si potrebbe giungere a vivere mille anni. Obiezioni? Pensiamo che queste ricerche non vadano portate avanti perché non vogliamo una società senza bambini o perché non vogliamo che i dittatori vivano in eterno, o perché pensiamo sia più giusto spendere soldi per salvare gli africani? Chi siamo noi - ribatte De Grey - per imporre i nostri valori sul futuro? Le decisioni spetteranno a chi avrà le terapie antiinvecchiamento.
Più problematico l'intervento di Gregory Stock, dell'Università della California. Stock è convinto che nei prossimi anni dovremo affrontare molte sfide: la possibilità di modificare la nostra biologia, di affidarci alla farmacologia per gestire le emozioni e, soprattutto, i progressi della biologia riproduttiva che cambieranno il modo di fare i figli. Tutte queste strade verranno percorse, dice Stock, perché abbiamo sempre usato la tecnologia per migliorare la nostra vita. Temiamo di abusare di queste tecnologie? Ebbene, sicuramente ne abuseremo. Abbiamo paura che modificheranno il significato di ciò che siamo? Sicuramente lo faranno. Ma proibirle non ha senso, perché qualcuno in qualche parte del mondo le farà lo stesso, in modo forse meno democratico.
Gli italiani sono rimasti più con i piedi per terra. Claudio Franceschi, immunologo esperto di invecchiamento, ha raccontato i risultati della sua ricerca sui centenari che sono sempre di più. Perché alcuni individui vivono molto più della media? Sembra che la risposta stia nella capacità di adattarsi agli stress e ai danni cui sono esposti, sia dal punto di vista biologico che mentale.
Giuseppe Macino, biologo cellulare, ha aperto una finestra sulle possibili applicazioni terapeutiche di una scoperta recentissima: i piccoli Rna. Sono molecole che hanno compiti importantissimi come controllare la proliferazione e la morte delle cellule. Studiarli ci potrebbe permettere in un futuro di curare malattie come il cancro.
E infine Giulio Cossu, direttore dell'Istituto di ricerca sulle cellule staminali del San Raffaele di Milano, ha spiegato quali sono progressi e difficoltà nella ricostruzione e nella riparazione degli organi e dei tessuti. Oggi siamo in grado di ricostruire epidermide, cornea, sangue, ossa. Per gli altri il lavoro sarà ancora lungo. Tuttavia, i problemi etici ed economici che queste ricerche comportano vanno affrontati ora. Perché una volta scoperte queste cure, sarebbe inammissibile che una società che si definisce civile non le fornisca.

Michele Serra sui sogni per come li dipingono Newsweek e Repubblica

una segnalazione di Sergio Grom

Repubblica 18.7.05
L'INATTESO HAPPY END CHE CI REGALA L'INCONSCIO
Quell'ultimo sogno che dà un senso alla vita
Aspetto che la mia psiche venga a rivelarmi dove avevo dimenticato il mio motorino
MICHELE SERRA

L'idea che la morte abbia una specie di anticamera psichica è perfino un luogo comune popolare, il famoso «ho rivisto tutta la mia vita come in un film» riferito da alcuni redivivi e scampati. (Anche se circola, in proposito, una vecchia e cinica battuta: «ho rivisto la mia vita come in un film, e devo dire che la regia era pessima e i dialoghi scadenti»). Ora uno studio su Newsweek rende noto che la morte sarebbe spesso preceduta da un sogno rivelatore, una specie di quadratura dei conti in extremis che l´inconscio regala agli agonizzanti, rasserenandoli.
Che un "Ultimo Sogno" benefico possa alleviare la partenza sarebbe, a ben vedere, il più sorprendente dei doni, posto che l'inconscio, per rimanere in metafora cinematografica, in genere non è molto propenso agli happy end. L'universo onirico è fonte inesauribile di inquietudini e di spiazzamento, e la sua specialità sembra scompaginare la faticosa certezza degli affetti, dei comportamenti e perfino dei luoghi fisici. Le case e le città dei sogni non sono quasi mai quelle che conosciamo, lo spaesamento è regola, nei sogni non siamo mai padroni di noi stessi, quasi che le zone profonde dell'io, compresse e negate nella vita cosciente, vogliano ribaltare la situazione in loro favore. Lo studio di Newsweek, letto in questa chiave, contiene una vera e propria rivalutazione dell'inconscio, attribuendogli (e dunque attribuendo a noi stessi, individuo per individuo) la potestà dell'ultimo viatico, di un auto-saluto riconciliante.
La notizia - se possiamo definirla tale - ci è istintivamente simpatica. Perché l'inconscio e la psicanalisi sono, culturalmente parlando, quasi in disgrazia, l'uno perché sospettato di essere un surrogato "scientista" e dunque immiserito dell'anima, l'altra in quanto disciplina delle pulsioni e non dei Valori, e insomma figlia di un secolo razionalista e misconoscente le categorie spirituali e le verità rivelate. Di conseguenza i sogni, che nella seconda metà dello scorso secolo parevano finalmente diventati, e non solo per le classi colte, il ricettacolo di preziose rivelazioni sul funzionamento della psiche, essi sono da tempo retrocessi, a furor di popolo e di televisione, al rango precedente di apparizione magica, buona per i numeri al Lotto, per la superstizione, per il penoso traffico di maledizioni e benedizioni da consegnare alle cartomanti. I sogni come l'oroscopo, i tarocchi e la sfera di cristallo. Troppo complicato interpretare i sogni come segni del linguaggio, pur sempre reale, della psiche profonda, meglio fantasticare su presagi e apparizioni di defunti. Meglio la superstizione della scienza, e non è che uno dei tanti corollari della nuova diffidenza di massa (e di molte "avanguardie" culturali) contro la razionalità.
Ora, a sorpresa, ci vengono a dire che l'inconscio, questo maledetto complicatore degli stati d'animo, perturbatore notturno del comune senso della vita, ingarbugliatore indefesso dell'idea che ci siamo fatti di noi stessi, all'ultimo istante viene finalmente a "spiegarci" qualcosa, ad addolcire anziché amareggiare, a semplificare invece che intrigare, regalandoci finalmente un sogno perfetto, risolutore. Una voce fuori campo che accompagna alla fine con amicizia, e quella voce è la nostra, la stessa voce che in vita ci ha così spesso sviato o accusato, ci ha fatti sentire deboli o insinceri.
Il sogno è una voce di dentro, la più autarchica delle immagini, la più intima e inviolabile delle storie. Non delega ad altri nemmeno il più trascurabile dei dettagli, né il volo (quando si sogna di volare) né la caduta, né la luce né il buio, non la cattiva figura e non la buona. Se Newsweek ha ragione, ritroveremo nell'ultimo sogno le scarpe o le chiavi o l'automobile che dormendo abbiamo sempre sognato di avere smarrito.
Io sogno da una vita di avere dimenticato in una strada di Milano il mio primo motorino Guzzi, che in realtà mi venne rubato. E mi scervello per ricordare a quale palo lo avevo incatenato, più di trenta anni fa, facendomi una gran colpa di tanta distrazione. Nell'ultimo sogno, quello pacificatore, spero dunque che la mia vecchia psiche riottosa si decida infine a rivelarmi dove diavolo lo avevo dimenticato, il mio motorino, e dove i miei quindici anni.

Michele Serra scrive quanto precede a commento di un articolo che il giornale pubblica a pag.14 nell'edizione di oggi, riprendenolo da Newsweek, dal seguente titolo:

«Così l'ultima visione svela il senso della nostra esistenza

Su Newsweek uno studio svela cosa immaginiamo nel sonno prima di morire
Esperienze premonitrici sono comuni a molte culture: dall'antica Grecia alla Cina
ANNE UNDERWOOD»

a sinistra:

Corriere della Sera 18.7.05
Su Liberazione
GIORGIO AMENDOLA IL RIFORMISTA-STALINISTA


Il riformismo di oggi? «Figlio dello stalinismo di ieri». Rina Gagliardi, in un’editoriale su Liberazione , ragiona sull’eredità politica lasciata da Giorgio Amendola: «Riformismo e autoritarismo di matrice staliniana possono convivere? Certo che sì... In Amendola convissero conservatorismo e realpolitik... Lui propose con largo anticipo il "partito unico" della sinistra, ma restò sempre filosovietico».


aprileonline.info 18.7.05
Prodi presenta un documento sull'Iraq, ma poi fa marcia indietro

Giallo in tarda serata su un documento, scritto in forma di mozione parlamentare, inviato da Romano Prodi ai segretari dell'Unione e riguardante la posizione della coalizione sull'Iraq. Il documento, che non parla di ritiro immediato delle truppe italiane, ha ricevuto subito l'apprezzamento di Ds, Margherita e Sdi, mentre la sinistra radicale lo ha sonoramente bocciato. Fausto Bertinotti, il più duro, ha dichiarato: "Non se ne parla nemmeno". Nella segreteria del Prc, addirittura, si è ipotizzato che l'autore del documento non fosse davvero Prodi che, l'11 luglio scorso, aveva usato ben altre parole nel vertice dell'Unione.
Dopo poco più di un'ora lo staff di Prodi si è affrettato a spiegare che si trattava solo di una bozza e che il testo finale probabilmente non sarà neppure un atto parlamentare. Del resto se ci fosse e fosse simile al documento diffuso ieri spaccherebbe verticalmente l'Unione.

Apcom 18.7.05
IRAQ/ BERTINOTTI: RITIRO ORA, O NOSTRO DOCUMENTO
"D'Alema, critiche volgari. Seconda bozza l'ha scritta Prodi?"

Roma, 18 lug. (Apcom) - "Troverei autolesionistico provocare una divisione in Parlamento essendo tutti noi d'accordo sull'essenziale, cioè il ritiro" del contingente italiano dall'Iraq. Fausto Bertinotti non cede, alla vigilia del voto sul rifinanziamento della missione: occorre "presentare una mozione che stabilisca il ritiro immediato delle truppe". E se l'area-Fed presentasse un documento per il ritiro 'graduale'? "In questo caso - assicura il segretario del Prc a Repubblica - assieme ad altre forze presenteremmo un altro documento". Perché "per noi la pace viene prima di tutto il resto".
Bertinotti commenta duramente l'invito al 'senso di responsabilità' e l'accusa di 'fanciullaggine' giunti da D'Alema: "A un terreno così volgare io non accedo". Con un dubbio sulla seconda bozza-Prodi, dopo un primo documento che era stato considerato una "buona base di partenza": poi ne è arrivato "un altro, e questo punto mi chiedo se sia stato davvero Prodi a scriverlo". Il segretario di Rifondazione parla di una "rincorsa moderata" al centrodestra in atto: "E' emersa una competizione tra Margherita e Ds, una competizione che assume la capacità di fare proposte moderate per guadagnare consensi, nella fattispecie in politica estera. E' una strada sbagliata, lontana dalle aspettative della nostra gente".
copyright @ 2005 APCOM

Corriere della Sera 18.7.05
Il dibattito dopo la denuncia di Fassino e Salvi sulle Regioni
Caso governatori, Bertinotti «Abbassiamo gli stipendi»
«I politici guadagnino quanto i dipendenti pubblici»

Monica Guerzoni

ROMA - (...)
Accuse, ripicche e una proposta «choc» di Fausto Bertinotti: «Per riconsegnare la politica all’etica aumentiamo l’aspetto volontario di chi ricopre cariche politiche, fissando un tetto alle retribuzioni». Parametro di riferimento, «lo stipendio di un dipendente pubblico».

Corriere della Sera 18.7.05
L’ECONOMISTA
Sylos Labini: per la sinistra ci vuole un codice etico alla Zapatero
«Chi divide la morale dalla politica dice sciocchezze e porta il Paese al disastro»


ROMA - Professor Paolo Sylos Labini, oltre a essere un economista, lei è uno dei più agguerriti alfieri della questione morale. E l’altro giorno Piero Fassino ha proprio invocato per gli enti locali - anche quelli guidati dal centrosinistra - «sobrietà di comportamenti, rigore nella gestione e nell’utilizzo di strutture pubbliche».
«Già... Ma quando si parla di questione morale, bisogna partire da lontano. È una questione culturale, perché in Italia parlar male di Machiavelli è più difficile che parlar male di Garibaldi: sia in ambiente laico che cattolico, tanto a destra quanto a sinistra».
Si riferisce al noto «fine che giustifica i mezzi» e lo considera dannoso?
«Sì, la banalizzazione di una battuta che Niccolò Machiavelli non ha mai detto in quei termini ma che viene sempre utilizzata per dimostrare che politica e morale sono cose distinte. Invece non è così: se i mezzi usati sono barbari, lo diventano anche i fini. Chi divide la morale dalla politica, o dall’economia, dice sciocchezze e contribuisce a portare il paese al disastro. Fra le cause della crisi argentina ci sono anche evasione fiscale e corruzione elevate a regola. Quando la corruzione diventa sistema, fracassa l’economia e travolge gli stessi corruttori».
Dunque per aiutare il Paese va recisa la radice machiavellica?
«I neomachiavellici culturalmente fanno pena: sono antiquati e fanno finta di essere moderni. Dimenticano anche che cinque secoli fa non c’era il capitalismo industriale, che la democrazia era lontana, che la morale di allora era qualcosa di molto discutibile, c’erano prìncipi civili e prìncipi assassini di professione; dimenticano anche che da quella tradizione e dai Borgia non è arrivato nessun contributo all'unificazione d'Italia. La gente troppo spesso parla ma non sa».
Torniamo all’inizio: l’appello lanciato da Fassino alle amministrazioni locali, Regioni in primis, le piace?
«Speriamo, ha parlato bene... Il fatto è che certe volte in Italia si predica bene ma non si razzola in modo conseguente. Per razzolare bene chiedo, insieme con Occhetto ed altri, che il centrosinistra introduca nel proprio programma di governo un preambolo simile al codice di comportamento varato da Zapatero in Spagna. Non è un fatto morale, ma una cosa vitale per la politica».
Alle Regioni - comprese quelle governate dal centrosinistra, come Campania, Calabria e Lazio - i Ds imputano di aver moltiplicato inutilmente commissioni e incarichi, con danno per il denaro pubblico.
«Appunto servono regole uguali per tutti, con meccanismi automatici. Ma finché i partiti pensano che la politica è costosa e che questi costi vanno accettati anche se sono lontani dalla morale - e qui torniamo a Machiavelli -, la regola è quella del raddoppiare gli incarichi per averne vantaggi politici. Un codice di comportamento, purché non suscettibile di aggiramenti all’italiana, deve coprire tutti questi aspetti. A partire dal controllo della fedina penale "vera" di chi vuol essere eletto».
«Vera»?
«Sì, non quella a fini amministrativi, addomesticata dal beneficio della non menzione di qualche reato. Fino a venti anni fa in Italia i ministri indagati si dimettevano; oggi in Parlamento la percentuale di indagati, rinviati a giudizio e condannati sfiora il 40».
La presa di posizione dei Ds, sancita in Consiglio nazionale da un ordine del giorno presentato da Salvi e Mussi, ha scatenato un putiferio: presidenti di Regione come Bassolino, Loiero e Marrazzo non hanno gradito.
«Non conosco le cose in dettaglio. Ma il discorso base resta lo stesso: serve un codice alla Zapatero che escluda ed eviti le cose attribuite a Bassolino e agli altri. Ma temo che non lo avremo, perché destra e sinistra rischierebbero di perdere troppi seguaci. Basta vedere come Fini ha dimenticato Borsellino...».
Loiero e Marrazzo dicono che l’uscita diessina è autolesionista per la coalizione, perché fornisce materiale alle campagne della destra.
«Che da quelle parti ci sia una buona dose di autolesionismo, è innegabile. Ma allora, perché quelli che ne sono convinti non appoggiano l’introduzione del codice di comportamento? Sarebbe molto meglio dei litigi. Speriamo davvero che d'ora in poi la linea cambi».

Cina

punto-informatico.it 18.7.05
Il ritorno dei taikonauti
La navetta cinese Shenzhou tornerà in orbita: la capsula verrà lanciata nel prossimo ottobre e trasporterà due uomini per una missione di cinque o sei giorni
Tommaso Lombardi

Pechino - La NASA si dispera per il fallimento dell'ultima missione dello Shuttle Discovery e la Cina coglie subito l'occasione per rilanciare il proprio programma d'esplorazione spaziale: il vascello Shenzhou partirà per lo spazio entro la fine del prossimo ottobre. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stato Xinhua, il razzo vettore "Lunga Marcia" trasporterà la capsula oltre l'atmosfera - i due taikonauti, così si chiamano gli astronauti cinesi, a bordo di Shenzhou rimarranno in orbita per cinque o sei giorni.

Si tratta della sesta missione per il giovane progetto Shenzhou, nato nel 1999 su ispirazione della Soyuz russa. Per la seconda volta nella storia, astronauti cinesi si addentreranno nelle buie profondità dello spazio. L'obiettivo di Shenzhou VI, stando alle pochissime informazioni rilasciate dall'Accademia Cinese delle Scienze, è un esperimento di bioingegneria da condurre in assenza di gravità: il materiale genetico di una prelibata varietà suina, il "maiale di Rongchang", verrà esposto alle radiazioni spaziali e riportato sulla Terra.

Il quotidiano nazionale China Daily non esita ad affermare che questa ricerca permetterà di capire gli effetti dello spazio sugli organismi viventi. Infatti il programma spaziale cinese, scrupolosamente pianificato, prevede che i taikonauti inizino a camminare nello spazio già dalla prossima missione.

Le ambizioni extraterrestri della Cina sono sempre più grandi e sulle pagine di Spaceflight, rivista ufficiale della gloriosa Società Interplanetaria Britannica, si parla addirittura di progetti per la costruzione di uno "Shuttle" made in China in grado di viaggiare ad altitudini suborbitali. L'impennata spaziale di Pechino raggiungerà il culmine nel 2008, quando verranno lanciati numerosi satelliti meteorologici in occasione dei giochi olimpici.

Altri osservatori temono un ritorno al passato: il crescente interesse della RPC nei confronti di tutte le tecnologie aerospaziali -inclusa la produzione di vettori balistici intercontinentali-, a qualcuno ricorda i terribili anni della guerra fredda.

storia
117.000 nomi di nazi-fascisti finora sconosciuti: che ruolo hanno avuto?

Corriere della Sera 18.7.05
MISSIONE NEGLI USA
Trovati nuovi nomi di criminali nazisti

ROMA - Un elenco di 117.000 nomi di criminali nazi-fascisti schedati dagli alleati e custoditi da Onu ed Fbi. Tra cui molti italiani. Con questa documentazione inedita (mai richiesta finora) è tornata in Italia dagli Usa la commissione parlamentare d’inchiesta sui crimini compiuti e occultati dopo l’8 settembre 1943. I nomi verranno incrociati con quelli dei fascicoli scoperti nel 1994 nell’«armadio della vergogna» a Palazzo Cesi. Per verificare anche se davvero molti di loro furono arruolati nei servizi segreti stranieri.

domenica 17 luglio 2005

Marx, dittatura e democrazia

l'Unità 17 Luglio 2005
Marx, dittatura e democrazia
Bruno Bongiovanni

È vero. Il Greatest Philosopher Result emerso il 13 luglio dal certamen philosophicum della Bbc, con tanto di «top ten positions», è niente più che l’esito di un gioco estivo. E tuttavia bene ha fatto l’Unità di giovedì, con gli articoli di Eric Hobsbawm e di Bruno Gravagnuolo, a segnalare la netta vittoria di Marx, che si è avvalso del 27,93% dei suffragi, contro il 12,67% di Hume, ottimo secondo in nome dell’oggi bestemmiato illuminismo. Non so se Marx avrebbe gradito l’epiteto britannico di Philosopher. Avrebbe senz’altro preferito, come ebbe modo di affermare, il germanico, e kantiano (oltre che giovane-hegeliano), Kritiker. L’interesse suscitato da Marx, più che dai proclami volti a far cambiare il mondo, deriva senz’altro dalla formidabile, e ancora intatta, capacità di far comprendere il mondo stesso. Non credo tuttavia che la sua nozione di dittatura del proletariato abbia a che fare, come è stato rilevato, con i disastri del totalitarismo novecentesco. La filologia ha ragioni che spesso l’ideologia non conosce.
L’espressione «dittatura del proletariato» compare infatti in soli 12 passi all’interno dell’intera opera di Marx ed Engels. Non compare nel Manifesto, dove si introduce la «conquista della democrazia». La si trova per la prima volta, e in ben 3 dei 12 passi, nelle Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, testo scritto tra il gennaio e l’aprile del 1850. Non si possono negare in quell’anno alcuni contatti blanquisti, ma l’espressione, come ha persuasivamente avanzato Hal Draper, è ricalcata, in modo brillantemente rovesciato, sulle definizioni antidemocratiche della democrazia contenute ne La démocratie en France, testo ben noto a Marx e pubblicato nel 1849 a Bruxelles dal fuggiasco Guizot. Per questi, liberale antidemocratico, la democrazia è «il grido della guerra sociale». Sono del resto i liberali moderati che, in questi anni, individuano nella democrazia, e nella sovranità popolare, la dittatura sociale dei più. E per lo stesso Marx, che certo sbaglia a pensare che il proletariato (inteso come working class all’interno del factory-system) possa mai diventare «immensa maggioranza», la democrazia è il governo forte, e provvisorio, dell’immensa maggioranza, ovvero del proletariato. Nel 1891, nell’ultimo e dodicesimo passo, Engels sostiene che «la repubblica democratica è la forma specifica della dittatura del proletariato». Ben altra storia è invece quella dei bolscevichi russi. Per i quali il proletariato resta, inesorabilmente, una minoranza. Per di più - senza il partito politico artefice unico della dittatura - sprovvista di coscienza.

una segnalazione di Dina Battioni:

su Liberazione del 16.7:
«il Manifesto del partito comunista" di Marx ed Engels, con la prefazione di Fausto Bertinotti.

surclassate alla grande le vendite del nuovo catechismo
fanno piangere il papa!

Quotidiano.net 17.7.05
HARRY POTTER MANIA
Tutti in fila per il 'maghetto'
Vendute 13 copie al secondo

"Harry Potter e il principe mezzosangue" è in vendita in inglese da mezzanotte in punto
RECORD DI VENDITE Boom di vendite negli States, in Inghilterra record di 13 copie acquistate al secondo
COUNT DOWN Commessi vestiti come il maghetto, giochi e quiz per ingannare l'attesa, e 'conto alla rovescia' per gli ultimi dieci secondi. Poi tutti in silenzio per leggere le prime pagine
SORPRESA Due possibili copertine: tradizionale o in grigio scuro. Molti lettori hanno acquistato entrambe le versioni
J.K ROWLING L'autrice ha celebrato l'evento in Scozia, nel castello di Edimburgo "trasformato" nella scuola di Hogwarts. Ha letto in primo capitolo a 70 bambini vincitori di un concorso
Londra, 16 luglio 2005 - Tutti in fila per Harry Potter. Per una volta, le librerie battono pub e discoteche e, allo scoccare della mezzanotte, i locali piu' affollati del centro di Londra sono stati quelli che vendevano le prime copie del nuovo libro di JK Rowling, Harry Potter e il principe mezzosangue.
Centinaia i fan di Potter che si sono messi pazientemente ad aspettare l'arrivo della sesta puntata delle avventure del loro eroe già dal tardo pomeriggio. Tanti bambini, ma non solo.
Il lungo serpentone fuori dalle principali librerie di Oxford Street e Charing Cross Road era composto da persone di tutte le età, molti armati di cappello da mago e scope, ovviamente volanti.
All'interno della libreria Borders, che per l'occasione ha tenuto i battenti aperti sino alle 2 del mattino e che offriva forti sconti sull'acquisto di qualunque volume nella "nottata di Harry", la coda si snodava tra uno scaffale e l'altro ed e' arrivata ad essere composta da circa 300 persone.
Nonostante i tanti turisti dai quattro angoli del mondo, il rito della fila è stato celebrato in maniera tipicamente inglese. Tutti compostamente hanno atteso il loro turno per accaparrarsi uno dei 3mila volumi offerti in questa serata inaugurale, mentre commessi vestiti di tutto punto da Harry Potter cercavano di rendere l'attesa più gradevole distribuendo caramelle e dolci.
Per passare un po' di tempo, ai fan in fila è stata anche data la possibilità di testare la loro conoscenza delle 5 precedenti avventure uscite dalla fantasia di JK Rowling con questionari e Potter-giochi di ogni tipo.
In un'atmosfera da Capodanno, gli ultimi 10 secondi prima dell'arrivo di Harry sono stati scanditi in coro dalle centinaia di entusiasti e, appena il Big Ben è partito con il primo dei suoi dodici rintocchi, sono comparsi due enormi carrelli impacchettati con carta regalo.
Al loro interno, la sorpresa per molti di avere la scelta tra due copertine diverse di "Harry Potter e il Principe Mezzosangue", una simile a quella dei precedenti volumi verde e viola, e l'altra di un più inusuale grigio scuro.
Neanche a dirlo, la copertina più tradizionale ha dominato le vendite tra i fan più accaniti, anche se in molti sono caduti vittima dell'indecisione e hanno comprato una copia di ognuna.
Sulla via del ritorno a casa, regnava il silenzio su metropolitane e autobus notturni. Non una parola tra coppiette e gruppi di amici, tutti impegnati a divorare avidamente le prime pagine del nuovo volume.
La nottata del grande lancio l'autrice JK Rowling l'ha passata in Scozia dove, in un castello di Edinburgo addobbato per l'occasione come la scuola di Hogwarts, ha letto il primo capitolo del nuovo libro ai 70 bambini vincitori di un concorso che hanno poi avuto l'occasione di intervistarla.
Altre interviste sono state invece trasmesse dal canale televisivo ITV che ha dedicato uno speciale all'evento nelle ore precedenti all'arrivo di "Harry Potter e il Principe Mezzosangue".
Tra i tanti seguaci di Harry interpellati da ITV anche il serioso Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, considerato il probabile erede del premier Tony Blair, che ha dichiarato: "Il personaggio che vorrei più essere è Harry Potter, perché è coraggioso e intelligente".
Più spiritoso il Ministro del Lavoro David Blunkett, appena tornato al Governo dopo aver perso l'anno scorso la poltrona di Ministro degli Interni per uno scandalo legato ad una presunta relazione con la governante, che ha dichiarato: "Vorrei proprio imparare qualche trucco da Harry Potter. Specialmente su come cavarmela con le donne".
VENDITE RECORD - Negli States sono state comprate, pare, 5 milioni di copie in sole 24 ore, mentre a Londra e in Inghilterra si è polverizzato ogni record con 13 copie vendute al secondo.

IN VATICANO
- Neanche gli anatemi del Papa hanno frenato i fan di Harry Potter residenti in Vaticano. Le parole di Ratzinger, che qualche anno fa accusò il maghetto occhialuto di ''distorcere l'anima cristiana'', non hanno impedito ad alcuni cardinali di ordinare su Amazon le copie dell'ultimo volume della saga che fa impazzire adulti e bambini di tutto il mondo.
A rivelarlo è Amazon, la più grande libreria della rete che afferma di aver ricevuto ''un certo numero di ordini'' dalla Santa Sede (...).

storia del Novecento
la complicità delle gerarchie cattoliche con il massacratore Videla

Corriere della Sera 17.7.05
ARGENTINA Daniela Padoan incontra le «pazze» di Plaza de Mayo e indaga sul ruolo delle gerarchie cattoliche negli anni di Videla
Il silenzio della Chiesa, l’urlo delle madri
di CARLO VULPIO

Se è vero che un libro vale quando riesce a farne leggere almeno un altro, allora Le pazze di Daniela Padoan è un libro di valore. Diciamo subito che la ricca bibliografia che correda questo «Incontro con le madri di Plaza de Mayo» stimola la lettura di più di un altro libro sui desaparecidos, il genocidio argentino avviato nel 1976 dalla giunta militare golpista del generale Jorge Videla (trentamila persone scomparse, per lo più ragazzi tra i venti e i trent’anni), ma «il » libro che Le pazze spinge a leggere più di ogni altro è Niente asilo politico, diario di un console italiano nell’Argentina dei desaparecidos (Editori Riuniti), di Enrico Calamai, il diplomatico italiano che durante quegli anni terribili fu tra i pochissimi uomini delle istituzioni (assieme al presidente della Repubblica, Sandro Pertini) a non voltarsi dall’altra parte. Al contrario, Calamai rischiò in prima persona, arrivando a falsificare documenti per salvare vite umane, come nel 1944 fece Giorgio Perlasca per salvare i «suoi» ebrei ungheresi. E questo, proprio mentre sul dramma argentino persino la Chiesa cattolica sceglieva la via del silenzio. Le pazze ha anche quest’altro merito: di ricostruire, attraverso documenti e testimonianze dirette, un’altra pagina grigia poco conosciuta della Chiesa di Roma, che oggi meriterebbe di essere affrontata senza reticenze dallo stesso papa Benedetto XVI, non fosse altro che per onorare la memoria di quei centoventicinque sacerdoti e due vescovi (Angelelli e Ponce de León) desaparecidos perché si opposero ai «nazisti», così li chiamavano e questo erano, che si impadronirono del potere in Argentina. Anche per quei preti assassinati, furono le madri dei desaparecidos le prime persone a chieder conto. Si unirono e si misero alla ricerca dei propri figli e dei figli di tutti, reclamandoli ogni settimana, per mesi e per anni, in Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada, il palazzo del governo. Non ci volle molto ad anagrammare in pazzia quella piazza che malvolentieri le accoglieva assieme ai loro fazzoletti bianchi. Pazze, le chiamavano, e come pazze le trattavano. Fissate. Ammalate di dolore. Incurabili. Dicevano, quasi tutti, anche importanti uomini di Chiesa, che avrebbero resistito poco in quella loro ostinata ricerca dei figli, e invece hanno resistito per ventinove anni, rinunciando anche ai soldi a titolo di risarcimento che l’ex presidente Carlos Menem aveva loro offerto per «chiudere» la vicenda. Hanno resistito fino all’altro ieri, quando l’attuale presidente della Repubblica argentina, Nestor Kirchner, si è pubblicamente dichiarato «figlio delle madri di Plaza de Mayo» e la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali le due leggi, Obediencia debida e Punto final, consentendo di processare i criminali che erano stati amnistiati.
«Le pazze» ce l’hanno fatta, e senza rinnegare l’attività politica dei figli. Anzi, difendendo anche quelli che tra loro avevano scelto la resistenza armata, «perché non è reato opporsi con le armi alla dittatura e al tiranno». Ma «le pazze», finalmente, sono state anche credute. Grazie ai documenti della Cia sull’Operazione Condor in America Latina, desecretati, persino il fronte negazionista (ce n’è sempre uno per ogni olocausto, genocidio o crimine contro l’umanità) ha dovuto arrendersi all’evidenza.
Paesi come la ex Unione Sovietica e partiti come l’ex Pci fingevano di non vedere, nemmeno l’ Unità ne scriveva, mentre le oneste corrispondenze del povero Giangiacomo Foà per il Corriere della Sera infiltrato dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli, amico di quei generali, presidenti e cardinali, stentavano a trovar spazio. Ce n’era invece per i Mondiali di calcio giocati negli stadi in cui si torturavano i dissidenti, non per la vicenda di Jacobo Timerman, direttore de La Opinión, sequestrato perché ebreo e dunque sospettato di essere parte di una fantomatica operazione di conquista giudaica della Patagonia. L’Argentina, grazie anche alla «collaborazione» del Perù, che si fece sconfiggere per sei gol a zero in semifinale, vinse il Mondiale contro l’Olanda. Per la cronaca, era olandese l’unica tv che riprese le madri a Plaza de Mayo e fece fare a quelle immagini il giro del mondo.


Il libro : Daniela Padoan, «Le pazze», Bompiani, pagine 432, 9,50